Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Recensione di I fuochi del nord di Derek Nikitas a cura di Giulietta Iannone

22 febbraio 2012

Luc tolse il coperchio all’urna, rivelando la grigia cenere screziata all’interno. Il peso dei suoi errori le rovinò addosso con una forza che avrebbe potuto affondare la barca con tutti loro dentro. “C’era una volta” non era abbastanza. Voleva disperatamente rivivere il giorno in cui suo padre era stato ucciso, ancora una volta, per impedirne la morte. Voleva ritrovarselo su quella barca, vivo, che l’aiutasse a rimettere a posto i cocci del terribile disastro che aveva combinato. Ma quelle erano fantasie, realistiche quanto quei tomten (ndr gnomo barbuto in svedese) che le scorrazzavano nel seminterrato rubacchiandole briciole di patatine.

Periferia di Rochester, stato di New York. Tralicci ferroviari, enormi parcheggi, centri commerciali, insegne luminose, villette con giardino. La livida e desolata provincia americana al suo meglio, o al suo peggio a secondo dei punti di vista. Dicembre, Natale nell’aria, la gente si riversa nei centri commerciali, per fare spese, combattere la noia o rubare CD come fa Luc, una quindicenne magrolina, un metro e mezzo d’altezza, Dr Martens viola ai piedi. La testa rotonda, grandi occhi umidi che la facevano sembrare sempre sorpresa. Neri i capelli tinti, nera la gonna sgualcita, nero lo smalto alle unghie. Occhiali da miope, giacca di pelle nera con spille da balia. Magliette sbiadite di complessi rock, un po’ dark un po’ punk, una ragazzina come tante innamorata di suo padre Oscar Moberg, professore universitario di letteratura, nato in Svezia, appassionato di mitologia norrena, e di Quinn Cutler, qualche anno più grande, neri e lucidi capelli da cherokee, appassionato di moto, conosciuto nel quartiere per i suoi atti vandalici da piccolo teppista. Luc non sa che quello è l’ultimo giorno della sua vita normale, dopo tutto cambierà, l’inferno verrà a farle visita giocando con lei fino alla fine, fino alla sua rinascita, fino alla nuova Luc adulta capace di curare le sue ferite, di risorgere come un dio vichingo. Ma andiamo con ordine. Cosa succede in quel piovoso giorno di dicembre? Luc è spaventata, ha paura che la sicurezza interna del centro commerciale la blocchi per il suo piccolo furto, ma suo padre l’ha accompagnata, suo padre la toglierà dai guai. Insieme raggiungono il parcheggio e si apprestano a tornare a casa, quando qualcuno bussa al finestrino: Come va doc? E’ una rapina, una pistola spianata si materializza all’altezza della testa di Oscar Moberg, uno sparo, due spari, sangue dappertutto, frammenti di vetro, materia celebrale. La fine. Il mondo di Lucia “Sankta Lucia” con le candele accese e l’abito bianco nella più pura tradizione svedese si dissolve per sempre. Ora c’è il detective Greta Hurd del Dipartimento di Polizia di Rochester e il suo collega Moe che vogliono aiutarla e non credono all’aggressione a scopo di rapina. Ora c’è Tanya Yasbeck ex tossica, ora incinta al nono mese, una vita di violenza e disperazione, compagna di Mason, un violento, un teppista malato che fa di tutto per far parte di una gang sanguinaria e spietata che ha come simbolo un teschio umano. Ora c’è Blair sua madre che dopo un tentato suicidio, vive una vita devastata. Ora Luc dovrà capire, difendersi, sopravvivere, perdonare. I fuochi del nord titolo originale Pyres stupendamente tradotto da Carlo Crudele è un noir bellissimo, acido e tagliente, scritto senza sbavature, che leggendolo dici: “cazzo come scrive bene questo”, aldilà della trama, della struttura, dell’ansia che ti assale già dalle prime pagine di voler capire, volere dare un senso, una definizione alle cose che accadono, è la scrittura che ti seduce e ti fa provare pure un po’ di invidia. C’è talento vero e non fatevi incantare dalla faccia da bravo ragazzo di Derek Nikitas, è uno scrittore tosto, duro, fulminante, poco adatto ai lettori troppo sensibili e impressionabili. Hanno azzardato paragoni con Cormac McCarthy e Daniel Woodrell di Un gelido inverno io ho pensato ad alcuni poeti su tutti a And Death Shall Have No Dominion  di Dylan Thomas, e a molta letteratura nordica antica alla quale l’autore occhieggia quando fa scorrazzare per la lavanderia uno gnomo barbuto: allucinazione, sogno, premonizione? Non mi aspettavo un libro così potente, dove Matteo Strukul sia andato a scovarlo non riesco a immaginarlo, forse ha seguito le tracce di Joyce Carol Oates, e non si è sbagliato.

:: Un’ intervista con Danilo Arona a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2012

Benvenuto Danilo su Liberi di scrivere. E’ la prima volta che io ti intervisto ma non è la prima volta che sei ospite sulle nostre pagine: Valentino G. Colapinto ti ha già fatto alcune domande per noi a proposito di zombi. Parlaci un po’ di te, descriviti pensando di rivolgerti a un ipotetico lettore che non avesse mai sentito pronunciare il tuo nome.

Grazie prima di tutto per l’opportunità. Allora… in maggio andrò a compiere 62 anni e, restando confinati nel recinto della scrittura, ho cominciato a scrivere nel ’74, più che altro saggistica, e il mio primo libro per una casa editrice “vera” (Gammalibri, Guida al fantacinema) è del ’78. Andò molto bene, anche perché allora c’era pochissima concorrenza. Da quel momento a oggi, fra alti e bassi, fra assenze intenzionali anche prolungate e momenti di produzione sin troppo intensa, ho siglato una quarantina di titoli fra saggistica tout court, critica cinematografica e narrativa, lavorando per più editori, grandi e piccoli, direi quasi sempre con buone soddisfazioni reciproche. Scriverò sino a quando mi divertirà il farlo. Altrimenti, siccome i libri non mi danno affatto da vivere, si può tranquillamente appendere la tastiera al chiodo. Però al momento mi diverto ancora.

Giornalista, scrittore, musicista, critico, dee-jay, nella vita hai fatto davvero molte cose. Ti piace viaggiare? Sei un turista o un viaggiatore?

Viaggiare? E come se mi piace. Purtroppo il mio lavoro di pagnotta mi costringe a una coatta e pigra staticità. E oggi, con il momento storico in cui siamo immersi, c’è da poco sa scherzare e pure da viaggiare. In ogni caso sarei un viaggiatore. Perché sono un curioso, Gemelli con ascendente Scorpione, e questo spiega in parte le mie diverse facce professionali. In realtà non sopporto la noia. Alla fine della fiera, se e quando posso, viaggio. L’ultima volta che sono riuscito a farlo ho attraversato i fiordi norvegesi sino a Capo Nord.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali libri leggi?

Alla prima domanda la risposta è sempre quella, documentata nel libro L’estate di Montebuio. Ovvero l’incontro all’età di 12 anni con una mastodontica macchina da scrivere di proprietà di un mio prozio parroco in un paesino di media montagna sull’Appennino Ligure, Montemaggio di Savignone. Era estate, quella del ’62, e quella cosa nera mi sembrò un bel giocattolo con cui misurarmi. E così iniziai a scrivere le mie prime sciocchezze. Non sono pochi, soprattutto tra coloro che hanno letto L’estate di Montebuio, a pensare che io mi sia inventato questa specie di iniziazione “alla King” giusto per scimmiottare l’omone del Maine. Non ho nulla da ribattere. Questa è la verità, e ne avrei di testimoni… Ma poi, che mi si creda  meno, non ha molta importanza. Le cose sono andate così. Per la seconda domanda posso dirti che leggo di tutto, evitando con cura alcune cose da alta classifica con cui non mi sento affatto in sintonia. Purtroppo non leggo tutto quello che vorrei, perché esce troppa roba interessante e posso dedicarmici solo a notte. Altrimenti, quando scrivo e lavoro? Non è il caso di sottolinearlo, ma la precedenza è sempre riservata ai libri degli amici. Che non sono pochi e che hanno una produzione forsennata (vedi il grande Stefano Di Marino…), ma l’amicizia per me è una cosa vera.

Ho letto da poco Rock. I delitti dell’uomo nero di cui avevo già sentito parlare come di una leggenda metropolitana. Il rock è più realtà o leggenda? Ha ancora il valore rivoluzionario della tua giovinezza, della fine degli anni 60? O si è ammorbidito, addomesticato, piegato alle regole dello showbiz? Ricchezza, potere, successo, invece di sesso, droga e rock ‘n’ roll?

