Estate 2022. Alla stazione ferroviaria di Rennes, lo splendido capoluogo della Bretagna, Alessandro Zocchi, quarantacinquenne toscano in viaggio con due amici, dopo aver comprato il biglietto del TGV per Parigi, nota una giovane donna apparentemente trentenne dai capelli rossi che gli volta le spalle davanti al tabellone delle partenze. Colpito dall’avvenenza della sua figura, esaltata dalla minigonna e dalla camicetta annodata sotto il seno, le scatta una foto e quando poi lei, nel raccogliere la borsa per dirigersi verso un caffè, perderà un foglietto di carta con scritto qualcosa, lo raccoglierà porgendoglielo e spiegandosi nel suo povero francese. Ma proprio in quel preciso momento sarà piacevolmente colpito e affascinato nello scoprire che la ragazza parla un ottimo e musicale italiano, con un live accento appena valorizzato nelle erre, avendo studiato alle belle Arti di via Ricasoli a Firenze. Scoprirà infatti che la giovane musa incantatrice dai capelli rossi, Lorraine Lambery, che ha appena incontrato è diventata oggi una pittrice francese abbastanza conosciuta, dopo una lunga, difficile e tormentata carriera. Lorraine si confida tranquillamente con lui, dichiarandosi apertamente lesbica ma con abitudini bisex. Cosa che stuzzica e intriga il toscano tanto più che tra loro due pare sia esplosa un’intesa sessuale immediata, pronta a trasformarsi presto in una tenera e stravagante liaison che si snoderà, attraverso itineranti e campagnole avventure bohémien ed incontri particolari, tra la Bretagna e Parigi. La Ville Lumière, già, la rutilante capitale francese dove la sorte e l’incontro con una bella e conturbante archeologa bionda spagnola dagli occhi verdi, Isabel offesa e tradita dal fidanzato coinvolgeranno presto l’italiano in una sequela di altri, diversi e molto infuocati rapporti emozionali e fisici , descritti e spiegati con dovizia di particolari. Un continuo mutare ed evolversi di inattese situazioni sorprendenti, in un turbine di avvenimenti spesso dagli aspetti simultanei che trascineranno Alessandro nella più difficile e azzardata confusione di passioni, costringendolo alla fine a optare per una scelta obbligata tra la bella rossa pittrice francese e la bionda e focosa archeologa catalana. Un romanzo, La pittrice di Rennes che, più che il ritmo di un giallo assume la voluta suspence di ricercato e tenebroso romanticismo. Un romanticismo che pare addirittura in certe descrizioni volersi avvicinare al decadentismo dannunziano per una storia a tratti lenta e subito dopo inquieta, incalzante, densa di amori complessi, libertini, nascosti ma anche esibiti , sullo sfondo di una splendida e accaldata Parigi estiva. Una Parigi descritta alla perfezione tanto da assomigliare quasi in certe pagine a una dotta guida turistica che il toscano dovrà attraversare, visitare fino a conoscere e studiare nei più minuti particolari e segreti della sua antica intrigante storia e della sua millenaria cultura avvalendosi della archeologa spagnola. Un storia intrigante che a tratti indugia, si sofferma, gioca con le parole, rappresenta l’incanto dei paesaggi, spiega la ripercussione e la bellezza dell’arte. Avvicina senza timore complessi temi storici, filosofici, vorrebbe creare poemi e ci prova senza vergogna… Un love story inserita in una gita turistica, a tratti erotico sentimentale di tre amici toscani in Francia , per romanzo che a me richiama soprattutto il genere svagatamente sentimentale degli intrighi amorosi in certi film di Woody Allen. Tracce che mi rimandano addirittura per certi aspetti e in certi momenti proprio al film : Vicky Cristina Barcelona e ben descrivono il tipico spaesamento o eccitazione del turista in terra straniera. Spaesamento e lassismo vacanziero che spesso riesce a provocare un mixer di reazioni che vanno dalla commozione alla noia, dallo stupore alla diffidenza. Le atmosfere inserite nel testo poi, quasi irreali e avvolgenti, contribuiscono ad un’euforia senza limiti al di là di quanto concesso dal raziocinio.
Alberto Mati, nato nel cuore della Toscana a Pistoia nel 1962, ha intrapreso un percorso professionale ricco e variegato. Dopo aver conseguito il diploma di perito industriale specializzato in meccanica, ha maturato una vasta esperienza lavorativa in diversi settori. Ha iniziato la sua carriera come impiegato tecnico in officine meccaniche, dove ha affinato le sue competenze pratiche. Successivamente, ha lavorato come progettista in una rinomata società d’ingegneria, mettendo a frutto le sue competenze tecniche e creative. Infine, ha assunto un ruolo di responsabilità come ispettore tecnico nella Polizia di Stato. Viaggiatore appassionato, ha esplorato ampiamente l’Italia, il Nordafrica e l’Europa, sia per motivi di lavoro che per piacere. Queste esperienze di viaggio hanno arricchito la sua visione del mondo e hanno influenzato la sua scrittura. Ora, Alberto si avventura nel mondo della letteratura con il suo primo romanzo, La pittrice di Rennes. Questa nuova sfida rappresenta l’ultima tappa di un percorso di vita ricco e stimolante, e non vediamo l’ora di scoprire dove la sua penna lo porterà.
Pubblicato a settembre per Fanucci, Vita di un ragazzo (A Boy’s Life) è l’ultimo titolo uscito in Italia dello scrittore statunitense Robert R. McCammon, autore di Baal, Hanno sete e Il canto di Swan e altri bestseller dell’orrore. Il romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 1991, si è aggiudicato premi prestigiosi come il World Fantasy Award e il Bram Stoker Award per il miglior romanzo. Dopo essere approdato in Italia nel 1992 con il titolo Il ventre del lago, è stato recentemente ritradotto per Fanucci da Francesco Vitellini.
Il romanzo è ambientato nel 1964 a Zephyr, cittadina fittizia dell’Alabama, lo stato radicato nel profondo sud degli Stati Unitiin una zona nota come Bible belt. La storia è raccontata in prima persona dal dodicenne Cory Mackenson, la cui vita cambia per sempre quando una mattina di primavera decide di accompagnare il padre durante il suo turno di consegna del latte prima di andare a scuola e vede una macchina sfrecciare davanti al loro furgone e precipitare nelle profondità del lago Saxon. Il padre di Cory, Tom, si getta prontamente in acqua per tentare di salvare il conducente, ma al suo posto trova il cadavere di un uomo ammanettato al volante, con un filo di rame attorno al collo e con tutti i segni di un evidente pestaggio. Le autorità, tuttavia, non riescono a risalire alla sua identità, e il mistero dell’uomo in fondo al lago continua a tormentare il sonno di Tom Mackenson e ad attirare la curiosità di Cory, che nel corso delle oltre cinquecento pagine del romanzo si ritrova così a ricomporre i pezzi di un complesso puzzle fino a un epilogo ad alta tensione. Ma questo mistero fa da sfondo a una quantità impressionante di avventure e sottotrame tragicomiche ambientate nella cittadina di Zephyr che presentano al lettore una varietà di personaggi che includono un predicatore invasato che si scaglia contro le diaboliche canzoni dei Beach Boys, il figlio dell’uomo più ricco di Zephyr che gira abitualmente nudo per la città, un anziano signore che si rivela un infallibile pistolero di nome Caramella Kid, un’arzilla centoseienne di colore nota come la Signora dotata di poteri medianici e persino un gruppo di membri del Ku Klux Klan. Le moltissime vicende raccontate potrebbero sembrare a tutta prima spezzoni slegati gli uni dagli altri, ma in realtà si armonizzano perfettamente. McCammon è un ottimo narratore, non c’è che dire. Il suo stile è scorrevole, sa essere al tempo stesso commovente e divertente, sa miscelare mistero e tensione narrativa.
