Traduzione di Margherita Carbonaro (entrambe le edizioni, alcune modifiche qui)
Germania. Settembre 1943. Il piccolo Uwe entra in cucina dove sono padre, madre e sorella, gira gli occhi verso l’armadio bianco per le scope, da lì spuntano capelli biondi e d’improvviso viene meravigliosamente sollevato in aria da braccia possenti in uniforme, è il fratello Karl-Heinz, più grande di sedici anni. Uno dei primi ricordi della vita, uno degli ultimi del 19enne fratello, che poco dopo si arruola per combattere nelle Waffen-SS e muore nell’ottobre 1943 durante l’invasione nazista dell’Ucraina. Il grande scrittore tedesco Uwe Timm(Amburgo, 1940) scrisse una ventina d’anni fa (dopo la morte dei genitori) lo splendido racconto autobiografico “Come mio fratello”: emozioni personali e brandelli di vita sotto il nazismo, ma anche carte ufficiali, le lettere dal fronte, il breve diario complicato da decifrare. Si macchiò il fratello di atrocità su civili ed ebrei in Ucraina? Come nell’adolescenza l’autore fu educato alla memoria, al rimprovero, alla vergogna, all’espiazione?
Valencia e Madrid. Inverno 2020. Il direttore generale della Policía Nacional Juan Quesada Montilla, forte risoluto audace, chiama dalla capitale il dottor Badía, addetto stampa della potente Vita Castellá negli ultimi sei anni della sua presidenza, dimessosi lealmente appena il partito l’aveva messa da parte come uno straccio. Gli ingiunge di non parlare a nessuno di quanto accaduto. Badía stava accompagnando a Valencia la ex presidenta della Comunità Valenciana, dove lei doveva presentarsi sola davanti alla corte suprema, intuitivamente per rivelare brutte storie; quando la mattina era andato a svegliarla nel lussuoso albergo (dove avevano preso stanze separate, ovviamente come sempre, oltretutto lei lesbica, lui gay) aveva rinvenuto il cadavere; nessun’altro poi era potuto entrare nella camera. Quesada ribadisce che l’intera vicenda va considerata un segreto di stato e, angosciato, va a parlare col ministro dell’Interno, cui si era negato. Sa che è un omicidio (avvelenamento col cianuro), una cameriera le aveva portato il caffè lasciandolo sul vassoio. Non sanno chi è stato ma chiunque possa essere quasi certamente è dei “loro”, meglio non scoprirlo, esiste una schiera di scheletri in moltissimi armadi del partito. Devono riuscire a nascondere tutto: parlare d’infarto nella versione ufficiale, lasciare il caso lontano da Madrid, far svolgere le indagini a qualche incapace. Berta e Marta Miralles sono due sorelle giovanissime appena uscite dall’Accademia di Polizia, certo inesperte, probabilmente malleabili, in apparenza l’ideale. Invece no: acquisiscono fin da subito che devono far finta di non capire niente e di far poco per individuare davvero colpevoli e mandanti. Non tutto potrà essere svolto secondo le regole, certo, andranno corsi rischi di salute e professione, la scia di sangue potrebbe non terminare. Scopriamolo.
La bravissima Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è famosa per la serie gialla che ha protagonista l’ormai quasi sessantenne ispettrice Petra Delicado (una meticolosa attaccabrighe, ossimoro vivente), anche se ha scritto più di una decina di altri ottimi romanzi (1984-2015), saggi, racconti, articoli, sempre attenta al femminismo e ai diritti civili. Qui inaugura una nuova serie con due acute investigatrici alle primissime armi dopo infanzia e adolescenza nella campagna di Càlig coi genitori contadini (soprattutto l’aranceto), sulle colline del Maestrat in provincia di Castellón. Di loro l’autrice non fornisce mai una descrizione fisica (magre però), presentandole comunque come l’una caratterialmente l’opposta rispetto all’altra, pur accomunate da nomi brevi e poco tradizionali (scelti dalla madre), dai medesimi senso della giustizia e sogno della polizia, spesso necessariamente conviventi e ora relegate in un minuscolo ufficio. Berta è la maggiore, cauta disciplinata musona fumatrice lettrice; dopo la laurea ha avuto una forte delusione amorosa (con un medico di dieci anni più grande e già impegnato), dedicandosi così poi solo allo studio e al lavoro. Marta è operativa entusiasta svelta allegra salutista; le piace ballare e cerca spesso di divertirsi con i ragazzi palestrati e con l’ultima moda. Insomma, forse Berta ha la vocazione ma non il carattere del poliziotto, Marta viceversa. Ogni tanto tornano al paesino (il figlio minore Sebastià segue le orme paterne) ma sono molte concentrate sul caso della presidenta (da cui il titolo), in modo di generare movimenti che facciano affiorare indizi e individuare vaghe piste, che nascondono fra le pieghe delle note informative inviate al misogino e pensionando giudice, piene di descrizioni, dialoghi, omissioni, frottole (tanto lui non le leggerà fino alla soluzione finale). Il Partito Popolare fa una pessima giustificata corrotta figura. I personaggi spesso “finiscono per andare dove vanno tutti in Spagna, in ogni situazione: al bar” (come in Italia). Poco convincente all’inizio, il romanzo presto decolla, intrattenendoci con ironia e curiosità. L’agua de Valencia andrà provata (arance spremute, spumante, vodka); vino (Alicante), birra (gelata) whiskini (in emergenza) più abituali.
Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi con Petra Delicado. I romanzi della serie sono stati tutti pubblicati nella collana «La memoria» e alcuni poi riuniti nella collana «Galleria». Ha anche scritto numerose opere di narrativa non di genere, tra cui: Una stanza tutta per gli altri (2003, 2009, Premio Ostia Mare Roma 2004), Vita sentimentale di un camionista (2004, 2010), Segreta Penelope (2006), Giorni d’amore e inganno (2008, 2011), Dove nessuno ti troverà (2011, 2014), Exit (2012, 2019) e Uomini nudi (2016, Premio Planeta 2015). Nel 2006 ha vinto il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction Festival di Matera. Nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.
