Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Schegge di Sebastian Fitzek (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

18 giugno 2010

Schegge di Sebastian FitzekBerlino, tardo autunno, giorni nostri. Marc Lucas è un avvocato e assistente sociale, il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri: ragazzi sbandati per lo più abbandonati per strada, drogati, disperati. Marc Lucas ha un dono, è un sensitivo, può avvertire stati d’animo, provare empatia e compassione. Marc Lucas è anche fortunato, è felicemente sposato con Sandra, è in attesa di un figlio, è felice, nulla potrebbe andare meglio, poi all’improvviso la tragedia. A causa di un incidente stardale di cui lui si sente responsabile, Sandra muore e con lei il bambino. La vita di Marc Lucas diventa di colpo insopportabile finchè un annuncio su un giornale non gli ridà speranza, un’ ancora di salvezza alla quale aggrapparsi con tutte le sue forze:

“Avete subito un grave trauma e volete cancellarlo dalla vostra memoria? Allora rivolgetevi a noi tramite e-mail. La clinica privata Bleibtreu cerca volontari per un esperimento sotto stretto controllo medico.”

Marc Lucas senza pensarci manda la mail e viene contattato. Incuriosito, spaventato, pieno di speranza si reca alla clinica Bleibtreu, compila moduli, fa analisi poi all’ultimo non se la sente. Non firma il consenso e torna a casa. Ma qualcosa è cambiato, qualcosa non va. La sua auto non è più parcheggiata al solito posto. Sulla sua porta non c’è più il suo nome. Le chiavi non entrano nella serratura e quel che è peggio quando suona alla sua porta viene ad aprirgli Sandra la sua moglie morta che non lo riconosce. Lo shock è paralizzante. Come può essere posssibile? Ma questo è solo l’inizio. Il suo telefonino è privo di memoria. L’unico numero che ricorda è il proprio, lo chiama e gli risponde Marc Lucas… ma non è lui. Si reca sul suo posto di lavoro e vi trova uno sconosciuto. Disperato raggiunge la clinica Bleibtreu e al suo posto trova un cantiere e una voragine aperta. Cosa gli sta succedendo? Sta forse impazzendo? Più indaga, e più invece di sciogliere i nodi scopre cose ancora più inverosimili: una sceneggiatura che sembra ripercorrere tutta la sua storia e anticipare il futuro, un numero di telefono al quale non può fare a meno di chiamare. Benvenuti nel mondo di Marc Lucas. Benvenuti nel peggior incubo che vi possa capitare dove verità e menzogna si confondono, dove tutto sembra una gigantesca allucinazione e si arriva persino a dubitare di esistere. Ma a tutto c’è una spiegazione, una logica, plausibile, spietata, ogni tassello anche il più isignificante si incastra alla perfezione nel perfetto ingranaggio ideato da Fitzek. Schegge è senz’altro uno dei più avvincenti e spiazzanti thriller degli ultimi tempi. Geniale nel suo esordio, incredibilmente coinvolgente, si legge tutto di un fiato non dandoti il tempo di fare altro. La curiosità ti spinge a giarare le pagine, e a chiederti sgomento, come il protagonista, ma che cosa sta succedendo? Sta tutto capitando solo nella mente del protagonista o i fatti sono reali e poi alla fine si troverà una spiegazione per tutto? I capitoli sono brevi, nervosi, la scrittura è sincopata, travolgente, i fatti descritti agghiaccianti nella loro apparente assurdità. Fitzek con un talento del tutto raro crea un gioco ad incastri senza descrivere in realtà avvenimenti violenti o raccapriccianti la tensione è puramente psicologica, tutto accade nella mente del protagonista e la sua angoscia viene trasmessa al lettore con naturalezza come in un meccanismo di vasi comunicanti.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: L’abisso della solitudine di Boston Teran a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2010

51yIcacXrBL._SX317_BO1,204,203,200_Mi è capitato questo libro tra le mani quasi per caso, non è recentissimo avverto è uscito per la Fanucci nell’ottobre del 2005, ma devo dire che mi sono chiesta come fosse possibile che in tutto questo tempo non abbia mai sentito parlare di Boston Teran. Davvero una rivelazione.
Ma partiamo dall’inizio.
L’abisso della solitudine è innanzitutto la storia di una vendetta, la vendetta di un uomo John Victor Sully, sceriffo anonimo della contea di Los Angeles, che per ironia del caso finisce al centro delle macchinazioni di una banda di criminali che prima costruiscono delle prove a suo carico e poi lo vogliono morto. Ad occuparsi dell’incarico mandano un killer spietato, crudele, fatto di anfetamine, una donna Dee Storey che decide di portare con se la figlia tredicenne Shay per insegnarle cosa significa uccidere.
Ma tutto non va come previsto.
Sully è un osso duro, pure se sopraffatto, ferito, sepolto nel deserto, trova la forza di emergere dalla sua tomba, di sopravvivere. Comunque non potendo discolparsi dall’accusa di colpe non commesse decide semplicemente di sparire, attendendo il momento per vendicarsi e riscattare il proprio nome. L’occasione gli arriva undici anni dopo quando il destino riporta sulla sua strada sia Dee Storey, che sua figlia,  ma questa volta le cose andranno diversamente, Sully ormai ha cambiato nome si fa chiamare Victor Trey, tutto è cambiato tranne gli abissi più oscuri del cuore umano pronti a sanguinare rabbia e disperazione.
L’abisso della solitudine è una scheggia impazzita tra il pulp e il noir, la storia di una vendetta con personaggi sopra le righe e bizzarri che difficilmente si dimenticheranno. I dialoghi sono acidi, fulminanti, pieni di feroce ironia. La solitudine e soprattutto la violenza filo conduttore di tutta la storia è descritta quasi al rallentatore in un montaggio di immagini iperrealistiche e sgranate. Non c’è redenzione ne possibile riscatto, tutti i personaggi sono vinti e battuti e in questo l’anima noir del libro accresce la tensione creata magistralmante e alimentata da uno stile diretto, allucinato, al vetriolo, pieno di accelerazioni, di scoppi improvvisi.

