Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: La Battaglia Suprema – Un’avventura Fortnite non ufficiale di Alberto Forni (ElectaJunior 2019) a cura di Davide Mana

1 aprile 2019

1Il fenomeno della gamelit è forse il primo “genere letterario” del ventunesimo secolo.
Prima non esisteva nulla di simile. Alcuni pensano ai vecchi tie-in prodotti a corollario di popolari giochi di ruolo, La Saga di Dragonlance  è un bestseller ed il capofila di quello specifico sotto-gnere del fantastico.
Ma con i vecchi romanzi di Dragonlance, o di Forgotten Realms, o con la colossale produzione di cicli narrativi legati a Warhammer 40.000, il meccanismo era semplice: si trattava di romanzi che esploravano un’ ambientazione che era stata sviluppata, all’origine, per essere lo sfondo di un gioco di società . E se è vero che l’azione nei romanzi emulava le situazioni che i giocatori potevano trovarsi ad affrontare, la realtà ludica era lasciata in ellissi. Forse con la sola eccezione di Azure Bonds e dei suoi seguiti (Kate Novak & Jeff Grub, 1988), in nessuno dei romanzi si faceva riferimento esplicito al gioco, alla nostra realtà .
Era possibilissimo leggersi uno qualunque dei romanzi di una delle serie citate (o di molte altre), senza aver mai giocato una sola partita al gioco relativo, e senza perdersi per strada alcunchè.
La gamelit è qualcosa di diverso. Sono storie di giocatori scritte da giocatori per un pubblico di giocatori.
Raccontano di personaggi che giocano all’interno di un certo gioco – di solito un videogioco – e quindi gioco e narrativa diventano indissolubili.
Un non giocatore si trova perso, disorientato, davanti a queste narrative che usano il gergo – dei giocatori in genere e del gioco specifico – e che riversano sul lettore continui riferimenti alla gamer culture ed al “mythos” del gioco specifico.
E in effetti sembra quasi che in questo risieda anche la differenza “ideologica” fra i vecchi tie-in dei giochi di ruolo e la moderna gamnelit. I vecchi romanzi miravano ad esplorare ed espandere l’ambientazione, ampliandone il mito, alimentando l’immaginazione dei lettori/giocatori. La gamelit sembra tesa soprattutto a rafforzare e canonizzare il mito, e a confermare gli iniziati nella loro fede.
Questo per dire che La Battaglia Suprema, di Alberto Forni, è un libro con un target molto specifico.
Giovani lettori, certo (pubblica ElectaJunior), ma anche e soprattutto fan e giocatori di “Fortnite”, uno dei più popolari giochi online degli ultimi anni.
Col videogioco, il romanzo di Forni condivide i ritmi sincopati, il linguaggio spezzato e frenetico, l’azione “in soggettiva” che il lettore può sperimentare attraverso quattro personaggi impegnati ciascuno nella battaglia più attesa dai fan, nel 2012 – un altro frammento del “mythos” di “Fortnite” che potrebbe destare una certa perplessità  in un non-iniziato. Ciascun protagonista ha una sua serie di caratteristiche e fornisce in capitoli alternativi il proprio punto di vista sull’avventura. Molto opportunamente i capitoli sono stampati su pagine dai colori diversi a seconda del personaggio.
Non c’è dubbio che un appassionato del gioco si riconoscerà  in almeno uno dei protagonisti, e si appassionerà  alle avventure, all’azione, alle sfide superate nelle sei ore al cardiopalma della Battaglia Suprema.
Per un lettore che non abbia idea di cosa sia “Fortnite”, il romanzo potrebbe risultare quantomeno ermetico. Molte delle scelte grafiche potrebbero risultare irritanti.
Perchè ci sono frasi in evidenza?
Che senso hanno quei personaggi presi dalla cultura pop e spiattellati a illustrare le pagine?
Ma esiste davvero il rischio che un non-iniziato acquisti o legga questo libro?
È abbastanza improbabile.
E se dovesse succedere, è possibile, anzi probabile, che i non iniziati accusino un forte mal di testa per il sovraccarico di stimoli, e tornino a leggersi i loro romanzi sulla Horus Heresy o le avventure di Gotrek e Felix. Questo, dopotutto, non è un libro per loro.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa ElectaJunior.

:: Sotto il cielo dell’Australia. Tra città e deserti del continente down under di Mauro Buffa (Ediciclo 2018) a cura di Daniela Distefano.

1 aprile 2019

AUSTRALIA“Uno scossone mette il treno in movimento. Sento nella pancia quel piacevole formicolio che annuncia l’inizio del viaggio. Non importa se mi trovo a Perth e mi attende una lunga traversata, capita anche che se devo andare dalla mia città a quella più vicina. Una partenza è sempre un inizio, la promessa di trovare qualcosa”.

“Conversiamo e guardiamo dal finestrino un paesaggio a volte coperto da una bassa vegetazione a volte completamente spoglio ma sempre dai colori intensi. Giallo, ocra e bianco sotto l’azzurro di un cielo senza nuvole”.

Queste sono parole ed impressioni di Mauro Buffa che ha intrapreso un viaggio singolare (ma in compagnia) con l’obbiettivo di raggiungere il cuore dell’Australia. Ha attraversato così il Nullarbor Plain (uno dei più vasti deserti australiani) a bordo dell’Indian Pacific, il treno che va dall’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico percorrendo la seconda ferrovia più lunga del mondo dopo la Transiberiana. E’ approdato nelle grandi città dove ha incontrato emigranti di ieri e giovani lavoratori di oggi in cerca di un’alternativa alla crisi europea. Ha fatto tappa in cittadine anonime dove si comprende il concetto di “no culture land”. E infine è arrivato nel red centre del continente a Uluru, il luogo simbolo sacro agli aborigeni. Una volta a Melbourne ha fatto un bilancio su quanto visto e vissuto: città costiere modernissime e con alta qualità della vita, territori interni isolati e desolati, il triste declino del popolo aborigeno.
A Sydney, Mauro si è reso conto che:

L’Australia è una terra che dalla sua prima colonizzazione ha accolto gente da tutto il mondo. Nei quartieri periferici di Sydney le nazionalità, la cui prima lingua non è l’inglese, sono parecchie decine. I nuovi immigrati oggi provengono principalmente dai vicini paesi asiatici e passeggiando proprio dietro al Wesley College in King Street, la via che delimita la zona universitaria, lo si nota dai negozi e dalle facce dei passanti”.

