Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Precipitare di Luisa Bolleri (Leonida Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

11 aprile 2019
cop luisa

Clicca sulla cover per l’acquisto

Scrivere è uno dei modi che abbiamo per sopravvivere alla realtà. Luisa Bolleri conosce bene questa verità amara e nei suoi racconti entra a gamba tesa con disincanto nel peso tragico dei nostri giorni mettendo nero su bianco, senza alcuna finzione, tutto il disagio e la difficoltà che essi comportano.
Precipitare (Leonida edizioni, pagine 171, euro 14) è il titolo del suo nuovo libro. Ventuno racconti dedicati alle cadute esistenziali e sociali della nostra epoca.
La scrittrice entra nell’attualità dell’abisso dei nostri giorni e con spirito incisivo di denuncia ne racconta la devastazione e il delirio.
Con l’immanenza del testimone, Luisa Bolleri scava nella cronaca poco rosa dei nostri giorni difficili assediati dalla crisi economica e morale e nelle sue storie racconta di uomini e donne in difficoltà, toccando i temi più caldi dell’attualità.
Pedofilia, violenza sulle donne, disagio sociale, la difficile vita degli anziani e dei disabili, lo squilibrio mentale.
Con sensibilità l’autrice inventa dal vero le storie che tutti i giorni leggiamo sui giornali. Con una scrittura essenziale e molto minimalista Luisa Bolleri racconta in queste pagine le contraddizioni sociali di questo nostro Paese che sta precipitando nel baratro.
Alcune racconti sono liberamente ispirate a storie vere. Luisa Bolleri ha scritto Precipitare con tutta l’indignazione della scrittrice che ha l’intenzione di lasciare una testimonianza. Scrive perché non si rassegna, odia l’indifferenza e intinge la pena nella carta sporca di questi giorni da cui non arriva niente di buono.

«I giorni divengono voragini dove la vita non attecchisce più, dove trovano spazio l’apatia e l’inerzia, lo smarrimento persino la follia».

Queste parole che Luisa scrive nel bellissimo racconto dedicato al terremoto che ha devastato L’Aquila dieci anni fa sono la fotografia del nostro precipitare in un abisso che non è mai colmo di disperazione, di ingiustizia con cui ogni giorno facciamo i conti.
Precipitare è il ritratto di un Paese in cui la vita non conta più niente e che ha perso il futuro nel massacro di un presente che non sembra più avere ragioni di vita.
Luisa Bolleri con questo libro lascia una traccia importante. La sua è una testimonianza civile che non ci lascerà indifferenti
In queste pagine la donna e la scrittrice denunciano questo cortocircuito di umanità in cui siamo precipitati e ci dice che da questo precipitare sarà difficile rialzarsi.

Luisa Bolleri è nata a Fiesole e vive a Empoli con la sua famiglia. Scrive racconti, romanzi e poesie. Apprezzata dalla critica, è stata premiata in vari concorsi. Collabora a riviste culturali ed è membro di giuria in premi letterari. Ha già pubblicato: Quella Notte (2011), L’incubo (2013), Il tunnel (2013), Pioggia (2015), Il presagio (2015), Il vento e il silenzio (2016). Precipitare (2019) è il suo ultimo libro, una selezione di 21 racconti dedicati al nostro tempo.
L’autrice ama affrontare temi forti, nei quali emerge tutto il disagio del nostro vivere. Insegue il dolore assoluto, generato da situazioni che trafiggono a morte gli ultimi residui di umanità ancora presenti nella società, ormai deprivata di sentimenti e senso morale.

Source: dono dell’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Nel grande vuoto di Adil Bellafqih (Mondadori 2019) a cura di Alexander Recchia

11 aprile 2019
978880470927HIG-312x480

Clicca sulla cover per l’acquisto

La storia è ambientata a Roma nell’era cosiddetta Post-Crollo. Questo, di cui viene lasciato al lettore intendere cosa possa essere, ha creato una cesura netta con il passato. In questo presente gli individui hanno perso la loro reale identità a scapito di avatar in Realtà Aumentata. Nel mondo che viene presentato, gli esseri umani-avatar sono connessi tra di loro, tramite un innesto spinale, in unica rete detta Aion. Così collegati, sperimentano una vita fittizia fatta di un’apparenza costruita a pagamento secondo le loro necessità e desideri. Le sensazioni e sentimenti vissuti non sono reali, ma sono frutto di una proiezione mentale. Niente è come è, ma solo come appare. In questo scenario si svolgono le vicende di Nel grande vuoto. Il protagonista del romanzo è Meister Eckhart, un debunker, ossia una sorta di investigatore privato che cerca di trovare la verità sommersa dietro la miriade di informazioni contraffatte della rete. Possiede un “potere speciale”, un malfunzionamento del suo collegamento all’Aion gli permette, tappandosi l’occhio destro, di cogliere l’essenza dietro il velo della realtà aumentata. Questa speciale abilità fa si che sia cosciente della finzione che vive quotidianamente e che proprio per questo sia consapevole del suo essere maschera. Verrà ingaggiato per indagare riguardo ad un sanguinoso omicidio, ma sarà proprio questo caso a cambiare definitivamente la percezione di sé stesso.
Con il suo romanzo Adil Bellafqih mette violentemente in risalto alcune importanti riflessioni riguardante un possibile futuro del genere umano. Un futuro allarmante verso cui stiamo correndo forse in maniera inesorabile. La vita camuffata dietro una maschera virtuale e sociale, che si fonde simbioticamente con noi e sostituisce i veri rapporti umani con relazioni di facciata. L’influenza della cultura di massa nell’inconscio collettivo che ci bombarda di informazioni, anche inutili, facilmente contraffabili e malleabili, alterando il giudizio individuale. Tutto ciò rende uno sforzo quasi titanico l’emanciparsi umanamente cogliendo la vera essenza del mondo, squarciando, come fa Eckhart, l’Aion-Noia corrispondente ella miriade di beni materiali superflui e contingenti dietro al quale nascondiamo la nostra reale volontà di vivere.

Adil Bellafqih è nato nel 1991 a Sassuolo, dove vive. Dopo un triennio concluso su Stephen King, ha conseguito la laurea in Filosofia a Parma con una tesi sulla pulsione creativa, ispirata a Nietzsche e a Jung. Nel grande vuoto si è aggiudicato la menzione speciale della giuria alla XXXI edizione del Premio Calvino. Ha pubblicato numerosi racconti partecipando a vari concorsi letterari.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Anita di Alain Elkann (Bompiani 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2019

AnitaIeri sera, mentre un pianista giovane e di talento suonava Ravel nel salotto di una casa privata, pen­savo che morire vuol dire abbandonare gli amici, la vita, la musica.

Lungo monologo, forse più un racconto lungo che un romanzo, Anita è l’ultimo libro di Alain Elkann, uscito per Bompiani.

