:: Recensione di Il libro delle anime di Glenn Cooper

7 settembre 2010 by

Il-libro-delle-animePer chi ha amato Il Codice da Vinci di Dan Brown e gli intrighi esoterici sono il suo pane quotidiano il nome Glenn Cooper non suonerà del tutto sconosciuto. Vi ricorderete per esempio di un certo La biblioteca dei morti  mega bestseller dello scorso anno, tradotto in 29 paesi, con 700 mila copie vendute, bene Glenn Cooper  era il suo autore e ora torna per l’editrice Nord con Il libro delle anime sequel del precedente.  Come spesso succede al cinema non sempre i sequel sono all’altezza del primo episodio per cui mi sono avvicinata a questo con una certa cautela e diffidenza ma devo ammettere che non è male e descrive una delle aste più bizzarre che abbia mai letto. Ma andiamo con ordine, innanzitutto partiamo dalla trama. 

Allora Il libro delle anime prende l’avvio un anno dopo gli avvenimenti di La biblioteca dei morti. Ritroviamo Will Piper che, dopo una vita dedicata a dare la caccia ai serial killer, ormai congedatosi dall’ FBI dopo i fatti burrascosi del famigerato caso Dooomsday, vive tranquillo in famiglia il suo pensionamento forzato, finchè  due anziani ex dipendenti dell’ Area 51,  facenti parte di una segretissima organizzazione clandestina chiamata Club 2027, lo contatta e gli affida una bizzarra missione: recuperare un libro antico misteriosamente riapparso dopo secoli nei polverosi e ovattati sotterranei di una casa d’aste londinese e aiutarli a risolvere alcuni misteri legati al suddetto manoscritto soprattutto capendo cosa accadrà di tanto speciale il 9 febbraio del 2027. Il libro infatti non è un libro qualsiasi ma è l’ultimo superstite di una serie di manoscritti redatti da inquietanti scrivani con i capelli rossi e gli occhi verdi in cui sono elencate le date di nascita e di morte dell’intera umanità fino appunto a quella data un tantino apocalittica. La Biblioteca dei morti appunto della quale Will Piper è uno dei pochi a conoscerne l’esistenza cosa che di fatto lo rende a tutti gli effetti un membro del Club 2027. 

Tornare in azione è una tentazione troppo forte per Will Piper così posati pannolini e canna da pesca si rimette al lavoro ostacolato dal terribile Malcom Frazier, capo della sicurezza dell’Area 51, composta da loschi figuri denominati Sorveglianti anch’essi seriamente intenzionati ad appropriarsi del libro e pronti ad uccidere per evitare che i misteri che esso contiene siano svelati.  Non ostante Will Piper sia un OLO, ovvero un “Oltre il confine”, e la sua data di morte non sia scritta nel famigerato libro, dovrà fare una considerevole fatica a risolvere il mistero e proteggere la sua famiglia, prima di poter finalmente tornare  a pescare nel Golfo del Messico. 

In bilico tra il moderno thriller investigativo e il giallo storico Il libro delle anime è sicuramente  un libro da non perdere per gli appassionati del genere. Forse è meno originale della Biblioteca dei morti , dove aveva giocato le sue carte migliori, ma comunque le componenti che fanno di un libro un buon thriller ci sono tutte: è scritto bene, si legge facilmente senza arrancare annoiati da digressioni storiche interminabili e saccenti, ha ritmo, un mistero inquietante da risolvere, colpi di scena a ripetizione, una vivace tensione narrativa senza smagliature, un protagonista simpatico e sorprendentemente divertente e dei cattivi di tutto rispetto pronti a tutto anche se  adire il vero un po’ grotteschi. Un consiglio come sempre leggetevi prima il primo episodio o vi troverete con dei pezzi del puzzle mancanti.

Il libro delle anime di Glenn Cooper, Editrice Nord, collana Narrativa Nord, traduzione Gian Paolo Gasperi e Velia Februari, 2010, 421 pagine, rilegato, prezzo di copertina Euro 19.60. 

:: Recensione di Il silenzio imperfetto di Aldo Penna

6 settembre 2010 by

COPER_ILSILENZIOIl coraggio di un giornalista contro la Mafia. 

Ci sono libri coraggiosi, che colpiscono al cuore, che si insinuano nell’anima lasciando tracce incancellabili. Dopo la loro lettura siamo diversi, cambiati, non siamo più come prima. A questi libri appartiene Il silenzio imperfetto  di Aldo Penna un romanzo forte, impegnato, scritto da chi conosce approfonditamente un tema spinoso come quello della lotta alla Mafia. Al centro del romanzo, si erge la figura di Gaetano Flores, un giornalista di nera, un uomo qualunque, ne migliore ne peggiore di altri, con alti e bassi, problemi sentimentali e tristezze, un testimone quasi involontario di quel fenomeno inarrestabile che sta minando alla base, sta scalfendo i piedi di argilla del sistema criminale  chiamato Mafia. Le connivenze tra mafia, stato, e molti settori politici riportano alla memoria il romanzo sciasciano A ciascuno il suo o Il contesto che descrive dettagliatamente il capillare sistema di corruzione che coinvolge le più alte cariche della magistratura e i leader dei maggiori partiti politici. Penna conscio della responsabilità che uno scrittore ha di custodire i valori morali di una società che si fregia del diritto di definirsi civile, ripercorre decenni di vita siciliana attraverso lo sguardo disincantato di Flores, che utilizza i suoi articoli giornalistici per fare chiarezza, dissipare l’omertà, dare voce a chi la Mafia la combatte davvero sul campo, rischiando la vita ogni giorno. Perché di Mafia si muore, ma parlarne anche come stiamo facendo adesso, è un modo per combatterla e sentirsi vivi. Come sottolinea il magistrato Antonio Ingroia nella sua illuminante introduzione il finale a sorpresa potrebbe apparire spiazzante e amaro ma si inserisce nella tradizione di serio e sincero realismo del romanzo siciliano. Con echi indubbiamente sciasciani infatti Penna utilizza la tecnica del romanzo giallo-poliziesco per imbastire un’ indagine-denuncia in cui l’impegno civile e la denuncia sociale dei mali della Sicilia acquistano una valenza più ampia, quasi universale, dove la Mafia, seppure realtà tipicamente locale, diventa l’emblema del Male in sé.  In breve la trama: Palermo, giorni nostri, un giornalista e un commissario indagano su strani incidenti apparentemente scollegati. Le loro indagini portano tutte in una sola direzione, verso un insospettabile, un politico dalla faccia pulita, un paladino dell'antimafia. Come fermarlo? Muovendosi in un vero e proprio campo minato in cui gli interessi di politica, magistratura, affari, stampa si intrecciano per difendere una Mafia sempre più infiltrata nel tessuto sociale, dovranno guardarsi le spalle e fare di tutto per sopravvivere. 
DSC_0913Il silenzio imperfetto di Aldo Penna, Nuovi equilibri Stampa Alternativa, Collana Eretica, pagine 279, brossura, 2010, Prezzo di copertina Euro 11, 70.
Aldo Penna (1956) ha già al suo attivo con successo di lettori per Terradifalco La verità è nell'ombra. Il suo lungo impegno politico gli ha consentito una profonda conoscenza della realtà di Palermo dove è ambientato il suo romanzo giallo.