Alcuni lettori hanno paragonato questo romanzo a It (1986) di Stephen King, ma a me ha ricordato maggiormenteGhost Story (1979) di Peter Straub, anche se non mancano momenti alla Bradbury, come l’atmosfera evocata dall’arrivo del circo o la malinconia di un’estate passata. Benché McCammon sia ricordato perlopiù come autore horror, Vita di un ragazzo è un thriller in cui la suspense è sapientemente costruita soprattutto a partire dalla seconda metà del romanzo, in cui la tensione comincia a crescere. Ma nel romanzo sono presenti numerosi echi di realismo magico, che non vengono presentati come episodi soprannaturali, ma come elementi – talvolta disturbanti – sospesi tra il mondo reale e quello della magia. D’altronde, come scrive il narratore nel Prologo, Zephyr è un «luogo magico» (p. 11), in cui può succedere che un nostro desiderio possa riportare in vita un amico fedele con conseguenze inquietanti (come nel celebre capolavoro del macabro La zampa di scimmia di W.W. Jacobs), che le strade siano percorse da automobili fantasma o che le acque del fiume Tecumseh ospitino davvero il Vecchio Mosè, una creatura che sembra vivere solo nella leggenda. McCammon potrebbe aver attinto alla prolifica tradizione del Souther Gothic per infondere tutti questi elementi preternaturali alla sua narrazione, ma quello che emerge con molta chiarezza è che il male vero non ha questa origine, non è una minaccia oltremondana giunta da un’altra dimensione, ma è opera dell’uomo, frutto del suo odio e della sua sete di sopraffazione.
Vita di un ragazzo è un romanzo che parla di amicizia e di crescita, ma anche del senso di perdita, di bullismo, razzismo e fanatismo religioso. Sono gli anni della guerra fredda, del Vietnam, della segregazione razziale e delle lotte per i diritti civili, gli anni dell’assassinio di Kennedy e dell’avvento del consumismo, gli anni dell’uscita de Il buio oltre la siepe (1960), romanzo che valse il Premio Pulitzer a una scrittrice dell’Alabama di nome Harper Lee. Tutti questi elementi di contesto storico e sociale vengono toccati dalla narrazione, ma sono filtrati attraverso il punto di vista di un ragazzo, Cory Mackenson, che è indubbiamente un alter ego dell’autore. Nato nel 1952 in Alabama (proprio come McCammon), Cory è un aspirante scrittore che si diletta a scrivere di mostri, cowboy e detective, legge legge la rivista Famous Monsters of Filmland di Forrest J. Ackermann e ama il cinema, tanto da tappezzare la propria camera di ritagli dei suoi idoli:
«A fissarmi c’erano il Fantasma dell’Opera di Lon Chaney, il Dracula di Bela Lugosi, il Frankenstein e la Mummia di Boris Karloff. Il mio letto era circondato da scene lunatiche in bianco e nero tratte da Metropolis, Il fantasma del castello, Freaks, The Black Cat e La casa dei fantasmi. La porta del mio armadio era un collage di bestie: l’Ymir di Ray Harryhausen che combatte contro un elefante, il ragno mostruoso che si avvicina furtivamente al protagonista di Radiazioni BX: distruzione uomo, Gorgo che attraversa il Tamigi, l’Uomo Colossale dal volto coperto di cicatrici, la coriacea Creatura della Laguna Nera e Rodan in pieno volo. Avevo un posto speciale sopra la mia scrivania, un posto d’onore, se volete, per il soave e bianco Roderick Usher di Vincent Price e il magro e assetato Dracula di Christopher Lee» (p. 182)
Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Fanucci.
In occasione del 27 Gennaio, in cui ricorre la “Giornata della Memoria”, in ricordo delle vittime della Shoah queste sono le due proposte di La Nave di Teseo: I frutti della memoria – La mia testimonianza nelle scuole di Edith Bruck e Il cabaret dei ricordi di Joachim Schnerf. In uscita rispettivamente il 23 e il 30 gennaio.
In occasione del Giorno della Memoria, la testimonianza del dialogo continuo di Edith Bruck con ragazzi e studenti di ogni età sugli orrori del nazifascismo e dell’Olocausto, per tramandare alle generazioni future, ancora e ancora, il capitolo più buio della storia dell’uomo.
“Cari studenti, dopo tantissimi anni che mi mandate lettere, versi, disegni, sento il bisogno di rispondervi, di raccontare non il mio vissuto, che conoscete, e spero non dimenticherete mai, come me, ma la vostra promessa di portare avanti la testimonianza. Se l’uomo ancora non ha imparato dai propri misfatti, provate voi giovani a essere meglio dei vostri predecessori e cercate di creare una nuova convivenza pacifica, civile e rispetto reciproco con chiunque e ovunque. ‘Basta una goccia di bene,’ mi ha detto Papa Francesco, ‘per migliorare questo mare nero che è il mondo.’ Gli ho risposto che io ho fatto già una pozzanghera. E continuerò ancora, finché potrò, perché non è mai inutile. La memoria per tutti è fondamentale, vitale. Convinzione che devo a voi, alle vostre lettere. Vi consiglio di alimentare il bene dentro di voi, e lasciate morire di fame il male.” – Edith Bruck
Un volume prezioso che raccoglie le lettere e i testi degli studenti di tutte le età che Edith Bruck ha incontrato in questi anni, portando nelle scuole e ovunque la sua testimonianza ininterrotta per non dimenticare l’orrore dell’Olocausto.
Un romanzo sulla Shoah diverso, che intreccia la storia dell’ultima sopravvissuta di Auschwitz a quella di suo nipote di fronte alla paura di diventare padre, ai ricordi nostalgici di una infanzia perduta di avventure, e alla responsabilità di tramandare la memoria.
Domani mattina Samuel andrà a prendere la moglie e il loro primogenito al reparto maternità. Così, in quest’ultima notte di solitudine, all’alba di una vita che non sarà più la stessa, Samuel è inquieto e non riesce a dormire. Diviso tra esaltazione e angoscia, ricordando il passato e pensando al futuro, la sua notte è infestata da molte storie che lo accompagnano da tutta la vita. Quella della sua famiglia prima di tutte, ma, ancor di più, quelle che narrava la prozia Rosa, che nel secondo dopoguerra si era stabilita in Texas dove aveva allestito uno straordinario e rinomato cabaret. Le storie che Samuel si raccontava da bambino, quando con i cugini si travestiva da cowboy e giocava a cercare la prozia nel deserto di un’America fantastica, affrontando nemici immaginari. Quelle che Rosa, ormai ultima sopravvissuta ad Auschwitz, ha raccontato ogni sera nei suoi spettacoli. Tutte storie che Samuel condividerà con suo figlio, il bambino nato mentre Rosa sta per dire addio al suo amato palcoscenico. Presto non ci saranno più testimoni da passare, ma resteranno il racconto e l’invenzione, capaci di svelare ciò che credevamo scomparso, di evocare l’indicibile ma soprattutto di impedire di stravolgere il passato. Perché, al cabaret dei ricordi, l’importante è non dimenticare mai.
In questo romanzo intimo, commovente, delicato e ironico, Joachim Schnerf costruisce una narrazione che riesce con leggerezza ad affrontare temi profondi, umani e universali come il rapporto con il proprio passato, il senso di appartenenza, l’abbandono e la morte.
