Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Istruzioni per il buon governo – Antologia in 360 massime sui principi per il retto governare della Cina antica – introduzione di Tiziana Lippiello, a cura di Ludovica Gallinaro (Marsilio 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2022

All’inizio dell’era imperiale Zhenguan, l’imperatore Taizong della dinastia Tang (618-907) decretò che fosse redatta l’opera Qunshu Zhiyao (Istruzioni per il buon governo). Affidò a due ministri della corte il compito di catalogare il materiale storico e storiografico attinente all’arte di governo, scegliendo tra i classici, le compilazioni storiche e le opere di pensatori ogni contenuto che potesse illustrare i principi della coltivazione di sé, della cura della famiglia e del governo dello Stato. Durante la dinastia Song (960-1279) l’opera andò perduta, ma fortunatamente una copia manoscritta a cura dei monaci giapponesi dell’epoca Kamakura (1192-1330) fu conservata in una delle collezioni del Museo Kanazawa. Nel sessantesimo anno (1795) del regno dell’imperatore Qianlong della dinastia Qing (1644-1911) l’opera fu restituita alla Cina.
La raccolta consta di sessantacinque volumi divisi in cinquanta libri e racchiude, attraverso un’esperienza politica plurisecolare, l’essenza della cultura cinese. La versione qui pubblicata è una selezione di 360 aforismi divisi in sei capitoli: Il dao del governante, L’arte del ministro, Valorizzare le virtù, Sull’atto del governare, Avere ligia premura e Comprendere e giudicare.

Metti in pratica la virtù, e il tuo cuore sarà leggero, gratificato giorno dopo giorno. Segui la falsità, e il tuo cuore sarà affaticato, logorato giorno dopo giorno.

(Classico dei documenti, libro II)

Se alcuni monaci giapponesi dell’epoca Kamakura (1192-1330) non avessero copiato questo importante documento e non fosse stato conservato nel Museo Kanazawa, per poi nel 1795 restituirlo alla Cina, i sessanta volumi de “Istruzioni per il buon governo” (Qunshu Zhiyao) sarebbero andati perduti e noi non potremmo fare tesoro di questa sapienza secolare mai tanto utile quanto oggi. La saggezza cinese è in un certo senso un patrimonio dell’intera umanità, e in questa selezione di 360 aforismi troviamo un fulgido esempio di questo sapere antico. L’arte del governo è un’arte difficile, complessa, strettamente legata alla moralità e l’abilità dei governanti. Non si può essere un saggio e capace governanate senza essere un uomo retto, onesto, e lungimirante. Questo volume è splendido e curato, con testo cinese a fronte, e ci porta a conoscere l’essenza del retto governare, forse ancora più importante de L’arte della guerra del già famoso Tzu Sun, l’antico generale cinese, stratega e filosofo che può essere considerato il Machiavelli cinese, a cui è attribuito questo testo. L’arte del buon governo è un’arte pacifica, etica, morale, e tesa al benessere e alla felicità di tutti. Perchè il cuore sarà leggero se si pratica la virtù.

Ludovica Gallinaro ha conseguito le lauree in Filosofia e in Lingua cinese all’Università degli Studi di Padova e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, e ha ottenuto un dottorato in Filosofia cinese all’Università Tsinghua di Pechino con una tesi sul pensiero morale di Zhou Dunyi. Ha pubblicato articoli sul pensiero confuciano e neoconfuciano di epoca Song e svolge attività di traduzione di opere della filosofia cinese moderna e contemporanea.

Tiziana Lippiello, è rettrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. È autrice di numerosi saggi sul pensiero e le religioni della Cina antica, fra cui Auspicious Omens and Miracles in Ancient China: Han, Three Kingdoms and Six Dynasties (2001) e Il confucianesimo (2009). Ha tradotto e curato i Dialoghi di Confucio (20062). Per Marsilio ha curato La costante pratica del giusto mezzo (2010) ed è nel comitato scientifico della Letteratura universale Marsilio.

:: Magnificat, Sonia Aggio(Fazi 2022) A cura di Viviana Filippini

12 dicembre 2022

N e N. Nilde e Norma sono le protagoniste di “Magnificat”, il primo romanzo della giovane autrice Sonia Aggio, edito da Fazi. La storia d’esordio della Aggio si sviluppa in un Italia di altri tempi, in Polesine, negli anni Cinquanta del secolo scorso. Le due ragazze protagoniste sono molto legate tra loro, si potrebbe vederle come sorelle, ma in realtà sono cugine rimaste sole al mondo, perché le guerra ha portato via loro i genitori.  Da subito trapela un legame forte tra Nilde e Norma, così vicine, ma anche profondamente lontane per i loro caratteri diversi. Nilde è timida, riservata, mentre Norma è più impulsiva, misteriosa e quel suo comparire e scomparire, senza mai lasciar trapelare dove è andata, non solo fa arrabbiare Nilde, ma le mette ansia e crea suspense. Già, tutta la storia di “Magnificat” è permeata da un’atmosfera di qualcosa di incombente che deve accadere da un momento all’altro. Si percepisce suspense per quella paura che Nilde ha di rimanere sola e di perdere l’unica parte della famiglia che le è rimasta: Norma. Suspense, perché per Nilde la cugina Norma è un enigma difficile da risolvere, un vero e proprio rompicapo, poiché Norma torna spesso con ferite ed ematomi per i quali non c’è mail il nome di un possibile colpevole, o se c’è, lei non lo confessa apertamente.  Suspense, perché lì attorno al piccolo casolare del Polesine ci sono la vita di paese, i pettegolezzi, le chiacchiere, le dicerie che insinuano il male e il dubbio in ogni dove. Suspense, perché in paese c’è un dipinto che incute timore reverenziale e paura delle grandi piogge. In questo mondo quasi atavico vivono Nilde e Norma, in una dimensione lontana da noi, ma nemmeno così tanto se ci pensiamo bene, dove il grande nemico che incute terrore e paura non sono le bombe della guerra o virus arrivati da chissà dove. A fare paura- e tanta- è il fiume Po. Quello che scorre impetuoso e che con le grandi piogge è sempre lì lì pronto a rompere gli argini, ad allagare e portare via tutto. In questo mondo, da una parte troviamo una Nilde preoccupata per tutto e soprattutto per la cugina. Tanto è vero che la ragazza vive emozioni contrastanti, poiché spesso non capisce Norma, non comprende quegli scatti improvvisi che la fanno diventare violenta a tal punto da non farla sembrare lei. Nonostante questo, Nilde però non prova rabbia o rancore per la cugina, perché per lei Norma è tutto, è la vita che le dona la vita. Nilde ci appare come una giovane dall’animo molto sensibile, a tratti potrebbe anche sembrare timoroso ma, allo stesso tempo, è deciso, quando fa il possibile per portare con sé Norma. Dall’altra parte invece troviamo Norma, che nel suo approccio istintivo alla vita, sembra una ragazza della personalità contorta e complessa, mossa da momenti d’azione selvaggia, irruenta, che la portano a compiere gesti per i quali poi prova un senso di colpa profondo, perché Norma, come Nilde, ha un animo buono, solo che ha un destino molto più complesso da gestire rispetto alla cugina. Quando ad un certo punto è Norma a raccontare la sua versione della storia, quel suo sentire emozioni che la fa apparire poco stabile scompare del tutto e si percepisce una donna consapevole delle proprie fragilità e forze, che non teme il fiume, non ne ha paura, anzi è come se avesse con esso un legame profondo e un missione precisa da compiere. Quello che si trova nella lettura di “Magnificat” di Sonia Aggio è una scrittura fresca, coinvolgente che riesce a trascinare chi legge dentro alla trama, nel senso che si sente come il bisogno, la necessità di entrare dentro al libro per stare accanto a Nilde e Norma, di fare qualcosa per loro e con loro, perché è davvero travolgente quel rapporto umano tra il detto e il non detto tra le due protagoniste sempre pronto a scoppiare. Nel libro ci sono personaggi secondari (molte donne del paese) che non comprendono Norma, la etichettano, la giudicano senza conoscerla davvero e mettono il male. Un male errato, che è figlio del pregiudizio. Poi, ci sono altri personaggi comprimari delle protagoniste, come Gigliola, che sanno- anche più di Nilde- perché Norma agisce in quel modo ancestrale. Altro aspetto interessante del romanzo della giovane bibliotecaria è la sua composizione narrativa fatta di paragrafi brevi che danno alla storia un ritmo crescente e cinematografico, composta da pagine scritte che diventano immagini chiare e definite mentre si legge. Un romanzo appassionante con le radici ancorate nel passato, nelle tradizioni popolari che rendono “Magnificat” di Sonia Aggio un viaggio nei sentimenti dell’animo e nei legami profondi –e a volte dimenticati- che legano l’essere umano alla natura.