Questo è il link dell'ebook dei primi tre capitoli del romanzo,

http://www.aldopenna.it/files/aldo_Silenzio_cap_III_a2.pdf

:: Recensione di La vergine delle ossa di Luca Masali a cura di Stefano Di Marino

6 settembre 2010 by

la_vergine_delle_ossaLA VERGINE DELLE OSSA di Luca Masali- Castelvecchi-pp435 -18 euro- thriller d’epoca.

Conosco e leggo Luca Masali sin dai Biplani di D’Annunzio, opera d’esordio vincitrice del premio Urania nel 1995 ma già rivelatrice di un estro narrativo insolito fuori dagli schemi. Mi colpì ( e la conoscenza personale abbinata alla lettura dei successivi romanzi trai quali ricordo con particolare piacere La perla alla fine del  mondo, 1999) la capacità di cogliere senza dimenticare la propensione al fantastico, atmosfere  d’antan, di sbuzzare personaggi fuori dalle righe che sembravano venuti a recitare una parte, quasi in prestito transfughi da commedie, da narrativa d’altri tempi. Insomma Masali sta stretto in una classificazione e non ne fa mistero.

Thriller? Satira politica e di costume? Avventura’ Fantastico?

Sì, potrei dire anche scorrendo questa sua ultima fatica, ma non solo. Una grande inventiva, la capacità di documentarsi ma anche di portare sulla pagina fatti e personaggi reali mescolandoli con la fantasia grazie a una scrittura arguta,vagamente divertita e irriverente come solo gli sguardi che ti lancia quando si parla di narrativa. La consapevolezza di raccontare una storia, per diletto proprio degli altri. Senza prendersi troppo sul serio.

E il risultato è fulminante, irriverente dirà qualche cultore dell’Assoluta precisione che (come ben sappiamo) ammorba i racconti di fantasia di una noia mortale. Questa invece è assente nel caso  ‘spaventoso e terrificante’ della vergine delle ossa. Una storia che comincia con il massacro di una vacca, con un carabiniere di cui conosciamo solo le iniziali  U.G. e con il coinvolgimento di Cesare Lombroso. Personaggio affascinante ma non unico nell’immaginario di un’epoca vividamente ritratta. Il manicomio di Collegno, Emilio Salgari (poverino!) indeciso se essere capitano di lungo corso o narratore. Ma ben più tortuosi misteri si avviluppano in una storia che è un ritratto d’epoca e una fantasia al tempo stesso. Una lettura godibilissima,già sceneggiata con verve e una scrittura adeguata, pungente dove occorre. Un romanzo ( finalmente!!!!) che non segue una moda, non assomiglia a cento altri letti e che, con tutta sincerità, mi piacerebbe vedere portato sullo schermo da Pupi Avati. Chissà…

Stefano Di Marino

:: Recensione di Indesiderata di Kristina Ohlsson a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2010 by

3Svezia, fine di luglio.
La pioggia si sta portando via l’estate.
La piccola Lilian di 6 anni, in viaggio con la mamma Sara sul treno che da Goteborg porta a Stoccolma, scompare.
Un banale guasto tecnico costringe il treno a fermarsi una stazione prima di Stoccolma e Sara scende per telefonare ad un amico, lontano dalla piccola a cui non vuole fare sapere che ha un nuovo fidanzato. Pensa di avere tempo e quando una strana ragazza le chiede di aiutarla perché il suo  cane sta male non esita e si vede il treno ripartire sotto gli occhi. Telefonate frenetiche, rassicurazioni, un taxi provvidenziale, tutto sembra felicemente risolto ma all’ arrivo a Stoccolma della bambina non c’è più traccia. Nessuno ha visto niente, tutto quello che resta è un paio di sandaletti lilla ai piedi del posto dove la bambina era seduta.
Le indagini vengono affidate all’ispettore Alex Recht e alla giovane analista investigativa Fredrika Bergman.
Subito emerge una brutta storia di molestie famigliari e i primi sospetti cadono sul padre della piccola Gabriel Sebastiansson, un uomo violento, geloso, instabile, da cui Sara si era da poco separata, protetto da una madre inquietante, irrintracciabile.
Una testimone afferma di avere visto un uomo alto che si portava via la piccola. Un uomo che si comportava come un padre con corti capelli scuri e camicia verde che la bimba sembrava conoscere.
Nessuno sembra confermare la testimonianza della donna, nessun altro lo ha visto ma ormai sembra rafforzata la certezza che la piccola sia stata rapita dal padre.
Certezza che resiste finché il cadavere di Lilian viene rinvenuto nel parcheggio di un ospedale, con la testa rasata e una scritta inquietante sulla fronte: indesiderata.
L’incubo del serial killer prende forma nelle menti degli investigatori e con esso la convinzione che non si fermerà.
Una lotta contro il tempo comincia, per capire le motivazioni dello psicopatico, chi l’aiuta, come fermarlo.
Uscito questo luglio per la collana Linea Rossa di Piemme Indesiderata è un thriller che farà rimanere incollati alle pagine i lettori. Esordio narrativo della giallista svedese Kristina Ohlsson, primo libro di una serie che ha per protagonisti l’ispettore Alex Recht e l’analista investigativa Fredrika Bergman, Indesiderata racconta una storia dolorosa e angosciante che prende l’avvio dalla scomparsa di una bambina e dalle relative indagini della polizia per ritrovarla.
La bravura della Ohlsson nell’analizzare la psicologia dei personaggi è senz’altro il segreto del successo di questo libro che in poco tempo ha  scalato le classifiche svedesi ed ora si appresta a conquistare il mercato internazionale.
La parte investigativa è realistica e molto ben articolata tanto da soddisfare i lettori più esigenti e interessati alla verosimiglianza.
Anomala la figura del serial killer deciso a vendicarsi della figura materna proiettandola su tutte quelle madri che hanno affrontato la dolorosa esperienza dell’aborto.
Indesiderata è un thriller che affronta tematiche forti, non per tutti i palati, ma ha il pregio di una trama emozionante, di protagonisti simpatici e sfaccettati descritti con i loro pregi e le loro debolezze, e di un’ ambientazione ben curata.
Poi la Ohlsson scrive davvero bene, le pagine scorrono fluide e si ha quasi la sensazione di essere un personaggio all’interno della narrazione tanto è coinvolgente.
Nel panorama della letteratura scandinava una piccola piacevole sorpresa. Consigliatissimo.
Traduzione di Alessandro Bassini e Sara Caleddu.

