Posts Tagged ‘Viviana Filippini’

L’Omino di Giovinazzo. Fortunato Depero: 1926, passaggio in Puglia, Aguinaldo Perrone, (Graphe.it, 2022) A cura di Viviana Filippini

11 marzo 2022

Sembra un giallo “L’omino di Giovinazzo” di Aguinaldo Perrone, artista, studioso di cartellonismo, edito da Graphe.it. In realtà il libretto è un curioso saggio breve nel quale l’autore cerca di fare luce su un disegno ritrovato a Giovinazzo, in Puglia, dove l’artista Fortunato Depero passò nel 1926 (non a caso il sottotitolo è Fortunato Depero: 1926, passaggio in Puglia). Tra le pagine del testo si cerca ci capire se effettivamente Depero, noto anche come l’artista più futurista dei futuristi, tra i padri del Secondo Futurismo e dell’aeropittura, passò effettivamente a Giovinazzo. Prove certe sembrano non esserci, ma qualche indizio sì. Tra i papabili elementi un disegno su cartoncino leggero dove è disegnato un omino in marcia. Partendo da questo disegno ritrovato durante i lavoro di ristrutturazione di un bar a Bari, Perrone veste i panni di detective dell’arte e svolge un’indagine sul campo per comprendere l’origine del disegno, snocciolando poi tutte le ipotesi relative al possibile passaggio di Depero a Giovinazzo e alla realizzazione di questo schizzo a china. Tra le componenti che inducono l’autore a pensare che si tratti di un disegno di Fortunato Depero ci sono alcuni elementi grafici: un figura umana stilizzata che sta tra il manichino e il robot, una “f” segnata in modo rapido (potrebbe essere l’iniziale del nome dell’artista) o le forme geometriche come le spirali che richiamano alcuni elementi grafici utilizzati dall’artista nei propri lavori. Le pagine de “L’Omino di Giovinazzo” scorrono via veloci grazie ad una scrittura pulita, chiara, che fa viaggiare il lettore nella vita di un artista che nella sua carriera artistica fece anche lo scenografo, il costumista e il designer. Perciò se “del doman non v’è certezza”, come scriveva Lorenzo de’ Medici nella “Canzona di Bacco”, composta nel 1490 in occasione del carnevale,  anche il dubbio sulla paternità attribuita dell’Omino di Giovinazzo a Depero resta, ma Aguinaldo Perrone, attento esperto di cartellonistica, ha tutti gli elementi giusti per formulare la sua indagine sul quell’omino che, vi dovesse capitare mai di passarci, troverete  stampato sui tovagliolini del Gran Bar Pugliese, magari messi al fianco di una bottiglietta di Campari Soda- anche lei futuristica- e in un secondo, non sarà così difficile riscontrare qualche evidente somiglianza tra l’omino e la bottiglietta di Depero. Il libro presenta una prefazione di Domenico Cammorata.

Aguinaldo Perrone (Aguìn), artista, studioso di cartellonismo. Le sue opere sono state esposte in Italia e all’estero: Milano (Biennale Internazionale del libro d’artista), Berlino, Amsterdam, New York, passando dalla 54ma Biennale di Venezia – Padiglione Puglia. Come autore di libri d’arte e di saggi ha pubblicato: Aguìn, disegniChiedete la lunaIl prodotto definitivamente superioreDepero 1926 passaggio dalle PuglieCatalogo Ragionato di Marchi Inutili e Manuale del Cartellonista ModernoDitelo con cartellonismoNell’ipotesi del cartellonismo e, infine, ha curato la riedizione del libro di Arturo Lancelotti Storia aneddotica della réclame (1912). Ha ricevuto premi e importanti riconoscimenti della sua ricerca storico-artistica, tra cui quelli di Steven Heller (su Print Magazine) e di Fusako Yusaki (prefazione al libro Ditelo con cartellonismo). Dal 2014 insegna Storia dell’illustrazione e della pubblicità presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Il suo sito è www.aguin.it.

Source: inviato dall’editore.

La prova dei cinque petali, Paolina Baruchello, (Sinnos 2022) A cura di Viviana Filippini

1 marzo 2022

Dopo “Pioggia di primavera”, “La prova dei cinque petali” è il nuovo libro di parole e immagini realizzato da Paolina Baruchello e Andrea Rivola, edito da Sinnos. Baruchello e Rivola tornano con una storia dove il mondo del kung fu e la Cina del passato fanno da sfondo alle avventure dei due protagonisti Jin e Tian. I due giovani, una femmina e un maschio, sono alla ricerca di loro stessi, lei (Jin) si guadagna da vivere facendo il circo, mentre lui (Tian) non vuole deludere il padre e si sta preparando a superare la difficilissima prova dei Cinque petali del fiore di Prugno per entrare tra le guardie dell’imperatore, anche se il giovanotto non sembra del tutto convinto. Sarà proprio l’arte circense ad avvicinare questi ragazzi, perché Jin e Tian si assomigliano molto nel fisico, tutte e due amano il kung fu e l’arte circense. In realtà Tian e Jin hanno anche la stessa forza di volontà che mettono in quello che fanno e che gli permetterà di andare oltre le barriere e gli ostacoli, superando le loro paure e le prove che la vita presenterà loro. La storia della Baruchello non è solo una narrazione dove l’amicizia dimostra di essere un perno fondamentare per andare oltre quello che cerca di porre un limite alla libertà dei protagonisti. La storia della Baruchello è una vicenda di prove da superare per diventare più consapevoli di sé, per confrontarsi con il proprio passato e dare un senso a tanti dubbi e perplessità che attanagliano i protagonisti durante le vicissitudini che attraversano. Allo stesso tempo “La prova dei cinque petali” è un libro dove c’è un confronto/scontro tra generazioni -quella dei figli con quella dei padri- con, da una parte, coloro che sono profondamente legati alla tradizione e al passato e dall’altra, i giovani che puntano a fare progressi cambiando le cose per trovare il loro posto nel mondo. Altro aspetto interessante è il fatto che Jin e Tian compiranno gesti e azioni che porteranno le tradizioni consolidate da tempo a rivedere i loro schemi strutturali e a rivalutare relazioni umane del passato che si credevano perse da tempo. “La prova dei cinque petali” di Paolina Baruchello con i disegni di Andrea Rivola, è una graphic novell di formazione dove l’amicizia, la collaborazione, la fiducia reciproca e la necessita di comprendere il propri io spinge Tian e Jin a confrontarsi con il proprio passato e ad andare avanti oltre ogni ostacolo e pregiudizio. Età di lettura: da 10 anni.