Sonia Aggio è nata a Rovigo nel 1995, è laureata in Storia e lavora come bibliotecaria. I suoi scritti sono stati segnalati più volte dalle giurie di premi importanti come il Premio Calvino e il Premio Campiello Giovani. Tra il 2018 e il 2020 ha collaborato con il lit-blog «Il Rifugio dell’Ircocervo» e, nel tempo, ha pubblicato diversi racconti su «Lahar Magazine», «L’Irrequieto», «Narrandom» e «Altri Animali». “Magnificat” è il suo primo romanzo.

Source: del recensore.

:: La mosca di George Langelaan (NPE 2022) a cura di Emilio Patavini

8 dicembre 2022

«Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti,

si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso»

(Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)

Ritorna nelle librerie La mosca dello scrittore franco-britannico George Langelaan, un racconto breve che mischia orrore, fantascienza e dramma familiare. Dopo essere stato disponibile solo in antologie fuori catalogo, è stato recentemente ripubblicato dalla casa editrice specializzata in fumetto d’autore NPE Editore in una bellissima edizione curata da Denis Pitter, che ne è sia l’illustratore che il traduttore. Il racconto, intitolato The Fly, fu pubblicato originariamente in inglese su Playboy nel giugno 1957. Nel 1962 Langelaan riscrisse il racconto in francese pubblicandolo nell’antologia Nouvelles de l’Anti-Monde. Curioso il fatto che nel racconto originale (scritto in inglese) i nomi dei personaggi e le ambientazioni fossero francesi, mentre nella riscrittura in francese de La mouche (1962) tutti i riferimenti francofoni sono stati sostituiti da nomi anglofoni. Per fare alcuni esempi, François, André, madame Hélène e Henri Delambre diventano Arthur, Robert, lady Anne e Harry Delambre, o ancora il commissario Charas diventa l’ispettore Twinker. La traduzione della presente edizione è condotta sulla versione francese e contiene le integrazioni delle parti tagliate dalla seconda versione (1962). Il racconto ha avuto una fortunata serie di trasposizioni cinematografiche e persino una trasposizione operistica (2008), composta da Howard Shore su libretto di David Henry Hwang. La prima di queste trasposizioni cinematografiche è sicuramente The Fly, un film del 1958 con Vincent Price prodotto e diretto da Kurt Neumann. La pellicola uscì l’anno dopo la pubblicazione dell’omonimo racconto di Langelaan, ma da noi venne intitolata L’esperimento del dottor K. in riferimento a La metamorfosi di Kafka. Il film è ambientato in Canada e si apre con l’omicidio di André Delambre, il cui cadavere viene ritrovato sotto la pressa idraulica della sua fabbrica. Sua moglie Hélène (lady Anne, nel racconto) confessa l’omicidio del marito ma si rifiuta di spiegarne il movente. La strana calma di lady Anne / madame Hélène viene interpretata dai medici come sintomo di follia. Il film di Neumann e il racconto originale hanno la struttura di un noir, con un mistero da risolvere. Nel film il mistero viene svelato ricorrendo all’espediente del flashback di Hélène, mentre nel racconto lady Anne consegna una confessione scritta al cognato Arthur Browning. Se la sceneggiatura di James Clavell per il film di Neumann è molto fedele al racconto originale, tanto da trasporre intere scene e persino alcuni dialoghi, essa si discosta però nel finale. A The Fly di Neumann seguirono altri due film che composero una trilogia cinematografica: La vendetta del dottor K. (The Return of the Fly, 1959), diretto da Edward Bernds, e La maledizione della mosca (Curse of the Fly, 1965), diretto da Don Sharp.

Nel 1986 il regista canadese David Cronenberg realizzò un celebre remake di The Fly, uscito con lo stesso titolo e divenuto un film di culto. La sceneggiatura era scritta da Charles Edward Pogue e da David Cronenberg, mentre la colonna sonora, come in moltissimi altri film del maestro del body horror, venne affidata a Howard Shore. La mosca di Cronenberg ha anche un seguito, La mosca 2 (The Fly II, 1989), diretto da Chris Walas, vincitore dell’Oscar al miglior trucco 1987 assieme a Stephan Dupuis proprio per La mosca di Cronenberg.

La storia è la stessa: uno scienziato geniale è alle prese con una macchina capace di disintegrare la materia e di teletrasportarla da un luogo a un altro. Da notare che nel racconto – e nel film di Neumann – non si parla mai di “teletrasporto”, bensì della «disgregazione e la riaggregazione della materia» (p. 15). Dopo i primi tentativi fallimentari, il teletrasporto sembra funzionare, così lo scienziato decide di entrare nella macchina in prima persona, senza accorgersi che una mosca è entrata nella cabina, causando una inattesa fusione uomo-insetto. Ne L’esperimento del dottor K., quello di Delambre non è il lento e mostruoso deterioramento fisico e morale di Seth Brundle, ma un incidente improvviso. Tuttavia, nel racconto, dopo un ulteriore esperimento, Robert Browning non ha più solo la testa di mosca ma anche alcune parti appartenenti a Dandelo, il gatto disintegrato in uno dei suoi primi esperimenti, che compare anche nel film di Neumann con il nome di Isabelle, la povera gatta che continua a miagolare misteriosamente anche una volta dematerializzata.

In entrambe le pellicole è sempre l’hybris a spingere uno scienziato a varcare «confini che l’uomo non dovrebbe superare», per usare una citazione dal film di Neumann, e inoltre è di primaria importanza l’amore che lega lo scienziato a sua moglie Hélène (L’esperimento del dottor K.) o alla giornalista di cui si è innamorato (La mosca), tanto che Cronenberg ha definito il suo remake una «commedia romantica». Nel film di Neumann la tensione viene scandita dal costante ronzio della mosca in sottofondo fino al ritrovamento finale che permette a Hélène di non essere accusata dell’omicidio del marito. Ne La mosca di Cronenberg il crescendo di tensione segue il declino fisico e morale di Brundle e si accompagna a una abbondanza di sequenze raccapriccianti e disgustose.