:: Intervista a Gaia Conventi

4 settembre 2010 by

Benvenuta Gaia su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora iniziamo con il dire che sei nata a Goro provincia di Ferrara nel 1974, sei una bravissima cuoca.

Figuriamoci, fa sempre piacere essere intervistati, chi lo nega è un bugiardo! Sono nata a Goro, come Milva, molti anni dopo e senza la sua ugola d’oro. Se qualcuno dice in giro che sono una brava cuoca: mente sapendo di mentire, o forse è stato a cena a casa mia e fa del sarcasmo! Odio stare in cucina, se non esistesse la Bo-Frost sarei già morta d’inedia. Ho invece un particolare pollice verde per grasse e succulente, e una predilezione per l’acquisto di piante con le ore contate (tendo a volerle resuscitare, e questa è sicuramente una mania di grandezza!). 

Come è nata in te la passione per la scrittura e soprattutto per il giallo e il noir? Non mi dire che già da bambina ti appassionavi ai fatti di cronaca nera.

No, da bambina mi appassionavo ai Lego, ma non credo che questo abbia particolarmente influito sui miei ammazzamenti in età adulta. La passione per la scrittura è il tipico serendipity che movimenta la mia esistenza: scoperte fatte per caso, mentre si fa tutt’altro. Ho scritto un racconto  noir in un pomeriggio di noia, e di questi pomeriggi ne ho sì e no tre in un anno. Se quel giorno avessi deciso per il ricamo, oggi forse non saremmo nemmeno qui a discutere. 

Sei nata sul web pubblicando già dal 2003 diversi racconti molto personali. Qualcuno ti definisce ancora autrice emergente, solo distratto o c’è del vero? 

Per essere un’emergente sono un iceberg, ho fatto molte cose ma non abbastanza. Immagino rimarrò emergente fino alla fine dei miei giorni: se decidessi d’essere “arrivata”, prenderei la cosa sul serio e mi divertirei molto meno.

Stefano Borghi e Gaia Conventi un binomio inseparabile. 

Io e Stefano ci siamo conosciuti per puro caso, in un sito dedicato ai racconti. E’ stato protagonista di un testo un tantino cattivello: un fan tartassa la propria scrittrice preferita e lei, piano piano, l’avvelena inviandogli lettere profumate… alla mandorla amara. In seguito, non avendolo fatto fuori per davvero, abbiamo avuto modo di scrivere molto a quattro mani. 

Ma esiste il delitto perfetto? Se lo dovessi commettere che accorgimenti prenderesti?

Il delitto perfetto esiste, ma è dura compierlo e poi non potersene vantare. Ho sempre pensato che un’iniezione di acqua frizzante fosse una maniera carina di procurare un embolo, certo anche la visione forzata di Bruno Vespa… 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Beh, immagino di dover ringraziare la maestra elementare che mi insegnò i rudimenti: le astine, lo stampatello… In seguito non ho avuto aiuti mirati, ma, senza dubbio, il mio più grande sostenitore è sempre stato mio marito.

Sei un’inguaribile bugiarda o sincera fino al midollo?

Quando scrivo sono piuttosto bugiarda, alla premiazione di “Passi nel buio 2009” si stupirono di non vedermi settantenne, come la protagonista di “La morte in pentola”. Pare avessi dato l’idea di una arzilla signora che passa le sue giornate tra gialli e centrini, evidentemente avevo mentito bene. Nella vita no, sono sincera e senza peli sulla lingua. E’ sempre un rischio chiedermi un parere sincero, vi invito a non farlo mai! 

Come nascono i tuoi personaggi? Ti ispiri a persone reali, a personaggi letterari, o sono solo frutto della tua fantasia? 

I miei personaggi nascono dall’osservazione, spesso sono un mix di più persone, a volte sono soltanto le mie paure messe su carta. 

Oltre a scrivere romanzi scrivi anche racconti. Quale è il tuo preferito? Di cosa parla? 

Sono un genitore assai distratto, dopo aver scritto qualcosa me ne disinteresso: impara a camminare con le tue gambe, gli dico. Se proprio dovessi fare una scelta, salverei dall’oblio i racconti di “I deliziosi delitti di LittleTown”, nati sul web, poi finiti in ebook e, infine, in edizione cartacea. Sono raccontini in stile “Ai confini della realtà”, conditi di giochi enigmistici e tanta, tanta, cattiveria gratuita! 

gaia 3Raccontaci la tua Ferrara. Quanto un luogo incide nel narrare una storia. Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei personaggi?

Sono nata a Goro, dicevamo, e Goro dista 70 chilometri da Ferrara. La città  l’ho scoperta e amata anni dopo, quando mi ci sono trasferita per studio. Ferrara è una piccola città di provincia, ricca d’arte e silenzio, tranquilla in superficie, assai movimentata se la si sa guardare con occhio clinico. Le ho dedicato racconti e romanzi, e una serie di note smaliziate che potete trovare aggiornate su facebook e sparse da qualche parte in rete: “Ferrara è una repubblica fondata sugli Estensi”. Un modo ridanciano di narrare vizi e virtù della mia gente, stranezze locali e piacevolezze gastronomiche. Adoro Ferrara, l’amo così tanto da prenderla in giro. Un luogo incide sulla narrazione di una storia quando ne diventa un personaggio, e non soltanto una cartina geografica su cui far scorrere le ombre cinesi. Ferrara la conosco, so come muovermi, forse un giorno scriverò una guida ragionata ad una visita curiosa della città. Quel che non ho letto di Ferrara, l’ho ascoltato dai ferraresi… scoprendo che, a volte, ne so più di loro. Ferrara è un modo di essere, in noi scorre sangue blu: “Di qua e di là dal Po, sono tutti figli di Niccolò”, lui era Niccolò Terzo, marito e assassino di Parisina, famoso per le centinaia d’amanti. Vuoi che un po’ di nobiltà non sia arrivata in casa di ogni ferrarese?! 


