:: Review Party – Delitto con inganno, Franco Matteucci, (Newton Compton, 2017)

3 marzo 2017 by

unnamed

Inizia con un lungo flashback (ben 15 capitoli) Delitto con inganno, il nuovo giallo di Franco Matteucci, che abbiamo imparato a conoscere qui sul blog con Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, sempre edito da Newton Compton, sempre con protagonista Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, ispettore del posto di Polizia di Valdiluce. Nel passato, infatti, è celata la chiave per risolvere il caso che il nostro aitante ispettore è chiamato a risolvere: la morte del commissario Vallesi, rinvenuto cadavere in un sacco a pelo in una fatiscente stanza dell’ hotel Miramonti. Il commissario Vallesi è una figura importante nella vita del protagonista, quasi un padre, colui che lo portò in Polizia riconoscendo la sua onestà e le sue doti investigative. Scoprire chi l’ha ucciso diventa perciò per Santoni molto più che un semplice caso di routine, soprattutto perché molti sono gli interrogativi a cui dovrà cercare di dare una risposta. Che legami ci sono con Clara Meynet? la ragazza, amore giovanile di Santoni, scomparsa quindici anni prima (in circostanza che definire torbide e misteriose è dire poco) e mai più ritrovata. Chi è Mister Coccoina? l’inquietante e indecifrabile individuo che sembra conoscere tutti i segreti e i retroscena dei fatti più sanguinosi accaduti a Valdiluce, tanto da inviare enigmatici messaggi anonimi alla Polizia, ogni volta che uno di quei fatti si verifica. Che cunicoli, segreti militari e nascondigli contiene il monte Sassone? L’ispettore Santoni dovrà scavare nel passato e dentro se stesso, per capire cosa stia accadendo, facendo affidamento sul suo talento investigativo di collegare indizi ed escludere sospetti, e sul fidato assistente Kristal (è un nome maschile) Beretta. Scenari montani incontaminati, e delitti efferati fanno la cifra distintiva di questo giallo non privo di particolari ripugnanti e disturbanti, che vede l’ispettore Santoni alle prese con un serial killer di incredibile spietatezza, un uomo all’apparenza qualunque, insignificante, innocuo, dalla doppia vita, capace di mimetizzarsi come un volpe d’inverno, guidato dalle sue perversioni e ossessioni. Scoprire chi sia non sarà facile, decifrare i messaggi ricevuti, collegare gli indizi, le tracce di cui è disseminata la storia, sarà soprattutto per Santoni una sfida senza esclusioni di colpi. Un giallo a incastro, (non privo di colpi di scena, come quello delizioso del finale, delle ultimissime righe), che richiama molta narrativa americana in cui il tema del serial killer è ampiamente centrale. Nel romanzo di Matteucci, l’ambientazione prettamente italiana, comunque si inserisce in questa tradizione con una certa originalità, e un pizzico di cattiveria in più rispetto ai gialli all’italiana più classici. Insomma più Hannibal Lecter che Don Matteo, per intenderci. Alcuni particolari possono urtare la sensibilità dei più sensibili, necrofilia compresa, ma per il resto è un romanzo interessante, ben costruito, affatto scontato.

Franco Matteucci è autore e regista televisivo e vive e lavora a Roma. Insegna Tecniche di produzione televisiva e cinematografica presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha scritto i romanzi La neve rossa (premio Crotone opera prima), Il visionario (finalista al premio Strega, premio Cesare Pavese e premio Scanno), Festa al blu di Prussia (premio Procida Isola di Arturo – Elsa Morante), Il profumo della neve (finalista al premio Strega), Lo show della farfalla (finalista al Premio Viareggio – Rèpaci). È autore di una serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispettore Marzio Santoni: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve, Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco. I suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’ Ufficio Stampa Newton Compton.

:: Generazioni digitali – consigli per genitori e formatori, Marco Sanavio, Luce Maria Busetto, (Edizioni San Paolo, 2017)

2 marzo 2017 by
generazioni-digitali

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il web non è un gioco da ragazzi sembra dirci Generazioni digitali – consigli per genitori e formatori, scritto da Marco Sanavio e Luce Maria Busetto e edito da Edizioni San Paolo. Agile volumetto che in realtà non fornisce una risposta a tutte le domande e né una reale soluzione a tutti i mali del web, ma più che altro ci parla di un percorso che ragazzi, educatori e genitori possono percorrere insieme. Ormai la comunicazione corre sulle autostrade digitali, notizie, informazioni, messaggi personali si diffondono tra smartphone, tablet, computer, ed è piuttosto irragionevole chiamarsi fuori, e sostenere che questa rivoluzione mediatica non ci tocca, non ci coinvolge. E’ il caso dell’anziana che si crede lontana da questo mondo e ragionevolmente le viene fatto notare che ormai anche indirettamente tutti siamo inseriti in questo flusso continuo di informazioni anche solo quando un medico digita sul suo portale il nome di un suo paziente e ha subito sott’occhio la usa intera cartella clinica. E’ il progresso, è l’evoluzione della comunicazione, che tuttavia non nasconde ombre e lati oscuri, dalla dipendenza da internet, vera patologia ormai sempre più diffusa, a forme più violente come il cyberbullismo. Insomma un genitore cosa deve fare quando vede suo figlio schiavo di videogiochi, smartphone e quant’altro? Le maniere forti, i divieti, le minacce sembrano la strada meno praticabile, e in un certo senso inutile. Non è requisendo ai figli questi congegni e imponendogli un rigido digiuno digitale che si ottiene l’auspicato processo autonormante, ovvero la formulazione di alcune norme, frutto di un confronto comunitario e condiviso. Far crescere nei giovani il senso di responsabilità, e la prudenza a non diffondere dati sensibili, immagini, che potrebbero essere usate in modo illecito, è un cammino che richiede impegno, fiducia e condivisione, che parte dall’ascolto, procede con la simbolizzazione, giunge alla verbalizzazione e riappropriazione, e in fine alla fase autonormativa. Insomma siamo noi che dobbiamo usare la tecnologia, che di per sé è un grande progresso e non ha nessuna connotazione negativa questo è bene sottolinearlo, e non il contrario.

Marco Sanavio è un sacerdote della diocesi di Padova. Dal 1999 si occupa di coniugare il mondo della tecnologia con l’azione pastorale. Scrive sull’argomento per diverse riviste a diffusione nazionale. Attualmente fa parte del consiglio direttivo dell’Associazione webmaster cattolici italiani. A Padova è direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi e segue la formazione di adulti e ragazzi all’uso degli schermi digitali.

