Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Stephen King. La guida definitiva al Re (Mondadori Electa 2022) di Bev Vincent Recensione a cura di Emilio Patavini

29 dicembre 2022

Pubblicato originariamente in occasione del settantacinquesimo compleanno di Stephen King, La guida definitiva al Re è uscita in Italia per Mondadori Electa il 15 novembre 2022. Non è la prima pubblicazione di Mondadori Electa dedicata al maestro del brivido: l’anno scorso, infatti, è uscito Il grande libro di Stephen King di George Beahm. La nuova guida di Bev Vincent, scritta in modo piacevole e scorrevole, esplora le ispirazioni dietro alle opere di King: al suo interno scoprirete quali eventi di cronaca o della vita personale di King hanno ispirato racconti o romanzi e quali influenze si celano dietro di essi, oltre a numerosi aneddoti e curiosità. Il volume ripercorre opera per opera l’intera produzione kinghiana, tracciandone l’evoluzione dai primi racconti pubblicati su riviste specializzate come Stories of Suspense e Startling Mystery Stories o sulle riviste universitarie del Maine, passando per Carrie (1974), primo romanzo pubblicato, fino all’ultimo titolo, Fairy Tale, uscito nel 2022. Una storia fatta di successi, ma anche di rifiuti, dai racconti rifiutati da Forrest Ackerman e Harlan Ellison al romanzo incompiuto Sword in the Darkness, rifiutato da un dozzina di editori. Bev Vincent analizza quasi cinquant’anni di carriera in cui King è passato da scrittore squattrinato che viveva in una roulotte in affitto e aveva difficoltà a sbarcare il lunario a icona planetaria, leggendario creatore di storie il cui patrimonio ammonta a centinaia di milioni di dollari e il cui solo nome in copertina è sinonimo di successo nelle vendite. Le sue storie sono ormai entrate a far parte dell’immaginario collettivo, anche grazie alla sterminata quantità di trasposizioni cinematografiche sul piccolo e grande schermo che hanno contribuito ad accrescerne la fama.

Il libro è inframmezzato da brevi schede di approfondimento o da più lunghi “intermezzi” che gettano luce su alcuni aspetti della vita e delle opere di King, come l’editor che lo ha scoperto, una dettagliata descrizione di Castle Rock e Derry (cittadine fittizie del Maine in cui King ha ambientato molte sue storie), o ancora i romanzi pubblicati con lo pseudonimo di Richard Bachman, i film in cui King è apparso come comparsa, la passione per i Boston Red Sox e molto altro ancora. La guida è corredata da un ricco apparato iconografico che farà felici i fan del Re: tra le sue pagine potranno infatti scoprire foto d’archivio e documenti della collezione personale dello scrittore, oltre a pagine manoscritte, copertine di libri, locandine di film…

Alla fine del volume sono presenti una bibliografia essenziale, con i titoli dei più importanti saggi per addentrarsi nel Multiverso kinghiano, e l’elenco completo delle opere complete del Re (in cui compare già il prossimo titolo, Holly, in uscita nel 2023), delle prime edizioni americane e italiane dei suoi racconti e infine tutti gli adattamenti cinematografici e televisivi.

Bev Vincent è autore di The Road to the Dark Tower e The Dark Tower Companion, due volumi dedicati alla serie della Torre Nera di Stephen King. Ha inoltre curato l’antologia Odio volare. 17 storie turbolente (Sperling & Kupfer 2019) assieme a Stephen King. I suoi racconti sono apparsi su Ellery Queen’s Mystery Magazine, Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine, Borderlands 5, Ice Cold e The Blue Religion.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Mondadori Electa per aver gentilmente inviato una copia del libro al recensore.

:: A Marsiglia con Jean-Claude Izzo di Vins Gallico (Giulio Perrone 2022) a cura di Valerio Calzolaio

28 dicembre 2022

Marsiglia. 1945-2000. Esiste una città che si raggiunge abbastanza facilmente per mare, per terra e per cielo. Prenotando un traghetto dalla Corsica o dalla Sardegna, oppure dall’Algeria o dalla Tunisia. Oppure decidendo di fare sette ore di treno da Milano (meno da Parigi) o guidare in auto dall’Italia (dipende da dove partite) in una combinazione di autostrade dal pedaggio salato con una sfilza (utile) di autovelox. Oppure ancora atterrando a Marseille-Provence, l’aeroporto a Marignane, circa ventidue chilometri a nord. Inutile parlarne, però, perché: “Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere” (Jean-Claude Izzo, Casino totale, pag. 33). Attraverso le parole di Izzo, Marsiglia diventa una città talmente reale che si riesce ad annusarla, ad assaggiarla, a “camminarla”, persino a toccarla. Non c’è bisogno che ci siate già stati o che progettiate di andarci, i suoi romanzi già consentono di “leggerla”, appagandosi del testo e del contesto. Jean-Claude è stato uno straordinario indimenticabile scrittore francese, poeta giornalista sceneggiatore drammaturgo romanziere, nato lì il 20 giugno 1945, figlio di Gennaro, immigrato di Castel San Giorgio (vicino Salerno) e di Isabelle (casalinga francese, figlia di immigrati spagnoli). La sua adolescenza ha avuto molto a che fare con i libri e con Pax Christi, il suo apprendistato lavorativo con il giornalismo e col partito comunista francese. Dopo vari libri di poesie e articoli di giornale, è del 1993 il primo romanzo con Fabio Montale (anche lui con padre italiano, di poetico cognome), pubblicato due anni dopo da Gallimard nella Série Noire, Total Kheops (1995), appunto Casino totale, da noi grazie a Massimo Carlotto (Edizioni e/o, 1998). Se cominciate, non smetterete più di leggerli, la serie e il resto, tutto con Marsiglia, immersa nel noir mediterraneo. Purtroppo, Izzo è morto lì il 26 gennaio 2000 per un tumore ai polmoni, entrando però prima e per sempre nel pantheon e nel mito. Si moltiplicano giustamente i militanti omaggi postumi.

L’ottimo scrittore, libraio e traduttore Vins Gallico (Melito Porto Salvo, Reggio Calabria, 1976) realizza un’intelligente scelta letteraria: presentare la città di Marsiglia per il tramite delle parole scritte da un’eccelsa personalità marsigliese in opere di fiction. Evviva. Organizza il suo viaggio in ventinove capitoli, intitolati ad argomenti (pied-à-terre e pieds-noirs, la vergogna e così via), luoghi (la banchina, il Panier, la Joliette e così via), collettivi (le canaglie, il PC, i marsigliesi in quattro scene e così via) e altri temi “izziani”. Dopo le brevi conclusioni colloca un lungo trentesimo autobiografico capitolo in cui spiega come e perché è voluto comunque tornare di recente a Marsiglia, capitale del mondo meticcio, pur avendo scelto di raccontarla solo con lo sguardo (sempre “occhi nuovi”) e le frasi di Izzo (tratte da sette volumi, tutti Edizioni e/o). Nel primo capitolo aveva spiegato di essersi appassionato al grande scrittore francese quando si trovava a studiare a Göttingen da emigrante politicizzato (per sette anni). In fondo al testo, poi, parla dei propri amici d’infanzia; del mare calabrese (“un certo tipo di effetto il Mediterraneo lo fa ovunque”); della moglie e dei figli che ha brevemente dovuto lasciare per partire; dell’aereo preso con un caro amico di sintonie; delle significative pratiche ricognizioni fatte, politiche e sociali, anche senza romanzi di Izzo al seguito; dei ringraziamenti innumerevoli per un testo che ha lo scrittore scomparso al centro: “dopo di lui, Marsiglia da scena si è trasformata in un anfiteatro greco, sfruttando la sua costituzione a scaloni. Uno si siede là e può scrutare il mondo. O sé stesso. O il vuoto. O il mare”. Utili e appassionanti le dettagliate argomentate appendici sui film e sui libri relativi alla città, “sempre sotto la lente di Jean-Claude Izzo”.

Vins Gallico ha pubblicato Portami rispetto (Rizzoli, 2010), Final Cut (Fandango, 2015) e La barriera (Fandango, 2017). Ha collaborato con l’Università Georg-August di Göttingen e l’Università di Brema. Ha diretto le librerie Rinascita e Fandango Incontro. Socio fondatore dei Piccoli Maestri, è una delle voci della trasmissione Tabula Rasa su Radio Onda Rossa.

Source: libro del recensore.

