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:: Un’intervista con Patrizia Debicke a cura di Giulietta Iannone

8 novembre 2023

Bentornata Patrizia, sono felice di ritrovarti per questa breve intervista. Sei l’autrice di un bel romanzo storico “Il segreto del calice fiammingo”(Ali Ribelli Edizioni) che ci racconta le congiure e gli intrighi nell’Europa del XV secolo e che penso ti abbia dato grandi soddisfazioni. Che bilancio hai tratto in questi mesi? Che accoglienza ha avuto tra i tuoi lettori italiani?

Intanto grazie per questa intervista. Il segreto del Calice fiammingo, in cui per la prima volta ho fatto un passo indietro dal mio abituale palcoscenico il Cinquecento e sono passata al Quattrocento, è un libro al quale tenevo molto e che mi ha dato moltissime soddisfazioni dal punto di vista della critica. Dai lettori è stato accolto bene, magari forse non quanto speravo, ma già scrivendolo sapevo di addentrarmi in un argomento non facile, né di larga diffusione. Jan van Eyck è un mito in Europa, molto meno in Italia. E parte del romanzo ha l’Europa come palcoscenico. Ciò nonostante il romanzo ha saputo trovare il suo pubblico sia tra lettori interessati a storia e storia dell’arte che tra i forti lettori di thriller, spy story e romanzi di avventura, anche questi argomenti ben presenti nella trama . E comunque ci sono tante diverse storie tra loro intrecciate in grado di incuriosire tutti coloro che amano leggere di complotti, inseguimenti, guerre, battaglie navali famose come quella di Gaeta, contrasti , intrighi e passioni. C’ è la Francia con per sfondo la guerra dei Cent’anni, nella penisola iberica troviamo gli scontri, le invidie e le gelosie in famiglia tra regnanti di Portogallo, Castiglia e Aragona. Nella penisola italica, un susseguirsi di signorie con il Ducato di Savoia , Milano e la Lombardia governate da Filippo Maria Visconti, Venezia, il papato che si vorrebbe ago della bilancia, l’ancora piccola e frammentata Toscana e il regno di Napoli dopo la morte della regina Giovanna in balia di una combattuta successione. E incontriamo personaggi buoni, meno buoni, cattivi e cattivissimi. Ma stavolta mi è piaciuto affidare i ruoli dei più cattivi a personaggi femminili. Uno in particolare a una bellissima portoghese, una giovane donna dagli occhi color fiordaliso che rappresenta quasi l’incarnazione del male.

Avrà un seguito?

No. Ho amato tutti i miei personaggi ma la parola fine stavolta ha avuto un significato compiuto. Il segreto del calice fiammingo fin dall’inizio non è stato concepito per avere un seguito, ragion per cui…

Il tuo personaggio principale Jan van Eyck, il massimo artefice del “Polittico dell’Agnello Mistico”, è uno dei pittori più significativi della sua epoca. In che misura ha inciso il suo genio nella stesura del tuo libro? Ne ha lasciato tracce? Perchè hai scelto lui come personaggio principale?

Scrivere di Jan van Eyck mi ha permesso di mettere su carta quanto io ami questo artista e la sua pittura straordinariamente illuminata. Jan van Eyck è colui che ha saputo regalare, con la sua eccezionale bravura, un nuovo volto alla pittura di fine del medioevo/albori del rinascimento , adottando l’utilizzo della tecnica a olio (già conosciuta nell’antichità). Tecnica in grado di regalare ai dipinti nuova e maggiore luminosità e la possibilità di creare finissime velature trasparenti usando i colori che, restando freschi, permettono di arrivare a effetti di luce e di profondità difficilmente raggiungibili con le altre tecniche. Pittura che consente anche di accrescere la gamma cromatica, e ammorbidendo le sfumature, di ottenere finissime e trasparenti velature. Ma sbaglia Vasari sia quando gliene attribuisce l’invenzione che quando scrive che Antonello da Messina andò a Brugge a imparare da lui la sua arte. Antonello infatti non poteva materialmente farlo perché era solo un bambino quando Jan van Eyck morì ancora molto giovane. E invece sappiamo di un altro van Eyck: Barthelemy, sicuramente parente di Jan, andato nel 1443 a Napoli, a lavorare a corte prima presso Renato d’Angiò poi presso Alfonso V d’Aragona e I di Napoli, che fu il maestro di Niccolò Antonio, detto Colantonio. Spetta dunque a Barthèlemy van Eyck la palma di avere portato per primo a Napoli i segreti della pittura a olio. E risulta che Antonello da Messina sia stato un allievo della bottega di Colantonio.
Una storia che mi aveva talmente intrigato da volerla far diventare addirittura il principale filo conduttore della mia trama già prima di cominciare a scrivere.
E infatti in Il segreto del calice fiammingo, i due Eyck: Jan e Barthèlemy accompagnando e proteggendo il Sacro Calice si scambieranno per vent’anni il testimone, scandendo dalle Fiandre, fino a raggiungere Napoli.

C’è qualche segreto esoterico che hai nascosto nelle pagine del tuo romanzo?

Più di uno. Indubbiamente intanto la leggendaria esistenza del Santo Graal o Sacro Calice di Valencia, uno dei più grossi misteri al mondo, la coppa superiore e il piatto inferiore in pietra dura e la parte centrale in metallo e pietre preziose. La coppa superiore è una coppa ebraica in agata risalente a circa un secolo prima di Cristo mentre l’inferiore, impiegata invece come base, è un manufatto arabo – egizio, datato uno o due secoli dopo Cristo. Potrebbe trattarsi dunque del vero calice usato secondo i Vangeli da Gesù durante l’ultima cena? Certo è che ben due pontefici, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, l’hanno utilizzato per celebrare l’eucarestia durante le loro visite a Valencia. La stesso calice che pare quasi aver ispirato la mano di Jan van Eyck nel dipingere il suo Agnello mistico nello splendido polittico di Gand. E indubbiamente sempre al Graal o Sacro Calice è associata la misteriosa profezia che dopo aver intrapreso un lungo viaggio dalle Fiandre fino alla penisola, collegherà le casate dei due regnanti quattrocenteschi di Borgogna e di Aragona.

Tu sei la Regina del romanzo storico italiano, ormai hai pubblicato davvero tanti romanzi tutti tra l’altro molto amati e hai sondato tutte le varie tecniche di scrittura. Quale è il segreto per tenere avvinto il lettore pagina dopo pagina?

Regina? Magari! Il segreto? Non credo esistano veri segreti. Quello che conta è riuscire a tessere una bella storia con un bella ambientazione ma e soprattutto concentrata sui personaggi e sullo svolgimento della trama senza perdersi per strada in inutili fronzoli. Ovverosia per quanto possibile sapere tutto dell’epoca, dei costumi e delle relative ambientazioni. Dopo però bisogna conservare il materiale raccolto da parte e quando serve utilizzarlo per arricchire i contenuti ed evitare errori, tenendo tuttavia sempre presente che devono rappresentare solo la scenografia della narrazione.

Hai vinto premi per questo libro, in Italia e all’estero? Sei in finale di altri?

A parte un secondo posto in una simpatica gara web di Liberi di scrivere non ho vinto premi e mi spiace. E non sono in finale. Forse il romanzo storico ha meno chances? Io comunque in Italia tuttavia, non essendo una cittadina italiana , ho un handicap in più perché non posso partecipare a molti premi. E all’estero il mio libro finora non è stato ancora tradotto ufficialmente.

Sei sempre in tour tra Festival, librerie, presentazioni e biblioteche. Dove trovi tutta questa energia? Te la dà il pubblico dei tuoi incontri?

Adrenalina penso e sicuramente per chi scrive avere davanti a sé un pubblico interessato regala moltissimo, un vero surplus di energia e spinge a dare il meglio. Amo poi parlare di storia e credo di saper trasmettere agli altri questa mia passione.

Stai raccogliendo materiale per un nuovo romanzo storico? Di che periodo storico tratterà?

