:: Recensione di Devozione di Antonella Lattanzi a cura di Valentino G. Colapinto

13 settembre 2010 by

Sul_Romanzo__Devozione_Antonella_LattanziDEVOZIONE di Antonella LATTANZI: 372 pp. in brossura, prezzo di copertina € 18,50 [Einaudi Stile Libero Big, 2010]

Esiste una ricca letteratura intorno alla tossicodipendenza. Si pensi a capolavori come “I Ragazzi dello Zoo di Berlino” di Christiane F., “Requiem per un sogno” di Selby Hubert jr o “Trainspotting” di Irvine Welsh. Mancava, però, nella letteratura italiana un romanzo che potesse paragonarsi a quelli succitati. Mancava fino a pochi mesi fa, perché Devozione di Antonella Lattanzi (Bari, 1979) è uno dei più bei libri mai scritti sull'eroina, nonché un capolavoro in assoluto e probabilmente il miglior esordio del 2010. Innanzitutto, è un libro che nasce da quasi cinque anni di lavoro di ricerca sul campo, alla “Gomorra”, durante i quali l'autrice si è finta tossicodipendente (senza provare però mai l'eroina, come avrebbe fatto invece, più o meno discutibilmente, un William T. Vollmann, ma non gliene facciamo certo una colpa, anzi!) e ha frequentato Sert, comunità di recupero, piazze di spaccio come Secondigliano o Scampia, mettendo a repentaglio la sua stessa incolumità fisica. Questa documentazione molto approfondita si unisce a una straordinaria capacità mimetica da parte della Lattanzi, che riesce a identificarsi completamente nei piccoli eroi di Devozione, travolgendo il lettore con un'ondata emotiva più unica che rara. Per rendersene conto, basta provare a leggere le prime pagine e ritrovarsi catapultati di colpo nel mondo feroce e frenetico degli eroinomani di oggi, ben diversi da quelli degli anni '80. Protagonista è Nikita, una ragazza della Bari bene, che – spinta dal ribellismo adolescenziale e dalla fascinazione per Christiane F. e Cesare di “Amore Tossico” di Caligari – si dà all'eroina, cominciando un percorso autodistruttivo che la porterà a vivere esperienze terribili e dolorose. Suo compagno è Pablo, uno studente universitario calabrese, che grazie al metadone riesce a continuare gli studi, a dispetto della sua tossicodipendenza, mantenendo così una parvenza di normalità. Insieme decideranno di rapire una ricca francesina, Annette, alla ricerca della sua prima pera nel quartiere delle stelle cadente, San Lorenzo, a Roma. Non vogliamo raccontare altro, per non rovinare la sorpresa al lettore. Basti sapere che a un intreccio romanzesco molto avvincente, ricco di colpi di scena, si affianca uno stile letterario davvero sapiente e maturo, sorprendente per una scrittrice così giovane, che va sicuramente tenuta d'occhio.

Valentino G. Colapinto 

:: Assassinio sul molo di Anne Perry (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2010 by

asLondra, estate del 1864. William Monk, ispettore della polizia fluviale di Wapping, è impegnato in un rischioso inseguimento sul Tamigi per catturare Jericho Phillips, accusato dell’omicidio del piccolo Walter Figgis, detto Fig. Un monello, un ragazzino di strada, che si guadagnava da vivere recuperando sulle rive del fiume oggetti smarriti, viti, oggetti d’ottone, frammenti di porcellana, pezzi di carbone, tutto quello che poteva avere anche un minimo valore tanto da essere venduto. Il suo cadavere era stato recuperato nel fiume a Greenwich con la gola tagliata, segni di bruciatura sulle braccia e segni di abusi in altre parti del corpo.
Subito era parso chiaro dal modo in cui era stato trattato che era quasi certo che fosse finito nelle mani di quei delinquenti che vendevano i bambini ai bordelli o ai pornografi. I ragazzini servivano fino a quando non iniziavano a cambiare voce e a mostrare i segno della pubertà, allora gli uomini a cui piacevano i bambini non nutrivano più interesse per loro e solitamente venivano venduti come mozzi ai capitani di mercantile.
Forse Fig si era ribellato in qualche modo e questo ne aveva decretato la morte.
Durante le indagine tenute dal comandante Durban, prima della sua morte, un informatore gli riferì che Jericho Phillips teneva sulla sua barca una specie di via di mezzo tra un bordello e un locale di spogliarello e costringeva i bambini a pratiche contro natura, fotografandoli e vendendo le foto per guadagnare altri soldi oltre a quelli di chi assisteva di persona.
Dopo una serie di appostamenti e nuovi riscontri, alla fine dell’inseguimento, Monk finalmente riesce a catturare Phillips e a consegnarlo alla giustizia. Ma un nuovo colpo di scena si sta per verificare.
Durante il processo Phillips ha come avvocato difensore Oliver Rathbone, uno dei migliori avvocati di Londra, incaricato della difesa da un misterioso filantropo pronto a pagare tutte le spese in nome della giustizia. Grazie alla bravura di Rathbone che riesce a insinuare nella giuria una serie di dubbi sulla correttezza dell’operato della polizia, Phillips viene giudicato innocente e sfugge al capestro.
Monk non ostante lo sconcerto, in memoria del vecchio capitano Durban che era certo della colpevolezza di Phillips e della sua implicazione in un giro di prostituzione minorile, riprende le indagini e senza esitare è pronto ad addentrarsi negli squallidi e degradati vicoli dei bassifondi e a infiltrarsi nei pericoli della malavita di Londra pur di raccogliere prove e testimonianze che incastrino una volta per tutte Phillips.
Quello che scoprirà andrà ben oltre le peggiori aspettative fino a far luce, nel sorprendente finale, sui vizi e le perversioni inconfessabili di alcuni personaggi illustri e insospettabili della moralista e perbenista buona società londinese. Assassino sul molo,uscito in questi giorni per Fanucci, appartiene alla serie ambientata nella Londra del periodo vittoriano che la scrittrice inglese Anne Perry ha dedicato all’ispettore William Monk.
Anne Perry è una narratrice straordinaria, capace di trasportarti in un epoca lontana con una facilità e una naturalezza che evidenzia la sua profonda conoscenza del periodo. Oltre alla cura per le psicologie dei personaggi, l’accuratezza nella descrizione degli ambienti, dei costumi, della mentalità, la Perry non trascura l’analisi di questioni etiche e sociali, anche scabrose, come in questo caso trattando la prostituzione minorile.
Dosando sapientemente suspense e colpi di scena, la Perry, attraverso riflessioni e osservazioni dettagliate, ci porta a scoprire i lati più oscuri della luminosa e puritana società vittoriana che sotto una patina di progresso e ottimismo nascondeva sordidi crimini indegni di una società civile.
La scrittura è elegante, il linguaggio ricercato, per gli amanti del mystery di stampo classico una lettura da non perdere.
Assassinio sul molo di Anne Perry Traduzione Sara Brambilla, Fanucci Editore, collana Vintage, pagg. 371, 2010.

Anne Perry, pseudonimo di Juliet Marion Hulme (Londra, 28 ottobre 1938), è una scrittrice britannica, condannata in gioventù per omicidio.
Figlia del professor Henry Hulme, medico e rettore dell’Università di Canterbury in Christchurch, alla giovane Anne (all’epoca ancora Juliet) venne diagnosticata la tubercolosi, così che fin dalla tenera età viaggiò in molti posti caldi del mondo (Caraibi, Sud Africa, ecc.) nel tentativo di migliorare la sua salute. All’età di 13 anni si riunisce con il padre, che si trasferisce all’Università di Cambridge della Nuova Zelanda.
Qui diviene amica intima di Pauline Parker, un’amicizia in cui molti all’epoca vollero vedere connotazioni omosessuali. La famiglia Hulme, però, era vicino al divorzio, e così Juliet pensò che poteva tornare in Inghilterra con l’amica. La madre di quest’ultima, Honora Rieper, era decisamente contraria, così nel 1954 Juliet e Pauline la uccidono. Il processo per omicidio ha eco internazionale e solleva l’indignazione pubblica. Il 29 agosto 1954 Juliet e Pauline vengono condannate per omicidio, ma essendo appena sedicenni ottengono una pena inferiore: cinque anni di detenzione e il divieto assoluto di incontrarsi di nuovo.
Finita la detenzione, Juliet parte dalla Nuova Zelanda per l’Inghilterra, poi dopo un periodo negli Stati Uniti si trasferisce in Scozia, nel paese di Portmahomack, dove vive tuttora con la madre. Suo padre ha avuto una carriera da eminente scienziato, guidando il programma britannico della bomba all’idrogeno. Juliet si cimenta con la scrittura e nel 1979 dà alle stampe il suo primo romanzo: Il boia di Cater Street (The Cater Street Hangman). Per tagliare i ponti con il passato, prende lo pseudonimo di Anne Perry, dal cognome del suo patrigno. Inizia così una prolifica carriera letteraria, che affronta i vari generi della letteratura gialla.
Sia Anne Perry che l’amica di una volta, Pauline Parker, vivono in Gran Bretagna, ma dal giorno del processo non si sono più incontrate.

