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:: Ognuno muore solo, Hans Fallada (Einaudi, 1997) a cura di Federica Leonardi

25 novembre 2018

Ognuno muore soloLo dovresti sapere anche tu che non importa essere in pochi a combattere contro molti, quel che importa, invece, è di combattere per una causa, una volta che l’abbiamo riconosciuta per buona. […] io non posso stare con le mani in mano e dire: quelli là sono porci, ma ciò non mi riguarda. [Ognuno muore solo, di Hans Fallada, traduzione di C. Coisson, Einaudi, 1950, p. 323]

È l’alba dell’otto aprile 1943. Nel carcere della Plotzensee, a Berlino, i coniugi Hampel si incontrano per l’ultima volta. Lei, Elise, non compirà mai i quarant’anni. Lui, Otto, è un molto più emaciato di quando la Gestapo ha fatto irruzione nel loro appartamento, nell’ottobre scorso. Entrambi sanno che ad aspettarli oltre il portone che conduce al cortile interno, c’è la ghigliottina. Lo sapevano fin dall’inizio – da quando Otto ha portato a casa cartoline, inchiostro e pennino; da quando hanno scritto quella prima frase contro Hitler – che sarebbe finita così: con il soffio della lama sulla nuca, un battito di ciglia, la morte.
Ma la soddisfazione resta: la Gestapo ha impiegato due anni per prenderli. Un bello smacco per l’efficientissima polizia politica del Reich.
E anche se non hanno ottenuto i risultati sperati, la loro coscienza è limpida. Possono morire. E davvero possono morire in pace.

Quando Hans Fallada scrive Ognuno muore solo (Jeder stirb fur sich allein in originale) sono passati quattro anni da quell’aprile. La guerra è finita da due. La Germania ha appena cominciato a leccarsi le ferite. Intellettuali, scrittori, artisti mutilati della parola, ostracizzati o esiliati si affollano in massa sulla carogna dell’aquila tedesca per cercare di trovare un senso a quanto vissuto durante quei lunghi anni di regime e di guerra.

Hans Fallada [pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen] non ha in realtà una grande biografia come oppositore al nazismo. La sua è piuttosto una vita di eccessi, a partire da quel patto suicida che stipula con un compagno di collegio quando è appena adolescente, e che lo porterà all’omicidio (seppure involontario). Da lì si susseguono alti e bassi; tentativi di vivere una vita quieta, magari bucolica quando si ritira nelle campagne tedesche, inframmezzati dal richiamo della morfina, dell’alcol, della donne. Hans Fallada entra e esce da sanatori e ospedali psichiatrici. Divorzia e si risposa. Protesta blandamente contro il Regime quando ne ha l’opportunità, ma poi accetta di far parte di un viaggio diplomatico nella Parigi occupata.

Più spesso povero che ricco, all’inizio si guadagna da vivere scrivendo indirizzi sulle buste postali per alcune società di Amburgo. Finché l’editore Ernst Rowolth non gli offre un impiego nella sua casa editrice.

Fallada scrive, a ritmi impressionanti. La sua regola è non scrivere mai meno pagine del giorno precedente. I suoi romanzi “E adesso, pover’uomo?”, “Lupo tra i lupi” diventano bestseller (quest’ultimo si guadagna persino l’approvazione di Goebbels).

Le sue opere hanno come punto di forza la capacità dell’autore di entrare nella società del tempo, di descriverla con acutezza e spesso con un’ironia che sprofonda nella malinconia e nella tragedia. I suoi personaggi sono caratterizzazioni precise e puntuali di tipi umani che Fallada incontra durante una vita breve e veloce, che termina per un attacco di cuore nel 1947, lasciando due romanzi postumi.

Uno di quei romanzi è, appunto, Ognuno muore solo. È un amico a consegnargli l’incartamento con le cartoline scritte dagli Hampel e gli atti del processo che li vede come imputati per disfattismo e alto tradimento.

All’inizio Fallada non ha alcuna intenzione di occuparsi della storia, che sembra scivolata per caso dai cassetti della Gestapo.
Poi, però, qualcosa delle vicende degli Hampel finisce per pungolarlo.
Così non passano 27 giorni [altro che NaNoWriMo] ed ecco pronto per l’editore un romanzo monumentale, che non è soltanto la storia di due coniugi della Berlino in guerra che si oppongono al Regime hitleriano, ma è la storia di un intero triennio, di una città e di un popolo che più spesso subisce il nazismo piuttosto che parteciparvi attivamente e con quello spirito di cameratismo che la propaganda di regime sbandiera in pompa magna.

Tutti hanno paura! – affermò la camicia bruna, piena di disprezzo. – Perché poi? Gli abbiamo spianato la strada, basta che facciano quel che diciamo loro di fare.
Tutto succede perché la gente non vuol smettere di pensare. Credono sempre che andranno avanti a forza di pensare.
Devono soltanto ubbidire. A pensare provvede il Fuhrer. [Ibidem, p. 171]

Per sua stessa ammissione, Fallada usa la storia di Elise e Otto Hampel, che nel romanzo diventano i coniugi Anna e Otto Quangel, solo come canovaccio.
I Quangel fanno ciò che fecero gli Hampel, e per due anni, alla notizia della morte del figlio sul campo di battaglia (nel caso degli Hampel a morire fu il fratello di Elise), scrivono in segreto cartoline contrarie al regime che poi abbandonano in città, nella speranza che quella singola voce di protesta sia sufficiente a smuovere le coscienze dei propri concittadini. O, se non altro, a far capire ai vicini che non sono soli, che ci sono altri ad avere pensieri ostili contro Hitler, la Gestapo, la guerra e le sue iniquità.
Ma qui i paralleli si fermano.
Perché su quella storia di cronaca Fallada innesta la propria: la storia di un popolo tedesco in guerra con se stesso.
L’atto di ribellione un po’ naif dei Quangel è il perno attorno al quale si sviluppano le vite di una dozzina di altri personaggi, di un’intera città, di una nazione.