Paolina Baruchello storica di formazione e operatrice culturale, non ha mai smesso di amare i libri per ragazzi da quando è stata in grado di guardarne le illustrazioni e di leggerli. Il suo primo lavoro è stato fare la lettrice e poi la traduttrice dal francese per la Mondadori Ragazzi, per cui ha tradotto più di trenta titoli e curato introduzioni e adattamenti. Dopo viaggi per il mondo, reali e immaginari, e anni di lavoro per istituzioni culturali, è diventata autrice, pubblicando con Sinnos “Pioggia di Primavera”, graphic novel illustrata da Andrea Rivola (2015). Con Sinnos ha pubblicato anche l’albo “Lo Sport non fa per te”, illustrato da Federico Appel (2018) e sempre insieme ad Andrea Rivola “La prova dei Cinque Petali” (2022).

Andrea Rivola è un illustratore dal tratto riconoscibilissimo, in grado di unire l’amore per la composizione geometrica con una lettura sempre intelligente e ironica dei testi che deve accompagnare (e a cui spesso aggiunge del suo). Oltre ad essere un illustratore raffinato, è anche produttore di due ottimi vini: un sangiovese corposo e convincente e un albana bianco pieno di profumi e spezie.

Source: inviato al recensore. Grazie all’ufficio stampa Sinnos.

Il mestiere dello scrittore, John Gardner (Marietti 1820) A cura di Viviana Filippini

15 febbraio 2022

Come si scrive una storia? Come si crea un personaggio per renderlo credibile? Come funziona il rapporto tra autore, editore e correttore di bozza? Queste sono solo poche delle domande che coloro che si approcciano alla scrittura per creare un libro si fanno, nel senso che in realtà esse sono molto più numerose. C’è però un testo, uscito per la prima volta nel 1983 in USA, che ancora oggi è attuale per molti dei temi che in esso vengono trattati e mi riferisco a “Il mestiere dello scrivere” di John Gardner, edito in Italia da Marietti 1820. Il volume è un saggio molto interessante che vuole aiutare lo scrittore emergente a capire come scrivere e cosa fare e leggere per migliorarsi. Attenzione, il testo di Gardner non vuole imporre nulla, semplicemente racconta a chi legge come muoversi nel mondo della scrittura che è facile a dirsi, ma parecchio più complicato a farsi. Gardner si addentra in più piani, dai corsi di scrittura creativa, mettendo in evidenza l’utilità che essi possono avere, passando al ruolo che in essi hanno gli insegnanti, ma anche i difetti che il partecipante può incontrare. Per l’autore americano la scrittura, però, non è fatta solo da storie, perché per costruirle sono fondamentali l’intreccio, la trama, i personaggi con i loro ruolo ma, cosa davvero importante, sono anche la punteggiature, il punto di vista, il dialogo e la revisione dei testi fatta una, duo, tre e più e più volte per comprendere davvero quello che è utile o no alla costruzione della storia che si sta scrivendo. Molta attenzione anche al rapporto che il giovane autore dovrebbe avere con l’editore e con il correttore di bozze e al lavoro della revisione che deve essere fatta. Fondamentali in questo caso, il dialogo e il confronto per giungere ad una fine che soddisfi tutte le parti coinvolte, compreso il lettore che comprerà e leggerà il libro. Le pagine del libro di Gardner vanno via veloci grazie ad una scrittura fluida e piacevole, caratterizzata da una ironia che stuzzica alla riflessione il lettore e l’aspirante scrittore. Quello che emerge da “Il mestiere dello scrittore” è l’incoraggiamento di Gardner a chi vuole scrivere e il prendere coscienza che la scrittura è un fare impegnativo che si deve provare e per il quale servono costanza, impegno, attenzione e tenacia (critiche e delusioni sono sempre dietro l’angolo) per non abbattersi mai e capire se fare lo scrittore è davvero quello che anima la mente e cuore. Il libro contiene anche la premessa di Davide Rondoni e l’introduzione di Raymond Carver. Tradotto da Cinzia Tafani.

John Champlin Gardner Jr (Batavia, 1933 – Susquehanna, 1982), medievista e scrittore, ha dedicato lunghi anni all’insegnamento e alla riflessione sulla pratica del narrare. È stata una figura popolare e controversa fino alla morte prematura in un incidente motociclistico all’età di 49 anni.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi, Lia Levi  (Gallucci, 2022) A cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2022
La storia di Anna Frank

In occasione del Giorno della Memoria la casa editrice Gallucci  è in libreria con “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi”, scritta da Lia Levi e illustrata da Barbara Vagnozzi. La giornalista racconta la storia di Anna quando viveva spensierata ad Amsterdam. Poi la vita della ragazzina cambiò per sempre, verso i 13 anni, quando Anna e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi in un nascondiglio segreto per sfuggire ai soldati e al volere di un crudele individuo che intendeva deportare gli ebrei. Affrontare la vita nel nascondiglio non fu facile per Anna, ma la scrittura del diario quotidiano, dal 1942 al 1944, all’amica immaginaria Kitty, le permise di sentire meno dolorosi quei giorni di reclusione. Lia Levi, con delicatezza e grande garbo, racconta la storia della piccola Anna Frank, dei due anni di vita nascosta in soffitta, per arrivare al momento in cui la lei e la sua famiglia furono scoperti. Quello che è emerge dal libro è come la vita di questa adolescente cambiò in modo radicale con l’arrivo del Nazismo e come la scrittura fu per lei una vera e propria àncora di salvezza, un legame con la vita che, in quel periodo, era piena di incognite, paure, ma anche di speranze. La storia di Anna è poi arrivata a noi, grazie al diario che il padre –unico sopravvissuto ai campi di concentramento- fece pubblicare. Nel libro edito da Gallucci, Lia Levi racconta la storia di Anna Frank e racconta pure la sua di storia (un breve cenno), perché anche lei bambina di origini ebraiche riuscì a salvarsi con le sorelle dalla deportazione, vivendo nascosta per mesi in un convento di suore a Roma. Quello che emoziona de “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi” è quel brillare costante della figura di Anna, grazie a quel diario che generazioni e generazioni di lettori hanno letto, leggono e leggeranno, facendo brillare nel tempo la memoria di Anna Frank e di tutte le innocenti vittime dell’Olocausto. Dai 7 anni in su.

Lia Levi. Giornalista e pluripremiata autrice di romanzi per bambini e adulti, di origine ebraica, Lia Levi ha vissuto da ragazza un’esperienza analoga e opposta a quella di Anna Frank: insieme alle sue sorelle, si è salvata dalla deportazione nascondendosi per lunghi mesi a Roma in un collegio di suore.

Barbara Vagnozzi è nata a Genova nel 1961. Da piccola sognava di vivere in campagna e dipingere; e ora si dedica esclusivamente all’illustrazione. Ha pubblicato molti libri nei paesi anglosassoni e, in Italia, con Gallucci, Videocompilation dello Zecchino d’Oro, Video e Canto con lo Zecchino d’Oro, “Stravideo” per lo Zecchino d’Oro, “Attenti al lupo, 1,2,3…cinque!”, “Heidi e Strega comanda colore”, “Il porto dei piccoli”, “Lev”, “Aria, acqua, terra e fuoco” e “CantaFilaStrocche”. Vive sulle colline emiliane insieme ai suoi due bambini, al marito inglese, a un cane, a tre gatti, quattro papere e due conigli. Forse per questo le piace tanto disegnare buffi animali d’ogni genere!