Una vecchia questione è se L’Australia sia in Asia o in Occidente:

Niente fusione o melting pot all’americana, ma piuttosto un salad bowl, un’insalata dove gli elementi, pur se bene mescolati, mantengono la loro individualità”.

L’autore si è chiesto poi se

Negli ultimi anni il modo di sentire il viaggio è cambiato. La tentazione di raccontare se stessi attraverso i social network è forte. Come lo è comunicare via Skype. Condividere immagini ed emozioni può essere generosità o snobismo, superficialità o racconto in presa diretta. L’esperienza esclusiva e intima del viaggio ne esce impoverita, ma è lo Zeitgeist, lo spirito del tempo che fa sentire ognuno come un inviato speciale nel mondo”.

Infine, uno speranzoso Epilogo:

L’Australia mi suscita sentimenti contrastanti soprattutto sotto l’aspetto umano. E’ la terra sottratta agli aborigeni, ma anche il nuovo mondo per uomini affrancati dalle catene e immigrati in cerca di fortuna. E’ un grande esperimento sociale e forse la speranza che genti di lingua, razza e cultura diverse possano convivere in pace. Se ha funzionato in Australia, magari funzionerà anche in Europa”.

Sotto il cielo dell’Australia” (Ediciclo) è un volumetto accattivante che possiede misura, equilibrio ed un pizzico di verve (soprattutto quando racconta la disavventura di essere punto da un ragno, fortunatamente innocuo), lo consiglio vivamente perché tralascia cliché e altre convenzioni geografiche per farci esplorare una Regione della Terra ancora oggi per noi misteriosa, affascinante ed immensa.

Mauro Buffa è nato e vive a Trento. Ha lavorato come giornalista e ha scritto reportage di viaggio. Ha compiuto viaggi in bicicletta attraverso l’Europa. Dirige un istituto culturale. Con Ediciclo ha pubblicato “Sulla Transiberiana. Sette fusi orari, 9200 km, sul treno leggendario da Mosca al mar del Giappone (2010)” e “Sulla Transmongolica. Oltre 9000 km in treno da Mosca a Pechino sulle orme di Gengis Khan (2012).” Nel 2015 è uscito “Usa coast to coast. Da New York a San Francisco in Greyhound attraverso quindici stati, quattro fusi orari e un uragano“.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Sarah e Alice dell’Ufficio Stampa “Ediciclo”.

:: Felice e freelance – Manuale di sopravvivenza fuori dal posto fisso (Morellini Editore 2019) di Sara Pupillo a cura di Giulietta Iannone

29 marzo 2019
Felice e freelance

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Il mondo del lavoro sta cambiando, stati e governi faticano a capirlo e a creare leggi e regolamenti ad hoc, ma i giovani (e anche i meno giovani anagraficamente, ma giovani in spirito) sanno che le nuove tecnologie, la diffusione di internet, la crisi economica globale e tutte le problematiche che la società di oggi deve affrontare hanno modificato non solo la vita quotidiana delle persone ma anche la dimensione lavorativa e produttiva. Se una volta il mito del posto fisso resisteva, oggi è tutto più fluido, più settoriale. Il segreto è specializzarsi, fare qualcosa meglio e più professionalmente degli altri, questo ti dicono gli esperti motivatori dei centri per l’impiego. Quindi studiare, leggere, osare. Buttarsi in campi insoliti, creare professioni che un tempo non c’erano, seguire i propri sogni per quanto folli. E l’esercito dei freelance ha preso questi consigli alla lettera. Sempre più giovani aprono Partita Iva e diventano datori di lavoro di sé stessi. Imprenditori, artisti, creatori, esperti di marketing, web writer pubblicitari, fotografi, l’esercito dei freelance è variegato e agguerrito. Tutti possiamo diventare freelance? Forse no, ci vogliono alcune doti e caratteristiche caratteriali che rendono possibile sopravvivere in un mondo molto competitivo, e privo di grandi certezze. Ogni mese si costruisce qualcosa che per quanto lo si pianifichi non è mai scontato. Un mondo difficile, dove è molto raro trovare bussole affidabili, stelle polari che ci guidino verso l’agognata indipendenza economica. Ben vengano dunque i manuali che ci danno qualche lume, e ci raccontano la vita e le problematiche di chi ce l’ha fatta. Di chi è diventato freelance, magari lasciando il celebre posto fisso, e ora non tornerebbe più indietro. Manuali come Felice e freelance – Manuale di sopravvivenza fuori dal posto fisso di Sara Pupillo edito nella collana Pinkgeneration di Morellini editore. Un prezioso vademecum che leggendolo magari ci darà il coraggio di spiccare il volo, motivandoci come è meglio di molti corsi disponibili oggi. Sara Pupillo trova parole molto efficaci, innanzitutto partendo con il piede giusto e dicendoci molto chiaramente che lavorare in autonomia sì è un lavoro vero, possiamo rassicurare babbi e mamme preoccupati per il nostro futuro. I freelance sono seri professionisti, con problematiche diverse da quelle degli impiegati che possono contare su un fisso al mese ma hanno meno benefit legati all’autonomia, alla creatività, al potere decidere del proprio tempo, al potere lavorare in casa, in pigiama se se ne sia ha voglia (anche se è sconsigliabile, è sempre meglio avere una tenuta da lavoro, influisce anche sul nostro abito mentale). Sarà poi difficile dividere riposo e lavoro, perché la vita del freelance è fatta di aggiornamento continuo, di specializzazioni sempre più raffinate, di caccia ai clienti praticamente ininterrotta. Ma si può fare cosa si ama fare, viaggiare, fotografare, scrivere, cose che i nostri genitori ci hanno involontariamente dipinto come hobby. E invece possono diventare fonti di reddito e di indipendenza. Basta crederci, credere in sé stessi, nelle proprie capacità di adattamento, nella propria unicità. Sara Pupillo ci parla della sua esperienza, del tipo di percorso che ha iniziato, dell’utilità di una stanza tutta per sé quando si vuole creare il proprio ufficio in casa, introduce il termine co-working, ci parla dei benefici della libertà di essere soli, del come si trova lavoro e degli strumenti della promozione. Nel settimo capitolo poi affronta il tema più delicato, i soldi, e lo fa in modo informale e non paludato. Poi la formazione che non finisce mai, quindi studiare, leggere riviste specialistiche interviste ai guru del settore, libri, opuscoli, tutte occasioni di crescita. L’importanza di un lavoro extra come ammortizzatore e paracadute per i tempi bui, e soprattutto ci dà una lezione davvero preziosa, gli ostacoli che ci sono adesso è probabile che non ci saranno in futuro, noi stiamo costruendo il mondo del lavoro di domani. Tante storie vere, reali, esperienze di vita vissuta concludono i capitoli, e danno tanta fiducia. Loro ce l’hanno fatta, noi perché no? Tanti consigli di gente che crede davvero in quello che fa ed è felice di avvicinare a questo mondo chi ancora tentenna, o aspetta solo una piccola spinta. Dunque se state meditando anche voi di diventare freelance magari questo volumetto vi potrà essere di aiuto, o alla peggio dissuadervi per sempre. Il gioco vale sempre la candela. Se avete esperienze in merito, sono curiosa di conoscerle, scrivetele nei commenti. E se lo leggete e vi cambia la vita, venite a raccontarmelo 🙂 .