Mi chiamo Milan perché mia madre aveva una passione per i libri di Milan Kundera, ma siccome suo fratello, che si chiamava Misha, era stato ucciso in un campo di sterminio, mia madre mi ha sempre chiamato Misha, e così sono diventato per tutti Misha. Il mio nome si può scrivere in molti modi diversi, a seconda delle lingue. Io preferisco scriverlo Misha.

Così inizia, portandoci nella vita del protagonista, Misha, un uomo per cui la famiglia, come ogni ebreo, credente o no, resta la cosa più importante, l’ossatura, lo scheletro di tutta una vita. Scrittore, padre, nonno, viaggiatore, Misha racconta del suo incontro in età matura con una donna, Anita, di cui si innamora, ricambiato, e con cui si accompagna per qualche tempo.
Un amore destinato a finire, come tutti gli amori del protagonista, ma nello stesso tempo capace, nel breve tempo del suo svolgersi, di guidarlo in una delle scelte più difficili che la vecchiaia ci impone: come e dove essere seppelliti.
Anita vuole essere cremata, come suo padre e sua madre prima di lei, Misha è incerto, valuta anche la cremazione, ma per un ebreo anche solo l’idea di un tempio crematorio credo porti con sé ricordi se mai ancora più dolorosi della morte stessa.
Ridurre un cadavere in cenere diventa quindi rappresentazione di un’assenza, di un annullamento totale che il protagonista rifiuta, decidendo alla fine per una sepoltura tradizionale, accanto a suo padre nel cimitero parigino di Montparnasse.
Possono sembrare elucubrazioni oziose, e un po’ macabre, ma il tono lieve, l’ironia per le pratiche burocratiche a questo rito legate, la capacità di commozione che scaturisce dal suono della recita della preghiera dei morti ebraica, tutto concorre insomma a velare di malinconia la certezza che tutti moriremo, tutti smetteremo di essere cosa gli amici, i genitori, i compagni, i figli, i nipoti conoscono di noi.
Cosa sarà della nostra anima, di quel flatus vitale così effimero, resta un mistero. Ma per chi non crede a una vita dopo la morte l’importanza di un luogo dove i nostri amici, i nostri cari possano avere un segno tangibile del nostro passaggio su questa terra, resta un’esigenza forse ancora più necessaria. Un luogo dove possano pregare, anche se vogliono. Conforto più per i vivi che per i morti, ormai altrove, lontano o vicino non è dato sapere.
Pensare alla morte non credo sia così infrequente, tutti bene o male ci poniamo il problema di cosa ne sarà delle nostre spoglie mortali, quando saranno gli altri a doversene occupare, e noi non avremo più alcuna voce in capitolo. E proprio questa debolezza, questa fragilità credo ci accomuni più o meno tutti.
Ricordo le vivaci discussioni con mia madre, lei per la cremazione, sebbene cattolica, io incerta, forse più propensa a mantenere l’integrità del cadavere almeno finchè il disfacimento non arrivi in modo naturale, temendo, forse inconsciamente, che qualcosa dell’anima resti nel corpo dopo morti e possa soffrire nella combustione. Lo so è sciocco, quando si è morti si è morti.
Ora ho le ceneri di entrambi i genitori in salone, e per ora nessun parroco è venuto a reclamarle, anche se in effetti il tempo del distacco è passato e forse sarebbe giunto il momento che fossero messe in un luogo dove tutti possano appunto fermarsi a pregare, se vogliono, o per un saluto.
Mia madre avrebbe preferito che le sue ceneri fossero disperse nel suo giardino, come humus per le sue amate rose, i suoi fiori, le sue piante dove era stata felice e aveva goduto un po’ di pace, la cosa più vicina al Paradiso che potesse immaginare, ma sembra che in Italia non sia così facile disperdere le ceneri, e sia tassativamente vietato farlo nel proprio giardino. Per ora noi figli non abbiamo ancora infranto alcuna legge. Né penso la infrangeremo con buona pace dei ligi censori.
Comunque insomma la lettura di questo libro ha risvegliato anche miei ricordi personali, e la cosa mi ha fatto sorridere più di una volta più che rattristarmi. Potere dell’umorismo yiddish di cui il libro è intriso (pensate ai paradossi burocratici di dover dimostrare di essere figli di qualcuno per potere essere sepolti in un dato cimitero).
Anita, seppure nella sua brevità, resta una storia delicata e nello stesso malinconica che termina a Gerusalemme, la città dalle molte confessioni, la città in cui Dio sembra di casa:

Dopo sono andato a piedi per le vie in salita della città verso la Porta di Jaffa. Ho attraversato il quartiere arabo, il quartiere dove c’è il Santo Sepolcro e il quartiere armeno. Camminando ho provato nostalgia, tristezza, perché per le strade di Gerusalemme avevo camminato varie volte con Anita. Quattro anni prima eravamo venuti a stare lì per qualche mese. Era come se ogni pietra, ogni luogo, ogni negozio mi facesse pensare a lei. Camminando per le strade di Gerusalemme ho sentito che qualcosa di forte mi lega a quella città, a quelle religioni diverse, alle campane, alle preghiere. Una città governata dalle religioni, che sono tutte volute e fondate dagli uomini, ma è come se a Gerusalemme vigilasse la presenza di Dio, che è il Dio di tutte le religioni.
Anita si farà cremare e le sue ceneri verranno sparse nel luogo che sceglierà. Io andrò a Parigi, nella tomba di mio padre. Per ora i nostri destini si sono separati e dopo tante discussioni c’è bisogno di silenzio. Ed è così, in silenzio, a Gerusalemme, che finisce questa storia.

Se vi capiterà di leggerlo saprete dirmi, l’autore pur parlando di temi così difficili in un contesto sociale privilegiato, (ma passare l’infanzia in una pensione con una governante non è una cosa che invidierei) adotta uno stile semplice, in cui si evince una certa esigenza e ricerca di verità, di autenticità, che è la caratteristica principale della sua intera produzione letteraria.
Quanto questo testo sia autobiografico non lo so, conosco troppo poco l’autore, ma sicuramente molte riflessioni a margine sono vere, e inducono a riflettere anche il lettore.
Si legge velocemente, poco meno di cento pagine. Non così banale e superficiale come si possa pensare. Un lungo flusso di coscienza in cui ricordi, nostalgie, rimpianti, interrogativi di una vita si susseguono. Quasi un bilancio esistenziale, un testamento.
A fine lettura ci si sente un po’ storditi, ma è un attimo, si chiude il libro e la vita continua. Nota a margine bellissima la copertina.

Alain Elkann è nato a New York nel 1950, con Bompiani ha pubblicato molti libri, fra cui lo scorso anno la riedizione di Vita di Moravia, Piazza Carignano, Il padre francese, I soldi devono restare in famiglia e il romanzo più recente, Il fascista.

