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Donne senza paura di Marta Breen e Jenny Jordahl (Tre60, 2019) a cura di Elena Romanello

11 novembre 2019

marta-breen-donne-senza-paura-9788867025091-2-300x409In questi ultimi anni sono uscite varie graphic novel sul femminismo e sulle donne importanti della Storia, spesso organizzate tramite i ritratti dei singoli personaggi: quello che rende differente Donne senza paura rispetto agli altri titoli usciti è invece il raccontare per immagini il movimento di liberazione della donna, attraverso le varie fasi degli ultimi duecento anni.
Si parte raccontando infatti la condizione femminile nell’Ottocento e come all’inizio il movimento femminista fosse legato a quello che lottava contro la schiavitù dei neri, con personalità come Elizabeth Cady Stanton, Lucrezia Mott, Harriet Beecher Stowe e le afroamericane Harriet Tubman e Sojourner Truth, ex schiave loro stesse.
Il libro ricorda poi le battaglie della rivoluzionaria francese Olympe de Gouges, autrice della dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine, finita sulla ghigliottina perché scomoda e poi si concentra sulla lotta delle suffragette, a cominciare da Emmeline Pankhurst, tra scontri e oppressione, finché non cominciarono ad ottenere nel Regno Unito e poi man mano in giro per il mondo il diritto di voto.
Donne senza paura porta poi per un attimo in Iran, dove ricorda la storia di Tahirih, femminista e martire per la causa in un Ottocento orientale non diverso dalla condizione odierna. Si ritorna quindi in Occidente, con i legami tra femminismo e socialismo, ricordando la vicenda di Rosa Luxemburg, finita tragicamente come quella di Tahirih.
Il femminismo si è battuto poi anche per l’integrità del corpo femminile, e la graphic novel arriva a parlare di Margaret Sanger, infermiera e pioniera dell’educazione sessuale e della divulgazione dei metodi di controllo delle nascite, dai primi tentativi alla pillola inventata dal dottor Pincus.  Legato al discorso della contraccezione c’è anche quello del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, che Donne senza paura ricostruisce partendo in particolare dalla situazione statunitense e non dimenticando gli attacchi ancora di oggi a questo diritto.
In Donne senza paura trovano poi anche spazio i capi di stato donne, le lotte per i diritti degli omosessuali e lesbiche, strettamente legati al femminismo, la storia di Malala e le lotte contemporanee, a cominciare da quella del movimento #Metoo.
Un testo illustrato agile, che colpisce, per il pubblico di tutte le età, capace di parlare di tematiche modernissime, sacrosante e non abbastanza trattate, in un mondo in cui comunque, anche vicino a noi, troppo spesso i diritti delle donne sono messi in discussione. Non ci sono mai abbastanza libri in tema, e il linguaggio della graphic novel si dimostra ancora una volta efficace e coinvolgente, parlando di battaglie in cui furono e sono coinvolte tante donne e ragazze, tante storie che confluiscono in una sola che continua.

Marta Breen (1976) è autrice di numerosi libri di saggistica. Insieme a Jenny Jordahl ha già pubblicato nel 2015 Lettera F. 155 ragioni per essere una femminista, premiato dal Ministero della cultura norvegese, e nel 2016 il best seller Le 60 donne che avresti dovuto conoscere.

Jenny Jordahl (1989) è un’illustratrice pluripremiata, fumettista e blogger. Oltre ad aver collaborato con Marta Breen a diversi progetti editoriali, ha esordito come autrice nel 2017 con il libro illustrato Hannemone og Hulda.

Provenienza: libro preso in prestito nelle Biblioteche civiche torinesi.

L’edizione 2019 di Lucca Comics & Games a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2019

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Dal 30 ottobre al 3 ottobre torna Lucca Comics & Games, la più importante kermesse italiana dedicata ai fumetti e alla cultura nerd e una delle più importanti a livello mondiale, insieme al Komiket di Tokyo, alla Comicon di San Diego a alla fiera del fumetto di Angouleme.
Per quattro giorni, si spera con un tempo clemente, il centro storico della città toscana delimitato dalle mura si animerà di eventi, stand, cosplayer, parate, conferenze, musica, proiezioni, per raccontare tutta una serie di immaginari disegnati e raccontati con tutti i mezzi possibili, letteratura, cinema, serie TV, giochi, fumetti, che ormai hanno conquistato più generazioni.
In piazza Napoleone e piazza del Giglio tornano le varie realtà editoriali fumettistiche, mentre la zona di piazza San Francesco ospita la Japan Town, manga, anime ma anche cultura giapponese, l’area di piazza San Frediano l’area per bambini, corso Garibaldi gli spazi sul fumetto usato e da collezione, il padiglione Carducci libri e giochi di ruolo, le mura il palco e le parate in cosplay a tema, dallo steampunk a Game of thrones, da Star Wars Labyrinth. Ci saranno inoltre gli spazi tematici di singole case editrici e realtà, come Bonelli, Star Comics, Panini, Lego, Funko Pop.
Il programma è davvero intenso, sotto il poster di Becoming Human realizzato in stile steampunk dall’illustratrice Barbara Baldi a cui è dedicata una delle mostre.
Si festeggeranno i quarant’anni del romanzo La storia infinita con una dimostrazione di artisti nell’area perfomance del padiglione Carducci: le tavole realizzate verranno messe all’asta a scopo benefico il 3 novembre pomeriggio. Ad un anno della scomparsa dello scrittore William Goodman, autore de La storia fantastica, in originale The princess bride, la casa editrice Marcos Y Marcos, al suo debutto a Lucca, realizzerà uno spazio in tema e ci sarà anche come ospite Eugenio Marinelli, doppiatore nel film del leggendario Inigo da Montoya.
Continua la collaborazione tra Lucca Comics e il Salone del libro, con vari incontri, per parlare di restare umani, del male, del gioco, con ospiti quali Nicola Lagioia, Valeria Parella, Luis Royo e Vanni Santoni.
Fanucci editore porta in fiera varie novità, tra cui una nuova edizione della saga La ruota del tempo di Robert Jordan illustrata da vari disegnatori italiani, tra cui Paolo Barbieri, volto fisso in fiera e gli autori Daniel Abraham e Ty Frank, in arte James S. A. Corey, ideatori del fantastico universo della saga The Expanse.
Torna a Lucca Comics anche Andrzej Sapkowski, autore della saga di The Witcher, che debutterà nei prossimi mesi. Spazio anche per l’Associazione italiana studi tolkeniani, che parlerà della nuova traduzione de Il signore degli anelli, con tra gli altri il disegnatore Emanuele Manfredi.
Doverosi due tributi a Stan Lee e Monkey Punch, recentemente scomparsi, così come una mostra per gli 85 anni di Paperino con l’autore Don Rosa, mentre dal Giappone arrivano Hirohiko Araki, autore de Il pazzo mondo di Jojo e Rokuda Noburo, l’uomo dietro a Gigi la trottola. Ci saranno inoltre Zerocalcare, che presenterà lo spettacolo teatrale ispirato a Kobane Calling, mai così attuale come in questo momento, dalla Francia Alex Alice autore del meraviglioso Il castello delle stelle uscito per Mondadori, Chris Claremont della saga degli X-Men e in particolare della storia di Fenice Nera, Cliff Chiang che con Bao Publishing presenta la conclusione della saga di Paper Girls, una storia al femminile che riecheggia le atmosfere di Stranger Things, ed è venuta comunque prima.
Tanto anche lo spettacolo, con cosplayer e musica, con nomi storici come gli Oliver Onions, Cristina d’Avena e Giorgio Vanni, oltre che karaoke e momenti sul doppiaggio e d’animazione con famosi nomi del mondo cosplay.
Non mancano le mostre, tra cui spiccano, oltre a quelle già citate, un tributo alle origini dei manga con Hokusai, i 40 anni di Mazinga in Italia, i memorabilia de I cavalieri dello zodiaco, e Armand Baltazar, illustratore e concept artist, autore del libro illustrato Timeless e ospite nello stand de Il Castoro editore.
Uno degli ospiti d’onore sarà Patrick Stewart, l’indimenticabile capitano Picard di Star Trek The Next Generation, presto protagonista di una serie tutta sua, mentre dal mondo di Game of thrones arriverà Ross Mulan, il White Walker dell’esercito dei morti. Ci sarà inoltre una maratona notturna di serie DC Comics, l’anteprima dei primi due episodi della serie BBC His dark materials dal romanzo di Philip Pullman, la presentazione del kolossal fantascientifico italiano Creators the past, le uscite di Terminator destino oscuro Doctor Sleep dal romanzo di Stephen King, seguito di Shining, e l’anteprima dell’anime I figli del mare dal manga di Daisuke Igarashi.
Saranno insomma cinque giorni intensi. Per mappe, programma completo, regole di sicurezza e ulteriori informazioni visitare il sito ufficiale della manifestazione.