Molto materiale cinquecentesco ma che per ora resta fermo. In questo momento invece sto inquadrando un romanzo, non un giallo o thriller storico stavolta, ma solo un romanzo storico ambientato a metà dell’800

Grazie del tempo che mi hai dedicato, alla prossima.

Ma grazie a Liberi di scrivere e a presto, spero.

:: Dieci motivi per uccidere di Raffaele Malavasi (Newton Compton 2023) a cura di Patrizia Debicke

6 novembre 2023

A Masone, comune ligure collegato a Genova dalla A26, Alessandria Voltri, verrà ritrovato il cadavere di una giovane donna, abbandonato in una posa scenografica che rimanda al Leonardesco Uomo Vitruviano . La giacca e la camicetta lasciate aperte sul ventre mostrano tre ferite da arma da taglio intorno all’ombelico ma il particolare disumano è quello più in basso dove, in evidenza e conficcato nella viscere aperte, si nota il manico di un bicchiere da birra, conficcato a forza nel ventre. Una sindrome manicale che rimanda inequivocabilmente ai barbari delitti del serial killer, la bestia, Vittorio Bianchi, il Mostro del Nord Ovest, ormai però da tre anni, dopo la sua cattura, imprigionato nel carcere di massima sicurezza di Genova. Tuttavia visto che l’omicidio di Masone pare volersi inserire di prepotenza in una serie di casi simili verificatisi di recente tra Torino e Genova, appare plausibile che ci sia in circolazione un suo emulatore pronto a continuare il suo sanguinoso diabolico progetto.
Tanto che all’ispettore capo Gabriele Manzi e alla sua squadra i dettagli di questo crudele omicidio appariranno quasi un macabro dejà vu.
Una situazione al di là dei limiti dell’immaginabile che, nonostante la reticenza dei suoi superiori, costringerà Manzi a informare anche l’amico, ex ispettore, il gigantesco e rosso crinito Goffredo Spada che nel 2015 con la sua squadra era riuscito a fermare e arrestare Bianchi, l’autore dei primi otto disumani omicidi. E nell’indagine si infilerà presto anche Orietta Costa, giornalista di cronaca nera de “Il Secolo XIX”. Coraggiosa e testarda, sempre disposta ad andare avanti a tutti i costi.
Ma l’inchiesta ufficiale avanza lentamente e ci vorrà il supporto di tutte le menti a disposizione per venire a capo di questo delittuoso puzzle, apparentemente un caso molto complesso e che potrebbe addirittura presentare più teste.
Dunque, per cercare di scoprire cosa e chi si celi davvero dietro questa folle ed efferata emulazione tanto, per cominciare bisogna rifarsi alle indagini di allora nel 2015, che avevano portato a incastrare il Mostro. E per intuire cosa ha provocato questo attuale disegno mortale , si dovranno risentire tutti i testimoni, compresa la famiglia del vendicativo serial killer, al quale si imputa anche di avere commissionato al fratello minore, Alessio Bianchi , suo succube, un maldestro tentativo di scambio. Ovverosia il rapimento della moglie di Spada. Tentativo conclusosi tragicamente con la morte dell’ostaggio e il successivo suicidio del suo rapitore.
Poi, per provare a decifrare il perché di questa nuova e incontrollabile sete di sangue che parrebbe teso a completare il complesso disegno mentale architettato dal Mostro e, secondo le apparenze, simbolicamente basato su una rappresentazione grafica dalla geometria pitagorica, il tetraktys, si dovrà ipotizzare anche l’identità di future potenziali vittime, ricostruendo minuziosamente tutti i perché dei passati omicidi commessi da Vittorio Bianchi. Non sarà facile, ma Magaldi, il sempre pignolescamente meticoloso vice ispettore di Manzi, avrà una felice intuizione . Non basta però perché anche se la squadra dell’ispettore Manzi, essendo riuscita a individuare un prezioso elemento temporale comune nelle vittime, potrebbe impedire altri omicidi già programmati dall’emulatore, nel corso dell’inchiesta emergeranno alcuni collegamenti che rimandano alla tragedia con per protagonista la moglie di Spada.
La cui morte ha profondamente segnato sia Spada che Lorenzo, figlio loro quattordicenne, avviato a raggiungere l’1,90 paterno ma in piena crisi fanciullesca preadolescenziale e che non riesce a dimenticare la madre e fa ancora assegnamento all’angelo custode a cui lei l’ha affidato prima di essere rapita e uccisa. Red Spada che, pur stentando a mettersi in sintonia con il figlio e senza rendersi conto di essere spiato da lui, non ha mai abbandonato l’idea di sapere di più su quella tragica morte , va avanti per la sua strada, nella sua personale indagine Un’indagine che a poco a poco lo sta portando a sfiorare il cammino di un uomo politico genovese di successo. Potrebbe esserci un qualche astruso e contorto legame che in qualche modo accosti quel politico al Mostro del Nord Ovest e a suo fratello Alessio Bianchi, il rapitore e poi l’assassino?
Magari qualcosa che potrebbe chiarire qualche altro membro della famiglia di Vittorio Bianchi?
Possibile che andare fino in fondo sulla morte di Anna sia la strada giusta o meglio l’unica chiave adatta per riuscire ad aprire l’armadio della verità .
Un giallo articolato, denso di colpi di scena e di circostanze in cui la continua falsificazione delle tracce, imprigiona spesso il lettore in un deformante gioco di specchi dove a conti fatti niente è ciò che appare la verità e mostrerà la sua faccia solo nell’ultimo capitolo.
“Dieci motivi per uccidere” è il quinto, e l’ultimo (a detta dell’autore) della serie dedicata da Raffaele Malavasi all’ex poliziotto Goffredo “Red” (per la sua fiammante chioma fulva) Spada, un padre incerto, pasticcione sul suo versante sentimentale, che ora gestisce l’escape room Mysterium. Altrettanto un investigatore speciale, diventato famoso per andare fino in fondo nelle sue indagini che segue d’istinto senza mai accettare troppo facili spiegazioni e, in ogni caso, sempre secondo una sua diversa prospettiva controllata dalla sua duttile “Intelligenza laterale, la capacità di esaminare la realtà da prospettive inusuali”, secondo addirittura il parere di Vittorio Bianchi, la bestia, il Mostro del Nord Ovest da lui incastrato.

Raffaele Malavasi è nato a Genova ed esercita la libera professione. Da sempre accanito lettore, ha una passione per i gialli. La Newton Compton ha già pubblicato con successo Tre cadaveri, Due brutali delitti, Sei sospetti per un delitto e Undici morti non bastano, con come protagonista l’ex poliziotto Goffredo Spada.

:: Marcello Simoni: La Taverna degli Assassini (Newton Compton 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 novembre 2023

La scrittura piana, lineare e rassicurante di Marcello Simoni torna piacevolmente ad accompagnarci nel giallo gotico La taverna degli assassini, edito in questo fine 2023 da Newton Compton, che vede il ritorno di Vitale Federici, già personaggio principale de “I sotterranei della cattedrale”. Siamo alla fine del ‘700 in un castello di proprietà di un nobile che ha trasformato la sua magione toscana in un’azienda vinicola sul modello delle grandi aziende vinicole francesi. Il vino infatti sarà il grande protagonista di questo giallo che parte dal ritrovamento di un cadavere dopo una grande nevicata. Ad indagare Vitale Federici coadiuvato da un giovane collaboratore, il nobile Bernardo della Vipera. Riuscirà la nostra improbabile coppia di investigatori a svelare l’arcano e dipanare l’intricata matassa che nasconde il colpevole? Seppure appare un mistero irrisolvibile i nostri ce la metteranno tutta in un gioco di deduzioni e intuizioni per venire a capo del mistero lasciando i lettori piacevolmente stupiti dalla bravura dell’autore. I gialli a incastro nascondono sempre un gioco di rimandi e giochi di inganni e questo rispetta tutte le regole del giallo a enigma. Un giallo classico perfetto per i fan di Agatha Christie che vi farà passare ore serene. Buona lettura!

Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo e bibliotecario, laureato in Lettere, ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. Ha vinto inoltre il premio Stampa Ferrara, il premio Salgari, il premio Il corsaronero e il premio Jean Coste. La saga del Mercante ha consacrato Marcello Simoni come autore culto di gialli storici: i diritti di traduzione sono stati acquistati in venti Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato numerosi bestseller tra cui la trilogia Codice Millenarius Saga e la Secretum Saga.

:: Kader Abdolah racconta Le Mille e una Notte

2 novembre 2023

Nella sua famiglia è tradizione che tutti gli anziani rielaborino un classico della letteratura persiana da lasciare in eredità ai propri discendenti: Kader Abdolah ha deciso di farlo con Le mille e una notte.

È forse la favola più famosa del mondo, un classico che da secoli seduce i lettori di Oriente e Occidente. Ma è anche un’opera millenaria e stratificata in cui si mescolano tradizioni persiane, arabe e indiane, rimasta a lungo nell’ombra prima che un arabista francese del Settecento ne mettesse in luce lo splendore letterario. Per Kader Abdolah è «quel libro maestoso che è sempre stato sulla mensola del camino» della casa paterna e che lo ha accompagnato per la vita. Seguendo una tradizione di famiglia che invita ogni anziano a riscrivere un testo antico da lasciare in eredità ai discendenti, ma rivolgendosi a noi europei, l’autore iraniano racconta le sue Mille e una notte, una versione moderna che conserva tutta l’atmosfera fiabesca e il fascino sensuale della fonte originaria. Notte dopo notte, per avere salva la vita, la bella Shehrazade ammalia il sultano sanguinario con un fiume di racconti nei racconti che parlano di califfi e visir, principesse e schiave, mercanti, jinn, metamorfosi e magie, mettendo in scena il potere, il desiderio, l’amore e il gioco del destino. Un labirinto incantato di storie a cui Kader Abdolah aggiunge brevi note per raccontare ciò che sta dietro le quinte: le complesse origini dell’opera e della sua protagonista, le modifiche che ha subito attraverso i secoli e le culture, i personaggi storici che nasconde, il ruolo delle figure femminili in un mondo violentemente patriarcale. Ma è soprattutto il piacere di raccontare che si ritrova in ogni pagina di questo libro, i cui protagonisti sono la parola e l’immaginazione con il loro potere di salvarci, di fermare il tempo per più di mille e una notte.

Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. Da quando ha cominciato a scrivere nella «lingua della libertà», coniugando le tradizioni letterarie di Oriente e Occidente, è diventato uno dei più importanti e amati scrittori di questo paese. Con Scrittura cuneiforme ha conquistato il pubblico internazionale e con La casa della moschea ha ottenuto in Italia il Premio Grinzane Cavour 2009. Tra gli altri suoi romanzi, pubblicati in Italia da Iperborea, si ricordano Il viaggio delle bottiglie vuote, Un pappagallo volò sull’IJssel, Uno scià alla corte d’Europa e Il sentiero delle babbucce gialle.

:: Ritorno a casa di Shanmei (Le avventure del tenente Bianchi nella Cina misteriosa Vol 7)

2 novembre 2023

Un mystery storico nella Cina del primo ‘900

Della stessa serie potete leggere “Delitto a bordo del Giava”, “Lo strano caso del missionario scomparso”, “Il mistero della Fenice d’Oro“, “Il mistero del Mandarino calunniato”, “La strana morte di Mme. Fontaine”, “Oleandro bianco” e “Ritorno a casa”.

E i racconti brevi “Un gioco di pazienza”, “Missione in Korea” e “Tre mesi in Giappone”.

Seguito di “Oleandro bianco” in “Ritorno a casa” le vicende porteranno il tenente Bianchi tra Pechino e Tientisin, la scomparsa di un bambino figlio di un importante Mandarino lo porterà sulle tracce di una macchinosa congiura contro l’ambasciatore italiano accusato ingiustamente di aver pagato con fondi dell’ambasciata un ingente debito di gioco contratto con gli usurai. Il tenente Bianchi scoprirà un giro di scommesse e sale da gioco clandestine per occidentali in cerca di forti emozioni. Il tenente Bianchi sventerà poi un ricatto contro l’ambasciatore e dimostrerà che la ricca ereditiera Virginia Ansaldi non ha tradito il fidanzato, che a sua volta non passa tutte le sue notti al tavolo da gioco ma sta organizzando un movimento clandestino per la difesa della donna cinese alle quali ancora nelle campagne spezzano i piedi e dei bambini, soprattutto delle bambine ancora vittime di discriminazioni, annegate nelle tinozze o abbandonate sul ciglio della strada. Virginia Ansaldi è una sufraggetta e milita per dare potere politico alle donne della colonia sensibilizzandole a lottare per i loro diritti e a non essere solo dei graziosi oggetti decorativi in società. Ecco il tenente Bianchi questa volta sa che il suo soggiorno in Cina volge al termine, forse non vede l’ora di tornare in patria, nel suo Piemonte, forse conserverà sempre nel cuore l’amore per questo paese così vasto e pieno di sorprese. Ma gli ordini sono di tornare in Italia, e lui come militare di carriera non può che ubbidire. Porterà Mei e i suoi figli in Italia con sè?

Settima e ultima novella di una serie di mystery storici coloniali con ambientazione cinese. Avventura, intrighi, giochi di spie, suspence e delitti su uno sfondo esotico, con un buon e accurato contesto storico che copre l’arco temporale cha va dal 1900 al 1905.

In acquisto: qui.

:: Ian Fleming: Thrilling Cities

2 novembre 2023

In giro per il mondo con Ian Fleming: i luoghi e i personaggi che entreranno poi nelle avventure di James Bond. Un’affascinante raccolta di racconti di viaggio e spunti letterari, qui finalmente – per la prima volta – nella versione come l’autore l’aveva scritta.

Hong Kong, Macao, Tokyo, Honolulu, Los Angeles, Las Vegas, Chicago, New York, Amburgo, Berlino, Vienna, Ginevra, Napoli, Montecarlo. Come non le avete mai viste.

Amo da sempre l’avventura. Il mio sguardo su persone, luoghi e cose era senz’altro lo sguardo di un autore di thriller. 

Tra il 1959 e il 1960 Ian Fleming, il creatore di James Bond, viene inviato dal “Sunday Times”a raccontare quattordici città in giro per il mondo, scelte tra le mete più esotiche che richiamassero le avventure dell’agente 007. Fleming le narra con gli occhi dello scrittore di thriller, inseguendo – e talvolta scappando da – le ombre del suo personaggio più celebre. Incontriamo così il boss Lucky Luciano all’Hotel Excelsior di Napoli, assaggiamo i migliori Martini di Hong Kong, giochiamo al casinò di Montecarlo, sentiamo il brivido “che si prova lasciando i viali ben illuminati per addentrarsi nei vicoli, in cerca dei palpiti nascosti e autentici delle città”, perdendoci tra celebrità, gangster e geishe. 
Il risultato è un’imperdibile avventura letteraria – rigorosamente agitata, non mescolata – che ha la stessa ipnotica meraviglia di un giro vorticoso di roulette. 

“Ian Fleming era un viaggiatore ironico, distaccato, a momenti arrogante, a momenti anche pigro, ma capace di autentico entusiasmo davanti alla bellezza (dei luoghi, delle donne, della conversazione con i suoi occasionali interlocutori). Con un occhio un po’ cinico, un po’ spietato, un po’ sciovinista, ma un occhio, soprattutto, di mirabile, fotografica esattezza.”  – dalla prefazione di Massimo Bocchiola.

IAN FLEMING (1908-1964) è il creatore di James Bond, il più famoso agente segreto della storia della letteratura e del cinema. Dopo gli inizi come inviato dell’agenzia Reuters a Mosca e una breve esperienza da broker nella City, allo scoppio della seconda guerra mondiale Fleming entra nei servizi segreti della Marina britannica. Finita la guerra, nel 1946, passa a organizzare i servizi esteri del gruppo “Sunday Times”. Nel 1953 pubblica il romanzo Casino Royale, che fa conoscere al mondo James Bond. Il libro ha un successo immediato e folgorante: la prima tiratura va esaurita in meno di un mese. Nei dodici anni successivi, Fleming scrive altri 11 romanzi e 9 racconti con protagonista l’agente 007, tra cui Dalla Russia con amore, Il Dottor No e Goldfinger. Da allora, i romanzi di James Bond hanno venduto oltre 100 milioni di copie nel mondo e hanno ispirato la celebre serie di film, aperta nel 1962 da Agente 007 – Licenza di uccidere, con Sean Connery nei panni dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà.  