George Langelaan (1908-1972), nato a Parigi da padre inglese e madre inglese, lavorò prima come giornalista e poi, durante la Seconda Guerra Mondiale, come spia per lo Special Operations Executive (SOE) dei servizi segreti inglesi. Come scrisse nella sua autobiografia The Masks of War (1959), fu sottoposto a interventi di chirurgia plastica per rimuovere alcuni tratti distintivi del suo aspetto, come le orecchie troppo sporgenti. Dopo la Liberazione si dedicò alla scrittura di romanzi di spionaggio e di racconti del soprannaturale. Era inoltre amico dell’occultista e scrittore britannico Aleister Crowley.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa NPE Editore.

:: Il mistero del Mandarino calunniato di Shanmei (Amazon Media 2022) a cura di Patrizia Debicke

5 dicembre 2022

Un nuovo episodio delle avventure del tenente Luigi Bianchi in Cina, con in copertina la vera foto del dignitario cinese, il calunniato personaggio della storia e al quale il protagonista e ispiratore della serie, Luigi Paolo Piovano, bisnonno della autrice con il successo della sua indagine, salvò la vita.

Parliamo oggi pertanto di Il mistero del Mandarino calunniato o quarto intrigante capitolo delle vicende cinesi del tenente Luigi Bianchi.

Capitolo che segue cronologicamente i precedenti: Delitto a bordo del Giava, Lo strano caso del missionario scomparso e Il mistero della Fenice d’Oro, ed è ambientato durante le trattative di pace dopo la sconfitta che finirono con la sigla del cosiddetto accordo di pace o “Protocollo dei Boxer”.

Pechino Primavera 1901. La città imperiale che porta ancora ovunque gli sfregi degli scontri a seguito della feroce e sanguinosa rivolta, tuttora immersa in continue e convulse trattative di pace, dopo un lungo e gelido inverno comincia a percepire l’inizio della primavera.
E l’italiano tenente Bianchi, ormai felicemente sposato (pur solo religiosamente per le severe regole militari italiane) con la bella Mei, una ricca e ben introdotta vedova cinese, si troverà coinvolto per l’intercessione di sua moglie, amica di famiglia dell’accusato, in una difficile e pericolosa indagine. Un nuovo caso, che poi si rivelerà una specie di bomba innescata destinata, se riuscirà, a rivelare tutta la sua potenzialità oltre a infiammare gli ambienti pechinesi e rischiare addirittura di rimettere in gioco importanti decisioni e accordi già presi . Il Mandarino Ch’en Kang-sheng, uomo molto anziano, vecchio consigliere dell’imperatrice, pare con ogni evidenza colpevole dell’omicidio di un importante funzionario dell’ambasciata russa. Le prove lo incastrano ma il tenente Bianchi è convinto della sua innocenza e a suo rischio e pericolo si impegna con tutte le sue forze per riuscire a scagionarlo. Come potrà riuscire? E soprattutto quale sarà il prezzo da pagare? L’indagine presenta troppi lati oscuri. Insondabili? Per esempio intanto pare necessario scoprire quali fossero i legami della vittima con la sua vecchia conoscenza, la splendida, affascinante e misteriosa principessa Tretyakov, che anche stavolta entra in scena. Tra inattese rivelazioni e segreti intrighi segreti che si celano dietro le trattative di pace, al tenente Bianchi toccherà farsi strada senza riguardo tra alti esponenti militari e dignitari di varie nazionalità.
Una vivace carrellata tra affollati ricevimenti in ambasciata e combattute partite a tennis per scoprire un mondo ormai scomparso, ma tornato vivo sulla carte e addirittura palpabile. E vi avvicinerete a quella Cina dei primi del ‘900, molto cinese e poco occidentale, con la curiosità nello sguardo di qualcuno che la incontra per la prima volta.

E seguendo le tracce del Tenente Bianchi arriverete alla vigilia della firma del Trattato. Il protocollo dei Boxer.

Un trattato ineguale che fu firmato a Pechino il 7 settembre 1901 nei locali della Legazione Spagnola dai rappresentanti dell’ impero Qing e dell’Alleanza delle otto nazioni (Francia, Germania, Giappone, Impero austroungarico, Regno d’Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) più Belgio, Paesi Bassi e Spagna. L’Imperatrice Tzu Hsi fece ritorno a Pechino agli inizi del 1902.

Un accordo che aveva richiesto diversi mesi soprattutto, più che per reali contrasti coi cinesi che, dolorosamente sconfitti e in modo definito, con ormai poco o nullo margine di negoziato, miravano a concludere in fretta per impedire agli stati alleatisi nel conflitto di ampliare le loro richieste. Ma e soprattutto per le divergenze sorte tra i paesi occidentali. Questi infatti, indotti forzosamente in uno pseudo idillio consolidatosi in una missione congiunta che in Cina pareva tesa alla salvaguardia della civiltà, ben presto a causa degli egoismi nazionali si divisero nelle loro rivendicazioni mostrando senza remora l’avidità e quegli antagonismi colonialisti già in embrione e che in pochi anni porteranno agli orrori della Prima Guerra Mondiale. Con gli alleati di quei tempi trasformati in irriducibili nemici, pronti a insanguinare l’Europa.

Ma in quel lontano 1900, ancora uniti e apparentemente concordi, nonostante le complicazioni e lo sfibrante protrarsi dei negoziati, alla fine siglarono la pace.

Quarta novella di Shanmei (Giulietta Iannone) che traccia con la sua serie un’intrigante sequenza di mystery storici coloniali con ambientazione cinese legati a un importante periodo storico mondiale ignoto ai più. Anni quelli dell’inizio del XX secolo, che pur precursori di straordinarie innovazioni tecnologiche relegavano ancora per le conoscenze europee quel lontano, immenso e multiforme potente impero fatto da milioni di uomini, al di là del mappamondo. Anni in cui le informazioni e le notizie erano ancora affidate al ritmico ticchettare del telegrafo che ritrasmetteva gli avvenimenti nell’aere ma con le linee che durante la sanguinosa rivoluzione avevano dimostrato la loro fragilità, spesso tagliate durante i ripetuti attacchi alle delegazioni europee.
Avventura, amore, intrighi, giochi di spie, suspence e delitti su uno sfondo esotico, con un buon e accurato contesto storico che copre l’arco temporale cha va dal 1900 al 1905.

Nota storica

Il 22 dicembre 1900 il Corpo Diplomatico di Pechino presentò ai plenipotenziari cinesi una nota collettiva e definitiva, contenente 12 articoli, che, incondizionatamente accettata dalla Cina, doveva ristabilire la pace con le potenze straniere, ma le trattative, per arrivare alla firma del Protocollo, si protrassero sino al 7 settembre del 1901.

La Cina fu costretta ad accettare durissime condizioni:

pagamento dei danni di guerra ammontanti a 450 milioni di taels rateizzati in 40 anni, divieto di importare armi, smantellamento del forte di Taku (Dagu), presentazione di scuse diplomatiche, emanazione di un editto che vietasse in tutto il paese le manifestazioni xenofobe.

Anche l’Italia, sebbene in misura ridotta rispetto alle altre nazioni, ebbe la sua parte di “bottino di guerra”, al quale rinunciò con il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947.

