:: Bengodi e altri racconti, George Saunders (minimum fax, 2015) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2015 by

saunders_bengodiChe l’America sia un gigantesco e bizzarro parco divertimenti (a tema) ne avevamo il sospetto anche noi che dell’America (forse) ne conosciamo poco o niente, per lo più forti di una visione letteraria, se non cinematografica.
Non tutti noi ne abbiamo una conoscenza diretta. E anche tra coloro che questa conoscenza l’avessero, non tutti hanno la sensibilità e la lucidità di gente come George Saunders. Scrittore texano, classe 58, autore di opere come Pastoralia, Dieci dicembre (difficile che non l’abbiate almeno sentito nominare) e tra altre anche di Bengodi e altri racconti, sua prima raccolta di racconti del 1996 (un secolo fa verrebbe da dire). Già uscita in Italia nel 2005 grazie a Einaudi con il titolo Il declino delle guerre civili americane, e sempre tradotta da Cristiana Mannella, come questa nuova edizione minimum fax, riveduta e ampliata (c’è in più un nuovo racconto e soprattutto una preziosa nota dell’autore, che sconsiglio vivamente di leggere prima dei racconti).
George Saunders è un autore stimato e premiato, prediletto dalla critica più sofisticata e con Dieci dicembre capace di raggiungere anche il grande pubblico con vendite più che ragguardevoli. Dunque ormai non più uno scrittore di nicchia, per palati difficili (come avrebbe facilmente rischiato di essere sbrigativamente etichettato, anche solo da coloro che per primi selezionavano i racconti per il New Yorker), sebbene la sua scrittura sia decisamente complessa, non tanto a livello di struttura sintattica, naturalmente ricercata, (la stesura di Bengodi e altri racconti, per esempio, gli ha portato via sette anni) ma più che altro per i significati occulti (a vari livelli di comprensione) che i suoi testi nascondono.
George Saunders non è un autore poco impegnativo quindi, ma chiarito questo è singolare come sappia catturare il lettore, divertirlo, in una fitta rete di strettissime maglie che vanno dalla critica sociale più radicale alla compassione (reale, non pietistica) che sanno ispirare i sentimenti più delicati e profondi, ancor più se sgorgano da persone che non vi aspettereste mai, pensate solo al padre ormai solo che cura la figlia handicappata del racconto Isabelle, il secondo racconto in ordine di apparizione, capace di regalarci anche un improbabile lieto fine. Poi venne la primavera e nel parco sbocciarono i fiori.
George Saunders sorvola il reale, e in questi suoi primi racconti è ancora più evidente, con una scrittura fantasmagorica e immaginifica, ma se stiamo attenti prorio del reale parla, del reale più profondo e se vogliamo doloroso. Che il suo scritto sia una grande allegoria è anche vero, e più si allontana dai canoni classici del realismo per perdersi nell’astrattezza più naïf, più forse si sente limpida la sua voce originale e non imitativa, col tempo destinata a lasciare le spiagge sicure dell’assurdo per una maggiore concretezza e un dissolversi del dualismo, immaginazione realtà.
Ma in questi racconti è ancora tutto in nuce, la libertà creativa spazia limpida senza vincoli come aspetattive o attese, solo animata dal desiderio di realizzare finalmente qualcosa nella vita. E in questo sta sicuramente la bellezza e la peculiarità di questo testo, di cui potremo anche vedere il rovescio creativo in controluce, appassionatamente descritto nella nota iniziale, che sinceramente avrei voluto durasse più a lungo. Ma forse l’essenziale c’era, e oltre sempre tutto è superfluo.
Molti critici hanno trovato parole bellissime per questa raccolta la cui forza penso sia proprio la malinconia per un tempo ormai definitivamente concluso, che sia la giovinezza, che sia l’America pre crisi, di cui Saunders vedeva tutti i sintomi di una malattia incurabile che presto si sarebbe abbattuta: razzismo, violenza, egoismo, disoccupazione, perdita, disperazione, e le invincibili regole del mercato capitalistico, spietate e fredde come una lama in mano a un serial killer.

George Saunders (Amarillo, Texas, 1958) è autore di una raccolta di saggi, Il megafono spento (minimum fax 2009) e delle raccolte di racconti Nel paese della persuasione (minimum fax 2010), Pastoralia (minimum fax 2014) e Il declino delle guerre civili americane (già uscita per Einaudi). Ha pubblicato racconti, articoli e reportage sul New Yorker, GQ e il Guardian, e ha vinto più volte il National Magazine Award. È stato incluso dal New Yorker nella lista dei «venti scrittori per il 21° secolo» e nel 2013 è stato insignito del PEN/Malamud Award, il più prestigioso premio statunitense per gli autori di short stories. La rivista Time l’ha inserito fra le 100 persone più influenti del mondo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

:: Matilde – Per grazie di Dio, se è qualcosa, Rita Coruzzi, (Piemme, 2015), a cura di Elena Romanello