:: Il tempo corre piano di Enrico Luceri, (Giallo Mondadori 2023) a cura di Patrizia Debicke

31 ottobre 2023

Un drammatico prologo che si svolge a Napoli, nel febbraio 1993 con la signora Lucia Satriano che giace in un letto d’ospedale dopo la perdita del figlio, un bambino che desiderava con tutta se stessa e al quale voleva dare il nome di suo padre Giuseppe, morto giovane. Una donna percossa crudamente nel corpo e nell’anima, talmente sconvolta da rifiutare persino di vedere e parlare con il marito al quale imputa la causa dell’aborto. Con un repentino cambio di scena e un balzo avanti nel tempo di trentaquattro anni, la rincontreremo nel novembre del 2017, ormai sessantacinquenne, morta nel salone del suo appartamento a pianterreno di via Ninfa 3 , una traversa di via Raffaello al Vomero. Nell’appartamento aleggia un’atmosfera tetra, ma non è solo colpa della giornata d’autunno. Al commissario Tonio Buonocore il silenzio delle stanze, appesantite dai grandi e scuri mobili di antiquariato e dal cupo soggetto del grande quadro appeso alla parete, dà subito un’impressione sgradevole. Impressione rafforzata, dopo una prima occhiata al resto dell’appartamento, dal vuoto che salta all’occhio sopra i mobili. Insomma ovunque niente fotografie né soprammobili, i più classici testimoni di una vita familiare.Il cadavere della signora è stato ritrovato seduto su una poltrona di pelle dallo schienale alto, con il busto riverso sul ripiano della scrivania, con un cassetto spalancato in cui si scorgono della carte. Il suo braccio sinistra è posato in grembo mentre il destro pende, abbandonato. A terra, a pochi centimetri dalla sua mano, c’è una pistola di piccolo calibro. Sulla tempia destra della morta risalta, fra i capelli biondi tinti bagnati di sangue, il largo foro scuro dove è penetrato il proiettile. Annotato in penna rossa su dei post it gialli sparpagliati un po’ per tutta la casa un nome, il nome di un farmaco sperimentale usato per gravi e fatali patologie neurovegetative. La donna, considerata da tutti coloro che la conoscevano, una persona rigorosa, riservata, prudente ma intransigente, negli ultimi tempi appariva inquieta, scostante, soprappensiero. A detta poi di chi la frequentava, come la cameriera Raffalella Capasso, detestava il colore bianco che le ricordava un fatto molto doloroso della sua vita. L’ipotesi più scontata appare quella di una ricca e anziana vedova, senza figli e senza eredi diretti che non accetta la sentenza di un inesorabile morbo e sceglie di farla finita. Il magistrato infatti, suffragato dalla versione del medico legale, non ha praticamente dubbi sulla tesi del suicidio. La casa era chiusa. La giovane cameriera madre di tre figli, che veniva ogni mattina per due ore, non riuscendo a passare dalla porta d’ingresso chiave, si presume bloccata dalla chiave infilata nella toppa dalla sua padrona, dopo aver suonato più volte è riuscita faticosamente ad aprire la portafinestra del giardino ed entrare … Il commissario Tonio Buonocore viceversa percepisce subito qualcosa di anomalo in quel suicidio. E questo sarà un problema perché all’inquirente non basterà il suo pur straordinario intuito. .. Servono degli indizi o meglio prove e/o riscontri precisi per smontare la tesi che Lucia Satriano si è tolta la vita e avvallare un’indagine approfondita. Tanto che lui e la sua bella e bruna ispettore capo Lina Garzya, la tecnologica esperta informatica della sua squadra, dovranno impegnarsi alla spasimo e trovare il modo per convincere a non chiudere il caso il sostituto Pierannunzi che, sentite le diagnosi dei luminari medici curanti della donna, si è già lavato la coscienza. E invece, secondo Buonocore, alcuni particolari non quadrano: intanto, a suo vedere, perché qualcuno che ha deciso di suicidarsi prepara la sua cena senza poi mangiarla e si veste con studiata eleganza? E poi perché dal blocco di appunti della signora Satriano è stato strappato un foglio di carta ora introvabile? E perché prima di uccidersi, se l’ha fatto, non ha lasciato qualcosa di scritto per spiegare la sua decisione? Strano no? Bisogna confrontarsi con la realtà ma nessuno della casa e dei dintorni ha sentito lo sparo, o ha visto qualcuno o qualcosa. Insomma dopo aver interrogato la cameriera, il commissario verrà a sapere che la Satriano aveva divorziato da Mauro Mileti e in seconde nozze a cinquant’anni aveva sposato Osvaldo Lubrano, uomo molto ricco e affermato, proprietario della galleria dei Veli che aveva ceduto da tempo a Massimo Picone e morendo aveva lasciato alla moglie il cospicuo vitalizio concordato al momento della vendita sull’utile dell’attività. Buonocore è uno straordinario osservatore e un attento ascoltatore. Con l’indispensabile aiuto dell’ispettore capo Lina Garzya, setaccerà minuziosamente tutte le piste possibili, compreso scavare a fondo nel passato della donna. Per farlo dovrà chiedere particolari ad altri personaggi come il primo marito, un giornalista mai risposatosi dopo il divorzio, ai due medici, il neurologo e lo psichiatra che avevano in cura la Satriano, al nuovo gallerista forse collegabile a commerci poco puliti legati al sinistro quadro del salone e all’unica, pare, attuale amica della morta, una donna colta, molto preparata, conosciuta da poco, alla quale però aveva confidato la recente ricerca di una vecchia amica di gioventù, mai più frequentata. Perché la Satriano doveva ritrovarla? A causa di qualcosa di molto triste e grave che aveva appena scoperto? Sarebbe stata uccisa perché sapeva troppo? O forse perché sapeva troppo poco? O per il suo spietato e crudele egoismo? Uccisa, ma certo! Perché ormai c’è la certezza che si tratti di omicidio. E per risolvere il caso e scoprire il nome dell’assassino a Buonacore ormai basteranno pochi trascurabili elementi quali l’incertezza in una frase, una parola di troppo o magari un gesto istintivo, impossibile da trattenere. Ma anche un’espressione tormentata, celata a fatica possono regalargli una precisa sensazione che, se si rivelasse giusta, potrebbe consentirgli di arrivare alla verità. Una verità che lui ama sempre immaginare come il filo di un aquilone, carico di idee ancora confuse e vaghe intuizioni, sfuggito alla mano di un bambino. Destinato ad allontanarsi e sparire galleggiando alto in cielo, magari per sempre? Ma talvolta invece sarà un qualcosa, il vento o le correnti, a riportarlo indietro, riconsegnandoglielo con il suo prezioso carico. Pronto a fargli trovare la soluzione dell’enigma.Anche stavolta Luceri ci regala un perfetto giallo classico. Un giallo che, dopo la conclusione si è voluto arricchire anche, con un suo racconto “Un gusto un po’ amaro di cose perdute” . Un bel racconto a chiusura del libro con Buonocore in vacanza a Sorrento che, coinvolto dal suo albergatore nell’uccisione di notte, in una stradina del centro di una bella ragazza, risalirà scrupolosamente all’analoga morte di altre due ragazze per scoprire e incastrare il killer.

Enrico Luceri è uno scrittore italiano di gialli. Laureato in Ingegneria, lavora dalla metà degli anni ottanta in società di impiantistica per progetti. Appassionato di Agatha Christie, che è tra i suoi modelli letterari, e del giallo deduttivo, è autore di romanzi, di una settantina di racconti e di sceneggiature, oltre che di saggi sul cinema, tra cui Storia del cinema giallo thrilling italiano presentato a puntate sulla rivista Sherlock Magazine edita da Delos Books.Nel 2008 ha vinto il Premio Tedeschi. Pubblica articoli in appendice alla collana I Classici del Giallo Mondadori, nella sezione “I segreti del giallo.

