Posts Tagged ‘Hans Fallada’

:: Ognuno muore solo, Hans Fallada (Einaudi, 1997) a cura di Federica Leonardi

25 novembre 2018

Ognuno muore soloLo dovresti sapere anche tu che non importa essere in pochi a combattere contro molti, quel che importa, invece, è di combattere per una causa, una volta che l’abbiamo riconosciuta per buona. […] io non posso stare con le mani in mano e dire: quelli là sono porci, ma ciò non mi riguarda. [Ognuno muore solo, di Hans Fallada, traduzione di C. Coisson, Einaudi, 1950, p. 323]

È l’alba dell’otto aprile 1943. Nel carcere della Plotzensee, a Berlino, i coniugi Hampel si incontrano per l’ultima volta. Lei, Elise, non compirà mai i quarant’anni. Lui, Otto, è un molto più emaciato di quando la Gestapo ha fatto irruzione nel loro appartamento, nell’ottobre scorso. Entrambi sanno che ad aspettarli oltre il portone che conduce al cortile interno, c’è la ghigliottina. Lo sapevano fin dall’inizio – da quando Otto ha portato a casa cartoline, inchiostro e pennino; da quando hanno scritto quella prima frase contro Hitler – che sarebbe finita così: con il soffio della lama sulla nuca, un battito di ciglia, la morte.
Ma la soddisfazione resta: la Gestapo ha impiegato due anni per prenderli. Un bello smacco per l’efficientissima polizia politica del Reich.
E anche se non hanno ottenuto i risultati sperati, la loro coscienza è limpida. Possono morire. E davvero possono morire in pace.

Quando Hans Fallada scrive Ognuno muore solo (Jeder stirb fur sich allein in originale) sono passati quattro anni da quell’aprile. La guerra è finita da due. La Germania ha appena cominciato a leccarsi le ferite. Intellettuali, scrittori, artisti mutilati della parola, ostracizzati o esiliati si affollano in massa sulla carogna dell’aquila tedesca per cercare di trovare un senso a quanto vissuto durante quei lunghi anni di regime e di guerra.

Hans Fallada [pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen] non ha in realtà una grande biografia come oppositore al nazismo. La sua è piuttosto una vita di eccessi, a partire da quel patto suicida che stipula con un compagno di collegio quando è appena adolescente, e che lo porterà all’omicidio (seppure involontario). Da lì si susseguono alti e bassi; tentativi di vivere una vita quieta, magari bucolica quando si ritira nelle campagne tedesche, inframmezzati dal richiamo della morfina, dell’alcol, della donne. Hans Fallada entra e esce da sanatori e ospedali psichiatrici. Divorzia e si risposa. Protesta blandamente contro il Regime quando ne ha l’opportunità, ma poi accetta di far parte di un viaggio diplomatico nella Parigi occupata.

Più spesso povero che ricco, all’inizio si guadagna da vivere scrivendo indirizzi sulle buste postali per alcune società di Amburgo. Finché l’editore Ernst Rowolth non gli offre un impiego nella sua casa editrice.

Fallada scrive, a ritmi impressionanti. La sua regola è non scrivere mai meno pagine del giorno precedente. I suoi romanzi “E adesso, pover’uomo?”, “Lupo tra i lupi” diventano bestseller (quest’ultimo si guadagna persino l’approvazione di Goebbels).

Le sue opere hanno come punto di forza la capacità dell’autore di entrare nella società del tempo, di descriverla con acutezza e spesso con un’ironia che sprofonda nella malinconia e nella tragedia. I suoi personaggi sono caratterizzazioni precise e puntuali di tipi umani che Fallada incontra durante una vita breve e veloce, che termina per un attacco di cuore nel 1947, lasciando due romanzi postumi.

Uno di quei romanzi è, appunto, Ognuno muore solo. È un amico a consegnargli l’incartamento con le cartoline scritte dagli Hampel e gli atti del processo che li vede come imputati per disfattismo e alto tradimento.

All’inizio Fallada non ha alcuna intenzione di occuparsi della storia, che sembra scivolata per caso dai cassetti della Gestapo.
Poi, però, qualcosa delle vicende degli Hampel finisce per pungolarlo.
Così non passano 27 giorni [altro che NaNoWriMo] ed ecco pronto per l’editore un romanzo monumentale, che non è soltanto la storia di due coniugi della Berlino in guerra che si oppongono al Regime hitleriano, ma è la storia di un intero triennio, di una città e di un popolo che più spesso subisce il nazismo piuttosto che parteciparvi attivamente e con quello spirito di cameratismo che la propaganda di regime sbandiera in pompa magna.

