:: Trappola per topi di Roberto Mistretta , Delos Digital 2023 di Patrizia Debicke

1 giugno 2023 by

“Quattro topini sono tanti per giocare a fare i fanti”.
A caratteri rossi su fondo blu la scritta compeggiava trionfalmente inserita nella marchetta, lo spazio pubblicitario della prima pagina, quel martedì grasso, l’ultimo giorno di Carnevale che precedeva il Mercoledì delle Ceneri .
Ma chi mai e perché poteva essere venuta in mente una filastrocca tanto sciocca per poi farla inserire in gran pompa su una testata giornalistica di provincia? Intendeva promuovere un nuovo marchio ma quale? Per farsi conoscere e vendere un prodotto ? Ma cosa? si domandò Franco Campo, giovane giornalista afflitto dalla sindrome del cavaliere, qualità ingombrante in una certa Sicilia, e a conti fatti un po’ dappertutto, soprattutto se deve confrontarsi con dei criminali.
Campo poi, da convinto idealista, ha due handicap: il primo doversi fare le ossa e guadagnarsi i galloni per acquisire abbastanza peso da imporsi sulla testata per la quale ha cominciato a lavorare e secondo, forse più grave, detta testata appartiene a suo padre, tutto d’un pezzo , con potenti conoscenze in ogni dove, uomo retto ma inflessibile con l’unico figlio . E che pertanto non usa mai alcun trattamento di favore nei suoi confronti.
Ma Franco Campo, pieno di giovanile entusiasmo, si dà da fare e non sogna altro che riuscire a fare un vero scoop, che gli garantisca la prima pagina.
Quella frase lo incuriosisce, ma non più di tanto. Si limita a giudicarla strana e se la scorda.
Ma due settimane dopo, una busta a suo nome fatta pervenire in redazione con dentro la foto di un certo Gaspare Trabia, appassionato di parapendio, vittima di un gravissimo incidente – si è schiantato dalle parti di Milocca lanciandosi da Passo Funnuto ed è ricoverato in coma a Palermo – , lo costringerà a ricordare.
Dietro il retro colorato di blu della foto, spicca infatti una scritta a caratteri rossi con una filastrocca che recita:
“Tre topini son rimasti a mulinar le loro aste”.
Topini, su fondo blu con i caratteri rossi!
Interdetto con la foto in mano, continua a rileggere… É evidente il richiamo alla precedente: “Quattro topini sono tanti per giocare a fare i fanti”.
La mano era la stessa. I versi, come i primi, elementari e quasi infantili. Non poteva essere un caso. Doveva esserci un collegamento. Il qualcuno che li aveva scritti doveva per forza avere saputo dello schianto di Gaspare Trobia.
Ma se quello schianto con il parapendio non fosse stato un incidente?
Lancia in resta, come un prode cavaliere, il giovane giornalista comincerà a indagare sulla faccenda, scoprendo alcuni misteriosi indizi ma non sufficienti prove per attribuire “il fatto “ a un potenziale colpevole. Ma quando però la filastrocca tornerà ancora, accompagnata da nuovi versi e attraverso nuovi messaggi inquietanti e significativi, corredati da foto a marcare altri incidenti, Franco Campo e la redazione tutta sapranno che qualcuno sta agitando minacciosamente la falce della morte.
Qualcuno che da troppi anni porta dentro di sé un terribile segreto e vorrebbe a suo modo reagire
alle violenze subite. Ma poiché la vita è fatta anche di scelte sofferte e dolorose, spetterà a Franco Campo la decisione tra la vita e la morte.
Un titolo intrigante che nasce come manifesto omaggio di Roberto Mistretta alla mitica Agatha Christie e al suo strordinario Dieci piccoli indiani.
Anche stavolta infatti troviamo quattro possibili vittime di una vendetta provocata da un’unica colpa. Con un ingegnoso e potenziale assassino a confronto con un giovane giornalista voglioso di scoop, ma che soprattutto desidera fare giustizia.

Roberto Mistretta vive e lavora a Mussomeli. Laureato in Scienze della comunicazione, scrive sul quotidiano La Sicilia. Autore della serie del maresciallo Bonanno (Frilli Editori), tradotto con successo in in Austria, Germania e Svizzera anche in versione audible, col romanzo La profeziadegli incappucciati si è aggiudicato la 40a edizione del Premio Alberto Tedeschi-Giallo Mondadori. Autore del radiodramma Onke Binnu che continua a essere replicato dalla WDR di Colonia, ha scritto anche volumi di impegno sociale. Gli ultimi in ordine di tempo sono Don Fortunato di Noto./La mia battaglia in difesa dei bambini e Rosario Livatino./L’uomo, il giudice, il credente. (Paoline). Ha pubblicato racconti sul Giallo Mondadori e ha curato l’antologia Giallo Siciliano (Delos Digital). Per Delos Crime ha pubblicato in precedenza Caritas, con lo stesso protagonista, il giornalista Franco Campo.

:: Recensione: L’uomo che voleva essere colpevole di Henrik Stangerup (Iperborea 2023) a cura di Emilio Patavini

1 giugno 2023 by

Dopo la recensione di Kallocaina di Karin Boye (Iperborea 2023), facciamo un ulteriore passo nella letteratura distopica scandinava. L’occasione ci viene offerta dall’uscita de L’uomo che voleva essere colpevole (Manden der ville være skyldig, 1973) di Henrik Stangerup per i tipi di Iperborea, ritornato in libreria dal 19 aprile 2023. Il romanzo era stato precedentemente pubblicato nel 1990 da Iperborea e nel 2001 da Guanda, con traduzione dal danese di Anna Cambieri e una postfazione di Anthony Burgess, in cui l’autore di Arancia meccanica lo definisce «un romanzo che merita l’attenzione di tutti» (p. 167). Da questo romanzo è stato tratto anche un film del 1990, The Man Who Wanted to Be Guilty del regista danese Ole Roos.

Protagonista indiscusso del romanzo è Torben, scrittore ex sessantottino che vive in uno dei tanti supercondimini di una futuribile Copenaghen assieme alla moglie Edith e al figlio Jesper. Lavora all’INRL (Istituto Nazionale per la Razionalizzazione della Lingua), un ente statale che si occupa di impoverire la lingua danese all’insegna dell’eufemismo trasformando parole con «connotazioni negative» in parole con «connotazioni positive». Si noti, per inciso, come l’impoverimento della lingua si rifletta sempre nell’inaridimento culturale, nella perdita di identità, nello straniamento del singolo: il riferimento al Newspeak orwelliano sorge spontaneo, ma come nota Anthony Burgess nella sua Prefazione, «mentre lo scopo della Nuovalingua di Orwell è l’eliminazione di taluni elementi altamente sovversivi, quello perseguito un questa Danimarca è di togliere dalla lingue tutte le sue componenti negative ovvero, in altre parole, di promuovere una generalizzazione dell’eufemismo» (p. 170).

Una sera, in preda all’alcol e in un accesso d’ira, Torben uccide la moglie. Ma non è solo l’alcolismo a giustificare un atto così violento, perché a esasperare Torben è anche l’apatia della moglie – un tratto, questo, riscontrabile anche nell’atteggiamento di Mildred, moglie del pompiere Montag, protagonista di Fahrenheit 451, capolavoro distopico di Ray Bradbury. Ma lo stato danese qui immaginato – un’evoluzione delle socialdemocrazie scandinave – anziché riconoscerlo colpevole lo manda in un ospedale psichiatrico dove gli viene fatto credere che si è trattato di un incidente e che non è assolutamente responsabile dell’omicidio. Torben può così tornare alla normalità, ma in una società in cui il concetto di colpa è stato abolito l’unico desiderio del protagonista è quello di essere riconosciuto colpevole dell’uccisione di sua moglie e di espiare la propria colpa. Vedendo il suo desiderio negato, non gli resta altra via che sprofondare nella follia.

