Che ruolo hanno i profumi nella vita di ogni essere umano? Che posto hanno nel mondo? Come ne influenzano l’andamento e il corso? A cercare di dare una risposta a queste domande ci prova “Viaggi e profumi. Alla scoperta dei profumi del mondo naturale nei paese delle essenze” di Luigi Cristiano e Gianni De Martino, edito da AnimaMundi. I due autori per poter raccontare il valore esistenziale di profumi e delle essenze, ci hanno messo il naso e hanno viaggiato in lungo e in largo in altri Paesi, per ricostruire un po’ la storia di alcune essenze diventate fondamentali per il genere umano. Cristiano è erborista e preparatore di fragranze, mentre De Martino è scrittore con interesse profondo per le piante aromatiche e queste loro qualità sono quelle che rendono ancora più coinvolgente il percorso di indagine pieno di storia, tradizioni popolari e curiosità. Tra le tappe c’è il Marocco dove si indaga la raccolta e il trattamento della Rosa del Dades, per passare poi all’olio di argina narrato attraverso i suoi utilizzi tradizionali, fino alle cooperative che di esso se ne occupano e al ruolo delle donne verso l’argina stessa. Dal Marocco, i due autori arrivano in Spagna dove analizzano l’influenza della cultura islamica sulla cultura spagnola considerando i profumi, ma anche la concezione di realizzazione dei giardini e le diverse piante aromatiche e ornamentali che si potevano trovare in un giardino andaluso. Altra meta è la Turchia con la sua Rosa damascena molto utilizzata per la preparazione di oli essenziali e l’Italia dove ci si muove tra i muschi e licheni del Vesuvio, passando al passato con i profumi e gli ungenti di Pompei, fino alla scoperta della coltivazione e cura del Gelsomino in Sicilia. Un viaggio nel Sud della penisola che evidenzia non solo quanto queste piante fossero e siano ancora coltivate, ma anche i diversi utilizzi che se ne possono fare. Gli autori però non si fermano e viaggiano, viaggiano, viaggiano per il mondo nelle terre d’ Israele alla ricerca dei profumi e balsami citati nella Bibbia, in Messico alla scoperta della vaniglia e delle leggende che gravitano attorno ad essa, per arrivare in Polinesia dove si trovano un po’ di Frangipani, ylang-ylang, olio di Macassar, Tiaré e monoi e Acqua di Cananga. Quello che Cristiano e De Martino fanno è portare il lettore “a casa” delle essenze, dove vengono coltivate, curate e cresciute per essere poi lavorate e destinate all’utilizzo di profumi, prodotti per il corpo e, in alcuni casi, anche all’utilizzo alimentare. Non solo perché “Viaggi e profumi” permette a chi legge di addentrarsi pure in una dimensione dove il folclore, le tradizioni, gli usi e i costumi del passato, uniti a tecniche di lavoro antiche, diventano quelle radici forti e fondamentali che portano noi lettori del presente a vedere in modo nuovo questi aromi e essenze naturali che spesso usiamo, ma dei quali poco conosciamo.
Luigi Cristiano, nato a Torre Annunziata, vive e lavora tra Milano e Marrakech come erborista, fitopreparatore e creatore di profumi. È redattore della rivista “Erboristeria Domani” e autore di La nota gradevole. Storia naturale del profumo (Studio Edizioni, 2001). Ha pubblicato “Prontuario per il corretto uso delle Piante Officinali” (2008) e “Piante cosmetiche” (2011).
Gianni De Martino, giornalista e scrittore, è autore di numerosi libri, tra cui “Hotel Oasis” (Mondadori, 1988), “Hotel Oasis & Regraga” (Zoe, 2001), “Odori” (Apogeo, 2006), “Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti della prima controcultura” (Agenzia X, 2019) e “Addio a Mogador” (Booksprint, 2020).
Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.
Il romanzo ci racconta le congiure e gli intrighi nell’Europa del XV secolo, precisamente dal 1426 al 1446: due decadi in cui Francia e la Borgogna sono ancora in balia della Guerra dei cent’anni, l’impero impaziente alle porte, l’Italia contesa tra ducati, repubbliche e signorie, il papato e poi la Castiglia, l’Aragona e il regno di Napoli con la sua regina Giovanna, feroce teatro di scontro tra gli aragonesi e gli angioini.
Jan van Eyck, il massimo artefice del “Polittico dell’Agnello Mistico”, il pittore di corte di Philippe le Bon, Duca di Borgogna, ma anche suo diplomatico e spia, sarà il tramite della storia. La coppa usata da Gesù nell’Ultima cena, il Sacro calice di Valencia, la santa reliquia che cesellerà l’alleanza e la fraterna amicizia che avvicina la Borgogna all’Aragona ne diventerà invece il filo conduttore.
Il Calice è in pericolo a Gaeta. La sua difesa impegnerà Jan van Eyck, designato suo custode e, in seguito, Barthèlemy suo nipote, e la sua tutela li condurrà vorticosamente dalle Fiandre alla Milano di Filippo Maria Visconti, poi a Bruges e dalla Borgogna a Napoli conquistata da Alfonso V. Qui Barthèlemy van Eyck potrà ricompensare l’aiuto di Antonello da Messina svelandogli il suo segreto della pittura a olio…
Jan van Eyck, pittore fiammingo, uno dei fondatori della scuola Olandese, è il protagonista assieme a suo figlio Barthélemy (ufficialmente suo nipote), del sontuoso ed elegante romanzo che Patrizia Debicke dedica all’Europa del XV secolo, con la Guerra del Cento anni che infuria contrapponendo Inghilterra e Francia, dal titolo molto enigmatico di Il segreto del calice fiammingo. Romanzo come dicevo esteticamente sontuoso, la scrittura della Debicke, preziosa come oro antico, arricchisce una trama ricca di intrighi, tradimenti, corruzione, delitti, contrapposta alla nobilita della lealtà, dell’amicizia, e del senso di giustizia che muovono i personaggi principali. Sullo sfondo il Calice, di agata corallina, impreziosito da incastonature d’oro e preziosi successive, dell’Ultima Cena di Nostro Signore Gesù, giunto fortunosamente nelle mani del re Alfonso di Aragona, e talismano del suo regno, e la predizione di una gitana che con il suo parlare misterioso ed enigmatico profetizza al sovrano di un regno dove non tramonterà mai il sole. Romanzo storico e di avventura al suo meglio, la Debicke è considerata una delle autrici di romanzi e gialli storici più autorevoli nel panorama editoriale italiano, Il segreto del calice fiammingo con capitoli brevi preceduti da titolo esplicativi, oltre ad essere appassionante affascina per la bravura dell’autrice, capace di scrivere come se dipingesse, con pochi tocchi sapienti e calibrati, avendo affinato col tempo una tecnica quasi impressionista. Nessuna sbavatura, nessuna parola superflua, ogni termine, anche i più desueti, sono usati con criterio e cognizione, appropriatamente. E soprattutto è un romanzo che non annoia, l’autrice conosce alla perfezione l’arte di incantare i lettori e le tecniche narrative come la tecnica del cliffhanger tra capitolo e capitolo. Non lunghe e nozionistiche descrizioni paludate, ma pochi tocchi sapienti che creano atmosfera e suspense. Ritengo in tutta coscienza che meriti di vincere i più importanti riconoscimenti destinati al giallo storico, e anzi sono sicura che sarà così, in questo romanzo complesso e articolato l’autrice si è davvero superata. Se vi capiterà di leggerlo, e amate il romanzo storico, capirete di cosa parlo. Perdonatemi il tono enfatico che uso di rado, ma ritengo sia uno dei romanzi più belli che ho letto quest’anno.
