Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: L’incubo della farfalla di Francesco Ferracin (Linea, Padova 2022) a cura di Valerio Calzolaio

8 settembre 2022

Mentre osservavo la zuppa sobbollire, il mio telefono cellulare cominciò a squillare. Un numero italiano che cominciava con 095. Non conoscendo nessuno con quel prefisso, esitai un attimo prima di rispondere. E quando lo feci, all’altro capo una voce disse: «Sono Battiato, ti ricordi?»
(…)

Non lo avevo capito, allora, ma il suo era stato un congedo, perché quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti, in questa esistenza. Il ricordo di quello che mi disse non mi abbandonerà  mai, come mai dimenticherò la sua generosità e il privilegio di essergli stato amico. Ci sono voluti altri cinque anni prima che mi decidessi a pubblicare il risultato di quel nostro incontro artistico, nella sua interezza, e così facendo mettere il punto a una storia che mi ha accompagnato per metà della mia vita.

Dalla postfazione: Battiato nel Regno del ritorno.

Venezia, Berlino e altrove. 1998-2021. Il racconto potrebbe iniziare dalla postfazione dello scrittore e sceneggiatore seminomade Francesco Ferracin (Venezia, 1973), intitolata: “L’INCUBO DELLA FARFALLA sive Franco Battiato e il Regno del Ritorno”, ovvero Francesco e Franco. L’autore incrociò meglio le canzoni del musicista solo nell’estate 1992, un amico stufo dei suoi insopportabili gusti aveva infilato una cassetta nell’autoradio andando in spiaggia al Lido di Jesolo. Questa volta ci fu una folgorazione, le parole evocavano immagini, odori, echi antichi e moderni, un’esperienza sinestetica. La musica di Battiato accompagna Ferracin nei tre decenni successivi, lontano da Venezia durante i primi due, in giro per il mondo a seguire la passione e la vocazione per il cinema. Quando scrive Eight, un progetto di film ispirato a/da Ching sulle leggi della sincronicità, si convince che solo Battiato (in quei giorni di settembre 2005 in concorso a Venezia con il secondo lungometraggio) avrebbe saputo come girarlo. Gli invia una mail, s’incontrano a Padova, parlano di taoismo esoterico, retroguardie artistico-musicali, poesia e cinema trascendentali. Iniziano allora uno scambio di idee e una frequentazione culturale. A fine 2007 Battiato va a Berlino dove Ferracin ora prevalentemente vive, con moglie e infante di due mesi. Lo chiama e si vedono più volte, parlano subito del nuovo film del grande artista, Handel, e negli anni successivi s’avvia la collaborazione su un impegnativo progetto che per varie ragioni non vede la luce, Viaggio nel regno del ritorno. Si confrontano per anni, Ferracin ne stende la sceneggiatura, nel 2013 confida a Battiato di aver scritto nel 1998 un poema epico e fantastico sullo stesso tema narrativo, il monologo di un elfo, spunti da Tolkien (appartenente alla frangia più tradizionalista del cattolicesimo). Battiato è entusiasta del testo, lo rivede e ne realizzano insieme il poema sinfonico L’incubo della farfalla, un successo, appunto!

Pensieri scritti (in genere pensati e scritti su un taccuino a un tavolo di caffè), poesie, musiche, narrazioni sparse di storie tra fiction e realtà, incroci di frasi, versi, toni, stazioni e note musicali (dal mi bemolle al re minore): un’opera musicale in prosa o un’autografia (confessione immediata di un’anima trascendente) o un prosimetro o un poema o il racconto autobiografico di un corpo che prende coscienza di sé attraverso illusioni e contraddizioni contemporanee o la trattazione poetica del venire al mondo e di interrogarsene tramite la fantasia, vedete voi. Irrecensibile, sincronica, elegiaca, curiosa, godibile. Lo stesso autore si serve pure della dotta introduzione “Autografia di un’anima” firmata René A. d’Albion, allo scopo di spiegare il complicato ricorso alla lingua scritta per rivelare quello che solo la musica e la pittura sono in grado di fare, soprattutto quei testi (come questi) vergati attraverso un processo di intuizione arazionale. L’opera è breve, divisa in quattro parti interconnesse, sempre intervallando frasi e versi, citazioni e giochi di parole: Impermanenza (titoletti in varie lingue, narrazione in prima), Metamorphosis (24 brevi paragrafi in prima), L’incubo della farfalla (4 movimenti, in terza e prima), El Juego (vari momenti diacronici nel tempo fra il 1890 e il 1995, in prima). L’esistenziale romantico tema narrativo è il ritorno, un percorso verticale a spirale, non orizzontale, né tantomeno positivo. La terza parte, che dà il titolo all’intero volume, prende spunto da un aneddoto sul filosofo taoista Chang-Tzu (369-286 a.C.): addormentato sotto a un albero sogna di essere una farfalla che si posa su un fiore e si addormenta; quando si sveglia non sa se è lui ad aver sognato di essere una farfalla o se è la farfalla che sta sognando di essere un filosofo addormentato; più un incubo che un sogno, suggerì Battiato. Il testo della loro collaborazione è stato rielaborato anni dopo, affinché potesse essere messo in scena nella sua interezza, ora per la prima volta stampato.

Francesco Ferracin nasce a Venezia nel 1973. Dopo studi di germanistica e filosofia comincia una lunga collaborazione con alcune riviste di moda e costume italiane e internazionali. Nel 2004 fonda a Londra la Silk and Steel Productions, dedicata allo sviluppo e alla produzione di progetti cinematografici e transmediali che coinvolgono l’Europa e l’Estremo Oriente. Nel 2008 scrive e co-produce Uneternal City, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Sempre nel 2008 viene pubblicato il suo romanzo Una vasca di troppo. Ha collaborato con Franco Battiato, che ha messo in musica il suo poema L’incubo della farfalla e per il quale ha scritto la sceneggiatura del film Händel.

Source: libro del recensore.

:: 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive di Giacomo Gabellini (Arianna editrice 2022) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2022

Tra i libri letti in questi ultimi mesi per approfondire e dirimere l’intricato coacervo di propaganda e realtà storica riguardante le origini e gli sviluppi della cosiddetta “Questione Ucraina”, ho trovato di estremo interesse la lettura di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive dell’analista e studioso Giacomo Gabellini, che ho già avuto modo di intervistare nel maggio scorso in occasione dell’uscita del suo libro edito per Arianna Editrice. Il pregio di questo libro è senz’altro avere una chiave interpretativa dei fatti netta e argomentata, oltre a possedere un solido bagaglio di conoscenze storiche e geopolitiche. Seppure schierato, è interessante notare che le sue conclusioni, ormai sotto gli occhi di tutti, concretizzano posizioni che erano abbastanza chiare già una decina di anni fa agli studiosi più lungimiranti: il “sogno” di Gorbachev, tra l’altro mancato solo pochi giorni fa all’età di 91 anni, di avvicinare la Russia all’Europa, sogno che personalmente condividevo come molti giovani degli anni’90, ormai è irrimediabilmente sfumato, l’allenaza geostrategica, con tutte le incognite del caso, tra Russia e Cina è ormai inevitabile, come la conseguente asiatizzazione della Russia. Detto questo il libro di Gabellini ha il pregio di fornire un’analisi storica seria, ed enunciare sia resposnabilità che prospettive. Confesso che ho una conoscenza parziale della materia, per cui se vi fossero presenti errori storici perlomeno, le analisi argomentate naturalmente rientrano nell’ambito delle valutazioni personali, non avrei la competenza per segnalarli, ma dalle letture che ho fatto molti dati corrispondono, per cui si evince un approfondito studio di testi e documenti. Molte cose le ho apprese dalla lettura di questo libro, che ha arricchito il mio bagaglio culturale e mi ha fornito strumenti di analisi che utilizzerò anche nella lettura di altri testi. Partendo dall’identità degli slavi d’oriente, formatasi nello spazio geografico dell’antica Rus’ di Kiev, e unificati sotto il profilo religioso da Vladimir I (958-1015), che impose la conversione al critianesimo, si arriva nella breve introduzione storica al febbraio del 1919 quando durante la conferenza di Versailles, al termine della Prima Guerra Mondiale, con una nota diplomatica si richiedeva il riconoscimento formale della Repubblica Ucraina. Con la fine dell’Impero Zarista e la nascita dell’Unione sovietica parte dell’Ucraina nel 1922 entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina. Ecco per capire le origini dell’odierno conflitto, e le cause di attrito e frizione tra Ucraina e Russia, è bene partire da questo spartiacque storico. Senza tralasciare, a mio avviso, la successiva immane carestia, conosciuta con il termine Holodmor, di cui l’Ucraina era rimasta vittima, assieme al Kazakistan, durante i piani di collettivizzazione agraria forzata programmati da Mosca tra il 1932 e il 1933, che causarono milioni di morti per fame. Sono punti nodali che è bene tenere presente per le seguenti analisi, e aiutano a fare un’analisi scevra da preconcetti e strumentalizzazioni troppo banali. E’ interessante notare come la consocenza della storia può aiutarci a evitare errori che sembra si ripetano ciclicamente e soprattutto ci aiuta a superare visioni parziali come per esempio, il fatto che sia falso ritenere che la guerra sia iniziata con l’occupazione militare russa dell’Ucraina del febbraio 2022, ignorando i fatti accaduti già dal 2014 [1]. Credo che ormai tutti gli analisti seri abbiano superato questo ostacolo nello sforzo condiviso di cercare di ottenere una risoluzione pacifica di tutte le problematiche in corso. Ve ne consiglio la lettura, affiancandola anche ad altri testi di approfondimento, per avere una sempre più lucida visione di insieme. Il raffronto e il confronto, oltre alla conoscenza, sono in fondo le uniche armi pacifiche che possediamo. Buona lettura.