Il rock, per quel che percepisco, continua a essere un astuto impasto di realtà e leggenda. Astuto perché oggi, a differenza dei miei anni giovanili “on the road”, è assai manipolabile e si gestisce in buona parte dall’alto.  Non vedo alcuna rivoluzione oggi che possa essere veicolata dal rock. Però i rischi di bruciarsi le penne con delle “vite spericolate” da rocker sono ancora alti. Ma questi alla fine sono i rischi del mestiere. Ricchezza, potere e successo? Ma, sai… quando sei “dentro”, c’è tutto un sistema che lavora con e per te. La vera sfida è non farsi contagiare mentalmente e continuare a fare il tuo lavoro in modo onesto, preparandoti al limite una “uscita” dignitosa. In questo il mondo musicale e quello editoriale dimostrano parecchie affinità. Droga e rock possono tranquillamente non convivere, anche se spesso capita. Il sesso andrebbe invece esteso per obbligo di legge a ogni dimensione artistica, anche non strettamente musicale. Insomma, viverlo il più possibile con serenità e intelligenza.

Sei un musicista, anzi un chitarrista. Con i Privilege  hai fatto tournée e con la famigerata Cobra Record hai inciso addirittura un 45 giri. Quanto c’è di autobiografico, di vita on the road in Rock?

Tutta la prima parte, per capirci quella intitolata Gli anni del Serpente, è assolutamente, visceralmente direi, autobiografica. Qualche tocco romanzesco, giusto, per incorniciare le vicende nel tema di fondo. Ma tutte le disavventure dei Privileges (con la “s”) di Rock sono sostanzialmente autentiche, dal feroce scherzo del carro agricolo fissato al terreno con dei ganci alla surreale serata all’aperto in Val d’Aosta in pieno ottobre. Poi ci sono i membri del gruppo, che non sono proprio “loro”, ma una sintesi dei vari “loro” con cui ho suonato. Io lavoro così, basandomi su cose, eventi, location e personaggi che conosco bene e che devono per forza provenire dalla mia vita. Quegli anni da musicista, il primo blocco quasi ininterrotto dal ’65 al ’74, sono ancora un deposito di storie da sfruttare.

Ma il liscio, la musica campagnola di cui parla Sam Hain, è davvero l’autentica musica del male? Penso ai balli a palchetto fatti per trovare ragazze, a quelle trasmissioni su Telesubalpina, con tanti simpatici vecchietti accaldati e un po’ brilli. Alle fiere paesane, retaggio di tradizioni contadine ancora vive almeno nel nostro Piemonte, con il vino quello buono, il fritto misto, il salame fatto in cascina.

Ma no, insomma… è un paradosso, uno scherzo, giusto per non dimenticare che qui, in Piemonte, ci troviamo e non a Nashville. Però è un dato di fatto: per tutta la seconda metà degli anni Sessanta, i posti che offrivano lavoro e possibilità di esibizione per un gruppo come i Privilege (quelli veri) erano autentiche “chiese” del liscio dove ti guardavano storto se cantavi in americano e se facevi distorcere le chitarre. Qualsiasi musicista di quell’epoca che abbia girato i balli a palchetto e le balere di paese può renderne testimonianza. La cosa difficile da trovare era il giusto mix tra trasgressione e tradizione. In molti posti all’inizio ti sopportavano, ma poi dovevi darci dentro – e tanto – con valzer, mazurche, tanghi e paso doble. Altrimenti rischiavi persino di non essere pagato. Però, siamo sinceri, esisteva un lato divertentissimo in questa sorta di disfida sottintesa. Da qui proviene l’idea del tutto ironica di equiparare il liscio italiano alla cultura reazionaria – si può ancora dire “reazionaria”? –  americana espressa dai Grandi Fustigatori.

Sam Hain bel personaggio, il personale babau di Jimi Hendrix bambino, una versione cattiva e distorta del grande mito del rock, un po’ un suo alter ego diabolico. Da musicista in cosa era grande Jimi Hendrix? C’è attualmente in circolazione in Italia o all’estero qualche musicista che gli somigli?

Nessuno assomiglia a Jimi Hendrix, neppure da lontano. Lui è stato unico. E l’ha pagata. Quell’unicità è veramente un dono diabolico per il quale devi pagar pegno, e piuttosto presto. Okay, è simbolismo, non prendermi alla lettera. Hendrix ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra con tutta una serie di componenti che potrei stare qui a elencare e analizzare, che so, la tecnica della mano destra (lui era mancino), gli effetti, il feedback degli altoparlanti, l’uso della leva del vibrato, i volumi e persino i testi, straordinari e fantascientifici, di cui spesso ci si dimentica. Ci sono stati e ci sono alcuni hendrixiani in giro molto bravi, ma penso che neppure costoro si siano mai sognati di “assomigliare” al nostro. E’ stato, è il numero 1, punto.

Funghi allucinogeni, peyote, acidi, lsd, eroina, ne circola davvero tanta di droga nel mondo del rock o è tutta propaganda di improvvisati Grandi Fustigatori, crociati della domenica che strillano di messaggi subliminali, contenuti satanici, e chi più ne ha ne metta? Perché il rock fa ancora paura?  

Oggi la droga, in qualsiasi forma, circola dappertutto. Il pianeta tutto è un’immensa riserva di consumo per coltivatori, spacciatori, cartelli e mafie, senza scomodare il rock. Che il rock faccia ancora paura,  mi pare solo più una tesi strumentale ai vari Padri Amorth per  tutte le volte che tirano in ballo Marilyn Manson e affini come gruppi demoniaci che favoriscono  la possessione o l’iniziazione al satanismo. Possiamo chiuderla velocemente con il solito e un po’ trito commento: non servono i demoni per praticare il male in terra… L’uomo ci riesce benissimo da solo. Per quanto sui demoni, a mio parere, quanto meno su quelle entità che potremmo scambiare per tali, servirebbe un approccio il più scientifico possibile. Perché sono realtà invisibili, ma realtà con cui ogni tanto qualcuno si connette e interagisce. Lo dice un laico.

Rock e horror un vero matrimonio d’amore. La storia del rock è costellata di tragedie, e c’è quasi un gusto macabro nel celebrarle, muore una star a 27 anni o meno, e subito dietrologie, mistero, eccessivo clamore specie da parte dei mass media più che dei fan. L’horror ama fare paura, indagare il lato oscuro, giocare con la morte. Da maestro dell’horror da dove nasce la paura?

In senso lato, la paura nasce proprio dal rapporto fantasmatico che l’uomo ha con la morte. E’ per questo che la paura è il sentimento che primeggia nella quotidianità, ancor più dell’amore (purtroppo, andrebbe rimarcato…). Paura che domina lo spazio dell’attesa, l’anticlimax della vita ancor prima degli scrittori. E’ questo vuoto pneumatico che, tanto nella vita reale che in letteratura, si riempie di “presenze”, non importa se endogene o esogene (per capirci). Il vero terrore – questo è il mio parere – nasce appunto in una regione della mente dove la morte incombente (perché incombe ogni giorno, ci piaccia o meno) è costantemente visualizzata e annunciata da “signs” alla Shyamalan. In gergo cinematografico e anche musicale è un “levare” continuo che potrebbe quasi persino fare a meno del “battere” – anche se il battere, poi, per una questione di simmetrie e di circolarità motivazionali deve arrivare perché così impongono i meccanismi. A dirla con sincerità, sogno da tempo di scrivere in tutta libertà un testo tutto “in levare” che possa continuare a far paura anche quando l’hai rimesso al suo posto, nello scaffale o sul comodino. Però prima devo conoscere l’editore che voglia occuparsene.

Si è discusso che l’horror senza soprannaturale non è horror. Tu che ne pensi?

Mah… sono discussioni accademiche fra addetti ai lavori e fan. Altrimenti staremmo qui ad        arrovellarci se Hannibal the Cannibal, il predicatore pazzo de La morte corre sul fiume o la      famiglia di Faccia di Cuoio siano o non siano horror. Wrong Turn, Le colline hanno gli     occhi, L’ultima casa a sinistra, i vari Hostel… come dovremmo chiamarli? Splatter, slasher,     blood and gore? Posso dichiarare un sincero chissenefrega di tutta questa voglia di     etichettare che poi ci ritroviamo per altri versi nelle altre varie declinazioni di quella     affollatissima narrativa simil-horror con vampiri adolescenti, licantrope lolite e guerriglie     urbane – edulcorate per ragazzine di buon famiglia – tra le varie creature della notte?     Paranormal romance, urban fantasy, young adults, new gothic, dark neo-romantic, miriadi di     etichette per una quantità inverosimile di libri tutti uguali che in libreria affollano, a torto,     scaffali sopra i quali zelanti commessi hanno appiccicato l’etichetta “horror”. E di horror,     quello quanto meno recensito da giornali come “Fangoria” o prodotto dai membri della     Horror Writers Association, neanche l’ombra. Questa narrativa parallela, partita  in serie     dopo     Twilight, toglie in verità spazio e ossigeno all’horror “vero”. Come il rock,  l’horror     non è un genere per anime sensibili. Anzi, come il rock, l’horror deve farti perdere la     verginità. Metafora sufficientemente comprensibile?