Patrizia Debicke van der Noot, nata a Firenze, è considerata una delle autrici di romanzi e gialli storici più autorevoli nel panorama editoriale italiano. Collaboratore editoriale di Delos Books, Mentelocale, Milano Nera e The Blog Around The Corner, Contorni di noir, Libro guerriero, è coordinatrice e conduttrice per il Festival del Giallo di Pistoia. Ha tenuto conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Francia e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo, per circoli letterari.
Tra i suoi romanzi, la trilogia sui Medici: “L’eredità medicea”, “L’oro dei Medici”, “La gemma del Cardinale de Medici”, tutti ripubblicati da TEA. Con il romanzo “L’uomo dagli occhi glauchi” ottiene il secondo posto al Premio del IV Festival Mediterraneo Internazionale del giallo e del noir di Sassari. Nel 2012 riceve il Premio alla carriera al IX Premio Europa di Pisa. Nel settembre 2013 ha pubblicato “La Sentinella del Papa”, Todaro, romanzo che ottiene il premio della critica, al Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti” di Seravezza.
Il volume, in un costante rimando tra dinamiche storiche e attualità geopolitica, si rivela uno strumento utile per l’analisi dei complessi fenomeni che hanno condotto, nei secoli, all’odierno conflitto in Ucraina, ad oggi la più importante crisi politico-militare su suolo europeo del XXI secolo. Una lunga traiettoria che dai tempi di Erodoto giunge sino ad Euromajdan, dove l’attenta ricostruzione storica si interseca con efficaci chiavi interpretative. L’autore fa inoltre emergere un mosaico culturale di grande interesse, spaziando in modo erudito lungo i secoli, gli eventi e i popoli di questo crocevia di religioni, imperi e identità: dalla Rus’ di Kiev ai cosacchi ucraini, dalle contese tra russi, polacchi e turchi sino all’era postsovietica e al processo di allargamento ad est della NATO. Un testo che costituisce un unicum negli studi di storia delle relazioni internazionali, cruciale per addentrarsi non solo nelle vicende dell’Ucraina e della sua crisi con Mosca, ma anche per una più generale comprensione degli avvenimenti di quella periferia centro-orientale d’Europa che, come Giorgio Cella sottolinea, è stata nel corso della storia del Vecchio Continente troppe volte gravemente trascurata.
Partendo dall’assunto che per conoscere il presente bisogna conoscere la Storia è indispensabile informarsi e avvalersi di strumenti validi, scientifici, obiettivi e scevri da mere influenze propagandistiche. L’attualità è di difficilissima analisi, ma il progresso ci ha dotati di strumenti che ci rendono sempre più possibile farlo, anzi ci consentono proiezioni (forse ancora parziali, ma tuttavia attendibili) per analizzare anche il futuro. Serve però conoscere la Storia, conoscere le premesse per cui si è giunti in determinate circostanze, per cui mi sento in piena coscienza di consigliarvi la lettura e lo “studio” (lo studio reale, con carta, matita e righello) di Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi di Giorgio Cella, forse uno dei testi più completi e documentati (ottima la ricca bibliografia) attualmente disponibili. Nasce come una tesi di laurea, e sicuramente la parte storica è il fulcro e cuore dell’opera, non comprende i recentissimi sviluppi della crisi russo-ucraina ma è tuttavia un testo indispensabile per chiunque voglia cercare di farsi un’idea il più possibile informata dei fatti. Ricco di rimandi, osservazioni, valutazioni e comparazioni è un testo non noioso che si legge con curiosità e interesse. Chi ha una formazione storica lo troverà di più agevole lettura, ma anche il lettore meno specialistico avrà modo di approfondire temi e dinamiche che sono essenziali per capire il presente, da un punto di vista culturale, sociale, non solo politico (o geopolitico) ed economico. C’è tanta confusione, questo testo aiuta a fare chiarezza e mette a disposizione fatti storici reali e documentati, frutto di una ricerca scientifica storica piuttosto estesa. Dalle origini, all’Ucraina sovietica, al post Guerra fredda, molti nodi si dirimono, molti lati oscuri sono giustamente illuminati, molte questioni anche complesse e articolate trovano una più semplice analisi. Importante il capitolo “Il Mar Nero conteso nell’era postbipolare” che se vogliamo racchiude il fulcro di tutta la contesa russo-ucraina in atto. Capire questo può aiutare anche a capire il presente. Come da leggere attentamente il capitolo finale e le conclusioni. Come punto di partenza, per approfondire lo studio anche su altri testi, mantenendolo come linea guida, è sicuramente importante, come il paragrafo 5. del Capitolo 9. che tratta la cessione della Crimea da parte di Chruscev (rex in regno suo est imperatur).
Prof. Giorgio Cella È dottore di ricerca in Istituzioni e Politiche all’Università Cattolica di Milano, dove svolge attività di docenza nell’ambito del corso Storia e politiche: Russia ed Europa orientale. Come analista geopolitico ha all’attivo decine di articoli, saggi e pubblicazioni scientifiche di politica internazionale, ed è stato osservatore elettorale per l’OSCE nelle elezioni in Ucraina del 2019.
