Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Recensione di Il professionista – Missione suicida di Stephen Gunn Segretissimo N°1597 (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2013

missione suicidaTorna in edicola, a marzo, nella più inossidabile tradizione pulp, una nuova avventura di Chance Renard, alias il Professionista, personaggio cult nato dalla prolifica penna di Stephen Gunn, ovvero Stefano Di Marino, re incontrastato dell’action thriller italiano, capace di competere con i più importanti autori internazionali di spionaggio e avventura, mantenendo intatta romanzo dopo romanzo la sua capacità di far vivere ai lettori avventure mozzafiato in paesaggi esotici pieni di fascino e di pericolo. Terminata Operazione Barracuda, con la cattura di Ludovico Misericordia, uscito a novembre, torna in scena Mimy Oshima, che a gennaio con Professionista Story 03, nel classico Appuntamento a Shinjuku, abbiamo avuto modo di conoscere. Chance Renard infatti si trova catapultato nel sud dell’India, in uno sperduto villaggio di montagna in attesa alla stazione proprio di Mimy Oshima, Fiore velenoso, per uno scambio con Ludovico Misericordia. Ma qualcosa non va per il verso giusto, e l’incontro si trasforma in una trappola e in una pioggia di proiettili. Ecco l’inizio al fulmicotone di Missione suicida, che seppure ambientato in uno scenario esotico, rimanda a tante sparatorie tipiche del vecchio west, come non pensare a Sfida all’O.K. Corral o l’arrivo alla stazione di Frank Miller con il treno di mezzogiorno in Mezzogiorno di fuoco o ancora alla suspense psicologica di Quel treno per Yuma. Stefano Di Marino prende a pieni mani dall’immaginario iconico dei migliori western della storia del cinema per dare l’avvio ad un’ avventura in cui troviamo un Chance Renard invecchiato, più malinconico, che si interroga sul senso stesso della sua vita, non il classico eroe senza macchia e senza paura monodimensionale. Ibrido anche il personaggio di Mimy Oshima, ex amante, amica-nemica, dal viso rigido come una maschera del teatro Kabuki, perfetta compagna per questa avventura in cui troveremo un nuovo antagonista, l’Inglese, uomo dell’MI6, 007 con la licenza di uccidere incaricato di eliminare Renard e qui come non pensare ad un altro personaggio simbolo della spy story mondiale, che per motivi di diritti Di Marino non può citare, ma che fa il suo ingresso nell’immaginario comune con esplosiva vivacità. Di Marino gioca con l’immaginario, plasmandolo a sua misura con il chiaro intento di divertire il lettore, in un gioco di rimandi e di citazioni nascoste che faranno la gioia di tutti gli appassionati del genere. Azione, sparatorie, funamboliche digressioni, condite da sprazzi di violenza iperrealistica e nello stesso tempo simbolica, fanno da sfondo ad una storia dal sapore d’Oriente, vagamente salgariana, nella misura in cui l’avventura diventa cuore dell’azione.

Stephen Gunn è lo pseudonimo di Stefano Di Marino, uno dei più prolifici scrittori di spionaggio e avventura italiani degli ultimi decenni. Nato nel 1961, ha viaggiato in Oriente e ancora vi trascorre parte del suo tempo. Oltre alla scrittura si interessa di arti marziali, pugilato, fotografia e cinema, soprattutto quello orientale al quale ha dedicato numerosi saggi. Ha esordito con il suo vero nome pubblicando Per il sangue versato, Sopravvivere alla notte, Lacrime di drago (Mondadori). Ha usato per la prima volta lo pseudonimo Stephen Gunn per firmare i romanzi Pista cieca e L’ombra del corvo (Sperling). Poi, diciassette anni fa, è nata la serie dedicata a Chance Renard, il Professionista. Scrive per siti e riviste di settore. Su Wikipedia, Stefano Di Marino e il Professionista hanno due voci distinte con bibliografia aggiornata e commentata del personaggio. Per saperne di più sull’autore, sul Professionista e sul suo mondo, cercate su Facebook Di Marino Stefano,la fan page di Chance Renard-Il Professionista e il blog hotmag.me/il professionista. 

:: Recensione di Il demone bianco di Bernard Minier (Piemme, 2013) a cura di Stefano Di Marino

25 febbraio 2013

biancoNon capita tutti i giorni di leggere un thriller ben strutturato, ben condotto e che valga il prezzo sempre molto alto considerati i tempi di quasi venti euro. Il demone bianco è un thriller francese che soddisfa perfettamente l’appassionato (anche se è un lettore uomo e non una lettrice di Elle il cui giudizio trionfalistico viene ripetuto più volte nella cover come se fosse un libro di narrativa femminile). Siamo pur sempre nell’area coperta da Grangè, la Vargas e Thrillez ma l’approccio, il ritmo narrativo e diversi twist nella soluzione sono più che accattivanti. Già l’immagine del cavallo appeso tra le nevi all’estremità di una teleferica in un impianto nei Pirenei ha qualcosa di malsano, intrigante. Che poi nelle vicinanze ci sia quello che una volta veniva definito ‘manicomio criminale’ con l’equivalente svizzero del dottor Lecter, un apparente Mad Doctor e la sua assistente simil Ilsa confermano che ci troviamo in una storia di grande attrattiva. Servaz, poliziotto cittadino, pantofolaio, incasinato ma insofferente alla burocrazia, all’autorità e al potere costituito, comincia con la collega della gendarmeria Ziegler un’indagine che, malgrado le accuse dei superiori, un po’ prende sottogamba. Fa male perché quasi subito viene trovato il DNA del pazzo che pure sembra recluso senza speranza in fondo alla sua cella e due guardiani della centrale dopo una poco convincente testimonianza si dileguano. Intanto Diane Berg, psicologa amante del suo mentore e decisa a farsi strada da sola, arriva distaccata all’ospedale psichiatrico, accolta eufemisticamente con freddezza. Subito qualcosa la colpisce. Qualcosa di spaventoso. C’è del marcio in quella clinica. In tutta la valle, si direbbe perché pochi giorni dopo ecco un altro omicidio rituale. Questa volta tocca a un farmacista, componente di un gruppo di ‘amici da una vita’ di cui fan parte anche il sindaco e altri notabili. L’indagine assume connotati sinistri quando il sospetto tocca gli stessi poliziotti, i magistrati si mostrano stupidi e arroganti e compaio figure del passato. Soprattutto il folle omicida fornisce un indizio. La pista di un gruppo di giovani suicidi di molti anni prima  conduce a una colonia, di quelle per ragazzi poveri. E Servaz comincia a guardare quelle valli, quelle montagne innevate con sempre maggior  timore. Le sente echeggiare di antiche crudeltà, di crimini impuniti, di un odio cieco e irrefrenabile. La morte del cavallo è stata solo l’inizio e la storia procede rapidamente e piena di colpi di scena. Come dicevo un ottimo thriller, sebbene sia convinto che il genere abbia i suoi tempi e , dopo le 350 pagine, comincia a mostrare un po’ di stanchezza. Di sicuro un’ottima lettura e una lezione per molti che si cimentano nel genere senza averne comprese realmente le meccaniche. Io sono convinto che potremmo sfornare anche noi  romanzi di questa qualità se gli autori ponessero un po’ più di attenzione alla confezione del prodotto rispetto al loro ego e gli editori non avessero la pretesa di volere dai nostri narratori opere simili a successi stranieri e, alla fine, promuovessero come si deve il prodotto nostrano. Strategia che avviene in Francia ma qui sembra completamente assente dalle logiche del marketing.