14 ottobre 2015 by
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Per chi ricorda le lezioni di Storia con un minimo di interesse, ricorderà di aver sentito citare ad un certo punto, quando si parlava di anno Mille e dintorni, Matilde di Canossa, una donna di potere con un’accezione maschile in un’epoca in cui all’altra metà del cielo erano riservati tradizionalmente i ruoli di moglie e monaca, a cui anche lei sembrava comunque votata.
La figura di Matilde rivive, con vivacità e vitalità, nelle pagine del romanzo storico di una nuova voce del genere e non solo italiana, Rita Coruzzi, che racconta un destino da prima della nascita della sua protagonista, con un sogno di sua madre che fa parte della tradizione legata alla sua figura, fino alla vecchiaia.
Una storia che appassiona fin dalle prime battute, raccontando il destino in fondo incredibile, ma comunque reale, di questa figlia di una famiglia nobile che diventò sovrana delle terre italiche a nord dello Stato Pontificio dopo gli omicidi per giochi di potere del padre e del fratello, e che fu coinvolta nelle lotte del Papato e del Sacro Romano Impero per vari decenni.
Un modo interessante quindi per ripassare o meglio riscoprire una pagina di Storia, nascosta nei secoli, ma che condizionò pesantemente per parecchio tempo la vita e le vicende non solo italiane: Matilde rivive con la sua forza, personaggio totalmente fuori dagli schemi non solo del suo tempo, che se fosse nata in Gran Bretagna o in Francia sarebbe diventata protagonista di epopee senza fine, da noi è stata un po’ trascurata e dimenticata, e forse con questo libro, documentato ma estremamente piacevole e scorrevole, può diventare davvero un’icona storica affascinante e alla fine attuale, in un mondo complesso dove c’erano già, sia pure in modo diverso, tanti problemi rimasti fino all’oggi.
Effettivamente, leggendo in maniera non certo pedante le pagine del libro, viene da pensare che noi in Italia tendiamo a sminuire e ignorare le tante figure interessanti, soprattutto quelle femminili: c’è da sperare che nuove generazioni di autori e soprattutto autrici possano far rivivere questi personaggi, come Matilde di Canossa e tanti altri, su modello di cosa per esempio hanno fatto all’esteroo nomi come quello di Philippa Gregory e Ildefonso Falcones.
La storia di Matilde di Canossa e della sua avventura umana si conclude nelle pagine del libro di Rita Coruzzi, che hanno entusiasmato tra gli altri un nume della narrativa storica come Valerio Massimo Manfredi, ma c’è da sperare che l’autrice, che ha nel suo curriculum anche vari libri di altro genere, ritorni prima o poi a raccontarci qualche storia nella Storia.

Rita Coruzzi è nata il 2 giugno 1986 a Reggio Emilia, dove tuttora risiede. Affetta da tetraparesi, in conseguenza di un intervento chirurgico andato male, dall’età di dieci anni è sulla sedia a rotelle. Diplomatasi al liceo classico della sua città, ha conseguito la laurea triennale in Lettere e si è specializzata in giornalismo presso l’università di Parma. Della sua esistenza ha fatto una battaglia quotidiana per dimostrare che non ci si deve arrendere mai e che è sempre possibile trovare in sé la forza interiore per affrontare qualsiasi prova. Ha pubblicato vari libri, per lo più di testimonianze, come Un volo di farfalla. Come la fede mi ha ridato il sorriso (2010), Il mio amico Karol (2011) e, con Magdi Cristiano Allam, Grazie alla vita (2011).

Source: libro del recensore.

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:: L’inganno, Charlotte Link (Corbaccio, 2015) a cura di Micol Borzatta

14 ottobre 2015 by
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Richard Linville, ex poliziotto in pensione, viene picchiato, torturato e ucciso mentre era a casa da solo.
Melissa Cooper, insegnante di scuola infantile, viene uccisa nello stesso modo di Richard Linville.
Caleb Hale è il poliziotto che sta indagando sui due omicidi, avvenuti a qualche settimana di distanza e con l’unico legame tra le due vittime una relazione avvenuta sedici anni prima.
Nel frattempo Caleb deve occuparsi anche di Kate Linville, la figlia di Richard, tornata per sistemare gli affetti del padre.
Nel frattempo Stella e Jonas, genitori adottivi di Sammy, ricevono il giorno del quinto compleanno del bambino la visita di Terry, la madre naturale, e Neil, il suo nuovo compagno, un tipo violento. Sicuramente la visita nasconde un secondo fine visto che Terry non si è interessata del figlio per cinque anni.
Tre famiglie che sembrano distantissime tra di loro, ma che nascondono un gran segreto che solo il killer conosce.
Un romanzo coinvolgente, strepitoso, emozionante. Non un romanzo che si legge tutto d’un fiato, ma sa conquistare piano piano, pagina dopo pagina, con la sua intensità derivante dalla bravura di Charlotte Link.
Descrizioni spettacolari fanno provare al lettore ogni minima sensazione provata dai protagonisti, dal senso di angoscia e di perdita di Kate, al dolore di Peggy quando riceve il proiettile nella gamba e la sua paura quando viene abbandonata legata e ferita in una strada fuori mano a morire disanguata.
Emozioni forti descritte nel dettaglio nello stile classico della Link che fanno di questo libro un altro capolavoro di suspance.

Charlotte Link nasce a Francoforte sul Meno nel 1963. Ha iniziato a scrivere da adolescente con romanzi storici per poi proseguire con lo psico-thriller. In Germania i suoi romanzi entrano tutti nelle liste dei best seller appena escono. Ha al suo attivo oltre venti libri, e di La doppia vita c’è in programma una trasposizione cinematografica.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa di Corbaccio.

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:: La bastarda degli Sforza, Carla M. Russo (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2015 by
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Carla Maria Russo torna con un nuovo romanzo storico, ambientato nella seconda metà del Quattrocento, basato su un personaggio realmente esistito, Caterina, figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, diventata suo malgrado un simbolo di resistenza e ribellione, quando i fatti della vita la portano al centro di giochi di potere tra Papato e Ludovico il Moro, signorotto meneghino dalla fama non proprio cristallina.
L’autrice sceglie di raccontare la storia dalle parole stesse di Caterina, bambina ribelle, con la passione per i giochi cosiddetti della guerra, costretta ad un matrimonio infantile (piaga che per secoli ha imperversato anche alle nostre latitudini), poi pronta da adulta a lottare contro il potere temporale dei Papa Borgia e non solo, anche per difendere un marito che le è stato imposto e che non è in grado di prendere decisioni. E ci sarà un seguito, perché la sua storia non finisce qui.
Il personaggio di Caterina, tra realtà e leggenda, colpisce, donna in un mondo di uomini, senza romanzesco eccessivo e iperboli romantiche che per fortuna il romanzo storico si è lasciato alle spalle da un pezzo, ma raccontando una pagina di Storia italiana lontana ma che per secoli ha poi influenzato la vita e l’arte nella nostra penisola, nei due centri di Milano, luogo strategico prima delle montagne, e Roma, simbolo della cristianità e non solo .
Milano e Roma, i principati cosiddetti minori, gli intrighi di corte, le battaglie: c’è tutto in un libro che si rivolge a chi ama il genere, visto anche da un punto di vista al femminile, di donne che sono state importanti pur partendo da una condizione di sottomissione. Una storia comunque non melodrammatica, non stucchevole, non melensa, ma realistica, per cui l’autrice si è documentata e che restituisce con passione e senza noia.
Un modo anche per riscoprre un tempo che spesso a scuola viene sacrificato in poche righe e poco amato da chi deve studiarlo a tutti i costi e che al massimo è noto da qualche studioso, ma che in queste pagine rivive con vivacità, tanto da far venire davvero voglia di approfondire.
Qualcosa si ricorda del destino di Caterina Sforza, ma sarà interessante leggere le sue prossime avventure, che si spera non tarderanno, lotta di una donna per se stessa e la sua famiglia contro poteri che ieri come oggi, in altre zone magari, sono implacabili e crudeli.