Pianeta acquatico. Da un po’ e per molto. L’inquinamento da plastica, lo sfruttamento eccessivo delle risorse pescabili e l’innalzamento del livello di oceani e mari stanno mettendo a dura prova la sopravvivenza e la riproduzione negli ecosistemi marini. La crisi ambientale che stiamo attraversando, globale e complessa, non può essere affrontata senza tenere conto che ogni problema riguarda il pianeta nel suo insieme, abitanti sapiens compresi. Nessuno degli esseri umani può ritenersi fuori dal discorso, anche se, essendo abituati a non occuparci di cosa ci succederà fra trenta o cento anni, siamo immobilizzati nel presente. E allora, almeno, salviamo ognuno subito ciò che ci sta a cuore: un piccolo parco cittadino dove correre o portare il cane, una qualsiasi specie vegetale o animale che ci piace, un’associazione che si occupa di pulire la spiaggia dai rifiuti, il fondale dove amiamo guardare sotto la superficie o fare immersioni, l’angolo di mondo (terrestre o marino) che frequentiamo. I grandi problemi ambientali, climate change in primis, sembrano forse quasi invisibili; per risolverli occorre prima di tutto immaginarli, studiarli e visitarli; lo fanno scienziati e scrittori, possiamo farlo tutti. Vediamone specificamente alcuni, causati dall’umanità, che hanno effetti nefasti sugli ecosistemi marini e gli organismi che li abitano: le plastiche che arrivano malamente al mare; la pesca eccessiva che altera equilibri delicati dell’infinito vivente; il riscaldamento e le altre minacce climatiche sulle terre e sulle acque che si estendono a nord del Circolo Polare, presente e futuro dell’Artico; l’accelerata trasformazione in corso dei mari, più alti caldi acidi (da cui il titolo).
Il giovane biologo torinese e bravo divulgatore scientifico Danilo Zagaria (Torino, 1987) parte dalla tempesta che nel gennaio 1992 sull’Oceano Pacifico colpì una portacontainer diretta (dall’Asia) verso gli Stati Uniti, provocando la fuoriuscita di 28.000 animaletti colorati di plastica, per raccontare lo stato attuale del pianeta acquatico, in modo scientifico e chiaro. Quelle paperelle furono trovate in Alaska e in Australia, in Europa e un po’ ovunque; l’ecologia studia appunto le interazioni fra gli organismi viventi, fra fattori biotici e abiotici, fra le nostre potente azioni e gli effetti nel contesto ambientale mondiale; effetti ormai così grandi che l’epoca attuale della Terra viene definita Antropocene (da cui il sottotitolo). L’interessante volume è distinto in quattro parti, una per ciascuno dei problemi ambientali citati. La narrazione procede in modo originale e costante: l’autore ci guida per il tramite di sintetiche recensioni di decine e decine di libri che trattano le varie materie, rendono possibile la concatenazione di analisi e spunti (lasciando poi alla finale “bibliografia ragionata” i riferimenti sintetici alle opere) e scandiscono la titolazione di paragrafi e capitoli (opportunamente non numerati). Perlopiù sono volumi usciti in Italia o tradotti in italiano, pubblicati negli ultimi due anni, pur se non mancano testi più antichi, fiction e no fiction (da Verne a Conan Doyle) o puntuali citazioni di documentari e film.
Danilo Zagaria è biologo, divulgatore scientifico e redattore editoriale. Scrive di libri, scienza e animali su diverse testate, fra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera».
Il suo sito personale è La Linea Laterale. Nel 2020 ha fondato la rivista letteral-scientifica Axolotl.
Gessica Runcio si definisce “una siciliana a Milano”, e della sua isola conserva il calore, l’affabilità e uno straordinario patrimonio culinario. Da piccola, era la classica bambina che amava giocare con pentole e padelle aiutando la mamma e la nonna ai fornelli. Con il tempo, il blog di ricette che ha aperto quasi per caso l’ha portata a diventare una delle top blogger di Giallo Zafferano, il sito di cucina più cliccato d’Italia. Questo libro racchiude tutto l’amore per il cibo genuino e il profondo legame che Gessica ha con la sua terra: tanti sapori della tradizione, semplici ma ricchi di gusto, ricette che piacciono ai grandi e ai bambini e qualche trucchetto per facilitarci il compito ai fornelli. Tra Le ricette di Gessica troviamo naturalmente tutti i piatti siciliani più gustosi e appaganti — arancini, sfinci, cuzzole e rizzuole, pasta ’ncasciata e alla Norma, cannoli e moltissimi altri —, ma anche i grandi classici italiani, quelli a cui si dedicavano — e per fortuna si dedicano ancora — le nostre nonne la domenica, come la pasta e patate, il polpettone al sugo e il tiramisù. Infine, non mancano alcune ricette facili e veloci per quando il tempo è veramente poco, che sapranno comunque stupire con un tocco sfizioso ma alla portata di tutti.
A breve la recensione.
Gessica Runcio è nata in provincia di Messina. Ai fornelli fin da quando era piccolissima, ha sempre amato cucinare. Dopo aver lavorato nel negozio di famiglia, dodici anni fa ha aperto il blog di cucina Le ricette di Gessica, che insieme alle sue pagine Facebook e Instagram considera il suo “quaderno digitale delle ricette” che ama condividere con chi la segue. Con il tempo è diventata top blogger e content creator di Giallo Zafferano. Vive a Milano con la sua famiglia.
Colle San Martino, trecento abitanti in provincia di Rieti. Marzo e aprile 2009. La graziosa 17enne Samantha De Santis, occhi neri e chioma riccia altrettanto corvina, bel sano corpo, padre Enzo brav’uomo disoccupato e madre Marinella che non sopporta, bravina in matematica e discreta lettrice ma distratta negli studi (sogna di fare veterinaria a Perugia uscendo così per la prima volta dalla regione), è molto irrequieta. Sale anche quel sabato sulla corriera per andare da una frazione al liceo nel capoluogo, ma scende subito prima della provinciale per poi proseguire in motorino (come quasi sempre) con l’amica del cuore Nadia Benetti, l’unica a sapere che ha la mente invasa dai (cattivi) pensieri. Le mestruazioni sono in ritardo di almeno dieci giorni, ha scopato con un fidanzatino compagno di classe che nemmeno le piace e che in genere sta attento Sarebbe una iattura, il paesino è ai margini di tutto, ogni novità passa di bocca in bocca, nessuno si può nascondere, ci si chiude in casa alle sette di sera, lei vorrebbe scappare prima possibile, farsi lontano una vita autonoma e metropolitana, ma la famiglia è povera e indebitata con il vero padrone del borgo, che domina dal grande antico Palazzo in piazza. Si tratta del cinico e baro 63enne Cicci Bellè, estranea moglie Carmela sottomessa e malata (cerca di nasconderlo), immaginario erotico dominato dalla ex (piccola) star televisiva Glenda Solinas (mai incontrata), caro figlio Mariuccio 32enne ritardato (inoltre si masturba compulsivamente, soprattutto quando vede Samantha dalla finestra), proprietario di una Mercedes SL 350 e praticamente di tutti gli immobili del paese (del resto, lì a stipendio fisso sono solo in tre). Ha lo schedario di affitti e prestiti: con la sola terza media tiene tutti in pugno da strozzino, anche l’allampanato furbo padre Graziano, che pure ha i suoi segreti. Le nubi si addensano, ci si inerpica in Appennino sul Monte Cambio, è freddo, si cacciano i cinghiali e potrebbero arrivare lupi, i drammi terreni incombono.