Luce Maria Busetto svolge la sua attività di psicologa e psicoterapeuta a Padova. È specializzata nella valutazione psicodiagnostica in ambito forense. Si occupa di colloqui clinici, somministrazione di test, psicoterapia individuale e di coppia, trattamento dei disturbi d’ansia e del comportamento nell’età adulta e nell’adolescenza. È stata relatrice in una serie di incontri psicoeducazionali nella provincia di Padova incentrati sul tema “New Media e bullismo”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio Stampa San Paolo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Young Adult Reading Club – La rivoluzione della DeAgostini, a cura di Lucrezia Romussi

28 febbraio 2017 by

logo-headerViviamo nel 2017, l’era tecnologica, innovativa, digitale, nella quale per comunicare a distanza di milioni di chilometri basta un millesimo di secondo, dove i baci e gli abbracci sono diventati emoticon, le amicizie virtuali, i trasporti ultraveloci e i pensieri si sono trasformati in post. Come un encefalo, degno di essere chiamato tale, può facilmente desumere che pure il bello, incantevole, meraviglioso universo dei libri sia coinvolto in questa trasformazione progressiva. Qualche anno addietro, leggere rappresentava l’idea di dirigersi solamente in una libreria con il nobilissimo fine di acquistare un testo e successivamente scorrerlo con gli occhi, colmi d’amore e percepire il profumo inconfondibile della carta stampata. Oggi, invece, leggere simboleggia smisurati significati e significanti. Molte persone sono solite comprare libri online e conseguentemente apprezzarli su piattaforme digitali come smartphone, tablet e lettori ebook. La loro scelta non è motivata da un istinto letterario bensì derivata dalla consultazione di recensioni riportate su blog dedicati attraverso i quali si cerca di captare indizi come Sherlock Holmes in ‘’Uno studio in rosso’, tutto questo è diventato elementare. Nonostante questa tendenza, nessuna casa editrice, fino ad ora, si è relazionata con i lettori direttamente attraverso il web, ad eccezione della DeAgostini che ha attuato una scelta innovativa in questo ambito sviluppando il settore virtuale, incentivando il mercato, e stimolando l’amore per quello che è un privilegio di tanti: l’amore per la lettura. E’ nato, quindi, Il progetto ‘’Young Adult’’ Reading Club, una community, attraverso la quale pubblico, blogger e casa editrice si uniscono dando vita a una forza unica che, all’insegna della massima libertà di confronto ha come obbiettivo il crescere insieme e amare la lettura infinitamente. All’interno di Young Adult – Reading Club sono presenti diverse sezioni: ‘’Blog’’ con news, articoli, anticipazioni, retroscena e curiosità, ‘’Special’’ una parte esclusiva, ma fruibile da tutti, che riporta iniziative speciali dedicate al lancio di nuovi romanzi, ‘’Letti da voi’’ nella quale i lettori possono esprimere pareri e impressioni riguardo volumi ‘’assaggiati’ ’e ‘’sfiorati’’ scrivendo anche la trama e l‘analisi dei personaggi, confrontandosi con gli altri membri della community, ‘’Books’’ una raccolta dell’intero materiale realizzato con dedizione e passione per un determinato libro come booktrailer, interviste e iniziative speciali, ‘’Wall’’uno spazio aperto dove i readers hanno l’opportunità di dipingere un pensiero, una dedica o una citazione e, infine l’ultima sezione, ma non per ordine di importanza ‘’Ya-Tv’’, una collezione con tutti i contribuiti video rivolti a uscite, eventi e autori. A cornice di ciò, che già par un quadro degno di essere esposto al più bel museo del mondo: quello delle emozioni, la DeAgostini a chiunque svolga un’attività sul Reading Club regala punti, in base alla partecipazione dell’utente, che, a seguito di una raccolta, daranno diritto a ricevere omaggi esclusivi.

E’ anche grazie a queste idee che la lettura continua a essere una passione di molti perché leggere è vivere e, stare connessi, significa fare progressi.

:: A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia (Adelphi, 2000) cura di Greta Cherubini

27 febbraio 2017 by
a-cia

Clicca sulla cover per l’acquisto

«UNICUIQUE SUUM». Così recita il verso di un’inquietante lettera minatoria recapitata al farmacista Manno. E “a ciascuno il suo”, nell’opinione comune, è proprio la parte di merito o demerito che alla fine dei fatti spetterà ai protagonisti del romanzo.
Sicilia, 1964. La vita di un tranquillo paesino dell’entroterra è sconvolta da un duplice omicidio: vittime innocenti il farmacista Manno e il medico Roscio, colti di sorpresa durante una battuta di caccia.
Sulla misteriosa morte dei notabili inizia ad indagare il professor Laurana, mosso da irrefrenabile curiosità. E infatti A ciascuno il suo è innanzitutto la storia di un giallo, con tutti gli ingredienti del caso: indizi, prove, sospetti, deduzioni e colpi di scena. Ma non solo: è anche un documento storico, un affresco realistico della Sicilia degli anni ’60 permeata di ipocrisia, pregiudizi, reticenza ed omertà.
Il professor Laurana, guidato dal lume della ragione, tenta di farsi strada tra le maldicenze e le dicerie che già all’indomani dell’omicidio infangano la memoria delle rispettabilissime vittime. Fino a ribaltare completamente la prospettiva comune e ad arrivare alla verità, facendone le spese. Perché tutto il libro è sotteso in fondo da un’unica morale, che il professore si ostina a non capire:

«Certe cose, certi fatti, è meglio lasciarli nell’oscurità in cui stanno…Proverbio, regola: il
morto è morto, diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente, in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi del ferito. Un siciliano vede invece il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è soprattutto l’assassino»

A ciascuno il suo vuole essere una denuncia sociale, non più (o non solo) alla politica collusa de Il giorno della civetta, ma agli uomini e alle donne comuni, schiavi di una mentalità mafiosa che ne condiziona fino i minimi gesti quotidiani. Un atto d’accusa senza appello contro un sistema di clientelismi, compromessi e furberie a cui tutti soggiacciono. E chi non si adegua, chi, come il professor Laurana, tenta di dissodare il terreno per far valere la giustizia, è «un cretino».
Sciascia dipinge con fedeltà veristica atmosfere e ambienti della sua Sicilia, animata da una società prevalentemente maschile che si raccoglie in circoli, salotti e caffè. Ma non c’è spazio per l’adesione sentimentale: con una prosa asciutta e concreta, l’autore districa i fili della trama attraverso una lente impietosa e distaccata, volta a mettere in luce colpe e peccati di tutti i personaggi, e persino di Laurana, «onesto» e «intelligente» sì, ma «non privo di segreta presunzione e vanità».
L’inchiesta del professore condurrà alla scoperta di una verità già nota, senza trionfalismi e lieto fine. Perché quello che resta di questo romanzo è l’amara e lucida consapevolezza dell’impossibilità di ledere i meccanismi di una società immobile come quella siciliana, dove ad ognuno, per legge di natura e dai tempi più remoti, spetta il suo: il premio dell’impunità per i notabili, il compianto e perfino la derisione per chi non si fa gli affari suoi.