Carla Maria Russo vive e lavora a Milano. Per Piemme ha pubblicato La sposa normanna, Il Cavaliere del Giglio, L’amante del Doge, Lola nascerà a diciott’anni e La regina irriverente.

Source: libro del recensore.

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:: 1980, David Peace (Il Saggiatore, 2015) a cura di Micol Borzatta

12 ottobre 2015 by
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Leeds. Dicembre 1980. Lo squarciatore dello Yorkshire ha colpito ancora. È la sua tredicesima vittima e la polizia non sa più come muoversi. L’opinione pubblica la sta prendendo di mira e la popolazione è terrorizzata.
Peter Hunter, considerato il più formidabile segugio delle forze dell’ordine, viene chiamato da Manchester per mettere fine alla storia. Con lui viene creata una squadra di agenti formidabili: Mike Hillman, Helen Marshal, John Murphy e Alec McDonald.
Peter e la sua squadra riprendono in mano ogni fascicolo, prova e documento dal 1974, ovvero da quando ci fu la prima vittima.
Inizia così una caccia all’uomo estenuante che ossessiona Peter Hunter sia di giorno che di notte. I visi delle vittime gli passano continuamente davanti agli occhi e il suo cervello continua a dirgli che l’elemento chiave è lì in mezzo alle prove, deve solo riuscire a identificarlo.
Un romanzo avvincente, terzo di una quadrilogia, che anche se autonomi si possono trovare molti intrecci tra di loro.
Peace usa uno stile molto particolare, sia per quanto riguarda il ritmo della narrazione che l’impostazione. Il ritmo infatti segue molto l’andamento della storia, dando così al lettore la sensazione precisa provata dai protagonisti: la frenesia, la demoralizzazione dello stallo, la rabbia al ritrovamento della nuova vittima…
Per quanto riguarda l’impostazione Peace precede ogni capitolo con una pagina scritta senza punteggiatura, senza maiuscole, senza interruzioni che narra le vicende sia dal punto di vista dell’assassino che della vittima, come se fosse un flusso di coscienza e di pensieri che dal libro arriva direttamente alla mente del lettore assorbendolo totalmente.
Le descrizioni sono molto dettagliate, ma per rispettare maggiormente la narrazione in prima persona, sono tutte fatte seguendo il punto di vista del narratore, ovvero Peter Hunter, dando così ancora più la sensazione al lettore di vivere tutto in prima persona.
Un thriller davvero mozzafiato e coinvolgente per una lettura piena di suspance dove si può notare la bravura di Peace di unire realtà e fantasia facendo fondere perfettamente l’una nell’altra.

David Peace (1967), nato e cresciuto nel West Yorkshire, nel 2003 è stato inserito nella lista dei migliori scrittori della Gran Bretagna dalla rivista Granta. È autore dell’osannato Red Riding Quartet che gli è valso l’epiteto di maestro del noir al pari di James Ellroy, mentre grazie al suo quinto romanzo, GB84 (Tropea, 2006), ha vinto il prestigioso James Tait Black Memorial Prize. Con Tokyo anno zero, bestseller in Gran Bretagna, Usa e Olanda e in traduzione in dieci lingue, è stato riconosciuto come una delle voci più originali della narrativa contemporanea. Il Saggiatore ha pubblicato anche Il maledetto United – il racconto della vicenda di Brian Clough, storico allenatore del Leeds United – che il Times ha definito «il più grande romanzo mai scritto sullo sport» e Red or Dead sulla figura leggendria di Bill Shankly, ex allenatore del Liverpool Football Club. Vive a Tokyo con la moglie e i figli.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Ilenia dell’Ufficio Stampa Il Saggiatore.

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:: La guerra del metallo freddo, Ivan Bruno (Createspace, 2015) a cura di Serena Bertogliatti