:: “Le risposte di Padre Pio” (Edizioni Segno; prefazione di Mons. Pasquale Maria Mainolfi) di Alberto Politi, a cura di Daniela Distefano

25 dicembre 2022

E’ giunto anche il 25 dicembre 2022, un Natale diviso per l’Italia. Al Nord il gelo, al Sud temperature temperate. Un Natale di povertà da un lato, e di spreco dall’altro, in tutto il Paese. Sotto l’albero quest’anno tanta incertezza, e un serbatoio di fiducia, la Fede. Leggendo questo libro, qualche settimana fa, mi sono imbattuta nelle conversazioni dei Santi, nei consigli dei saggi, nella lungimiranza dei vecchi. Chi lo ha scritto così si è presentato nell’introduzione: “Sono un cittadino di Benevento e ho deciso di scrivere questo libro perché, come devoto di Padre Pio, nato in un paesino, Pietrelcina, a pochi chilomentri dalla mia città, ho raccolto e conservato da oltre 30 anni molte riviste sul venerato Padre e letto molti libri a lui dedicati”.

Il titolo allude al tesoretto di consigli, rimproveri, considerazioni religiose, di battute sagge o divertenti, di profezie del Santo di tutti dei nostri tempi così assetati di Bene, così rinsecchiti di spiritualità.

Cos’era la Santa Messa per San Padre Pio? Era “Tutto il Calvario. Tutto quello che Gesù ha sofferto nella sua Passione inadeguatamente lo soffro anch’io per quanto ad umana creatura è possibile. E ciò contro ogni mio merito e per sola sua bontà”.

Come mai il Signore permette dolori fino a tale intensità? Padre Pio risponde: “Il Signore lo fa per non dire che ci regala tutto. Egli, per umiliare la sua creatura, vuole da essa quel tantino – sebbene quel tantino glielo dia Lui stesso – affinché la creatura stessa glielo possa offrire”.

Per il Santo di Pietrelcina, poi, “la severità fraterna è di più grande valore che tutto il sentimento nel mondo messo insieme”. E più avanti: “Se tu sapessi come soffro nel dover negare l’assoluzione. Ma sappi che è meglio essere rimproverati da un uomo su questa terra che da Dio nell’altra vita…”.

San Padre Pio, nel rispondere ad una figlia spirituale, che gli domandava come fosse possibile per lui vivere con tanti dolori fisici e mistici disse: “Su una spalla ho la Chiesa di Dio combattuta e calunniata, sull’altra l’umanità alleata con l’antico nemico. Prega perché non resti schiacciato! Quello che mi fa piangere è che sulla terra non ci sarà più cuore!”.

Guardiamo le nostre mani, i nostri occhi, la nostra voce, non allo specchio dove abbelliamo la nostra anima, ma guardiamo dentro di noi, all’interno del nostro cuore, cosa vediamo al suo posto? Siamo ancora capaci di amare chi ci maltratta? Chi ci sottostima? Chi si volta dall’altra parte? Chi ci dice addio senza lacrime? Siamo ancora capaci di farci amare da chi ci chiede perdono? Da chi ha bisogno ma te lo dice camuffandosi? Da chi è troppo a terra per ringraziarti della tua coperta alla stazione centrale? Un pezzetto di croce a Natale, Signore, concedila anche a noi, come spiega San Padre Pio è un dolore che ti offriamo perché Tu tutto ci doni gratis, ma fà che questa croce possa essere di Amore, un incendio che prevalga sul nostro sfruttato ego.

Tanti auguri di Buon Natale a tutti i lettori di Liberi di scrivere.

Daniela

Source: libro del recensore.

:: Caminito. Un aprile del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2022) a cura di Valerio Calzolaio

21 dicembre 2022

Buenos Aires e, soprattutto, Napoli. Aprile 1939. Nel caffè dell’altra parte del mondo, una bella cantante cerca di interpretare meglio la struggente canzone sulla stradina delle pene d’amore, da cinque anni è fuggita impaurita dall’Italia e ora si chiama Laura Lobianco, le stesse iniziali rispetto a quelle dell’esistenza di cui ha nostalgia. Dietro a un boschetto di questa parte del mondo, il vedovo maestro in pensione Caputo alla ricerca di nespole trova per caso due cadaveri nel giardino nascosto ai percorsi abituali, dietro alle case popolari, sembra quasi che i due giovani stessero facendo l’amore prima di essere malamente uccisi. In questura il quasi 60enne brigadiere Raffaele Maione si confida col commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, hanno in sospeso soltanto la denuncia della scomparsa del primo ufficiale di una nave genovese. Prima che finisca il turno arriva però la chiamata dal posto di guardia di San Giovanni, hanno trovato i due morti, vanno insieme sulla scena del crimine. Ricciardi si concentra per abbandonarsi alla dannazione che gli fa sentire l’ultima frase pronunciata dai morti sul luogo e capisce che la coppia aveva il matrimonio in vista, si era data un appartato appuntamento e forse lui è proprio il 27enne Parodi che non era rientrato all’imbarcazione alla ritirata del giorno prima. Fra l’altro, arriva il medico Bruno Modo e se ne va sconvolto, forse lo conosceva, coinvolto in qualche attività clandestina. Cominciano a indagare, Parodi faceva il postino dei carcerati a Ventotene, potrebbe essere stato vittima dei fascisti, ordini ufficiali o meno. Però non tutto quadra, faticano a identificare la ragazza. Ed entrambi hanno pure altri pensieri per la testa: Ricciardi continuamente relativi alla figlia Marta, nata cinque anni prima mentre la moglie Enrica moriva nel parto, chissà se ha ereditato i dannati “poteri” del padre; Maione a causa dell’imperioso arrivo di un appariscente riccone che vuole sottrarre la figlia adottata dalla sua famiglia. Le minacce si addensano e complicano.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) aveva chiuso oltre tre anni fa la sua prima e più amata serie con il dodicesimo romanzo. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, le svolte matrimoniale del maggio 1933 e genitoriale dell’estate 1934, aveva dovuto abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario. Ricciardi non era più certo di essere pazzo, pur mantenendo una peculiarità al limite del paranormale: nei luoghi che frequenta percepisce ancora tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno), chiama questo fenomeno il Fatto (conosciuto solo da Enrica, con la quale aveva condiviso tutto), chissà se Marta seguirà le sue (tristi e devastanti) orme. Qui vorrebbe ormai la “prova”, verificare se l’ha trasmesso, non lo ha capito bene dal colore degli occhi (verdi i suoi, praticamente neri quelli di lei). La bimba è una nuova inedita protagonista (acuta e sensibile, più alta della media, capelli corti, spesso un bel fiocco sulla testa, mani sottili e nervose del padre, volto dolce e tratti regolari simili alla madre); quattro giorni alla settimana va a studiare con l’istitutrice Edna e il figlio Federico dalla contessa Bianca Borgati di Zisa, cara amica di Luigi ed Enrica; frequenta pure spesso i nonni materni (drammaticamente condizionati dalle leggi razziali); la sempre più brutta governante Nelide la segue ovunque. La narrazione è, come sempre, in terza varia (brevemente anche fra i colpevoli). Il titolo garantisce con commozione (sentimentale) e approfondimenti (argentini) il filo lirico comune di Luigi ed Enrica (sulla loro panchina), di Luigi e Marta (verso la casina della musica), di Marta e Federico (come scopriamo alla fine). Con audacia e qualità, De Giovanni riesce in un triplo salto mortale: recuperare l’invocata serie innovandola nelle dinamiche, politiche sociali relazionali. Altro che letteratura minore di genere! Giusto che sia in testa alle classifiche di vendita. Tanti riferimenti all’isola carcere di Ventotene. Vino rosso.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno, Il purgatorio dell’angelo e Il pianto dell’alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane, Souvenir, Vuoto, Nozze, Fiori, e Angeli, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017), Sara al tramonto (2018), Le parole di Sara (2019) e Una lettera per Sara (2020); per Sellerio, Dodici rose a Settembre (2019); per Solferino, Il concerto dei destini fragili (2020). Con Cristina Cassar Scalia e Giancarlo De Cataldo ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020). Sempre per Einaudi Stile Libero, ha pubblicato della serie di Mina Settembre Troppo freddo per Settembre (2020) e Una Sirena a Settembe (2021). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro del recensore.