Leonardo Sciascia, scrittore e uomo politico siciliano di grande impegno sociale. E’ l’autore di opere come Il giorno della civetta (1961),  A ciascuno il suo (1966), La Sicilia come metafora (1979), L’affaire Moro (1978), La scomparsa di Majorana, (1975), Il teatro della memoria, (1981). Tra le sue ultime opere ricordiamo: La strega e il capitano (1986), Il Cavaliere e la morte (1989), Una storia semplice (1989). E’ morto a Palermo il 20 novembre del 1989.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Chiara Rapaccini, a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2017 by

baires-lightChiara benvenuta su Liberi di scrivere per noi è un piacere averla qui per fare qualche parola su Baires, il suo romanzo intrigante, curioso tra realtà e dimensione fantasia edito da Fazi. Cosa ha scatenato l’idea di scriverlo? Come è stato per lei scriverlo?

R: Baires è una città che amo e che frequento da anni. Una città “dove tutto può accadere”. Un misto di razze, religioni, umanità povera e ricchissima, arte e sperimentazione che se la sognano negli Usa. Una città dove su due persone, una è italiana. La location perfetta dove perdersi e ritrovarsi.

Lei di solito scrive e illustra libri per bambini come è stato creare questo libro per adulti?

R: Ho scritto libri per bambini per anni e continuerò. Ma da qualche tempo sono rimasti pochi gli editori italiani che sperimentano e osano. Il “politicallycorrect” si è appropriato anche di questo settore culturale che negli anni 90 era sperimentazione pura e libertà. Allora ho preferito scrivere per i grandi. Nessuno può censurarti! La prima collaborazione a un testo per adulti è avvenuta con Elio e Storie Tese per Stile libero Einaudi. Ricordo il senso di libertà che ho respirato entrando negli uffici Einaudi… Chi mi ha spinto alla letteratura adulta però è stato mio cognato, Furio Monicelli, fratello di Mario, un grande scrittore.

Frida, ha perso l’uomo amato, e parte per l’Argentina con il figlio. Le loro strade si divideranno e per la donna comincerà in viaggio tra reale, surreale, sogno,dimensione mistica. Cosa rappresenta davvero per la donna questo viaggio in Argentina?

R: Per Frida rappresenta la fuga dal dolore ma anche da un mondo protetto, infantile, falsamente rassicurante. La metafora vale anche per l’Italia, l’Europa e il vecchio mondo, ormai asfittico, ripiegato su se stesso, polveroso. Il nuovo mondo, il Sudamerica è un luogo povero ma vitale, perfetto per ricominciare da capo.

Tra i diversi personaggi che Frida incontra c’è anche Guillermo, con il quale si instaura un rapporto speciale. Quanto è importante lo scrittore nel percorso catartico che Frida sta compiendo?

R: Guillermo è un uomo cinico ma affascinante, uno scrittore acuto (esiste davvero, è il più grande scrittore argentino vivente). Frida, in questo lungo viaggio complicato, riscopre anche il suo corpo. Un corpo che invecchia ma ancora sensuale. Il sesso è uno straordinario mezzo per rivitalizzare mente e corpo. A Buenos Aires c’è la cultura del corpo, della sensualità, dell’eros. Frida , per continuare a vivere, deve risvegliare a poco a poco i cinque sensi…

Tra gli altri personaggi incontrati ci sono una sciamana, proprietarie di alberghi dal carattere ambiguo, psicologhe e dottori che entrano ed escono dalla vita della protagonista. Che cosa sono per Frida, semplice incontri o elementi essenziale del suo cammino di rinascita?

R: Sono i cosiddetti “aiutanti magici “ indicati da Vladimir Propp nel suo testo sulle fiabe. Un testo su cui ho studiato per laurearmi in psicopedagogia. Aiutano Frida nel suo percorso, a volte la ostacolano, a volte donano oggetti magici. Per ”rivedere le stelle” è necessario andare all’inferno, incontrare angeli e diavoli, farsi scortare da un Virgilio. Da soli non si riesce a raggiungere uno scopo.

Una delle presenze costanti nel libro è la figura del Vecchio. Lui- compagno morto della protagonista- ha funzione protettiva o è una sorta di guida per Frida verso una nuova fase esistenziale?

R: Il vecchio è un angelo custode, ma allo stesso tempo una presenza autoritaria, un padre padrone da cui Frida deve emanciparsi. Mi ispiro in parte a Mario Monicelli, per questo personaggio, il mio compagno di una vita. Uomo straordinario che mi ha insegnato molto, ma allo stesso tempo una personalità castrante, come tutti i geni.

Gli 11mila chilometri percorsi da Frida sono ricchi di colori, profumi, odori e sapori. C’è anche un buona dose di fede vissuta tra religione cristiana e qualcosa che ha sapore di pagano. Questo mix di elementi che effetto ha sulla protagonista?

R: Frida è lei stessa un personaggio magico, lungimirante, fantasioso. E’ un artista. Per comprendere se stessa e dare una svolta alla sua vita, si affida al sesto senso, all’irrazionale.

Quanto c’è di Chiara Rapaccini in Frida? E perché ha scelto di chiamare il suo alter ego letterario con il nome che mi ha ricordato la grande Frida Khalo (pittrice, donna di carattere forte che ha affrontato dolori e sofferenze fisiche ed emotive)? C’è un collegamento tra le due?

R: Frida è la mia alter ego… banale ma vero. Io vorrei essere coraggiosa come lei, ma lo sono molto meno. La mia vita però è stata altrettanto avventurosa. Frida non è il nome della Khalo, ma di mia nonna. Una crocerossina che ha salvato molti soldati nella prima guerra mondiale. Un’austriaca dal cuore d’oro, impavida quanto autoritaria. L’adoravo.

Se dovessero fare un adattamento cinematografico di Baires, lei esclusa, chi potrebbe interpretare il ruolo di Frida?

R:Bella domanda!!! Una Maggie Smith giovane, oppure EmyWinehouse. Ma mi verranno in mente attrici viventi e più giovani…

:: Gruppo di lettura – Il libro di marzo

26 febbraio 2017 by

Oggi sceglieremo insieme il libro da leggere per sabato 25 Marzo, che discuteremo qui sul blog.