Un altro splendido romanzo. Dal 2013 l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) è divenuto uno degli scrittori italiani più seguiti e apprezzati, famoso per gli undici godibilissimi volumi (oltre a vari racconti) dell’eccelsa sospesa serie Schiavone e per le relative serie televisive. Ha realizzato belle storie anche prima e dopo, iniziando come regista e sceneggiatore, poi con una pièce per il teatro, “Sangue Marcio” (2005), cui era seguito “La giostra dei criceti” (2007) e altri romanzi duri e di vario genere come i recenti “Gli ultimi giorni di quiete” (2020) e questo “La mala erba” (fine settembre 2022), impostati e parzialmente scritti prima di Schiavone, completati e pubblicati ora. Il titolo fa riferimento allo strozzino, “a forza di ammazzare tutto quello che ha intorno, poi muore”, e si estende a ciò che ognuno vorrebbe tagliare delle altrui cattiverie o malignità che lo riguardano, all’insieme delle relazioni perfide di cui non di rado ci dotiamo, quasi tutti ipocriti e menzogneri, relegati a dover essere o diventare lupi e lupe, con solitarie disperazioni senza fondo, soprattutto nelle dinamiche arcaiche, povere sia familiari che civili, di quel paesino inventato (nelle campagne e colline laziali dove l’autore vive). Il noir dolente di Manzini è qui portato all’ennesima potenza; in parte caratterizza anche la serie del vicequestore, una spirale mortale che non prevede redenzione o solidarietà. Prevale sempre e solo l’istinto di sopravvivenza: un provvisorio lieto fine per qualcuno comporta comunque la consapevole devastazione fisica e morale di altri, qui non necessariamente per il tramite di reati penali e di indagini criminali. Il romanzo è ricco di episodi avvincenti e colpi di scena, comunque compiacere i lettori non è la priorità. Manzini spiega che aveva iniziato a scriverlo nell’aprile del 2009, poi la ristesura recente è stata quasi totale. Tutto avviene in terza persona al passato, varia su tanti protagonisti (sono citati decine dei residenti, talora con ruoli importanti, avviluppati negli accadimenti, dagli equilibrati Primo, Ida e Fulvio alla misteriosa bionda Ljuba col figlio, ai vari professori e studenti della scuola, fra cui i coinvolti ragazzi Roberto e Stefano): una narrazione corale, nella quale tocca alla volitiva Samantha rimescolare le carte, per forza di cose; connettere famiglie e generazioni; piegarsi alla legge del più forte e provare a ribaltare i ruoli reciproci di vittime e carnefici, nel bene (poco) e nel male. Quando ci si sposa il barista Pinuccio offre a tutti un bicchiere di prosecco. I ragazzi hanno aggiornati gusti musicali, se la radio manda casualmente in onda Amore disperato, Mariuccio annuisce (o dondola) accanto al padre.
Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore, ha pubblicato Sangue marcio, La giostra dei criceti (del 2007, riedito da Sellerio nel 2017), Gli ultimi giorni di quiete (2020) e La mala erba (2022). La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui sono seguiti La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015), Era di maggio (2015), Cinque indagini romane per Rocco Schiavone (2016), 7-7-2007 (2016), Pulvis et umbra (2017), L’anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone (2018), Fate il vostro gioco (2018), Rien ne va plus (2019), Ah l’amore l’amore (2020), Vecchie conoscenze (2021) e Le ossa parlano (2022). In altra collana di questa casa editrice ha pubblicato Sull’orlo del precipizio (2015) e Ogni riferimento è puramente casuale (2019).
