:: Stranimondi a Milano, a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2016 by

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Il 15 e 16 ottobre torna a Milano un appuntamento autunnale fisso, Stranimondi, il festival del libro fantastico, con presentazioni, convegni, mercatino di libri, tutto inerente un mondo i cui appassionati e stimatori non accennano a diminuire, anzi, ma è cresciuto come eventi, interesse e presenze.
L’evento si organizza, con varie modalità di accesso, su vari filoni, con la possibilità di confronto diretto con autori, autrici e professionisti.
In programma ci sono i Delos days, due giorni dedicati al meglio del fantastico di ieri e di oggi a cura della casa editrice Delos Books, specializzata in fantastico, che vuole fare il punto dello stato di un genere in Italia. Un genere che si articola su tanti mondi e immaginari.
Da non perdere il convegno Weirdiana, dedicato ad un filone eclettico del fantastico, quello del weird, che comprende strane storie in passati alternativi o con mescolanze di generi, con un approfondimento a cura di Paolo Bertetti sulle riviste pulp di fantastico partendo dalla collezione del Mufant di Torino appartenuta allo studioso Riccardo Valla.
Tra glli ospiti ci sono tra gli altri Franco Forte, Silvio Sosio, Danilo Arona, Silvia Treves, Tricia Sullivan, vincitrice dell’ultimo Hugo, Rampsey Campbell, Alan D. Alteri, Giuseppe Lippi, Dario Tonani, Alastair Reynolds, Massimo Polidoro.
Molti gli editori presenti, come Tabula Fati, Plesio, Nero Press, La Ponga, Watson, Imperium, Elara, con le loro novità e il loro catalogo, per scoprire vecchie e nuovi voci, spesso anche italiane del fantastico.
Stranimondi è alla UESM Casa dei Giochi, in via Sant’Uguzzone 8, raggiungibile con la metro rossa fermata Villa San Giovanni. Il sito web dell’evento, che non è solo una convention o una fiera dedicata al fantastico, ma un momento di incontro tra tutti, professionisti e appassionati, è sotto http://stranimondi.it/

:: I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, (Giunti, 2016)

12 ottobre 2016 by
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Non sono mai stata negli Stati Uniti. Due o tre volte ho rischiato di partire, una volta più seriamente delle altre, avevo già tutto organizzato per un corso di inglese estivo in un’ università della costa occidentale, ma l’aereo transoceanico non l’ho mai preso. Per me l’America è quella dei film noir, in bianco e nero, degli anni ’50, per lo più, o di alcuni film più recenti, di molti libri, documentari, telefilm, fumetti. Un’ America per lo più inventata, filtrata dall’estro artistico di qualcuno che presumibilmente la conosce bene e forse la ama. Non sono antiamericana di partito preso, sebbene sia molto critica con molte sue derive, e detesti quella sorta di egocentrismo muscolare che a volte l’affligge. Detto questo mi piacciono i motel sull’autostrada di notte, accesi da mille neon colorati, i Pancakes allo sciroppo d’acero, la auto anni 50 che ancora circolano, i ranch del Texas o della California, specie dove allevano cavalli, e potrei continuare per pagine e pagine a elencare cosa amo, con la memoria selettiva di chi omette cosa detesta. Amo anche i libri di viaggio, (come potrebbe essere diverso?), e ho amato (e molto) il libro reportage I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, una delle più apprezzate traduttrici dall’inglese, di autori che vanno da DeLillo a Cormac McCarthy, da Jonathan Franzen a Zadie Smith. Per un traduttore scrivere un libro suo non è un passaggio obbligato, certo alcuni lo fanno, ma per certi versi può anche essere un rischio. Il rischio di non trovare una propria voce, dopo aver filtrato la voce di altri scrittori, di cui si è ricostruito e ricreato i testi in un’altra lingua. I testi tradotti sono altri libri, come discutevo con un amico, in cui è imprigionata l’anima del traduttore. Dunque la Pareschi si è messa in gioco, e ha cercato la sua voce, che diventa veicolo letterario se riesce a entrare in comunione con il lettore. Vale per tutti i libri, i più riusciti, come i meno, tutto passando naturalmente attraverso i propri personali gusti letterari. A chi consiglierei questo libro? Innanzitutto a chi ama viaggiare sulla carta, è curioso di sapere e conoscere lati dell’America non consueti, ruspanti, come si potrebbe dire, apprezza l’ironia e l’umorismo e una patina di cinismo, ma mai cattivo, mai velenoso. La scrittura è spezzata in racconti, anche brevi, con buffi titoli, e vari punti di vista, alcuni sono in prima persona (dove è più immediata la voce dell’autrice, c’è solo una minima percentuale di fiction), altri sono in terza persona (un sé stesso mediato e visto dal di fuori, filtrato da come lo vedono gli altri). E non aspettatevi niente di agiografico (non ci risparmia povertà e sporcizia o perché no la puzza di una discarica), non aspettatevi dunque una celebrativa marcia trionfale, per intenderci, troverete capitoli capaci di sconcertarvi, (pensate solo a Il Palazzo del Porno), il più se vogliamo fuori dagli schemi, (il materasso infetto su cui gli attori facevano i provini, mi seguirà per un po’), capitoli capaci di commuovervi, di farvi riflettere, di farvi arrabbiare (il divario tra povertà e ricchezza sta diventando una voragine). Insomma la Pareschi ha talento, un talento coltivato da anni di buone frequentazioni, e una propria personalità capace di non fare diventare la sua scrittura la brutta copia, o per lo meno la copia annacquata di quella di un altro. Apre la raccolta di testi (che io mi ostino a chiamare racconti) Puma, raccontato in prima persona, (bellissima la descrizione della natura tra boschi e nebbia) con al centro l’ombra intravista di un puma, o per lo meno la sua coda. Lavanderia a gettoni, con il suo sogno ad occhi aperti a base di lanciafiamme dal sapore di solitudine, mi ha subito portato alla mente La lavanderia a gettoni di Angel, di Lucia Berlin, che apre la serie di racconti La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto per Bollati Boringhieri). Che come sottotitolo ha il piuttosto evocativo Storie vere, ma inventate. Come quelle di Alice Munro. Poi troviamo La scelta della religione, prima e seconda parte, dalla East Coast alla West Coast, spezzato in tanti sottoracconti. E poi Ganjia Yoga, con il suo surreale giro in autobus e un quartiere brutto e desolato, fatto di edifici industriali e stradini larghi e trafficati. E giusto a metà libro, Katrina, racconto di amici, realmente vissuto (tra buste paga e assegni non ancora versati) e filtrato dal ricordo e dal passare di voce in voce, dalla Pareschi portato sulla carta con sentita partecipazione. L’uragano Katrina e la sua distruzione di New Orleans (alla fine l’ 80% della città sarebbe finita sott’acqua), è ancora nell’immaginario americano una ferita aperta, una storia ancora da raccontare. Racconto spartiacque che ci porta alla seconda parte con Dimmi come mangi, Misofonia, e Il Dentista a i tempi del Super Bowl. E se volete saperne di più dei jeans del titolo, dovrete correre all’ultimo, che chiude la raccolta, dove tutto sarà spiegato, sebbene il mistero temo sia destinato a continuare. Non credo di aver trovato un racconto più bello degli altri, ogni volta che ne leggevo uno mi dicevo che era quello, (un po’ come al liceo mi capitava con la filosofia, l’ultimo autore studiato era sempre quello che aveva ragione). E non è detto che dobbiate seguire l’ordine voluto dall’autrice, potete aprire una pagina a caso e leggere dall’inizio quello. Tenere il libro sul comodino e centellinarlo, lasciando che vi tenga compagnia per giorni. Io ne ho fatto una lettura bulimica, ma solo per uso recensione (si sa i sacrifici di noi recensori sono tanti) ma mi riservo di tenerlo da parte, e rileggerlo per puro consumo privato ancora in futuro.