L’orario è confermato dalle 18,00 alle 19,00. Poi chi vuole proseguire fin che gli impegni ce lo consentono.

Qui sarà aperto un sondaggio, ognuno può scegliere il libro preferito, o votando per i libri già proposti, o aggiungendo un nuovo titolo nella casellina “Other”. In quest’ultimo caso anche se il titolo non appare è comunque conteggiato. Quello con più voti sarà il libro di cui ci occuperemo questo mese.

Il sondaggio sarà aperto fino a martedì 28.

Altre risposte:

Qualcosa sui Lehmann – Stefano Massini 1

La Creuza degli Ulivi – Bruno Morchio 1

Il libro scelto è: Cuore di cane di Michail Bulgakov, partecipate numerosi.

Appuntamento dunque al 25 Marzo!

:: Cuori in viaggio: Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen (Garzanti, 2004)

26 febbraio 2017 by

edizit-oep-garzanti-1975-1989

I Bennet vivono con le cinque figlie a Longbourne, nello Hertfordshire. Charles Bingley, ricco scapolo, va ad abitare vicino a loro con le due sorelle e un amico, Fitzwilliam Darcy. Bingley e Jane, la maggiore delle Bennet, si innamorano; Darcy, attratto dalla seconda, Elisabeth, la offende con il suo comportamento altezzoso. L’avversione aumenta quando le sorelle riescono a separare Charles da Jane. Darcy chiede la mano di Elisabeth, non nascondendo però quanto la cosa costi al suo orgoglio. La ragazza, sdegnata, lo respinge. In un secondo tempo Elisabeth apprende che la sorella Lydia è fuggita con Wickhman. Con l’aiuto di Darcy i fuggiaschi vengono rintracciati e fatti sposare. Infine Darcy e Elisabeth, Bingley e Jane si fidanzano.

Tra gli amori letterari quello tra Elisabeth Bennett e Mr Darcy, personaggi principali del celeberrimo Orgoglio e Pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813) di Jane Austen, splende di luce propria e se vogliamo è ancora in grado di competere, per freschezza e spontaneità, con tante storie d’amore anche più recenti e contemporanee. Non male per una storia d’amore presente in un romanzo edito nel 1813, che non dimostra affatto i suoi più di 200 anni, e che è di fatto una delle storie d’amore più lette al mondo. Non è stato perciò difficile scegliere e rileggere questo libro per questa bella iniziativa, Cuori in viaggio, dedicata da 28 blogger all’amore. Ho pensato a Il dottor Živago, Anna Karenina, Romeo e Giulietta, poi ho scelto loro, l’antipatico per eccellenza e scorbutico signorotto di città e l’intelligente e ironica Elisabeth, appartenente a una modesta famiglia della borghesia di campagna. Quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Rimanere così moderno e contemporaneo, sebbene i riti e i costumi sociali di quel periodo siano ormai irrimediabilmente cambiati se non evoluti (anche se c’è da dire che l’animo umano è cambiato ben poco dall’Era della Pietra)? Ecco forse le risposte sono esattamente ricavabili dalle domande stesse. Lo spirito arguto di Jane Austen è stato capace di parlare d’amore universalizzando i contesti e le opportunità concesse a una donna, non solo nel lontano 1813. Elisabeth Bennett è a modo suo un modello, un’ eroina capace di tenere testa a tutti personaggi maschili della storia, a partire da suo padre, che tra l’altro l’adora. Gli scontri, i battibecchi con Mr Darcy sono d’antologia, come il rifiuto alla sua prima proposta di matrimonio. Elizabeth difende la sua identità, la sua singolarità e non si piega ai mille compromessi che la sua seppur modesta condizione sociale imporrebbe. E lo fa con leggerezza, humour, straordinaria perspicacia. Ama sinceramente Mr Darcy, ma non permette a questo amore di cambiarla, limitarla, e in questo credo consista la bellezza e l’ anticonformismo di questo personaggio, quanto mai moderno e rivoluzionario. Concreta, realista, testarda, romantica Elizabeth Bennett è la perfetta metà di Mr Darcy, il suo complemento e la sua compiutezza. Se non avete ancora letto Orgoglio e Pregiudizio, fatevi un regalo, leggetelo in lingua originale o nella bella traduzione di Isa Maranesi. Se già conoscete la storia, rileggetela, non vi annoierà, potete contarci, la Austen ha uno stile di scrittura che è il trionfo dell’intelligenza, una gioia per qualsiasi lettore.

Edizione considerata: Garzanti editore 1975- 1982, XXII edizione marzo 2004, introduzione di Attilio Bertolucci, traduzione di Isa Maranesi.

Jane Austen. Scrittrice inglese. Compì la sua educazione quasi interamente in casa, sotto la guida del padre ecclesiastico.
Nel 1801 si trasferì con la famiglia a Bath; nel 1805, dopo la morte del padre, a Southampton; poi, nel 1809, a Chawton, Hampshire, dove scrisse quasi tutti i suoi romanzi.
Profondamente attaccata alla famiglia, in particolare alla sorella Cassandra, la Austen non si sposò mai e trascorse un’esistenza raccolta e casalinga, interrotta solo da brevi visite a Londra e ai luoghi di villeggiatura sulla costa meridionale inglese.
Il suo primo romanzo completo a noi pervenuto è L’abbazia di Northanger (Northanger abbey), pubblicato solo nel 1818.
Il romanzo è centrato sul tema della maturazione di una giovane ingenuamente romantica, convinta, all’inizio, che la vita sia fatta a somiglianza dei romanzi «gotici» della Radcliffe (dei quali il libro costituisce la garbata parodia) e che alla fine arriva a comprendere, realisticamente, la realtà quotidiana.
Lo stesso tema (la maturazione di un’anima romantica attraverso l’esperienza) è al centro di Ragione e sentimento (Sense and sensibility, 1811), iniziato nel 1797 col titolo di Elinor and Marianne, e ritorna in Orgoglio e pregiudizio (Pride and prejudice, 1813), rifacimento del giovanile e non pubblicato Prime impressioni (First impressions, iniziato nel 1796).
Anche in Mansfield Park (1814), romanzo di complessa struttura narrativa e di ammirevole sincerità, in Emma (1816), considerato uno dei suoi capolavori, e in Persuasione (Persuasion), che fu pubblicato postumo insieme a Northanger Abbey ed è forse la sua opera più ricca e sottile, l’autrice compie un’analisi dei rapporti tra valori personali e valori sociali e della validità delle emozioni come guida del comportamento.
Il mondo descritto non si estende mai al di là dei limiti della vita e degli ambienti da lei direttamente conosciuti; ma il suo fine tocco ironico, la sua prosa elegante e fredda, la sottigliezza con cui analizza e descrive il conflitto tra esigenze psicologiche e morali di varia natura conferiscono a questa narrativa una non comune complessità e collocano la Austen tra i più grandi nomi del romanzo inglese.
Parzialmente tratto da: Enciclopedia della letteratura, Garzanti 2007

