Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Recensione di Orchidee nere di Rex Stout (Beat 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2012

Se Chandler ne La semplice arte del delitto in “Atlantic Monthly”, Boston 1944, scrisse di Hammett che tirò furori “il delitto dal vaso di cristallo e lo buttò in mezzo alla strada”, restituì  “il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere a dei lettori”, mise “sulla carta i personaggi com’erano” e li fece “parlare e pensare nella lingua che si usava di soliti per questi scopi” proclamando al mondo i caposaldi indiscutibili dell’ hardboiled, in netta seppur educata polemica con il giallo classico affollato di investigatori dilettanti, maggiordomi infidi, vecchiette pettegole e intriganti con l’hobby dell’ uncinetto, delle rose e del delitto, Rex Stout creando Nero Wolfe riprese a piene mani dalla tradizione più consolidata del giallo classico dell’età dell’oro che vede nello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle un modello indiscusso e nume tutelare del celebre Detection Club inglesissimo circolo che racchiude tra i suoi membri tutti i più importanti autori del genere poliziesco. Rex Stout non era inglese ma americano, e la nazionalità in questo caso ha un peso non trascurabile se pensiamo che non scelse la campagna inglese, i castelli, alternando le vicende dei personaggi a the delle 5 e caccia alla volpe, ma come scenario al centro delle sue storie predilesse l’ambiente metropolitano newyorkese, pur tuttavia Nero Wolfe non è certo un investigatore che utilizzi la forza bruta o batta le strade in cerca di testimoni e colpevoli, per questo c’è Archie Goodwin, suo braccio “armato” se vogliamo pronto a sporcarsi le mani mentre lui se ne sta al sicuro nel suo palazzo “fortezza” di arenaria situato al numero 918 della 35a strada, a curare come figli le sue adorate orchidee, a bere birra e ad assaporare le prelibatezze da gourmet che gli prepara il suo fidato cuoco svizzero, bizzarria questa abbastanza singolare se pensiamo che sarebbe stato molto più facile trovargli una nazionalità francese più in sintonia con il personaggio. Ma anche Nero Wolfe non è americano ma montenegrino, e questa sua esotica caratteristica forse singolarmente definisce e giustifica nella mentalità tipicamente americana le bizzarrie che lo caratterizzano: la sua inveterata misoginia, il pessimismo uggioso con cui guarda i suoi simili, il suo fare burbero e scostante, il suo narcisismo imbarazzante figlio di un egocentrismo che tocca picchi davvero grotteschi e quasi caricaturali. Ma pur tuttavia Nero Wolfe suscita simpatia e perché no rispetto, le sue debolezze diventano paradossalmente punti di forza che ne evidenziano la spiccata personalità e lo delineano in modo inequivocabile, non solo per la sua mole, nel panorama degli investigatori del giallo. La nuova collana Giallobeat di Beat edizioni riporta le indagini di Nero Wolf all’attenzione dei suoi numerosi lettori ed estimatori. A novembre abbiamo avuto modo di guastare  Fer-de-lance, a cui seguono dieci nuove avventure caratterizzate da nuove traduzioni e per ciascun volume da una prefazione diversa scritta dalle penne di alcuni dei più famosi intenditori del nostro prode detective, ora è il turno di Orchidee nere con prefazione di Carlo Lucarelli e traduzione della mitica Laura Grimaldi. Il volume contiene due racconti lunghi Orchidee nere (Black Orchids) e Cordialmente invitati ad incontrare la morte (Cordially invited to Meet Death) apparsi insieme nel 1942. Archie Goodwin, voce narrante delle storie, ci porta a conoscere come in una vera e propria indagine nuove peculiarità del nostro eroe montenegrino sempre pronto a rivelare nuove facce di sé. In Orchidee nere succede un fatto straordinario , Wolfe lascia la sua casa–rifugio e per amore di un rarissimo ibrido di orchidea nera si reca ad un’esposizione floreale. Cosa ancora più inusitata lo vediamo blandire Lewis Hewitt, lui di norma burbero e scorbutico, lo vediamo mentire, nascondere testimoni, pur di accaparrarsi i suoi agognati tre rari esemplari, sotto gli occhi sempre più esterrefatti del suo assistente, factotum, amico Archie Goodwin. Questa volta hanno ucciso un giardiniere Harry Gould in un modo tanto astruso e improbabile, che per incastrare il colpevole Wolfe sarà pronto quasi a  rischiare la vita in una camera a gas. In Cordialmente invitati ad incontrare la morte sarà il triste destino di Bess Huddleston, la miglior organizzatrice di ricevimenti per ricchi che New York avesse mai avuto, morta di tetano lunedì 25 agosto ad incuriosire il nostro. Riuscirà Nero Wolfe a dimostrare che è stato commesso un omicidio e a incastrare il colpevole? Non vi dico di più. Il divertimento è assicurato.

Rex Stout nasce nel 1886 e muore nel 1975 negli Stati Uniti. Nel 1934 pubblica Fer-de-Lance (BEAT 2011), il primo volume delle inchieste di Nero Wolfe. Il successo si ripete regolarmente per tutti i 42 successivi volumi, sfornati pressappoco al ritmo di uno all’anno. In BEAT sono usciti anche Orchidee nere (2012), Non abbastanza morta (2012), Entra la morte (2013), Palla avvelenata (2014) e la raccolta di ricette ispirate ai suoi libri Crimini e ricette (2013). Nel 1959 viene premiato con il Mistery Writers of America Grand Master.

:: Recensione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby & Work 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2012

“Vanno le carovane del Tigrai /verso una stella che oramai brillerà/ e più splenderà d’amor…”

Anche noi andavamo nel Tigrai, come i cammellieri della canzonetta: di stelle ne avevamo viste a migliaia, pensai ma di amore manco a parlarne. Laggiù infuriava una guerra senza tregua e semmai ci saremmo imbattuti in cadaveri insepolti, villaggi bruciati, sangue e dolore. E avremmo dovuto rischiare la pelle per garantire l’incolumità a un gruppo di topi di biblioteca e consentire loro di svolgere non meglio precisati scavi archeologici… Non capivo, ma ero costretto ad adeguarmi. L’uniforme che indossavo ogni giorno, e quasi sempre con orgoglio, non permetteva di porsi troppe domande e di avere dei dubbi.