Il demone bianco – Bernard Minier-Piemme-19,50 euro

:: Recensione di Trappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editore, 2013)

22 febbraio 2013

trappolaTrappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino, edito nella collana Tascabili Noir di Fratelli Frilli Editore, rientra a pieno titolo nella categoria di opere a carattere regionale in cui una città, in questo caso un’ estiva e torrida Torino, assume un’importanza rilevante per l’azione diventando essa stessa personaggio.
Frilli ha seguito questo criterio con un certo entusiasmo facendoci conoscere la Genova di Bruno Morchio, e di Claudio Bo, la Milano di Adele Marini, la Mantova di Antonio Caron, portandoci in somma in giro per l’Italia, un’Italia in noir, in cui attualità, trame poliziesche, e caratterizzazione geografica, costituiscono il carattere distintivo.
L’attualità è anche al centro di questo romanzo torinese, in cui Facebook, popolare social network con cui bene o male tutti abbiamo avuto o abbiamo tuttora a che fare,  assume un ruolo di catalizzatore di eventi.
Le cronache dei nostri giorni sono piene di eventi a volte drammatici legati a questa realtà virtuale che non sempre resta tale. Virtuale e reale si intrecciano e a volte può succedere che si commettano crimini, che vanno dallo stalking all’omicidio.
Se dunque il punto di partenza è interessante o quanto meno di stretta attualità, gli sviluppi sono abbastanza consueti. Rocco Ballacchino utilizza questo spunto come filo conduttore di una vicenda un po’ complicata  che inizia da un incontro tra due utenti di Facebook, Daniele e Marzia, che si danno appuntamento a Porta Nuova un pomeriggio d’estate.
Non si conoscono, se non tramite scambi di messaggi; Daniele non ha mai visto neanche una foto di questa donna ma sogna il possibile grande amore, l’incontro che ti cambia la vita. Marzia “Bambi” Paolini non arriverà mai a Torino, Daniele la aspetterà inutilmente al binario 13, conscio di poter essere anche vittima di uno scherzo, di un innocuo raggiro.
Ma la realtà è molto più drammatica. La donna è stata uccisa a coltellate e di questo delitto il maggior sospettato è lui.
Le domande che si susseguono sono tante. Chi l’ha uccisa? Chi ha ideato un piano così diabolico da scaricare la colpa su di lui? Quale nemico Daniele ha, nascosto nell’ombra, ma così implacabile? Daniele non ha scelta, deve scoprire la verità.
Il protagonista, Daniele, piuttosto sprovveduto all’inizio, con una vita monotona e noiosa trascinata tra casa e lavoro, è il classico uomo qualunque, che l’unica volta in cui tenta qualcosa di non consueto, di diverso dal solito, finisce per cacciarsi in un guaio più grande di lui, in una caccia all’uomo dove la sua ingenuità e la sua inesperienza dovranno essere ben presto messe da parte se vuole avere una speranza di avere ragione del nemico che ha ideato questa trappola a suo danno.
Una certa estraniante irrealtà, dovuta forse anche al tema trattato e alla precisa caratterizzazione psicologica del protagonista, indebolisce un po’ la narrazione anche se lo stile è per lo più scorrevole, descrittivo, venato anche da un certo umorismo, molto torinese, molto understatement. Solo qualche inciampo nell’ utilizzo di vocaboli che sinceramente non avrei utilizzato.

:: Recensione di Jack Reacher – La prova decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2013
la prova

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Jack Reacher – La prova decisiva (One shot, 2005), tradotto da Adria Tissoni, nono episodio della serie di Jack Reacher, ideata dall’autore britannico Lee Child, è una riedizione voluta da Longanesi, che l’aveva pubblicato per la prima volta nel 2008 con il titolo La prova decisiva, in occasione dell’uscita dell’omonimo film di Christopher McQuarrie con Tom Cruise nei panni del protagonista. Premetto che non avendo visto il film eviterò qualsiasi parallelismo tra romanzo e opera cinematografica. Come tutti i libri di Lee Child che fino ad oggi ho letto questo romanzo merita di essere letto,  soprattutto se amate i thriller in cui predomina l’azione. Jack Reacher è un personaggio tipicamente americano, il cui spirito si nutre di molte figure iconiche del vecchio west, se non addirittura andando indietro nel tempo, e cambiando continente, possiamo trovare anche delle somiglianze con la figura del ronin dell’antico Giappone. L’eroe solitario, il guerriero senza macchia e senza paura, che vaga di villaggio in villaggio, senza una casa, una famiglia, senza addirittura a volte un nome, ma rigorosamente testimone di un codice morale in cui giustizia, lealtà e libertà si uniscono e diventano un tutt’uno, è da sempre una figura cardine di quella parte più anarchica e libera, alle radici stesse del mito della frontiera, di cui Child si appropria rielaborandola e proiettandola nel suo personaggio. Jack Reacher è un ex militare, ma una specie particolare di militare, un maggiore della polizia militare, che ha avuto modo di indagare sui crimini commessi all’interno dell’esercito e già per questo un paria, ben prima della sua scelta di lasciare tutto e vagare per l’America, senza un conto corrente, un indirizzo email, una casa a cui tornare, diventando un invisibile insomma, che a malapena la previdenza sociale può stabilire che è vivo. Le parti in cui vaga in autobus, vedendo scorrere la provincia americana più profonda fuori dal finestrino, anche se brevi sono capaci di creare l’atmosfera e il giusto scenario in cui si svolgono le sue avventure. Non rifugge la violenza, pur non essendo un violento. Si limita a difendersi in un modo in cui la violenza è diffusa, le armi sono facilmente ottenibili, il più forte schiaccia il più debole senza alcuna pietà. Scusatemi sto divagando, questo non è un saggio su Jack Reacher, torno al romanzo.  Allora tutto inizia nel garage di un palazzo, in una piccola cittadina di provincia. Un cecchino spara sulla folla e uccide cinque persone: quattro uomini e una donna. Apparentemente senza motivo. La polizia ferma nel giro di poche ore James Barr: un reduce, disoccupato, con problemi di insonnia, senza una assicurazione medica. Le prove portano a lui, senza ombra di dubbio, così lampanti che sembrano costruite. James Barr si chiude in un ostinato mutismo e solo con il suo primo avvocato difensore fa il nome di Jack Reacher prima di essere selvaggiamente picchiato in carcere da una banda di latinos a cui aveva mancato di rispetto. Ormai in coma, con l’onta di colpevole marchiata a fuoco, giace in un letto d’ospedale e solo la sorella lo crede innocente e cerca un altro avvocato difensore e lo trova in Helen Rodin, una preparata e ambiziosa avvocatessa alle prime armi, la figlia stessa del pubblico ministero a cui è affidato il caso. Trovare Jack Reacher diventa imperativo. Ma naturalmente nessuno ci riesce, sarà lui stesso a farsi vivo dopo aver visto in tv un servizio in cui si fa il nome di James Barr. E Jack Reacher con James Barr ha un conto in sospeso. Lo sa colpevole di un altro crimine simile, crimine per cui non l’aveva potuto perseguire per intrallazzi politico- militari. Scoprire la verità sarà per Jack Reacher l’unica via d’uscita. Azione dunque, un’ indagine che porta in direzioni diverse dalle premesse, l’intuito di Jack Reacher, il bel personaggio di Helen Rodin, sono questi gli elementi centrali di questo romanzo. Se l’inizio con l’attuazione dell’attentato è un po’ convenzionale, non lasciatevi scoraggiare appena entra in scena Jack Reacher l’azione accelera in un susseguirsi di cambi di prospettiva. Scritto in terza persona, tipo di scrittura che Child predilige quando vuole dare più spazio alla suspense, Jack Reacher – La prova decisiva è uno di quei romanzi che si leggono in poche ore, senza annoiarsi. Le possibili aperture del finale le avevo naturalmente intuite già dall’inizio, Child utilizza infatti una soluzione non certamente innovativa ma di sicuro effetto che unita alla bravura nel delineare cattivi credibili e simili a dei congiurati rendono il romanzo un thriller pienamente riuscito.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di La svolta di Michael Connelly (Piemme, 2012) a cura di Giulietta Iannone