:: Intervista con Alex Preston

11 settembre 2010 by

questacittachesanguinaCiao Alex. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Alex Preston?

Grazie per avermi invitato. Alex Preston è un giovane romanziere inglese che di recente è sfuggito ad una  terribile vita da banchiere. Ha una moglie splendida e due bei figli e vive a Londra. Scrive per un giornale di sinistra britannica chiamato The New Statesman e ha appena consegnato il suo secondo romanzo al suo editore inglese, Faber and Faber. Il suo primo libro, Questa città che sanguina, è stato un best-seller in Inghilterra e ha vinto il Spear’s Best First Book Award. Passo ora a smettere di riferirmi a me stesso in terza persona: mi suona molto pretenzioso.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato in Surrey, in Inghilterra. E 'appena fuori Londra. Ho vissuto un'infanzia felice che è stata crudelmente interrotta dal collegio all'età di tredici anni. Molti dei miei più cari ricordi d'infanzia sono in Italia: la famiglia di mio padre aveva una casa appena fuori di Asti in Piemonte. Ho trascorso tutte le mie vacanze li in quelle bellissime colline.

Perché sei diventato uno scrittore?

Mio nonno, Samuel Hynes, è uno scrittore e professore di Letteratura Inglese all'Università di Princeton negli Stati Uniti. L’ ho sempre ammirato enormemente. Ho scritto per tutto il tempo che posso ricordare e penso che sia stata sempre come una sorta di omaggio a lui.

Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Questa città che sanguina è la storia di un giovane uomo che tenta di farsi un’ esistenza nel materialistico e oscuro secolo ventunesimo. Charlie Galles frequenta università ad Edimburgo in Scozia e poi va a lavorare per un hedge fund nella City di Londra. Lui è innamorato di una ragazza francese, Vero, e ritiene che se può avere un enorme successo finanziariamente, egli sarà in grado di conquistarla. Poi i colpi della crisi finanziaria colpisce e  tutte le certezze di Charlie vengono eliminate. Il romanzo parla di come lui cerca di rialzarsi da terra e farsi una nuova vita. Mio nonno, ha scritto una grande opera critica, la generazione Auden, ed è stato pubblicato da Faber and Faber, nel 1979, anno della mia nascita. Ho chiesto al mio agente di inviare il mio romanzo solo a loro. Mi ha fatto piacere che l' abbiano accettato. Quindi un percorso indolore ed emotivo per la pubblicazione.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti, europei o americani?

Roberto Bolano, WG Sebald, Georges Perec, F. Scott Fitzgerald, PG Wodehouse.

Dimmi qualcosa sul tuo paese, la tua città. Qual è il tuo background?

Il mio trisnonno era primo ministro d'Inghilterra: l'Earl Grey. Il nome del tè è in suo onore. Io vivo ora nel nord-ovest di Londra, vicino a Notting Hill.

Come hai avuto l'idea per il tuo primo libro, Questa città che sanguina edito in Italia da Elliot Edizioni?

Ero stato orribilmente annoiato dal mio posto di lavoro in finanza. Infine, quando la crisi ha colpito, mi sentivo al centro di qualcosa di veramente monumentale. Anche se qualcuno potrebbe pensare che il mondo della City sia troppo astratto, troppo noioso per un romanzo, infatti la straordinaria volatilità dei mercati azionari ha fornito un montaggio parallelo al boom emotivo.

Che tipo di ricerca hai svolto per il tuo primo libro?

Molto poca. Era un mondo che conoscevo molto bene.

È un romanzo sulla City con trama romantica? Perché hai deciso di scriverlo?

Non sto cercando di discolpare i banchieri. La maggior parte di loro erano persone terribili. Ma ho pensato che vederli solo come dei mostri non sarebbe giusto, poi potrebbero aiutarci a capire cosa è successo nel 2008. Volevo aprire le menti di questi personaggi, cercare di capire cosa li ha resi così. Mentre la stampa inglese ha naturalmente fatto uno enorme rumore circa gli elementi del romanzo che riguardano la City, è per me soprattutto una storia d'amore: la storia di un giovane, ossessionato da una ragazza e le cose folli che facciamo nella ricerca dell’ amore .

La crisi finanziaria del 2007 fino ad oggi è un tema importante del tuo libro. Ogni giorno giungono notizie allarmanti. È il materialismo del tuo personaggio principale conseguenza di questo?

Assolutamente. Egli è, in fondo, una brava persona, ma è stato orribilmente sfregiato dal materialismo del suo tempo. Il romanzo è incentrato sui suoi tentativi di rimpiazzare i comfort inconsistenti e deprimenti del materialismo con più autentiche esperienze di lunga durata.

I tuoi personaggi sono di fantasia, o molto spesso ti somigliano? Ci sono pezzi autobiografici?

Meno di quanto si possa pensare. Io non sono certo Charlie Galles. Forse c’è qualcosa di me nel suo amico Henry: un osservatore, sempre un po' scostato dal cuore delle cose.

Preferisci in un libro la descrizione del luogo, la descrizione di caratteri o i dialoghi?

Mi piace descrivere i luoghi, ma è soprattutto nel dialogo che si rivelano i personaggi di un romanzo.

Cos’ è per e il talento? Un regalo o un lavoro artigianale?

Un regalo che si deve trattare di tanto in tanto con tutta la serietà  che ci mettiamo quando facciamo le  dichiarazioni dei redditi o spacchiamo legna. E 'importante non farsi troppo prendere ad immagine un autore come un creatore divino.

Il tuo  scrittore debuttante preferito?

Salinger? Se si intendi uno recente, poi mi è piaciuto molto A Whole Wide Beauty di Emily Woof.

Ci sono progetti cinematografici tratti dal tuo libro?

Sì. E 'stato opzionato da Films Hartswood e sono attualmente in trattative con la BBC.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Ho appena finito il mio secondo romanzo che sarà pubblicato alla fine dell'anno prossimo.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Io gioco a calcio con l'attore James McAvoy (che era in Espiazione e L'ultimo re di Scozia).

Cosa stai leggendo in questo momento?

Haunts of the Black Masseurdi Charles Sprawson. Una storia meravigliosa di nuoto.

Hai un agente letterario?

Sì: Anna Power della  Johnson e Alcock.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta famosa nella City.

Un uomo in abito da sera entra in un bar con un alligatore al guinzaglio.
"Servite i banchieri qui?" chiede.
"Certo", risponde il barista.
"Bene. Per me una birra e due banchieri per il mio coccodrillo, per favore."

Che cosa
è la libertà per te?

Camminare a piedi nudi nella sabbia con il mio bambino.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Tramite il mio sito web: http://www.alexhmpreston.com.

Vincitori II Concorso Letterario Nazionale “Giri di parole”- Navarra Editore

10 settembre 2010 by

Si conclude oggi venerdì  10 Settembre 2010 la seconda edizione del concorso letterario nazionale “Giri di Parole – Io e gli altri” indetto dalla siciliana Navarra Editore, casa editrice specializzata in autori emergenti, e rivolto a racconti o romanzi inediti. Oggi, tra tutti i testi pervenuti, la giuria di qualità, presieduta da Beatrice Agnello e Gian Mauro Costa ha reso noti i nomi dei selezionati le cui opere saranno pubblicate nel catalogo della casa editrice. La premiazione dei vincitori avverrà a Palermo all’interno di un speciale evento organizzato dalla casa editrice a fine ottobre. Nei prossimi giorni la comunicazione dei testi segnalati anche dalle due giurie speciali: Giuria popolare di face book e Giuria giornalistica. (Nella giuria Facebook c'eravamo anche noi).

L'elenco dei vincitori per le due sezioni:

Vincitori Sezione a) Racconti

Il vincitore assoluto, primo classificato della sezione è  Marco Minnucci con “Il Baldacchino di uomini”.

Vincitori Sezione b) Romanzi 

La giuria indica come vincitore del concorso il romanzo “Pimmicella e la comunità” di Francesca Picone. 
 
 

:: Intervista con Elisabetta Bucciarelli

10 settembre 2010 by

bucciaBenvenuta Elisabetta su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Iniziamo da quello che so io di te: sei nata a Milano, oltre che scrittrice sei anche giornalista, ti sei diplomata in Drammaturgia presso il Laboratorio di Scrittura Drammaturgica del Piccolo Teatro di Milano, lavori per Booksweb.tv. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

Grazie a te Giulia per la tua attenzione. Amo il teatro e il cinema, vengo da lì. 