9 ottobre 2015 by
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Ci sono romanzi che ti trovi a leggere nell’arco di mesi, e ciò non aiuta quando la tua memoria è causa di vergogna. Ma questa imbarazzante peculiarità ha un lato positivo, quando si tratta di recensirne uno: sai esattamente quali lati ti sono rimasti dentro e quali invece sono finiti nel dimenticatoio tra un capitolo e l’altro.
La guerra del metallo freddo di Ivan Bruno mi ha fatto ri-realizzare (processo strano, questo, di dimenticare grandi rivelazioni e poi riscoprirle come se fosse la prima volta) per quale motivo io dica di apprezzare la fantascienza nonostante ne legga pochissima: perché la fantascienza permette di parlare dell’oggi senza risultare inverosimili.
Non ricordo, ovviamente, a quale esatto punto del romanzo mi sono ritrovata a pensarlo.
Probabilmente quando Ivan Bruno mi ha fatto perdere nei meandri di una metropolitana londinese popolata di esseri umani dall’anima scarnificata. Scava e scava, depriva corpo e mente di tutte le comodità a cui siamo avvezzi, e troverai creature a malapena riconoscibili come umane che si aggirano in cunicoli in cui impera una tribalità tutta urbana.
Oppure è stato quando mi sono trovata sulla Rocca del Principato di Monaco. Adieu all’eleganza principesca à la Grace Kelly, le vette del progresso umano si trasformano in desolate architetture, fragili e imponenti al contempo, alla stregua dei tentativi umani di preservare la memoria.
O forse è stato proprio all’inizio del romanzo, scaraventata in un dove-quando che non ha bisogno della fantascienza per essere scritto: è guerra, quella con cui Ivan Bruno inizia a narrare, una guerra che non abbisogna di riconoscere senzienza al metallo per risultare disumana.
E forse è proprio questo il fulcro del romanzo: la capacità, e incapacità, umana (e non solo) di accettare se stessa.
Quella che invece ho rimosso è la trama. Non la macrotrama, che sembra facilmente riassumibile già nel titolo (una guerra intra- e inter- esseri più o meno umani), bensì le microtrame che vanno a comporla, rendendola un’architettura complessa – il che, complice la mia poca memoria, ha fatto sì che, giunta al finale che tutto riunisce, io mi fossi persa. A ciò ha compartecipato anche l’amore di Ivan Bruno per le dettagliate descrizioni di combattimenti e delle armi e dei robottoni che li compongono. Se fosse stato un film, probabilmente me li sarei goduti. Ma ciò perché, se fosse stato un film, sarebbero durati molto meno e la parte visiva, che la lettera cerca di ricreare in stile cinematografico, sarebbe stata direttamente godibile.
D’altro canto Ivan Bruno ha dalla sua una capacità di descrivere paesaggi, atmosfere e personaggi per cui di solito i romanzieri di fantascienza non sono particolarmente famosi. Avrei voluto che lo facesse di più, sottraendo un po’ di pagine ai combattimenti per dedicarle maggiormente a quelle scene in cui l’introduzione di un nuovo personaggio e l’ambiente che lo vede apparire divengono un tutt’uno, un micromondo che già in sé basterebbe a fornire idee per due o tre romanzi.
Ma il suo stile sembra invece prediligere l’opposto: il pastiche totale, senza remore né pudore, nel male quanto nel bene – perché è così eclatante, così strutturale, che sembra essere una sua cifra fondamentale. Sembra essere, a tratti, un’altra sfaccettatura del suo voler usare la fantascienza come metafora.

Ma, non volendo presupporre oltre, ho preferito appellarmi direttamente all’autore, unendo alla recensione l’intervista.

Serena: L’impressione generale che ho avuto del romanzo, come ho scritto, è quella di un contenitore in cui hai inserito molti riferimenti al mondo reale e attuale, più o meno trasformati per rientrare nella cornice fantascientifica di La guerra del metallo freddo. È così?

Ivan: Sì, Serena. Per me La guerra del metallo freddo è un ricettacolo dove riunisco quello che penso del nostro mondo, una bottiglia in cui ho messo un lungo messaggio destinato a raggiungere tutte le spiagge della Terra con la speranza di essere letto e, soprattutto, compreso.

S: C’è stata un’idea, un momento, un evento in particolare che ti ha spinto a iniziare a scrivere questo “ricettacolo”?

I: Ho iniziato da un piccolo racconto che vedeva Brian nel ruolo del protagonista principale, scritto per soddisfare la mia passione per la cultura nipponica dei robottoni. Mi sono reso subito conto di avere tra le mani qualcosa di potente, da nutrire e far crescere plasmandolo secondo i miei ideali di bene e male. L’idea era di trovare un evento non troppo lontano che coincidesse con l’uscita del libro e, nello specifico, mi serviva una sonda lanciata alla scoperta di nuove frontiere… Due anni fa ho iniziato a cercare nel mondo reale e ho trovato la New Horizons. Sì, proprio quella di Plutone. E così sono nati i personaggi, con le loro storie e le cicatrici, e le ambientazioni, frutto di un immaginario assopito in grado di dipingere opere d’arte uniche.

S: Parlando invece di mondi letterari…
Ci sono autori/autrici a cui ti ispiri quando scrivi, e in particolare a cui ti sei ispirato per scrivere La guerra del metallo freddo?

I: Mi viene da risponderti no, e che è tutta farina del mio sacco. Ma se parliamo delle influenze che mi hanno portato a scrivere così, alloro posso farti una piccola lista senza eccedere troppo: H.P. Lovecraft, Philip K Dick, Verne, Edgar Allan Poe, Ambrose Bierce, Stephen King e Ray Bradbury. Come vedi c’è un po’ di tutto.

S: Passando alle domande serie…
Sei nel pieno di uno scenario apocalittico e devi scegliere un/a compagno/a come spalla per sopravvivere all’anarchia totale. Quale personaggio di La guerra del metallo freddo sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Sceglierei Ombra, senza esitare. Cresciuto in un ambiente come l’Underground dove la morte può prenderti a ogni respiro, sopravvive grazie alla sua abilità con i coltelli a farfalla e a un sangue freddo che gli permette di prendere le giuste decisioni nei momenti più critici. È un assassino, ma evita piogge di sangue quando sa di poterne fare a meno, al contrario del 99% dei restanti pirati della metropolitana.

S: Sei costretto a rimanere chiuso in un bunker per dieci anni con un personaggio di La guerra del metallo freddo. Chi sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Nel romanzo vivono tre donne dal carattere molto forte: Nora, Lala e Ginevra. Vorrei rinchiudermi con tutte e tre, ma così facendo non risponderei correttamente alla tua domanda. Ginevra è la scelta più logica, al di là della bellezza di ognuna, poiché ha un’esperienza di vita unica rispetto alle altre e può raccontarmi secoli di storie vissute in prima persona. E già, Ginevra è molto vecchia, ma nasconde un segreto legato all’eterna giovinezza attendibile scientificamente (preciso per ricordare che non è un romanzo fantasy).

S: Per concludere, con quale personaggio del romanzo andresti a berti una birra? Descrivicelo/a brevemente.

I: Tristatos, il tenente greco dai muscoli d’acciaio ma dal cuore tenero. Un bonaccione che ama giocare a carte con gli amici e far ridere i bambini. Un abile guerriero del cielo che non ha mai avuto voglia di approfondire l’esperanto, la lingua corrente di questo futuro distopico. Con lui mi devasterei volentieri al pub, passando ore di fronte a un gruppo live che suona i Red Hot e parlando delle care persone che non ci sono più fino ad addormentarci al bancone del bar.