Il commissario Ermes De Luzio da sempre si ritiene un funzionario di polizia al servizio del cittadino. Si è mosso con coscienza anche durante il regime fascista, coservandosi neutrale per quanto ha potuto. Finita la guerra è rimasto al suo posto, mantenendo con cocciuta determinazione la sua drittura morale mentre Roma veniva percossa e lacerata da scontri, ritorsioni e vendette. E tuttavia in fondo a sé prova una punta di rimorso, teme di non essersi mai voluto impegnare, teme di non aver fatto abbastanza e alzando lo sguardo al ritratto appeso sulla parete dell’ufficio affronta di malavoglia lo sguardo del presidente Luigi Einaudi. Sguardo che sembra volerlo giudicare da dietro le sue lenti rotonde. Ormai vicino alla pensione, però De Luzio non si fa più illusioni e si è buttato serenamene dietro le spalle le giovanili velleità di carriera. Tutto nel suo ufficio piccolo è squallido, sa di muffa, vecchiume e come sottofondo, si potrebbe quasi percepire l’odore del grasso per pistole e della polvere che aleggia per l’intero edificio. Il suo un ufficio è una stanza dimessa in un piccolo commissariato del Quarticciolo. Davanti alla sua vecchia scrivania che ha visto tempi migliori, troneggia una cassettiera in legno massiccio che contiene i faldoni con i casi già risolti e quelli da risolvere. Poca roba di recente: risse fra ubriachi, furtarelli di piccolo calibro, come per esempio la scomparsa del proiettore dalla sala parrocchiale. Ma qualche volta a impegnare di più il commissario De Luzio sono le liti tra marito e moglie, e il guaio vero può scaturire da alcune di quelle che degenerano nella violenza. Come forse è accaduto in uno degli appartamenti dei tanti palazzoni di periferia, tirati su frettolosamante nell’ affannata opera di ricostruzione postbellica della Roma degli anni Cinquanta, ancora in bilico tra le dolorose ferite della guerra e la crescita incontrollata, sotto la spinta di speculazioni immobiliari. L’appartamento in questione, zona Villa dei Gordiani, dove De Luzio verrà chiamato a intervenire e dove si troverà davanti a un orrido teatro del delitto: la tragica e spaventosa scena dell’omicidio di una giovane donna, Emilia Palmieri e dei suoi due bambini. Sia la donna, che i piccoli sono stati ferocemente massacrati a colpi di ferro da stiro. Chi può aver fatto un tale macello? L’inchiesta in un primo momento verrà presa in carico dal commissario Leopardo Malerba che tenterà di sbrogliarla in fretta, indirizzando le indagini su un delitto passionale: la vendetta di una donna, Caterina Toresin, commessa e amante del marito e padre delle vittime. Malerba organizza persino funamboliche carte false per riuscire a inchiodarla . Ma presto per lui tutta questa triste faccenda dovrà passare per forza in secondo piano. Il barbaro triplice omicidio di periferia infatti verrà oscurato dal ritrovamento sulla spiaggia di Tor Vajanica del cadavere di Wilma Montesi, ben presto balzato sulle testate più importanti e di risonanza nazionale per l’identità di importanti personalità coinvolte e tutte le ricadute politiche e mediatiche che minacciano addirittura le sorti del governo. Ragion per cui, di necessità virtù, Malerba, anche per cronica mancanza di personale in questura, sarà costretto ad affidare gli accertamenti della strage di Villa Gordiani al commissario Ermes De Luzio. Per De Luzio però qualcosa non torna nelle conclusioni tratte da Malerba, troppo facili e semplistiche. Per lui quella ipotesi di accusa: vendetta di un’amante abbandonata, non regge. E tanto per cominciare l’anziano commissario sa di dover approfondire interrogando a fondo l’accusata. Ciò nondimeno, dopo aver parlato a lungo con Caterina Toresin, aver sentito la sua storia e le sue giustificazioni, le sue perplessità aumenteranno, inquietandolo. La donna lo intriga ma non la crede un’assassina. Intanto sa di dovere per forza andare avanti riprendendo le indagini da capo e muovendosi con tatto discrezione. Non sbaglia. Con l’aiuto del suo fedele brigadiere Da Ponte, porterà subito alla luce la mancanza di conferme, interpretazioni sbagliate ed errori stupidamente commessi dagli investigatori fino a quel momento. E allora bisogna ricominciare dai primi passi, risentire tutte le testimonianze dei condomini e, tra “una tirata di Nazionale e l’altra”, cercare di scoprire anche quanto più possibile sulla vittima e la sua famiglia. Il nostro commissario è un poliziotto molto serio, preciso, scrupoloso. Ma anche un personaggio particolare, assillato da qualcosa che avrebbe preferito non venisse mai alla luce, insomma afflitto da sensi di colpa e dal suo continuo rimuginare su un caso non preso abbastanza sul serio e sfociato in una tragedia, che l’ha fatto soprannominare “mister Anamnesi”. Se ne accorge persino sua moglie Elena. Ci saranno tra loro persino alcuni momenti di dubbi, di imbarazzo, prima che De Luzio riesca a sfogarsi e ad accettare il suo conforto e il suo incoraggiamento a proseguire le indagini. Che si presentano lunghe e difficili anche perché qualcuno nasconde una parte della verità. Ma qualcosa verrà fuori. Intanto che l’uccisa era incinta. Di chi?… Pare che il marito fosse all’oscuro. E qual’era la vera ora in cui è stata commessa la strage? Aiutato anche dalla colte letture di sua moglie, e fiancheggiato dalla dedizione del fedele brigadiere Savio De Ponte, savio di nome e di fatto, il commissario De Luzio pian piano riuscirà a mettere in piedi un solido schema investigativo, in grado di driblare depistaggi e false piste e invece prefiggersi un’ipotesi in grado di offrire inattese svolte e inimmaginabili colpi di scena. Nel suo bel romanzo giallo, Nicola Verde ci offre una puntuale ricostruzione di quei tempi, spaziando la sua ricognizione dalle borgate descritte amaramente da Pasolini ai quartieri borghesi come i Parioli con i suoi lussuosi palazzi, avvalendosi anche di continue, mirate citazioni di film e canzoni d’epoca e facendo un’approfondita analisi dell’animo umano dei diversi personaggi. Un’indagine poliziesca sì, ma su un ambiente, una città e un periodo che Nicola Verde valuta a fondo e condanna senza fare sconti inserendo con abilità le giuste notizie storiche, culturali e letterarie che fanno di “Colpe senza redenzione” un libro che va ben oltre i confini del giallo classico. Senza voler poi calcolare i pensieri, i ricordi e gli incubi che angosciano l’assassino (riportati in corsivo nel romanzo). Ma ad un certo punto finalmente il quid, l’idea che scaturita da un libro gli darà in mano la giusta tessera da inserire per far combaciare il puzzle di Colpe senza redenzione. Sarà quella la chiave che ha scatenato tutto, o il terrore di un’infamante test diagnostico? Come riuscirà il nostro commissario De Luzio a trovare la giusta strada da imboccare per poi proseguire fino in fondo, fino alla soluzione del caso. Ma anche a scoprire che l’origine di tutto quel male, di quella mostruosa follia omicida, deve per forza aver avuto un suo drammatico perché.
Nicola Verde è nato a Succivo (CE) nel 1951 e vive a Roma. Vincitore di alcuni prestigiosi premi dedicati al giallo, alla fantascienza e al fantastico, è presente in numerose antologie. Ha pubblicato i seguenti romanzi: “Sa morte secada”, “Un’altra verità”, “Le vie segrete del maestrale”, “La sconosciuta del lago”, “Verità imperfette”, “Il marchio della bestia”, “Il vangelo del boia”, “Maestro Titta e l’accusa del sangue”, “Il profumo dello stramonio”.
Marco Steiner bentornato. Avevo già letto il suo “Isole di ordinaria follia”, un non romanzo e un non saggio. Forse un condensato di poesia ? Di fantastiche illusioni ? O qualcosa di più? Steiner ci aveva regalato finora grandi orizzonti, multiformi magiche avventure dove il mare dominava la scena da protagonista. Lui sa bene cos’è il mare. Stavolta invece l’unica, vera protagonista diventerà la mente umana con tutte le sue possibili scelte e il labirintico complesso delle possibilità e dei contenuti intellettuali e spirituali dell’individuo. Comunque pare difficile riassumere in poche parole una trama tanto ricca e coinvolgente per la quale posso dare solo un suggerimento: attenzione alla fine perché quando tutto – o molto – sembra forse perduto si scoprirà il segreto in grado di lenire ogni male: la speranza.
In una notte illuminata da una strana doppia luna, un veliero nero accosta in silenzio a San Servolo, l’isola della laguna veneziana che fino al 1978 ospitava il manicomio veneziano. Tutto è calma e silenzio a bordo e sul ponte deserto un gruppetto di internati s’imbarcherà frettolosamente, di nascosto, seguendo l’impulsiva scelta di Indio, provetto marinaio e capitano. Per tutti loro la speranza di una possibile fuga. Comincia così una straordinaria e fiabesca peregrinazione alla ricerca di una sorta di libertà, una agognata e qualsiasi libertà forse generata dalla follia, un protettivo limbo in grado di offrire sponda , tregua, ma anche l’ opportunità di smarrirsi e fallire nel tentare nuove strade prima impensabili. Una salvezza dell’anima , una agognata via di fuga, da scovare forse nei meandri oscuri delle viscere di Venezia, paragonabili a una specie di gigantesco ventre umano dove cercare rifugio dalla tragedia portata dalla realtà. Il loro timoniere, Efren Jorge Caminante detto Indio, uomo di mare di origini italo/sudamericane, e protagonista della storia, non sa solo navigare, lui riesce a comunicare empaticamente con lo sconfinato abisso oceanico e addirittura con la Luna. Indio conosce a menadito le sconfinate distese marine che man mano sveleranno a tutti universi sconosciuti da attraversare, lasciandosi trasportare dal vento e dal vibrare delle sublimi note che emergono nella nebbia. Indio crede di aver capito di dover ritrovare il prezioso Altrove, cercandolo fra le misteriose isole che si allontanano o scompaiono all’orizzonte. Non sono folli i personaggi della storia, ma uomini e donne solo dotati di fantasia, ciascuno in cerca di una possibile realtà, forse l’unico vero regalo per il loro lungo viaggio. Principale scenario di tutto il romanzo il loro lento, lungo e inquieto girovagare per mare: a perenne simbolo di libertà, di movimento, di navigazione che riuscirà a costringere tutti a confrontarsi con il proprio io. Una storia insolita, priva di modelli, che induce il lettore, insieme al protagonista del narrare, a fare omaggio alla grande letteratura fantastica di Poe, Borges e Lovecraft, ai percorsi di Conrad e alla ricerca della libertà fisica e spirituale influenzata nell’autore da Hugo Pratt che con le sue magiche vicende ha saputo spiegare l’avventura più bella: essere vivi.