«Lui era colpevole. Non erano state le circostanze a spingerlo a uccidere Edith. Ma non desiderava essere punito, desiderava solo questo: che si riconoscesse che quella sera era perfettamente consapevole di ciò che faceva, anche se era pieno di whisky. Se invece insistevano che era stato spinto dalle circostanze, allora cos’altro erano quelle circostanze se non il prodotto di una società che non permetteva di parlare d’altro che di circostanze, e che negava all’individuo il diritto a una vita propria, ai propri sogni e alla propria inviolabile identità?» (p. 136)

Il romanzo proietta in un futuro non troppo remoto problemi come nevrosi, paranoie, depressione e crisi di coscienza, tutti profondamente indagati sotto il profilo psicologico dall’autore danese, che racconta il senso di noia e impotenza di fronte al crescente conformismo di un welfare state che dice di prendersi cura dei suoi cittadini «dalla culla alla tomba». In questo «processo kafkiano alla rovescia», come lo ha definito l’editore, seguiamo le vicende di Torben, l’uomo che voleva essere colpevole: lo stato in cui vive non punisce gli assassini, ma li sottopone a trattamenti psichiatrici per poi reinserirli nella società. Si tratta, come si è detto, di un futuro distopico in cui le ideologie sono ormai un ricordo del passato, in cui il denaro contante non esiste più, l’inquinamento è imperante, il governo incoraggia le case editrici a pubblicare esclusivamente “romanzi sociali”, e in cui l’autore si spinge persino a immaginare test obbligatori per gli aspiranti genitori… Nelle prime pagine si assiste inoltre a un dibattito sulla revisione delle fiabe di Hans Christian Andersen – ebbene sì, proprio lui, «l’intoccabile, il sacro gioiello della nazione» (p. 16). Lette oggi, queste pagine risuonano familiari e non possono che far pensare alla recentissima polemica sorta intorno alla proposta di revisionismo linguistico ai danni di autori come Roald Dahl o Agatha Christie.

Molti sono infine gli elementi tipici della distopia: si è già notata la manipolazione della lingua, ma si possono riscontrare anche la somministrazione di pillole tranquillanti ai soggetti considerati “squilibrati” – similmente al soma, la droga funzionale al controllo della popolazione ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley – o la sterilizzazione dell’aggressività attraverso le cosiddette attività AA (Anti-Aggressività) – che presenta punti di contatto con Ritorno dall’universo di Stanisław Lem. Questi esercizi AA, che vedono impegnati gli inquilini dei supercondomini, consistono nel picchiare con violenza manichini di pezza e insultare figure mostrate in diapositive, incitati da funzionari che svolgono appositamente questa mansione, detti Assistenti: «“A morte! A morte! Spara! Uccidi!” All’inizio magari qualcuno esitava, ma a poco a poco si lasciava travolgere da quell’onda di odio collettivo» (p. 111). Questo rituale collettivo sembra echeggiare i quotidiani due minuti d’odio presenti in 1984 di George Orwell, in cui il nemico dello Stato, Emmanuel Goldstein, appare sugli schermi causando la reazione incontrollata del pubblico.

«Torben […] non riuscì a liberarsi dall’idea che era stato predestinato a fare del male e che vi era un legame preciso tra il giorno in cui aveva colpito il figlio del calzolaio e la sera in cui aveva sbattuto la testa di Edith contro il muro e il pavimento. Esistevano dunque uomini che nascevano cattivi? E lui era di quelli?» (p. 151)

Tutto il romanzo è incentrato attorno al concetto di colpa ed espiazione: Anthony Burgess parla di «pelagianesimo scandinavo» (p. 167), rifacendosi al movimento ereticale del V secolo che negava il peccato originale, in contrapposizione all’agostinismo: «Sant’Agostino sosteneva che l’uomo è peccatore e succhia il peccato insieme al latte materno. Al contrario, Pelagio, originario delle isole britanniche, afferma che l’uomo viene al mondo in una condizione, per così dire, neutra, ovvero che non ha bisogno della grazia divina e che è in grado di accedere al regno dei cieli grazie ai suoi soli sforzi e senza l’aiuto di nessuno» (p. 168). Nel romanzo il «pelagianesimo» di cui parla Burgess viene definito da Stangerup «mediocre pietismo nordico» (p. 29). Per concludere, particolarmente efficace è il giudizio di Anthony Burgess su questo romanzo che merita davvero di essere letto: «[a]l contrario di quelle visioni di orrori futuri, che amo leggere nei libri perché so che è impossibile che il futuro le realizzi, l’invenzione di Stangerup riesce a raggelare come da anni nessun altro libro, proprio perché è già quasi una realtà» (p. 172).

L’autore, Henrik Stangerup, nato a Copenaghen nel 1937 e morto a Langebæk nel 1998, di professione giornalista, si afferma in campo letterario con una trilogia ispirata a Søren Kierkegaard (non è un caso se L’uomo che voleva essere colpevole si apre con una citazione del filosofo danese): Lagoa Santa, definito alla sua uscita dal Chicago Tribune «il miglior libro straniero dell’anno»; Il seduttore (Iperborea 1989); e Fratello Jacob (Iperborea 1993). È stato inoltre autore di una vasta produzione saggistica e regista di cinque film.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Iperborea per aver gentilmente inviato una copia del libro al recensore.

:: Una questione di equilibrio di Gaspare Grammatico (Mondadori 2023) a cura di Patrizia Debicke

29 Maggio 2023 by

Brillante, frizzante, graffiante e godibilissimo, un romanzo affollato da colpi di scena e personaggi che si fanno notare . E con per palcoscenico una città, Trapani, che assume meritatamente il ruolo di coprotagonista nella prima indagine di Antonio Indelicato, detto Nenè, Lui , il commissario, un po’ svagato che, come tanti, è costretto a dividersi funambolicamente tra lavoro e vita privata, e tuttavia da poliziotto sagace sempre disposto a portare avanti il suo lavoro con orgoglio e dignità. Un uomo colto, amante dei libri, spesso un po’ malinconico, che si sforza un po’ nel rapportarsi con le donne , mentre invece, da eccellente cuoco qual è , si trova benone in cucina. Insomma un persona normale, senza eccezionali capacità , salvo forse quella di aver cresciuto bene e da solo la figlia Sara, visto che la moglie e madre l’ha mollato senza remore pochi mesi dopo la nascita della bambina. Fatto che, per fortuna, non ha creato dei danni: infatti Sara un’ adolescente di quattordici anni per tutto, salvo la cucina, è in grado di sbrigarsela come una trentenne.
La mattina di un tranquillo venerdì di aprile, in una moderna e ricca abitazione di Trapani, sarà scoperto il cadavere straziato di un uomo. Si tratta di un barbaro e crudele omicidio. Il morto infatti , ritrovato nella cantina della sua villa, appeso al soffitto e massacrato a bottigliate della sua preziosa collezione, è l’enologo Platimiro Greco. Il Greco, cinquantenne separato e con fama di tombeur de femmes, famoso volto del piccolo schermo, volubile ospite fisso della trasmissione “Sorsi e Morsi” di Wine Channel, un programma per addetti ai lavori in cui si esibiva in frequenti e burrascose contestazioni in grado di decretare il successo o la disgrazia di un vino di qualità.
Il caso verrà affidato al commissario Antonio Indelicato che non tarderà a rendersi conto quanto la sua indagine sia decisamente difficile e complicata. Complicata dal fatto che la vittima, un presuntuoso ed egoista rompiscatole, anche e soprattutto a causa del suo lavoro, aveva moltissimi nemici e tutti con validi motivi per eliminarlo. Un ampio ventaglio poi di svariati e attendibili moventi attribuibili a tante e diverse persone che per una ragione o per l’altra avrebbero potuto desiderare di volere la sua morte.
Insomma Indelicato dovrà con pazienza da certosino, grazie all’ impegno e all’aiuto della sua brillante squadra – composta dalla poco più che trentenne e fattiva sua vice Salvina Russo, dall’ispettore Pino Sansica e dal quasi robotico dottor Martino Massari , meticolosissimo e intuitivo capo della Scientifica -, incominciare ad approfondire tutti gli indizi e pian piano sentire uno a uno tutti i potenziali colpevoli controllando accuratamente possibili alibi ed eventuali testimonianze a discarico.
Ma la strada da fare è lunga e tortuosa, e i tanti possibili indiziati metteranno in seria difficoltà il nostro commissario e i suoi compagni di indagine, rischiando di lasciar loro imboccare molteplici false piste senza costrutto, solo in grado di far perdere tempo.
Per sbrogliare l’ardua matassa investigativa, il commissario Indelicato, continuamente tediato da commenti e sorrisini sul suo nome che rimanda a Petra Delicado, celebre protagonista dei romanzi gialli di Alicia Giménez-Bartlett, dovrà scoprire come e perché una persona ferita può arrivare a trasformarsi in assassino. Riuscirà a scoprire chi veramente voleva la morte dell’enologo e le reali motivazioni che dovrebbero aver portato ad architettare un omicidio tanto efferato?
Una trama ingarbugliata per un eccellente intreccio narrativo, pieno di tutta una serie di colpevoli sempre credibili ma che ohimé risulteranno sbagliati.
L’eccellente fiuto del commissario lo spingerà però ogni volta a ricominciare da capo con testardaggine per poi andare avanti inseguendo con rinnovata tenacia nuove potenziali piste.
Un giallo scorrevole con un protagonista per cui è impossibile non parteggiare: un uomo, diviso tra il suo dovere, la passione per i libri, la cucina, e una deliziosa figlia adolescente.
Ottima la corale e vivace caratterizzazione di tutti i personaggi, la gestione delle splendide ambientazioni trapanesi, arricchite da sensazioni e indimenticabili profumi in un equilibrio, fatto di scelte, con un pensiero sereno al passato e uno fiducioso volto al futuro..
Personaggi vivi, palpabili, splendide descrizioni dei luoghi che fanno venire la voglia di partire subito per Trapani arricchite da scenari talmente realistici , vedi alla fine con Nené Indelicato grande protagonista in cucina , da far percepire l’aroma della frittura e far venire l’acquolina in bocca a chi legge..