Source: del recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

Lu’Mezzò: a spasso nel paese narrato da Francesca Belussi A cura di Viviana Filippini

17 gennaio 2022

Lu’Mezzò, è il cuore del libro edito da Centro Culturale 999   “Lu’Mezzó. Storie di un paese   perbenino” della scrittrice bresciana Francesca Belussi, docente e scrittrice, ed è un piccolo paesino che potrebbe trovarsi in qualsiasi parte dell’Italia. A caratterizzare il posto ci sono la scuola, i bar, la squadra di calcio, i bottegai, i docenti, ma anche personalità di spicco come l’uomo che si veste come lo Jedi o il proiezionista del cinema dell’oratorio. Francesca porta il lettore dentro ad un mondo (il suo) nel quale ogni lettore potrebbe ritrovare il proprio microcosmo di relazioni affettive, familiari e sociali. Ne abbiamo parlato con Francesca.

Come ti è venuta l’idea di scrivere “Lu’Mezzó. Storie di un paese   perbenino”?

L’idea è nata durante il lockdown del 2020… in un periodo così complesso, e pesante per tutti e per tutte, volevo scrivere qualcosa di “leggero”, qualcosa che avesse lo scopo di far divertire chi leggeva. Avevo inoltre questa storia dentro di me da raccontare, una storia con protagonista non un personaggio in carne ed ossa, ma un paese, poiché avevo, negli anni, raccolto storie che mi avevano colpita ed interessata e volevo metterle su carta. Poi, dopo aver scritto i primi capitoli nel 2020, ho accantonato il progetto per qualche mese, per poi terminarlo nella primavera 2021. Diciamo che Lu’Mezzò nasce dalla mia volontà di raccogliere alcune storie, con quella di far sorridere e divertire. Inoltre, io sono una grande amante del genere umoristico, ma faccio sempre fatica a trovare testi umoristici (non comici, proprio umoristici, stile Benni), e quindi cerco di scrivere quello che mi piacerebbe leggere.

Nel tuo libro ci sono tanti luoghi e tanti ritratti umani. Quanto c’è di realtà e quanto di finzione?

Alcuni racconti sono inventati, altri, la maggior parte direi, sono ispirati a fatti realmente accaduti. Paradossalmente gli episodi più inverosimili sono quelli che invece ho vissuto in prima persona, come ad esempio la parte legata al panificio, o al film che prende fuoco… Per quanto riguarda i capitoli su miti e leggende, ho fatto un breve lavoro di ricerca, e ho notato che molti elementi legati a usi, costumi, tradizioni orali e popolari, sono comuni a molte zone d’Italia, e così Lu’Mezzò potrebbe trovarsi in qualsiasi regione della penisola…

Dal teatro, al liceo, passando per la trattoria da Milly, alla chiesa, alla forneria e macelleria di paese. Che valore hanno questi luoghi per la gente di Lu’Mezzó?

Questi luoghi, almeno nella mia personale visione, rappresentano il “dove la vita accade”.

Tra i personaggi, quale è quello a cui sei più affezionata e perché?

Forse il personaggio dell’uomo dall’appetito straordinario, perché è legato al mio amore per il cibo e a ciò che mi piace mangiare! Ma anche i membri della famiglia di fornai, in quanto io provengo proprio da una famiglia di panificatori, e, non da ultimo, gli artisti, per la mia passione per l’arte.

Lu’ Mezzó è più un romanzo corale o una raccolta di racconti che hanno in comune il luogo di appartenenza di personaggi e luoghi?

Lo definirei più una raccolta di racconti con un comune filo conduttore dato dal paese stesso, che io considero come un personaggio a tutti gli effetti!

Questo è il tuo secondo libro.  Cosa rappresenta per te la scrittura?

La scrittura è per me un’esigenza, una vera e propria necessità. Ho sempre letto moltissimo e amato i libri in generale, sin da bambina. Ma ho cominciato a scrivere “seriamente” solo nel 2012, quando una sera, all’improvviso, ho proprio avvertito il bisogno fisico di mettere i miei pensieri su carta. E così è nato il primo libro, scritto all’epoca, ma pubblicato solo due anni fa!

Sei già al lavoro per un prossimo romanzo?

In realtà sì! È già pronto un testo che mi piacerebbe sottoporre a qualche casa editrice e che rappresenta in qualche modo quello che avviene quando si chiude il mio primo romanzo “La Ragazza con l’Orchidea”, ma che non vi è necessariamente legato come storia. E ci sarebbe anche un’altra storia che ho scritto qualche anno fa che mi piacerebbe pubblicare, ispirata ad un mio viaggio attraverso Nord e Sud America. Il difficile ora è trovare una casa editrice!

Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku, Richard Lloyd Parry, Exòrma, 2021 A cura di Viviana Filippini

13 gennaio 2022

«Nello tsunami, tutto ciò che era bianco divenne nero». Sono passati 11 anni da quell’ 11 marzo 2011, quando un gigantesco Tsunami si abbatté sulla costa nord-est del Giappone devastando la regione del Tohoku e causando più di 18.500 vittime. Oggi “Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku”di Richard Lloyd Parry, edito da Exòrma, ci racconta quello che accadde prima, durante e dopo l’arrivo di quella imponente massa di acqua le cui onde arrivarono ad avere un’altezza pari a 36 metri. Quello che restò in seguito al passaggio del tremendo tsunami furono morte e distruzione. Poi c’erano i feriti e i vivi che cominciarono una ricerca dei dispersi, nella speranza, in molti casi vana, di trovare vivi i propri cari. Tante sono le storie di mogli alla ricerca dei mariti, di mariti in cerca delle mogli, di figli in cerca degli anziani genitori e di quei genitori coinvolti nella disperata ricerca dei propri figli usciti per andare a scuola e non più tornati. Una ricerca di giorni, settimane, mesi e anni che, in alcuni casi portò al ritrovamento dei resti, spesso irriconoscibili, dei propri cari mentre, in altri casi, la ricerca non portò a nessuno ritrovamento e a nessun corpo su cui piangere. Quello di Richard Lloyd Parry, dal 1995 corrispondente a Tokyo per «The Times», non è un romanzo, ma è un vero e proprio toccante reportage nel Giappone distrutto e colpito dallo Tsunami. Per fare questo, Loyd ha viaggiato per sei anni andando nel centro delle comunità ferite e dissolte, nel Tohoku, la periferia a nord orientale del Giappone. Un luogo lontano, un mondo dove i legami con il proprio passato sono molto forti e dove oggi si respira ancora un’atmosfera di una profonda spiritualità arcaica. Pagina dopo pagina, l’autore cerca di mettere assieme i tasselli un grande dramma umano che non solo colpì un intero Paese, ma che cambiò la vita e distrusse l’esistenza di molte famiglie. Loyd dal contesto generale si concentra infatti su quanto accaduto nella scuola elementare di Okawa, una piccola comunità vicina alla foce di un fiume e lo fa conoscendo e confrontandosi con gli abitanti della zona e ascoltando le loro storie. A Okawa furono molti coloro che non tornarono più a casa, anziani, giovani e bambini spazzati via dalla furia dell’acqua diventata indomabile. “Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku” Richard Lloyd Parry ricostruisce e porta il lettore dentro i drammatici fatti del 2011. Lo fa in modo attento, minuzioso, ma quello che emoziona e fa riflettere sono le parole delle singole persone (madri come Nagano) che raccontano il proprio vissuto e di come una grande onda lo spazzò via per sempre. Un mettersi a nudo che evidenzia quanto sia importante coltivare i propri affetti e quanto il destino e la vita siano imprevedibili e precari. Traduzione di Pietro Del Vecchio.