Source: pdf inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Bompiani.

:: Una volta è abbastanza di Giulia Ciarapica (Rizzoli 2019) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2019
Una volta è abbastanza

Clicca sul link per l’acquisto

Casette d’Ete è fatto per il novanta per cento di silenzio.

L’Italia del secondo dopoguerra; la voglia di farcela di uscire dalla povertà e dalla fame grazie al lavoro; la rinascita dell’artigianato e delle piccole aziende manifatturiere legate alla lavorazione del pellame e alla fabbricazione di scarpe; la fantasia, la creatività, l’ingegno, il coraggio che hanno fatto grande la moda italiana; un piccolo borgo delle Marche; due sorelle diversissime ma unite da un amore più forte dei rispettivi difetti, sono al centro del bellissimo romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica, appassionata bookblogger e promotrice culturale, una delle più conosciute credo in Italia.
Sapevo che sapesse scrivere ma non mi aspettavo una cosa del genere, veramente sono ammirata e stupita, soprattutto per la maturità compositiva di quest’autrice che possiamo definire giovane, classe 1989.
Giulia ha una scrittura antica, mi ha ricordato incredibilmente Natalia Ginzburg, e un suo libro precedente a Lessico Familiare, Tutti i nostri ieri, e infatti l’ho ripreso e ne ho rilette alcune pagine. La Ginzburg parlava della borghesia nascente torinese, l’ambiente popolare della Ciarapica è un po’ diverso ma lo spirito è lo stesso, come l’utilizzo di un linguaggio semplice, immediato, anche poetico capace di evocare nel lettore sentimenti forti, universali, veri.
Non sto esagerando, provate a leggerla e vi accorgerete di cosa intendo. Ha un grande talento questa ragazza, davvero, la sua scrittura non appare né immatura e né esitante, né tanto meno stucchevole, anzi è molto consapevole delle sue qualità e potenzialità, però non cade nell’arroganza, o in quello sfoggio autocompiaciuto di bravura che può risultare fastidioso, grazie a una certa dolcezza espositiva che ha un effetto straniante.
Ripeto, ha grandi qualità davvero questa autrice, l’uso del dialetto che se vogliamo segue il solco di molta narrativa italiana che vide in Pasolini il più tenace difensore, l’avvicina a una recente scrittrice come la Ferrante, anche lei alle prese una saga familiare, la storia di due donne forti, una fotografia dell’Italia dal dopo guerra in poi, ci sono alcune similitudini, pur tuttavia l’originalità di questa autrice sta nei dettagli, nelle sfumature, nella capacità di creare comunione, solidarietà per i personaggi, spingendoli a parteggiare per loro, felici dei loro successi, tristi per le loro difficoltà.
Mentre la leggevo continuavo a dirmi io a scrivere così non sarei mai capace.
Dopo un romanzo così, che è il primo di una trilogia familiare che penso parli proprio della vita vera della famiglia dell’autrice, il difficile sarà restare all’altezza di quest’opera, ecco questa è l’unica incognita, potrebbe essere un fuoco di paglia, ma noi ci auguriamo che così non sia, anzi io personalmente ne sono quasi certa, per cui sono molto curiosa di leggere il prossimo romanzo.
Avevo impostato la recensione in modo del tutto diverso, più come un’analisi testuale, ma ho cambiato idea e preferisco esprimervi le mie impressioni, diciamo a caldo, ci saranno sicuramente critici più competenti e abili di me che si occuperanno di questo libro e lascio a loro trovare le parole per descriverlo.
Non stupitevi se vincerà premi, o del successo che otterrà, per una volta si può dire che è veramente meritato. Brava Giulia.

Intervista all’autrice: qui

Giulia Ciarapica è blogger culturale. Scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”. Ha pubblicato Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Romolo Il primo re di Franco Forte e Guido Anselmi (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2019
Romolo Il primo re

Clicca sulla cover per l’acquisto

“Ora il fondatore deve scegliere il nome da dare alla nuova città”.
Tutti gli occhi si fissarono su Romolo, eccitati e incuriositi.
Lui esitò solo un istante, poi diede voce ai pensieri che aveva custodito dentro di sé quasi con un senso di vergogna, perché aveva pensato a come chiamare l’urbe prima ancora che gli dei lo proclamassero re.
“Chiameremo la nuova città Roma” disse, sapendo che la sua parola sarebbe stata legge.
“Roma! Roma! Roma!” iniziò a scandire la folla, con un entusiasmo nel quale si condensavano tutte le speranze per un futuro migliore.

Tra storia e leggenda, le origini di Roma, caput mundi, hanno da sempre ispirato poeti, storici, romanzieri, commediografi tutti concordi nel cercare di dare una valenza epica a una vicenda nei fatti molto scabra e violenta. Le nuove scoperte archeologiche, i nuovi studi hanno invece ispirato Franco Forte e Guido Anselmi che in questo romanzo, Romolo il primo re edito da Mondadori, pur privilegiando azione, avventura ed eroismo, hanno cercato di ricreare davvero la vita quotidiana delle popolazioni di pastori dell’alto Lazio del 700 avanti Cristo.
Il romanzo sebbene uscito quasi in concomitanza con il film dallo stesso titolo di Matteo Rovere non ha legami diretti con la pellicola cinematografica, sebbene sembra denotare un crescente interesse per quel periodo della storia, un po’ trascurato negli anni recenti.
Chi era Rea Silvia, chi era Romolo, chi era Remo, chi era la Lupa, (nella realtà una donna in carne e ossa, una prostituta, nella leggenda un animale quasi mitologico che avrebbe dovuto allattare i due gemelli salvandoli), bene o male lo sappiamo tutti dalle nostre reminescenze scolastiche, anche se la storia che Franco Forte e Guido Anselmi ci raccontano, certo drammatizzandola e prendendosi qualche licenza poetica diciamo, ha più le valenze di un dramma shakesperiano o di un tragedia greca.
La rivalità e l’amore di due fratelli molto diversi tra loro è infatti al centro del racconto, pieno di quel pathos che avvicina il lettore al mondo antico. Un mondo in cui brutalità e violenza sembrano la norma, sebbene Romolo ne esca tutto sommato come un personaggio positivo: giusto, coraggioso, altruista, ingegnoso, buon padre, sovrano imparziale e illuminato.
La storia inizia descrivendo la notte in cui Rea Silvia, nobile addetta al culto della dea Vesta, (le sue vicende sono narrate nel I libro Ab Urbe condita di Tito Livio, e nei frammenti degli Annales di Ennio) fu sorpresa col suo amante, uno schiavo. La donna per salvarsi (le vestali erano tenute alla castità) dichiara di essere stata posseduta da Marte in persona, (altro elemento leggendario ripreso dalla vulgata popolare), cosa a cui i sacerdoti del suo tempio credono permettendole di portare a termine la gravidanza, fino al parto in cui darà alla luce due bellissimi gemelli, che poi i genitori adottivi chiameranno Romolo e Remo.
Lo zio di Rea Silvia, Amulio, uomo meschino e violento, usurpatore del trono di Alba Longa, per superstizione e vendetta fa uccidere la nipote e fa affidare i due bambini alla corrente del Tevere, cosa che in realtà avrebbe dovuto condannarli a morte certa. Ma uno degli schiavi a cui li affida è proprio il padre dei piccoli che si ingegna per salvargli la vita affidandoli alla protezione degli dei.
Vengono trovati in una grotta da una prostituta che li vorrebbe crescere come suoi finchè un suo cliente, un pastore di nome Faustolo, in cambio di un pezzo di bronzo e di una manciata di sale li acquista per sua moglie Acca Larenzia infelicemente senza figli.
Così prende l’avvio una storia si può dire leggendaria in cui non mancano tutte le componenti che rendevano epiche le storie del mondo antico (dalla nascita divina, al favore degli dei durante combattimenti e cerimonie, etc). Gli autori in un certo senso demitizzano la leggenda, illuminandone gli aspetti più realistici e concreti, ma la storia anche così è sicuramente eccezionale e piena di eventi singolari.
Riusciranno i due gemelli a conoscere le loro vere origini? Riusciranno a vendicare la madre e il padre? Riusciranno a punire il perfido Amulio? E soprattutto cosa portò al fratricidio?, riproposizione se vogliamo delle drammatiche vicende bibliche di Caino e Abele.
Lo stile è piano, si privilegia l’azione allo scavo psicologico, sebbene la figura di Romolo venga descritta illuminandone motivazioni e drammi personali. I dialoghi poi sono realistici e vivaci. Se amate questo tipo di romanzo, in bilico tra accurata ricostruzione storica e fantasia, dovreste trovare godibile quest’opera scritta sicuramente in modo scorrevole e professionale. Una lettura interessante.

Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Considerato uno dei più importanti autori di romanzi storici, ha pubblicato con Mondadori i due titoli della serie “Il romanzo di Roma”, Carthago (2009) e Roma in fiamme (2011), i gialli storici con protagonista il notaio criminale Niccolò Taverna Il segno dell’untore (2012) e Ira Domini (2014), oltre a Gengis Khan (2014) e al romanzo storico Caligola (2015). Nel 2016 e 2017 sono usciti Cesare l’immortale e Cesare il conquistatore, i due capitoli della saga che riporta in vita Giulio Cesare. Ha lavorato come autore delle serie TV Distretto di Polizia e RIS: Delitti imperfetti. Cura il “Giallo Mondadori” e “Urania”.

Guido Anselmi è nato a Vibo Valentia nel 1972, ma vive sulle sponde del Lago Maggiore. Laureato in ingegneria, ha vinto la trentanovesima edizione del premio WMI, indetto dalla rivista Writers Magazine Italia, ed è stato finalista al premio Bukowski 2016. Ha pubblicato diversi racconti sulla WMI, sullo speciale SF e nelle raccolte 365 Racconti per un anno di Delos Digital.

Source: libro inviato dall’autore, che ringraziamo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cioran e l’utopia. Prospettive del grottesco di Paolo Vanini (Mimesis 2018) a cura di Nicola Vacca

3 aprile 2019

cop vPaolo Vanini è uno studioso appassionato del pensiero di Emil Cioran. Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, si occupa principalmente del pensiero utopico e della scetticismo nella tradizione moderna e contemporanea.
È da poco uscito il suo saggio Cioran e l’utopia. Prospettive del grottesco. Un volume corposo e approfondito in cui Vanini affronta in maniera esaustiva l’incontro –scontro tra Cioran e il concetto di utopia.

«Questo saggio – scrive l’autore nell’introduzione- nasce dalla tentazione di considerare teoreticamente la provocatoria definizione di Cioran secondo cui l’utopia rappresenterebbe il grottesco in rosa».

Cioran definisce l’utopia come «il grottesco in rosa», ossia come una caricatura della storia umana il cui aspetto grottesco, e dunque ridicolmente mostruoso, è determinato non da un’ eccessiva presenza del male, ma da una claustrofobica onnipresenza del bene.
Partendo da questa provocazione di Cioran, Paolo Vanini indaga il ruolo giocato dalle utopie nella riflessione del pensatore romeno.
La critica all’utopia di Cioran è radicale e trova il punto più alto nell’illusione e nella menzogna della città ideale.
La critica all’utopia, scrive Vanini, a questo grottesco in rosa per cui l’avvenire sarebbe la soluzione ai nostri problemi, rientra in questa attitudine a essere forzatamente ottimisti; il che, di riflesso, significa non essere obbligatoriamente tragici.
L’autore entra nella mente e nei pensieri di Cioran scettico s e attraverso un confronto con i fondatori della tradizione utopica occidentale (Platone e More) e con i critici più scettici di tale tradizione (Montaigne, Swift, De Maistre e Fondaine) mette in evidenza, approfondendo i contenuti, l’originale posizione cioraniana sul fallimento del pensiero utopistico e di tutte le illusione rivoluzionarie da esso generate.
Cioran, lo scettico, il disilluso, il disincantato, come giustamente scrive nel paragrafo conclusivo di Histoire et utopie, solo lui poteva scrivere di non nutrire speranze nel tempo storico e nemmeno nel tempo paradisiaco.
A Cioran non appartiene nessuna età dell’oro, non è figlio di nessuna utopia e di nessun paradiso.
L’utopia con un vizio devastante del pensiero che ha ingannato per lungo tempo l’uomo inebriandolo di ideologie malsane che hanno promesso paradisi in terra, elisir di vita nuova e fantomatiche città ideali. Invece, l’utopia con i suoi meccanismi perfetti di distruzione di ogni forma autentica di libertà ha lasciato il mondo annegare nel mare del terrore.
Utopia significa da nessuna parte. Da nessuna parte siamo andati e Cioran aveva avvertito e intuito il senso della sollecitudine diabolica che le utopie manifestano verso gli uomini.
Paolo Vanini con Cioran e l’utopia ci mostra tutti gli aspetti profetici dell’immenso autore di Squartamento, che da scettico prima di tutto ha compreso anzitempo che l’utopia è un inferno che ha generato terrore facendo cadere l’uomo nel fallimento di un’illusione orrenda.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

:: La grammatica della corsa di Fausto Vitaliano (Laurana editore 2019) a cura di Fabio Orrico