Source: acquisto personale.

cuori-in-viaggio

Clicca sull’ immagine per l’elenco dei 28 blog partecipanti

:: Gruppo di lettura – Il muggito di Sarajevo, Lorenzo Mazzoni

25 febbraio 2017 by

mug«La luna era alta e rischiarava il container, protetto da sacchi di sabbia, che bloccava l’ingresso occidentale del sobborgo di Butmir. Da qualche parte, lì intorno, c’era sicuramente più di un balija dannato pronto a staccargli la testa con una raffica di Mg42. Milan Kosanović, nonostante la scorpacciata di funghi allucinogeni, riusciva ancora a ragionare e, con estrema chiarezza, era consapevole di essersi perso. Luci abbaglianti attraversarono il cielo. Proiettili marziani che si infransero lontano, contro una casa, una moschea, un ospedale. Era la fine del mondo».

Nata per essere assediata. È così che si sente Amira, diciotto anni e un grande sogno da realizzare nella città di Sarajevo del ’93, lacerata dalle rappresaglie tra serbi e bosniaci. Il cuore della suonatrice di cigar box guitar batte all’unisono con i colpi di mortaio e le raffiche di mitra, ma Amira canta la sopravvivenza, la speranza. Della band Senza Strumenti fanno parte anche il colonnello Mustafa Setka, mago del basso, e il gigantesco ballerino di kolo, Masne, alle percussioni. I due, per tutto il giorno, seguono Jack, meglio conosciuto come Mozambik l’irlandese, fidanzato di Amira, spacciatore. All’occorrenza, Jack si offre come guida agli inviati di guerra che affollano l’Holiday Inn semidistrutto. Così conosce Carlo e Oscar, due fotoreporter italiani che inseguono uno scoop davvero straordinario: tra macerie e bombe, intendono trovare una vacca indiana che si dice abbia poteri da chiromante. Sarà per caso la Zebù gir che il vecchio Ivan nasconde nella corte interna del suo negozio di tabacchi, adattato a fumeria d’oppio dopo l’inizio del conflitto? Del resto, non è la sola ospite che il commerciante  cela a sguardi e orecchie indiscrete. In uno sgabuzzino è segregato, infatti, un serbo fuori di testa che, dopo una scorpacciata di funghi allucinogeni, si è ritrovato al di là delle linee nemiche. Lo scopo di Ivan è rispedirlo al mittente in cambio di un riscatto, da chiedere a un oscuro cecchino dei servizi segreti serbi, che trova la concentrazione solo canticchiando le hit di Barbra Streisand. Niente a che vedere con i Nirvana di Kurt Cobain, che Amira ha scoperto grazie a un lontano cugino olandese, di origine bosniaca, diviso tra rock e fede religiosa da quando ha abbracciato l’Islam in prigione.

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974 e ha abitato a Parigi, Hurghada, Londra, Sana’a. Ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui Il requiem di Valle secca (Tracce, 2006),  Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Apologia di uomini inutili (Edizioni La Gru, 2013, Premio Liberi di scrivere Award). È il creatore dell’ispettore ferrarese Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta, indagini di uno sbirro anarchico, La Trilogia (2011, Premio Liberi di Scrivere Award), La Tremarella (2012, il cui ricavato è andato interamente alle vittime del terremoto in Emilia), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi sui giornali Il Manifesto, Il Reportage, East Journal, Il reporter e Torno Giovedì- Collabora con Il Fatto Quotidiano. Vive tra Milano e Istanbul.

Soundtrack

Space Cow in The Brasilian Land – The Love’s White Rabbits

Blood Sugar Sex Magic-Red Hot Chili Peppers

Nirvana – Smells Like Teen Spirit

Booktrailer: ‘Il muggito di Sarajevo’

Appuntamento oggi, sabato 25 febbraio, dalle ore 18,00 alle 19,00 per discutere del libro qui nei commenti al post. Partecipate numerosi.

:: Tutto quello che non ricordo, Jonas Hassen Khemiri (Iperborea, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

23 febbraio 2017 by
gh

Clicca sulla cover per l’acquisto

Nel 1917 veniva per la prima volta messa in scena una commedia scritta da Luigi Pirandello: Così è (se vi pare). Fulcro di questa rappresentazione teatrale è l’impossibilità di conoscere la Verità assoluta perché ognuno è portatore di una propria versione dei fatti che riconosce come vera e che spesso entra in contrasto con quella che gli altri chiamano verità. A distanza di anni, in “Tutto quello che non ricordo” Jonas Hassen Khemiri persegue lo stesso scopo attraverso mezzi diversi.
In questo romanzo, uno scrittore vuole ricostruire le vicende legate alla morte di Samuel, cercando di capire mediante le testimonianze dei suoi cari, se quello del ragazzo sia stato un tragico incidente stradale o se abbia deciso volontariamente di togliersi la vita.

“(…) il sole splendeva, i ragazzi tedeschi parlavano dei pomodori ananas, davanti a un negozio di mobili c’era un furgone da cui uscivano lampade e cassettiere, sui tavolini di un bar all’aperto la birra scintillava nei bicchieri di plastica, era una bella giornata, la gente stava bene, le bici trotterellavano sul pavé, i taxi suonavano il clacson, i gatti miagolavano, la città pulsava, ma Samuel era morto.” (pag. 81)

La narrazione è originale, tanto spezzata ed inusuale quanto piacevole. Infatti, la descrizione di Samuel, della sua vita e delle sue giornate è raccontata contemporaneamente da due voci di cui una è quella di Vandad, il migliore amico che ora si trova in carcere. La seconda voce varia: si tratta di quella della Pantera, amica di infanzia di Samuel, artista contemporanea trasferitasi a Berlino; è la voce di Laide, interprete attivista per le donne immigrate che subiscono violenza, grande amore di Samuel; è la voce della mamma del giovane che si rifiuta di incontrare lo scrittore e comunica solo attraverso messaggi; infine, è la voce della nonna di Samuel, a cui il ragazzo era tanto affezionato ma alla quale la malattia sta togliendo senno e ricordi. Le loro parole si aggiungono alla versione raccontata da Vandad, cambiando il punto di vista degli avvenimenti e il colore dei dettagli. Ognuno di questi personaggi ha conosciuto Samuel e lo descrive in modo diverso, seguendo le proprie sensazioni attraverso un personale filtro percettivo. Pagina dopo pagina le contraddizioni aumentano e, sotto il dominio di un relativismo imperante, diviene sempre più complesso comprendere quale traduzione della realtà sia vera. Forse tutte. Forse nessuna.