Un ricordo di Elisabetta bambina. Eri un maschiaccio o una bimba timida e introversa?

Ero estroversa e molto socievole. Poi la vita mi ha modificata. Tra i ricordi? Mia nonna paterna. E' stata lei a insegnarmi a raccontare storie.

La scrittura non è solo un mestiere ma è una vera e propria passione, per alcuni addirittura un male necessario. Come è nato in te l’ amore per la scrittura e soprattutto per  il noir genere che sembra particolarmente adatto alle tue corde?

L’esistenza del male mi angoscia. Il noir  mi permette di guardarlo da vicino, “per finta”. La scrittura c’è sempre stata, non ricordo un inizio.

Hai pubblicato fino ad oggi numerosi  romanzi: Happy hour, Dalla parte del torto, Femmina de luxe, Io ti perdono e il bellissimo Ti voglio credere. Raccontaci per ognuno di essi una frase che lo caratterizza.

Il primo è acerbo e nervoso, con una rabbia ingenua. Dalla parte del torto è barocco nel linguaggio e racconta più storie (forse troppe) che hanno un peso specifico molto alto (un paio si sono avverate negli anni successivi, mi fa paura a volte). Femmina de luxe è un libro a cui sono molto legata, crudele  e sincero. Io ti perdono è un concentrato emotivo, ho lavorato sulla scrittura per renderla tagliente e fastidiosa, così come la storia, difficile  ma  intensa. Ti voglio credere sta iniziando a vivere adesso, l’onda lunga di Io ti perdono continua e non gli sta lasciando lo spazio che si merita  (sorride) . Non so ancora cosa ho scritto davvero. Le mie intenzioni erano di lavorare sulla differenza tra verità e giustizia. Ma i pareri che mi arrivano dicono anche altro.  

Io ti perdono si è aggiudicato la Menzione speciale della giuria al Premio Scerbanenco 2009. Il tema del perdono è un tema molto forte che ha radici profonde. Pensiamo solo alle vittime del terrorismo, ai genitori che vedono il proprio figlio falcidiato da un pirata della strada. Il perdono è davvero lo strumento migliore per essere veramente liberi? Perché è così difficile perdonare?

Per il mio personaggio, Maria Dolores Vergani, perdonare è persino impossibile. Però lei, che è una donna normale, non vendicativa, senza rabbie represse sconosciute, ma normalmente al centro di torti inflitti e subiti, decide di non scartare mai nessuna possibilità di cambiamento. La sua vita puo’ e deve migliorare. Quindi vuole capire cosa significhi il perdono per chi lo “pratica” quotidianamente. Un prete pedofilo con una comunità omertosa intorno. Un crimine senza scampo contro la purezza e il candore. L’ipocrisia del quotidiano, che alimenta tanti rapporti di coppia.  

Dolores Vergani è un personaggio complesso e sfaccettato una donna dall’apparenza molto forte ma con un cuore fragile e sensibile. Ti riconosci in lei o è solo frutto della tua fantasia?
S
ono esattamente il contrario. All’apparenza fragile e insicura, ma in realtà molto forte e determinata.(Anche la Vergani si sta rafforzando, però J) In un paio di cose invece siamo simili: detestiamo la guerra e la violenza, gratuita o fintamente motivata. Non è per carità cristiana ma per profondo senso civico. E non ci piacciono gli opportunismi. Le cose si fanno perché si ha il piacere di farle, non per avere qualcosa in cambio.

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?

Ho la sfortuna di avere un olfatto molto sviluppato. Le cose brutte sono legate a questo senso. Le belle, invece, alla vista.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Ti dirò che all’inizio non mi ha aiutato proprio nessuno. Non sono abituata a chiedere. E’ stata dura ma le soddisfazioni, dicono, siano maggiori. Dal secondo libro in poi ho cominciato a incontrare persone che hanno apprezzato il mio lavoro e di conseguenza hanno creato consenso e opportunità nuove. L’elenco è lunghissimo, ho provato a farlo ma avrei riempito una cartella solo di nomi e cognomi. Posso dire, però, che per la maggior parte sono donne e di questo sono molto felice. Adesso che ci penso un nome lo faccio, la mia insegnante di Italiano del Liceo Donatelli. Si chiamava Miranda Carrea, sto cercando di rintracciarla in tutti i modi ma non ci riesco… chissà mai che qualcuno dei tuoi lettori la consca…

Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? Ti senti legata ai luoghi. Quale ti fa sentire di più a casa?

Ogni luogo che racconto ha con me un rapporto speciale. Non ho sempre vissuto a Milano, ma è la mia città e non la scambierei con un’altra. Ma anche la Valle d’Aosta, Cefalù, Roma, Torino e Ancona hanno un posto privilegiato nella mia vita.

Hai vinto numerosi premi letterari l’ultimo in ordine di tempo il premio prestigioso premio Fedeli quest’anno. Che esperienza è stata? Ti emozioni sempre come se fosse la prima volta?

I premi sono un’occasione promozionale. Se vinci o arrivi in finale è bello. Non mi piace quando lo scrittore deve fare spettacolo sul palco. Quel tipo di emozione non mi rende felice. Assistere alle votazioni in diretta, per esempio. Abolirei questo meccanismo a vantaggio di premiazioni che riconoscano le differenze dei libri e dei gusti del pubblico. Per esempio oltre a un primo classificato, assegnerei agli altri finalisti un alloro per la trama, uno per stile, uno per i personaggi… così sarebbero tutti ugualmente presenti per lo show e finalmente si parlerebbe dei libri e dei loro contenuti, più che delle performance di chi li ha scritti. E servirebbe anche allo scrittore, per valutare i punti di forza e di debolezza del suo lavoro.

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei una perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?

Lavoro tanto, con istinto e costanza. Ma solo dopo aver lasciato a lungo nel pensiero l’idea, magari dei mesi (anche degli anni).

So che sei una lettrice instancabile. Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? 

In questo momento ho appena finito di leggere Tutti gli uomini sono bugiardi, di Alberto Manguel (Feltrinelli). Le mie autrici culto sono Simone de Beauvoir e Clarice Lispector. Leggo molta poesia, cartacea e in rete. E saggi filosofici che qualche amico fissato mi consiglia a seconda del periodo emotivo che sto attraversando.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Il coraggio degli esordienti (quelli veri, non quelli autopubblicati o a pagamento…) mi colpisce sempre tanto. Sono carne da macello in questo momento, quindi sto dalla loro parte a prescindere da quello che scrivono.

Definiscimi cosa è per te l’amore? Sei una donna romantica?
Siccome sono molto romantica, tengo Psiche lontana da Amore e mi sembra una buona strategia.

So che il  teatro è un tuo grande amore. Hai collaborato alla stesura di diversi testi teatrali e cinematografici. In cosa scrivere per il teatro differisce dallo scrivere un romanzo?

Il teatro ha la forza del gesto che sostituisce le parole e l’emozione fortissima del rapporto diretto con il pubblico. Il libro è un tango a due, pieno di silenzi.

Hai pubblicato oltre ai romanzi anche due saggi Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico e Le professioni della scrittura. Come trasformare una passione in un lavoro di successo. Come ti sei documentata per la stesura di questi libri?

Li ho scritti dopo aver lavorato per dieci anni con un gruppo di malati di mente cronici e di portatori di handicap psicofici. La scrittura, per molti di loro, era l’unico canale espressivo. Ho iniziato a condurre corsi di scrittura prima ancora di pubblicare. Corsi strani,  avventurosi. Tipo: “Sai come iniziano ma non come finiscono”. Nel primo libro c’è parte di questa esperienza. Nel secondo invece c’è la mia attesa di pubblicazione. Mentre aspettavo l’uscita di Happy Hour ho provato a chiedermi cosa avrei potuto fare con la scrittura se l’editoria non mi avesse accolto. Per questo il libro è dedicato a tutti coloro che sanno scrivere ma non raccontare.

Progetti per il futuro?

Sto cercando di vivere il presente. Che è intenso, estetico e molto stimolante.

Grazie Giulia per la tua intervista e grazie a i lettori del tuo blog.

Grazie a te Elisabetta è stato un piacere.

:: Recensione di ‘I love mini shopping’ di Sophie Kinsella a cura di Nicoletta Scano.

10 settembre 2010 by

iloveminishopping1Okay. Niente panico. Ho la situazione sotto controllo. Sono io, Rebecca Brandon (nata Bloomwood), l'adulta. Non la mia bambina di due anni. Il problema è che non so bene se lei se ne renda conto. "Minnie, tesoro, dammi il pony." Cercò  di assumere un tono pacato deciso, come quello che ha Tata Sue in televisione.’