Chai il tè eritreo, un bicchierino d’anice, la birra Melotti, le sigarette Macedonia, bastano pochi riferimenti per sentirsi di colpo trasportati a Massaua nell’Eritrea degli anni Trenta in compagnia del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini, del maresciallo Barbagallo, dello scium-basci Tesfaghì, personaggi che abbiamo iniziato a conoscere in Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni 2008) e Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni 2009) e ora ritroviamo in Le rose di Axum pubblicato da Hobby & Work nella collana Giallo & nero.
Nuova casa editrice, respiro più ampio, per Giorgio Ballario autore piemontese raffinato e colto, una vita nel giornalismo a dedicarsi di cronaca nera per la Stampa di Torino e ora autore di noir coloniali intrisi di spleen e fascino retrò.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Sul soffitto le pale del ventilatore ruotano stancamente e il maggiore Morosini se ne sta a riflettere nel suo ufficio sul ritrovamento nelle Saline  Eritree di un uomo barbaramente torturato e ucciso.
Un delitto misterioso, che colpisce per la crudeltà e l’efferatezza con cui è stato portato a termine: un corpo martoriato da profonde coltellate immerso nel sale a contatto della carne viva. Perché accanirsi così tanto su un essere umano? Questa è la domanda che inquieta e tormenta il maggiore nella cui mente risuonano le ultime parole del morente tra cui l’unica comprensibile “Axum”.
L’identità del morto è sconosciuta, non ci sono effetti personali che aiutino nell’identificazione, la testa è stata dilaniata dai corvi ed è per giunta un indigeno chiaramente di pelle nera, trovare il suo assassino non diventa una priorità. Nessuno dall’alto avrebbe chiesto conto di un delitto maturato in una probabile faida tra clan locali, che certo non avrebbe interferito con l’avanzata delle nostre truppe ad Addis Abeba.
Già è la guerra con l’Abissinia ad impensierire gli alti comandi i cui echi giungono smorzati nella sonnolenta provincia del Bassopiano. Gli echi di una guerra fortemente voluta da Mussolini per dare all’Italia il suo irrinunciabile impero coloniale i cui esiti porteranno l’annessione dell’Abissinia all’Italia e la creazione del nuovo possedimento coloniale chiamato Africa Orientale Italiana che riunirà  Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana sotto un unico Governatore.
Ma il fato o il destino ha deciso che questa morte non deve restare impunita, questo delitto rimanere insoluto e quando Morosini viene incaricato di accompagnare alcuni archeologi tedeschi fino alle antiche rovine di Axum avrà modo di scoprire l’identità del morto, di innamorarsi di una affascinante fotografa dagli occhi verdi e di imbattersi in un ginepraio fatto di spionaggio, sette esoteriche naziste, tesori trafugati e altre morti. Tra pericoli e avventure riuscirà a risolvere il mistero, perdendo un pezzo di sé, ma queste sono le regole del gioco anche nell’Africa del 1936.
Aldo Morosini è un bel personaggio, educato, vecchio stile, che fa ancora il baciamano quando incontra una signora, con una sua morale ma non privo di un’ anima noir fatta di tristezza, disillusione, scetticismo, capace di accettare l’amore mercenario dei bordelli di madame Chantale, capace per orgoglio di non chiedere di restare alle donne della sua vita.
E’ un uomo comune, ma non convenzionale, non il classico super eroe tutto muscoli e forza bruta, Morosini ama il ragionamento pacato, l’intuizione fulminea, il sondare le persone, non è razzista, ha lo stesso rispetto per i suoi subalterni indigeni e per i suoi compatrioti, non è volgare, grezzo, opportunista, non farà mai carriera, come dice con un pizzico di divertita rassegnazione il suo autore, pur tuttavia è simpatico, uomo del suo tempo pur con tutte le sue contraddizioni il suo gusto per le canzonette in voga, la comica tenerezza con cui si innamora.
Forse Barbagallo è più scaltro e gioviale, a lui i kartoffeln non piacciono da subito, forse il suo sentimentalismo demodé non ne fa un duro da letteratura hardboiled, comunque Aldo Morosini resta impresso nell’immaginario giallo proprio per tutte le ragioni che non ne fanno un super uomo a tutti i costi.
Le rose di Axum riconferma a mio avviso le doti narrative di Ballario, caratterizzate da uno stile pacato, dai toni sfumati e mai eccessivi, molto salgariano, molto understatement. Con un grande lavoro di ricostruzione storica, di attenzione per le ambientazioni, per il colore locale che non scade mai in una foto patinata e nostalgica del tempo che fu.  Non ci resta che aspettare la quarta indagine del maggiore Morosini e dato che l’autore rispetta una cronologia temporale non potrà non ambientarsi nel 1937. La Seconda Guerra mondiale si avvicina.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Hobby & Work.

:: Recensione di Non ti addormentare di S.J. Watson

11 febbraio 2012

Christine Lucas, la protagonista di Non ti addormentare opera prima dell’ esordiente inglese S.J. Watson, titolo originale Before I Go To Sleep, tradotto da Stefano Bortolussi e pubblicato a gennaio da Piemme, è una donna di 47 anni, amnesica. Vent’anni prima a causa di un incidente d’auto ha perso la memoria e ora ogni mattina si sveglia nella sua casa di Londra priva di ricordi, priva di quelle tracce insite nel nostro io più profondo che costituiscono la nostra identità, e la relazione tra memoria e identità, tema centrale di questo libro etichettabile unicamente come thriller psicologico solo dopo una lettura superficiale, si presta a riflessioni interessanti se è anche vero come scrive il Guardian che la memoria è per il romanzo contemporaneo ciò che era la follia in epoca vittoriana. Ogni mattina trova nel suo letto un uomo, Ben, che dice di essere suo marito ma che lei non riconosce, in una casa che non sente sua, fissando allo specchio un’ estranea, molto più anziana di quanto lei si senta. Fino a quando non si riaddormenterà ricorderà tutti gli avvenimenti della giornata e col sonno tutto svanirà. Un medico, il dottor Nash, un neuropsicologo affascinato dal suo caso e che vuole aiutarla, le consiglia di scrivere un diario per avere così una traccia dello scorrere del tempo sulla quale pezzo per pezzo ricostruire la sua vita. Christine si aggrappa a questo diario, arrivando a tenerlo segreto al marito, e così facendo viene a scoprire molte cose: l’esistenza di un’amica di antica data, Claire, che non ha più rivisto,  di un figlio, Adam, che il marito le dice essere morto, e  cosa più strana che era una scrittrice non ostante il marito lo neghi e affermi che non ostante il dottorato in Lettere  si arrangiasse con lavori di segretaria.  Infine Christine  scopre anche che una minaccia misteriosa incombe nella sua vita e, incerta su chi fidarsi, sarà costretta a lottare disperatamente fino al drammatico  colpo di scena finale. Se la buon anima di Sir Alfred Hitchcock fosse ancora tra noi sono certa che si sarebbe messo di impegno per trasformare Non ti addormentare  in un film facendo recitare la parte di Christine a Grace Kelly o magari no alla più dolce e tormentata Tippy Hedren ora mi pare che Ridley Scott abbia scelto di produrre il rifacimento cinematografico con Rowan Joffe come regista. Gli elementi che hanno fatto grande il suo cinema ci sono tutti: una donna in pericolo, un piano diabolico quasi perfetto, angoscia, ambiguità, suspense, traumi psicologici,  sembra quasi che l’autore abbia giocato con i canoni del genere mettendoceli tutti. Di per sé la storia è semplice, quasi elementare ed è difficile che un lettore un tantino smaliziato non capisca tutto già ben prima della parola fine. Forse Watson avrebbe dovuto giocare più sull’ambiguità per ingannare il lettore fino all’ultimo, mettere meno indizi rivelatori anche se parzialmente assorbiti dall’incertezza tra vero e falso, tra ricordi reali e indotti. Comunque anche così la storia funziona, è quasi geniale se vogliamo, una scatola ad orologeria pronta ad esploderti in faccia all’improvviso. La suspense e l’angoscia crescono dosati come un lento veleno che si insinua nella mente del lettore facendo passare in secondo piano tutto il resto. L’autore è bravo in questo rende reale l’assurdo un po’ come ne La donna che visse due volte. Una curiosità ero dannatamente convinta che l’autore fosse una donna, prendetelo come un complimento per la bravura di un uomo nell’identificarsi in un personaggio femminile.