Se ti definissero lo Stephen King della bassa padana, sorridi o ti arrabbi? Quale libro di King ami di più? In cosa ti somiglia e in cosa no?

Siccome sono nato nella bassa padana e ancora ci vivo, so bene che quando si dice una cosa del genere, di reale c’è soltanto la presa per i fondelli. Quindi, essendo fatto in un certo modo, parteciperei allo scherzo con una sana e grassa risata. Poi ritengo che non sia affatto un bene tentare di assomigliare a King. E’ una sublime sciocchezza che penso di non dover spiegare. Purtroppo esistono territori narrativi che sono specifici di una generazione e della letteratura horror tout court, che so… gli adolescenti degli anni Sessanta alle prese con i mostri che simboleggiano le difficoltà di accesso all’età adulta. Questa non è un’esclusiva kinghiana, anche se King ne ha fatto arte imperitura e immortale. Siamo nel regno degli archetipi che, come tali, appartengono a tutti. E non si scimmiotta King se altri scrittori, tanto in America quanto in Italia, si cimentano con moduli narrativi che fanno un po’ Stand By Me, per capirci. E che tutti – quanto meno tutti quelli che scrivono horror – hanno da qualche parte, nella loro biografia giovanile, una “estate della paura”. Basta prendere in considerazione la produzione del nostro, straordinario Eraldo Baldini, che oggi è uno scrittore mainstream con un’anima profondamente gotica.

Cos’è Onryo? Ce ne vuoi parlare?

Un progetto un po’ folle e audace nato da una serie di scambi di opinione incrociati tra me, Alan Altieri e Massimo Soumaré. Ovvero, un’antologia di ghost stories che mettesse a confronto la “scuola” giapponese con la nostra. L’abbiamo intitolata Onryo – che è il nome nipponico degli spettri furiosi che non vogliono lasciare la nostra dimensione – per doveri di ospitalità. Ci sono sei autori, contattati e curati da Massimo, che sono fra i massimi esponenti della letteratura tout court nel Sol Levante, contro altrettanti che qui  però abbiamo dovuto “pescare” dalla narrativa di genere (e la differenza di status è evidente – in Giappone, se scrivi di fantasmi, nessuno ti confina in un ghetto…). Che posso dirti? Massimo e io ne siamo fieri. La risposta è stata buona e i racconti sono piaciuti. Dato che le antologie sono di per sé oggetti “difficili”, si può cantare vittoria. Resta il problema di fondo che caratterizza in negativo la narrativa di cui mi occupo assieme a tanti altri in Italia: siamo sempre un po’ figli di un dio minore e all’occhio attento non sfugge che Onryo è stata ospitata nella collana “Urania”, con qualche borborigmo di disappunto da parte dei puri della fantascienza. Costoro avranno anche ragione. L’antologia era stata pensata per EPIX, che purtroppo ha chiuso (secondo me prematuramente), lasciando sul terreno tanti altri, ottimi titoli “acquistati” e per i quali non s’intravede sbocco.  All’imprenditore che non sonnecchia  affatto dentro di me sembra una follia, ma da Segrate potrebbero pure rispondermi che la cosa non mi riguarda.

Solo da alcuni anni c’è stato una sorta di sdoganamento, almeno in Italia, dell’ horror, da fenomeno underground ha acquistato una sua dignità letteraria per molto tempo ignorata: scrittori interessanti lo frequentano, editori importanti lo pubblicano, lettori forti ne seguono le uscite con costanza e cercando qualità, idee nuove, contaminazioni anche con altri generi. Dal pulp americano anni 30 ne ha fatta di strada? Ottimista per il futuro?

Sì, lo sdoganamento c’è stato. Persino Einaudi ha pubblicato degli horror notevoli. E c’è stato il grande lavoro propedeutico di case come Gargoyle, con puntate niente affatto casuali di Fanucci, Perdisa, Newton Compton, Marsilio e altre ancora. Adesso però le cose mi paiono un po’ (troppo) in fase di stallo, come dimostra il recente cambiamento di linea editoriale proprio da parte di Gargoyle. In un mercato culturalmente colonizzato come il nostro,  dove si acquistano a carissimo prezzo altisonanti sconosciuti americani, gli autori italiani devono faticare il doppio per piazzare i loro prodotti. Un po’ per colpa di quella narrativa simil-horror di cui parlavamo prima che ha usurpato lo spazio in libreria. E un po’ perché da parte del grosso pubblico l’autore dal cognome italiano è giudicato privo di appeal e di credibilità.  Un pregiudizio vecchio e stantio che ci ributta in quel Medio Evo in cui Sergio Leone doveva firmarsi Bob Robertson, purtroppo equamente condiviso fra lettori, librai e distributori (non tutti, ovvio, ma la maggioranza sì…). Persino un autore americanissimo com Tom Piccirilli non trova quote nel nostro mercato a causa del suo cognome… Che è un paradosso demenziale se pensi a tutte le eccellenze italiche diffuse nel mondo. Pensa te che io tutti i giorni, nel mio lavoro imprenditoriale (mi occupo di prodotti biologici), ho a che fare con clienti che si mi dicono con fervore: “Mi raccomando, che sia italiano”, e hanno ragione visto che dall’America, dalla Cina o dall’Est adesso arrivano pure vino barbera e parmigiano… In editoria, per la nostra narrativa, le cose viaggiano agli antipodi. Un festival conclamato dell’ignoranza strettamente collegato a mio parere al fatto che in Europa, su quindici paesi, siamo scivolati al penultimo posto per acquisti in libreria.

Edizioni XII mi ha dato grandi soddisfazioni, tanti giovani talenti nostrani da tenere d’occhio. Tra le donne, forse ancora un po’ trascurate, che autrici italiane consiglieresti di leggere?

Mah, trascurate non direi. Lorenza Ghinelli è stata premiata dal pubblico. E giustamente, direi: Il divoratore è stupendo, un vero horror senza fronzoli che colpisce nelle parti molli. Ma le donne bisogna leggerle tutte perché, lo dico da sempre, avete una marcia in più, sin dai tempi di Daphne Du Maurier… Teodorani, Palazzolo, Santamaria, Manni, Baraldi, Astori, Salvatori… Mamma mia, odio gli elenchi perché ti dimentichi sempre di qualcuno, Comunque sì, sempre più spazio alle penne femminili. E sui XII è noto che il mio cuore batte per loro e li consideri degli ideali compagni di strada (tra le tenebre…).

Attualmente stai scrivendo ? Puoi anticiparci i tuoi progetti a breve e lungo termine?

Guarda, vorrei stupirti. Sto soltanto elaborando “progetti”. Corposi, quel che basta perché si capiscano, si apprezzino e spero “si vendano”. Dal 2012 lavoro così. Quindi, se mi vedrai in libreria, è perché li ho venduti oppure qualcuno mi ha telefonato per farmi lavorare su commissione. Non ho più voglia di scrivere al buio. Siccome gli anni che mi restano da vivere non sono tanti come quelli che andrò a compiere in maggio, voglio amministrare il mio tempo in maniera differente. Credo di potermelo concedere dopo quaranta titoli. Sul piano personale, quello creativo e autoriale, credo di non avere ancora espresso il mio meglio, soprattutto quello riferentesi a una parte qualitativa resa preziosa dalla maturità e da una vita intensamente vissuta e ricca di esperienze. Ma, senza presunzione, smetto di andare in giro a fare il rappresentante di me stesso. Chi mi vuole, sa dove e come trovarmi. Ciò detto, ho da scrivere quattro racconti per altrettanti lavori di gruppo. E questi sono lavori commissionati. Significa che da qualche parte, nella giungla editoriale, qualcuno mi ama, completamente ricambiato.

:: Recensione di Sinfonia di piombo di Victor Gischler a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2012

A volte la mafia aveva bisogno di dare una scrollata alla concorrenza, ma non voleva prendersene la responsabilità. Mike non faceva nemmeno finta di capire le politiche della malavita. Sapeva solo che si facevano bei soldi spazzando via certa gente.