Una delle prime scene raccontate dall'autrice, giunta al sesto capitolo delle divertenti vicende di Becky Bloomwood, l’inimitabile e ormai leggendaria shopaholic famosa in tutto il mondo per le sue strampalate avventure tra centri commerciali, carte di credito, debiti ed esilaranti trovate che la salvano sempre ad un passo dall’inevitabile caduta libera nel baratro finanziario in cui riesce a catapultarsi in ogni episodio, fa il verso alle precedenti peripezie, richiamando l'apertura del primo episodio di questa saga moderna e divertente, tutta al femminile. Ma questa volta non è solo la bizzarra protagonista a creare pasticci, ad essere al centro di situazioni imbarazzanti e a stupire il lettore suscitando il sorriso, ma la sua piccola figlia di due anni che, nemmeno a dirlo, sembra aver ereditato dalla mamma l'amore per l'acquisto e la passione per i guai. Questo romanzo, come i precedenti cinque, è un inno al buonumore, una cordiale presa in giro che coinvolge un po' tutte le donne di oggi, fatalmente attratte dalle shopping, sbadate, forse ingenue ma in fondo sognatrici e generose, alle prese con le sfide della vita quotidiana, con la creazione di una famiglia, con l'amore e le difficoltà economiche. I critici possono anche storcere il naso, ma se pensate, come la sottoscritta, che la lettura debba essere anche uno svago, questo libro, come tutte le altre opere di Sophie Kinsella, è un garbato capolavoro di umorismo, una creazione leggera ma intelligente, che regala alle lettrici l'opportunità di ridere sui piccoli difetti comuni quasi tutte le donne, filtrandoli attraverso la sconcertante, vulcanica ed inattesa personalità della protagonista. Confermando la tendenza già mostrata nella sua penultima opera edita in Italia da Mondadori, ‘La ragazza fantasma’ (2009), l'autrice posa il suo sguardo anche sulle difficoltà emotive ed affettive delle famiglie moderne, raccontando con delicatezza i contrasti generazionali, le tensioni tra genitori e figli che non riescono a riconciliare un passato di separazione e mostrando una particolare predisposizione a suscitare il desiderio di un'armonia familiare del tutto moderna e sfrondata dalla retorica, ma pervasa da buoni sentimenti. Non si tratta di un libro imperdibile, ma questa è un'opera che non inganna il lettore, che è scritta per far sorridere ed intrattenere, obbiettivo che centra pienamente, presentandosi come un prodotto perfettamente confezionato, di qualità, di certo adatto per chi voglia prendersi una pausa e liberare la mente senza abbandonare un pizzico di autoironia.

:: Recensione di Senza traccia di David Levien

9 settembre 2010 by

senza-traccia-2806144Strano detective Franck Behr, faccia rubizza, baffoni cespugliosi, naso schiacciato, massiccio, con le mani grosse come mattoni, ex poliziotto decorato, ora investigatore privato pronto a rovistare nella spazzatura per togliere dai guai il “Tribune” in causa per un articolo diffamatorio. Ecchecavolo si deve pur vivere, mica si può fare sempre gli schizzinosi. Franck Behr non è un santo, certo quando era in polizia… già altri tempi, altra vita, quasi fossero passati miriadi di anni, prima dei rapporti di scarsa efficienza, prima delle ordinanze di retrocessione di grado, prima che diventasse un paria, prima che tutto andasse a puttane. Ma è la vita. Si tira su col naso e punto e a capo si va avanti. Poi un giorno senza preavviso, a causa di un poliziotto troppo solerte e leggermente in colpa, si vede piombare nella sua vita Paul Gabriel, un ipotetico cliente con una storia da raccontare. Jamie suo figlio, il suo unico figlio, un ragazzino di dodici anni, è scomparso una mattina di ottobre senza lasciare traccia. Dopo un anno e due mesi, il caso è ormai freddo, la polizia dopo le allerte per la scomparsa di minori, i controlli nel quartiere, dopo aver tappezzato di avvisi i rifugi per sbandati si è arresa, ha ritirato gli uomini che si occupavano del caso e  li ha destinati ad altri incarichi. E’ la prassi, non c’è alternativa. Qualcosa stride nella coscienza di Behr, qualcosa gli riporta alla mente che anche lui ha perso un figlio, Tim,  anche lui conosce quanto può essere nera la disperazione di un padre. All’inizio è tentato di rifiutare, di lavarsene le mani, ma poi, qualcosa, un tarlo, un rimorso, un presentimento lo spingeono ad accettare l’incarico pur se la certezza che il ragazzino ormai sia morto è quasi assoluta. E così partendo da zero, senza uno straccio di indizio, un testimone, un sospetto, Behr si mette in cerca del ragazzino con il padre sempre tra i piedi che gli soffia sul collo e non gli dà tregua. Ma tutto è più difficile del previsto, già solo entrare nella stanza di Jamie gli costa uno sforzo sovrumano, vedere i regali ancora incartati di Natale o di compleanno per un figlio che non c’è più, vedere sugli scaffali i romanzi di Harry Potter accanto ai modellini in plastica di F15. Combattendo i fantasmi del proprio passato Behr si trova invischiato nell’ indagine più difficile della sua vita, che lo porterà lontano in Messico sulle orme di una vera e propria tratta di bambini rapiti, e scoprire la verità diventerà per lui questione di vita o di morte.

Senza traccia romanzo d’esordio di David Levien, primo della serie dedicata a Frank Behr, uscito il 2 settembre per Fanucci, è diciamolo subito un thriller duro e tagliente come una lama con un retrogusto vagamente noir che mi ha ricordato la rabbia e il realismo di Truman Capote in A sangue freddo nel descrivere la realtà brutale e violenta che si nasconde sotto la patina di moralismo e di ipocrisia della società americana contemporanea. Un cuore nero pulsa incessante per tutto il libro e crea disagio, malessere, se non repulsione nel lettore. Levien non risparmia i particolari più sgradevoli, ne li anestizza con rassicuranti consolazioni, ma incide a sangue la carne nel trattare il tema centrale del libro ovvero la scomparsa dei minori, argomento scabroso e doloroso soprattutto in America dove il fenomeno ha tali dimensioni drammatiche da risultare addirittura agghiaccianti se si pensa che secondo le statistiche governative, ogni anno spariscono nel nulla circa un milione di bambini. Bambini perduti, divorati, per lo più morti, violentati, venduti, usati nel mercato del sesso e della pornografia. Scritto al presente, Senza traccia è tecnicamente un’indagine, una ricerca senza tregua, condotta da due padri che sebbene con esperienze diverse si trovano uniti nel voler fare luce su uno dei più rivoltanti lati oscuri della civiltà contemporanea. Di traffici sordidi ce ne sono molti, ma le violenze perpetrate sull’ infanzia e il loro relativo lucrarci su raggiungono stadi addirittura intollerabili. Levien come dicevo non risparmia al lettore particolari atroci, raccapriccianti e li descrive con una naturalezza e una semplicità che li rendono ancora più efferati. Non si prova alcuna compassione per i rapitori, per l’affarista che regge le fila e lucra sulla distruzione sistematica di tante innocenze, di tante famiglie che difficilmente si riprenderanno dopo queste esperienze. In questo caso se anche ci sarà un lieto fino, e questo toccherà a voi scoprirlo leggendo il libro, beh è certo che avrà un sapore amaro e ben poco consolatorio.
Senza traccia di David Levien, Fanucci Editore, collana gli Aceri, 2010, pagine 316, traduzione di Maurizio Nati, prezzo di copertina Euro 14, 90.                      

:: Intervista con Enzo "Bodycold" Carcello redattore capo del sito Corpi freddi – Itinerari noir

9 settembre 2010 by


lansdale_bodycoldBenvenuto Enzo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. E’ un onore oltre che un piacere ospitare uno dei più carismatici caporedattori di blogs letterari. Raccontaci qualcosa di più su di te: quanti anni hai, dove sei nato, descriviti con pregi e difetti.

Oddio! Ho riletto la domanda tre volte e puntualmente mi sono chiesto se l’intervista fosse davvero indirizzata a me…eheheh. Allora, sono siculo di nascita e (per adesso) romano d’adozione. 36 anni portati malissimo, sento più dolori io che un novantenne. Cocciutissimo ma non arrogante, forse un po’ troppo spesso sottovaluto le mie potenzialità e non prendo mai la vita sul serio.

Puoi raccontarci una tua giornata tipo? E’ dura capitanare la ciurma di Corpi Freddi?

Non ho una giornata tipo. Mi alzo per andare a lavoro, faccio finta di lavorare quando sto in ufficio, nel frattempo leggo, recensisco e cazzeggio. I Corpi Freddi sono una ciurma molto autonoma oramai, ogni tanto devo frustarli ma sono dei bambinetti molto in gamba. A parte gli scherzi, “capitanare” è un termine molto grosso poiché il tutto va avanti con stimoli propri e l’amicizia che ci lega è talmente forte che la nave viaggia a 10 nodi pure a mare piatto.