Nel bicentenario della nascita di Wilkie Collins, che nacque a Londra l’8 gennaio 1824, Fazi Editore manda in stampa, in un’edizione di pregio, tre dei suoi capolavori: La donna in bianco, Senza nome e La pietra di Luna. Padre del poliziesco moderno e pioniere del genere fantastico, Wilkie Collins oltre a vantare l’amicizia con Charles Dickens, di cui fu anche stretto collaboratore, e l’apprezzamento di Dame Agatha Chiristie e G.K. Chesterton, è un autore che merita di essere riscoperto anche dai lettori di oggi. Vediamo insieme le trame di questi interessanti libri:
Quale terribile segreto nasconde la misteriosa figura femminile che si aggira di notte per le buie strade di Londra? Questo è solo il primo di una serie di intrighi, apparizioni e sparizioni, delitti e scambi di identità che compongono la trama di La donna in bianco, tessuta con magistrale sapienza da Wilkie Collins. Nel 1860 Charles Dickens pubblicò il romanzo a puntate sulla sua rivista «All the Year Round» suscitando uno straordinario interesse nel pubblico, che seguì per un intero anno le vicende della sventurata Anne Catherick e quelle degli altri personaggi, descritti con impareggiabile abilità psicologica, come l’impavida Marian Halcombe, il coraggioso Walter Hartright e l’affascinante quanto ambiguo conte Fosco. È passato oltre un secolo e mezzo e le cose non sono cambiate: anche il lettore moderno più smaliziato non può che rimanere piacevolmente intrappolato negli ingranaggi di questa straordinaria macchina narrativa, che ha segnato per sempre la tradizione del mistery facendo guadagnare al suo autore l’appellativo di “padre del poliziesco moderno”. Non c’è lunghezza che tenga: con un libro del genere si arriva sempre al fondo con rimpianto. La donna in bianco è anche un musical di grande successo realizzato da Andrew Lloyd Webber.
Quando le due sorelle Magdalen e Norah Vanston, alla morte improvvisa dei genitori, scoprono che questi non erano sposati, si trovano private di una cospicua eredità e costrette a guadagnarsi da vivere. Ognuna dovrà fare affidamento sulle proprie risorse: mentre Norah, dimessa e ligia al dovere, si rassegnerà a una vita da governante, l’irresistibile Magdalen sfrutterà il suo fascino per farsi strada, determinata a riconquistare l’eredità al punto da prendere in considerazione la mossa più pericolosa di tutte: sposare l’uomo che detesta. Sullo sfondo di questa contrastata vicenda, scandita da perizie legali e tradimenti, scambi di identità e giochi di coppia, emergono i personaggi, caratterizzati con maestria, di una storia intensamente drammatica, ma anche venata di umorismo. Capolavoro di minuziosa osservazione psicologica e allo stesso tempo critica decisa alle storture della società vittoriana, Senza nome occupa un posto di primo piano nella letteratura inglese dell’Ottocento: un romanzo che rimane ancora oggi un esempio miracoloso del talento di Wilkie Collins.
Dopo secoli di avventure e vicissitudini, la pietra di Luna, prezioso e antico diamante giallo originario dell’India, giunge in Inghilterra e viene donata a una giovane nobildonna di nome Rachel Verinder nel giorno del suo diciottesimo compleanno. Il gioiello, di valore inestimabile, scompare in circostanze misteriose quella notte stessa e un famoso investigatore, il sergente Cuff, viene incaricato di ritrovarlo. L’indagine, per quanto accurata, non porta ad alcun risultato e causa, anzi, sgomento e confusione sia tra i membri della famiglia Verinder che nella servitù. La narrazione, in cui tutti i personaggi sono apparentemente innocenti ma allo stesso tempo possibili colpevoli, si sviluppa seguendo le sorti della pietra di Luna, in un groviglio di eventi drammatici raccontati, di volta in volta, dai diversi protagonisti. A fare da sfondo a questo giallo così magistralmente costruito c’è una romantica storia d’amore che, insieme alla suspense e alla curiosità, tiene il lettore inchiodato al libro dalla prima all’ultima pagina. Riconosciuto come uno dei più grandi capolavori di Wilkie Collins, La pietra di Luna, alla sua uscita nel 1868, consacrò il clamoroso successo dell’autore e riuscì addirittura a destare l’invidia di Charles Dickens, suo grande amico e maestro.
Uno dei primi esempi di fantascienza russa è l’utopia socialista Stella rossa (1908) di Alexandr Bogdanov, traduttore di Marx e rivoluzionario bolscevico, ma tracciando una breve storia di questo genere letterario possiamo citare anche il romanzo di ambientazione marziana Aelita (1922) del conte Aleksej Tolstoj (lontano parente del più famoso Lev), da cui venne tratto due anni dopo il kolossal diretto da Jakov Protazanov. Anche le opere del “Jules Verne russo” Aleksandr Beljaev rientrano in questo genere, così come Noi (1924) di Evgenij Zamjatin, romanzo fondamentale per il genere distopico, tanto che costituirà una notevole fonte di ispirazione per 1984 (1949) di George Orwell, o ancora, Cuore di cane e Uova fatali (1925), racconti “wellsiani” di Michail Bulgakov, l’autore dell’immortale capolavoro Il maestro e Margherita. Con la sua epopea spaziale La nebulosa di Andromeda (1957), Ivan Efremov è considerato uno dei padri della fantascienza sovietica. Ma sono i fratelli Arkadij (1925-1991) e Boris (1933-2005) Strugackij, attivi soprattutto tra anni ‘50 e ‘60, gli autori più letti e conosciuti della fantascienza russa. Nati a Leningrado e di famiglia ebraica, traduttore dall’inglese e dal giapponese il primo e astronomo e matematico il secondo, i fratelli Strugackij esordirono nel 1959 con La terra delle nubi cremisi e scrissero in coppia indimenticabili romanzi in cui la speculazione metafisica e la satira della burocrazia e del regime sovietico sono sapientemente coniugati. Della loro prolifica produzione è d’obbligo citare Picnic sul ciglio della strada (1972), da cui è stato tratto il celebre film Stalker (1979) diretto da Andrej Tarkovkij e scritto dagli stessi fratelli Strugackij. Nonostante il successo delle loro opere, i fratelli Strugackij non mancarono di scontrarsi con una critica ostile e soprattutto con le forche caudine della censura sovietica, che tagliò ed espurgò senza ritegno le loro opere (raccolte oggi in Russia in ben trentatré volumi) e li costrinse ad apportare «duecento umilianti correzioni» al testo di Picnic sul ciglio della strada o a dover riscrivere La favola della Trojka per poterla pubblicare, come ha ricordato Marco Respinti in un suo recente pezzo uscito su Libero. Anche È difficile essere un dio (Трудно быть богом, 1964) ha avuto una vicenda editoriale piuttosto travagliata, come racconta lo stesso Boris nella postfazione alla nuova traduzione integrale dal russo a cura di Diletta Bacci uscita a luglio per Marcos y Marcos, con prefazione di Paolo Nori.