Sara Pupillo (Roma, 1972), è una lavoratrice dipendente pentita. Dopo aver lavorato nel mondo della musica per molti anni, dal 2011 ha iniziato a dedicarsi a tempo pieno all’attività di autrice freelance, specializzata in turismo. Milanese, tutte le settimane scrive anche sui suoi blog Un cicinin de Milan e PupiAdvisor e nel tempo libero insegna lingua italiana come volontaria in una scuola per stranieri. Tra i suoi libri, i più recenti sono: “Chic Low Cost” (2012, Aliberti) e “FICO!” (2016, Effequ), scritti con l’amica stylist/costumista Sabrina Beretta.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Morellini Editore by Enzimi srls.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli (Mondadori, 2019) a cura di Eva Dei

29 marzo 2019

l'inverno di GionaVincitore lo scorso 22 maggio del Premio Calvino 2018, è uscito da circa un mese nelle librerie per Mondadori L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli. La giuria, composta da Teresa Ciabatti, Luca Doninelli, Maria Teresa Giaveri, Vanni Santoni e Mariapia Veladiano, ha premiato il romanzo d’esordio dello scrittore veronese

per la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento”.

Giona vive con il nonno Alvise in un paese arroccato su una montagna. Un paese dove il cielo è sempre grigio perché la luce del sole non riesce a filtrare, dove le case sono di pietra viva, umida. Per qualche ragione inspiegabile tutti lì sembrano avere timore del vecchio Alvise, che si erge quasi a capo dell’intero paese.

Il paese funziona così e lo capisci solo se ci sei nato o se sei stato chiamato ad abitarci. Non è un luogo crudele. Non vi albergano malvagità, felicità o qualsiasi altro sentimento. Il paese si comporta come i suoi abitanti: elimina tutto ciò che non è utile o necessario alla sopravvivenza. Dalla morte di don Giovanni il paese non ha più avuto un prete. Ora è mio nonno a guidare tutto e tutti. Un pastore senza dio e senza rimorsi.

Un posto ai limiti dell’onirico, specchio e immagine dei suoi abitanti, ai cui destini sembra inesorabilmente legato. Un luogo, ma allo stesso tempo un personaggio della narrazione dal cuore pulsante, cupo, spietato e che per questo un po’ ci ricorda Le Case di Sacha Naspini.
Qui Alvise da sempre esercita con violenza il suo controllo su Giona, convinto che solo con il dolore si impara. Un’educazione instillata a suon di punizioni, ma soprattutto di pugni, calci, ferite e sangue. Ma un giorno, davanti all’ennesima sfida, qualcosa nella testa di Giona si risveglia. All’inizio è solo una voce, qualcuno con cui si confronta, qualcuno che lo spinge a riprendersi la sua libertà, la sua vita. Mettendo da parte per la prima volta la paura, quella paura che lo ha sempre accompagnato, Giona scopre qualcosa che era convinto di non avere, qualcosa di prezioso: i suoi ricordi.

“Non ho ricordi di quando ero piccolo, non ne ho nemmeno uno. Eppure deve essere stato bambino anch’io, ma di quegli anni non mi è rimasto niente. Mi ricordo di ieri, del giorno prima e di quello prima ancora. Ricordo le cose che faccio, e come devo farle ma non il momento in cui ho imparato le più importanti. Quando ho cominciato a camminare, o a parlare. Quando mi sono fatto male per la prima volta e non ho pianto. Vivo in un tempo fermo dove i ricordi non esistono, dove non esiste un prima.”

I ricordi dell’infanzia arrivano come i lampi prima di un temporale: improvvisi, scollegati, non del tutto chiari, si rivelano e prendono forma solo con il tempo. Sono però sufficienti per mettere in discussione l’autorità di Alvise, ma anche l’esistenza stessa di quel paese che sembra bloccato nel tempo; non è un caso che con la loro comparsa la montagna inizi a spaccarsi e a sgretolarsi.
Solo una resa dei conti con Alvise può essere risolutiva, solo in questo modo Giona, può uscire da questo mondo che lo imprigiona (così come il Giona biblico era imprigionato nel ventre del pesce) per tornare nel mondo reale e ritrovare il vero sé stesso.
Dopo questo confronto, il registro cambia completamente; al capitolo tredici passiamo da una narrazione in prima persona a una in terza, abbandoniamo qualsiasi ambientazione simbolica e onirica e ci ritroviamo nella concretezza di un mondo reale, ma non per questo meno angosciante o claustrofobico.
Tapparelli ci regala un capovolgimento inaspettato e ben congeniato, ma proprio quando siamo convinti di avere in mano la verità, qualcosa ci spiazza ancora. Da leggere fino all’ultima pagina.