Silvia Pareschi è una delle più note e apprezzate traduttrici dall’inglese. Fra i tanti autori da lei tradotti ci sono Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata, insieme al marito, l’artista e scrittore Jonathon Keats. Quando è a San Francisco, oltre a tradurre, insegna l’italiano agli americani e racconta le sue esperienze nel blog Nine hours of separation.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Notabili libici e Funzionari italiani: l’amministrazione coloniale in Tripolitania (1912-1919), Simona Berhe (Rubbettino,2015), a cura di Daniela Distefano

11 ottobre 2016 by
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Cosa rappresentò il colonialismo italiano per la popolazione libica e cosa prefigurò l’assoggettamento della Tripolitania per l’Italia?
Forse può aiutarci questo volume che compie una disamina della legislazione coloniale dal 1912 al 1919, la correda di biografie di coloro che operavano nell’amministrazione coloniale, ne indica le modalità di interazione, tenta anche un approccio di storia sociale fornendo una spiegazione di quel movimento di resistenza libico che tanta parte ebbe negli sviluppi successivi del Paese.
La Libia era (ed è) tormentata da un male: la povertà; tuttavia fu errato il convincimento italiano di trovarsi davanti ad una società immobile che avrebbe accettato supinamente la conquista.
Al contrario, la reazione dei tripolitani sorprese i colonizzatori, impreparati ad un braccio di ferro che si sarebbe rivelato sfiancante per entrambe le parti in conflitto. Quale fu allora il primo passo dei colonizzatori per domare il malcontento? La scelta di Pietro Bertolini, primo ministro delle colonie, di mantenere in vita lo scheletro del sistema istituzionale ottomano aveva permesso di posporre la questione delle strutture amministrative. Andava invece affrontato immediatamente il tema del personale coloniale che avrebbe operato a Roma e in Libia.
Di fatto, emerse un primo, irriducibile, diabolico, problema, vale a dire l’egemonia dei militari. Si impose la cosiddetta “Sindrome delle due teste”, una a Roma e l’altra a Tripoli: due universi distinti, quello militare e quello civile, che faticavano a collaborare, a riconoscersi. La storia seguente fu il tentativo di rendere conciliante il pensiero di questo Giano Bifronte. La coperta era troppo corta, di fatto finì per scontentare le due anime della potenza coloniale italiana. Si arrivò al 1919 quando

la Costituzione sembrava negare ogni principio sul quale si era retto l’ordinamento Bertolini: all’arbitrio si opponevano le libertà civili; il monopolio delle cariche da parte dei funzionari italiani era superato grazie a procedure che favorivano la presenza di libici all’interno dell’amministrazione; l’autorità delle cariche monocratiche era bilanciata dalle assemblee locali e dal parlamento di Tripoli.

La rivoluzione attecchì anche nei fondali della popolazione, la Tripolitania ripiombò ben presto nell’odioso clima di guerra, ancora un conflitto atroce, il fascismo di Mussolini, il resto è storia mondiale che appannò le vicende di questo Paese mai del tutto pacificato. L’autrice sembra a suo agio nel descrivere fatti, retroscena, testimonianze di quello che fu vissuto dal popolo libico come un boccone difficile da digerire. Mancò l’accortezza, la sensibilità nel maneggiare gangli della società civile in continuo stimolo rivoltoso. Ci si voleva liberare, prima dell’oppressore, poi della realtà di un paese ricco di gente povera.

Simona Berhe è storica dell’Università degli Studi di Milano. Fa parte del Laboratorio di Storia, Sociologia e Scienza delle Istituzioni MaTriX, già dottoressa di ricerca in Storia e comparazione delle istituzioni politiche e giuridiche europee (Università di Messina). E’ borsista dell’Istituto Storico Germanico di Roma.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

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:: Speciale Robin Hobb

10 ottobre 2016 by

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E’ conosciuta come la regina del Fantasy, apprezzata da George R. R. Martin, e da buona parte della stampa specializzata, oltre che dalle schiere di lettori. Insomma Robin Hobb è una delle autrici di culto del Fantasy contemporaneo e in suo onore alcuni blog, (Liber Arcanus, Bostonian Library, Le tazzine di Yoko, e Libri e Librai), che vi consiglio di visitare, tra i quali c’è anche il nostro, ospiteranno le tappe di numerosi eventi legati alla prossima uscita per Sperling & Kupfer del suo novo libro, il 29 novembre.

Questa settimana il primo evento, potete vedere su l’elenco delle tappe e dei libri di cui si parlerà. Noi ci occuperemo sabato 15 ottobre di Cronache delle Giungle della Pioggia, e la parola sarà data a Davide Mana appassionato e colto lettore di questo genere.