Il capitano sarà la “guida” di questo ristretto e stravagante equipaggio. E tuttavia piano piano gli uomini, le donne e il veliero perfezionano come per magia un rapporto di fusione che consentirà a ognuno di ritrovare, spartire e affrontare i tanti ricordi e dolori del passato dimenticati nel tempo. Ognuno poi a suo modo, spezzando le catene di timori e incertezze, vivrà l’ebbrezza della separazione e l’incanto di incredibili avventure tra esseri splendidi o mostruosi, veleggiando lungo coste e mari sconosciuti . Una rotta imprevedibile, quella sfidata della Nave dei Folli, che sarà densa di sorprese, pericoli, incontri e sorpassi fra onde anomale e vascelli colmi di immagini inconsuete. Per raggiungere l’armonia, l’unica meta agognata si dovrà abbandonare il passato, mollare ogni inutile ormeggio. Durante tutto il loro viaggio Indio redigerà puntualmente il suo Libro di Bordo, descrivendo i luoghi visitati, gli incontri fatti ma e soprattutto confrontandosi ogni giorno direttamente con le storie e le traversie vissute dagli altri suoi compagni di cammino e saprà anche lui riscoprire in sé la forza di superare il suo personale dramma e la voglia di ricostruirsi.
Ma come si potrebbe definire La nave dei folli? Un manuale di navigazione? Un reportage di viaggio?
Forse. Certo l’eterogenea ciurma protagonista del romanzo naviga in posti reali che spaziano tra la Laguna Veneta, la Sicilia e il sud America, ma e soprattutto si spinge coraggiosamente oltre in quell’altrove del profondo, dell’inconscio, fino a raggiungere il fantastico, con sprazzi di fantasy che sfiorano inconfessati sogni, magari solo influenzati della Fata Morgana, da sempre signora e padrona della nebbia che gravita pesantemente sulle acque della laguna.
O uno studio critico di psicopatologia, visto che il protagonista, imprigionato all’inizio nel manicomio di San Servolo e curato brutalmente con elettroshock e terapie farmacologiche incontrerà finalmente un medico che, in virtù della letteratura, riuscirà a turarlo fuori dai vincoli di quel mostruoso carcere della sua lucida follia, provocata dall’incidente.
Ma non è certo un fumetto “La nave dei folli”, anche se il tratto di Hugo Pratt di Steiner fa capolino con prepotenza tra le righe .
Niente di tutto questo e dove quindi si dovrebbe o potrebbe classificare questo romanzo? Fantasia? Realtà? Oppure capacità di riscatto?
Marco Steiner vive fra Roma e New York. Lo pseudonimo “mitteleuropeo” gli è stato suggerito da Hugo Pratt con il quale ha collaborato dal 1989 al 1995 e da cui ha imparato a scrivere storie. Con fotografi come Gianni Berengo Gardin e Marco D’Anna ha imparato a vedere luci e ombre. Nel 1996, dopo la morte di Pratt, ha portato a compimento il romanzo Corte Sconta detta Arcana, edito da Einaudi. È autore di numerosi romanzi: Il Corvo di Pietra (2014), Oltremare (2015, Premio di Letteratura Avventurosa Emilio Salgari), Il gioco delle perle di Venezia (2016), Miraggi di memoria (2018), Passi silenziosi nel bosco (2020), Nella Musica del Vento (2021). Per Marcianum Press: Isole di ordinaria follia (2019).
Tornano in libreria le Fiabe Nordiche edite da Iperborea, a cura e traduzione di Bruno Berni, che nel volume “Intorno al fuoco. Fiabe e storie della terra dei Sami”, si occupa anche della postfazione. Il libro è un vero e proprio viaggio nella cultura della popolazione dei Sami, alla scoperta di quelle che sono le caratteristiche delle loro abitudini, usi e costumi. Le fiabe presenti nel volume, sono giunte a noi grazie al lavoro di Emilie Demant. Chi era questa donna? La Demant, nata in Danimarca nel 1873, è stata un’artista, ma anche scrittrice, etnografa e esperta del folclore che aveva un particolare interesse e attenzione per la cultura del popolo Sami. Fu grazie a questo suo profondo coinvolgimento per i Sami che, all’inizio del XXI secolo, in diversi soggiorni in Finlandia, la donna fece un lavoro di raccolta delle storie narrate a voce dai Sami stessi, finite poi nel volume “Intorno al fuoco”. Un lavoro di ascolto e trascrizione che la impegnò dal 1907 al 1916. Le fiabe e i racconti qui raccolti- una settantina in tutto- sono caratterizzati da un’atmosfera immediata, a tratti cruda e realistica, dove ci sono alcuni elementi – fuoco e renne per esempio- che tornano in modo costante, e questo non solo ci aiuta ad identificarli come elementi leitmotiv del libro, ma come parti fondamentali dell’esistenza del popolo dei Sami stessi. Per loro le renne, soprattutto le domestiche, sono importanti, perché incarnano compagne preziose di vita e risorse importanti per il lavoro e la vita della comunità, per ricavare vestiti, cibo, strumenti utensili dalla corna e dalle ossa. In realtà, leggendo le diverse storie presenti in questo volume si ritrovano altri animali e insetti che nei racconti atavici, trasmessi da sempre in forma orale, assumono un valore simbolico o metaforico. Curioso anche il fatto che elementi come malattie ad un certo punto si animano, prendono forma concreta e diventano persone con le quali i protagonisti si incontrano o scontrano. Il fuoco, altro componente spesso presente, è casa, e mi spiego meglio. Il focolare per i Sami è fonte di calore, è l’alleato ideale per allontanare le tenebre e gli animali pericolosi, ma è anche il punto cardine attorno al quale la famiglia e tutti si riuniscono per parlare della giornata e per raccontarsi storie, fiabe. Presenti pure alcuni personaggi come il “noiade” (a volte è uomo, altre volte è donna) da identificare come lo sciamano o sciamana, che si pongono come il punto di riferimento saggio e saldo per la popolazione. In sua opposizione ci sono diversi antagonisti, da una parte i Ciudi russi, che si riuniscono in bande di briganti pronti a discendere dal nord al sud per attaccare, terrorizzare i Sami e, dall’altra, le popolazioni di contadini stanziali che non vedono di buon occhio i nomadi Sami (migranti fino agli anni 50 del XX secolo) intenti a spostarsi in pianura in inverno e in montagna in estate. Interessanti le note e la postfazione che aiutano a comprendere ancora meglio dove affondano le radici della cultura Sami. “Intorno al fuoco. Fiabe e storie della terra dei Sami” è sì una scoperta delle fiabe e dei racconti in voga tra i Sami ma, allo stesso tempo, è un curioso e interessante un viaggio dentro alla dimensione più pura dei valori e delle tradizione sami, che ci permette di scoprire un mondo lontano da noi, dove i legami tra uomo e natura sono forti e fondamentali.
