Ciao Ben piacere averti qui a Liberi di Scrivere e per aver risposto alle domande riguardanti Il cielo di stagno, il tuo ultimo romanzo edito da Sellerio con protagonista Martin Bora.
Il “ciclo Bora” ricopre un arco temporale di otto anni, dal 1936 al 1944, oltre ad essere identificati come romanzi gialli e storici, queste opere possono essere viste come una sorta di romanzo di formazione a puntate?
Re:Ottima domanda. Tradizionalmente, il Bildungsroman è una storia di crescita e formazione. Ho avuto occasione di osservare che nel caso di Martin Bora si tratta in un certo senso di un romanzo di “deformazione” ideologica (la fascinazione di quella generazione per le dittature), che nel corso degli anni di guerra porta un uomo sensibile a ricredersi. Ed è vero che, mentre ogni romanzo è autonomo e può leggersi slegato da tutti gli altri, è pure parte di una progressione che vuole restituire un quadro completo sia delle vicende personali che di quelle storiche intorno al protagonista. In questo senso, serve anche da – spero piacevole – corso di aggiornamento nella storia di quegli anni.
Quanto tempo ci metti di solito a recuperare tutte le informazioni necessarie per la ricostruzione del contesto storico di ambientazione?
Re:La seconda guerra mondiale ha avuto il privilegio di una forte copertura saggistica, nonché romanzata. Cercare le fonti per episodi meno noti ma coinvolgenti, da usare come contesto per le investigazioni di Bora, richiede pazienza e mesi di lavoro, quando non anche anni. Alcuni romanzi esigono una gestazione piuttosto lunga, al punto che a volte lavoro ad un dato romanzo mentre continuo a raccogliere fonti primarie e secondarie per un altro, che si svolge in un diverso luogo e momento del conflitto. L’apertura degli archivi russi, un nuovo interesse per gli ex-territori tedeschi e le biografie individuali dell’epoca permettono di spaziare attraverso utilissimi testi e immagini sul Web, e non solo.
Come mai hai scelto di ambientare il ciclo giallo con protagonista Martin Bora proprio durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale?
Re: Studs Terkel ha definito il secondo conflitto mondiale “the Good War”. Con questo intende che da una parte e dall’altra ci fu generalmente consenso per gli interessi e idealità che scatenarono e portarono avanti l’immane disastro. Intervistando veterani alleati e tedeschi anni fa, mi sono resa conto di come per molti di loro, nonostante perdite e sacrifici, il periodo della guerra restasse importante, perfino esaltante. Mi è sembrato perciò una buona idea ambientare una serie di detection proprio in questo periodo tragico e appassionato. È un po’ la storia della Grande Balena, che – vedi Melville – permette e sottintende un ampio affresco narrativo.
La figura di Bora è parzialmente ispirata a quella reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, noto per aver organizzato il famoso attentato ad Hitler. Cosa hai messo in Bora del colonnello realmente vissuto?
Re: Stauffenberg, eroe del fronte e della resistenza antinazista all’interno dell’esercito tedesco, è tuttora un personaggio controverso in Germania. Ufficialmente gli si intitolano strade e monumenti, ma la questione dell’omicidio politico resta scomoda per molti. Come lui, Bora è aristocratico, cattolico, colto, valoroso. Però, diversamente da Stauffenberg, che lavorava per lo Stato Maggiore, Bora è un ufficiale del controspionaggio: ha conoscenze diverse e frequenta ambienti militari contigui ma non identici. La sua scelta di opporsi al Male prende una piega differente da quella degli attentatori del 20 luglio 1944: è meno eclatante ma altrettanto (se non più) efficace, estesa nel tempo, direi quotidiana. Non a caso Bora discende da una famiglia di diplomatici, e ha molto in comune con i Giusti, quali Schindler e Perlasca.
Il protagonista non è un vero e proprio detective perché è un militare dell’esercito, ma cosa determina in lui l’istinto dell’investigatore?