Richard Lloyd Parry è corrispondente dall’Asia per «The Times» e scrittore. Nato nel 1969, ha studiato a Oxford. Ha raccontato storie da ventuno paesi, tra cui Iraq, Afghanistan, Indonesia, Timor Est, Corea del Nord, Papua Nuova Guinea, Vietnam, Kosovo e Macedonia. Suoi scritti sono apparsi anche sulla “London Review of Books” e sul “New York Times Magazine”.

Source: ricevuto dal recensore.

Dalla Cina all’Italia, la storia di “Giada Rossa- Una vita per la libertà” di Fiori Picco (Fiori d’Asia Editrice 2020) A cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2021

“Giada Rossa- Una vita per la libertà” edito da Fiori d’Asia Editrice è il romanzo-verità di Fiori Picco, nel quale l’autrice bresciana racconta le vicissitudini esistenziali di Giada Rossa, una donna che vedrà stravolta la sua esistenza da un viaggio che la porterà dalla Cina all’Italia. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea di scrivere la storia di Giada Rossa?

È nata da un incontro speciale con la protagonista e voce narrante del mio libro: una signora cinese che ho assistito durante un intervento e nel post-operatorio durante la mia esperienza di mediazione culturale presso gli Spedali Civili di Brescia. La signora non parlava italiano e necessitava del mio aiuto. Nel tempo mi ha raccontato la storia della sua vita che, fin da subito, ho trovato straordinaria e di valore, anche se molto drammatica e, in certi momenti, addirittura scioccante. Per questo ho deciso di trasformarla in un romanzo verità e di denuncia. Il mio intento era dare voce a tutte quelle persone che, come Giada Rossa, hanno sofferto e sono state vittime di violenze, soprusi e discriminazioni.

La protagonista e voce narrante vive una vita segnata fin dall’infanzia da soprusi, cosa la spinge a sopportare tutte le vessazioni?

Gli orientali per natura hanno una capacità di sopportazione del dolore fisico e mentale maggiore rispetto agli occidentali. Per millenni, Taoismo, Confucianesimo e Buddismo hanno insegnato a sopportare e a non reagire dinnanzi alla violenza. Durante gli otto anni di vita in Cina, ho assistito a situazioni di estrema intollerabilità, come un cesareo o una salpingografia eseguiti senza anestesia, e le pazienti accettavano senza protestare. Giada Rossa si è sempre chiesta se ci fosse un percorso prestabilito che doveva obbligatoriamente intraprendere, se il destino avesse già determinato ogni suo passo. Da quando si è avvicinata al Buddismo, crede fermamente nella legge del Karma, che spiega molte cose. C’è sempre una chiave logica a tutto ciò che succede; la sofferenza contribuisce alla nostra evoluzione. Le esperienze sono legate a eventi accaduti nelle vite pregresse; ci sono nodi karmici da sciogliere per potersi liberare dal dolore nelle vite future.

Come vive la protagonista il viaggio dalla Cina verso l’Italia?

Giada Rossa non voleva lasciare la Cina; sarebbe rimasta volentieri nel suo Paese svolgendo un lavoro umile, ma è stata imbrogliata da alcuni suoi connazionali: dei ciarlatani che l’hanno obbligata a emigrare illegalmente promettendole un futuro migliore all’insegna del benessere economico. Il viaggio verso l’Italia è stato durissimo, sia per la condizione di schiavitù e di forte disagio in cui si è trovata, sia per le brutalità a cui ha dovuto assistere. È stata testimone di uno stupro e di un omicidio; lei stessa ha rischiato di morire per una grave crisi ipertensiva. Quando ha implorato le compagne di viaggio di salvarle la vita, una di loro ha trovato il coraggio di bucarle la vena con uno spillone per capelli. Durante la traversata in mare, è rimasta per tutto il tempo seduta in un acquitrino lurido e stagnante, con le gambe paralizzate a causa del freddo invernale. Il ricordo dei genitori e della figlia adottiva le è stato di grande conforto e, per brevi momenti, ha alleviato la sua angoscia.

Giada Rossa si troverà in un mondo del tutto nuovo, come riuscirà a far convivere i suoi principi, valori e tradizioni cinesi in una realtà del tutto nuova come quella italiana?

Nonostante le avversità e le problematiche incontrate in Italia, Giada Rossa è un ottimo esempio di integrazione. Pur avendo avuto difficoltà linguistiche e sociali, si è avvicinata con rispetto alla nostra cultura e si è sforzata di interagire con gli italiani. È rimasta fedele ai suoi valori e alla sua fede, ma ha saputo adattarsi alla nostra mentalità. Ancora oggi, puntualmente mi invia gli auguri di Natale e partecipa con entusiasmo alle nostre festività. Non rifiuta i nostri piatti tipici, anzi è curiosa di assaggiare particolarità gastronomiche come il gorgonzola.  Ha abbracciato le tradizioni locali senza dimenticare le sue origini. È quello che ho fatto io in tanti anni di vita in Cina.  L’integrazione può avvenire solo con l’impegno e con una buona dose di rispetto e di umiltà nei confronti del Paese ospitante.

Tanti sono i personaggi con i quali Giada si relaziona, ma due di loro – il padre e il secondo marito – hanno un maggiore peso sul suo destino. Che rapporto ha la protagonista con loro?

Giada Rossa è stata privata della figura paterna all’età di tre anni, e ne ha avuto un vago ricordo fino a quando, molti anni dopo, per miracolo o casualità della sorte, è riuscita a ricongiungersi alla sua famiglia d’origine. Per lei i genitori sono sempre stati un esempio di forza interiore e di coraggio; dal padre ha ereditato il carattere scherzoso e a tratti fanciullesco, che le ha permesso di affrontare con spirito positivo ogni disgrazia. Il padre è sempre stato perseguitato da un destino ostile, ma ha dimostrato molta dignità. La sua immagine di uomo buono e onesto l’ha accompagnata durante il terribile viaggio verso l’Italia, rassicurandola e dandole conforto. Giada Rossa è stata spinta a emigrare in modo illegale dal secondo marito: un uomo freddo e calcolatore a cui è rimasta legata, anche se la coppia vive insieme saltuariamente. Lei stessa ha dichiarato che alla sua età non vuole più ricorrere al divorzio. Si concede lunghe pause di riflessione lontana dal marito; i periodi di solitudine la rafforzano rendendola più determinata e combattiva.  Giada Rossa rappresenta tante donne cinesi di mezza età, ancora legate a un concetto vecchio e tradizionalista di matrimonio. Preferiscono salvare le apparenze e rinunciare alla propria felicità piuttosto di complicarsi ulteriormente la vita.