Ogni tanto mi piace tornare nei posti, anche virtuali, dove sono stata per tanto tempo, soprattutto quando si tratta di parlare e scrivere di cose che mi stanno a cuore. In questi mesi ho continuato e continuo la mia attività di autrice di libri inerenti il mondo nerd ed otaku: con La leggenda di Lady Oscar, uscito per Anguana edizioni in questi giorni, ho voluto raccontare l’epopea di uno dei miei personaggi e storie preferiti in assoluto, non solo nell’ambito dei manga e degli anime, in occasione dei due importanti anniversari che cascano quest’anno. Cinquant’anni fa usciva in Giappone sul settimanale di manga rivolto alle ragazzine Margaret Comics un nuovo fumetto, Versailles no Bara, letteralmente La rosa (ma anche Le rose) di Versailles, della giovane autrice Riyoko Ikeda, che aveva al suo attivo già varie altre storie brevi shojo, oltre che un forte attivismo nel movimento femminista. Quarant’anni fa arrivava nel nostro Paese, su Italia 1, l’anime Lady Oscar, tratto dal sopracitato manga, diventato da subito uno dei più amati di sempre. Ogni generazione ha i suoi personaggi formanti e le sue storie emblematiche, e Lady Oscar è stato senz’altro questo per me, e non solo per me, un’epopea appassionante e struggente, rivoluzionaria e sconvolgente (non riesco ancora oggi a guardare il finale ad occhi asciutti…). che ha ispirato la mia vita, i miei interessi, la mia creatività, fino ad oggi. Non è la prima volta che mi occupo di Oscar, lasciando perdere tutti i quaderni che riempii da ragazzina con storie alternative dopo essere stata rimasta colpita dal finale: ho dedicato negli anni molti articoli a questo personaggio, per giornali on line e cartacei, su manga ed anime e non solo, e poi nel 2012 scrissi un saggio breve, Il mito di Lady Oscar, per l’editore Seneca, parte di una collana a tema otaku, che revisionai poi nel 2015 come Il mondo di Lady Oscar per Anguana edizioni, aggiungendo una cinquantina di cartelle. Nel luglio dell’anno scorso, sull’onda della lettura del cofanetto Encore uscito per J-POP con le storie inedite di Oscar, tra seguiti e prequel, pensai che dato che eravamo sotto anniversari sarebbe stata una cosa ottima riprendere in mano il saggio e aggiungere qualcosa. Ma presto mi sono accorta che c’era davvero molto da dire ancora e il libro ha preso una piega molto diversa, con oltre 400 cartelle aggiunte e un approccio molto diverso ed approfondito fin dalla prima pagina. Una storia grande e possente come quella di Lady Oscar permette infatti di trattare tanti argomenti e aspetti di un successo che non è certo vintage, perché dura fino ad oggi, e in questi mesi me ne sono accorta rileggendo il manga e riguardando l’anime varie volte. Nelle pagine del libro parlo di Riyoko Ikeda e delle sue opere, del fumetto di Versailles no Bara con un’analisi dei contenuti, dei vari adattamenti fatti compresi quelli tutti italiani del simpaticissimo gruppo I Giocolieri delle Stelle, dell’anime con la guida agli episodi, dei profili dei personaggi, delle tematiche presenti, del grande successo italiano ma anche mondiale senza dimenticare il Giappone, dell’influenza di Oscar sulla cultura otaku, del fandom, dei riferimenti storici, delle donne guerriere e dell’importanza della bionda Lady come eroina iconica. Il libro è arricchito da alcune immagini, in cui do spazio ad alcune autrici di illustrazioni, le cosiddette fanart, e ad alcuni aspetti legati ad una passione, collezionistica e culturale, che dura da decenni, e ha in copertina Rosi Dotti, una cosplayer che impersona Oscar da anni a fiere ed eventi. Questo libro, pur vasto ed approfondito, non sarà certo l’ultimo che dedico alla Rosa di Versailles, visto che è in programma un remake anime che uscirà il prossimo anno, ed è in progetto un live action, si spera migliore di quello trash che ricordiamo noi fan più attempati (però le riprese a Versailles erano belle ed André non era male…), da parte di HBO. Del resto, Lady Oscar è per me una delle poche storie con la S maiuscola eterne e che sono parte di me davvero, e a lei sto dedicando anche altri progetti, come la scrittura di fanfiction, di romanzi tra cui una novellizzazione, di una sceneggiatura per un live action, oltre che un sito, dei progetti di grafica e sui social e una e-zine. E sto lavorando anche su una possibile associazione culturale e una linea editoriale. Intanto, c’è La leggenda di Lady Oscar, storia dell’epopea di un personaggio davvero da leggenda e da epopea, per tanti motivi, rivolta sia ai tanti appassionati e appassionate che sono rimasti legati a questo immaginario fino ad oggi, sia a chi vuole sapere di più su un fenomeno culturale e di costume, oltre che su un’icona femminista, un’eroina assoluta come ne ho viste poche, che ha reso emblematiche tutte le tematiche a lei legate, a cominciare dal raccontare La rivoluzione francese e le donne guerriere. Per cui, buona lettura…
Rider: il nome all’inglese, un po’ cool, che ormai tutte e tutti noi abbiamo imparato a conoscere. Nel lockdown sono diventati lavoratori essenziali, fra gli unici cui era permesso girare per strada nel periodo più nero della pandemia. L’essenzialità della loro professione non va però di pari passo con le tutele e i diritti di cui dovrebbero godere. Il loro lavoro è duro, durissimo, pieno di rischi e assolutamente sottopagato. «Aspetti l’ordine, vai al ristorante, corri dal cliente, aspetti il nuovo ordine, vai al nuovo ristorante e così via, fino a che non sei spompato». Lo racconta Enrico in una delle tantissime testimonianze raccolte dalla giornalista Rosita Rijtano in questa ricchissima inchiesta.
Vessazioni e violenze (anche fisiche, a volte), contratti debolissimi e assolutamente incapaci di inquadrare correttamente queste figure ibride figlie della gig economy, a metà strada – o forse no – fra lavoro subordinato e libera professione. Ma anche sfruttamento e caporalato, come emerge da numerosi processi in tutta Italia e fedelmente riportati da Rosita Rijtano. E poi tante, tantissime persone straniere, spesso povere o poverissime, «tutte diverse, con il loro singolare bagaglio di sofferenza e umanità», facilmente ricattabili a causa delle difficoltà linguistiche, economiche e sociali.
Moderna espressione dell’evoluzione del capitalismo, dove vali qualcosa finché sei in grado di pedalare, ridotta all’essenziale la storia è sempre quella: «una storia di oppressori ed oppressi». Se non lavori come dicono loro – i padroni o i subappaltatori del servizio – ti bloccano l’account. E sei fuori dai giochi.
Tre anni, sette incidenti, 46mila chilometri
Attraverso interviste, documenti ufficiali, inchieste giudiziarie e l’indagine sul campo – seguendo passo passo alcuni ciclofattorini nel loro lavoro quotidiano – l’autrice di Insubordinati. Inchiesta sui rider ricostruisce un contesto lavorativo dove il “capo” è una piattaforma digitale e l’algoritmo decide per te tempi, percorsi, orari e, soprattutto, compensi. Ovviamente oltre a raccogliere senza sosta dati su rider e clienti finali.
Un settore variegato, dove trovi fianco a fianco chi è riuscito a farsi portatore di vertenze sindacali e ha ottenuto il contratto di lavoro subordinato e chi, al contrario, si batte affinché questo lavoro rimanga libero e autogestito. Una difficoltà tutta legislativa di riconoscere i diritti di queste figure, il cui numero cresce sempre di più con l’aumentare delle piattaforme digitali.
Il libro dà voce a loro, ai rider, a quelli che in tre anni si sono fatti 46mila chilometri e sette incidenti – ma guai a parlare di infortunio sul lavoro – e a quelli che si sono pagati gli studi consegnando pizze e sushi.
Insubordinati. Inchiesta sui rider è un volume densissimo, un saggio avvincente come un romanzo, salvo accorgersi che racconta la vita vera, quotidiana, di migliaia di persone. «Possiamo considerare i rider il grande banco di prova delle modalità di lavoro del futuro, per loro già presente. Da come sarà regolata, o non regolata, la loro attività dipende il domani di tutti noi».