Isabel Allende a Torino per Aspettando il Salone a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2019

KODAK Digital Still Camera

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro per Feltrinelli, Lungo petalo di mare che racconta le vicende dei richiedenti asilo sul piroscafo Winipeg nel 1939, la scrittrice Isabel Allende ha incontrato a Torino il pubblico, intervistata da Rosella Postorino, parlando del libro e della sua vita.

Lungo petalo di mare racconta una vicenda di ottant’anni fa, ma sembra che parli del nostro tempo, dell’immigrazione e dei richiedenti asilo, attraverso la vicenda di un gruppo di spagnoli in fuga dalla Spagna di Franco. Conoscevi questa storia da molto tempo, grazie ad una persona che era sul piroscafo Winipeg  e che ha ispirato il personaggio di Victor, come mai la racconti solo oggi?

Conosco infatti la storia del Winipeg da quarant’anni, Victor Rey me la raccontò in Venezuela allora, dove vivevo in esilio dopo essere fuggita dal Cile dopo il colpo di stato di Pinochet. Ne parlo oggi perché il tema dei rifugiati è di attualità adesso, e grazie a Victor ho avuto modo di conoscere dettagli che non ci sono scritti da nessuna parte, sul cibo, su come soffrivano il freddo, sul terrore, sul senso di allontanamento dalla propria patria. Ho tenuto una corrispondenza con lui mentre scrivevo il libro e Victor è morto sei giorni prima che gli potessi mandare il manoscritto, aveva 103 anni ed era lucido.

Nel libro si racconta di questo gruppo di rifugiati spagnoli che scappano dalla dittatura, vanno in Francia dove vengono respinti e chiusi in campi di prigionia, poi grazie a Pablo Neruda arrivano in Cile, dove però trovano difficoltà, a causa della crisi economica ma anche dell’atteggiamento della Chiesa cattolica, che li vedeva come atei, comunisti, anarchici e violentatori di suore. 

Queste cose sono vere, certo, ma va detto che invece la popolazione cilena accolse i rifugiati a braccia aperte, e oggi i loro discendenti sono musicisti, artisti, filosofi, scienziati e hanno dato un apporto al Cile enorme. Purtroppo oggi non succede più questo con i nuovi profughi e rifugiati.

Nel libro ad un certo punto il destino di Victor viene scelto quando soccorre con un massaggio cardiaco d’urgenza salvandolo un giovanissimo soldato, facendo vedere quanto la vita sia fragile ma anche meravigliosa, e come le cose belle possano capitare anche quando non le si è scelte.

La vita di Victor è sempre molto fragile, rischia più volte ma si salva sempre e quell’atto sul cuore di quel ragazzo è un simbolo dell’amore che ha per sé e per gli altri, ma credo che queste siano interpretazioni da critiche, ai lettori piacerà la vicenda nel suo complesso.

Lungo petalo di mare parla di un’identità spezzata, dello sradicamento, ad un certo punto Carmen, la madre di Victor, si chiede dove sarà sepolta, in un’angoscia di sentirsi divisi e di non appartenere a nessun posto.

Il problema di quando si deve fuggire e andare in un altro Paese è il doversi creare nuove radici: anche per me è così, non ho radici da nessuna parte, sono nata in Perù, ho vissuto pochi anni in Cile, poi sono scappata in Venezuela e adesso abito negli Stati Uniti. Comunque quando mi chiedono di dove sono dico che sono cilena. Il Cile ha un magnetismo speciale, anche in un momento difficile come questo, e infatti c’è gente che ci va e ci resta. I passeggeri della Winipeg erano stati messi infatti in guardia dalle donne cilene, molto affascinanti e autoritarie, e del resto anch’io ho detto questo al mio nuovo marito come prima cosa, che sono molto autoritaria e non cambio.

Stiamo assistendo ad un momento difficile per il Cile, tra manifestazioni e repressione della polizia, che non può non ricordare eventi passati ma sempre presenti nella memoria.

