:: Profumi di Daniela Barone

14 dicembre 2025 by

Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente. Non c’è modo di opporvisi.’

Patrick Süskind

Il primo ricordo olfattivo è quello dei salumi e delle grosse provole di una botteghina di San Giovanni Rotondo vicino al Santuario di Padre Pio. Non avevo ancora compiuto tre anni ma l’urgenza del lungo viaggio fu dettata dalla malattia della mamma che vedeva nel frate la soluzione ai suoi problemi. In realtà le  fobie di mia madre avrebbero necessitato piuttosto di uno psichiatra ma papà aveva voluto accontentarla.  Quel viaggio si rivelò un fiasco: il fraticello con le stigmate fu duro con lei al punto di cacciarla dal confessionale, apprendendo che lei non partecipava mai alla messa domenicale per la sua salute cagionevole.

   Un altro odore vivido nella mia memoria è legato ai detersivi usati dalla mamma per pulire i pavimenti, in particolare quello penetrante dell’ammoniaca. A nulla servivano le mie rimostranze: per lei era un’azione imprescindibile usare quei detergenti che mi costringevano a trovare riparo nella mia stanzetta.

   Che dire però del profumo inebriante dei petali di rosa a maggio, quando lei comprava da una contadina quei fiori per farne uno sciroppo denso e soave? La casa era pervasa da quell’odore dolciastro ma soprattutto dalle sue chiacchiere allegre: non era facile rendere contenta la mamma, sempre assorta in chissà quali pensieri, talvolta addirittura incupita. Anche papà era coinvolto nelle operazioni di selezione dei petali e di bollitura del liquido rosa che gorgogliava nelle pentole: una vera festa per le orecchie e le narici.

   Della mia infanzia ricordo anche l’odore del sapone di Marsiglia che la bisnonna Giuditta adoperava per lavare montagne di bucato a casa nostra. Veniva da noi per dare  una mano alla mamma, perennemente e misteriosamente ammalata. Per tenermi occupata era sufficiente darmi una pezza o un fazzolettino che io insaponavo con energia nel tentativo d’imitarla, in piedi sopra uno sgabellino traballante che mi permetteva di arrivare al grande lavello di marmo.

   Il profumo che più mi ricorda mia madre  resta però quello del ragù domenicale. Ancora nel dormiveglia percepivo il buon odore del sugo che preparava diligentemente in pentole rigorosamente di terracotta. Non si staccava mai dai fornelli e disapprovava le vicine che, casalinghe come lei, si distraevano talvolta con altre faccende facendo attaccare i pezzetti di carne  al fondo delle pignatte.

   Quando ero ammalata, la mamma mi preparava un delizioso purè di patate che emanava l’odore del burro mescolato in abbondanza al composto. Ancora oggi, quando sono indisposta o malinconica, amo prepararmi questo cibo perché mi fa sentire  coccolata.

   A volte mi domando quali profumi evocherò ai miei figli e ai nipotini quando non sarò più con loro. Sicuramente  si ricorderanno del buon odore del mio pesto ma non riuscirò mai a competere con mia madre, maestra di ragù, frittelle di fiori di zucca e polpettoni.

   Pur trascurando la sua persona, forse per un voto, la mamma non sapeva però resistere alle eau de parfum: qualunque fragranza la conquistava, purché fresca e leggera; se ne metteva in gran quantità, incurante dei rimbrotti di papà. A me piaceva vederla contenta come una bambina, tanto rari erano i momenti gioiosi nella sua vita.

  Rimane poi impresso nella mia memoria l’odore penetrante del detergente che usavo per lavare Francesco, il mio primogenito. Che gioia è tuttora legata al ricordo dei primi bagnetti impacciati nel lavabo del bagno a poche settimane dalla sua nascita!

Le estati trascorse nella casa di montagna con i tre figli piccoli mi fanno tornare alla mente il profumo dell’erba appena tagliata, l’odore del letame delle mucche condotte ogni mattina al pascolo e quello dell’acqua un po’ stagnante delle vasche delle trote pescate con gran divertimento. A volte un pastore passava da casa nostra con un cestello di latte appena munto che facevo bollire per i miei bambini. Quest’odore  mi ricorda il latte che bevevo a colazione alle elementari e i dolori alla pancia che inevitabilmente mi affliggevano. Inutile far notare alla mamma che non digerivo questa bevanda: per lei era l’unico alimento che si poteva dare ad una figlia per colazione, punto e basta. 

   Nuove esperienze olfattive segnarono gli anni della maturità e il secondo matrimonio con Dave.  Lui era curiosamente uno chef, o almeno lo era stato quando viveva in Canada, e se ne faceva un gran vanto. Di lui i miei figli ricordano ogni tanto il profumo dei panzerotti domenicali ma null’altro: quasi nessun cibo potè allietare i nostri pasti, appesanti dai suoi grevi silenzi, o peggio ancora, dalle sue sfuriate.