Pubblicato originariamente in occasione del settantacinquesimo compleanno di Stephen King, La guida definitiva al Re è uscita in Italia per Mondadori Electa il 15 novembre 2022. Non è la prima pubblicazione di Mondadori Electa dedicata al maestro del brivido: l’anno scorso, infatti, è uscito Il grande libro di Stephen King di George Beahm. La nuova guida di Bev Vincent, scritta in modo piacevole e scorrevole, esplora le ispirazioni dietro alle opere di King: al suo interno scoprirete quali eventi di cronaca o della vita personale di King hanno ispirato racconti o romanzi e quali influenze si celano dietro di essi, oltre a numerosi aneddoti e curiosità. Il volume ripercorre opera per opera l’intera produzione kinghiana, tracciandone l’evoluzione dai primi racconti pubblicati su riviste specializzate come Stories of Suspense e Startling Mystery Stories o sulle riviste universitarie del Maine, passando per Carrie (1974), primo romanzo pubblicato,fino all’ultimo titolo, Fairy Tale, uscito nel 2022. Una storia fatta di successi, ma anche di rifiuti, dai racconti rifiutati da Forrest Ackerman e Harlan Ellison al romanzo incompiuto Sword in the Darkness, rifiutato da un dozzina di editori. Bev Vincent analizza quasi cinquant’anni di carriera in cui King è passato da scrittore squattrinato che viveva in una roulotte in affitto e aveva difficoltà a sbarcare il lunario a icona planetaria, leggendario creatore di storie il cui patrimonio ammonta a centinaia di milioni di dollari e il cui solo nome in copertina è sinonimo di successo nelle vendite. Le sue storie sono ormai entrate a far parte dell’immaginario collettivo, anche grazie alla sterminata quantità di trasposizioni cinematografiche sul piccolo e grande schermo che hanno contribuito ad accrescerne la fama.
Il libro è inframmezzato da brevi schede di approfondimento o da più lunghi “intermezzi” che gettano luce su alcuni aspetti della vita e delle opere di King, come l’editor che lo ha scoperto, una dettagliata descrizione di Castle Rock e Derry (cittadine fittizie del Maine in cui King ha ambientato molte sue storie), o ancora i romanzi pubblicati con lo pseudonimo di Richard Bachman, i film in cui King è apparso come comparsa, la passione per i Boston Red Sox e molto altro ancora. La guida è corredata da un ricco apparato iconografico che farà felici i fan del Re: tra le sue pagine potranno infatti scoprire foto d’archivio e documenti della collezione personale dello scrittore, oltre a pagine manoscritte, copertine di libri, locandine di film…
Alla fine del volume sono presenti una bibliografia essenziale, con i titoli dei più importanti saggi per addentrarsi nel Multiverso kinghiano, e l’elenco completo delle opere complete del Re (in cui compare già il prossimo titolo, Holly, in uscita nel 2023), delle prime edizioni americane e italiane dei suoi racconti e infine tutti gli adattamenti cinematografici e televisivi.
Bev Vincent è autore di The Road to the Dark Tower e The Dark Tower Companion, due volumi dedicati alla serie della Torre Nera di Stephen King. Ha inoltre curato l’antologia Odio volare. 17 storie turbolente (Sperling & Kupfer 2019) assieme a Stephen King. I suoi racconti sono apparsi su Ellery Queen’s Mystery Magazine, Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine, Borderlands 5, Ice Cold e The Blue Religion.
Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Mondadori Electa per aver gentilmente inviato una copia del libro al recensore.
Marsiglia. 1945-2000. Esiste una città che si raggiunge abbastanza facilmente per mare, per terra e per cielo. Prenotando un traghetto dalla Corsica o dalla Sardegna, oppure dall’Algeria o dalla Tunisia. Oppure decidendo di fare sette ore di treno da Milano (meno da Parigi) o guidare in auto dall’Italia (dipende da dove partite) in una combinazione di autostrade dal pedaggio salato con una sfilza (utile) di autovelox. Oppure ancora atterrando a Marseille-Provence, l’aeroporto a Marignane, circa ventidue chilometri a nord. Inutile parlarne, però, perché: “Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere” (Jean-Claude Izzo, Casino totale, pag. 33). Attraverso le parole di Izzo, Marsiglia diventa una città talmente reale che si riesce ad annusarla, ad assaggiarla, a “camminarla”, persino a toccarla. Non c’è bisogno che ci siate già stati o che progettiate di andarci, i suoi romanzi già consentono di “leggerla”, appagandosi del testo e del contesto. Jean-Claude è stato uno straordinario indimenticabile scrittore francese, poeta giornalista sceneggiatore drammaturgo romanziere, nato lì il 20 giugno 1945, figlio di Gennaro, immigrato di Castel San Giorgio (vicino Salerno) e di Isabelle (casalinga francese, figlia di immigrati spagnoli). La sua adolescenza ha avuto molto a che fare con i libri e con Pax Christi, il suo apprendistato lavorativo con il giornalismo e col partito comunista francese. Dopo vari libri di poesie e articoli di giornale, è del 1993 il primo romanzo con Fabio Montale (anche lui con padre italiano, di poetico cognome), pubblicato due anni dopo da Gallimard nella Série Noire, Total Kheops (1995), appunto Casino totale, da noi grazie a Massimo Carlotto (Edizioni e/o, 1998). Se cominciate, non smetterete più di leggerli, la serie e il resto, tutto con Marsiglia, immersa nel noir mediterraneo. Purtroppo, Izzo è morto lì il 26 gennaio 2000 per un tumore ai polmoni, entrando però prima e per sempre nel pantheon e nel mito. Si moltiplicano giustamente i militanti omaggi postumi.
L’ottimo scrittore, libraio e traduttore Vins Gallico (Melito Porto Salvo, Reggio Calabria, 1976) realizza un’intelligente scelta letteraria: presentare la città di Marsiglia per il tramite delle parole scritte da un’eccelsa personalità marsigliese in opere di fiction. Evviva. Organizza il suo viaggio in ventinove capitoli, intitolati ad argomenti (pied-à-terre e pieds-noirs, la vergogna e così via), luoghi (la banchina, il Panier, la Joliette e così via), collettivi (le canaglie, il PC, i marsigliesi in quattro scene e così via) e altri temi “izziani”. Dopo le brevi conclusioni colloca un lungo trentesimo autobiografico capitolo in cui spiega come e perché è voluto comunque tornare di recente a Marsiglia, capitale del mondo meticcio, pur avendo scelto di raccontarla solo con lo sguardo (sempre “occhi nuovi”) e le frasi di Izzo (tratte da sette volumi, tutti Edizioni e/o). Nel primo capitolo aveva spiegato di essersi appassionato al grande scrittore francese quando si trovava a studiare a Göttingen da emigrante politicizzato (per sette anni). In fondo al testo, poi, parla dei propri amici d’infanzia; del mare calabrese (“un certo tipo di effetto il Mediterraneo lo fa ovunque”); della moglie e dei figli che ha brevemente dovuto lasciare per partire; dell’aereo preso con un caro amico di sintonie; delle significative pratiche ricognizioni fatte, politiche e sociali, anche senza romanzi di Izzo al seguito; dei ringraziamenti innumerevoli per un testo che ha lo scrittore scomparso al centro: “dopo di lui, Marsiglia da scena si è trasformata in un anfiteatro greco, sfruttando la sua costituzione a scaloni. Uno si siede là e può scrutare il mondo. O sé stesso. O il vuoto. O il mare”. Utili e appassionanti le dettagliate argomentate appendici sui film e sui libri relativi alla città, “sempre sotto la lente di Jean-Claude Izzo”.
Vins Gallico ha pubblicato Portami rispetto (Rizzoli, 2010), Final Cut (Fandango, 2015) e La barriera (Fandango, 2017). Ha collaborato con l’Università Georg-August di Göttingen e l’Università di Brema. Ha diretto le librerie Rinascita e Fandango Incontro. Socio fondatore dei Piccoli Maestri, è una delle voci della trasmissione Tabula Rasa su Radio Onda Rossa.
