Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: In cucina con Kafka di Tom Gauld (Mondadori 2018) a cura di Giulietta Iannone

28 novembre 2018
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È davvero molto divertente In cucina con Kafka (Baking with Kafka, 2018) di Tom Gauld, edito in Italia da Mondadori nella collana Oscar Ink e tradotto da Claudia Durastanti. Se amate i libri perché li scrivete, li leggete o lavorate a vario titolo nel mondo glitterato dell’editoria, un must che non deve mancare nelle vostre librerie. L’ho già individuato come un regalo perfetto per un paio di persone (in realtà molto snob) questo Natale.

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Perché dei libri si può anche ridere e con le vignette di Tom Gauld lo si fa davvero. Il ragazzo (va beh ragazzo è un fumettista scozzese poco più che quarantenne) è dotato di un umorismo non cattivo, ma dissacrante e ironico che non risparmia pose e debolezze di un mondo che a volte diciamolo si prende troppo sul serio. Ci voleva qualcuno che con leggerezza e umorismo ce ne evidenziasse i lati grotteschi, stravaganti se non veramente ridicoli o assurdi.

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Le vignette non sono originali, ma sono già apparse in diversi giornali: nel supplemento letterario del Guardian, sul New Yorker, e sul New York Times, ciò non toglie che la loro freschezza e verve è intatta e giungono a noi in una forma molto curata. Innanzitutto le vignette sono a colori, la fascetta cita che il libro è vincitore del premio Eisner 2018, premio mai sentito ma deve essere qualcosa di rilevante nel settore, la copertina è di cartonato rigido, ben rilegata. Insomma anche come oggetto libro, se valutate di regalarlo, come ho fatto io, è molto gradevole. E costa 18 Euro.

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Tom Gauld non prende di mira autori particolari per gettarli nella gogna del pubblico ludibrio, come sembra di moda andare oggi, ma prende in giro più che altro atteggiamenti, preconcetti, manie di un po’ tutti quanti. Va beh cita Jonathan Franzen e ironizza sul suo rifiuto del mezzo Internet, non la considererei un’ offesa, (tanto più che è vero) più che altro un cammeo, come la vignetta con protagonista Samuel Beckett, Herman Melville o Ballard. Insomma dovrebbero sentirsi offesi coloro che non sono stati citati.

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Molto godibile la prefazione di Francesco Guglieri che ha colto in pieno lo spirito del libro, e strappa qualche risata pure lui. Unica pecca è che non c’è la biografia dell’autore, ho dovuto cercare su Internet tra Wikipedia e il suo sito: https://www.tomgauld.com/. È nato nel 1976 nell’ Aberdeenshire, non c’è scritto la località precisa, è sposato e vive a Londra con la sua famiglia.
Dunque che dire qualche vignetta ve la posto, capirete se è la vostra tazza di tè.

Tom Gauld è nato nel 1976 e cresciuto nell’ Aberdeenshire, in Scozia. È un vignettista e illustratore e il suo lavoro è regolarmente pubblicato su The Guardian, The New York Times and New Scientist. Ha creato un nutrito numero di libri a fumetti. Vive a Londra con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