L’abisso della solitudine di Boston Teran Collana  Dark , Fanucci Editore, pag. 463 , traduzione di Umberto Rossi.

Boston Teran è lo pseudonimo di uno scrittore statunitense. È nato nel South Bronx, a New York. Vive a Los Angeles. È diventato famoso con il suo primo romanzo “Dio è un proiettile”, (“God is a Bullet”, 1999) un thriller noir, crudo e spietato ambientato nella California della fine del XX secolo. Teran ha vinto importanti premi tra cui il premio “Winner of the 1999 Stephen Crane Literary First Fiction Award” per il suo primo romanzo “God is a Bullet”. Ha ottenuto anche delle nomination in altre competizioni letterarie

:: Recensione di La principessa di ghiaccio di Camilla Lackberg

31 Maggio 2010

Venite a Fjallbacka, un incantevole angolo di Svezia di fronte all’arcipelago, dove regnano pace e tranquillità. Beh forse non d’estate, quando i turisti sciamano a frotte e trasformano il piccolo paesino di pescatori in un villaggio turistico. Ma gli altri nove mesi, ah c’è silenzio, pace , bellezza. Anche se diciamolo Fjallbacka non è più come un tempo, quando la pesca delle aringhe era l’unico mezzo di sostentamento e l’asperità dell’ambiente e la continua lotta per la sopravvivenza aveva forgiato una popolazione temprata e forte.
Certo ora Fjallacka è solo più un luogo pittoresco per turisti danarosi, ma i vecchi sognano come era allora  e dopo tutto d’inverno la neve scintilla e l’unico rumore che sentireste sarebbe quello del vostro respiro. Ma come David Lynch ci ha insegnato spesso le piccole città di provincia nascondono un lato oscuro, dietro le tendine inamidate delle simpatiche casette di legno piene di mobili di betulla dipinti di bianco. Spesso vicende strane e inquietanti trovano vie misteriose per manifestarsi e non è sempre facile indagare sui numerosi segreti degli abitanti del luogo.
Certo c’è un mondo di facciata, perfetto, edulcorato, patinato, costruito su misura per ben figurare a servizio del temibile “ quel che dice la gente”.
Erica Falck lo sa bene che queste sono le regole del villaggio, e quando si trova a scoprire il cadavere di Alexandra sua amica di infanzia immersa nel ghiaccio della sua vasca da bagno con i polsi tagliati in una pantomima che dovrebbe far pensare a tutti ad un suicidio beh un po’ della vernice perfetta che ricopre ogni cosa a Fjallbacka inizia a scrostarsi, a rivelare crepe, ragnatele che in controluce non si vedevano, perché niente è come sembra e la polvere che si nasconde sotto il tappeto basta un colpo di vento per farla disperdere. Segreti incofessabili tornano alla luce, e l’acqua limpida del mare che scintilla nell’arcipelago da cartolina diventa ben presto un acquitrino, un pantano di delitti, di odio e di vendetta.
La principessa di ghiaccio folgorante libro di esordio di Camilla Lackberg è ora disponibile in Italia grazie a Marsilio e all’ottima traduzione di Laura Cangemi, primo in patria di una lunga serie di sette titoli, tradotto in più di 24 lingue, vanta già milioni di lettori sparsi per il mondo.
Nell’onda lunga del giallo scandinavo, ormai una vera  e propria scuola di pensiero, la Lackberg è accomunata a nomi come Stieg Larsson e Henning Mankell, se non addirittura alla regina incontrastata del giallo inglese dame Agatha Christie, cosa che farà sicuramente sorridere i puristi ma un fondo di verità ci dovrà pur essere se no non si spiegherebbe l’incredibile successo di vendite raggiunto. Innanzitutto è un libro di facile lettura, le pagine scorrono fluide e non si ha la tentazione di saltare capitoli interi per arrivare alla conclusione anche se è da notare che i capitoli in questo libro non ci sono affatto.
C’è molta attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, anche quelli minori o che compaiono anche una sola volta, una spruzzata di indagine psicologica per spiegare motivazioni, antefatti, intrecci e un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena che rendono la trama tutt’altro che scontata o monotona. A differenza dei succitati Larsson e  Mankell la Lasckberg da molto spazio al lato sentimentale della vicenda dedicando pagine intere alla storia d’amore tra la protagonista e Patrick Hedstrom il fascinoso poliziotto, amico di infanzia, con cui porta avanti l’indagine.
A mio avviso la bellezza del libro non risiede tanto nel lato thriller della vicenda, ma soprattutto nel fatto che un romanzo di genere dove il delitto e l’indagine sono più che altro un pretesto per parlare d’altro, per svelare il lato oscuro, il cuore nero, di una società quella svedese solo apparentemente solare e rassicurante.