Gaspare Grammatico è nato a Trapani, dove torna appena può. Vive tra Torino e Milano. Autore tv, da anni lavora nella squadra del programma televisivo “Fratelli di Crozza”. I diritti cinematografici di questo romanzo sono stati opzionati da BiBi Film, società che ha coprodotto la serie “Le indagini di Lolita Lobosco”.

Source: libro del recensore.

:: JOHANNE LYKKE HOLM: STREGA (NN editore) a cura di Fabio Orrico

24 Maggio 2023 by

Mi chiedo se Johanne Lykke Holm (svedese, classe ’87), autrice esordiente di Strega conosca Suspiria, il cult horror diretto dal nostro Dario Argento nel 1977. Fatta salva la decisione di usare un vocabolo italiano per dare il titolo al suo libro, ci sono almeno un paio di sequenze in cui la pellicola argentiana sembra venire citata esplicitamente. Durante una delle scene più cupe e allucinate, la protagonista Rafaela vede “una ragazza sanguinante pendere dal soffitto” (il riferimento sarebbe in questo caso al primo omicidio messo in scena nel film) mentre qualche pagina prima si fa riferimento a un segreto e a un iris (e chi conosce Suspiria sa che questo fiore rappresenta una svolta nella decodifica dell’intreccio). Naturalmente la risposta alla domanda posta in apertura non toglie nulla alla malìa esercitata da questo romanzo così originale e inquietante. Johanne Lykke Holm, va detto, guarda a una tradizione ben precisa seppur sotterranea. Una tradizione così ben codificata da poter costituire un sottogenere e che potremmo definire sintetizzando al massimo Ragazze-chiuse-in-un’istituzione-concentrazionaria sia essa una scuola, un collegio, un educandato o, come nel nostro caso, un albergo. Nel libro di Holm sentiamo riverberare il grande modello di Mine-Haha di Franz Wedekind, da cui eredita suggestioni e senso dell’assurdo ma anche il Picnic ad Hanging Rock di Joan Lindsay poi filmato da Peter Weir e, spostandoci nei territori della celluloide aldilà del classico argentiano, arriviamo a lambire opere spurie come Innocence di Lucile Hadzihalilovic o Zombi child di Bertrand Bonello senza dimenticare il bellissimo remake di Suspiria firmato da Guadagnino.

Rafaela, diciannovenne, viene spedita dai genitori all’hotel Olimpyc per lavorare come cameriera durante la stagione invernale. Siamo sulle alpi, accanto all’albergo c’è un monastero gestito da suore e un paese, Strega appunto, che è necessario attraversare per raggiungere il posto di lavoro e che diventa teatro di sporadiche quanto enigmatiche uscite sociali di Rafaela e delle sue nove colleghe e coetanee. La trama è tutta qui, l’unico significativo punto di svolta si può rintracciare nella scomparsa di Cassie, una delle ragazze, e che darà origine a una sorta di depotenziata deriva gialla. Per il resto l’hotel Olimpyc si dimostra ben presto una variante della Fortezza Bastiani in cui le ragazze devono aspettare non meglio precisati ospiti e tenersi pronte per dimostrarsi servizievoli e professionali, pena il ricorso da parte delle figure dirigenziali (Rex, Costas e Toni, donne dal confine sessuale incerto fin dal nome) a pene corporali inflitte nella più assoluta indifferenza.

Il fascino e la solidità di Strega non stanno quindi in cosa si racconta ma in come lo si racconta. La prosa inventiva, densa, stratificata di Holm si muove a trecentosessanta gradi richiamando ogni possibile appiglio sensoriale, sceglie metafore incongrue e sincopate, crea sintesi impossibili. Nel mondo di Rafaela tutto è virtualmente possibile anche se, allo stesso tempo, tutto è mortalmente immobile. Una visita al bar del paese dà origine a un grappolo di incubi, una sorta di nastro trasportatore di immagini surreali che sembra riverberare il ricordo del cinema delle origini. Anche l’occorrenza più banale, l’esplorazione di un interno casalingo, può spalancare un immaginario goticheggiante: “C’era odore di tarmicida, di mattatoio. Non riuscivo a vedere dove conducesse la scala, ma osservando quel rosso sentivo il terrore crescere dentro di me, come quando si entra in una stanza e si ha la percezione che sia infestata da spiriti maligni. Seduti sulle sedie, i fantasmi bevono acqua dai bicchieri e aprono la frutta con le mani. Mi sporsi per guardare in alto, ma c’era soltanto un’opaca penombra”.

Difficile dire in che epoca sia ambientato Strega. Su questo Holm è volutamente reticente e punta a creare un luogo senza tempo, collocabile nell’arco degli ultimi due secoli mantenendo una grande coerenza interna, a tratti messa in discussione dall’uso di termini decisamente contemporanei (uno per tutti: femminicidio). L’autrice crea una sorta di fiaba gotica definitiva proprio perché svincolata dalle più urgenti esigenze di trama e percorsa da una costante sensazione di minaccia. Senza anticipare nulla (ma il concetto di spoiler applicato al romanzo di Holm è semplicemente ridicolo) vorrei dire che anche l’ultima parola dell’ultima riga dell’ultima pagina di Strega vibra di tensione e rilancia una suspense che non riposa su nulla di concreto e definibile e, forse proprio per questo, risulta quasi tattile. Un esordio straordinario.

:: Emiliano Tognetti racconta “Behind the Nobel”, dove alcuni premiati si raccontano (Graphe.it 2023) a cura di Viviana Filippini

23 Maggio 2023 by

Chi sono davvero i premiati con il Nobel? Che vita facevano prima dell’importante riconoscimento? E dopo? “Behind the Nobel” di Emiliano Tognetti, edito da Graphe.it, raccoglie le interviste ad alcuni premi Nobel (Roald Hohfmann, Frederik de Klerk, Richard John Roberts, Peter Charles Doherty, Paul Maxime Nurse, Dennis Mukwege, Didier Patrick Queloz) che hanno raccontato la loro vita prima del premio, le emozioni al momento della chiamata per Stoccolma e quello che è accaduto dopo. Un libro curioso, interessante, dove si scoprono i Nobel e le loro vite non solo per meriti in ambito medico, fisico, matematico, letterario o per la pace. Da queste pagine emerge l’aspetto professionale dei premiati, ma soprattutto quello umano con tutte le emozioni che li caratterizzano.  A raccontarci del libro l’autore Emiliano Tognetti.