Il Cile fino a qualche tempo fa appariva come un Paese stabile e in crescita economica, ma le statistiche non tengono mai conto delle disuguaglianze sociali. L’un per cento della popolazione detiene il 26 per cento della ricchezza e il 10 per cento, compreso l’uno di sopra, il 60 per cento della ricchezza. Per gli altri ci sono solo ingiustizie e povertà, è un sistema economico che non funziona e deve cambiare, e mi fa piacere che i giovani siano in prima fila. Tutte le rivoluzioni, da quella francese a quella russa, sono state causate dalla diseguaglianza più che dalla povertà: se tutti sono poveri ci si accontenta, ma se pochi hanno tutto la situazione è insostenibile.

Nel libro è fondamentale il tema della memoria.

Vero, è un romanzo sulla memoria, che è un qualcosa che costruiamo ogni giorno, del resto la Storia è un riflesso del presente.

Nei tuoi libri si parla d’amore, ci puoi dire qualcosa della tua ultima storia sentimentale?

Mi chiedono come è innamorarsi alla mia età, ho 77 anni, ma non è che sono una mummia. Io rispondo che è come innamorarsi a 18 anni, solo che in più c’è l’urgenza di non avere più tempo da perdere, perché non so quanti anni mi possano rimanere. Ho conosciuto Roger, il mio attuale marito, a 72 anni, l’anno prima avevo divorziato da Willy, il mio precedente marito, e pensavo che non avrei più avuto altre storie con uomini. Avevo infatti comprato un piccolo appartamento dove vivere sola con il mio cane.
Un giorno ero a New York  e Roger, rimasto vedovo da un po’ di tempo, mi ha sentita in radio e per cinque mesi mi ha scritto tutti i giorni. Sono tornata in città qualche mese dopo, sono andata a cena con lui e mentre mangiava il primo credo di avergli fatto andare per traverso i ravioli chiedendogli che intenzioni aveva perché io non avevo tempo da perdere. Dopo poco è venuto a vivere con me, e ci siamo sposati qualche mese dopo.

Anche in questo tuo ultimo romanzo si parla molto d’amore, in tutti i suoi tipi, quello adolescenziale, quello duraturo, quello a cui appoggiarsi durante le difficoltà e  quello fatto di pura passione.

Oggi le nostre vite sono molto più lunghe, e in una vita possono starci più amori, e l’amore deve essere in grado di cambiare e rinnovarsi, anche per consolidarsi.

Le tue storie sono piene di personaggi femminili forti e indimenticabili, e anche questo non fa eccezione.

Rosen è diventata forte perché fin da bambina ha dovuto fare i conti con la povertà, lavorando come pastorella per mantenersi, ha conosciuto poi la guerra, ha amato un uomo che è morto e ha messo al mondo un figlio senza padre. Ofelia invece è cresciuta in una famiglia ricca, ha avuto tutto e per questo è fragile, anche perché in realtà è sempre stata succube di una mentalità patriarcale.

Tra l’altro è curioso scoprire che le donne spagnole dell’epoca fossero così emancipate.

La guerra civile spagnola aveva respinto tutta una serie di valori conservatori della Chiesa e delle forze fasciste ed erano emerse le miliziane, donne che ebbero un ruolo fondamentale nella società, rifiutando tutta una serie di ruoli e stereotipi. Rosen si sente dire quando nasce suo figlio senza padre che questo non importa, perché è spagnolo e questo basta.

I rifugiati del Winipeg arrivano in Cile grazie a Pablo Neruda, che rapporto hai avuto con questo personaggio fondamentale della cultura del Ventesimo secolo?

Neruda organizzò lui tutto per far scappare i rifugiati con il Winipeg: personalmente lo incontrai quando ero una giovane giornalista, andai a casa sua per intervistarlo, e lui mi disse che mi trovava pessima, raccontavo falsità e volevo essere al centro dell’attenzione, e che forse avrei dovuto dedicarmi alla letteratura, dove questi non erano difetti ma pregi. E forse la mia carriera di scrittrice è iniziata allora.

Samanta Schweblin a Torino per Aspettando il Salone a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2019

KODAK Digital Still Camera

La scrittrice argentina Samanta Schweblin ha incontrato il pubblico torinese, intervistata da Fabio Geda, nell’ambito della rassegna Aspettando il Salone e in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, Kentuki, in italiano per SUR. Ecco cosa ha raccontato dei suoi romanzi, paragonati al serial di culto Black Mirror, e non solo.

Sei un’argentina che vive a Berlino da diversi anni: come mai?

Sono sette anni che vivo a Berlino, tutto iniziò perché vinsi una residenza come scrittore per un anno nella capitale tedesca, nell’ambito di un progetto che mette a disposizione una borsa di studio con appartamento e soggiorno e non chiede niente in cambio. Si è trattato di un’esperienza unica, dopo un anno in mezzo ad arte e scrittura era dura pensare di tornare a una vita diversa, e per questo motivo ho deciso di rimanere a Berlino a vivere, con mio marito che era venuto con me.

Tu sei quindi a Berlino ma scrivi in spagnolo, come è questo?

E’ molto complicato, quando sono arrivata a Berlino non conoscevo una parola di tedesco e non parlavo nemmeno molto l’inglese, per cui mi sono concentrata sull’imparare quest’ultimo. Del resto vivevo come in una bolla a Berlino, e nella mia condizione potevo anche non imparare il tedesco. Però ho capito che capivo le cose a metà e vivevo a metà. A Berlino c’è una buona comunità di ispanofoni, ma parlano uno spagnolo neutro e non legato alle varie regioni e per questo motivo ho cercato di raccontare nei miei libri personaggi argentini.

In Kentuki ci sono però anche italiani, norvegesi, peruviani, oltre che argentini. Tu resti legata comunque all’Argentina, come mai?

Penso sia difficile definire cosa è argentino e cosa non. I miei primi libri di racconti sono stati scritti a Buenos Aires e sono stati percepiti come neutri nel mio Paese, mentre in Europa sono stati visti come storie molto argentine, mentre i libri successivi, scritti a Berlino, sono molto più argentini dei precedenti. Kentuki è una storia che racconta un mondo globale, anche se solo quello che ha accesso alle tecnologie.

Hai pubblicato cinque libri, due raccolte di racconti e tre romanzi, comunque brevi e agili: tu ti senti più un’autrice di romanzi e di racconti? E hai incontrato difficoltà a pubblicare racconti nel tuo Paese, tenendo conto che questo genere per esempio in Italia non è facile da proporre?

Io scrivo storie, ogni storia ha le sue regole, vengo dall’Argentina che ha una grande tradizione di racconti, ma il racconto è visto ancora come un apprendistato dell’autore, in un Paese dove ci sono tanti laboratori di scrittura ma più scrittori che lettori.

