:: Ave, Blog, morituri te salutant

24 aprile 2016 by

dinosauro-con-i-tacchi-e-gli-occhiali-001Riflettevo (non c’è niente di meglio da fare nelle noiose domeniche pomeriggio). Vi ricordate la storia che lega dinosauri e blog? Evan Williams, cofondatore di Twitter e CEO di Medium, l’anno scorso al Summit i2 a San Francisco se ne uscì con una bizzarra profezia che gettò il web nel caos (durò poco, come sempre, il tempo di metabolizzare le notizie ormai è velocissimo). Vi rimando a questo articolo per rinfrescarvi la memoria. Blog e siti web? Scompariranno entro tre anni. In sintesi comunque si può dire che il futuro del web risieda nel social blogging, non più isole solitarie dove il blogger è il re ma tante o poche (queste sì elefantiache) strutture comunitarie sempre più evolute.

Che Williams tirasse acqua al suo mulino è indubbio, ma è anche vero che queste strutture già esistono. Il mio blog per esempio risiede e prospera sulla piattaforma WordPress, che in un non lontano futuro potrebbe diventare una versione ancora più estesa e libertaria di Medium. Chi può dirlo?

Recentemente un amico, un blogger di quelli bravi, ha chiuso il suo blog ed è passato a Medium, seguendo il consiglio di Paul Boutin [consiglio che già dava nel lontano (anni luce ormai) 2008]. Non certo per sete di guadagno. Su Medium gli ospiti non guadagnano niente. Evan Williams al contrario presumo di sì. Ma naturalmente non è questo il punto. Il punto è che personalmente sono legata all’idea, non priva di un anarchico soif de vivre, che il mio blog (anche se collettivo, sono o non sono proiettata nel futuro :)) sia la mia casa, il mio spazio dove esprimermi, non condizionato da logiche di mercato, brand e via discorrendo.

Ma non viviamo nel migliore dei mondi possibili quindi anche noi idealisti senza speranza dobbiamo mettere d’accordo il pranzo con la cena, per cui è indubbio che una struttura che nel lungo periodo non diventa autosufficiente e produttiva è destinata a estinguersi. Io nel mio piccolo sto lottando perché ciò non avvenga, ma molto spesso ho la sensazione di combattere contro i mulini a vento, novella Don Chisciotte.

Dunque è anche possibile che Evan Williams non abbia sparato cavolate a caso (apprezzate il mio bon ton) anche se molto di quello che dice va preso con le pinze ed è molto probabile che tra (ormai) due anni, saremo ancora tutti qui, ognuno trincerato nelle sue posizioni. A caldo molti infatti alzarono gli scudi e si opposero al bieco capitalismo di chi voleva strutture centralizzate per fare il bello e cattivo tempo (e guadagnare vagonate di soldi, ben di più della semplice sussistenza). Ora anche lì se c’è una comunità di pensiero è anche giusto che anche i guadagni vadano condivisi. O siamo punto da capo, si cade sempre nel solito bieco monopolismo.

Ecco a questo pensavo, e dato che domani è lunedì ma nello stesso tempo è il 25 aprile, avrete tutto il tempo di dire la vostra se vi va. Mi piacerebbe molto aprire un dibattito. Cosa pensate voi lettori per me è importante. Vi aspetto.

:: Il buio oltre la siepe, Harper Lee (Feltrinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 aprile 2016 by
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Nell’estate del 1960 una giovane scrittrice dell’Alabama, nata a Monroeville, pubblicò un libro destinato non solo a mettere scompiglio nelle afose serate di quel lontano luglio, ma a trasformare definitivamente la letteratura in un reale strumento per sensibilizzare le coscienze sulla questione razziale in America (e lasciatemi dire anche nel resto del mondo).
Il libro di cui parlo è naturalmente Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird, 1960), e l’autrice, l’allora trentaquattrenne Harper Lee. Bianca, figlia di un avvocato segregazionista, amica di infanzia e assistente di Truman Capote, la Lee resta assieme a Harriet Beecher Stowe, autrice di La capanna dello zio Tom, una scrittrice mito, emblema di quanto la sensibilità femminile, e il coraggio, abbiano sempre precorso i tempi nella dura guerra contro il razzismo, la segregazione, la disparità e l’ingiustizia non solo sancita dalle leggi, ma dal senso comune della più bieca opinione pubblica.
Per primo vidi l’omonimo film, uscito nel 1962 e diretto da Robert Mulligan, con un fantastico Gregory Peck nella parte dell’avvocato Atticus Finch, solo più tardi lessi la versione italiana, edita da Feltrinelli nella storica traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer giunta alla quarantaquattresima edizione, nel settembre del 2015. La mia vecchia edizione la prestai, e non la vidi più tornare in dietro (comprensibile), e in occasione della morte dell’autrice, in sua memoria, ho preso quella che ora tengo in mano.
Quale occasione per rileggere un libro di per sé bellissimo, anche spogliato delle sue valenze morali e etiche. Infondo è, e resta, un bellissimo libro per ragazzi, ragazzi moderni, evoluti che conoscono il significato di termini come “violenza sessuale” “razzismo”, “ingiustizia”. Che sanno che la vita è una costante lotta tra il bene e il male, e che a un certo punto bisogna decidersi da che parte stare.
Prima di parlare del libro, vorrei ancora parlare del contesto in cui fu scritto, del fatto che nel 1960 erano ancora in vigore le leggi Jim Crow che di fatto tenevano insieme tutto quel sistema razzistico, intollerante e fanatico che ha inquinato la società americana di buona parte del secolo scorso. Ma si sa abrogata la legge (la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti può essere fatta coincidere con l’abrogazione delle Jim Crow, con la firma da parte di Lyndon Johnson del Civil Rights Act del 1964 e l’ anno successivo del Voting Rights Act) non è immediato il cambiamento delle coscienze, se pensiamo solo che questo libro è ancora oggi bandito da numerose scuole e biblioteche americane.
Naturalmente i motivi addotti saranno che è un libro troppo violento per i ragazzi, non certo per difendere segregazione e razzismo, ciò non toglie che bandire un libro come Il buio oltre la siepe ha un che di scandaloso. A far paura è forse proprio la capacità dell’autrice di entrare nelle coscienze e metterle di fronte alle proprie debolezze.
Dicevo che Il buio oltre la siepe è un bellissimo libro per ragazzi, parla di amicizia, coraggio, altruismo, senso della famiglia, di giustizia, di lealtà, e tratta con rispetto i suoi lettori, non gli nasconde la povertà e il disagio sociale in cui possono fermentare le abiezioni più feroci, che i diversi sono sempre emarginati (anche oggi, qui, ora), e molte volte possono compiere gesti di grandissima umanità, proprio da loro da cui non si aspetta niente, che a volte bisogna fare ciò che è giusto, e ci detta la nostra coscienza, anche se va contro al senso comune o si mettono a repentaglio interessi personali o finanche la vita dei propri cari.
Insomma è un libro etico, e didattico nella sua più nobile accezione. Un libro che è piacevole leggere, che giunge a noi attraverso la voce chiara e argentina di Scout ormai cresciuta che ricorda episodi della sua infanzia. E Harper Lee fu proprio incoraggiata da Truman Capote a fare lo stesso, nel libro se vogliamo identificabile con il ragazzo di città loro amico.
Il buio oltre la siepe (e il titolo italiano è secondo me altrettanto bello quanto il titolo originale) e insomma un libro di cui non ci stancheremo mai di parlare, né di studiarlo. Un libro stilisticamente ricco, elegante, per cui non è affatto inappropriato spendere parole come luminoso, splendido, o commovente. Quando Tom Robinson viene ucciso durante il suo tentativo di fuga da una giustizia bianca iniqua, non posso smettere di piangere, sebbene sono perfettamente al corrente che così accadrà. Ma la Lee ha deciso che non sarebbe stato questo il finale, no la storia continua e in un certo senso si apre a un nuovo lieto fine.
Ecco concludo questo mio articolo dicendo che Il buio oltre la siepe è davvero un testo imprescindibile, bisogna averlo letto almeno una volta nella vita. Uscite, come se fuggiste da una casa in fiamme, andate nella prima biblioteca e procuratevelo. Poi la tentazione di rubarlo sarà grande, vi avverto.