In che modo ha contattato i vari premiati? Non è stato facile, ma durante la pandemia ho avuto del tempo per cercare su internet, sul sito della Fondazione Nobel e su Wikipedia, i loro riferimenti e piano piano, contattando le segreterie delle fondazioni, delle università, degli uffici stampa, ho inviato molte richieste di intervista presentando il progetto e quei sette, o meglio gli altri sei, visto che uno mi aveva già dato la disponibilità per un’intervista per il mio magazine “7gifts.org” (www.sevegifts.org), sono coloro che hanno accolto positivamente la mia richiesta e si sono resi disponibili a rispondere alle mie domande.

Come è stato intervistare i premi Nobel? È stato emozionante e costruttivo, perché l’intervista è stata preparata leggendo la loro biografia e i loro studi, e quindi poi è stato affascinante sentir raccontare dalla loro voce le scoperte, il ricordo, l’esperienza di quanto hanno vissuto. Ognuno ovviamente in maniera diversa e personale, ma non per questo, meno importante o sentita.

Tra i sette che hanno accettato l’intervista ci sono delle storie che l’hanno colpita in modo particolare e perché? Premesso che tutte ed ognuna sono uniche, quella che mi ha emotivamente impattato di più, anche per il tema estremamente delicato è quella del dottor Mukwege, che si è trovato, da ginecologo a lottare contro la violenza sulle donne. Poi non posso negare che mi ha divertito molto Rich Richards, che è stato molto gentile e molto divertente ascoltare e poi trascrivere e lui è un esempio chiaro di come impegnare il loro prestigio internazionale per fare del bene verso la società civile e le persone “meno fortunate” sotto tanti punti di vista.

Tra le domande che tornano spesso c’è quella in cui chiede ai premiati dove e cosa stessero facendo quando hanno ricevuto la notizia e come è cambiata la loro vita dopo il premio. Cosa è emerso da esse? È emerso che la notizia arriva in un momento in cui non ti aspetti. Non è un concorso in cui, bene o male, hai un range di tempo nel quale conosci l’esito, ma può arrivare la chiamata da Stoccolma mentre dormi, mentre sei in una riunione o mentre ripari una biciletta. Ogni persona ha avuto il suo brivido, quando meno se lo aspettava e questo forse è l’aspetto più intrigante delle singole storie.

Quanto è importante far conoscere i Nobel come persone e non solo come coloro che hanno ricevuto l’importante riconoscimento? Direi che è fondamentale! Nel senso che sono persone come noi; ognuno di noi è un potenziale “Nobel”, il premio non conferisce loro uno status di “semi-divinità”, se mi è permesso esagerare il temine di paragone. Sono persone straordinarie, nel senso di “fuori dall’ordinario” perché, molti di loro, hanno saputo “guardare oltre” se stessi ed il proprio recinto personale, parlo nel caso dei premi per la pace, oppure perché nel loro lavoro hanno messo impegno e passione e si sono ritrovati, assieme ad altre persone dei team di lavoro, a fare scoperte importanti che si sono rivelate passi avanti nella scienza. Quello che è emerso è che il premio Nobel, ti da una cassa di risonanza mondiale e al tuo pensiero viene dato un peso che prima non aveva. Sta a loro, ad un ognuno di loro usare questo “potere” con responsabilità; come diceva un famoso fumetto “da grandi poteri, derivano grandi responsabilità” e come diceva un famoso romanzo è importante “cosa fare con il tempo concesso”; in queste due frasi, c’è il senso di utilizzare bene la potenzialità del titolo di “Nobel”.

Cosa le ha lasciato questa esperienza e il narrare le vite di questi sette Nobel prima e dopo il premio? Mi ha lasciato un’esperienza grande interiormente e l’aver appreso che anche nel tuo piccolo puoi fare molto ed essere un “premio Nobel per la vita”, cominciando dalla tua vita e da quella delle persone che hai vicino, perché se non sai prenderti cura di te stesso e di chi hai accanto, come puoi pensare di risolvere i problemi del mondo che spesso nascono dalle singole azioni di ognuno di noi? Questa è la grande lezione che ho imparato, o ricordato da loro.

Solo una donna ha risposto all’appello, riesce a trovare una spiegazione? Si chiama libertà. Io ho contattato tutti i premi Nobel, maschi e femmine che sono riuscito a trovare ed ognuno ha risposto come ha voluto. Tanti hanno detto “no grazie”, alcuni “si” ed è loro libertà, rifiutare l’intervista per tantissimi motivi, che poi restano nascosti fra le righe della risposta. Per quanto mi è stato possibile, ho ricontattato soprattutto le donne, ma questo è. Ho lavorato in uno spirito di “parità di genere” nelle richieste e rispettato la parità e la libertà di genere, nelle risposte.

Sarebbe però fattibile un seguito con solo premi Nobel al femminile? Io lo auspico. L’ho scritto anche nel libro che se qualcuno avesse qualche contatto o canale e potesse darmi una mano, sarebbe una cosa gradita ed auspicabile, poter fare un secondo volume con voci femminili o miste, maschi e femmine. Per ora direi che la cosa bella è far vedere la qualità del libro, se piacerà ai lettori, che è sempre la cosa più importante e magari con questo “attestato di merito per il lavoro svolto”, potremmo avere un volume con più voci femminili. A questo proposito, vorrei sottolineare che ho voluto una prefazione “al femminile” e di qualità, cosa che ho trovato in Ana Blandiana, proprio come forma di “riscatto” per non avere un libro con solo voci maschili, che sarebbe stato lo stesso un buon lavoro, ma credo che così possa rendere onore anche al mondo femminile, che è la prima voce che il lettore incontra quando inizia l’avventura del saggio.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’uffcio a 1AComunicazione.

:: Un sasso nel lago di Matteo Severgnini (Todaro 2023) a cura di Patrizia Debicke