9 febbraio 2013

la svoltaLa svolta (The Reversal, 2010) di Michael Connelly, tradotto da Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso ed edito da Piemme, è il terzo romanzo della serie Heller, dopo Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer, 2005) e La lista (The Brass Verdict, 2008), questa volta con la partecipazione anche di Harry Bosch e Rachel Walling in ruoli un po’ defilati ma essenziali per la risoluzione del caso. Con il personaggio di Mickey Haller lo scrittore di Filadelfia ha fatto ufficialmente il suo ingresso nel legal thriller, privilegiando una prospettiva anche critica nei riguardi del sistema legale americano, e del suo stretto legame con la strumentalizzazione dei mass media per influenzare l’opinione pubblica e di riflesso anche la giustizia, e questa senz’altro a mio avviso è la caratteristica più interessante di questa serie. La svolta è un legal thriller puro, la maggior parte dell’azione è svolta in tribunale, nell’ufficio del giudice, o nella preparazione del processo; chi ha amato Presunto innocente di Scott Turow, Anatomia di un omicidio di Robert Traver o i romanzi di John Grisham sicuramente troverà questa lettura interessante, ma se gli interrogatori e i controinterrogatori vi annoiano, il mio consiglio è che leggiate le serie più d’azione con protagonista Bosch o Jack McEvoy. Essenzialmente ne La svolta abbiamo a che fare con un cold case, – termine abbastanza conosciuto anche grazie una serie televisiva di successo- ovvero uno di quei casi non risolti che anche a distanza di molti anni possono venire dissepolti se per esempio si trovano nuove prove, anche grazie alle sempre più moderne tecniche di laboratorio. Ed è così che accade questa volta: l’analisi del DNA condotto sulle vesti della vittima sembra porre dubbi sulla colpevolezza di Jason Jessup, che già da più di vent’anni è in carcere accusato dell’omicidio di Melissa Landy, una ragazzina di 12 anni. Grazie anche all’intervento di un’associazione di legali conosciuta come Genetic Justice Progject e l’ostinazione di Jessup, sempre impegnato nella sua cella a compilare ricorsi, istanze, denunce, la Corte Suprema dello stato revoca la condanna, il caso viene riaperto e si inizia un nuovo processo che se stabilisse l’innocenza  di Jessup implicherebbe un clamoroso danno di immagine per l’intero dipartimento della polizia di Los Angeles, il sistema giudiziario e finanche la necessità di sborsare un ingente risarcimento di milioni di dollari che la città e la contea dovrebbero corrispondergli per ingiusta detenzione. Proprio a causa di queste ripercussioni, anche politiche, e della delicatezza della situazione, dovuta anche al grande clamore mediatico, il procuratore della contea di Los Angeles, Gabriel Williams, decide di affidare l’accusa ad un pubblico ministero esterno al suo ufficio e chi meglio di Mickey Haller è la persona giusta per questo incarico? Heller, fermamente convinto della colpevolezza di Jessup, accetta di fare da pubblico ministero, lui da sempre avvocato della difesa, e chiama accanto a sé la ex moglie Maggie McPherson come vice-procuratore e il fratellastro Harry Bosch nel ruolo di detective. Da questo momento in poi Heller si occupa della preparazione del processo e dell’impegnativo scontro con l’avvocato difensore Clyve Royce, abile manovratore dell’opinione pubblica e dei media, e Bosch delle indagini sul campo. Jessup viene rilasciato e proprio il suo pedinamento porta Bosh a sospettare che ci sia sotto qualcosa di non risolto e l’intervento risolutivo Rachel Walling profiler dell’FBI chiarirà a tutti gli errori commessi nel primo processo e la minaccia che Jessup rappresenta anche per Bosch e Heller stessi. Solitamente in questo tipo di legal thriller il dubbio sulla colpevolezza del presunto colpevole viene giocato in modo più ricco di suspense, Connelly no, sceglie un approccio molto meno ad effetto: sia Heller, che Maggie, che soprattutto Bosch sono certi della sua colpevolezza e si adoperano per assicurarlo alla giustizia. Questa scelta rende le sfumature thriller molto meno marcate a favore invece di un’analisi più accurata del sistema legale in sé. Si trattano temi come la pena di morte, il dolore dei parenti delle vittime le cui ripercussioni possono condizionare le intere loro vite, ( bellissimo a mio avviso il personaggio di Sarah Ann Gleason), gli scrupoli morali degli avvocati, in lotta tra cinismo ed etica, i rapporti tra media e giustizia, il rischio che errori giudiziari possano rovinare la vita di innocenti. Connelly resta uno scrittore notevole, per stile e struttura narrativa, autore di alcuni dei più bei thriller che abbia mai letto; se paragono i primi a questi più recenti noto una diversa prospettiva di analisi, come Connelly stesso ammise ad una presentazione a cui partecipai. Connelly è cambiato e così lo sono i suoi libri e i suoi personaggi. Da lettrice vorrei più spazio per Jack McEvoy, ma nonostante questo Bosch resta un personaggio che amo ritrovare di libro in libro, invecchiato, amareggiato, sempre più desideroso di fare bene il padre. Le sue priorità sono cambiate proprio come per Connelly, presumo.

:: Recensione di 5 di Ursula Poznanski (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2013