Seguirà a inizio novembre un evento dedicato a conoscere meglio l’autrice.
E per finire un vero e proprio blogtour (con ricchi premi) per l’uscita de La Vendetta!
Vi anticipo che saranno messi in palio due libri, e vi avverto già commentando tutte le tappe avrete la possibilità di vincerli.

Siete naturalmente tutti invitati.

Evento su FB: qui

Robin Hobb, nata in California nel 1952, è l’autrice di diverse popolarissime saghe, come la Trilogia dei Lungavista, I mercanti di Borgomago, la Trilogia dell’uomo ambrato, la Trilogia del figlio soldato e Le Cronache delle Giungle della Pioggia. Paragonata a J.R.R. Tolkien e a Ursula K. Le Guin, Robin Hobb ha antecedenti letterari ben più remoti. Dopo Il custode del drago, Il rifugio del dragoLe Cronache delle Giungle della Pioggia è in uscita La vendetta.

:: La colpa degli altri, Gila Lustiger (Neri Pozza, 2016) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2016 by
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La colpa degli altri (Die Schuld der andern, 2015) di Gila Lustiger, edito in Italia da Neri Pozza e tradotto dal tedesco da Susanne Kolb e Alessandra Baracchi, è un sofisticato ed elegante thriller investigativo, sorretto da una scrittura raffinata e decisamente anomala in un romanzo che vede al centro un cold case della Francia Mitterandiana. Dire che mi è piaciuto è poco, credo sia una delle letture più interessanti che ho fatto negli ultimi mesi, forse il mio thriller preferito del 2016.
Il mio entusiasmo credo sia giustificato dal fatto che è piuttosto insolito far luce su argomenti che si è davvero tentato di oscurare con una patina di dimenticanza. Ancora oggi qualcuno si ricorda dello scandalo del colosso chimico-farmaceutico Rhône-Poulenc, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta? Anche facendo ricerche su Google non è così immediato risalire ai fatti, in una specie di gioco di scatole cinesi. Negli anni le aziende si sono fuse, hanno cambiato nome, si sono trasferite all’estero, insomma risalire alla fonte diventa sempre più complicato.
Gila Lustiger, tedesca ma da anni in Francia, ispirandosi a quel caso ha costruito un thriller dal meccanismo perfetto: giusta suspense, ottimo disegno dei personaggi, anche minori, con l’aggiunta di un’ attenta analisi sociale, che si addentra nelle pieghe più nascoste della Francia di oggi, tra banlieue degradate, e ricchi arroccati nei loro fortini di lusso e indifferenza.
Marc Rappaport, il giornalista protagonista dell’indagine investigativa struttura portante del romanzo, è un’ anima divisa. Appartiene per nascita all’elite dei soldi e del potere, ma per scelta si ostina a indagare tra gli strati più bassi e violenti della società, per scoprire la verità, una verità che sente sua, perché lo riguarda molto da vicino.
Si può leggere questo romanzo insomma perché si ama seguire una pista investigativa e trovare un colpevole, o lo si può leggere per capire qualcosa di più della nostra società e delle nostre responsabilità, perché la conquista della ricchezza e del benessere ha sempre un prezzo, del quale non sempre siamo consapevoli. Scaricare poi molto spesso le colpe su gli altri è un gioco che alla fine può rivelarsi pericoloso, tanto quanto capire che quegli altri siamo noi.
Gila Lustiger costruisce dunque la sua storia approfondendo quel nucleo nero che aggrega scandali finanziari, salute, politica, compromessi e complicità, e lo fa senza marginali sbavature, con il piglio anch’essa del giornalista investigativo, sebbene la storia sia di finzione, e Emilie Thevenin non sia mai esistita. O forse sì, con un altro nome, con altre connotazioni caratteriali e sociali, qualcuno che sia morto cercando di dimostrare verità scomode ci sarà senz’altro. E questo dubbio rende reale e attuale tutto il romanzo, fin qui così abilmente costruito.
Siamo a Parigi nell’estate afosa del 2011. Gilles Neuhart, un insospettabile, di quelli i cui vicini assicurerebbero la totale onestà cadendo dalle nuvole, un impiegato di banca modello dalla vita regolare (e anche monotona) come un orologio, viene arrestato per l’omicidio di una prostituta diciannovenne d’alto bordo avvenuto 27 anni prima. Le nuove tecniche di indagine, l’analisi del DNA che allora non si faceva, portano dritto a lui.
Giustizia è fatta dopo così tanto tempo. Un miracolo si potrebbe pensare, se non fosse che Marc Rappaport cercando di ricostruire la vita della vittima per un suo articolo inizia a sentire puzza di bruciato. Qualcosa non torna, troppi elementi sono fuori fuoco. E se Gilles Neuhart fosse innocente e l’avessero incastrato? Così dopo tanto tempo, certo sembra assurdo, ma se le cose fossero proprio andate così?
Per scoprirlo, mettendo a repentaglio la sua fragile vita sentimentale e la sua relazione con Deborah, una donna bellissima con cui non sa bene se sta facendo sul serio o no, Rappaport inizia un’ indagine serrata, più personale che voluta dal suo giornale (anzi per certi versi decisamente ostacolata) e tra interrogatori di vecchi poliziotti amareggiati, prostitute asiatiche senza futuro, giunge a Charfeuil, una piccola cittadina di provincia dove tutto sembra essere iniziato. Se ne è parlato poco di questo romanzo, peccato. Leggetelo, non ve ne pentirete.

Gila Lustiger è nata a Francoforte, nel 1963. Ha studiato letteratura tedesca e comparata a Gerusalemme. Dal 1987 vive e scrive a Parigi. Ha scritto diversi romanzi, tra cui So sind wir, finalista al prestigioso Deutscher Buchpreis del 2005.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio stampa Neri Pozza.

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:: Chi vincerà il Nobel per la Letteratura 2016?