Rosita Rijtano è giornalista de lavialibera, rivista di Libera e Gruppo Abele, e collabora anche con Il Foglio. Ha lavorato a Repubblica e al Mattino. Ha cofirmato due libri: Con lo smartphone usa la testa (Sperling&Kupfer, 2018); L’algoritmo e l’oracolo (Il Saggiatore, 2019).
Benvenuto Tiziano e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Bando ai preamboli data la grave situazione internazionale, mai così fluida e degli sviluppi imprevedibili. Siamo al 219° giorno di guerra “aperta” da quando l’esercito russo è entrato militarmente in Ucraina, tenendo presente la guerra “ibrida” che si trascina dalla fine del 2013 o per meglio dire dal “presunto” colpo di stato di piazza Maidan, la rivoluzione della piazza dell’Indipendenza. Putin annette territori, dalla Crimea in avanti, senza badare al riconoscimento da parte degli altri stati, delegittimando in parole povere sia il Diritto internazionale, che i dettami dell’ONU, che la prudenza. Perché secondo te usa questa strategia apparentemente senza criterio?
Putin vuole rompere l’Ordine Mondiale in essere dalla fine della Guerra Fredda, ovvero l’egemonia statunitense nel Mondo. La necessità di annettere territori che separino la Federazione Russa, dai paesi aderenti, alla NATO è dettata dalla storica paura dell’accerchiamento e quindi dalla necessità di creare profondità strategica. Per quanto riguarda il Diritto Internazionale, per Mosca è solo una costruzione occidentale, regolarmente violato quando fa comodo anche dagli USA (vedi Iraq e altre invasioni di stati sovrani compiuti da Washington).
Tra poche ore, probabilmente quando uscirà questa intervista sarà già avvenuto, a Mosca Putin si appresta a ufficializzare l’annessione di quattro regioni amministrative dell’Ucraina: Donetsk, Louhansk, Zaporijia e Kherson. Che conseguenze avrà un passo simile, di tale gravità sul corso della guerra? Se quelle regioni diventeranno territorio russo, oltre a violare l’integrità territoriale dell’Ucraina, già messa in criticità con l’annessione della Crimea, Putin sarà legittimato a difendere il territorio “russo” anche con l’atomica. Tutto ciò implica sia conseguenze giuridiche che politiche che economiche. E Biden e NATO non staranno certo a guardare come spettatori inerti. Forse neanche Pechino sarà d’accordo, riferendoci a Taiwan e alla sua sensibilità verso l’integrità territoriale delle nazioni.
Cambierà l’impegno russo nella guerra. Putin invierà sempre più uomini e mezzi, inoltre ci sarà meno riguardo per le installazioni civili. In merito alle armi nucleari, non credo che il Cremlino le utilizzerà, in quanto scatenerebbe una escalation nucleare di proporzioni immani. Pechino è d’accordo solo con ciò che gli fa comodo, oscilla da una posizione all’altra con molta disinvoltura.
Quali sono i piani di Putin? Sono mutati nel corso di questi ultimi mesi? Chi lo consiglia? Quali sono i suoi più stretti collaboratori?
Sicuramente il ministro della difesa Šojgu, l’unico che abbia realmente cognizione della situazione sul terreno. I piani sono sempre gli stessi: portare l’Ucraina fuori dall’orbita NATO e occidentale.
Puoi delinearci un bilancio di questi mesi di guerra da un punto di vista strategico e militare?
Lo scopo principale dell’analista non è quello di fare la “cronaca della guerra” come fanno i giornalisti ma di cogliere la differenza tra le tendenze di lungo periodo e le oscillazioni momentanee. A lungo infatti sia gli analisti che il pubblico si sono chiesti nel corso di questi oltre 7 mesi di guerra se le varie sconfitte alle quali sono state sottoposte le armate di Mosca siano stata delle semplici battute d’arresto (ascrivibili a momentanee oscillazioni) oppure, prese complessivamente, rappresentino il segnale che “la marea ha cambiato il suo corso e la guerra avrà ora un esito favorevole all’Ucraina”.
Anticipo già la risposta dicendo che: no, nonostante tutto non è condivisibile l’affermazione che l’esito della guerra stia cambiando in favore di Kiev, cerchiamo nondimeno di analizzare il tutto in maniera asettica per capire come siamo arrivati a questo punto e come le cose potrebbero evolvere nel prossimo futuro.
È indubbio che l’Ucraina non sta resistendo da sola. È già uno scontro USA NATO Russia, si può secondo te tornare indietro? che passi consiglieresti di fare, che compromessi sarebbero necessari perché davvero non diventi una Guerra Mondiale a tutti gli effetti?
Gli USA e la NATO sono coinvolti fin dall’inizio, direi da molti anni, e non credo si possa tornare indietro. La guerra ucraina è uno scontro tra Russia e USA, l’Europa si trova nel mezzo e sta subendo danni seri.
Il vertice di Samarcanda tra Russia, Cina ha secondo te consolidato l’asse strategico Russia – Cina? O pensi la Cina (insieme all’India) sia pronta a defilarsi magari in extremis se la situazione sfugge di mano?
La Cina guarda solo al proprio interesse, gli assi si possono rompere. Ovviamente Pechino necessita di un alleato forte per contrastare gli Stati Uniti. L’India sta continuando nella sua tradizione di paese non allineato, ma osserva la Cina e le mosse che farà.
Grazie delle risposte, spero siano utili per fare chiarezza.
Grazie professore di questa nuova intervistadopo219 giorni di guerra, dalla cosidetta “Operazione speciale” in Ucraina della Russia. Le domande che le farò non verteranno unicamente sulla “Questione ucraina” nello specifico ma anche soprattutto sulle ripercussioni di questo scontro armato “aperto” sulle più ampie Relazioni internazionali. Volendo essere ottimisti, o perlomeno ragionevoli, il conflitto atomico non scoppierà e si raggiungerà un compromesso che ricomponga le divergenze per quanto insanabili. Posta la premessa dunque, che tutti ci auguriamo non sia smentita dai fatti, che forse, anche tra alcuni mesi, la pace tra Russia e Ucraina sarà siglata, le relazioni tra Russia e Occidente non saranno più le stesse. Come valuta lo spostamento a Oriente della Russia, già solo alcuni anni fa impensabile, e la sua prevedibile conseguente asiatizzazione?