Il romanzo è ambientato in un futuro in cui una missione di storici russi manda alcuni esploratori in incognito su Arkanar, un pianeta abitato da esseri umani che vivono in un’epoca storica grossomodo corrispondente al medioevo dell’immaginario collettivo: non un medioevo storico, dunque, ma un pastiche in cui gli autori fondono in un unico calderone astorico i moschettieri della Francia di Richelieu, la Santa Inquisizione e le angherie dei bravacci spagnoli dando vita a una società feudale dominata dall’arretratezza culturale, dalla superstizione religiosa, dalla sporcizia e dall’ignoranza. Calato in questa società al contempo aliena e familiare, il nostro protagonista Anton si trova a vestire i panni del nobile don Rumata, ma grazie al cerchio d’oro che porta sulla testa (in realtà una telecamera) può solo osservare e trasmettere le immagini alla Terra affinché siano studiate dagli storici del feudalesimo, ma senza poter intervenire in alcun modo per cambiare le cose. Egli tuttavia è il miglior spadaccino del pianeta e grazie alle sue avanzate conoscenze tecnologiche viene visto dalla popolazione di Arkanar come un dio. Ma di fronte alle ingiustizie sociali che piagano questa società rigidamente stratificata in ceti – con alla base della piramide «i contadini e gli artigiani, sopra di loro la nobiltà, poi il clero e infine il re» (p. 243) –, un uomo proveniente da un pianeta in cui il comunismo è divenuto realtà non può restare indifferente: i poveri sono vessati dall’oppressione dei più forti (i cosiddetti «squadristi grigi»), i nobili vivono nel vizio, gli intellettuali e gli scienziati (chiamati sprezzantemente i «divoratori di libri») vengono barbaramente perseguitati e uccisi – e in quest’ultimo aspetto, sembrano suggerirci i fratelli Strugackij, la vita sul pianeta alieno non sembra differire troppo dalla realtà quotidiana dell’Unione Sovietica. Tuttavia, nonostante sia parte di un esperimento sociale su scala planetaria e nonostante i suoi sforzi per salvare i «divoratori di libri» dal rogo, Anton non può che guardare con pessimismo alle sorti del pianeta: «Non c’è speranza, pensò. Non ci sarà mai forza sufficiente per strapparli dal solito circolo vizioso di inquietudini e idee. Potremmo dargli tutto. Potremmo sistemarli nelle più moderne case spettrosonore e insegnargli le procedure ioniche, e comunque la sera si riunirebbero in cucina, giocherebbero a carte e si sbracherebbero dalle risate per il vicino che viene picchiato dalla moglie. E per loro non ci sarebbe passatempo migliore» (p. 108).
Da un punto di vista stilistico, il romanzo si avvale di una scrittura lirica che indugia spesso in dialoghi filosofeggianti e in lunghi monologhi interiori e riflessivi e di un linguaggio particolarmente evocativo che talvolta rischia di appesantire la narrazione e rallentarne il ritmo, soprattutto nella prima metà del libro, mentre la parte finale è invece più incalzante e ricca di tensione.
È difficile essere un dio nasce come una riscrittura della trilogia di Dumas: un’avventura di moschettieri con intrighi di corte e duelli all’ultimo sangue, ma con l’aggiunta di «piscio e sporcizia medievale» (p. 274), come ricorda Arkadij nella sua postfazione al romanzo. Le cose cambiarono nel dicembre 1962, quando il presidente Chruščëv visitò una mostra d’arte al Maneggio di Mosca, e rimanendo inorridito dall’«astrattismo e il formalismo nell’arte» (p. 277) ordinò una stretta sulla letteratura e sull’arte. L’intelligencija – «tutti questi orribili figli di Stalin e di Berija, con le braccia sporche fino ai gomiti del sangue di vittime innocenti, tutti questi delatori latenti e dichiarati, furbacchioni ideologici e benefattori imbecilli» (p. 277), come li apostrofa Arkadij – si riunì, si scambiò opinioni e dichiarò che l’arte vera era quella impegnata, creata in nome dell’ideologia sovietica. «In breve tempo», ricorda sempre Arkadij, «l’ondata purulenta raggiunse anche la nostra periferia, il nostro tranquillo laboratorio di fantascienza» (p. 279), e la storia «divertente, di moschettieri» che i fratelli Strugackij avevano in mente assunse tinte sempre più cupe, di denuncia al totalitarismo: «Il tempo ‘delle cose leggere’, il tempo ‘delle spade e dei cardinali’ era apparentemente finito. O forse, semplicemente, non era ancora arrivato. Il romanzo di moschettieri doveva necessariamente diventare un romanzo sul destino dell’intelligencija immersa nel crepuscolo del Medioevo» (p. 284). Una volta scritto, il romanzo trovò molti rifiuti da parte degli editori e suscitò critiche negative, ma ottenne un notevole successo di pubblico.
Arkadij e Boris Strugackij sono tra i massimi esponenti della narrativa del fantastico mondiale. Nato nel 1925, Arkadij si è dedicato al lavoro editoriale; Boris, nato nel 1933, alla ricerca astronomica. Insieme, i due grandi scrittori russi hanno raccontato scenari plausibili del futuro prossimo e lontano. Nel 1972 hanno pubblicato per la prima volta, dopo un lungo e tormentato conflitto con la censura istituzionale sovietica, il loro capolavoro, Picnic sul ciglio della strada, che ha ispirato a Tarkovskij uno dei suoi film più belli, Stalker. Anche È difficile essere un dio ha una straordinaria potenza immaginifica e ha ispirato a sua volta ben due film. Un miliardo di anni prima della fine del mondo, sempre pubblicato da Marcos y Marcos nella bella traduzione di Paolo Nori, racconta il pomeriggio di un astrofisico che in pieno agosto tenta invano di concentrarsi sulla sua ricerca, solleticato dalle più allettanti distrazioni. Arkadij è morto a Mosca nel 1991, Boris a San Pietroburgo nel 2012.
Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Marcos y Marcos.
Un anno fa, oggi, il 12 gennaio 2023 moriva serenamente, dopo lunga malattia, fr. Biagio Conte, missionario laico, fondatore della “Missione di Speranza e Carità”. Il saggio “Ti posso chiamare fratello?” scritto da Alessandra Turrisi e Roberto Puglisi, ed edito da Gruppo editoriale San Paolo, ne narra la storia appassionante e coraggiosa sulle orme di San Francesco d’Assisi. Giovane del nostro tempo, figlio di una famiglia agiata palermitana, si interroga molto presto sui dilemmi della vita, soffre per le ingiustizie sociali, per la povertà diffusa, la guerra, la violenza, la mafia, la droga che funestano il mondo e poi incontra Gesù e il grande vuoto che sentiva nell’animo si colma e si accorge che l’attenzione verso gli ultimi, i più disagiati, gli scartati della società è la sua missione. Le sue armi le pacifiche armi del digiuno e della preghiera, la sua grande forza la presenza vivida di Cristo sul suo cammino. “Ti posso chiamare fratello?” si legge come un romanzo e ci si stupisce della grande fede di questo umile frate sorridente e dal fisico debilitato dalla fatica e dal digiuno che ha attraversato la Sicilia e l’Europa in pellegrinaggio vivendo di preghiera e di elemosina. Prefazione di mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo.
Alessandra Turrisi, giornalista palermitana, lavora nell’ufficio stampa della Regione Siciliana, dopo venticinque anni di impegno nel mondo della carta stampata (quotidiani Avvenire e Giornale di Sicilia e periodici). Sin dalla metà degli anni Novanta ha seguito le cronache siciliane, con particolare attenzione agli aspetti sociali e al percorso di cambiamento di quest’isola. Tra i suoi libri più recenti: L’uomo giusto (2017); Dalle mafie ai cittadini (2019); La scelta volontaria (2019); Paolo Borsellino. Parole di prossimità (2021).