Quanto è importante la madre per Giada Rossa?

La madre di Giada Rossa è stata una figura determinante nella vita della figlia, rappresenta la donna maoista definita “l’altra metà del Cielo”: una lavoratrice instancabile, la colonna portante della famiglia. Non si è mai voluta adagiare, nemmeno quando il marito ha aperto un’attività commerciale. Si è sempre rimboccata le maniche ritenendosi “parte attiva e produttiva della società”. Ha lavorato molti anni come manovale di cantiere rischiando la salute e la vita per mantenere i figli. A un certo punto si è trovata sola e in difficoltà ma non si è mai arresa. A Giada Rossa ha trasmesso un messaggio importante: “Ogni donna ha risorse proprie e una ricchezza interiore che possono aiutarla durante le avversità. Bisogna innanzitutto fare affidamento su noi stesse, sulle nostre capacità”. Ancora oggi Giada Rossa la ricorda come un grande esempio di coraggio.

Come è stato trattare in un romanzo temi che vanno dall’immigrazione clandestina, al traffico di essere umani, per passare alla fede e al riscatto?

Sono tutte tematiche importanti che ho voluto evidenziare per informare i miei lettori. Lo scopo della scrittura è portare a conoscenza, mettere in luce determinate realtà e situazioni. Ritengo che si sappia pochissimo dell’immigrazione cinese e delle problematiche che tante donne devono affrontare quando giungono in Italia da clandestine. Giada Rossa è la storia della protagonista ma, quando descrivo il viaggio sui Balcani, il romanzo diventa corale in quanto coinvolge tante altre persone come lei: tutte vittime unite dallo stesso amaro destino. Ho sentito il dovere morale di raccontare le loro vicissitudini. Le tragedie umane devono essere trascritte per non essere dimenticate, così come i soprusi, le violenze, il mobbing e le ingiustizie devono essere sempre denunciati. La fede è una tematica a cui tengo particolarmente perché, a mio avviso, è sinonimo di scelta e di libertà. Nessuno dovrebbe costringerci a seguire il suo credo né discriminarci solo perché abbiamo tradizioni diverse. Giada Rossa ha saputo ribellarsi ai pregiudizi e alle prevaricazioni perseguendo i suoi ideali. Era completamente sola, non aveva aiuti di alcun genere, ma ce l’ha fatta senza scendere a compromessi. Con la volontà ogni donna può riscattarsi.

Biografia

Fiori Picco è nata a Brescia il 07 marzo 1977, è sinologa, scrittrice, traduttrice letteraria ed editrice. Dopo la laurea in Lingua e Letteratura Cinese conseguita presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è stabilita nella città cinese di Kunming, nella provincia dello Yunnan, dove ha vissuto otto anni insegnando presso il Dipartimento del Turismo della Yunnan Normal University e svolgendo ricerche di antropologia.  Durante gli anni di vita a Kunming ha iniziato a scrivere novelle e romanzi e dal 2007 è autrice SIAE.  Dal 2011 traduce romanzi di autori asiatici e di recente ha aperto Fiori d’Asia Editrice, una realtà editoriale multilingue specializzata in letteratura orientale. Ha ricevuto diversi premi letterari, nazionali e internazionali, tra cui il Jacques Prévert 2010 per la narrativa, il Magnificat Libri, Arte e Cultura 2014 per racconti brevi, il Premio Standout Woman Award 2016 della Regione Lombardia, il Caterina Martinelli 2017, l’Argentario 2020.  Il suo ultimo romanzo “Giada Rossa – Una vita per la libertà” è superfinalista al Premio Città di Latina 2020 (la cerimonia di premiazione è stata fissata per il 31 luglio 2021).  Nel 2018, con scrittori di tutto il mondo, ha partecipato all’International Writing Program presso l’Accademia di Letteratura Lu Xun di Pechino, e al Congresso Internazionale degli Scrittori e dei Sinologi di Guiyang le è stato conferito il certificato di Friend of Chinese Literature. Collabora con la China Writers’ Association e con la Japanese Writers’ Association.

Mamá, Jorge Fernández Díaz (Nutimenti, 2021) A cura di Viviana Filippini

1 novembre 2021

Carmen ha 15 anni. Carmen con la sua valigia di cartone parte per l’Argentina, quella di Perón, lasciandosi alle spalle le Asturie. Nella casa d’infanzia, la ragazza lascia la mamma e i fratelli e questa partenza sarà per lei un distacco che pianterà nel suo animo segni indelebili. Carmen è la protagonista di “Mamá”, romanzo di Jorge Fernández Díaz, tradotto per Nutrimenti editore da Letizia Sacchini e Andrea Monti. Arrivata in Argentina, la giovane si troverà a vivere con una zia paterna e suo marito e, nonostante la vita comincerà lentamente ad andare un poco meglio, per lei sarà del tutto impossibile risanare quello strappo che l’ha costretta a lasciare il suo pesino incastonato tra i monti della Spagna. A raccontare la storia di Carmen è Jorge, autore del romanzo e figlio della protagonista. Quello che colpisce è come Carmen sia la rappresentazione classica della figura del migrante che sale su una nave (in questo più per volontà altrui che per sua) alla ricerca di una possibilità di vita migliore. Carmen infatti vive nella realtà della Spagna dei primi anni Quaranta, quando al guerra civile che ha dilaniato al terra è finita da poco. La madre, che ha altri figli oltre alla protagonista, la obbliga a partire per garantirle una vita migliore, dove povertà e fame non ci saranno più (ma sarà vero poi?) e le promette che appena potranno, andranno da lei. Peccato che per Carmen questa promessa resterà un sogno, un miraggio lontano, e lei, da sola, affronterà l’inserimento nella vita nel nuovo mondo dove diventerà grande, andrà a scuola e troverà marito. Un stabilità e una identità ricostruite a fatica, che verranno messe in crisi quando i suoi figli e nipoti, a causa anche del collasso economico argentino decideranno di andarsene (scappare sarebbe più adatto) da Buenos Aires. Per Carmen sarà un salto indietro nel tempo, in quella partenza da incubo di tanti anni prima che le cambiò per sempre l’esistenza. Quello che colpisce del libro è la capacità narrativa di Jorge Fernández Díaz di narrare la madre in modo realistico, ordinato dal punto di vista cronologico, ma anche emotivo, proprio per andare ad indagare i luoghi interiori della sua anima e la destabilizzazione che il cambio di vita, terra e emisfero scatenarono nella donna. Altro aspetto interessante è quella sensazione di perenne esilio che attanaglia in modo costante la donna, quel suo non sentirsi mai parte di un mondo fino in fondo. Un stato emotivo comune a molti migranti e quando Carmen arriva vicina all’equilibrio, esso viene messo in crisi da una nuova partenza. Jorge Fernández Díaz in “Mamá” narra due storie in parallelo e intrecciate tra loro. Da una parte, c’è la vicenda della madre e della sua famiglia divisa in continenti e più le emozioni raccontate grazie a un’accurata ricostruzione genealogica, storica e emotiva. Dall’altra parte, sulla scia del vissuto della propria famiglia, l’autore narra le trasformazioni e i cambiamenti storici della Spagna e dell’Argentina. Un raccontare storie di vita che in “Mamá” di Jorge Fernández Díaz  dimostrano quanto la Storia e le storie di gente comune si intreccino in modo indissolubile, magari non nei libri di scuola, ma nelle vite di coloro che la storia la vivono ogni giorno.  