“La realtà è migliore della malattia, dottore? E cos’è la pazzia, se non aver guardato in faccia la realtà senza mentirsi? Non ci sono cose più fragili della verità. Per questo motivo va detta a bassa voce. Le parole la sporcano, non sanno riportarla in modo fedele. La verità è fatta di silenzio. Un silenzio che riesce a rendere sordo il mondo, quando ciò che cela è troppo grande per essere compreso.”

Filippo Tapparelli (Verona, 1974) lavora in un’azienda veronese. In passato è stato istruttore di scherma, pilota di parapendio e artista di strada. Ha studiato letteratura inglese e russa all’università. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro del recensore.

:: A bocca chiusa di Stefano Bonazzi (Fernandel 2019) a cura di Federica Belleri

28 marzo 2019

A bocca chiusaUna nuova edizione per questo libro d’esordio di Stefano Bonazzi, pubblicato nel 2014. È la storia di una famiglia dove nessuno viene identificato da un nome proprio, quasi la si volesse proteggere dagli estranei, che invece vengono chiamati per nome. È la storia di un luogo qualsiasi, perché potrebbe svolgersi ovunque. È la storia di un bambino costretto a vivere durante i mesi estivi a casa dei nonni. Costretto, a rimanere solo con il nonno, mentre nonna esce per andare a lavorare. Il nonno ha smesso di guidare il camion, la salute non glielo permette più, quindi … perchè permettere al suo unico nipote di crescere sereno e di fare esperienze?
Non voglio svelare troppo di questo libro, va scoperto pagina dopo pagina. Ci si deve sentire immersi nell’angoscia e nell’orrore. Si deve provare fastidio per l’egoismo sbattuto in faccia con prepotenza, celato dietro a un velo di protezione. Ci si trova a porsi mille domande e a provare rassegnazione e frustrazione. Si viene travolti e affondati dalla vita di questo bambino. Si capisce quanto sia necessario iniziare a odiare, per sopravvivere.
A bocca chiusa, quando parlare non serve più. Una muta e allucinante richiesta d’aiuto. Una scrittura fatta di immagini e parole crude, nella quale è impossibile non immedesimarsi. A bocca chiusa è diversità, paura, disagio, desiderio di essere come gli altri. È la voglia di fermare il tempo, di sentirsi importante per qualcuno, di avere finalmente un obiettivo. È amore allo stato primitivo, è un respiro rabbioso, è l’occhio furioso di chi ha perso la ragione.
Bellissima lettura, terribile ma necessaria.
Fatemi sapere.

Stefano Bonazzi è nato a Ferrara, dove vive e lavora. Di professione grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Zhengzhou, Miami, Seul e Monaco. A bocca chiusa è il suo romanzo d’esordio, uscito nel 2014 da Newton Compton; nel 2017 ha pubblicato per Fernandel il romanzo L’abbandonatrice, molto apprezzato dal pubblico e dalla critica.

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: Brisa di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio 2018) a cura di Giulietta Iannone

27 marzo 2019
Brisa

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In un panorama piuttosto asfittico, conformista, quasi banale, dove leggi una storia e ti sembra di averle lette tutte, si differenzia per originalità l’opera di Paola Rambaldi, con “Brisa” al suo primo romanzo. Ma riflettevo che proprio i piccoli editori possono ancora permettersi il lusso di tradire le leggi ferree del mainstream e osare qualcosa di diverso e insolito. Che poi non è detto che non sia anche benedetto dal successo commerciale, e noi glielo auguriamo.
Tornando all’autrice è dunque un’esordiente, anche se definirla così non è proprio un termine appropriato, innanzitutto si è dedicata per anni alla critica cinematografica e letteraria, grazie alla quale ha affinato come dire i ferri del mestiere, poi ha vinto dei premi con i suoi racconti ed è già uscito di suo un bellissimo libro sempre di racconti, nel 2015 mi pare, Tredici storie d’Adriatico che ho anche avuto modo di recensire, se non li avete letti recuperateli, meritano, già allora ne parlai in tono abbastanza entusiasta con alcuni addetti ai lavori, anche se la critica ufficiale non mi pare le abbia dato grande spazio almeno fino adesso, e questo è un vero peccato.
Ma comunque la Rambaldi è una tosta, e si vede che ama proprio scrivere, e raccogliere storie, aneddoti dalla gente e questa sua passione si trasmette anche al lettore.
Allora Brisa, la protagonista di questo romanzo, è una stria come la chiamano in paese, una donna con un occhio di un colore e uno di un altro, con poteri paranormali: vede il futuro (e anche i morti). E questo dono- maledizione in un certo senso la isola; sì ne fa una persona speciale, ma nello stesso tempo un’emarginata, una donna che sembra avere tutto contro, a cui il destino sembra non volere donare un amore, una famiglia, dei figli, come era la norma per le donne della bassa ferrarese degli anni ’50.
La storia infatti è ambientata in un piccolo paese alle foci del Po, Gorino, tra il settembre e l’ottobre del 1956.
In realtà è una storia nerissima, tutte le peggiori efferatezze e perversioni arriveranno all’improvviso, ma l’inizio è allegro: sta arrivando il luna park in città, per la festa patronale, un complesso suonerà i successi di quell’anno, si ballerà, si farà festa, insomma la dura vita dei contadini e dei pescatori della zona avrà come dire una pausa, e invece niente, il destino implacabile tesse le sue trame e quando scompare un ragazzino, Lucianino, figlio di Smamaréla, la donna del fratello di Brisa, da quel momento in poi preparatevi al peggio.
Comunque già un articolo di giornale posto all’inizio tratto dal Resto del Carlino, vi dà una idea di cosa potete aspettarvi, poi come è collegato ai fatti che leggerete lo scoprirete alla fine.
Più di questo della trama non vi dico, ma mi preme evidenziare in cosa questo noir è così originale. Sappiamo tutti che di solito i noir hanno ambientazioni metropolitane, (tanto cinema noir ci ha educato in questo senso) invece in Brisa abbiamo la provincia italiana del dopoguerra, (al centro di molta letteratura narrativa o di tanto cinema neorealista ma non di noir); poi i personaggi son gente semplice, si chiamano per soprannome, sembrano innocui, dei bonaccioni, non ti immagineresti mai che possano nascondere tali oscuri segreti, se non proprio bestialità inaudite. E questo gioca molto a favore della suspense e dello straniamento che proverà il lettore una volta scoperti moventi, colpevoli e retroscena.
La bravura della Rambaldi e di ricreare quel mondo con spontaneità, anche con l’uso sapiente di termini dialettali locali senza risultare astrusa o incomprensibile, e quindi ha fatto proprio un approfondito lavoro sul testo, poi anche evocando nomi di detersivi, di medicine, di canzoni, di riviste.
Le forze dell’ordine in questo romanzo non brillano per acume e perspicacia, anzi son proprio dei posapiano che invece di indagare sui vari casi preferiscono andare a prendersi un caffeuccio al Trombini, il bar della zona.
Brisa è il cuore dell’azione, e lei che cerca (perquisendo la stanza di Lucianino, cosa che le forze dell’ordine non fanno convinti che sia solo una bravata e torni presto con le sue gambe) e lei che risolve in un certo senso il “caso”. Rischiando molto in prima persona ma vincendo l’amore di Primino, quindi riappropriandosi di tutto quello che la vita sembrava averle tolto. È un personaggio femminile molto forte, vincente, la scarsa avvenenza è compensata da un carattere ruvido ma dolce e sensibile, molto altruista, io non so voi ma io me la immaginavo come Rossy de Palma, la musa di Almodóvar, con i suoi occhi bellissimi. E se mai ci sarà una trasposizione cinematografica trovare un’attrice adatta sarà veramente complicato.
Allora che altro, è un libro che vi consiglio, poi mi saprete dire. Disegno di copertina Pompeo de Vito.