Roberto Puglisi, giornalista palermitano, lavora per il quotidiano online LiveSicilia.it e collabora con il quotidiano Avvenire. Ha lavorato per anni al Giornale di Sicilia. Ha scritto per Il Foglio. È autore di 25 novembre 1985 (2005), la storia di due studenti palermitani, Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, uccisi da un’auto di scorta ai giudici, alla fermata dell’autobus, e coautore di Era d’estate (2010), un libro di memoria sulle stragi di mafia, scritto con Alessandra Turrisi.
In occasione del 27 Gennaio, in cui ricorre la “Giornata della Memoria”, in ricordo delle vittime della Shoah tra i tanti libri consigliati vi segnalo i due che propone Morellini Editore: Ultimo domicilio conosciuto Tredici storie sulle Pietre d’inciampo a cura di Andrea Tarabbia e Non si muore in un giorno di festa di Andrea Balzani.
Sono oltre 56.000 le vittime del nazismo che l’opera dell’artista Gunter Demnig ha riportato alla memoria. Oltre 56.000 Pietre d’inciampo, incastonate in tutta Europa, lì nei posti dove quelle vittime hanno abitato, dove avevano costruito a poco a poco la loro vita che hanno dovuto lasciare, per la brutalità della guerra, per ordine di quelle leggi razziali nel cui nome sono state commesse le peggiori nefandezze dell’umanità.Tredici autori, in collaborazione con la scuola di scrittura Bottega Finzioni di Bologna, donano una voce a chi da tempo l’ha perduta, a chi se l’è vista soffocare molti anni fa.
Jonathan, chiamato da tutti Jonni, è un educatore che vive una profonda crisi personale e lavora presso una grande cooperativa sociale affiliata all’Opera religiosa di Santa Giustina, guidata da un vescovo potente e ambizioso. Dopo un evento traumatico, l’uomo viene retrocesso in una fantomatica squadra traslochi. Durante uno sgombero la sua squadra ritrova alcuni diari appartenuti a una donna: Sofia. Quelle pagine celano un terribile segreto. Spetterà allora a Jonni e all’amico Berto salvare i diari e, con essi, la memoria di Sofia, donna di origine ebraica la cui vita è stata segnata per sempre dalla guerra e da un evento drammatico perpetrato dall’odio fascista.
Dopo i sette episodi, più i racconti, della serie “Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa” torna il tenente Luigi Bianchi in una serie che narra le sue indagini e avventure giovanili in Africa alla fine dell’Ottocento.
“Delitto sotto il sicomoro” narra la seconda storia. Il giovane tenente Bianchi, coadiuvato dal tenente De Giorgis già coprotagonista di “Delitto allo zenit”, in una Massaua torrida e infestata dalle zanzare, indaga sulla morte di una giovane e bellissima cameriera eritrea, amica di De Giorgis, il cui cadavere viene rinvenuto sotto un maestoso sicomoro. Le autorità locali non ritengono il crimine degno di nota ma per il tenente Bianchi diventa una questione di principio trovare il colpevole e metterlo di fronte alle sue responsabilità. Tra ricevimenti al Circolo Ufficiali, feste nella residenza del Governatore, duelli e peripezie varie si dipana un’indagine difficile e sofferta.
Otto racconti con Martin Bora, l’eroe tormentato con cui Ben Pastor ha conquistato gli appassionati del giallo storico. Tra scenari di guerra, omicidi e indagini al fronte, l’ufficiale della Wehrmacht è sempre più stretto nel suo dilemma morale: obbedire o ascoltare la propria coscienza di uomo?
La saga in giallo dedicata al tragico, malinconico ufficiale della Wehrmacht ha un carattere romantico che nei racconti viene accentuato ancor più che nei romanzi. Proprio perché centrati sull’eroe solitario sconfitto in partenza. Nel 1941, in un villaggio ucraino abbandonato dai sovietici, von Bora in-contra Vladimir Propp, lo scienziato leningradese che scoprì lo schema universale della fiaba popolare; con un tale esperto di folklore al fianco, inizia a investigare sull’omicidio di una strega-prostituta. Anche negli altri racconti, è come se l’amletico detective cercasse nella più attenuata assurdità del delitto un riparo dalla più grande assurdità della guerra; ad aiutarlo, in questa fuga in una norma paradossale, è come se ci fosse un secondo personaggio, un quasi nemico-amico, volontario o meno. A Praga nel 1942, mentre Heydrich pianifica la soluzione finale per gli ebrei cechi, sono due vecchietti nel cortile sotto alla finestra che attraggono la sua attenzione durante un’indagine su un collaborazionista assassinato. Il pensiero della moglie Dikta è il dolce veleno che lo toglie dal giaciglio d’acciaio di Stalingrado. Il vecchio maestro che denuncia il figlio ai nazisti, in un villaggio della Russia occupata, riporta Martin a una vendetta familiare in quelle terre di sangue. Le altre storie della seconda parte hanno luogo sotto i cieli più luminosi dell’Italia occupata. Un delitto passionale nel veronese del ’43 che coinvolge un prete, le guardie di Salò, una vedova. Un gioielliere a Littoria ucciso per una spilla dal nome allusivo, il nodo d’amore. Un vecchio su un treno, in Toscana nel 1944, che racconta dell’omicidio di due amanti. Una specie di faida familiare sull’Appennino e l’astuzia di un partigiano. L’opera narrativa di Ben Pastor è la biografia ideale di un uomo tormentato dal delitto e dalla guerra, in cui è incarnato il dramma feroce di una parte degli ufficiali della Wehrmacht sotto Hitler. La storia di un Io diviso: un uomo giusto dentro una divisa sbagliata, un investigatore angosciato dall’insensatezza del dovere in mezzo ai milioni di assassinati dalla guerra.
Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012, 2022), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018), La canzone del cavaliere (2019), La sinagoga degli zingari (2021), La Venere di Salò (2022), La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora.
Sempre Napoli e, ogni tanto, ancora Buenos Aires, significativamente. Dicembre 1939. L’abitudinario commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte occhi verdi, basette grigie, rughe incipienti, sa che ormai il nuovo edificio della questura è quasi completato, presto dovranno trasferire gli uffici. Ripensa ai luoghi cari e agli effetti intensi come la figlia Marta (quasi cinque anni, nata mentre la mamma moriva nel parto), alla carissima affiatatissima moglie morta e ai pochi veri amici, a una canzone commovente e pure alla 40enne Livia (che sempre lo ha amato, affiatata ma non ricambiata). Dall’altra parte del mondo, lei ora si chiama Laura Lobianco, le stesse iniziali rispetto a quelle dell’esistenza di cui ha nostalgia; fa soddisfacente sesso con il ricco magnifico innamorato 32enne Facundo Rubia; canta ammaliando nei caffè; studia un pezzo struggente e continua a pensare di tornare in patria, nonostante tutti i pericoli. Il 60enne brigadiere Maione, un metro e novanta per centotrenta chili, avvisa Ricciardi che è stato ritrovato un cadavere in via del Grande Archivio. All’interno dell’abitazione vivevano insieme la 61enne madre invalida Angelina Prudenzi e la bella figlia 32enne Erminia Cascetta, appena uccisa con un oggetto contundente, incinta. Sulla scena del crimine Ricciardi si concentra per abbandonarsi alla dannazione del Fatto (un’eredità genetica, chissà se trasmessa a Marta), che gli fa sentire l’ultima frase pronunciata dai morti sul luogo della dipartita, l’ultimo barlume di una vita spenta: questa volta “Egoista, egoista, lasciami vivere”. La porta era socchiusa e, nella reticenza e con molti dubbi, emergono via via alcuni possibili colpevoli: portinaie e apparenti amiche, un anziano ricco avvocato amante e il nuovo aitante fascista amato. Intorno c’è una grande confusione prebellica e tutti hanno pure altri pesanti pensieri per la testa. Non basterà risolvere il caso per trovare un Natale di pace.
Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) aveva chiuso oltre quattro anni fa la sua prima e più amata serie con il dodicesimo romanzo. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, le svolte matrimoniale del maggio 1933 e genitoriale dell’estate 1934, aveva dovuto abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario. Lo abbiamo poi ritrovato ad aprile 1939 (tredicesima avventura) e ora alla fine dello stesso anno (quattordicesima), romanzi di grande qualità. La trama rimane quella di un ingegnoso delitto che Ricciardi deve risolvere. Tutto intorno prendono spazio e tempo (come nelle serie tv) le vicende parallele noir e sentimentali dei tanti coprotagonisti, questa volta imperniate sulla solitudine, privata e sociale: chi uccide, che probabilmente decide di agire per non restare solo; la splendida e raffinata Livia-Laura, che sopravvive troppo sola in Argentina e sente il richiamo dei legami precedenti in Italia; il buon Maione, che deve gestire da solo il recupero di un figlio sulla cattiva strada; l’attempato amico medico delle autopsie Bruno Modo, che milita nell’antifascismo e sente il fiato sul collo della delazione e delle repressione (l’isola carcere o confino di Ventotene sullo sfondo); la contessa Bianca Borgati di Zisa che contribuisce alla crescita di Marta (amando il padre) finalmente incerta fra il consolidarsi sola o accettare la corte di un nuovo gentile intenso spasimante; la mitica brutta governante Nelide che capisce di dover accompagnare comunque il barone pur se il bell’ambulante fruttivendolo Tanino ‘o Sarracino potrebbe aver sfiorato la sua dura solitaria scorza; addirittura l’isolato questore Angelo Ganzo, che ha la moglie ebrea ormai in pericolo (dopo le leggi razziali del 1938) e cambia atteggiamento verso la famiglia ebrea dell’Enrica di Ricciardi (solitario per definizione). La narrazione è, come sempre, in terza varia (con incursioni in prima su chi uccide e sul potente sincero avvocato). Lo stesso titolo si riferisce alla canzone Soledad (1934, testo di Le Pera, musica di Gardel), l’eterna solitudine che resta in chi vede lasciarsi per sempre. Altro che letteratura minore di genere! Altre belle musiche, d’orchestra e jazz. Champagne al bordello.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno, Il purgatorio dell’angelo, Il pianto dell’alba, Caminito e Soledad (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane, Souvenir, Vuoto, Nozze, Fiori, e Angeli, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017), Sara al tramonto (2018), Le parole di Sara (2019) e Una lettera per Sara (2020); per Sellerio, Dodici rose a Settembre (2019); per Solferino, Il concerto dei destini fragili (2020). Con Cristina Cassar Scalia e Giancarlo De Cataldo ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020). Sempre per Einaudi Stile Libero, ha pubblicato della serie di Mina Settembre Troppo freddo per Settembre (2020) e Una Sirena a Settembe (2021). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.
Dopo i sette episodi più i racconti della serie “Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa” torna il tenente Bianchi in una serie che narra le sue indagini e avventure in Africa alla fine dell’Ottocento.
“Delitto allo zenit” narra la prima storia. Il tenente Bianchi coadiuvato dal tenente De Giorgis appena arrivato in Africa, a Massaua indaga sulla morte di un medico inglese da tutti ben voluto.
Sahra Wagenknecht è senza dubbio un personaggio politico scomodo. Lo è stata sin dagli esordi, come iscritta nel 1989 al Partito Socialista Unificato di Germania (SED), che era il partito guida nella parte orientale del Paese, governata da un regime comunista, transitata poi nel PDS, erede del SED, collocandosi nell’ambito della componente marxista, e, successivamente, nella Linke, formazione di sinistra nata, dopo l’unificazione della Germania, dalla convergenza tra i comunisti della parte orientale e la corrente di sinistra della socialdemocrazia, che ha assicurato alla compagine una presenza anche nella parte occidentale, la quale, per un certo periodo di tempo, ha superato complessivamente la soglia di sbarramento del 5%, eleggendo propri rappresentanti in seno al Parlamento nazionale, tra i quali c’era, con un ruolo di rilievo, la stessa Wagenknecht, che, però, ha assunto una posizione di dissenso sempre maggiore, fino ad abbandonare di recente la Linke, spaccando il gruppo parlamentare e ponendo le premesse per la costituzione di un nuovo partito, che dovrebbe esordire come tale, dopo aver assunto la configurazione di movimento, alle elezioni europee del 2024.
Sahra Wagenknecht è una studiosa dotata di una solida preparazione politica, economica, filosofica, una brillante giornalista, un’oratrice coinvolgente. Merita, dunque, di essere seguita negli sviluppi del suo pensiero e della sua azione. Attualmente le sue idee sono condensate in un corposo volume pubblicato in Italia, con prefazione di Vladimiro Giacché, nel 2022 per i tipi di Fazi editore di Roma. Il titolo è già significativo: Contro la sinistra neoliberale.
L’opera offre numerosi spunti di riflessione, che aprono nuovi orizzonti di ricerca, per i quali è uno stimolante punto di partenza. Per questo ha registrato un notevole successo di pubblico, in Germania e a livello internazionale.
Siamo in presenza di un’articolata analisi dei mutamenti genetici e teorici che hanno interessato la sinistra non solo tedesca, ma anche europea nel suo insieme, con un ampio orizzonte che coinvolge, allargandosi, tutto il mondo occidentale, compresi gli Stati Uniti d’America. Nonostante la parte dedicata all’Italia sia ridotta, possiamo trarre tutta una serie di conclusioni che riguardano la sinistra del nostro Paese, la sua involuzione, che è simile a quella dei partiti che si collocano nella stessa area a livello europeo.
Il mutamento riguarda il concetto stesso di sinistra, i suoi connotati ideologici, i suoi riferimenti di classe, la sua visione economico-sociale. E qui va evidenziato, come fa l’autrice, lo stretto legame che si è venuto a creare tra i mutamenti ideologici e, per l’appunto, le classi sociali di riferimento.
In passato, la sinistra era «sinonimo di ricerca della giustizia e della sicurezza sociale, di resistenza, di rivolta contro la classe medio-alta e di impegno a favore di coloro che non erano nati in una famiglia agiata e dovevano mantenersi con lavori duri e spesso poco stimolanti. Essere di sinistra voleva dire perseguire l’obiettivo di proteggere queste persone dalla povertà, dall’umiliazione e dallo sfruttamento, dischiudere loro possibilità di formazione e di ascesa sociale, rendere la loro vita più facile, più organizzata e più pianificabile. Chi era di sinistra credeva nella capacità della politica di plasmare la società all’interno di uno Stato nazionale democratico e che questo Stato potesse e dovesse correggere gli esiti del mercato» (p. 22). Così prosegue la Wagenknecht: «I partiti di sinistra, che fossero socialdemocratici, socialisti o, in molti paesi dell’Europa occidentale, comunisti, non rappresentavano le élite, ma i più svantaggiati. Gli attivisti provenivano loro stessi da quel milieu e volevano migliorare le condizioni di vita. Gli intellettuali di sinistra condividevano questo obiettivo o lo sostenevano» (p. 23).
Ma la sinistra ha cambiato riferimenti ideologici e di classe, segnatamente dopo il crollo del muro di Berlino, ci permettiamo di aggiungere noi, integrando l’analisi della Wagenknecht con nostre considerazioni, che ci sembrano doverose, perché consentono di capire il mutamento.