geocaching5 (Funf, 2012) della scrittrice austriaca Ursula Poznanski, tradotto dal tedesco da Anna Carbone e edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, è un thriller poliziesco, classificato come krimis, decisamente insolito e originale che usa il geocaching – una sorta di sport più simile ad una caccia al tesoro praticato anche da famiglie con bambini da fare all’aria aperta a contatto con la natura- forse per la prima volta come filo conduttore di un’ indagine. Leggendone la trama avevo temuto che gli aspetti macabri e raccapriccianti mi avrebbero rovinato la lettura, ma se giusto avete un briciolo di amore per l’horror e amate le serie poliziesche un po’ realistiche non dovreste esserne troppo turbati. Sì, ci sono cadaveri smembrati e decomposti, scene del crimine imbrattate di sangue e liquidi corporei, ma tutto sommato non è l’aspetto più rilevante del romanzo. Lo spirito del gioco è la caccia: quella che compiono Beatrice Kaspary e Florin Wenninger della Polizia Criminale di Salisburgo, sezione crimini contro la persona, verso un potenziale serial killer, e quella del killer stesso. Non vi anticipo il nocciolo centrale del libro, su cui si regge l’intera narrazione, lo scoprirete nelle ultime pagine, ma quello che posso dirvi è che l’aspetto psicologico sia delle vittime, dell’assassino e dei poliziotti è tracciato in modo realistico e accurato e alla fine anche il colpevole, pur nel suo folle piano di vendetta, acquista uno suo spessore, una sofferta umanità ed è in possesso di una sua drammatica e distorta, anche se non giustificabile, verità. Tutto inizia con la scoperta in un pascolo del cadavere di Nora Papenberg: una pubblicitaria di successo, felicemente sposata, solare, senza apparenti scheletri nell’armadio. Sulle piante dei piedi, tatuate, le coordinate GPS di un luogo in cui i poliziotti rinveniranno un cache, una scatola dove gli owner che praticano il geocaching nascondono oggetti di scarso valore, il loro “tesoro”, che gli altri partecipanti devono scoprire. Naturalmente la polizia questa volta trova ben altro: un resto umano e un messaggio che contiene un indovinello, risolvendolo troveranno un nuovo cache, innescando una catena di macabri ritrovamenti che porterà all’identificazione del colpevole. A Beatrice e Florin non resta che assecondare il piano dell’assassino e giocare alle sue regole ignari di quello che davvero il “gioco” nasconde. Sentii parlare per la prima volta di Ursula Poznanski  da Wulf Dorn quando gli chiesi in un’ intervista quale fosse il suo romanzo d’esordio preferito. Wulf mi rispose senza esitazione ‘Erebos‘ di Ursula Poznanski, un young adult fantasy diventato un bestseller in Germania e uscito anche da noi per Armenia. Da allora questo nome mi è diventato familiare così quando ho scoperto che Corbaccio pubblicava un suo thriller per adulti, mi sono detta vediamo di cosa si tratta. Innanzitutto è un buon thriller, la suspense è ben dosata e l’intreccio abbastanza complicato da non rendere subito chiaro cosa stia succedendo. Un po’ di depistaggi ci sono e sono posizionati in punti strategici; io per esempio ho sospettato per buona metà del libro di un personaggio, che mi stava francamente antipatico, per poi capire che l’autrice l’aveva reso tale apposta. I protagonisti sono ben caratterizzati: Beatrice su tutti, una donna intelligente e intuitiva, impegnata a fare i salti mortali per  barcamenarsi tra lavoro e famiglia, con un ex marito che certo non le rende le cose facili. Poi c’è Florin che a parte il fatto che fa un fantastico caffè con cui vizia Beatrice, e già per questo acquista punti ai miei occhi, è leale, coraggioso, altruista, il classico collega insomma che tutti vorremmo avere. In questo episodio non ci sono divagazioni sentimentali tra i due, ma è evidente che Beatrice provi per il collega ben di più che una semplice simpatia, per cui non è detto che nei prossimi episodi della serie non ci siano sviluppi. E per saperlo manca poco, se conoscete il tedesco già da aprile in Germania dovrebbe uscire Blinde Vögel, la seconda indagine di Beatrice Kaspary e Florin Wenninger, che vedremo presto tradotta anche da noi se questo romanzo avrà successo. Ah, dimenticavo, ascolterete Message In A Bottle dei Police con un nuovo spirito.  

:: Recensione di Vipera di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2013

Vipera-de-GiovanniElla portava un braccialetto strano:
una vipera d’oro attorcigliata,
che viscida parea sotto la mano
viscida e viva, quando l’ho toccata…
Quando ella abbandonavasi
fremente sul mio seno,
parea schizzasse tutto il suo veleno!

Da questa famosissima canzone del 1919 di Mario E.A. (Giovanni Ermete Gaeta) prende il nome d’arte Maria Rosaria Cennamo, Vipera appunto, giovane e bellissima prostituta, attrazione principale del Paradiso, casa di appuntamenti nell’antico palazzo di via Chiaia, quartiere elegante di Napoli, trovata morta un pomeriggio, nella sua stanza impregnata di profumo francese e disinfettanti, soffocata da un cuscino.
E così, con la scoperta del suo cadavere, inizia Vipera – Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big. Siamo nel 1932, la primavera è nell’aria. La Settimana Santa, che porrà fine alla Quaresima e porterà la Pasqua in ogni casa, con i suoi riti, le sue tradizioni, i suoi piatti tipici, sta iniziando e l’intera città lentamente si risveglia: il Caffè Gambrinus mette i suoi tavoli fuori, il suonatore cieco di fisarmonica intrattiene i passanti con le sue polke e i suoi tanghi in cambio di una moneta, i venditori ambulanti attirano i clienti, ancora in maniera sommessa, dopo tutto la Quaresima non è ancora finita, e il commissario Ricciardi sa che sotto quella apparente innocenza si muovono forze oscure, terribili, impossibili da controllare.
Quando in commissariato arriva Marietta, la guardiana del Paradiso, annunciando un omicidio, le sue peggiori supposizioni sembrano avverarsi. Ormai Ricciardi conosce la sua città, conosce l’animo umano, e continua a vedere sul suo cammino l’ombra di coloro che sono morti in modo violento, percependone l’ultimo pensiero, la sua condanna, la sua missione. Vipera, solo una puttana, non merita quasi attenzione per il vicequestore Angelo Garzo, più preoccupato che il Paradiso riapra per accontentare i suoi ricchi frequentatori, a chi vuoi che importi della morte di un essere così senza valore, senza importanza; ma per Ricciardi è diverso, anche Maria Rosaria Cennamo aveva sentimenti, aveva un passato, una vita che meritava di essere vissuta, anche a lei si doveva rispetto e giustizia, e così inizia le indagini con lo stesso impegno di sempre e si affida al fatto, l’ultimo pensiero della morta: Frustino, frustino. Il mio frustino. 
Tutto è sotto i suoi occhi, l’assassino ha commesso un errore, ha lasciato una traccia, ma lui non la vede, altri pensieri lo assorbono; i presunti colpevoli si moltiplicano, tutti con moventi plausibili, tutti con una ragione per volere morta quella donna, troppo bella e la bellezza non è per tutti, bisogna permettersela, non può appartenere ad una povera ragazza del Vomero. Le prostitute, peccatrici pubbliche, non meritano una sepoltura in terra consacrata, i loro cadaveri vanno gettati in fosse comuni, senza nome, senza riguardo, così dice la morale comune, ma Vincenzo Ventrone, uno dei due soli clienti di Vipera, proprietario di una ditta di arredi sacri, non lo può permettere, e così le compra un funerale, con tanto di processione pubblica e benedizione del prete e proprio durante il corteo funebre il dottor Modo, per difendere una delle ragazze dalle molestie di alcune camicie nere, pesta i piedi al figlio di un gerarca di Roma e finisce in seguito per essere arrestato con destinazione Ventotene.
Per Ricciardi l’amicizia è sacra e, inghiottendo il suo orgoglio, cercherà aiuto per l’amico proprio da Livia, la donna che fa di tutto per scoraggiare ed allontanare da sé, l’unica che lo può aiutare per i suoi agganci, che in realtà disprezza, con il potere. Poi proprio un aneddoto raccontato dal dottor Modo farà capire a Ricciardi chi è il colpevole, chi aveva più di tutti una ragione per uccidere Vipera e anche gli ultimi pensieri della morta, come sempre, troveranno una spiegazione.
Sesto episodio della serie dedicata a Ricciardi, Vipera rappresenta un punto di svolta della saga, un cambiamento dettato dalla maturità artistica e compositiva raggiunta da de Giovanni che esplicita un’ evoluzione non solo stilistica ma anche tematica. Se la freschezza narrativa dei primi episodi si stempera e la novità fa posto ad una familiarità più marcata con personaggi e situazioni, ormai per esempio il fatto di Ricciardi è diventato quasi una consueta abitudine, accettata e quasi metabolizzata, tuttavia i germi contenuti in questo episodio, sono molteplici e tutti ampiamente ricchi di potenzialità.
Innanzitutto la matrice poliziesca lascia il passo sempre più ad una visione della storia più complessa e composita, come è complesso il personaggio di Ricciardi. L’indagine, seppur presente, quasi sbiadisce rispetto all’evoluzione del personaggio e alla sua presa di coscienza, anche politica. L’infelice battuta, che Ricciardi dice a Livia nel Caffé Gambrinus, si ricollega a mio avviso a questa avversione sempre maggiore per il regime di cui lui è pubblico ufficiale, oltre al tentativo di ferire e allontanare una donna che evidentemente non ama e di cui subisce solo l’attrazione.
Comunque anche il personaggio di Livia subisce un’ evoluzione e metabolizza una presa di coscienza che lo rendono ben lontano dallo stereotipo della femme fatale classica opposta alla donna angelicata, Enrica. E anche qui merita un plauso la capacità dell’autore di tratteggiare rapporti sentimentali forse melodrammatici, fatti di sorrisi, inchini, saluti da lontano, ma legati al periodo. Ragazze come Enrica, che conoscevano l’amore solo dalle canzoni alla radio, dai film al cinema, o dalle confidenze delle sorelle o amiche sposate, per quanto suoni anacronistico al giorno d’oggi, esistevano davvero, anzi probabilmente erano la norma.
Lo stile molto particolare di de Giovanni, poetico e verista allo stesso tempo, attento alle tematiche sociali, politiche, culturali e storiche si presta a grandi sviluppi e sono molto curiosa di scoprire in quali direzioni andranno i successivi episodi. In questo romanzo l’amicizia è la vera protagonista a mio avviso, l’amicizia che lega il dottor Modo a Ricciardi, Tata Rosa ad Enrica, il brigadiere Maione a Bambinella, la stessa Vipera per Peppe O’Frusta, un sentimento che supera quasi l’amore per intensità, un sentimento che spinge anche a fare scelte difficili e forse non pienamente condivisibili, pensiamo solo al senso di lealtà e riconoscenza che spinge Ricciardi ad abbandonare Tata Rosa la notte di Pasqua.
Ma Ricciardi non è un personaggio perfetto, ne pretende di esserlo: è pieno di contraddizioni, commette errori, la sua introversione lo porta a non riuscire a fare piena luce sui suoi stessi sentimenti, il fatto l’allontana dalla consueta normalità alla quale ambirebbe.  E proprio questi limiti penso lo rendano più umano e ben poco convenzionale.
Anche il periodo storico sta diventando più drammatico, oltre alla crisi econonica e sociale con fame e miseria diffusa,  siamo ancora nel 1932, ma il fascismo sta per manifestare la sua faccia più feroce: le leggi razziali, la violenza squadrista, il controllo della polizia segreta fatto di delazioni e ricatti, la soppressione degli oppositori politici, l’alleanza con il nazismo, la Seconda Guerra Mondiale che si avvicina. Sono certa che Ricciardi avrà ancora molto da dire.