Paola Rambaldi, Originaria di Argenta (FE), attualmente vive a Castello di Serravalle (BO). Ha iniziato a scrivere racconti casualmente partecipando a concorsi letterari e vincendone una sessantina in quattro anni.
Ha pubblicato: Tredici storie di Adriatico (Edizioni del Gattaccio, 2014), Bassa e nera (Pontegobbo), La fudréra (REM) e decine di racconti in riviste e antologie (Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa, Echos, Edizioni della Sera e molti altri).
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine e di libri su “Libroguerriero”.
Brisa è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall”editore al recensore. Ringraziamo l’ Ufficio Stampa.

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:: L’amore che dura di Lidia Ravera (Bompiani, 2019) a cura di Eva Dei

19 marzo 2019
L'amore che dura

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Sono passati vent’anni da quando si sono trovati nello studio di un avvocato per mettere la parola fine al loro matrimonio. Da allora Carlo ha continuato la sua carriera da regista, ma soprattutto ha girato Kids: ha ricostruito i quartieri di Roma in un teatro di posa a New York e ha rievocato sulla pellicola gli anni Settanta, quell’amore appena sbocciato e la nostalgia di un tempo che non c’è più. Lei, Emma, è rimasta a Roma a insegnare, ad aiutare i suoi “figli per finta”, ma non si è risparmiata di stroncare su una rivista online proprio quel film che lui ha dedicato a lei, a loro:

Un film sentimentale e freddo, nostalgico e inesatto, il film di un uomo maturo che cerca qualcosa da rimpiangere per illudersi d’aver vissuto un’età dell’oro.”

Nonostante tutto questo, Emma è agitata la mattina del loro incontro. Si sorprende allo specchio a farsi bella proprio per Carlo. Si rivedranno dopo tanti anni ed è pronta a scusarsi di quell’articolo, anche se forse c’è qualcos’altro, qualcosa di più grande, di più importante per cui scusarsi. Trovare le parole non sarà facile, forse è per quello che ha scritto una lettera e sempre per lo stesso motivo ha infilato nella borsa di tela anche alcuni dei suoi quaderni, quelli che compila da anni, dove annota tutto quello che le succede e che le passa per la testa. Magari le parole impresse sulla carta la aiuteranno a farsi capire. Nello stesso momento Carlo si è già pentito di tutto: di essere tornato in Italia e di aver dato quell’appuntamento a Emma; però è già là al tavolino del bar ad aspettarla e quando la vede sulla stessa bicicletta nera non può fare a meno di sorriderle.
Da quell’esatto momento il tempo narrativo va in frantumi e ci ritroviamo tra le mani una storia che salta tra passato e presente. Il passato scorre fra le pagine dei quaderni di Emma, salta da un ricordo a un altro; la scrittura intima della Ravera ci fa sentire un po’ come degli intrusi che spiano un diario segreto. Fin dall’inizio si avverte il peso di un segreto nascosto nell’animo della protagonista, che solo la lettura di quei diari potrà svelarci, ma l’autrice è brava ad orchestrare il tempo narrativo, tanto da non farci staccare dal romanzo fino alla fine.
La storia di Emma e Carlo è la storia del primo amore, di due ragazzi di sedici anni legati da un sentimento travolgente, assoluto.

“Posso chiederle che cosa rappresenta questa persona per lei?”
“L’amore. L’amore della mia vita.”
“Il primo amore?”
“Non ce n’è mai un secondo, ti innamori quando è il momento giusto per innamorarti. E ce n’è uno solo, di amore, nella vita.”
“E posso chiederle qual è questo momento?”
“Presto, molto presto, a sedici anni, a tredici…prima che la vita cominci.”

Proprio la vita si mette in mezzo, soprattutto quando si è così giovani. Crescendo si definisce il carattere, la personalità si plasma e non è raro che accada quello che descrive l’autrice: si finisce per andare avanti a ritmi differenti, desiderando o dando priorità a spinte diverse che portano inevitabilmente ad allontanare due strade che sembravano intrecciate. Spesso l’amore non basta, ma in questo caso Lidia Ravera decide di raccontare un legame che non si esaurisce nonostante la distanza e il dolore, subito o inflitto che sia.

“A parlare sono capaci tutti. Noi dobbiamo essere più bravi. Perché lo sappiamo che litigare è parlare da soli. Perciò. Abbiamo parlato da soli per tutta la notte e adesso andiamo a tacere insieme.”