   Dopo la morte della mamma papà venne a vivere da me. Malandato nei suoi novant’anni, invase la mia tranquilla vita di donna oramai sola con i miasmi dei suoi pannoloni. Non bastavano deodoranti, né finestre spalancate anche in pieno inverno, a dissipare quel fetore. Povero papà. Oggi in me prevale però il ricordo del profumo del suo dopobarba, quando negli suoi ultimi giorni lo radevo e cospargevo il suo viso emaciato di quella lozione odorosa e lenitiva.

   Mi piace infine ricordare l’ondata di profumi di spezie mai conosciute che mi accolse al mio arrivo in India lo scorso anno. La guida locale mi cinse di una corona aulente di fiori gialli, rossi e arancioni; percepii poi l’odore di cardamomo, cannella, vaniglia, e di chissà quali altri aromi indecifrabili. Fu un’esperienza intensa anche sentire gli effluvi vagamente sgradevoli emanati da elefanti e scimmiette onnipresenti e forse, da centinaia di indiani nel brulicare del traffico caotico di Delhi. Davanti al Taj Mahal odorai tanti fiori rigogliosi e immaginai l’imperatore Shah Jahan mentre deponeva delicati boccioli sulla tomba dell’amatissima sposa. I fiori sono soprattutto consolazione per noi viventi che amiamo portarli al cimitero dai nostri cari. Io metto spesso tulipani gialli sul loculo della  mamma, sapendo quanto amasse quel colore. Saranno gialli anche i pochi fiori che vorrò al mio funerale: gialli come la stanzetta di Van Gogh, come il mio piccolo sofà, come il sole sghembo che disegnavo nei quaderni di prima elementare.

:: Racconto di Natale – Shanmei

12 dicembre 2025 by

È la Vigilia di Natale e il Generale Luigi Bianchi scende in cantina per prendere una bottiglia di vino, di quello buono da accompagnare all’arrosto della Vigilia, un giramento di testa e sviene, e si trova catapultato nel passato, in un altro Natale lontano, in Cina con la sua Mei e i suoi figli. Quando rinviene, turbato e infreddolito torna su e si cambia per il pranzo… inizia così un racconto nostalgico e lontano che cercherà di catturare la magia del Natale.

Ben tornato Luigi Bianchi, anche se questo forse ormai è un addio.

In prenotazione, esce il 24 dicembre.

Clicca qui per la tua copia! Auguri!

:: Grazie ai lettori di Liberi di Scrivere!

12 dicembre 2025 by

Grazie a tutti coloro che continuano negli anni a sostenerci con piccole e grandi donazioni. Grazie di cuore, il vostro dono ci permette di mantenere Liberi di scrivere indipendente.

Si avvicina il Natale e la fine dell’anno, è tempo di bilanci e devo dire che anche noi abbiamo avuto una lieve flessione nel vostro sostegno, comprendo le molte spese e il costo della vita sempre più caro comunque mi va di rasserenarvi Liberi restererà sempre gratuito e accessibile da tutti in uno spirito di condivisione e solidarietà.

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:: Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza AAVV (Fazi 2025) a cura di Valerio Calzolaio

11 dicembre 2025 by

Gaza, ultimi tempi, ancor più tristi. Dieci coraggiosi autori e autrici palestinesi hanno scritto alcune splendide poesie ora contenute (con successo di vendite e presentazioni) nella raccolta “Il loro grido è la mia voce”, perlopiù redatte a Gaza e pubblicate in rete tra ottobre 2023 e dicembre 2024. Si tratta di: Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Ali Abukhattab, Dareen Tatour, Marwan Makhoul, Yahya Ashour, Heba Abu Nada (uccisa nell’ottobre 2023), Haidar al-Ghazali (da novembre 2025 può studiare all’Università di Macerata, 21enne) e Refaat Alareer (ucciso nel dicembre 2023). Per ognuno, i bravi giovanissimi curatori hanno predisposto una breve nota bio-bibliografica, testo originale arabo a sinistra, traduzione italiana a destra. “Tutte costituiscono l’esito di una letteratura selvaggia… fraintesa, degradata, misconosciuta e, più colpevolmente, ignorata… La poesia ci richiama allora all’ascolto” proprio per non “considerare la Palestina una semplice espressione geografica”!

Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza AAVV Raccolta di poesie di varie autrici e autori

A cura di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti

Prefazione di Ilan Pappé

Con interventi (2024) di Susan Abulhawa e Chris Hedges

Traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh

Traduzione dall’inglese di Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni

Fazi Roma 2025

Pag. 143 euro 12 (per ogni copia venduta, 5 euro saranno donati a Emergency a Gaza)

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4oOChB6 se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. Grazie!