 Partiamo dall’inizio: “Corpi freddi” era il nome di un gruppo nato sul social network Anobii.com. Vuoi parlarcene?

 Esatto. Il gruppo nasce da una costola del gruppo anobiiano omonimo creato dalla nostra Stefania che oramai ha raggiunto un numero vasto di iscritti (circa 2.800) e che, ti assicuro, in alcuni momenti non è facile da gestire e per questo è doveroso un gran plauso alla Stefania per la capacità di moderare i più scalmanati.

Poi circa un anno fa nacque il sito, uno dei più visitati dagli amanti di thriller non a caso il nome completo è Corpi freddi – Itinerari noir. E’ una idea tua? Quanti collaboratori siete?

L’idea iniziale è nata circa due anni fa, quasi per gioco. Mi venne in mente di aprire una pagina web scrivendo il nome corpi freddi a mò di mosaico in cui ogni tassello rappresentava l’avatar dei membri più presenti. Non avendo altro da fare nella vita (ride), ho pensato bene di avventurarmi in questa “pazzia” con altri 15 malati di letteratura di genere che continuano a leggere, recensire e intervistare a oltranza.

 Blogs e siti letterari online ce ne sono molti cosa pensi bisogna fare per distinguersi ed emergere?

Non credo esista una ricetta. Posso cercare di spiegare come noi ci muoviamo. Aborriamo qualsiasi tipo di marchetta letteraria, "autori amici" non vengono mai recensiti dal redattore amico. Esempio: se io sono molto amico di Marilù Oliva, non recensirò mai un libro di Marilù anche se tengo a precisare che semmai dovessi farlo sarei comunque privo di ogni tipo di favoritismo verso l'autrice. Questa almeno è la base su cui ci si muove. Poi altri ingredienti sono di sicuro la ricerca degli autori e dei loro contatti per interviste. Presto inizierò a scrivere editoriali libriferi, non perchè ci si è montati la testa, ma al fine di esprimere il nostro pensiero, anche se magari fotte nulla a chi ci legge e ancor meno a chi non ci legge 😛

Recentemente ho visto alcune tue foto nel soggiorno di Andrea Camilleri, come è nata questa intervista?

Il problema non è stato tanto vederla nascere, quanto la gestazione! Una delle cose più complicate che abbia mai fatto in vita mia. Premetto che Andrea Camilleri per me è il Dio in terra, vuoi perchè è del mio stesso paese, vuoi perchè ho iniziato a leggere tantissimo rapito dai suoi libri, quindi ti lascio immaginare che quando siamo arrivati ad un accordo per una data per intervistarlo a casa sua, ho chiamato tutta la rubrica del cellulare per annunciare il lieto evento. Siamo andati lì armati di videocamera e cannoli siciliani e quando ci ha aperto la porta volevo morire. Inutile dire che è una persona assolutamente alla mano e di una squisitezza unica.

Tu e Alessandra Buccheri de l’Angolonero avete organizzato a Roma un ciclo di incontri letterari. Il ciclo ha anche un iniziativa gemella a Mantova a cura di Marco Piva alias il killer mantovano. Vuoi parlarcene?  Pensate di riproporli il prossimo anno?

"Corpi Freddi – Itinerari noir" è un ciclo che ci ha regalato davvero delle grandi emozioni ad ogni presentazione. Marco, Alessandra Buccheri ed io stiamo replicando l'esperienza per la seconda volta in un anno. Il killer ha già stilato il calendario degli eventi (http://corpifreddi.blogspot.com/2010/09/corpi-freddi-itinerari-noir-presenta.html), mentre io e Ale lo finiremo a giorni (speriamo!!). La cosa più difficile è sicuramente decidere chi tener fuori dagli incontri, nel senso che, da lettore e da appassionato, io terrei incontri tutti i giorni, ma fisicamente non tengo botta per più di 10 incontri a ciclo e quindi bisogna necessariamente fare una scrematura e, come detto prima, è davvero difficile. Il Killer, che invece è un pazzo furioso da camicia di forza, andrebbe ad oltranza tutto l'anno. A fine anno gli regalerò un test antidoping!

So che tu e Marco Piva vi volete bene come fratelli. Digli qualcosa che non hai mai osato dirgli.

Hihihihih questa è una domanda stronza però 😀
Diciamo che per carattere difficilmente se ho da dirti una cosa te la nascondo, ma se mi sforzo un pò… mmmm…. tenetevi forte: "

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Corpi Freddi .

Ne avrei centinaia da raccontare. A mente fredda posso ricordare di un raduno dei corpi freddi tenutosi a Roma l'anno scorso a ridosso della fiera della piccola e media editoria. Avevamo sistemato tutti i Corpi Freddi vicino casa mia e, non l' avessi mai fatto, intorno alle 6.30 di una domenica mattina sento citofonare. Rinco dal sonno mi alzo bestemmiando in nepalese per via dell'orario e rispondo. Dall'altra parte sento una vocina femminile con un accento dell'estremo Nord Italia che mi dice "Ciao Enzo, noi siamo gente di montagna e non siamo abituati ad alzarci tardi e non sapendo che fare siamo venuti da voi." Beh, adesso posso anche confessarlo, ho tappato la cornetta del citofono e ho iniziato ad inveire contro gli austriaci perché non ci hanno conquistato quel pezzo di Italia, più altre parolacce che pare brutto ripetere tra le vostre pagine. La mia risposta fu "Ma ca**o! Sono le 6.30, io manco sapevo che esistesse quest'ora pure di mattina!". Continuando a inveire, apro a Martina "Palazzo Lavarda" e marito e vedo Marco Killer e Giulia Principessa affacciarsi dalla camera degli ospiti e, appena saputo del loro imminente arrivo, gridare in coro "E tu gli hai aperto?" …
Se ci penso tuttora mi sganascio dalle risate 😀

Tempo fa girava la voce che Marco Piva avrebbe curato un programma radiofonico legato a Corpi Freddi. Come procede la cosa? Vuoi parlarcene?

Ti dico la verità, sai che non lo so!? 😀 Ho composto i jingle per la trasmissione (Sottofondo Criminale e  Radio Criminale]. So che Marco si stava prodigando per partire ma non so davvero a che punto stia. Mò che me l'hai ricordato glielo chiedo 😀

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

Adesso sto leggendo "Certezze Provvisorie" di Cristina Cattaneo. Ciò che adoro leggere rappresenta anche il mio più grande difetto, ovvero io sono un lettore monogenere quindi non riesco a leggere libri lontani dal giallo/thriller/noir con qualche capatina sul fantasy (tipo la Zimmer Bradley); di conseguenza gli autori che più amo sono Lansdale, da poco sto adorando Gischler (grazie Matteo per avermelo fatto conoscere!!) e hardboiled in generale. Ritengo geniali gli autori che hanno come caratteristica quella di unire sangue a fiumi e umorismo nero.

 Quale è il segreto per una buona recensione?

Essere intellettualmente onesti e, personalmente, evitare paroloni. Alcune volte mi sono trovato davanti a recensioni che analizzavano un libro con termini che manco un ingegnere aerospaziale avrebbe utilizzato e ti porta al punto che per capire l'analizzato devi analizzare l'analizzante. Lo ritengo assurdo in un Paese dove già si è in quattro a leggere e se uno di quei quattro ti vuole consigliare un libro ti rincoglionisce di frasi che metà basterebbero a buttare nel cesso il romanzo e attaccarti alla X-Box.

Cosa ne pensi della critica letteraria in Italia. Pensi sia sufficientemente autonoma e indipendente?

Un "no comment" non ti basta vero? grrrrr lo sapevo… Diciamo che la critica letteraria fatta sul web la ritengo bene o male indipendente. Quella cartacea è piena di marchettari e parlando con alcuni di loro ne ho anche avuta conferma. Davvero triste come cosa.

Quali sono i tuoi blogs letterari più amati? Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?

Devi sapere che ogni mattina mi alzo circa 30/40 minuti prima del dovuto solo per attaccarmi al pc e farmi il giro dei miei siti "quotidiani", tra cui il vostro che conosco bene e che leggo quotidianamente. Mi appizzo a Angolonero, Thriller Cafè, ecc. Li ritengo ben fatti e aggiornati.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio?

Ti svelo una cosa: prima di creare il sito dei Corpi Freddi leggevo quasi esclusivamente romanzi di autori stranieri, ma grazie ai vari consigli dei ragazzi della redazione ho imparato ad amare anche gli autori nostrani tanto che ad un certo punto mi ci ero pure incaponito. Adoro tuttora leggere autori emergenti di case editrici piccole/medie. In questo modo ho avuto modo di conoscere Sacha Naspini (che ritengo un genio), Luigi Carrino (un altro autore di cui leggerei anche gli scontrini se scritti da lui), Pandiani, Custerlina, ecc.

 Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

Ti giuro, ho tenuto questa domanda per ultimo perché ritengo difficile darti una risposta. Forse la cosa che mi piace meno è che la voglia di investire sui nuovi talenti nelle case editrici grandi è davvero poca e che, diciamoci la verità, saremo anche un popolo che legge poco, ma è anche vero che i prezzi dei libri non incentivano poi così tanto l'acquisto. Adoro invece il fermento delle piccole case editrici, dove spesso riesco a leggere delle perle letterarie che farebbero invidia alle holding della letteratura. Poi se mi chiedi cosa mi fa schifo, ti rispondo: la legge ad aziendam fatta dall'imprenditore Berlusconi per parare il culo alla figlia Maria Elvira Berlusconi detta Marina che ha frodato il fisco per svariati miliardi.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Luogo comune o realtà? Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?

E lo chiedi a me? Sarò anche poco originale, ma il tutto deve partire necessariamente dalla scuola. Ritengo assurdo che nel 2010, solo in Italia, un bambino con la "mania" di leggere venga guardato come un malato o un diverso. All'estero è il contrario, tant'è vero che in Europa siamo tra i Paesi in cui si legge meno e se consideri che in Finlandia (che ha lo stesso numero di abitanti del mio palazzo, credo…) si leggono in media due libri al mese per abitante, questo, oltre a far riflettere, induce ad una depressione intellettuale enorme. I politici chiaramente non fanno un cazzo e passano il tempo a cambiare metodo di esame, ordinamenti, ecc. ad ogni legislatura. Non ho capito manco come si svolgono gli esami adesso. Mi pare che la Gelmini ti faccia fare prima la prova scritta in aramaico e poi l'orale sollevando pesi. Boh!

Quale è la recensione più difficile che hai scritto? Ti è mai capitato di destreggiarti con uno scrittore scontento dopo una tua stroncatura?

Ci siamo ritrovati a dover tenere a bada editor e autore per la stroncatura di un libro orrendo. Chiaramente non dirò il titolo, e probabilmente noi abbiamo esagerato un tintinino, ma ti assicuro che alcune volte ti viene il sangue al cervello quando ti ritrovi a leggere romanzi oggettivamente squallidi e ti vien da pensare quando magari leggi interviste di autori che dicono "Inizialmente ho avuto difficoltà a trovare una casa editrice..". Per quanto riguarda la recensione più difficile, personalmente ritengo complicatissimo recensire libri che ti hanno entusiasmato per la loro bellezza. Ho sempre paura di essere additato come quello che ".. fa solo recensioni positive". Difficilmente grido al miracolo ma quando lo faccio è perché ci credo.

Il fenomeno dei blogs letterari più o meno professionali che forniscono recensioni e consigli di lettura sta vivendo un vero e proprio boom. Da semplici strumenti di promozione stanno assumendo il ruolo di coscienza critica. Quanto pensi facciano bene al fenomeno libro?

Quanto faccia bene al fenomeno libro a me poco interessa e ti dirò il perché. Chi recensisce libri non dovrebbe essere al servizio dell'autore o della casa editrice, bensì del compratore. Quindi se la critica è onesta ed è positiva io compro il libro e SOLO di conseguenza ne giova l'autore, la casa editrice e il mercato in generale. Del resto, lo facciamo anche quando dobbiamo vedere un film al cinema: leggiamo opinioni e se ci convince spendiamo 7 euro, altrimenti usi qualche animale da fattoria (epecore, ecavalli, emuli, ecc). Questo vale anche per i libri e forse è pure amplificato visto che oramai per comprare 10 libri devi chiedere un finanziamento a Findomestic (li mortacci vostra!).

Definiscimi il concetto di libertà. Nel tuo ambito c’è reale libertà? Pensi ci sia in questo momento un serio tentativo di imbavagliare la stampa e limitare il potere di critica? Ti è mai capitato di ricevere pressioni?

Allora, pressioni dirette no. Ma uffici stampa che sanno fare bene il loro lavoro (ovvero insinuarsi viscide come bisce per riuscire a convincerti di averti mandato il libro dell'anno), si. Molti di questi uffici stampa non mi mandano più i libri 😀

L’ebook sostituirà mai il libro di carta?

Romanticamente, vorrei dirti di no, ma ahimé è semplicemente un ricambio generazionale necessario per riuscire ad acquisire nuove leve di lettori, tipo i 15enni del 2015 che avranno il loro IPhone 10XL che fa anche da lettore Ebook. Anni fa mi occupavo di musica e spesso, al solo pensiero di veder sparire i vinili, mi si accapponava la pelle. Oggi il vinile è materiale quasi solo da cultori. Stessa fine farà il libro cartaceo.

So che hai presentato a La Spezia un importante festival della letteratura nera organizzato dallo scrittore Alessandro Zannoni. Vuoi farci un bilancio della manifestazione?

Ogni festival letterario a cui si partecipa ti lascia dentro qualcosa. "Leggere Fa Male" di per sé è un titolo bellissimo e il patron (Zannoni) è stato encomiabile per lo sbattimento. Ti dico solo che il giorno del rientro lo chiamai al cellulare e gli chiesi dove fosse, la sua risposta fu "Sto in piazza e sto smontando a mano il palco sotto al sole". Il bilancio non può che essere positivo. Avere a che fare con gente (che non oso chiamare colleghi) del calibro di Serino, Forlani, Buccheri, Maugeri è stato molto istruttivo e per di più la scelta degli autori, fatta dallo Zannoni, è stata molto interessante. Ma diciamoci la verità: il divertimento (da gita scolastica) erano le scorazzate con la mia auto che portava, oltre me e mia moglie, Maugeri, Carrino e Palazzolo!! 8 km di tornanti per arrivare al Castello di Fosdinovo dove alloggiavamo. Un continuo ridere e maledire Palazzolo per le storie sui fantasmi del castello che ci raccontava durante il viaggio.

Progetti per il futuro?

Nell'imminente futuro? Dopo 23 domande? 😀 Andare a dormire!!! Poi, domani, mandarti la mail con le risposte e 3miliardi di scuse per il ritardo. Chiudendo a chiave l'Enzo idiota nell'armadio e ridando la tastiera all'Enzo serio, posso dirti che di progetti legati ai Corpi Freddi ce ne sono davvero tanti. Alcune cose fattibilissime e a cui stiamo già lavorando e che naturalmente non vi anticipo (prrrrrrrr), altre sicuramente più complicate e dispendiose che spero di riuscire a realizzare almeno nel lungo termine. Personalmente sto lavorando come agente letterario con (dicono) ottimi risultati… vedi la mia prima cliente Marilù Oliva uscita a luglio per Elliot con ¡Tú la pagarás!.

:: Intervista a Marco Vichi a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2010 by

Marco Vichi

Benvenuto Marco su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Sei nato a Firenze nel 1957, vivi in Chianti, sei uno scrittore. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

Coltivo peperoncini… 

Un ricordo di Marco bambino. Portavi i pantaloni corti e giocavi agli indiani e ai cow boy o eri un bambino introspettivo e melanconico con il naso sempre incollato sui libri?

Ero solitario, pensoso e malinconico… e giocavo ai soldatini inventando storie infinite. 

Hai esordito nel 1999 con L’inquilino edito da Guanda. Parlaci dei tuoi inizi, della tua strada verso la pubblicazione.

I miei inizi di scribacchino (parlo del momento in cui mi sono detto, con una certa ansia, che volevo scrivere “sul serio”) risalgono al lontano 1981. Ho riempito gli armadi di pagine scritte, a mano e al computer, e ho collezionato lettere di rifiuto fino al ’99, anno in cui mi dissi che non avrei fatto più nulla per cercare di pubblicare. Avrei scritto per sempre, ma senza più propormi agli editori. E proprio in quelle settimane una catena di lettori ha portato L’inquilino sul tavolo di Luigi Brioshi (attualmente direttore del gruppo MauriSpagnol, allora direttore di Guanda), il quale mi telefonò dicendomi che voleva pubblicarlo. Morale: se vuoi qualcosa, non cercarla. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare? 

Sono molti. Tutti gli amici che riempivo di romanzi e racconti rilegati con le molle, e i molti lettori sconosciuti che abbordavo in chat per riempirli di cosa da leggere. Mi hanno incoraggiato con i loro commenti e anche con critiche negative (giuste) capaci di farmi sanguinare  ma non di fermare la mia voglia di scrivere. 

Poi è nato Il commissario Bordelli che ha dato il via alla serie poliziesca ambientata nella Firenze degli anni sessanta. Perché il passato, e perché gli anni sessanta? Erano anni più a misura d’uomo, più naif? 