::Recensione di Appello Mortale di Rocco Ballacchino

17 Maggio 2010

Il torinese Andrea Corioni è un professore di matematica, un uomo dalla vita tranquilla, schematica, assorbito da un susseguirsi di giorni in cui si alternano lezioni a scuola e solitarie serate a casa. Poi accade l’imprevedibile, viene svegliato nel cuore della notte da una telefonata.
L’amico Ugo gli annuncia che Giovanni Corsi un loro ex compagno di scuola è stato assasinato nel suo appartamento e probabilmente conosceva l’assassino. Non si tratta di un omicidio a scopo di rapina poiché non è scomparso niente a casa della vittima più che altro sembra che sia stato giustiziato.
Andrea a malapena si ricorda il volto di Giovanni, ma è l’occasione per fare un salto nel passato per riesumare da scatoloni impolverati i vecchi diari delle scuole medie.
Ma non è tutto.
Giovanni non è il primo dei loro ex compagni a morire in circostanze alquanto sospette. Ugo gli parla di una maledizione, del fatto che ormai sono rimasti solo dodici alunni su quindici di quell’antica classe.
Come nel celeberrimo Dieci piccoli indiani di Agatha Christie gli alunni iniziano infatti a morire uno ad uno e Ugo e Andrea si trovano costretti, anche per salvare le proprire vite, ad improvvisarsi detective per fermare il diabolico piano dell’assassino.
Appello mortale- Sfida dal passato è un breve giallo strutturato come un’enigma ad incastri dove i delitti si svolgono in un ambiente circoscritto e l’assassino e presumibilmente uno del gruppo come nella migliore tradizione classica in cui detectives dilettanti si mettono sulle tracce dell’assasino, svelandone nel finale il movente, e riportando l’equilibrio.
La concatenazione dei fatti è estremamente consequenziale, logica e rigorosa, non da spazio a sbavature e la suspance è accresciuta dalla scarsità di tempo e dal susseguirsi repentino degli aventi.
Secondo lavoro del torinese Rocco Ballacchino, Appello mortale denota una grande cura per i particolari e una buona dose di ironia. Più complicato del precedente, non disdegna una certa analisi psicologica dei personaggi e soprattutto dell’assassino che fino all’ultimo agisce indisturbato consumando la sua vendetta e solo nelle ultime pagine se ne capirà il motivo.

:: Recensione di Il bambino della città ghiacciata di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2010

Il bambino della città ghiacciataIn un’altra vita Konrad Jonsson era un giornalista affermato, girava il mondo, era qualcuno, in un’altra vita appunto prima di quello che successe a Baghdad, prima che il suo migliore amico venisse ucciso nel corso di un rapimento. Da quel momento infatti niente più per Konrad è lo stesso, tutto crolla, lascia il giornalismo, cade in depressione, si da all’ alcool diventa l’ombra di se stesso, un quarantacinquenne trasandato con lo sguardo da animale braccato. Ma dato che i guai non vengono mai soli, e quando capitano portano spesso amici, un giorno Konrad riceve una telefonata con la notizia che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati assassinati. Entrambi con un colpo di pistola alla nuca nel capanno degli attrezzi per un apparente rapina a Tomelilla una piccola cittadina nel sud della Svezia, una sparuta comunità nelle campagne dalla quale quasi trent’anni prima Konrad era fuggito. Mai avrebbe pensato di tornarci a Tomelilla la ridente Tomelilla con il vento sotto le ali, di tornare a casa, già nei luoghi della sua infanzia. Tornarci significherebbe fare i conti con il passato che pensava di essersi lasciato alle spalle per sempre, tornarci significherebbe lasciare che il passato ritorni a galla come schiuma sporca. Ma soprattutto significherebbe pensare ad Agnes, sua madre, la polacca, la straniera al tempo in cui essere polacchi era come essere zingari. Una donna dolce dai capelli scuri e gli occhi malinconici di cui non ha neanche una foto e fatica a ricordarne i lineamnti, una donna scomparsa improvvisamente senza lasciare traccia, una donna il cui nome quando veniva pronunciato in casa di Hermane e Signe l’atmosfera si riempiva di imbarazzo e si cambiava discorso. Forse i vecchi ricordi devono rimanere tali ed è un errore disseppellirli, forse Konrad non doveva tornare a Tomelilla ma ora è li come se il destino l’avesse chiamato ad un appuntamento inevitabile. Accolto con ostilità, guardato con sospetto da Eva Strom, l’ispettrice di polizia giudiziaria incaricata di indagare sul caso, Konrad si trova a farsi delle domande. Chi avrebbe potuto fare del male a Herman e Signe che si accontentavano di così poco in questa vita, che non davano fastidio a nessuno? Ma la polizia ha già i suoi sospetti, un movente, Herman e Signe erano ricchi avevano vinto dodici milioni di corone al Lotto e Konrad è uno degli eredi. Si può uccidere per dodici milioni di corone? Certo che si può uccidere se non fosse che un nuovo dupplice omicidio scuote Tomelilla. Due albanesi kossovari sorpresi a rubare in casa del vecchio Tore Tortensson, iscritto ad un partito nazionalista con radici neonaziste, vengono uccisi appunto dal padrone di casa in un atto forse di legittima difesa. Come non collegare i quattro delitti? Forse i due kossovari erano proprio gli assassini di Herman e Signe a cui questa volta  era andata male. In città intanto il cuore razzista si risveglia, e in molti pensano che Tortensson abbia fatto bene,  abbia agito nel pieno dei suoi diritti, facendosi giustizia da sé. L’atmosfera si fa tesa e l’odio alimentato dalla paura e dalla xenofobia si rivolge contro le famiglie di immigrati capri espiatori ideali a cui addossare la colpa di tutto quello che succede in città. Konrad si trova ad un bivio e ben presto intuisce che c’è un oscuro segreto nel passato della linda e sonnolenta Tomelilla, una colpa collettiva, vergognosa, terribile.  Di colpo non ha scelta per capire cosa è successo ai suoi genitori adottivi prima deve scoprire cosa ne è stato di sua madre, indagare sulla sua scomparsa, anche se nessuno a Tomelilla vuole che la verità venga fuori, una verità scomoda, dolorosa, che ha le sue radici nel cuore stesso della comunità, nel suo cuore più oscuro fatto di razzismo e indifferenza, ma ormai Konrad non ha più niente da perdere , deve continuare ad indagare,  a scavare nel fango se occorre, per ritrovare sua madre e infondo se stesso. Il bambino della città ghiacciata, annunciato come il più atteso thriller svedese dell’anno, ai primi posti delle classifiche mondiali è senz’altro un buon libro, scritto bene in cui suspance e critica sociale sono dosati per interessare il lettore. L’analisi psicologica è accurata, l’atmosfera di una piccola città svedese di provincia e bene resa. I tempi sono lenti come si addice al giallo scandinavo ma Lonnaeus è abile nell’incuriosire il lettore, nello spiazzarlo, nell’imporgli il suo punto di vista e i suoi tempi. Forse l’indagine poliziesca è solo un pretesto per fare luce sul razzismo nascosto nelle pieghe più oscure della civilissima società svedese, ma questo non è certo un difetto, anzi è un pregio che rende Il bambino della città ghiacciata qualcosa di più di un semplice thriller. A me è piaciuto e molto spero che piaccia altrettanto a voi.   