I partiti socialdemocratici e socialisti riformisti trovavano, infatti, la loro legittimazione, nell’ambito della logica capitalistica, nell’esistenza di un polo comunista, che andava contrastato, per impedire che esso si allargasse all’Occidente, attraverso una forza, socialdemocratica, per l’appunto, che garantisse ai ceti meno abbienti determinati diritti sociali (il cosiddetto «Welfare State»), impedendo, in tal modo, che si convertissero al comunismo.
Il Partito comunista italiano, da parte sua, nel suo gruppo dirigente, nei suoi quadri intermedi, in buona parte del suo elettorato, aveva già subito negli anni un progressivo mutamento genetico, attraverso una lunga marcia all’interno delle istituzioni borghesi, di cui la conversione ai valori liberal-socialisti rappresentava il naturale epilogo. Il crollo dell’Urss e dei regimi comunisti dell’Est europeo, il conseguente venir meno di un puntello fondamentale e di un ombrello protettivo avevano determinato il definitivo cambiamento di campo.
In mezzo c’erano stati tanti anni di concertazione, di consociativismo, di compromessi con il potere capitalistico, rappresentato in Italia dalla Democrazia cristiana, che avevano dissolto lo spirito rivoluzionario del partito. Settori estesi dell’elettorato comunista avevano beneficiato degli effetti dello Stato sociale, nella sua deformazione in Stato clientelare ed assistenziale, ottenendo un certo benessere sociale e trasformandosi in un ceto medio egoista, che non ne voleva sapere dei nuovi poveri, dai quali intendeva marcare le distanze. Con queste aggiunte, crediamo di aver reso comprensibile il mutamento genetico della sinistra con riferimento specifico all’Italia, integrando il quadro generale, a livello europeo, delineato dalla Wagenknecht.
Le trasformazioni sin qui descritte hanno dato vita ad una «sinistra neoliberale» o «alla moda», come la definisce l’autrice nel libro qui analizzato. Una sinistra che «non pone più al centro» della propria politica i «problemi sociali e politico-economici» (p. 24) dei ceti meno abbienti. Si rivolge, come proprio interlocutore e punto di riferimento sociale, ai ceti medi benestanti, ai laureati, perlopiù a «persone di buona cultura» e «in misura crescente anche con stipendi migliori» (p. 46), che abitano nei quartieri agiati delle grandi città. Si tratta, potremmo dire, con espressione foscoliana, di una «corrispondenza d’amorosi sensi»: la sinistra neoliberale ama questi ceti ed essi ricambiano, costituendone il bacino elettorale più fedele.
Sahra Wagenknecht sottolinea opportunamente che questa sinistra va oltre, ha un atteggiamento di intolleranza nei confronti delle classi disagiate, delle loro riserve obbligate nei riguardi di un modello di sviluppo che le danneggia e che non possono adeguatamente sostenere. Vengono lanciate vere e proprie campagne propagandistiche di demonizzazione. Chi sostiene che «il proprio governo si occupi prima di tutto del benessere della popolazione interna» e lo protegga dalle «conseguenze negative della globalizzazione», ponendo limiti e controlli ai flussi migratori, «viene etichettato» tout court dalla sinistra liberale come «nazionalsociale, a volte persino con il suffisso ista» (p. 35). In buona sostanza, un nazista. «E chi non trova giusto trasferire sempre più competenze dai parlamenti e dai governi prescelti a una imperscrutabile lobbycrazia a Bruxelles è di certo un antieuropeo» (ibidem).
L’intolleranza della sinistra neoliberale investe anche coloro che «consumano carne da discount», «guidano auto diesel» (p. 28), continuano a riscaldarsi con impianti al metano, perché, per motivi economici, non riescono a stare al passo coi tempi, ad accedere alle fonti energetiche alternative. Queste persone vengono considerate sbrigativamente «nemiche del clima». L’antipatia è reciproca: i ceti popolari, a loro volta, guardano con ostilità e fastidio alla sinistra neoliberale: «Ciò che rende i rappresentanti di questa sinistra di moda così antipatici agli occhi di molti e soprattutto dei meno fortunati è la loro innata tendenza a giudicare i propri privilegi come virtù personali e a presentare la propria visione del mondo e il proprio stile di vita come la quintessenza della responsabilità e del progresso. E’ il compiacimento di sé di chi si reputa moralmente superiore, cosa che accade di frequente nella sinistra alla moda, è la convinzione, palesata in modo troppo insistente, di essere dalla parte del bene, del giusto e della ragione. E’ la supponenza di chi guarda dall’alto in basso lo stile di vita, i bisogni e persino il linguaggio di coloro che non hanno potuto frequentare l’università, vivono in piccoli centri e comprano da ALDI i prodotti per la grigliata perché il denaro deve bastare fino a fine mese. E’ l’innegabile mancanza di empatia nei confronti di tutti coloro che devono combattere molto più duramente per un po’ di benessere e che forse anche per questo risultano a volte più coriacei e astiosi e spesso di cattivo umore» (pp. 28-29), mentre i rappresentanti della sinistra neoliberale sono ottimisti, allegri, le loro manifestazioni di piazza sono vivaci, variopinte, festose. Esse raggiungono un’élite di privilegiati, mentre la gran massa rimane estranea, anzi ostile.
In conseguenza di questo mutamento genetico i partiti socialisti riformisti, socialdemocratici, gli ex comunisti italiani che si sono fusi con gli ex democristiani nel Partito democratico (aggiungiamo noi a completamento), hanno perduto consensi e sono stati sconfitti elettoralmente dalla destra, perché sono stati artefici della seconda ondata di neoliberismo, che ha seguito la prima di cui sono state portavoce, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, le destre della Thatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati Uniti (pp. 48-49).
Neoliberismo, globalizzazione, europeismo estremo sono i cavalli di battaglia di questa sinistra neoliberale. In Italia basta pensare alla flessibilità del lavoro e dei salari introdotta dal governo Prodi e perseguita da tutti i governi di centro-sinistra o «tecnici» di cui hanno fatto parte il Partito democratico e i suoi predecessori, alle privatizzazioni, che hanno smantellato le imprese pubbliche, facendo lievitare i prezzi dei beni e dei servizi, all’adozione della moneta unica europea, di cui Prodi è stato l’artefice principale, che, già nell’immediato, ha portato al raddoppio dei prezzi, demolendo il potere d’acquisto delle famiglie, abbassando il livello dei consumi e il livello di vita dei ceti meno abbienti.
Questa politica antipopolare spiega perché oggi il Pd non supera la soglia del 20% dei consensi elettorali. I ceti popolari non lo votano, anzi lo detestano. Analogo declino sta subendo, nonostante l’attuale collocazione al governo nell’ambito di una maggioranza ibrida, il partito socialdemocratico tedesco (Spd), che rappresenta anch’esso le classi benestanti. La stessa sorte è toccata alla Linke, che, alla sua nascita, rappresentava soprattutto le classi disagiate della Germania orientale, fortemente colpite dall’unificazione imposta dall’alto, e che aveva esteso i propri consensi anche nella parte occidentale del Paese, difendendo i ceti deboli. Ma, ad un certo punto, essa ha registrato un’involuzione simile a quella dei socialdemocratici, in quanto ha cambiato i propri riferimenti di classe: non più le classi meno abbienti, bensì quelle acculturate appartenenti al ceto medio. Fatale è stata anche l’alleanza con la socialdemocrazia in diversi Länder, che sono stati governati contro gli interessi dei ceti disagiati. Anche i verdi tedeschi sono un partito di benestanti. I socialisti sono addirittura falliti in Francia, occupando un ruolo assolutamente marginale sulla scena politica, soppiantati da una forza di sinistra radicale raccolta intorno alla figura di Mélenchon, i cui connotati sono tutti da studiare e da approfondire.
