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Recensione di La notte che ho lasciato Alex di Hugues Pagan

4 marzo 2010

La notte che ho lasciato Alex di Hugues PaganIn una Parigi sporcata di pioggia con in sottofondo la voce struggente e preziosa di Lady Day e il blues dannato che entra nell’anima e la scava come lava incandescente, un ispettore di polizia senza nome, ma forse si chiama Chess anche se questo è incerto come tutto il resto in questa storia, si muove nella notte come una scheggia impazzita indagando su un delitto scomodo.
Un uomo del jet set, di quelli che contano, dalla vita dorata, di quelli che la gente comune ha l’occasione di conoscere solo attraverso le pagine patinate dei rotocalchi, viene trovato morto in un hotel a quattro stelle. Apparente suicidio, questo dicono le circostanze. Non ci sono segni di violenza, alcuna traccia di costrizione. Accanto al cadavere due buste, una per la procura generale e una per il poliziotto incaricato delle indagini contenente un floppy disk.
Il destino di Chess è segnato nel momento stesso in cui se lo mette in tasca, quel dannato floppy disk, ignaro di dare inizio ad una caccia senza quartiere. Come il classico vaso di Pandora il floppy disck contiene le prove di corruzioni diffuse, di intrecci tra le alte sfere e la criminalità e in tanti si affollano per metterci le mani su e per impedire a Chess di portare avanti le sue indagini.
Poi a complicare il tutto ci si mette pure l’amore, già perché anche gli ispettori che l’anima l’han persa nello stretto cammino dell’esistenza a furia di morti, notti in bianco e troppi caffè, hanno ancora un angolo del loro essere più profondo che cerca un rifugio, che si commuove davanti alla bellezza e alla purezza, che cerca redenzione o anche solo una ragione per sopravvivere.
In questo noir disperato e poetico di un magistrale Hugues Pagan, le vite dei vivi si confondono con la percezione che siamo tutti destinati a percorrere lo stesso cammino e ad oltrepassare la linea di confine con la terra dei morti. Non ci sono né vincitori né eroi, tutti sono solo anime morte senza redenzione e in questa amarezza e disillusione, Chess si lascia affondare tormentato dagli incubi del suo passato e dall’inferno del suo presente fino al sorprendente finale che sembra un lieto fine ma se si guarda più attentamente non lo è affatto.
Merita senz’altro segnalare l’ottimo lavoro di traduzione affidato a Luca Conti e a Jean-Pierre Baldacci, compito non facile soprattutto per lo stile evocativo e onirico di Pagan e la bellissima copertina di Jean-Claude Claeys.