Ci sono uomini e donne di ogni tipo nella Berlino che racconta Fallada: i corrotti, gli opportunisti, i recalcitranti. Quelli che si adeguano al regime per quieto vivere, quelli che lo combattono attivamente. Quelli che scelgono la strada della disobbedienza civile. Quelli che proteggono gli ebrei, e lo fanno per umanità. E quelli che li tengono nascosti per guadagno, spillandogli ogni risparmio e sfruttandone il timore per mantenerli in uno stato di soggezione.

I ferventi sostenitori. I piccoli delatori. Quelli che seguono il corso della corrente e vanno dove si presume ci sia maggiore convenienza. Ci sono gli stanchi, gli oppressi, gli indifferenti. Ci sono, infine, quelli che preferiscono guardare dall’altra parte, e sono la maggioranza. Quelli che ricercano una vita tranquilla e non si esprimono né protestano, anche se dentro ribollono

C’è poi tutto l’apparato statale. La macchina terribile della Gestapo. Eppure anche nell’orrendo bunker della sezione penale, dove i corpi degli arrestati si trasformano in un “mucchio di merda miserabile e urlante”, anche lì si trovano questurini dal volto umano. E che, per troppa umanità, vengono presto deferiti dall’incarico.

Il romanzo di Fallada è un corposo, vivido affresco di una Berlino nazista che si mostra al lettore come un quadro di Caravaggio. Con le sue ombre e le sue luci e le innumerevoli sfaccettature di un popolo che fu complice, per buona parte, ma che spesso fu anche protagonista di atti di coraggiosa opposizione e resistenza.

Nel suo romanzo, che Primo Levi giudicò “il più importante mai scritto sulla resistenza al nazismo”, Fallada non esprime giudizi personali, ma lascia ai suoi personaggi, in base alla caratura morale o alle proprie convinzioni ideologiche di farlo. In questo modo, ciascuno di quei personaggi manifesta una propria ragione, che al lettore potrà apparire più o meno giustificata, riconoscendone però sempre la validità, la verosimiglianza storica.

Un romanzo violento e un atto d’amore, nel quale l’autore sembra dire che in mezzo a tante carogne c’era anche chi sapeva di dover compiere qualcosa per riscattare il proprio paese. E che lo ha fatto. Perdendo per questo la vita.

Ed è in quest’ottica che va vista la scelta di chiudere il romanzo non con la morte dei Quangel, bensì con il racconto di un ragazzo. Un piccolo delinquente che trova, grazie all’aiuto di una donna che lascia Berlino per la campagna dopo aver dichiarato esplicitamente di non volere aver niente a che fare con il partito, la speranza di una nuova vita. E che, rincontrato il padre violento, lo caccia via prima che possa tornare a fare del male a lui o distruggere quella nuova vita che sta lentamente e con fatica costruendosi.

Un ultimo capitolo che è un monito e un incoraggiamento. Perché nonostante gli errori compiuti c’è ancora modo, sembra dire Fallada, di creare qualcosa di nuovo e buono sulle macerie appestate e carbonizzate del passato.

Ognuno muore solo è un romanzo che parla del passato. Ma anche del nostro presente. E che per entrambi i motivi meriterebbe di essere riscoperto.

Lo guardò in faccia. – Ma, caro, forse non sono libri per te, vero? Ti devo confessare che anch’io li ho appena guardati da quando è morto mio marito. Forse è un male, tutti dovrebbero occuparsi di politica. Se tutti noi ce ne fossimo occupati in tempo, le cose non sarebbero andate come vanno ora sotto i nazisti. [Ibidem, p. 239]

Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Ditzen (1893-1947). Di Fallada Sellerio ha pubblicato E adesso, pover’uomo? (2008), Ognuno muore solo (2010) e Nel mio paese straniero (2012).

Source: libro del recensore.

:: Formule mortali di François Morlupi (Croce Libreria, 2018)

24 novembre 2018

imagesIn una torrida estate romana un passante scopre il cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali”, un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.

Formule mortali, opera prima di François Morlupi, è un thriller ambientato tra Roma e la Corsica, che vede protagonista una squadra investigativa di Roma, capitanata dal commissario Ansaldi. Efferati delitti, collegati tra loro da misteriose ed enigmatiche formule matematiche, si susseguono in una Roma estiva e torrida per portare nel web sommerso, dove persone apparentemente irreprensibili accedono a pagamento su siti di torture e snuff movie, che terminano con la reale morte della vittima.
Insomma tanta carne al fuoco, e forti emozioni diciamo. In sostanza ormai scrivere un thriller originale è diventata un’impresa e François Morlupi ha scelto una strada abbastanza poco dibattuta, un po’ anche perché il tema di per sé fa paura davvero, i pericoli della rete sono tanti e soprattutto i più giovani e indifesi vi sono esposti. La polizia postale ne vede di tutti i colori, e ha affinato anche armi informatiche sempre più aggiornate e moderne, arrivando ad assoldare veri e propri hacker, diciamo passati dalla parte buona. Quindi l’argomento trattato è interessante, e questo è un punto di forza del libro.
L’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’ambientazione romana: sia l’accenno alle sue problematiche, le buche, i rifiuti abbandonati, etc… che la parte più leggera: i quartieri, i locali pittoreschi, l’aria che si respira nella Capitale. Insomma ho gradito tutte queste sfumature di sano realismo.
La parte macabra non è eccessiva, suvvia François Morlupi è un bravo ragazzo.
Certo i personaggi sono ancora un po’ grezzi e stereotipati, deve ancora imparare a caratterizzare meglio pregi e difetti di ciascuno, insomma deve imparare a renderli unici e subito riconoscibili, ma per un’ opera di esordio è una cosa abbastanza scontata.
Non valorizza ancora a pieno le sue capacità e conoscenze (per esempio per quanto riguarda l’accenno ai film coreani, un suo hobby, un autore più scafato se la sarebbe giocata meglio).
Lo stile è piano e discorsivo, pulito, adatto a un thriller.
C’è infine da dire che è bilingue, parla e scrive sia in italiano che in francese, e con l’aiuto di un buon editor che conosca oltre all’italiano anche il francese questa caratteristica potrebbe rientrare più nei pregi che nei difetti, diventando una sua peculiarità, quindi valorizzerei anche alcuni francesismi. Il personaggio, per esempio, del vice ispettore Eugénie Loy si presterebbe molto bene a questo gioco stilistico.
Tutto sommato quindi è un onesto thriller investigativo, con finale aperto come si conviene quando si vuole renderlo aperto a un futuro seguito. Correggerei solo alcune debolezze lessicali e redazionali, ma niente che non si possa risolvere con un veloce editing.