:: La scrittrice obesa di Marisa Salebelle (Arkadia Editore 2022) a cura di Patrizia Debicke

21 dicembre 2022

Da poco approdato in libreria, il nuovo libro di Marisa Salabelle, scrittrice che già abbiamo avuto modo di recensire nei precedenti romanzi da lei pubblicati. E proprio tornando al suo primo romanzo, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu, e alla sua protagonista donna chiusa, complessata e sgraziata, mi rendo conto quanto quel suo personaggio mi costringa a pensare a Susanna Rosso, la scrittrice obesa, tragico fulcro della nuova trama . Hanno tante cose in comune infatti Susanna e Efisia: la poca avvenenza, agli occhi della società fattore di emarginazione, le rare amicizie dovute al caratteraccio, una abitazione trasandata, oltre ogni possibile limite.
Anche Susanna come Efisia è un personaggio condannato a percorrere un buio tunnel emozionale infinito e del quale non riesce mai a intravedere la fine. Susanna dalla ragazza grassoccia di un tempo, si è trasformata ormai in una donna obesa, solo schiava della solitudine e della tristezza, ma è soprattutto sopraffatta e vittima di un pessimo carattere strettamente collegato e acuito dal suo stato di malessere.
Rimasta orfana in giovanissima età, chiusa in un ambito familiare soffocante, in rapporto conflittuale con la madre che, rimasta vedova, e unico specchio con cui confrontarsi, senza il controllo di freni educativi inibitori, quando le saltano i nervi (cosa che succede spesso) l’ha sempre trattata malissimo (finchè la povera donna è vissuta ).
Lo stesso atteggiamento negativo e scostante che ha riservato ai vicini di casa, ai pochi saltuari conoscenti, e persino alla sua migliore amica, Lorella. Amica che invano ha sempre cercato di distoglierla dalla letargia emozionale al di là delle sue pantagrueliche e croniche fissazioni. Sempre e comunque scontrosa, chiusa, Susanna, infatti, oltre al suo insano rapporto con il cibo, è preda di quello che, con espressione forse desueta, si potrebbe definire il sacro fuoco della scrittura. Coltiva infatti due passioni: leggere ( tutto il suo tempo viene dedicato ai romanzi dei quali si ingegna a scrivere appunti) e a mangiare, a dismisura e, in balia dei suoi deliri creativi che la inducono a mischiare realtà ed invenzione, non vuol ascoltare consigli né reprimende, anzi insiste nell’ampliare le sue fissazioni, in un mostruoso crescendo di dipendenza e di masochismo. La sua doppia bulimia, l’incontrollabile fame di frasi scritte e di cibo spazzatura, unita al suo brutto carattere e al suo crescente egocentrismo, che l’hanno portata a rinchiudersi in se stessa, ai limiti del patologico, finiranno con il condannarla all’isolamento e alla più brutale solitudine. A un livoroso silenzio accresciuto dalla continua rabbia di non riuscire, nonostante i continui e ripetuti sforzi, ad essere apprezzata e accettata come scrittrice dagli editori. Tutta la sua esistenza, imperniata sulla sua smodata passione per la scrittura, si è risolta nello sfornare senza posa, decine su decine di racconti. Ma i suoi tentativi di emergere e ogni suo sforzo per arrivare a pubblicare uno dei suoi romanzi, sono stati regolarmente frustrati. Sì ha preso parte e ha persino vinto, iscrivendosi a piccoli concorsi locali ma nonostante abbia un vero talento, è sottovalutata da chi le vive vicino e sistematicamente disprezzata dalle case editrici, che tormenta riempiendole di proposte e proteste. Unico suo sfogo: scrivere decine di lettere, probabilmente mai aperte o viste a scrittori, attori e cantanti di successo.
Il suo mondo pian piano, con il passare degli anni, si è ristretto al solo rapporto con i personaggi che riesce a inventare sulla carta, si commuove per le loro vicende, li immagina come persone vere. Nella vita reale, dalla scomparsa della madre, vede soltanto di tanto in tanto, l’unica vecchia amica, dai tempi della scuola, Lorella, Suor Maria Consolazione, una religiosa con cui prova a collaborare e una vicina di pianerottolo, la signora Lotti, che vorrebbe aiutarla ma…
Per mantenersi, ha lavorato saltuariamente per una piccola casa editrice della sua cittadina, e in seguito, con l’avvento della rete, si è accollata incarichi da home working: impegnandosi tra letture e valutazioni di manoscritti, traduzioni ed editing. La sua vita sentimentale sembrava avere trovato uno sbocco nella relazione con un poeta ma dopo una brevissima convivenza, anche quel rapporto si è spezzato. E benché le sue amiche tentino di tirarla fuori dal vortice di autodistruzione, Lorella coinvolgendola nella sua vita sentimentale, Suor Maria Consolazione nell’alfabetizzazione delle donne rom del campo vicino alla parrocchia, e persino la vicina provi a offrirle cibo sano e aiuto per ripulire l’appartamento, da lei ridotto a una specie di puzzolente porcilaia, Susanna si chiude come un riccio, considera i loro tentativi un’intromissione e le rifiuta al punto che tutte e tre finiranno con allontanarsi, abbandonandola al suo destino. Il tragico destino che conosciamo dal prologo: il ritrovamento del suo corpo senza vita e peggio in avanzato stato di decomposizione.
Ma la sua morte, la morte della scrittrice obesa, fa notizia. I suoi scritti snobbati dalle case editrici finché Susanna era in vita verranno, in virtù del dramma gonfiato dai media, pian piano uno dopo l’altro “riscoperti”, fino a farla diventare un’autrice ai primi posti nella classifica delle vendite.
Un’amara parabola raccontata con il solito savoir faire e con un certo compiacimento dall’autrice, che di questo mondo ben conosce i meccanismi e i retroscena, anche quelli tanto deleteri del mercato.
Marisa Salabelle tratteggia con amara ironia, una storia di emarginazione e solitudine ma approfitta dell’occasione per rivolgere una disincantata critica rivolta al panorama editoriale attuale: all’incontrollabile proliferare di premi… quanti poi davvero meritati? Alle troppo difficoltà di emergere e farsi accettare in un mondo difficile, poco obiettivo e troppo spesso legato a scelte pilotate . E il mercato italiano poi: strano panorama, un terno al lotto da giocare? Cosa conta davvero per un aspirante scrittore ? Cosa serve?
Una storia dura e cruda, che fa riflettere,

Marisa Salabelle è nata a Cagliari il 22 aprile 1955 e vive a Pistoia dal 1965. È laureata in Storia all’Università di Firenze e ha frequentato il triennio di studi teologici presso il Seminario arcivescovile della stessa città. Dal 1978 al 2016 ha insegnato nella scuola italiana. Nel 2015 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme). Nel 2019 ha pubblicato il suo secondo romanzo, L’ultimo dei Santi (Tarka). Entrambi i romanzi sono stati finalisti al Premio letterario La Provincia in Giallo, rispettivamente nel 2016 e nel 2020. Nel settembre 2020 è uscito il romanzo storico-famigliare Gli ingranaggi dei ricordi (Arkadia Editore) e nel 2022 Il ferro da calza (Tarka), un giallo con ambientazione appenninica. Suoi articoli e racconti sono apparsi su riviste online e antologie cartacee.

Source: libro del recensore.