Re: Anche se Heidegger (le cui lezioni Bora ascolta a Friburgo nel 1923) ha delle riserve sulla curiosità, che considera un’attitudine incapace di vero approfondimento, è proprio questo istinto avventuroso di ricerca ed esplorazione che guida il protagonista verso la detection. Sembrerebbe strano che un soldato in piena guerra voglia risolvere casi individuali di omicidio, eppure la giustizia non cessa di esistere sotto le bombe, e il sangue delle vittime chiede di essere ascoltato. Da ufficiale addestrato nello spionaggio militare, Bora ha la preparazione e il fiuto necessari all’investigazione, senza contare la spregiudicatezza che gli viene dall’ambito dei Servizi.
Cosa determinano le esperienze belliche vissute da Martin Bora sul suo essere uomo e soldato ?
Re: Chi ha conosciuto la generazione di quanti, come soldati, come civili e anche come vittime, hanno vissuto la guerra, sa che nulla per loro restò uguale a prima del conflitto. Dell’11 settembre gli americani dicono che “Nothing was the same anymore”. Immaginiamo quello che davvero significa avere perso tutto, dai propri cari agli oggetti quotidiani, dalla casa alla sicurezza lavorativa, dalla salute alla giovinezza. Immaginiamo di avere intorno solo rovine, o neanche quelle, e neanche una tomba su cui piangere. Pur nei suoi privilegi di famiglia e di grado, Martin Bora non è affatto risparmiato dalla guerra: ferite, la perdita dell’unico fratello, l’abbandono della moglie necessariamente ne intaccano le certezze e ne riplasmano profondamente il corpo e l’anima. Eppure il suo coraggio come soldato e la sua pietas come uomo non vengono mai meno: mi pare che sia questa la cifra del suo valore come individuo.
Le due vittime della storia appartengono all’Armata Rossa e le circostanze del loro decesso sono avvolte dal mistero, cosa spinge i superiori di Bora ad affidargli l’indagine per scoprire come Platonov e Tibyetskji sono morti?
Re: Ne Il cielo di stagno le due vittime eccellenti sono alti ufficiali dell’Armata Rossa, quindi nemici giurati della Germania. Tuttavia, a parte l’imbarazzo di averli “perduti” mentre erano prigionieri di guerra, resta il dilemma di come ciò sia stato possibile. Chi meglio di un ufficiale dei Servizi, per di più provetto interrogatore e conoscitore del russo, per indagare sulla faccenda? Si potrebbe dire che in questo caso i comandanti di Bora preferiscono lavare i panni sporchi in casa propria, anche per l’annosa divergenza esistente tra l’Abwehr di Canaris (che fu impiccato in campo di concentramento nel 1945) e il servizio segreto delle SS.
Di solito in base a cosa scegli il titolo da dare al libro e che significato ha Il cielo di stagno del tuo ultimo romanzo?
Re: La faccenda dei titoli è interessante, perché in modo paradossale alcuni precedono la stesura dei romanzi. Sono un po’ come l’immagine fondativa di cui parlava Faulkner: un germe da cui poi sviluppare una serie di vicende. In altri casi, derivano “naturalmente” dagli eventi narrati, e molto spesso dalla metafora che sottintende il romanzo. Nel caso de Il cielo di stagno, avevo già in mente di usare questo titolo, per la valenza che ha un cielo del colore di un metallo, e soprattutto perché, dopo la vicenda terribile di Stalingrado, la “Città di Stalin (o dell’Acciaio)”, mi sembrava emblematico scegliere un metallo poco costoso come lo stagno, opaco, dal basso punto di fusione.
Questo libro è ambientato nel 1943 dopo la sconfitta di Stalingrado. Cosa ha incrementato questa drammatica disfatta nel morale dell’ufficiale dell’esercito tedesco?