François Morlupi (Roma, 1983), italo-francese, lavora in ambito informatico in una scuola francese di Roma. Grande appassionato di gialli in generale, e in particolare di quelli scandinavi, di storia contemporanea e di film coreani. Formule Mortali, il suo esordio letterario, è un noir ambientato nei luoghi e fra la gente della Roma che frequenta quotidianamente.

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Làn Hua e il Brigante disponibile su Amazon

24 novembre 2018

Wu Lán Hua era in viaggio.
Si stava dirigendo a Kaifeng, dopo aver curato un ricco funzionario della prefettura di JingZhao.
Lán Hua era un medico, e tra i più bravi, non che fosse solito per una donna esercitare questa professione.
Si sa le donne erano adatte al focolare domestico, ad allevare figli, numerosi e preferibilmente maschi, ed era pericoloso abbandonare il rifugio sicuro delle loro case, per affrontare anche lunghi viaggi per recarsi dai pazienti.
Ma Lán Hua non aveva paura, era stata educata da un padre che avrebbe voluto un figlio maschio, in realtà, e non mancava giorno che non glielo ricordasse.
Lán Hua era figlia di Wu Kang, il terribile. Un uomo crudele, capace di infliggere le punizioni più sanguinose alle persone che doveva giudicare.
Wu Kang era infatti uno dei giudici più severi e spietati della corte di Shenzong, ed era anche un uomo corrotto, tanto che le sue ricchezze ormai erano sconfinate.
Accettava sottobanco ingenti somme per giudicare innocenti i ricchi possidenti macchiatisi di infami colpe o delitti. I poveri, o coloro che non volevano piegarsi, per onestà, alle sue infami richieste, non avevano scampo, e usava le loro esecuzioni pubbliche come esempi per diffondere il terrore e la paura.

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Link all’acquisto

I cantastorie itineranti cinesi erano soliti raccontare storie fantastiche e bizzarre sul loro cammino, un po’ edificanti, un po’ polemiche solitamente con i ricchi e con il potere. La storia che leggerete è una di quelle.

Può l’amore vincere tutte le avversità, anche quando il vero nemico è proprio nella nostra famiglia? Ambientata nella Cina dell’ imperatore Song Shenzong, (1067- 1085) una storia di coraggio, amore e indipendenza femminile.

Cina Settentrionale. Inverno. Làn Hua una donna medico, figlia di un malvagio e corrotto funzionario pubblico, viene rapita da alcuni briganti e portata nel nascondiglio del loro capo. Lei pensa per un riscatto. Ma sarà davvero così?
Un racconto breve, non privo di una delicata storia d’amore, prequel in cui si raccontano gli antefatti di una futura serie con protagonista un’avventurosa donna medico, alle prese coi segreti e misteri della Medicina Tradizionale Cinese.

Dopo “Il Fermaglio di Giada”, ” Gli Otto Sigilli della Fenice di Fuoco“, “Le Diecimila Lame della Vendetta“, “Mille Fiori Dorati sul Mare Tranquillo”, “Luna Crescente Vento d’estate” e “È tempo di partire” un nuovo racconto dell’ Antica Cina, tra storia e suggestioni fantasy.

:: Noir all’improvviso di Cecilia Lavopa (I Buoni Cugini Editori, 2018)

23 novembre 2018

Cover_definitiva_CeciliaCristina, Ester, Michele, Irene. Solo alcuni nomi di gente comune descritta in scene di vita ordinaria che all’improvviso si trova catapultata in un terribile incubo. Quindici racconti neri, quindici storie che nascondono il male che si annida dove meno te lo aspetti. Atmosfere di pericolo, di disagio e di paura fanno da sfondo alle vicende nelle quali anche il lettore potrà immedesimarsi, in un crescendo di suspense e di orrore.

Cecilia Lavopa non ha bisogno di grandi presentazioni: è il gran capo di Contorni di Noir webzine dedicata al noir, al thriller, al giallo in ogni sua sfumatura. Grande comunicatrice, è sempre presente alle manifestazioni milanesi dedicate al libro, ed è anche un’ ottima presentatrice di eventi, sempre sorridente e non si impapina come farei io. Ora dopo anni passati a leggere e recensire si cimenta con la difficile arte del racconto ed ecco a voi Noir all’improvviso, quindici storie che vi sorprenderanno. Buona lettura!

Dalla prefazione di Marilù Oliva

Ho seguito con interesse la storia di questa silloge sin da quando è stata pensata come realtà composita, uscita dalla mente raffinata e geniale di Cecilia Lavopa. Da anni si occupa di letteratura di genere in quanto grande lettrice ma, soprattutto, è fondatrice di Contorni di noir, uno dei blog più celebri dedicati alla produzione crime. E sono contenta che Cecilia, grande conoscitrice del genere, abbia incontrato un valente editore come I Buoni Cugini editori.
Trovo un bel connubio, dunque, quello tra l’editore siciliano e un’autrice, Cecilia Lavopa, che si è cimentata con quegli stessi delitti che ben conosce, quando si tratta di leggerli e descriverli, compiendo con questo libro il grande salto: il passaggio da spettatrice a regista. E l’ha fatto con molta naturalezza, ma anche con la padronanza e la maestria di chi conosce la tecnica, i dosaggi, gli strumenti del mestiere: sa quindi spartire suspense e colpi di scena, ma sa anche quando descrivere un personaggio con una veloce pennellata, quando condensare un’emozione in uno sguardo e quando chiudere il narrato con ellissi o sommari. Fin qui, però, come dicevo, è solo questione di tecnica. “Noir all’improvviso” è molto di più: dentro vi scorre passione, fantasia, il magma inafferrabile delle vicende e dei sentimenti umani, la consapevolezza dell’imprevedibilità della vita che si svela spesso senza annunciarsi, lasciandoci stupiti.
“Noir all’improvviso” si compone di quindici racconti neri, accompagnati dalle interessanti illustrazioni di Michele Finelli, che colgono il nocciolo della trama, quindici storie che scandagliano altrettante situazioni reali. Momenti di vita quotidiana che, a un certo punto, virano in una svolta fatale trascinando il lettore, lasciandolo col fiato sospeso, fino all’esplosione di epiloghi che fanno meritare in pieno, grazie anche all’andamento ritmato e brioso delle storie, quel titolo così originale e appropriato…