Jorge Fernández Díaz, nato a Buenos Aires nel 1960, alterna da sempre il mestiere di cronista con l’attività di narratore. In quarant’anni di carriera giornalistica ha scritto per alcune delle principali testate argentine, come La RazónEl Cronista e La Nación, e ha diretto il settimanale Noticias. È autore di una ventina di libri tra gialli, memoir, raccolte di racconti, reportage e saggi. In Italia è stato pubblicato Il trafficante (Longanesi, 2019). Nel febbraio 2021 la città di Buenos Aires lo ha insignito del titolo di ‘Personalità eminente della cultura’; il filosofo Juan José Sebreli, nel corso della cerimonia, ha detto di lui: “Fernández Díaz è un faro, un intellettuale dotato di un’elegante semplicità discorsiva, che gli conferisce un coraggio raro nella lotta contro l’autoritarismo”.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa di Nutrimenti.

Ruby Bridges è entrata a scuola, Elisa Puricelli Guerra (Einaudi Ragazzi, 2021) A cura di Viviana Filippini

18 ottobre 2021

La storia di “Ruby Bridges è entrata a scuola” è stata scritta da Elisa Puricelli Guerra. La storia, edita da Einaudi Ragazzi, è ambientata nella New Orleans di oggi, dove c’è l’arresto di una giovane afroamericana accusata ingiustamente di aver causato un incendio nella scuola che frequenta. Il fatto evidenzia come, nonostante siano passati anni e decenni e siano state fatte tante battaglie e sacrifici per i diritti civili, purtroppo il razzismo è ancora presente e la tanto ricercata integrazione ha subito una battuta di arresto e un vero e proprio passo indietro. Ne sanno qualcosa Billie e Eric, due compagni di scuola dell’amica arrestata. Lei afroamericana, lui bianco, dopo una zuffa si troveranno a lavorare assieme per una ricerca. Tema: la storia di Ruby Bridges. In una prima fase della ricerca i due ragazzi lavoreranno separatamente, o meglio, Eric cercherà tutto il materiale utile su Ruby Bridges, poi lo porterà a Billie che avrà il compito di scrivere la storia della ragazzina, visto che lei ci sa davvero fare con la penna. Giorno dopo giorno però, la storia della piccola Ruby, la sua battaglia nell’America degli anni ’60 del secolo scorso per poter andare a scuola come tutti gli altri e con tutti gli altri bambini e il non essere più esclusa per il colore della pelle, porteranno i due adolescente ad avvicinarsi sempre di più. Billie e Eric scopriranno non solo di essere convinti che non è stata la compagna di scuola ad appiccare l’incendio, ma lavoreranno assieme per trovare le prove per scagionarla. I due protagonisti adolescenti sono diversi tra loro, ma allo stesso tempo scoprono di essere simili, perché tormentati nel loro giovane animo da una serie di ingiustizie a cui assistono, che subiscono e alle quali non riescono a trovare strumenti adatti per rispondere. Sarà proprio il lavorare gomito a gomito e il conoscersi, a permettere a Billie e a Eric di comprendere che lottare per il bene e per qualcosa in cui si crede è faticoso, provoca dolori e ammaccature, ma la tenacia e il fare insieme permettono di raggiungere buoni risultati e importanti traguardi. “Ruby Bridges è entrata a scuola” di Elisa Puricelli Guerra è un romanzo dal ritmo incalzante dove, tra passato e presente, si trattano temi ancora attuali come la discriminazione, la paura del diverso e l’odio razziale purtroppo ancora troppo radicati nelle nostre società. Accanto ed essi c’è il coraggio del quale serve dotarsi per portare avanti una vera e propria lotta per l’emancipazione umana che restituisca la dignità e la libertà alle persone.

Elisa Puricelli Guerra è nata a Milano nel 1970. Lettrice insaziabile, dal 1998 si dedica alla letteratura per ragazzi come autrice, editor e traduttrice. Ha pubblicato diversi romanzi che spesso hanno per protagonisti brillanti ragazze e ragazzi dai capelli rossi. Tra i riconoscimenti ottenuti, nel 2013 ha vinto il «Premio Bancarellino» e il «Premio Castello di Sanguinetto» con il libro “Cuori di carta”. Per Einaudi ragazzi ha scritto anche “Ruby Bridges è entrata a scuola”. Ha inoltre scritto molti libri per le collane «Classicini», «Grandissimi» e «Che storia!».

Source: del recensore. Grazie a Anna De Giovanni e all’ufficio stampa di Einaudi Ragazzi.

Un viaggio in versi nell’animo e nella società degli emarginati ai tempi del Covid-19 in “La direzione è storta”di Filippo Kalomenìdis . A cura di Viviana Filippini

14 aprile 2021

Filippo Kalomenìdis racconta con la poesia un anno con il Coronavirus e gli sconvolgimenti che ha portato il suo arrivo. Kalomenìdis raccoglie il tutto in versi racchiusi in “La direzione è storta”, edito da Homo Scrivens narrando come il tempo e la vita sua e di chi gli sta attorno siano cambiati con l’irrompere del Covid-19. Un diario lirico, a tratti inquieto, dove ogni poesia scritta da Filippo è un viaggio profondo, in certi momenti anche tormentato, nelle dimensioni umana, emotiva socioculturale e anche politica dei mondi (Italia, Sardegna, campi profughi in Grecia) attraversati dall’autore. Ne abbiamo parlato con Filippo Kalomenìdis.

Perché hai scelto proprio la poesia per narrare la tua esperienza di convivenza col Covid-19?