I “privilegi” italiani in Cina consistevano in:

il riconoscimento della Legazione italiana nel quartiere delle Legazioni di Pechino con un contingente di truppe a presidio; la Concessione di Tientsin (Tianjin), che occupava un’area di circa mezzo chilometro quadrato, e che costituiva la principale acquisizione in Cina; l’autorizzazione ad aprire il loro comando militare a Huang Tsun, l’autorizzazione a servirsi dei quartieri internazionali di Shanghai e Amoy (Xiamen, nel Fujian); un indennizzo per danni di guerra di 26.617.000 di taels (equivalenti a 100 milioni di lire del 1901).

:: L’ultima messa del gastaldo, Diego Lavaroni, Gaspari, 2022  A cura di Viviana Filippini

5 dicembre 2022

Atmosfera natalizia, lucine, addobbi vari, panettone, pandoro, torrone, regali. Il classico Natale, ma Diego Lavaroni, in “L’ultima messa del gastaldo”, edito da Gaspari, ci racconta un Natale ben diverso, macchiato dalla misteriosa e inspiegabile morte di un uomo. La trama narrativa creata da Lavaroni prende il via proprio la Notte di Natale del 1843, poco dopo la messa di mezzanotte, quando a Buttrio (Udine) viene ritrovato cadavere Girolamo Zecchini, gastaldo che aveva in carico la cura dei terreni del conte d’Attimis Maniago. Una morte casuale o un spietato assassinio? Ad indagare sul posto arriva Valerio Rotario, giovane capitano di gendarmeria che, con i suoi sottoposti, comincerà un’accurata indagine per scovare il o i killer del fiduciario del conte Maniago. Il romanzo è ambientato all’epoca del regno Lombardo-Veneto e le indagini si muovono in un mondo nel quale si cerca di ricostruire in modo completo la vita della vittima, le sue amicizie, le frequentazioni sociali e culturali, nella speranza di trovare un possibile colpevole. Rotario si muoverà tra testi di agronomia (Il giornale agrario Lombardo Veneto, registri vignaioli e tanta letteratura), tra gruppi clandestini massonici, tra possibili amanti della vittima e amici che forse lo sono solo in apparenza, passando in palazzi nobiliari e taverne di terz’ordine, nella speranza di carpire qualche indizio o elemento che possa risolvere questo caso che ha sconvolto la piccola comunità proprio nella notte di Natale. Il romanzo si presenta come un giallo ambientato nel gelido inverno del passato lombardo veneto, agli albori dell’epoca dei moti insurrezionali che cambiarono poi per sempre l’Italia, e che, allo stesso tempo, conduce il lettore di oggi alla scoperta di usi, costumi, tradizioni e anche ritmi di vita ben differenti e diversi della frenesia che caratterizza i nostri tempi. Quello che emerge è un mondo più lento, dove i tempi erano scanditi dal passaggio delle stagioni e dai lavori agricoli. Interessante è poi la figura del gastaldo stesso, morto da subito, ma sempre presente nella trama narrativa, perché Girolamo Zecchini, non solo si prendeva cura delle terra del conte Maniago, ma lui, amante della letteratura e delle letture dedicate all’agronomia e al mondo agricolo, stava cercando di fare conoscere nuove tecniche per migliorare la resa della terra coltivata. Allora l’uomo sarà stato eliminato per questo suo tentativo di introdurre metodi agricoli più innovativi, oppure ci saranno di mezzo gelosie d’amore o vendette politiche. Il quadro è piuttosto complesso e il capitano Rotario farà il possibile per trovare una soluzione a tutto questo caos. Certo è che nel libro, oltre alle indagini, l’autore mette anche momenti di una quotidianità potente, come quando ci mostra la casa di un componente delle forze dell’ordine alla prese con i giochi con i figli piccoli o l’osservazione dettagliata degli ambienti dove ha vissuto la vittima o la vita a Ca’ Maniago, nobile, ma pur sempre casa. Diego Lavaroni con “L’ultima messa del gastaldo” crea un romanzo dall’intreccio ben costruito che affonda le radici nella cronaca e nella storia del passato, dove non mancano colpi di scena e scoperte che evidenziano da un lato, il fatto che non sempre le cose e le persone sono quello che sembrano o vogliono fare credere. Dall’altro, i personaggi letterari di Lavaroni hanno fragilità emotive e umane che li rendono diversi, ma anche molto simili a noi lettori.

Diego Lavaroni, psicologo, psicoterapeuta, autore di saggi e di volumi, si occupa di studi e ricerche in ambito psicologico e delle tradizioni popolari. Per la Gaspari ha pubblicato “Il covo delle ultime streghe” (2020) e “Voci popolari della Resistenza” (2021).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: La pienezza di vita di Edith Wharton (Oligo editore 2022) a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2022

Di Edith Wharton ho sempre letto e amato i romanzi, per cui è stata una singolare scoperta leggere questo racconto breve, di età giovanile, scritto nel 1891, tra i primi pubblicati sullo “Scribner᾽s Magazine” nel 1893, dal titolo La pienezza di vita, edito per Oligo editore, con traduzione a cura di Enrico De Luca.
Considerato dall’autrice quasi un esperimento giovanile, su cui non rimise più mano, è una ghost story abbastanza peculiare, sopra le righe, il cui scopo non è tanto spaventare o immalinconire, nella tradizione del racconto gotico, quanto delineare e definire con pochi tratti decisi e precisi la natura femminile, la sua psicologia, e il rapporto tra i sessi.
Quando scrisse questo racconto era già intrappolata in un matrimonio infelice, con il ricco banchiere Edward Wharton, di dodici anni più anziano di lei, che sposò nel 1885, per cui conoscenva per esperienza le dinamiche dei matrimoni se non di convenienza, tipici dell’alta società a cui apparteneva, perlomeno impaludati in dinamiche non sempre tese alla valorizzazione di sè e alla propria felicità personale.
Protagonista del racconto è una donna nell’attimo in cui muore per un eccesso di medicinali. Si sveglia nel mondo dell’altrove e incontra lo Spirito di vita. Paradiso, Ade, Oltretomba, non è dato sapere è un’altrove di quieta pace e di bellezza. A lei che in vita non ha mai conosciuto la pienezza di sè, sposata a un uomo per certi versi banale, di cui ricorda solo lo scricchiolio degli stivali e che sbatteva la porta, e che non comprendeva la sua sensibilità nè l’amore di lei per l’arte e la bellezza, epifanica la scena amientata a Firenze nella chiesa di San Michele in Orto, viene offerta la possibilità di vivere per l’eternità con la sua “anima gemella” che non è suo marito…
Lascio in sospeso il racconto perchè svelare oltre sciuperebbe la bellezza del racconto e il piccolo colpo di scena, che ci porta a riflettere sull’essenza dei sentimenti, sulla paura della libertà svincolata da vincoli di dovere e riconoscenza. Grande viaggiatrice in questo racconto la Wharton trasmette anche l’amore per l’Italia, e i suoi luoghi d’arte, come Firenze, descrivendo la tipica vertigine che si prova frastornati da tanta bellezza. Oltre alla percezione di una cosienza dopo la morte, influenzata dalle correnti spiritualistiche in voga in quel periodo.
Una frecciatina molto femminista sulla differenza tra uomini e donne, nella sua affermazione che gli uomini dimenticano (le altre donne quando ne incontrano una nuova)… ma non dico davvero oltre, leggetelo è molto bello, forse ancora acerbo e di maniera, ma ricco degli spunti che hanno reso grande questa autrice straordinaria e che saranno in seguido ampliati e approfonditi nelle sue opere successive.