Ferrara negli anni 30 in cui hai ambientato Il bandolo della matassa  in cosa pensi fosse speciale. Io adoro la Ferrara di Bassani. E’ ancora così?

Ferrara è stata una città fortemente legata al Ventennio, inutile dire che Italo Balbo è nato qui. Traccia di quegli anni la si ritrova ovunque, dal ghetto ebraico ai numerosi palazzi d’architettura fascista. In cosa era speciale? Forse nel credersi tale, senza dubbio un retaggio estense che ci siamo portati dietro a lungo e che ora, pace all’anima sua, ci ha lasciati un po’ storditi. Di Bassani e dei suoi scritti rimangono le atmosfere rarefatte, Ferrara è una città che cambia nei secoli…  

Hai vinto il Gran Giallo Città di Cattolica – Mystfest 2009 con il racconto La morte scivola sotto la pelle poi pubblicato nel numero di dicembre del Giallo Mondadori. Che esperienza è stata. Cosa ti ricordi di quel periodo?

Sono tornata come finalista nel 2010 e ho notato un’atmosfera diversa, o forse stavolta ero un tantino più scafata. Nel 2009 è stata una bella avventura, una grande emozione conoscere Pinketts, uno dei miei autori preferiti, e poi il botto finale d’essere sul Giallo Mondadori. Ricordo d’aver avuto la tremarella prima della finale, questo sì, e le grandi speranze per il futuro. Poi, come mi ha detto qualche giorno dopo Eraldo Baldini ad una nostra comune presentazione: “Non è detto che il MystFest porti da qualche parte”. Il concetto mi è stato ribadito dallo stesso Pinketts, durante un’intervista telefonica. Insomma: non è detto che serva, ma me lo sono messo in tasca… se un giorno potrò, giocherò l’asso!

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Ci sono segreti, piccole scaramanzie che ti va di svelarci?

Dipende da cosa sto scrivendo: un giallo classico deve essere valutato a tavolino, deve filare tutto ancor prima d’aver scritto una riga. Col noir, invece, scrivo di slancio: l’idea c’è e, man mano che scrivo, si fa sempre più cattiva. Mi concedo il lusso di poche idee chiare, tutto il resto lo butto giù in velocità: sarà la seconda stesura a dirmi quanto di buono sono riuscita ad infilarci dentro al volo! 

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono un lettore vorace, di quelli che macinano pagine e spengono l’abatjour solo quando il marito si lamenta… e calcolando che anche mio marito legge come un forsennato, capirete che di libri per casa ne abbiamo a bizzeffe. Per la manifestazione “Gemine Muse 2010” ho scritto un testo, poi teatrato da una compagnia di Bologna, in cui i libri, in pile via via crescenti, prendono il sopravvento sul lettore, che ne diventa custode e schiavo. I miei autori preferiti? Landsdale lo leggo sempre volentieri, così come Tommaso Labranca in tutte le sue forme. Ho il piacere e l’onore di conoscere Labranca, un vero genio della parola, uomo dall’ironia feroce e spiazzante. Ora sto leggendo “L’assassino qualcosa lascia” di Rosa Mogliasso, un buon libro, avrei dimezzato il turpiloquio… ma il libro è suo e l’ha scritto come le pareva.  

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

Mi piace molto lo stile e la creatività di Maria Silvia Avanzato, finalista con me al MystFest di quest’anno. E’ anche vero che io e Silvia siamo buone amiche ma, indipendentemente da questo, ha una penna che scivola sulla carta, a volte languida e a volte acuminata. Una prosa lirica e ricercata, ma sempre con un occhio attento alla trama, senza mai lasciarsi prendere dalla mania di farti sapere quanto è brava coi sinonimi e i contrari. 

Sei femminista? In cosa pensi uomini e donne si somigliano e si differenziano?

Non mi ritengo femminista, trovo già difficile essere una persona degna di questo titolo. In me c’è un fare piuttosto maschile, nel bene e nel male. Sono poco propensa al romanticismo, cosa che in questi anni scopro essere diventata prerogativa maschile, evidentemente noi donne abbiamo voluto fare cambio: vi lasciamo i sentimenti, mentre cerchiamo di farci spazio nel mondo che, fino a ieri, pareva essere solo vostro. In fondo donne e uomini non sono diversi, se l’esistenza fosse stata improntata in maniera matriarcale, dubito che avremmo saputo fare di meglio. Siamo animali con l’anima, a volte ci prendiamo troppo sul serio. 

Descrivimi cosa è per te la bellezza, nell’arte, nella letteratura, nella vita. Una persona , un personaggio bello ha più fascino? E’ bello ciò che piace o ti affidi ai canoni greci di bellezza?

La bellezza è superficiale, la bruttezza arriva fino all’osso, dice qualcuno. Sono sempre stata lieta di non essere particolarmente avvenente, questo mi consente di invecchiare e imbruttire in assoluta tranquillità. Rifuggo i “troppo belli”, chi è bello a volte può permettersi il lusso di non avere senso dell’umorismo… e senza quello, ahimè, è dura affrontare le mie battute al vetriolo! Diciamo che trovo il bello dove c’è arguzia, dove la favella è pronta e gli argomenti molteplici. Vale per tutte le tipologie d’arte e persone, mi si incanta rendendomi curiosa di saperne di più, mai con la risposta pronta, anche se ben infiocchettata. 

Progetti per il futuro?

Ho appena terminato un noir dai risvolti erotici, scritto a quattro mani con Maria Silvia Avanzato, citata qualche risposta più sopra. Mi gira in testa un noir cattivissimo ambientato dalle mie parti, ma inutile parlarne ora, sta solo nelle mie sinapsi. Il progetto più immediato? Fare qualche giorno di vacanza dopo aver scritto tutta l’estate. Partirò con fotocamera al seguito, la fotografia è il mio secondo grande amore. Ops! Il terzo, calcolando mio marito.