:: Anna Toscano (Treviso, 12 ottobre 1970- 8 dicembre 2025)

10 dicembre 2025 by

:: Domenico Catalfamo, Le parole e il tempo (Edizioni Pendragon, Bologna, 2025) a cura di Hala Radwan

7 dicembre 2025 by

L’insieme dei testi proposti da Domenico Catalfamo configura un itinerario poetico di rara intensità, profondamente radicato nella memoria, nella povertà rurale, nella sofferenza collettiva e nella formazione etica dell’individuo. Come lettrice araba e studiosa di letteratura italiana, ho percepito in queste poesie una vibrazione umana universale che trascende i confini culturali: un’eco di sacrifici, dignità silenziosa e dolore condiviso che parla direttamente al cuore.

Un primo nucleo tematico centrale è la memoria familiare, che in Catalfamo diventa fondamento identitario e spazio etico. In Corpo e sangue, la figura del nonno emerge come simbolo di una generazione provata eppure moralmente integra. L’immagine del pane offerto — «il bianco pane che a te stesso forse e alla nonna togliesti di bocca» — mi ha profondamente colpita per la sua capacità di condensare in un solo gesto tutta la nobiltà del sacrificio umano. E la definizione del nonno come «cristo bestemmiatore senza peccato» racchiude quel paradosso struggente in cui la marginalità sociale si converte in purezza morale. Come lettrice araba, ho ritrovato in questo ritratto la stessa etica del sacrificio che attraversa molte narrazioni popolari delle nostre culture mediterranee.

Anche il rapporto tra temporalità e frattura esistenziale costituisce un asse di grande rilievo. In Sospensione, l’affermazione «il tempo è fermo. / Ma la vita è nell’ombra» restituisce una percezione interiormente lacerata del tempo, una sensazione che riconosco profondamente appartenere ai popoli che hanno vissuto instabilità e incertezze. La memoria, in Ricordo, diventa un archivio fragile: ciò che resta è conservato «nel silenzio dei ricordi», mentre tutto il resto svanisce. Questa poetica dell’intermittenza mi ha toccata con particolare forza, perché riecheggia modi di sentire ampiamente condivisi nelle culture arabe, dove il passato spesso sopravvive più nel cuore che nei fatti.

Le poesie di ambientazione rurale, come Pecorelle, descrivono un mondo contadino lontano da ogni idealizzazione. L’immagine delle pecore che procedono «sotto il peso lungo della vita» è una metafora antropologica potente, attraverso cui Catalfamo restituisce la fatica quotidiana degli ultimi. Leggere questi versi, per me, significa riconoscere una sofferenza universale, la stessa che segna la vita dei lavoratori rurali in molte regioni arabe.

La dialettica tra perdita e desiderio trova espressione raffinata in Amore rustico, dove l’amore non vissuto acquista una forza persino maggiore perché «finì prima ancora di cominciare». È una poetica dell’incompiuto che appartiene a tutte le grandi letterature, ma che qui ho sentito particolarmente vicina per la sua delicatezza emotiva.

L’esperienza della migrazione, centrale nella storia mediterranea, emerge con forza in Il padre dell’emigrante: l’«abbraccio… formalità di un addio» mi ha colpita come una delle immagini più dolorose dell’intera raccolta, perché evidenzia la natura burocratica e forzata di un distacco imposto dalle condizioni socio-economiche: un tema che risuona profondamente anche nei nostri mondi arabi.

In Per i caduti della «Gessolungo», la poesia assume invece una dimensione civile, raccontando la morte operaia senza retorica, come risultato di un sistema che consuma «le carni ancora tiepide d’affetto». Qui, come lettrice araba, ho sentito l’universalità della protesta contro l’ingiustizia e l’ineguaglianza.

Parallelamente, alcune liriche introducono un registro più contemplativo. In Fantasticherie, il sole che «chiude le ferite» indica la possibilità di una guarigione naturale, mentre Asterischi d’autunno rilegge l’autunno come fase transitoria in cui la fine diventa premessa di rinascita: «le cose muoiono per rinascere». Questa dialettica vita-morte costituisce un asse concettuale ricorrente.

La dimensione introspettiva culmina in Solitudine, con la rosa «votata alla morte più che alla vita», simbolo della fragilità umana, mentre in Dolce maestro la perdita di un giovane allievo diventa «tirocinio aspro della morte», un’immagine che mi ha profondamente turbata e che sintetizza tutta la potenza tragica della poesia.

Infine, Testamento chiude la raccolta con una dichiarazione etica limpida: non «casa» né «campi», ma solo «uno smilzo me stesso». Una confessione che, da lettrice straniera, ho avvertito come una lezione universale: l’eredità più autentica non è materiale, ma morale.