7 ottobre 2016 by

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Sembra che in quel di Stoccolma, tra i saggi dell’ Accademia di Svezia quest’anno per quanto riguarda la scelta dello scrittore da insignire del Premio Nobel, non sappiano proprio decidersi. Il vincitore era previsto per giovedì 6, ma sembra che dovremo aspettare giovedì 13. Per ora è tutto un si dice per cui prendete con le pinze quanto dirò. Io un mio super candidato ce l’ho, ormai da anni, anche se sono quasi certa che mai vincerà. Se siete curiosi è Don DeLillo, che comunque tra gli americani se la contende con niente di meno che Philip Roth, Cormac McCarthy e Thomas Pynchon.
Ma in queste ore il superfavorito sembra essere Ngũgĩ Wa Thiong’o, autore di romanzi, ma anche di un piccolo saggio che mi capitò di leggere, anche piuttosto agguerrito, Decolonizzare la mente, interessante per molti versi, anche soprattutto per il momento storico in cui stiamo vivendo. La letteratura africana postcoloniale se vogliamo ha una sua Trinità, composta da Wole Soyinka, Chinua Achebe e appunto da Ngũgĩ Wa Thiong’o. Wole Soyinka ha vinto il Nobel nel 1986, Chinua Achebe è venuto a mancare, non resta quindi che Ngũgĩ Wa Thiong’o, e a quanto pare anche a Stoccolma stanno riflettendo in questo senso.
L’ anno scorso ha vinto una donna quindi è saggio e logico pensare che quest’anno toccherà a un uomo.  Anche se Joan Didion non sfigurerebbe, o perché no, Margaret Atwood.
Elena Ferrante, forse la più internazionale tra le scrittrici italiane, (anche se si fa il nome di Dacia Maraini, sempre per l’Italia), sarebbe davvero un altro nome di riferimento e qui il presunto disvelamento della sua identità non si sa bene se gioca contro o a favore.
Tra i gettonatissimi comunque resta Murakami, dopo la Cina con Mo Yan, un tocco d’Oriente. Chissà. Forse è solo troppo giovane, rispetto all’età media degli altri candidati.
Per concludere, dato che DeLillo neanche lo si nomina quest’anno, andiamo a conoscere meglio Ngũgĩ Wa Thiong’o, vi lascio un suo breve profilo bio (giusto per arrivare preparati, mai che vincesse).

Ngũgĩ Wa Thiong’o (Limuru, Kenya, 1938), romanziere, drammaturgo e saggista, è la principale figura letteraria dell’Africa orientale ed è considerato fra i massimi esponenti della letteratura africana. Dopo aver studiato a Kampala (Uganda) e a Leeds in Inghilterra, pubblica il suo primo romanzo Wheep Not, Child (1964; Se ne andranno le nuvole devastatrici, Jaca Book, 1975, 19762), ma è con A Grain of Wheat (1967, Un chicco di grano, Jaca Book, 1978, 19972) che guadagna fama internazionale. Dopo avere insegnato per un decennio all’Università di Nairobi, nel ‘77 pubblica Petals of Blood (Petali di sangue, Jaca Book, 1979), romanzo in cui condensa una dura critica alla società keniota postcoloniale. Vincitore di numerosi premi internazionali, oggi vive e insegna negli Stati Uniti.  

:: I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio di Federico di Vita e Ilaria Giannini (Piano B edizioni, 2016), a cura di Irma Loredana Galgano

7 ottobre 2016 by
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I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio è un libro che dà i brividi. Basta leggerne il titolo che la mente rimanda agli articoli dell’epoca dei fatti, alle immagini, agghiaccianti, alle domande rimaste senza risposta, alle responsabilità senza un colpevole, a un processo che dopo sette anni non è ancora giunto alle sentenze di primo grado… eppure i cittadini lo sapevano da prima della strage che quella situazione avrebbe causato solo danni.
Il 29 giugno del 2009, una manciata di minuti prima della mezzanotte, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano con quattordici vagoni-cisterna carichi di GPL deraglia quattrocento metri dopo la stazione di Viareggio.
Da otto anni i residenti chiedevano, almeno, la costruzione di un muro che separasse loro e le proprie abitazioni dalle sostanze infiammabili e pericolose trasportate nei vagoni dei treni merci che facevano la spola lungo la ferrovia a due passi dalle loro vite. Richieste rimaste inascoltate.
In via Ponchielli tre palazzine ormai sature di gas esplodono, l’incendio devasta tutta la strada, undici persone muoiono quella stessa notte, altre ventuno in seguito alle ferite e alle ustioni, centinaia i feriti costretti per anni ad affrontarne le conseguenze. Migliaia se non proprio milioni di italiani, increduli, a chiedersi se questa strage proprio non poteva essere evitata.
Il libro di Federico di Vita e Ilaria Giannini è una raccolta di testimonianze che deve diventare esso stesso la testimonianza di un grave accadimento, utile per costruire almeno una memoria storica necessaria affinché, verrebbe da dire, fatti del genere non accadano più. Verrebbe da dire perché purtroppo le incurie e le ingiustizie viaggiano sempre più veloci.
Leggendo I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio non si può non pensare a quanto accaduto il 12 luglio 2016 lungo la tratta ferroviaria Bari Nord che collega Corato e Andria. Due convogli della Ferrotramviaria, proveniente dalle opposte direzioni, si scontrano sul binario unico che compone quel tratto di ferrovia.
Questa volta le vittime non vengono raggiunte nelle loro abitazioni da nubi di gas o altro ma si trovano già all’interno dei treni che non sono merci bensì pendolari e carichi di vite corse incontro alla morte per studiare, lavorare, viaggiare.
Ancora la domanda più frequente è: ma davvero una simile tragedia non poteva essere evitata?
A Viareggio sarebbe bastato costruire un muro. In Puglia ampliare una ferrovia molto trafficata con un altro binario. Soluzioni semplici che sono diventate irrealizzabili e si sono trasformate in una condanna. Ci sono dei responsabili per questo? Pagheranno?

Federico di Vita: Vive a Firenze. È autore di un saggio-inchiesta e curatore di una raccolta di racconti.

Ilaria Giannini: Vive a Firenze. È autrice di due libri. Alcuni suoi racconti sono stati inseriti in antologie pubblicate da vari editori.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Carla dell’Ufficio Stampa Piano B Edizioni.

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:: Un po’ di follia in primavera, Alessia Gazzola (Longanesi, 2016)

7 ottobre 2016 by
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Un verso di Emily Dickinson dà il titolo al nuovo romanzo di Alice Allevi, personaggio nato dalla penna della messinese Alessia Gazzola. Questa è la breve poesia da cui è tratto:

A little Madness in the Spring / Is wholesome even for the King, / But God be with the Clown – / Who ponders this tremendous scene – / This whole Experiment of Green – / As if it were his own!