E’ giunto anche il 25 dicembre 2022, un Natale diviso per l’Italia. Al Nord il gelo, al Sud temperature temperate. Un Natale di povertà da un lato, e di spreco dall’altro, in tutto il Paese. Sotto l’albero quest’anno tanta incertezza, e un serbatoio di fiducia, la Fede. Leggendo questo libro, qualche settimana fa, mi sono imbattuta nelle conversazioni dei Santi, nei consigli dei saggi, nella lungimiranza dei vecchi. Chi lo ha scritto così si è presentato nell’introduzione: “Sono un cittadino di Benevento e ho deciso di scrivere questo libro perché, come devoto di Padre Pio, nato in un paesino, Pietrelcina, a pochi chilomentri dalla mia città, ho raccolto e conservato da oltre 30 anni molte riviste sul venerato Padre e letto molti libri a lui dedicati”.
Il titolo allude al tesoretto di consigli, rimproveri, considerazioni religiose, di battute sagge o divertenti, di profezie del Santo di tutti dei nostri tempi così assetati di Bene, così rinsecchiti di spiritualità.
Cos’era la Santa Messa per San Padre Pio? Era “Tutto il Calvario. Tutto quello che Gesù ha sofferto nella sua Passione inadeguatamente lo soffro anch’io per quanto ad umana creatura è possibile. E ciò contro ogni mio merito e per sola sua bontà”.
Come mai il Signore permette dolori fino a tale intensità? Padre Pio risponde: “Il Signore lo fa per non dire che ci regala tutto. Egli, per umiliare la sua creatura, vuole da essa quel tantino – sebbene quel tantino glielo dia Lui stesso – affinché la creatura stessa glielo possa offrire”.
Per il Santo di Pietrelcina, poi, “la severità fraterna è di più grande valore che tutto il sentimento nel mondo messo insieme”. E più avanti: “Se tu sapessi come soffro nel dover negare l’assoluzione. Ma sappi che è meglio essere rimproverati da un uomo su questa terra che da Dio nell’altra vita…”.
San Padre Pio, nel rispondere ad una figlia spirituale, che gli domandava come fosse possibile per lui vivere con tanti dolori fisici e mistici disse: “Su una spalla ho la Chiesa di Dio combattuta e calunniata, sull’altra l’umanità alleata con l’antico nemico. Prega perché non resti schiacciato! Quello che mi fa piangere è che sulla terra non ci sarà più cuore!”.
Guardiamo le nostre mani, i nostri occhi, la nostra voce, non allo specchio dove abbelliamo la nostra anima, ma guardiamo dentro di noi, all’interno del nostro cuore, cosa vediamo al suo posto? Siamo ancora capaci di amare chi ci maltratta? Chi ci sottostima? Chi si volta dall’altra parte? Chi ci dice addio senza lacrime? Siamo ancora capaci di farci amare da chi ci chiede perdono? Da chi ha bisogno ma te lo dice camuffandosi? Da chi è troppo a terra per ringraziarti della tua coperta alla stazione centrale? Un pezzetto di croce a Natale, Signore, concedila anche a noi, come spiega San Padre Pio è un dolore che ti offriamo perché Tu tutto ci doni gratis, ma fà che questa croce possa essere di Amore, un incendio che prevalga sul nostro sfruttato ego.
Tanti auguri di Buon Natale a tutti i lettori di Liberi di scrivere.
Buenos Aires e, soprattutto, Napoli. Aprile 1939. Nel caffè dell’altra parte del mondo, una bella cantante cerca di interpretare meglio la struggente canzone sulla stradina delle pene d’amore, da cinque anni è fuggita impaurita dall’Italia e ora si chiama Laura Lobianco, le stesse iniziali rispetto a quelle dell’esistenza di cui ha nostalgia. Dietro a un boschetto di questa parte del mondo, il vedovo maestro in pensione Caputo alla ricerca di nespole trova per caso due cadaveri nel giardino nascosto ai percorsi abituali, dietro alle case popolari, sembra quasi che i due giovani stessero facendo l’amore prima di essere malamente uccisi. In questura il quasi 60enne brigadiere Raffaele Maione si confida col commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, hanno in sospeso soltanto la denuncia della scomparsa del primo ufficiale di una nave genovese. Prima che finisca il turno arriva però la chiamata dal posto di guardia di San Giovanni, hanno trovato i due morti, vanno insieme sulla scena del crimine. Ricciardi si concentra per abbandonarsi alla dannazione che gli fa sentire l’ultima frase pronunciata dai morti sul luogo e capisce che la coppia aveva il matrimonio in vista, si era data un appartato appuntamento e forse lui è proprio il 27enne Parodi che non era rientrato all’imbarcazione alla ritirata del giorno prima. Fra l’altro, arriva il medico Bruno Modo e se ne va sconvolto, forse lo conosceva, coinvolto in qualche attività clandestina. Cominciano a indagare, Parodi faceva il postino dei carcerati a Ventotene, potrebbe essere stato vittima dei fascisti, ordini ufficiali o meno. Però non tutto quadra, faticano a identificare la ragazza. Ed entrambi hanno pure altri pensieri per la testa: Ricciardi continuamente relativi alla figlia Marta, nata cinque anni prima mentre la moglie Enrica moriva nel parto, chissà se ha ereditato i dannati “poteri” del padre; Maione a causa dell’imperioso arrivo di un appariscente riccone che vuole sottrarre la figlia adottata dalla sua famiglia. Le minacce si addensano e complicano.
Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) aveva chiuso oltre tre anni fa la sua prima e più amata serie con il dodicesimo romanzo. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, le svolte matrimoniale del maggio 1933 e genitoriale dell’estate 1934, aveva dovuto abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario. Ricciardi non era più certo di essere pazzo, pur mantenendo una peculiarità al limite del paranormale: nei luoghi che frequenta percepisce ancora tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno), chiama questo fenomeno il Fatto (conosciuto solo da Enrica, con la quale aveva condiviso tutto), chissà se Marta seguirà le sue (tristi e devastanti) orme. Qui vorrebbe ormai la “prova”, verificare se l’ha trasmesso, non lo ha capito bene dal colore degli occhi (verdi i suoi, praticamente neri quelli di lei). La bimba è una nuova inedita protagonista (acuta e sensibile, più alta della media, capelli corti, spesso un bel fiocco sulla testa, mani sottili e nervose del padre, volto dolce e tratti regolari simili alla madre); quattro giorni alla settimana va a studiare con l’istitutrice Edna e il figlio Federico dalla contessa Bianca Borgati di Zisa, cara amica di Luigi ed Enrica; frequenta pure spesso i nonni materni (drammaticamente condizionati dalle leggi razziali); la sempre più brutta governante Nelide la segue ovunque. La narrazione è, come sempre, in terza varia (brevemente anche fra i colpevoli). Il titolo garantisce con commozione (sentimentale) e approfondimenti (argentini) il filo lirico comune di Luigi ed Enrica (sulla loro panchina), di Luigi e Marta (verso la casina della musica), di Marta e Federico (come scopriamo alla fine). Con audacia e qualità, De Giovanni riesce in un triplo salto mortale: recuperare l’invocata serie innovandola nelle dinamiche, politiche sociali relazionali. Altro che letteratura minore di genere! Giusto che sia in testa alle classifiche di vendita. Tanti riferimenti all’isola carcere di Ventotene. Vino rosso.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno, Il purgatorio dell’angelo e Il pianto dell’alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane, Souvenir, Vuoto, Nozze, Fiori, e Angeli, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017), Sara al tramonto (2018), Le parole di Sara (2019) e Una lettera per Sara (2020); per Sellerio, Dodici rose a Settembre (2019); per Solferino, Il concerto dei destini fragili (2020). Con Cristina Cassar Scalia e Giancarlo De Cataldo ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020). Sempre per Einaudi Stile Libero, ha pubblicato della serie di Mina Settembre Troppo freddo per Settembre (2020) e Una Sirena a Settembe (2021). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.