A proposito dei laboratori, in Argentina gli scrittori li aprono in casa loro, tu hai fatto questa cosa nel tuo Paese e poi di nuovo a Berlino.

Sì, è stata un’esperienza bellissima, io pensavo che questo tipo di iniziative ci fossero ovunque e ho capito dopo quanto ero stata fortunata ad avere questa opportunità. Si entra in casa degli scrittori, tra salotto e cucina e ci si confronta, e a 17 anni trovarsi ad interagire con il proprio scrittore preferito è qualcosa di incredibile e sorprendente. C’è un dibattito comunque sul fatto che si impari a scrivere in questi laboratori, non tutti hanno il talento dello scrivere, ma penso che bisogni desacralizzare la scrittura come capita con le altre arti .Si pensa che lo scrittore debba essere un genio, ma talento e genio sono in realtà uno sguardo particolare sul mondo e i laboratori possono aiutare a coltivare e migliorare questo.

Il tuo romanzo precedente, Distanza di sicurezza, aveva una tensione straordinaria, raccontando la storia di un’epidemia in un paesino dell’Argentina attraverso due bambini, ammalati in ospedale. Anche Kentuki ha suspense e colpi di scena, come quando viene raccontato l’omicidio di un Kentuki, che altro non sono che robot. Ami lo strano e il fantastico?

Sì, mi interessano molto, soprattutto quando irrompono nella vita quotidiana, quando succede qualcosa di insolito e spiazzante. Vengo da un paese in cui c’è la tradizione del cosiddetto racconto rioplatense, dal nome del fiume che scorre tra Uruguay e Argentina, racconti fantastici non con mostri, vampiri e fate, ma dove il fantastico fa parte di cose quotidiane.

I Kentuki del titolo del tuo romanzo sono robottini a forma di peluche, simili al famoso Tamatgochi di qualche anno fa, che hanno la particolarità di poter avere due utilizzi: si può acquistare un Kentuki fisicamente, ma dato che dentro ai loro occhi c’è una connessione via rete con altre parti del mondo che si può acquistare entrando in casa d’altri, e essendo quindi un Kentuki. Cosa vorresti, essere o avere?

Il bello di scrivere il romanzo è che mi ha permesso di raccontare entrambi i punti di vista, all’inizio mi piaceva l’idea di essere un Kentuki, ma anche averlo ha il suo perché, e tra l’altro mi stupisce che non ci sia ancora qualcosa del genere. I Kentuki sono anche una metafora di quello che facciamo nei social, creando interrogativi molto interessanti sulle responsabilità e su come comunichiamo.

Tra l’altro, in teoria non si potrebbe fotografare con i Kentuki, ma qualcuno aggira la questione, così come poter comunicare con loro, e c’è un personaggio che acquista varie connessioni per rivenderle, creando un mercato nero legato a loro. Dietro a questo c’è una metafora dei pericoli della tecnologia?

Sì, da quello che succede nei social viene fuori quanto è problematico il nostro rapporto con la tecnologia. Molti scrittori non amano la tecnologia, c’è una sorta di rifiuto anche in letteratura e la tecnologia è associata in letteratura con il genere distopico e credo che sia perché non le abbiamo dato dei limiti.

Come la tecnologia ha cambiato secondo te la letteratura negli ultimi dieci anni?

Dieci anni fa c’è stato un profondo cambiamento tecnologico, che con i libri ha cambiato essenzialmente solo il supporto di lettura. Per esempio le serie TV che oggi sono di maggiore successo sono spesso comunque ispirate a romanzi, e sono diventate importantissime con le nuove piattaforme di visione, anche se è certo inquietante che in tutto il mondo si vedano le stesse storie e ci si appassioni agli stessi personaggi. La tendenza della serialità televisiva è comunque di lasciare sempre più finali aperti, per permettere alla storia di andare avanti e questo influenza anche i libri. Anche Kentuki in fondo potrebbe continuare ancora come storia.

Guerriere dal Sol levante di Vari (Edizioni Yoshin Ryu, 2019), a cura di Elena Romanello

25 ottobre 2019

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L’associazione culturale Yoshin Ryu, che da quarant’anni si occupa di divulgare a Torino la cultura giapponese partendo dalle arti marziali, collabora per la terza volta con il MAO, Museo di arte orientale, presentando fino al 1 marzo la mostra Guerriere dal Sol levante, dedicato alle donne combattenti giapponesi della Storia e dell’immaginario fantastico.
La mostra è accompagnata da un ottimo catalogo, che racconta un’epopea poco nota, quella delle combattenti nel Paese del Sol levante, donne addestrate a combattere e per difendere la loro casa e sul campo di battaglia, ma anche delle letterate, visto che il primo romanzo mai scritto nella Storia è di una donna, il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu. Un’epopea che però è giunta fino ad oggi, rivivendo nelle protagoniste di manga, anime, film, fumetti e telefilm e costruendo un immaginario amatissimo e in crescita continua con nuovi volti e nuove storie.
Il catalogo è in due lingue, italiano e inglese, e oltre a presentare gli oggetti e le opere esposti in mostra in un percorso davvero suggestivo, racconta anche alcuni approfondimenti davvero appassionanti sugli argomenti trattati.
Dopo una presentazione di Amamiya Yuji, console generale del Giappone a Milano, un omaggio di Marco Guglielminotti Trivel, direttore del MAO e due interventi di Cesare Turtoro, presidente di Yoshin Ryu e Daniela Crovella, direttrice artistica della mostra si viene immersi nel mondo delle guerriere giapponesi, partendo dalle figure delle Onnabugeisha, le combattenti storiche, per poi passare alle ninja, guerriere dell’ombra, alle letterate da Murasaki Shikibu ad oggi, alle attrici, che molto hanno faticato per emergere e alle donne guerriere rappresentate nelle stampe giapponesi.
Infine, Fabrizio Modina, curatore della sezione sulla cultura pop e studioso di fumetti e fantastico, fa immergere nelle donne guerriere dell’immaginario pop degli ultimi decenni, mettendo a confronto Occidente e Oriente con icone che hanno cresciuto e aiutato più generazioni di ragazze a cambiare.
Il catalogo si chiude, come la mostra, con le protagoniste dell’ultima stanza, donne importanti del passato e del presente raffigurate su lanterne in stile giapponese, ritratte da giovani artiste di oggi, con i volti di personaggi come Boudicca, Zenobia, Ipazia, Artemisia Gentileschi, Ada Lovelace, Emmeline Pankhurst, Virginia Woolf, Frida Kahlo, Rosa Parks, Rita Levi Montalcini, fino a Asia Ramazan Antar, martire della causa curda, così attuale: la mostra è dedicata infatti alle donne curde e alla loro lotta per la libertà di tutti, non solo la loro.
Un catalogo di una mostra unica e interessante, ma anche un libro interessante e valido a prescindere, sia si amano le civiltà antiche sia se ci si è nutriti per anni con manga, anime e cultura pop, un inno al potere delle donne e a far scoprire storie che sono patrimonio di tutti e tutte e che possono fare qualcosa per far cambiare il mondo.