:: Sguardo a Oriente di Dacia Maraini (Marlin editore 2022) a cura di Patrizia Debicke

19 dicembre 2022

Sguardo a Oriente di Dacia Maraini, a cura di Michelangelo La Luna, è un variegato compendio di racconti di viaggio, edito da Marlin nel 2022, un’antologia che come un’astronave naviga nel tempo e nello spazio.
Memorie, spunti e impressioni scritte negli anni dall’autrice per le grandi testate giornalistiche italiane. Articoli rivisti, modificati e talvolta strutturati con nuova e diversa logica . Una variegata raccolta di inchieste che spaziano dall’ Afghanistan e poi in Cina, Corea, Giappone, India, Iran, Palestina, Pakistan, Siria, Tibet, Turchia, Vietnam, Yemen e altro ancora…
Sguardo a Oriente di Dacia Maraini ci trasporta nel vicino e lontano ed esotico continente asiatico, ove di esotico c’è solo quanto riporta il vocabolario che ne dà come definizione “Di quanto proviene o è ispirato da paesi stranieri e specialmente dall’Oriente (con una sfumatura di ricercatezza):”, ma una definizione che può mutare addirittura, assumere altre accezioni a seconda dei punti di vista. Una denominazione riservata, secondo un criterio assoluto o relativo, a territori o paesi situati o tradizionalmente considerati a est, in contrapposizione a quelli europei: l’Estremo Oriente; il Medio Oriente, oltre il Mediterraneo (o il Vicino Orente); l’Oriente europeo certo, anche la Russia e la Siberia poi. Insomma tutto il complesso di civiltà e culture dei paesi asiatici (contrapposte a quelle occidentali).
Un libro contemporaneamente soave e doloroso che narra della grazia dei paesaggi del Sol Levante e descrive il dolore che si sprigiona dalla crudeltà di certe storie pur senza rigirare il coltello nella piaga.
Una raccolta di storie di umane esperienze in cui Dacia Maraini denuncia senza remore la condizione umana e peculiare delle donne, dei bambini, di quanto avviene nei regimi totalitari, dei crimini di guerra e prova a ridare voce a tutti coloro che non hanno potuto parlare. È necessario accusare chi commette soprusi, violenze e discriminazioni e chi finge di non sapere.
I capitoli di questo libro, tratti da articoli e da inchieste e riflessioni della Maraini, devono trasformarsi in dimostrazioni di coraggio, in testimonianza di quanti diritti civili vengano negati in paesi belli bellissimi, ma in cui ohimè la libera circolazione delle idee arriva a costare la morte.
Si parla anche di tante nazioni che l’autrice ha visitato: dalla Cina, pronta a fare “l’ultima pedalata verso il capitalismo”, allo Yemen, afflitto dalla guerra e dalle carestie, e all’India, dove sono in crescita episodi di stupro e di femminicidio.
Il legame di Dacia Mariani con l’Oriente ha radici molto lontane e profonde.
Nei suoi scritti si percepisce il ritmo narrativo che deriva dalla cultura familiare della grande scrittrice, con la nonna inglese Yoï di origine polacca poi naturalizzata ungherese, il padre Fosco, geniale scultore e studioso dal piglio internazionale che ventitreenne sposò la ventiduenne Topazia Alliata di Salaparuta, pittrice della grandissima famiglia siciliana (poi affermata artista, gallerista, mecenate e imprenditrice, dalla quale ebbe tre figlie, vissuta tra l’Europa e l’Asia, cittadina del mondo, la sua lunga vita – morta a 102 anni – fu costellata di eventi e rivoluzioni). Una cultura che le ha instillato sin da bambina l’amore per il viaggiare e la capacità di parlare dei fatti e i personaggi di posti lontani.
Paesi come il “Caro” Giappone di cui ricorda il periodo di internamento a Nagoya dal 1943 al 1945, le vittime della bomba atomica, i morti per il “superlavoro”, ma anche l’emancipazione femminile e lo straordinario fascino del teatro Nō.
“Caro” Giappone perché? Dacia Maraini aveva solo due anni quando papà Fosco, scrittore e antropologo e orientalista, ottenne di essere trasferito con la famiglia in Giappone, dove visse dal 1938 al 1947 e dove nacquero le due sorelle di Dacia. Ma dopo l’8 sett. 1943, avendo rifiutato, con la moglie, di aderire alla Repubblica sociale italiana, fu internato come “nemico”, con le tre figlie bambine , in un campo di concentramento a Nagoya. Isola di detenzione in cui la famiglia rimase fino alla resa del Giappone (15 ag. 1945), sottoposta a privazioni e angherie.
Il Giappone naturalmente rimanda quei ricordi. Il non credere alla supremazia della razza è stato
uno dei grandi insegnamenti di suo padre e il suo straordinario esempio di coraggio. Quegli anni di durissima prigionia rappresentarono per tutta la famiglia di Maraini un groviglio e un fardello che avrebbero potuto trovare solo espressione, e forse una sorta pacificazione, nella scrittura.
“Il mio rapporto col cibo” ricorda Dacia Marini “è stato condizionato dai due anni di campo di concentramento in Giappone, durante l’ultima guerra. Ero una bambina ma la mia memoria ne è stata marcata a fuoco per sempre…Ho ancora negli occhi le bombe che si disegnavano sul cielo terso in una mattina nitida di agosto, nel campo di concentramento per antifascisti di Tempaku …”
Nel suo “Caro Giappone” poi la Maraini è ritornata tante volte per tenere conferenze e presentare i suoi libri.
Ha avuto allora l’opportunità di incontrare scrittrici giapponesi, anche con lo scopo di promuovere i loro libri presso le case editrici italiane, ma pare sia una cosa quasi impossibile per il libri scritti da donne.
Torniamo sulle sue orme all’ Afghanistan, per poi passare alla Birmania, proditoriamente ribattezzata dai militari col nome di Myanmar, ancora la Cina visitata con Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini in tempi epici per quel paese nel 1986, la Corea del Nord e la Corea del Sud, Manila nelle Filippine, Giappone, Calcutta in India, Iran, Israele, Kurdistan, Pakistan, Palestina, Siria, Indonesia, Malesia, Vietnam, Tibet, Turchia, Yemen: ecco a voi i tanti paesi dell’Oriente che Dacia Maraini descrive ed evoca sia com tenerezza, che con intelligente perspicacia, senza fare sconti oppure addirittura irata , o peggio profondamente amareggiata.
Mai remissiva però , sempre pugnace e costruttiva nei confronti di un altro mondo che deve essere scoperto per i suoi paesaggi, per le sue usanze , per la maestà femminile delle sue donne e per i suoi bambini.
Un uragano che al posto di lampi emette ricordi che fanno sgorgare storia passata e dell’oggi, legata a tragedie ancora in atto per levare grida di contestazione correlate a suggerimenti, considerazioni.
L’Oriente della Maraini è la donna afghana che porta il velo non per sua scelta, ma perché obbligata da una legge iniqua; bambini catechizzati nel fanatismo religioso, innocenti del resto. Mentre il mondo Occidentale, pur segnando col dito le atrocità, fingendo orrore per le guerre, le barbarie perpetrate, poi tace vigliaccamente.
L’Oriente è anche quello dei giovani, poco più che bambini, monaci birmani, schiacciati dai carri armati dell’esercito, solo perché chiedevano libere elezioni, libertà di parola, di religione.
È nel compravendita dei corpi dei bambini di Manila: sfruttati, violentati, seviziati, venduti. Bambini nati e cresciuti in strada. I Medici Senza Frontiere sono riusciti a trasformare alcuni di loro in educatori, salvandoli da un inaccettabile destino. L’Oriente è la bella ragazza indiana che su un autobus a New Delhi viene stuprata da sei giovani, tra i quali lo stesso conducente, davanti al fidanzato, legato, picchiato selvaggiamente e costretto al silenzio. La ragazza poi , scaricata o peggio buttata giù dall’autobus, morirà. Dopo giorni d’agonia in ospedale.
Ma il germe del male prolifera. La violenza aumenta ovunque, lo stupro si fa arma e potere.
L’Oriente ci rammenta che due giovani iraniane, una studentessa diciannovenne, Puoran Najafi, e una infermiera di ventiquattro, Hengameh Hajhassan, hanno pagato per amore della libertà una con la vita, l’altra con le terribili torture, delle quali porta ancora i segni. Tutto questo, grazie al mendace potere di Khomeini che professava il suo verbo e pareva volesse liberare il paese in nome di Allah.
Ayse Deniz Karacagil, ventiquattro anni, è morta invece sul fronte di Raqqa per difendere il popolo curdo, la sua solo un’ idea di libertà e di vita. Amava la vita e voleva salvare la sua gente dalle persecuzioni. Come l’omicidio nel Pakistan di Benazir Bhutto. Per lei essere donna l’ha condannata a morte. Solo crudele e mostruoso fanatismo religioso, ma anche questo è l’Oriente.
Ma l’Oriente di Dacia Maraini è anche l’affascinante incoerenza del mondo cinese, con le sue tradizioni strette dalle rigide regole maoiste. Lo spontaneo sorriso dei bambini persino nell’inferno di Aleppo; le scalatrici nepalesi delle maestose montagne tibetane, fulgido esempio di coraggio e indipendenza per le donne di tutto l’universo; e le tante donne turche che studiano, lavorano, scrivono e si sacrificano per resistere alle armi e alla morte.