:: Missione in Corea (Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa) racconto di Shanmei

30 ottobre 2023

Con “Ritorno a casa” la saga del tenente Luigi Bianchi in Cina ha termine, ma prima di salutarci con la promessa che forse a Natale uscirà un’edizione deluxe con tutte le novelle e tutti i racconti dedicati a questo personaggio ecco in concomitanza di Halloween una storia di fantasmi: Missione in Corea. Ambientata nel 1903 prima della licenza in Giappone il nostro fa una sosta in Corea, si addentra in treno nell’interno e si ferma in un villaggio per un’indagine del tutto particolare… Streghe, spiriti, fantasmi coreani. Non proprio una storia di paura, ma di inquietudine sì. Un racconto breve, molto breve che magari svilupperò in futuro in un romanzo. Quando avrò il tempo e l’ispirazione come tutti gli altri racconti e novelle. Missione in Corea è una storia anomala nella mia produzione letteraria, un intermezzo se vogliamo, non conosco bene la mitologia coreana, ma ammetto che è un paese che mi affascina molto. Spero di approfondire la sua cultura e le sue tradizioni.

:: ROBERT STONE: DOG SOLDIERS a cura di Fabio Orrico

30 ottobre 2023

Autore stimato e affermato nel suo paese, gli Stati Uniti, Robert Stone ha avuto scarsissima diffusione in Italia. Dopo la raccolta di racconti Orso e sua figlia, databile alla fine degli anni ’90, tradotta da Einaudi ma ormai fuori catalogo, l’unico altro suo libro attualmente disponibile è Dog soldiers, appena uscito per Minimum Fax, casa editrice come sappiamo attentissima alla letteratura statunitense. Stone viene giustamente collocato nella collana Classics a fianco di altri nomi illustri quali Yates, Robison, Beatty, Hawkes, O’Hara (e si potrebbe andare avanti a lungo perché l’editore romano nell’ultimo ventennio ha riportato in libreria firme a stelle e strisce imprescindibili). Peraltro, Dog soldiers è forse il più famoso tra i libri di Stone anche presso di noi grazie soprattutto alla (notevole) traduzione cinematografica I guerrieri dell’inferno ad opera di Karel Reisz.

Il romanzo è del 1975 e letto oggi, ben cinquant’anni dopo la sua pubblicazione, è impossibile non restare ammirati per la sintesi sapiente quanto del tutto naturale compiuta dall’autore su temi e interessi squisitamente americani. Dal reducismo che proprio in quel giro d’anni diventava una tematica assai presente al cinema (si pensi a opere centrali come Taxi driver e Il cacciatore) e che peraltro aveva già una sua tradizione forte nel noir del secondo dopoguerra alla celebrazione della vita on the road, l’impossibilità per l’homo americanus di riconoscersi stanziale, la continua ricerca di una fortuna che costringe a restare in perenne, nevrotico movimento e che non di rado passa attraverso il crimine. Stone, tra l’altro, fu amico di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, che lo introdusse al consumo di droghe, pratica che il Nostro imparò molto bene e che trasformò parte della sua vita, per dirla con le sue stesse parole, “in una festa cominciata nel 1963 e poi estesasi al mondo intero”. Tutto questo per dire che le reminiscenze della cultura beat, le istanze della controcultura poi raggrumatesi nei movimenti studenteschi, i neonati culti new age e il credito aperto verso le filosofie orientali intridono letteralmente le pagine di Dog soldiers e ne rappresentano vettori di grande importanza, tanto quanto la violenza, il disturbo da stress post traumatico che attanaglia i protagonisti e i codici hard boiled che Stone padroneggia con rara maestria, tenendosi intelligentemente lontano dai cliché.

Che cosa racconta Dog soldiers? John Converse, giornalista di area radicale, in Vietnam come inviato mette le mani su un grosso quantitativo di droga e decide di tentare il colpaccio: lo affida all’amico Ray Hicks, conradiana figura di avventuriero folle, chiedendogli di contrabbandarla in America e venderla con l’aiuto di sua moglie Marge, a sua volta tossicodipendente. Lui li raggiungerà poco dopo. Cosa può andare storto? Più o meno tutto, a cominciare da un terzetto di agenti della CIA sulle loro tracce e abituati a usare metodi assai brutali per ottenere ciò che vogliono. Questo l’intreccio limitato al suo scheletro, sfrondato di tutte le divagazioni che lo costellano. Sì, perché l’arte di Stone, almeno a giudicare da quest’opera, si fonda orgogliosamente sulla digressione. La prima parte ambientata in Vietnam sembra un Graham Greene sotto acido. Stone mette in scena la routine di uomini e donne febbricitanti nella mente e nel corpo, giornalisti, lestofanti, talmente imbottiti di droghe da reagire col minimo di sgomento pensabile di fronte all’esplosione di un edificio a pochi passi da loro. Quando poi l’azione si sposta in America, ecco che Stone non perde occasione per illuminare in profondità i suoi protagonisti perdendosi in lunghe e meticolose scene di dialogo, talmente dettagliate da restituirci l’aria del tempo, universalizzandola. La prosa di Stone è tanto essenziale quanto sardonica e i suoi personaggi, sballati e cupamente inclini a perdersi, sono anche persone colte, dalle buone letture (Hicks compulsa Nietzsche come fosse un oracolo) e ragionano in termini filosofici di fronte alle armi da fuoco spianate (per esempio, ecco una riflessione di Converse sotto un bombardamento vietcong: “Intuì che il mondo fisico, ordinario, che attraversiamo vagando distratti e pigri andando incontro all’inesistenza, poteva assumere la forma di un potentissimo strumento di morte e di tortura, in qualunque momento e senza preavviso. L’esistenza era una trappola; la pazienza già traballante dello stato delle cose poteva esaurirsi in qualsiasi istante”). Anche la parentesi romantica fra Hicks e Marge viene risolta sbrigativamente, in modo quasi accessorio ma non per questo si rivelerà meno intensa per la risoluzione del plot. Hicks, in particolare, si rivela un personaggio strepitoso, coerentemente bigger than life, uno psicopatico con cui è molto difficile empatizzare (e in questo si gioca forse la differenza più sensibile con la sua incarnazione di celluloide Nick Nolte, peraltro maiuscolo) ma ancorato a un suo codice d’onore e con una visione quasi spirituale dell’esistenza.

Dog soldiers è un romanzo che riesce a essere incalzante pur nei suoi, studiatissimi, rallentamenti di trama, capace di darci il quadro di un’epoca senza pedanterie e insieme è una storia di avidità e ferocia, in pratica ciò che muove il mondo. C’è solo da augurarsi di trovare presto altri titoli di Robert Stone sugli scaffali delle nostre librerie. Traduzione Dante Impieri.

Robert Stone (1937- 2015) è una delle voci più rappresentative del dopoguerra americano. Influenzato da Conrad e Hemingway, spesso associato anche al gruppo dei Merry Pranksters, Stone ha scritto otto romanzi, due raccolte di racconti e un memoir. Le sue opere gli sono valse una candidatura al pen/Faulkner Award, due al Premio Pulitzer e cinque al National Book Award, ottenuto nel 1975 con Dog Soldiers. Minimum fax pubblicherà anche A Hallof Mirrors, Damascus Gate e la raccolta di saggi The Eye You See With.