:: Recensione di Cella 211 di Francisco Perez Gandul a cura di Giulietta Iannone

28 aprile 2010

Mai presentarsi al lavoro con un giorno di anticipo. Perché non farlo assolutamente? Beh perché vi potrebbe capitare di avere un mancamento proprio mentre state visitando il braccio più pericoloso del carcere di massima sicurezza dove avete appena avuto la sventura di trovare lavoro come secondino, e potrebbe darsi anche che vi lascino su una brandina della famigerata cella 211 proprio nel giorno in cui Malamadre il leader indiscusso dei criminali più pericolosi ha la sventurata idea di guidare una sommossa. Ecco a Juan Oliver capita proprio questo, proprio a lui un tipo tranquillo, a posto, un tipo educato, quasi timido, con una bella moglie incinta, un tipo a cui di norma non capitano mai grane. Ed ora che fare? Dire a tutti quei nerboruti pluriassassini di essere uno dei carcerieri “un nemico”? Non sia mai, bisogna infiltrarsi, fingersi sporco, brutto e cattivo, tirare fuori le palle anche quando non si era mai creduto di averle perché nelle situazioni più disperate esce sempre il meglio, voglio dire il peggio di ognuno noi. E allora ci si può scoprire, arrabbiati, violenti, spietati, pronti a tutto pur di riguadagarsi la libertà e seppure Malamadre non è del tutto sicuro che Juan sia chi dice di essere, può nascere un’ inattesa amicizia, fino ad iniziare a credere che i pericolosi criminali non hanno poi tutti i torti a volersi ribellare, che non è detto che la colpa sia sempre solo da un solo lato della barricata. Tra accordi sottobanco, terroristi baschi politicamente scorretti, corruzioni più o meno marcate, critiche ad un sistema carcerario ben poco propenso a riabilitare coloro che finiscono in cella, Francisco Perez Gandul ci porta nel claustrofobico mondo di una prigione per parlarci di libertà, coraggio e amicizia e lo fa in modo originale e violento, cupo e disperato, al limite tra un noir e una tragedia greca. Non aspettatevi un’ opera agiografica, il linguaggio è crudo, disturbante, i personaggi spigolosi, urticanti e difficilmente vi metterete dalla loro parte e tiferete per loro anche se l’interrogativo che vi spingerà a giarare pagina dopo pagina  superando l’istintiva repulsione è sapere se Juan riuscirà a uscirne vivo. Non vi dirò di certo il finale, quello spetterà a voi conquistarlo ma quello che posso dirvi è che per essere un’ opera prima, giunta alla quinta ristampa, non è affatto male e soprattutto ci si chiede cos’altro ci proporrà Gandul negli anni a venire. Stiamo all’erta forse è nato un grande scrittore.

:: Recensione di Giulia Guida de "Il senso del dolore" di Maurizio de Giovanni

25 aprile 2010

Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi

“Perchè  cadono le lacrime. Sulla fame e sull’amore”. [Rileggendo “Il senso del dolore”, M. de Giovanni]