L’Oriente per Dacia Maraini è stato anche quello della visita nello Yemen accompagnata da due grandi scrittori: Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, suo compagno per quasi una vita.
Molti altri viaggi fatti per tenere lezioni nelle università, “sorprendente l’amore per la lingua italiana degli studenti in Cina o in Vietnam” ci spiega. Viaggi fatti in land rover, dormendo in tende o rifugi occasionali. Anche con un’altra viandante di eccezione: quale Maria Callas.
Viaggi in cui la sua attenzione andava inevitabilmente alla condizione femminile. “In Afganistan ho chiesto perché le donne sono coperte, mi hanno risposto che le donne sono una tentazione, ma allora sono gli uomini il problema, perché non riescono a resistere alla tentazione! Ho provato un burqa: una vera prigione: vedi solo quello che hai davanti, niente ai lati, non senti bene, tutto è attutito, e inciampi su tutta questa stoffa fra i piedi. La condizione delle donne in questi paesi è tremenda e trovo estremamente coraggioso e da sostenere quello che stanno facendo le ragazze in questo momento in Iran, il taglio simbolico dei capelli che significa rivendicare i diritti negati, atto di grande forza perché rischiano moltissimo.”
Ma questo è l’Oriente…
Sempre per allargare lo sguardo ma è anche ciò che noi tutti dovremmo fare, osare. Non si può negare infatti il passato, né continuare a tacere il presente. L’Oriente in fondo è parte importante e indissolubile della nostra storia. Questo libro è un viaggio di immagini scritte, dipinte in bianco e nero con leggere e delicate sfumature di colore.

Dacia Maraini: autrice di narrativa, poesia, teatro e saggistica, acuta e sensibile indagatrice della condizione della donna, ha spesso delineato nei suoi testi figure femminili complesse e determinate, inserite in una più ampia riflessione su molteplici temi sociali, affrontati in un prospettiva storica. Con la raccolta di racconti Buio (1999) si è aggiudicata il premio Strega. Dopo il drammatico periodo giapponese nel ‘46 i Maraini rientrarono in Italia, recandosi prima a Firenze e poi stabilendosi in Sicilia presso i nonni materni di Dacia, nella Villa Valguarnera di Bagheria. Le difficoltà di adattamento al nuovo ambiente portano la giovane Dacia a rifugiarsi nei libri: mentre le sue coetanee vanno a ballare o in gita, lei si immerge nella lettura fino a dimenticarsi di tutto. Qualche anno dopo i genitori si separano e il padre va a vivere a Roma, dove lei lo raggiunge, compiuti i diciotto anni. Si arrangia facendo diversi lavori, dalla segretaria all’archivista. Più tardi si sposa con il pittore milanese Lucio Pozzi e nel ‘62 pubblica il suo primo romanzo, La Vacanza. A questi anni risale l’incontro con Alberto Moravia, che si è appena separato dalla moglie, Elsa Morante. Uomo sempre «in fuga per inquietudine intellettuale e psicologica» – simile in questo all’amatissimo padre Fosco – lo scrittore romano sarà suo compagno di vita fino al ’78. I due faranno numerosi viaggi in Africa, India, Cina e altri paesi, molti dei quali insieme a Pier Paolo Pasolini. Al pari della scrittura, il viaggio è considerato da Dacia Maraini come parte naturale del suo destino: il viaggio fisico, alla scoperta di nuove terre e culture (già a un anno viene fatta salire su una nave per Kobe), ma soprattutto quello attraverso i libri, per lei il più affascinante. Nonostante il successo di pubblico, molta critica è diffidente nei confronti della sue prime opere, considerate scandalose per alcuni temi che precorrono quelli del movimento femminista degli anni Settanta. Nel ’63, con l’assegnazione del prestigioso Premio Formentor a L’età del malessere, la polemica infuria sui giornali e Dacia Maraini viene pubblicamente accusata di essere una protetta di Moravia. Ci vorranno anni di duro impegno e decine di migliaia di copie vendute prima di riscattarsi da tali accuse, anche se la sua opera rimane ancora oggi inadeguatamente studiata.
Negli anni ’70, facendosi incalzante l’impegno femminista, è co-fondatrice del teatro gestito da sole donne La Maddalena (1973), che verrà dopo la Compagnia del Porcospino (1967) e della Compagnia Blu a Centocelle (1970). La notorietà internazionale arriva con Maria Stuarda (1980), dramma tradotto e messo in scena in 22 paesi, mentre il primo grande successo di pubblico e di critica l’abbraccia con il romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, vincitore del premio Campiello). Buio poi , del 1999, vincerà invece lo Strega.

:: La danza del topino della foresta di Pirkko-Liisa Surojegin (Iperborea 2022) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2022

È arrivato l’autunno e gli animali della foresta hanno passato l’intera giornata a raccogliere funghi. Il tasso, la lepre, la volpe ne trascinano cesti stracolmi con cui prepareranno una deliziosa zuppa e faranno una grande festa. Sono esausti ma tutti molto felici. Tutti tranne il topino, che è di cattivo umore fin dalla mattina e ora, seduto in cima alla montagna di funghi che trasporta l’orso, chiede di scendere a terra e abbandona la comitiva. Non ha nessuna voglia di festeggiare, anzi, lui è l’unico così piccolo da non aver raccolto nemmeno un fungo, e adesso che è rimasto solo e si guarda intorno nell’immensità della foresta si sente una nullità. Finché non nota le foglie che cadono dagli alberi e che il vento fa volare tutt’intorno. Una gli passa sopra il musetto e lui prova ad afferrarla senza riuscirci. Allora comincia a saltare e volteggiare in aria inseguendo le foglie e giocando con loro, sempre più agile, leggero, euforico, mentre canticchia spensierato. «Non ho mai visto una danza più bella in vita mia», dice la lepre quando lo vede, rimanendone incantata. Felice e affamato, il topino raggiunge così la festa, dove tutti gli altri animali si mettono a ballare cercando di imitare la sua danza. Con una storia di delicata semplicità poetica e illustrazioni evocative e divertenti nel ritrarre la vita degli animali, questo libro incoraggia tutti i topini danzerini a credere in loro stessi.

Arriva dalla Finlandia un albo illustrato per bambini, dai tre anni in su, sui toni del verde, del marrone e del grigio. La illustratrice è Pirkko-Liisa Surojegin, la traduzione dal finlandese del testo è di Cristina Casaburi. Un albo poetico che ci porta nella foresta, in autunno, a contatto della natura, in compagnia dei simapitici ospiti di questo habitat: l’orso, la volpe, il lupo, la lepre, la puzzola, e un simpatico topino grigio e campagnolo, troppo piccolo per contribuire alla raccolta dei funghi per la zuppa che alieterà il pranzo della simpatica brigata. Ma il topino, che si sente per questo triste e inutile, ha altre doti nascoste… e questa è la morale di questo albo utile per trasmettere i valori dell’amicizia, della bellezza di stare insieme e che fa apprezzare le doti anche nascoste che ciascuno ha. Un simpatico dono per le prossime feste per i bambini di tutte l’età.

Pirkko-Liisa Surojegin (1950) è un’autrice e illustratrice finlandese nota per il tratto fine e preciso con cui ritrae la natura e il folklore del suo paese. Dopo gli studi artistici a Helsinki ha illustrato numerosi libri amati da bambini e adulti.

:: Istruzioni per il buon governo – Antologia in 360 massime sui principi per il retto governare della Cina antica – introduzione di Tiziana Lippiello, a cura di Ludovica Gallinaro (Marsilio 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2022

All’inizio dell’era imperiale Zhenguan, l’imperatore Taizong della dinastia Tang (618-907) decretò che fosse redatta l’opera Qunshu Zhiyao (Istruzioni per il buon governo). Affidò a due ministri della corte il compito di catalogare il materiale storico e storiografico attinente all’arte di governo, scegliendo tra i classici, le compilazioni storiche e le opere di pensatori ogni contenuto che potesse illustrare i principi della coltivazione di sé, della cura della famiglia e del governo dello Stato. Durante la dinastia Song (960-1279) l’opera andò perduta, ma fortunatamente una copia manoscritta a cura dei monaci giapponesi dell’epoca Kamakura (1192-1330) fu conservata in una delle collezioni del Museo Kanazawa. Nel sessantesimo anno (1795) del regno dell’imperatore Qianlong della dinastia Qing (1644-1911) l’opera fu restituita alla Cina.
La raccolta consta di sessantacinque volumi divisi in cinquanta libri e racchiude, attraverso un’esperienza politica plurisecolare, l’essenza della cultura cinese. La versione qui pubblicata è una selezione di 360 aforismi divisi in sei capitoli: Il dao del governante, L’arte del ministro, Valorizzare le virtù, Sull’atto del governare, Avere ligia premura e Comprendere e giudicare.