«E dai! Ci divertiamo. Pensa alla Banca delle esperienze!»
«La Banca delle esperienze?»
«Per quanto palloso possa essere, ce ne ricorderemo. E allora ne vale la pena, no?» (pag. 69)

Samuel è un ragazzo particolare, sempre alla ricerca di situazioni che possano essere ricordate e inserite in quella che chiama la Banca delle esperienze. Vorrebbe ricordare tutto quanto, come se dimenticare equivalesse a non vivere e portasse ad essere ad un passo più vicini alla morte. Samuel, però, non ha una buona memoria e ha bisogno di legare episodi ad oggetti e di scrivere tutto nei suoi taccuini. L’oblio lo spaventa al punto tale di sentire la necessità di esagerare, riempiendo la sua Banca con azioni sempre fuori dall’ordinario, abusando spesso di alcol e droga. L’intensità delle sensazioni provate lo fa sentire vicino al cuore della vita e lo aiuta a non dimenticare. L’amore per Laide è altrettanto intenso e a lungo sostituisce l’esigenza di soddisfare la Banca delle esperienze. Attraverso questo personaggio, Khemiri affronta problemi di natura complessa come la violenza sulle donne e il razzismo.

Donne che erano state maltrattate, violentate, bruciate con le sigarette. Uomini che si lamentavano di essere stati discriminati nel mercato immobiliare e in quello del lavoro, e che quando cercavano di denunciarlo all’autorità contro la discriminazione, venivano discriminati anche lì. Donne prese a calci negli stinchi, con gli occhi così gonfi da non riuscire a tenerli aperti. (…) Erano avvocati dello Jämtland, campioni del triathlon nati in Finlandia, volti noti delle tv svedese. Erano fruttivendoli siriani, violinisti belgi, alcolizzati della Scania. Ma gli uomini non avevano importanza. Gli uomini erano superflui. Erano le donne che volevo aiutare. (pag. 115)

L’autore ha sperimentato sulla sua pelle il razzismo essendo per metà origine svedese e per l’altra metà tunisino. Sebbene la sua famiglia fosse benestante e gli abbia garantito gli studi migliori e una casa nel centro della città, il suo nome e la sua genìa sono sempre stati malvisti e percepiti come stranieri, laddove straniero assume il valore di nemico e di pericolo, all’ombra di quel razzismo che diviene uno dei temi principali della scrittura di Khemiri e bersaglio della sua denuncia. Allo stesso modo, Samuel ha madre svedese e padre nigeriano, porta un nome europeo che avrebbe dovuto facilitare la sua assunzione negli ambienti di lavoro; anche lui da piccolo ha subito atti di bullismo: lo chiamavano “«Gabbiano» per il colore della sua pelle che era bianca e nera allo stesso tempo”.
In bilico tra la scrittura e l’oralità, non avrete la sensazione di leggere ma quella di essere lì, davanti a chi parla ed ascoltare. Poi, proprio come lo scrittore protagonista del romanzo, organizzerete dentro di voi la vostra versione dei fatti unendo i pezzi di un puzzle troppo difficile da ricomporre correttamente. Alla fine, tutto verrà rimesso in discussione perché in fondo nessuno può essere padrone della Verità, in quanto Così è, se vi pare.
Tutto quello che non ricordo” è un romanzo diverso e forse lo stesso Samuel avrebbe avuto il piacere di leggerlo proprio perché fuori dall’ordinario, quindi, impossibile da dimenticare e perfetto da inserire nella sua Banca delle esperienze.

Jonas Hassen Khemiri nasce a Stoccolma nel 1978 da madre svedese e padre tunisino. Autore di quattro romanzi e una raccolta di racconti, saggi e drammi teatrali rappresentati in tutto il mondo, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Augustpriset proprio con “Tutto quello che non ricordo”.
Traduzione di Alessandro Bassini

Source: libro inviato dalla casa editrice al recensore. Ringraziamo Francesca, addetto stampa di Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il Fantastico secondo Alessia Mainardi, a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2017 by

alessiamainardiAlessia Mainardi, parmigiana doc, è un nome noto da diversi anni a chi si occupa di cultura fantastica e frequenta le fiere: cosplayer storica, attivista sociale per i diritti dei disabili, autrice delle due saghe fantasy di Argetlam e Avelion e del romanzo steampunk Blink. Ma sentiamo cosa racconta lei stessa sulla sua vita e la sua arte poliedriche e interessanti.

Come nasce la tua passione per i generi del fantastico, steampunk e fantasy?

Potrei dire che questa passione nasce con me. Mi spiego meglio: fin da bambina adoravo le fiabe, inventavo storie fantasiose che raccontavo io a mia nonna e non viceversa. Crescendo questa mia inclinazione verso tutto ciò che è fantastico si è allargata abbracciando i libri che leggevo, non solo romanzi di genere, ma anche saggistica su mitologia, leggende, misteri e archeologia, in particolare egittologia; per poi passare ai film e le serie TV che seguivo e, ovviamente, anche i cartoni animati, non solo Disney, quanto più gli anime giapponesi, i quali mi hanno fatto approdare ai manga. Alla fine, quando sono diventata scrittrice, per me è stato naturale continuare nel solco della passione che mi è sempre appartenuta.

In che universo ti sei sentita più a tuo agio, in quello fantasy o in quello steampunk?

Sicuramente in quello steampunk. Come ho detto prima sono appassionata di mitologia, archeologia e anche di periodi storici più recenti, come quello vittoriano in cui lo steampunk affonda le sue radici. Avendo adorato i romanzi di Jane Austen così come le avventure di Sherlock Holmes descritte da Sir Arthur Conan Doyle calarmi in quell’atmosfera, condendola di un pizzico di magia e fantasia, per me è stato molto più stimolante che creare dal nulla un intero mondo nuovo come richiede il fantasy. Preferisco nascondermi tra le pieghe di ciò che è familiare e conosciuto e ribaltarne la concezione con qualche innovazione imprevista.

Cosa pensi della situazione di questi generi in Italia?