2 aprile 2019
La grammatica della corsa di Fausto Vitaliano

Clicca sulla cover per l’acquisto

Fausto Vitaliano è uno scrittore versatile e curioso, oltre ai romanzi già pubblicati lo dimostrano le sue collaborazioni con Walt Disney Italia e Sergio Bonelli Editore in qualità di sceneggiatore, nonché la militanza nella critica musicale. Questo background composito e disinvolto ha sicuramente contribuito all’eccezionale riuscita del suo La grammatica della corsa (il titolo si riferisce all’hobby del protagonista), romanzo solido e appassionante, costruito con certosina precisione ma allo stesso tempo lontanissimo dalle ricette da scuola di scrittura a base di caratterizzazioni esasperate e colpi di scena dosati col bilancino.
Al centro de La grammatica della corsa c’è Martti Corvara, nobile decaduto che torna, dopo un’assenza ventennale, al paesino che gli ha dato i natali, l’immaginario Pressi del Lago. Il ritorno dell’eroe alla sua terra, nella quale si ritrova inevitabilmente straniero, è di per sé un archetipo fondante di tanta letteratura e, declinato secondo la maniera di Vitaliano, assume quasi sfumature western. Dall’Odissea di Omero al Pistolero di Don Siegel, insomma.
Martti deve fare i conti con gli amici di un tempo, tre personaggi centrali nella trama e nell’economia del libro, ma soprattutto deve risolvere il mistero che aleggia intorno alla figura paterna, il conte Corvara, personaggio bigger than life, suicida per debiti di gioco che, prima di lanciarsi nel vuoto, ha lasciato al figlio un sibillino messaggio, riguardante qualcosa di importante che doveva dirgli. Martti vive praticamente l’intera esistenza nella convinzione che quello del padre sia un suicidio simulato. A complicare le cose c’è il delitto della giovane e bella Serena, figlia dell’amico d’infanzia Uliano. La struttura è quella del giallo che Vitaliano amministra con grande abilità. Ma la suspense, che pure c’è e costringe a voltare una pagina dopo l’altra, è secondaria rispetto alle traiettorie emotive ed esistenziali dei protagonisti. L’incontro con i vecchi amici di un tempo, ormai notabili del luogo, oltremodo corrotti dai compromessi fatti per la gestione del potere, ha il sapore di una vera e propria catastrofe generazionale. La rappresentazione della classe dirigente è agghiacciante ma nemmeno il proletariato (è bene usare questi termini perché La grammatica della corsa è un libro che nemmeno per un secondo dimentica quanto le differenze di classe siano una presenza immanente e determinante nell’Italia contemporanea) ci fa una bella figura. I giacimenti di gas presenti nella zona, motore di una nuova ripresa economica e, si spera, di un futuro benessere, spingono tutti, i poveri come i ricchi, a insabbiare le indagini che potrebbero restituire giustizia a Serena e alla sua famiglia. È un quadro desolante e squallido, filtrato dallo sguardo di Martti, non un eroe ma solo un testimone smagato, forse leggermente più consapevole dei suoi amici del mutamento industriale e antropologico che, inevitabilmente, trascinerà con sé il mondo come lo si conosceva. Le ultime dieci pagine del romanzo sono insieme uno straordinario pezzo di bravura e una chiusa durissima per questa storia di amicizie tradite e territori violati. Una storia di delitti veri o presunti, di camaleontismo e sospetto al termine della quale c’è, coerentemente, l’apocalisse.

Fausto Vitaliano (Olivadi, Catanzaro, 1962) è uno degli sceneggiatori di punta di Disney Italia e in particolare del settimanale Topolino edito da Panini Comics. Ha tradotto romanzi per Rizzoli e Feltrinelli e curato alcuni volumi antologici, tra cui quello di Beppe Grillo. Ha pubblicato due saggi per ragazzi, La Repubblica a piccoli passi e La musica a piccoli passi, per Giunti, e ha scritto insieme a Michele Serra il monologo teatrale Tutti i santi giorni, prodotto dal Teatro Filodrammatici di Milano. Per Laurana ha pubblicato: Era solo una promessa, Sex Pistols, la più sincera delle truffe e Lorenzo Segreto.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Valeria Conigliaro dell’Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’annusatrice di libri di Desy Icardi (Fazi 2019) a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2019
annusatrice-di-libri

Clicca sulla cover per l’acquisto

Avete mai pensato di conoscere la trama delle centinaia di migliaia di libri che vi piacerebbe leggere solo annusandone le pagine? È quello che accade ad Adelina, la protagonista di “L’annusatrice di libri”, romanzo d’esordio della torinese Desy Icardi. Adelina ha 14 anni, vive nella Torino di fine anni Cinquanta con zia Amalia, ricca donna che non ama sprechi inutili e che è troppo concentrata su se stessa per rendersi conto quello che vive la nipote. A scuola Adelina non se la passa bene, nel senso che tutto quello che legge e studia non le resta in testa e allora diventa il bersaglio dei compagni e dei professori, padre Kelley compreso. Poi arriverà l’aiuto di Luisella e per la protagonista le cose cominceranno ad andare meglio ma, non sarà tanto l’aiuto della compagna di classe a migliorare i risultati di Adelina. La ragazzina scoprirà di avere una capacità che la rende unica, lei riesce ad apprendere le storie narrate nei libri – meglio se vecchi e antichi- solo annusandone le pagine. Il libro della Icardi è una narrazione fatta di tante storie che si intrecciano, nel senso che accanto all’avventuroso vissuto di Adelina, si sviluppa per flashback, la ricostruzione della vita della zia Amalia, da ragazza semplice arrivata a Torino negli anni Trenta, prima modista, poi innamorata di un musicista per il quale lascerà il lavoro per dedicarsi al varietà nell’attesa di sposarselo. La Storia, il Fascismo e altri ostacoli faranno prendere alla vita di Amalia una piega ben diversa da quella da lei immaginata. C’è la storia di Luisella – l’amica di Adelina- che vive con il papà affascinante ed esperto notaio, sempre impegnato a fare calcoli e a leggere libri antichi per decifrarli. Della mamma si sa poco e nulla, certo è che la donna c’è, ma non si capisce bene cosa le sia successo. C’è la storia narrata in testi di altri tempi di Santa Bibliana nata nel 1200 a Spoleto abile a leggere libri annusandoli. C’è la storia di padre Kelley amico del papà di Luisella, anche lui appassionato di letture antiche e di codici da comprendere. Saranno proprio il prete e il notaio a pensare di sfruttare il dono di Adelina per decifrare il celebre manoscritto Voynich, “il codice più misterioso al mondo”, composto in una lingua misteriosa e mai decifrato. Adelina si mostra come una ragazzina curiosa, tanto che per lei tutti i libri che le mostrano sono fonte di sapere e si lascerà trasportare dalle richieste di padre Kelley e del notaio. La protagonista annuserà libri su libri per imparare storie. Qualcosa però andrà storto e, ad un certo punto, la sete di potere e l’avidità del padre di Luisella rischieranno di mettere a repentaglio la vita di Adelina. “L’annusatrice di libri” è un romanzo nel quale ci sono tanti temi messi in campo: la voglia di conoscere per accrescere il proprio sapere, l’amore vero per la lettura e i libri, lo stimolare al leggere. A questi aspetti positivi si oppongono la smania del possedere per essere ricchi, il pensare solo a sé e non agli altri, lo sfruttare una qualità altrui per dare forma ai propri interessi. Tutti questi elementi caratterizzano la storia de “L’annusatrice di libri” e ne fanno un romanzo avvincente, nel quale sono presenti l’eterna lotta tra bene e male, ma anche il contrasto e conflitto tra innocenza del mondo infantile e malizia cinica di certi adulti con i quali la giovane Adelina dovrà fare i conti. “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi è un romanzo dinamico, avvincente e curioso, che punta a stimolare la passione per la lettura e per i libri, perché essi sono un po’ come le persone, devono essere conosciuti amati e rispettati.