Lidia Ravera è nata a Torino. Ha raggiunto la notorietà nel 1976 con il suo romanzo d’esordio Porci con le ali, manifesto di una generazione e longseller con tre milioni di copie vendute in quarant’anni (oggi disponibile nei Tascabili Bompiani e in versione graphic novel sempre presso Bompiani). Ha scritto trenta opere di narrativa (gli ultimi tre romanzi, Piangi pure, Gli scaduti e Il terzo tempo, sono nel catalogo Bompiani). Ha lavorato per il cinema, il teatro e la televisione. Da Piangi pure è stato tratto lo spettacolo teatrale Nuda proprietà, per la regia di Emanuela Giordano, con Lella Costa e Paolo Calabresi.

Source: richiesto all’editore, che ringraziamo.

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:: Il silenzio che rimane di Matteo Ferrario (Haper Collins Italia, 2019) a cura di Eva Dei

10 marzo 2019

Il-silenzio-che-rimane_hm_cover_bigDopo un periodo di separazione Davide e Valentina sono alle prese con un lento tentativo di rimettere in piedi il loro matrimonio. L’estate è agli sgoccioli e i due rubano ritagli di tempo alle loro giornate e al loro lavoro per passare qualche minuto insieme. Il 26 agosto, la data che Davide non scorderà mai più, i due si trovano in un Hot Mugs di Milano per la pausa pranzo. Neanche mezz’ora dopo entra nel locale un adolescente qualunque e discute animatamente con la cameriera al banco. In realtà quel ragazzo all’apparenza così comune è Rasib Anwar e il suo nome riecheggerà per gli anni a venire in tribunale, su giornali, televisioni e social come il nome del sequestratore dell’Hot Mugs.
In quella caffetteria, insieme a Davide e a Valentina ci sono altre diciannove persone: vite che corrono su binari diversi, alcune sono intrecciate tra loro, come quelle dei protagonisti, altre no, ma tutte per un giorno si bloccano, prigioniere dietro le porte a vetri di un locale a marchio americano.
Matteo Ferrario torna sugli scaffali delle librerie dopo “Dammi tutto il tuo male” (Harper Collins Italia 2017) e si conferma un abile indagatore dell’animo umano. Se nel libro precedente la storia era più intima, racchiusa nella dimensione familiare, in questo nuovo romanzo lo sguardo dell’autore si allarga. La narrazione procede in un continuo alternarsi di passato e presente, dove i ricordi si accumulano e si riferiscono a piani temporali diversi. Parte di questi ovviamente sono legati ai due protagonisti, Davide e Valentina: il loro incontro, l’inizio della loro storia, la crisi, la consapevolezza di non poter fare a meno l’uno dell’altra e il tentativo di ripartire da zero.

«Vale, aiutami, ho bisogno di te.»
Era l’unica frase che mi girava in testa, e che fui in grado di formulare a voce alta dopo che mi ebbe chiesto perché le telefonavo.
«Mi manchi» ammise lei. «Però, Davide, ascolta» aggiunse subito dopo, come dettando la sua unica condizione per accettare di rivedermi. «Voglio tornare a quello che eravamo prima.»
A me sarebbe bastata una nuova versione di noi nel futuro, e la volevo così disperatamente che non le dissi fino a che punto si stava illudendo.
Mi limitai ad assecondarla, e riportarla da me.

Se “l’azione” della storia, quella che muove l’intera vicenda, si concretizza nelle prime 80-90 pagine, molto interessante è da quale punto di vista l’autore decide di guardare a quella che comunemente i media definirebbero “la tragedia”. Proprio a questo punto lo sguardo dell’autore si allarga e abbraccia quella che è la società contemporanea. La tragedia di Davide, ma anche di Jacopo, il compagno di Lorenzo, il responsabile della caffetteria, è una tragedia privata, che sconvolge le loro vite, rendendoli deboli, confusi, insicuri e svuotati. Invece quella sbandierata dai mezzi di informazione, dai programmi tv e ovviamente dai social trasforma il loro dolore in rabbia e frustrazione. Un dolore che dovrebbe essere privato viene osservato sotto la lente di una telecamera, pronta a isolarne dettagli, a vivisezionarne parti, per poi lasciarlo inerme tra le mani di chi è pronto a giudicarlo facendosi scudo dello schermo di un pc.

La mancanza di compassione che sentivo attorno alla fine di Valentina era come un prolungamento indefinito della follia di cui era rimasta vittima. Era come se le armi da fuoco non avessero mai smesso di sparare. Come se all’Hot Mugs fosse partita una catena umana di idiozia, che attraverso le strade e gli account personali era approdata in ogni casa, nei notiziari e format televisivi guardati con distrazione dalle famiglie a tavola. Per loro era un intrattenimento appena più accattivante del normale, un’alternativa insolita alle serie tv. Per me, invece, era la nuova realtà con cui fare i conti ogni giorno.

Ferrario mette nero su bianco il voyeurismo per le tragedie tipico della contemporaneità, la facilità con cui alcuni politici approfittano di eventi drammatici per portare acqua al loro mulino, la spregiudicatezza con cui si riesca a lucrare sul dolore. Tutto questo è accompagnato dall’assoluta convinzione da parte di molti di indossare sempre la veste del giudice, di avere cioè la piena e totale libertà di giudicare e incolpare, meglio se è possibile farlo online, tramite un account o un nickname. Una tecnologia facile e pronta a l’uso che spesso non porta a chiederci se pronunceremmo davvero quella frase ad alta voce e davanti a qualcuno; un continuo bisogno di comunicare ed esprimerci che non ci fa capire che a volte la migliore risposta davanti al dolore è un rispettoso silenzio.

Matteo Ferrario è nato nel 1975. Architetto, giornalista e traduttore, a partire dai primi anni Duemila ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie Via dei matti numero zero (Terre di Mezzo, 2002), Racconti diversi (Stampa Alternativa, 2004), Q’anto ti amo (Damster, 2014) e Biblioteca vivente. Narrazioni fuori e dentro il carcere (Altreconomia edizioni, 2016). È autore dei romanzi: Buia (2014) e Il mostro dell’hinterland (2015), usciti entrambi per Fernandel editore. Con Harper Collins Italia ha pubblicato Dammi tutto il tuo male (2017) e Il silenzio che rimane (2019).