Da lettrice devo dire di trovare le proposte italiane riguardanti il fantasy spesso noiose e ripetitive, come evidenziano bene la somiglianza di trame e copertine, per questo mi avvicino più volentieri all’urban-fantasy e allo steampunk. L’offerta è minima se rapportata ad altri generi più di moda come il paranormal-romance o anche il filone distopico, anch’essi abusati più che sfruttati, ma come ho detto prima, questi generi che partono da un periodo storico preciso, da una realtà comune a tutti, e poi la stravolgono, spesso racchiudono trovate originali e molto apprezzabili che non sono presenti in altri generi. Da scrittrice dunque, pur avendo esordito con una trilogia fantasy classica, me ne sono allontanata quasi subito, poiché desidero proporre ai miei lettori ciò che io per prima trovo differente e godibile.

Vuoi raccontare qualcosa della sua esperienza nel cosplay e del libro che hai scritto in tema?

La mia parentesi cosplay rientra nella mia passione per il fantastico, i film, gli anime e i manga. Era un modo per rendere reali i personaggi che amavo vestendone i panni. Il che da la possibilità di sfidare se stessi facendo cose che normalmente non rientrano nella nostra routine e, anche, di rapportarsi con gli altri dimenticando timidezza e inibizioni. Attraverso il cosplay si impara qualcosa di più del recitare un testo a lungo provato su di un palco, l’immedesimarsi in un personaggio al punto da renderlo reale per chi ti incontrerà in fiera e con cui dovrai interagire.
In più essendo io disabile, affetta da una malattia genetica rara che si chiama Atassia di Friedreich, cominciai a fare cosplay subito dopo la diagnosi come reazione alla mia condizione, scoprendo che con un costume addosso non ero più la ‘povera ragazza disabile’ di cui avere pena, bensì una cosplayer come tante altre, una del gruppo. Con il cosplay prendevo una pausa da me stessa e per assurdo, nei panni di un personaggio irreale, mostravo agli altri la vera me stessa, senza le limitazioni della mia malattia. Ero ciò che volevo essere.
Questa mia scoperta ho voluto inserirla nel libro autobiografico Alessia in Cosplayland proprio per condividere ciò di cui mi ero accorta e che ho sperimentato in prima persona, ovvero che, come scrivo nel testo, a volte ‘la disabilità è solo questione di punti di vista’ e ‘la volontà è ciò che rende chiunque in grado di realizzare anche l’impossibile’. Se non avessi imparato a guardare la mia disabilità da un’angolazione diversa, prendendola non come limite, ma semplicemente come un differente punto di partenza, non sarei dove sono ora a fare quello che faccio.

Prossimi progetti?

Come editore insieme ad Ailus Editrice, l’associazione di cui sono presidente, nata dalla passione di un gruppo di scrittori, illustratori e lettori, che ha lo scopo di far conoscere il mondo del fantastico a 360 gradi, pubblicando i lavori dei suoi artisti e collaboratori, davvero molti che mi vedranno impegnata per tutto il 2017. Come autrice, ho abituato i miei lettori ad avere un mio libro nuovo all’anno e non li deluderò. A novembre potrete leggere un romanzo che ho ribattezzato di ambientazione archeo-fantasy in cui saranno chiamate in causa le divinità dell’Antico Egitto, una delle mie passioni più vecchie e radicate.

Per ulteriori informazioni su Alessia visitare il suo sito ufficiale www.alessiamainardi.net e quello dell’AssociazioneAilus Editrice: www.ailuseditrice.it

:: Tra Sandokan e Salgari: Yanez De Gomera il bohemien dei mari maltesi di Felice Pozzo (Bibliografia e informazione, 2016) a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2017 by
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Emilio Salgari, maestro italiano dell’avventura sotto varie forme, dal romanzo storico alla fantascienza, continua ad appassionare, almeno chi è cresciuto con lui e i suoi libri, e magari anche gli adattamenti in tv, come l’ormai mitico sceneggiato Sandokan di quarant’anni fa.
Un autore così prolifico offre infiniti spunti su cui riflettere e da studiare, e nel saggio Tra Sandokan e Salgari: Yanez de Gomera il bohemien dei mari maltesi Felice Pozzo, uno dei massimi studiosi in materia, racconta uno dei suoi personaggi più amati, anche se all’apparenza secondari, per le edizioni Bibliografia e Informazione.
Yanez, migliore amico di Sandokan e suo complice in un’epopea che dura tanti libri, per molti è stato una sorta di alter ego dell’autore, un europeo che sceglieva di andare a vivere in un mondo non suo diventandone parte e condividendo le istanze di quei popoli, trovando là casa e ideali. Senz’altro Yanez, interpretato in tv in maniera mirabile da Philippe Leroy, è e resta uno dei personaggi più interessanti tra i tanti creati da Emilio Salgari, tra cui spiccano anche tante eroine decisamente in anticipo sui suoi tempi: leggere il saggio di Felice Pozzo è davvero come fare un tuffo nel passato, attraverso tutte le avventure di Yanez, con citazioni di brani dei libri e evoluzione di una figura che da avventuriero un po’ bohémien in cerca di avventure diventa il brahimo dell’Assam sposato con una donna indiana, secondo una serie di principi di multiculturalità che erano cari a Salgari ben prima che diventassero di moda e oggetto di dibattiti tra fazioni opposte.
In parallelo Felice Pozzo racconta anche la vicenda umana di Emilio Salgari, i suoi successi indubbi ma anche il suo folle lavoro, i suoi problemi familiari e personali, la sua morte prematura, ma anche i suoi interessi paralleli ai suoi libri, dalle traduzioni di Dumas all’attenzione per l’epopea del Risorgimento.
Tra Sandokan e Salgari è un libro che non può non mancare nelle biblioteche degli amanti di Salgari, sia di chi lo è da lungo tempo sia di chi l’ha scoperto magari in maniera fortuita e recentemente. I libri di Salgari continuano ad essere presenti nel circuito librario, sia delle novità che delle occasioni, anche senza più il supporto di recenti sceneggiati, e questo è un bene. Interessante però anche scoprire cosa c’era dietro ai suoi libri e ai suoi personaggi

Felice Pozzo, vercellese, è studioso salgariano, cinefilo, collezionista bibliofilo e appassionato di fumetti. Ha scritto vari saggi su Salgari e la sua produzione romanzesca, tra cui citiamo Il fachiro di Atlantide. Percorsi dell’immaginario tra avventure e misteri, Nella giungla di carta. Itinerari toscani di Emilio Salgari, Emilio Salgari e dintorni, Il corsaro nero e Il laboratorio magico di Emilio Salgari. In questo periodo sta approfondendo i rapporti tra Salgari e la fantascienza, e tra Salgari e gli autori che si ispirarono a lui.