:: Recensione di La mano destra del diavolo di Dennis McShade (Voland, 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 gennaio 2013

La mano destra del diavolo di Dennis McShadeLa mano destra del diavolo (Mão Direita do Diabo, 1967), Requiem Para D.Quixote e Mulher e Arma com Guitarra Espanhola compongono una trilogia crime che a prescindere dalle indubbie qualità letterarie è interessante soprattutto per le modalità con cui fu scritta. L’autore, Dinis Machado, giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale, e caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin”, per poter pubblicare questi tre libri, scritti su commissione mentre lavorava per la casa editrice Ibis curando la collana Rififi che traduceva autori stranieri, dovette adottare lo pseudonimo di Dennis McShade fingendo che le opere fossero state scritte e ambientate nella scandalosa e immorale America e semplicemente tradotte in Portogallo, tutto per poter sfuggire alle implacabili maglie della censura in atto durante la dittatura di Salazar. Il poliziesco, il noir con il suo potere destabilizzante che scaturisce dal raccontare i lati oscuri di una società che si vorrebbe luminosa, ottimistica e senza macchia, e invece nasconde ogni sorta di crimini, vendette, corruzioni, ingiustizie e contraddizioni, è stato sempre visto dalle dittature come un pericolo, una vera e propria aperta minaccia all’ordine costituito ed è interessante notare come la lotta, l’opposizione civile abbia assunto vie ingegnose e ricche di espedienti per manifestarsi. In questa dimensione La mano destra del diavolo è un’ opera politica, un atto di denuncia contro la dittatura europea più lunga del Novecento, che durò dal luglio del 1932 al settembre del 1968 e merita per questo un’analisi più scrupolosa e attenta ai rimandi e ai sottintesi. La mano destra del diavolo è un libro solo apparentemente semplice e lineare. L’apparente struttura narrativa mutuata dall’hardboiled americano oltre a servire da maschera per le ragioni già espresse, ovvero per puro mimetismo dettato dalla necessità, si presta a una trasfigurazione del genere contaminandolo con una ridda di influenze letterarie nobili, dai monologhi esistenziali alla Camus, come evidenzia Guia Boni nella sua essenziale e fulminante postfazione, allo stesso nome del protagonista evidente eco letterario del Pierre Menard di Borges, al fine di denunciare con più efficacia una società in cui prospera indisturbato un Sindacato del Crimine le cui spire mefitiche si diffondono fino all’interno del sistema, il poliziotto corrotto Nick Collins ne è emblema e specchio di questa violenza istituzionalizzata. E quale genere meglio dell’hardboiled può parlare con fluidità e naturalezza di violenza e crimine, di gente che si muove unicamente per denaro pronta a uccidere con una facilità che abbatte senza remore ogni scrupolo morale di sorta. Non è semplice imitazione, Dinis Machado non  produce un duplicato più o meno scadente o una parodia del genere, ma ne estrapola i temi e i meccanismi essenziali per metterli a servizio della sua visione esistenziale dandogli una profondità inusuale. Peter Maynard il protagonista indiscusso, narratore in prima persona di questa tragedia vissuta come una lungo e concatenato atto di vendetta che si trasforma in giustizia, è a differenza degli hardboiled classici, che scelgono la figura dell’investigatore privato come propulsore dell’azione, un sicario, un assassino a pagamento, un uomo per cui la morte è una necessità, che si trasforma in giustiziere per portare a termine uno dei tanti incarichi che gli vengono affidati. L’inizio ci riporta alla classica apertura e alle atmosfere chandleriane del Grande sonno quando Marlowe incontra il vecchio generale Sternwood: Peter Maynard e il suo socio Lucky Cassino incontrano il miliardario T.R. Douglas che dopo otto anni dalla morte della figlia decide che è giunto il momento di vendicarla e far uccidere i quattro uomini che la violentarono portandola al suicidio. Peter Maynard accetta e incassa la prima rata di 40.000 dollari, altrettanti ne riceverà a lavoro ultimato e si mette sulle tracce di questi “virtuali” assassini. Tracce che lo porteranno in Messico, a San Fransisco, a Chicago, di nuovo a New York in un intrecciarsi si fughe e inseguimenti perché il Sindacato del Crimine non tollera che un anarchico come Maynard vada in giro a uccidere la gente senza il suo permesso. Maynard è implacabile, efficiente come la mano destra del diavolo, trova le sue vittime, le interroga per farsi dare informazioni utili al ritrovamento degli altri e le uccide fino a che l’ultimo della lista non è esattamente chi credeva che fosse. Traduzione e postfazione di Guia Boni.