Nelle Harper Lee  (Monroeville, 1926-2016). Originaria dell’Alabama, studiò legge e poi si impiegò a New York presso una compagnia aerea. Amica di Truman Capote da quando aveva tre anni, fu consigliata da lui a mettere per iscritto i racconti che lei gli andava facendo della propria infanzia. Un giorno, abbandonò l’impiego per scrivere il suo libro: nacque così Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960 (tradotto in Italia da Feltrinelli nello stesso anno e attualmente disponibile anche in audiolibro), che le valse un immediato e strepitoso successo di pubblico e il premio Pulitzer 1960. Nel 2007 le è stata conferita dal presidente Bush la prestigiosa Medaglia della Libertà per i suoi meriti letterari. Feltrinelli ha anche pubblicato Va’, metti una sentinella (2015), il romanzo ritrovato di Harper Lee, ambientato vent’anni dopo il suo capolavoro.

Source: acquisto personale.

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:: Tre giusti, Nikolaj Leskóv (Marcos Y Marcos, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2016 by
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Nikolàj Semënovicˇ Leskóv nacque a Gorohovo all’inizio del 1831. Sicuramente tra gli autori russi suoi contemporanei non ha mai raggiunto la fama di Tolstoj, Dostoevskij, o anche Čechov sebbene di alcuni anni più giovane, ma se si ha modo di leggere anche solo un suo racconto, si intuisce subito la grandezza e la profondità di questo scrittore, forse in anticipo con i tempi.
Si sa gli innovatori, i visionari, i precorritori dei tempi (e pensare che era considerato un conservatore) non hanno mai avuto vita facile, e se vogliamo forse proprio per questo motivo sebbene se ne intuisse la grandezza, (per lo meno i suoi colleghi illustri la intuirono bene), forse appunto i suoi lettori ideali siamo noi o i nostri figli e nipoti. Così almeno la pensava Tolstoj denominando appunto Leskov lo scrittore del futuro.
Non che naturalmente fosse considerato uno scrittore mediocre dai suoi contemporanei, era ben conosciuto e ammirato, ma non forse quanto avrebbe meritato. Siamo quindi ancora in tempo per tributare giusta fama al suo genio e rendere più noto e familiare il suo nome, da molti ancora ignorato.
Leskov fu un autore singolarmente prolifico, scrisse numerosi romanzi e ancor più racconti pubblicati su riviste, antologie, libri, e alcuni forse ancora oggi esistono solo squisitamente in lingua russa. Ettore Lo Gatto, insigne slavista, ho sicuramente studiato letteratura russa su un suo manuale all’Università, ha curato in lingua italiana Romanzi e racconti (di Leskov), Mursia, 1961, per chi fosse interessato.
Tre giusti, di Nikolaj Leskov, traduzione a cura di Paolo Nori, edito da Marcos Y Marcos è dunque un piccolo dono che troverete in libreria e che vi invito caldamente a leggere. (Se avete un piccolo budget per il libri questo mese, dedicatelo a lui. Non ve ne pentirete).
Ma veniamo a spiegare perché non ve ne dovreste pentire. Innanzitutto Tre giusti raccoglie tre racconti scritti da Leskov in periodi differenti: L’angelo sigillato, il più antico, è del 1873, A proposito della Sonata a Kreutzer, è stato scritto nel 1890 e pubblicato, postumo, nel 1899, e l’ultimo L’uomo di sentinella, è del 1887. Ma che appartengono tutti al periodo della maturità, (ricordiamoci che Leskov morì nel 1895 a 64 anni, e definisce noialtri scrittori anziani, sé stesso quando non aveva ancora compiuto cinquant’anni).
Due riflessioni mi sento di poter fare a proposito di questi racconti e della scrittura di quest’autore in genere. La prima è che indubbio scriveva per essere letto, ad alta voce. Il legame con la fiaba e l’oralità è fortissimo. E non lo dico per dire, ne ho le prove. In questo video Paolo Nori presenta il libro e legge alcune pagine dei vari racconti.  Beh prendono vita, letteralmente acquistano una forza espressiva che mentre li leggevo solo nella mia mente non mi ero manco accorta possedessero, sebbene li avessi trovati tutti e tre notevoli.
Un’altra riflessione, ruota intorno al concetto dei tre giusti. Trovare il giusto nei due ultimi racconti A proposito della Sonata a Kreutzer e L’uomo di sentinella è un gioco da ragazzi, spicca senza esitazione, ma provate a capire chi sia il giusto in L’angelo sigillato. Ho letto diverse recensioni e ogni recensore lo individuava in un personaggio diverso, chi nell’ isografo Sevas’jan, chi nello starec Pamva, chi addirittura in Pimen Ivanov, (non si contano quante specie di miracoli riesce a fare con la sua zoppicante intercessione) o nel narratore del racconto, (il tipo buffo con la barba rossa che crede di aver visto gli angeli).
Insomma ci vuole davvero uno stato di grazia per distinguere i giusti dai peccatori, e questo è senz’altro il messaggio sotteso che Leskov infonde ai racconti che avremo modo di leggere. Quello che è piaciuto più a me è senz’altro il secondo, A proposito della Sonata a Kreutzer, dove è evidente che chi si crede giusto raramente lo è, e proprio la donna che si crede una terribile peccatrice, (tra la Maddalena del Vangelo e l’Anna Karenina di Tolstoj) emerge come un personaggio moralmente titanico, al confronto per esempio del marito, che la società determina come l’offeso. Di questo racconto ho apprezzato l’ironia e il paradosso, la lievità pur trattando temi di per sé pesanti. Un bambino muore di difterite e come viene strappato brutalmente alla madre e sepolto in tutta fretta in una palude, sebbene per motivi igienici, ha un che di orrorifico. Più ancora forse del finale.
Insomma che dire, spero di leggere altro di Leskov, e sono certa che non mi deluderà.