27 novembre 2018
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Peter Cameron è un genio nell’arte del raccontare. La sua scrittura è sempre un’esperienza straordinaria di sottrazioni nella quale il dettaglio essenziale diventa grande letteratura.
Gli inconvenienti della vita è il nuovo libro dello scrittore americano uscito in questi giorni da Adelphi (traduzione di Giuseppina Oneto).
Due splendidi e intensi racconti in cui Cameron si conferma uno dei più rappresentativi autori della grande stagione del minimalismo americano.
Due storie che raccontano l’inquietudine, il malessere e il disagio che scaturiscono dall’ostinata voglia di essere presenti in un mondo in cui quotidianamente si fanno i conti con le assenze.
Gli inconvenienti della vita, in questi racconti di Carmeron, è la vita stessa che diventa il più assurdo e misterioso contrattempo con cui si fanno i conti.
La fine della mia vita a New York e Dopo l’inondazione, in poco più di cento pagine, mostrano il talento immenso di Peter Cameron, uno scrittore che sa arrivare al cuore dei lettori senza mai usare una parola di troppo e soprattutto riuscendo a toccare le corde giuste inventando storie che giungono dal vero di una condizione umana provvisoria che coinvolge tutti.
Come accade proprio in questi due piccoli gioiellini di narrazione.
Nel primo racconto troviamo un scrittore in crisi creativa in una New York fredda e inospitale.
Una crisi che coinvolge anche il suo rapporto con Stefano, il suo compagno e avvocato in carriera con cui convive.
Tra vuoti difficili da riempire e promesse mancate, Cameron mette a fuoco il crollo esistenziale di questa coppia che si infrange davanti alle infinite difficoltà di arrivare a una soluzione.
Ci sono dei momenti nella vita in cui tutto viene a mancare, dove l’esistenza stessa diventa quel drammatico inconveniente che non suggerisce nessuna via di fuga. Anche nel secondo racconto Peter Cameron ci mette davanti al dramma esistenziale di una coppia.
In una piccola città della provincia americana priva di tutto, che sembra uscita da un quadro di Hopper, un marito e una moglie vivono la crisi del loro rapporto. Dopo una vita intera passata insieme, si accorgono di quando sia difficile colmare i vuoti di una relazione che ha da tempo esaurita la sua vena d’affetto.
La loro esistenza è scandita solo dall’inondazione del fiume vicino. Tra le mura della loro grande casa pesa il vuoto di loro due che non hanno accettato la scomparsa prematura della giovane figlia.
Il dolore è l’inconveniente della vita che non sempre torna utile e spesso, come accade ai due coniugi, travolge tutto lasciando nelle relazioni solo macerie.
Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron è un libro che resta sulla pelle come un tatuaggio.
Ancora una volta lo scrittore americano è riuscito a conquistarci con una grande lezione di scrittura sulla vita, facendoci toccare con mano quel vuoto atroce che minaccia l’esistenza con le sue trappole infinite.

Peter Cameron è nato a Pompton Plains, nel New Jersey, nel 1959. Ha frequentato per due anni la American School a Londra, dove ha scoperto la passione per la lettura e ha iniziato a scrivere racconti, poesie e pièce teatrali. Nel 1982 si laurea all’Hamilton College, nello stato di New York, in Letteratura inglese. Nel 1983 ha venduto il suo primo racconto al «The New Yorker», rivista con cui collabora per diversi anni. Il suo primo romanzo In un modo o nell’altro è stato pubblicato in Italia nel 1987 da Rizzoli. Di Peter Cameron Adelphi ha pubblicato Quella sera dorata (2006), Un giorno questo dolore ti sarà utile (2007) – da cui è tratto l’omonimo film di Roberto Faenza – e Paura della matematica (2008). Il suo ultimo romanzo Coral Glynn (edito da Adelphi) è uscito nel maggio 2012.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Autobiografia di una foto di famiglia, di Jacqueline Woodson (Edizioni Clichy 2018) a cura di Federica Belleri

27 novembre 2018
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Famiglia afro-americana di New York. Anni difficili, quelli tra i sessanta e i settanta. La voce narrante di questo romanzo breve è una ragazzina che fa parte di questo nucleo. L’età che sta attraversando è quella di passaggio nell’adolescenza, complicata ma affascinante. È il periodo della scoperta di sé e del senso di appartenenza a un popolo che è inevitabilmente diverso per tradizione, colore e modi.
È l’età della guerra in Vietnam, che porterà dolore. Della voglia di contravvenire alle regole e di oltrepassare il confine nel mondo dei bianchi.
Come ci si sente a osservare una vetrina di un negozio venendo mandata via in malo modo? Come ci si approccia all’altro sesso quando ti considerano una in grado solo di
sfornare marmocchi? Come ci si sente “diversi” rispetto agli altri?
La periferia americana, una storia di provincia. Il quotidiano fra gioia e sofferenza, bisogno di sognare o di picchiare qualcuno.
Capitoli brevi ma intensi. Ottima traduzione.
Lo consiglio. Buona lettura.