Sinfonia di piombo (Shotgun Opera 2006), finalista all’Anthony Award quinta opera di quel vulcano di creatività e icona del pulp-noir che è Victor Gischler di cui Joe Lansdale dice che “porta la scrittura a danzare sull’orlo dell’abisso”, tanto per intenderci e se lo dice lui c’è da credergli, tradotto da Marco Piva Dittrich e pubblicato da Revolver nuova collana di BD, è un romanzo decisamente, ma decisamente impressionante non solo per capacità tecnica, inventiva, umorismo, senso del ritmo ma perché prende un genere, il noir di mafia, e lo rivolta come un calzino, infarcendolo di tutta la stralunata bizzarria del pulp più spinto e provocatorio. E’ un romanzo frenetico, surreale, maleducato con venature anche hard in cui la violenza forse eccessiva ed esasperata non scade mai però nel grottesco ma contribuisce a dare una certa crudezza all’azione che proprio sul punto di diventare insopportabile viene stemperata da dosi massicce di umorismo e autentica comicità. Forse in questo consiste “il danzare sull’orlo dell’abisso” forse in questo c’è il segreto che rende Gischler un autore a suo modo eccezionale e sopra le righe. Tutto ha inizio ad Harlem, quartiere nero di New York, nel lontano 1965. Due fratelli Dan e Mike Foley, due ragazzi irlandesi, due sicari di basso livello che si guadagnavano da vivere risolvendo problemi per conto dei mangiapasta sono seduti sulla loro Buick e aspettano dietro ad un club prima di dare una lezione a una gang di Harlem colpevole di  avere sconfinato nel mercato di eroina della mafia. Ne seguirà una sparatoria, una vera sinfonia di piombo, al suono di mitragliatrici Thompson calibro 45, pistole automatiche e fucili più l’esplosione di una piccola bomba a mano tanto per dare inizio alle danze. Tra schegge di vetro, corpi crivellati, sangue dappertutto, Mike intravede una piccola gamba bruna, magra, con un calzino increspato rosa sul piede, e lo shock per questo evento imprevisto segnerà la fine della sua carriera nel crimine e l’inizio di un volontario esilio nella pace agreste dell’Oklahoma a coltivare la terra e produrre vino per scontare nella più profonda solitudine le colpe commesse. Ma quarant’anni dopo il destino, che non si è scordato di lui, torna a bussare alla sua porta sotto le sembianze di suo nipote Andrew, figlio di Dan ormai morto anni prima di cancro dopo essersi ritirato anche lui dal crimine per aprire un bar nel Queens. Andrew studente al primo anno di conservatorio di Manhattan e sempre a corto di denaro questa volta si è ficcato davvero in un brutto, ma brutto guaio per dare retta a due amici aspiranti mafiosi che gli avevano presentato un lavoretto senza impegno per un piuttosto necessario guadagno facile. Tutti quelli invischiati in quel traffico, lo sbarco clandestino in un container di un terrorista arabo, iniziano a morire come mosche per mano della donna più pericolosa del mondo, la killer Nikki Enders, una donna che uccide come respira, intenzionata a seguire Andrew anche ai confini del mondo per portare a termine la sua missione. Andrew si ricorda allora delle ultime parole del padre sul letto di morte: rivolgiti a zio Mike solo se sei con l’acqua alla gola. Trova una vecchia foto, che cazzo poteva anche prendere e portarsi con sè e non farla trovare alla bella Nikki ma tanto di vi fa capire quanto sia balordo, su cui sta scritto il numero di telefono dello zio, gli telefona chiedendogli aiuto e prende il primo autobus per fiondarsi nel nulla dell’Oklahoma. Da questo momento è il caos, una sarabanda allucinata con dialoghi al fulmicotone di un umorismo acido e cattivo, piena di personaggi bizzarri e stravaganti, una sconclusionata manica di assassini che piombano nella vita di Mike e lo costringono con la forza a tornare ai vecchi tempi. Non vi dico il finale se no farei una brutta fine ma vi assicuro che è inevitabile e anche un po’ triste seppure nell’epilogo un barlume di speranza si intravede all’orizzonte.

:: Recensione di L’uomo che uccise Texas Jones di Fabio Novel a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2012

L’uomo che uccise Liberty Valance, pardon ma la citazione è d’obbligo e non ho resistito, L’uomo che uccise Texas Jones è un breve racconto uscito per MilanoNera Ebooks di Fabio Novel un autore piuttosto eclettico, che trova nella narrativa breve la sua forma privilegiata di scrittura, e inoltre capace di spaziare dalla fantascienza, alla spy story, dal noir, al fantasy con estrema disinvoltura coniugando tutte le forme dell’avventura. Oltre ad essere reperibili in rete, vi consiglio di leggere quelli pubblicati su Fantasy Magazine , i suoi racconti sono usciti sia in antologia in libreria che in edicola suo per esempio è il racconto Il raccolto uscito in appendice a Febbre di Bill Pronzini numero 3031 del Giallo Mondadori di cui l’amico Fabio Lotti dice grandi cose. Tornando a L’uomo che uccise Texas Jones  è un racconto ibrido, caratterizzato da una sorta di contaminazione tra western e noir che ha trovato i suoi maggiori esponenti in autori come James Lee Burke, Elmore Leonard,  o Joe Lansdale figli che hanno nobilitato una tradizione che vede le sue origini nei Pulp Magazine degli anni 30 e 40 quelle riviste da quattro soldi stampate su carta di infima qualità in cui si potevano leggere storie western, o poliziesche prevalentemente, caratterizzate da un alto tasso di iperbolica violenza e da uno stile di scrittura rozzo e imbastardito. Per gli amanti del western questo sito sicuramente riserverà sorprese: http://westerncampfire.blogspot.com/. Texas Jones è un fuorilegge, a capo di una banda di dannati che vagabonda per l’America assaltando banche. Poi un imprevisto, un incontro con il destino e una resa dei conti cambia le carte in tavola ribaltando i vinti e i vincitori. E’ un racconto breve, poche pagine, se dico ancora un po’ della trama finisco per togliervi tutto il divertimento. Posso dirvi solo ancora che c’è un colpo di scena finale, un’amara beffa per un uomo che sognava da giovane di fare il cowboy e che conserva nell’anima ancora un briciolo di quel sogno e un briciolo di umanità. Il racconto è disponibile sia in formato kindle su Amazon che in formato epub su BookRepublic.

Recensione di Come vento nelle risaie di Carlo Molinari (Castelvecchi, 2011) a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2012

I giorni continuarono a trascorrere. Più tranquilli visto che di aerei e di bombe non se ne sentivano più. L’odore di kerosene e di polvere era sostituito, lentamente, da quello che i ragazzi ricordavano appena. Ibisco, loto. Odore di erba fresca. Della loro grassa terra. E del tempo. Che sembrava si potesse fermare per sempre.

Come il vento delle risaie Il contadino di Pol Pot di Carlo Molinari edito nel febbraio del 2011 da Castelvecchi Editore è un romanzo poetico e doloroso uscito quasi in punta di piedi, senza clamore, e che probabilmente mi sarebbe sfuggito se l’autore non me l’avesse segnalato facendomene inviare una copia. Ho cercato in rete recensioni, segnalazioni, anche solo un accenno, e stranamente, a parte i siti che vendono libri, nessuno ne fa menzione. Ed è un peccato, avrebbe meritato più visibilità non fosse altro perché è scritto bene, con un soffio di delicatezza tutta orientale, sebbene l’autore sia italianissmo e tratti temi drammatici come la guerra, le torture, le deportazioni, i campi di rieducazione. Con la collaborazione di Claudio Bussolino, curatore di un sito estremamente interessante sulla Cambogia e non solo , che ha curato la parte storico-topografica, Molinari ci accompagna in un viaggio doveroso e necessario tra le pieghe della storia aiutandoci a fare luce su alcuni fatti e retroscena di un paese antico e misterioso come la Cambogia fatti che stranamente sembrano avvolti da una fitta coltre di silenzio e oblio. Il 17 aprile del 1975 i guerriglieri comunisti passati alla storia con il nome di Khmer rossi  entrarono a Phnom Penh ponendo di fatto fine alla guerra civile e dando inizio al regime di Pol Pot. La Cambogia divenne “Kampuchea Democratica” per un periodo che durò tre anni, otto mesi e venti giorni, fino alla conquista del paese da parte del Vietnam nel gennaio del 1979. Ricordo un documentario piuttosto agghiacciante visto qualche anno fa su Rai 3 che mi aveva reso meno asettico quello che avevo letto nei libri di storia. Come il vento delle risaie con lo stile e la lievità di un racconto tradizionale buddista ci porta a vedere la storia attraverso gli occhi di un umile contadino analfabeta Samang, un uomo semplice, nobile nel suo culto per la famiglia e l’amicizia, la cui massima aspirazione è vivere in pace coltivando le sue amate risaie e suo malgrado si trova catapultato in eventi drammatici di cui non è responsabile. Le nere bombe che cadono dal cielo, bombe americane, quando lui non sa neanche chi siano gli americani o dove vivano, gli portano via sotto gli occhi la giovane moglie Bopha, la moglie più dolce che un uomo potesse desiderare, i soldati Khmer gli portano via suo figlio facendolo diventare uno di loro. Punto culminante della storia è l’incontro tra Samang e Pol Pot, incredibile, forse anche impossibile perché è decisamente improbabile che un contadino avesse potuto avvicinarsi al Fratello Numero 1 senza pagare con la vita. Tuttavia nelle brevi parole che si scambiano, dettate dal coraggio di chi non ha più nulla da perdere, traspare la forza dei sentimenti che si contrappone alla ferocia e alla violenza del potere. Educativo.