Edith Wharton (1862-1937), prima donna a vincere il premio Pulitzer nel 1921 con il romanzo L’età dell’innocenza, fu una scrittrice e una poetessa americana dall’ampia e poliedrica produzione: quindici romanzi, sette romanzi brevi, ottantacinque racconti, poesie, libri di viaggi, di critica letteraria e un’autobiografia.

Enrico De Luca è professore a contratto presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria. Ha pubblicato varie edizioni critiche e filologiche, tra cui ricordiamo Storia di una capinera di Verga (Caravaggio 2022), ha curato un’antologia petrarchesca (Unicopli 2013) e ha collaborato all’Enciclopedia Machiavelliana (Treccani 2013). Ha tradotto testi di L.M. Montgomery, M.R. James, Dickens, Webster, Nesbit, Stevenson, Jerome, ecc.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio stampa Oligo editore.

:: Lontani parenti di Veit Heinichen (Edizioni e/o, 2022) a cura di Valerio Calzolaio

29 novembre 2022

Trieste. Febbraio 2020. Il giugno precedente a Boulevard des Moulins nel Principato di Monaco il quasi 75enne ricchissimo consulente finanziario Jacques Minuzzi viene ucciso davanti all’ufficio, trovano alcune pagine intrise di sangue, una lettera a Nora della 85enne “zia” Vilma, dalle quali emerge l’oscuro passato della sua famiglia, la fuga di un parente collaborazionista dal Friuli nell’immediato dopoguerra. La coppia formata dall’insegnante Eleonora Norina Rota e dal più giovane (di diciotto anni) Nicola Niki Dapasin (ex forze speciali della polizia francese) ne sta ancora discutendo in Savoia a Chambéry, prima di partire per una crociera verso l‘Alto Adriatico. E a Prosecco Giorgio Dvot muore per la freccia ben mirata tirata a distanza ravvicinata da una balestra professionale, interviene il vicequestore capo della polizia giudiziaria Proteo Laurenti, capisce subito che l’omicidio ha origini nel lontano passato dei conflitti di guerra, il corpo è disteso accanto a una lapide commemorativa, i nomi dei trentadue partigiani giustiziati sono imbrattati da una svastica al contrario disegnata con una vernice spray rosso fluorescente. Sono stati visti un uomo e una donna su una piccola Peugeot rossa, parlano italiano con chiaro accento francese, forse sono determinati a scorrazzare e uccidere intorno a Trieste, non sarà semplice affrontarli. Tanto più che vi sono state altre vittime in zona negli ultimi mesi e la mano probabilmente non è la stessa, pur se tutto origina in vario modo dall’occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943, dalla Risiera di San Sabba, dai crimini nazisti, dalle complicità fasciste, dalla resistenza partigiana (diversa nell’Italia parzialmente liberata e nella Jugoslavia liberata). Inoltre nonno Proteo è distratto dai figli: la bella traduttrice Livia ormai intende sposarsi in comune con l’avvocato tedesco Dirk, la sorprendente Patrizia è di nuovo incinta ma magari il fidanzato Gigi non c’entra.

Veit Heinichen (Villingen-Schwenningen, 1957) è un economista tedesco che ha scelto prima di essere solo un professionista letterario, libraio editore giornalista, poi di trasferirsi nel raffinato meticcio capoluogo del Friuli Venezia Giulia dove vive da decenni. In oltre venti anni ha scritto oltre una decina di belle premiate avventure di genere giallo, imperniate sul testardo affascinante capofamiglia Proteo Laurenti, ormai vicequestore sessantenne, di lontane origini salernitane, poliziotto di strada, alto e sottile, sempre innamorato della moglie Laura, bella energica donna d’affari (le storie con Linda e Ziva risalgono al passato) e dei tre figli ormai grandicelli, Livia Patrizia Marco (nati a due anni di distanza l’una dall’altro, cresciuti con le solite dinamiche familiari, ogni volta articolate e aggiornate). Essenziali i personaggi della vitale fumatrice 95enne Ada Cavallin, già staffetta partigiana, che inizia proteggendo la 85enne suocera di Proteo e poi ha molte storie vere da raccontare, e del puzzolente barbone Kurt Kurti Anader, testimone e possibile colpevole. Anche questo è un ottimo romanzo da consigliare: descrizione accurata di luoghi importanti, stile asciutto ed efficace, colti competenti riferimenti storico-culturali, sguardo accorto sulle facilonerie di destra lì e altrove. In esergo: “L’innocenza è una forma di follia” (Graham Greene). Il titolo richiama le eredità intergenerazionali oltre che i meticciamenti linguistici (in particolare a pag. 80). La narrazione è in terza varia al passato; frequenti e corrette le continue citazioni delle fuorvianti cronache giornalistiche contemporanee (per esempio, assurdamente, contro l’Anpi); in corsivo gli stralci della lettera sugli orridi “fatti” del 1943-1945. Ovviamente vini e liquori di gran qualità (lasciate stare il prosecco).

Tra gli scrittori europei di noir di maggior successo, Veit Heinichen, scrittore tedesco che vive ormai da molti anni a Trieste, ambienta le sue inchieste politicamente scomode e coraggiose in una città dove il noir nordico incontra quello mediterraneo. Le Edizioni E/O hanno pubblicato tutte le indagini del commissario Proteo Laurenti: I morti del Carso, Morte in lista d’attesa, A ciascuno la sua morte, Le lunghe ombre della morte, Danza macabra, La calma del più forte, Nessuno da solo, Il suo peggior nemico, La giornalaia e Ostracismo. Sempre per le nostre edizioni sono usciti la guida letteraria Trieste. La città dei venti, scritta assieme ad Ami Scabar, e Borderless.

:: Il ritorno del mostro di Modena di Luigi Guicciardi (Damster 2022) a cura di Patrizia Debicke

