
La letteratura italiana ĆØ in crisi da parecchio tempo, tanto che nel 1997 gli accademici di Svezia dovettero conferire il Premio Nobel per la Letteratura a un drammaturgo come Dario Fo, perchĆ© evidentemente ritennero che non ci fosse in Italia un āletterato puroā a cui assegnare lāambito riconoscimento. Questa crisi non deriva tanto dalla Ā«strutturaĀ» (intesa marxianamente come base economica e sociale), in quanto essa può servire, anzi, nei suoi momenti di difficoltĆ , a far emergere una āletteratura di denunciaā dei mali della societĆ , quanto dalla Ā«sovrastrutturaĀ», cioĆØ dalla decisione delle grandi case editrici, in mano ai monopolisti dellāinformazione, di privilegiare una āletteratura di evasioneā, con lo scopo di narcotizzare la collettivitĆ del lettori, puntando, ad esempio, sul Ā«genereĀ» (o Ā«sottogenereĀ») Ā«gialloĀ» (o Ā«noirĀ») o Ā«rosaĀ» (vale a dire sul libro che si legge in unāora sulla spiaggia o la sera, a letto, prima di prendere sonno), oppure sulle Ā«sagheĀ» delle grandi famiglie, che hanno avuto successo nella vita partendo dal basso, per creare il mito della ricchezza anche nei poveri, oppure ancora su romanzi falsamente Ā«storiciĀ», che, prendendo spunto dalle vicende personali ed esistenziali di alcuni soggetti, seguiti nella loro formazione, tratteggino la storia sociale che fa da sfondo e che, per lāappunto, rimane in secondo piano, a caratteri sfumati, con lo scopo di costituire una sorta di āspecchietto per le allodoleā o di ācarta moschicidaā, cioĆØ di attirare il lettore di varia etĆ ed estrazione sociale, il quale si riconoscerĆ nostalgicamente in questo o quel periodo (il Sessantotto studentesco, il Sessantanove operaio, gli anni del terrorismo e degli Ā«opposti estremismiĀ», ecc.), omettendo il Ā«punto di vistaĀ» dellāautore, sul piano della Ā«focalizzazioneĀ», o, meglio ancora, escludendo oculatamente ogni Ā«punto di vistaĀ», in modo che ogni lettore si senta protagonista e, in un certo senso, ācoautoreā del libro, e lo recepisca come meglio gli aggrada, trovando magari in esso motivi di autogiustificazione.
Queste sapienti Ā«strategie comunicativeĀ» tagliano fuori dal grande (per dimensioni, non per qualitĆ ) mercato editoriale numerose opere letterarie di valore (etico ed artistico), che rimangono marginalizzate, affidate alla generositĆ di piccole case editrici periferiche, che non hanno la forza di farle arrivare nelle vetrine delle librerie su una vasta area del Paese. Tutta una letteratura, che attinge specialmente ai succhi vitali del territorio, e che, in tal senso, definiamo Ā«regionalistaĀ», viene confinata al āpassaparolaā, allo slancio volontaristico di chi ama veramente la cultura e si impegna a farla circolare seppur in circuiti ristretti. CosƬ sembra finita la Ā«letteratura meridionalistaĀ», che ebbe il periodo di massima affermazione negli anni del Ā«neorealismoĀ» e, poi, dellāĀ«impegnoĀ».
Una delle āvittime sacrificaliā di questo āgioco al massacroā, ĆØ, a nostro avviso, Maria Teresa Liuzzo, radicata nella sua Calabria, che ha deciso di autoprodursi, dando vita ad una piccola casa editrice, A.G.A.R. di Reggio, con la quale stampa i suoi libri di poesie e di narrativa, compresi gli ultimi due romanzi, che fanno parte di una programmata Ā«trilogiaĀ» in via di completamento: ⦠E adesso parlo! (2019); Non dirmi che ho amato il vento! (2021). Siamo in presenza di Ā«romanzi di formazioneĀ», incentrati sul mondo dellāinfanzia sofferta, vissuta in terre desolate e condannate allāarretratezza culturale da tutta una serie di scelte storiche che costituiscono, nel loro insieme, la plurisecolare Ā«questione meridionaleĀ», sulla scia della migliore letteratura calabrese: La teda (1957), Tibi e Tascia (1959), Il selvaggio di Santa Venere (1977) di Saverio Strati e, soprattutto, La ragazza del vicolo scuro (1977) di Mario La Cava.