Metti in pratica la virtù, e il tuo cuore sarà leggero, gratificato giorno dopo giorno. Segui la falsità, e il tuo cuore sarà affaticato, logorato giorno dopo giorno.

(Classico dei documenti, libro II)

Se alcuni monaci giapponesi dell’epoca Kamakura (1192-1330) non avessero copiato questo importante documento e non fosse stato conservato nel Museo Kanazawa, per poi nel 1795 restituirlo alla Cina, i sessanta volumi de “Istruzioni per il buon governo” (Qunshu Zhiyao) sarebbero andati perduti e noi non potremmo fare tesoro di questa sapienza secolare mai tanto utile quanto oggi. La saggezza cinese è in un certo senso un patrimonio dell’intera umanità, e in questa selezione di 360 aforismi troviamo un fulgido esempio di questo sapere antico. L’arte del governo è un’arte difficile, complessa, strettamente legata alla moralità e l’abilità dei governanti. Non si può essere un saggio e capace governanate senza essere un uomo retto, onesto, e lungimirante. Questo volume è splendido e curato, con testo cinese a fronte, e ci porta a conoscere l’essenza del retto governare, forse ancora più importante de L’arte della guerra del già famoso Tzu Sun, l’antico generale cinese, stratega e filosofo che può essere considerato il Machiavelli cinese, a cui è attribuito questo testo. L’arte del buon governo è un’arte pacifica, etica, morale, e tesa al benessere e alla felicità di tutti. Perchè il cuore sarà leggero se si pratica la virtù.

Ludovica Gallinaro ha conseguito le lauree in Filosofia e in Lingua cinese all’Università degli Studi di Padova e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, e ha ottenuto un dottorato in Filosofia cinese all’Università Tsinghua di Pechino con una tesi sul pensiero morale di Zhou Dunyi. Ha pubblicato articoli sul pensiero confuciano e neoconfuciano di epoca Song e svolge attività di traduzione di opere della filosofia cinese moderna e contemporanea.

Tiziana Lippiello, è rettrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. È autrice di numerosi saggi sul pensiero e le religioni della Cina antica, fra cui Auspicious Omens and Miracles in Ancient China: Han, Three Kingdoms and Six Dynasties (2001) e Il confucianesimo (2009). Ha tradotto e curato i Dialoghi di Confucio (20062). Per Marsilio ha curato La costante pratica del giusto mezzo (2010) ed è nel comitato scientifico della Letteratura universale Marsilio.

:: Magnificat, Sonia Aggio(Fazi 2022) A cura di Viviana Filippini

12 dicembre 2022

N e N. Nilde e Norma sono le protagoniste di “Magnificat”, il primo romanzo della giovane autrice Sonia Aggio, edito da Fazi. La storia d’esordio della Aggio si sviluppa in un Italia di altri tempi, in Polesine, negli anni Cinquanta del secolo scorso. Le due ragazze protagoniste sono molto legate tra loro, si potrebbe vederle come sorelle, ma in realtà sono cugine rimaste sole al mondo, perché le guerra ha portato via loro i genitori.  Da subito trapela un legame forte tra Nilde e Norma, così vicine, ma anche profondamente lontane per i loro caratteri diversi. Nilde è timida, riservata, mentre Norma è più impulsiva, misteriosa e quel suo comparire e scomparire, senza mai lasciar trapelare dove è andata, non solo fa arrabbiare Nilde, ma le mette ansia e crea suspense. Già, tutta la storia di “Magnificat” è permeata da un’atmosfera di qualcosa di incombente che deve accadere da un momento all’altro. Si percepisce suspense per quella paura che Nilde ha di rimanere sola e di perdere l’unica parte della famiglia che le è rimasta: Norma. Suspense, perché per Nilde la cugina Norma è un enigma difficile da risolvere, un vero e proprio rompicapo, poiché Norma torna spesso con ferite ed ematomi per i quali non c’è mail il nome di un possibile colpevole, o se c’è, lei non lo confessa apertamente.  Suspense, perché lì attorno al piccolo casolare del Polesine ci sono la vita di paese, i pettegolezzi, le chiacchiere, le dicerie che insinuano il male e il dubbio in ogni dove. Suspense, perché in paese c’è un dipinto che incute timore reverenziale e paura delle grandi piogge. In questo mondo quasi atavico vivono Nilde e Norma, in una dimensione lontana da noi, ma nemmeno così tanto se ci pensiamo bene, dove il grande nemico che incute terrore e paura non sono le bombe della guerra o virus arrivati da chissà dove. A fare paura- e tanta- è il fiume Po. Quello che scorre impetuoso e che con le grandi piogge è sempre lì lì pronto a rompere gli argini, ad allagare e portare via tutto. In questo mondo, da una parte troviamo una Nilde preoccupata per tutto e soprattutto per la cugina. Tanto è vero che la ragazza vive emozioni contrastanti, poiché spesso non capisce Norma, non comprende quegli scatti improvvisi che la fanno diventare violenta a tal punto da non farla sembrare lei. Nonostante questo, Nilde però non prova rabbia o rancore per la cugina, perché per lei Norma è tutto, è la vita che le dona la vita. Nilde ci appare come una giovane dall’animo molto sensibile, a tratti potrebbe anche sembrare timoroso ma, allo stesso tempo, è deciso, quando fa il possibile per portare con sé Norma. Dall’altra parte invece troviamo Norma, che nel suo approccio istintivo alla vita, sembra una ragazza della personalità contorta e complessa, mossa da momenti d’azione selvaggia, irruenta, che la portano a compiere gesti per i quali poi prova un senso di colpa profondo, perché Norma, come Nilde, ha un animo buono, solo che ha un destino molto più complesso da gestire rispetto alla cugina. Quando ad un certo punto è Norma a raccontare la sua versione della storia, quel suo sentire emozioni che la fa apparire poco stabile scompare del tutto e si percepisce una donna consapevole delle proprie fragilità e forze, che non teme il fiume, non ne ha paura, anzi è come se avesse con esso un legame profondo e un missione precisa da compiere. Quello che si trova nella lettura di “Magnificat” di Sonia Aggio è una scrittura fresca, coinvolgente che riesce a trascinare chi legge dentro alla trama, nel senso che si sente come il bisogno, la necessità di entrare dentro al libro per stare accanto a Nilde e Norma, di fare qualcosa per loro e con loro, perché è davvero travolgente quel rapporto umano tra il detto e il non detto tra le due protagoniste sempre pronto a scoppiare. Nel libro ci sono personaggi secondari (molte donne del paese) che non comprendono Norma, la etichettano, la giudicano senza conoscerla davvero e mettono il male. Un male errato, che è figlio del pregiudizio. Poi, ci sono altri personaggi comprimari delle protagoniste, come Gigliola, che sanno- anche più di Nilde- perché Norma agisce in quel modo ancestrale. Altro aspetto interessante del romanzo della giovane bibliotecaria è la sua composizione narrativa fatta di paragrafi brevi che danno alla storia un ritmo crescente e cinematografico, composta da pagine scritte che diventano immagini chiare e definite mentre si legge. Un romanzo appassionante con le radici ancorate nel passato, nelle tradizioni popolari che rendono “Magnificat” di Sonia Aggio un viaggio nei sentimenti dell’animo e nei legami profondi –e a volte dimenticati- che legano l’essere umano alla natura.

Sonia Aggio è nata a Rovigo nel 1995, è laureata in Storia e lavora come bibliotecaria. I suoi scritti sono stati segnalati più volte dalle giurie di premi importanti come il Premio Calvino e il Premio Campiello Giovani. Tra il 2018 e il 2020 ha collaborato con il lit-blog «Il Rifugio dell’Ircocervo» e, nel tempo, ha pubblicato diversi racconti su «Lahar Magazine», «L’Irrequieto», «Narrandom» e «Altri Animali». “Magnificat” è il suo primo romanzo.

Source: del recensore.