26 novembre 2022

È fatta. Il giovane commissario Giovanni Torrisi, uno tra più giovani d’Italia, è tornato al lavoro. Insomma è di nuovo seduto dietro la scrivania del suo ufficio. Finalmente sano. Guarito, dopo che il Covid l’ha prima costretto al ricovero in ospedale, poi all’angoscia dell’intubazione e la lunga degenza, seguita dal ritorno a casa, annegato in una convalescenza che pareva interminabile e lasciava tanto, troppo tempo per pensare. Soprattutto pensare alla fine della sua storia con Debora, durata poco e appena due mesi prima al definitivo addio seguito dalla sua partenza per gli States ad accettare il lavoro e fare la biologa. Insomma cosa chiusa e forse…. Ma no non era destino e neppure questa volta ha funzionato. Forse l’amore, un rapporto vero fisso non fanno per lui.
Ma quel suo rientro in servizio il 10 febbraio in una mattinata che si prometteva tranquilla, di routine, lo catapulterà invece immediatamente in una brutta indagine. Una prostituta, tutto di lei lo fa pensare, è stata uccisa… Uccisa a coltellate in periferia. L’ha ritrovata un pensionato che passeggiava tranquillo con il cane. Morta da almeno tre settimane.
Prende la rincorsa così “Il ritorno del Mostro di Modena”, nuovo romanzo poliziesco d’indagine di Luigi Guicciardi che stavolta introduce nella storia un altro personaggio molto diverso dal suo consueto protagonista. Ragion per cui et voila il nuovo interprete (sempre un poliziotto però) ma contrariamente al catanese Cataldo, Torrisi è un modenese quasi doc, insomma della provincia, nato a Samone, un paese vicino a Guiglia. Un “nuovo” commissario di 30 anni più giovane di Cataldo, sicuramente meno logico e competente in materia di lui ma forse più adatto ad affrontare un altro tipo di storia, più dura, più dolorosa, violenta, feroce e a impegnarsi senza tregua nelle indagini.
Nessuno conosce la donna assassinata, o almeno pare, e Torrisi gira a vuoto per due settimane, poi, quando fa mettere un suo schizzo sui giornali, finalmente a fine mese qualcuno viene in commissariato e la identifica come Manuela Volpi… E dalle sue mezze parole si conferma anche l’ipotesi che battesse … In seguito però, a parte il dolore della madre vedova, niente. Ma tre mesi dopo, il 4 maggio, a quel primo delitto dai macabri risvolti, farà seguito un secondo con come vittima sempre una prostituta, accoltellata come l’altra e fatta ritrovare dall’ assassino presso la cava di San Damaso… Passano altri tre mesi. L’inchiesta che fin dal primo momento si presentava oscura, con praticamente zero indizi o poco utili e soprattutto priva di appigli, zoppica tristemente, non va avanti di un passo anzi pare destinata ad arenarsi, finché a luglio un’altra vittima, la terza, che va ad accrescere il macabro carniere dell’assassino, fa cominciare a valutare agli inquirenti un’altra possibilità.
Tutte le donne ammazzate che si prostituivano e spesso erano anche tossicodipendenti, sono state uccise in modo efferato ma secondo uno schema bene preciso e quegli omicidi hanno, nel loro articolato modus operandi, nette similitudini con altri commessi tanti anni prima dal famigerato mostro di Modena. Un omicida che aveva terrorizzato e insanguinato la città e la zona tra il 1983 e il 1995. Un assassino che aveva lungamente operato impunemente commettendo per più di un decennio,tutta una inspiegabile serie di delitti, con addirittura dieci vittime. Delitti per i quali non era mai stato trovato il colpevole.
Torrisi, essendo troppo giovane, non può ricordare il clamore di quella storia. Ma sollecitando l’aiuto di un anziano poliziotto vicino alla pensione e andando a caccia di maggiori riscontri negli articoli dei giornali dell’epoca, si renderà conto che ci sono delle mostruose analogie tra i vecchi e i nuovi omicidi. Lo stesso assassino? Noo, pare molto più logico pensare a un emulatore? Uno psicopatico, un impotente, un maniaco sessuale o altro, magari un vendicatore deciso a punire con la morte il male commesso dalle puttane, vendendosi. E comunque un nuovo efferato mostro che ha deciso di agire, di sfidare le forze dell’ordine.
Non resta al commissario Torrisi che imboccare questa pista seguendo un’ipotesi investigativa, suffragata da più di un indizio, e continuare a seguirla fino a quando nella macabra sequenza di uccisioni ci sarà come una rottura o forse meglio dire una smagliatura. Perché la vittima prescelta dal mostro sarà una donna della Modena che conta, ricca e influente una signora, una nota giornalista, co-direttrice di una importante emittente televisiva locale. Forse di mente e costumi aperti, ma non certo una prostituta Una persona che oltre tutto Torrisi conosce personalmente, addirittura è una sua vicina di casa.
Non sarà un compito facile venire a capo di una spinosa faccenda, talmente ingarbugliata da far girare la testa anche a un poliziotto tanto preciso, razionale e accurato come Torrisi.
Ma sarà poi possibile arrivare a scoprire che non basta individuare una e plausibile verità perché a conti fatti le possibili verità potrebbero essere diverse e più d’una.
Un nuovo personaggio per Guicciardi che dobbiamo ancora imparare a conoscere meglio ma, sono certa, non ci mancherà l’occasione. Lo ritroveremo, mi sa che ha voglia di farsi strada, anche in futuro.
Luigi Guicciardi fa parte, a buon diritto, del gruppo degli autori rappresentanti del più classico giallo italiano legato al campanile e che spesso narra della tante magagne di ogni città ai nostri giorni. Gialli tradizionali, ancora cari a tanto pubblico, sempre realizzati su inchieste e indagini e sulla ben calibrata costruzione dei suoi personaggi, specchi parlante di ogni umanità.

Modenese, insegnante di liceo e critico letterario, Luigi Guicciardi è il creatore del commissario Cataldo, poliziotto al centro di una serie di mystery: “La calda estate del commissario Cataldo”; “Filastrocca di sangue per il commissario Cataldo” – entrambi finalisti al Premio Scerbanenco – “Relazioni pericolose per il commissario Cataldo” (2001), “Un nido di vipere per il commissario Cataldo” (2003), “Cadaveri diversi” (2004, Piemme); “Occhi nel buio” (2006), “Dipinto nel sangue” (2007), “Errore di prospettiva” (2008), “Senza rimorso” (2008), “La belva” (2009), “La morte ha mille mani” (2010) per Hobby&Work; “Una tranquilla città di paura” (2013, LCF Edizioni); “Le stanze segrete” (2014), “Paesaggio con figure morte” (2015) e “Giorni di dubbio” (2016) per Cordero Editore. Ha contribuito all’antologia “Scosse. Scrittori per il terremoto”, (Felici Editore, 2012).

:: L’orologiaio di Everton di Georges Simenon (GEDI 2020) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2022

Georges Simenon risiedette una decina d’anni negli Stati Uniti, pressapoco tra il 1945 e il 1955, e questo periodo americano fu particolarmente prolifico, come tutti i periodi della sua carriera. Qui scrisse una trentina di Maigret e 26 romas durs, tra cui nel 1954 L’Horologer d’Everton, romanzo di introspezione psicologica più che noir, scritto ispirandosi a episodi di cronaca nera prettamente americana sulle orme di storie tragiche e violente alla Bonnie e Clyde. Gioventù bruciata (Rebel Without a Cause) diretto da Nicholas Ray, con prodagonista James Dean, uscirà solo l’anno dopo, nel 1955, pressapoco toccando gli stessi temi, con al centro appunto quel grumo di rabbia e ribellione che le giovani generazioni provavano per la famiglia e la società.
Protagonisti de L’orologiaio di Everton sono un padre e un figlio, Dave Galloway e Ben, e il loro complicato e torrmentato rapporto. Dave Galloway, di professione orologiaio, ha una bottega di cui è proprietario, e un appartamento sopra la bottega. Ha praticamente allevato il figlio da solo, poichè la moglie Ruth, donna piena di relazioni occasionali, l’ha lasciato con il figlio in fasce, per poi chiedere i divorzio tre anni dopo. Per Dave Galloway Ben è il centro del suo mondo, la sua unica ragione di vita, si può comprendere perciò lo sbalordimento quando scopre che è fuggito, con una ragazzina pressapoco sua coetanea, ed è inseguto dalla polizzia di cinque stati per alcuni fatti criminosi di cui si prenderà sempre la responsabilità fino alle estreme conseguenze.
Questi fatti drammatici che interrompono la placida e incolore routine tra bottega e i sabati a giocare a jacquet con l’amico Musak aprono per Dave una frattura che si propagherà in una serie di domande senza risposta: sono stato un buon padre? come ho fatto a convivere con un assassino senza scorgere in lui la minima avvisaglia? amo davvero mio figlio? e ora cosa posso fare per aiutarlo?
Dave Galloway, come suo padre, è un uomo mite, abituato ad abbassare la testa e subire le vicessitudini che ci riserva l’esistenza. Suo padre l’unico atto di ribellione lo compì passando una settimana fuori casa con una donna, lui sposando Ruth, una donna ben diversa dalla classica massaia americana di quegli anni. Ben facendo quello ha fatto.
Dave Galloway arriva a stabilire che nella vita ci sono due tipi di uomini: quelli che non superano mai il limite, integrati, vincenti, capaci nelle loro professioni come il nuovo marito di sua madre o l’avvocato di Ben e poi gli uomini come i Galloway che di padre in figlio si passano il gene della ribellione e della rabbia a lungo repressa. Ecco il segreto degli uomini che Dave è ben felice di poter tramandare al nipotino che sta per nascere. Un altro Galloway. Così si chiude un romanzo solido e ben strutturato, di ambientazione americana per alcuni dettagli (come la descrizione delle varie fasi di un processo) ma europeo se non spiccatamente francese nello spirito. Tavernier ne fece un film con il titolo L’orologiaio di Saint Paul, con Philippe Noiret e Jean Rochefort.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: acquisto del recensore.