Da poco approdato in libreria, il nuovo libro di Marisa Salabelle, scrittrice che già abbiamo avuto modo di recensire nei precedenti romanzi da lei pubblicati. E proprio tornando al suo primo romanzo, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu, e alla sua protagonista donna chiusa, complessata e sgraziata, mi rendo conto quanto quel suo personaggio mi costringa a pensare a Susanna Rosso, la scrittrice obesa, tragico fulcro della nuova trama . Hanno tante cose in comune infatti Susanna e Efisia: la poca avvenenza, agli occhi della società fattore di emarginazione, le rare amicizie dovute al caratteraccio, una abitazione trasandata, oltre ogni possibile limite. Anche Susanna come Efisia è un personaggio condannato a percorrere un buio tunnel emozionale infinito e del quale non riesce mai a intravedere la fine. Susanna dalla ragazza grassoccia di un tempo, si è trasformata ormai in una donna obesa, solo schiava della solitudine e della tristezza, ma è soprattutto sopraffatta e vittima di un pessimo carattere strettamente collegato e acuito dal suo stato di malessere. Rimasta orfana in giovanissima età, chiusa in un ambito familiare soffocante, in rapporto conflittuale con la madre che, rimasta vedova, e unico specchio con cui confrontarsi, senza il controllo di freni educativi inibitori, quando le saltano i nervi (cosa che succede spesso) l’ha sempre trattata malissimo (finchè la povera donna è vissuta ). Lo stesso atteggiamento negativo e scostante che ha riservato ai vicini di casa, ai pochi saltuari conoscenti, e persino alla sua migliore amica, Lorella. Amica che invano ha sempre cercato di distoglierla dalla letargia emozionale al di là delle sue pantagrueliche e croniche fissazioni. Sempre e comunque scontrosa, chiusa, Susanna, infatti, oltre al suo insano rapporto con il cibo, è preda di quello che, con espressione forse desueta, si potrebbe definire il sacro fuoco della scrittura. Coltiva infatti due passioni: leggere ( tutto il suo tempo viene dedicato ai romanzi dei quali si ingegna a scrivere appunti) e a mangiare, a dismisura e, in balia dei suoi deliri creativi che la inducono a mischiare realtà ed invenzione, non vuol ascoltare consigli né reprimende, anzi insiste nell’ampliare le sue fissazioni, in un mostruoso crescendo di dipendenza e di masochismo. La sua doppia bulimia, l’incontrollabile fame di frasi scritte e di cibo spazzatura, unita al suo brutto carattere e al suo crescente egocentrismo, che l’hanno portata a rinchiudersi in se stessa, ai limiti del patologico, finiranno con il condannarla all’isolamento e alla più brutale solitudine. A un livoroso silenzio accresciuto dalla continua rabbia di non riuscire, nonostante i continui e ripetuti sforzi, ad essere apprezzata e accettata come scrittrice dagli editori. Tutta la sua esistenza, imperniata sulla sua smodata passione per la scrittura, si è risolta nello sfornare senza posa, decine su decine di racconti. Ma i suoi tentativi di emergere e ogni suo sforzo per arrivare a pubblicare uno dei suoi romanzi, sono stati regolarmente frustrati. Sì ha preso parte e ha persino vinto, iscrivendosi a piccoli concorsi locali ma nonostante abbia un vero talento, è sottovalutata da chi le vive vicino e sistematicamente disprezzata dalle case editrici, che tormenta riempiendole di proposte e proteste. Unico suo sfogo: scrivere decine di lettere, probabilmente mai aperte o viste a scrittori, attori e cantanti di successo. Il suo mondo pian piano, con il passare degli anni, si è ristretto al solo rapporto con i personaggi che riesce a inventare sulla carta, si commuove per le loro vicende, li immagina come persone vere. Nella vita reale, dalla scomparsa della madre, vede soltanto di tanto in tanto, l’unica vecchia amica, dai tempi della scuola, Lorella, Suor Maria Consolazione, una religiosa con cui prova a collaborare e una vicina di pianerottolo, la signora Lotti, che vorrebbe aiutarla ma… Per mantenersi, ha lavorato saltuariamente per una piccola casa editrice della sua cittadina, e in seguito, con l’avvento della rete, si è accollata incarichi da home working: impegnandosi tra letture e valutazioni di manoscritti, traduzioni ed editing. La sua vita sentimentale sembrava avere trovato uno sbocco nella relazione con un poeta ma dopo una brevissima convivenza, anche quel rapporto si è spezzato. E benché le sue amiche tentino di tirarla fuori dal vortice di autodistruzione, Lorella coinvolgendola nella sua vita sentimentale, Suor Maria Consolazione nell’alfabetizzazione delle donne rom del campo vicino alla parrocchia, e persino la vicina provi a offrirle cibo sano e aiuto per ripulire l’appartamento, da lei ridotto a una specie di puzzolente porcilaia, Susanna si chiude come un riccio, considera i loro tentativi un’intromissione e le rifiuta al punto che tutte e tre finiranno con allontanarsi, abbandonandola al suo destino. Il tragico destino che conosciamo dal prologo: il ritrovamento del suo corpo senza vita e peggio in avanzato stato di decomposizione. Ma la sua morte, la morte della scrittrice obesa, fa notizia. I suoi scritti snobbati dalle case editrici finché Susanna era in vita verranno, in virtù del dramma gonfiato dai media, pian piano uno dopo l’altro “riscoperti”, fino a farla diventare un’autrice ai primi posti nella classifica delle vendite. Un’amara parabola raccontata con il solito savoir faire e con un certo compiacimento dall’autrice, che di questo mondo ben conosce i meccanismi e i retroscena, anche quelli tanto deleteri del mercato. Marisa Salabelle tratteggia con amara ironia, una storia di emarginazione e solitudine ma approfitta dell’occasione per rivolgere una disincantata critica rivolta al panorama editoriale attuale: all’incontrollabile proliferare di premi… quanti poi davvero meritati? Alle troppo difficoltà di emergere e farsi accettare in un mondo difficile, poco obiettivo e troppo spesso legato a scelte pilotate . E il mercato italiano poi: strano panorama, un terno al lotto da giocare? Cosa conta davvero per un aspirante scrittore ? Cosa serve? Una storia dura e cruda, che fa riflettere,
Marisa Salabelle è nata a Cagliari il 22 aprile 1955 e vive a Pistoia dal 1965. È laureata in Storia all’Università di Firenze e ha frequentato il triennio di studi teologici presso il Seminario arcivescovile della stessa città. Dal 1978 al 2016 ha insegnato nella scuola italiana. Nel 2015 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme). Nel 2019 ha pubblicato il suo secondo romanzo, L’ultimo dei Santi (Tarka). Entrambi i romanzi sono stati finalisti al Premio letterario La Provincia in Giallo, rispettivamente nel 2016 e nel 2020. Nel settembre 2020 è uscito il romanzo storico-famigliare Gli ingranaggi dei ricordi (Arkadia Editore) e nel 2022 Il ferro da calza (Tarka), un giallo con ambientazione appenninica. Suoi articoli e racconti sono apparsi su riviste online e antologie cartacee.