S: Grazie, Ivan, per averci dato visioni del tuo romanzo. Salutaci come ci saluterebbe Tristatos.

I: «Prego tu. Io saluta voi e dice più su Tristatos in altra storia, forse.»

Ivan Bruno nasce nel 1976 a San Remo. Appassionato di cartoni animati giapponesi e fumetti, nella narrativa preferisce la fantascienza, il fantastico, l’horror. Il suo primo romanzo, Mondi Perduti, è uscito nel 2014. Un suo racconto è uscito nel 2015 all’interno dell’antologia Effimero Panico.

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:: Torna a Torino Portici di carta a cura di Elena Romanello

9 ottobre 2015 by
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Portici di Carta – Nb Libreria

Sabato 10 e domenica 11 ottobre si rinnova anche quest’anno a Torino l’appuntamento con Portici di carta, la kermesse letteraria che trasforma il centro storico sotto la Mole in una gigantesca libreria all’aperto, tra piazza Carlo Felice, via Roma, piazza San Carlo e piazza Castello.
L’edizione di quest’anno è la nona, realizzata come sempre dal Salone Internazionale del Libro, promossa da Città di Torino e Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, realizzata con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione Crt e la partecipazione dei librai piemontesi coordinati da Rocco Pinto, titolare de Il ponte sulla Dora in via Pisa, una delle librerie indipendenti più vive e vitali di Torino.
I portici subalpini saranno anche quest’anno piacevolmente invasi da oltre 120 librerie indipendenti, di catena, remainders, d’antiquariato, e da una quarantina di piccoli e medi editori piemontesi. Purtroppo da diversi anni a Torino si registrano chiusure di librerie, tra le ultime vittime ricordiamo FNAC, Coop, Millevolti, la libreria Giolitti, ma per fortuna c’è sempre una buona partecipazione a questo evento che è diventato uno dei più amati dai bibliofili non solo torinesi.
Librerie ed editori sono organizzati in diciotto aree tematiche, mentre piazza Carlo Felice ospita un’edizione straordinaria de Il Libro ritrovato, il mercatino di ogni prima domenica del mese.
Non mancano in parallelo gli inconti con gli autori, le presentazioni e le tavole rotonde, oltre che lo spazio per ragazzi: quest’anno il loro teatro è cornice l’Oratorio di San Filippo Neri in via Maria Vittoria 5. Gli ospiti di quest’anno vedono i nomi di Arturo Brachetti, Alessandro Barbero, Paolo Cognetti, Giuseppe Culicchia, Fabio Geda, Antonio Manzini, Paola Mastrocola, Vittorio Nessi, mentre si ricorderanno Sebastiano Vassalli e Luca Rastello.
Portici di carta ripropone anche le passeggiate letterarie (con prenotazione obbligatoria a passeggiate@salonelibro.it) e lo spazio dedicato al Concorso Lingua Madre. In parallelo si svolge in piazza Carlo Alberto il festival dell’Oralità popolare, dove ci sarà anche un estratto della Biblioteca di Tullio de Mauro, con libri in consultazione davvero unici e utili.
Il programma completo è nel sito ufficiale http://www.porticidicarta.it/

:: Benedizione, Kent Haruf (NN Editore, 2015) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2015 by
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La retorica della morte ha in sé qualcosa di dolciastro e sgradevole, più ancora della assenza che inevitabilmente crea intorno a sé. In questa trappola di pietismo e conformismo non cade Kent Haruf nello scrivere Benedizione, ultimo volume della “Trilogia della pianura”, edito da NN Editore e tradotto con ascetica partecipazione da Fabio Cremonesi.
Un testamento morale per alcuni, forse il suo capolavoro per altri, senz’altro un libro che devasta nella sua semplicità e perfezione. Nei libri, per lo meno a me succede, si cercano sempre scampoli di verità, di autenticità scevra da compromessi e espedienti di bassa lega, e a volte, se si è particolarmente fortunati, capita di leggere pagine illuminate da una luce chiara e trasparente. In Benedizione ne troverete numerose di pagine così, pur non narrando niente di eccezionale, niente di grandioso, niente di straordinario. E l’effetto, paradossalmente, è proprio l’opposto. Un effetto non voluto, si direbbe, non ricercato, e nello stesso tempo, inevitabile.
Cremonesi, nel tradurlo, sembra oscillare tra due estremi, come confessa nella nota finale, la sobrietà e l’esattezza. Si può restare fedeli a un testo, (e questo testo lo pretende) rispettando lo stesso severo rigore con cui Haruf ha scelto ogni parola, scarnificandola da frivolezze e barocchismi di sorta? Cremonesi si tormenta, ma l’effetto sembra riuscito. Ho provato a cercare sinonimi per molte parole da lui usate, pur non avendo sotto mano il testo originale, gioco che faccio spesso con testi che mi abbiano colpito in modo particolare, e devo dire che per questo libro mi sono trovata in difficoltà. Lascio a voi le debite conclusioni.
Ma diamo un breve sguardo alla storia. Benedizione inizia con un breve viaggio di un uomo Dad Lewis, proprietario di una avviata ferramenta nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. Assieme alla moglie Mary apprende di avere pochi mesi di vita. Ha un cancro incurabile, la sua vità finirà con il termine dell’estate. In autunno di lui non resterà che la tomba nel cimitero cittadino.
Il tutto narrato in modo sereno, inevitabile, senza apparente disperazione, o scomposta angoscia. La moglie arrivata a casa si sente male, sfibrata dalla fatica di assistere un malato terminale, così si rende necessario chiamare Lorraine, la figlia che lascia il lavoro e la sua città per compiere il suo dovere, per accompagnare il padre nei suoi ultimi giorni. C’è anche un altro figlio, Frank, un coflitto non risolto, forse il più doloroso. L’arrivo della morte non lascia tempo, non lascia forse la capacità di riflettere lucidamente, ma si vorrebbe sistemare tutto, appianare i propri errori, lasciare un bel ricordo di sè. E non a caso Dad ripensa al dipendente sorpeso a rubare nel negozio, e da lui cacciato. Questo gesto di inflessibile rigore morale non sarà privo di conseguenze e rimediarvi sarà per lui necessario. L’assenza di Frank ha un nucleo se vogliamo ancora più oscuro. Scoprirne l’omossessualità fu l’inizio della fien del loro rapporto. Un dolore che si trascina come una condanna, e una certezza. Non è sempre possibile rimediare, ci sono strade senza compromessi, e benedizioni a doppio taglio, come la pioggia.
Alla storia di Dad Lewis, si affiancano altre vite, (soprattutto) quella del reverendo Lyle e della sua famiglia, le due Johnson (madre e figlia), Berta May con la piccola Alice. E intanto qualcosa si rompe, una piccola frattura che si diffonde con le sue mille crepe nel sottotesto della nararzione. E’ un addio. Si, probabilmente lo è, ma con il tocco lieve di una benedizione.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.
NN Editore pubblicherà tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alex dell’Ufficio Stampa NN Editore.