Re: Contrariamente a quanto si pensa, Stalingrado – città in cui gli assedianti tedeschi divennero assediati e furono poi quasi totalmente annichiliti – non fu il vero giro di boa del Fronte Orientale. Lo sarà sei mesi dopo, nell’estate del 1943, la battaglia di Kursk, in cui la superiorità numerica e tecnologica dei carri armati russi annienterà per sempre le ambizioni hitleriane nell’URSS. Tuttavia fu proprio Stalingrado ad affascinare in senso negativo l’opinione pubblica tedesca. Basti dire che, quando molti soldati stremati combattevano ancora a -30 gradi, la radio ne annunciò la morte eroica in battaglia. Ho conosciuto piloti tedeschi che, comandati di rifornire dall’aria le truppe assediate nella città sul Volga, non avevano altro da paracadutare se non caramelle digestive – a compagni che letteralmente morivano di fame. Rimando al mio racconto “Il giaciglio d’acciaio” (in Natale in Giallo, Sellerio 2011) per l’esperienza di Martin Bora a Stalingrado.
Ciò che colpisce nella narrazione non è solo la minuziosa ricostruzione del fronte bellico, ma anche della vita nella società civile afflitta dalla guerra. Perché ha i deciso di inserirla nella narrazione?
Re: Frequentemente i romanzi cosiddetti “di guerra” privilegiano dettagli di tattica, violenza legata ai combattimenti, e l’ambiente rude e spietato dei soldati. Nessuno di questi manca alla serie di Martin Bora, ma ho scelto di dare importanza a tutto quanto circondava le vite degli uomini in divisa: i civili in fuga, le città e i paesi distrutti, il raccolto fallito e il bestiame disperso, ma anche il tentativo di mantenere decenza e pudore nelle circostanze peggiori. In tempo di guerra bordelli, campi di detenzione, ospedali, fattorie, chiese furono sempre e soprattutto luoghi in cui l’umanità si ingegnava a non perdere la speranza. Bora è molto attento a ciò che gli è intorno, e non può non notare i civili cui la guerra è stata imposta: mi sembra importante ricordarlo.
Ne Il cielo di stagno, Martin interagisce con diversi personaggi. Quale è dei comprimari del protagonista quello che ti ha creato maggiori difficoltà durante la fase di scrittura?
Re: Il cielo di stagno vede Bora impegnato a confrontare tipi umani assai diversi. Dai generali nemici al suo giovane attendente ucraino, dai politici in uniforme all’antica amante di suo padre, dagli avversari della Gestapo al medico e al giudice militare che ne condividono la quotidianità. Ognuno di loro è un caso a parte, e la rilevanza che un personaggio ha nel romanzo non diminuisce necessariamente il tempo necessario a disegnarlo in modo credibile. Direi che Larissa Malinovskaya, ex-soprano e vecchia fiamma del padre naturale di Bora, ha richiesto molta attenzione, perché il suo mondo copre diversi decenni di vita russa, dallo zarismo allo stalinismo. Un po’ Mrs Habersham (Grandi speranze), un po’ Nora Desmond (Viale del tramonto), Larissa tiene testa a un ragazzo che potrebbe essere suo nipote, ma ha anche il potere di farla mettere a morte se volesse. Molto intrigante!
Bora è al fronte lontano dalla moglie Benedikta, volendo potrebbe tradirla in qualsiasi momento, ma le rimane fedele dimostrando una solidità morale forte. Dikta invece è più sfuggente e ambigua,cosa gli nasconde e Bora come riesce ad amarla?
Re: La relazione tra Martin Bora e sua moglie Benedikta, nata fra giovani durante la permissiva Jazz Age, è forse destinata a fallire dall’inizio. Sono troppo diversi, e la passione fisica non può sopravvivere alla lontananza (sia geografica che esistenziale) fra loro. Attraenti, privilegiati, “perfetti”, si sposano immediatamente prima della guerra perché (come dirà Dikta a Roma anni dopo) “allora lo facevano tutti”. Sono e restano soprattutto amanti, ma Bora – cattolico, conservatore e idealista – resiste a ogni tentazione di infedeltà. Per quanto ne so, grazie anche all’occhiuto controllo del patrigno di Bora, il generale Sickingen, Dikta non può fare altro che annoiarsi in assenza del marito. Quello che gli nasconde per almeno tre anni – cosa gravissima ma perfino comprensibile date le circostanze – è che non è più innamorata di lui.