Provenienza: libro del recensore.

Il catalogo è in vendita presso il bookshop del MAO. Per ulteriori informazioni visitare il sito di Yoshin Ryu.

Once upon a time Fiabe, fantasy e serie televisive (Yume Books, 2019) a cura di Elena Romanello

24 ottobre 2019

once-upon-a-timePresento ai lettori di Liberi di scrivere la mia nuova fatica, perché oltre a scrivere articoli per giornali on line e blog continuo la mia attività di autrice di libri di saggistica sul mondo otaku e nerd, che costituisce la mia grande passione.
Questa volta ho scelto di occuparmi di una serie TV di culto e molto curiosa di questi ultimi anni, Once upon a time, andata in onda sulla ABC dal 2011 al 2018 e in Italia su Rai 4, perché mi ha colpita e spinta ad approfondire l’argomento.
Sono appassionata da sempre di fiabe, grazie anche ai film Disney e non solo,  e ritengo che non ci sia un’età per questo genere letterario antichissimo, da cui sono derivati poi tutti gli altri: negli anni il mio interesse per il fantastico è cresciuto, portandomi a scoprire fantascienza, fantasy e fumetti, tre baluardi della mia vita, e tutto quello che fa parte di questi universi non può non interessarmi e piacermi.
Once upon a time rilegge le fiabe, partendo dai film Disney ma non solo, in una nuova mitologia, con due piani temporali, il mondo della Foresta Incantata dove vivono tutti i personaggi delle fiabe in una sorta di universo condiviso e un’anonima e molto kinghiana cittadina del Maine di oggi, Storybrooke. Nel pantheon di personaggi trovano spazio eroi vecchi e nuovi, soprattutto protagoniste, comprese le recentissime Elsa di Frozen, Mulan e Merida di Brave, per la trama consiglio di leggere il mio libro o meglio di guardare le sette stagioni, perché è davvero ricca di spunti, di eventi, di fatti, di colpi di scena, con le prime sei stagioni ottime, la settima parte zoppicando ma poi si riprende nel gran finale.
Non è un caso che i due ideatori siano Edward Kitsis e Adam Horowitz, due degli sceneggiatori di Lost, altra serie epocale, e tra l’altro è stato Once upon a time che mi ha spinta a fare una maratona di Lost l’anno scorso (all’epoca l’avevo snobbata), appassionandomi anche a quello. Le due serie sono molto diverse, però è divertenti trovare in entrambe alcuni interpreti in ruoli diversi.
Once upon a time mescola storie e personaggi, presentando una Biancaneve guerriera, un Pinocchio insolito e che cresce, una Cenerentola latinoamericana, e regalando i due personaggi migliori, almeno a mio parere, nella schiera dei cattivi, anche se non sono liquidabili solo come cattivi.
Regina, la regina cattiva di Biancaneve, regalerà le emozioni più grandi cambiando animo durante la storia e compiendo un vero e proprio viaggio dell’eroina. Tremotino, che nelle fiabe classiche era uno gnomo maligno, qui diventa un vero e proprio signore del male, diventato tale per salvare il figlio, compiendo anche lui un percorso incredibile di redenzione, sottolineato dalla grande interpretazione di Robert Carlyle che io adoro come attore dai tempi di Full Monty.
In Once upon a time ho trovato tante fiabe che ho amato e amo, da Biancaneve La bella addormentata, da Alice Peter Pan (viva Capitan Uncino..), da Hansel e Gretel Mulan, da Brave Frozen, in una nuova, intrigante cornice narrativa, e mi sono affezionata al microcosmo di Storybrooke, che ho voluto raccontare.
Una serie che consiglio, senz’altro capace di rivoluzionare la percezione delle fiabe e del fantastico in TV, insieme all’altra ammiraglia del momento, Game of thrones (a cui sarà dedicato il mio prossimo libro), sia a chi ama ovviamente gli universi dell’immaginario sia a chi è appassionato di storie, di qualsiasi tipo siano.

Il mago di Oz di Sébastien Perez e Benjamin Lacombe (Rizzoli, 2019) a cura di Elena Romanello

20 ottobre 2019

9788817141529_0_0_802_75Rizzoli propone un nuovo titolo della collana per ragazzi (e non solo!) Illustrati d’autore, e cioè Il mago di Oz, raccontato di nuovo da Sébastien Perez sulla storia originale di L. Frank Baum con i meravigliosi disegni di Benjamin Lacombe, nuovo sodalizio tra due creativi che ha già dato vita ad altri libri di immagini, sulle fiabe e non.
Testo e immagini, anche di grande formato, si alternano per raccontare una nuova versione della storia originale, recentemente tra l’altro uscita in edizione integrale per Einaudi: una storia fedele ma modernizzata dai toni forse troppo ottocenteschi e moralistici del testo originale, per un approccio fresco e interessante ad un universo fiabesco che ha poi ispirato tutti i viaggi fantastici dell’ultimo secolo, in un modo o nell’altro.
Il protagonista della vicenda, anche se non mancano gli altri personaggi, giustamente, è lo Spaventapasseri, ma nelle pagine del libro si rivivono le avventure di un gruppo di personaggi a cui manca qualcosa:  Dorothy non riesce a tornare a casa, l’uomo di latta non ha un cuore, al leone serve il coraggio e lo spaventapasseri, il protagonista, è senza cervello.
Il mago di Oz dimostrerà di non essere quello che ci si aspettava, le streghe sono paurose e temibili e alla fine i quattro amici per casa capiranno che devono trovare in loro stessi quello che cercano altrove.
Nel libro originale c’era tra le righe un elogio della diversità, in queste pagine rilette emerge insieme ad un inno all’audacia, al voler cambiare, al voler migliorare.
Il testo è sottolineato dalle tavole di Benjamin Lacombe, protagonista l’anno scorso di una mostra a Lucca Comics & Games in cui non si parlava ancora di questo libro, in cui emergono profondità di campo, nuovi sguardi su personaggi dell’immaginario, richiami all’art decò, onnipresenza del verde smeraldo, creato da un pantone nuovo su richiesta dell’artista.
Un libro per giovanissimi, anche, come primo approccio ad un classico, ma anche un volume prezioso e illustrato per chiunque, a qualsiasi età, ami i mille volti e colori della fantasia.