Di Nikolàj Semënovicˇ Leskóv (1831-1895) è stato detto che “I russi riconoscono in Leskóv il più russo degli scrittori russi, e quello che meglio di chiunque altro conosce il popolo russo” (l’ha detto il principe e critico letterario Dmìtrij Petróvicˇ Svjatopólk-Mìrskij – 1890-1939).

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Roberta dell’ Ufficio stampa Marcos Y Marcos.

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:: Cose da Runners “vizi e virtù del popolo che corre”, Maurizio Di Bona (Becco giallo, 2016) a cura di Micol Borzatta

21 aprile 2016 by
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Romanzo molto breve e ben fatto composto da piccolissimi capitoli come se fossero vignette a se stanti che raccontano i vari tipi di runners, come si riconoscono, cosa pensano, come si comportano.
Un romanzo molto ironico, scritto con uno stile molto leggero e spiritoso che si legge in pochissimo tempo tutto d’un fiato.
Lettura molto spensierata che permette al lettore di farsi un po’ di risate e distrarsi dal quotidianità e dai problemi della vita, a volte anche riconoscendosi nelle varie descrizioni o riconoscendo amici o conoscenti.
Il lessico usato è molto basilare, ironico e riporta alle chiacchiere da bar, quando ci si ritrova a parlare tra un caffè o un aperitivo e si descrivono le persone che ci passano davanti.
Un romanzo che fa veramente bene all’animo che trasmette al lettore l’atmosfera di risate tra amici. Prefazione di Franz Rossi.

Maurizio “The Hand” Di Bona nasce a Napoli nel 1971. Sul web è conosciuto come The Hand. Fumettista autodidatta a studiato rubando i trucchi dai vari fumetti letti e dalla TV. Fin dalle scuole elementari ha sempre scarabocchiato ovunque di tutto. Finito architettura all’università di Napoli si è trasferito a Milano per dedicarsi alla grafica di vignette.

Source: ebook inviato al recensore dall’ autore.

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:: Gente di Bergamo, a cura di Paolo Aresi (Bolis, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 aprile 2016 by

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Bergamo è la città che ha una parte alta e un parte bassa. Bergamo è la città dei pittori Giovan Battista Moroni e di Caravaggio o, se vogliamo arrivare ai giorni nostri, possiamo ricordare l’alpinista Simone Moro, che lo scorso febbraio è riuscito a salire in cima del Nangar Parbat, noto come “La montagna assassina”. Bergamo è anche un posto dove la gente scrive e racconta il suo mondo e lo dimostra Gente di Bergamo, la raccolta di racconti pubblicata da Bolis, curata da Paolo Aresi. Le 20 storie trascinano il lettore dentro al mondo bergamasco, facendogli conoscere tutte le diverse tipologie di persone e caratteri umani che rendono bella, intrigante e sfaccetta la città. Il libro è un viaggio vero e proprio dentro la terra cittadina, ed essa prende forma dalle storie che hanno il sapore di testimonianze, di memorie, di ricordi e di esempi per il futuro dati dalle generazioni del passato. Le storie sono state suddivise in sei sezioni tematiche (Le montagne, le valli, i fiumi; Le radici, vicine e lontane; L’amore; L’amicizia, La storia, Il sogno) poi, leggendo ogni singola vicenda, ci si accorge di come ognuna di esse abbia caratteristiche specifiche che la rende coinvolgente e unica. Quello che i 20 autori partecipanti all’antologia Gente di Bergamo hanno fatto con le loro creazioni è importante, perché permette a chi legge di comprendere alcune caratteristiche comportali sì legate al personaggio protagonista della trama ma, allo stesso tempo, tipiche della gente bergamasca e non solo. Io sono nata e cresciuta in provincia di Brescia e leggendo questa raccolta mi sono divertita a scoprire i parallelismi esistenti tra i bresciani e i bergamaschi, tra i quali, si sa, c’è sempre stato un campanilismo dalle radici storiche. Per esempio, nel racconto Vecchio al monte di Alberto Gherardi, è curiosa la figura di Cesco, un uomo tutto d’un pezzo che ad un certo punto della sua vita farà una cosa che mai avrebbe pensato potesse servire anche a lui: andare dal dottore. Un atteggiamento che ritorna in modo abituale e che ho riscontrato in passato e ancora oggi noto, in alcuni uomini che incontro. Il libro edito da Bolis aiuta il lettore a conoscere questi bergamaschi amanti della natura, degli animali (interessante è il racconto di Giusi Quarenghi, Ali, dove la simpatica e anziana protagonista preferisce la compagnia delle galline e del suo tacchino, rispetto a quella degli esseri umani). Persone che parlano in un dialetto così stringato che a volte è difficile capire che in quelle poche parole smozzicate, invece si nasconde un intero discorso, come mette in evidenza Laura Mühlbauer nel racconto La salita. Lo stesso linguaggio vernacolare risentirà non poco della concorrenza del puro italiano che invaderà Bergamo e l’Italia intera con l’arrivo della televisione. Gente di Bergamo è una raccolta corale, un insieme di voci, che attraverso queste storie non solo ci permettono di conoscere meglio una città, ma ci aiutano a scoprire l’anima della gente che l’ha fatta e l’ha raccontata.