Desy Icardi è nata a Torino, città in cui vive e lavora, è formatrice aziendale, attrice e copywriter. Nel 2004 si è laureata al DAMS e dal 2006 lavora come cabarettista con lo pseudonimo di “la Desy”; è inoltre autrice di testi teatrali comici e ha firmato alcune regie. Dal 2013 cura il blog “Patataridens”, espressamente dedicato alla comicità̀ al femminile.

Source: richiesto dal recensore all’ufficio stampa Fazi. Ringraziamo Cristina per la gentilezza e la pazienza.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La Battaglia Suprema – Un’avventura Fortnite non ufficiale di Alberto Forni (ElectaJunior 2019) a cura di Davide Mana

1 aprile 2019

1Il fenomeno della gamelit è forse il primo “genere letterario” del ventunesimo secolo.
Prima non esisteva nulla di simile. Alcuni pensano ai vecchi tie-in prodotti a corollario di popolari giochi di ruolo, La Saga di Dragonlance  è un bestseller ed il capofila di quello specifico sotto-gnere del fantastico.
Ma con i vecchi romanzi di Dragonlance, o di Forgotten Realms, o con la colossale produzione di cicli narrativi legati a Warhammer 40.000, il meccanismo era semplice: si trattava di romanzi che esploravano un’ ambientazione che era stata sviluppata, all’origine, per essere lo sfondo di un gioco di società . E se è vero che l’azione nei romanzi emulava le situazioni che i giocatori potevano trovarsi ad affrontare, la realtà ludica era lasciata in ellissi. Forse con la sola eccezione di Azure Bonds e dei suoi seguiti (Kate Novak & Jeff Grub, 1988), in nessuno dei romanzi si faceva riferimento esplicito al gioco, alla nostra realtà .
Era possibilissimo leggersi uno qualunque dei romanzi di una delle serie citate (o di molte altre), senza aver mai giocato una sola partita al gioco relativo, e senza perdersi per strada alcunchè.
La gamelit è qualcosa di diverso. Sono storie di giocatori scritte da giocatori per un pubblico di giocatori.
Raccontano di personaggi che giocano all’interno di un certo gioco – di solito un videogioco – e quindi gioco e narrativa diventano indissolubili.
Un non giocatore si trova perso, disorientato, davanti a queste narrative che usano il gergo – dei giocatori in genere e del gioco specifico – e che riversano sul lettore continui riferimenti alla gamer culture ed al “mythos” del gioco specifico.
E in effetti sembra quasi che in questo risieda anche la differenza “ideologica” fra i vecchi tie-in dei giochi di ruolo e la moderna gamnelit. I vecchi romanzi miravano ad esplorare ed espandere l’ambientazione, ampliandone il mito, alimentando l’immaginazione dei lettori/giocatori. La gamelit sembra tesa soprattutto a rafforzare e canonizzare il mito, e a confermare gli iniziati nella loro fede.
Questo per dire che La Battaglia Suprema, di Alberto Forni, è un libro con un target molto specifico.
Giovani lettori, certo (pubblica ElectaJunior), ma anche e soprattutto fan e giocatori di “Fortnite”, uno dei più popolari giochi online degli ultimi anni.
Col videogioco, il romanzo di Forni condivide i ritmi sincopati, il linguaggio spezzato e frenetico, l’azione “in soggettiva” che il lettore può sperimentare attraverso quattro personaggi impegnati ciascuno nella battaglia più attesa dai fan, nel 2012 – un altro frammento del “mythos” di “Fortnite” che potrebbe destare una certa perplessità  in un non-iniziato. Ciascun protagonista ha una sua serie di caratteristiche e fornisce in capitoli alternativi il proprio punto di vista sull’avventura. Molto opportunamente i capitoli sono stampati su pagine dai colori diversi a seconda del personaggio.
Non c’è dubbio che un appassionato del gioco si riconoscerà  in almeno uno dei protagonisti, e si appassionerà  alle avventure, all’azione, alle sfide superate nelle sei ore al cardiopalma della Battaglia Suprema.
Per un lettore che non abbia idea di cosa sia “Fortnite”, il romanzo potrebbe risultare quantomeno ermetico. Molte delle scelte grafiche potrebbero risultare irritanti.
Perchè ci sono frasi in evidenza?
Che senso hanno quei personaggi presi dalla cultura pop e spiattellati a illustrare le pagine?
Ma esiste davvero il rischio che un non-iniziato acquisti o legga questo libro?
È abbastanza improbabile.
E se dovesse succedere, è possibile, anzi probabile, che i non iniziati accusino un forte mal di testa per il sovraccarico di stimoli, e tornino a leggersi i loro romanzi sulla Horus Heresy o le avventure di Gotrek e Felix. Questo, dopotutto, non è un libro per loro.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa ElectaJunior.

:: Sotto il cielo dell’Australia. Tra città e deserti del continente down under di Mauro Buffa (Ediciclo 2018) a cura di Daniela Distefano.

1 aprile 2019

AUSTRALIA“Uno scossone mette il treno in movimento. Sento nella pancia quel piacevole formicolio che annuncia l’inizio del viaggio. Non importa se mi trovo a Perth e mi attende una lunga traversata, capita anche che se devo andare dalla mia città a quella più vicina. Una partenza è sempre un inizio, la promessa di trovare qualcosa”.

“Conversiamo e guardiamo dal finestrino un paesaggio a volte coperto da una bassa vegetazione a volte completamente spoglio ma sempre dai colori intensi. Giallo, ocra e bianco sotto l’azzurro di un cielo senza nuvole”.