:: 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive Giacomo Gabellini, (Arianna Editrice, 2022) Recensione di Giulietta Iannone

27 ottobre 2023

Sebbene di stretta attualità, e ogni storico sa la difficoltà di analizzare fenomeni storici e geopolitici ancora in corso, è possibile comprendere le origini, gli sviluppi e le cosiddette “responsabilità”, per non parlare delle future prospettive, della “Questione Ucraina”? Ci prova Giacomo Gabellini, saggista e ricercatore indipendente, nel suo saggio 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio edito da Arianna Editrice. Volume che è l’ampliamento, anzi la revisione e riscrittura di un testo precedente, Ucraina: Una guerra per procura che se vogliamo analizzava i fatti prima dell’ “operazione speciale” russa del febbraio 2022. Dopo il 24 febbraio 2022 tutto è cambiato, ma non le premesse di questa crisi, di cui questa data ha definito più che un inizio, un’evoluzione in uno scontro armato ancora più violento e “caldo” dalle ripercussioni e conseguenze imprevedibili. Ma per capire come si è potuto arrivare a questo punto, con tutti i rischi, economici, politici, strategici e geopolitici di un opposizione sempre più diretta Occidente – Russia, è bene partire dal breve excursus storico che Gabellini pone nell’introduzione del volume, che trova i suoi punti nodali sicuramente in alcuni fatti storici insindacabili: il febbraio del 1919, quando durante la conferenza di Versailles si richiese il riconoscimento formale della Repubblica Ucraina; il 1922 quando l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina; l’Holodmor di cui l’Ucraina era rimasta vittima, assieme al Kazakistan, durante i piani di collettivizzazione agraria forzata programmati da Mosca tra il 1932 e il 1933, che causarono milioni di morti per fame, episodio non marginale per comprendere il riacuirsi dei nazionalismi e l’allergia sempre più marcata verso il “controllo” di Mosca, e in tempi più recenti, l’indipendenza dal 1991 e la rivoluzione di Majdan Nezalznosti, che ha dato l’avvio nel 2014 al conflitto interno, proseguito dal 2022 a tutt’oggi, con la conseguente politica delle annessioni dopo referendum non convalidati dal consesso internazionale. Questi fatti più che punti fermi di un’indagine storiografica servono all’autore per delineare le premesse di un fenomeno geopolitico che, come cita il titolo stesso del volume, pone il mondo a un bivio e sposta, forse irreversibilmente, il baricentro dei futuri equilibri e assetti geostrategici. I pilastri del Nuovo Ordine Mondiale come attestati, forse troppo trionfalisticamente, dal presidente statunitense George H.W. Bush dopo la fine dell’Unione Sovietica, mai come in questi ultimi accadimenti hanno vacillato ponendo definitivamente fine a un assetto unipolare in favore di un assetto multipolare che vede inserirsi nel “grande gioco” mondiale potenze emergenti sempre più agguerrite e consapevoli delle proprie ricchezze e potenzialità tra cui la Cina, più consolidata, e l’India, ancora in nuce. La crisi ucraina, con la sua chiamata a schierarsi, ha posto sicuramente una frattura e uno spartiacque nella storia contemporanea, sempre augurandoci che non degeneri in una guerra atomica che come tutti sanno non prevederebbe nessun vincitore e la fine definitiva della storia, non sicuramente nel senso ottimistico che gli attribuiva Fukuyama. La NATO invece di sciogliersi, dopo la caduta del Muro di Berlino, avendo perso il suo ruolo di contraltare del Patto di Varsavia, mai ebbe un ruolo così attivo dalle guerre balcaniche a oggi, e a questo attivismo è imputato il senso di accerchiamento e il gioco in difesa della Russia che vedendo in pericolo i suoi spazi vitali ha senz’altro reagito, forse in modo scomposto, facendo più parlare le armi che la diplomazia, sebbene canali di colloquio sono continuati forse sottotraccia. Certo l’irrigidimento in posizioni di principio, potrebbero aumentare le difficoltà oggettive nel trovare un compromesso accettabile per entrambi gli schieramenti e soprattutto la sospensione di uno scontro armato (lo scontro strutturale ormai, date le premesse, sembra insanabile) mai così pericoloso e destabilizzante per le vite non solo dei partecipanti diretti al conflitto ma di tutti i popoli, che essendo a rischio gli approvvigionamenti energetici, rischiano anche loro in prima persona. Lo spostamento a est della NATO, avversato sia dal segretario alla difesa William Perry, sia da uno specialista del calibro di George F. Kennan, con le sue analisi dolorosamente profetiche (p.75), sembra dunque uno dei punti nodali che hanno portato all’esacerbarsi di conflittualità mai sopite dalla caduta dell’URSS in avanti, ricollegandosi anche alla visione, teorizzata da Zbigniew Brzezinski, dell’Alleanza Atlantica come veicolo dell’egemonia statunitense sul continente europeo, con l’obiettivo, poi forse mai ammesso apertamente, di balcanizzazione della Russia nel tentativo di minare le basi di una potenza, forse ancora percepita come regionale, ma sicuramente valutata come ostile. L’Ucraina resta il focus del libro e le analisi dell’autore vertono a evidenziare tutti i passi succedutisi per giungere al cosiddetto “tintinnio di sciabole”. L’autore si sofferma anche su analisi culturali, economiche e sociologiche tese a sottolinea da un lato l’importanza per la Russia di mantenere rapporti culturali stabili con le comunità russe fuori confine nell’ottica di un proprio soft power vitale per la coesione sociale. Un altro principio cardine anch’esso poco noto è legato al criterio della “disomogeneizzazione etnica” principio che ha creato enormi problemi nel periodo post-bipolare segnato dalla disintegrazione dell’URSS, tra cui la derussificazione forzata, fenomeno già evidenziato da pensatori e intellettuali imparziale e autorevoli come Solzenicyn.

In fine, non tralasciando il fenomeno delle sanzioni e gli ingenti danni strutturali alle economie non solo del paese colpito dalle suddette, ma anche da chi fattivamente le ha applicate, l’autore giunge alla conclusione che la Federazione russa, ovvero Putin e i suoi collaboratori, erano perfettamente consci delle conseguenze che avrebbe innescato l’aggressione dell’Ucraina, e l’alto prezzo da pagare, perlomeno nel breve periodo, ma si evince che nell’ottica di Mosca la posta in gioco fosse ben maggiore e trascendesse ampiamente la semplice “questione ucraina”. Anzi l’obbiettivo principale fosse il riorientamento e il riposizionamento strategico in un’ottica ascrivibile più al lungo periodo. Infatti il deteriorarsi delle relazioni con un Occidente in vistosa decadenza, come conseguenza principale portò la Russia a rinunciare alla sua vocazione europea, (anche Putin coma Gorbachev ci hanno sinceramente provato), vedendo come unica alternativa il protendersi sempre più verso Oriente, allacciando assetti strategici sempre più saldi con la Repubblica Popolare Cinese, e di conseguenza sbilanciando definitivamente i rapporti di forza nettamente a scapito degli USA. Kissinger inascoltata Cassandra. Triste il destino dell’Europa, stritolata tra questi scontri di assestamento tra titani. Queste almeno sono le conclusioni a cui perviene l’autore in questo saggio denso di informazioni, nozioni e correlazioni, forse solo troppo orientato a comprendere le ragioni della Russia, senza analizzare le ragioni dell’Ucraina, vista quasi solo come pedina utilizzata forse anche surrettiziamente nei giochi di potere dello scacchiere internazionale.

:: Diventerò madre di Emma Ciccarelli e Diventerò padre di Pier Marco Trulli, tracce di riflessione per un’esperienza che cambia il mondo (San Paolo Edizioni, 2023) a cura di Giulietta Iannone

27 ottobre 2023

Oggi presento due agili volumetti delle Edizioni San Paolo che potranno essere di aiuto a chi si appresta a diventare genitore. Diciamolo subito diventare genitore in Italia sta diventando un’impresa complicata, serve soprattutto una solidità economica che le giovani generazioni non hanno. Ma è un’ impresa che ancora merita attenzione e leggere le esperienze di una coppia che ha vissuto in prima esperienza questa esperienza può essere di aiuto. Diaciamolo la gioia della maternità ( e della paternità) è una delle più intense che ci possano essere, ma non bisogna dimenticare le difficoltà che si incontrano sul cammino anche se non è saggio farci abbattare. Per chi è credente un figlio è un dono di Dio, una nuova vita che oltre a benedire l’amore di una coppia ci da la certezza che Dio non si è ancora stancato di noi. Per chi non è credente una nuova vita è sempre un dono, e può essere cossiderata la realizzazione di una vita, il tramandarsi e il perpetuarsi di una famiglia. Avere un figlio è ancora una grande avventura, un figlio è un individuo che non è detto ci somigli o segua le nostre orme.