I miei mesi di mobilitazione civile tra marzo e maggio del 2020 – in cui assieme a tante compagne e tanti compagni abbiamo offerto ai malati il nostro piccolo aiuto – potevano vivere solo in poche, autentiche parole che fossero appropriate, essenziali, lancinanti e, allo stesso tempo, che contenessero quella che gli antichi greci chiamavano “Pleroma”, ossia la pienezza, la completezza, “la luce al di sopra”. Solo esprimendomi con dei versi potevo disegnare parole che attraversassero lo spazio sino a chi le riceve, portandosi dietro in un istante immagini, suoni e un’irriducibile verità emotiva.La poesia è un cammino senza scorciatoie, senza soste, per me l’unico possibile per raccontare la Nuova Storia, quella cominciata con la Catastrofe della pandemia. I versi chiamano le cose con il loro nome, toccano subito carne e anima, ovvero niente di più eversivo in questa era di a-nomia e di contraffazione della realtà.

Come e da cosa sono nate le tue poesie?

Sono nate dall’esigenza di scrivere un diario intimo e politico, dal bisogno di raccontare il viaggio interiore e fisico che ho compiuto per riappropriarmi della mia identità di uomo in rivolta. E soprattutto dalla mia vocazione a dare voce ai cancellati, agli ultimi, ai senza luogo, ai reclusi nella malattia e nella detenzione. Così ho abbracciato le loro vite e le loro storie. Ho elaborato il silenzio artificiale dei mesi del lockdown, per poi cercare le parole giuste per romperlo, ascoltando e riportando spesso le parole del grande popolo degli abbandonati in una catastrofe causata – non scordiamolo mai – dai poteri predatori e assassini che ci governano.

Nel libro ritorna spesso il tema dell’amore perduto cosa è rimasto di esso?

Ho perso tanto, tantissimo nell’anno appena trascorso, ma la gratitudine per la bellezza che mi è stata donata resta. Ed è infinita.

Quanto il virus ha influito sul tuo modo di pensare, agire e scrivere?

Quando si vive una catastrofe individuale e collettiva, l’estremismo umano e l’estremismo politico sono risorse fondamentali. La generosità, il moto verso gli altri e con gli altri sono le uniche risposte necessarie contro l’isolamento in cui siamo stati sprofondati. Questa pandemia deve essere attraversata come un’opportunità ultima di cambiamento. Se non lotteremo con gioia e vitalità radicale per uscire dalla fine del capitalismo, di cui il virus è solo uno dei tanti disumanizzanti effetti, non avremo scampo.La scrittura autentica è una delle forme di lotta più alte e più consapevoli. Dopo anni vissuti come la maggior parte di noi nella menzogna, ho scelto la nudità, la sincerità cruenta e luminosa. Ho cercato quindi di superare le cinque difficoltà indicate da Brecht per chi vuole scrivere la verità: il coraggio di scrivere la verità, l’accortezza di riconoscerla, l’arte di renderla maneggevole come un’arma, il giudizio di scegliere coloro nelle cui mani diventa efficace, e l’abilità di propagarla tra molti. I versi de “La direzione è storta”vogliono comporre una sorta di lungo monologo, quasi teatrale, quasi musicale, perché hanno sempre all’interno un’interlocutrice, un interlocutore, individuo o massa che sia.

Quanto è stato importante avere con te tuo figlio durante la pandemia?

Mio figlio è, come scrivo in una delle pagine, il mio «Muro Maestro». La biunivocità nella trasmissione del sapere emotivo ed esperienziale tra genitori e figli è una delle possibilità di salvezza in questo tempo catastrofico. Al contrario di ciò che recenti teorie psicanalitiche mainstream affermano, la mancanza della legge del padre è una fortuna. I genitori devono saper essere guide dei figli e saper farsi guidare dai figli, come ci insegna l’episodio nella pancia della balena di Pinocchio. Il legaritarismo opprime i nostri bambini appena si affacciano nella società. Dobbiamo quindi educarli alla libertà e farci insegnare da loro l’immediatezza nell’esercitarla. Dobbiamo ritrovare assieme ai giovani gli spazi di amore, di espressione, e di sovversione del reale. 

Il tuo libro si sviluppa in alcuni luoghi cardine: Bologna, Sassari e quelli che definisci campi di concentramento (dove ci sono i rifugiati). Cosa hanno in rappresentano per te questi tre posti?

Nel 2020, Bologna è stato il territorio della gratitudine per l’amore ricevuto e vissuto, è lì che è cambiata per sempre la mia vita; la Sardegna è la terra dove sono nato e dove ho deciso di ritornare “figlio” per potermi ritrovare come uomo e come padre; le isole della Grecia ai confini dell’Asia rappresentano invece il recupero definitivo delle mie origini di senza luogo, di nipote e figlio di profughi. In quelle isole che un tempo erano ponti dove i popoli s’incontravano e si mescolavano, ora sono stati edificati dall’Unione Europea i nuovi Lager in cui vengono rinchiusi e annientati le donne, gli uomini, i bambini del Sud del mondo in fuga dalle guerre e dalle carestie causate dall’Occidente.  Per questo sono stato là, insieme ai prigionieri e a chi lotta per la loro libertà. Perché le loro storie, i loro gesti, il loro amore, la loro rabbia potessero risuonare oltre l’orrore che vuole cancellarli in quanto parte di scarto del bottino di guerra.

Cosa hai ricevuto emotivamente dagli incontri con le persone in difficoltà a Bologna e in quelle che hai incontrato in Grecia?

Per me sono vincoli indissolubili e prima inimmaginabili. Ogni parola in più rischierebbe di essere retorica. E chi soffre ed è oppresso non ha bisogno della pena aggiuntiva della retorica.

Quanto sei cambiato dal momento in cui hai cominciato a scrivere le tue poesie a quando hai concluso la tua raccolta?

Per risponderti cito un passaggio da “Perché io, perché non tu” di Barbara Balzerani – punto di riferimento raro e infinitamente prezioso nel contemporaneo contesto letterario europeo – “capitano occasioni in cui si riconosce qualcosa di essenziale dell’impasto di cui si è fatti”. Ecco, ciascuna delle esperienze che sono diventate le pagine de “La direzione è storta” hanno per me questo preciso significato.

Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia, Armando Torno, (Marietti 1820) A cura di Viviana Filippini