I racconti sono firmati (in ordine alfabetico) da:

Giovanna Amico, Paolo Aresi, Claudio Calzana, Tiziano Colombi, Piero degli Antoni, Annalisa Di Piazza, Chiara Di Sante, Davide Ferrario, Livio Gambarini, Cristiano Gatti, Alberto Gherardi, Adriana Lorenzi, Raul Montanari, Laura Mühlbauer, Alessandra Pozzi, Giusy Quarenghi, Federico Radaelli, Angelo Roma, Davide Sapienza, Roberto Tiraboschi.

Source: Consigliato da Anna Colosio Communication specialist, web editor, blogger e digital PR.

:: Hyperversum Next, Cecilia Randall (Giunti, 2016) a cura di Elena Romanello

21 aprile 2016 by
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Vent’anni dopo i fatti narrati nella trilogia Hyperversum, videogioco di ruolo medievale che può catapultare i partecipanti nella realtà dell’epoca, Alexandra detta Alex, figlia dell’adesso scienziato Daniel, è costretta in casa a riparare ad un voto di fisica, materia che lei detesta visto che da sempre è affascinata invece dalla Storia e dai secoli passati, scopre un misterioso codice miniato medievale e un videgioco che la affascina. Si troverà anche lei catapultata in quel mondo che aveva inghiottito suo padre e i suoi amici, scoprendo la verità sulla vita dell’amato zio Ian, affrontando avventure e correndo pericoli, ma trovando forse qualcosa di nuovo e di bello nella sua vita nella persona di Marc, un ragazzo così lontano da lei nel tempo ma non per il suo cuore.
Il fantastico rivolto ad un pubblico di ragazzi e ragazze soffre in questi anni di intrecci spesso melensi e poco incisivi: non è questo il caso della saga di Hyperversum, opera di un’autrice italianissima a dispetto del nome, che mescola il mondo dei videogiochi e dei giochi di ruolo con il tema dei viaggi nel tempo, che risale ad autori come Wells e che qui viene riletto in una prospettiva legata a strumenti moderni come il videogioco.
Leggibile anche separato dai precedenti romanzi, comunque godibilissimi, e nato come idea iniziale prima dei seguiti del primo della serie, Hyperversum Next conquista sin dalla prima pagina, presentando un’eroina che non è dotato di superpoteri e che si trova a dover affrontare un’avventura suo malgrado a cui non era preparata.
Certo, un romanzo di genere fantastico, ma anche un romanzo storico, visto che l’autrice ricostruisce in maniera minuziosa i fatti del Medio Evo francese, mescolando un po’ di fantasia negli eventi d’epoca a eventi reali, un po’ come ha fatto Diana Gabaldon nella serie La straniera, ma la nostra Randall comunque si perde meno per strada, e dopo aver raccontato le avventure di una generazione precedente prende in esame nuovi personaggi più giovani e nuove storie, e chissà se tutto finirà così, anche se forse Hyperversum si fermerà e non girerà più.
Per questi motivi, pur rivolgendosi ad un pubblico di adolescenti, Hyperversum next, e i libri predecedenti, risultano essere interessanti anche se si è fuori target, e si ricordano magari i primi videogiochi o le partite di giochi di ruolo anni Ottanta, quando si sperava magari da qualche parte nel proprio cuore che qualcosa diventasse reale.

Cecilia Randall è di Modena e adora i romanzi e il cinema d’avventura in tutte le accezioni possibili, dal fantasy al mistery e alla fantascienza, ma anche fumetti e cartoni animati, l’archeologia, la storia e i giochi di ruolo. Da queste sue passioni è nata la saga di Hyperversum, grandissimo successo formata da Hyperversum I, Hyperversum II – Il Falco e il Leone e Hyperversum III – Il Cavaliere del Tempo. Dopo aver pubblicato con Mondadori Gens Arcana, romanzo fantastico ambientato nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, e Millennio di fuoco, un dittico composto dai due volumi Seija e Raivo, Cecilia è tornata al mondo di Hyperversum con questo nuovo titolo, godibile anche non conoscendo gli altri.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore.

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:: La battaglia di Campocarne di Roberto Recchioni (Mondadori, 2015) a cura di Giulia Gabrielli

20 aprile 2016 by
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“YA” è la parola più usata all’interno del romanzo. E’ un’esclamazione, un segno di assenso e di incitamento, un’intercalare, ma anche l’acronimo del genere in cui ci muoviamo, Young Adult. Un romanzo di formazione quindi, la storia di come questo ragazzo magro, alto e goffo, da tutti chiamato Stecco, diventerà un uomo. O almeno ci proverà.
Nel mezzo della battaglia, ferito e già a terra al primo assalto, conosciamo Stecco, il giovane protagonista di questa storia. Stecco è un ragazzo di campagna, che vive nel piccolo e periferico villaggio di Zarafa, un sognatore che vuole diventare un grande avventuriero, proprio come il Granduomo, l’eroe di mille storie e mille avventure, che viaggia sul suo carro blu notte, accompagnato da Nonna Mannaia e dall’Incappucciato, reclutando giovani avventurieri in tutti i villaggi dove si fermano.
E un giorno il Granduomo arriva anche a Zarafa.
I capitoli, brevissimi e dallo stile asciutto, oscillano tra due linee temporali: tra quella della Battaglia di Campocarne, che è la linea più avanzata e che fa da anticipatore con i suoi improvvisi colpi di scena, e l’altra che riempie le lacune e spiega come Stecco sia arrivato in un tale guaio.
Nel romanzo tutto contribuisce a creare una narrazione veloce e fluida, capace di catturare l’attenzione del lettore e di trascinarlo fino alla fine del romanzo senza un attimo di pausa. C’è pochissimo spazio al sentimentalismo e all’introspezione: ciò che ci rende reali Stecco e la sua compagna Marta la Brutta, il Granduomo e Nonna Mannaia sono i loro dialoghi incalzanti, “botta e risposta”, realistici e senza alcuna interruzione per segnalare al lettore chi sia a parlare – cosa che tra l’altro richiede un pochino più di attenzione per seguire le conversazioni, ma mi pare giusto che anche il lettore faccia la sua parte in una storia.
Lo stile di Recchioni è, come sempre, asciutto e con una certa tendenza alle frasi brevi e ad effetto, usate soprattutto alla fine del capitolo, come una sorta di firma, e che a seconda della situazione aggiungono alla narrazione un tocco di ironia e di comicità, o ulteriore velocità al ritmo già serrato della storia. L’autore poi ha un’esperienza ventennale nel mondo del fumetto e un taglio molto cinematografico, cosa che rende le scene descritte immediatamente visualizzabili, così che i personaggi e tutti i loro ambienti ci appaiono di fronte visivamente ben delineati anche quando le descrizioni non sono altro che veloci note di colore.
Ma oltre ad essere una storia di formazione YA è anche una riflessione sulla formazione delle storie, su come esse si intreccino alla vita reale fino a trasformarla e a cambiare la percezione che abbiamo del mondo ma anche, più prosaicamente, su come si realizza una buona storia – ad esempio pare ci voglia sempre un bell’inseguimento in una storia.
Le storie crescono e si alimentano di se stesse, e non importa che siano vere o false, basta che siano delle buone storie, capaci di avvincere chi le ascolta, o le legge.