Non parla quasi mai, il commissario Ricciardi. Si nasconde dietro sbarre di ghiaccio, che da anni in silenzio gli si stringono nervose contro la gola, imprigionando la sua voce. Passano giorni interi in cui gli capita di chiedersi se una voce l’abbia mai avuta e prova a rincorrere le vibrazioni delle sue corde vocali attraverso il passato, a raccogliere quei  pochi cocci di suono scivolati a terra dalle sue tasche e ricucirli insieme, fino a ridisegnare un’onda elettrica senza strappi o spazi bianchi.Non riesce più a sentirlo, l’attrito delle sue parole contro l’aria.Essenziali, le parole di Ricciardi. Essenziali e spezzate al centro, come i suoi occhi, centri di gravitazione permanente di un dolore antico, che non si può capire, perchè nasce da una condanna a toccare l’allucinazione, a vedere l’invisibile, a sentire la morte. Tutto quello che gli è  rimasto da dire, Ricciardi l’ha lasciato a quel vuoto verde smeraldo che gli mangia la faccia. Gli occhi di Ricciardi. Due gocce di ghiaccio, tirate all’ingiù, incastrate come crepe nere nella pelle. Sono due rughe immense, di chi è invecchiato bambino e s’è bevuto tutto il buio troppo presto. Come tane per difendersi dai venti freddi dell’inverno, Ricciardi ci caccia dentro tutte le sensazioni che non vuole più sentire agitarsi nel sangue. Le chiude a chiave lì, le seppellisce come segreti inconfessabili, perchè sa che nessuno potrà mai raggiungere il nucleo duro della sua disperazione, nessuno avrà mai abbastanza forza né coraggio per aprire il tubetto nero dei suoi ricordi, di tutte le immagini e le voci che gli hanno rubato il presente, di tutti quei morti che giorno dopo giorno gli hanno raschiato via la vita e pretendono che lui ascolti le loro storie, faccia giustizia e rivendichi i loro anni interrotti. Vede i morti, Ricciardi. Quelli morti di una morte violenta, li vede dovunque, riascolta le loro ultime parole e soprattutto sente. Sente la tempesta elettrica di sensazioni che sanguina dalle loro ferite aperte, gli ricade addosso in un brivido viola lungo la schiena. E’ così da sempre, dal giorno del Fatto. Quando da bambino quella prima allucinazione gli spezzò  l’ultimo grido tra le labbra. E’ il 1931 adesso e Ricciardi vive in una Napoli che s’attacca alle pagine e le colora del profumo delle vecchie botteghe, dei piedi scalzi degli scugnizzi, dei rombi tonanti delle poche macchine che percorrono le strade, del sapore delle castagne nei carretti degli ambulanti, della luce fredda dei lampioni a gas che illuminano la notte di quei chiaroscuri ad olio e sciolgono il sangue nell’ombra. E’ una sera d’inverno quando il brigadiere Maione, l’unico che abbia provato a romperlo il muro d’acqua di quegli occhi, entra nell’ufficio di Ricciardi e lo mette al corrente di un omicidio avvenuto al teatro San Carlo, quella sera stessa. E’ stato trovato morto nel suo camerino Arnaldo Vezzi, il più grande tenore di quegli anni, protetto e amatissimo dagli alti ranghi del regime. Il suo corpo, ancora con l’abito da pagliaccio addosso, giace riverso sulla sedia, il collo trafitto da una scheggia di vetro dello specchio, due lacrime a solcare le sue guance e a sciogliere il trucco. In un angolo della stanza ecco l’allucinazione di Ricciardi. Il corpo di Vezzi, leggermente piegato sulle ginocchia, una mano protesa in avanti, la voce di un talento fuori tempo che intona un verso della Cavalleria Rusticana “Io sangue voglio, all’ira mi abbandono, in odio tutto l’amor mio finì…” Le indagini di Ricciardi lo portano a ridisegnare, testimone dopo testimone, la figura della vittima: una personalità nera, burbera, intrattabile, nutrita da un profondo egoismo e disumana irascibilità. Detestato da molti, Vezzi era, nonostante il suo carattere inavvicinabile, inesauribile fonte di guadagno per impresari della lirica, orchestrali e teatranti. Molti nemici nell’ambiente, quindi, ma tutti paradossalmente interessati a voler Vezzi vivo, una pedina troppo importante del loro gioco. Nei pochi giorni in cui si consumano le ricerche, le mani nervose di Ricciardi, tutte scatti e ricordi accavallati, si muovono tra le sgargianti luci dell’opera-  lui che aveva sempre vissuto su uno sfondo bianco e nero, che dei colori non aveva mai saputo che farsene, attraversa la vita di Vezzi, riscrivendo la sua storia mentre cerca di scrollarsi un pò di fuliggine di dosso, andando a decifrare il sentimento dietro ogni dinamica di quella macchina di finzione, così lontana dalla vita reale. Perchè, per uno che sa cosa sia la dannazione, per uno che lo senta davvero quel senso del dolore, l’arte non può avere niente a che fare con la vita, non può neanche esserne la copia più sbiadita. “Il senso del dolore”, primo dei tre romanzi di de Giovanni che ruotano attorno alle stagioni del commissario Ricciardi, racconta un’infanzia perduta, che non si lava via dagli incubi. Racconta il punto di rottura tra ciò che è reale e ciò che non sembra esserlo. Racconta del profondo amore che ci può essere dietro uno sguardo che non parla altro che di buio. Racconta gli occhi di un uomo che preferirebbe non sentire affatto, essere privato di ogni emozione, avere la sensibilità del cemento armato e svuotarsi la testa di tutte quelle parole- quelle ultime parole- che si rincorrono tra storie non sue, di chi ammazza per fame, di chi si sacrifica per amore. La fame e l’amore. Ricciardi aveva sempre pensato che non esistessero altri motivi per uccidere. Tutto era riconducibile a questo. Due sentimenti complementari capaci di sovvertire l’ equilibrio, rovesciare ogni ruolo prestabilito, provocare l’inaspettato. Accendere i colori e ridare vita a quella morte sempre in agguato per serrare gli occhi di un’amarezza di chi sa che non è ancora arrivato il suo tempo. Il tempo giusto per riascoltare le sue ultime parole e finalmente gridare via quel senso del dolore.

:: Recensione di Il commissario e il silenzio di Hakan Nesser a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2010

IIl commissario e il silenzio di Hakan Nessermmaginatevi una ragazzina di dodici anni.
Immaginatela violentata, umiliata e
Uccisa. Prendetevi tutto il tempo.
Immaginatevi poi Dio.
M. Barin, poeta.