 Nel complesso, Le parole e il tempo di Domenico Catalfamo si configura come un corpus poetico coerente, in cui memoria, povertà, dignità umana, sofferenza e speranza si intrecciano in un umanesimo essenziale. Come lettrice araba, ho percepito in queste poesie una risonanza profonda con la sensibilità dei popoli mediterranei: la stessa attenzione alla fragilità della vita, la stessa celebrazione del sacrificio silenzioso, la stessa fede ostinata nella dignità dell’essere umano. È un’opera che non si legge soltanto: si vive, si sente, e lascia nel cuore una traccia lunga.

:: Comunicazione importante

3 dicembre 2025 by

Allora nei giorni scorsi mi ha scritto Amazon per segnalarmi che il mio account affiliato non ha ancora generato tre vendite ritenute idonee da quando mi sono iscritta tre mesi fa al Programma di Affiliazione di Amazon.it. La politica del loro programma prevede la chiusura di account non attivi che non hanno generato vendite riconosciute idonee nell’arco di 180 giorni dalla creazione dell’account da affiliato. Quindi se acquistate regolarmente su Amazon, anche libri, passate dai miei link di affiliazione mi garantite piccole percentuali.

Non vi ribadisco l’importanza di generare piccoli introiti per la gestione del blog, a voi non costa un cent in più e intanto contribuisce a far si che una realtà bella come Liberi di scrivere prosegua la sua strada. Grazie.

:: Regali solidali 2025- Un Natale di Solidarietà

28 novembre 2025 by

Si avvicina il Natale e nel budget per i regali si possono inserire i regali solidali della Caritas, un pasto caldo, un’assistenza notturna, una spesa gratuita per le famiglie in difficoltà che faticano ad arrivare a fine mese. A nome di una persona cara si può fare del bene. La provertà è sempre più diffusa e anche i contributi richiesti, a causa dell’inflazione, sono aumentati, 20 euro per un pasto caldo, 40 euro per l’assistenza notturna, 60 euro per la spesa per le famiglie in difficoltà. Chi può, magari rinunciando a qualcosa di superfluo, contribuisca, tendiamo la mano a chi vive in estrema povertà e a volte non ha la voce neanche per chiedere più aiuto.

Per contribuire:

:: Il senso di una fine di Luigi Guicciardi (Damster 2025) a cura di Patrizia Debicke

24 novembre 2025 by

A Modena, quando dicembre si stringe addosso alla città come un mantello umido e le strade di periferia si fanno più silenziose, basta un imprevisto banale per incrinare la superficie dell’ordinario. Come, per esempio la sosta, forzata da un’imperiosa esigenza fisiologica, che porterà un agente di commercio a imbattersi in un corpo senza vita abbandonato in un fosso.  Un macabro dettaglio che spezzando il gioioso ritmo delle feste in arrivo, scuote l’opinione pubblica. La vittima è Franco Guidolin, giovane sommelier, con una vita piena di prospettive e promesso sposo della figlia di Oscar Pioli, titolare della più importante azienda vinicola della zona e candidato alle imminenti elezioni comunali. Una morte che si trasformerà presto in un detonatore, in grado  di far esplodere pericolose tensioni sociali e politiche già pronte a emergere.
In questo precario clima cittadino si muove il giovane commissario Giovanni Torrisi, modenese di provincia, trent’anni in meno del celebre Cataldo, protagonista principe di Luigi Guicciardi, ma dotato di una determinazione altrettanto solida e che ha già mostrato la sua stoffa di poliziotto. Torrisi nelle precedenti indagini, ormai siamo alla quarta, ha sempre mostrato quella apparente calma che nasconde una mente rapida, sensibile alle ombre psicologiche e agli indizi spesso inavvertibili a sguardi distratti. Accanto a lui agisce l’ispettore Fabio Carloni, suo collega fresco di nomina e dotato di un’energia più impulsiva, essenza tuttavia opportuna che, bilanciando l’analitico approccio del commissario, regala un prezioso contrappunto umano nella dinamica investigativa.
Tra loro si è creata un’intesa immediata, fatta di rispetto e sostegno reciproco, una buona sintonia che man mano diventa colonna portante nella ricerca della verità.
Modena non è soltanto sfondo, ma un organismo vitale e quasi indispensabile per la trama. Nelle sue fredde periferie e nei suoi vigneti addormentati d’inverno si intrecciano gelosie, ambizioni e rancori. Il passato insinuandosi a ogni passo nella narrazione, riuscirà a falsare ciò che pare limpido, riportando a galla errori stratificati nel tempo.
Nelle famiglie Pioli e Guidolin affioreranno crepe inattese, silenzi custodi di segreti che sanno di vergogna, avidità e vecchie passioni, mentre l’ombra della politica peserà sul caso come una cappa soffocante. Torrisi dovrà avanzare in un labirinto di sospetti che si ramifica oltre la logica. Ogni possibile pista pare quasi volersi aprire per poi richiudersi come una porta sbattuta dal vento.
Quando un secondo omicidio, più feroce del primo, infrangerà quel fragile equilibrio e un rapimento trascinerà l’indagine in una zona ancora più cupa, la tensione cresce costringendo Torrisi a un diretto confronto con il lato più oscuro dell’animo umano. La sua stessa vita sarà in bilico, travolta da una vicenda dove persino i sentimenti paiono terreno minato.
La storia d’amore poi che lo coinvolgerà raggiungerà una intensità nuova, quasi dolorosa, una linea emotiva in grado di amplificare la posta in gioco mentre tutto intorno la città sembra trattenere il fiato.
Guicciardi costruisce questa nuova avventura con la consueta precisione: scrittura scarna e affilata, con una rapida narrazione al presente che imprime ritmo e immediatezza e la capacità di inquadrare in poche linee un personaggio o una emozione. Ogni scena è un frammento, mentre ogni tassello incastrandosi con gli altri fino a comporre un inquietante mosaico, dominato dal peso di un passato che ritorna e distorce il presente. L’autore, forte della sua lunga esperienza nel giallo e nel noir, orchestra una trama rigorosa ma incalzante, adatta a indurre il lettore a interrogarsi sul fragile confine che esiste tra curiosità e morbosità, tra verità cercata e verità temuta.
Ne risulta un romanzo teso, intenso, percorso da una malinconia che aderisce ai luoghi e ai personaggi, accompagnando Torrisi verso un’amara conclusione, dove la rivelazione non libera, ma ferisce. Una storia che cattura e costringe a guardare ove nessuno vorrebbe posare lo sguardo, mentre una Modena fredda, quasi scontrosa continua a tacere sotto il cielo d’inverno.