Carlo Molinari nasce a Roma nel 1958, dove svolge la professione di chirurgo urologo. Artisticamente, come cantautore, cresce tra le stanze polverose del Folk-Studio di via Sacchi, nel cuore di Trastevere, fucina del cantautorato romano. È autore di testi e musiche. Il cd “La fortuna di un giorno qualunque”, è stato prodotto e pubblicato dall’etichetta indipendente Storie di Note nel 2001.

Source: libro inviato dall’autore.

:: Recensione di Quando cadono gli angeli di Tracy Chevalier a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2012

Devo essermi addormentata perchè quando mi sono svegliata era buio e di stelle ce ne erano tantissime. Poi ho visto un angelo che cadeva, e poi un altro! Li ho indicati a Maude, anche se naturalmente quando lei si è girata non c’erano più.
Maude ha detto che si chiamano stelle cadenti ma che in realtà sono pezzi di qualche vecchia cometa che si incendiano, e per la precisione si chiamano meteoriti. Ma io so cosa sono in realtà e cioè degli angeli che inciampano mentre viaggiano per portarci i messaggi di Dio. Le loro ali lasciano delle strisce nel cielo finchè non riescono a riprendere l’equilibrio.

Forse più conosciuta grazie al successo di La ragazza con l’orecchino di perla,  Tracy Chevalier, scrittrice americana di romanzi storici molto british style, è anche l’autrice di un romanzo piuttosto particolare intitolato Quando cadono gli angeli, Falling angels, tradotto dall’inglese da Luciana Pugliese e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2002 da Neri Pozza Editore. Ripubblicato quest’anno dalla sua consociata BEAT Biblioteca Editori Associati di Tascabili, Quando cadono gli angeli è particolare perché descrive il breve periodo edoardiano, (il romanzo inizia nel 1901 nel giorno della morte della regina Vittoria e finisce nel maggio del 1910 nel giorno della morte di Edoardo VII), da un punto di vista insolito se non decisamente eccentrico: tutto ruota intorno ad un cimitero e al culto tributato ai morti dalla compassata buona società britannica del tempo. L’autrice ha consultato libri come The Victorian Celebration of Death di James Steven Curl, Death, Heaven and the Victorians di Pat Jalland, On the Laying Out, Planting, and Managing of Cemeteries, and on the Improvement of Churchyards di JC Loundon e come se non bastasse, per rendere maggiormente realistica la sua storia, come afferma in un’ intervista al Corriere della Sera del 24 maggio del 2002, per sei mesi si è fatta persino assumere come addetta alla manutenzione nel cimitero londinese di Highgate. «Ho fatto da guida, ho sistemato le piante, ho lucidato le tombe – racconta -. Il cimitero non è molto lontano da casa mia, l’ idea di ambientare lì il romanzo mi è venuta proprio facendo una passeggiata per quei viali. Mi sono completamente tuffata nella storia di questo luogo e mi sono resa conto di come, nei primi anni del Novecento, sia avvenuto un grosso cambiamento nelle celebrazioni funebri, nel modo di vivere il lutto». Al centro  della vicenda due bambine, Maude e Lavinia, e le loro rispettive famiglie, e le persone che man mano incontrano col passare degli anni. Ogni personaggio descrive la sua vicenda in prima persona, in un alternarsi di voci che riflettono la vita nel periodo edoardiano da differenti punti di vista, specchio delle loro classi sociali, e dei loro caratteri. Jenny la cameriera abbandonata con un bambino; Simon il giovane addetto a scavare tombe; Kitty, la madre di Maud, infelice e prigioniera di un matrimonio senza amore che trova la sua strada diventando una suffraggetta; John il direttore del cimitero con cui Kitty consumerà un goffo adulterio; Richard, Albert, i mariti simbolo di una società ancora maschilista e limitata, minata però dal nuovo che avanza sotto forma di progresso, la luce elettrica, le automobili, movimenti sociali, lotta per i diritti delle donne; Gertrude, la paciosa e integrata madre di Lavinia, forse poco brillante e intelligente ma equilibrata e rassicurante. Con leggerezza e  un tocco di frivolezza Tracy Chevalier costruisce un affresco d’epoca, la fine della victorian age e l’inizio del nuovo secolo, un periodo di transizione ancora venato di ottimismo e non ancora oscurato dagli eventi drammatici della Prima Guerra Mondiale. In questo romanzo piccoli drammi ci sono, ma sono familiari, piccoli segreti, tradimenti, anche morti, che lasciano il tempo di domandarsi quale sfumatura di nero si addice al lutto e quanto tempo conservarlo per una cugina di secondo grado. Non mancano scene di sesso tra le tombe e scambi di coppia la notte di capodanno, forse forzature eccessive che avrei evitato, ma piccoli difetti per un romanzo che ha il suo fascino, specie se si è giovani e romantici e si amano i romanzi storici.

:: Recensione di Blue Water Operations di James C. Copertino a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2012

J.C. Copertino, scegliendo l’auto-pubblicazione, aveva deciso di pubblicare in ebook il suo penultimo romanzo Blue Water Operations, l’ultimo Taliban Commander è uscito a gennaio dopo varie vicissitudini ed è di nuovo un libro tradizionale cartaceo, ho scaricato Adobe Digital Editions, sono andata su http://www.ultimabooks.it/blue-water-operations che dà un buono sconto per i nuovi iscritti, per cui non ho pagato un euro, e ho scaricato un tomo digitale di ben 400 pagine iniziando a leggerlo. Su Blue Water Operations è doveroso dire due parole sull’autore, James C. Copertino, nome in codice Jaco, che abbiamo anche avuto modo di intervistare qualche tempo fa riuscendo a scoprire ben poche cose su di lui a dire il vero, è’ un uomo misterioso, che difende la sua privacy con cura e non mi stupirei di trovarmi uomini in black alla porta se indagassi con più cura. So solo il suo nome di battesimo, almeno credo, ma non lo dirò neanche sotto tortura per cui non corro rischi. Dalle scarse note di agenzia si sa che è un ex ufficiale delle forze armate, arruolato nei corpi speciali, uno di quelli che si lanciano con il paracadute in aree calde, maneggiano esplosivi, e scivolano nel acqua nera di qualche oceano tropicale in tuta subacquea magari arrembando un cargo. Ora sto improvvisando ma quello che è certo è che stato in Libano, Iraq, e in Afghanistan occupato in operazioni speciali ed ora a riposo, si è congedato dopo la Seconda Guerra del Golfo, si occupa di sicurezza privata. Forse la sua vita è già un romanzo e chi può dire che in Rosco Duncan non ci sia molto di suo, sta di fatto che amando scrivere ha pubblicato con Armando Curcio Editore già diversi libri La coda del Diavolo, Angeli Neri, l’antologia Ombra della Morte curata insieme ad Angelo Benuzzi, I guerrieri dell’aria, tutti seguiti da un nutrito gruppo di appassionati di romanzi di avventura e d’azione. Blue Water Operations, subito balzato in cima alla classifica degli ebook più venduti, è un techno thriller militare d’azione che subito fa venire in mente Tom Clancy, Stephen Coonts,  Clive Cussler, Vince Flynn, Joe Weber, Patrick Robinson, Andy MacNab, con l’unica differenza che almeno il bolso vecchio Tom Clancy che anni fa amavo moltissimo, non me lo vedo proprio lanciarsi con un paracadute, magari mi sbaglio, chissà. Blue Water Operations è uno di quei libri che sarà passato al vaglio di quegli oscuri uomini della CIA, a patto che esistano, che controllano tutto ciò che viene pubblicato, chi ha letto I sei giorni del Condor di James Grady, e visto il biondo Robert Redford all’opera nel rifacimento cinematografico sorriderà, e corre il rischio di una vera e propria commissione d’inchiesta per fuga di notizie. Ok sto drammatizzando, è pur sempre un libro di fantasia, l’autore ci tiene a precisarlo, anche se prospetta uno scenario più che credibile, e sicuramente Copertino avrà manomesso dati tecnici e altre sottigliezze da intenditore di cui parlava Tom Clancy quando si preoccupava di non dare informazioni a strampalati terroristi su come costruirsi una bomba atomica. Tema centrale del libro è un fatto della cronaca recente, la caccia e la cattura di Osama Bin Laden, il re del Terrore, episodio drammatico di una certa importanza anche per il nostro futuro, tutta la campagna presidenziale di Obama si giocherà sulla riconoscenza che gli tributano gli Americani per questo fatto, con tanto di spiegazione sul perché non fu mai mostrata immagine dello sceicco da morto. Ma Osama morì davvero? L’agente della Cia Roberta Grup ha qualche dubbio ma quello che è certo se davvero non è morto è facile immaginarselo con faccia nuova, nuova identità, sotto un programma FBI stile protezione testimoni che si sorseggia un Margarita su una spiaggia dei Caraibi. E questa ipotesi alimenterà le leggende metropolitane ancora per molti anni ancora, e se davvero invece le cose fossero andate proprio come ipotizza Copertino? Interessante domanda.