Gli elettori della sinistra neoliberale hanno ragione a sostenere la globalizzazione e l’integrazione europea, perché essi sono tra i privilegiati che se ne sono avvantaggiati, avendo la possibilità di accedere a corsi di lingua, con lunghi tirocini all’estero, master, stage, che sono costosi, ma costituiscono il presupposto per avere lavori qualificati e ben retribuiti (pp. 107-112). Costoro diventano i «tecnici» del sistema, esercitano quelle professioni di cui il neocapitalismo ha bisogno per svilupparsi e progredire. Sono egoisti ed individualisti, sono disinteressati alle sorti delle masse, che, anzi, disprezzano, essendo convinti che il loro successo dipende da capacità individuali superiori. Hanno un elevato tenore di vita: viaggiano, consumano cibi biologici, hanno auto elettriche e abitazioni con tutti i comfort che utilizzano le fonti energetiche alternative, si considerano perciò i veri difensori del clima e dei diritti civili: i cittadini modello, insomma. E disprezzano quelli che non riescono a tenere il passo, considerandoli incapaci e retrogradi (pp. 27-29).
Sahra Wagenknecht ha avuto il merito di condurre una critica spietata, senza timori reverenziali e senza sconti, nei confronti della sinistra neoliberale di moda. Non è poco, perché le critiche che sinora sono state avanzate anche dalla sinistra radicale, dalla cosiddetta «estrema sinistra», non sono mai andate fino in fondo, hanno sempre lasciato uno spiraglio per la trattativa e un futuro compromesso, ai quali, difatti, spesso si è pervenuti. Sono emblematici, in tal senso, il caso della Linke in Germania, che ha finito per diventare la stampella dei socialdemocratici dell’Spd in vari Länder, e quello del Partito della rifondazione comunista (Prc) e del Partito dei comunisti italiani (Pdci) in Italia, i quali, dopo rotture provvisorie, sono pervenuti a forme di collaborazione, come la cosiddetta «desistenza», prima, e l’appoggio, poi, a governi, locali e nazionali, dominati da forze di centro-sinistra, nelle loro diverse varianti (Pds, Ds, Pd), ritagliando un piccolo spazio, un “orticello”, per se stessi e per i propri dirigenti. Siamo in presenza di tradimenti storici dell’elettorato popolare, delle classi meno abbienti, che rendono difficile la rinascita di forze comuniste o, comunque, alternative al sistema capitalistico, in quanto hanno seminato sgomento e sfiducia nel popolo di sinistra autentica.
Ma Sahra Wagenknecht va oltre. Nella seconda parte del suo volume, aggiunge alla fase destruens quella construens. Delinea un programma imperniato sul rilancio, in nuove dimensioni, degli Stati nazionali, basati non tanto sul patrimonio genetico e sul vincolo di sangue, quanto sul concetto di «cultura guida», che si deve intendere come «insieme dei valori basati su tradizione culturale, storia e narrazioni nazionali nonché tipici modelli di comportamento all’interno di una nazione, elementi questi che sono parte della sua identità comune e su cui si fonda il senso di appartenenza» (p. 313). Deve trattarsi di Stati che collocano al centro della loro attenzione i bisogni e gli interessi dei più deboli, promuovendo, attraverso un intervento pubblico massiccio nell’economia, il loro benessere e la loro sicurezza sociale.
Va qui richiamato, a nostro avviso, il concetto gramsciano di «nazional popolare», laddove il termine «popolo» abbia ben precisi connotati di classe, evitando il nazionalismo interclassista proprio della cultura di destra, che immagina un irrealistico Stato etico, che sta al di sopra delle classi e si fa mediatore dei loro interessi. E Gramsci, nei Quaderni del carcere, ha denunciato tutta l’ambiguità del cosmopolitismo dell’Alto Medioevo, che equivale alla globalizzazione attuale, che, sotto le mentite spoglie dell’abbraccio fraterno tra i popoli, sacrifica gli interessi dei deboli a quelli dei potentati che operano a livello transnazionale. Non a caso, il grande intellettuale sardo esalta l’«eresia comunale», l’esperienza dei Comuni italiani, legati, per converso, al territorio, alla sua cultura viva, ai suoi valori. Di questa «eresia» fu il massimo esponente, secondo Gramsci, Guido Cavalcanti, da lui contrapposto a Dante Alighieri e al suo cosmopolitismo, fondato sul primato di papato ed impero, pur nella loro autonomia reciproca.
Va richiamato, inoltre, il concetto di «biogeografia culturale», secondo il quale il territorio non ha solo una dimensione geografica, ma è concrezione di storia, di vita, di cultura. In esso si sono stratificate tutte le civiltà succedutesi nel corso dei secoli, anzi dei millenni, con i sentimenti e i valori di cui esse erano depositarie. La stessa stratificazione si realizza nel singolo individuo, se si sente in armonia col proprio territorio. Si crea, in tal modo, una «corrispondenza biunivoca» tra individuo e territorio, per cui egli è in grado di cogliere e di “decriptare” i “messaggi” provenienti dal proprio territorio di riferimento e di uniformare ad essi il proprio modo di vivere e di agire.
Uno «stile di vita», dunque, contrapposto a quello della sinistra neoliberale e dei suoi sostenitori, basato sulla rottura con il territorio di appartenenza, sostituito da un nuovo cosmopolitismo, che si chiama globalizzazione e integrazione europea, e che presenta il carattere di artificiosità e di imposizione che ebbe quello dell’Alto Medioevo e che usa violenza, fisica e morale, ai popoli nazionali e ai loro valori.
Sahra Wagenknecht, infine, ha denunciato un fenomeno sinora sottovalutato. Gli intellettuali che non si uniformano alle «narrazioni», cioè alle rappresentazioni culturali della realtà che la sinistra neoliberale tenta di imporre con un apparato propagandistico ben oleato, che beneficia spesso dell’amplificazione da parte di ampi settori dei mass-media, vengono debitamente emarginati, con lo scopo, neanche tanto paludato, di «ridurre al silenzio e distruggere» (p. 32) questi soggetti scomodi, sottoposti alla «cancel culture». In Italia, solo per fare un esempio, la cultura marxista è quasi scomparsa dal mondo universitario.
La Wagenknecht va a fondo nella ricerca degli strumenti culturali ed ideologici, che sono stati utilizzati per imporre una certa visione del mondo. Fa riferimento allo «strutturalismo», affermatosi nella cultura di sinistra a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, con centro di irradiazione le università francesi, al «decostruzionismo» (p. 124) a cui va aggiunto, a nostro avviso, il «post-modernismo». Tutte queste teorie, che partono dal campo letterario per espandersi negli altri settori culturali, sono fondate sull’idea che è la lingua a creare la realtà: «al di là della lingua, in pratica, non esiste alcun mondo reale a cui riferirsi» (ibidem). Il che significa che chi possiede il controllo degli strumenti di diffusione della parola può imporre qualsiasi «realtà», al di là di quella oggettiva, che, invece, esiste. Un’operazione prettamente ideologica camuffata con presunte teorie scientifiche.
S’impone, dunque, un ritorno alla realtà, al «pensiero forte», come strumento di analisi razionale del reale.
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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