Luigi Guicciardi, modenese, docente e critico letterario, è autore di una serie di mystery: ha pubblicato per Piemme, Hobby&Work, LCF Edizioni, Cordero Editore, Frilli Editori.
Dal 2020 pubblica con Damster Edizioni: Un conto aperto con il passato (2020), Ai morti si dice arrivederci (2021), I dettagli del male (2022), Il ritorno del mostro di Modena (2022), Il commissario Cataldo e il caso Tiresia (2023), Morte di una ragazza speciale (2023), Donne che chiedono giustizia (2024), Nessuno si senta al sicuro (2024), Morte per un manoscritto (2025).
Il suo personaggio più famoso è il commissario Cataldo. Dal 2022 ha creato un nuovo personaggio: il commissario Torrisi, molto più giovane e dinamico.

:: Davide Mana, un anno dopo

22 novembre 2025 by

Il 22 novembre di esattamente un anno fa ci lasciava Davide Mana e siamo qui oggi a ricordarlo con quella vena di umorismo e leggerezza che lo caratterizzava, lui che spaziava tra dinosauri, investigatrici dell’occulto e cartografi persi nelle lande cinesi. È passato ormai un intero anno ma manca ancora molto ad amici e lettori e sappi Davide che qui noi non ti dimentichiamo. Poi c’è il suo bellissimo blog Strategie evolutive per chi non lo conoscesse, un tesoro di curiosità, aneddoti, film, musica, buone ricette, scrittura ancora online e un invito a leggerlo, mi ringrazierete, anche per tenere viva la sua memoria. Sapevo di alcune iniziative di antologie per raccogliere i suoi tanti racconti, e le sue novelle, molto scriveva in inglese, per cui penso c’è ancora molto materiale da tradurre in italiano. Spero qualcosa si faccia per conservare la sua memoria, sono certa che chi seguiva il suo lavoro ne sarà solo contento. Non era un un uomo triste, nè si scoraggiava facilmente, anzi mi ha sempre incoraggiata, spronata e valorizzata, per cui queste mie poche righe per ricordarlo cercheranno di conservare il suo spirito arguto e divertente. Era un uomo buono, profondamente buono, generoso e intelligente, forse tra le persone più intelligenti e sensibili che abbia conosciuto. Suo fratello Alessandro, a cui era molto legato, cura il suo lavoro e spero si accordi per pubblicare, anche se in modo postumo, i suoi inediti se ce ne sono. All’estero era molto stimato e conosciuto, tra gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Australia, magari in futuro qualche editor, con cui ha lavorato negli anni, raccoglierà i suoi lavori, anche valorizzando la sua narrativa breve persa tra riviste e antologie. Per chi volesse su Amazon c’è la sua Pagina autore. Se avete già i suoi ebook lasciate anche solo un commento in suo ricordo. Bene sono felice di averlo conosciuto, ed è ancora un piacere leggere i suoi scritti, era uno scrittore davvero pieno di talento, avrebbe meritato di più dalla vita, questo sì, più riconoscimenti, più tranquillità economica, meno grattacapi, ma si sa la vita è spesso ingiusta, ma sappi Davide hai lasciato qualcosa in questo mondo, il tuo passaggio ha avuto un senso e un significato rendendo questo nostro terribile e meraviglioso mondo un posto migliore.