:: Recensione di Incidenze di Philippe Djian (Voland 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2012

Diventare un bravo scrittore prima dei trenta, ecco una cosa davvero inimmaginabile salvo rare eccezioni, trent’anni è il minimo assoluto, attaccava sempre con i suoi studenti, pensate si impari a far risuonare le parole in un giorno, o anche in cento, o che la grazia caschi dal cielo in un attimo, state a sentire, voglio essere franco con voi, calcolate vent’anni, calcolate vent’anni prima di saper riconoscere la vostra voce, a prescindere da come vi ci metterete, questo per dire che se qualcuno tra voi nutre una pur vaga illusione in proposito si rassicuri, amici miei, ve lo dico io, non aspettatevi niente di importante, niente di sconvolgente, niente di veramente valido prima di vent’anni, seppiatelo. Intendo due decenni. Guardate, chi non ama il sacrificio è meglio se rinuncia subito. Ecco, ho scritto il mio nome sulla lavagna. Inutile cercarlo su Wikipedia. Non sono Michel Houellebecq. Spiacente.

Marc, il protagonista di Incidenze, titolo originale Incidences, traduzione di Daniele Petruccioli, breve e strano romanzo di Philippe Djian uscito l’anno scorso per Voland avvolto nell’aura di culto che in Francia circonda il suo autore, lo incontriamo per la prima volta una bella serata d’inverno imbiancata dalla luna, dopo tre bottiglie di vino cileno molto forte a bordo della sua malridotta 500 dalla marmitta assordante come un aereo a reazione, che se ne torna a casa con una ragazza ubriaca a fianco. Molto più giovane di lui, una sua studentessa per giunta di cui ricorda a malapena il nome e che ha un certo insolito talento cosa abbastanza insolita nella mediocrità assoluta che lo circonda. Già, perché Marc, cinquantatre anni, scrittore frustrato dalla mancanza di talento, non potendo scrivere si accontenta del suo surrogato più prossimo, insegnare scrittura in una piccola e sperduta università di provincia e quasi meravigliandosi lui stesso compensa ogni sua inadeguatezza letteraria, con un talento altrettanto appagante  apparire decisamente irresistibile per le sue giovani studentesse che si succedono nel suo letto a ritmo forsennato e lui è pronto ad approfittarne quasi con rabbia accecato da un’ oscura volontà tesa a mascherare il vuoto e la pochezza che è la sua vita. Barbara, questo è il nome della ragazza, se ne ricorderà infine qualche giorno dopo, si era appena iscritta al suo laboratorio di scrittura e lui non aveva cercato neanche per un secondo di lottare contro l’attrazione che provava per lei, un’attrazione eccessiva. Barbara non ha intenzione di rimanere un’avventura sullo sfondo senza importanza, ha deciso di conquistarsi un posto di rilievo nella sua vita. Aveva ventitre anni. Labbra a cuore. Fianchi pronunciati. Gambe un po’ tozze. Ed è inequivocabilmente morta il mattino dopo. Marc non si ricorda gran chè di quella notte, solo che lo avevano fatto. Non lo sfiora nemmeno il pensiero di averla uccisa, ma poi è davvero una morte accidentale, ne siamo proprio sicuri, pur tuttavia un certo senso di colpa lo spinge a nascondere le tracce ad attraversare il bosco che circonda la sua casa e digrada fino al lago e buttarla in un crepaccio prima di correre sporco di fango e impresentabile a lezione a parlare di John Gardner e della narrativa morale. La scomparsa della ragazza crea un po’ di agitazione, un funzionario di polizia viene incaricato di indagare e Marc, forte delle precauzioni prese, nasconde la verità e si finge anche stupito pure con la presunta madre adottiva Maryam, personaggio che riserverà qualche sorpresa, una vera donna finalmente in un mare di conquiste senza rughe e senza personalità, una donna di cui Marc non potrà che non innamorarsi perdutamente, a modo suo comunque. Gravato da un passato oscuro, la follia della madre ha lasciato cicatrici indelebili in lui e in sua sorella Marianne, una madre morta con suo marito nell’incendio della loro casa, e anche qui il dubbio che la mano di Marc adolescente non l’abbia appiccato si fa insistente, l’uomo si trova a combattere con la sua coscienza, con il licenziamento imminente, nelle mani di Richard Olso il direttore del dipartimento di letteratura, uomo mediocre, che ha acquistato un posto di potere senza merito, di una stronzaggine nauseante, una nullità incompetente e insignificante che insidia Marianne con le armi spuntate della sua pochezza, con il suo amore fino al finale improvviso, spiazzante privo di redenzione. Incidenze dicevo all’inizio è un romanzo strano, crudele se vogliamo, un noir cinico e triste, di una tristezza venata non di malinconia ma qualcosa di più cattivo, velenoso, rabbioso. Djian mette in bocca al suo protagonista riflessioni sulla letteratura, amare e spiacevoli quasi che con la scusa di imbastire una storia che ruota intorno al grumo oscuro di una verità negata, di menzogne ben congegnate, della differenza sottile tra vero e falso, in realtà si accanisse sui mali che affliggono la letteratura, sulle difficoltà di essere scrittore, sul fatto che essere un mediocre di successo a volte è tutto quello che conta. Il personaggio di Richard permette a Djian tutto questo e gli permette di far da specchio alle frustrazioni del protagonista personaggio in cui sebbene è ben difficile riconoscersi o identificarsi è per tuttavia portatore e depositario di alcune verità folgoranti che fanno quasi impressione in bocca a lui. Marc gioca sporco si sa, inganna il lettore ma non se stesso, ci porta  ad intravedere qualcosa che poi ci viene nascosto dietro il velo del dubbio e dell’incertezza. E’ un personaggio fluttuante, complesso, e schiacciato dalle incidenze che sembrano costellare la sua vita. La sua moralità è stata incenerita nell’infanzia, non aspettiamoci che sappia distinguere il bene e dal male, il rassicurante opportunismo e l’ipocrisia borghese non gli appartengono, e questa sua anima noir viene descritta con intensità e efficacia. Il morboso rapporto con la sorella, l’incesto che occhieggia e lascia un sapore acre fino all’ultimo, fino alla inutile telefonata con la sua studentessa nel bungalow a testimoniare, che non è cambiato, nè il sesso nè l’amore hanno avuto su di lui questo potere e quando accende l’accendino per fumarsi la sua ennesima sigaretta, sappiamo che non ci mancherà o forse sì.  Già questo dubbio non ci lascerà per un bel po’ di tempo anche dopo aver chiuso il libro.