Breve nota biografica di Gaia Conventi 

Con “Una scomoda indagine e un cane fetente” ho vinto Esperienze in giallo-Piemonte Noir 2008 . Nel 2009 mi sono aggiudicata il Mystfest-Gran Giallo Città  di Cattolica con “La morte scivola sotto la pelle”. Con “La morte in pentola” ho vinto il Premio Passi nel Buio 2009. Nel 2010 con “Oni il demone” sono in “Lama e Trama”, con “Giona nel fuoco” in “Anonima Assassini – Orme Gialle”, con “L’occasione fa l’uomo ludico” sarò in “Riso Nero”, antologia curata da Graziano Braschi e Mauro Smocovich.  Sono stata selezionata per rappresentare Ferrara alla manifestazione nazionale “Gemine Muse 2010” e sono tornata al MystFest come finalista. Sono nata a Goro, nel ‘74. In realtà sono nata a Codigoro, per il semplice fatto che Goro non ha un ospedale, ma queste sono bazzecole, sono fiera delle mie origini marittime e corsare. Scrivo per puro caso dal 2003, ho vinto qualche premio, ho scritto qualche libro. Quando non scrivo, fotografo, viaggio, vivo. Ho una vita decisamente interessante, la condivido gioiosamente con amici che amano la buona cucina e le serate dedicate alle chiacchiere. Leggo molto, in tv guardo History Channel e i telefim di Fox Crime, ascolto Caputo, Buscaglione e la musica italiana anni ‘40. Non sono mai riuscita ad imparare un inglese che andasse oltre il “broccolino”, da bambina volevo fare l’idraulico e la reporter in zone di guerra (non ho mai specificato se in contemporanea o meno).

:: Intervista a Simon Beckett

3 settembre 2010 by

4525889Ciao Simon. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Simon Beckett?

Sono un giornalista e scrittore, autore dei romanzi di David Hunter. Sono una serie di thriller che ha per protagonista un antropologo forense britannico che usa le sue abilità per interpretare ciò che è successo ai cadaveri. Sono sposato e vivo a Sheffield.

Raccontaci qualcosa della tua Sheffield. Qual è il tuo background?

Sono nato a Sheffield, che ha una forte tradizione industriale. E’ conosciuta come la 'Steel City', anche se la produzione dell’ acciaio non è più la sua industria principale. Prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ho lavorato come muratore, ha insegnato inglese in Spagna e ho suonato in una band. Ma ho sempre voluto scrivere. Il che mi porta alla prossima domanda …

Come è nato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

Ho preso una laurea in letteratura inglese e americana, che comprendeva anche la scrittura creativa. Ho trovato molto gratificante, ma dopo la mia laurea non avevo niente da scrivere. Fu solo diversi anni più tardi, quando sono andato a insegnare in Spagna, che ho iniziato di nuovo a scrivere. Sono tornato nel Regno Unito sperando di diventare un romanziere pubblicato. Sette anni dopo ho finalmente avuto successo.

È più importante per te il giornalismo o la scrittura?

I romanzi sono più importanti per me che il giornalismo. Ma mi piace anche questo – per me è molto diverso da scrivere un libro, molto più veloce e meno coinvolgente. Inoltre mi allontana dalla mia scrivania e mi permette di andare in luoghi che altrimenti non avrei mai visito.

Come hai avuto l'idea per il tuo primo libro?

Avevo scritto quattro romanzi prima della serie di David Hunter, ma l'idea per il primo di questi, La Chimica della Morte, mi venne quando una rivista del Regno Unito mi incaricò di scrivere un articolo sulla formazione dello studio della scena del delitto per i funzionari di polizia degli Stati Uniti. Parte della formazione si è svolta al The Body Farm in Tennessee, che è un centro di ricerca all'aperto in cui sono lasciate veri corpi umani al di fuori a marcire, in modo che gli antropologi forensi possano così studiare cosa accade quando si decompongono. E 'abbastanza macabro, ma molto utile nel caso che la polizia trovi un corpo da qualche parte e voglia sapere cosa gli è successo. Me ne sono andato molto colpito da quello che avevo visto, e convinto che avrebbe potuto costituire la base di un romanzo. Alla fine, ho sviluppato il personaggio di David Hunter e ho scritto quello che divenne poi La Chimica della Morte.

Quali furono le tue prime influenze?

Quando ero uno studente mi ha molto impressionato sia Hemingway che Raymond Chandler. Ho ammirato lo stile  di Hemingway e il modo in cui in maniera apparentemente semplice sapeva trasmettere concetti anche profondi. Poi ho amato il Chandler romantico, specie il suo eroe  Philip Marlowe – un solitario che è costretto a fare ciò che sente è giusto, non importa a quale prezzo.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo romanzo a grandi linee può essere definito un thriller erotico che narra la storia di un commerciante d'arte la cui ossessione per il suo giovane assistente lo conduce ad un omicidio. Ho lavorato come giornalista freelance per pagare le bollette, mentre lo scrivevo, ed era stato  respinto praticamente da tutti gli editori più importanti del Regno Unito. Alla fine è stato pescato dalla pila di manoscritti non richiesti di una casa editrice indipendente, che mi ha permesso di ottenere un agente. Il libro è stato tradotto in diverse lingue e opzionato per il cinema, ma cosa ancora più importante, mi ha permesso di diventare un autore pubblicato. Cosa che ha fatto una grande differenza, sia in termini di fiducia che anche rispetto a come gli altri ti percepiscono.

Chi sono i scrittori viventi ?

Il mio autore preferito in vita è Peter O'Donnell, creatore della serie Modesty Blaise. La maggior parte delle persone hanno più familiarità con i suoi fumetti, ma mio padre mi ha fatto conoscere i suoi romanzi quando ero ancora adolescente. Sono fantastici – molto ben scritti ed estremamente divertenti. Sono spesso paragonati ai romanzi di James Bond ma penso che siano ancora meglio.

I tuoi personaggi nascono puramente dalla tua fantasia o spesso sono molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, è importante essere obiettivi quando si scrive, così cerco di tenermi fuori dai miei libri, per quanto possibile. Detto questo, a volte ho utilizzato cose che mi sono capitate sul serio e che ho pensato potessero funzionare in un romanzo. Per esempio la scena all'inizio di La chimica della morte, quando i due ragazzi  seguono una linea di vermi che li porta ad un cadavere in decomposizione, è basata sulla mia visita proprio a The Body Farm.

Parlami un po’ del tuo prossimo romanzo.

Non mi piace parlare di work in progress, quindi mi limiterò a dire che è un altro romanzo di David Hunter, questa volta insieme a Dartmoor. E si arriva a conoscere un po' più sul suo passato.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Penso che ogni autore abbia ricevuto alcune recensioni non proprio positive. Fortunatamente finora la maggior parte dei miei libri hanno ricevuto una buona accoglienza. Ma in qualche modo è sempre la cattiva recensione che si ricorda.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo romanzo di uno scrittore inglese di nome John  Macken.

Hai una base di fan molto intensa. Che rapporto hai con i tuoi lettori?