[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/02/14/ucraina-stoltenberg-la-guerra-non-e-iniziata-a-febbraio-dal-2014-la-nato-ha-supportato-kiev-con-addestramenti-ed-equipaggiamenti/7065190/

Giacomo Gabellini (1985) è saggista e ricercatore specializzato in questioni economiche e geopolitiche, con all’attivo collaborazioni con diverse testate sia italiane che straniere, tra cui il centro studi Osservatorio Globalizzazione e il quotidiano cinese «Global Times». È autore dei volumi Ucraina. Una guerra per procura (Arianna, 2016), Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza (Arianna, 2017), Weltpolitik. La continuità politica, economica e strategica della Germania (goWare, 2019), Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (Mimesis, 2021) e Dottrina Monroe. Il predominio statunitense sull’emisfero occidentale (Diarkos, 2022). Vive a Terre Roveresche (PU).

Source: acquisto personale.

:: Tutti i sì che aiutano a crescere di Sarah Cervi, (Newton Compton Editori 2022) a cura di Valeria Gatti

6 settembre 2022

La più grande sfida che ci lanciano, a mio avviso, è quella di amarli incondizionatamente.”

Madre Teresa sosteneva che “i genitori devono essere affidabili, non perfetti. I figli devono essere felici, non farci felici” e credo che questa citazione sia tanto potente quanto autentica. Nel ruolo di genitori, infatti, si è sempre più convinti che per rendere felici i figli si debba essere dei perfetti supereroi armati di poteri e armi magiche. Al contrario, gli umani che devono affrontare la crescita della loro prole affidandosi alla propria pelle risultano deficitari, quasi sbagliati.

Leggere il manuale dal titolo “Tutti i sì che aiutano a crescere” di Sarah Cervi, edito da Newton Compton, aiuta a comprendere un messaggio che, come dicevo pocanzi, il genitore deve rivalutare: essere veri, carichi di valori e di qualche sbaglio, pieni di consapevolezza circa noi stessi e le nostre emozioni, è il metodo per affrontare il percorso genitoriale. Non servono, per nostra fortuna, armi magiche, ma tanta conoscenza. Il sapere è la risposta alle tante sfide della vita e, a maggior ragione, resta la regola base per aiutare i figli ad affrontare le loro stesse sfide.

C’è qualcuno che si è sentito in imbarazzo e impotente davanti a un capriccio, magari in un negozio pieno di sguardi accusatori? Quante sono le mamme che hanno avvertito quel tossico senso di colpa per essersi concessa del tempo per sé? C’è qualche genitore che ha affrontato l’adolescenza del proprio figlio come uno scalatore senza protezioni? A voi: sappiate che tutto questo è normale, anzi normalissimo, secondo l’autrice. I consigli e le teorie che ha studiato e raccolto in quest’opera sono la prova che l’essere genitori è un compito a cui, spesso, non si è preparati e che, a volte e proprio per questo, rischia di diventare un macigno, un presunto fallimento. Alla base c’è sempre un principio che ricorre spesso, nell’opera: conoscere se stessi e avere quante più nozioni possibili circa la fase che si sta attraversando.

Il manuale ha una forma classica ma non aspettatevi una formalità inespressiva. Al contrario, infatti, l’autrice ha scelto una prosa autentica, leggera, chiara e comprensibile completa di aneddoti personali, prove e riflessioni. Il primo capitolo getta le basi del progetto: “Il difficile mestiere del genitore” è il titolo e il lettore si sente già a proprio agio, compreso, non giudicato. Il giudizio non fa parte dell’opera: l’autrice esplora il complesso mondo del rapporto con i figli senza mai dare per scontato o criticare scelte, e questo rende la lettura ancora più solidale. La narrazione, a partire dal primo capitolo, scava nelle pieghe dell’educazione, dei permessi, delle emozioni, della comunicazione, della sessualità, dell’affettività e, tra un passaggio teorico e un invito a prendersi del tempo per riflettere, si comprende l’importanza della conoscenza. Anche su questo approccio, l’autrice si destreggia tra consigli di lettura, strategie e riflessioni: conoscere per applicare, sapere per comunicare ed esplorare.

Sarah Cervi, in questo suo manuale, affronta il tema della crescita personale lasciando intendere che le fasi di crescita riguardano tutti e non solo i piccoli perché ogni evento – fase, incontro, circostanza – ha la possibilità di migliorarci e di trasmetterci un insegnamento prezioso.

Sarah Cervi È psicologa, psicoterapeuta e insegnante di meditazione mindfulness. Lavora in ambito clinico, si occupa anche di educazione e sviluppo psicologico dei bambini, di sostegno alla genitorialità e di counseling e coaching per la gestione delle emozioni con adulti, adolescenti e bambini. È mamma di due figli adolescenti.

Source: ricevuto dall’editore, grazie a Antonella ufficio stampa Newton Compton.

:: Borders, Giuliana  Facchini (Sinnos, editore 2022) A cura di Viviana Filippini

22 luglio 2022

“Borders” è il titolo del libro di Giuliana Facchini che torna in libreria con una storia ambientata in un futuro prossimo, non troppo lontano dal nostro mondo attuale. Il volume, edito da Sinnos, presenta un gruppo di ragazzi a Magnolia. Già, il nome è quello di un albero, ma la megalopoli del libro della Facchini è un luogo super avanzato dal punto di vista tecnologico, perfetto e inattaccabile. Quello che colpisce di Magnolia è il suo essere l’unico punto di vita in un luogo che è una landa deserta e sterminata dove l’aridità, la desolazione e la distruzione hanno spazzato via quella che una volta era la terra. Magnolia è un luogo nel quale la società è basata su regole rigide e controllo estremo di chi ci vive e di ogni cosa messa in circolazione, tanto è vero che nella località non esistono libri, sono completamente banditi e quello che si conosce è controllato e veicolato da chi gestisce il potere. Chi è fortunato ha ogni privilegio. Chi è povero e emarginato non ha nulla e deve lavorare duramente per poter sopravvivere. Nel cemento di Magnolia vivono un gruppo di ragazzi (Lindgren, Dickens, Verne e Alcott), tutti con nomi di noti scrittori per i più sconosciuti, perché qualcuno, o qualcosa, ha come cancellato la memoria delle persone. I quattro sono i figli adottivi di Olmo, una donna misteriosa che ha in serbo per loro un progetto fuori dalla norma e che li ha adottati appena nati per educarli ad alcuni valori come la conoscenza delle cose (i semi delle piante), la libertà, la ribellione, la ricerca della verità appartenuti ad un mondo lontano (la terra di un tempo sparita) che non è Magnolia dove tutto invece è sterile e freddo, dove ogni cosa viene fatta con la tecnologia, annientando per sempre le relazioni umane. Il piano di Olmo è quello di architettare per Lindgren, Dickens, Verne e Alcott una vera e propria fuga da Magnolia verso un luogo, perché è convinta che esista un posto, dove quei valori scomparsi ancora vivono. Il romanzo della Facchini, con copertina disegnata da Mara Becchetti, è avventuroso, al punto giusto distopico, ma in esso i protagonisti attuano quello che è il percorso di crescita tipico del romanzo di formazione. Perché? Perché nel momento in cui i ragazzi cominceranno ad attraversare il deserto di cemento per raggiungere l’isola sconosciuta dove si trova il vecchio William nella speranza che lui abbia i semi che stanno cercando, dovranno attraversare tutta una serie di prove, valicare ostacoli e imprevisti che metteranno in crisi ogni loro certezza. Ogni evento vissuto li porterà a confortarsi con la realtà sconosciuta e misteriosa fuori da Magnolia, con i resti di quello che era il mondo del passato, con persone nuove e con situazioni dove i quattro giovani rifletteranno sul valore dell’amicizia e su quello della libertà. “Borders” di Giuliana Facchini è quindi un romanzo che comprende diversi generi (avventura, distopia, formazione) dove Lindgren, Dickens, Verne e Alcott (che sono un po’ l’immagine riflessa dei giovani lettori di oggi) impareranno ad ascoltare a conoscere meglio il loro cuore e anche il mondo che li circonda, con la presa di coscienza che esistono eventi il cui corso può avere effetti drammatici e irreparabili sul singolo e sul mondo circostante e solo con la speranza, la forza e il coraggio è possibile agire insieme per tentare di cambiare le cose e tornare a vivere in libertà.