:: Recensione di Lemmy Caution Pericolo pubblico di Peter Cheyney (Polillo Editore 2012) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2012

“Centrale di polizia dell’Oklahoma, a tutte le unità, a tutti i mezzi della stradale…
“Cercate Lemmy Caution, evaso oggi a Oklahoma City dopo aver ucciso una guardia e un vicesceriffo.
“Visto l’ultima volta in direzione del confine di stato presso Tahlequah. Probabilmente procede per Joplin. Usare cautela. Quest’uomo è pericoloso”.

Con tutto il rispetto per il mio amatissimo Philippe Marlowe, per Lew Archer, o per Sam Spade di Hammett, Lemmy Caution occupa un posto di riguardo tra gli antesignani di tutti i detective duri e puri che popolano il nutrito immaginario di noi cultori dell’ hardboiled. Senza la sua ironia tagliente, il suo sorriso da sciupafemmine, il suo fascino da duro che non disdegna di menare le mani o freddare gli avversari a colpi di pistola senza troppi scrupoli e sentimentalismi, probabilmente l’ hardboiled non sarebbe stato lo stesso. E sì che forse i suoi più amati e conosciuti colleghi splendono di luce propria e forse il ricordo di Lemmy Caution è un po’ sbiadito e ha vissuto i suoi anni d’oro tra gli anni 30 e gli anni 50, tuttavia i veri appassionati non possono non conservare un angolino speciale nel loro ruvido e polveroso cuore per il nostro agente dell’Fbi prima e detective privato poi Lemuel H. Caution. La Polillo nella collana I mastini ci riserva una chicca sicuramente imperdibile per tutti coloro che il nome di Caution non l’hanno mai sentito e non conoscono i vecchi gialli Mondadori che egregiamente hanno ospitato le sue avventure per volere dello stesso Alberto Tedeschi che aveva tentato inutilmente di pubblicarlo già nel periodo fascista e non c’era riuscito sarà perchè Lemmy Caution era un “lurido” yankee, sarà perchè decisamente aveva una maniera piuttosto spregiudicata di  trattare il gentil sesso, per non tacere le dosi di indiscutibile violenza  che turbavano i morigerati gerarchi tutti lavoro, Duce e famiglia. Nel 1936 uscì “This Man is dangerous” Lemmy Caution Pericolo pubblico, tradotto per Polillo dal bravo e divertito Bruno Amato  e il mondo fu pronto a fare la conoscenza per la prima volta con Lemmy Caution. Era pronto per davvero per cotale avvenimento? Chissà. Quello che è certo un po’ di scompiglio deve averlo messo senz’altro se non fosse per il fatto che si presenta subito come un gangster, un evaso che doveva scontare una pena di vent’anni per aver ucciso un poliziotto e durante l’evasione aveva ucciso un altro poliziotto e un vicesceriffo. Dunque questo ci appare dalle prime pagine e ci pone dalla parte dei cattivi, dalla parte di coloro che eroi non sono. Certo Lemmy ci riserverà sorprese ma il ruolo del gangster lo recita bene. Sarà per il linguaggio da gergo della mala anni Trenta che usa, sarà per il fatto che uccide con estrema facilità, vedi la nonchalance con cui  uccide Goyaz il proprietario della bisca su acqua:

Guardo oltre la spalla come se vedessi qualcosa sull’acqua. Lui si alza e si volta per guardare e io procedo. Gli piazzo cinque pallottole nel cuore e nella spina dorsale un paio per Gallat , due per MacFee e una per me. Si accascia sul parapetto. Gli metto il piede sotto le gambe e gliele alzo e lui scivola giù in acqua con un tonfo.

Sarà che incassa pugni e proiettili senza un lamento o quasi. Lemmy ha qualcosa del brutale figlio di puttana nascosto in fondo, ma ne anche tanto, ad un umorismo cinico e mordace. C’è una certa durezza, insolita e fredda che non ostante gli anni passati, lascia sorpresi, se pensiamo poi che non fu neanche un americano a crearlo ma un inglese mentre i suoi colleghi erano intenti a descrivere cacce alle volpi, tè delle cinque e a gettare tutti i sospetti sui maggiordomi, la cosa si fa ancora più interessante. Agli appassionati consiglio di fare un salto anche sul sito ufficiale dedicato a Cheyney http://www.petercheyney.co.uk/ tra copertine vintage  provenienti dai quattro angoli del mondo, aneddoti e curiosità passerete scuramente alcune ore divertenti.

:: Recensione di Il museo dell’inferno di Derek Raymond (Meridiano Zero 2012) a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2012

Una cosa avrei voluto dire a Bowman, prima che ammazzasse di botte qualcun’altro: come pensi passino il loro tempo i ladri, gli assassini, i suicidi? Volevo ricordargli che lo passano sognando ad occhi aperti su materassi squarciati in qualche casa abbandonata piena di siringhe: mezzi fatti, con un Walkman scassato come unica compagnia, gli spifferi sotto la porta che sollevano la polvere, le parole “fanculo la pula”  scritte sulla polvere della finestra, mentre altri uomini si rigirano gemendo nel sonno, tra lenzuola macchiate del loro seme. Volevo mostragli l’angoscia dei loro incubi,  fargli capire cosa si prova a cercare a tentoni lo scarafaggio schiacciato la sera prima.  Volevo parlargli del sole che spacca i muri al mattino mentre i camion giù sulla superstrada, delle loro teste che esplodono quando non hanno nessun motivo per alzarsi.  Perchè infilare i piedi in scarpe senza suole? Perchè stare lì a mettersi i jeans? In quelle tasche bucate non potrebbero metterci niente, ammesso che avessero dei soldi. Era questo che volevo dire a Bowman.