Sguardo a Oriente di Dacia Maraini, a cura di Michelangelo La Luna, è un variegato compendio di racconti di viaggio, edito da Marlin nel 2022, un’antologia che come un’astronave naviga nel tempo e nello spazio. Memorie, spunti e impressioni scritte negli anni dall’autrice per le grandi testate giornalistiche italiane. Articoli rivisti, modificati e talvolta strutturati con nuova e diversa logica . Una variegata raccolta di inchieste che spaziano dall’ Afghanistan e poi in Cina, Corea, Giappone, India, Iran, Palestina, Pakistan, Siria, Tibet, Turchia, Vietnam, Yemen e altro ancora… Sguardo a Oriente di Dacia Maraini ci trasporta nel vicino e lontano ed esotico continente asiatico, ove di esotico c’è solo quanto riporta il vocabolario che ne dà come definizione “Di quanto proviene o è ispirato da paesi stranieri e specialmente dall’Oriente (con una sfumatura di ricercatezza):”, ma una definizione che può mutare addirittura, assumere altre accezioni a seconda dei punti di vista. Una denominazione riservata, secondo un criterio assoluto o relativo, a territori o paesi situati o tradizionalmente considerati a est, in contrapposizione a quelli europei: l’Estremo Oriente; il Medio Oriente, oltre il Mediterraneo (o il Vicino Orente); l’Oriente europeo certo, anche la Russia e la Siberia poi. Insomma tutto il complesso di civiltà e culture dei paesi asiatici (contrapposte a quelle occidentali). Un libro contemporaneamente soave e doloroso che narra della grazia dei paesaggi del Sol Levante e descrive il dolore che si sprigiona dalla crudeltà di certe storie pur senza rigirare il coltello nella piaga. Una raccolta di storie di umane esperienze in cui Dacia Maraini denuncia senza remore la condizione umana e peculiare delle donne, dei bambini, di quanto avviene nei regimi totalitari, dei crimini di guerra e prova a ridare voce a tutti coloro che non hanno potuto parlare. È necessario accusare chi commette soprusi, violenze e discriminazioni e chi finge di non sapere. I capitoli di questo libro, tratti da articoli e da inchieste e riflessioni della Maraini, devono trasformarsi in dimostrazioni di coraggio, in testimonianza di quanti diritti civili vengano negati in paesi belli bellissimi, ma in cui ohimè la libera circolazione delle idee arriva a costare la morte. Si parla anche di tante nazioni che l’autrice ha visitato: dalla Cina, pronta a fare “l’ultima pedalata verso il capitalismo”, allo Yemen, afflitto dalla guerra e dalle carestie, e all’India, dove sono in crescita episodi di stupro e di femminicidio. Il legame di Dacia Mariani con l’Oriente ha radici molto lontane e profonde. Nei suoi scritti si percepisce il ritmo narrativo che deriva dalla cultura familiare della grande scrittrice, con la nonna inglese Yoï di origine polacca poi naturalizzata ungherese, il padre Fosco, geniale scultore e studioso dal piglio internazionale che ventitreenne sposò la ventiduenne Topazia Alliata di Salaparuta, pittrice della grandissima famiglia siciliana (poi affermata artista, gallerista, mecenate e imprenditrice, dalla quale ebbe tre figlie, vissuta tra l’Europa e l’Asia, cittadina del mondo, la sua lunga vita – morta a 102 anni – fu costellata di eventi e rivoluzioni). Una cultura che le ha instillato sin da bambina l’amore per il viaggiare e la capacità di parlare dei fatti e i personaggi di posti lontani. Paesi come il “Caro” Giappone di cui ricorda il periodo di internamento a Nagoya dal 1943 al 1945, le vittime della bomba atomica, i morti per il “superlavoro”, ma anche l’emancipazione femminile e lo straordinario fascino del teatro Nō. “Caro” Giappone perché? Dacia Maraini aveva solo due anni quando papà Fosco, scrittore e antropologo e orientalista, ottenne di essere trasferito con la famiglia in Giappone, dove visse dal 1938 al 1947 e dove nacquero le due sorelle di Dacia. Ma dopo l’8 sett. 1943, avendo rifiutato, con la moglie, di aderire alla Repubblica sociale italiana, fu internato come “nemico”, con le tre figlie bambine , in un campo di concentramento a Nagoya. Isola di detenzione in cui la famiglia rimase fino alla resa del Giappone (15 ag. 1945), sottoposta a privazioni e angherie. Il Giappone naturalmente rimanda quei ricordi. Il non credere alla supremazia della razza è stato uno dei grandi insegnamenti di suo padre e il suo straordinario esempio di coraggio. Quegli anni di durissima prigionia rappresentarono per tutta la famiglia di Maraini un groviglio e un fardello che avrebbero potuto trovare solo espressione, e forse una sorta pacificazione, nella scrittura. “Il mio rapporto col cibo” ricorda Dacia Marini “è stato condizionato dai due anni di campo di concentramento in Giappone, durante l’ultima guerra. Ero una bambina ma la mia memoria ne è stata marcata a fuoco per sempre…Ho ancora negli occhi le bombe che si disegnavano sul cielo terso in una mattina nitida di agosto, nel campo di concentramento per antifascisti di Tempaku …” Nel suo “Caro Giappone” poi la Maraini è ritornata tante volte per tenere conferenze e presentare i suoi libri. Ha avuto allora l’opportunità di incontrare scrittrici giapponesi, anche con lo scopo di promuovere i loro libri presso le case editrici italiane, ma pare sia una cosa quasi impossibile per il libri scritti da donne. Torniamo sulle sue orme all’ Afghanistan, per poi passare alla Birmania, proditoriamente ribattezzata dai militari col nome di Myanmar, ancora la Cina visitata con Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini in tempi epici per quel paese nel 1986, la Corea del Nord e la Corea del Sud, Manila nelle Filippine, Giappone, Calcutta in India, Iran, Israele, Kurdistan, Pakistan, Palestina, Siria, Indonesia, Malesia, Vietnam, Tibet, Turchia, Yemen: ecco a voi i tanti paesi dell’Oriente che Dacia Maraini descrive ed evoca sia com tenerezza, che con intelligente perspicacia, senza fare sconti oppure addirittura irata , o peggio profondamente amareggiata. Mai remissiva però , sempre pugnace e costruttiva nei confronti di un altro mondo che deve essere scoperto per i suoi paesaggi, per le sue usanze , per la maestà femminile delle sue donne e per i suoi bambini. Un uragano che al posto di lampi emette ricordi che fanno sgorgare storia passata e dell’oggi, legata a tragedie ancora in atto per levare grida di contestazione correlate a suggerimenti, considerazioni. L’Oriente della Maraini è la donna afghana che porta il velo non per sua scelta, ma perché obbligata da una legge iniqua; bambini catechizzati nel fanatismo religioso, innocenti del resto. Mentre il mondo Occidentale, pur segnando col dito le atrocità, fingendo orrore per le guerre, le barbarie perpetrate, poi tace vigliaccamente. L’Oriente è anche quello dei giovani, poco più che bambini, monaci birmani, schiacciati dai carri armati dell’esercito, solo perché chiedevano libere elezioni, libertà di parola, di religione. È nel compravendita dei corpi dei bambini di Manila: sfruttati, violentati, seviziati, venduti. Bambini nati e cresciuti in strada. I Medici Senza Frontiere sono riusciti a trasformare alcuni di loro in educatori, salvandoli da un inaccettabile destino. L’Oriente è la bella ragazza indiana che su un autobus a New Delhi viene stuprata da sei giovani, tra i quali lo stesso conducente, davanti al fidanzato, legato, picchiato selvaggiamente e costretto al silenzio. La ragazza poi , scaricata o peggio buttata giù dall’autobus, morirà. Dopo giorni d’agonia in ospedale. Ma il germe del male prolifera. La violenza aumenta ovunque, lo stupro si fa arma e potere. L’Oriente ci rammenta che due giovani iraniane, una studentessa diciannovenne, Puoran Najafi, e una infermiera di ventiquattro, Hengameh Hajhassan, hanno pagato per amore della libertà una con la vita, l’altra con le terribili torture, delle quali porta ancora i segni. Tutto questo, grazie al mendace potere di Khomeini che professava il suo verbo e pareva volesse liberare il paese in nome di Allah. Ayse Deniz Karacagil, ventiquattro anni, è morta invece sul fronte di Raqqa per difendere il popolo curdo, la sua solo un’ idea di libertà e di vita. Amava la vita e voleva salvare la sua gente dalle persecuzioni. Come l’omicidio nel Pakistan di Benazir Bhutto. Per lei essere donna l’ha condannata a morte. Solo crudele e mostruoso fanatismo religioso, ma anche questo è l’Oriente. Ma l’Oriente di Dacia Maraini è anche l’affascinante incoerenza del mondo cinese, con le sue tradizioni strette dalle rigide regole maoiste. Lo spontaneo sorriso dei bambini persino nell’inferno di Aleppo; le scalatrici nepalesi delle maestose montagne tibetane, fulgido esempio di coraggio e indipendenza per le donne di tutto l’universo; e le tante donne turche che studiano, lavorano, scrivono e si sacrificano per resistere alle armi e alla morte.