:: I nuovi poteri forti. Come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi di Franklin Foer (Longanesi, 2018) a cura di Daniela Distefano

23 novembre 2018

FRANKLIN FOER - I nuovi poteri fortiFino a poco tempo fa, era semplice definire le aziende più famose. Exxon vende petrolio, McDonald’s serve hamburger, Walmart è un posto dove si comprano cose. Ma la situazione è cambiata con Amazon, Google… Dove iniziano e dove finiscono queste aziende? Un tempo, Amazon si accontentava di essere the everything store, ma ora produce serie televisive, progetta droni e offre soluzioni per il cloud. Le aziende tecnologiche più ambiziose – Facebook, Microsoft e Apple – si contendono il ruolo di nostro “assistente personale”; vogliono svegliarci al mattino, guidarci durante la giornata con il loro software di intelligenza artificiale e restare sempre al nostro fianco. Insomma, le big tech stanno facendo a pezzi i principi che proteggono l’individuo. Offrono dispositivi e siti web che annientano la privacy. Qual è il loro obiettivo? Alterare l’evoluzione umana, rendendoci tutti un po’ cyborg. Il libro parla delle idee che spingono queste aziende e della necessità di contrastarle. Google ha trasformato la liberazione del cervello in un’impresa ingegneristica. L’idea di fondo è che se la filosofia non è riuscita ad emancipare la mente, potrebbe farlo la teconologia procedendo a tutta velocità e modificando in modo significativo pratiche umane consolidate da tempo. Cosa non va in tutto questo? Il problema è che i media non solo dipendono dalle imprese della Silicon Valley, ma anche dai loro valori: il giornalismo ha cominciato a venerare i dati, e ne è stato corrotto. I media hanno bisogno di dare al pubblico quello che vuole, in un circo che sfrutta tendenze inconsce e pregiudizi. Oggi possiamo tranquillamente affermare che le inquietanti dimensioni raggiunte da Amazon, Facebook e Google sono una minaccia all’autonomia degli individui. Internet è straordinario, ma non dobbiamo comportarci come se esistesse al di fuori della storia o fosse immune alle nostre strutture morali, soprattutto quando in gioco ci sono il destino dell’individualità e il benessere della democrazia. Questo libro è un formidabile j’accuse che evoca altri moniti, altri avvertimenti. E’ affascinante il riferimento al saggio del 1914 di Karl Kraus, “In questa grande epoca”, divenuto assalto frontale alla mendacia del giornalismo in un’epoca che ancora doveva conoscere drammi, tragedie e abominio. Allora ci si scagliava contro l’egemonia giornalistica, anche allora erano di scena un timore, un inganno, e una scarsità di sicurezza per eventi imprevedibili. I big tech di oggi sono lo spauracchio del giornalismo per Karl Kraus. Forse non c’è da aver paura, in fondo l’evoluzione umana porta con sé effetti collaterali che generano prima terrore e poi abitudine, ma una cosa è certa: non sottovalutiamo questi segnali stradali, non aggrappiamoci troppo al carro del vincitore, camminiamo tra le meraviglie di un palazzo incantato e ammiriamo le sue bellezze preziose tenendo sempre d’occhio il cucchiaio con l’olio che non deve cadere. Lo afferma Paulo Coelho ne “L’alchimista”. Lo consiglia Foer davanti al dominio di monopoli pericolosi e dannosi.

Franklin Foer ha diretto per sei anni la rivista The New Republic. Fratello dello scrittore Jonathan Safran Foer, vive a Washington ed è corrpispondente del magazine The Atlantic. “I nuovi poteri forti” è stato inserito tra i migliori libri dell’anno dal New York Times.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Tommaso Gobbi dell’Ufficio Stampa Longanesi.

:: Brisa di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio 2018)

22 novembre 2018

Brisa-COPERTINA-1-218x315Brisa non è sposata, sorride poco, ha un occhio di un colore e uno di un altro, una treccia lunga lunga, un accenno di baffi. Se passa la treccia su una foto vede il futuro di chi c’è nella foto. Come per quella delle nozze dell’amica Smamaréla: le raccomandò di tenere lontano suo marito dai fucili, ma lui non volle ascoltarla e morì in un incidente di caccia. Da allora Brisa non ha più voluto toccare le sue foto, come se avesse visto qualcos’altro che non vuole raccontare.
Neanche Grace Kelly sarà felice. L’ha visto in una foto.
Così dicono. Con Brisa non si sa mai. Con Brisa non si discute.
Siamo in un piccolo paese alle foci del Po, è il settembre del 1956. Per la festa patronale è arrivato il Luna Park, e ci sarà anche un concerto dei Cavedani di Gorino, gruppo del posto dove suonano anche Tunaia, fratello di Brisa, Primino e il Principe. Hanno un nuovo cantante, il surreale Eoppas, emulo e sosia di Elvis.
Di sera tardi sparisce Lucianino, figlio dodicenne di Smamaréla.
Sono in tanti al vecchio faro.
Primino  finisce in una buca da dove pare impossibile uscire.
Dimenticavamo: Brisa ama i fucili.

E finalmente esce Brisa di Paola Rambaldi! Ho seguito l’iter di questo libro quando era ancora in bozze e ci tengo molto. La Rambaldi è brava, molto brava, una vera scrittrice con un suo stile molto personale, e un amore per i luoghi e le persone della sua terra: l’Emilia-Romagna. Ha già scritto racconti, questo è il suo primo romanzo, che vi consiglio davvero di leggere. Spero nel passaparola perchè è un piccolo editore che la pubblica, quindi se avete modo di leggerlo parlatene con i vostri amici e conoscenti.

Ora con il permesso dell’autrice e della casa editrice vi lascio un estratto. Buona lettura.

Martedì, 2 ottobre 1956

Dove mi trovo?