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:: La ragazza del treno, Paula Hawkins (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

7 ottobre 2015 by
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Rachel, sola dopo un matrimonio fallito, fa una vita decisamente grigia, in cui uno dei momenti forse più vari e vivaci è quando prende il treno dai sobborghi di Londra dove vive per recarsi a lavorare o meglio, spesso a cercare nuove opportunità di lavoro. L’umanità che vede dal finestrino la appassiona, soprattutto una coppia decisamente benestante alle cui vicende assiste perché regolarmente vicino alla loro bellissima casa c’è sempre un semaforo che regolarmente ferma il treno. Ma una di quelle tante mattine tutti uguali per Rachel lei vede qualcosa di insolito su quella veranda, scoprendo poco dopo che quella donna perfetta e invidiabile è misteriosamente scomparsa. Un qualcosa che sconvolgerà la sua vita.
Il thriller è un genere sempreverde, in letteratura, cinema, televisione, ma è un genere su cui è sempre più difficile costruire qualcosa di nuovo e innovativo. Stavolta non ci sono poliziotti, agenti federali e simili, ma un’eroina per caso, una protagonista tanto simile ai tanti, troppi vinti della vita reale, una donna che passa in un posto per caso, tutti i giorni, costruendo e immaginandosi una sua realtà, spiando suo malgrado la vita di altri senza pensare che un giorno potrà travolgere la sua.
La ragazza del treno racconta un intreccio thriller con tensione crescente, partendo dalla normalità della vita di tanti (il libro è dedicato ai pendolari di Londra, categoria sociale fondamentale non solo nel Regno Unito) per svelare i misteri nascosti dietro facciate insospettabili, secondo una tradizione di thriller particolarmente amata in questi ultimi anni. Una storia di coinvolgimento in vicende più grandi di se stessi, in un intreccio complesso che solo alla fine si scioglie e in maniera non comunque scontata, che dimostra come mai questo libro non sia immeritatamente uno dei casi letterari dell’anno.
In fondo, Rachel potrebbe essere molti dei suoi lettori e lettrici, in fondo a tanti e tante è venuto da pensare a che vite fanno le persone che vediamo dal o sul treno, in autobus, nella vetrina di un negozio, di passaggio per strada.
Leggendo questo romanzo che diventerà presto un film vengono in mente due pellicole su un tema simile, pur con le dovute differenze: da un lato Le vite degli altri, Oscar 2006, la storia di un agente della Stasi che spia per lavoro gli altri non riuscendo più a vivere la sua esistenza, dall’altro il celeberrimo thriller di Alfred Hitchcock La finestra sul cortile, in cui un reporter, interpretato da James Stewart, immobilizzato per un incidente, osservava i vicini di casa scoprendo un delitto e altri segreti partendo dalla normalità.
La ragazza del treno parla delle vite di oggi, della curiosità umana, dell’immaginare chissà cosa su chi non si conosce, di segreti, misteri e drammi che ovunque si nascondono, anche dove uno pensa meno.

Paula Hawkins ha lavorato quindici anni come giornalista prima di dedicarsi alla scrittura. La ragazza del treno è il suo primo thriller. Venduto agli editori di tutto il mondo prima ancora dell’uscita, è stato opzionato da Dreamworks.

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:: Delitto d’onore, Simonetta Delussu (Parallelo 45, 2015) a cura di Micol Borzatta

7 ottobre 2015 by
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Sardegna. Tertenia in Ogliastra. 1921. Irene Biolchini ormai ha 21 anni e viene addocchiata da Domenichino, un vedovo quarant’enne che si innamora subito di lei. Anche Irene è innamorata di lui, di questo uomo avvenente e con la moto, mezzo che le piace moltissimo per la sua rarità nel paese e di cui ormai riconosceva il rumore.
I genitori di Irene acconsentono al matrimonio quando Domenichino va a dichiararsi, anche se al padre della ragazza lui non piace per niente.
Passano i mesi, Irene è sempre più innamorata e il matrimonio si avvicina, così quando Domenichino le chiede come prova d’amore di dargli un figlio subito lei accetta quasi subito, facendosi convincere dal fatto che lui ormai ha quarant’anni e vuole una certezza di poter avere ancora dei figli, tanto in ogni caso il matrimonio è alle porte.
Purtroppo scoprirà ben presto che fu l’errore più grosso della sua vita. Domenichino infatti sparisce, lasciandola incinta di cinque mesi e disonorando tutta la famiglia, per poi sposarsi poco dopo con Fortunata Delussu.
Irene è distrutta e oltre all’infamia c’è anche il padre che le impone di uccidere Domenichino per lavare via l’onta con il sangue o a morire sarà lei e per mano dell’uomo che le ha dato la vita.
Irene vorrebbe morire, ma sa che così facendo morirebbe anche il bambino che ha in grembo, così per amor suo continua a vivere e si fa coraggio a mettere in atto il piano del padre, chiedendo aiuto al bandito Samuele Stochino, detto la Tigre dell’Ogliastra, per imparare a sparare.
Irene è una bravissima allieva, impara in fretta, e un giorno di ottobre, un giorno nuvoloso e uggioso, incontra Domenichino e gli spara un colpo in testa.
Un romanzo biografico che narra un fatto molto crudo che fece scalpore negli anni venti. Il tema trattato è quello di una pratica ormai abolita per fortuna, ma che un tempo era molto usata, anche se in realtà in senso inverso, ovvero erano le donne che dovevano morire, lavando così con il sangue l’onta del disonore che avevano arrecato alla loro famiglia.
Un romanzo che anche se parte davvero molto lento, dopo il primo terzo diventa inarrestabile, travolgendo il terrore con tutta la forza che Irene ha dovuto trovare dentro di sé per superare la prova più difficile della sua vita per amore di quel bambino che ha in grembo.
Lo stile usato dalla scrittrice è molto semplice e anche dove usa il dialetto rimane comunque comprensibile al lettore. Il ritmo, inizialmente molto lento, si riprende pian piano con forza e determinazione seguendo lo stato d’animo della protagonista.
Le descrizioni che ritroviamo sono minuziose sia a livello fisico, ma ancor di più a livello sentimentale, creando un rapporto empatico con il lettore che vive in prima persona le angosce e le ansie di Irene.
Un romanzo molto bello che insegna a una generazione inconsapevole cos’è stato e cosa volesse dire dover sottostare a regole che potevano determinare la vita e la morte di una persona.
Un ottimo spunto di riflessione che andrebbe letto anche nelle scuole.