L’Oriente per Dacia Maraini è stato anche quello della visita nello Yemen accompagnata da due grandi scrittori: Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, suo compagno per quasi una vita. Molti altri viaggi fatti per tenere lezioni nelle università, “sorprendente l’amore per la lingua italiana degli studenti in Cina o in Vietnam” ci spiega. Viaggi fatti in land rover, dormendo in tende o rifugi occasionali. Anche con un’altra viandante di eccezione: quale Maria Callas. Viaggi in cui la sua attenzione andava inevitabilmente alla condizione femminile. “In Afganistan ho chiesto perché le donne sono coperte, mi hanno risposto che le donne sono una tentazione, ma allora sono gli uomini il problema, perché non riescono a resistere alla tentazione! Ho provato un burqa: una vera prigione: vedi solo quello che hai davanti, niente ai lati, non senti bene, tutto è attutito, e inciampi su tutta questa stoffa fra i piedi. La condizione delle donne in questi paesi è tremenda e trovo estremamente coraggioso e da sostenere quello che stanno facendo le ragazze in questo momento in Iran, il taglio simbolico dei capelli che significa rivendicare i diritti negati, atto di grande forza perché rischiano moltissimo.” Ma questo è l’Oriente… Sempre per allargare lo sguardo ma è anche ciò che noi tutti dovremmo fare, osare. Non si può negare infatti il passato, né continuare a tacere il presente. L’Oriente in fondo è parte importante e indissolubile della nostra storia. Questo libro è un viaggio di immagini scritte, dipinte in bianco e nero con leggere e delicate sfumature di colore.
Dacia Maraini: autrice di narrativa, poesia, teatro e saggistica, acuta e sensibile indagatrice della condizione della donna, ha spesso delineato nei suoi testi figure femminili complesse e determinate, inserite in una più ampia riflessione su molteplici temi sociali, affrontati in un prospettiva storica. Con la raccolta di racconti Buio (1999) si è aggiudicata il premio Strega. Dopo il drammatico periodo giapponese nel ‘46 i Maraini rientrarono in Italia, recandosi prima a Firenze e poi stabilendosi in Sicilia presso i nonni materni di Dacia, nella Villa Valguarnera di Bagheria. Le difficoltà di adattamento al nuovo ambiente portano la giovane Dacia a rifugiarsi nei libri: mentre le sue coetanee vanno a ballare o in gita, lei si immerge nella lettura fino a dimenticarsi di tutto. Qualche anno dopo i genitori si separano e il padre va a vivere a Roma, dove lei lo raggiunge, compiuti i diciotto anni. Si arrangia facendo diversi lavori, dalla segretaria all’archivista. Più tardi si sposa con il pittore milanese Lucio Pozzi e nel ‘62 pubblica il suo primo romanzo, La Vacanza. A questi anni risale l’incontro con Alberto Moravia, che si è appena separato dalla moglie, Elsa Morante. Uomo sempre «in fuga per inquietudine intellettuale e psicologica» – simile in questo all’amatissimo padre Fosco – lo scrittore romano sarà suo compagno di vita fino al ’78. I due faranno numerosi viaggi in Africa, India, Cina e altri paesi, molti dei quali insieme a Pier Paolo Pasolini. Al pari della scrittura, il viaggio è considerato da Dacia Maraini come parte naturale del suo destino: il viaggio fisico, alla scoperta di nuove terre e culture (già a un anno viene fatta salire su una nave per Kobe), ma soprattutto quello attraverso i libri, per lei il più affascinante. Nonostante il successo di pubblico, molta critica è diffidente nei confronti della sue prime opere, considerate scandalose per alcuni temi che precorrono quelli del movimento femminista degli anni Settanta. Nel ’63, con l’assegnazione del prestigioso Premio Formentor a L’età del malessere, la polemica infuria sui giornali e Dacia Maraini viene pubblicamente accusata di essere una protetta di Moravia. Ci vorranno anni di duro impegno e decine di migliaia di copie vendute prima di riscattarsi da tali accuse, anche se la sua opera rimane ancora oggi inadeguatamente studiata. Negli anni ’70, facendosi incalzante l’impegno femminista, è co-fondatrice del teatro gestito da sole donne La Maddalena (1973), che verrà dopo la Compagnia del Porcospino (1967) e della Compagnia Blu a Centocelle (1970). La notorietà internazionale arriva con Maria Stuarda (1980), dramma tradotto e messo in scena in 22 paesi, mentre il primo grande successo di pubblico e di critica l’abbraccia con il romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, vincitore del premio Campiello). Buio poi , del 1999, vincerà invece lo Strega.
È arrivato l’autunno e gli animali della foresta hanno passato l’intera giornata a raccogliere funghi. Il tasso, la lepre, la volpe ne trascinano cesti stracolmi con cui prepareranno una deliziosa zuppa e faranno una grande festa. Sono esausti ma tutti molto felici. Tutti tranne il topino, che è di cattivo umore fin dalla mattina e ora, seduto in cima alla montagna di funghi che trasporta l’orso, chiede di scendere a terra e abbandona la comitiva. Non ha nessuna voglia di festeggiare, anzi, lui è l’unico così piccolo da non aver raccolto nemmeno un fungo, e adesso che è rimasto solo e si guarda intorno nell’immensità della foresta si sente una nullità. Finché non nota le foglie che cadono dagli alberi e che il vento fa volare tutt’intorno. Una gli passa sopra il musetto e lui prova ad afferrarla senza riuscirci. Allora comincia a saltare e volteggiare in aria inseguendo le foglie e giocando con loro, sempre più agile, leggero, euforico, mentre canticchia spensierato. «Non ho mai visto una danza più bella in vita mia», dice la lepre quando lo vede, rimanendone incantata. Felice e affamato, il topino raggiunge così la festa, dove tutti gli altri animali si mettono a ballare cercando di imitare la sua danza. Con una storia di delicata semplicità poetica e illustrazioni evocative e divertenti nel ritrarre la vita degli animali, questo libro incoraggia tutti i topini danzerini a credere in loro stessi.
Arriva dalla Finlandia un albo illustrato per bambini, dai tre anni in su, sui toni del verde, del marrone e del grigio. La illustratrice è Pirkko-Liisa Surojegin, la traduzione dal finlandese del testo è di Cristina Casaburi. Un albo poetico che ci porta nella foresta, in autunno, a contatto della natura, in compagnia dei simapitici ospiti di questo habitat: l’orso, la volpe, il lupo, la lepre, la puzzola, e un simpatico topino grigio e campagnolo, troppo piccolo per contribuire alla raccolta dei funghi per la zuppa che alieterà il pranzo della simpatica brigata. Ma il topino, che si sente per questo triste e inutile, ha altre doti nascoste… e questa è la morale di questo albo utile per trasmettere i valori dell’amicizia, della bellezza di stare insieme e che fa apprezzare le doti anche nascoste che ciascuno ha. Un simpatico dono per le prossime feste per i bambini di tutte l’età.
Pirkko-Liisa Surojegin (1950) è un’autrice e illustratrice finlandese nota per il tratto fine e preciso con cui ritrae la natura e il folklore del suo paese. Dopo gli studi artistici a Helsinki ha illustrato numerosi libri amati da bambini e adulti.
Musa, quell’uom di multiforme ingegno
dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra
gittate di Ilïòn le sacre torri;
che città vide molte, e delle genti
l’indol conobbe; che sovr’esso il mare
molti dentro del cor sofferse affanni,
mentre a guardar la cara vita intende,
e i suoi compagni a ricondur: ma indarno
ricondur desïava i suoi compagni,
ché delle colpe lor tutti periro.
Stolti! Che osaro vïolare i sacri
al Sole Iperïon candidi buoi
con empio dente, ed irritaro il nume
che del ritorno il dì lor non addusse.
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