Quando riprende i sensi, Primino sente male dappertutto. La testa gli scoppia, gli occhi incollati come ventose faticano ad aprirsi ed è oppresso dalla nausea. Quando le palpebre si scollano ha la vista sdoppiata.
Resta immobile girando appena gli occhi per capire dov’è: un posto umido e scuro illuminato a malapena da un ritaglio di cielo livido, con nuvole gonfie di pioggia che scivolano via veloci. Avverte una forte pressione alla cassa toracica e respira con cautela. Si augura che non ci sia niente di rotto. Senza cambiare posizione inclina la testa indietro e sui lati. Le orecchie fischiano e sembra che una punta di trapano gli lavori le tempie.

La luce di un fulmine gli toglie ogni dubbio. È sul fondo di una buca profonda due metri e mezzo e larga tre. Lavora per un’impresa di pompe funebri, di buche ne vede parecchie ed è abituato a misurarle a occhio; certo finora le ha sempre viste solo dall’alto e si è sempre chiesto cosa si provi a finirci dentro… l’ha sognato nei suoi peggiori incubi e adesso lo sa.

Per un attimo pensa che stiano per seppellirlo vivo, poi ragiona. È una fossa troppo grande per una sepoltura e non è certo stata scavata per lui. C’era già. Non che il pensiero sia di grande consolazione.
Qualcosa gli taglia la schiena. Punta indietro le braccia per sedersi. Sembra che il trapano alle tempie si sia fermato, ma le radici che spuntano dalle pareti melmose cominciano a spostarsi da destra a sinistra come in giostra.
Cazzo, mi gira la testa peggio che a una donna incinta!
Aspetta che la buca smetta di girargli attorno e allunga la mano per capire cosa l’ha punto. È un ricciolo di metallo arrugginito e a ben guardare nella buca ce ne sono parecchi. Devono essere gli scarti di un’officina. Un ritaglio di copertone sotto la schiena gli ha attutito la caduta. È tutto un dolore, ma almeno è vivo.
Di colpo ricorda com’è finito lì dentro e perché.

Prova a rimettersi in piedi, sembra non essersi rotto niente, la testa ancora gira ma ce la fa. Sarà una parola uscirne, la buca è profonda e in alto non vede appigli a cui aggrapparsi.
Affonda mani e piedi nella parete di terra rovinandosi le unghie, ma non riesce a salire nemmeno di mezzo metro. Insiste, potrebbe farcela. Prova e riprova. Niente da fare. La terra si sgretola e ogni volta lo fa tornare giù come un piombo, facendo franare anche quella sotto le scarpe.
Nello sforzo lacera una manica della giacca.
Cazzo!
Il suo completo buono.
E ora cosa metterà ai prossimi funerali? Ma gli è improvvisamente chiaro che, se non trova subito una soluzione, il prossimo funerale sarà il suo.
Con quello che ha visto in quel garage, il matto non gliela farà certo passare liscia: ha già ucciso e non si farà scrupoli ad ammazzare ancora. E se avesse ammazzato anche lei?
No…
È una cosa talmente orribile che non riesce nemmeno a pensarla.
Se almeno arrivasse ad aggrapparsi alle sterpaglie che spuntano dal bordo della fossa, forse… e solleva le braccia per prendere le misure. La sfortuna di essere nati bassi.
Se fosse capitato al Principe che è alto invece… invece no, Primino ha sempre saltato più in alto del suo amico. Il Principe qui avrebbe ancor meno possibilità di riuscita, non è mai stato atletico. Tutta la sua abilità sta nel ricordare a memoria i titoli dei film americani.
Non sa perché, ma adesso gli viene da avercela anche con lui.
Si libera della giacca. Il suo completo nero ormai non ha più niente da perdere; se solo riuscisse ad aggrapparsi più in alto… ma sono anni che non salta.
Alle medie il salto in alto era il suo pezzo forte.
Che stupido aver lasciato perdere così.
Adesso occorrerebbe una bella rincorsa e la vecchia tecnica messa a punto a scuola; non è poi passato così tanto tempo, Primino ha appena diciannove anni.
Da quanti anni non salta?
Ha la testa talmente confusa che non riesce nemmeno a farci i conti, ma in terza media saltava quasi due metri.

Più passano i minuti e più l’enormità di quel che è successo lo rende cattivo. Cattivo per davvero. Nei film americani adesso scatterebbe la colonna sonora della vendetta.
Digrigna i denti, aggrotta la fronte, e arretra grugnendo fino alla parete opposta, schiacciando altri trucioli sotto le scarpe. Da lì si intravedono due finestre spalancate da cui svolazzano delle tendine rosa.
Costruire una casa così bella con panoramica sulla buca dei rottami. Quella povera famiglia deve essersi goduta ben poco. Una vista di merda, per una vita di merda.
Sa che da quelle finestre non si affaccerà più nessuno, ma il suo aguzzino non può vincere.
Non deve.

Ed è il suo ultimo pensiero prima di tentare il salto.

Paola Rambaldi, Originaria di Argenta (FE), attualmente vive a Castello di Serravalle (BO). Ha iniziato a scrivere racconti casualmente partecipando a concorsi letterari e vincendone una sessantina in quattro anni.
Ha pubblicato: Tredici storie di Adriatico (Edizioni del Gattaccio, 2014), Bassa e nera (Pontegobbo), La fudréra (REM) e decine di racconti in riviste e antologie (Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa, Echos, Edizioni della Sera e molti altri).
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine e di libri su “Libroguerriero”.
Brisa è il suo primo romanzo.