Source: dono dell’autore, si ringrazia Felice Pozzo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lettere agli editori, Louis Ferdinand Celine, (Quodlibet, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 febbraio 2017 by
cov

Clicca sulla cover per l’acquisto

Louis Ferdinand Auguste Destouches, in arte Celine, dal nome della nonna, intellettuale poliedrico, medico degli ultimi, insopportabile, geniale, innovatore, tragicamente diretto e sincero, ignobile, anti tutto non solo antisemita, seppure questa è la principale macchia nera che grava sulla sua eredità letteraria,  è senza dubbio uno degli scrittori più importanti, controversi e difficili del Novecento. Il secolo breve di hobsbawmiana memoria, che vide esplodere l’odio di due Guerre Mondiali, i campi di concentramento, l’esplosioni delle atomiche, in un susseguirsi quasi ininterrotto di tragedie e di drammi. Leggere Lettere agli editori (tradotto e cura di Martina Cardelli, edito da Quodlibet) è un esperienza che consiglio nella misura in cui si voglia fare pace con il senso di colpa che quasi ci assale avvicinandoci a questo autore. Dopo Bagattelle, mi ero ripromessa che non avrei letto niente di Celine, e invece quasi per caso, senza riflettere troppo, ho avuto modo di leggere questo libro, scoprendo lati del suo carattere e del suo genio che mi erano stati preclusi dalla violenza delle invettive di quell’infernale pamphlet. Innanzitutto credo sia necessario, affrontando questo testo, dimenticarci il Celine che abbiamo iniziato a conoscere attraverso il filtro di tanti anni di critica, e abbandonare il preconcetto che i rapporti tra scrittori ed editori siano fiumi tranquilli, edulcorati da scambi in punta di penna di specchiata educazione. Consideriamo anche che l’editoria di allora ormai è scomparsa, è ben difficile che uno scrittore tratti con il boss di una casa editrice in prima persona, discutendo di anticipi, diritti, rendiconti. Ora, sicuramente questi dettagli tecnici e materiali vengono gestititi da professionisti appositi, agenti letterari, consulenti e chi più ne ha ne metta. L’editoria è cambiata, l’editoria ruspante di allora non esiste più, è morta o meglio dire si è evoluta, perdendo anche parti che si potrebbero definire spontanee e affascinanti. C’è anche da dire che anche allora di Celine c’era giusto lui, e averlo come autore nella propria scuderia, non deve essere stato affatto un gioco da ragazzi, privo di rischi. Diffidente, aggressivo, privo di doti concilianti, andava anche a umori, fin che si faceva alla lettera tutto quello che indicava come prioritario, ci si poteva fregiare della sua amicizia, se questo idillio si rompeva, insulti, epiteti, accuse, fiumi di sarcasmo, sempre stemperato dalla sua fervida fantasia e ironia e dalla sua decostruzione del linguaggio (che rendono tra l’altro queste lettere molto divertenti da leggere). Se vogliamo Celine era un villain a parole, usava il linguaggio (anche molto affilato e tratti rude) come un’ arma per lo più di difesa, ma fu lui a subire materialmente e moralmente povertà, esclusione, la minaccia della condanna a morte, l’esilio, una condanna detentiva. La sua carriera letteraria, per lui indispensabile in maniera disperata, il suo desiderio di essere pubblicato (e ben pubblicato), uscire in libreria, avere belle recensioni, vincere premi, ottenere quella sorta di visibilità e riconoscimento per il suo genio di cui era lucidamente e un po’ astutamente consapevole, sono per lui necessità vitali, che non si deprezzano nel mero desiderio di guadagnare denaro. Più che altro questa sua ostentata avidità o taccagneria, che sbandiera in ogni dove, cavillando per anticipi principeschi, esigendo ristampe, implorando quasi di essere pubblicato nelle Pleiade, insomma il lato venale del suo genio, più che altro una disperata necessità di non essere imbrogliato, vilipeso, umiliato. Esige il rispetto ed essere preso sul serio, quando queste due condizioni le vede tentennare, la rottura giunge inevitabile, come con il povero Paulhan, o anche con Monnier che tanto aveva fatto per lui, rischiando in prima persona. Soprattutto non accetta la pietà, o il dono (che anche alcuni amici scrittori o ammiratori vogliono fargli nei suoi periodi più difficili, ci provò pure Malaparte), lui si considera un operaio delle lettere ed esige di vivere con il suo salario dovuto. Forse la carogna Voilier è colei a cui dedica le pagine più sulfuree e avvelenate, ritenendola responsabile in primis della morte di Robert Denoel (morì assassinato), per il quale non ostante i dissidi, nutrì un’ autentica riconoscenza se non amicizia per averlo pubblicato per primo, (sfuggì a Gallimard per un soffio negli anni Trenta). Tra le pagine di questo epistolario emerge anche l’idea che Celine aveva della scrittura, il rigore con cui lavorava un testo perché fosse perfetto, privo di refusi, cadenzato da virgole efficaci, capace di ottenere il ritmo, che riteneva indispensabile. La «petite musique». Lottava come una tigre per impedire tagli, modifiche a i suoi testi. Voleva copertine sobrie, eleganti, serie. E la sua segretaria Marie Canavaggia (per la quale non dedica mai che parole splendenti, come la tenerezza che dedica a sua moglie Lucette), fu la sua più fida alleata, contro gli editori salumieri. Da leggere.

Céline (Louis Ferdinand Destouches, Courbevoie 1894 – Meudon 1961) è una delle figure più controverse della letteratura del Novecento. Nei suoi romanzi, a cominciare dal Viaggio al termine della notte (1932), ha trasposto i grandi drammi del suo secolo: le trincee, il colonialismo, l’alienazione della classe operaia e delle periferie urbane, i bombardamenti, la Germania del dopoguerra.
Céline è anche l’inventore di una prosa unica – tormentata, provocatoria, esilarante – che porta nella scrittura l’emotività e la vitalità del linguaggio parlato: se ne può trovare un’efficace spiegazione nei Colloqui con il professor Y (1955), sotto la forma di un’immaginaria intervista.
Le sue vicende personali, ma anche politiche, giudiziarie, editoriali sono il riflesso della complessità della sua epoca, cui Céline ha aderito fin nelle più intollerabili aberrazioni. Tra i suoi romanzi ricordiamo Morte a credito(1936), Guignol’s Band (1944) e la cosiddetta «trilogia del Nord»: Da un castello all’altro (1957), Nord (1960) e Rigodon (1969).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa Quodlibet.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.