Simonetta Delussu nasce a Tertenia in Ogliastra. Laureata in lettere e filosofia lavora prima in Germania per poi tornare in Sardegna. Nel 1992 ha pubblicato Gabbiani e nel 2011 Stregoneria in Sardegna. Per scrivere questo libro ha raccolto tutte le testimonianze degli anziani del paese che hanno vissuto la vicenda in prima persona.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio Stampa Parallelo45.

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:: Il Divino, Asaf Hanuka, Tomer Hanuka, Boaz Lavie, (Bao publishing 2015) a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2015 by
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Il Divino è una storia a fumetti che ha per protagonisti due giovani mercenari americani – Jason e Mark- finiti nel sud est asiatico a compiere una missione molto particolare. Mark non è molto convinto di seguire Jason, ma la possibilità di avere più soldi per dare un futuro migliore alla moglie e al figlio in arrivo, son gli elementi che lo spingono ad accettare il lavoro. I due colleghi arrivati nella terra della missione segreta piazzeranno l’esplosivo per far saltare una grande montagna e vedranno cambiare per sempre il corso degli eventi, quando l’istinto umano di Mark lo porterà a prestare soccorso ad un ragazzino ferito. Il giovane americano sarà trasportato in una foresta dove una banda di bambini, capitanata da due gemelli dagli strani poterei magici, lo prenderà in ostaggio e sarà disposta a liberarlo solo se lui li aiuterà a disinnescare la bomba. Mark non vorrebbe mandare in fumo la missione, ma quando scopre la dolorosa violazione che quelle terre hanno subito, non esiterà a schierarsi dalla parte dei ragazzini e del mostruoso Divino. La storia creata dagli Hanuka, con la sceneggiatura di Lavie ha preso forma da una fotografia di qualche anno fa, era il 2000, che ritraeva due bambini, fratelli gemelli thailandesi, che con i loro compagni riuscirono a tenere in ostaggio ben ottocento persone.

02Da questa immagine reale, gli autori hanno preso spunto per la creazione di una storia a fumetti, nella quale i ragazzini soldato protagonisti lottano per la tutela e la salvaguardia del loro habitat naturale. Mark, il protagonista, incontrerà questa ciurma di giovani senza genitori, che vivono e sopravvivono nella foresta e l’uomo rimarrà sconvolto e colpito dalla scaltrezza e sicurezza di questi bambini, in realtà già uomini. A rendere avvincente, e anche un po’ inquietante, la lotta tra il bene e il male ne Il Divino, è la presenza di una misteriosa creatura da venerare, da rispettare e i poteri magici che permetto ai due gemelli di agire per portare a termine la loro missione di salvataggio del proprio mondo incontaminato. In questo libro attraverso il fumetto vengono trattati tematiche importanti come il rispetto per l’ambiente e la tutela del prossimo, messe a repentaglio dall’avidità del più forte, che tenta in ogni modo di sopprimere il più debole. Il Divino è una graphic-novel avvincete nella quale l’elemento della magia e della misteriosa figura del Divino si amalgamano alla perfezione alla riflessione riguardante l’esistenza di gruppi di guerrieri bambini costretti a diventare uomini troppo in fretta, e al bisogno di una maggiore tutela del patrimonio naturale. Traduzione Leonardo Favia.

Asaf Hanuka è nato nel 1974 e ha frequentato la scuola di fumetto Émile Cohl di Lione. Con il fratello gemello Tomer, ha creato il fumetto Bipolar, che è valso loro la nomination agli Ignatz Award e agli Eisner Award. Asaf ha contribuito alla realizzazione del film d’animazione candidato agli Oscar Valzer con Bashir. La sua pluri-premiata striscia autobiografica, The Realist, è pubblicata con periodicità settimanale all’interno del mensile Calcalist di Tel Aviv e sul blog dell’autore (http://realistcomics.blogspot.fr), ed è stata edita in Italia con il titolo di K.O. a Tel Aviv.

Tomer Hanuka è un illustratore il cui lavoro spazia dalla realizzazione di copertine per libri, al lavoro con riviste e a collaborazioni col cinema. Ha vinto numerosi premi presso la Society of Illustrators e la Society of Publication Designers e il suo lavoro è stato documentato sulla rivista Print, sulla copertina del New Yorker e su American Illustration. Una raccolta delle sue opere, dal titolo Overkill: The Art of Tomer Hanuka, è stata pubblicata nel 2011.