Giuliana Facchini è nata a Roma. Qui ha frequentato la facoltà di Lettere e ha ottenuto un attestato della Regione Lazio come Segretaria di Edizione Cinematografica. Ha seguito corsi di recitazione e doppiaggio ed è stata interprete di teatro amatoriale e semiprofessionale, occupandosi anche di teatro per ragazzi. Ha vissuto a Roma e a Lussemburgo e ora abita in un paese tra Verona e il Lago di Garda. Da anni scrive libri per ragazzi. Ha vinto nel 2008 il “Premio Montessori”, nel 2012 il “Premio Arpino” e nel 2015 il “Premio Giovanna Righini Ricci”. Con Sinnos ha pubblicato “La figlia dell’assassina” (2018).

Source: ricevuto dall’editore, grazie a Emanuela Casavecchi e all’ufficio stampa Sinnos.

:: Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar, Silvia Stucchi (Graphe.it, 2022)A cura di Viviana Filippini

14 luglio 2022

C’è una figura indimenticabile nella mia mente di bambina. Quella figura della quale ho il mio primo ricordo televisivo nel 1982, è quella ragazza coraggiosa dai lunghi capelli biondi, occhi azzurri, una bellezza unica tanto leale e coraggiosa. Lei è Oscar, o meglio Lady Oscar per tutti coloro che sono nati e cresciuti negli anni’80. Oggi, a 40 anni dalla serie tv e 50 dal manga, è uscito il libro “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar” di Silvia Stucchi per Grpahe.it. L’autrice ha messo nel volume tutto quello che ha raccolto e scritto su Oscar nel corso degli anni, restituendo al lettore un saggio dettagliato e accurato che indaga a fondo la vicenda e la persona di Oscar. La cosa interessante che la Stucchi fa è il porre attenzione sulle differenze tra il manga e la serie televisiva, per la quale sono state create anche delle situazioni ad hoc, non presenti nel fumetto. Per esempio, se nel manga l’adolescente madamigella Oscar ama indossare la divisa per difendere la regina, nell’anime tv, Oscar non è convinta di seguire l’imposizione del padre che la cresce come se fosse un maschio. Altra differenza tra il manga e l’anime è che il secondo, adattato alla tv in 40 puntate, ha un tasso di drammaticità molto più elevato. “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar” è un cammino profondo che dimostra non solo quanto sia stata accurata la ricostruzione storica messa in atto dalla Ikeda per i fatti storici e i personaggi, ma ha in sé la volontà di narrare il lato umano di Oscar, di Andrè e di alcuni loro comprimari. Interessante è pure la parte finale del volume nella quale si trova un approfondimento su due delle figure reali presenti che vengono raccontate dalla Stucchi per come erano veramente: la contessa du Barry, ultima favorita di Luigi XV di Francia, e Jeanne de-Saint-Rémy-de Luz de Valois, contessa de La Motte, nota come Jean Baleau per il cartone animato e sorellastra di Rosalie. Quello che mi piace però del libro di Silvia Stucchi è l’analisi psicologica svolta nei confronti di Oscar e André che dona loro una profonda umanità, rendendoli persone reali con tutte le loro paure, dubbi, emozioni e tormenti del cuore. Vero è pure il fatto che Oscar nasconde il suo corpo sotto abiti maschili – e notate che le tre divise che indossa: bianca, rossa e blu, richiamano i colori della bandiera francese- ma, nonostante questo, Oscar è consapevole del suo essere donna, del suo sentire e vivere con un cuore di donna. Si guardi per esempio il rapporto tra Oscar e Rosalie, per la quale madamigella Oscar è una sorella maggiore, un’amica, un àncora di salvezza e una sorta di madre che la accudisce, la alleva e, a modo suo, le dona affetto. Stessa cosa è forte il legame di amicizia e stima tra Oscar e Maria Antonietta, messo in crisi solo alla fine dalla loro visione diversa dell’imminente Rivoluzione Francese. Certo è che nel saggio di Silvia Stucchi, Oscar, la cui lealtà e coraggio fanno pensare ad una versione femminile del cavaliere, è sempre donna, dalla prima all’ultima puntata e dalla prima all’ ultima pagina. Un donna che ha sempre amato André (come ha fatto lui con lei), ma che ha compreso il suo sentimento forse un po’ troppo tardi. Oscar e André sono giovani, belli e anche un po’ ribelli se vogliamo per i loro tempi, visto che ad un certo punto decidono di fare di testa loro andando oltre gli schemi sociali del tempo e stabilendo da soli della propria vita. Sono i due eroi, un po’ come quelli della mitologia antica, che muoiono giovani sacrificando la loro vita e trovando la consacrazione eterna che, ancora oggi, ogni 14 luglio fa ricordare Oscar.

Silvia Stucchi, bergamasca, laureata in Letteratura Latina, insegna latino nei licei e presso l’Università Cattolica di Milano. Autrice di monografie e saggi scientifici su Petronio, Seneca tragico, Ovidio, Cassio Emina e la cucina dell’antica Roma, collabora con riviste e testate giornalistiche, e nel tempo libero coltiva l’interesse per la letteratura poliziesca, la storia e la letteratura francese, i fumetti, e, naturalmente, per «Le Rose di Versailles».

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: Nettuno e Mercurio. Il volto di Trieste nell’800 tra miti e simboli, Paolo Possamai (Marsilio 2022) A cura di Viviana Filippini

5 luglio 2022

“Nettuno e Mercurio. Il volto di Trieste nell’800 tra miti e simboli”  è il titolo del libro di memorie visive e storiche  edito da Marsilio, dedicato alla città di Trieste, scritto da Paolo Possamai, ideale da prendere sottobraccio con sè per visitare la città, ma entriamo nel dettaglio. Nettuno e Mercurio sono anche due antiche divinità ben note sin dai tempi degli antichi Greci e Romani. Nettuno era, e lo è ancora, il dio dei mari e delle correnti, e a Trieste di mare ce n’è. Mercurio per i Romani era la divinità del guadagno e del commercio e queste attività erano molto vive nella città di Trieste, soprattutto nell’800. Il libro di Possamai porta il lettore alla scoperta del volto urbano della città di Trieste che è protagonista in modo completo di questo volume. Interessanti sono sì le descrizioni dei diversi monumenti presi in esame, ma ancora più curioso è l’abbinamento alle fotografie inedite realizzate da Fabrizio Giraldi e da Manuela Schirra. Questo volume permette di restituire al lettore l’immagine di una città di impianto architettonico neoclassico nella quel la mitologia, le attività commerciali e il rapporto con la borghesia dell’epoca erano molto solidi. Matteo Pertsch, Antonio e Francesco Bosa, Pietro Nobile, Emilio Bisi sono solo alcuni degli architetti e degli scultori che agirono a Trieste contribuendo, attraverso l’architettura e la scultura, alla costruzione dell’identità della cittadina triestina dove eleganza, mitologia e lavoro si mescolano alla perfezione dal passato fino ai giorni nostri. E così, oltre a Mercurio e Nettuno, Giasone, Venere, ad accompagnare e vigilare sui triestini ci sono i santi patroni della città e figure simboliche come la Mercatura, la Giustizia, l’Onore, la Fama, l’Ingegno, l’Abbondanza, l’Industria, la Navigazione, la Perseveranza presentati in forma di sculture e  bassorilievi. Tutti lì presenti in diversi edifici pubblici (Teatro Verdi, Tergesteo, Palazzo della Borsa…) e privati (Palazzo Carciotti, Palazzo Vivante, Palazzo Rotonda Pancera). Queste e altre figure dal valore simbolico compaiono negli edifici con funzione civile e di abitazione, nei portoni, nelle cornici di porte e finestre, nelle facciate scolpite dei palazzi, dove dimostrano di non essere semplici decorazioni messe lì per fare bello uno stabile. Ogni singolo elemento decorativo è sì rappresentativo della stile architettonico neoclassico, ma ad un’attenta osservazione si ha come la sensazione che esso determini un’atmosfera di bizzarro, insolito e originale che pervade la città di Trieste. “Nettuno e Mercurio. Il volto di Trieste nell’800 tra miti e simboli”, di Paolo Possamai, narra e mette in risalto gli elementi architettonici che non solo decoravano le architetture presenti ma che, allo stesso tempo, rappresentavano l’identità di una città e della sua classe sociale borghese composta dai mercanti, commercianti e dirigenti. Prefazione di Giuseppe Pavanello.