Il cielo di stagno è come permeato da un senso costante di stallo e di sospensione. Che valore ha questo senso di immobilità che mi ha ricordato lo stallo tipico della guerra di trincea del 1914-18?
Re: Ovviamente, ogni volta che un caso criminale deve essere risolto, l’investigatore necessita di un minimo di calma per elaborare le sue teorie. Questo risulta immancabilmente difficile per Martin Bora, dato il suo impegno quasi ininterrotto al fronte dal 1937 (in Spagna) al 1945. Però nei romanzi c’è sempre un momento di respiro, l’attesa di una battaglia importante (Il cielo di stagno) o addirittura del conflitto (Il Signore delle cento ossa), o lo stallo attonito in una “città aperta” come Roma (Kaputt Mundi). La seconda guerra mondiale non fu conflitto di trincea come la Grande Guerra, eppure vi furono periodi di stasi, come la cosiddetta “Phony War” (ottobre 1939-marzo 1940) dopo l’invasione della Polonia, e i quasi cinque mesi di preparazione prima della battaglia di Kursk in Ucraina. Sono spazi cronologici in cui un investigatore “per caso” come Martin Bora può portare a termine le sue indagini con successo.
Se si facesse un adattamento cinematografico con protagonista Martin Bora, quale attore vedresti bene nei panni del tuo personaggio?
Re:Ah, come dare un volto e una voce a un personaggio letterario? Ognuno di noi ha immaginato Anna Karenina o James Bond a modo suo, anche a dispetto delle descrizioni fornite dai loro creatori. Fa parte del godimento della lettura, quello di formarsi un’immagine interna tutta propria dei protagonisti. Basti dire che Ian Fleming aveva in mente Alec Guinness quando disegnò 007 – il contrario esatto di Sean Connery o Daniel Craig! Fatta salva la statura e il colore di occhi e capelli, Bora è un po’ come chi legge se lo vede davanti. Nei romanzi si osserva che somiglia ai fratelli Stauffenberg, che ha l’aspetto severo e alza raramente la voce: quanto al resto, è giusto che ognuno lo senta proprio, immaginandolo come il proprio beniamino cinematografico. Non ravvedo fra i famosi attori contemporanei alcuno che somigli all’idea che io ho di Bora. La sua è un’avvenenza maschile di altri tempi. Però nel booktrailer de Il cielo di stagno sul Web gli ho dato gli occhi di Montgomery Clift agli inizi della sua carriera: forse lo sguardo più profondo e sensibile che Hollywood avesse all’epoca….
Potresti dirci a cosa stai lavorando adesso?
Re:Fedele alla mia infedeltà alla progressione cronologica dei romanzi, sto lavorando al prossimo episodio nella saga di Bora, che tuttavia si svolge due anni esatti prima de Il cielo di stagno. Infatti siamo a Creta nella tarda primavera del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Bora, di servizio all’ambasciata del Reich a Mosca, vi capita con un compito apparentemente mondano (assicurare alcolici nientemeno per Lavrenty Beria, l’anima nera dietro le Grandi Purghe staliniane). Naturalmente, un crimine imprevisto ne prolungherà la presenza creando pericoli e complicazioni. E se Martin rivestirà il ruolo insolito di Teseo nel labirinto, resterà da vedere se avrà accanto un’Arianna disposta a cedergli il filo salvatore!
Ringraziandoti per la tua disponibilità, Ben ho ancora una curiosità. Quale è il libro che hai letto che ti ha più colpito e perché lo consiglieresti ai noi lettori?