:: Iron Mask – La leggenda del dragone di Oleg Stepchenko (2019)

21 novembre 2025 by

Dunque vediamo il film di cui vi parlerò oggi si intitola Iron Mask – La leggenda del dragone un action-fantasy sino-russo del 2019 diretto da Oleg Stepchenko, sequel del film Viy – La maschera del demonio, distribuito nel 2015 con il titolo, per il mercato Europeo, di Forbidden Empire che scoprii sul blog di Davide e mi piacque parecchio per cui aspettai con una certa curiosità il seguito che si anticipava sarebbe stato ambientato in Cina. Voi sapete io non amo tanto il fantasy occidentale, ma amo molto quello orientale, e i film di arti marziali, per cui presi con un certo entusiasmo il DVD che mi assicurava il doppiaggio in italiano. Il film riunisce un cast internazionale sorprendentemente variegato, in cui spiccano Jason Flemyng, Arnold Schwarzenegger, Jackie Chan, Charles Dance (fece un pregevole Il fantasma dell’Opera) e Rutger Hauer in una delle forse sue ultime apparizioni cinematografiche. La storia narra le avventure un po’ bislacche dell’esploratore e cartografo inglese Jonathan Green in un viaggio dall’Europa alla Cina, dove si troverà coinvolto in una vicenda che mescola magia, arti marziali, draghi e complotti imperiali.

E’ un film un po’ caotico, i piani narrativi si intrecciano in modo un po’ confusionario ma quando Jackie Chan prende il controllo delle scene di combattimento diventa godibile per eleganza e rapidità, rispecchiando lo stile dei migliori film d’avventura asiatici. A Davide sarebbe piaciuto, si sarebbe divertito come un matto, avrebbe preso una vaschetta di pop corn e avrebbe apprezzato questo film sicuramente ricco di immaginazione e una certa folle anarchia. E’ un tripudio di colori, costumi elaborati, paesaggi da fiaba orientale e ci si diverte. E’ anche a misura di bambino, non ci sono parolacce nè scene di violenza efferata, è meno horror del precedente. Infatti è consigliato per tutti.

Jackie Chan e Arnold Schwarzenegger poi si divertono come pazzi, e sebbene abbiano un tempo sullo schermo piuttosto limitato, le loro scene – soprattutto lo scontro nella prigione – valgono da sole il prezzo del biglietto. L’aspetto visivo è sicuramente il lato migliore di questo film se vogliamo bizzarro, eccessivo e volutamente sopra le righe. Forse chi cerca coerenza narrativa a tutti i costi o un prodotto raffinato potrebbe invece rimanere deluso e storcere il naso, ma per chi ama i film d’avventura “alla vecchia maniera”, è una chicca. E poi è un curioso esperimento, un esempio di coproduzione internazionale che tenta di fondere l’estetica del fantasy orientale con la solida struttura dell’evventura classica europea.

Dal punto di vista tecnico, Iron Mask alterna effetti digitali di buona fattura ad altri decisamente meno convincenti, generando un risultato abbastanza straniante. L’impatto visivo rimane comunque il vero punto di forza, con un uso dei colori e un design scenico tipicamente orientale che catturano l’occhio dello spettatore, e incantano i più piccoli.

Nel complesso, Iron Mask – La leggenda del dragone è un film che punta più allo spettacolo e al divertimento che alla coerenza narrativa: un film imperfetto, certo, a tratti anche caotico, come dicevo prima, ma non privo di fascino per gli amanti dell’avventura fantastica.

E poi diciamocelo, a volte i film caciaroni e senza troppe pretese sono i migliori per passare qualche ora di sano svago, senza troppi pensieri.

Da recuperare anche il precedente, che mi vedrò oggi appena torno dal lavoro, per rinverdire i vecchi tempi, che sembrano sempre migliori del presente. Buona visione!

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:: Faccia rumore di Daniela Barone

21 novembre 2025 by

Non dovete aver paura. L’isola è piena di questi sussurri, di dolci suoni, rumori, armonie, che non fanno alcun male, anzi dilettano.  ‘La Tempesta’  William Shakespeare

Il primo rumore che ho sentito deve essere stato il quieto fluire del liquido amniotico, la voce della mamma e ad un certo punto i sobbalzi dei suoi singhiozzi per la perdita improvvisa della madre.  Venni al mondo con la sofferenza materna fisica e morale per quell’evento infausto ma sono certa che i miei primi gorgoglii le portarono ben presto consolazione e gioia.