E’ primavera, una mite primavera romana, e di follia si parla, un soffio si follia nella vita di Alice, che rivoluzionerà tutta la sua vita, e una follia più drammatica e crudele, che vede coinvolto un rinomato e famoso psichiatra, ucciso nel suo studio con una stranissima arma del delitto.
Toccherà ad Alice, e all’umano Calligaris, seguire le tracce del colpevole e risolvere il caso. Intorno a questo delitto, anima gialla del romanzo, la vita di Alice scorre come un fiume tranquillo, con piccole gioie e grandi dolori. La vita sentimentale, la vita familiare, la vita professionale, tutto si intreccia nel narrare la vita di una ragazza di oggi, certo atipica, e forse immersa in un mondo che solo lei vede così luminoso, buffo, e ricco di promesse. Un po’ forse davvero la nostra Alice indossa un paio di occhiali rosa, e lascia che il cuore si prenda spazi che nella vita vera è sempre più difficile conquistarsi.
Ma i romanzi della Gazzola sono così. Romanzi leggeri, spensierati, vaporosi come panna montata, ma non dimentichiamo su cui hanno lavorato editor di tutto rispetto come Fabrizio Cocco, tanto per dire, apparentemente semplici, anche a livello di approfondimento dei caratteri, dei personaggi, sintattico, ma che semplici non sono. Capaci di far entrare un personaggio, Alice Allevi, nell’immaginario di molte giovani ragazze che in un certo senso sono cresciute con i suoi romanzi (mentre Alice è restata sempre la stessa).
Alice Allevi è un personaggio eccessivo, buffo, per certi versi inverosimile, per l’ esagerata caratterizzazione della sua patologica imbranataggine e immaturità. Ma il tutto viene fatto con leggerezza, umorismo, non diventa oggetto di fenomeni di bullismo, (nella realtà probabilmente lo sarebbe) ma anzi a modo suo, i suoi limiti non le fanno perdere punti, nella vita come nella carriera. E’ un medico, si specializza in Medicina legale, si appresta a prendere un dottorato, ha due uomini, a modo loro perfetti, che si contendono il suo amore, ha una famiglia che la ama, una nonna che l’adora, amiche fidate, considerazione, Calligaris ne apprezza le doti investigative fino a chiedere il suo aiuto nelle indagini.
Insomma Alice Allevi è una vincente, ha servito in un piatto d’argento tutto ciò che le ragazze di oggi cercano con mille difficoltà: affermarsi nella carriera e trovare il vero amore. Aspirazioni forse antiche, (le aspirazioni di carriera forse lo sono meno) ma comunque attuali, con tutte le difficoltà che la vita ci mette in mezzo. Alice Allevi è una ragazza acqua e sapone, un’anima candida, buona, una pura se vogliamo, in un mondo che candido, buono e puro proprio non è, e questa è la sua forza, la sua inguaribile fiducia nella felicità, nel pensare che dei miti e degli umili sarà questa terra.
Insomma è anche una contraddizioni in termini, ma proprio per questo non ostante il suo mondo sembri lievitare nell’irrealtà, (sì, non sono romanzi esattamente realistici), questa via di fuga permette al lettore di distrarsi e sì di divertirsi. Di giocare con un umorismo mai feroce, mai cattivo, testimone di un mondo che forse vorremmo esistesse, almeno per un momento, senza eccessive derive zuccherose o edulcorate.
Nel mondo di Alice le Wally di questo mondo esistono, le carrieriste pronte a tutto pure, i professionisti che dietro vite socialmente perfette nascondono grettezza e avidità, c’è la guerra, Arthur lavora per enti umanitari in zone disagiate del pianeta, la gente muore, è razzista, islamofoba, viene uccisa, nasconde lati orrendi, è vittima e carnefice. Insomma la realtà filtra non ostante tutto, ma sempre mitigata e immunizzata dai toni della commedia, di una finzione frizzante e anche, perché no, poetica.
E ogni tanto sfuggono scampoli di verità, riflessioni, considerazioni di buon senso, lezioni di vita, che ancora più buffo ci vengano date da un personaggio così, e questa volta, inaspettatamente, anche da Claudio Conforti, che dopo tutto non è così superficiale o egoista come ama far credere. Certo questo suo fondo di bontà lo vede solo Alice, o forse solo a lei si manifesta, un’altra freccia all’arco di questa ragazza, saper fare emergere il meglio dalle persone.
Il romanzo comunque inizia con una proposta di matrimonio, e un desiderio di paternità. Sarà la volta che finalmente Alice Allevi crescerà e troverà quella stabilità affettiva ed emotiva, che sembra tanto mancarle? Lascio a voi scoprirlo. Buona lettura.

Alessia Gazzola, medico chirurgo specialista in medicina legale, è nata nel 1982 a Messina. L’allieva è il romanzo con cui nel 2011 ha esordito nella narrativa e che ha fatto conoscere e amare al pubblico italiano, e a quello dei principali Paesi europei dove è uscito, un nuovo e accattivante personaggio, Alice Allevi. Alice è ancora al centro dei romanzi Un segreto non è per sempre (2012), Sindrome da cuore in sospeso (2012), Le ossa della principessa (2014) e Una lunga estate crudele (2015). Nel 2016 ha pubblicato Non è la fine del mondo e Un po’ di follia in primavera, l’ultimo romanzo della serie L’Allieva.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Intervista ad Armando d’Amaro per “La mesata” (Fratelli Frilli Editori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

7 ottobre 2016 by

unnamedCon La mesata si giunge al quinto capitolo delle indagini del maresciallo Corradi, ma questa volta più che un avanzare nel tempo la storia è un ritorno al passato. Perché ha ritenuto fosse il momento per Corradi di affrontare i suoi ‘fantasmi’?