Queste sono parole ed impressioni di Mauro Buffa che ha intrapreso un viaggio singolare (ma in compagnia) con l’obbiettivo di raggiungere il cuore dell’Australia. Ha attraversato così il Nullarbor Plain (uno dei più vasti deserti australiani) a bordo dell’Indian Pacific, il treno che va dall’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico percorrendo la seconda ferrovia più lunga del mondo dopo la Transiberiana. E’ approdato nelle grandi città dove ha incontrato emigranti di ieri e giovani lavoratori di oggi in cerca di un’alternativa alla crisi europea. Ha fatto tappa in cittadine anonime dove si comprende il concetto di “no culture land”. E infine è arrivato nel red centre del continente a Uluru, il luogo simbolo sacro agli aborigeni. Una volta a Melbourne ha fatto un bilancio su quanto visto e vissuto: città costiere modernissime e con alta qualità della vita, territori interni isolati e desolati, il triste declino del popolo aborigeno.
A Sydney, Mauro si è reso conto che:

L’Australia è una terra che dalla sua prima colonizzazione ha accolto gente da tutto il mondo. Nei quartieri periferici di Sydney le nazionalità, la cui prima lingua non è l’inglese, sono parecchie decine. I nuovi immigrati oggi provengono principalmente dai vicini paesi asiatici e passeggiando proprio dietro al Wesley College in King Street, la via che delimita la zona universitaria, lo si nota dai negozi e dalle facce dei passanti”.

Una vecchia questione è se L’Australia sia in Asia o in Occidente:

Niente fusione o melting pot all’americana, ma piuttosto un salad bowl, un’insalata dove gli elementi, pur se bene mescolati, mantengono la loro individualità”.

L’autore si è chiesto poi se

Negli ultimi anni il modo di sentire il viaggio è cambiato. La tentazione di raccontare se stessi attraverso i social network è forte. Come lo è comunicare via Skype. Condividere immagini ed emozioni può essere generosità o snobismo, superficialità o racconto in presa diretta. L’esperienza esclusiva e intima del viaggio ne esce impoverita, ma è lo Zeitgeist, lo spirito del tempo che fa sentire ognuno come un inviato speciale nel mondo”.

Infine, uno speranzoso Epilogo:

L’Australia mi suscita sentimenti contrastanti soprattutto sotto l’aspetto umano. E’ la terra sottratta agli aborigeni, ma anche il nuovo mondo per uomini affrancati dalle catene e immigrati in cerca di fortuna. E’ un grande esperimento sociale e forse la speranza che genti di lingua, razza e cultura diverse possano convivere in pace. Se ha funzionato in Australia, magari funzionerà anche in Europa”.

Sotto il cielo dell’Australia” (Ediciclo) è un volumetto accattivante che possiede misura, equilibrio ed un pizzico di verve (soprattutto quando racconta la disavventura di essere punto da un ragno, fortunatamente innocuo), lo consiglio vivamente perché tralascia cliché e altre convenzioni geografiche per farci esplorare una Regione della Terra ancora oggi per noi misteriosa, affascinante ed immensa.

Mauro Buffa è nato e vive a Trento. Ha lavorato come giornalista e ha scritto reportage di viaggio. Ha compiuto viaggi in bicicletta attraverso l’Europa. Dirige un istituto culturale. Con Ediciclo ha pubblicato “Sulla Transiberiana. Sette fusi orari, 9200 km, sul treno leggendario da Mosca al mar del Giappone (2010)” e “Sulla Transmongolica. Oltre 9000 km in treno da Mosca a Pechino sulle orme di Gengis Khan (2012).” Nel 2015 è uscito “Usa coast to coast. Da New York a San Francisco in Greyhound attraverso quindici stati, quattro fusi orari e un uragano“.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Sarah e Alice dell’Ufficio Stampa “Ediciclo”.

:: Felice e freelance – Manuale di sopravvivenza fuori dal posto fisso (Morellini Editore 2019) di Sara Pupillo a cura di Giulietta Iannone

29 marzo 2019
Felice e freelance

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il mondo del lavoro sta cambiando, stati e governi faticano a capirlo e a creare leggi e regolamenti ad hoc, ma i giovani (e anche i meno giovani anagraficamente, ma giovani in spirito) sanno che le nuove tecnologie, la diffusione di internet, la crisi economica globale e tutte le problematiche che la società di oggi deve affrontare hanno modificato non solo la vita quotidiana delle persone ma anche la dimensione lavorativa e produttiva. Se una volta il mito del posto fisso resisteva, oggi è tutto più fluido, più settoriale. Il segreto è specializzarsi, fare qualcosa meglio e più professionalmente degli altri, questo ti dicono gli esperti motivatori dei centri per l’impiego. Quindi studiare, leggere, osare. Buttarsi in campi insoliti, creare professioni che un tempo non c’erano, seguire i propri sogni per quanto folli. E l’esercito dei freelance ha preso questi consigli alla lettera. Sempre più giovani aprono Partita Iva e diventano datori di lavoro di sé stessi. Imprenditori, artisti, creatori, esperti di marketing, web writer pubblicitari, fotografi, l’esercito dei freelance è variegato e agguerrito. Tutti possiamo diventare freelance? Forse no, ci vogliono alcune doti e caratteristiche caratteriali che rendono possibile sopravvivere in un mondo molto competitivo, e privo di grandi certezze. Ogni mese si costruisce qualcosa che per quanto lo si pianifichi non è mai scontato. Un mondo difficile, dove è molto raro trovare bussole affidabili, stelle polari che ci guidino verso l’agognata indipendenza economica. Ben vengano dunque i manuali che ci danno qualche lume, e ci raccontano la vita e le problematiche di chi ce l’ha fatta. Di chi è diventato freelance, magari lasciando il celebre posto fisso, e ora non tornerebbe più indietro. Manuali come Felice e freelance – Manuale di sopravvivenza fuori dal posto fisso di Sara Pupillo edito nella collana Pinkgeneration di Morellini editore. Un prezioso vademecum che leggendolo magari ci darà il coraggio di spiccare il volo, motivandoci come è meglio di molti corsi disponibili oggi. Sara Pupillo trova parole molto efficaci, innanzitutto partendo con il piede giusto e dicendoci molto chiaramente che lavorare in autonomia sì è un lavoro vero, possiamo rassicurare babbi e mamme preoccupati per il nostro futuro. I freelance sono seri professionisti, con problematiche diverse da quelle degli impiegati che possono contare su un fisso al mese ma hanno meno benefit legati all’autonomia, alla creatività, al potere decidere del proprio tempo, al potere lavorare in casa, in pigiama se se ne sia ha voglia (anche se è sconsigliabile, è sempre meglio avere una tenuta da lavoro, influisce anche sul nostro abito mentale). Sarà poi difficile dividere riposo e lavoro, perché la vita del freelance è fatta di aggiornamento continuo, di specializzazioni sempre più raffinate, di caccia ai clienti praticamente ininterrotta. Ma si può fare cosa si ama fare, viaggiare, fotografare, scrivere, cose che i nostri genitori ci hanno involontariamente dipinto come hobby. E invece possono diventare fonti di reddito e di indipendenza. Basta crederci, credere in sé stessi, nelle proprie capacità di adattamento, nella propria unicità. Sara Pupillo ci parla della sua esperienza, del tipo di percorso che ha iniziato, dell’utilità di una stanza tutta per sé quando si vuole creare il proprio ufficio in casa, introduce il termine co-working, ci parla dei benefici della libertà di essere soli, del come si trova lavoro e degli strumenti della promozione. Nel settimo capitolo poi affronta il tema più delicato, i soldi, e lo fa in modo informale e non paludato. Poi la formazione che non finisce mai, quindi studiare, leggere riviste specialistiche interviste ai guru del settore, libri, opuscoli, tutte occasioni di crescita. L’importanza di un lavoro extra come ammortizzatore e paracadute per i tempi bui, e soprattutto ci dà una lezione davvero preziosa, gli ostacoli che ci sono adesso è probabile che non ci saranno in futuro, noi stiamo costruendo il mondo del lavoro di domani. Tante storie vere, reali, esperienze di vita vissuta concludono i capitoli, e danno tanta fiducia. Loro ce l’hanno fatta, noi perché no? Tanti consigli di gente che crede davvero in quello che fa ed è felice di avvicinare a questo mondo chi ancora tentenna, o aspetta solo una piccola spinta. Dunque se state meditando anche voi di diventare freelance magari questo volumetto vi potrà essere di aiuto, o alla peggio dissuadervi per sempre. Il gioco vale sempre la candela. Se avete esperienze in merito, sono curiosa di conoscerle, scrivetele nei commenti. E se lo leggete e vi cambia la vita, venite a raccontarmelo 🙂 .