Paolo Possamai (Vicenza, 1960), è direttore del quotidiano “Il Piccolo di Trieste” e in precedenza ha diretto “La Nuova Venezia” ed è stato inviato speciale del Gruppo Espresso. Dal 1999 scrive per “La Repubblica, in particolare sul dorso economico Affari & Finanza. È consulente della Fondazione Nord Est per la stesura del Rapporto sulla società e l’economia e ha pubblicato vari libri.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Marsilio.

:: I pomeriggi della domenica – Vite vagabonde di Emil Szittya e Lajos Kassák di Roberto Sassi, Illustrato da Francesca Dimanuele (RAUM Italic, 2022) recensione a cura di Andrea Rényi

3 luglio 2022

La piccola editoria che lavora con passione dietro le quinte, quella fatta di case editrici artigianali, intrepide, con pochi titoli, offre spesso scoperte encomiabili, originali e indimenticabili. Al punto che da qualche tempo accolgo sempre volentieri l’occasione di poter leggere i loro libri nella speranza, a ragion veduta, di avere a che fare con pubblicazioni curate, insolite, e di alta qualità. Nelle ultime settimane me ne sono capitate ben due fra le mani, entrambe meritano l’attenzione di un pubblico più vasto.

Su questa testata desidero presentare il piccolo libro curioso di un giovane italiano sulle avventure di due intellettuali ungheresi in giro per l’Europa all’inizio del Novecento. L’autore, Roberto Sassi, è un sociologo urbano residente a Berlino, coautore, con Teresa Ciuffoletti, di Guida alla Berlino ribelle, per Voland (2017), coautore anche di Verborgenes Berlin (Jonglez Verlag, 2020), e di articoli in tema letterario e urbanistico. Il libro è stato pubblicato da Raum Italic, una casa editrice italo-tedesca di Berlino e distribuito dalla casa editrice manotavana Corraini.

I pomeriggi della domenica è incentrato sulla riscoperta di Wandern, il vagabondare, per lo più a piedi, che era un modo di scoprire l’Europa in voga fra i romantici tedeschi, e che i due ungheresi misero in pratica un secolo dopo spinti dal bisogno e dalla curiosità. Dei due protagonisti Lajos Kassák (1887 – 1967), scrittore, poeta e pittore, ha sempre goduto di una certa notorietà anche internazionale, fin dai suoi anni giovanili, mentre il libro riporta alla luce la figura dimenticata di Emil Szittya (1886 – 1964), nato a Budapest come Adolf Schenk, oggi sconosciuto ai più anche nella sua madre patria. Eppure Szittya era un intellettuale di spicco e pioniere dell’arte del Novecento: fra il 1906 e il 1907 partecipò alla vita della comunità cristiano-comunista di Monte Monescia sopra Ascona che il gruppo di fondatori, idealisti e artisti dal calibro di Bebel, Hesse, D.H. Lawrence, Laske-Schüler, provenienti da tutta l’Europa e persino da oltremare, ribattezzò Monte Verità. Szittya fu uno dei primi a comprendere la grandezza di Chagall e Henri Rousseau, frequentò Lenin e Trotskij, fondò riviste d’avanguardia e scrisse anche alcuni romanzi. Viveva giá da anni all’estero quando, nel 1909, incontrò Kassák a Stoccarda e ne divenne il mentore. Kassák vi era giunto a piedi da Budapest e con Szittya fece un giro di tre mesi per la Germania, il Belgio e la Francia. Si separarono a Parigi, quando Kassák sentì il richiamo di Budapest. Nel 1918 Szittya rimase implicato nell’affare Konsten che segnò la fine dei suoi rapporti con l’Ungheria. Si trasferì prima a Vienna, poi a Berlino, e nel 1927 scelse Parigi dove stabilirsi definitivamente. Annoverò fra le sue amicizie Stravinsky, Honegger, Eric Satie, e fra il 1940 e il 1944 partecipò alla resistenza francese, fino alla fine dei suoi giorni rimase se non protagonista, ma un personaggio onnipresente in tutto ciò che era in qualche modo legato all’arte e alla vita culturale contemporanea.

Oltre alla pittura, alla letteratura e alla traduzione, Lajos Kassák era anche un politico impegnato che definiva se stesso „un uomo socialista”. Come tale fu messo all’indice da tutti i regimi che si susseguirono nei suoi sessant’anni di attività politica e artistica. Colonna dell’avanguardia pittorica e prolifico poeta, era anche uno studioso delle tendenze artistiche della prima metà del Novecento, come l’Espressionismo, il Dadaismo, il Futurismo, il Surrealismo, il Costruttivismo. Da eccellente un uomo di lettere, era anche un attento cronista dei suoi tempi. La sua voluminosa opera autobiografica, Egy ember élete. Önéletrajz (Vita di un uomo. Autobiografia), rappresenta una fonte importante per la ricostruzione dell’epoca e della vita artistica anche europea.

In Vita di un uomo Kassák ripercorre anche i mesi di vagabondaggi ricchi di avventure con Szittya nel 1909, descrive gli espedienti ai quali erano ricorsi per assicurarsi la mera sopravvivenza, e i tanti incontri interessanti che avevano avuto la fortuna di fare. I capitoli dedicati alle loro vite vagabonde erano stati tradotti dall’ungherese in tedesco e in francese e pubblicati in volumi autonomi, dai quali Roberto Sassi ha saputo trarre ispirazione e comporre un piccolo libro interessante, ben scritto e pieno di sorprese. Le belle e ingegnose illustrazioni di Francesca Dimanuele accompagnano il testo creando un insieme armonico, e la stimolante postfazione di Gian Piero Piretto incornicia la storia e ne puntualizza gli elementi fondanti.

:: Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche a cura di Giulietta Iannone

30 giugno 2022

Cristóvão Tezza, brasiliano, classe 1952, professore universitario, scrittore, ai più credo dirà poco o nulla, a meno che non siate amanti e cultori della letteratura latinoamericana, allora sì, tra quella nicchia ristretta e orgogliosa di appassionati di letteratura in lingua portoghese è un nome noto, stimato, autore di racconti brevi, romanzi (ben 14) e saggi le cui traduzioni si contano sulle dita di due mani, nel 2008 la Sperling & Kupfer portò avventurosamente in Italia O Filho Eterno, con traduzione di Maria Baiocchi. Il portoghese è una lingua difficile (quale lingua non lo è), non massivamente diffusa, ma affascinante. Una lingua letteraria, nata dallo spagnolo (proprio con la caduta delle consonanti intervocaliche), con cadenze genovesi (popoli marinari dopotutto). Una lingua che si presta al gioco filologico e Cristóvão Tezza sembra aver fatto sua questa filosofia di pensiero nel suo La caduta delle consonanti intervocaliche, l’ultimo romanzo in ordine cronologico da lui scritto, ormai nel 2014, e tradotto in italiano da Daniele Petruccioli (le cui soluzioni interpretative si susseguono brillanti e imprevedibili).

O Professor, titolo originale, ma il titolo italiano ancora meglio rispecchia lo spirito del libro, (un plauso per chi l’ha scelto), ci porta di peso, quasi voyeuristicamente, nella vita di un professore settantenne, anzi in un giorno della sua vita, (una manciata di ore ad essere pedantemente precisi) come tra l’altro la tradizione letteraria europea alta impone, quando si vuole sincopare tramite il flusso di coscienza un’ intera esistenza, come fece eroicamente Joyce o perché no, la nostra tanto amata Virginia Woolf.
Heliseu da Motta e Silva, professore brasiliano di filologia romanza, è il nostro eroe, o meglio antieroe, (in un noir meriterebbe di diritto questo ruolo) che in uno sfoggio narcisistico di autocompiaciuta arguzia si sveglia un mattino (assalito dalla catena delle angosce mattutine) e si prepara. Prepara un discorso da recitare (lui ormai in pensione) a una platea di colleghi (che lo disprezzano, o per lo più ridono alle sue spalle), in un anfiteatro universitario, per graziosamente accettare un’ onorificenza a lui attribuita che in un certo senso chiude in gloria la sua onorata carriera di studioso.
Quale occasione migliore per raggrumare il bilancio di una vita, al sicuro delle pareti della sua casa, (vegliato dalla fidata e materna dona Diva e dal suo rassicurante caffè del mattino, una delle tante attenzioni gentili di una domestica affezionata) dove poter scegliere a cosa dare risalto e cosa omettere, in un susseguirsi di riscritture mentali [Miei cari (no, non direi mai così; detto da me fa subito carnevalesco, una maschera alla Groucho Marx) (…) Amici miei (no; così è troppo invasivo) (…) Cari colleghi (nemmeno – c’è un che di possessivo, una piccola macchia)]. Ricostruendo quasi il proprio passato a misura della propria adattabile e selettiva (se non autoindulgente) memoria. Mônica aveva le gambe storte – no, di questo non parlerà, decise Heliseu. È irrilevante.