E 'molto buona. Ricevo un sacco di e-mail attraverso il mio sito, così posso realmente sapere che cosa pensano i lettori dei miei libri. E ricevo anche un sacco di letture e inoltre ho fatto numerosi incontri quest'anno in tutt’ Europa, in cui ho potuto incontrare i lettori faccia a faccia. Mi piace molto tutto questo.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Non rinunciare.

Che cosa è la libertà per te?

Suppongo che sia essere in grado di guadagnarsi da vivere facendo quello che si ama più fare.

:: Recensione de Il giorno dei morti: L’autunno del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2010 by

Il giorno dei mortiAutunno 1931.
Si avvicina il giorno dei morti.
Napoli è sferzata dalla pioggia, una pioggia gelida, sporca, fatta di lacrime che cadono dal cielo come un tributo di compassione e pietà sulla miseria, sui vicoli maleodoranti del rione Sanità, sui traffici illeciti che si compiono nei Quartieri Spagnoli, sugli scugnizzi senza casa e senza famiglia che vivono per strada abbandonati, cenciosi, infreddoliti.
Dicevamo si avvicina il giorno dei morti, il periodo più triste dell’anno e in un’ alba gelida, bluastra, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, una ragazzina e la sua capra scoprono il cadavere di un bambino vegliato da un cane, suo unico amico.
Ricciardi e il fido Maione vengono trascinati sotto la pioggia ad esaminare il corpicino.
Niente fa pensare che non sia morto di morte naturale. Tuttavia i due poliziotti si trovano davanti ad un’ indagine anomala, tenuta in vita solo dalla caparbietà di Ricciardi, dalla sua cieca ostinazione nel non volere gettare via la vita di un bambino senza lottare, senza capire di cosa è morto o perché, anche quando tutto sembra evidente, scontato: la miseria l’ ha ucciso, l’abbandono, la crudeltà del mondo senza pietà che spazza via i deboli senza una lacrima, un rimpianto.
Ma Ricciardi sente che c’è dell’altro.
L’istinto gli dice di non farsi fuorviare dalle apparenze. Nella vicenda c’è un tocco di sovrannaturale. Ricciardi è un predestinato, la morte lo ha eletto a testimone del dolore, degli untimi pensieri delle vittime morte in modo violento. Il “fatto” più che un privilegio è una condanna, forse una maledizione, che gli fa affrettare il passo vicino al ponte dei suicidi.
In questa occasione non lo percepisce e si trova per la prima volta “nudo” ma non ostante tutto non si arrende, è obbligato dalla sua profonda umanità a prendere a cuore quella creatura, a cercare di capire chi è, quale è il suo nome, la sua storia e soprattutto perché si trovava solo a morire ad un angolo di strada.
Tutti lo ostacolano, cercano di farlo ragionare, anche in buona fede, quando gli espongono l’inutilità di un’autopsia, gli oppongono banalità e buon senso, le autorità fermano ogni tipo di inchiesta, gli sottraggono la pratica perché sta arrivando in città Benito Mussolini in persona e tutto deve essere perfetto, ma Ricciardi ormai lo considera un fatto personale, anche se un poliziotto dovrebbe sempre prendere le distanze dai casi su cui indaga, non farsi coinvolgere completamente, non per egoismo, ma per mero desiderio di sopravvivenza.
E forse gli amici hanno ragione, Ricciardi non è pronto a sopportare cosa scoprirà, nessuno è pronto a sopportare l’indicibile, l’orrore al di la dell’orrore, perché senza amore vivere o morire è la stessa cosa.
I libri di de Giovanni sono gialli dell’anima, spazi dove la scrittura si fa testimonianza. La ricostruzione storica del ventennio fascista, l’ambientazione, la cura appassionata nella caratterizzazione dei personaggi anche minori uno su tutti la tata Rosa materna e protettiva,  tutto concorre nel far sì che sia riduttivo chiamarli semplici polizieschi, anche se la componente dell’indagine è presente ed è cardine portante della narrazione.
Ne Il giorno dei morti, il quarto della serie, l’ultimo che conclude la quadrilogia delle stagioni, il più poetico e dolente a mio avviso, de Giovanni chiude un cerchio, pareggia i conti, tira le fila, per cui consiglio di non iniziare da questo libro la conoscenza del mondo di Ricciardi.
Andate con ordine, leggete prima Il senso del dolore poi La condanna del sangue e solo dopo aver letto ‘Il posto di ognuno iniziate Il giorno dei morti. Stilisticamente maturo e accurato si evidenzia per un’ armonia, una proporzione più simile alla poesia che alla prosa.
Ci sono pagine in cui è faticoso addentrarsi  tanto sono dense di dolore, intenerimento, autentica condivisione, ci sono pagine che anche il lettore più smaliziato troverà ostiche da  leggere senza commuoversi.
Poi de Giovanni è bravo a creare attesa, un’ attesa crescente che trova compimento solo nel finale, spiazzante, tragico e nello stesso tempo aperto alla speranza.
Infine tutto ricomincia, un nuovo inverno si appresta a iniziare lasciando nel lettore il desiderio che la storia continui e ci sia un seguito alle vicende del commissario più umano e sensibile del panorama letterario italiano contemporaneo.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