Jacqueline Woodson è autrice di più di una dozzina di romanzi per bambini e adulti, tra cui il memoir, best-seller per il New York Times e vincitore del National Book Award 2014, Brown Girl Dreaming. Woodson è stata recentemente nominata Young People’s Poet Laureate dalla Poetry Foundation, ha vinto quattro volte il Newbery Honor e due volte il Coretta Scott King Award, ed è stata quattro volte finalista per il National Book Award. Nel 2018 ha vinto l’Astrid Lindgren Memorial Award, uno dei premi più importanti al mondo nella letteratura per ragazzi. Vive con la sua famiglia a Brooklyn, New York. Il suo sito è http://www.jacquelinewoodson.com. Di Woodson Clichy ha pubblicato Figlie di Brooklyn (2017).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Franziska dell’ Ufficio stampa Clichy.

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:: Omicidio a Mosca di Joseph Kanon (Newton compton, 2018) a cura di Federica Belleri

26 novembre 2018
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Mosca, 1961. Simon Weeks raggiunge suo fratello Frank dopo dodici anni di lontananza. Forzata, perché Frank ha tradito la Cia e si è rifugiato in Unione Sovietica. Simon, dopo aver lavorato per il Dipartimento di Stato a New York, è ora un editore e si sta occupando del libro scritto da Frank. Tutto sembra apparentemente normale e Simon un turista qualsiasi.
Non è così. La vita di Frank e della moglie Jo è scandita da ritmi precisi, è controllata in ogni dettaglio. La loro intimità non esiste, e a questo punto, nemmeno quella di Simon. Il Kgb è ovunque. Sono spiati. Il libro farà sicuramente scalpore. Simon si rende conto di essere andato a trovare dei rifugiati, dei reietti, abbandonati dall’America e segnalati a vista.
Le frequentazioni sociali fra loro e i russi sono rare e ben costruite, ognuno pensa a se stesso. Tutti hanno paura e si guardano alle spalle. Com’è cambiato Frank dopo tutti questi anni? Simon può ancora fidarsi di lui? Qual è il vero motivo del viaggio di Simon, perché Frank lo ha voluto a Mosca?
I ricordi americani sono ancora vivi tra i due e sono dolorosi. Il bisogno di poter trascorrere una vita normale si fa pressante e emergono le fragilità di Jo, cognata di Simon. Cosa le manca? Cosa desidera davvero?
Omicidio a Mosca racconta spionaggio e contro-spionaggio. Porta alla luce anni difficili, dove spostarsi solo per comprare della verdura era impensabile. Dove nella dacia si entrava da un cancello, controllato da soldati. Dove la vodka scorreva senza limiti e aiutava a dimenticare. Dove si aveva sempre una “guardia del corpo” come protezione.
Messaggi e messaggeri, osservatori all’ombra di una colonna, sguardi che si incrociano furtivi, ansia da tenere sotto controllo.
Un romanzo, questo, dove l’adrenalina è parte integrante della storia, in ogni pagina. Dove qualcuno ha un piano, non prevedendo un contro-piano. Dove i segreti e le terribili rivelazioni proveranno a attraversare il mare, verso la libertà, verso una dignità diversa, per non morire nell’angoscia. O forse sì? A voi scoprirlo. Buona lettura.