Il museo dell’inferno, Dead man upright traduzione e postfazione di Alberto Pezzotta, quinto e ultimo romanzo della serie Factory dopo E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il suo nome era Dora Suarez,  (il penultimo scritto da Derek Raymond, l’ultimo prima di morire nel luglio del 1994 sarà Not Till the Red Fog Rises, da poco ristampato da Meridiano Zero), è un romanzo che ha già dal titolo, scelto dal traduttore traendo spunto da un episodio del romanzo data l’impraticabilità della traduzione letterale, dispensa l’esatta gradazione di orrore che l’autore ha intenzione di consegnarci. Gli appassionati di Raymond sono una ristretta cerchia di congiurati accomunati da  un’ inquietante propensione a non spaventarsi davanti alle numerose declinazioni del male e che soprattutto non hanno paura di sporcarsi le mani. Leggere Raymond è infatti una esperienza dannatamente seria e sfibrante. Malvagità, brutalità, ferocia, non ci vengono risparmiate nè filtrate dal rassicurante ottimismo borghese che anestetizza buona parte della letteratura contemporanea, a volte anche travestita da noir. Raymond ha dissolto, estirpato la membrana che separa l’atto criminale, in tutto la sua virulenta abiezione, da chi lo compie e da chi leggendo assiste al suo svolgimento. Non ci sono barriere, cordoni protettivi, ancore di salvataggio, tutto ci è presentato senza filtri nè morali nè filosofici. Il male per Raymond non è un arzigogolo letterario, è una reale necessità atta a spiegare la condizione umana e l’inferno quotidiano che ci circonda. E in questo Il museo dell’inferno è la vetta di questa discesa scomoda e pessimistica al cuore della questione. Amato non da molti, e forse neanche da Raymond stesso, (che gli preferiscono il più elegante Il suo nome era Dora Suarez o il più coerente Aprile è il più crudele dei mesi), Il museo dell’inferno a mio avviso racchiude una certa eccezionalità e quasi l’azzardo di un uomo che sentendo arrivare la morte si sporge oltre l’abisso corteggiando gli estremi limiti consentiti. Certo ci sono pochi punti di riferimento: la Factory, distretto di polizia londinese in Poland Street, in cui opera il disilluso sergente senza nome della sezione A14  Delitti Irrisolti; una Londra arida e desolata come la terra desolata di T.S. Eliot, e certo la snervante dissoluzione della trama già presente in Incubo di strada è capace di trasmettere uno stranito senso di smarrimento, oltre alle deliranti farneticazioni di un serial killer di una tristezza che scortica la capacità di sopportazione, pur tuttavia come i figli meno amati racchiude in sé un eroico slancio di ribellione. Più che a James Ellroy, la cui differenza principale per me è che Derek è un naturalista mentre Ellroy è un romantico, vedo una stretta comunanza tra Derek e un altro maledetto del noir, Cornell Woolrich, stesso amore per i derelitti, stessa predilezione per lo squallore prosaico della vita quotidiana e le ambientazioni sordide, stessa ossessione per il male, per il crimine comune intossicato da banale mediocrità. Due fratelli nella notte, seppure separati da anni e da continenti. Che dire in conclusione leggere Il museo dell’inferno è quasi una necessità, un po’ come chiudere un cerchio quando si sa che è tutto finito e non ci sarà mai più un seguito.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Recensione di Hollywood Detective di Loren D. Estleman a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2012

“È una città infestata, l’ho sempre saputo. Ci sono le orme di gente morta davanti al Grauman’s Chinese Theatre, strade che portano i nomi di registi scomparsi, stelle del cinema morte nelle case segnalate sulle mappe delle abitazioni dei divi. I miei mi hanno portato in vacanza ad Alamo una volta. Quando sono arrivata ho avuto la stessa sensazione che avverto quando cammino per Sunset Boulevard, solo che lì c’è Davy Crockett e qui Steve McQueen”.

Benvenuti a Los Angeles la città dei sogni, non riesco a non pensare alla voce del doppiatore di Danny De Vito che decanta le virtù della città californiana all’inizio di L.A. Confidential sullo sfondo di cartelloni pubblicitari anni ’50, piantagioni di arance e donnine sorridenti in sgargianti costumi da bagno. Con la stessa ironia e vivacità Loren D. Estleman, autore di Hollywood detective (Gargoylextra) ci porta nella Mecca del cinema  e con scanzonata leggerezza ci parla di case di riposo per vecchie glorie, di segretarie eccentriche che hanno messo i binari della ferrovia che ha portato a Los Angeles la prima gente del cinema, di minuscole birrerie un po’ kitch per turisti cinefili con le pareti ricoperte di poster di W.C. Fields intento a giocare a poker, Douglas Fairbanks in calzamaglia e Marilyn che volteggia troppo vicina alla fiamma e i piatti del giorno dai nomi pittoreschi come Buster Keaton, o Scarface, di vecchi professori di storia del cinema in impermeabile e pipa d’ordinanza esperti conoscitori di tutta la mitologia e i retroscena, anche i più scabrosi, della vecchia Hollywood, di giovani archivisti adoratori di cimeli d’antan e sentimentalmente legati a decrepiti cinema in disarmo del tempo del muto, e per finire di fantasmi, ebbene sì la buonanima di niente meno che Eric von Stroheim, più noto per il ruolo di  maggiordomo, a dir il vero un po’ lugubre, di Gloria Swanson nel celeberrimo e amaro Viale del tramonto che come regista di film controversi come Rapacità, film che ha un ruolo di tutto rispetto nella nostra storia, infesta i sonni e le veglie del nostro intraprendente protagonista. Chilometri e chilometri di celluloide scorrono sullo sfondo e i nomi dei divi, idoli pagani di un culto inarrestabile, e gli aneddoti più bizzarri e strani si rincorrono per le pagine di questo omaggio divertito e commosso al Cinema, con la c maiuscola non è un errore. Per i cinefili un’orgia di rimandi, di citazioni, di pettegolezzi nobilitati dalla patina dorata che rende Hollywood la più marmorea e scintillante istituzione americana. Romanzo estremamente piacevole e divertente scandito dai tempi comici di dialoghi brillanti e ricercati questo Hollywood detective  non è un noir nè un hard boiled, ma un piccolo gioiellino che farà la felicità di cinefili e di appassionati di misteriosi omicidi sepolti nel passato, risolti da improvvisati detective tipicamente old american style. Tutto ha inizio quando Valentino, il nostro prode Hollywood detective, chiamato ironicamente lo Sceicco per la sua velata rassomiglianza con il mitico Rodolfo, si reca con una procace agente immobiliare a visitare l’Oracle, vecchia e fatiscente sala cinematografica sul punto di essere demolita, nel cui atrio campeggia un bassorilievo in bronzo di Max Fink una rovina lasciata dall’antica civiltà ormai perduta di Hollywood  e compie la follia di comprarla per farne la sua abitazione. Se non fosse che per prima cosa scova le pizze in versione intergrale di un capolavoro scomparso Rapacità di Eric von Stroheim e nel sottoscala dietro un tramezzo di gesso uno scheletro. Subito si pone un dilemma: salvare quel film dimenticato diventa una priorità e per farlo deve difenderlo dalla polizia che lo vuole requisire come prova. L’unica cosa da fare è svelare il mistero con l’aiuto di un vecchio professore bisbetico, una studentessa di legge dal nome improbabile di una bibita e una bellissima anatomopatolaga di cui si è perdutamente innamorato. Lascio a voi il divertimento e ricordatevi a Hollywood una vita normale è impossibile. Tutto è un effetto speciale.

Loren D. Estleman è uno scrittore americano di western e crime. È noto per una serie di romanzi polizieschi con l’investigatore Amos Walker.

Source: inviato dall’ufficio stampa.