Se la vanità sembra in un primo tempo il suo peggior difetto, più della lussuria, dell’ egoismo, della megalomania (forse è anche un assassino) più ci si inoltra nel suo tessuto mentale, (solido come la storia della lingua portoghese che viene richiamata con preziosa naturalezza dalle tante citazioni in portoghese arcaico, intrecciate al testo, perfette se vogliamo, un gioco di costruzioni a incastro), più l’irritante spocchia che lo avvolge si stempera in autentica disperazione, in buia solitudine, in doloroso fallimento per una vita bruciata nel paradossale vuoto di significato. (Per lui un filologo, quale orrore). E allora sì è difficile non provare simpatia per questo imperfetto essere umano, e nello stesso tempo grandioso personaggio. Entrare nella mente e nella vita di Heliseu richiede tempo e pazienza, bisogna adeguarsi alla cadenza dei suoi pensieri, e provenendo dalla lettura di un romanzo diametralmente opposto in intenti e considerazioni, ho raggiunto questa sintonia un po’ oltre le prime pagine. Ma quando questo è capitato, allora la lettura si è rivelata preziosa, interessante, ricca.

Cosa scopriamo di Heliseu da Motta e Silva? Un reazionario, come ho origliato una volta in quella stessa sala caffè, nemmeno riesce a essere di destra. Lui che di politica non vuole occuparsi, attanagliato dalla noia mortale della politica brasiliana, che pretenderebbe opinioni e prese di posizione. Marito infedele, di Mônica (sempre compianta), unico suo vero amore (ma è davvero capace di amare il nostro Heliseu? Lui è la fatica mortale della vita di coppia), la cui tragica fine lo crocifigge dai sensi di colpa. Padre insolvente di un figlio, Eduardo, la cui omosessualità crea tra i due un abisso e una separazione da niente colmata (lui che ha l’eleganza di risparmiare al padre i dettagli).  Figlio di un padre per cui la cosa importante per un uomo è avere una buona giacca, spendibile in tutte le occasioni. Amante di Therèse, giovane, bella e ambiziosa dottoranda dall’accento e le lusinghe di molte francesine il cui fascino è pari alla loro disinvoltura.
Se la sua vita pubblica la sua carriera è smagliante e ricca di soddisfazioni, (vince i concorsi per eccesso di competenze), la sua vita intima e privata è un totale fallimento, una nerissima sconfitta, un doloroso vuoto. Ma questa frattura sembra non pesargli. La sua vanità (o più che altro conferma di sé) che lo fa attardare un attimo di troppo allo specchio, è l’unica fragile debolezza di un momento. E poi il sipario cala. Mai sapremo se pronuncerà quel discorso (ormai così asciugato da apparire uno scheletro, sublime artificio di retorica), o anche se solo uscirà dalla porta di casa. Come nel monologo di Molly Bloom, una sola frase chiude il romanzo. Tezza  sceglie: Sto bene. Come se a qualcuno importasse. Forse al lettore sì.

Questo romanzo meriterebbe ben altra analisi e una mia più profonda conoscenza della letteratura in lingua portoghese o della storia brasiliana, (quanti rimandi, allusioni, assonanze, ironiche frecciate mi sono perduta) ma non ostante la fallibilità di chi scrive, la bellezza del testo traspare con così tanta forza, che già solo una comprensione parziale è sufficiente ad apprezzarlo.

:: Joanna Rakoff, Un anno con Salinger a cura di Giulietta Iannone

30 giugno 2022

Credo che Salinger sia l’incubo di tutti i recensori, giornalisti, operatori culturali. La sua riservatezza è leggendaria, e parte integrante del suo sfuggente mito. Un autore che non concede interviste, non risponde alle lettere dei fan, non appare in radio o tv, un autore che lascia nel vago dove viva, risieda o anche solo la mattina prenda il caffè al bar, un autore che fa sfumare un contratto editoriale perché l’editore ha avuto l’ardire di parlare con un giornale, vivendo ciò come un tradimento, lascia dietro di sé uno spazio bianco, che per pudore sono ben pochi a cercare di riempire.
Si ha quasi paura di disturbare, di infrangere una sacralità tutta laica fatta di rispetto, educazione, timidezza. Ma l’amore stravolge questi canoni, ci autorizza a fare cose che la ragione ci suggerisce siano proibite. E così fa Joanna Rakoff parlandoci di Salinger nel suo romanzo autobiografico, Un anno con Salinger, edito da Neri Pozza e tradotto (con grande sensibilità) da Martina Testa.
I motivi che spinsero Salinger a difendere la sua privacy con tanto accanimento, quasi con ferocia, vanno probabilmente ricercati in un placido desiderio di calma e tranquillità. Continuare a scrivere senza più pubblicare più che una forma di autismo letterario sicuramente si ricollega anche a questo. Scansare, con una certa eleganza e un po’ di durezza, un carico emotivo che in un certo modo non si sentiva in grado di sopportare. Delegando. In questo caso delega per un anno il fardello di leggere le lettere a lui indirizzate dai fan di tutto il mondo (non solo americani) a una giovane (oggi si direbbe stagista, allora si diceva assistente, sebbene il padre della Rakoff fosse certo che sua figlia svolgesse i compiti di una segretaria).
Joanna Rakoff prese molto seriamente questo incarico, arrivando a disattendere le ferree disposizioni a lei impartite (di scrivere impersonali lettere standard di educato rifiuto) e non per insensibilità. All’Agenzia sapevano che era un compito sovrumano. Lo sarebbe stato per Salinger, figurarsi per una ragazza di poco più di vent’anni.
Salinger non aveva necessità economiche, Il giovane Holden stava immobile come una pietra miliare inscalfibile e remota. Chi scrive un’opera così può anche metaforicamente spezzare la penna e non scrivere più niente. Neanche una riga. Ma non certo Salinger. Per alcuni scrivere è un’esigenza primaria, come bere, mangiare, dormire. Ma non lo è il pubblicare. Più che una mancanza di desiderio di confronto con il pubblico dei lettori (Salinger era adorato, ogni lettera a lui inviata lo testimoniava) si può ascrivere questo comportamento a qualcosa di più delicato, impalpabile, nobile. A un eccesso di sensibilità, più che di indifferenza.
Dicevo che la Rakoff in questo libro ci parla di Salinger, e sicuramente lo fa in modo indiretto, ellittico, riflesso forse l’unico modo adatto per parlare di questo scrittore. Tale e tanta è la tensione emotiva che riesce a trasmettere. Ma soprattutto ci parla di sé, della giovane ragazza che era quando entrò in punta di piedi, quasi dalla porta di servizio, in una delle più antiche e prestigiose agenzie letterarie di New York (la Harold Hober Associates, 425 Madison Avenue, fondata nel 1929, curatrice del J.D. Salinger Estate, di cui la Rakoff non fa mai il nome limitandosi a chiamarla l’Agenzia, come se fosse l’unica).
E ci parla di libri, di scrittura, del mondo letterario della seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso. Di agenti, editor, reading di David Foster Wallace, di editori che tengono in cantina casse di prove di stampa, di riviste letterarie, di quando Winona Ryder comprò una lettera di Salinger a un’asta e gliela inviò per posta, tanto sapeva quanto non amasse avere la sua corrispondenza in giro. Non solo aneddoti, pettegolezzi, voci di corridoio, più che altro il racconto appassionato di un mondo rarefatto e composito, con leggi e regole proprie, a suo modo implacabili, visto con gli occhi luminosi di una ragazza che scopre quasi con un sussulto di incredulità che la Letteratura, da sempre da lei adorata, ha anche derive più prosaiche: che ci sono contratti, clausole, scambi di denaro.
Esatto, è il denaro la cosa che sembra più sorprenderla, come se scalfisse la purezza di un ideale (è una scrittrice che sogna di vivere di poesia), pur non riuscendoci fino in fondo. Lei che vive in un appartamento senza lavello e senza riscaldamento (deve aprire il forno) e mangia quando può, centellinando persino un caffè, dopo che il padre ha smesso di pagare i suoi conti (bene, ora hai un lavoro) svelandole di aver richiesto un prestito d’onore per i suoi studi, falsificando la sua firma, prestito che ora deve ripagare a rate.
Non aspettatevi di scoprire chissà quale retroscena scabroso, quale verità inconfessata sulla vita di Salinger. Non svela fatti, nomi, date. Questa è più che altro la cronaca di un amore letterario nato in maniera insolita e imprevista. L’anatomia di una perdita, come la stessa autrice definisce tutti i libri di Jerry (ormai la confidenza è tale che si può permettere di chiamarlo così). E se questo non fosse chiaro all’inizio, sicuramente è evidente nel capitolo finale, con la forza di un’epifania.
La Rakoff parlò al telefono con Salinger, persino lo incontrò una volta quando lui si recò in Agenzia. Ormai era piuttosto anziano, debole d’udito, timido, paziente, disponibile, (io me lo immagino anche un po’ ingobbito, le persone molto alte di solito invecchiando lo diventano) e la Rakoff imparò ad amarlo tramite i suoi libri, non letti da lei ma dai suoi fan. Fu infatti leggendo le lettere che Salinger riceveva che scoprì la grandezza di questo autore, il cui talento maggiore era spingere, molto socraticamente, gli altri a parlare di sé.
La Rakoff non aveva mai letto niente di Salinger prima di mettere piede nell’Agenzia. E forse non è necessario aver letto Il giovane Holden, 9 Racconti, Franny e Zooey, Alzate l’architrave, carpentieri per leggere questo libro. Ma dopo averlo letto non è escluso che proviate l’irrefrenabile desiderio di leggere questi libri. O rileggerli.
E se qualcuno rimarrà deluso, aspettandosi di conoscere di Salinger molto di più, non resta che ricordagli che di lui restano sempre i suoi libri già pubblicati, e presto tutti gli inediti che verranno dati alle stampe nei prossimi anni. La Rakoff a suo modo ha scritto una lunga lettera a Salinger, simile alle tante che lesse in quel fatidico anno e ancora si pente di non avere salvato. E forse questa consapevolezza è lo spirito giusto per affrontare questo memoir, questo tributo postumo, fatto per dirgli: hai visto poi alla fine sono riuscita a pubblicare le mie poesie, a diventare una scrittrice anche io.