Noi come genitori gli dobbiamo affetto, un’educazione, il sostentamento fino alla maggiore età (per legge), poi imparerà a camminare con le sue gambe, a fare le sue esperienze. Già nella Bibbia l’esperienza della maternità e della paternità era una cosa sacra riflesso di Dio (un padre che ci ama come una madre diceva Giovanni Paolo I). Leggere questi due libri, anche in coppia, discuterne con il partner può essere di aiuto se si decide di voler formare una famiglia o se si scopre che una nuova vita si sta affacciando nel nostro mondo. Un figlio non è un rivale, non è un qualcosa da plasmare a nostra immagine e somiglianza. E’ un essere da educare, con amore e tanta pazienza. Innamoriamoci ancora dell’idea di diventare genitori, nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli, sembrano dire questi due libri. Leggeteli, penso vi farà bene confrontarvi con la genitorialità, senza eccessivo timore per il futuro.

Emma Ciccarelli e Pier Marco Trulli sono sposati da quasi trent’anni e hanno quattro figli. Entrambi laureati in Scienze Politiche, condividono una passione educativa e civile che li ha portati a occuparsi dei giovani e delle famiglie, con vari impegni nella propria comunità, nell’associazionismo e nel sociale.

Emma, cresciuta negli oratori salesiani, è Salesiana Cooperatrice. Consulente Familiare, è Vice Presidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari e membro dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia. Da Presidente del Forum Lazio ha realizzato su Roma, con il supporto del marito, una serie di manifestazioni per la famiglia (“E…state in famiglia” e “Settimana della Famiglia”).

Pier Marco è manager in un primario gruppo bancario italiano. Cresciuto nello scautismo, ha fatto servizio come Capo Scout a livello locale e nazionale, coordinando la rivista per Capi della propria Associazione e rappresentandola presso la Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali. Insieme alla moglie sostiene le attività dell’associazione Cerchi d’Onda.

Source: libri inviati dall’editore, che ringraziamo.

:: Incontro di Natasha Sgarbossa

25 ottobre 2023

Se ne stava seduto a sorseggiare il suo caffè, dando di tanto in tanto un’occhiata al giornale. Una giovane mamma con un bambino piccolo al collo entrò trafelata, posò il borsone che teneva nell’altro braccio all’ingresso della piscina e chiese alla signorina della reception dove si trovasse lo spogliatoio maschile. La ragazza indicò la seconda porta sulla destra. La donna accompagnò il figlioletto maggiore all’entrata dello spogliatoio e andò a sedersi col piccolo, esausta. Era molto carina a vedersi, ma aveva l’aria visibilmente stanca. Lo si leggeva dall’espressione del volto teso, non sorridente. Se c’era qualcosa per cui si sentiva portato era carpire l’animo umano. Leggere le persone, in particolare le donne in cui si imbatteva nel suo quotidiano di padre single. La giovane mamma si legò la folta chioma in una coda di cavallo e porse dei giochini al bambino che ora scorrazzava da un capo all’altro della sala d’attesa. Il piccolino andò verso il tavolo a cui era seduto l’uomo e lui gli sorrise. Il bimbo lo osservò incuriosito, per poi correre a nascondersi fra le gambe della mamma. Lo spiava da lontano e ogni volta che l’uomo gli sorrideva lui si nascondeva, per poi ricomparire. Il gioco continuò per alcuni secondi, poi il piccolo prese nuovamente la rincorsa e tornò da lui una seconda volta e una terza, facendo la spola dal suo tavolino alla sedia della madre, finché cadde e scoppiò a piangere singhiozzando. La mamma si alzò per sollevarlo da terra quando vide l’uomo andarle incontro. “Spero che non si sia fatto male…” Le disse garbatamente. “ No, stia tranquillo, sono più le cadute in questo periodo che altro…” Gli ripose la donna, abbozzando un sorriso. Fu un attimo e si misero a parlare. Di come suo figlio maggiore non amasse il nuoto, ma gli era stato imposto dalla pediatra per la scoliosi e di come lei si sentisse affaticata per il trasferimento nella nuova città a causa del lavoro del marito. Non era facile stare dietro a loro tutto il giorno in un ambiente ostile, come Milano sapeva essere in certi contesti. Inoltre gli confidò di aver recentemente subito il lutto della madre, un dolore che le pesava nel petto. Nel dirlo, si era portata la mano chiusa all’altezza del cuore e lui l’aveva trovata così attraente in quel momento. La ascoltò attentamente, finché non giunse un ragazzino coi capelli ancora umidi dallo spogliatoio. Era bello: biondo con gli occhi azzurri, alto e snello, ma non assomigliava al padre, bruno con gli occhi scuri. Doveva aver preso i tratti materni, pensò la giovane mamma. Il ragazzino salutò educatamente la signora e disse “Andiamo papà?” Carlo si alzò e porse la mano alla donna. “E’ stato un piacere, Carlo.” “Anche per me” rispose lei ricambiando il gesto “Margherita”. Si salutarono cordialmente dandosi appuntamento per il venerdì successivo.

Era così che funzionava.

Carlo Traversi era un bell’uomo, ma non solo. Aveva il fascino di chi ha vissuto intensamente e sa come comportarsi in ogni situazione. Era stato un dirigente dell’Alitalia e aveva girato il mondo. Dopo l’ultimo incarico in Nigeria aveva chiesto il trasferimento in Italia per avvicinarsi alla madre vedova, gravemente colpita da un ictus e per questo costretta sulla sedia a rotelle. Non l’aveva fatto solo perché figlio unico, lui era profondamente legato alla mamma che lo aveva cresciuto da sola dedicandogli anima e corpo. Suo padre era stato un noto cardiologo, ma se ne era andato prematuramente nel sonno a soli quarantanove anni. Sua madre Amalia era rimasta fedele a quell’uomo che aveva tanto amato, pur avendone subito svariati tradimenti, facendo del figlio la sua unica ragione di vita. Il lascito del marito e l’eredità dei suoi genitori, proprietari terrieri pavesi, le avevano garantito un certo benessere ed era stata sua premura indirizzare il figlio, sin dalla più tenera età, all’amore per la conoscenza. Dal canto suo Carlo si era rivelato essere da subito molto intelligente e brillante a scuola, era stato l’amore di sua madre, ma anche il cocco della maestra e il preferito tra le compagne femmine. Si era presto reso conto di esercitare un certo fascino sul genere femminile e aveva immancabilmente imparato ad approfittarsene. Sapeva muoversi, era disinvolto e sicuro, ma allo stesso tempo affabile ed alla mano. Il sesso, scoperto a quattordici anni con una ragazza di diciassette, era il suo elemento. Lo faceva con vigore e trasporto, ne divenne un esperto. Sempre galante, dotato di un’innata raffinatezza, riusciva a conquistare e coinvolgere. Carlo Traversi aveva capito quali corde toccare per colpire nel segno.

A volte si innamorava, ma la sua natura libertina lo portava a posarsi di fiore in fiore lasciando cuori infranti e lacrime amare. Gli bastava virare le vele verso altri lidi per dimenticarsene in breve tempo. Nelle sere d’estate, quando si trasferivano nella casa di villeggiatura al Lago Maggiore, il suo corpo agile sfrecciava sul vespino che gli aveva regalato zio Umberto. Furono anni di grandi avventure quelli del liceo e dell’università. Subito dopo la laurea era stato assunto come Junior Manager da Alitalia spostandosi in vari continenti: due anni a Londra, nella sede di Green Park, poi Stoccolma e Amburgo e ancora San Paolo, Chicago, Sydney, Nuova Delhi e infine Lagos.