Gli scrittori di ‘gialli’ – anche se credo che i miei romanzi siano più giustamente definibili noir mediterranei – quando creano un personaggio ‘seriale’ si trovano davanti a un bivio: è meglio tratteggiare un protagonista che manterrà caratteristiche immutate o che subirà, nel tempo, trasformazioni? Io ho imboccato quest’ultima strada, giudicandola più realisticamente vicina alla vita, perché Corradi, come tutti noi, è uomo normale, non un essere dotato da straordinariamente improbabili ‘cellule grigie’. E, come spesso succede, giunto vicino ai ‘cinquanta’ più o meno consapevolmente fa un bilancio della sua vita, tormentata da un fatto commesso in gioventù che lo aveva portato a una scelta (l’arruolamento nella Legione Straniera) che avrebbe portato dolore ai familiari e segnato lui, che ancor oggi soffre di incubi ricorrenti. Ne La mesata incontra una donna che in qualche modo lo ‘spiazza’ nelle sue (poche e insicure) certezze, spingendolo a una riconciliazione con se stesso prima ancora che con gli altri.

La vicenda si svolge sempre nella sua Liguria ma ora ha voluto che i suoi lettori focalizzassero su un problema per molti ritenuto ancora solo meridionale. Perché ha scelto di centrare l’attenzione sulla radicalizzazione della criminalità organizzata al Nord?

La radicalizzazione della malavita organizzata al Nord – purtroppo – è un problema annoso. Molti rappresentanti di Cosa Nostra, Camorra, Ndrangheta e Sacra Corona Unita, non processabili ma ritenuti comunque soggetti pericolosi, furono inviati in ‘soggiorno obbligato’ nelle regioni settentrionali fin dal lontano (anche perché, purtroppo, il mio anno di nascita) 1956. Negli anni a seguire gli uomini dei clan, ‘trapiantati’ per legge su nuovi territori, approfittarono della situazione ricreandovi strutture criminali in stretto contatto con quelle d’origine e in collusione con la politica locale. Conoscendo le realtà delle organizzazioni campane e volendo riportare Corradi a Calice Ligure (già ambientazione per uno dei miei titoli di maggior successo, La Controbanda, ora acquisito dal gruppo R’E e disponibile in Italia Noir dal 26 dicembre), quale trovata migliore che farlo tornare quale agente distaccato della DIA ?

A margine del testo è inserito un monologo teatrale drammatico, Atlassib, che porta sempre la sua firma. Cosa voleva comunicare ai lettori?

Sono molto affezionato a questo testo: sentirlo recitare, anche se uscito dalla mia ‘penna’, mi suscita sempre emozione. Scrivendo do sfogo alle mie sensazioni e ai miei pensieri, ma non solo: credo che uno scrittore debba svolgere una – seppur piccola – funzione di pubblica utilità. Allora, nel rilasciare – filtrato dalle parole – il bagaglio di vita che mi porto dietro e quanto di nuovo via via si aggiunge, ho ritenuto giusto affrontare anche la situazione che, purtroppo, coinvolge drammaticamente molte donne, quella della loro sottomissione – con la violenza – a quello che dovrebbe essere il loro compagno di vita… Con questo monologo che racconta un (tentato) passo verso la libertà da parte di una ‘condannata’ al silenzio ho voluto sollecitare la sensibilità di chi non vuole né vedere né affrontare questa vera e propria piaga sociale.

La sua casa editrice, dove lei svolge il doppio ruolo di autore ed editor, pubblica in prevalenza gialli e noir. È una scelta legata più agli interessi di titolare e collaboratori o alle richieste di pubblico?

Lettore e scrittore – egualmente curiosi ed affascinati dalla natura e della condizione umana – amano molto questo genere, e non da poco; se ci pensa molti dei più grandi testi, fin dal passato remoto, lo hanno affrontato: nelle tragedie di Sofocle si trattano crimini, così come in moltissimi drammi shakespeariani… e Delitto e castigo di Dostoevskij non ne è forse un perfetto esempio? Il pubblico vuole tentare di capire i più reconditi risvolti della nostra natura, e noi cerchiamo di fornire spiegazioni – non rassicuranti – ma plausibili al perché ci comportiamo in un certo modo. Ma non solo: il noir permette di spaziare in generi letterari diversi (dalla tragedia alla commedia, con tinte dal pulp al rosa), di ambientare i fatti in un territorio che il lettore ben conosce e ancora studiare il crimine da tre differenti punti di vista, quello di chi lo commette, quello della vittima e quello dell’investigatore.

I suoi libri si caratterizzano per l’intreccio fitto, il ritmo serrato e il coup de théâtre finale. Sono queste le caratteristiche che un buon noir deve avere?

Il noir, come ogni altro genere letterario, deve intanto presentare una scrittura pulita e uno svolgimento scorrevole ad accompagnare una trama sensata e coinvolgente, che prenda il lettore fin dalle prime pagine. Ma questo genere, in particolare, consente – descrivendo luoghi, persone e situazioni – di offrire ‘spaccati’ della società. Il noir di fatto si distingue dal giallo classico per questa componente, oltre a quella di non offrire necessariamente al lettore un finale ‘consolatorio’ (ammetto: per La mesata ho fatto un’eccezione): il ‘caso’ viene risolto ma senza riportare una calma assoluta… anzi, i problemi sociali poco edificanti – individuati durante le indagini – restano e talvolta il colpevole non viene assicurato alla giustizia, come nel mio primo romanzo, Delitto ai Parchi. Qualcuno, secondo me esattamente, ha paragonato questo genere al verismo (si pensi al Ciclo dei vinti di Verga o a The Grapes of Wrath di Steinbeck), in quanto crudamente fedele rappresentazione degli aspetti oscuri della cosiddetta ‘società civile’. Ecco, credo sia il realismo lo sfondo giusto – ove si muovono personaggi che, agendo e dialogando ‘buchino’ la carta – le caratteristiche che si richiedono a un buon noir, ‘condito’ se si vuole (io lo faccio spesso) da notizie storiche… ma attenzione a non scrivere inesattezze, perché il lettore, pur generoso, se tradito non perdona!

Cosa accadrà al maresciallo Corradi ora che ha fatto i conti col passato?

Bella domanda, me la pongo spesso anch’io.

Armando d’Amaro: Nato a Genova, vive a Calice Ligure. Ha praticato attività forense e accademica per poi dedicarsi alla scrittura e alla critica d’arte moderna. È autore di numerosi libri e racconti. Diversi suoi testi, scritti per artisti, sono stati anche tradotti in inglese e russo. Il drammatico Atlassib rappresentato con successo a teatro.