Per gli amanti del giallo nordico, e precisamente squisitamente svedese, Hakan Nesser è un nome sicuramente noto, una garanzia di qualità. Premetto che io sono un’appassioanata di Mankell o del compianto Sieg Larsson, per non parlare di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, per cui probabilmente sono un po’ di parte ma senza voler essere eccessivamente celebrativa o incensante, in fondo mi limito a leggere per voi dei libri e a dirvi cosa mi è piaciuto e cosa no, posso dire che “Il commissario e il silenzio” ha senz’altro tre punti forti.
Innanzitutto l’ambientazione e l’atmosfera che si respira, rarefatta, malinconica, piena di luce tagliente tipica dei paesaggi nordici dove la natura sembra ancora incontaminata e autentica.
Poi lo scavo psicologico dei personaggi, accurato, credibile, soffuso di delicatezza e empatia.
In ultimo la denuncia sociale tipica della scuola scandinava e affrontata da Nesser con sincero impegno e condivisibile indignazione mista a sgomento.
Per quanto riguarda i punti deboli direi l’eccessiva lentezza specialmente nella seconda parte e il concentrare nel finale tutte le spiegazioni che hanno portato alla risoluzione del caso senza concedere al lettore durante la narrazione gli indizi necessari. L’effetto coniglio che esce dal cappello infatti è un po’ accentuato e toglie credibilità al finale a dire il vero inaspettato.
La trama è semplice e lineare tipica di una investigazione poliziesca: c’è un commissario, in questo caso il commissario Van Veeteren, e una vittima, o meglio alcune vittime, c’è una setta chiusa al mondo esterno e regolata dai soliti meccanismi che legano i guru ai propri adepti e c’è un colpevole enigmatico, difficile da identificare, evanescente come un’ombra.
Van Veeteren è un uomo stanco, sfiduciato, saturo per aver trascorso troppo tempo a contatto dei lati più bui e sordidi della società, anela alla pensione, alla pace, al silenzio ma si trova catapultato, quasi prigioniero di un’indagine tenuta in vita unicamente dalla sua ostinazione.
Senz’altro va ricordato l’ottimo lavoro di traduzione di Carmen Giorgetti Cima che ne ha fatto un’opera accurata e scorrevole.

Håkan Nesser – (Kumla, 21 febbraio 1950) è uno scrittore svedese di romanzi polizieschi. Ha insegnato lettere in un liceo, ma dopo il successo ottenuto dai suoi primi romanzi si è dedicato interamente alla letteratura. Molti dei suoi gialli hanno come protagonista il commissario Van Veeteren che vive nell’immaginaria città di Maardam, ubicata in un paese del nord Europa, verosimilmente la Svezia anche se il gulden, la valuta locale, e alcuni nomi potrebbero far pensare ai Paesi Bassi. L’altra sua serie di successo vede come protagonista l’ispettore svedese di origini italiane Gunnar Barbarotti che lavora nell’immaginaria cittadina di Kymlinge, in Svezia. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano, e da alcuni di essi sono stati tratti film o serie televisive.

Source: acquisto personale.

:: Recensione di Troppo Piombo di Enrico Pandiani

5 aprile 2010

troppo piomboIn una Parigi fredda e plumbea, addobbata con luci e luminarie come un gigantesco luna park in attesa di accogliere i turisti per Natale, un killer violento e feticista inizia a uccidere le giornaliste della redazione di “Paris24h”.
Chi meglio del manipolo superstite di eroi conoscriuto in Les Italiens e delle nuove reclute unitesi strada facendo, può mettersi sulle sue tracce e risolvere il caso?
Questa volta però il nostro commissario Jean-Pierre Mordenti di cui finalmente conosciamo nome e cognome dovrà vedersela soprattutto con se stesso e andare contro alla pericolosa abitudine che ha di innamorarsi sempre di donne fatali e misteriose con molto da nascondere e poca voglia di collaborare.
L’inizio è di quelli che non si dimenticano, violento, sgradevole, un pestaggio che risulta un pugno nello stomaco anche per il lettore e farà arricciare non pochi sopraccigli, ma non lasciatevi spaventare, continuate a leggere e non ve ne pentirete.
Sin da subito Mordenti inizia a sospettare una vendetta maturata all’interno della redazione ma c’è dell’altro, qualcosa che ancora gli sfugge, l’odio che ha generato tanta violenza non poteva che aver avuto origine nel passato e per scoprirlo non si poteva far altro che scavare nella storia personale della prima vittima, certo una giornalista rischia di irritare parecchia gente dentro e fuori dal giornale ma per causare una reazione così esagerata doveva essersi macchiata davvero di qualche colpa davvero grossa.
Poi una foto attrae la sua attenzione, una foto in cui la prima vittima Therese Garcia è ritratta sorridente in redazione con alcune sue amiche giornaliste, subito avverte che in quella foto è racchiuso un mistero, la chiave di volta del caso e infatti quando le donne ritratte iniziano a morire con le stesse modalità Mordenti ha la certezza che quelle donne in un certo senso erano complici di qualcosa di davvero terribile. E non sarà facile capire cosa.
Mordenti e i suoi uomini infatti si troveranno a barcamenarsi tra sfilate di moda alternative, rivolte delle banlieues, e i veleni della redazione del giornale parigino, scansando questa volta invece che le pallottole, ma non dubitate che non mancheranno anche quelle, falsità, colpi bassi e pettegolezzi di un mondo pieno di invidie, slealtà carrieristiche e veri e propri odi mortali. Ma i nostri ragazzi sono dei veri duri, non si faranno certo impressionare e pagina dopo pagina ci accompagneranno rivelandoci il volto dell’inatteso colpevole e le sue agghiaccianti e ferree motivazioni.
E’ un noir duro e con venature più splatter e cupe del precedente anche se non privo di ironia e di romantiche digressioni molto chandleriane. Le atmosfere ricordano se vogliamo la Parigi di Leo Malet il capostipite del noir francese pur tuttavia mantengono un’ unicità e un’originalità davvero non comuni. Chi ha amato Les italiens non potrà che divertirsi leggendo Troppo Piombo, confermando la certezza che Les italiens non era solo un fuoco di paglia o una meteora estemporanea destinata a spegnersi. Pandiani è bravo e gli amanti del noir possono stare tranquilli ci regalerà ancora splendidi libri.