:: Recensione di L’occhio indiscreto di George Harmon Coxe (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

28 dicembre 2011

L’occhio indiscreto (Murder with Pictures, 1935), opera prima dello scrittore americano George Harmon Coxe, (che introdusse il personaggio del fotoreporter Kent Murdock, per oscuri motivi ancora inedita in Italia), è da poco uscita nella collana I Mastini n° 10 della Polillo, con traduzione di Francesca Stignani, e per gli amanti dell’ hard boiled classico fatto di donne fatali, gangster dai capelli azzimati alla grande Gastby, poliziotti duri e puri e fotoreporter con l’hobby del delitto magari per risolvere un caso e prendersi la ricompensa è una lettura senz’altro imperdibile.
Siamo a Boston, davanti alle porte di un’aula giudiziaria si accalcano i giornalisti e i fotografi dei più importanti giornali della città in attesa di sapere se il gangster Nate Girard, uno di quelli che hanno fatto i soldi al tempo del proibizionismo con il contrabbando di liquori, verrà condannato alla sedia elettrica per omicidio.
A sorpresa il verdetto è di assoluzione, grazie anche al suo avvocato Mark Redfield che per l’occasione si guadagna una parcella da cinquantamila dollari.
Per festeggiare Redfield organizza un party a casa sua e invita anche Kent Murdock fotoreporter del Courier Herald che con Girard ha qualche legame essendo il gangster l’attuale amante di sua moglie Hestor, avida ex ballerina di fila proveniente dal burlesque, dalla quale cerca di ottenere disperatamente il divorzio.
Tra gli invitati Murdock nota un’affascinante biondina vestita di blu il cui volto spicca per onestà tra quelli degli altri invitati, ma il suo tentativo di attaccare discorso con la ragazza finisce miseramente. Murdock tornando nel suo appartamento situato nello stesso stabile, nota per le scale il fratello dell’uomo ucciso presumibilmente da Nate Girard.
La mattina dopo mentre si fa la doccia, la biondina del party si nasconde nel suo appartamento un attimo prima che il tenente Bacon della Squadra Omicidi faccia irruzione e gli comunichi che Mark Redfield è stato ucciso. Murdock nasconde la ragazza e si getta a capofitto nell’indagine per guadagnare i diecimila dollari della ricompensa che gli consentiranno di divorziare da Hestor.
Ecco in breve la trama di questo romanzo decisamente gradevole e pieno di verve, con un tocco di ironico romanticismo che spinge Kent Murdock a fare la sua dichiarazione d’amore ad una stranita e divertita Joyce Archer, sorella del principale indiziato scappato con la vedova della vittima.
Mark Redfield non sarà il solo a morire in questo romanzo forse minore, ma sicuramente interessante sia per lo svolgimento della trama, per l’effervescenza dei dialoghi e per il fascino discreto del protagonista, Kent Murdock, un fotoreporter gentiluomo capace di innamorarsi, ammansire poliziotti, subire aggressioni, e risolvere delitti, accompagnato dalla sua fida macchina fotografica, dal sorriso disarmante e dalla sua incorruttibile (non si sa fino a che punto) onestà.

George Harmon Coxe (1901-1984), nato a Olean, nello stato di New York, dopo aver abbandonato gli studi trovò lavoro dapprima come boscaiolo, poi in una fabbrica di automobili. Ben presto, però, il suo amore per la scrittura lo spinse a dedicarsi al giornalismo e tra il 1922 e il 1927 collaborò con varie testate. Nel 1927 si trasferì a Cambridge, Massachusetts, dove lavorò in un’agenzia di pubblicità fino al 1932 quando decise di rimettersi a scrivere. Tre anni dopo diede alle stampe il suo primo romanzo, Murder with Pictures (L’occhio indiscreto), nel quale introdusse il suo personaggio più famoso, il fotoreporter Kent Murdock. Fu per lui l’inizio di una lunga carriera letteraria durante la quale pubblicò 63 opere, 23 delle quali con Murdock come protagonista. Dal 1936 al 1938 lavorò per la MGM come sceneggiatore. Stimato dalla critica e dai colleghi («Il più professionista dei professionisti», lo definì il noto critico e scrittore Anthony Boucher), nel 1964 fu insignito del Grand Master Award dai Mystery Writers of America, associazione della quale era stato presidente nel 1952. Il suo ultimo romanzo, No Place for Murder (Fenner: la morte mi perseguita) fu pubblicato nel 1975, nove anni prima della sua morte avvenuta a Old Lyme nel Connecticut.

:: Recensione di La teoria dell’1% di Frédéric H. Fajardie a cura di Giulietta Iannone

18 dicembre 2011

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Se Parigi, con la sua gigantesca periferia grigia e anonima, faceva da sfondo ad Assassini di sbirri neo-polar di esordio di Frédéric H. Fajardie, in La teoria dell’1%,  seconda avventura di Tonio Padovani il commissario di origini italiane più improbabile di tutta la letteratura noir francese e non solo, ci troviamo nel bel mezzo del mese di settembre del 1979  in Normandia, nella quieta e amena campagna intorno a Pourceauville, terra del calvados, del livarot, della sigaretta papier mais che fa vomitare, delle vacche da latte e delle mosche da merda. Sopravvissuto quasi per miracolo al Grand Guignol di fuoco e proiettili con cui terminava il precedente romanzo il nostro anarchico commissario con il braccio sinistro semi-paralizzato, la gamba destra più corta di due centimetri, le decine di cicatrici e ovunque le schegge di vetro e di acciaio trascorre i suoi giorni a godere la pace della campagna con la sua Francine e il suo cane Tip-Toe quando all’improvviso si ritrova impantanato in una miserabile vicenda di delitti campagnoli. L’uomo nero, con il volto deformato da una calza di nylon, un mantello nero, un cappello simile a quelli usati dai filibustieri e dagli chouan del XVIII secolo e con sulla spalla, per colorire il quadretto, niente di meno che una falce si aggira per la campagna a mietere vite riproponendo un raccapricciante rituale che trae le sue origini, particolari macabri compresi, addirittura da fatti avvenuti al tempo dello sbarco del D day. Padovani si attacca al telefono, chiama lo Zio, chiede rinforzi e si fa spedire la sua sgangherata squadra al completo: Primmerose, un Pierre Bellemare ingenuo , un po’ minchione, allegro e sognatore: un Pierre Bellemare irreale insomma, Mamadou, una specie di Burt Lancaster africano, e in aggiunta Hautes Etudes, il mini commissario in prova di cui curare la formazione. Riuscirà il nostro commissario a risolvere il caso e a fermare questa strage che ha tanto il sapore di una vendetta? Non c’è manco da chiederselo. Fajardie costruisce una storia decisamente dissacrante, va a colpire proprio un nervo dolente della storia francese, le carognate e le codardie commesse durante l’occupazione nazista dai collaborazionisti che finita la guerra dettero alle fiamme gli archivi tedeschi che testimoniavano tutte le loro azioni per addirittura spacciarsi per appartenenti alla Resistenza. Su questo grumo oscuro Fajardie delinea un‘indagine poliziesca sui generis, con stile e ironia, riuscendo a divertire e sfiorando addirittura la comicità in alcune battute folgoranti che seppure con amarezza fanno ridere con le lacrime agli occhi. Grande traduzione di Giovanni Zucca. Imperdibile.