:: Paul Auster, Trilogia di New York a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2022

Inizio col dire, senza falsa modestia, più che altro con rammarico, che recensire Paul Auster non è affatto facile. Non lo è per molti testi e molti autori, ancor più non lo è quando si affronta un testo quasi cardine, e se vogliamo iconico, della letteratura contemporanea. Ciò dovrebbe permettermi di mettere le mani avanti e nell’eventualità (neanche tanto remota) che scrivessi sciocchezze, di considerarle se non inevitabili quanto meno giustificabili.
Ci sono limiti negli autori, ma anche molto spesso nei recensori, specie quando vogliono superare un mero giudizio estetico e scavare più in profondità. Paul Auster è un autore che non conosco, negli anni non ho mai letto niente di suo, ma non potevo evitare ancora (per chi ama la letteratura nordamericana è poco meno di un crimine) la sua Trilogia di New York, a detta di molti la sua opera più misteriosa e riuscita o per lo meno la prima opera che gli portò negli anni Ottanta il reale successo e l’attenzione di pubblico e critica che ormai è consuetudine riservargli. 
La cosa più onesta da fare a questo punto è non ostentare autorevolezza o conoscenze che non si possiedono e limitarsi a leggere il testo registrando le vibrazioni che esso riserva. Paul Auster non piace a tutti, e in questi tutti evito di prendere in considerazione coloro che pensano che se un testo è famoso voglia dire per forza che sia commerciale, dozzinale, scadente.
Anche a critici affermati, persone sensibili, colte e per nulla superficiali, Paul Auster non piace. 
È il lato kafkiano e oscuro di Don DeLillo, l’anima più “fantastica” del postmodernismo, le definizioni si sprecano, ma quasi mai le generalizzazioni hanno un reale fondo di verità, per cui tendo a evitarle e mi limito a registrare cosa oggettivamente il suo scritto trasmette e se vogliamo amplifica. Ho letto critiche molto più dettagliate e profonde di quanto forse sarà mai la mia e a lungo mi sono interrogata se un mio scritto avrebbe davvero apportato un valore aggiunto al dibattito letterario, o si sarebbe perso nello sfondo come inutile rumore.
Poi mi sono detta: la sfida è affascinante, i lettori perdoneranno le mie eventuali lacune, (per comprendere in profondità questo testo – questi tre testi slegati e nello stesso tempo labirinticamente connessi – bisognerebbe conoscere tali e tante altre opere, non solo letterarie, in un gioco di specchi ricurvi e vasi comunicanti che in effetti rende le mie titubanze tutt’altro che artificiose) e si costruiranno una personale visione della Trilogia, quindi poco danno posso arrecare. Tutt’al più posso avvicinare a questo libro, per molti versi davvero ostico, coloro che come me fino a ora se ne erano tenuti, più o meno consapevolmente, lontani.

Premetto che non ho letto l’opera in lingua originale ma nella traduzione di Massimo Bocchiola (Einaudi, 2014), trovata con una certa sorpresa su un banchetto di libri usati. Il destino o il caso tanto caro a Auster a quanto pare era silenziosamente all’opera, quasi nonostante me. 
La Trilogy si compone di tre testi: Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Quasi due romanzi brevi e un racconto lungo (Fantasmi consta di una cinquantina di pagine al massimo). Comune (apparente) denominatore la detection classica: un investigatore, un mistero, un’ indagine. Maschera o pretesto narrativo per parlare di identità (sovrapposte, violate, intercambiabili) linguaggio (i suoi limiti, il senso delle parole e quanto è facile distorcerlo tanto da destabilizzare, in questo caso il lettore), della città come labirinto (in questo caso una scintillante New York), dello straniamento come condizione naturale (o innaturale) dell’uomo contemporaneo, del senso del reale (che troppo spesso sfugge anche agli indagatori e detective più solerti). La complessità si coniuga con una naturale semplicità e bellezza sintattica fatta di eleganza di scrittura e virtuosismi, mi si passi la metafora musicale, mozartiani. La confezione brillante nasconde (o proprio occulta scientemente) reale sostanza, o maschera un dibattito sterile nella sua accezione postmodernista più deleteria? A questa domanda che sembra avere corrugato la fronte di parecchi suoi critici (alcuni decisamente feroci) piccati forse da un’apparente mancanza di senso, (come se fosse facile trovare alla vita e alla letteratura un senso) e di spiegamento del climax narrativo, risponderei accostando due realtà solo apparentemente incompatibili: la bellezza e il gioco dell’intelligenza hanno ragione di esistere per sé stessi, quindi a prescindere dalla loro più o meno dubbia utilità (pratica o intellettuale). Ovvero se anche Auster giocasse con il linguaggio, rendendolo duttile e plasmabile (nel primo racconto uno dei personaggi – il buon selvaggio [e l’origine del linguaggio] – è emblema proprio di questo) poca importanza avrebbe quando significante e significato sono proprio l’oggetto della dialettica austeriana. (Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, sembra approvare Eco). Per non considerare che a volte le parole superano l’autore stesso e nascondono significati (originari) a lui per primo nascosti, che magari si disvelano a un lettore occasionale (anche se dubito sia successo a un autore consapevole come Auster). Ma forse è successo a me con questo mio modesto tributo a un’opera senz’altro geniale e meritevole di essere letta, più che di essere raccontata.  E se dopo tutto Quinn avrebbe potuto essere lo stesso Auster se non avesse incontrato la donna che divenne la sua seconda moglie, lo svela in un’ intervista molto candidamente, noi non stentiamo a crederlo, seguendo questo gioco di specchi e di riflessi tra autore, personaggio, e narratore. Come sappia tenere in piedi questo “castello” di vetro è la cosa davvero sorprendente e la sola che dovrebbe davvero interessarci e affascinarci. Perché la letteratura ha un potere devastante, essendo la forma più naturale del linguaggio. Per letteratura si intende non fare distinzione alcuna tra narrativa, poesia, o altra struttura concettuale. E a noi questo basta.

:: Raniero La Valle, Cronache Ottomane a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2022

Nel 1908 un giovane giornalista di appena ventidue anni, alle prime armi nel mestiere e del tutto digiuno di “faccende ottomane”, fu mandato come inviato speciale in Turchia, dal suo giornale “Il Giornale di Italia”, un glorioso giornale liberale che era stato fondato, da poco fatta l’Italia, da Sidney Sonnino, ed era diretto da Alberto Bergamini.
Si chiamava Renato La Valle. Ed è grazie a suo figlio Raniero, che ha rovistato tra vecchi faldoni e album ingialliti, della sua casa romana, che possiamo leggere questo libro Cronache ottomane – Come l’Occidente ha costruito il proprio nemico, saggio che raccoglie appunto stralci di giornale e riflessioni di quel passato lontano, che acquistano oggi un sapore moderno, se non anticipatore e profetico. Si sa per capire il presente bisogna studiare il passato, e chi meglio di un testimone così attento e dotato di sintesi e fulminea intelligenza può aiutarci nell’arduo compito di decodificare il presente?