Recensione di La notte che ho lasciato Alex di Hugues Pagan

4 marzo 2010

La notte che ho lasciato Alex di Hugues PaganIn una Parigi sporcata di pioggia con in sottofondo la voce struggente e preziosa di Lady Day e il blues dannato che entra nell’anima e la scava come lava incandescente, un ispettore di polizia senza nome, ma forse si chiama Chess anche se questo è incerto come tutto il resto in questa storia, si muove nella notte come una scheggia impazzita indagando su un delitto scomodo.
Un uomo del jet set, di quelli che contano, dalla vita dorata, di quelli che la gente comune ha l’occasione di conoscere solo attraverso le pagine patinate dei rotocalchi, viene trovato morto in un hotel a quattro stelle. Apparente suicidio, questo dicono le circostanze. Non ci sono segni di violenza, alcuna traccia di costrizione. Accanto al cadavere due buste, una per la procura generale e una per il poliziotto incaricato delle indagini contenente un floppy disk.
Il destino di Chess è segnato nel momento stesso in cui se lo mette in tasca, quel dannato floppy disk, ignaro di dare inizio ad una caccia senza quartiere. Come il classico vaso di Pandora il floppy disck contiene le prove di corruzioni diffuse, di intrecci tra le alte sfere e la criminalità e in tanti si affollano per metterci le mani su e per impedire a Chess di portare avanti le sue indagini.
Poi a complicare il tutto ci si mette pure l’amore, già perché anche gli ispettori che l’anima l’han persa nello stretto cammino dell’esistenza a furia di morti, notti in bianco e troppi caffè, hanno ancora un angolo del loro essere più profondo che cerca un rifugio, che si commuove davanti alla bellezza e alla purezza, che cerca redenzione o anche solo una ragione per sopravvivere.
In questo noir disperato e poetico di un magistrale Hugues Pagan, le vite dei vivi si confondono con la percezione che siamo tutti destinati a percorrere lo stesso cammino e ad oltrepassare la linea di confine con la terra dei morti. Non ci sono né vincitori né eroi, tutti sono solo anime morte senza redenzione e in questa amarezza e disillusione, Chess si lascia affondare tormentato dagli incubi del suo passato e dall’inferno del suo presente fino al sorprendente finale che sembra un lieto fine ma se si guarda più attentamente non lo è affatto.
Merita senz’altro segnalare l’ottimo lavoro di traduzione affidato a Luca Conti e a Jean-Pierre Baldacci, compito non facile soprattutto per lo stile evocativo e onirico di Pagan e la bellissima copertina di Jean-Claude Claeys.

Recensione di Les Italiens di Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2010

1Parigi, lungo Senna, 36 di quai des Orfrèves.
Una mattina come tante, uno stanzone pieno di poliziotti, una signora che deve fare denuncia, i computer che lampeggiano, forse la noia della routine.
Poi l’assurdo si materializza di colpo senza preavviso, senza dare tempo di ragionare, di difendersi, di agire: un cecchino dall’elegante palazzo di fronte inizia a sparare e a uccidere.
I proiettili non fanno rumore, creano poco più che uno spostamento d’aria e intanto la morte si porta via uno per uno gli uomini della squadra di poliziotti parigini di origine italiana “gli italiens” del titolo. Una squadra scelta, fortemente voluta, perché gli italiani sono più fantasiosi, solari, e bravi.
I sopravvissuti si gettano a terra e intanto pensano, superato il primo sgomento, chi può odiare tanto gli italiani, chi può colpire al cuore del quartiere dei flic?
Un pazzo isolato che cerca vendetta, o peggio l’attentato è frutto di un complotto per decimare una squadra che magari sta lavorando ad un’ indagine scomoda o sta dando fastidio a qualcuno?
Chi ha paura degli italiens?
Non c’è tempo da perdere bisogna capire, dare risposte, trovare soluzioni.
Il commissario, e quello che resta della sua squadra si trovano così a dover indagare su un caso che li tocca personalmente: ci sono i colleghi da vendicare, e le proprie vite in gioco.
Più scavano e più scoprono cose che non vorrebbero scoprire, più non possono fidarsi neanche dei propri stessi colleghi, più la verità emerge, e più è incredibile, assurda, dannatamente scomoda.
Questa in breve è la trama del libro d’esordio di un torinese, Enrico Pandiani, di cui sentiremo parlare, sicuro come la morte. Non mi capitava da un pezzo di leggere un noir così ben scritto, in cui i personaggi entrano prepotentemente in scena lasciando tracce precise e un eco che tarda a dissolversi.
C’è azione, ironia, vero e proprio umorismo degno dei maggiori maestri del noir, perché il noir non è un genere tetro e noioso, ridere anche dei lati più oscuri dell’animo umanao è segno distintivo degli scrittori di razza, tiene desta l’attenzione e ti spinge a riflettere anche su temi seri e complessi.
È un libro da leggere e rileggere. La narrazione è veloce, non ci sono pause, cali di tensione, esitazioni, Pandiani sa come coinvolgere il lettore, lo incuriosisce, lo porta ad immedesimarsi con i personaggi, in un gioco sottile che non fa prigionieri.
In un crescendo di suspance, di inseguimenti, di doppigiochi, la verità emergerà con tutto il suo carico di dolore e amarezza nel finale per niente consolante o peggio consolatorio, e sarà una verità che non ristabilirà l’ordine e la tranquilla monotonia dove i cattivi sono puniti e i buoni festeggiano sul carro dei vincitori.
Non vedo l’ora di leggere il prossimo romanzo di Pandiani “Troppo Piombo” sempre per Instar, che dovrebbe uscire a Marzo.