Dennis McShade pseudonimo di Dinis Machado (1930-2008). Nato a Lisbona, è stato giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale e autore di sceneggiature. È stato anche caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin” sulle cui pagine sono uscite per la prima volta le avventure di Corto Maltese. Nella sua produzione letteraria da ricordare soprattutto O que diz Molero, uscito nel 1977, libro che ebbe un successo clamoroso di pubblico e di critica.

:: Recensione di La borsa e la vita di Anders Bodelsen (Iperborea, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 dicembre 2012
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Borck chiuse gli occhi e rivide la scritta rossa “panetteria cooperativa”. Il tempo della perduta innocenza, pensò. Settembre. L’insegna al neon era ancora illuminata quando si svegliava al mattino. Di solito veniva accesa circa un’ ora dopo il suo ritorno dalla banca, mentre riposava davanti al bicchierino pomeridiano, un piccolo lusso che si era concesso negli ultimi anni. Spesso accompagnato da una musica spagnola, greca, araba suonata dal suo giradischi. Una sorta di evasione mentale in paesi lontani, esotici, mentre adesso al contrario, non voleva andare in nessun posto. Avrebbe voluto soltanto tornare indietro nel tempo, a prima di avere compiuto certi passi fatali, quando avrebbe potuto ancora cambiare in meglio la sua vita, trovare la felicità, nonostante tutto.

Copenaghen, luglio 1968. I venti caldi del maggio francese giungono fino nell’algida e compassata Danimarca portando con sé contestazione, ribellione, rottura dei tabù sessuali, rifiuto delle rigide regole sociali, e proprio in questa atmosfera di radicali cambiamenti e di anarchia Flemming Borck compie le sue scelte fino a spingersi ad un punto di non ritorno.
Già protagonista di Pensa un numero, uscito sempre per Iperoborea l’anno scorso, Flemming Borck è un eroe anomalo, quint’essenza del common man, del ligio cassiere di banca banale, del cittadino rispettoso della legge anonimo, timoroso, insignificante, che diventa all’improvviso un “criminale”.
Ladro per caso, assassino per necessità Borck si ritrova al di là delle leggi morali, della normalità consueta, nella scivolosa e sconosciuta terra del crimine, ricattato da un vero delinquente, il folle e visionario Sorgenfrey, e dalla sua ex donna e complice. Alice, che per convincerlo a compiere una rapina nella sua banca rapisce David il figlio di Miriam, cassiera della stessa banca, e sua amante.
Ecco in breve la trama di La borsa e la vita (Pengene og livet, 1976) di Anders Bodelsen, tradotto dal danese da Karen Tagliaferri e pubblicato da Iperborea nella collana Ombre.
Anders Bodelsen, uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta, si guadagna assieme a Gunnar  Staalesen il mio personale podio del noir scandinavo e se leggerete i suoi libri sono certa concorderete con me che per complessità e originalità emerge chiaramente dalla folla più o meno variegata che popola le librerie.
Innanzitutto il sapore vintage, (fu scritto nel 1976), contribuisce ad accrescere il suo fascino, poi ciò che ho apprezzato maggiormente è senz’altro il rifiuto dei più triti luoghi comuni in favore di un’ originale freschezza narrativa e un pizzico di sana anarchia.
Flemming Borck, il protagonista, non è un eroe, anzi è ciò che più si discosta da come idealmente ce lo raffiguriamo un eroe. Il bene e il male per lui non comportano scelte morali di fondo. Umanamente non è irreprensibile, nè coraggioso, nè altruista, né possiede alcuna qualità ed è proprio questa sua scolorita mediocrità che lo rende reale e verosimile, pure nelle sue scelte estreme e certamente non condivisibili. Uccide un poliziotto, pur non essendo un uomo violento, beffa e deruba un rapinatore, va a letto con Alice, pur non essendone innamorato attratto dal pericolo, fugge in Tunisia, viene ricattato, minacciato, trasformato in complice, e sempre prova nostalgia per la vita di prima.

Nessun profumo si sprigionava dalla notte e Borck pensò con nostalgia alle notti di settembre in Danimarca, con il loro odore di terra, frutti e fumo di legno.

E’ proprio il dubbio e la contraddittoria incertezza se rimpiangere davvero o no la rassicurante normalità abbandonata costituiscono la chiave di volta del libro, il suo nucleo più profondo. Rilevante il passaggio in cui Anders Bodelsen scrive:

Due concetti gli si affacciarono alla mente, ma Borck preferì tenerli per sé. Uno era “la vita di ogni giorno” e l’altro “L’innocenza”. Due dimensioni che non gli appartenevano più. Due modi di vivere che non si era accorto di amare. Finché non li aveva perduti. Ma era proprio certo che avrebbe continuato ad amarli se li avesse recuperati? L’innocenza sì. Ma la vita di ogni giorno?

Tenerissimo il rapporto che lega il protagonista con David, il figlio di 4 anni di Miriam, con i quali cerca di ricreare una famiglia “normale”. Toccante e divertente quando Borck ruba l’alberello di Natale fingendo di essere inseguito dalla polizia. Bellissimo. 

Anders Bodelsen  prolifico autore danese nato nel 1937, è uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta. I suoi thriller esplorano le ripercussioni sociali del materialismo, le contraddizioni della classe media, e spesso colgono persone comuni spinte a varcare i confini della moralità. Pensa un numero (Iperborea, 2011), uscito per la prima volta nel 1968 è il suo romanzo più famoso, tradotto in un film con Bibi Andersson e poi nel remake americano L’amico sconosciuto (1978) con Elliot Gould. La borsa e la vita è un classico della letteratura danese del 1976, pubblicato in Italia due anni più tardi. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gabriella dell’Ufficio stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Cogan di George V. Higgins (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2012