Source: libro del recensore.

:: Il vicolo dell’Immaginario di Simona Baldelli (Sellerio 2019) a cura di Nicola Vacca

7 marzo 2019
csb

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Simona Baldelli è una scrittrice che ha una grande qualità. Riesce già dalle prime pagine a creare una forte empatia tra i personaggi e i lettori.
Nel precedente La vita a rovescio Caterina Vizzani con la sua storia incredibile e straordinaria mi aveva immediatamente colpito a lettura appena iniziata.
Così è accaduto anche per Clelia/Amalia, la protagonista del nuovo romanzo di Simona.
Questa ragazza di vent’anni che vive nella provincia emiliana entra subito nel cuore di chi si perde nella sua storia.
Simona Baldelli inventa un ritratto di donna davvero singolare, incastrata in un romanzo doppio, in cui la protagonista si troverà a vivere due esistenze.
Amalia e Clelia che sono la stessa persona, l’Italia degli anni Sessanta e Settanta e il desiderio di fuggire in Portogallo per ripensare la propria vita dopo una tragedia personale.
Il vicolo dell’Immaginario è una piccola e stretta strada di Lisbona in cui accadono cose strane rapite da una magia che mischia il mondo dei vivi con quello dei morti. Luogo che diventerà per Clelia /Amalia decisivo per la ricerca di se stessa.
Tra le righe di questo romanzo doppio si alternano le vicende di Clelia con i problemi della sua famiglia, la vita in fabbrica e la triste storia del suo grande amore.
Poi c’è la fuga a Lisbona, la voglia di ricominciare una nuova vita e le atmosfere magiche della città lusitana che faranno da cornice alla ricerca interiore e all’inquietudine della protagonista.
C’è la Lisbona di Tabucchi e di Pessoa e un mondo in cui la realtà si sposa con l’onirico. Questo accade nelle pagine portoghesi di Vicolo dell’Immaginario.
Sono emozionanti le vicende della protagonista e della sua piccola ombra che si perdono nei labirinti di una città affascinante. Lisbona con il suo carico di magia offre suggestioni forti e coinvolgenti che finiscono per affascinare il lettore e condurlo in un vortice di passioni che incantano e spiazzano.
Vicolo dell’Immaginario racconta la storia di due donne che sono la stessa persona. Simona Baldelli convince con la narrazione dei due piani temporali. Tra l’Italia e il Portogallo, Clelia che diventa Amalia tra vivi e morti, paesaggi oscurati dalla nebbia, si manifesta insieme all’ombra di se stessa con tutta la consapevolezza di donna che ha deciso di perdersi nell’inquietudine per ritrovarsi insieme al peso dei suoi ricordi senza ignorare quella lezione del passato da cui ripartire.
Lisbona, la sua storia, le sue atmosfere oniriche. Parte da qui la rinascita di Clelia/Amalia. La donna e la sua piccola ombra scoprono che ci vuole un’immaginazione per vedere un vicolo dove c’era soltanto un buco fra le case.
In quel vicolo accade di tutto: la realtà incontra la fantasia e ogni cosa si fa letteratura e vita.

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Il suo primo romanzo, Evelina e le fate (2013), è stato finalista al Premio Italo Calvino e vincitore del Premio Letterario John Fante 2013. Il tempo bambino (2014) è stato finalista al Premio Letterario Città di Gubbio. Nel 2016 ha pubblicato La vita a rovescio (Premio Caffè Corretto-Città di Cave 2017), ispirato alla storia vera di Caterina Vizzani (1735) – una donna che per otto anni vestì abiti da uomo – e nel 2018 L’ultimo spartito di Rossini.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Corpo a Corpo di Silvia Ranfagni (Edizioni e/o 2019) a cura di Federica Belleri

25 febbraio 2019

1Romanzo d’esordio per Silvia Ranfagni, scrittrice e sceneggiatrice. Romanzo potente e devastante, che racconta l’essere madre in modo diretto, a volte crudo. Beatrice si trova quarantenne a desiderare un bambino. Lo vuole davvero o lo “deve” avere perché così si fa? Beatrice non si è curata di vizi e stravizi in gioventù, ha sofferto tanto, è rimasta legata ai ricordi più brutti ma ha cercato di vivere come le pareva, scansando il dolore. Ora, non ha un uomo, non ha un compagno, nessuno che possa condividere con lei questo progetto di vita. Che fare? Lo scoprirete in corso di lettura.
Il suo Corpo si confronta e si scontra con il piccolo Corpo uscito da lei, i suoi seni lo nutrono, i suoi pianti la annullano. Cosa prova per suo Figlio, cosa vuole per il suo futuro? Ma soprattutto, cosa desidera per sé e solamente per sé questa donna? Quali sono i suoi bisogni quando la sua mente fa troppo rumore e si sente annullata?
Corpo a Corpo sbatte il lettore al muro, lo inchioda alle responsabilità genitoriali. Lo catapulta nell’egoismo necessario per sopravvivere, nel disagio delle fragilità, nella paura di non poter controllare tutto. Intanto la vita scorre in centocinquantasei pagine, questa madre evolve e si accascia su se stessa e questo bambino, che si chiama Arturo, cresce. Ottimo editing, ottima trama, ottima lettura.