Roberto Recchioni, romano classe 1974, è sceneggiatore e soggettista per il cinema, illustratore, critico, nonché personalità molto nota nel web. La sua principale occupazione è l’arte sequenziale ed ha scritto personaggi iconici come Tex, Diabolik e Dylan Dog, co-creatore di John Doe e Detective Dante, creatore di Battaglia e della serie di Orfani, direttore di Dylan Dog. Autore di numerosissime graphic novel; YA – La battaglia di Campocarne è il suo primo romanzo, al quale seguiranno a breve altri due, sempre dedicati alle avventure di Stecco.

Source: acquisto personale.

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:: Un’intervista con Andrew Nicoll a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2016 by

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Perbacco! Uno scrittore scozzese sul mio blog! E ‘una battuta, naturalmente, ma sei una persona molto divertente quindi questa intervista sarà un po’ diversa dalle altre. Il mio inglese è orribile, quindi buona fortuna a tutti e due. Prima di tutto, grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Non dimentichiamo le buone maniere. Raccontaci qualcosa di te. Da dove vieni? Dove hai studiato?

R. Vengo da Broughty Ferry, il luogo in cui è ambientata la storia di Miss Milne. Una volta era un piccolo villaggio di pescatori sulla costa orientale della Scozia, ma, circa un centinaio di anni fa, è stato inghiottito dalla città di Dundee. Abbiamo vissuto qui dai tempi di mio nonno. Ma noi siamo nuovi arrivati. Nel 18 ° secolo la mia famiglia ha vissuto circa 20 chilometri a nord di qui e la famiglia di mia madre circa 20 chilometri a sud. Non ho vera educazione. Sono andato a scuola qui, poi sono andato a lavorare.

Quali lavori hai fatto in passato prima di diventare uno scrittore a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

R.  Uno scrittore a tempo pieno? Bene, suppongo di essere uno scrittore a tempo pieno da quando sono un giornalista, ovvero da 36 anni, ma non sono un romanziere a tempo pieno. Per me si tratta più che altro di un hobby. Scrivo libri sul treno mentre vado a lavorare. Prima di diventare un giornalista, ho lavorato per un breve periodo come operaio forestale dopo aver lasciato la scuola. Ho subito capito che non ero tagliato per la vita di un working man.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

R.  Come la maggior parte delle cose capitatemi nella mia vita, è stata accidentale. Arrivato ai 40, ho vissuto un periodo molto duro. Insomma, mi chiedevo “è ora?” Volevo trovare qualcos’altro da fare, per crescere in qualche modo. Ho visto un amico che raggiunti i 40 ha avuto una macchina veloce e un giovane fidanzata, ma il tutto si è rivelato un hobby molto costoso. Così ho cominciato a scrivere racconti brevi con un certo successo. Poi ho avuto un’idea per un racconto e ho iniziato a scriverlo sul treno per anadare a lavorare. Si è trasformato in non Sara Mai Inverno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Come sei arrivato alla pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

R.  Nessuno voleva pubblicarmi. Proprio niente. Mi sono dato una scadenza. Ho detto, se nessuno accetterà il libro dopo due anni, mi sarei fermato. Ricevetti una proposta dopo dieci giorni.

Parliamo di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Prima di tutto il libro è ispirato ad una storia vera, – o, per meglio dire-, ad una vera e propria inchiesta. Giusto? Puoi parlarcene?

R.  E ‘una storia che è cresciuta con me tutta la vita. I fatti sono successi un centinaio di anni fa, tuttavia questo tempo non è niente. Dico spesso che la mia mano ha tenuto una mano che teneva un fucile nella Grande Guerra. Un centinaio di anni fa, è solo una stretta di mano di distanza. Quando sono nato, ci devono essere stati uomini qui a Broughty Ferry che ricordavano la storia dalla loro infanzia. E la leggenda viveva. Non so quante volte ho superato quella casa con un brivido. Ma tutto ciò che sapevamo era che la signorina Milne è stata uccisa lì e l’assassino non è mai stato trovato.

Questa è una domanda difficile. Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

R.  E’ la storia della omicidio irrisolto di una  ricca e solitaria donna in una tranquilla cittadina scozzese, basata sui file della polizia resi pubblici dopo 100 anni.

Finalmente dai al  caso un colpevole, che nella realtà non fu mai trovato. Come hai scoperto la tua verità?

R.  Quando mi sono imbattuto nei file della polizia ero quasi senza fiato per l’eccitazione. Dentro c’era tutto quello che avevo sempre voluto sapere su questa leggenda che aveva tormentato i miei anni d’infanzia. Ho letto tutto, e ora dopo ora e non potevo credere a quello che stavo vedendo. Tante cose che erano state semplicemente ignorate e disattese. Il suo corpo è stato trovato coperto di fiammiferi usati – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegare il perché. Un vaso sulla scala accanto al suo corpo era pieno di urina – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegarne il motivo. Ci sono state tante circostanze strane che sono state semplicemente ignorate e una in particolare non è mai stata nemmeno esaminata e studiata . Mi ha dato l’occasione di sbrigliare la mia fantasia e trovare una risposta che si concatenava perfettamente coi fatti.

Parlaci delle fonti che hai scoperto durante la scrittura di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Che tipo di ricerche hai svolto?

R.  Quasi tutto viene dai file della polizia, ma ho anche consultato filedi giornali del periodo in biblioteca. I giornali, ovviamente, già noti, mentre i file della polizia sono stati segreti per un secolo.

Qual è stato il ruolo di Internet?

R. Quasi nessuno.

Chi era il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

R.  Ho scritto quattro romanzi pubblicati a livello internazionale e questo è stato di gran lunga la cosa più facile. Conosco queste persone e le strade in cui vivono, le case in cui abitano. L’intera storia era lì. Ho semplicemente appeso i vestiti su.

Progetti di film da tuoi libri?