:: Recensione di Incidenze di Philippe Djian (Voland 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2012

Diventare un bravo scrittore prima dei trenta, ecco una cosa davvero inimmaginabile salvo rare eccezioni, trent’anni è il minimo assoluto, attaccava sempre con i suoi studenti, pensate si impari a far risuonare le parole in un giorno, o anche in cento, o che la grazia caschi dal cielo in un attimo, state a sentire, voglio essere franco con voi, calcolate vent’anni, calcolate vent’anni prima di saper riconoscere la vostra voce, a prescindere da come vi ci metterete, questo per dire che se qualcuno tra voi nutre una pur vaga illusione in proposito si rassicuri, amici miei, ve lo dico io, non aspettatevi niente di importante, niente di sconvolgente, niente di veramente valido prima di vent’anni, seppiatelo. Intendo due decenni. Guardate, chi non ama il sacrificio è meglio se rinuncia subito. Ecco, ho scritto il mio nome sulla lavagna. Inutile cercarlo su Wikipedia. Non sono Michel Houellebecq. Spiacente.

Marc, il protagonista di Incidenze, titolo originale Incidences, traduzione di Daniele Petruccioli, breve e strano romanzo di Philippe Djian uscito l’anno scorso per Voland avvolto nell’aura di culto che in Francia circonda il suo autore, lo incontriamo per la prima volta una bella serata d’inverno imbiancata dalla luna, dopo tre bottiglie di vino cileno molto forte a bordo della sua malridotta 500 dalla marmitta assordante come un aereo a reazione, che se ne torna a casa con una ragazza ubriaca a fianco. Molto più giovane di lui, una sua studentessa per giunta di cui ricorda a malapena il nome e che ha un certo insolito talento cosa abbastanza insolita nella mediocrità assoluta che lo circonda. Già, perché Marc, cinquantatre anni, scrittore frustrato dalla mancanza di talento, non potendo scrivere si accontenta del suo surrogato più prossimo, insegnare scrittura in una piccola e sperduta università di provincia e quasi meravigliandosi lui stesso compensa ogni sua inadeguatezza letteraria, con un talento altrettanto appagante  apparire decisamente irresistibile per le sue giovani studentesse che si succedono nel suo letto a ritmo forsennato e lui è pronto ad approfittarne quasi con rabbia accecato da un’ oscura volontà tesa a mascherare il vuoto e la pochezza che è la sua vita. Barbara, questo è il nome della ragazza, se ne ricorderà infine qualche giorno dopo, si era appena iscritta al suo laboratorio di scrittura e lui non aveva cercato neanche per un secondo di lottare contro l’attrazione che provava per lei, un’attrazione eccessiva. Barbara non ha intenzione di rimanere un’avventura sullo sfondo senza importanza, ha deciso di conquistarsi un posto di rilievo nella sua vita. Aveva ventitre anni. Labbra a cuore. Fianchi pronunciati. Gambe un po’ tozze. Ed è inequivocabilmente morta il mattino dopo. Marc non si ricorda gran chè di quella notte, solo che lo avevano fatto. Non lo sfiora nemmeno il pensiero di averla uccisa, ma poi è davvero una morte accidentale, ne siamo proprio sicuri, pur tuttavia un certo senso di colpa lo spinge a nascondere le tracce ad attraversare il bosco che circonda la sua casa e digrada fino al lago e buttarla in un crepaccio prima di correre sporco di fango e impresentabile a lezione a parlare di John Gardner e della narrativa morale. La scomparsa della ragazza crea un po’ di agitazione, un funzionario di polizia viene incaricato di indagare e Marc, forte delle precauzioni prese, nasconde la verità e si finge anche stupito pure con la presunta madre adottiva Maryam, personaggio che riserverà qualche sorpresa, una vera donna finalmente in un mare di conquiste senza rughe e senza personalità, una donna di cui Marc non potrà che non innamorarsi perdutamente, a modo suo comunque. Gravato da un passato oscuro, la follia della madre ha lasciato cicatrici indelebili in lui e in sua sorella Marianne, una madre morta con suo marito nell’incendio della loro casa, e anche qui il dubbio che la mano di Marc adolescente non l’abbia appiccato si fa insistente, l’uomo si trova a combattere con la sua coscienza, con il licenziamento imminente, nelle mani di Richard Olso il direttore del dipartimento di letteratura, uomo mediocre, che ha acquistato un posto di potere senza merito, di una stronzaggine nauseante, una nullità incompetente e insignificante che insidia Marianne con le armi spuntate della sua pochezza, con il suo amore fino al finale improvviso, spiazzante privo di redenzione. Incidenze dicevo all’inizio è un romanzo strano, crudele se vogliamo, un noir cinico e triste, di una tristezza venata non di malinconia ma qualcosa di più cattivo, velenoso, rabbioso. Djian mette in bocca al suo protagonista riflessioni sulla letteratura, amare e spiacevoli quasi che con la scusa di imbastire una storia che ruota intorno al grumo oscuro di una verità negata, di menzogne ben congegnate, della differenza sottile tra vero e falso, in realtà si accanisse sui mali che affliggono la letteratura, sulle difficoltà di essere scrittore, sul fatto che essere un mediocre di successo a volte è tutto quello che conta. Il personaggio di Richard permette a Djian tutto questo e gli permette di far da specchio alle frustrazioni del protagonista personaggio in cui sebbene è ben difficile riconoscersi o identificarsi è per tuttavia portatore e depositario di alcune verità folgoranti che fanno quasi impressione in bocca a lui. Marc gioca sporco si sa, inganna il lettore ma non se stesso, ci porta  ad intravedere qualcosa che poi ci viene nascosto dietro il velo del dubbio e dell’incertezza. E’ un personaggio fluttuante, complesso, e schiacciato dalle incidenze che sembrano costellare la sua vita. La sua moralità è stata incenerita nell’infanzia, non aspettiamoci che sappia distinguere il bene e dal male, il rassicurante opportunismo e l’ipocrisia borghese non gli appartengono, e questa sua anima noir viene descritta con intensità e efficacia. Il morboso rapporto con la sorella, l’incesto che occhieggia e lascia un sapore acre fino all’ultimo, fino alla inutile telefonata con la sua studentessa nel bungalow a testimoniare, che non è cambiato, nè il sesso nè l’amore hanno avuto su di lui questo potere e quando accende l’accendino per fumarsi la sua ennesima sigaretta, sappiamo che non ci mancherà o forse sì.  Già questo dubbio non ci lascerà per un bel po’ di tempo anche dopo aver chiuso il libro.

:: Intervista con Loren D. Estleman a cura di Giulietta Iannone

3 febbraio 2012

Benvenuto su Liberidiscrivere, Mr Estleman! Grazie per aver accettato di essere intervistato per il nostro Blog, e grazie a tua moglie, la scrittrice Deborah Morgan, per l’indispensabile aiuto. Quando hai capito per la prima volta che avresti voluto essere uno scrittore?