Nei suoi spostamenti aveva conosciuto moltissime donne, di ogni tipo, per carattere ed estrazione sociale, ma le sue preferite restavano quelle sposate, che fossero infelici o semplicemente annoiate. Lo intrigava sapere che quelle mogli cercavano in lui ciò che avevano momentaneamente esaurito o perduto per sempre coi loro mariti. Voleva entrare nel loro mondo e conoscerle, trovare la chiave dei loro segreti.

Era affascinato dalle donne, creature complesse e misteriose, inesorabilmente in bilico fra sogno e realtà, inaccessibili nel loro io più profondo. Cangianti come il variare delle sfumature della luce. Forti come leonesse e dolci come il miele. Sensuali ammaliatrici e anime generose. Fragili e determinate allo stesso tempo. Così sapevano essere le donne. Ma c’era molto di più, c’era quel sottile piacere che consisteva nel “soffiare” la donna a un altro uomo. Aveva a che fare con la sfida. Entrare nei loro letti significava vincere sugli altri maschi. Lui sarebbe entrato in punta di piedi nelle crepe dei loro vasi rotti riscattandole da quel torpore carnale e conducendole verso un altro livello di intimità, fisica ed emotiva. E poi le donne impegnate davano tanto, senza chiedere nulla in cambio. Non erano nelle condizioni di farlo, lasciandolo così libero da relazioni inutili.

Prima fu la volta della moglie di un collega da cui veniva spesso invitato a cena, totalmente ignaro delle mire del giovanotto. Si erano conosciuti a un rinfresco natalizio organizzato dalla compagnia di bandiera e aveva subito attaccato bottone con lei, raccontandole di sentirsi molto solo a Londra. Nathalie, questo il nome della signora, non aveva esitato a invitarlo a cena. La prima volta fu uno scambio di sguardi. Lei si era presentata molto seducente e gli aveva lasciato una forte eccitazione addosso. La tresca andò avanti per mesi, finché non fu attratto dalla fidanzata inglese del direttore generale che non fu una conquista facile, ma questo rendeva la caccia ancor più coinvolgente. Col tempo aveva affinato le sue doti: gli bastava ascoltarle, era questo, a dire il vero, ciò che volevano le donne. E lui lo sapeva fare molto bene, carpendone paure e desideri insoddisfatti. Un’abile conversazione e un’assoluta compostezza ne tradivano le reali intenzioni. Carlo Traversi sapeva stare fermo come i grandi predatori sanno fare, appostati per ore ad osservare la loro preda per poi colpire all’improvviso. Ed eccolo provare quella sensazione di potere e di pathos che costituiva la sua linfa vitale. La sua droga. Il sesso divenne la sua ossessione. Il suo potere e la sua condanna. Doveva venire, aveva un desiderio smodato di venire e voleva far godere. Scorgere all’improvviso i segni del piacere sul viso di una donna e sentirne i gemiti all’apice della passione rappresentava nutrimento per il suo ego, in quel preciso istante lui si sentiva immortale. Si sentiva un Dio. Poi però a volte veniva sopraffatto da un senso di vuoto. Si rendeva conto di questa sua inesorabile smania di consumare, ma non poteva farci nulla. Aveva bisogno di farlo. Era un gioco, un gioco di potere perverso. Forse un bisogno di conferme, un vuoto insaziabile da colmare. Ebbe tante avventure, ma venne il giorno in cui non gli bastò più andare con le donne. Una sera, in un night di San Paolo, complice un bicchiere di troppo, ebbe il suo primo rapporto con un transessuale. Poi fu la volta dello scambismo, del voyerismo, dei club privé. Non conosceva limiti di sorta la sua sete di cose proibite. Ad Amburgo, a cena da un collega italiano e sua moglie iniziarono a provocarsi e la serata finì in un ménage à trois. Il brivido dell’eccitazione lo esaltava, ma subito dopo provava un senso di disagio. Tornava a casa e si metteva sotto la doccia per levarsi di dosso quel sudiciume. Quelle porcherie, come avrebbe detto sua zia Olga, che portava la croce al collo e recitava il rosario tutte le sere. Nel profondo, Carlo Traversi era un uomo buono e intelligente, un uomo che era rimasto fedele a sé stesso. Non si era mai legato a nessuna, ma si era innamorato di una che gli aveva spezzato il cuore. Succede sempre così nella vita. Era la bellissima figlia di un diplomatico italiano in India, si chiamava Arianna e abitava in un palazzo principesco. Era una ragazza affascinante e colta, che lo aveva sedotto col potere degli irriverenti. Forse Arianna lo aveva saputo leggere per ciò che era veramente, aveva compreso la sua natura meglio di chiunque altra: lo accusò di voler piacere a tutti i costi e di essere sfacciatamente infantile ed egocentrico. Lo lasciò una sera d’estate e lui, per la prima volta, pianse per una donna e provò dolore al pensiero che potesse essere di un altro. Infine il trasferimento a Lagos, l’ultimo della sua carriera. Ci era andato quasi di malavoglia in Nigeria, ma si era innamorato dell’Africa nera, rimanendone catturato.

Poi, una notte, la telefonata inaspettata di zio Umberto per avvertirlo dell’ictus che aveva colpito sua madre e da allora il bisogno impellente di trasferirsi in Italia il prima possibile. Nel giro di pochi mesi riuscì ad ottenere un posto nella sede di Milano e così, dopo tanti anni in giro per il mondo, tornava a casa. L’appartamento di famiglia di Corso XXII Marzo fu messo in vendita per acquistare un moderno attico in Via De Amicis.

A Milano la vita era molto più frenetica di quando l’aveva lasciata vent’anni prima. Carlo aveva conservato i contatti con gli amici di gioventù, ma erano tutti accasati con prole, per cui anche qui ricominciò di nuovo. Iniziò a frequentare la casa di un dirigente prossimo alla pensione, sposato con una giovane donna dell’est. Al terzo incontro le aveva già infilato una mano nelle mutandine. E continuarono per mesi e mesi a casa di lui dove Katarina dirottava al posto della palestra, oppure sui sedili posteriori della sua Range Rover, finché un bel giorno lei non rimase incinta e l’idillio svanì. Dapprima ne fu letteralmente sconvolto, poi iniziò ad accusare la donna di volerlo raggirare, non sopportava l’idea che potesse metterlo nei pasticci, non avrebbe mai voluto trovarsi in quella situazione e cominciò a dileguarsi. Lui che era sempre passato da un letto all’altro, senza mai davvero scegliere adesso si trovava a fare i conti con la vita che aveva scelto al posto suo. Passarono due mesi, il tempo limite per ricorrere ad un’interruzione di gravidanza, ma Katarina non rispondeva più al telefono e minacciava di raccontare tutto ad Anselmo. Non gli restò che confidarsi con l’unico vero amico di sempre, zio Umberto, che gli consigliò di prendersi le sue responsabilità e di trovarsi un buon avvocato. Carlo aveva cinquant’anni, più o meno la stessa età in cui suo padre se ne era andato nel sonno.

Alla fine Katarina decise di tenere il bambino e fu costretta a confessare il tradimento al marito che era sterile. Anselmo non lasciò la moglie, ma iniziò una dura battaglia legale per il riconoscimento del piccolo a cui adesso Carlo voleva dare il nome. La sentenza durò anni e fu causa di profonda sofferenza ed angoscia, ma quando Nicholas venne al mondo tutto cambiò. O almeno lui si scoprì essere un buon padre. Gli piaceva tenere suo figlio in braccio e fargli il solletico, portarlo al parco accompagnato dalla tata assoldata da Anselmo e Katarina che non lo lasciava un attimo, ma che gli fu confidente. Gli rivelò l’intenzione dei due di trasferirsi all’estero con il piccolo, così che lui non lo avrebbe più visto tanto spesso.

Ci fu un altro momento di scontri, ma alla fine il giudice sentenziò che Nicholas sarebbe rimasto a Milano in regime di affidamento condiviso sino alla maggiore età, così Carlo avrebbe potuto crescerlo con le stesse cure e attenzioni che mamma Amalia aveva riservato a lui.

Dieci anni dopo eccolo aspettare suo figlio nel bar della piscina cercando di indovinare la triste storia di Margherita.

Quella, aveva tutta l’aria di essere una buona caccia.