Joseph Kanon vive con la moglie e i due figli a New York, dove ha lavorato nel campo dell’editoria prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. È autore di cinque romanzi tra cui The Good German, da cui è stato tratto il film Intrigo a Berlino con George Clooney e Cate Blanchett. La Newton Compton ha pubblicato Omicidio a Istanbul, Omicidio a Berlino e Omicidio a Mosca. Per saperne di più: josephkanon.com

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: Ognuno muore solo, Hans Fallada (Einaudi, 1997) a cura di Federica Leonardi

25 novembre 2018

Ognuno muore soloLo dovresti sapere anche tu che non importa essere in pochi a combattere contro molti, quel che importa, invece, è di combattere per una causa, una volta che l’abbiamo riconosciuta per buona. […] io non posso stare con le mani in mano e dire: quelli là sono porci, ma ciò non mi riguarda. [Ognuno muore solo, di Hans Fallada, traduzione di C. Coisson, Einaudi, 1950, p. 323]

È l’alba dell’otto aprile 1943. Nel carcere della Plotzensee, a Berlino, i coniugi Hampel si incontrano per l’ultima volta. Lei, Elise, non compirà mai i quarant’anni. Lui, Otto, è un molto più emaciato di quando la Gestapo ha fatto irruzione nel loro appartamento, nell’ottobre scorso. Entrambi sanno che ad aspettarli oltre il portone che conduce al cortile interno, c’è la ghigliottina. Lo sapevano fin dall’inizio – da quando Otto ha portato a casa cartoline, inchiostro e pennino; da quando hanno scritto quella prima frase contro Hitler – che sarebbe finita così: con il soffio della lama sulla nuca, un battito di ciglia, la morte.
Ma la soddisfazione resta: la Gestapo ha impiegato due anni per prenderli. Un bello smacco per l’efficientissima polizia politica del Reich.
E anche se non hanno ottenuto i risultati sperati, la loro coscienza è limpida. Possono morire. E davvero possono morire in pace.

Quando Hans Fallada scrive Ognuno muore solo (Jeder stirb fur sich allein in originale) sono passati quattro anni da quell’aprile. La guerra è finita da due. La Germania ha appena cominciato a leccarsi le ferite. Intellettuali, scrittori, artisti mutilati della parola, ostracizzati o esiliati si affollano in massa sulla carogna dell’aquila tedesca per cercare di trovare un senso a quanto vissuto durante quei lunghi anni di regime e di guerra.

Hans Fallada [pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen] non ha in realtà una grande biografia come oppositore al nazismo. La sua è piuttosto una vita di eccessi, a partire da quel patto suicida che stipula con un compagno di collegio quando è appena adolescente, e che lo porterà all’omicidio (seppure involontario). Da lì si susseguono alti e bassi; tentativi di vivere una vita quieta, magari bucolica quando si ritira nelle campagne tedesche, inframmezzati dal richiamo della morfina, dell’alcol, della donne. Hans Fallada entra e esce da sanatori e ospedali psichiatrici. Divorzia e si risposa. Protesta blandamente contro il Regime quando ne ha l’opportunità, ma poi accetta di far parte di un viaggio diplomatico nella Parigi occupata.

Più spesso povero che ricco, all’inizio si guadagna da vivere scrivendo indirizzi sulle buste postali per alcune società di Amburgo. Finché l’editore Ernst Rowolth non gli offre un impiego nella sua casa editrice.

Fallada scrive, a ritmi impressionanti. La sua regola è non scrivere mai meno pagine del giorno precedente. I suoi romanzi “E adesso, pover’uomo?”, “Lupo tra i lupi” diventano bestseller (quest’ultimo si guadagna persino l’approvazione di Goebbels).

Le sue opere hanno come punto di forza la capacità dell’autore di entrare nella società del tempo, di descriverla con acutezza e spesso con un’ironia che sprofonda nella malinconia e nella tragedia. I suoi personaggi sono caratterizzazioni precise e puntuali di tipi umani che Fallada incontra durante una vita breve e veloce, che termina per un attacco di cuore nel 1947, lasciando due romanzi postumi.