Benjamin Lacombe è un autore e illustratore francese. Compie i suoi studi presso l’Ecole Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi (ENSAD) lavorando contemporaneamente per la pubblicità e l’animazione. All’età di 19 anni firma i suoi primi libri di fumetti e illustrazioni e nel 2007 ottiene il primo riconoscimento con Cerise Griotte. Lacombe è tradotto e premiato in numerosi paesi e ha esposto i suoi lavori nelle più importanti gallerie del mondo come L’Art de rien (Parigi), Dorothy Circus (Roma), Ad hoc art (New York), Maruzen (Tokyo).

Sébastien Perrez nasce illustratore, ma presto si dedica alla scrittura, che scopre essere la sua vera passione, nonché efficace terapia per le proprie paure infantili. Nei suoi testi mescola abilmente storia e finzione, umorismo e cinismo, realismo e fantastico.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Miti del Nord di Neil Gaiman (Oscar Fantastica, 2019) a cura di Elena Romanello

19 ottobre 2019

gaimanNella collana Oscar Fantastica della Mondadori fa la sua comparsa forse la più recente fatica di Neil Gaiman, autore eclettico, scrittore, sceneggiatore, fumettista.
Questa volta Neil Gaiman ha scelto di occuparsi,come suggerisce il titolo, del pantheon della mitologia scandinava, equivalente nei Paesi nordici di quella classica alle nostre latitudini, e non certo meno interessante e intrigante. La mitologia nordica ha ispirato vari autori, come Joanne Harris, ed è alla base di un fumetto cult tornato recentemente alla ribalta grazie ai cinecomics Marvel come Thor.
Neil Gaiman non sceglie però di usare i personaggi del pantheon nordico come protagonisti di nuove avventure, come è accaduto in passato, ma di riscrivere miti culturalmente fondanti che sono da riscoprire dopo tante riletture più o meno fedeli.
Nelle pagine del libro rivivono quindi le gesta di Odino, il padre degli dei, di suo figlio Thor, dalla grande forza ma non certo il più intelligente (non se la prendano i e le fan di Chris Hemsworth…) e Loki, il manipolatore, dio dell’inganno, amatissimo grazie all’interpretazione al cinema del bravo Tom Hiddleston.
Non è la prima volta che Neil Gaiman guarda a dei e pantheon, che sono stati riletti in sue opere come la saga fumettistica di SandmanAmerican Gods: qui però ricostruisce un mondo con sue parole, partendo dalla genesi dei nove leggendari mondi, e ripercorrendo le gesta di dei, nani e giganti, feroci, capricciosi, ingannevoli, inclini a seguire le loro passioni.
Un libro indubbiamente interessante per chi ama Neil Gaiman e la sua inesauribile vena creativa, ma anche per chi è interessato a miti e leggende, una delle prime forme narrative dell’umanità, alla base di fenomeni della modernità come fantasy, fumetti e fantascienza.

Neil Gaiman, nato in Inghilterra nel 1960, vive negli Stati Uniti. Tra i massimi autori di narrativa fantastica contemporanea, è un artista dalle molte facce: giornalista legato al mondo del rock, autore di raffinati graphic novel, sceneggiatore televisivo e scrittore. Nel corso della sua carriera ha ricevuto diversi premi: tra i più importanti, la Newbery e la Carnegie Medal per Il figlio del cimitero e l’Hugo Award per il romanzo American Gods, da cui nel 2017 è stata tratta una serie tv. Ha scritto numerosi racconti e romanzi per ragazzi di grande successo, fra cui gli indimenticabili Coraline e Stardust.

Provenienza: libro preso in prestito nel circuito delle Biblioteche civiche torinesi.

La nuova edizione della Trilogia di Hunger Games di Suzanne Collins (Oscar Fantastica, 2019) a cura di Elena Romanello

17 ottobre 2019

hungerIn attesa del prequel, annunciato per il 2020, che svelerà come mai per decenni sono andati avanti gli Hunger Games nei Distretti, Oscar fantastica di Mondadori ripropone la trilogia di Suzanne Collins, dedicata a Katniss Everdeen, alla base anche di una fortunata serie di film, quattro per l’esattezza, perché l’ultimo libro è stato diviso in due parti.
Con nuove copertine particolarmente evocative in cui l’accento è rivolto alle atmosfere dei libri e non più ai personaggi, tornano quindi tre libri che hanno introdotto alle nuove generazioni il tema amato dalla fantascienza a più riprese della distopia, il futuro negativo, dove molto non è andato come si sperava, anzi, e dove sono emersi totalitarismi vecchi e nuovi.
Un genere frequentato da autori e autrici del calibro di George Orwell, Ray Bradbury, Margaret Atwood e Aldous Huxley, e che periodicamente torna alla ribalta, forse perché riflette paure e situazioni vecchie e nuove, e sempre attuali, in cui tornano elementi dell’oggi, come lo strapotere dei media, le limitazioni dei diritti delle persone, il degrado ambientale, le nuove dittature, gli integralismi di vario genere.
La trilogia di Hunger Games si distingue dalla molta narrativa young adult anche di genere fantastico che è uscita negli ultimi vent’anni appunto perché contiene un’efficace metafora di certi aspetti della nostra società, come i reality show, contro i quali si scaglia con decisione, la spettacolarizzazione della violenza, lo straniamento portato dai media, social media compresi.
La storia è nota, in un territorio del futuro noto oggi come gli Stati Uniti, dopo una guerra civile, il territorio è stato diviso in vari distretti, e per punire gli insorti anche a distanza di anni dell’essersi ribellati, ogni anno si svolgono gli Hunger Games, un reality show al massacro a cui partecipano un ragazzo e una ragazza, dai 13 ai 19 anni, sorteggiati tra i figli e le figlie degli abitanti. Un gioco al massacro, perché solo uno o una può sopravvivere a prezzo della vita degli altri e altre.
Un giorno la giovane Katniss Everdeen si offre come volontaria al posto della sorellina minore Primerose, sorteggiata, e saprà cambiare le cose: Katniss si pone della lunga scia di eroine protagoniste della fantascienza, donne forti, oltre gli stereotipi di genere, e ha saputo creare un nuovo modello in un momento in cui la narrativa young adult soffriva di una generale insipienza e melensaggine.
La trilogia di Hunger Games, in questa nuova edizione, è senz’altro un’ottima lettura per giovani e giovanissimi di ambo i sessi, ma anche per chi ha qualche anno in più è piacevole, interessante, intelligente e con qualcosa che fa riflettere e colpisce.