Sono sempre stata una bambina vivace che si dilettava a cantare a squarciagola le canzoni di Mina e Modugno, che faceva un gran rumore giocando con le pentole della mamma e ammirava le note melodiose del pianoforte della maestra Rita alla scuola materna. E che dire del suono dell’organo che ascoltavo nella chiesa dei frati di San Barnaba? Oltre a quella musica, mi incuriosiva il suono cantilenante delle litanie che i fedeli ripetevano per un tempo che a me pareva interminabile. Guardavo la mamma che con aria assorta recitava le invocazioni alla Madonna, e ogni volta mi domandavo come facesse a non stancarsi di quelle monotone e soporifere filastrocche. Di gran lunga preferivo il cigolio del macinacaffè di legno che mi dilettavo ad usare a  casa, il borbottio della vecchia moka sui fornelli della stufa economica e il cinguettio dei canarini che tenevamo in grandi gabbie appese alle pareti della cucina. Era anche piacevole il cincischio delle forbici di papà che tagliava i capelli a me e alla mamma. Zic, zac…. Lui era stato un parrucchiere da giovane e a lungo volle occuparsi delle nostre chiome e più tardi, di quelle dei miei tre bambini. Crescendo, ci rifiutammo tutti, ad eccezione della mamma, di usufruire dei suoi servizi e preferimmo rivolgerci a professionisti più aggiornati per non rischiare, con il peggiorare della sua vista, scale irrimediabili  o frangette improbabili.

Più grandicella, iniziai a detestare il rumore della lucidatrice che la mamma passava instancabile   sui pavimenti di graniglia alla genovese in tutta la casa, addirittura in camera da letto, dove papà stava riposando. Curiosamente lui continuava indisturbato il suo sonno, ronfando addirittura più fragorosamente del rumoroso elettrodomestico. All’epoca anche le lavatrici producevano suoni sordi, ronzii e vibrazioni insopportabili durante la centrifuga. Che ridere vedere la mamma che, nel tentativo di fermare la macchina che tendeva a spostarsi, vi appoggiava il suo sederone finché il ciclo non era terminato… Rumori antichi di un tempo passato ma mai dimenticati.

Molti anni dopo, ormai separata da mio marito, andai in vacanza in Grecia con un’amica d’infanzia. Nel visitare le rovine del Partenone e le Cariatidi dell’Acropoli assolata, fummo colpite dal frinire incessante delle cicale. Mai avevo udito un tale concerto ma mi auguravo di non vedere quegli insetti che m’incutevano timore e ribrezzo. Quanto preferivo le lucciole silenziose della mia infanzia, piccole e fugaci…

Proprio come me da piccola, i miei bambini facevano un gran schiamazzo nel parco giochi sotto casa. I pomeriggi primaverili a Pavia, quando il tempo cominciava a diventare più clemente, erano piacevolmente riempiti dalle loro grida, dalle risa e spesso dalle liti con gli amichetti.

Francesco, il maggiore dei miei figli, aveva iniziato a suonare il piano. Mai nessun vicino si era lamentato del suono imponente dello strumento, anzi, molti godevano delle sue prime strimpellate e più tardi dei brani eseguiti con maggior perizia. Che bello per me cantare le melodie di Battisti e De Andrè sulle note, a volte stonate, di quel pianoforte! Si creava fra noi un’armonia ed un’intimità che tanto avrei rimpianto negli anni a venire. Quel ragazzone che era venuto al mondo con un vagito debole, simile al belato di un agnellino, si era poi allontanato da casa per i dissidi nati con il mio secondo marito.  Come spesso accade, il tempo sanò questa ferita e il mio figliolo ritornò  da me, ormai libera da legami malati. Dopo anni, fu lui a diventare papà e a rallegrarmi con i discorsetti dei miei nipotini.  Oggi non c’è rumore più bello delle vocine di Luca, Leo e Cesare, figlio dell’ultimogenito, che comincia ora a dire le prime buffe frasette.

Dopo la morte della mamma, di cui ancora ricordo con pena i richiami lamentosi ai genitori scomparsi da decenni, dovetti prendermi cura di mio padre. Una notte fui svegliata dal rumore di martellate che provenivano dalla cucina. Sbigottita, vidi papà che alle tre del mattino era intento a riparare un paio di scarpe. Lo ricondussi irritata a letto, non capendo che il pover’uomo aveva ormai perso il senso del tempo.