:: L’allieva di Sherlock Holmes: Il nuovo Tempio di Dio di Laurie R. King (Leggere Editore 2022) a cura di Valeria Gatti

23 novembre 2022

Perché, perché quest’uomo ha paura di me? Eccomi qui, pensai tra me e me, alta appena un metro e mezzo scalza, mentre lui è alto più di un metro e ottanta e pesa il doppio di me. Lui ha una laurea, mentre io ho lasciato la scuola a quindici anni; è un uomo adulto con una famiglia e una casa enorme, e io non ho nemmeno vent’anni e vivo in un appartamento senza acqua calda. Alla luce di tutto ciò, quest’uomo ha paura di me?”

Questo grande uomo, con la sua voce e il suo grande Dio nella grande chiesa, aveva paura della piccola, vecchia me.”

Inghilterra, fine dicembre 1920. Inizia con una data e una citazione “L’allieva di Sherlock Holmes: Il Nuovo Tempio di Dio” tradotto da Francesca Gallo e pubblicato in Italia da Leggere, Gruppo Editoriale Fanucci.

L’atmosfera che si avverte è quella nota, quella che ha fatto da sfondo a molti misteri anglosassoni (e non solo alle avventure del famoso detective): la notte umida, i marciapiedi illuminati da luci soffuse e traballanti, i rumori della sera ovattati e impenetrabili. L’atmosfera che s’incontra, nelle prime battute, è proprio quella lì: il lettore ne percepisce la forza, ne resta avvolto ed entra così nel vivo dell’opera.

Mary Russell – la giovane allieva di Holmes, orfana e studentessa di Oxford, appassionata di indagini – entra in scena con garbo e convinzione: la voce è la sua, suo è il punto di vista, suoi sono i sentimenti che, durante la narrazione, emergono con sincerità. La donna sta per compiere la maggior età, sta per ereditare una cospicua somma di denaro e sta per entrare in contatto con il Nuovo Tempio di Dio: un’organizzazione capitanata da Margery Childe, un personaggio carismatico ed enigmatico. Quando alcune donne legate all’organizzazione perdono la vita in circostanze misteriose, la coppia Russell-Holmes entra in azione. Il lettore si trova catapultato in sermoni religiosi, dottrine ebraiche, citazioni bibliche, trattati e studi: Mary sfoggia la sua competenza in più di un’occasione e molti sono i riferimenti alla sua passione per lo studio, e a quel conforto che lei trova, tra le pagine di un libro. Nelle pagine, tra le vicende, e nei dialoghi emergono con forza alcuni temi che valgono la lettura: la cultura inglese; il ruolo della donna nella società del tempo; il diritto di voto da poco acquisito; la solitudine di un’intera generazione che ha perso il proprio compagno al fronte; la disperazione delle giovani che, invece, hanno visto tornare i propri uomini con l’anima a pezzi; la droga che divora la speranza e il solito, malvagio, potere legato al denaro che non smette mai di fare danni e ampliare le diseguaglianze. Ma anche la solidarietà, l’amicizia, il dovere, la passione, la cultura e l’amore, come congiunzione perfetta.

La personalità di Mary è cristallina: talentuosa, curiosa, scaltra, vivace, coraggiosa, poco attenta alle mode, abile (a metà dell’opera c’è un’evidente dimostrazione), a volte confusa. La sua confusione riguardo ai sentimenti che prova per Holmes la rende un personaggio amabile, che instaura un rapporto diretto e intimo col lettore, complice anche quei passaggi in cui si rivolge direttamente proprio a colui che sta leggendo la sua testimonianza.

Almeno altre due tecniche di scrittura meritano una nota. Ci sono passaggi nei quali l’autrice ha “nascosto” riferimenti al passato della coppia Russell-Holmes che creano una buona dose di curiosità:

…“Quella non era una scaramuccia a confronto di alcuni dei feroci scontri che avevamo avuto nei cinque anni precedenti”…

Mentre un altro tecnicismo che, personalmente, ho apprezzato moltissimo è oltre la metà dell’opera quando Mary deve raccontare un momento chiave della narrazione e sceglie di farlo attraverso una lettera indirizzata a Holmes.

In questa narrazione, Laurie R. King usa descrizioni abbondanti di particolari, dirette e indirette – come ho già specificato -, i periodi sono a volte lunghi ma non tediosi, nei dialoghi inserisce ritmo, azione e quel pizzico di simpatia che aggiusta il romanzo (Mary e Sherlock continuano a punzecchiarsi e chiamarsi per cognome, fino alla fine).

Ultima nota: il romando termina con una novella che conferma la personalità dei personaggi.

Traduzione di Francesca Gallo.

Laurie R. King è un’autrice bestseller con oltre 30 romanzi, tra cui la serie Mary Russell e Sherlock Holmes, a cominciare dal primo volume L’allieva di Sherlock Holmes, definito come “Uno dei migliori romanzi gialli del XX secolo” dall’IMBA e ora pubblicato in questa collana. Ha vinto premi importanti come l’Agatha, l’Anthony, l’Edgar, il Lambda Literary, il Wolfe, il Macavity, il Creasey Dagger e il Romantic Times Career Achievement; ha un dottorato honoris causa in teologia ed è stata ospite d’onore in diverse convention sul mystery e sul giallo. Il secondo volume della serie Mary Russell e Sherlock Holmes dal titolo Il nuovo Tempio di Dio, è di prossima pubblicazione. Per il marchio TimeCrime (Gruppo Editoriale Fanucci) è uscito il romanzo L’uomo della verità, primo volume della dilogia Stuyvesant & Grey di cui il seguito, The Bones of Paris, sarà pubblicato entro l’anno.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