Recensione: Senza luce di Luigi Bernardi (Perdisa 2009) a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2009

Uno dei più bei romanzi di John Steinbeck che lessi “L’Inverno del nostro Scontento” termina nelle sue ultime battute con una frase che da sempre mi ha fatto riflettere: “È tanto più buio quando una luce si spegne, più buio che se non fosse mai stata accesa” e a Steinbeck ho pensato leggendo questo bellissimo noir di Luigi Bernerdi. Nello spazio ristretto di una piccola comunità la sospensione della luce può creare strane dinamiche. È quello che succede in una serata piovosa di metà ottobre nell’hinterland bolognese. “Uno scocomerato pieno di schioppi” di cui si sa solo che è un pensionato sui settanta anni inizia a sparare e uccidere. La polizia per stanarlo ha l’idea piuttosto bizzarra  di sospendere l’erogazione della corrente elettrica gettando il paese nel buio. Questo è il pretesto, il fatto esterno che scatena un susseguirsi di avvenimenti inattesi. C’è Federica ausiliaria del 118, una ragazza insicura, taciturna, fragile che deve vedersela con le avances tutt’altro che gradevoli di un vicino di casa invadente, Mario Peretti, geometra del comune, intrallazzatore, un uomo che è un mastino nel suo lavoro ma un frustrato con le donne, meschino e vendicativo. C’è Umberto Valdinotti un professore universitario arrogante, vanesio, sleale sposato con Giuliana e padre di due figli terribili e inquietanti a cui propone un gioco per passare le ore di buio che si rivelerà fatale per gli equilibri della famiglia. Poi c’è Loretta la barista del paese, sorella e quasi madre di un piccolo delinquente, una donna sola, chiacchierata per la sua maniera disinvolta di accogliere i clienti a cui non concede mai troppo, di una tenerezza e innocenza disarmanti che la fanno sembrare quasi un personaggio felliniano che vede in Ivano un uomo di cui innamorarsi, un’ occasione per cambiere vita. Infine c’è Domenico, scrittore in crisi da quando la sua donna è morta lasciandogli un gatto e una valigia con un misterioso contenuto. Le storie minime di vita quotidiana sgualcite di poesia scorrono parallele, si alternano di capitolo in capitolo per poi unirsi nel capitolo finale dove una pallottola vagante guidata da una vendetta toglierà una vita, la vita di un colpevole che in un modo o nell’altro ha scatenato la spirale di violenza, producendo un atto liberatorio di giustizia finalmente compiuta. Senza luce è un romanzo complesso, un noir in cui l’emergenza del black out è il pretesto per guardare all’interno dell’animo di alcuni esseri umani, apparentemente comuni, banali, facendo luce nei meandri più oscuri dove nascono le passioni più inconfessabili e represse. È un analisi priva di retorica e di indulgenza dei nostri giorni solo in apparenza civilizzati dall’uso di computer, cordless, tostapani. Non è un libro comune, la scrittura è densa, fluida piena di riflessioni filosofiche, sociologiche, esistenziali. È un’opera vissuta, scheggiata di feroce ironia, di romanticismo, di malinconia. In questo tempo circoscritto in poche ore, rarefatto, isolato dove il mondo ha spento le sue luci perdendo la sua rassicurante normalità e si è nascosto, in questo tempo dove sembra che  tutto debba accadere, Bernardi affronta con ruvida sincerità temi seri, scomodi, parla della sua personale idea di scrittura, dell’editoria, dell’arroganza del potere, del terrorismo, dell’invadenza dei mass media, della famiglia, della vanità e supponenza di una certa cultura, scopre senza indiulgenza i vizi e le debolezze di una società che non ostante adori il progresso, e idolatri la democrazia è sempre dominata dalle ataviche leggi del branco dove la “solidarietrà umana” è solo una parola senza significato. Il buio dell’anima viene scandagliato con una sensibilità e una profondità di pensiero che ci porta a fare buio anche nella nostra anima per ascoltare i suoni del silenzio. “Senza luce” è un romanzo corale, insolito, strutturato a corrente alternata, frammentato, un romanzo dove un’umanità dolente e sconfitta trova voce e si dibatte portando a galla frustrazioni, illusioni, debolezze velate da una malinconia che è fatta di dolente poesia. In questo buio non ci si perde, la voce dell’autore ci guida, ci orienta portandoci a conoscere qualche cosa di noi che forse avremmo voluto ignorare o per lo meno sarebbe rimasta sommersa nel non detto. Bernardi ha coraggio, e un po’ ce lo presta, un po’ ci sprona nel percorrere questa strada in salita e senza appigli. Mentre Mario cerca di sedurre Federica, Umberto vede sgretolarsi la sua famiglia come sabbia tra le dita, Loretta si innamora e Domenico si prepara a dare vita ai suoi demoni interiori noi ci interroghiamo su quanto siano scure e profonde le tenebre dentro noi stessi. Da questo libro si esce cambiati, parte di queste tenebre si incollano alle nostre dita mentre voltiamo le pagine ed iniziamo ad essere più consapevoli come quando ci accorgiamo di respirare e dopo quel momento non lo facciamo più involontariamente.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.