19 Maggio 2023 by

La nuova indagine di Marco Tobia, tra il Lago d’Orta e Milano. Un nuovo caso per l’investigatore che, se potesse, non vorrebbe mai stare lontano da Clara, la sua fidanzata e dalla silenziosa casetta sull’isola di San Giulio, dove risiedono solo lui e lo sparuto gruppo di monache benedettine.
L’investigatore privato Tobia, affetto dalla sindrome di Tourette, che talvolta lo costringe a movimenti involontari e a versi incontrollabili, non sembra uomo facile da gestire e da amare. Ma la sua fidanzata Clara Fournier , un’intelligente escort che lavora a Milano, è innamorata di lui e oltre ad aiutarlo a vivere i suoi sintomi quando esplodono in presenza di altre persone, gli perdona generosamente la musoneria e la difficoltà di confrontarsi con gli altri, dovuta all’essere stato cresciuto da dei genitori freddi e incapaci di gestire, fin da bambino le sue problematiche.
Prima di farsi conoscere come investigatore privato, Marco Tobia era stato un ispettore di polizia, ma durante un’azione , per colpa degli incoercibili movimenti provocati dal suo stato, ha accidentalmente sparato al collega e amico Antonio Scuderi, facendo di lui un invalido a vita seduto su una sedia a rotelle. Quell’incidente, oltre a costringerlo a un prepensionamento dalle forze dell’ordine, gli ha provocato un sofferto e indelebile senso di colpa.
Stavolta Tobia è inquieto e di cattivo umore perché il caso che ha accettato, un banale pedinamento di un marito accusato di tradire la moglie, tale Luisa Mariani, che intende trovare le prove per incastrarlo e divorziare, lo sta obbligando a restare troppo a lungo Milano e troppo lontano dalla sua minuscola e adorata isola di San Giulio.
Ciò nondimeno si tratta solo di noiosa e consueta routine investigativa ma che lo vede forzosamente costretto a continui sfibranti appostamenti in una città surriscaldata dall’afa estiva supportato per sua fortuna dall’amico, il barcaiolo Anselmo, con il compito di fargli da accompagnatore e aiutante.
L’inutile pedinamento di troppi giorni del marito della Mariani senza riuscire a scoprire nulla che lasciasse pensare a una possibile relazione, aveva deciso Tobia a rinunciare all’incarico. Ma nel successivo incontro con la cliente, in vacanza a Orta, la donna ostinata gli aveva chiesto di continuare, poi, pur respinta, aveva tentato di portarselo a letto. E qualcuno, dopo aver scattato col teleobbiettivo foto della tentata seduzione, le aveva fatte avere a Clara, la sua fidanzata, con l’evidente scopo di provocare una rottura tra loro. Senza successo perché, dopo una franca e convincente spiegazione, partiranno insieme in volo per Parigi. Un bel viaggio, una vacanza che pensavano di passare girovagando per mercatini e musei, interrotto però dall’inopinato e repentino ritorno di Tobia, forse un po’ sopraffatto dalle sue problematiche e dal dichiarato intento di Clara di presentarlo ai suoi genitori. Ma e soprattutto un ritorno provocato dalla telefonata da Verbania dell’amico ispettore Scuderi che è stato informato dall’ispettore Lodigiani dell’uccisione a Milano di una escort. L’omicidio è da collegare a quello di Fabiola Presciani, sempre una escort, amica di Clara, avvenuto tempo prima e per il quale lei era stata sentita più volte dalla procuratore. Sul telefono della Presciani infatti compariva il suo numero con diversi tentativi a vuoto di raggiungerla… E anche stavolta purtroppo gravi elementi, in evidenza sulla scena del delitto, rimandano a Clara: e come se non bastasse la donna morta p proprio la sua focosa cliente Lisa Mariani… Cosa c’è sotto? Perché è stato coinvolto?
Insomma la sua indagine per la Mariani, probabilmente solo un contorta montatura, si dimostrerà foriera di una cascata di brutte sorprese e gravi pericoli non solo per Tobia ma anche per la sua fidanzata che potrebbe a essere nel mirino di un serial killer di escort.
Intanto per cominciare Marco Tobia dovrà riuscire a ricucire il suo rapporto con Clara. La sua fuga da Parigi e il suo atteggiamento iper protettivo non stanno certo contribuendo a migliorarlo. Lei poi ora deve tornare a Milano, testimoniare. Lo farà con il fedele Anselmo, eletto a guardiano.
A Tobia invece non resta che parlare direttamente con l’ispettore Lodigiani, prima di mettersi a investigare sotto traccia, ripartendo dai suoi pedinamenti per conto della Mariani. Dovrà scoprire chi e cosa era il marito della Mariani che aveva seguito per giorni. Indagare sulla posizione delle persone che frequentava, come i due fratelli Casellani, Fabrizio e Rosita, eredi di una azienda produttrice di giocattoli un tempo di successo ma ora vicina al fallimento?
Però ha la brutta sensazione di girare a vuoto, le tessere del suo puzzle non s’incastrano.
Cosa c’è dietro quegli omicidi? E perché Clara Fournier è stata chiamata in causa.
L’assassino potrebbe essere lo stalker che in un procedente romanzo tormentava Clara prima di essere messo a tacere da Tobia? O forse potrebbe sapere e dire qualcosa sulla Mariani il vecchio nobiluomo Alighiero Everardi che vive lussuosamente sul Mottarone? Magari qualcosa di molto personale…
Un drammatico avvenimento imprevisto però farà precipitare gli eventi…Ma per risolvere il caso Tobia dovrà armarsi di molta pazienza e ricostruire una storia, alimentata solo dal rancore e dalla volontà di vendetta di una mente tormentata che trae le sue radici dal passato.
Dialoghi veloci, vivaci, spesso piacevolmente umoristici per un intrigante protagonista che nonostante le critiche dell’amico Scuderi attenua i sintomi della sindrome di Tourette facendosi tranquillamente le canne come Rocco Schiavone. Marco Tobia infatti è un tipico antieroe riservato, diffidente, sempre recalcitrante nei rapporti sociali salvo con poche e selezionate persone che ama: la fidanzata, il barcaiolo Anselmo, l’ex collega ispettore in carrozzina e quei bambini che conosce, l’accettano com’è e gli parlano.

Matteo Severgnini vive e lavora a Omegna, sulle sponde del Lago d’Orta. Collabora con la Radio Svizzera Italiana, realizzando reportage e documentari radiofonici. Il primo romanzo con l’investigatore privato Marco Tobia è La donna della luna. Nel 2021 ha pubblicato per Todaro Editore La regola del rischio, sempre protagonista Marco Tobia, e nel 2022 il racconto lungo Affari pericolosi (disponibile solo su ebook).

La sindrome di Tourette è una malattia neuropsichiatrica che colpisce cervello e comportamento, caratterizzata dall’emissione di rumori e suoni involontari e da svariati tic. Grugniti, vocalizzi, colpi di tosse, parole emesse ad alta voce, saltelli, scatti e smorfie. Detta sindrome è più comune di quel che pensiamo e colpisce un individuo su cento. Più i maschi che le femmine.

:: La favolosa favola della fatina Scemarella, Pietro Clementi (Gallucci, 2022) A cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2023 by

Nel magico mondo di Favolosia in “La favolosa favola della fatina Scemarella” di Pietro Clementi, edito da Gallucci,  le fatine nascono tutte sotto meravigliosi fiori, ma una di loro, Scemarella, nasce sotto un carciofo che può anche avere il suo fascino, ma non è di certo una rosa, o un tulipano, o un giacinto o un fiore che trovate bello. Da subito la protagonista si dimostra ben diversa da tutte le altre sue compagne perché lei, così paffutella e simpatica, è anche un po’ maldestra e a tratti sbadata. Dettagli che agli occhi degli altri la fanno apparire imperfetta e per tale ragione la chiamano “Scemarella”. La fatina, alla quale il nome è stato appiccicato addosso per volontà altrui, è la protagonista della storia fantasy che leggiamo noi ma che, allo stesso tempo, il piccolo Luciano si sente raccontare dalla mamma. Il bimbo è molto abbattuto perché, come racconta alla mamma prima di andare a letto, a scuola i suoi compagni di classe lo deridono in quanto basso di statura. La mamma decide quindi di raccontare a Luciano la storia di Scemarella, una fatina un po’ pasticciona, ma unica nel suo genere. Il libro di Pietro Clementi, autore teatrale e scrittore, fondatore della compagnia “Un teatro da favola” è un romanzo ad atmosfere fantasy nelle quali si cela anche il romanzo di formazione, perché Scemarella, che tutti tengono a debita distanza per non finire nei guai, in compagnia del suo unico e fidato amico Othello, dovrà affrontare una serie di avventure (delle vere e proprie prove) compresa la sfida con una fata cattiva, acida e perfida, per realizzare il suo sogno. Grazie a questa narrazione, la mamma di Luciano racconta al figlio sì una storia fantastica, nella quale però ci sono temi importanti e attuali come il bullismo, il body shaming  (deridere una persona per il suo aspetto fisico) che con i social media hanno preso ancora maggiore spazio, uniti anche all’accettazione di sé, dei propri pregi e difetti. “La favolosa favola della fatina Scemarella” di Pietro Clementi è una storia divertente, ma non banale, che aiuta il piccolo lettore o lettrice, a comprendere che l’essere diversi dagli altri non vuol dire essere sbagliati, ma è essere unici e con delle qualità che permettono di raggiungere importanti traguardi, come Scemarella, che scemarella non è!

Pietro Clementi (Roma, 1972) è autore teatrale, scrittore, compositore, regista e attore. Ha prodotto più di cinquanta spettacoli per bambini in cui il pubblico è coinvolto sul piano fisico, vocale ed emotivo. Nel 2015 ha fondato la Compagnia “Un teatro da favola”, che con le sue rappresentazioni per le famiglie ha battuto tutti i record di presenze a Roma e Milano.