Cronache ottomane si incarica di questo non facile compito, e lo fa con uno stile suo proprio non scevro di una certa filosofia di fondo, piuttosto evidente e manifesta. Chi erano i Giovani Turchi? Come giunsero in Turchia gli aneliti costituzionali e i precetti liberali? Come tutto degenerò con il Genocidio armeno, durante la Prima Guerra Mondiale? Che legami ebbero l’Italia giolittiana con la Libia e la Tripolitania, quest’ ultima allora territorio ottomano? A queste e a molte altre domande potrete avere delle risposte che vi aiuteranno a ricostruire perché l’Islam, e con questo termine generalizzo tutto un mondo, sia diventato il nemico numero uno dell’Occidente.

La mente brillante, sia del padre che del figlio, ci aiuterà infatti a compiere questo sforzo concettuale, e a disvelare alcune occulte manovre e strategie che non sono altro che manovre e strategie politiche ed economiche.
Renato la Valle arrivò a Costantinopoli nell’agosto del 1908, quando la rivoluzione (del 24 luglio) c’era stata da un mese. Da quel momento osservò e trascrisse per il suo giornale le cronache di quel dopo, che tanto determinante fu per la storia turca e non marginalmente per l’Occidente tutto.

Costantinopoli, l’antica Bisanzio, aveva il nome di un Imperatore cristiano, Costantino, ed era la capitale dell’Impero cristiano d’Oriente. Ma all’inizio di questa storia, nell’agosto del 1908, sedeva sul trono del supremo potere un sultano musulmano, il Califfo Abdul Hamid, il quale dal 1876, attraverso un Gran visir che guidava un governo detto anche “Sublime Porta” (come in Italia si dice Palazzo Chigi), dominava sull’Impero ottomano, uno degli Imperi più longevi e più grandi della storia.

In un alternarsi di parti discorsive (di Raniero La Valle) e di stralci di articoli o trascrizioni di telegrammi (di Renato La Valle), insomma facciamo luce su un periodo buio e ormai nascosto dalle ombre del tempo. Ed è singolare ma tutto è riportato cronologicamente, con date precise. I testi riprodotti su due colonne sono infatti le corrispondenze originarie di Renato La Valle, che generalmente mandava per posta, con uno scarto di due o tre giorni dall’invio all’arrivo a Roma. Di poche ore solo quando si trattava di telegrammi.
Dalla rivoluzione del 1908 all’arrivo al potere di Ataturk, tutto l’arco temporale è coperto, fino al commento dell’ormai ex inviato del Giornale di Italia che dedicava gli ultimi due articoli della sua carriera alla Turchia, sulla base della sua esperienza maturata come corrispondente da Costantinopoli.
Chiude il saggio un intervento conclusivo intitolato Il Dio della guerra non esiste fulcro della religiosità di papa Francesco che cambia per sempre la figura di Dio in rapporto alla guerra, ponendo queste due entità su due rette parallele inconciliabili, anzi definendole come due realtà che escludono l’un l’altra. L’autore condivide questa filosofia di pensiero e invita il lettore (che sia musulmano o cristiano) a fare lo stesso.

E questo ormai lo si può dire non solo parlando dal cuore del cristianesimo, ma anche parlando dal cuore dell’Islam. Il 13 ottobre 2007 centotrentotto leader religiosi musulmani di tutto il mondo scrissero una stupenda lettera alle chiese cristiane proponendo di riconoscere una parola comune tra voi e noi, e questa parola comune era il doppio amore per Dio e per il prossimo. Era l’offerta di un vero e proprio dialogo sulla fede comune che però, allora, al di l° di un gradimento di tipo diplomatico, i responsabili delle chiese cristiane di fatto fecero cadere. Poi venne l’Isis, e il 19 settembre 2014 è apparso un altro documento di matrice islamica che dell’Islam offre un’ immagine molto bella, ben diversa dalla maschera crudele dietro cui lo nasconde il sedicente nuovo Califfato, ma anche diversa dagli stereotipi dell’Islam cattivo correnti in Occidente. Si tratta, anche in questo caso, di una lettera di centoventisei guide religiose e studiosi islamici, rivolta però allo stesso Califfo al-Baghdadi, per condannare i delitti e per raccontare al mondo la vera natura, misericordiosa e pacifica, della fede della comunità islamica.

:: FRANCO FERRAROTTI: “VOCI DALLA CLAUSURA” E “L’AMICA BISBETICA”, GATTOMERLINO, ROMA, 2020 E 2021 a cura di Antonio Catalfamo

23 giugno 2022

Franco Ferrarotti, giunto al culmine degli anni, sta realizzando il “Somnium Scipionis”, contenuto in un frammento del “De re publica” di Cicerone, in cui «il vecchio Scipione compare in sogno al nipote Emiliano e gli dice che l’ideale sarebbe di riuscire a unire il “bios theoretikos”, la vita teoretica contemplativa dei greci, con il pragmatismo dei romani e poi Emiliano, “somno solutus”, sciolto dal sonno, si sveglia» (“Dialogo sulla poesia”, con un’antologia poetica, a cura di Piera Mattei, gattomerlino, Roma, 2018, p. 32).

Il grande sociologo, infatti, da un lato, deve adeguarsi alle esigenze pratiche, come muoversi ed alzarsi, dalla sedia o dal letto, con circospezione, prendere tutta una serie di precauzioni, imposte dall’età, per «raccordare» il suo organismo con la «volontà di movimento» ed evitare brutte cadute, e, dall’altro lato, ha la possibilità di «richiamare» «tutto il mondo teoretico, le idee, raccordarle con calma, con tranquillità» (ibidem).

E allora sgorga la poesia, che si configura, leopardianamente, come «ultrofilosofia», concrescenza di sentimento naturale e ragione, nella quale, però, «la natura abbia la maggior parte». Un’«ultrafilosofia», che «conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicina alla natura». Così leggiamo in un pensiero dello “Zibaldone” datato 7 giugno 1820. Un’ «ultrafilosofia» che, essa sola, può garantire una «rigenerazione».

La poesia si presenta come l’attività umana per eccellenza, che precede e racchiude, sovrasta, tutte le altre, intellettuali e pratiche. Tant’è che i primi legislatori, i primi filosofi, sono stati innanzitutto «poeti». Scrive, a tal proposito, Ferrarotti: «Le antiche costituzioni, quella di Licurgo per Sparta, erano testi poetici, ma anche Parmenide, Zenone, gli antichi testi filosofici erano poemi» (“Dialogo sulla poesia”, cit., p. 45). La poesia è la forma più autentica di conoscenza, perché compie il “miracolo” di attribuire ad «un’esperienza circoscritta, minuta, empirica, anche, se si vuole, miserabile, attraverso la metafora […] un significato universale» (ivi, p. 12).

Si sviluppano all’insegna del «somniun Scipionis», della saldatura tra teoresi e prassi, e dell’«ultrafilosofia», come concrescenza di sentimento naturale e ragione, le due ultime raccolte poetiche di Franco Ferrarotti, pubblicate, rispettivamente nel 2020 e nel 2021, dall’editore gattomerlino: “Voci dalla clausura”; “L’amica bisbetica”. Tutta la propria vita scorre davanti al poeta e impone una riflessione pacata. E’ la sua vita individuale, ma anche quella di tutto un mondo, il «mondo della penuria», vale a dire il mondo contadino, con la sua ricchezza umana, i suoi valori, che sono stati distrutti dalla società industrializzata e, poi, informatizzata, la società digitale iperconnessa dei giorni nostri, che annulla sia la dimensione collettiva, sia quella individuale, e sostituisce alla vita reale quella virtuale, predeterminata nei suoi contenuti da chi detiene il potere, nascondendosi dietro l’anonimato di Internet, e incidendo in maniera subdola sulle coscienze, trasformando le idee in cibi precotti, già preparati dai padroni del mondo, che impediscono la libertà dell’autodeterminazione, nel campo delle idee e dei comportamenti, in capo ai popoli e ai singoli individui.

La poesia di Ferrarotti si fa essenziale, verticale, e i versi spesso coincidono con singole parole, rappresentando un filo sottile della coscienza, che, però, non si spezza, permane con tutta la sua robustezza e con la sua capacità riflessiva autonoma. Così Ferrarotti descrive il mondo contadino della sua infanzia nella poesia d’apertura del volumetto “Voci della clausura”, come se di esso gli giungesse un’eco lontana in un mondo in cui, per converso, è sparita ogni presenza umana reale ed autonoma, per l’appunto: « Dall’esilio autoimposto / dal silenzio / dalla clausura in cui si mescolano notte e giorno / voci mi giungono interrotte / da lontani silenzi / cinguettii di rondini sfreccianti / il mondo che non ha ritorno / il mondo della lanterna / nitrivano i cavalli fra le stoppie / frinivano le cicale / nell’erba alta / anatre e oche nell’aia starnazzavano // muggivano le mucche / sparse nel prato / ferme / monumenti contemplanti / voci umane / voci animali / rompevano il silenzio / discreta musica / deserti mattini / sono tornati i pesci nel Canal Grande / anatroccoli nella “barcaccia” del Bernini. /Abbiamo perso ingombrante / la presenza umana / nell’Universo» (ivi, pp. 9-10).