:: La vergogna di Annie Ernaux (L’Orma Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

21 novembre 2018

cop aeTorna Annie Ernaux con un altro prezioso capitolo della sua storia personale. Esce sempre per i tipi de L’Orma Editore La vergogna (traduzione di Lorenzo Flabbi), libro pubblicato in Francia nel 1997.
La scrittrice francese torna con la memoria al 1952. Per l’esattezza al 15 giugno di quell’anno e racconta un episodio terribile che ha segnato la fine della sua infanzia.
Nel pomeriggio di quel giorno d’estate il padre della scrittrice, in preda a un’ira funesta, tenta di uccidere sua madre.
Finalmente Annie Ernaux vince il tabù e scrive di questi fatti e degli eventi drammatici che ne seguirono e che segnarono la sua formazione.
La vergogna è la verità ultima ed è lei che unisce la ragazza del 1952 alla donna che sta scrivendo.
Come sempre i ricordi si affollano nella memoria della scrittrice che partendo da quell’episodio passa in rassegna, attraverso fotografie sbiadite e appunti, le vicende di quell’anno.
Nel clima conformista e provinciale la piccola Annie frequenta la scuola cattolica. La scrittrice di oggi racconta della bambina di ieri e della sua educazione cattolica. Lei, a quel tempo, pensava che esistessero soltanto le regole di quel mondo.
Nel raccontare quei giorni Annie Ernaux convive con la scena di quella domenica di giugno, avvertendo il peso della vergogna.
L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla. Questo afferma la scrittrice mentre cerca di ricostruire nel suo libro i fatti di quel terribile 1952. A lei importa ritrovare le parole attraverso le quali pensava se stessa e il mondo circostante.
Non esiste un’autentica memoria di sé, questo afferma la Ernaux quando nella scrittura prende nota di tutto per fare luce nelle zone oscure della memoria e aprirsi senza nascondere nulla all’immensità del tempo da vivere.
Ne ha provata tanta di vergogna Annie Ernaux nella sua infanzia. Si vergognava del suo aspetto, della sua condizione, di suo padre, della volgarità e dell’approssimazione di sua madre.
Nel paese vicino a Rouen dove la scrittrice è nata, e che non nomina perché prova vergogna, prima di tutto c’è una ragazzina che in una domenica di giugno, nel primo pomeriggio, ha visto suo padre tentare di uccidere sua madre.
La donna che è la scrittrice nel 1995 è incapace di ricollocarsi nella ragazzina del 1952. In un modo e nell’altro la vergogna era ormai diventato il suo stile di vita.

«Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri. Ma quale vergogna potrebbe arrecarmi la scrittura di un libro, che sia all’altezza di quella che ho provato a dodici anni?».

Per scrivere della vergogna bisogna non avere vergogna. Annie Ernaux nel 1996 pensa a questo libro come a una liberazione.

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata consacrata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettori e studenti. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato Il posto, Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia e Memoria di ragazza.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

:: Come avvicinarsi al mondo del podcasting: webinar, audiolibri, letture in video

20 novembre 2018

Podcasting

Allora l’argomento è vasto e vario, ho radunato nel titolo alcuni utilizzi che si possono fare delle produzioni audio, ma ne parlerò genericamente, posponendo gli approfondimenti per successivi articoli.

Ma cos’è un podcast?

È una trasmissione audio trasmessa via web. Servono strumenti, programmi, una connessione internet veloce, un computer, un microfono e in teoria chiunque può produrla e i più bravi e professionali commercializzarla.

Serve un microfono professionale, ce ne sono dei più vari in commercio e per tutte le tasche, una scheda audio USB esterna (consigliabile, ma non indispensabile, se i vostri cavetti sono già a norma), un paio di cuffie, un computer, una connessione veloce e un programma di editing audio, questo:

Audacity

gratuito e davvero sorprendente e ricco di funzioni.

Poi serve un luogo dove radunare i propri lavori audio.

Potete caricarli su:

Soundcloud

Otterrete un link per esempio da mettere su Facebook o sui vostri siti. Così se siete blogger i vostri lettori potranno sentire la vostra voce registrata!

E qui. Sembra interessante:

Spreaker

Vi consente di avere tutti gli strumenti per creare, distribuire e monetizzare i vostri podcast.

Volete caricarli su Youtube?

Allora vi serve un canale Youtube e poi è indispensabile questo software:

Sony Vegas Pro

uno dei programmi di editing video più celebri.

Vi consentirà di trasformare le vostre registrazioni audio in veri video da mettere su Youtube.

Naturalmente ora dovrete imparare a usare questi strumenti, ma per iniziare è sufficiente.

Alla prossima!

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Elisa Torsiello

19 novembre 2018

Joe Wright. La danza dell'immaginazione, da Jane Austen a Winston ChurchillDopo alcune opere di narrativa, questa volta tocca a un saggio, in particolare a “Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill”, edito da Bietti.

Così leggiamo nella descrizione:

“Sono pochi i registi capaci di trasformare grandi romanzi in film epocali. Joe Wright è uno di questi, maestro degli adattamenti letterari – da “Orgoglio e pregiudizio” ad “Anna Karenina”, passando per “Espiazione” – con i suoi movimenti di macchina coreografici, gli omaggi al mondo dell’arte, cast stellari spesso capitanati dalla musa Keira Knightley. Pubblicata all’indomani di “L’ora più buia” – protagonista Gary Oldman, vincitore del premio Oscar 2018 per la sua interpretazione di Winston Churchill – e impreziosita dai contributi di due collaboratori storici, il direttore della fotografia Seamus McGarvey e il compositore Dario Marianelli (premio Oscar per la colonna sonora di “Espiazione“), la monografia italiana dedicata alla produzione di Joe Wright ne analizza l’intera carriera, inclusi gli esordi in tv e le pubblicità per Chanel, sempre in bilico tra realismo e fantasia.”

Ne parliamo con l’autrice, Elisa Torsiello, che ringraziamo di aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Partiamo dal principio, ovvero dal titolo. Per chi conosce Joe Wright, quella “danza dell’immaginazione” richiamerà alla mente almeno una manciata di suggestioni. Però, ponendo di non aver mai visto un lavoro del regista britannico, puoi spiegarci il perché di questa scelta?

Se pensiamo ad alcune delle opere più famose di Joe Wright (“Anna Karenina” o “Orgoglio e Pregiudizio”) le prime scene che ci verranno in mente sono quelle di danza, impiegate dal regista come metafora della nascita della passione e di sentimenti tra I protagonisti. Con “danza” ho voluto soprattutto riferirmi al modus operandi di Joe Wright, al suo particolare utilizzo della cinepresa. La danza infatti non è solo quella compiuta fisicamente sullo schermo dai personaggi, ma è anche quella della sua macchina da presa che si muove elegante e silenziosa tra i protagonisti.