Accolte le cautele, condivise le speranze, si tratta di accettare che le cose del mondo d’oggi sono molto diverse da quelle di qualche anno fa. Per dirla alla buona, il mondo (intendo quello nel quale si muovono gli stati) è andato incontro a una specie di disfacimento complessivo, allo sgretolamento di tutto quello che se ne pensava, e anche di quel che se ne scrisse – e di quel che dicono gli studiosi! Fino a pochissimi anni fa, si parlava di “New American Century”, di un nuovo mondo liberale, di nuovo ordine democratico: ebbene, le cose stavano all’esatto contrario. Mi sono sforzato, un’infinità di volte, di spiegare che il nostro tempo è quello in cui siamo fuoriusciti da un’età ordinata e solida, con qualcuno che comandava il mondo, e tanti altri che obbedivano. Ma poi il giocattolo si è rotto, e il mondo non è più pacifico e ordinato, ma è al contrario caduto in un vortice di disgregazione e di ottusità. Un solo esempio: tutti sapevamo che l’avventura afghana non poteva che finir male (e per tutti! afghani e americani), ma fino all’agosto del 2021 nessuno se ne era preoccupato. Tutti (o almeno chi aveva il compito di essere informato) sapevano che nel 2014 Putin aveva già occupato la Crimea e che una “piccola” guerra era dunque iniziata – ma nessuno se preoccupò.
Dico ciò perché il vero e grande (nonché sottaciuto) problema delle relazioni internazionali oggi è proprio l’ignoranza, condita di superficialità e banalizzazione. Le (ridicole) chiacchere di molti quotidiani o di star di talk show, o i diari di guerra che molti quotidiani ci ammanniscono giorno per giorno sull’andamento delle operazioni militari in Ukraina ci dicono che non sanno guardare più in là del loro naso. L’idea era che si trattasse di episodi che avrebbero esaurito la loro portata nello spazio di qualche settimana e con qualche centinaio di morti… Non è la prima volta che uno stato decide di annettersene un altro. Un secolo e mezzo fa il Messico rifiutò di cedere la “sua” California, che tale era sotto ogni qualsiasi ipotizzabile principio, e gli Stati Uniti non fecero altro che dichiarare guerra al Messico (regolare e normale stato secondo il diritto internazionale del tempo) e conquistare quella California che, se oggi non fosse degli Usa avrebbe avuto ben diverso destino.
Detto meno polemicamente (ma senza torcere un capello alla verità storica), la storia dell’ultimo mezzo secolo può essere così riassunta: caduta del Muro di Berlino e fine del bipolarismo; apparente vittoria dell’Occidente; declino (drammatico) dell’URSS che addirittura scompare dalle carte geografiche, creazione di un nuovo stato che pretendeva conservare il suo vecchio ruolo di seconda più grande potenza del mondo, ma era in realtà un paese di dimensioni medio-piccole, con una popolazione limitata, un PIL penoso (esclusi petrolio e gas che non sono “prodotti” ma pure e semplici risorse naturale), un sistema industriale arretrato, una cultura declinante (né Dostojevski né Tolstoi abitano più là) – una popolazione triste povera e sovente affamata. Da parte sua, l’Occidente era soddisfatto dei suoi successi e dei suoi privilegi e considerava ognuna delle crisi locali (Iraq, Siria, Libia, Yemen, e via discorrendo) puri e semplici casi della vita che, prima o poi si risolvono da soli…
A fronte dell’ignavia di una società politico-internazionale ottusa stanno però alcune migliaia di persone uccise invano: quella che si sta scrivendo è una delle più brutte pagine della storia del mondo – e non solo occidentale, come se tutta una tradizione storica si stesse destrutturando senza aver ancora (per fortuna?) capito come si potrebbe costituire una nuova società internazionale.
Le parole sono importanti, specie quando si parla di Relazioni internazionali, e Scienze diplomatiche, l’utilizzo di alcuni termini a discapito di altri può essere essenziale anche quando si sta cercando di comporre una pace mai così difficile dal termine della Seconda Guerra mondiale ad oggi in Europa. Che parole utilizzerebbe per delineare una pace possibile? La Russia accetterà mai il concetto di integrità territoriale, vero punto di divergenza con la Cina, penso a Taiwan. Se no ci si incanalizzerebbe nel “due pesi e due misure”.
Posso così passare al secondo punto: come potrebbe essere la pace? La domanda è troppo complessa per una risposta bruciante, ma posso dire che sto finendo di scrivere un libro che parla dell’esatto contrario, e cioè di che cosa sia la guerra, non in termini di vittoria e sconfitte, di armi e di conquiste, ma del suo significato: mentre la pace ha un significato profondo – regolamentare i rapporti tra decine e decine di stati che agiscono in nome dei propri cittadini e non perseguendo un interesse nazionale che proprio non si sa che cosa sia –e utilissimo perché è la condizione materiale per la vita degli esseri umani, la guerra non è altro che la condizione materiale per la loro morte.
E allora, che senso ha il concetto di “integrità nazionale”? Essa non è altro che una parentesi, più o meno lunga, della storia materiale (riferita ai territori e non ai confini, che non esistono) di determinate porzioni del pianeta, delimitata tra un assetto politico-istituzionale e un altro. Né la Russia né la Cina possono immaginare che cosa sarà del futuro, ma si può immaginare che la prima continuerà a declinare a lungo, e la Cina resterà alla finestra per altrettanto tempo. La prima è povera e lo sarà di più, la Cina si limiterà, per ora, a curare la propria crescita “controllata” e non più disordinata. L’una e l’altra hanno condizioni esistenziali grandi e opposte: la Russia è più grande della Cina, ma la sua popolazione è la decima parte di quella cinese. In termini di pura forza potenziale non c’è partita perché la prima è circondata, a est e a ovest; la Cina ha invece l’immenso spazio dell’oceano pacifico…
Può esplicitarci il concetto di dottrina del contenimento della Cina?
La Cina non può più essere materialmente contenuta perché è l’unico stato che dispone di tutte le risorse, umane e materiali, per resistere in qualsiasi condizione. Ma essa ha una specie di “palla al piede”, la sua popolosità. Dovesse mai richiedere alla sua popolazione uno sforzo comune e unitario, difficilmente riuscirebbe nello scopo e, anzi, rischierebbe di provocare sommosse o addirittura assalti al potere centrale. Ma la Cina ha anche un passo lungo e lento: il caso di Hong Kong lo dimostra. E’ nelle mani dalla Cina da ormai un quarto di secolo e i costi politici dell’”invasione” sono stati minori dei vantaggi economici conseguiti. Un’ipotesi-Taiwan sarebbe ovviamente molto più complessa e sanguinosa, più per motivi storici che attuali, e forse la Cina potrebbe accontentarsi di rivendicare una sua vaga proprietà sull’isola, e aspettare che le cada tra le braccia, anche tra molti anni.