:: Recensione di Nero Piemonte e Valle D'Aosta a cura di Barbara Balbiano

1 settembre 2010 by

nero_4La cosa bella di una raccolta di racconti è che non la si deve leggere per forza in ordine cronologico. Si può andare alla fine, come ho fatto io, cercare l’elenco degli autori e scoprire guidati dai propri gusti e attitudini nomi come Angelo Marenzana, Danilo Arona, Claudio Morandini, Roberto Saporito,  Luca Rinarelli o  Paola Ronco così diversi e accomunati semplicemente dal gusto della sfida e da quell’amore passionale che caratterizza il Piemonte terra naturale di noir e di mistero. Mi diverte pensare che traccia abbia dato Barbara Balbiano curatrice di Nero Piemonte e Valle D’Aosta. Geografie del mistero ai suoi scrittori. Avrà detto scrivete di paura , di orrore, dei confini in cui l’oscurità entra nell’anima e lascia cicatrici indelebili, date testimonianza di quanto il noir piemontese sia sfaccettato e vario, siate voi stessi. Non tutti amano i racconti, per alcuni c’è qualcosa di incompleto, non si può dire tutto in un testo breve, frammentario ma io trovo al contrario che nell’essenzialità , nel colpo d’occhio,  nella vertigine data dalla comprensione immediata di qualche oscura verità ci sia un fascino sottile. In un racconto breve non si può perdere tempo, soffermarsi sul superfluo, bisogna arrivare al dunque, cimentarsi in una sfida con il tempo. E poi volete mettere poter leggere un racconto, lasciarlo sedimentare e poi riprendere il testo più tardi e leggerne un altro. Come un amico sincero starà li ad aspettarvi, in silenzio. Non so dirvi quale racconto mi sia piaciuto di più e poi infondo non sarebbe neanche corretto farlo perché un’opera corale ha bisogno di più voci, tutte necessarie, per essere quello che è, so dirvi solo che i luoghi in cui sono ambientate le storie danno davvero la sensazione che siano state scritte in Piemonte e non altrove. L’essenza dei luoghi è intatta che si parli di Torino, delle strade nebbiose di piccoli paesini di campagna, di boschi, di laghi. Dice bene Alessandro Defilippi nella prefazione tutti sono andati alla ricerca delle radici del male e non si sono persi. Infine come nei titoli di coda di un vecchio film in bianco e nero mi sembra doveroso citare in ordine alfabetico tutti gli autori: Danilo Arona, Barbara Balbiano, Luca Bortolazzi, Mariangela Ciceri, Gianluca D’Aquino, Antonio L. Falbo, Fulvio Gatti, Lucio Laugelli, Enzo Macrì, Roberta Marchetti, Angelo Marenzana, Fabio Mazzoni, Claudio Morandini, Sergio Pent, Stefano Priarone, Luca Rinarelli, Paola Ronco, Roberto Saporito, Matteo Severgnini. 
Nero Piemonte e Valle d’Aosta. Geografie del male, a cura di Barbara Balbiano – NOIR – Perrone Lab Editore – 2010 – pagine 220 – prezzo 15,00 euro.

:: Gemma Doyle, non solo letteratura fantastica per ragazzine a cura di Elena Romanello

31 agosto 2010 by
Il genere fantastico per ragazzi (o young adults, come si dice all'inglese) è uno dei più ricchi di titoli negli ultimi anni, ma diventa difficile orientarsi in cerca di qualcosa di interessante e di originale, tra tematiche ripetute all'infinito, a cominciare da quella dell'amore tra una ragazza umana e un ragazzo appartenente a qualche specie fantastica, che sia vampiro o lupo mannaro o angelo.
Nel genere spicca quindi come originalità e interesse la trilogia di Gemma Doyle, scritta dall'autrice statunitense Libba Bray, edita in Italia da Elliot edizioni e diventata popolare sia in patria che altrove grazie al passaparola tra i fan su Internet e nei circoli letterari reali e virtuali: tre titoli, A great and terrible beauty, Rebel angels e A sweet far thing, tradotti da noi come Una grande e terribile bellezza, Angeli ribelli e La rivincita di Gemma costituiscono una saga diversa dai due capostipiti della letteratura fantastica per giovani di oggi, Harry Potter e Twilight, e per certi aspetti anche più intrigante.
Ultimo decennio dell'Ottocento, ancora dominato dalla mentalità vittoriana: la giovanissima Gemma parte dall'India dove è nata e cresciuta in seguito alla misteriosa e tragica morte della madre e va a studiare nell'esclusivo collegio per ragazze di Spence. Là scoprirà gli inquietanti segreti di sua madre e di una setta di misteriosi uomini, tra cui il giovane indiano Kartik del quale si innamorerà, oltre alla chiave per visitare un mondo di magia parallelo e coevo a quello reale, insieme alle ragazze che diventeranno sue amiche, la povera di nascita ma nobile di spirito Anne, l'infelice Pippi, l'ambigua Felicity.
Certo, si sentono echi di tanti romanzi e ambiti dell'immaginario, dai classici per bambine dell'Ottocento, La piccola principessa di Frances Hodgons Burnett in testa, ai romanzi di Jane Austen e delle sorelle Bronte, dalle fiabe popolari anglosassoni a film come Pic nic ad Hanging Rock, da telefilm contemporanei come Streghe ai manga di autrici dark come Riyoko Ikeda e Kaori Yuki. Il tutto però è ben amalgamato, non ci sono plagi ma richiami, e la storia di Gemma è una saga fantasy al femminile in costume, un romanzo storico, ma anche una storia di formazione e di autocoscienza, dove si parla anche di tematiche femministe e omosessuali, di amori impossibili, di minoranze etniche, di diseguaglianze sociali, tutte tematiche attuali e non trattate comunque in maniera pedante, dato il contesto e la felicità di narrare che ha Libba Bray.
Tra l'altro, il finale è conclusivo ed è insolito, forse non propriamente un happy ending ma intrigante, esaltando soprattutto l'autoaffermazione di sé di queste fanciulle dedite alla magia loro malgrado e imprigionate dai meccanismi di una società spietata sotto affascinante, e sarà inoltre difficile in certi momenti capire la differenza tra chi è buono e chi è malvagio.
Libba Bray riesce a costruire un microcosmo affascinante per chi ama il genere fantastico, più declinato al gotico magari, ma anche per chi si appassiona per le storie d'amore insolite, e per chi ama i romanzi storici ricostruiti nei dettagli: questo fa sì che la saga di Gemma Doyle possa essere senz'altro consigliata ad un pubblico adolescenziale, ma che rispetto ad altri libri del genere sia piacevolissima da leggere anche per chi l'adolescenza se l'è lasciata da un pezzo alle spalle.

Elena Romanello

:: Recensione di Incubo bianco di Lars Rambe (Newton compton 2010) a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2010 by