Per molto tempo, ho pensato che sarei voluto diventare un grafico, ma mentre stavo prendendo la specializzazione in Arte al College, ho visto i lavori di altri colleghi e ho capito che non avrei mai potuto competere con loro. Parallelamente non avevo mai smesso di scrivere e, fin dall’età di 15 anni (senza fortuna), avevo preso a inviare i miei racconti alle riviste; a quel punto ho spostato definitivamente la mia attenzione sulla scrittura, dove, con l’idea buona, sentivo che avrei potuto emergere.

Gargoyle ha da poco pubblicato Frames (Hollywood Detective, Gargoyle, novembre 2011), il primo romanzo della serie dell’investigatore Valentino. Valentino è un archivista dell’Università della California, che indaga su un caso legato al mondo di Hollywood. Cosa ti ha ispirato la creazione di un personaggio così particolare?

Sono da sempre un appassionato di cinema. Quando ero ragazzo, la televisione proponeva di continuo vecchi film, e la mia famiglia stava incollata allo schermo ogni volta che ne trasmettevano uno. Mi capita spesso di dire che sono stato io a inventare l’“home theater”, istallandone uno a  casa mia 25 anni fa, quando non c’era nemmeno un nome per definirlo. Valentino mi ha dato la possibilità di utilizzare tutte le conoscenze sul cinema acquisite nel corso della mia vita, e ciò ha portato un divertimento inedito nella stesura di Hollywood Detective. Inoltre, l’idea di un esperto che passa tutto il tempo a  rintracciare e a montare frammenti di film perduti applicando le stesse tecniche per risolvere misteriosi omicidi è stata così naturale che mi sono chiesto perché nessuno ci avesse mai pensato prima.

Perché hai scelto Los Angeles come sfondo per alcune delle tue storie gialle?

Hollywood è la capitale del cinema americano, era l’ambientazione naturale per casi legati al mondo della celluloide. Dal momento che sono di solito associato alla città di Detroit, questo ha rappresentato per me un gradito cambiamento di scenario per me.

Quali scrittori di polizieschi sei solito leggere? E a chi pensi di essere più vicino?

Tra gli scrittori contemporanei, apprezzo Elmore Leonard, Dennis Lehane e Laurie King. Tra i grandi di qualche tempo fa, non ne ho mai abbastanza di Raymond Chandler, Sax Rohmer, Sir Arthur Conan Doyle, Dorothy B. Hughes e Richard Stark, lo pseudonimo cui ricorreva il grande Donald Westlake per i suoi romanzi hardboiled. È difficile dire a chi mi senta maggiormente affine. Secondo me, per un autore parte del piacere e del divertimento della lettura risiede nel misurarsi con stili di scrittura diversi dai propri.

Hai un autore contemporaneo preferito?

Forse Elmore Leonard, maestro indiscusso per i dialoghi e creatore di trame sempre imprevedibili.

Com’è la tua tipica giornata di lavoro?

Non sono una persona mattiniera, mi alzo verso le 8:00/8:30, bevo un caffè e un succo d’arancia leggendo il giornale, e sono di solito alla scrivania per le 10:00. Lavoro di filato fino a mezzogiorno, pranzo e faccio una passeggiata, riprendendo attorno alle due. A seconda di quanto  sia vicino alla fine del libro, lavoro fino alle cinque del pomeriggio o anche fino a sera.

Quali sono i tuoi progetti attuali?

In questo momento sto iniziando un nuovo western, e mi sto occupando di un altro progetto abbastanza nuovo per me. Sono inoltre felicissimo per l’imminente pubblicazione di Burning Midnight, un romanzo della serie del detective Amos Walker (previsto per giugno 2012), e di The Confessions of Al Capone, un mastodontico romanzo storico sulla vita dei gangster in America  nella  prima era del Proibizionismo.

Un ringraziamento per il prezioso aiuto va al team di Gargoyle che ha revisionato la mia traduzione.

:: Recensione di Lemmy Caution Pericolo pubblico di Peter Cheyney (Polillo Editore 2012) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2012

“Centrale di polizia dell’Oklahoma, a tutte le unità, a tutti i mezzi della stradale…
“Cercate Lemmy Caution, evaso oggi a Oklahoma City dopo aver ucciso una guardia e un vicesceriffo.
“Visto l’ultima volta in direzione del confine di stato presso Tahlequah. Probabilmente procede per Joplin. Usare cautela. Quest’uomo è pericoloso”.

Con tutto il rispetto per il mio amatissimo Philippe Marlowe, per Lew Archer, o per Sam Spade di Hammett, Lemmy Caution occupa un posto di riguardo tra gli antesignani di tutti i detective duri e puri che popolano il nutrito immaginario di noi cultori dell’ hardboiled. Senza la sua ironia tagliente, il suo sorriso da sciupafemmine, il suo fascino da duro che non disdegna di menare le mani o freddare gli avversari a colpi di pistola senza troppi scrupoli e sentimentalismi, probabilmente l’ hardboiled non sarebbe stato lo stesso. E sì che forse i suoi più amati e conosciuti colleghi splendono di luce propria e forse il ricordo di Lemmy Caution è un po’ sbiadito e ha vissuto i suoi anni d’oro tra gli anni 30 e gli anni 50, tuttavia i veri appassionati non possono non conservare un angolino speciale nel loro ruvido e polveroso cuore per il nostro agente dell’Fbi prima e detective privato poi Lemuel H. Caution. La Polillo nella collana I mastini ci riserva una chicca sicuramente imperdibile per tutti coloro che il nome di Caution non l’hanno mai sentito e non conoscono i vecchi gialli Mondadori che egregiamente hanno ospitato le sue avventure per volere dello stesso Alberto Tedeschi che aveva tentato inutilmente di pubblicarlo già nel periodo fascista e non c’era riuscito sarà perchè Lemmy Caution era un “lurido” yankee, sarà perchè decisamente aveva una maniera piuttosto spregiudicata di  trattare il gentil sesso, per non tacere le dosi di indiscutibile violenza  che turbavano i morigerati gerarchi tutti lavoro, Duce e famiglia. Nel 1936 uscì “This Man is dangerous” Lemmy Caution Pericolo pubblico, tradotto per Polillo dal bravo e divertito Bruno Amato  e il mondo fu pronto a fare la conoscenza per la prima volta con Lemmy Caution. Era pronto per davvero per cotale avvenimento? Chissà. Quello che è certo un po’ di scompiglio deve averlo messo senz’altro se non fosse per il fatto che si presenta subito come un gangster, un evaso che doveva scontare una pena di vent’anni per aver ucciso un poliziotto e durante l’evasione aveva ucciso un altro poliziotto e un vicesceriffo. Dunque questo ci appare dalle prime pagine e ci pone dalla parte dei cattivi, dalla parte di coloro che eroi non sono. Certo Lemmy ci riserverà sorprese ma il ruolo del gangster lo recita bene. Sarà per il linguaggio da gergo della mala anni Trenta che usa, sarà per il fatto che uccide con estrema facilità, vedi la nonchalance con cui  uccide Goyaz il proprietario della bisca su acqua:

Guardo oltre la spalla come se vedessi qualcosa sull’acqua. Lui si alza e si volta per guardare e io procedo. Gli piazzo cinque pallottole nel cuore e nella spina dorsale un paio per Gallat , due per MacFee e una per me. Si accascia sul parapetto. Gli metto il piede sotto le gambe e gliele alzo e lui scivola giù in acqua con un tonfo.

Sarà che incassa pugni e proiettili senza un lamento o quasi. Lemmy ha qualcosa del brutale figlio di puttana nascosto in fondo, ma ne anche tanto, ad un umorismo cinico e mordace. C’è una certa durezza, insolita e fredda che non ostante gli anni passati, lascia sorpresi, se pensiamo poi che non fu neanche un americano a crearlo ma un inglese mentre i suoi colleghi erano intenti a descrivere cacce alle volpi, tè delle cinque e a gettare tutti i sospetti sui maggiordomi, la cosa si fa ancora più interessante. Agli appassionati consiglio di fare un salto anche sul sito ufficiale dedicato a Cheyney http://www.petercheyney.co.uk/ tra copertine vintage  provenienti dai quattro angoli del mondo, aneddoti e curiosità passerete scuramente alcune ore divertenti.