In realtà  il commissario è nato prima dell’inquilino, in un pomeriggio in cui mi dissi: “Ho scritto in mille modi e in mille direzioni, ma non ho mai scritto un poliziesco. Vediamo cosa salta fuori se ci provo.” Non sono un appassionato del genere poliziesco in sé, e credo infatti che i romanzi con il commissario Bordelli sono più romanzi che gialli. Gli anni Sessanta sono venuti da soli, senza che lo avessi pensato prima. E mi è piaciuto subito l’idea di ricostruire quel mondo, lontano e vicino al tempo stesso. Un mondo con un’altra mentalità, con altri ritmi, altri rumori, che ricordo assai bene ma attraverso lo sguardo del bambino che ero allora. 

Nel 2009 hai vinto il premio Scerbanenco con Morte a Firenze. Un premio prestigioso per gli scrittori noir. E’ giunto inaspettato o ci contavi?

Per quanto riguarda me, tutti i premi giungono inaspettati. 

Dopo il premio Scerbanenco è di pochi giorni fa la notizia che ti sei aggiudicato anche il premio Camaiore 2010. Un commento e una promessa. 

Mi hanno dato anche il Premio Rieti, pensa un po’. Si stanno accanendo con me, e ne sono contento. La promessa: cercherò come sempre di non scrivere romanzi troppo brutti. 

Tuo ultimo libro è Un tipo tranquillo edito da Guanda. Protagonista il ragioniere Mario Rossi, un uomo inutile, figlio in un certo senso de L’uomo senza qualità di Musil. Arrivato alla pensione si sente soffocare dalla rabbia e dall’odio verso la famiglia, il mondo. Quanti tipi tranquilli ci sono in giro, quanto sono pericolosi? 

L’uomo è davvero molto complesso, e non credo che si possano creare delle categorie esatte sotto le quali raggruppare più individui. I tipi tranquilli sono tutti diversi uno dall’altro. Il motivo della loro tranquillità e il rapporto che hanno con il proprio carattere non sarà mail lo stesso. Raccontando Mario Rossi non pensavo a una tipologia di uomo, ma a un individuo unico.  

Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? Ti è mai capitato di cambiare un personaggio per adattarlo agli echi e alle sensazioni che un luogo ti ispira? 

Gli scrittori sono degli avvoltoi che si cibano di ogni cosa: storie vere, film, libri, televisione, sogni, ricordi personali, immaginazioni… tutto può servire, prima o poi. Dico spesso che mentre scrivo non ho mai la sensazione di inventare, ma mi sembra di scoprire la storia via via che la scrivo, come se esistesse già e qualcuno me la srotolasse davanti. Oppure come se dissotterrassi una scultura antica. Ma ugualmente, in quella storia già scritta che io ho il privilegio di raccontare, ci si infila spesso qualcosa di attuale, di appena vissuto. Questa cosa mi piace molto. 

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi dell’infanzia. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?

Penso che gli odori siano la più veloce macchina del tempo. 

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei un perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva? C&r
squo;è qualcuno a cui fai leggere i tuoi libri e senza il suo ok non procedi? 

In parte ho riposto poco sopra. Non progetto nulla, mi capita di immaginare che dietro un’immagine, o una faccia, o una situazione, che per un po’ di tempo mi ossessiona, ci sia una storia da scoprire. E mi lancio a scrivere sperando di non essermi sbagliato, di non aver scambiato per una storia una mia insofferenza, uno sfogo personale. Rileggo e correggo molto, e se fosse per me non ci sarebbe mai una stesura definitiva. Forse è insicurezza. Ci sono alcune persone a cui tocca leggere le cose appena sfornate, e ascolto con molta attenzioni i loro pareri. 

Marco Vichi e la critica letteraria. Rapporto di amore-odio, necessario, conflittuale? Se un recensore serio stroncasse un tuo lavoro come reagiresti? Leggi tutto quello che si scrive su di te? 

Mi è  successo più di una volta di avere stroncature, e devo dire che fa più male una recensione tiepida. 

Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? So che sei un grande appassionato di Beppe Fenoglio e di John Fante. Quali altri autori leggi, Pavese, Bassani, Pratolini? Cosa stai leggendo in questo momento? 

Dei tre che citi insieme, solo Bassani. Leggo i libri più diversi, anche di storia, di poesia, di filosofia. Adesso sto leggendo il Viaggio di Celine, forse un po’ in ritardo. Ma ci sono così tanti libri che vorrei leggere… i ritardi sono inevitabili. In fondo è meglio così, ho ancora moltissimi libri da scoprire. 

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Ce ne sono diversi, fra i quali due giovani donne, Laura Del Lama e Sara Falli. 

Marco Vichi e il teatro. Hai mai pensato di fare l’attore? 

Sono ciò che di più lontano si possa immaginare da un attore. Sto bene nel sottoscala. 

Morte a Firenze avrà un seguito? Puoi anticiparci qualcosa? 

Ci sarà un seguito, ma non posso anticipare nulla… anche io per adesso ne so poco. 

Progetti per il futuro, anche non legati alla scrittura?

A parte i romanzi mi piacerebbe fare cinema, cioè lo sceneggiatore. Ci sto provando. E mi piace molto scrivere testi per canzoni. L’esperienza di Nessuna Pietà (il CD+libro uscito per Magazzini Salani) è stata magnifica. 

:: Recensione di Canto africano di Federica Gazzani

8 settembre 2010 by

cantoafricanoCi sono paesi, continenti, terre come l’Africa che non sono semplicemente luoghi ma sono dimensioni dell’anima, sono spazi in cui il senso di libertà, l’amore per l’avventura, per l’ignoto trovano una dimensione, un colore, un sapore se vogliamo unici. Forse molti di noi sognano di lasciare tutto, le comodità di una vita precostituita, regolare, scandita dal tran tran, per iniziare questo viaggio ma non ostante le buone intenzioni forse non troveranno l’incoscienza o meglio il coraggio per farlo, bene Federica Gazzani questo coraggio l’ ha avuto e nel 1979 a soli 24 anni ha lasciato la moderna e cosmopolita Milano per visitare l’Africa. Di questa esperienza emozionante, non priva di pericoli e scomodità, ha voluto farne un libro autobiografico, un diario di viaggio, semplice, sereno, in cui descrive il suo incontro con questa terra lontana e sconosciuta, fatta di musica, usanze tribali, odori, percezioni in cui i sensi si affinano e avvertono l’altrove come dimensione dell’essere, come ricerca di sé. Senza pretenziosità, con un linguaggio chiaro, immediato, capace di trasmettere sentimenti ed emozioni forti quasi primitive, la Gazzani ci trasporta in un mondo molto concreto. La sua Africa non è tratta dai depliant turistici , o un luogo di sogno dove fare volare la fantasia, l’Africa di Federica è un luogo reale in cui si possono incontrare i Tuareg, o essere derubati, in cui i mezzi di trasporto sono improvvisati e le comunicazioni sono difficoltose. Perché l’Africa è una terra povera economicamente ma ricca di calore, di entusiasmo, una terra giovane che ama ballare, cantare, una terra dove la luna è immensa e le albe e i tramonti tropicali tolgono il fiato. Si perde qualcosa vistando l’Africa ma quello che si acquista dal lato umano è immensamente più prezioso e indispensabile. Federica ricorda questo viaggio con rimpianto, si sente che un angolo del suo cuore è rimasto per sempre in questa terra e ci lascia uno struggimento e una nostalgia che alcuni chiamano mal d’Africa altri più semplicemente amore per la vita. 
Canto africano di Federica Gazzani, Editore il Ciliegio, 2008, 176 pagine, Euro 15,00.

L’autrice Nata e cresciuta in diverse località del nord Italia, Federica Gazzani si é trasferita a Milano per frequentare la facoltà di architettura. Dopo diverse esperienze professionali, é approdata al mondo dei media, precisamente a Canale 5 (allora Telemilano e poi Videotime). Si é trasferita in Svizzera nel 1982 dove si é occupata di montaggio, post-produzione e aiuto regia. Attualmente lavora alla RSI, Radiotelevisione svizzera. Canto africano è il suo romanzo d’esordio.

:: Novità in uscita per Iperborea: Il messaggero di Kader Abdolah

7 settembre 2010 by

Vi segnalo l’uscita dell'ultimo romanzo di Kader Abdolah, Il messaggero, per Iperborea.