Se non sbaglio, durante una tua recente intervista hai dichiarato che quello per Joe Wright non è stato un vero e proprio colpo di fulmine. Puoi raccontarci come è invece nato questo amore duraturo?

Diciamo che sin dalla prima visione di “Orgoglio e Pregiudizio” rimasi piacevolmente affascinata da Joe Wright. Mi piacque come si fosse rapportato a un testo classico come quello della Austen, donandogli una freschezza perduta. Però è vero, non lo annoverai subito tra I miei registi preferiti. Anche se l’interesse di subito forte e lampante. La passione scoppiò del tutto con Espiazione. Quel film mi sconvolse così da tanto che mi fece uscire dalla sala convinta che il mio futuro sarebbe stato nella critica cinematografica. Mi portò a interessarmi ad aspetti più tecnici prima del tutto ignorati.
I film successivi (“Il solista”, “Hanna”, “Anna Karenina”) non fecero altro che confermare questo “amore” per il cinema di Joe Wright. Fino a “Pan” che, pur deludendo le mie aspettative, mi ha portato a scrivere questo libro.

Del tuo testo mi ha colpito in particolare lo stile: si tratta di un saggio scritto come un romanzo. Credo che tu sia riuscita – e non è semplice – a fondere la competenza per l’oggetto (o gli oggetti, se parliamo dei singoli film) dell’analisi con una passione profonda. Puoi pertanto essere letta con profitto da chi ben conosce l’opera di Wright, ma anche da un neofita che abbia voglia di lasciarsi guidare dagli stimoli interpretativi che proponi. Ti riconosci nella mia descrizione? Quali erano i tuoi obiettivi, quando hai cominciato a scrivere?

Il mio obiettivo principale era quello di far conoscere Joe Wright a un pubblico più ampio possibile e recuperare un’autorialità che spesso non gli viene riconosciuta. Ho evitato di utilizzare tecnicismi o espressioni da “addetti al lavoro” proprio perché il mio interesse non era quello di mostrare le mie conoscenze tecniche, ma far conoscere semplicemente Joe e la sua immaginazione messa in campo.

Questa rubrica è dedicata in particolare (non solo, ma principalmente) alla conoscenza di autori e realtà cosiddette emergenti. Volevo quindi chiederti come ti sei mossa per cercare una casa editrice.

Devo ammettere che per una volta nella vita sono stata molto fortunata. Appena finita la stesura della prima bozza ne ho inviato una copia alla Marsilio Editore e una alla Bietti. Conosco entrambe molto bene, avendo a casa un sacco di volumi di entrambe le case editrici, soprattutto della seconda visto che la collana Heterotopia si occupa principalmente di registi e quelli pubblicati sono volumi dedicati ad autori che mi piacciono molto (Nolan, Paul Thomas Anderson, Wes Anderson). Poco dopo quella che sarebbe stata la mia editor mi ha contattata chiedendomi di vederci al Lucca Film Festival perché interessata al mio volume. E il resto è storia.

In alcuni film, più che in altri, si avverte la profonda influenza che il teatro ha avuto sullo stile e sulla poetica di Wright (nell’uso dello spazio, nello studio prossemico ecc.). Quali sono, a parte il cinema, le “influenze” di Elisa Torsiello?

La storia dell’arte. Forse è per questo che mi ha sin da subito attratto il cinema di Joe Wright. Mi ricordo che alle superiori e poi all’università era un piacere studiare l’opera di grandi pittori e scultori come Canova, Michelangelo, Caravaggio, David Waterhouse ecc.
Ovviamente ha giocato un ruolo principale nella mia formazione anche la letteratura, da quella più commerciale (soprattutto in età adolescenziale) a quella più introspettiva.

Dato che questa volta parliamo di un saggio, vario leggermente la formulazione dell’ultima domanda che in genere pongo agli intervistati.
Se potessi suggerire a Joe Wright un romanzo da adattare, quale gli consiglieresti? E che attori gli proporresti di scegliere per i ruoli principali?

Adoro questa domanda. Sicuramente “Miele” di Ian McEwan. Joe è uno dei pochi che sa trasporre sul grande schermo i romanzi di questo autore (che poi è il mio preferito, ma dettagli). Come attori suggerirei quelli che mi sono immaginata nel corso della lettura: Saoirse Ronan, Tom Hiddleston, Tom Hardy e Rufus Sewell.
Altrimenti un’altra storia che ho sempre sognato che Joe Wright portasse sul grande schermo è quella tra Mary e Percy Bysshe Shelley. Sicuramente la versione che ne trarrebbe sarebbe molto meno edulcorata di quello stucchevole romanticismo che tanto caratterizza quella portata recentemente al cinema con Elle Fanning.
Come attori forse Keira Knightley e Aaron Taylor Johnson.

Elisa Torsiello, Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill, Bietti Heterotopia, http://www.bietti.it/negozio/joe-wright-la-danza-dellimmaginazione-da-jane-austen-a-winston-churchill/

:: Lezioni di tenebra di Helena Janiczek (Guanda 2011) a cura di Daniela Distefano

18 novembre 2018

HELENA JANECZEK- Lezioni di tenebraI genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore, puoi essere spacciata. Per questo non deve educare solo sua figlia a non sbagliare, deve impedirgli che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra”.

Con il libro “Lezioni di tenebra” (Guanda, 2011) Helena Janiczek ci trasporta nel cuore nero della Storia: Auschwitz. E lo fa dal peculiare punto di vista di chi appartiene alla generazione successiva, di chi esiste grazie a superstiti come la madre, l’unica di due famiglie numerose a essere sopravvissuta alla Shoah, insieme al padre: ebrei polacchi, vissuti in Germania, dove Helena è cresciuta sentendosi estranea al mondo tedesco e alla sua cultura.

“Non credo che mia madre abbia mai deciso di affidarmi la sua storia, neanche nella versione più stringata. Ha invece deciso di tornare in Polonia, una volta almeno, e io ho voluto accompagnarla: rivedere la sua casa, la casa di mio padre, la città. Ma è un caso che siamo partite con quel gruppo, che il giorno della partenza fosse il giorno della deportazione di sua madre, suo padre, suo fratello”.