:: Recensione di Il museo dell’inferno di Derek Raymond (Meridiano Zero 2012) a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2012

Una cosa avrei voluto dire a Bowman, prima che ammazzasse di botte qualcun’altro: come pensi passino il loro tempo i ladri, gli assassini, i suicidi? Volevo ricordargli che lo passano sognando ad occhi aperti su materassi squarciati in qualche casa abbandonata piena di siringhe: mezzi fatti, con un Walkman scassato come unica compagnia, gli spifferi sotto la porta che sollevano la polvere, le parole “fanculo la pula”  scritte sulla polvere della finestra, mentre altri uomini si rigirano gemendo nel sonno, tra lenzuola macchiate del loro seme. Volevo mostragli l’angoscia dei loro incubi,  fargli capire cosa si prova a cercare a tentoni lo scarafaggio schiacciato la sera prima.  Volevo parlargli del sole che spacca i muri al mattino mentre i camion giù sulla superstrada, delle loro teste che esplodono quando non hanno nessun motivo per alzarsi.  Perchè infilare i piedi in scarpe senza suole? Perchè stare lì a mettersi i jeans? In quelle tasche bucate non potrebbero metterci niente, ammesso che avessero dei soldi. Era questo che volevo dire a Bowman.

Il museo dell’inferno, Dead man upright traduzione e postfazione di Alberto Pezzotta, quinto e ultimo romanzo della serie Factory dopo E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il suo nome era Dora Suarez,  (il penultimo scritto da Derek Raymond, l’ultimo prima di morire nel luglio del 1994 sarà Not Till the Red Fog Rises, da poco ristampato da Meridiano Zero), è un romanzo che ha già dal titolo, scelto dal traduttore traendo spunto da un episodio del romanzo data l’impraticabilità della traduzione letterale, dispensa l’esatta gradazione di orrore che l’autore ha intenzione di consegnarci. Gli appassionati di Raymond sono una ristretta cerchia di congiurati accomunati da  un’ inquietante propensione a non spaventarsi davanti alle numerose declinazioni del male e che soprattutto non hanno paura di sporcarsi le mani. Leggere Raymond è infatti una esperienza dannatamente seria e sfibrante. Malvagità, brutalità, ferocia, non ci vengono risparmiate nè filtrate dal rassicurante ottimismo borghese che anestetizza buona parte della letteratura contemporanea, a volte anche travestita da noir. Raymond ha dissolto, estirpato la membrana che separa l’atto criminale, in tutto la sua virulenta abiezione, da chi lo compie e da chi leggendo assiste al suo svolgimento. Non ci sono barriere, cordoni protettivi, ancore di salvataggio, tutto ci è presentato senza filtri nè morali nè filosofici. Il male per Raymond non è un arzigogolo letterario, è una reale necessità atta a spiegare la condizione umana e l’inferno quotidiano che ci circonda. E in questo Il museo dell’inferno è la vetta di questa discesa scomoda e pessimistica al cuore della questione. Amato non da molti, e forse neanche da Raymond stesso, (che gli preferiscono il più elegante Il suo nome era Dora Suarez o il più coerente Aprile è il più crudele dei mesi), Il museo dell’inferno a mio avviso racchiude una certa eccezionalità e quasi l’azzardo di un uomo che sentendo arrivare la morte si sporge oltre l’abisso corteggiando gli estremi limiti consentiti. Certo ci sono pochi punti di riferimento: la Factory, distretto di polizia londinese in Poland Street, in cui opera il disilluso sergente senza nome della sezione A14  Delitti Irrisolti; una Londra arida e desolata come la terra desolata di T.S. Eliot, e certo la snervante dissoluzione della trama già presente in Incubo di strada è capace di trasmettere uno stranito senso di smarrimento, oltre alle deliranti farneticazioni di un serial killer di una tristezza che scortica la capacità di sopportazione, pur tuttavia come i figli meno amati racchiude in sé un eroico slancio di ribellione. Più che a James Ellroy, la cui differenza principale per me è che Derek è un naturalista mentre Ellroy è un romantico, vedo una stretta comunanza tra Derek e un altro maledetto del noir, Cornell Woolrich, stesso amore per i derelitti, stessa predilezione per lo squallore prosaico della vita quotidiana e le ambientazioni sordide, stessa ossessione per il male, per il crimine comune intossicato da banale mediocrità. Due fratelli nella notte, seppure separati da anni e da continenti. Che dire in conclusione leggere Il museo dell’inferno è quasi una necessità, un po’ come chiudere un cerchio quando si sa che è tutto finito e non ci sarà mai più un seguito.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Recensione di Hollywood Detective di Loren D. Estleman a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2012

“È una città infestata, l’ho sempre saputo. Ci sono le orme di gente morta davanti al Grauman’s Chinese Theatre, strade che portano i nomi di registi scomparsi, stelle del cinema morte nelle case segnalate sulle mappe delle abitazioni dei divi. I miei mi hanno portato in vacanza ad Alamo una volta. Quando sono arrivata ho avuto la stessa sensazione che avverto quando cammino per Sunset Boulevard, solo che lì c’è Davy Crockett e qui Steve McQueen”.

Benvenuti a Los Angeles la città dei sogni, non riesco a non pensare alla voce del doppiatore di Danny De Vito che decanta le virtù della città californiana all’inizio di L.A. Confidential sullo sfondo di cartelloni pubblicitari anni ’50, piantagioni di arance e donnine sorridenti in sgargianti costumi da bagno. Con la stessa ironia e vivacità Loren D. Estleman, autore di Hollywood detective (Gargoylextra) ci porta nella Mecca del cinema  e con scanzonata leggerezza ci parla di case di riposo per vecchie glorie, di segretarie eccentriche che hanno messo i binari della ferrovia che ha portato a Los Angeles la prima gente del cinema, di minuscole birrerie un po’ kitch per turisti cinefili con le pareti ricoperte di poster di W.C. Fields intento a giocare a poker, Douglas Fairbanks in calzamaglia e Marilyn che volteggia troppo vicina alla fiamma e i piatti del giorno dai nomi pittoreschi come Buster Keaton, o Scarface, di vecchi professori di storia del cinema in impermeabile e pipa d’ordinanza esperti conoscitori di tutta la mitologia e i retroscena, anche i più scabrosi, della vecchia Hollywood, di giovani archivisti adoratori di cimeli d’antan e sentimentalmente legati a decrepiti cinema in disarmo del tempo del muto, e per finire di fantasmi, ebbene sì la buonanima di niente meno che Eric von Stroheim, più noto per il ruolo di  maggiordomo, a dir il vero un po’ lugubre, di Gloria Swanson nel celeberrimo e amaro Viale del tramonto che come regista di film controversi come Rapacità, film che ha un ruolo di tutto rispetto nella nostra storia, infesta i sonni e le veglie del nostro intraprendente protagonista. Chilometri e chilometri di celluloide scorrono sullo sfondo e i nomi dei divi, idoli pagani di un culto inarrestabile, e gli aneddoti più bizzarri e strani si rincorrono per le pagine di questo omaggio divertito e commosso al Cinema, con la c maiuscola non è un errore. Per i cinefili un’orgia di rimandi, di citazioni, di pettegolezzi nobilitati dalla patina dorata che rende Hollywood la più marmorea e scintillante istituzione americana. Romanzo estremamente piacevole e divertente scandito dai tempi comici di dialoghi brillanti e ricercati questo Hollywood detective  non è un noir nè un hard boiled, ma un piccolo gioiellino che farà la felicità di cinefili e di appassionati di misteriosi omicidi sepolti nel passato, risolti da improvvisati detective tipicamente old american style. Tutto ha inizio quando Valentino, il nostro prode Hollywood detective, chiamato ironicamente lo Sceicco per la sua velata rassomiglianza con il mitico Rodolfo, si reca con una procace agente immobiliare a visitare l’Oracle, vecchia e fatiscente sala cinematografica sul punto di essere demolita, nel cui atrio campeggia un bassorilievo in bronzo di Max Fink una rovina lasciata dall’antica civiltà ormai perduta di Hollywood  e compie la follia di comprarla per farne la sua abitazione. Se non fosse che per prima cosa scova le pizze in versione intergrale di un capolavoro scomparso Rapacità di Eric von Stroheim e nel sottoscala dietro un tramezzo di gesso uno scheletro. Subito si pone un dilemma: salvare quel film dimenticato diventa una priorità e per farlo deve difenderlo dalla polizia che lo vuole requisire come prova. L’unica cosa da fare è svelare il mistero con l’aiuto di un vecchio professore bisbetico, una studentessa di legge dal nome improbabile di una bibita e una bellissima anatomopatolaga di cui si è perdutamente innamorato. Lascio a voi il divertimento e ricordatevi a Hollywood una vita normale è impossibile. Tutto è un effetto speciale.

Loren D. Estleman è uno scrittore americano di western e crime. È noto per una serie di romanzi polizieschi con l’investigatore Amos Walker.

Source: inviato dall’ufficio stampa.