:: La mosca di George Langelaan (NPE 2022) a cura di Emilio Patavini

8 dicembre 2022

«Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti,

si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso»

(Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)

Ritorna nelle librerie La mosca dello scrittore franco-britannico George Langelaan, un racconto breve che mischia orrore, fantascienza e dramma familiare. Dopo essere stato disponibile solo in antologie fuori catalogo, è stato recentemente ripubblicato dalla casa editrice specializzata in fumetto d’autore NPE Editore in una bellissima edizione curata da Denis Pitter, che ne è sia l’illustratore che il traduttore. Il racconto, intitolato The Fly, fu pubblicato originariamente in inglese su Playboy nel giugno 1957. Nel 1962 Langelaan riscrisse il racconto in francese pubblicandolo nell’antologia Nouvelles de l’Anti-Monde. Curioso il fatto che nel racconto originale (scritto in inglese) i nomi dei personaggi e le ambientazioni fossero francesi, mentre nella riscrittura in francese de La mouche (1962) tutti i riferimenti francofoni sono stati sostituiti da nomi anglofoni. Per fare alcuni esempi, François, André, madame Hélène e Henri Delambre diventano Arthur, Robert, lady Anne e Harry Delambre, o ancora il commissario Charas diventa l’ispettore Twinker. La traduzione della presente edizione è condotta sulla versione francese e contiene le integrazioni delle parti tagliate dalla seconda versione (1962). Il racconto ha avuto una fortunata serie di trasposizioni cinematografiche e persino una trasposizione operistica (2008), composta da Howard Shore su libretto di David Henry Hwang. La prima di queste trasposizioni cinematografiche è sicuramente The Fly, un film del 1958 con Vincent Price prodotto e diretto da Kurt Neumann. La pellicola uscì l’anno dopo la pubblicazione dell’omonimo racconto di Langelaan, ma da noi venne intitolata L’esperimento del dottor K. in riferimento a La metamorfosi di Kafka. Il film è ambientato in Canada e si apre con l’omicidio di André Delambre, il cui cadavere viene ritrovato sotto la pressa idraulica della sua fabbrica. Sua moglie Hélène (lady Anne, nel racconto) confessa l’omicidio del marito ma si rifiuta di spiegarne il movente. La strana calma di lady Anne / madame Hélène viene interpretata dai medici come sintomo di follia. Il film di Neumann e il racconto originale hanno la struttura di un noir, con un mistero da risolvere. Nel film il mistero viene svelato ricorrendo all’espediente del flashback di Hélène, mentre nel racconto lady Anne consegna una confessione scritta al cognato Arthur Browning. Se la sceneggiatura di James Clavell per il film di Neumann è molto fedele al racconto originale, tanto da trasporre intere scene e persino alcuni dialoghi, essa si discosta però nel finale. A The Fly di Neumann seguirono altri due film che composero una trilogia cinematografica: La vendetta del dottor K. (The Return of the Fly, 1959), diretto da Edward Bernds, e La maledizione della mosca (Curse of the Fly, 1965), diretto da Don Sharp.

Nel 1986 il regista canadese David Cronenberg realizzò un celebre remake di The Fly, uscito con lo stesso titolo e divenuto un film di culto. La sceneggiatura era scritta da Charles Edward Pogue e da David Cronenberg, mentre la colonna sonora, come in moltissimi altri film del maestro del body horror, venne affidata a Howard Shore. La mosca di Cronenberg ha anche un seguito, La mosca 2 (The Fly II, 1989), diretto da Chris Walas, vincitore dell’Oscar al miglior trucco 1987 assieme a Stephan Dupuis proprio per La mosca di Cronenberg.

La storia è la stessa: uno scienziato geniale è alle prese con una macchina capace di disintegrare la materia e di teletrasportarla da un luogo a un altro. Da notare che nel racconto – e nel film di Neumann – non si parla mai di “teletrasporto”, bensì della «disgregazione e la riaggregazione della materia» (p. 15). Dopo i primi tentativi fallimentari, il teletrasporto sembra funzionare, così lo scienziato decide di entrare nella macchina in prima persona, senza accorgersi che una mosca è entrata nella cabina, causando una inattesa fusione uomo-insetto. Ne L’esperimento del dottor K., quello di Delambre non è il lento e mostruoso deterioramento fisico e morale di Seth Brundle, ma un incidente improvviso. Tuttavia, nel racconto, dopo un ulteriore esperimento, Robert Browning non ha più solo la testa di mosca ma anche alcune parti appartenenti a Dandelo, il gatto disintegrato in uno dei suoi primi esperimenti, che compare anche nel film di Neumann con il nome di Isabelle, la povera gatta che continua a miagolare misteriosamente anche una volta dematerializzata.

In entrambe le pellicole è sempre l’hybris a spingere uno scienziato a varcare «confini che l’uomo non dovrebbe superare», per usare una citazione dal film di Neumann, e inoltre è di primaria importanza l’amore che lega lo scienziato a sua moglie Hélène (L’esperimento del dottor K.) o alla giornalista di cui si è innamorato (La mosca), tanto che Cronenberg ha definito il suo remake una «commedia romantica». Nel film di Neumann la tensione viene scandita dal costante ronzio della mosca in sottofondo fino al ritrovamento finale che permette a Hélène di non essere accusata dell’omicidio del marito. Ne La mosca di Cronenberg il crescendo di tensione segue il declino fisico e morale di Brundle e si accompagna a una abbondanza di sequenze raccapriccianti e disgustose.

George Langelaan (1908-1972), nato a Parigi da padre inglese e madre inglese, lavorò prima come giornalista e poi, durante la Seconda Guerra Mondiale, come spia per lo Special Operations Executive (SOE) dei servizi segreti inglesi. Come scrisse nella sua autobiografia The Masks of War (1959), fu sottoposto a interventi di chirurgia plastica per rimuovere alcuni tratti distintivi del suo aspetto, come le orecchie troppo sporgenti. Dopo la Liberazione si dedicò alla scrittura di romanzi di spionaggio e di racconti del soprannaturale. Era inoltre amico dell’occultista e scrittore britannico Aleister Crowley.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa NPE Editore.

:: Il mistero del Mandarino calunniato di Shanmei (Amazon Media 2022) a cura di Patrizia Debicke

5 dicembre 2022

Un nuovo episodio delle avventure del tenente Luigi Bianchi in Cina, con in copertina la vera foto del dignitario cinese, il calunniato personaggio della storia e al quale il protagonista e ispiratore della serie, Luigi Paolo Piovano, bisnonno della autrice con il successo della sua indagine, salvò la vita.

Parliamo oggi pertanto di Il mistero del Mandarino calunniato o quarto intrigante capitolo delle vicende cinesi del tenente Luigi Bianchi.

Capitolo che segue cronologicamente i precedenti: Delitto a bordo del Giava, Lo strano caso del missionario scomparso e Il mistero della Fenice d’Oro, ed è ambientato durante le trattative di pace dopo la sconfitta che finirono con la sigla del cosiddetto accordo di pace o “Protocollo dei Boxer”.

Pechino Primavera 1901. La città imperiale che porta ancora ovunque gli sfregi degli scontri a seguito della feroce e sanguinosa rivolta, tuttora immersa in continue e convulse trattative di pace, dopo un lungo e gelido inverno comincia a percepire l’inizio della primavera.
E l’italiano tenente Bianchi, ormai felicemente sposato (pur solo religiosamente per le severe regole militari italiane) con la bella Mei, una ricca e ben introdotta vedova cinese, si troverà coinvolto per l’intercessione di sua moglie, amica di famiglia dell’accusato, in una difficile e pericolosa indagine. Un nuovo caso, che poi si rivelerà una specie di bomba innescata destinata, se riuscirà, a rivelare tutta la sua potenzialità oltre a infiammare gli ambienti pechinesi e rischiare addirittura di rimettere in gioco importanti decisioni e accordi già presi . Il Mandarino Ch’en Kang-sheng, uomo molto anziano, vecchio consigliere dell’imperatrice, pare con ogni evidenza colpevole dell’omicidio di un importante funzionario dell’ambasciata russa. Le prove lo incastrano ma il tenente Bianchi è convinto della sua innocenza e a suo rischio e pericolo si impegna con tutte le sue forze per riuscire a scagionarlo. Come potrà riuscire? E soprattutto quale sarà il prezzo da pagare? L’indagine presenta troppi lati oscuri. Insondabili? Per esempio intanto pare necessario scoprire quali fossero i legami della vittima con la sua vecchia conoscenza, la splendida, affascinante e misteriosa principessa Tretyakov, che anche stavolta entra in scena. Tra inattese rivelazioni e segreti intrighi segreti che si celano dietro le trattative di pace, al tenente Bianchi toccherà farsi strada senza riguardo tra alti esponenti militari e dignitari di varie nazionalità.
Una vivace carrellata tra affollati ricevimenti in ambasciata e combattute partite a tennis per scoprire un mondo ormai scomparso, ma tornato vivo sulla carte e addirittura palpabile. E vi avvicinerete a quella Cina dei primi del ‘900, molto cinese e poco occidentale, con la curiosità nello sguardo di qualcuno che la incontra per la prima volta.