Valerio Chiola, classe ’88, è illustratore, fumettista, autore, storyboard artist e character designer. Ha collaborato e collabora con editori nazionali e internazionali.

Source: inviato dall’editore. Grazie a Marina Fanasca e all’uffcio stampa di Gallucci editore.

:: Gru di Apolae

15 Maggio 2023 by

Il Frollo schizzò dalla sala alla cameretta neanche se la stesse facendo addosso, che ero da lui per fare i compiti ma tanto ogni volta Baldur’s Gate o Magic the Gathering prendevano il sopravvento sulla batteria di esercizi. Aveva cominciato a farsi la coda da poco e un ciuffo di zazzera gli ondeggiava addosso mentre sparì dietro lo stipite della cameretta -Aspettami!-. La madre si affacciò senza voglia all’uscio della cucina, col gran seno pigiato nella camicia. -Stellone… già finito?-, domandò alzando le sopracciglia a prendermi in giro. Io feci spallucce, approfittando della simpatia di Ada nei miei confronti, perché tra l’altro non volevo né potevo sputtanare il mio amico. E cercai di non farmi sgamare mentre immaginavo quel torace scoperto. Lei mi guardava e rideva, pulì le mani nello strofinaccio, tornò ai fornelli.

Allora partì un arpeggio di chitarra robusto. Frollo si esercitava un po’ sulle scale e intanto chiaccheravamo, il più e il meno, comunque di lì a breve saremmo finiti davanti a un videogioco. -Fro’, che suoni?- chiesi incantato. -Korn- rispose bello preso. Scrollai la testa dispiaciuto -Mai sentiti-. A volte mi faceva sentire un intruso, pur non volendo, lui che a casa sua potevo davvero fare qualsiasi cosa, tipo prendere una roba in dispensa, buttarmi sul letto sfatto, farmi gli affari miei mentre badava ai suoi. Era sempre pieno di nuovi interessi e invece io facevo poco o niente, a parte trascorrere del tempo lì quasi tutti i giorni. Avevo anche smesso col basket, perché i compagni mi avevano superato in altezza e ormai non ero buono né per stare sotto al tabellone, né per portare palla. Rientrò il padre e passò a salutarci un attimo prima di docciarsi al volo. Tipo sveglio, almeno quanto la madre, forse anche troppo per uno come Frollo, che lo chiamava sempre col nome, Gianni, mai come papà. L’assolo di Freak on a Leash si consumò rabbioso, soprattutto perché le dita gli scivolavano su un fraseggio e dovette ripartire molte volte daccapo.

Io guardavo la stanza, come se volessi registrare nella mente particolari da tirare fuori in futuro, finché mi colpirono tre origami rosa su una mensola -Ma che è sta cosa?-, chiesi. -Origami. Gru di carta- una la lasciò volare sul palmo aperto, accarezzandola con la voce. -Oh, figo. Come mai le fai?- la presi in mano, pizzicata piano, tra indice e pollice. -Sai, devo arrivare a mille- ne aprì una per mostrarmi le pieghe, numerose e complesse, un lavoro di fino. -Ah. E perché?- riposi la gru sulla mensola in mezzo a un mucchietto di simili. -Beh, se ci arrivo posso esprimere un desiderio- rispose fissandomi come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Lui non era uno che ti guardava spesso negli occhi, anzi, quindi quello sguardo mi entrò dentro dritto e fece un po’ male. A fine pomeriggio partitine scacciapensieri alla Play. Poi tornai a casa sull’Ovetto.

Fermo al semaforo rosso, immaginai una gru in attesa su una zampa. Io un desiderio ancora non l’avevo.

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Breve Bio

Si fa chiamare Apolae perché solo così riesce a scrivere liberamente. Piccoli premi locali per narrativa breve. Pubblicazione nel 2022 nell’antologia di LibroMania (DeA) “The Source. Scrivere sull’Acqua”. Suoi racconti compaiono sulle riviste: Fiat Lux, In fuga dalla bocciofila, L’appeso, Nabu Storie, Racconticon, Smezziamo, Spaghetti Writers, Tango Y Gotan e Tremila Battute. Altri testi popolano la pagina Instagram apolae_fotoracconti. Ama la sua famiglia e la letteratura. Si impegna per coniugarle.

:: Dieci piccoli gialli 4 di Carlo Barbieri, Illustrazioni di Chiara Baglioni (Einaudi ragazzi, 2023) a cura di Patrizia Debicke

7 Maggio 2023 by

Dopo il successo di Dieci piccoli gialli, 1-2-3 ritorna il piccolo commissario Ciccio! Ovverosia : “Francesco, il bambino che tutti chiamavano Ciccio perché in Sicilia è il diminutivo di Francesco, ma forse anche perché era un po’ cicciottello”.
Un nuovo capitolo della serie dunque anche perché come per gli altri tre libri, l’incipit di Dieci piccoli gialli 4, antologia nuova di zecca con dieci casi da sbrogliare per il giovane aspirante commissario, sarà identico a quelli dei precedenti di Barbieri. Tutte le storie infatti cominciano nello stesso modo e, ma non sapremo mai, o almeno pare, quale sia il cognome di Francesco, il piccolo protagonista.
Insomma l’incipit diventa anche una specie di ritornello e fil rouge che lega tutte le storie.
Ne concludiamo che: incipit che funziona non si cambia. E poi, sissignori, suona bene perché con questa frase si capisce al volo che siamo davanti a una antologia destinata ai lettori “junior”.
Il protagonista potrebbe essere il piccolo Mancuso da bambino? E perché no? Ragionevole senz’altro. Il personaggio di un bambino precoce investigatore rimanda infatti a una plausibile infanzia di Francesco Mancuso, il commissario della Omicidi di Palermo protagonista di tutti gli intriganti thriller di Carlo Barbieri . Siciliano e autore di gialli. Gialli seriali perché ormai sapppiamo tutti che il seriale funziona ed è ben accetto dal pubblico di ogni età.
E poi questo Ciccio è un ragazzo davvero particolare, pieno d’arguzia, sensibile, curioso, osservatore e con la sua mania di ficcare il naso dappertutto bravo a fiutare e a risolvere i “casi” che gli si presentano.
Pertanto, per presentare questo nuovo capitolo di quella che ormai dovremmo definire la Saga di Ciccio, possiamo dire che ci sono 10 storie gialle destinate ai più piccoli, da risolvere alla svelta e in pochissime pagine!
Storie destinate a coloro, ragazzi dagli otto anni in su, che vogliono sentirsi dei detective! O magari vorrebbero somigliare a tanti eroi dello schermo grande o piccolo che sia.
Insomma dieci piccoli gialli, ma a conti fatti dieci fatti di vita quotidiana, dei racconti scritti per avvicinare la realtà del vissuto infantile ma e soprattutto lezioni di vita utili per recuperare alcune verità che tante volte ci sfuggono, perché ormai non siamo più dei ragazzi.
E Ciccio, che ormai la consuetudine fa definire il nostro Ciccio, dimostra con disinvoltura la sua capacità, cominciando nel primo racconto con lo scoprire il retroscena del furto dei preziosissimi Patak Doré subito da un gioielliere dove si era recato il giorno prima con il nonno per consigliargli un regalo per la mamma. Individuerà presto anche nel secondo il giochetto del ladro che ha rubato in casa del colonnello, dall’udito talmente fino da dover dormire con i tappi. Nel terzo poi, trovandosi per aver vinto un concorso in un albergo in vacanza con la mamma, smonterà il mistero del cartello “Non disturbare” che rischiava di incastrare una cameriera addetta ai piani. Nel quarto invece riuscirà a svelare il mistero dei rapinatori tanto bene informati mentre nel quinto farà arrestare una finta mendicante distratta. Nel sesto, con l’aiuto di un hacker della polizia, smonterà il trucco del plagio ai danni di un grande scrittore. Arrivati al settimo, riuscirà a spremersi le meningi e mettere all’angolo il rapinatore che colpiva le tabaccherie. Nell’ottavo viceversa l’eccessiva caduta delle foglie di un arancio amaro, piantato con i compagni in una pubblica aiuola, lo porterà a scoperchiare un pericoloso avvelenamento del terreno e, in seguito, nel nono saprà far luce sull’incomprensibile furto in una boutique di lusso, servendosi del confronto con due gocce d’acqua. Nel decimo ed ultimo infine, con l’esame del DNA, potrà far incastrare senza scampo il ladro mascherato…
Spesso la letteratura per ragazzi privilegia soprattutto lo spirito d’avventura, l’eroismo dei personaggi , ma Barbieri punta piuttosto sulle doti investigative del suo protagonista come lo spirito di osservazione, la raccolta di dettagli e preziosi indizi, servendosi anche di utili strumenti del mestiere: quali un cellulare per scattare sempre delle foto.
Gialli junior insomma che piuttosto che l’azione cara a tanti romanzi di azione all’americana privilegiano un percorso deduttivo tradizionale. Percorso che richiama abbastanza i classici di Sherlock Holmes, le mai dimenticate avventure di Maigret di Simenon e, se poi volessimo invece guardare a un orizzonte più italiano o meglio siciliano, quelli di Camilleri e il suo commissario Montalbano.