Frédéric H. Fajardie (nato il 28 agosto 1947 a Parigi e morto il  primo maggio a Parigi) è stato uno scrittore e sceneggiatore francese. Nell’ agosto del 1979 pubblica il suo primo romanzo  Assassini di sbirri, un adattamento molto libero dell’Orestie, un mito dell’antica Grecia. È all’origine di un nuovo genere letterario, il neo-polar, riconosciuto dal critico Max-Pol Fouchet.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Aisara”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Imperdonabili di Philippe Djian (Voland 2011) a cura di Giulietta Iannone

15 novembre 2011

aRingraziavo il cielo per avermi dato la letteratura. Ringraziavo la letteratura per avermi dato un lavoro, per aver provveduto ai bisogni della mia famiglia, avermi fatto conoscere il brivido del successo, avermi punito, elevato, e oggi la ringrazio per la mano che ancora mi tendeva, ma sarebbe bastata? La letteratura avrebbe avuto il ruolo di sempre nella mia vita, adesso che ero solo e la polvere si posava?

Imperdonabili di Philippe Djian, (titolo originale Impardonnables, traduzione di Daniele Petruccioli), è un romanzo edito nel 2009 in Italia da Voland in quasi concomitanza con l’edizione francese Gallimard, – in Francia è uscito a febbraio, in Italia a ottobre -.
In testa per mesi alle classifiche dei libri più venduti Imperdonabili è sicuramente un libro di grande fascino, dove appunto personaggi e ambientazione gettano un’ ombra lunga sul lettore. Ho letto recensioni di lettori che lo definiscono un romanzo triste, in effetti di aspetti tragici ce ne sono numerosi dall’incidente in cui perde la vita la prima moglie e la figlia maggiore del protagonista, dalle malattie incurabili, all’ uccisione involontaria di un benzinaio durante una rapina, ma l’atmosfera che si respira in questo libro non è affatto opprimente, ho riso in diverse occasioni dove l’ironia si coniugava alla assurdità di certi atteggiamenti o manie.
L’ossessione del protagonista per Hemingway è riversata e dosata come un veleno lento e intossicante e per chi conosce le opere di Ernesto come amichevolmente viene chiamato dal protagonista, noterà molti omaggi nascosti alla sua scrittura, dalle tende gonfiate dal vento che mi hanno ricordato una pagina del Grande Gatsby.
E’ un noir fondamentalmente, dove non ci sono eroi, dove tutti i personaggi mostrano lati sgradevoli se non irritanti. Il protagonista Francis per primo, uno scrittore francese di culto pubblicato dagli editori più importanti, sessantenne, sposato con una moglie di dieci anni più giovane, che vive in una villa di stile andaluso affacciata sull’oceano, battuta da mille intemperie, vento, pioggia, mareggiate che portano a riva le cose più assurde. Marito infedele della prima moglie, tradito dalla seconda, padre odiato dalla figlia superstite, incapace di perdonare, vendicativo, diffidente, orgoglioso cerca salvezza nella letteratura chiedendosi se davvero la scrittura può compiere quel miracolo.
Poi c’è Alice la figlia ribelle, attrice di successo, sempre sulle prime pagine dei giornali più per le sue scorribande sentimentali che per il suo talento, moglie di Roger un banchiere ex drogato e inaffidabile e madre di due gemelle insopportabili alle quali si aggiungerà un maschietto ben oltre la metà del romanzo. Judith la seconda moglie, agente immobiliare consumata dalla mancanza di un figlio che il marito per egoismo non le ha voluto dare, cinquantenne piacente e sempre in viaggio.
Oltre alla famiglia di Francis altri due personaggi emergono dalla storia Anne Marguerite l’investigatrice privata alla quale Francis si rivolge quando Alice scompare, e Jeremie suo figlio, uno sbandato, appena uscito dal carcere, con un cane come unico amico, che odia gli omosessuali e esce sempre malconcio da risse e litigi.
Ecco gli imperdonabili che danno vita al romanzo. Se vogliamo proprio l’incapacità di perdonare, ruggine che corrode nel profondo il protagonista e lo rende incapace di vera umanità anche quando Judith lo prega di farlo, di perdonare la figlia, dicendogli che il perdono eleva, rende migliori, e Francis scorbuticamente le fa capire che lui non ne ha nessun bisogno, è la vera protagonista del romanzo.
Poi c’è la morte che dice l’ultima parola e non lascia adito a scampo. Raccontato in prima persona, è la voce del protagonista che ci accompagna in riflessioni profonde sulla vita, sull’amore, sul tradimento, sulla famiglia, sulla letteratura, sulla morte.
Andrè Techine l’ha trasformato in un film con André Dussollier come protagonista peccato solo che l’abbia ambientato a Venezia e non sulla costa atlantica, una villa stagliata contro il cielo plumbeo con l’oceano in tumulto alle spalle avrebbe reso tutto più di impatto a mio avviso.
In sintesi un noir dell’anima, che fa l’autopsia di una famiglia e parla del male di vivere di uno scrittore con il quale è difficile andare d’accordo ma per il quale non si può non provare comprensione e simpatia.

Nato a Parigi nel 1949, Philippe Djian si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.

:: Recensione di Massacro all’anisette di André Héléna (Aisara, 2011) a cura di Giulietta Iannone

7 novembre 2011

anisetteAvevano paura solo dei carabineros, loro sì che avevano l’autorità per chiedere i documenti. Conclusione bisognava evitare i gendarmi. Ma per l’appunto quei tizi arrivano sempre quando non devono. Per ora l’essenziale era superare quella dannata curva. Dopodiché avrebbero probabilmente trovato un paesaggio più aperto e avrebbero potuto vedere cosa conveniva fare. Ma in fondo al suo cuore Justin non vedeva nessuna soluzione. Era convinto che fossero tutti in trappola, come topi. No non avevano nessuna possibilità di cavarsela, ci sarebbe voluto un miracolo e raramente il buon Dio sta dalla parte dei gangster.   