30 novembre 2020

Il giornalista Armando Torno è in libreria con “Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia”, edito da Marietti 1820. Nel volume sono raccolti una serie di articoli che hanno come tema principale la Russia vista a 360°. O meglio, il giornalista accompagna noi lettori nel mondo della cultura russa alla scoperta di dettagli e particolari inimmaginabili. Tanto per cominciare, Torno è stato una delle poche persone sul pianeta ad essere riuscite ad entrare nella biblioteca personale di Stalin. Un’escursione che ha permesso al giornalista di osservare da vicino i libri letti dal dittatore (25mila volumi), scorgendo anche gli appunti che il politico prendeva durante la lettura. Non solo, perché ad un certo punto della narrazione ci si imbatte anche nel lato romantico di Stalin stesso, che ogni sera quando andava al teatro del Bolscioi, percorreva in grande segreto un corridoio sotterraneo per portare in dono delle rose alla ballerina Ol’ga Lepesinkaija (prima ballerina del teatro per 30 anni, dal 1933 al 1963) con la quale cenava e, a quanto sembra, ballava pure. Armando Torno ci porta quindi le testimonianze delle diverse personalità che ha incontrato nei suoi viaggi in Russia.  Tra gli episodi da ricordare, la chiacchierata con Evgenij Borisovic Pasternak, il primo figlio di Boris, grazie al quale si scoprono dettagli maggiori sul travagliato percorso di pubblicazione che ebbe il romanzo del padre (“Il dottor Zivago”), finito vittima di tentativi di censura e di boicottaggio da parte dei piani alti. Altra tappa fondamentale per Armando Torno è stata la tenuta di Jasnaja Poljana dove visse e lavorò Tolstoij e  dove il giornalista è riuscito a incontrare uno dei discendenti dello scrittore autore di “Anna Karenina” e di “Guerra e pace”.  E non è tutto, perché ad un certo punto nelle pagine di scopre il baule che tanto amava Dostoevskij (scoprirete leggendo il perchè), dettagli curiosi su Gorky e qualche delucidazione che cambia un po’ la visione della storia, sulla famosa scarpa di Kruscev”. Sì, proprio quella che il segretario del partito comunista russo si tolse e batté con forza sul tavolo nel corso di un’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1960. “Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia” di Armando Torno è un libro dal ritmo incalzante, piacevole nella lettura e nel quale si raccolgono tanti incontri umani, tante storie ed eventi che permettono a chi legge di avere un ritratto un po’ insolito della Russia e di quelle personalità che, nel corso del tempo, hanno contribuito a rendere la Russia grande e potente dal punto di vista politico e culturale. 

Armando Torno, scrittore e giornalista culturale tra i migliori della sua generazione, per anni responsabile della pagine culturali del Corriere della Sera,  ha frequentato  la Russia per oltre un decennio. Nei suoi viaggi ha scritto una serie di articoli interessanti che adesso ha raccolto in un libro. Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia è un libro davvero interessante, una lettura ricca di aneddoti e curiosità inedite.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie allo studio 1A Comunicazione.

Breve storia dei capelli rossi, Giorgio Podestà, (Graphe.it, 2020) A cura di Viviana Filippini

15 novembre 2020

Cosa hanno in comune Paolo Cognetti, Renzo Arbore, Mina, Giuseppe Garibaldi e Maria Pia di Savoia? Tutti hanno il rutilismo, ossia i capelli rossi. A raccontarci qualcosa in più sulle chiome fulve ci pensa Giorgio Podestà con il libro “Breve storia dei capelli rossi”, edito da Graphe.it.  Il testo, con copertina rossa, è un interessante viaggio nel tempo e nella cultura nei secoli, alla scoperta delle origini, delle superstizioni, dicerie e rivincite che si sono create spesso e volentieri nel corso del tempo per coloro che avevano i capelli rossi. Podestà ci porta dentro alla storia dei capelli scarlatti facendo un’indagine storica dalla quale emerge come il gene dei capelli rossi, presente nell’Homo sapiens, non derivi direttamente dall’uomo di Neanderthal (50-80mila anni fa), ma da tre varianti genetiche che evidenziano la presenza dei capelli rossi già prima delle invasioni indoeuropee. Poi, tra le pagine del libro, si scopre in modo dettagliato il fatto che la capigliatura rossa ha origine dalla variazione di un gene che determina, per chi lo possiede, i capelli vermigli e la pelle chiara. Il testo evidenzia la presenza delle persone dalla testa rossa nel mondo pari al 2% della popolazione e sottolinea il fatto che in alcune località il colore rosso sia diventato un pregio, anzi un motivo di orgoglio. Alcuni esempi sono il raduno di Crosshaven in Irlanda dove accorrono di media, ogni anno, circa 25mila persone; quello di Redhead Days in Olanda e il Festival di Favignana in Italia. Il rosso nei capelli ha popolato a 360 gradi anche il mondo delle arti dove i essi sono stati spesso i diretti protagonisti di dipinti, romanzi, poesie, componimenti musicali, romanzi, racconti. Basti pensare ai capelli rossi presenti nella “Crocifissione” di Antonello da Messina, o la “Venere di Urbino” di Tiziano che con quella chioma biondoramata ha fatto palpitare più di un cuore nel corso dei secoli e ancora la “Ragazza Rossa” di Modigliani. Passando alla letteratura, come non andare a Verga e il suo Rosso Malpelo, dove il colore rosso è simbolo di discriminazione, di derisione che si abbattono sul personaggio (e sappiamo tutti la tragica fine che fa il protagonista della novella verghiana), oppure ad “Anna dai capelli rossi” della Montgomery o “Pippi Calzelunghe” di Astrid Lindgren. I capelli rossi come una caratteristica spesso legata ad un carattere sferzante e irrequieto, ma anche segno di profonda sensualità. Tanto per capirci basta far volare la mente alle donne ritratte dai pittori Preraffaelliti e farsi ammaliare della loro delicata e, allo stesso tempo, sensuale bellezza.  Ok, ma chi aveva i capelli rossi? Qualche nome? Il re Davide che sconfisse Golia, Ulisse, Alessandro Magno, Erik il Rosso che scoprì la Groenlandia, Federico Barbarossa, Elisabetta Tudor, Galileo Galilei, Vincent Van Gogh, Rita Hayworth, Harry d’Inghilterra e la nostra Milva. Questi sono solo alcuni dei nomi che troverete nel testo, perché alla fine il libro presenta un indice dei nomi dove si trovano gli artisti, pittori, attori, cantanti, uomini e donne di cultura o che ebbero e hanno un ruolo nella società, tutti accomunati dal fatto di avere dei capelli rossi.  “Breve storia dei capelli rossi” è un interessante saggio nel quale Giorgio Podestà oltre a raccontare la storia dei capelli fulvi attraverso la storia e l’arte, evidenzia quanti di coloro che in passato avevano i capelli rossi erano considerati una minoranza da temere, erano il “diverso” che incuteva sospetto timore e mistero. Diversi pregiudizi che con il passare del tempo hanno lasciato spazio (meno male così abbiamo artisti come Ornella Vanoni, Tori Amos, Ed Sheeran, Eva Schubert e Jess Glynne) ad una rivincita dove la diversità del capello rosso è diventato fonte di arricchimento e originalità.

Giorgio Podestà è nato in Emilia e si occupa di moda, traduzioni e interpretariato. Dopo la laurea in Lettere Moderne e un diploma presso un famoso istituto di moda e design, ha intrapreso la carriera di fashion blogger, interprete simultaneo e traduttore (tra gli scrittori tradotti in lingua inglese anche il premio Strega Ferdinando Camon). Appassionato di letteratura italiana, inglese e americana del secolo scorso, ha sempre scritto poesie, annotandole su quadernini che conserva gelosamente. Con lo stesso editore ha pubblicato la raccolta poetica “E fu il giorno in cui abbaiarono rose al tuo sguardo” (Graphe.it edizioni).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.