La specificitĆ ĆØ rappresentata, innanzitutto, dal fatto che lāautrice di questi due romanzi ĆØ una donna, una di quelle donne di Calabria che dimostrano di avere, al di lĆ dellāapparente fragilitĆ e ritrosia, una forte tempra di combattenti, in un mondo dominato dal maschilismo estremo, una grande ricchezza interiore, una poeticitĆ naturale che, poi, si trasfonde con perizia in arte. Possiamo dire che Maria Teresa Liuzzo si muove lungo la strada segnata da figure come Alba Florio (Scilla, 1910 ā Messina, 2011), poetessa calabrese sottostimata dalla critica ātogataā (ed oggi, purtroppo, quasi dimenticata), scoperta nel suo reale valore poetico da Antonio Piromalli, che, non a caso, ha voluto assegnare, nel 1993, alla Liuzzo proprio il Premio intitolato allāillustre conterranea. La Giuria era costituta, in quellāoccasione, da autorevoli studiosi: oltre a Piromalli, Mario Sansone, Giuliano Manacorda, Lucio Pisani, Toni Iermano. Lo stesso Piromalli ha incluso la Liuzzo nella sua monumentale Letteratura calabrese, procedendo, in tal modo, ad unāattivitĆ di storicizzazione e classificazione della sua opera.
Ai caratteri della Ā«poesia solitaria e drammaticaĀ» (la definizione ĆØ di Piromalli) della Florio sembra proprio ispirarsi Maria Teresa Liuzzo nei suoi versi e anche, per quel che ci riguarda più da vicino, nei due romanzi in questione. Protagonista di questi ultimi ĆØ una bambina, Mary, che giĆ allāetĆ di cinque anni scrive poesie e vive in una dimensione poetica la sua tragica esistenza, contrapponendo questa ricchezza interiore a un mondo cinico e crudele, che ĆØ quello del paese calabrese in cui ĆØ nata ed ĆØ costretta a vivere, ma ĆØ anche quello familiare, che rappresenta una sorta di Ā«microcosmoĀ» nel quale si riproducono tutte le brutture del Ā«macrocosmoĀ», costituito, per lāappunto, dallāambiente sociale paesano.
Maria Teresa Liuzzo rinuncia programmaticamente al mito, coltivato dal suo conterraneo Corrado Alvaro, di una Ā«necessaria realtĆ contadina ricca di valoriĀ» (Antonio Piromalli) e descrive il mondo paesano in tutta la sua istintiva violenza, nella sua brutalitĆ , primitivitĆ e bestialitĆ , quasi fosse una proiezione della dimensione del Ā«selvaggioĀ», del barbarico, dellāirrazionale, presente, secondo il Vico, lungo il percorso esistenziale dellāumanitĆ . La scrittrice si discosta dalla rappresentazione idillica del mondo contadino che ha nutrito tanta letteratura, non solo meridionale, accostandosi, per converso, ad opere che sono espressione di altre aree geografiche, come Paesi tuoi (1941) di Cesare Pavese e La malora (1954) di Beppe Fenoglio. Ricordiamo, in particolare, che nel citato romanzo pavesiano il protagonista, Talino, ha un rapporto incestuoso con la sorella Gisella e la uccide piantandole un forcone nella gola. Tutto il mondo contadino langarolo descritto da Pavese in Paesi tuoi, cosƬ come quello de La malora fenogliana, ĆØ dominato da una cieca violenza istintiva e primordiale.

Lo stesso accade nei due romanzi della Liuzzo, a partire dal primo. Mary si trova a vivere in una famiglia dissestata, nella quale il padre non fa altro che dilapidare il patrimonio. Su di lei, a cinque anni, ricade la responsabilitĆ di crescere i fratelli più piccoli. Si trasferisce presso parenti e qui subisce ogni tipo di violenza fisica e morale. Trova unāalternativa alla societĆ belluina da cui ĆØ circondata nella poesia e nella religione. Lei stessa rappresenta, pur essendo una bambina, alternativa etica a quel mondo. Troviamo, dunque, nei due romanzi della Ā«trilogiaĀ» sinora usciti quella dimensione della Ā«moralitĆ Ā» (Antonio Piromalli) che caratterizza la letteratura calabrese nelle sue forme migliori, ma questa moralitĆ non ĆØ quella collettiva, immaginata da Saverio Strati come componente fondamentale del mondo del lavoro, che, facendo leva su di essa, si autocandida a soppiantare il sistema di potere e di sfruttamento esistente in una Calabria semi-feudale dominata dal padronato, che disconosce i diritti elementari dei lavoratori, bensƬ la moralitĆ individuale, che la piccola Mary ritrova dentro di sĆ©. Una moralitĆ che ĆØ, per