:: L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, (Keller 2016) a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2016 by
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Baba Dunja, protagonista di L’ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky è l’emblema dell’amore per la propria terra. Un sentimento così forte che la donna è pronta pure a sfidare le radiazioni che hanno investito il suo paesino d’origine a pochi chilometri da Chernobyl. Baba fa proprio di testa sua tornando a vivere nel posto che le ha dato i natali, togliendo le ragnatele dalla casa e coltivando il suo amato orto, il quale le dona frutti un po’ troppo grandi rispetto alla norma, ma questo alla donna non importa. Baba trascorre le giornate prendendosi cura della propria casetta e facendo visita ai pochi abitanti suoi amici (sono così poco numerosi da stare sulle dita delle mani) anche loro, relitti umani, soli e abbandonati. Tra di loro c’è Marja che non si capacita della morte di Konstantin, il suo gallo; poi ci sono Petrov, Garilov e Jegor, tutti impegnati a ricostruirsi le loro umili vite in un mondo spazzato via del disastro nucleare. Tutto va avanti in modo ripetitivo fino a quando un fattaccio tremendo (un omicidio) metterà in subbuglio l’intero piccolo mondo di Cernovo. Il romanzo di Alina Bronsky è il ritratto di un mondo vittima delle radiazioni nucleari, nel quale la gente che ci è nata non esita a tornarci, nonostante sappia quanto siano gravi le conseguenze dell’assorbimento delle radiazioni stesse. Baba e gli altri mangiano i prodotti della terra che coltivano e non manifestano tutto il terrore dimostrato dagli uomini in tuta isolante che arrivano sul posto per prenderne dei campioni da analizzare, con il fine di verificare quanto sia alto il livello delle radiazioni. Baba più di tutti gli altri si ostina a continuare la sua vita come era prima dell’incidente di Chernobyl, lavorando la terra, andando a fare provviste a piedi nel villaggio vicino, prendendosi cura degli animali domestici. L’anziana è una sorta di eroina del quotidiano, una sopravvissuta che il lettore impara a conoscere pagina dopo pagina, scoprendo che è vedova. A dire il vero il marito è sì morto, ma le compare come una sorta di visione mistica nei momenti di maggiore preoccupazione. La donna è stata infermiera tuttofare e mamma di due figli. La figlia Irina è un chirurgo e vive in Germania e ha una figlia (Laura) per la quale la nonna accumula soldi, anche se poi scoprirà di aver idealizzato un po’ troppo sia l’immagine della figlia, che quella della nipote mai conosciuta. Del figlio, Baba parla poco, sa che è omosessuale e che vive in America, ma si capisce che è lontano in tutti i sensi. Il libro della scrittrice russa, tedesca d’adozione, ci porta dentro al mondo travolto dal disastro nucleare di Chernobyl e ci fa conoscere da vicino la devastazione sulle persone e sull’ambiente che quelle onde dannose portarono nel 1986. Conseguenze vive ancora oggi dopo trent’ anni. Pensando alla protagonista Baba e a quello che è il suo ultimo grande amore ci si rende conto che la decisione della donna è sì un po’ sconcertante, ma ne L’ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky, Baba non ama tanto una persona precisa, ma la sua casa e la terra dove lei ha vissuto e dalla quale le sue radici di donna di Cernovo non possono – e non volgiono- essere recise. Traduzione di Scilla Forti

Alina Bronsky è nata nel 1978 a Ekaterinburg, in Russia. Ora vive a Berlino. Tra i suoi libri precedenti pubblicati in Italia ricordiamo: La vendetta di Sasha (2010), I piatti più piccanti della cucina tartara (2012) usciti per E/O e Outcast per Corbaccio.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Keller Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista a Maria Masella per Testimone (Fratelli Frilli Editori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

6 ottobre 2016 by

nmk«Sono le calde giornate del solstizio d’estate: un giovane navigante sbarca a Bari, pensando di restare a terra per pochi giorni. Antonio Mariani e la sua vita cambierà, prendendo una strada che nessuno avrebbe ritenuto possibile…»

Sette storie per un uomo che “vive ogni indagine come un caso personale”. Un libro, Testimone, scritto per accompagnare il commissario Antonio Mariani e le sue vicende, umana e professionale.
Ne abbiamo parlato con l’autrice Maria Masella in un’intervista.

I racconti con protagonista Antonio Mariani sono stati, nel tempo inseriti in romanzi. Qual è il motivo alla base di questa sua scelta?

All’inizio del 2016 l’editore Frilli mi ha proposto di scrivere un Mariani estivo, un po’ più breve del solito autunnale. Parlandone insieme abbiamo pensato a una raccolta di racconti.
Mi piace scrivere racconti e mi piace leggerli, ma non apprezzo che non ci sia un filo conduttore comune. Ne ho scelti due: il primo è stato quello di inserirli in momenti lasciati liberi dai romanzi, non momenti casuali, ma significativi per l’evoluzione umana del protagonista. C’è quindi il racconto in cui Antonio decide di diventare “questurino”, in un altro metto in scena l’arrivo di Iachino e così via.
Non è stato semplice dal punto di vista tecnico, è stato difficilissimo dal punto di vista emotivo: all’inizio è giovane, alla fine è un uomo maturo. Da un racconto all’altro doveva “cambiare e non cambiare”, come una persona vera.
Il secondo filo conduttore è la parola “testimone”, notate che non ho messo alcun articolo, può essere riferito a una donna o a un uomo. O a un oggetto. In ogni storia c’è un testimone chiave, ma è soprattutto il testimone, l’oggetto che ci si passa nella staffetta. Antonio riceve simbolicamente il testimone dall’ispettore di Bari.

Il commissario Mariani è un personaggio che nasce all’incirca nel 2001 e che lei ha portato avanti in tutti questi anni. Era una decisione preventiva oppure ha scelto poi di coltivarlo in questo modo?

Nel 2000 ho scritto un romanzo “Morte da domicilio”, il cui protagonista e io narrante era un commissario genovese, Antonio Mariani. Pensavo che non ci fosse seguito, invece ho scritto un breve racconto “Aspetto”, di nuovo con lui, e mi è venuta la voglia di continuare. Voglia che non si è ancora esaurita.