Una partita di cocaina è al centro di un gioco al massacro tra due bande criminali di trafficanti, una francese e una spagnola, sotto il sole rovente di un’ estate barcellonese, in questo bellissimo noir del 1955 di Andrè, Helena tradotto dal francese da Barbara Anzivino, Aisara edizioni.
Gangster story prima di tutto, ma anche affresco di una società uscita dalla Seconda Guerra Mondiale che si divide in gente per bene che si accontenta di un lavoro onesto, vive con un solo abito bello per la domenica, paurosa di infrangere le regole, e gente senza scrupoli pronta a tutto per portare a segno il colpo della vita e guadagnarsi la grana necessaria per fare la bella vita, magari comprandosi un’acienda in America Latina.
Gregoire e Justin, gli anti-eroi protagonisti di Massacro all’anisette, fanno parte di questa seconda categoria di uomini, senza più scrupoli e regole morali, ormai assorbiti dalla legge della Mala che fa abbandonare gli amici pur di salvarsi la vita, uccidere chi tradisce e denuncia alla polizia, vendicarsi di chi per avidità e sete di denaro vuole fare il furbo e prendersi tutto.
Gregoire e Justin oltre che complici sono amici, ma questa amicizia non salverà né uno né l’altro, passerà come un alito di vento sulla storia lasciando in Justin un vago senso di colpa nell’abbandonare l’amico e fuggire con il resto della banda in direzione di Parigi, dopo un’ affare di droga andato a male in cui ha perso la vita Manuel e altri due membri della banda sono scampati quasi per miracolo.
La droga è perduta, l’unica alternativa è la fuga con una jeep verso il confine, senza documenti, senza soldi, con la sola speranza di farla franca.
Gregoire abbandonato a Barcellona, senza la sua donna che l’ha tradito fuggendo con il resto della banda verso Parigi, è pieno di rabbia, di vero e proprio odio, è armato e non può far altro che cercare i suoi nemici della banda rivale e farsi dare quello che gli spetta. Non basta un oscuro presentimento, una morsa allo stomaco per fermarlo e spingerlo ad andare incontro al suo destino, che inevitabilmente ha il sapore della morte.
Quello che sorprende in questo romanzo è la sconcertante modernità di Helena, non solo per l’uso disinvolto del linguaggio, molto libero e fedele testimone del gergo dei delinquenti, ma per la capacità di descrivere un mondo senza falsi pudori, in cui i protagonisti sono assassini e criminali privi di retorica, dove nessuno è innocente.
Helena ci presenta dei personaggi vividi e vitali, umanamente privi di spessore, ma nello stesso tempo per cui è difficile non provare un briciolo di simpatia e in questo sta la grandezza e la peculiarità, se vogliamo, di questo scrittore decisamente fuori dai canoni.
Anche l’ambientazione è parte integrante di questa magia che riesce a creare: l’ambiente del porto disseminato di bistrot dove tutti bevono l’anisette celebrato dal titolo, brulicante di vita notturna, di prostitute pesantemente truccate dagli abiti sgargianti, di marinai, contrabbandieri.

Lì la folla era leggermente diversa. Si mischiavano marinai del mondo intero, turisti e persone assolutamente indefinibili. Si andava dal mozzo cinese al marinaio norvegese, passando per i lupi di mare del commercio americano. Per non parlare della folla di neri raccattati nei locali per marinai di San Francisco o di Port Said. Gli arabi vendevano merce parigina e tappeti. Se ne portavano cinque o sei sulle spalle e c’era da chiedersi come non si beccassero una congestione con quel caldo.

Incredibilmente, e contrariamente ad ogni aspettativa, una vena di lirismo e di poesia impreziosisce una struttura narrativa scarna e ruvida in cui la semplicità disarmante si infrange in uno stile limpido e dalla lucentezza di un diamante.
Considerato uno dei suoi romanzi minori, forse a torto, sicuramente per gli amanti del noir una lettura che riserverà notevoli sorprese. Postfazione di Hervé Delouche.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di La donna in gabbia di Jussi Adler-Olsen (Marsilio 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 novembre 2011

La donna in gabbiaLa donna in gabbia edito da Marsilio con traduzione di Maria Valeria D’Avino è il primo romanzo di una serie crime-thriller di uno scrittore danese che vanta singolari record, innanzitutto è il giallista danese più venduto in assoluto capace per intenderci di avere al suo attivo ben 5 milioni di copie vendute, una distribuzione in 30 paesi, e i diritti cinematografici e televisivi acquistati da Network Movie, ZDF Enterprises, ZDF e Nordisk Film, che i più attenti non potranno non ricordare come gli stessi produttori dei film tratti dalla Millennium Trilogy di Stieg Larsson.
Come se non bastasse Jussi Adler-Olsen, questo è il nome dell’autore, ha anche vinto nel 2010 con Flaskepost fra P(Message in a Bottle) il Glass Key Award, il premio per la letteratura gialla più prestigioso della Scandinavia.
Con un tale pedigree un po’ di curiosità viene e sembra che il segreto di cotanto successo sia la vena comica, pensiamo solo che ha esordito con due libri su Groucho Marx, che è riuscito a iniettare nei suoi thriller in cui la suspense e la tensione giocano un ruolo fondamentale.
In La donna in gabbia facciamo la conoscenza con Carl Mørck detective problematico della sezione omicidi della polizia di Copenaghen con un passato familiare e professionale difficile promosso con tanto di ufficio stipato nel seminterrato quasi per toglierselo dai piedi, capo della sezione Q, una nuova sezione presso la Direzione anticrimine della polizia con l’obbiettivo di scavare su casi irrisolti di speciale interesse per la comunità.
Primo caso della sezione Q, che Mørck si trova a trattare con il suo assistente Assad, è la scomparsa nel nulla senza lasciare tracce nel 2002 di Merete Lynggaard, giovane e attraente parlamentare di cui non se ne seppe più nulla mentre era a bordo di un traghetto della Scandlines.
A capitoli alternati saltando dal 2007 al 2002 il romanzo ci porta a conoscere più da vicino Merete e Mørck e il mistero legato alla sua scomparsa. Riuscirà Mørck dopo tutti quegli anni a trovare Merete, se è ancora viva, e a fare luce su quell’intricata vicenda che sembra scaturire da un antico dramma famigliare irrisolto dalle conseguenze imprevedibili? Questo è l’interrogativo che ci accompagnerà nella lettura e terrà viva la suspence per 460 pagine.
E’ un libro godibile, ho sorriso con un po’ di amarezza in diversi punti che hanno reso la lettura scorrevole e mai piatta. Mørck non è tutto quel campione di simpatia ma si impara ad amarlo lo stesso con i suoi difetti, le sue debolezza, la sua astiosità verso un destino che l’ ha portato a sopravvivere quando uno della sua squadra ha perso la vita in un lago di sangue e l’altro è rimasto paralizzato per sempre e tutte le volte che lo va a trovare gli chiede di aiutarlo a morire.
Un po’ di cinismo, un po’ di ironia avvelenata, un po’ di disprezzo per i giochetti dei superiori tutti tesi a scucire finanziamenti più che a lottare veramente per la verità e la giustizia, rendono Mørck un tipo scomodo, complicato, astioso, e nello stesso tempo profondamente umano e variegato.
Dal punto di vita investigativo La donna in gabbia è un romanzo sicuramente interessante, l’indagine scivola verso l’inevitabile conclusione con piglio deciso, il folle responsabile del rapimento di Merete strappa un po’ di compassione anche se la sua vendetta è più che sadica decisamente disumana.
Assad poi – l’assistente di Mørck – è sicuramente un personaggio riuscito, più che una spalla un vero comprimario. Una curiosità che mi piacerebbe soddisfare è sapere se il titolo italiano è la trascrizione letterale del titolo danese, chissà magari un giorno avrò occasione di chiederlo a Maria Valeria D’Avino.

Jussi Adler-Olsen (Copenaghen, 1950), dopo aver svolto i lavori più vari, Jussi Adler-Olsen, è oggi scrittore a tempo pieno. Con la serie della Sezione Q guidata da Carl Mørck, ha ottenuto un immenso successo di critica e pubblico, vendendo oltre venti milioni di copie in quarantadue paesi nel mondo. I suoi libri hanno conseguito importanti riconoscimenti internazionali e ispirato serie tv e film per il grande schermo.