Se poi si immagina un contenimento fatto di postazioni missilistiche occidentali collocate tutt’intorno alla terra e all’oceano, si farebbe null’altro che, per un verso, provocare inutilmente la Cina e, per un altro, cercare di realizzare un compito “impossibile”, perché la Cina ha confini troppo grandi e lunghi per poterli controllare.
Insomma, l’Asia continentale è ancora lontana, e nell’Asia c’è la Cina. Dunque, non è vero non lo è ancora, che “la Cina è vicina”.
La progettazione della nuova governance mondiale rientra tra gli obiettivi strategici ritenuti più rilevanti dalgoverno di Pechino?
Non credo che la Cina abbia, oggi come oggi, interessi strategici in riferimento all’ordine mondiale. Per dirlo con un paradosso, la Cina è sufficientemente grande per bastare a se stessa: che interesse potrebbe avere a mettere le mani sull’ordine mondiale? Direi che non rientra neppure tra le ipotesi di più lungo respiro. Governare la Cina è già come governare mezzo mondo… e poi sembra più interessata all’Africa e alle sue risorse che non all’Europa e ai suoi capricci.
E’ più che evidente che Cina e India a Samarcanda abbiano consigliato, se non intimato, alla Russia di terminare al più presto questa controversia politica e territoriale. Il progresso economico ha bisogno di pace e stabilità. Ritiene corretta questa mia analisi?
Corretta, ma inevitabilmente astratta, perché tutti vivrebbero meglio se… Che la Cina non voglia essere “disturbata” nel suo cammino è chiaro, ma lo stesso non si può dell’India, popolosa come la Cina, ma territorialmente un terzo. La sua storia recente e il regime nel quale si arrotola attualmente (ivi comprendendo un bassissimo rispetto dei diritti umani) ne fanno uno stato marginale e quasi irrilevante – benché abbia tutte le possibilità di assumere ruoli ben diversi in futuro. Ma non dimentichiamo – e vale per tutti – che non essendoci ancora stato, il futuro potrà essere qualsiasi cosa, che lo vogliamo oppure no.
L’America viene accusata di “unilateralism, exclusionism”, soprattutto riguardo all’irresponsabile e “sconsiderato” abbandono dell’Afghanistan, che segna un duro colpo nella lotta contro l’emergenza terroristica. Come gli Stati Uniti giustificano questa scelta?
In un mondo orfano dell’Impero, il multipolarismo è la sola alternativa non bellicosa allo scivoloso disordine incombente che minaccia da vicino vitali interessi europei. Lo pensa anche lei?
Queste ultime domande, che riportano al centro USA, equilibri, alleanze, ordinamenti, ricostruzione di assetti o invenzione di altri nuovi mi appaiono assolutamente insondabili: si direbbe che tutto si sia invecchiato. Gli USA hanno avuto un rendimento pessimo in Afghanistan, dal 2001 in poi, e in Iraq, in Siria, nei rapporti con la Turchia, E poi in tutto il Medio Oriente allargato, e nella questione palestinese, in Africa non sono riusciti né ad aiutare la Francia né a sostituirla nello sfruttamento ancora possibile.
Per sintetizzare, direi che gli Stati Uniti stanno dando la peggiore loro possibile immagine nel mondo e sul mondo. La politica estera americana (e cerchiamo di dimenticare casi come quello cileno del 1973, e in diverse altre parti dell’America latina, il “giardino di casa”) appare assolutamente incapace di affrontare la realtà, di consigliare ai governanti delle linee-guida ragionevoli e di farsi un’idea del mondo che abbia una certa compattezza e consequenzialità, di consigliare gli alleati proteggendoli o guidandoli nei tortuosi sentieri della politica internazionale.
Più in generale, il mondo ha da tempo perduto una sua coerenza e una progettualità pacifica. Ho giò detto, molte volte, che l’idea che mi faccio del mondo attuale è quella di una società non soltanto in crisi, ma in gravissimo declino, e che soltanto qualche immenso evento traumatico potrebbe incidere su esso in modo radicale: peccato, però, che questo modo abbia un nome ben preciso: guerra!
Terminerei l’intervista chiedendole a che opera sta lavorando adesso, e se può anticiparci i temi centrali. Grazie.
Sono vecchio, e questo sarà verosimilmente il mio ultimo lavoro. E poi ho già fatto cenno all’inizio al mio attuale lavoro: il tentativo di dimostrare che la guerra non è un evento casuale o involontario, né il frutto del delirio di menti malate, né di una perversa fascinazione. Essa è, purtroppo, la più immane e devastante forma di “razionalità” che possa esistere. Nessuno – fuor che i pazzi – ama la guerra e chi la fa è perché ha delle ragioni (buone o cattive: ma questo è un altro paio di maniche) per ricorrervi. Questo è il vero dramma della guerra.
Sabato 1° ottobre, la Lanterna si illumina in rosa a sostegno della campagna di sensibilizzazione LILT
La Campagna Nastro Rosa LILT ha l’obiettivo di sensibilizzare un sempre maggior numero di donne sulla vitale importanza della prevenzione:la tempestività della diagnosi è infatti fondamentale per una più alta probabilità di completa guarigione. Durante il mese di ottobre al Poliambulatorio LILT di Via B. Bosco 31/10 sarà possibile sottoporsi ad una visita senologica gratuita, fino ad esaurimento dei posti disponibili. La Campagna di sensibilizzazione si rivolge in particolar modo a tutte le giovani donne (tra i 25 e i 39 anni) che non hanno fatto un controllo al seno negli ultimi 12 mesi.
La Lanterna cambia il colore della sua illuminazione per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sui temi più importanti. L’illuminazione è visibile anche online grazie alla webcam donata al fato da Tecnosicurezza Genova: http://www.lanternadigenova.it/webcam/
Sul sito è visibile il calendario completo delle iniziative di illuminazione:
[*In caso di condizioni meteo avverse/temporali, pur mantenendo il sostegno all’iniziativa promossa, l’illuminazione artistica e la webcam dovranno essere disattivate per preservare gli impianti dal rischio di danni causati dalle scariche atmosferiche]
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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