Per gli amanti del giallo scandinavo segnalo un interessante libro uscito quest’estate per la Newton Compton. Ambientato a Strangnas, piccola città della Svezia centro-orientale, Incubo bianco  racconta la storia di Fredrik Gransjo un ex reporter di cronaca nera che da poco trasferitosi con la famiglia da Stoccolma passa il suo tempo a caccia di argomenti interessanti per i suoi articoli di folklore locale. Stanco di vedere le tante miserie della capitale spera di trovare nella piccola cittadina di Strangnas un po’ di quiete e pace ma non ha fatto i conti con il passato. A Strangnas infatti anni prima nel lontano 1965 durante una violenta bufera di neve una giovane e bella ragazza e un malato di mente appena fuggito dal manicomio erano stati barbaramente uccisi sulle sponde del lago ghiacciato di Malaren e mai nessuno era riuscito a risolvere il caso e a spiegare le innumerevoli incongruenze che almeno al tempo delle indagini non avevano suscitato eccessivi interrogativi troppo impegnati a mettere tutto a tacere per il quieto vivere cittadino . Quarant’anni dopo a Gransjo viene affidato il compito di scrivere una serie di articoli storici con tema proprio il vecchio ospedale psichiatrico di Sundby  chiuso alla fine degli anni 80 e l’intraprendente giornalista esaminando l’archivio del giornale non ci mette molto a disseppellire l’antica tragedia del 1965. Da questo momento in poi è un susseguirsi di nuovi inspiegabili delitti in cui Gransjo si trova suo malgrado coinvolto e l’escalation di violenza non può essere fermata che facendo luce su quegli antichi delitti e scoprendo quali terribili verità nascondevano. Libro d’esordio di Lars Rambe, avvocato svedese malato d’Africa, Incubo bianco è un thriller che in Svezia ha sbaragliato le classifiche di vendita tanto da spingere Rambe a scrivere in tutta fretta Skugans spel seconda avventura del nostro instancabile giornalista detective. Piuttosto originale rispetto alla narrativa di genere è una storia che e si svolge in due lassi temporali facendo si che presente e passato si alternino e si intreccino. La trama  a dire il vero e piuttosto complessa, anche dato il gran numero di personaggi tutti con una funzione specifica nell’economia del racconto, ma è resa comprensibile da una scrittura agile e scorrevole che già dalle prime pagine cattura e fa appassionare alla storia. Particolare sensibilità è usata per trattare la malattia mentale e l’assistenza psichiatrica evitando pregiudizi e  grossolane banalizzazioni. Un’ altra cosa da notare è il prezzo decisamente contenuto solo 6,90 e l’uscita contemporanea in versione tradizionale ed e-book. Infine per i più curiosi ripropongo anche l’intervista che abbiamo fatto a luglio a Lars Rambe in occasione dell’uscita del libro.
Incubo bianco di Lars Rambe, Newton Compton, collana Narrativa contemporanea tascabili Newton, 2010, 315 pagine, brossura, traduzione dallo svedese di Alessia Ferrari, prezzo di copertina 6,90 Euro.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di Vita dura per le canaglie di Andrè Héléna (Aisara 2010) a cura di Stefano Di Marino

30 agosto 2010 by

vita dura per le canaglieSembra di vederlo ancora Lino Ventura nei panni di Maurice, simpatica canaglia che per vendicarsi del tradimento della sua ‘bella’ spara a lei e al suo amante, facendo secco anche un altro personaggio che si trova sulla sua strada in piena Parigi occupata dai Nazisti. Disgraziatamente il ganzo della fanciulla è un collaborazionista e l’altro morto accoppato fa parte della struttura spionistica dei tedeschi. Così comincia una fuga disperata verso non si sa bene dove, sempre con la pistola in pugno, coinvolgendo un amico e altri personaggi incontrati per strada. Coincidenze, colpi di scena, un’azione che non si ferma mai e porta il nostro a diventare un sicario per la resistenza. Con una ambiguità personale di fondo che  porta Maurice a camminare sul filo della sua convenienza e il patriottismo scoperto. Conoscevo già Héléna, autore prolificissimo, forse a torto (o magari anche con qualche ragione…) accusato di non star troppo a lambiccarsi sulle trame o quantomeno sulla pagina pur di dar sfogo alla sua creatività. Siamo della stessa gang, alla fine… Scherzi a parte l’ottima traduzione di Zucca, appassionato cultore del filone, rende tutta la canagliesca energia di questa storia che, rispetto ad altre dello stesso autore, ha un respiro (e troverà anche un seguito di prossima pubblicazione… in Il festival dei cadaveri) che le conferiscono un sapore epico. Proprio come quei vecchi film che ci piacevano tanto anni fa… Un modo di scrivere il nero europeo con vigore, passione e una strafottenza buscaglionesca che se la ride di certe correttezze politiche che, oggi, non fanno altro che legare mani e piedi a eroi che hanno bisogno di sganassoni e faccia dura per sopravvivere e appassionare.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

::Recensione di Le maschere della notte di Pieter Aspe

29 agosto 2010 by

wGiusto per dimostrare che il buon thriller europeo non è fabbricato solo in Svezia vi segnalo una piccola sorpresa proveniente dal Belgio: Le maschere della notte di Pieter Aspe vero e proprio autore di culto nel suo paese addirittura chiamato il Simenon fiammingo. Dal 1995 ha scritto una ventina di polizieschi ambientati a Bruges che hanno per protagonista il commissario Van In un poliziotto decisamente anticonformista e totalmente “politically incorrect”, con così tanti difetti che messi assieme non possono che farlo risultare simpatico. Forse ad alcuni non sarà passato inosservato che Fazi ha già pubblicato di quest’autore altri due titoli Il quadrato magico e Caos a Bruges rispettivamente primo e secondo della serie. Le maschere della notte è il terzo volume pubblicato originariamente nel 1997 con il titolo De Kinderen van Chronos sicuramente sarà apprezzato dai cultori dei polizieschi di impianto classico, dove l’intreccio, l’ambientazione, la ricerca del movente e i personaggi prevalgono sull’indagini alla CSI e l’adrenalina a fiumi. Aspe ha una scrittura piana, posata, un ritmo lento e i colpi di scena, seppure si susseguono di frequente, non danno mai spazio a sprazzi di violenza fine a se stessa. Tutto si svolge con leggerezza e velato humour anche se un pizzico di critica sociale dà spessore ad un genere che troppo spesso può scadere nell’omologazione o nella falsa copia dei classici. E ora veniamo alla trama. Tutto ha inizio con un macabro ritrovamento. Durante i lavori di ristrutturazione di una villetta nella zona residenziale della periferia di Bruges una bambina scavando nel giardino rinviene quel che resta di uno scheletro umano. L’ ignaro commissario Van In incaricato delle indagini si trova ben presto davanti un vero e proprio vaso di Pandora  pieno delle peggiori depravazioni della natura umana e aiutato dal suo assistente Versavel e dalla sua compagna e sostituto procuratore Hannelore Martens in attesa di un figlio, anche se ostacolato in tutti i modi da chi vuole addirittura insabbiare il caso per proteggere la rispettabilità e l’onore di una classe sociale altolocata e viziosa, riuscirà a far luce nel labirinto di intrighi e corruzioni che sembrano anticipare una pagina davvero buia della storia recente della società belga. Ringrazio la gentilissima Azzurra Carriero di Fazi Editore per avermi segnalato quest’interessante libro. Seguirà a breve una nostra intervista all’autore.
Traduzione dal Nederlandese di Valentina Freschi.