Suzanne Collins vive nel Connecticut con la sua famiglia e due gatti selvatici. L’idea degli Hunger Games – i giochi della fame – si è fatta strada nella sua mente mentre faceva zapping tra le immagini dei reality show e quelle della guerra vera. I suoi libri sono tradotti in 40 Paesi e continuamente ristampati: negli Stati Uniti la saga ha superato i 36 milioni di copie. Un vero fenomeno di massa, tanto che la rivista Time ha nominato Suzanne Collins tra le 100 più influenti personalità della cultura. Oltre che della saga di Hunger Games, è anche autrice della serie Gregor, sempre pubblicata in Italia da Mondadori.

Provenienza: libri del recensore.

Un’intervista a Sandra Newman per Aspettando il Salone a Torino a cura di Elena Romanello

9 ottobre 2019

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Il Circolo dei lettori di Torino ha ospitato un appuntamento della rassegna Aspettando il Salone, l’incontro con l’autrice Sandra Newman, il cui primo romanzo tradotto in italiano, I cieli, è appena uscito per Ponte alle Grazie.
Abbiamo seguito questo incontro, molto interessante e stimolante, condotto da Francesco Pacifico e scoperto una voce senz’altro importante, nella letteratura fantastica e non di oggi.
I cieli racconta la storia di Kate, agiata newyorkese poco prima dell’11 settembre, che ogni notte in sogno diventa Emilia, nobildonna dell’Inghilterra shakesperiana, vivendo due vite che man mano si influenzano tra di loro.

E’ consapevole che il suo libro sembra una commedia romantica di genere fantastico?

Sì, lo so, l’idea per questo romanzo è partita da una battuta con mio marito, partendo dalla serie di romanzi diventati poi serial di successo di Outlander, una storia romantica che parla di viaggi nel tempo, e pensando a come sarebbe stata una storia simile in chiave shakesperiana. Inizialmente non volevo scrivere questa storia, poi l’idea iniziale si è ampliata, del resto possono nascere libri interessanti da qualsiasi spunto o idea.

I cieli è un libro dove la trama è molto importante, ma allo stesso tempo colpisce lo stile di scrittura, poetico: come sono stati messi insieme questi due aspetti?

Il mio lavoro di scrittura si è concentrato nelle due direzioni dello stile e della trama: tutti gli scrittori amano la trama quando sono lettori e la detestano quando scrivono. Ho cercato di lavorare sulla tessitura delle trame nei miei libri, rendendole sempre più complesse, costruendo un mio stile nella forma della narrazione.

Nel libro le azioni del mondo dei sogni nell’epoca del Cinquecento cambiano poco il presente, ma si creano tante possibilità in un multiverso. Kate potrebbe anche avere problemi mentali, come ha gestito questo?

Il mondo in cui viviamo cambia in continuazione sotto i nostri occhi ma a causa della nostra tendenza a rassicurarci non lo vediamo. Nel libro ci sono multiversi migliori e peggiori, esplorati da Kate, sì si può anche interpretare la sua vicenda come provocata da una malattia, ma è una chiave di lettura.

Come si è documentata sull’Inghilterra di Shakespeare?

Il XVI secolo è molto strano come periodo storico, una delle cose divertenti è che i letterati dell’epoca, Shakespeare compreso, rivoluzionarono la lingua inventando loro molte parole, un gioco straordinario praticato a corte. Non ci sono però molti libri su questo periodo, stranamente, anche Mark Haddock ha scritto un romanzo su quest’epoca, dai toni molto diversi dal mio e dando un’idea completamente divergente dalla mia sul XVI secolo, e la sua bibliografia è uguale alla mia. In realtà noi immaginiamo il passato, ma non avendolo vissuto non sappiamo come era veramente.

Nel tuo romanzo precedente, The Country of Ice Cream Stars, una storia di fantascienza, avevi inventato un linguaggio di un futuro, che rapporto c’è tra le due storie, dove le lingue sono importanti?

Ho sempre letto molti romanzi di fantascienza, mio padre era appassionato del genere, e ho sempre voluto cimentarmi in questo ambito. Scrivere di un mondo avanti di centinaia di anni mi ha reso impossibile usare l’inglese standard di oggi e ho voluto creare una nuova lingua, tenendo conto che il libro parla di un gruppo di protagonisti che hanno al massimo 18 anni, in un mondo in cui sono rimasti vivi solo i giovanissimi. Ne I cieli sono tornati ad una lingua più standard, guardando però anche all’inglese che si usava nel passato.

Quali sono i suoi romanzi di fantascienza preferiti?

Da ragazzina amavo molto Robert Heinlein, autore non certo per ragazzine, e anche Clark Ashton Smith e James Tiptree jr, per fare altri due nomi: questo che mi ha sempre colpito è la loro visione del mondo particolare e a tratti disturbante e il loro aprire gli occhi su nuovi universi.

I cieli mette insieme due romanzi storici: uno ambientato all’inizio del XXI secolo a New York, con l’attentato alle Torri Gemelle, e l’altro nell’Inghilterra del Cinquecento. Ma nel corso del libro ci sono tanti mondi paralleli e possibili per New York, man mano che Kate va avanti nel suo viaggio nel tempo notturno. Cosa l’ha ispirata nella costruzione di una New York così stravagante e alternativa?

La New York dell’inizio della storia è la migliore possibile, poi pian piano le cose cambiano e in questo ho messo qualcosa della mia esperienza di vita.
Ho vissuto a Londra dal 1984 al 2001, e sono tornata poi negli Stati Uniti, dove ho sempre pensato che la qualità della vita fosse peggiore, che la gente fosse meno gentile e generosa. A Londra all’inizio ero abbastanza povera e frequentavo persone della cosiddetta classe operaia, dopo il successo del mio primo romanzo la mia situazione economica è migliorata e ho iniziato a frequentare esponenti della classe media e benestante, scoprendo che avevano il privilegio di poter amare arti e bellezza, un qualcosa che la classe operaia non può permettersi. Se si ha maggiore accesso a cultura, bellezza e gentilezza la vita migliora: sono cose che possono anche non interessare ma che aiutano ma è possibile solo per certi ceti sociali, e me ne sono resa conto nel corso della mia vita.