La società attuale si è ridotta ad una «rete di ricatti reciproci, disordinato insorgere di rancori e sfiducia. E’ in crisi il rapporto interindividuale» (“Le ragioni della poesia nella società irretita”, gattomerlino, Roma, 2019, p. 20). Sono venuti meno i valori, gli ideali, che appartengono al passato, e , perciò, Ferrarotti lo rievoca con evidente nostalgia. La sua non è una visione conservatrice, “antiquariale”. Lo stesso Leopardi ha esaltato le civiltà antiche, in quanto quelle che si sogliono chiamare spregiativamente «illusioni» hanno spinto, per l’appunto, gli antichi a grandi gesta, ad abbracciare grandi passioni, e a fare grande poesia, che ora si è smarrita, nei tempi «moderni», dominati dal materialismo assoluto, dal razionalismo deteriore, che assume i connotati dell’interesse gretto, dell’egoismo più sfrenato.

Per queste ragioni, il richiamo al passato, come è stato messo in risalto proprio con riferimento a Leopardi dalla critica più avveduta, non necessariamente deve avere funzione conservatrice o, addirittura, reazionaria. Un ulteriore aspetto dell’«ultrafilosofia» consiste, infatti, nel continuo alternarsi di illusioni e ragione: la seconda distrugge le prime, che rinascono in forma nuova, vengono distrutte per l’ennesima volta, ma risorgono in forme sempre rinnovate, anche grazie all’immaginazione, che consente di andare oltre i sensi, al di là della vista, verso l’«infinito».

Lo sciogliersi nella natura, nel cosmo, alla ricerca dell’«infinito», caratterizza anche i versi di Franco Ferrarotti. L’«immaginazione» s’intreccia con la «memoria», assume una funzione moltiplicativa della realtà. La consapevolezza del «nulla» determina in lui la stessa reazione orgogliosa che troviamo nell’ultimo Leopardi, l’esaltazione dell’«io», la riacquisizione di tutte le sue energie e pulsioni vitali, a partire dall’amore. In Ferrarotti è fortemente presente la dimensione «erotica», della quale egli, nonostante l’età avanzata, non si vergogna affatto, perché rappresenta una componente fondamentale della vita. Scrive, infatti, l’illustre accademico nella sua confessione preliminare a “L’amica bisbetica”: «Credo di aver perso la fede verso i dieci anni, quando dovevo confessare gli “atti impuri”, vale a dire le numerose trasgressioni del sesto comandamento, per lo più dovute ad un sano istinto di auto-esplorazione. Mi pareva difficile e comunque incongruo considerare “impuri” gli atti da cui nasce la vita» (ivi, p. 9). L’ eros finisce per identificarsi con la vita e con la poesia, è anch’esso «la più grande forma conoscitiva» (“Dialogo sulla poesia”, cit., pp. 19-20). Ma va inteso nella sua vera essenza, superando la scissione artificiale e artificiosa tra corpo e spirito che è stata introdotta da Platone ed è presente nella religione cattolica, con il conseguente sentimento di «colpa», di «peccato della carne».

Non era così nei grandi poeti latini, come Catullo. Scrive Ferrarotti: «In Catullo […] non c’è questo eros dimidiato, e non esiste il senso di colpa, non c’è il “super ego” in termini freudiani… E quindi cosa c’è? C’è un’unità straordinaria, magnifica da capire non solo con l’intelletto, la ragione, ma col basso ventre. E qui c’è la grande forza della poesia: la poesia è una voce, ma è una voce in cui si avverte la grana della voce. E’ tutto un insieme, la carne e il sangue, senza la scissione operata da Platone» (ivi, p. 21). Come in Leopardi, anche in Ferrarotti c’è un rapporto inscindibile tra poetica e poesia, tra le sue teorie sull’uomo e la società ed i suoi versi, la visione del mondo che da essi emerge. Nella poesia di Ferrarotti troviamo questa forza dell’eros inteso classicamente come soffio «vitale»: «La forza dell’eros in senso classico è questa fondamentale unione, l’essere umano come carne e come spirito, spirito che spira, “anemos” proprio come soffio. E nello stesso tempo, proprio congenitamente legato a questo soffio, c’è l’impeto vitale da cui nasce la vita» (ivi, p. 22).

L’eros è, dunque, vita e dura finché essa dura. Leggiamo nei versi di Ferrarotti: «Ti sogno / mi vergogno / agogno / Ti sogno a gambe aperte / fiore corolla estuario / sudario / santuario / porto finale di passioni inconsumate / appassite / passate / inizio e fine / nostalgia di certe passeggiate / nella muta solitudine / dell’innocenza perduta» (“Sogno a mezzanotte”, in “Voci dalla clausura”, cit., p. 24). E ancora: «Capezzolo monello. girasole / della mia povera vita errabonda / Tu sei insieme perno, luna e sole / e sai di quante lacrime essa gronda. // Irrorami lo sterno, amore mio / i tuoi succhi vitali sono ambrosia / cade la notte, preda dell’oblio / vago nell’ombra di me stesso sosia. // Ma torneranno i giorni in cui le dita / saluteranno il sorgere dell’alba / diafani segni nel ciel della vita / oltre il grigiore dell’ignavia scialba» (“Notturna ambrosia”, ivi, p. 26). E a proposito della «sacra unione» tra spirito e corpo, che eleva al cielo: «Vorrei in te intuarmi, cavallina, / quale che sia il tempo che m’aspetta / baciarti la falcata ogni mattina / come conviene a chi d’amor rifletta. // Ma so che già lontan di buona lena / trottando vai per lidi a me preclusi / gemetti un giorno sul futon, serena / ilare l’aria intorno a noi refusi // nella carnal gaudiosa combustione / avvinti nell’afrore del piacere / per consumarci nella sacra unione / che al ciel innalza un inno di preghiere» (“Anima e carne”, in “L’amica bisbetica”, cit., p. 21). E, ancora, sulla scia di Catullo: «Il sentierino che dalla vagina / va ai dolci anfratti ove sostare è bello / amatissima strada clandestina / percorsa spesso da un estro monello. // Ed eccoci invasi dall’orgasmo / uniti in quel di sfavillante / a chiasmo radicati nella carne / una indivisa / palpitante / verrà il gran giorno. // Donami i tuoi occhi / per un istante solo di paradiso / i tuoi seni / l’anche flessuose / il viso / oltre la vanità di sogni sciocchi» (“Amate strade”, ivi, p. 10).

Come nell’ultimo Leopardi, amore e morte si intrecciano nelle poesie mature di Ferrarotti. La morte non è qualcosa di scisso dalla vita, ne rappresenta la continuità naturale, da accettare senza fratture traumatiche: « “Mors tua vita mea” / verrà verrà / ma non si sa / né come né quando / verrà forse danzando / o balbettando o “lento pede” / quando nessuno se l’aspetta / e neppur la vede / circospetta / l’uomo strabuzza gli occhi / ed è già spento / oh, morte ballerina / quando mi prenderai? / Di sera o di mattina? Mi liberi dall’onda / di una lunga vita / sia pure a notte fonda / sei l’ospite squisita» (“L’ospite squisita”, ivi, p. 25).

Ferrarotti va incontro alla morte con serenità, scherza con essa, gioca, come emerge dalla funzione ironica che in questi ultimi versi egli assegna alla rima, la considera «squisita ospite», come «amica bisbetica»: «Aspetto la morte / come un’amica bisbetica / verrà, non verrà? / Nessuno lo sa. / Ma so che all’appuntamento / sia sole o pioggia o tiri vento / non mancherà» (“L’amica bisbetica”, in “Voci dalla clausura”, cit., p. 20).

Franco Ferrarotti, come i grandi poeti, come Leopardi nell’interpretazione del De Sanctis, parlandoci della morte ci fa amare la vita.

Franco Ferrarotti, nato a Palazzolo Vercellese, è personalità originale, poliedrica e versatile: è stato consulente industriale, diplomatico, deputato, professore universitario, ma soprattutto è il creatore della sociologia in Italia. A Roma, nel 1960, vinse la prima cattedra di quella materia messa a concorso in Italia.
Poliglotta e studioso di apertura internazionale ha collaborato e collabora con le maggiori università e con importanti riviste scientifiche statunitensi, oltre che europee.
Molti dei suoi libri sono tradotti in francese, inglese, spagnolo, russo, giapponese e in altre lingue.
Si è interessato dei problemi del mondo del lavoro e della società industriale e postindustriale, dei temi del potere e della sua gestione, della marginalità urbana e sociale, delle credenze religiose, delle migrazioni.
È stato insignito dei maggiori riconoscimenti, nazionali e internazionali. Dal 1967 dirige la rivista La Critica Sociologica.