Carlo Barbieri, siciliano, scrittore «tardivo» come tanti suoi conterranei, ha vissuto a Teheran e a Il Cairo, e adesso risiede a Roma. È autore di gialli e racconti premiati in manifestazioni di prestigio come lo Scerbanenco@Lignano, Giallo Garda, Metropoli di Torino. Per Einaudi Ragazzi ha scritto Dieci piccoli gialli, Dieci piccoli gialli 2 entrambi premio speciale della giuria al Festival Giallo Garda e Dieci piccoli gialli 3. Al suo piccolo investigatore Ciccio è dedicata anche una collana di racconti singoli chiamata Piccoli gialli. Sempre per Einaudi Ragazzi ha scritto Pino Tanuso e l’incredibile SuperBike Ali-N.

Chiara Baglioni è un’illustratrice free-lance, ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia della Scuola Nazionale di Cinema di Roma, e successivamente si è laureata all’Università di Firenze. Lavora per i maggiori editori italiani. Per il catalogo Einaudi ha di recente illustrato le nuove edizioni di Le avventure di Cipollino e di La torta in cielo di Gianni Rodari.

:: Jack is back di Stefano Tura (Piemme 2021) a cura di Patrizia Debicke

2 Maggio 2023 by

Un gioco sottilmente crudele muove la trama del libro di Stefano Tura che, con un attuale e misterioso punto di vista affronta nel suo romanzo la disumana e feroce odissea del famoso serial killer londinese: Jack lo squartatore, Jack the ripper . Il nome dello sconosciuto (mai identificato fino ad oggi ) che operò tra l’estate e l’autunno del 1888, sgozzando e mutilando ferocemente cinque donne di povera estrazione sociale nel degradato quartiere londinese di Whitechapel, dell’East End di Londra, è tratto dalla firma posta in fondo a una lettera di una anonimo indirizzata alla Central News Agency. In cui lo sconosciuto mittente, asseriva di essere l’assassino.
Due delle vittime del killer erano prostitute. Le altre di misera estrazione sociale.
Tura interpreta la storia di quella famosisima sequenza di atroci crimini mai risolti – il mistero permane ancora dopo 130 anni – , dandogli nuova sanguinaria vita nella Londra di oggi.
Lo fa proponendo una motivazione, un confronto o peggio un alibi, offerto dalle problematiche sociali dell’epoca vittoriana paragonate a quella attuale e che gli consente di regalare una diversa e ipotetica prospettiva a uno dei disegni criminosi più efferati della storia.
Tutto inserito in un’ incontrollabile alternarsi di presente e passato che varca minacciosamente i confini di un mix tra spiritismo e paranormale, dominato dalle dottrine teosofiche.
Infatti, come ci suggerisce il titolo e come scopriremo presto leggendo, parrebbe quasi che Jack the ripper (la squartatore) sia riemerso dal passato per colpire ancora, terrorizzando i residenti dell’antico quartiere dell’East End.
E Derrick Brainblee, Ispettore capo della City Police di Londra affiancato dal suo duttile e coraggioso sergente Dustin Chandler, verrà coinvolto in una caccia all’assassino che sfiora l’inverosimile. E per farlo, volente o nolente, sarà costretto ad avvalersi dell’informativa a disposizione che riporta tutte le ricostruzioni storiche sull’antico caso. Pare quasi che un imitatore stia seguendo puntualmente le tracce del suo crudele predecessore ottocentesco.
Brainble, passato alla Polizia Metropolitana dopo dieci anni presso Scotland Yard, è considerato uno dei più esperti investigatori nel traffico illecito di esseri umani che da anni si sta facendo sempre più largo in Inghilterra. L’ispettore capo, sempre preciso, coscienzioso, pare abbia un intuito particolare. Il suo attuale lavoro poi, tenendolo più lontano dal diretto contatto con i cadaveri, ha permesso alle sue angoscianti allucinazioni , secondo i medici sindrome e segni premonitori di un possibile ictus e suo incubo da quando ha compiuto venticinque anni, di concedergli una parziale tregua. Fino a quando un giorno vede sul suo profilo Instagram un’immagine scioccante: il cadavere di una donna mutilata e smembrata con la gola squarciata. La foto è priva di testo ma accompagnata dall’hashtag # jib . Naturalmente chi l’ha spedita non è rintracciabile e pochi istanti dopo e, per fortuna il poliziotto ha avuto la prontezza di salvarla, quell’immagine verrà cancellata. Brainblee è certo di averla già vista, ma quella agghiacciante fotografia rappresenterà per lui solo il primo passo su una strada molto pericolosa … Perché il giorno stesso, dopo aver lasciato il suo sergente allo storico pub The Pride of Spitafield un tempo il The Romford Srms, divenuto famoso all’epoca di Jachk the ripper, un’improvvisa onda nera l’assale, tutto ruota, fino a quando finalmente intravede un portone… per lui sarà il buio assoluto. Una diversa e insondabile dimensione.
Al suo risveglio, quasi quaranta minuti dopo, seduto su una panchina di Brushfiels Street,
ha la camicia sporca sul davanti, le nocche della sua mano sinistra sono sbucciate e sanguinanti e prova forte dolore al braccio. Non ha nessun vero ricordo però di cosa abbia veramente fatto.
Ciò nondimeno nei giorni successivi le sue temute allucinazioni, veri e propri black out con perdita di conoscenza, si intensificano diventando sempre più frequenti, al punto di fagli temere di dover rinunciare al lavoro. Anche perché a ogni risveglio il suo corpo mostra segni di lotta e la sua mente è marchiata da orribili immagini di assassinii. E neppure il ricorso all’aiuto di uno psicopatologo, suggeritogli da una collega, potrà aiutarlo.
Le sue indagini si intessono estendendosi a un gran numero di personaggi, da una straordinaria detective apparentemente infallibile al suo compagno, un professore esperto di criminologia, da una giovane studentessa, entusiasmata dai delitti avvenuti in epoca vittoriana, a un inquietante e perverso giovane drogato, ricchissimo membro della più alta aristocrazia, quasi a ricordare il duca di Clarence figlio della Regina Vittoria mai indagato ma sospettato all’epoca di Jack lo Squartatore.
Tutti attori pronti a calcare la scena per rappresentare ogni atto di un mostruoso spettacolo che cela una terribile verità : un preordinato ritorno di Jack the ripper, un nuovo killer, coscientemente manovrato dal male che cammina per le strade di Londra. Ma se non ci fosse il pubblico seduto in sala, pronto assistere quale piacere potrebbe esserci nell’ uccidere.
Un tuffo di testa nell’horror che esibisce scene spaventose con complesse motivazioni che fanno rabbrividire.
Ma anche e soprattutto un romanzo intrigante che , con una straordinariamente minuziosa e palpabile ricostruzione storico ambientale, riesce a immergere il lettore facendolo immedesimare nella oscure e torpide ma tormentate atmosfere inglesi vittoriane, destinate a una incontenibile transizione epocale, e le pone a confronto con quelle crude dell’oggi, dolenti e insoddisfatte, afflitte dalle problematiche materiali ed economiche del post Brexit.