R.  No.

Hai ricevuto recensioni negative?

R.  Oh, alcune fortemente  critiche. In particolare in Italia. La gente compra il libro pensando che sta acquistando un giallo. Odio i romanzi gialli. In realtà sono la solita  detective story,  scritta e ripetuta all’infinito, più e più e più volte. E’ la cosa più noiosa del mondo. Se volevo scrivere davvero un romanzo poliziesco, avrei  scelto di parlare di un omicidio irrisolto ? Questa è la peggiore idea del mondo. Non è un “giallo”. E’ una storia di persone. Se vi piace la gente, comprate questo libro. Se volete leggere la stessa vecchia storia di detective, provate con un altro libro.

Come immagini il tuo futuro?

R.  Non lo so. Che è probabilmente una fortuna. Ho lavorato 18 anni presso il mio primo giornale, ho lavorato 18 anni presso il mio attuale giornale e, tra 18 anni, avrò la stessa età di mio padre quando ci ha lasciato ed è morto nel bel mezzo di una e-mail. Cerchiamo di non immaginare troppo il futuro.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R.  E’ la cosa migliore del mondo, davvero. Persone che si incontrano che si interessano  abbastanza del tuo lavoro che escono la sera e parlarlano con voi, è veramente una sensazione meravigliosa. Suppongo che la cosa più divertente sia accaduta in Romania, quando stavo facendo breakfast TV. L’intervista era in inglese con traduzione dal vivo e l’intervistatore mi aveva chiaramente cercato su Google. E’ diventato chiaro che mi aveva confuso con Andrew Niccol – con una L – che viene anche lui da Broughty Ferry. Ma solo uno di noi era mai stato capitano della squadra di rugby della Scozia e non ero io.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi autori:

William McIlvanney:
Una parola non è sufficiente per Willie. Era un uomo molto piacevole. Educato, generoso, gentile, soave. Un eroe.
James Ellroy:
Strano. (Buono, ma strano)
James Crumley:
Pastorale
Raymond Chandler:
Abile
Agatha Christie:
Sottovalutata
Iain Banks:
Ricco (anche morto).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

R.  Lampedusa. Era il mio santo patrono, quando non riuscivo ad essere pubblicato. Joseph Conrad. RL Stevenson. Joseph Mitchell, che ha scritto Bottom of the Harbour e Joe Gould’s Secret. Sono innamorato della Illiad. La lista è enorme.

Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

R.  I miei colleghi giornalisti, suppongo. Anni di vicinanza ogni giorno. Capire l’abilità di dire tre cose in un paragrafo o una cosa in tre pagine.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

R.  Mi piacerebbe. Ho visitato l’Italia una sola volta, per breve tempo la scorsa estate. Sarei lì in un minuto.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

R.  Shhh. Non comprare mai la carrozzina fino a dopo che il bambino è nato. Willie McIlvanney me l’ ha detto.

:: Non dire, Massimo Nepote Andrè (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

19 aprile 2016 by
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Il thriller esoterico è stato lanciato alcuni anni fa da titoli come Il codice da Vinci di Dan Brown e continua ad avere i suoi stimatori, anche se spesso sono storie che ripercorrono schemi già triti e ritriti, senza particolare originalità, giocando su quei due o tre elementi noti.
Non è questo il caso di Non dire, opera del torinese Massimo Nepote André, ambientato tra un Medio Evo misterioso in Val di Susa, in un luogo oggi conosciuto come Salbertrand (e si scoprirà la storia vera legata alle origini del suo nome) e la Torino contemporanea, dove si intrecciano alcuni personaggi, un ricercatore americano, una giovane studiosa canadese, un archeologo dilettante, una ragazza torinese e un religioso poco ortodosso, impegnati nella ricerca di una pergamena che ha dentro di sé un potere occulto, capace di distruggere il genere umano, anche perché sta attirando un’antica organizzazione che non ha certo buone intenzioni, come nella migliore tradizione del genere.
L’autore costruisce un intreccio in cui restituisce luoghi che gli sono cari, a cominciare proprio da Torino e dalla Val di Susa, con echi di molto immaginario archetipo, anche reincarnato in varie storie contemporanee, tra romanzi, film e telefilm, ma comunque riletti con freschezza e originalità. Ci sono enigmi, ci sono i Templari, ci sono misteri sepolti nel passato ma che fanno ancora paura, ci sono luoghi ricchi di storia ufficiale non e chi abita in zona potrà scoprire un altro volto di posti che crede di conoscere.
Un libro che si fa leggere, anzi divorare, con tante sottotrame che arrivano fino ad una conclusione che può anche essere letta come non definitiva, mescolando fantasia, e l’autore ne ha tanta e comunque non è mai banale, e spunti reali, perché tra le righe ci sono enigmi, misteri e questioni che non sono mera invenzione, ma nascono da fatti remoti ma che fanno parte della Storia del Piemonte e non solo.
Non dire piacerà agli appassionati di thriller esoterici in cerca di qualcosa di un po’ meno dozzinale ed è la prova che anche in Italia, terra di misteri, enigmi, storie millenarie e crocevia di tradizioni, si possono raccontare storie avvincenti e intriganti. Del resto, Torino e la Val di Susa non hanno niente da invidiare, come patrimonio tra fantasia e realtà, ad altri angoli del mondo.

Massimo Nepote Andrè è nato a Torino nel 1951. Laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino, vive da sempre nella sua città natale. Ha svolto il suo percorso professionale nel campo industriale occupandosi di progettazione, logistica e organizzazione. Dall’inizio degli anni ottanta segue e coordina l’introduzione delle nuove tecnologie curandone gli aspetti tecnici e i risvolti umani. Successivamente si occupa di simulazioni virtuali nel campo della meccanica, del design e dei beni culturali. Appassionato di fotografia, scienza e natura. Parla francese, inglese e spagnolo. Ha visitato l’Africa Orientale negli anni sessanta portandosi il ricordo delle tribù dei territori del nord del Kenia nel cuore.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Carnivori vs vegani, due titoli sul tema, a cura di Micol Borzatta

19 aprile 2016 by

Mangiare o non mangiare carne è un tema molto attuale, e soprattutto molto dibattuto. I motivi per una scelta o per l’altra sono vari e spesso non troppo consapevoli. Per alcuni è solo una moda, magari passeggiera, un modo per essere in, per altri è una scelta di vita con implicazioni morali e etiche, o per motivi di salute. Nei mesi scorsi si è parlato del fatto che la carne rossa possa essere cancerogena, tra ammissioni e ritrattazioni. La confusione è tanta insomma. A fare chiarezza ci prova un’ iniziativa di VandA ePublishing, la pubblicazione di due libri che partono da presupposti opposti. A metterli a confronto ci penserà la nostra Micol Borzatta. Buona lettura.