Re: Se dovessi fare un elenco dei saggi e dei romanzi che mi hanno non solo colpito profondamente, ma anche aiutato a crescere come persona, la lista sarebbe molto lunga. Mi limito a citare un saggio e un romanzo, per i motivi che dirò. Tra i saggi, sicuramente il primo posto va a Walden, o Vita nei boschi, del trascendentalista americano Henry David Thoreau (1817-1862). Apparentemente, l’opera racconta la sua esperienza biennale in una piccola capanna sulle rive del lago Walden in Massachusetts, attraverso le stagioni e insieme agli amati Classici. In realtà è il manifesto fondativo dell’ecologia, della conservazione, della critica al capitalismo sfrenato. L’autore di Disobbedienza civile mi ha folgorato con due osservazioni: Semplifica! e Si è ricchi in misura delle cose di cui si può fare a meno. Rileggo Walden almeno una volta all’anno, e lo suggerisco caldamente.
Tra i molti, moltissimi romanzi di autori internazionali vecchi e nuovi che mi sono cari, devo dare precedenza a Moby Dick di Herman Melville (1819-1891). Ancora una volta, all’apparenza si tratta di un romanzo di avventure marinare, in cui il capitano Achab si ostina fino alla perdizione a inseguire la balena bianca che gli ha mutilato una gamba. La verità è che Moby Dick è una metafora di vita interiore, lucida follia, spietatezza eppure amore per la vita segreta di uomini incolti e taciturni, come pure delle creature del mare. Dal punto di vista narrativo e tecnico, poi, il romanzo non conosce quasi rivali, tranne forse Song of Solomon della grande Toni Morrison. Chiunque ami leggere o scrivere deve partire da qui!
Luigi Alfredo Ricciardi, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non senza una certa emozione la ospito su queste pagine e non mi interrogo più di tanto su come sia possibile questa intervista attraverso il tempo e lo spazio. Commissario della squadra mobile della Napoli degli anni Trenta, un poliziotto infondo, un poliziotto ostinato, umano, poco propenso ai compromessi. Un uomo all’antica, tutto di un pezzo. Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.
William Kotzwinkle, classe 1943, non è un autore particolarmente noto in Italia – nonostante abbia all’attivo una quarantina di romanzi, ed un paio di premi prestigiosi.

La sua famiglia, che è tutto il suo mondo, è composta, oltre che dalla moglie, da due figli: Happy che presto si sposerà sicuramente avviato a ripercorrere i suoi errori, e Biff che nel tentativo di affermare la sua identità e la sua scala di valori è riuscito solo a diventare un ladro per reazione, non trovando niente di veramente positivo oltre alla ribellione da contrapporre ai valori paterni.
Dalla quarta di copertina
Virginia Woolf
Grazie Matt per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matt Bondurant? Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
“Mi sono resa conto che l’unico modo per superare o, almeno, alleviare un dolore non conosce alternative se non quella – l’unica – di attraversarlo”. A volte bastano poche pagine per rivelarti l’intero vissuto di una persona. Poche parole che “bruciano” nella mente e nell’anima. Poi, quando incontri chi ha subìto tutto questo male insensato ti domandi, senza riuscire a trovare una spiegazione plausibile, il perché accadano certi fatti alle persone. Detto questo, la protagonista di Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mia avuto di Francesca Nodari, è Dolores, una ragazza nata e cresciuta in un piccolo paesino della provincia dove tutti si conosco e sanno perfettamente quello che accade. Dolores – che mi ha ricordato la storia biblica di Davide contro Golia – parla al lettore, donna o uomo che sia, raccontando il difficile rapporto che lei ha avuto con il padre o, come lo definisce la protagonista nel corso della storia, con il suo padre biologico. Da subito chi legge entra dentro ad un mondo di ricordi fatto di dolore e sofferenza, nel quale Dolores con una lucidità a tratti disarmante narra le ripetute violenze domestiche subìte da lei e dalla madre. Schiaffi ingiustificati, bugie, disinteresse totale per la propria famiglia e parole dette con il solo intento