E seguendo le tracce del Tenente Bianchi arriverete alla vigilia della firma del Trattato. Il protocollo dei Boxer.

Un trattato ineguale che fu firmato a Pechino il 7 settembre 1901 nei locali della Legazione Spagnola dai rappresentanti dell’ impero Qing e dell’Alleanza delle otto nazioni (Francia, Germania, Giappone, Impero austroungarico, Regno d’Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) più Belgio, Paesi Bassi e Spagna. L’Imperatrice Tzu Hsi fece ritorno a Pechino agli inizi del 1902.

Un accordo che aveva richiesto diversi mesi soprattutto, più che per reali contrasti coi cinesi che, dolorosamente sconfitti e in modo definito, con ormai poco o nullo margine di negoziato, miravano a concludere in fretta per impedire agli stati alleatisi nel conflitto di ampliare le loro richieste. Ma e soprattutto per le divergenze sorte tra i paesi occidentali. Questi infatti, indotti forzosamente in uno pseudo idillio consolidatosi in una missione congiunta che in Cina pareva tesa alla salvaguardia della civiltà, ben presto a causa degli egoismi nazionali si divisero nelle loro rivendicazioni mostrando senza remora l’avidità e quegli antagonismi colonialisti già in embrione e che in pochi anni porteranno agli orrori della Prima Guerra Mondiale. Con gli alleati di quei tempi trasformati in irriducibili nemici, pronti a insanguinare l’Europa.

Ma in quel lontano 1900, ancora uniti e apparentemente concordi, nonostante le complicazioni e lo sfibrante protrarsi dei negoziati, alla fine siglarono la pace.

Quarta novella di Shanmei (Giulietta Iannone) che traccia con la sua serie un’intrigante sequenza di mystery storici coloniali con ambientazione cinese legati a un importante periodo storico mondiale ignoto ai più. Anni quelli dell’inizio del XX secolo, che pur precursori di straordinarie innovazioni tecnologiche relegavano ancora per le conoscenze europee quel lontano, immenso e multiforme potente impero fatto da milioni di uomini, al di là del mappamondo. Anni in cui le informazioni e le notizie erano ancora affidate al ritmico ticchettare del telegrafo che ritrasmetteva gli avvenimenti nell’aere ma con le linee che durante la sanguinosa rivoluzione avevano dimostrato la loro fragilità, spesso tagliate durante i ripetuti attacchi alle delegazioni europee.
Avventura, amore, intrighi, giochi di spie, suspence e delitti su uno sfondo esotico, con un buon e accurato contesto storico che copre l’arco temporale cha va dal 1900 al 1905.

Nota storica

Il 22 dicembre 1900 il Corpo Diplomatico di Pechino presentò ai plenipotenziari cinesi una nota collettiva e definitiva, contenente 12 articoli, che, incondizionatamente accettata dalla Cina, doveva ristabilire la pace con le potenze straniere, ma le trattative, per arrivare alla firma del Protocollo, si protrassero sino al 7 settembre del 1901.

La Cina fu costretta ad accettare durissime condizioni:

pagamento dei danni di guerra ammontanti a 450 milioni di taels rateizzati in 40 anni, divieto di importare armi, smantellamento del forte di Taku (Dagu), presentazione di scuse diplomatiche, emanazione di un editto che vietasse in tutto il paese le manifestazioni xenofobe.

Anche l’Italia, sebbene in misura ridotta rispetto alle altre nazioni, ebbe la sua parte di “bottino di guerra”, al quale rinunciò con il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947.

I “privilegi” italiani in Cina consistevano in:

il riconoscimento della Legazione italiana nel quartiere delle Legazioni di Pechino con un contingente di truppe a presidio; la Concessione di Tientsin (Tianjin), che occupava un’area di circa mezzo chilometro quadrato, e che costituiva la principale acquisizione in Cina; l’autorizzazione ad aprire il loro comando militare a Huang Tsun, l’autorizzazione a servirsi dei quartieri internazionali di Shanghai e Amoy (Xiamen, nel Fujian); un indennizzo per danni di guerra di 26.617.000 di taels (equivalenti a 100 milioni di lire del 1901).

:: L’ultima messa del gastaldo, Diego Lavaroni, Gaspari, 2022  A cura di Viviana Filippini

5 dicembre 2022

Atmosfera natalizia, lucine, addobbi vari, panettone, pandoro, torrone, regali. Il classico Natale, ma Diego Lavaroni, in “L’ultima messa del gastaldo”, edito da Gaspari, ci racconta un Natale ben diverso, macchiato dalla misteriosa e inspiegabile morte di un uomo. La trama narrativa creata da Lavaroni prende il via proprio la Notte di Natale del 1843, poco dopo la messa di mezzanotte, quando a Buttrio (Udine) viene ritrovato cadavere Girolamo Zecchini, gastaldo che aveva in carico la cura dei terreni del conte d’Attimis Maniago. Una morte casuale o un spietato assassinio? Ad indagare sul posto arriva Valerio Rotario, giovane capitano di gendarmeria che, con i suoi sottoposti, comincerà un’accurata indagine per scovare il o i killer del fiduciario del conte Maniago. Il romanzo è ambientato all’epoca del regno Lombardo-Veneto e le indagini si muovono in un mondo nel quale si cerca di ricostruire in modo completo la vita della vittima, le sue amicizie, le frequentazioni sociali e culturali, nella speranza di trovare un possibile colpevole. Rotario si muoverà tra testi di agronomia (Il giornale agrario Lombardo Veneto, registri vignaioli e tanta letteratura), tra gruppi clandestini massonici, tra possibili amanti della vittima e amici che forse lo sono solo in apparenza, passando in palazzi nobiliari e taverne di terz’ordine, nella speranza di carpire qualche indizio o elemento che possa risolvere questo caso che ha sconvolto la piccola comunità proprio nella notte di Natale. Il romanzo si presenta come un giallo ambientato nel gelido inverno del passato lombardo veneto, agli albori dell’epoca dei moti insurrezionali che cambiarono poi per sempre l’Italia, e che, allo stesso tempo, conduce il lettore di oggi alla scoperta di usi, costumi, tradizioni e anche ritmi di vita ben differenti e diversi della frenesia che caratterizza i nostri tempi. Quello che emerge è un mondo più lento, dove i tempi erano scanditi dal passaggio delle stagioni e dai lavori agricoli. Interessante è poi la figura del gastaldo stesso, morto da subito, ma sempre presente nella trama narrativa, perché Girolamo Zecchini, non solo si prendeva cura delle terra del conte Maniago, ma lui, amante della letteratura e delle letture dedicate all’agronomia e al mondo agricolo, stava cercando di fare conoscere nuove tecniche per migliorare la resa della terra coltivata. Allora l’uomo sarà stato eliminato per questo suo tentativo di introdurre metodi agricoli più innovativi, oppure ci saranno di mezzo gelosie d’amore o vendette politiche. Il quadro è piuttosto complesso e il capitano Rotario farà il possibile per trovare una soluzione a tutto questo caos. Certo è che nel libro, oltre alle indagini, l’autore mette anche momenti di una quotidianità potente, come quando ci mostra la casa di un componente delle forze dell’ordine alla prese con i giochi con i figli piccoli o l’osservazione dettagliata degli ambienti dove ha vissuto la vittima o la vita a Ca’ Maniago, nobile, ma pur sempre casa. Diego Lavaroni con “L’ultima messa del gastaldo” crea un romanzo dall’intreccio ben costruito che affonda le radici nella cronaca e nella storia del passato, dove non mancano colpi di scena e scoperte che evidenziano da un lato, il fatto che non sempre le cose e le persone sono quello che sembrano o vogliono fare credere. Dall’altro, i personaggi letterari di Lavaroni hanno fragilità emotive e umane che li rendono diversi, ma anche molto simili a noi lettori.

Diego Lavaroni, psicologo, psicoterapeuta, autore di saggi e di volumi, si occupa di studi e ricerche in ambito psicologico e delle tradizioni popolari. Per la Gaspari ha pubblicato “Il covo delle ultime streghe” (2020) e “Voci popolari della Resistenza” (2021).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.