indexContro la caccia e il mangiar carneLev Tolstoj

Partendo dai tempi della lotta tra paganesimo e cristianesimo, passando per i pitagorici, gli agnostici, i cristiani, i bramini, i buddisti, i filosofi greci, Lev Tolstoj spiega come dovrebbe essere il percorso che l’uomo dovrebbe affrontare se vuole veramente condurre una vita morale.
Come in tutte le cose, anche per condurre una vita morale bisogna rispettare un preciso ordine nell’acquisizione delle virtù necessarie. Per procedere correttamente bisogna iniziare dal primo gradino e salire, gradino dopo gradino, passo dopo passo.
Il primo gradino è l’astinenza. Astinenza vista nel senso più materiale e carnale del termine. Come per lo spirito è l’astinenza al piacere, all’istinto carnale e animale, per il fisico e la salute è l’astinenza dal mangiare carne.
Il digiuno viene infatti visto come un processo di purificazione. Un essere umano che mangia carne sarà per sempre debole, debolezza che lo porterà a ricaderci ancora e a non avere le forze necessarie per usare la forza di volontà e resistere a queste tentazioni, non per niente, secondo Tolstoj, la storia dimostra ampiamente che la maggior parte degli uomini forti, snelli, in salute e attivi si nutra esclusivamente di pane nero, riso e cereali.
Un saggio molto forte che anticipa di parecchio la moda odierna al vegetarianesimo e al veganesimo.
Tolstoj perora la sua causa di ex cacciatore convertito portando esempi di smembramento di capi di bestiame da parte dei macellai, a battute di caccia e alla preparazione del pollame. Tutte descrizioni forti, raccontate nei minimi particolari, senza mezze parole, con scene che possono anche turbare quei lettori un po’ deboli di stomaco, ma necessari, sempre secondo Tolstoj, per far capire ai carnivori la realtà dei fatti.
Un saggio che invece di essere solo un’esposizione del proprio pensiero, sembra più un discorso politico, un trattato per convincere chi non lo è ad abbracciare lo stile di vita vegetariano, o meglio ancora vegano.
Un saggio che si legge velocemente vista la sua brevità, ma che fa riflettere, sia allora come oggi, su quello che potrebbe veramente essere necessario per la nostra salute e quello che non lo è.

Lev Nikolaeviv Tolstoj nasce nel 1828 a Jàsnaja Poljana e morto nel 1910 a Astàpovo. Scrittore, filosofo, educatore, attivista sociale russo, pedagogo e studiosi di testi sacri occidentali e orientali, agli inizi degli anni ottanta si converte, sviluppa un’etica basata sul principio della non-violenza, adotta uno stile di vita ispirato al Vangelo e diventa vegetariano.

Immagine2Fumo, bevo e mangio molta carne! di Pierangelo Dacrema

Chi non è più tra i giovanissimi si ricorda i vecchi tempi in cui si poteva fumare nei locali, al cinema, in classe senza nessun problema. Tempi che per chi è ancora un fumatore rimpiange, mentre per i non fumatori è una vittoria. Finalmente i demoni sono stati esorcizzati, i fumatori sono stati esiliati fuori.
Siamo arrivati in un’epoca dove solo i salutisti hanno voce in capitolo, dove se non sei vegano, se non rispetti l’ambiente, se non usi i pannolini del tipo giusto per ogni bambino gli rovini la vita, ma nessuno si ricorda, salutisti in primis, che fino a oggi siamo cresciuti tutti con genitori che fumavano in casa, con il fumo passivo nei locali, con un solo tipo di pannolino o di omogeneizzato e nessuno è morto, anzi siamo cresciuti bene e ci siamo fatti gli anticorpi.
Questo romanzo è un po’ un romanzo propaganda, anche se con toni molto leggeri e ironici. Dacrema vuole far capire come gli eccessi sono sempre negativi, sia quelli troppo liberali che quelli troppo restrittivi, e lo fa con questo libro, raccontando il passato e la vita di chi fuma, di chi beve e di chi mangia troppo, spesso ingigantendo le cose di proposito, ma solo per far vedere come sono ridicole tutti gli eccessi.
Un romanzo che si legge volentieri e che in molte pagine fa anche ridere, romanzo in cui spesso ci si rivede se facenti parte di fumatori o ex fumatori. Un romanzo che fa davvero pensare senza, per una volta, voler far cambiare la vita al lettore.

Pierangelo Dacrema è docente ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria. Ha insegnato all’Università di Bergamo, di Siena, alla Cattolica, alla Bocconi e alla Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano. Ha già pubblicato La crisi della fiducia. Le colpe del rating nel crollo della finanza globale nel 2008, Il miracolo dei soldi. Come nascono, dove vanno, come si moltiplicano nel 2010, La dittatura del PIL nel 2013, Lettera aperta a uno studente universitario nel 2013, Marx & Keynes: un romanzo economico nel 2014, La morte del denaro nel 2014, Trattato di economia in breve nel 2015.

Source: ebook inviati dall’editore, ringraziamo Fabia dell’Ufficio Stampa VandA ePublishing.

:: Il cormorano, Stephen Gregory, (Elliot, 2016) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2016 by
CORMORANO_Layout 1