Nel romanzo Kate sta insieme a Ben, un personaggio che può sembrare noioso: ma cosa c’è di bello in lui?

Ben, ragazzo di origine indiana mentre Kate è di origine iraniana, sa benissimo che la sua fidanzata è più interessante di lui, è un mio personaggio, gli voglio bene e non riesce ad essere meglio di così.

Prossimi progetti?

Sto scrivendo un romanzo di fantascienza su una Terra del futuro in cui di colpo spariscono tutti gli uomini. La società migliora, diventa quasi utopica, ma le mie cinque protagoniste vivono il tema della perdita di mariti, padri, fratelli e vanno in cerca di loro, per scoprire cosa è veramente successo. Un libro che parlerà di perdita e lutto e della gestione di queste due cose.

A Settimo torinese Tempo al tempo, festival dell’innovazione e della scienza

9 ottobre 2019

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Torna dal 12 al 19 ottobre a Settimo torinese e in altri Comuni limitrofi il Festival dell’innovazione e della scienza, che in quest’edizione 2019 ha come tema Tempo al tempo.
Il tempo è vissuto in vari modi, che sia quello relativo al cambiamento climatico, quello delle attese, delle scoperte, della musica, le ore, i minuti, quando non passa mai e saranno molti gli ospiti e gli eventi per approfondire i tanti significati che diamo a questa semplice parola.
Ogni ospite racconterà un diverso significato di tempo: Makkox, al secolo Marco d’Ambrosio, vignettista e fumettista, racconterà domenica 13 ottobre alle 18 i tempi del comico,  il  matematico e scrittore Piergiorgio Odifreddi affronterà il tema dal punto di vista scientifico, per scoprire che il tempo in realtà non è univoco e sempre uguale lunedì 14 alle 21, di futuro parlerà Cristina Pozzi, future maker e Ceo di Impactscool, nominata dal World Economic Forum tra gli Young Global Leaders il 15 alle 21, mentre i viaggi nel tempo, presenti nelle sue storie a fumetti di Lilith e Gea, saranno l’argomento dell’incontro con Luca Enoch il 16 alle 18.
Non mancherà il tempo insolito del meteo con il climatologo Andrea Giuliacci il 16 alle 21, il tempo comico dei fondatori del Terzo Segreto di Satira, al secolo Andrea Fadenti, Davide Rossi e Pietro Belfiore giovedì 17 alle 21, il tempo musicale con Eugenio Cesaro il 18 sempre alle 21, le donne di scienza delle spettacolo con Sara D’Amario Sfumature di donne di scienza sabato 19 alle 21.
Si chiude con un incontro d’eccezione, con l’astronauta Paolo Nespoli, l’italiano che ha vissuto di più nello spazio, che parlerà di scienza, ambiente, fantascienza e futuro il 24 alle 18.
Al Festival si parlerà anche di un concorso che ha coinvolto le scuole sulle tematiche ambientali, Il pianeta lo salvo io e ci saranno anche workshop, conferenze e laboratori. Il fulcro di tutto sarà la Biblioteca Archimede di Settimo torinese e il Festival pone tra gli obiettivi principali quello di essere un momento di contaminazione tra arti diverse: pittura, teatro, musica, letteratura, fumetti.
Il programma completo è nel sito ufficiale della manifestazione.

A Milano libri fantastici con Stranimondi edizione 2019 a cura di Elena Romanello

9 ottobre 2019

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Il 12 e 13 ottobre si rinnova a Milano Stranimondi, il festival del libro fantastico, presso la Casa dei Giochi in via Sant’Uguzzone 8. Per due giorni appassionati e autori si potranno incontrare e confrontare, e si potranno trovare le proposte editoriali di varie case editrici indipendenti.
L’interesse per i generi del fantastico è in crescita, e Stranimondi, evento ormai storico, è ormai un appuntamento fisso, per scoprire filoni che non stancano e si rinnovano in continuazione.
Tra le case editrici presenti si notano nomi ormai noti a cultori e appassionati come Neropress, Plesio, Delosbooks, Tabula Fati, Future Fiction, Runa edizioni, Watson, Elara, Acheron, che hanno saputo dare voce a nuovi talenti anche italiani e riproporre classici del passato ormai dimenticati.
Molte le conferenze e gli incontri, con argomenti che spaziano dall’eterno o quasi tema del patto con il diavolo al nuovo fantasy italiano, dal rapporto tra videogiochi e cultura a quello tra arte e fantascienza, dai cinquant’anni dell’allunaggio all’omaggio allo scrittore Jack Vance, dai problemi ecologici visti dalla letteratura al ritardo tecnologico italiano, dalla letteratura weird a un ricordo di Giuseppe Lippi, dall’astrobiologia che immagina specie nello spazio alle sempre attuali distopie.
Gli ospiti, italiani e stranieri, vedono Jasper Fforde, autore britannico di ucronie letterarie, Tullio Avoledo, uno degli scrittori di fantascienza del nostro Paese più tradotti all’estero, Cecilia Randall, con il nuovo capitolo della saga di Hyperversum, Leonardo Patrignani, che parlerà dei suoi libri compreso il recente Darkness in stile Stranger things, Anders Fager, scrittore horror svedese tradotto da Edizioni Hypnos, il copertinista Franco Brambilla, Ran Zhang, uno degli autori cinesi di fantascienza più amati, Claude Lalumière, canadese e tradotto da Watson edizioni con le sue storie dark fantasy e Maurizio Nichetti che si cimenta anche nel genere.
Verranno inoltre anche presentati i seguenti libri: l’apocalittico Casca la Terra di Marcello Nicolini (La Ponga edizioni),  La fiamma azzurra di Daniele Viaroli, Le cronache del Reame Incantato. Il marchio del serpente di Alberto Chieppi, le antologie Altri futuri Atterraggio in Italia (Delos Digital), La città dell’orca di Sam J. Miller (Zona 42), Io Sono Providence: la vita e i tempi di H.P. Lovecraft (Providence Press), Culti Svedesi : A Lovecraftian Journey in the Cult’s World (Edizioni Hypnos), I camminatori di Francesco Verso (Future Fiction), I fuochi di Valencia di Elena Covati e il numero speciale di Urania Stranimondi.
Ci sarà anche spazio per parlare della rivista Dimensione cosmica proposta da Tabula Fati, delle uscite autunnali di Acheron Books, del nuovo corso di Kipple che spazia da Tolkien al new weird, della selezione di Nero Press, delle raccolte di racconti Alia Evo.
Il programma completo è nel sito ufficiale di Stranimondi.