Quasi le uniche visitatatrici a Birkenau, il cui territorio è enorme, le due donne – madre e figlia – si sono incamminate tra le rovine dei crematori.
E l’impressione è stata abnorme, per entrambe. Strideva il tepore del cielo di quel giorno con l’inverno dei giorni nel lager. Raccontare a volte serve ad elaborare un ricordo, ma quando si fanno certe epserienze fatali mescolate alla morte, solo gli occhi possono parlare, dire tutto l’orrore dell’inferno che viene sprigionato dalla Terra. Il libro si propone di descivere l’oscurità marmorea del Male che non potrà essere mai più cancellato e rimane nella memoria di chi l’ha affrontato e vinto. Forse per questo l’astio nel rapporto madre-figlia è così stringente, così pauroso anche se non manca l’amore, anche se fiorisce l’affetto. La generazione di Helena è succube di questo fardello, rivive con gli sguardi smarriti dei genitori la giara di azioni disumane, compiute perché questo fosse destino, sofferenza, atavica propensione all’autodistruzione umana. Un resoconto delicato, gonfio di rimandi sensoriali, aggrappato al desiderio che tutto un giorno sarà relegato in fondo al cestino dei fatti irripetibili, delle catene che mai più scatteranno ai polsi del nostro pensiero. Un giorno ci sveglieremo e sapremo con certezza che tutto quello che accadde, non accadrà mai più. Speriamo.

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. E’ autrice dei romanzi Le rondini di Montecassino (vincitore di prestigiosi premi) e La Ragazza con la Leica (2017) che quest’anno ha vinto il Premio Strega e Il Premio Bagutta.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Guanda”.

:: Quella lunga notte di Junio Rinaldi (Robin Edizioni, 2018) a cura di Leonardo Franchini

17 novembre 2018

Quella lunga notte«Quella lunga notte» è un libro originale nel quale l’interazione fra lo scrittore ed il suo personaggio diventa il motivo fondamentale della trama. Leggendolo, si viene coinvolti per sequenze successive in un intrigo psicologico che arriva a mescolare piani di lettura e di costruzione del libro stesso. La tentazione è di costruire, un capitolo dopo l’altro, una propria storia.
L’autore, Junio Rinaldi, si avvale di elementi essenziali e di una scrittura nitida – e ricca – che usa anche le descrizioni ambientali come “vestito” per il tema fondamentale: un colloquio con se stessi che genera conflitto.
Ci si rende conto, dopo la lettura, di continuare a riflettere su possibili varianti dello sviluppo, in un gioco divertente e un poco inquietante. Chi legge si avvicina alla posizione di autore (non “dell’autore”, che ha una funzione precisa e definita), e può sentirsi davvero protagonista. Queste pagine possono essere il punto di partenza per avventure del pensiero anche per coloro che non hanno progetti di scrittura, ma non rifiutano di impegnarsi, di tanto in tanto, in sfide alla riflessione.
La scansione in capitoli brevi è una scelta evidente per imprimere alla lettura il ritmo più vicino alle preferenze del lettore co-protagonista; consentendo di seguire le evoluzioni di un fraseggiare accurato e mai banale.
Raccontare la trama è superfluo, dato che si presta alle variazioni – arricchimenti o asciugature – che il lettore formula mentre le parole scorrono davanti ai suoi occhi.

Source: libro del recensore.

:: L’attesa di Alida Airaghi (Marco Saya Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

17 novembre 2018

Copertina Airaghi-page-001Per Alida Airaghi la poesia è una via scomoda di fuga da percorrere per attraversare l’esistenza.
Bisogna premere sul cuore per incontrare le parole giuste e metterle insieme senza alcuna pretesa di avere risposte certe.
L’attesa è il suo nuovo libro, esce per i tipi di Marco Saya edizioni.
Versi diretti che la poetessa scrive e pensa per suturare ferite nel tentativo di disinfettare questo nostro tempo il cui il contagio del nulla sta diventando il simbolo concreto di una disfatta virale.
La mente della poetessa annega, pensando ai confini del pensiero. Il tempo scorre implacabile e la protesta assume le sembianze dell’attesa:

« Io, in attesa /e ferma, come una cosa /qualunque, trascurata, inessenziale (non mi avesse vista, / un mattino; /oppure subito /– così! – cancellata)./ Ad aspettare /un nuovo sguardo, /nuovo davvero, non educato; /o la mano che osa alzarsi / sulla mia. Poi resta / sospesa, senza appoggiarsi, /turbata».

L’attesa diventa contemplazione. Alida Airaghi scrive poesie per trovare una voce che manca al tempo. In ogni verso di questa raccolta la parola è lotta che sferra un attacco al vuoto e ai suoi orrori contemporanei.
Davanti alle ferite della Storia, la poetessa dilata il significato delle parole e le rende convincenti e assertive mostrando uno scetticismo che tutto contiene: la sue ore sono cadenzate dal tempo della mente e dell’attesa. Il riscatto è nelle ore interiori. Qui c’è la poesia che scava nelle trincee del vissuto.
Nella solitudine operosa della riflessione, il poeta dà voce a una consapevolezza, guarda in faccia la realtà che sul precipizio di un abisso ha smarrito le ragioni dell’umano.
Davanti alle incertezze del futuro, al nero di un domani che non annuncia schiarite, la poesia di Alida Airaghi sceglie la strada degli infiniti non so. Con un lucido bagaglio di perplessità, e abbracciando un disincanto che è l’inevitabile proiezione di un discorso che va affrontato per non essere ciechi davanti al tutto che crolla, la poesia diventa un’arma da impugnare, l’unico strumento cognitivo che ci è rimasto per lottare contro ogni forma di abbrutimento.
Alida Airaghi con L’attesa ci conduce davanti all’abisso del non accadere. Davanti al tempo fisso e duro del disincanto, si aspetta ancora Godot. Ma il poeta non ha nessuna intenzione di aspettare in silenzio. La poesia è una forma straordinaria di lotta e di resistenza. Dietro l’angolo o il sipario c’è il vuoto. Il poeta ha il compito di riempire il caos.

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci – io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia distrazione mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

(Da Alida Airaghi, L’Attesa, Marco Saya edizioni, Milano, 2018)