cogan rStoria criminale, realistica e violenta, retta da un flusso interminabile di dialoghi e quasi totalmente priva di descrizioni di ambienti o personaggi, fatta eccezione forse per le scene della rapina alla bisca, del pestaggio di Trattman, o dell’arresto di Russell da parte della narcotici, Cogan (Cogan’s Trade, 1974) del procuratore distrettuale del Massachussetts prestato alla letteratura George V. Higgins, già autore del ben più celebre Gli amici di Eddy Coyle, tradotto per Einaudi da Cristiana Mennella a cui è toccato il difficilissimo e oserei dire improbo compito di rendere in italiano il linguaggio gergale della malavita bostoniana degli anni 70, è un romanzo narrato in terza persona, in cui si alternano le voci dei personaggi che di volta in volta accrescono il tessuto narrativo facendo cambiare prospettiva e profondità all’azione e dando vita ad un quadro di insieme sempre più focalizzato.
La trama scarna ed essenziale, infatti, la si ricostruisce estrapolando stralci di conversazione di gente che ama parlare o meglio sentirsi parlare, di piani da attuare per fare il colpo che darà una svolta alla vita, dei loro anni in carcere, delle loro donne, delle persone da pestare, delle malattie degli amici, intercalando parolacce continue che col tempo si trasformano da folklore gergale in impotenza e fallimento.
Jackie Cogan, personaggio che da il titolo al romanzo, è un vero duro, un gangster al servizio della mafia di Boston, decisamente più sveglio e intelligente della maggior parte dei delinquenti di mezza tacca che lo circondano. A lui toccherà il compito di riportare l’ordine “mafioso” in città quando tre balordi, avanzi di galera con il quoziente intellettivo di una gallina, Amato, Frankie e Russell, avranno la malaugurata idea di rapinare la bisca di Mark Trattman, sotto il controllo dei boss. In un mondo dove ognuno deve stare al suo posto, è inammissibile che qualcuno voglia infrangere le regole mettendosi contro al consolidato potere criminale che governa la città, gerarchicamente strutturato e da tutti i delinquenti accettato.
Jackie Cogan comunque ha i suoi metodi per far rispettare la legge del più forte e grazie ai suoi informatori ci mette ben poco ad individuare il terzetto, anche se prima ritiene saggio e giusto eliminare Trattman, per avere anni prima commissionato una finta rapina ad una sua propria bisca. Questa volta è pulito, non centra affatto ma dargli una lezione serve di esempio, di monito per tutti gli altri e permette all’ organizzazione di continuare i suoi traffici indisturbata.
Cogan frutto dell’esperienza diretta di Higgins, che ha avuto modo di conoscere bene il sottobosco criminale bostoniano grazie al suo lavoro di procuratore distrettuale, è un romanzo che unisce un’ iperrelaistica oggettività narrativa, quasi di stampo documentaristico, al suo contrario, ogni punto di vista è soggettivo e personale, ogni personaggio parla di sé, di come vede il mondo, di come percepisce i rapporti di forza, la sfortuna che si abbatte inesorabile e mai è percepita come stupidità, l’incapacità di svincolarsi dalle leggi del gruppo che sovrastano tutti come una cappa nera di fato omerico.
Higgins da narratore esterno, registra ogni dialogo, con freddezza quasi con distacco, senza esprimere pareri morali o critiche sociologiche, si limita a riportare le voci stonate quasi un sottofondo esasperato fatto solo di rumore, a volte denso di nonsense, dei piccoli delinquenti che si muovono sulla scena alle prese con la fatica del vivere, alle prese con la loro moralità, il loro senso di giustizia distorto, sicuramente strettamente correlato all’utilità e agli affari, ma tuttavia presente, (l’avvocato chiede a Cogan perché uccidere Trattman se questa volta non ha fatto niente), con la loro percezione del crimine e della violenza come ineluttabile necessità.
Anche Cogan, il sicario a cui Dillon subappalta il lavoro per motivi di salute, non ha una valenza epica o leggendaria, è solo uno che il suo lavoro lo sa fare meglio degli altri, uno che eredita e subentra al precedente uomo di fiducia dei boss e alla fine pretende di essere pagato di più.
Crime novel scevra di ogni sentimentalismo, dal ritmo asciutto, trova il suo punto di forza nella capacità di descrivere un mondo attraverso le voci dei personaggi, in dialoghi, certo immaginati, ma che riflettono, con aderente autenticità, la violenza, la meschinità, la pochezza, e la quotidianità di vite davvero vissute.
Senza il film, che ha come star Brad Pitt, probabilmente questo romanzo non avrebbe trovato mercato, almeno in Italia, ma consola pensare che sarà forse l’occasione di conoscere l’intera produzione di George V. Higgins, bene 27 romanzi e 2 raccolte di racconti oltre alla produzione non fiction, autore sottovalutato e oscuro, maestro addirittura di Elmore Leonard.

George V. Higgins (1939-1999), giornalista di nera poi procuratore distrettuale, ha scritto una trentina di romanzi e due raccolte di racconti. È entrato nella storia della letteratura poliziesca con il romanzo Gli amici di Eddie Coyle, da cui è stato tratto l’omonimo film di Peter Yates con Robert Mitchum. Da Cogan, originariamente pubblicato nel 1974 (e pubblicato da Einaudi Stile libero nel 2012) Andrew Dominick ha tratto l’omonimo film con Brad Pitt.

:: Recensione di Il ragazzo senza storia di Ross Macdonald (Polillo Editore – collana I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

15 dicembre 2012

Il ragazzo senzaIl ragazzo senza storia (The Galton Case, 1959) di Ross Macdonald, traduzione di Giovanni Viganò, è l’ ottavo libro della serie dedicata all’investigatore privato Lew Archer, personaggio che compare in altri diciassette romanzi e nella raccolta di racconti Il mio nome è Archer (The Name is Archer, 1955) pubblicata nel 1978 nella collana Oscar del Giallo Mondadori con il numero 29 e tradotta da Lia Volpatti.
L’investigatore privato Lew Archer viene assunto dall’ avvocato Gordon Sable per mettersi alla ricerca di Anthony Galton, l’erede di una grande fortuna ancora nelle mani della madre Maria Galton, una vecchia signora un po’ eccentrica tormentata dai sensi di colpa per aver scacciato il figlio tanti anni prima per avere sposato una donna di bassa estrazione, giudicata un’ arrampicatrice, dalla quale aspettava un figlio. Prima di morire la donna vuole fare pace con il suo passato così proprio lei incarica il suo avvocato Gordon Sable di assumere Archer, ostinatamente convinta che il figlio sia ancora vivo.
Archer pur convinto che sia un caso senza speranza e che dopo tutti quegli anni Galton sia probabilmente morto o nella migliore delle ipotesi non voglia farsi trovare, accetta e interrogando Cassie Hildreth, una lontana parente e dama di compagnia dell’anziana signora Galton, un tempo innamorata di Anthony Galton, scopre delle tracce che lo conducono a San Francisco dove l’uomo viveva con la moglie e il figlio a Luna Bay. Qui ad attenderlo un mucchio di ossa di uno scheletro decapitato e un ragazzo che afferma di essere il figlio di Anthony Galton.
La somiglianza straordinaria con Galton padre, la testimonianza del medico che l’ha fatto nascere, il certificato di nascita, tutto conferma che il ragazzo sia davvero il nipote ed erede di Maria Galton, ma se fosse un impostore? se ci fossero implicati nel raggiro degli autentici criminali? questi sono i dubbi che assillano Archer quando consegna il ragazzo alla vecchia signora, che lo accoglie con grande calore pronta a cambiare il testamento in suo favore.
Così quando il Dr. August Howell, medico di famiglia di casa Galton e curatore testamentario del patrimonio, vedendo la figlia Sheila infatuata del ragazzo, e giudicandolo senza dubbio un impostore, gli propone di smascherarlo Archer accetta e prosegue le indagini che lo porteranno ad accorgersi di essersi sbagliato, che la verità è ben più assurda e contorta di qualsiasi ipotesi formulata dalla sua intuizione investigativa.
Considerato da Macdonald stesso il suo romanzo migliore, Il ragazzo senza storia, gìà pubblicato in Italia nel 1960 con il titolo A un passo dalla sedia nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 581, è senza dubbio uno dei grandi capolavori della letteratura hardboiled, che trae ispirazione da Sofocle, come lo stesso autore afferma e alcuni critici hanno rilevato, vedendo la tragedia di Edipo come nucleo centrale di molte sue opere. Anche in Il ragazzo senza storia troviamo un ragazzo alla ricerca della propria identità e coinvolto, non del tutto innocente, in una storia in cui il passato sembra deciso a non restare sepolto per sempre, e gli atti, i crimini commessi anche parecchio tempo prima si ripercuotono sul presente.
A mio avviso non solo Sofocle ha influenzato Macdonald ma anche Shakespeare, soprattutto se consideriamo i parallelismi tra l’Amleto e questo romanzo in cui la componente psicologica determina un gioco di specchi e un ribaltamento dei ruoli dove quasi nessuno è chi si crede che sia, per lo meno non solo il presunto impostore John Brown / Theo Fredericks, ma anche l’avvocato Sable e sua moglie Alice, o l’ex-moglie di Peter Culligan, il cameriere dalla faccia patibolare di Sable, trovato ucciso quasi all’inizio del romanzo e la cui morte si collega strettamente con la vicenda principale.
La complessità della trama non deve spaventare perché la storia fluisce del tutto logicamente, non essendo intenzione dell’autore ingannare il lettore, ma semplicemente dimostrare che spesso i personaggi apparentemente innocui nascondono un volto oscuro ben peggiore dei delinquenti dichiarati, come possono essere i fratelli Roy e Tommy Lemberg.
Una curiosità, il romanzo diventerà presto un film, avendone la Warner Bross acquistato i diritti cinematografici  e avendone affidato la sceneggiatura a Peter Landesman. Dopo Detective’s Story (Harper del 1966) e Detective Harper: acqua alla gola (The Drowning Pool del 1975) in cui un spiegazzato e ironico Paul Newman portò Lew Archer per la prima volta sullo schermo, avremo così modo di vedere ricostruita la California dei tardi anni 50. Spero che la regia l’affidino a Curtis Hanson, con LA Confidential fece un buon servizio al romanzo di James Ellroy.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Oltre a The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., i suoi romanzi più celebri sono The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre – I Mastini n. 4), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: La ragazza del Sunset Strip di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2012