In libreria dal 9 settembre 2010

"I romanzi di Abdolah rivelano un grande scrittore, che è insieme politico e poetico. Uno scrittore da Nobel" GOFFREDO FOFI, IL SOLE24ORE

Il libro: C’era una volta un popolo che viveva in una terra desertica intorno alla Mecca, era diviso, governato da leggi tribali e venerava idoli di pietra, cui sacrificava le sue figlie femmine. Un popolo di seminomadi poveri e ignoranti, guardati dall’alto in basso dai ricchi mercanti ebrei e schiacciato tra grandi imperi – Bisanzio, la Persia, l’Egitto. Tutte civiltà avanzate, ognuna con un suo profeta, che si chiamasse Mosè, Gesù o Zarathustra, e un suo Libro, e soprattutto ognuna con un unico dio. In quella terra inospitale viveva un mercante scaltro, membro di un clan illustre. Era analfabeta, ma visionario e determinato, e dotato di una curiosità e una fantasia inesauribili. Era un poeta. Il suo nome era Muhammad. Soffriva per l’arretratezza del suo popolo, che sognava di vedere prospero e libero da usanze barbare. Voleva migliorare la condizione delle donne, voleva che i libri e le idee circolassero liberamente, che il mondo li trattasse con rispetto. Tutti deridevano il suo messaggio rivoluzionario, ma una notte un dio onnipotente gli apparve e gli parlò. L’alba che ne seguì ha cambiato per sempre il mondo. Kader Abdolah è convinto che non si possa giudicare l’Islam, e quindi capire la storia e l’Occidente, senza conoscere il suo Profeta, il suo Libro e la terra che li ha generati. Il messaggero è una sua personalissima reinvenzione letteraria, da cui Muhammad emerge in tutta la sua umanità e modernità, un racconto che profuma di datteri e ulivi, e che parla del potere della parola e del mistero divino.

L'autore: Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, rifugiato politico in Olanda dal 1988, è diventato uno dei più importanti scrittori di questo Paese, costantemente nella lista dei best-seller. Con Scrittura cuneiforme conquista il pubblico internazionale. La casa della moschea è Premio Grinzane Cavour 2009.

:: Intervista a Raffaella Ferrari

7 settembre 2010 by

61141_BookCoverBenvenuta Raffaella su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora sei nata a La Spezia nel 1972, sei sposata, ti sei laureata in Filosofia, sei un’insegnate. Vuoi aggiungere altro?
Buongiorno e grazie a voi di ospitarmi. Innanzitutto volevo precisare che insegno ai ragazzi con problemi di apprendimento: è un lavoro difficile ma ricco di soddisfazioni. Ti garantisco che talvolta questi ragazzi mi danno delle vere e proprie lezioni di vita che mi arricchiscono come poche altre cose.
Come è nata in te la passione per la scrittura? Già da bambina scrivevi piccole storie fantastiche magari da far leggere ai tuoi amichetti o è una scoperta tardiva?
Sì, mi è sempre piaciuto scrivere … credo d’aver scritto il mio primo racconto giallo intorno ai dieci anni.
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?
Beh, naturalmente la mia famiglia, mio marito Luca in primis che è anche il mio lettore più attento. Poi penso spesso al mio insegnante di Lettere del Liceo che mi ha trasmesso la capacità, o forse la voglia, di mettere il cuore in quello che scrivo.
Hai pubblicato tre romanzi Da lunedì a sabato La versiliana editrice, L’ultima magia Edizioni Tigullio con cui hai vinto nel 2005 il premio Potiggia di Santa Margherita Ligure, e Il segreto del professore Edizioni Giacchè. Una predilezione per il giallo con connotazioni psicologiche. A che scrittori ti sei ispirata?
Credo che esistano due tipi di “gialli”: quelli nei quali i personaggi sono semplicemente funzionali all’azione e servono per arricchire la trama, e quelli nei quali, invece, i personaggi sono uomini e donne “veri” con paure e debolezze come tutti. Io amo questo secondo filone, sia come scrittrice che come lettrice. Non posso perciò non menzionarti la grande Aghata Christie, Simenon o Camilleri. Ultimamente ho scoperto anche Marco Vichi che mi ha favorevolmente colpito.
Ne Il segreto del professore racconti le indagini sulla morte di un vecchio professore di Greco in pensione Attilio Facchetti fulminato nella sua vasca da bagno della sua casa in un piccolo borgo di mare in provincia di La Spezia. Come crei la suspance? Quanto incidono gli incubi dell’inconscio nella risoluzione del caso?
Credo che le personalità, le “inclinazioni umane” siano talmente complesse e diverse fra loro da creare un universo a parte che spesso si scontra con l’universo delle regole create dalla società… e allora, allora può accadere che s’incorra nell’”errore”. In effetti mi sono sempre chiesta quanta colpa ci sia nell’errore e quanto merito nella virtù. Oltre alla costruzione della trama, perciò, è proprio l’inconscio che si manifesta con gli incubi di una delle protagoniste a creare la suspance.
La psicologa Lucilla Ferrino è il personaggio principale dei tuoi romanzi ma dall’ultimo ci presenti il maresciallo Saverio Lo Giudice amante della cucina e che ha come migliore amico un grosso gatto nero dagli occhi gialli. Come sono nati questi personaggi? A chi ti sei ispirata? Persone reali o personaggi letterari?
La psicologa è il mio personaggio preferito. E’ una donna dal carattere complesso, forte e fragile ad un tempo e un po’ mi rassomiglia. Il maresciallo, invece, è un personaggio più tranquillo, direi che rappresenta la “sicurezza”, la Giustizia con la G maiuscola che ho voluto ci fosse nei miei romanzi. Un personaggio così doveva amare le cose semplici, come la cucina e l’amicizia di un gatto… Ti svelo un segreto: c’è un altro protagonista nel romanzo. E’ un ex regista famoso, ora compagno di Lucilla Ferrino, si chiama Maurizio Diada. Per descriverlo mi sono inspirata ad un cantautore italiano oggi “passato a miglior vita”. Non so perché: ci sono persone che quando le incontro o le vedo in TV, mi trasmettono qualcosa, mi “grattano il cuore”, per così dire, e allora finiscono nei miei romanzi.
Hai collaborato con diverse riviste letterarie e anche condotto una trasmissione televisiva. Quale è il bilancio che trai da queste esperienze? Ti piacerebbe condurre una trasmissione dedicata ai libri in un canale nazionale?
E me lo chiedi? Certo che mi piacerebbe!
Oltre a scrivere romanzi scrivi anche racconti. Quale è il tuo preferito? Di cosa parla?
Per un periodico di settore, qualche tempo fa, ho scritto un racconto che si chiama “La gattara” e parla di un’arzilla vecchietta che, badando ai suoi numerosi gatti riesce a sventare una vera e propria truffa architettata da un’imbroglione che per raggiungere il suo fine arriva addirittura ad avvelenare… due gatti!
Nel 2008 hai contribuito con il racconto “L’uomo con le stampelle” alla raccolta “Donne e Crimine” per i tipi della Fratelli Frilli Editori. Vuoi parlarcene?
E’ stata una bella esperienza. Pensa mi hanno incluso nelle tredici migliori scrittrici di giallo liguri ed ho avuto occasione di “lavorare” al fianco di autrici come Maria Masella. E poi il ricavato della vendita del libro è stato devoluto in beneficenza.
Raccontaci la tua La Spezia. Quanto un luogo incide nel narrare una storia. Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei personaggi?
Io la mia città l’adoro! Sono fra i pochi spezzini fieri di esserlo! Sai, noi liguri siamo un po’ “mugugnoni” e non ci va mai bene niente della nostra città, ma a me no, a me La Spezia piace così com’è, con i suoi difetti. Tutti i miei personaggi sono, diciamo così, figli della mia città e non credo che potrebbero vivere da nessun’altra parte.
Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Ci sono segreti, piccole scaramanzie che ti va di svelarci?
Mah, guarda, non credo che ci sia una “formula magica” per scrivere un buon romanzo. Ci vuole soprattutto passione. A me capita di leggere qualcosa, oppure semplicemente di vedere, che so, due persone particolari che parlano ad un tavolo di un bar e di rimanerne, per qualche misterioso motivo, tanto colpita da inventarci sopra una storia. Poi il resto viene da solo: i miei personaggi sono “vivi”, non mi viene altro termine, e a volte prendono il sopravvento e fanno quello che vogliono.
Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? 
Come puoi immaginare amo i gialli. Ti ho già citato Camilleri e Vichi, aggiungerei Danila Comastri Montanari e, anche se scrive non gialli ma romanzi d’avventura, Marco Buticchi, che è un mio buon amico. Adesso ho appena finito di leggere “Morte a Firenze” di Marco Vichi che, tra l’altro, ha vinto il premio Camaiore.
Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio?
Mah, mi ha molto colpito la vicenda di Alessandro D’Avenia. E&r
squo; un giovane ed ha avuto successo scrivendo di giovani: mi pare una buona cosa.
Progetti per il futuro?
Qualche progetto ce l’ho, ma soprattutto ho tantissimi sogni: guai a rinunciare ai sogni!
Grazie Raffaella è stato un piacere chiacchierare con te. Ora non ci resta che salutarci e aspettare le prossime avventure di Lucilla Ferrino, Saverio Lo Giudice e il suo gatto.
Grazie a te. Spero di regalarvi presto ancora qualche ora di buona lettura.