:: La Venere di Salò di Ben Pastor (Sellerio 2022) a cura di Valerio Calzolaio

22 novembre 2022

14 ottobre – 17 dicembre 1944. Salò e dintorni. Martin-Heinz Douglas Wilhelm Frederick von Bora, molto alto con capelli scuri e occhi verdi, nobile famiglia sassone, diplomatici militari proprietari terrieri, pure editori da un paio di secoli, genitori cugini di primo grado con una differenza d’età di trent’anni, padre direttore d’orchestra morto e madre anglo-scozzese risposatasi con un autorevole generale, sta per compiere 31 anni (l’11 novembre) ed è colonnello dell’Abwehr (servizio segreto militare) destinato a Brescia. Improvvisamente agenti della Gestapo lo prelevano in modo intimidatorio portandolo in auto a Salò, sulle rive del lago di Garda, con l’apparente ruolo di ufficiale di collegamento tra la Wehrmacht e la Repubblica Sociale Italiana. Il generale Sohl e il maggiore Lipsky gli affidano un ulteriore incarico: ritrovare un prezioso quadro di Tiziano, rubato dal palazzo ove avevano stabilito la loro sede. Sia la villa requisita che il quadro appartengono al ricco industriale Giovanni Pozzi, che come risarcimento ottiene l’esclusiva sulla fornitura di telerie all’esercito. Il traffico di opere d’arte appare ampio, inoltre Bora intuisce che una o più donne considerate suicide potrebbero essere vittime di omicidio, tutte in qualche modo legate a Pozzi. L’antiquario ebreo Mosé Conforti gli mostra la bella copia del quadro, Martin sempre più affascinato da Anna Maria, figlia di Pozzi, con la quale inizia una breve intensa relazione. Ma l’agente della Gestapo Jacob Mengs lo bracca completando il dossier a suo carico, materiale sufficiente all’arresto e all’incriminazione. Lui risolve i casi ma lo portano a Milano. Gli vengono imputati aiuti forniti a ebrei, traduzioni di opere straniere (di cui a Lipsia si occupa la casa editrice di famiglia), i rapporti diplomatici stabiliti con i russi, oltre ad altre note storie “segrete” e “doppie” del passato.

La bravissima docente universitaria americana Ben Pastor, di gioventù italiana (Maria Verbena Volpi, Roma 1950), pubblicò nel 1999 negli Stati Uniti il primo romanzo della splendida serie di Martin Bora. Bilingue, preferisce scrivere in inglese. Accanto a decine di altri romanzi storici e racconti gialli e a saggi di scienze sociali, da allora ne sono seguiti ben undici della serie, questo come uscita è il sesto (2006) ma cronologicamente quello finora più vicino a noi e all’epilogo. La complicata biografia scelta per il ricco severo protagonista (si tratta di un soldato fedele, contrario ai “metodi” nazisti; ha perso la mano sinistra in un attacco dei partigiani l’anno prima, ora ha una protesi) consente all’autrice di andare avanti e indietro nei tempi e nei luoghi del secondo conflitto mondiale, dagli antefatti spagnoli all’evoluzione della Germania nazista, approfondendo con cura storica ecosistemi geografici distanti e contesti sociali differenti. Non a caso per Bora si è parzialmente ispirata all’identità di Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg (Jettingen-Scheppach, 15 novembre 1907 – Berlino, 21 luglio 1944), il militare tedesco autore dell’attentato del 20 luglio contro Adolf Hitler, la nota Operazione Valchiria (evocata e appena fallita in realtà rispetto ai tempi del romanzo). L’avvincente narrazione è in terza, alternando rivali e altri protagonisti; il protagonista talora anche in prima e corsivo, grazie agli appunti che qui ricomincia a scrivere sul diario in minuto corsivo gotico. Il titolo fa riferimento al sensuale quadro dell’investigazione “gialla”, si tratta comunque nell’insieme di una tragica vicenda noir sull’animo umano di alleati e nemici, ladri e onesti, capi e subalterni, donne e colleghi, all’interno di un dramma storico globale. All’inizio l’elenco dei personaggi, tedeschi e italiani; in fondo un breve glossario, i ringraziamenti e la cronologia delle “inchieste” di Bora.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018) e La sinagoga degli zingari (2021).

Source: libro del recensore.

:: Un caffè in due e altre poesie d’amore di Nicola Vacca (A&B EDITRICE 2022) a cura di Giulietta Iannone

20 novembre 2022

Il segreto dell’amore
è un caffè in due
da bere dalla stessa tazza

Sarà questo il segreto più nascosto dell’amore? Condividere con l’amata i gesti minimi, quotidiani, quasi banali dell’esistenza, gesti che acquistano luce e importanza grazie a un sentimento vero, autentico, maturo, non un amore dell’età acerba ma del tempo compiuto, della vita adulta, dell’autunno incipiente. Ecco questi sono i versi contenuti nella silloge Un caffè in due e altre poesie d’amore del critico e poeta pugliese Nicola Vacca. E’ sempre difficile parlare di amore e di erotismo, un erotismo non funzionale al proprio personale egoismo o piacere, allo sfruttamento dell’altro ma a servizio di un amore autentico di coppia. Un amore forte (come la morte direbbe l’Ecclesiaste), grazie alla conoscenza reciproca, in cui non esiste possesso dell’altro, perchè il possesso è la fine e la tomba dell’amore. L’amore si nutre di libertà, ogni istante, ogni giorno, è un sì ripetuto che non ci si stanca mai di dire. Un sì, atteso.

Ti stringerò in un abbraccio
per dirti sempre grazie
della pazienza che diventa amore.

Un sì che prevede un grazie, perchè l’amore è un miracolo e non è affatto scontato. E tutti gli amori si somigliano e allo stesso tempo sono unici. La frase in esergo ce lo rammenta. Giovanna è la compagna del poeta, la donna amata a cui è dedicata questa silloge che lei condivide con tutti gli spiriti amanti che possono capire queste parole come direbbero i poeti del Dolce Stil Novo. Parole da iniziati, da cospiratori, da complici.

L’amore carnale, aulico, fatto di baci, abbracci, desiderio, letti sfatti, amplessi, estasi condivise si unisce ai gesti minimi della vita quaotidiana, a quel ticchettare sommesso della vita che a volte lasciamo scorrere senza importanza. E invece nella vita tutto è importante, tutto è prezioso.

Il volume è diviso in quattro parti: Lievito madre, L’amore con i piedi per terra, Queste nostre parole più belle e Fuori dall’oblio ritorneranno i baci. Versi liberi, svincolati dalla metrica come vuole la poesia contemporanea, e nello stesso tempo versi antichi, potenti perchè veri. E non c’è nulla come la verità, di un amore, di un vissuto, di un eterno divenire.

Juan Ramón Jiménez, Neruda, il sentire latino del sangue che ribolle nelle vene, la passione che diventa tormento hanno scritto i versi d’amore più appassionati e selvaggi, più traboccanti di verità, e partecipazione, la poesia di Vacca si accosta a questi poeti per intensità e rinnova il sentire con la poetica della quotidianità, della consuetudine, di un desiderio che non conosce sazietà e sempre si rinnova. Ma pur se semplice e quotidiano non è mai routine, noia, ripetitività di gesti e di parole.

Baci che strappano la carne
dalle bocche cucite.

Nonostante la vita, noi continuiamo ad amare, parafrasando Emil Cioran, a cui Vacca è molto legato per sentire e per vicinanza umana. Siamo barche alla deriva in un mare in tempesta, solo l’amore è un filo lieve che ci unisce e ci salva, perchè senza amore saremo davvero tutti perduti.