Boaz Lavie è un autore, regista e game designer di Tel Aviv. Ha scritto per programmi di successo su Israeli TV e ha pubblicato brevi racconti su riviste di letteratura. The Lake, un cortometraggio da lui scritto e diretto, è stato selezionato per il San Francisco International Film Festival, allo Slamdance, al Palm Springs Film Festival e in molti altri.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Io non ti conosco, S.J. Watson, (Piemme, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

5 ottobre 2015 by
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La casa editrice Piemme pubblica con il titolo Io non ti conosco il romanzo di S.J. Watson Second Life, tradotto in italiano da Stefano Travagli.
Il testo ha una mole imponente: 456 pagine, che in genere scoraggiano i lettori di gialli, ansiosi di scoprire quanto prima l’assassino e svelare il mistero. Ma il libro di Watson non è un giallo, nell’accezione classica del termine, è un thriller psicologico contemporaneo che spazia attraverso molteplici argomenti e indaga vari aspetti del vivere moderno, più o meno correlati con l’omicidio la cui indagine sembra rappresentare il filo conduttore del testo. La narrazione intriga fin dalle prime pagine e il ritmo incalzante abbevera la crescente sete di chi legge, il quale giunge alla quattrocentocinquantaseiesima pagina quasi senza accorgersene.
Si riveleranno i trascorsi berlinesi della protagonista il vero leitmotiv dell’opera.
Una giovanissima Julia, dopo aver trascorso dieci anni a fare da madre a sua sorella, decide di seguire il suo ragazzo in un’avventura bohémien nella città rinnovata dalla caduta del muro, occupando una casa per viverci con amici un po’ “diversi”, come li definisce lei stessa. Sarà in quell’occasione che conoscerà lo sballo, le droghe, il divertimento, ma che si avvicinerà anche alla fotografia, la sua passione.

«Ho fatto qualche scatto di prova, e mentre avvicinavo la macchina all’occhio ho sentito che il gesto era ancora intuitivo, istintivo. Quando ho guardato nel mirino, ho capito che preferivo vedere il mondo così. Dentro un’inquadratura.»

Sembra ormai tutto talmente lontano da apparirle irreale nella nuova vita che si è costruita a Londra, grazie a Hugh che l’ha salvata prima e sposata poi. Anche la fotografia intesa come ‘arte’ sta diventando un lontano ricordo. Infatti Julia si limita a ‘divertirsi’ nel fare «lavori in cui servono soprattutto abilità tecniche. Non è come fare ritratti; non è arte, se vogliamo usare questa parola».
Ma l’uccisione di Kate, sua sorella, rimette tutto in discussione e la sua mente si trova del tutto impreparata ad affrontare e soprattutto superare un trauma del genere. Così mentre si illude di indagare sulla morte della sorella in cerca del suo assassino, convinta che la polizia non stia facendo abbastanza, Julia non fa altro che rispolverare la se stessa di tanti anni prima, la ragazza che girava per le strade di Berlino scattando foto alla “evoluzione degli altri” rosa dai sensi di colpa per aver abbandonato la sorella minore ed essere fuggita inseguendo l’amore. Fuggirà anche da Marcus e nel momento peggiore ma non riesce a realizzare, fino alla fine, quale sia stato veramente il suo errore più grave.

« Chiudo gli occhi e penso a Kate, a quando eravamo bambine. Allora le cose erano più semplici, anche se non significa che fossero facili.»

Julia crede che quella parte della sua vita sopravviva ormai solo nella sua mente e attraverso le foto dell’epoca, come ritiene di poter tenere separate le sue due vite attuali: quella con Hugh e Connor e l’altra con Lukas. Esattamente come pensava di riuscire a tenere separate la realtà vera da quella virtuale. Una valvola di sfogo, un’evasione temporanea dalla quotidianità e dal dolore, così Julia cercava di mentire a se stessa per sentirsi meno in colpa nel frequentare siti di incontri online, nel chattare con uno sconosciuto, nell’incontrarlo, nel farci sesso, nell’avere una relazione con lui…

« Chiudo il giornale e svuoto la lavastoviglie. Ho inserito il pilota automatico. Prendo lo straccio, la bottiglia di candeggina e pulisco la cucina. Mi chiedo se anche la generazione di mia madre si sentiva così: il valium nell’armadio del bagno, una bottiglia di gin sotto il lavello; una storia con il lattaio, per il brivido dell’avventura. Tanti progressi e siamo sempre allo stesso punto. Quanto mi vergogno.»

E proprio mentre pensa che non ci possa essere nulla di più terribile del fatto che Hugh e Connor scoprano la verità realizza che anche suo figlio è rimasto vittima dello stesso inganno che ha ‘stregato’ lei. È caduto nello stesso tranello, per mano della stessa persona, per lo stesso motivo.

« Apro gli occhi. Che spari o non spari, qualunque cosa succeda da adesso in poi, è finita.»

Nessuno si rivela quello che dice di essere, nemmeno Hugh, neanche lei stessa. L’autore riprende in parte la teoria pirandelliana delle maschere indossate da tutti e da ognuno per regalare a se stessi e agli altri, ogni volta, un’immagine diversa. «Con improvvisa chiarezza mi rendo conto che indossiamo tutti delle maschere, sempre. Al mondo, agli altri, presentiamo solo una faccia: mostriamo un volto diverso a seconda delle persone con cui siamo e di quello che ci si aspetta da noi. Ma anche quando siamo soli indossiamo una maschera, la versione di noi stessi che vorremmo essere.»
Watson compie un’attenta analisi della psiche femminile, andando oltre le apparenze, oltre le parole e rimanda al lettore un’immagine completa della protagonista, delle sue paure, dei suoi tormenti, dei suoi sentimenti, delle passioni. Racconta dettagliatamente lo struggimento di Julia per il tradimento inferto alla sua famiglia, ancor più incisivo se paragonato alla reazione e al comportamento di Hugh, il quale sembra approfittare di un incorso problema di lavoro e dello stato confusionale in cui versa Julia per non affrontare il suo di tradimento. Il finale assolutamente non scontato contribuisce a rendere Io non ti conosco di S.J. Watson un libro interessante che merita di essere letto.

S.J. Watson Inglese, ha avuto un successo planetario con Non ti addormentare (Piemme, 2012), il romanzo d’esordio e bestseller internazionale, tradotto in tutto il mondo. Oggi ritorna con l’attesissimo secondo romanzo, Io non ti conosco, che sta incontrando eguale fortuna. Nato nelle Midlands, vive a Londra.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’ufficio stampa Piemme.

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