ragazza sunset“Vuoi dire che sono stati loro a ucciderlo?” chiese Amanda sbigottita.
“Non loro, la loro rispettabilità. Sai che cos’è? No, sei troppo giovane, non puoi saperlo. Un tempo tutti tenevano in grandissimo conto la rispettabilità, oggi invece la parola è quasi priva di significato perché un concetto troppo lontano dalla realtà. Ormai se ne sono accorti quasi tutti: questa scoperta, che è già costata la vita a Gerald Dawson, adesso distruggerà anche quella di sua moglie e di suo figlio”.
“Il senso del decoro” azzardò Amanda.
“No, non decoro, ma rispettabilità”. Dave rimase un attimo ad osservare Delgado che toglieva dal fuoco le fette di bacon e buttava in padella le uova sbattute. “L’importante non è quello che sei, ma quello che i vicini pensano di te. Solo che adesso i vicini di casa non esistono più, e , anche quando esistono, non si occupano certo di te, ma dei fatti loro”.

La ragazza del Sunset Strip (Skinflick, 1979), traduzione dall’inglese di Maria Luisa Vesentini Ottolenghi, 5° romanzo della serie Dave Brandstetter Mysteries, fu pubblicato a New York da Holt Rinehart & Winston. In Italia arrivò pochi anni più tardi, nel 1981, grazie a “Il Giallo Mondadori” con lo stesso titolo scelto da Elliot edizioni che, dopo Scomparso e Atto di morte, ci porterà tutti i dodici romanzi dedicati da Joseph Hansen al suo più celebre investigatore assicurativo.
Joseph Hansen, a mio avviso uno tra i grandi maestri del genere hardboiled, scelse la California e prevalentemente Los Angeles come scenario per le sue storie che vedono come indiscusso protagonista Dave Brandstetter, investigatore privato dichiaratamente gay al servizio di una agenzia assicurativa, ricco quando basta da poter vivere senza lavorare, se solo lo volesse, o abitare in una mega villa di quelle che scintillano al sole di Los Angeles. Sobrio, sbarbato di fresco, educato, sempre con una camicia pulita, moralmente onesto, amante degli uomini, sembra infrangere uno ad uno gli stereotipi che caratterizzano l’investigatore classico e proprio per questo con caparbia originalità si è conquistato un posto di assoluta unicità nel genere. Dave Brandstetter è indubbiamente una persona più che un personaggio, e questo poche volte avviene nella storia della letteratura. Joseph Hansen oltre che romanziere è soprattutto un poeta, la cui liricità mai sentimentale, mai sdolcinata, arricchisce le sue pagine “poliziesche” di una eleganza e di una bellezza evocativa e profonda.
La ragazza del Sunset Strip ci porta nel lato più buio, e ben poco glamour, della Los Angeles fine anni Settanta, fatto di droga, pornografia, prostituzione, motel di second’ordine pieni di piatti sporchi, cinematografi a luci rosse, set di film porno dove si girano pellicole senza valore per campagnoli senza il senso dell’umorismo, sexy shop e locali equivoci, un mondo in cui squallore e corruzione fanno da contraltare al lato rispettabile ed edificante, ai surfisti abbronzati e atletici che popolano le dorate spiagge affacciate sull’oceano, ai probi uomini e donne frequentatori delle innumerevoli chiese che popolano la città che a volte si trasformano in vigilantes contro il vizio e la depravazione. Ed è a quest’ultimo genere che appartiene Gerald Dawson, commerciante di materiale cinematografico, trovato ucciso con il collo spezzato davanti al portico di casa.
Accusato dell’omicidio Lon Tooker, proprietario di una libreria per adulti Keyhole, oggetto dei raid punitivi contro il vizio proprio di Dawson. Il dubbio che a commettere il delitto siano stati proprio i beneficiari della polizza assicurativa sottoscritta da Dawson chiama in causa Dave Brandstetter, che inizia a indagare sentendo che niente è quello che dovrebbe essere. Gerald Dawson non è l’integerrimo paladino della probità e moralità, Lon Tooker non è un depravato violento, assetato di vendetta, moglie e figlio non sono così limpidi come sembrano arrivando a considerare la rispettabilità ben più importante della ingiustizia di vedere pagare un innocente per un delitto che non ha commesso. Poi, anche grazie all’aiuto di Randy Van, un travestito che sembra aver fatto breccia nel cuore di Dave Brandstetter, a cui Hansen dedica una scena di grande tenerezza, le tracce portano verso una prostituta scomparsa Charleen Sims, probabile testimone del delitto, l’unica che sa veramente come le cose siano andate.
Forse il più violento dei romanzi dedicati a Dave Brandstetter letti da me finora, e per i temi trattati decisamente il più amaro e crudo, La ragazza del Sunset Strip conferma le doti narrative di Hansen, su tutte la capacità di ricreare l’atmosfera anni Settanta, la cura per i dettagli delle ambientazioni, la scrittura poetica e dolente, l’abilità di caratterizzare i personaggi da piccoli particolari, non solo i principali, come per esempio il vecchio guardiano che offre il caffè a Dave Brandstetter con le sue dita artritiche e i gesti lenti ma precisi, o il vecchio padre di Charleen Sims che fa il rappresentante Avon e mangia purè di patate in una casa povera e spoglia.
Tra scambi di persona, rapimenti, orge a base di sesso e droga, ricatti organizzati da soci di affari, la storia si dipana alternando brutali aggressioni a sprazzi di umorismo, caratterizzati da una vena di tristezza che fa arrivare il protagonista alla dolente consapevolezza che gli anni migliori sono alle sue spalle. Ormai Hansen si sta conquistando un posto tutto suo tra le mie letture preferite di sempre.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.