Sara Pupillo (Roma, 1972), è una lavoratrice dipendente pentita. Dopo aver lavorato nel mondo della musica per molti anni, dal 2011 ha iniziato a dedicarsi a tempo pieno all’attività di autrice freelance, specializzata in turismo. Milanese, tutte le settimane scrive anche sui suoi blog Un cicinin de Milan e PupiAdvisor e nel tempo libero insegna lingua italiana come volontaria in una scuola per stranieri. Tra i suoi libri, i più recenti sono: “Chic Low Cost” (2012, Aliberti) e “FICO!” (2016, Effequ), scritti con l’amica stylist/costumista Sabrina Beretta.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Morellini Editore by Enzimi srls.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli (Mondadori, 2019) a cura di Eva Dei

29 marzo 2019

l'inverno di GionaVincitore lo scorso 22 maggio del Premio Calvino 2018, è uscito da circa un mese nelle librerie per Mondadori L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli. La giuria, composta da Teresa Ciabatti, Luca Doninelli, Maria Teresa Giaveri, Vanni Santoni e Mariapia Veladiano, ha premiato il romanzo d’esordio dello scrittore veronese

per la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento”.

Giona vive con il nonno Alvise in un paese arroccato su una montagna. Un paese dove il cielo è sempre grigio perché la luce del sole non riesce a filtrare, dove le case sono di pietra viva, umida. Per qualche ragione inspiegabile tutti lì sembrano avere timore del vecchio Alvise, che si erge quasi a capo dell’intero paese.

Il paese funziona così e lo capisci solo se ci sei nato o se sei stato chiamato ad abitarci. Non è un luogo crudele. Non vi albergano malvagità, felicità o qualsiasi altro sentimento. Il paese si comporta come i suoi abitanti: elimina tutto ciò che non è utile o necessario alla sopravvivenza. Dalla morte di don Giovanni il paese non ha più avuto un prete. Ora è mio nonno a guidare tutto e tutti. Un pastore senza dio e senza rimorsi.

Un posto ai limiti dell’onirico, specchio e immagine dei suoi abitanti, ai cui destini sembra inesorabilmente legato. Un luogo, ma allo stesso tempo un personaggio della narrazione dal cuore pulsante, cupo, spietato e che per questo un po’ ci ricorda Le Case di Sacha Naspini.
Qui Alvise da sempre esercita con violenza il suo controllo su Giona, convinto che solo con il dolore si impara. Un’educazione instillata a suon di punizioni, ma soprattutto di pugni, calci, ferite e sangue. Ma un giorno, davanti all’ennesima sfida, qualcosa nella testa di Giona si risveglia. All’inizio è solo una voce, qualcuno con cui si confronta, qualcuno che lo spinge a riprendersi la sua libertà, la sua vita. Mettendo da parte per la prima volta la paura, quella paura che lo ha sempre accompagnato, Giona scopre qualcosa che era convinto di non avere, qualcosa di prezioso: i suoi ricordi.

“Non ho ricordi di quando ero piccolo, non ne ho nemmeno uno. Eppure deve essere stato bambino anch’io, ma di quegli anni non mi è rimasto niente. Mi ricordo di ieri, del giorno prima e di quello prima ancora. Ricordo le cose che faccio, e come devo farle ma non il momento in cui ho imparato le più importanti. Quando ho cominciato a camminare, o a parlare. Quando mi sono fatto male per la prima volta e non ho pianto. Vivo in un tempo fermo dove i ricordi non esistono, dove non esiste un prima.”

I ricordi dell’infanzia arrivano come i lampi prima di un temporale: improvvisi, scollegati, non del tutto chiari, si rivelano e prendono forma solo con il tempo. Sono però sufficienti per mettere in discussione l’autorità di Alvise, ma anche l’esistenza stessa di quel paese che sembra bloccato nel tempo; non è un caso che con la loro comparsa la montagna inizi a spaccarsi e a sgretolarsi.
Solo una resa dei conti con Alvise può essere risolutiva, solo in questo modo Giona, può uscire da questo mondo che lo imprigiona (così come il Giona biblico era imprigionato nel ventre del pesce) per tornare nel mondo reale e ritrovare il vero sé stesso.
Dopo questo confronto, il registro cambia completamente; al capitolo tredici passiamo da una narrazione in prima persona a una in terza, abbandoniamo qualsiasi ambientazione simbolica e onirica e ci ritroviamo nella concretezza di un mondo reale, ma non per questo meno angosciante o claustrofobico.
Tapparelli ci regala un capovolgimento inaspettato e ben congeniato, ma proprio quando siamo convinti di avere in mano la verità, qualcosa ci spiazza ancora. Da leggere fino all’ultima pagina.

“La realtà è migliore della malattia, dottore? E cos’è la pazzia, se non aver guardato in faccia la realtà senza mentirsi? Non ci sono cose più fragili della verità. Per questo motivo va detta a bassa voce. Le parole la sporcano, non sanno riportarla in modo fedele. La verità è fatta di silenzio. Un silenzio che riesce a rendere sordo il mondo, quando ciò che cela è troppo grande per essere compreso.”

Filippo Tapparelli (Verona, 1974) lavora in un’azienda veronese. In passato è stato istruttore di scherma, pilota di parapendio e artista di strada. Ha studiato letteratura inglese e russa all’università. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro del recensore.