Silvia Ranfagni insegna sceneggiatura e scrittura creativa alla Rome University of Fine Arts. Ha lavorato nelle troupe di diversi registi, tra cui Amelio, Bertolucci, Tornatore, e scritto sceneggiature con Verdone e Ozpetek. Corpo a corpo è il suo primo romanzo. Come tanti mammiferi, ha anche prodotto vita, un’impresa estenuante.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Il giorno in cui Lorenzo morì di Paolo Marati (Ponte Sisto 2018) a cura di Federica Belleri

5 febbraio 2019

lormorRoma non è interessata al fatto che la madre di Lorenzo abbia dato inizio alle pratiche di divorzio, come non è interessata al fatto che suo padre non lo accetti, perché ancora innamorato.
Roma non si preoccupa se Giacomo, il fratello maggiore di Lorenzo, sia gay e vicino all’anoressia. Roma, infine, rimane indifferente quando scopre che Lorenzo è epilettico …
Queste sono le basi da cui parte questa storia, raccontata con schiettezza, con un linguaggio forte e senza sconti per nessuno. Storia di giovani pseudo-intellettuali che si preoccupano solo di se stessi, ma faticano a confrontarsi nel quotidiano. Capaci solamente di discutere di ciò che hanno appreso dai libri e di poco altro. Sembrano ragazzi inadeguati e inaffidabili, egoisti e saccenti nel modo sbagliato. Fra loro c’è chi è despota e arrogante, chi è irascibile e manesco, chi vuole piacere a tutti i costi ed essere accettato. In questo gruppo fa la sua comparsa Lorenzo, che li conosce tutti da diversi anni e che si trova, suo malgrado, a fare i conti con la propria sensibilità e la sua malattia. Lorenzo, che vorrebbe aiutare ma viene offeso. Lorenzo, che a volte risulta “pesante” da ascoltare ma ne avrebbe un gran bisogno.
Cosa succede nella giornata in cui Lorenzo muore? Non sta a me dirlo, ma a voi leggerlo in questo libro.
Una maniera originale per raccontare l’inquietudine, senza giudicare nessuno.
Buona lettura.

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: La figlia dell’assassina, Giuliana Facchini (Sinnos 2018) a cura di Viviana Filippini

11 gennaio 2019

la-figlia-dellassassinaLa figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini, edito da Sinnos, è un storia per ragazzi che tratta di vita vissuta nella quale il bullismo e il pregiudizio mettono in crisi i personaggi, in particolar modo la protagonista. Rachele Clarke è una ragazzina esile e molto turbata, anche se non lo dà a vedere. Lei vive in una roulotte nel giardino di Magda e Leone, amici di famiglia. Rachele ci abita con il padre Gerald e il fratellino Joshua, perché hanno dovuto lasciare la loro casa in centro a Roma. Motivo? Eva, la mamma della protagonista e proprietaria di una famosa azienda fashion di guanti per l’alta moda, in un raptus improvviso ha assassinato la sua contabile, una donna della quale Eva si fidava e che invece ha usato il capitale dell’azienda, per giocare d’azzardo. Il risultato è drammatico: un cadavere, Eva in prigione, l’azienda fallita e due famiglie distrutte. Rachele è sola, tormentata dai fatti accaduti e dalle chiacchiere continue della gente, perché tutti sanno quello che è accaduto, ma conoscono la vicenda alla loro maniera o attraverso i media e questo tipo di conoscenza è quello che li porta a giudicare senza sapere. Rachele vuole molto bene al fratellino e anche al padre, ma soffre e nessuno sembra davvero comprendere quelli che sono i suoi bisogni e i diversi pettegolezzi che girano sulla sua famiglia non la aiuteranno per niente, anzi, peggioreranno sempre più il senso di sconfitta che tormenta la ragazzina. Rachele è un po’ depressa, non dorme, così per rilassarsi legge i classici della letteratura dell’infanzia e lo fa salendo su un albero, quando la dispettosa Daria (sua coetanea) le scatta una foto all’improvviso, la posta sul web, definendo Rachele la “Ragazza Licantropo”. Un gesto, pensa Daria, banale, una mera stupidaggine, ma la bulletta della situazione non si rende conto che quella foto messa sui social trasformerà la già fragile Rachele in un vero e proprio bersaglio per la derisione e lo scherno. Tutto poi si complica perché Rachele scompare e sarà proprio Daria, ricca, viziata, insoddisfatta di tutto, a ritrovare la protagonista. Tra le due ci sarà un acceso confronto. Da una parte Daria che ha ogni cosa e non è contenta di nulla e per tale ragione la sua insoddisfazione e incoscienza la spingono a cercare l’eccesso, comprese quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua incolumità. Rachele è l’opposto ha un animo sensibile, tormentato, cerca pace nei libri e nella solitudine, vuole bene a Eva ed è consapevole che il fatto di cronaca con protagonista sua madre influenzerà per sempre loro esistenze familiari. Ad un certo punto dal dialogo delle due ragazze emerge questo:
Mia madre era una madre come le altre prima di diventare un’assassina” dice Rachele.
La mia non la sopporto. Certe volte devo tenerla lontana, altrimenti mi metto a urlare” dice Daria.
Rachele e Daria, protagonista e antagonista, sono la rappresentazione di due approcci diversi alla vita, utilizzati dall’autrice per mettere in scena i tormenti e le insicurezze degli adolescenti alla ricerca del loro posto nel mondo. Giuliana Facchini affronta con tatto sensibile e attenzione i temi del bullismo, del rapporto conflittuale che i figli hanno con i genitori e anche con i loro coetanei (non sempre veri amici), la paura del domani visto come un qualcosa di sconosciuto e indefinito. Non solo, perché attraverso la storia di Rachele e Eva, l’autrice ci mostra quanto i pettegolezzi, le chiacchiere di paese e i media (giornali, tv, web) manipolino la realtà delle cose, facendo passare dei messaggi non sempre veritieri, scatenando spesso giudizi e pregiudizi che possono ledere i protagonisti della vicenda. “La figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini è un po’ un giallo, ma è anche un romanzo di formazione e di riflessione sulla contemporaneità dove non sempre tutto è certo e dove non sempre le persone e le cose sono davvero quello che sembrano.

Giuliana Facchini è nata a Roma. Qui ha frequentato la facoltà di Lettere e ha ottenuto un attestato della Regione Lazio come Segretaria di Edizione Cinematografica. Ha seguito corsi di recitazione e doppiaggio ed è stata interprete di teatro amatoriale e semiprofessionale, occupandosi anche di teatro per ragazzi. Ha vissuto a Roma e a Lussemburgo e ora abita in un paese tra Verona e il Lago di Garda. Da anni scrive libri per ragazzi. Ha vinto nel 2008 il “Premio Montessori”, nel 2012 il “Premio Arpino” e nel 2015 il “Premio Giovanna Righini Ricci”.

Source: grazie a Emanuela Casavecchi e all’ufficio stampa Sinnos.