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Archie è un cormorano, brutto, nero, agressivo, puzzolente, sparge guano ovunque al suo passaggio con l’arroganza di un piccolo gangster. Niente è più lontano da lui del placido animale da compagnia, e nello stesso tempo esercita un fascino quasi ipnotico sulle persone che incontra sul suo cammino di volatile. Almeno, quasi in tutte. Specialmente quelle di sesso maschile. Come entra nella vita di una simpatica e giovane famiglia inglese, John il marito, Ann, la moglie, il piccolo Harry di 11 mesi e un gatto? In modo bizzarro, se vogliamo per uno scherzo del destino. Uno scherzo crudele e malefico che porterà con sé un’ immancabile tragedia, e la cappa opprimente e claustrofobica di questo senso di imminente rovina ci accompagna per tutto il libro, prima come un presentimento, poi in modo sempre più concreto.
Ma andiamo con ordine. Lo zio di John, Ian, anche lui insegnante frustrato, un giorno salva da una chiazza di petrolio un cormorano. Da quel giorno l’adotta, provvede alla sua sussistenza passando sul fatto che l’animale è ben poco riconoscente: è prepotente, ingordo, violento. Ma esercita su Ian un’ influenza misteriosa che sembra destinata ad essere ereditata dal nipote. A un funerale infatti Ian lo incontra e intravede una sorta di fratellanza. Capisce che è la persona giusta per occuparsi di lui, una volta morto. Quindi fa testamento e ditribuisce i suoi beni, tra i componenti della famigliola: al piccolo Harry i contanti, a John un cottage nel Galles. Sia John che Ann non vedono l’ora di lasciare la città per la pace e l’isolamento di questo borgo pittoresco, dove John potrà finalmente scrivere il manuale che ha sempre sognato di poter portare in classe, scontento dei testi inadeguati e superati su cui è costretto a insegnare. Unica clausola, occuparsi del cormorano. Chi di noi non lo farebbe in cambio di un anche piccola eredità? (Attenti a rispondere sì, che qui scatta l’immedesimazione tra lettore e voce narrante, e poi non venite a dirmi che non ve l’avevo detto).
Allora John accetta l’eredità, vende la casa in città e con il ricavato fa ristrutturare il piccolo cottage, lo rende accogliente (con libri, tappeti, un bellissimo camino) e ci si trasferisce con tutta la famiglia. Lui può lavorare al suo libro, mentre Ann lavora in un pub del piccolo borgo. Una sistemazione ideale. La calma prima della tempesta, direbbero i più scafati.
E infatti una sera di pioggia arriva in una cassa di legno bianco il cormorano. John si crede preparato all’incontro, ha letto in alcuni libri cosa mangia, non pensa sia più difficile che occuparsi di una grossa oca, e commette l’imprudenza di aprire la cassa in salotto. Non l’avesse mai fatto. E’ il caos. Guano dappertutto, sui libri, sulle pareti, sul divano, e una puzza di alghe e decomposizione invade il locale. Ann è terrorizzata, Harry piange, il gatto corre a nascondersi e John traffica un po’ per rimetterlo nella scatola e portarlo fuori, improvvisandogli una gabbia di fortuna. A questo punto meglio avrebbe fatto a mollare tutto, cottage, soldi, promesse mute allo zio defunto (entità inquietante e malefica che infesterà l’intero romanzo, ogni volta che si sente puzza di sigari) e prendere la sua famiglia e scappare via. Ma naturalmente non lo fa. Sarà l’avidità, sarà l’attaccamento che già prova per il volatile, sarà che il male spesso ci attrae più di quello che ci ripugna, e spesso non lascia scampo.
Ora non vi racconto altro della trama, starà a voi leggere il libro, (sono poco più di 100 pagine, più che altro una novella) ma sta di fatto che sarà difficile che non cadiate anche voi nella tela che l’autore ha tessuto. Il cormorano, (The Cormorant, 1986) di Stephen Gregory, edito in Italia da Elliot e tradotto da Daniela e Monica Pezzella, è un classico horror anni ’80. Di quelli che più che spaventare o spargere terrore con trucchetti a effetto o sangue a profusione (a parte la scena dell’aggressione al gatto, non c’è altro di veramente gore), creano un’ inquietante aura di malvagità e dannazione che evapora dalle pagine. A un certo punto mentre leggevo mi è caduto il caffè che stavo bevendo, per precisione tra pagina 109 e 110, ora lì c’è una bella macchia proprio a forma di cormorano, giuro. (Ricordatemi di non bere caffè mentre leggo un romanzo di tensione).
Prima dell’incidente ho pensato che la storia potesse essere una metafora ambientalista, un elogio della natura madre – matrigna (sono bellissime le descrizioni naturalistiche che l’autore fa, facendoci conoscere il Galles più selvaggio). La scena dei gabbiani, poi, che accorrono al richiamo del cormorano e ruotano sul cottage, molto ricorda le atmosfere de Gli uccelli di Hitchcock. Ma pian piano che leggevo, il cormorano perdeva la sua aura malvagia, (anche il rapporto di fiducia e amicizia con John, contribuisce in questo), per acquaistare un che di eroico. Prima vittima dell’uomo, (ricordiamo la chiazza di petrolio), poi messo in cattività in una gabbia di polli, poi portato a pescare, dove finalmente può far emergere la sua natura ( e diventa, fin bello, aggraziato, abile, coraggioso) e pure Ann suo malgrado lo nota. Ma la malvagità risiede nel patto mefistofelico contratto con lo zio Ian, un grumo nero che farà scivolare la storia vervo l’inevitapile epilogo finale.
Ci ha messo trent’anni ad arrivare in Italia questo libro, ora speriamo che anche altri libri di Gregory vengano tradotti. Evito di recriminare su queste lentezze editoriali, ormai il discorso si è anche fatto ripetitivo, e si ha sempre la sensazione che a noi delle colonie non arrivino mai i libri veramente belli. Il cormorano è un’ eccezione, a cui dobbiamo dire grazie anche alle due coraggiose traduttrici, che oltre ad avere fatto una efficace traduzione, l’hanno fortemente voluto e proposto alla Eliot. Forse solo la spaziatura in paragrafi l’ho trovata un po’ pesante, ma penso rispecchi fedelmente il testo originale. Ora vi lascio, buona lettura e ricordatevi che la cattiveria degli animali non è mai minimamente paragonabile a quella vera dell’uomo.

Stephen Gregory Nato a Derby, in Inghilterra, nel 1952, si è laureato in legge all’Università di Londra e ha lavorato come insegnante in diversi paesi. È autore di numerosi romanzi tradotti in varie lingue. Ha vissuto per un periodo a Hollywood, lavorando come sceneggiatore con William Friedkin.

Source: libro inviato dal traduttore, ringraziamo Monica Pezzella per avercelo proposto e fatto conoscere.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Habemus vincitorem

17 aprile 2016 by

indexL’estrazione è stata fatta. Abbiamo i due vincitori, che si aggiudicano le due copie messe in palio da Newton Compton de Lo strano caso dell’ orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci. Ringrazio i lettori che hanno partecipato e spero che voi tutti abbiate trovato l’iniziativa di vostro gradimento. Non c’è niente di più bello che ricevere libri, almeno lo è per me e credo lo sia anche per voi che seguite questo bl0g. Cercherò di partecipare ad altre iniziative simili, migliorando anche alcuni dettagli per rendere tutto più facile. I vincitori riceverenno una mail per i dettagli della spedizione. Siete curiosi di sapere chi sono? Seguite questo link: qui.
Alla prossima.