Tutti hanno paura! – affermò la camicia bruna, piena di disprezzo. – Perché poi? Gli abbiamo spianato la strada, basta che facciano quel che diciamo loro di fare.
Tutto succede perché la gente non vuol smettere di pensare. Credono sempre che andranno avanti a forza di pensare.
Devono soltanto ubbidire. A pensare provvede il Fuhrer. [Ibidem, p. 171]

Per sua stessa ammissione, Fallada usa la storia di Elise e Otto Hampel, che nel romanzo diventano i coniugi Anna e Otto Quangel, solo come canovaccio.
I Quangel fanno ciò che fecero gli Hampel, e per due anni, alla notizia della morte del figlio sul campo di battaglia (nel caso degli Hampel a morire fu il fratello di Elise), scrivono in segreto cartoline contrarie al regime che poi abbandonano in città, nella speranza che quella singola voce di protesta sia sufficiente a smuovere le coscienze dei propri concittadini. O, se non altro, a far capire ai vicini che non sono soli, che ci sono altri ad avere pensieri ostili contro Hitler, la Gestapo, la guerra e le sue iniquità.
Ma qui i paralleli si fermano.
Perché su quella storia di cronaca Fallada innesta la propria: la storia di un popolo tedesco in guerra con se stesso.
L’atto di ribellione un po’ naif dei Quangel è il perno attorno al quale si sviluppano le vite di una dozzina di altri personaggi, di un’intera città, di una nazione.

Ci sono uomini e donne di ogni tipo nella Berlino che racconta Fallada: i corrotti, gli opportunisti, i recalcitranti. Quelli che si adeguano al regime per quieto vivere, quelli che lo combattono attivamente. Quelli che scelgono la strada della disobbedienza civile. Quelli che proteggono gli ebrei, e lo fanno per umanità. E quelli che li tengono nascosti per guadagno, spillandogli ogni risparmio e sfruttandone il timore per mantenerli in uno stato di soggezione.

I ferventi sostenitori. I piccoli delatori. Quelli che seguono il corso della corrente e vanno dove si presume ci sia maggiore convenienza. Ci sono gli stanchi, gli oppressi, gli indifferenti. Ci sono, infine, quelli che preferiscono guardare dall’altra parte, e sono la maggioranza. Quelli che ricercano una vita tranquilla e non si esprimono né protestano, anche se dentro ribollono

C’è poi tutto l’apparato statale. La macchina terribile della Gestapo. Eppure anche nell’orrendo bunker della sezione penale, dove i corpi degli arrestati si trasformano in un “mucchio di merda miserabile e urlante”, anche lì si trovano questurini dal volto umano. E che, per troppa umanità, vengono presto deferiti dall’incarico.

Il romanzo di Fallada è un corposo, vivido affresco di una Berlino nazista che si mostra al lettore come un quadro di Caravaggio. Con le sue ombre e le sue luci e le innumerevoli sfaccettature di un popolo che fu complice, per buona parte, ma che spesso fu anche protagonista di atti di coraggiosa opposizione e resistenza.

Nel suo romanzo, che Primo Levi giudicò “il più importante mai scritto sulla resistenza al nazismo”, Fallada non esprime giudizi personali, ma lascia ai suoi personaggi, in base alla caratura morale o alle proprie convinzioni ideologiche di farlo. In questo modo, ciascuno di quei personaggi manifesta una propria ragione, che al lettore potrà apparire più o meno giustificata, riconoscendone però sempre la validità, la verosimiglianza storica.

Un romanzo violento e un atto d’amore, nel quale l’autore sembra dire che in mezzo a tante carogne c’era anche chi sapeva di dover compiere qualcosa per riscattare il proprio paese. E che lo ha fatto. Perdendo per questo la vita.

Ed è in quest’ottica che va vista la scelta di chiudere il romanzo non con la morte dei Quangel, bensì con il racconto di un ragazzo. Un piccolo delinquente che trova, grazie all’aiuto di una donna che lascia Berlino per la campagna dopo aver dichiarato esplicitamente di non volere aver niente a che fare con il partito, la speranza di una nuova vita. E che, rincontrato il padre violento, lo caccia via prima che possa tornare a fare del male a lui o distruggere quella nuova vita che sta lentamente e con fatica costruendosi.

Un ultimo capitolo che è un monito e un incoraggiamento. Perché nonostante gli errori compiuti c’è ancora modo, sembra dire Fallada, di creare qualcosa di nuovo e buono sulle macerie appestate e carbonizzate del passato.

Ognuno muore solo è un romanzo che parla del passato. Ma anche del nostro presente. E che per entrambi i motivi meriterebbe di essere riscoperto.

Lo guardò in faccia. – Ma, caro, forse non sono libri per te, vero? Ti devo confessare che anch’io li ho appena guardati da quando è morto mio marito. Forse è un male, tutti dovrebbero occuparsi di politica. Se tutti noi ce ne fossimo occupati in tempo, le cose non sarebbero andate come vanno ora sotto i nazisti. [Ibidem, p. 239]

Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Ditzen (1893-1947). Di Fallada Sellerio ha pubblicato E adesso, pover’uomo? (2008), Ognuno muore solo (2010) e Nel mio paese straniero (2012).

Source: libro del recensore.