I suoi libri in genere sono ambientati a Genova. In Testimone invece la scena si amplia con uno sguardo anche al sud-Italia. Ci sono delle motivazioni particolari per questa scelta?

In molti romanzi del ciclo, il protagonista “si muove”. Ne cito alcuni, a caso: “Mariani allo specchio” – Malaga, Celtique – Carrara, “Mariani e le mezze verità” – Lecco. Senza contare che “Mariani e il caso irrisolto” si conclude a Palermo. Motivazioni? Seguo la storia, se la vicenda richiede che lui si muova, allora si muoverà, altrimenti resterà a Genova. Di certo non c’è alcun desiderio di accattivarmi la simpatia di lettori non genovesi, ambientando parte dei romanzi in altre città. Se si muove va in posti che conosco e funzionali alla vicenda.

Lei scrive anche romance ma in questo caso parliamo di noir. In più di un’occasione nei suoi gialli si possono trovare nodi non sciolti completamente. Sono indizi legati alla sua volontà di perpetrare la figura principale della narrazione?

Tutti i romanzi e i racconti sono al cento per cento autonclusivi come indagine. All’ultima pagina chi legge ha le risposte alle tre domande fondamentali: chi, come e perché. Ma ogni romanzo e ogni racconto è qualcosa di più, è un frammento della vita di un uomo di nome Antonio. Quindi alcuni nodi possono essere messi in scena in un romanzo ed essere risolti (non sempre) in uno dei seguenti. Sarebbe innaturale se anche i problemi “di essere umano” trovassero risposta in duecentoquaranta pagine, la mia dimensione usuale.

Il suo protagonista invece è un personaggio che colpisce senza remore. Si è ispirata a qualche persona o personalità in particolare nel crearlo?

No, non mi sono ispirata a nessuno. Anzi Antonio sta lievitando, a ogni romanzo scopro qualcosa di lui che non sapevo.

Qual è il racconto di Mariani a cui è più legata? E perché?

Non lo so. Forse perché non riesco a vedere il ciclo spezzettato, per me è un unico grande (nota: grande come dimensioni! Nessuna allusione alla qualità) romanzo. Alcuni romanzi mi hanno fatto dannare, uno è legato a un momento tristissimo, un altro a mesi difficili… Li amo come gli altri. Insomma, lui mi accompagna da sedici anni, certi matrimoni durano meno.

Maria Masella: Genovese. Scrittrice italiana. Ha pubblicato racconti e romanzi. Testimone è il diciassettesimo titolo pubblicato con Fratelli Frilli Editori. Suoi libri sono usciti anche con Corbaccio e Rizzoli. Alcuni suoi romanzi sono stati pubblicati in Germania dalla Goldmann. Nel 2015 le è stato conferito il premio La Vie en Rose.

:: Dieci anni di Portici di Carta, e non solo, a cura di Elena Romanello

5 ottobre 2016 by

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Sabato 8 e domenica 9 ottobre torna, tra piazza Carlo Felice e piazza San Carlo, la manifestazione Portici di carta, giunta alla decima edizione e come sempre pronta ad inaugurare l’autunno culturale e libresco torinese.
In parallelo si festeggiano i dieci anni del Circolo dei lettori di via Bogino, altra importante istituzione libresca e non solo subalpina: quello che aspetta i torinesi e non solo bibliofili è un week-end all’insegna di bancarelle di libri nuovi e d’occasione, incontri presso l’Oratorio San Fillippo e il Gazebo dei Giardini Sambuy.
Quest’anno parteciperanno alla manifestazione 127 tra librai ed editori di tutto il Piemonte, e per 29 di loro questa è la prima volta. Piazza Carlo Felice ospita, come le prime domeniche di ogni mese, i librai d’occasione riuniti nell’associazione Sulla Parola, mentre sotto gli altri portici trovano spazio percorsi tematici su spiritualità, donne, tecnologia, bambini, lingue straniere, Storia locale, remainders, Oriente, fumetti, editori piemontesi, viaggi, gialli, letterature, passioni, società.
Tante le iniziative in programma, a cominciare dalla possibilità di poter donare un libro alle biblioteche dei Comuni vittime del terremoto del 24 agosto. Il grande protagonista, con un omaggio a lui dedicato, è Umberto Eco, a cui verranno dedicati incontri, passeggiate letterarie per ricordare il suo periodo torinese e si scopriranno i suoi disegni inediti.
Gli editori ospiti di quest’anno sono Lapis e Neri Pozza, che quest’anno compie settant’anni e che ha ispirato a Torino due ferventi gruppi di lettura presso la Biblioteca civica centrale e la Musicale alla Tesoriera.
Oltre agli eventi su Umberto Eco, sono da ricordare gli incontri con David Nicholls, autore di Noi e Un giorno, Stefano Benni, Gaetano Savatteri, Barbara Garlaschelli, il ricordo di Augusto Monti a cinquant’anni dalla morte e ovviamente la festa di sabato 8 in piazza San Carlo dalle 21 in poi per i dieci anni del Circolo, con tra gli altri Giuseppe Culicchia, Alessandra Montrucchio, Michela Murgia, Enrico Pandiani, Alessandro Perissinotto. Il Circolo ospiterà anche eventi nella sua sede di via Bogino venerdì 7 e sabato 8 fino al tardo pomeriggio.
Non mancano le passeggiate letterarie, con quella classica sui luoghi del libro con Rocco Pinto e Giovanna Vigliongo, quella in centro dedicata a Edmondo De Amicis, Marina Jarre e Cesare Pavese, quella nel Quadrilatero su Fruttero e Lucentini, Laura Mancinelli e Jean Jacques Rousseau, e ancora a San Salvario sulle orme di Primo Levi, Natalia Ginzburg e Carolina Invernizio, l’omaggio allo sport e a Edmondo De Amicis, Mario Soldati e Giovanni Arpino, l’itinerario tra le pietre d’inciampo in memoria del testimone della Shoah Max Mannheimer, scomparso a settembre, un giro per bambini con Guido Quarzo e Daniela Barbato e il mondo di Augusto Monti con Giovanni Tesio.
Insomma, un programma ricco, come sempre a Portici di carta, quasi a ribadire che Torino vuole avere un luogo centrale come città del libro. Il programma completo è nel sito http://www.porticidicarta.it