lāappunto, individuale, ma non privata, in quanto la bambina, e poi la ragazza, nel prosieguo della trama narrativa e nel passaggio al secondo romanzo della Ā«trilogiaĀ», propone di fatto, con gli stessi comportamenti, questa sua dimensione etica come esempio da seguire a tutti gli altri. La Ā«religiositĆ Ā» di Mary ĆØ in linea con quella oggi portata avanti, con spirito Ā«neofrancescanoĀ», da papa Bergoglio, che invita lāumanitĆ intera a fare proprio il messaggio del Ā«santo poverelloĀ» di Assisi per cambiare in meglio la societĆ , seppur facendo leva non su strumenti di lotta politica e sociale, bensƬ di natura etica. E qui lāopera letteraria di Maria Teresa Liuzzo finisce per saldarsi con la letteratura religiosa che, allāinsegna del Ā«neofrancescanesimoĀ» di Bergoglio, sta facendosi lentamente strada, attraverso poeti e scrittori come Elena Bartone, anche lei calabrese (trasferitasi al Nord per motivi di lavoro, ma orgogliosa delle proprie radici), anche lei tenuta ingiustamente ai margini del mondo letterario āufficialeā, anche lei autrice di una Ā«trilogiaĀ», questa volta in versi, dedicata a San Francesco: Francesco, nel silenzio (2015); Apostrofi di gioie sovrumane (2020); Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (2021). Questo filone va tenuto sotto osservazione dai critici più avveduti, perchĆ©, nellāambito della sterilitĆ generale della letteratura italiana contemporanea, assieme a quello dei Ā«poeti operaiĀ» (Fabio Franzin, Matteo Rusconi), ĆØ tra i pochi veramente fecondi, gravidi di presente e, ancor più, di futuro.
La religiositĆ di cui ĆØ portavoce Maria Teresa Liuzzo, attraverso il personaggio letterario di Mary, ĆØ quella popolare, una religiositĆ elementare, ma fortemente sentita, radicata nellāĀ«ioĀ», che ha lontane scaturigini, ctonie ed ipoctonie, nellāanimo delle persone buone, che, di fatto, costituiscono unāalternativa etica al Ā«mondo vile ed infernaleĀ» (per dirla con Cesare Pavese) che le circonda. Eā stato osservato da una parte della critica il legame che esiste nei romanzi della Liuzzo tra religiositĆ e sentimento poetico che fa da sfondo, nonostante si tratti di opere in prosa. Il legame tra religione e poesia non ĆØ casuale, rimonta nei secoli, ed ĆØ proprio della cultura popolare. Giuseppe Bonaviri, in unāintervista, ha ricordato che al suo paese, Mineo, cāera una rocca, chiamata la Ā«Pietra della poesiaĀ», davanti alla quale nei secoli si incontravano i poeti popolari per recitare i loro versi. Bonaviri dice che si tratta di uno dei luoghi Ā«miticiĀ» in cui il mondo terreno ĆØ collegato a quello sotterraneo, dal quale promanano onde gravitazionali che generano benessere spirituale per gli uomini (e ispirazione poetica), tanto che in questi luoghi spesso sorgono i templi o le chiese.
Certo lāopera letteraria di Maria Teresa Liuzzo dimostra abilitĆ tecnica, conoscenze āprofessionaliā, capacitĆ di usare le regole della Ā«narratologiaĀ», di procedere alternando Ā«prolessiĀ» ed Ā«analessiĀ», di intrecciare i piani narrativi, pur nellāambito di un andamento perlopiù paratattico, ma al fondo sta questa religiositĆ pura, semplice, espressione di poesia spontanea, cristallina, limpida, che ĆØ radicata nellāanimo popolare e che ha una dimensione Ā«miticaĀ», che sprofonda nel Ā«misteroĀ».
Vogliamo, infine, evidenziare lo spessore psicologico di cui lāautrice ha dotato il personaggio di Mary, che le ha permesso di non rimanere prigioniera del Ā«bozzettismoĀ», che rappresenta un limite a cui non ha saputo sottrarsi lo stesso Corrado Alvaro, al pari di tanti altri scrittori meridionalisti e regionalisti, in quanto quello che viene considerato il suo capolavoro, Gente in Aspromonte (1930), risente del Ā«naturalismoĀ», per lāappunto, bozzettistico che inficia la letteratura Ā«realisticaĀ» italiana degli anni Trenta del Novecento, al quale ha saputo, per converso, porre rimedio, nelle sue forme migliori, il Ā«neorealismoĀ» letterario dellāimmediato secondo dopoguerra, anche per la sua capacitĆ , in autori come Pavese, di innestare il Ā«mitoĀ» sul ceppo della Ā«realtĆ Ā» (Enzo Siciliano).





