Stefano Tura, giornalista e scrittore, nato a Bologna, oggi responsabile della sede Rai Emilia Romagna ha vissuto per anni a Londra dove lavorava come corrispondente per la Rai. Ha iniziato la carriera come cronista di nera nel quotidiano Il Resto del Carlino. È stato poi inviato di guerra per la Rai in ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e Sudan. Come autore di gialli e noir, ha scritto Il killer delle ballerine, Non spegnere la luce, Arriveranno i fiori del sangue, e molti altri; finalista nei premi Fedeli e Scerbanenco, e Tu sei il prossimo, con il quale ha vinto i premi Romiti e Serantini.

Source: libro del recensore.

:: La strada ti chiama, Francesca Bonafini (Sinnos 2022) A cura di Viviana Filippini

2 Maggio 2023 by

“La strada ti chiama” è il nuovo romanzo di Francesca Bonafini, una storia che conquista perché racconta l’adolescenza di quattro adolescenti, nella Toronto (Canada) degli anni 70. I protagonisti sono quattro ragazzini, amici per la pelle che si dividono tra la scuola e le partite a hockey nelle strade del quartiere di East York. Loro sono Leonardo, Dimitrios, Oliver, Yves. Tutti hanno tredici anni, tutti vanno a scuola, adorano l’hockey e la musica (presente un po’ ovunque nelle pagine) e alcuni di loro sono figli di emigrati, ma ad unirli in modo maggior la consapevolezza che quell’estate del 1976 ha qualcosa di speciale e importate per loro, indipendentemente dalla presenza di mappe del tesoro. Il romanzo della Bonafini è una bella storia di formazione e di amicizia di un gruppetto di ragazzi che, nel loro carattere, hanno ancora l’innocenza tipica dei bambini, ma, nel loro cuore comprendono che qualcosa sta per trasformarsi per sempre. Capiranno che il cambiamento sarà su più fronti. Tanto per cominciare i quattro amici cominceranno a guardare in modo diverso  le ragazze, non più come compagne di scuola, ma come possibili fidanzate. Altro aspetto interessante del romanzo per ragazzi è la presenza di figli di emigrati di origine italiana, greca, francese che vivono la loro esistenza tra gli usi e costumi tipici del Canada, dove però mantengono vivo il legame anche con la loro terra di origine. Un mescolanza di culture che si fondono e comprendono. Non solo, perché in tutto questo turbine di emozioni, ognuno di loro sente dentro al proprio io il venire un po’ meno una serie di certezze che avevano da bambini e che li mette in crisi. Per esempio Leonardo, uno dei protagonisti da piccolo avrebbe voluto fare tanti lavori diversi (dall’astronauta al muratore come il padre), mentre ora che è un ragazzino, a parte giocare a hockey (e nemmeno tanto bene, e lo sa, ma non gli importa perché lui si diverte) dentro a sé, ha solo una gran confusione perché non sa più cosa vuole fare nel e del suo futuro. Uno stato emotivo che riguarda Dimitrios, Oliver e Yves, anche loro in una fase cruciale delle loro esistenze perché hanno capito – un po’ perché cambiano i loro interessi, un po’ perché cambiano loro stessi-  che non sono più bambini nella mente e nel corpo. Dentro di loro sono consapevoli che la strada per diventare adulti è ancora lunga, e questo li spaventa, ma non si scoraggiano. “La strada ti chiama” di Francesca Bonafini è un romanzo d’amicizia e di formazione dove questi quattro tredicenni sì si divertono giocando, affrontando anche sfide e prove tra l’avventuroso e il rocambolesco, ma ad unirli ancora di più c’è un’amicizia forte e solida e sarà quell’elemento che li sosterrà alla scoperta del loro domani. Il libro è Finalista Premio Andersen 2023 nella categoria Miglior Libro oltre i 12 anni.

Francesca Bonafini è nata a Verona e vive a Bologna. Ha pubblicato i romanzi per il lettore adulto e per ragazzi “Celestiale” (Sinnos, 2018). Numerosi suoi racconti sono apparsi su riviste, quotidiani e antologie, ed è presente nel “Dizionario affettivo della lingua italiana” (Fandango, 2008). Ha scritto di musica italiana e in particolare di Ivano Fossati nel volume “Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo” (Auditorium, 2011). È coautrice del romanzo collettivo Il cavedio (Fernandel, 2011) e del libro umoristico a quattro mani “Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti” (Ad est dell’equatore, 2015). Sito web: https://francescabonafini.wordpress.com/

Source: Inviato dall’editore. Grazie all’uffcio stampa Sinnos.

:: Il re del gelato di Cristina Cassar Scalia (Einaudi Stile Libero Big 2023) a cura di Fabio Lotti

1 Maggio 2023 by

Con il vicequestore aggiunto Giovanna Guarrasi detta Vanina…

Catania 2015. Abbiamo qui trasferita da Milano la palermitana Giovanna Guarrasi detta Vanina come vice questore aggiunto alla Mobile, settore reati contro la persona.Figlia di un ispettore ucciso venti anni prima dalla mafia, ex compagna di un pm a cui aveva salvato la vita, grintosa e tosta, sigarette a go-go, Mini Cooper bianca, appassionata di vecchi film e della buona cucina (ci ritorneremo alla fine). Un po’ a disagio in questa città perché “un palermitano a Catania, per definizione, non ci si poteva trovare bene”. Comunque ha preso alloggio in una casetta alle pendici dell’Etna all’interno di una graziosa proprietà con giardino e agrumeto, la cui affabile proprietaria è anche un’ottima cuoca.

Tutto ha inizio con una chiamata al cellulare del suo vice, l’ispettore capo Carmelo Spanò, che la informa di un fatto piuttosto strano: Agostino Lomonaco, titolare delle più pregiate gelaterie di Catania, è stato denunciato per tentato avvelenamento dato che in tre dei suoi locali sono state trovate dentro ai gelati delle pillole. Per capirne la sostanza (saranno drogate?) ci vorrà del tempo, ma subito il giorno dopo la faccenda si complica. Agostino verrà trovato dal figlio dietro al bancone “riverso per terra a faccia in giù, la testa sfondata”.

Chi può essere l’assassino? Le indagini vertono soprattutto sulla figlia Corinna che il morto voleva disconoscere pensando che fosse, invece, di Ruggero Cammarata, un vecchio collaboratore amico di sua moglie. Tra l’altro nelle capsule viene trovata una “innocua, comunissima valeriana” come quelle usate dalla stessa Corinna. Ma ci può essere di mezzo anche l’organizzazione mafiosa che chiedeva dei “contributi” al re dei gelati…

Vanina non si perde d’animo e con l’aiuto della sua squadra ben delineata nelle varie sfaccettature, soprattutto del “Grande Capo” Tito Macchia (centoventi chili!), si butta a capofitto nelle indagini contrastando anche le paure del titolare Franco Vassallo dalla stretta di mano “molle e sfuggente” che teme di coinvolgere dei pezzi grossi (un classico).

Dunque avremo dei continui andirivieni tra bar e trattorie insieme agli incasinamenti e le contraddizioni della città, qualche ricordo, qualche guizzo di malinconia tra sorrisi e battute in dialetto siciliano, spunti caratteristici sui vari personaggi, momenti di tensione superati dalla caparbia, testarda volontà di risolvere il problema della nostra Vanina.

Oltre a questo gusteremo anche un saporito viaggio culinario costellato di granite, brioche, caffè, savoiardi, biscotti al cioccolato, crostata con marmellata di fichi, cornetti alla crema, Coca Cola, parmigiano, zucchine gratinate, fagiolini con le patate, rigatoni alla Norma, la caponata, pasta coi masculini, spaghetti al nero di seppia, vino, caciocavallo, burrata, prosciutto di Parma, tramezzini vari…

Buona lettura e buon appetito!