L’anno dopo, triste e sola dopo la sua dipartita, arrivò il Covid.  Ad eccezione di alcune ore mattutine, segnate dalle voci squillanti dei miei alunni nella didattica a distanza, sprofondai come tutti in un silenzio angosciante. Le strade non riecheggiavano più dei rumori dei bus e di altri veicoli, deserte com’erano diventate. Anche le voci si erano ammutolite sotto le invadenti mascherine. Del resto, di cosa si poteva discorrere con qualcuno quando il terrore del contagio ci attanagliava e ci spingeva a rientrare presto nelle rassicuranti mura domestiche?

La primavera, incurante della pandemia, ci sorprese con i primi raggi tiepidi del sole. A poco a poco il silenzio inquietante dei cortili e delle vie venne interrotto, dapprima timidamente, dai canti allegri di chi, a finestre aperte, richiamava con un tacito appuntamento, amici e vicini di casa sempre alla stessa ora. Devo ammettere che non presi mai parte a quelle canzoni collettive, dubbiosa com’ero di un rapido ritorno alla normalità. ‘Andrà tutto bene!’ si leggeva su cartelloni appesi in qualche modo ai balconi. Ma come? Ogni giorno il gracchiare della tv ci informava di numeri sempre crescenti di nuovi casi, decessi, saturimetri e farmaci sperimentali dai nomi spaventosi. No, davvero non credevo che sarebbe andato tutto bene. Passavo le miei giornate in rapidi acquisti guardinghi al supermercato sotto casa e in passeggiate ‘illegali’ oltre il perimetro prescritto dai vari decreti. La campagna era diventata un’ amica per me che da sempre la detestavo. Portavo alle orecchie le cuffie che mi consentivano d’ascoltare gli audiolibri Ad Alta Voce di Ray Play Sound e mi addentravo nei sentierini desolati. Come una fuorilegge, m’inoltravo sempre più lontano da casa nella campagna dove nemmeno gli uccelli e gli animali selvatici osavano fare rumore. Mi fecero compagnia le voci amabili degli attori che recitavano in perfetta dizione dei brani de ‘Il Conte di Montecristo’ di Dumas, ‘La Peste’ di Camus e altri libri mai letti, rincuorandomi più di tanti inviti surreali all’ottimismo e alla ripresa.

Oggi, pensionata settantenne, sono tornata a vivere a Genova. Per ascoltare il rumore delle onde del mare devo arrivare a Voltri, dato che il porto con pile di container e gru mostruose ha preso il posto della spiaggia e degli stabilimenti balneari di quando ero bambina. Vale sempre la pena  di raggiungere le ultime spiagge rimaste dove ascoltare lo sciabordio del mare e i garriti dei gabbiani, sia in estate sia nella stagioni più fredde. Quando sono a casa, non ci sono i rumori dei figli o dei nipotini lontani ma solo il suono della musica o della televisione sempre accesa, come accadeva a casa dei miei vecchi genitori.  Sfortunatamente nessuno condivide il mio pianerottolo: c’è solo un appartamento sotto il mio che è abitato da una coppia della mia età.  Pochi giorni fa la moglie, da tempo ammalata di tumore, è scomparsa. Avrei dovuto capirlo dal silenzio, dalla posta accumulata nella cassetta da giorni. Stamattina, al ritorno da una vacanza, ho letto il necrologio e mi sono affrettata a lasciare alla loro porta un bigliettino di cordoglio. Poche ore dopo ho incontrato il marito e l’ho abbracciato con calore. Adesso, anche per lui, gli unici rumori di casa saranno quelli della tv e delle voci dei nipotini in visita. Mi ha raccontato del triste epilogo, di questa donna al suo fianco per cinquant’anni e ho provato pena per lui. Congedandosi frettolosamente da me sull’ascensore, mi ha detto a voce bassa: «Faccia rumore.»

Faccia rumore, ripeto fra me e me…  Poverino. In ‘Castelli di Sabbia’ Baricco scrive: ‘Anche se la vita fa un rumore d’inferno affilatevi le orecchie fino a quando arriverete a sentirla e allora tenetevela stretta, non lasciatela scappare più’.   Il rumore fa parte di noi, della vita. Guai a temerlo. Così è per il silenzio, implacabile ma necessario.

Daniela Barone è nata a Genova nel 1956 dove risiede tuttora. Ha insegnato inglese al Liceo Scientifico ‘N. Copernico’ di Pavia dove ha vissuto per trentacinque anni con la famiglia. Pensionata da cinque anni, si dedica alla scrittura, sua passione da quando era bambina, quando componeva semplici poesie per il giornalino scolastico. Ha sempre amato raccontare storie inventate alle coetanee o anche a se stessa, nei momenti di solitudine. Legge libri di saggistica ma soprattutto di narrativa. Ama scrivere storie sulla sua infanzia e sulle numerose esperienze di viaggio che la riportano comunque ai momenti salienti, spesso dolorosi, della sua vita. Oggi la sua vita è allietata anche dai figli, dai nipotini e dai viaggi.