di ferire e fare del male, assumono la natura di un cinico sfogo di un padre verso il microcosmo che lo circonda. E la domanda che accompagna chi legge e che si ripete di continuo è: Perché? Perché colui che dovrebbe proteggerti, sostenerti ed amarti si rivela essere il tuo peggior nemico? Perché un padre cerca di colpire – senza motivo – una figlia tirandole una moka di caffè? Perché un padre – soprannominato dalla gente di paese Belzebù – agisce in questo modo? A dire il vero non lo so, o meglio non riesco perché forse non c’è, una ragione a questa insensata violenza. Ciò che più ti colpisce leggendo la Storia di Dolores. Lettera la padre che non ho mai avuto della filosofa Francesca Nodari è che ad un certo momento ti accorgi delle somiglianze esistenti tra la protagonista e l’autrice stessa, fino a quando ti rendi conto che Dolores non è un personaggio di finzione ma Dolores è Francesca, che ha assunto questo alterego letterario per raccontare una parte della sua vita. Attenzione, Storia di Dolores è sì un libricino che si legge in meno di due ore, però non è un trattato di filosofia – anche se non mancano citazioni di filosofi e di testi della cultura ebraica e cattolica cristiana- anzi, è un frammento di vita vissuta attraverso il quale chi scrive vuole porre attenzione alla ripetuta violenza attuata verso le donne e allo stesso tempo cerca di incoraggiare chi si trova a vivere in condizioni simili a prendere coraggio e denunciare, prima che sia troppo tardi. I testi filosofici e le scritture sacre citate sono utilizzate dall’autrice per dare una spiegazione possibile per quello che è accaduto a lei e alla madre. La madre di Dolores-Francesca è un presenza importante e costante nel libro, ed è colei che ha dato -e lo fa ancora oggi- alla figlia, quella energia e quella determinazione per affrontare il domani, dimostrandosi agli occhi dei lettori una madre forte ed eroica. Tanti sono gli episodi che faranno capire a chi leggere come dietro una superficie apparentemente tranquilla a volte possano nascondersi drammi impensabili, ma trovare la via per la salvezza, anche se è doloroso e difficoltoso è possibile. Pensando all’Italia di oggi dove non passa giorno senza sentire tragici fatti di cronaca che hanno per protagoniste mogli, madri e figlie picchiate, uccise e violate, Storia di Dolores non è solo un mettersi a nudo da parte di Francesca Nodari, ma allo stesso tempo è la volontà di una giovane donna di sensibilizzare chi come lei ha vissuto o ancora vive in situazioni familiari difficili. Dare lo stimolo per trovare il coraggio di dire basta e cominciare a rinascere, perché un domani migliore è possibile. Prefazione di Maria Rita Parsi.
Varrà la pena di inoltrarsi nel bosco di Stefano Bortolussi, il luogo dove si sono perse, o forse sarebbe meglio dire fuggite, le due ragazzine protagoniste di Verso dove si va per questa strada. Luogo onirico questa selva (quale non lo è) che deve molto alle fiabe, ai simboli dell’inconscio, alle nostre paure. E, ovviamente, ai riti di passaggio. Vedi per esempio l’incontro che la più piccola delle sue sorelle ha con un ranocchio mentre sta urinando dietro una siepe: un incontro imbarazzante perché l’animale le salta proprio lì e lei urla di paura. Non è ancora l’ingresso nel mondo adulto, le dice la sorella, ma è una prima tappa, un viatico. E poi i ranocchi si trasformano in principi, no? Tempo al tempo.
Oggi abbiamo il piacere di avere con noi su Liberi di Scrivere Eugenio Gallavotti, vice direttore di ELLE, che ci parlerà del Gran Premio delle Lettrici di ELLE giunto quest’anno alla terza edizione. Benvenuto Eugenio, ci racconti come è nata questa iniziativa?
Come la prendereste se un editore di pregio -uno di quelli che stimate e dei quali vorreste possedere l’intero catalogo- a un certo punto annunciasse l’uscita dell’inedito di uno dei vostri autori preferiti -di più, dei preferiti di un tempo; uno di quelli che, anche se magari non si vede, vi hanno segnato la tarda adolescenza; uno di quegli autori che, vorreste vi dicessero, hanno lasciato un marchio indelebile sul vostro stile-?
