Uno di quei romanzi è, appunto, Ognuno muore solo. È un amico a consegnargli l’incartamento con le cartoline scritte dagli Hampel e gli atti del processo che li vede come imputati per disfattismo e alto tradimento.

All’inizio Fallada non ha alcuna intenzione di occuparsi della storia, che sembra scivolata per caso dai cassetti della Gestapo.
Poi, però, qualcosa delle vicende degli Hampel finisce per pungolarlo.
Così non passano 27 giorni [altro che NaNoWriMo] ed ecco pronto per l’editore un romanzo monumentale, che non è soltanto la storia di due coniugi della Berlino in guerra che si oppongono al Regime hitleriano, ma è la storia di un intero triennio, di una città e di un popolo che più spesso subisce il nazismo piuttosto che parteciparvi attivamente e con quello spirito di cameratismo che la propaganda di regime sbandiera in pompa magna.

Tutti hanno paura! – affermò la camicia bruna, piena di disprezzo. – Perché poi? Gli abbiamo spianato la strada, basta che facciano quel che diciamo loro di fare.
Tutto succede perché la gente non vuol smettere di pensare. Credono sempre che andranno avanti a forza di pensare.
Devono soltanto ubbidire. A pensare provvede il Fuhrer. [Ibidem, p. 171]

Per sua stessa ammissione, Fallada usa la storia di Elise e Otto Hampel, che nel romanzo diventano i coniugi Anna e Otto Quangel, solo come canovaccio.
I Quangel fanno ciò che fecero gli Hampel, e per due anni, alla notizia della morte del figlio sul campo di battaglia (nel caso degli Hampel a morire fu il fratello di Elise), scrivono in segreto cartoline contrarie al regime che poi abbandonano in città, nella speranza che quella singola voce di protesta sia sufficiente a smuovere le coscienze dei propri concittadini. O, se non altro, a far capire ai vicini che non sono soli, che ci sono altri ad avere pensieri ostili contro Hitler, la Gestapo, la guerra e le sue iniquità.
Ma qui i paralleli si fermano.
Perché su quella storia di cronaca Fallada innesta la propria: la storia di un popolo tedesco in guerra con se stesso.
L’atto di ribellione un po’ naif dei Quangel è il perno attorno al quale si sviluppano le vite di una dozzina di altri personaggi, di un’intera città, di una nazione.

Ci sono uomini e donne di ogni tipo nella Berlino che racconta Fallada: i corrotti, gli opportunisti, i recalcitranti. Quelli che si adeguano al regime per quieto vivere, quelli che lo combattono attivamente. Quelli che scelgono la strada della disobbedienza civile. Quelli che proteggono gli ebrei, e lo fanno per umanità. E quelli che li tengono nascosti per guadagno, spillandogli ogni risparmio e sfruttandone il timore per mantenerli in uno stato di soggezione.

I ferventi sostenitori. I piccoli delatori. Quelli che seguono il corso della corrente e vanno dove si presume ci sia maggiore convenienza. Ci sono gli stanchi, gli oppressi, gli indifferenti. Ci sono, infine, quelli che preferiscono guardare dall’altra parte, e sono la maggioranza. Quelli che ricercano una vita tranquilla e non si esprimono né protestano, anche se dentro ribollono

C’è poi tutto l’apparato statale. La macchina terribile della Gestapo. Eppure anche nell’orrendo bunker della sezione penale, dove i corpi degli arrestati si trasformano in un “mucchio di merda miserabile e urlante”, anche lì si trovano questurini dal volto umano. E che, per troppa umanità, vengono presto deferiti dall’incarico.

Il romanzo di Fallada è un corposo, vivido affresco di una Berlino nazista che si mostra al lettore come un quadro di Caravaggio. Con le sue ombre e le sue luci e le innumerevoli sfaccettature di un popolo che fu complice, per buona parte, ma che spesso fu anche protagonista di atti di coraggiosa opposizione e resistenza.

Nel suo romanzo, che Primo Levi giudicò “il più importante mai scritto sulla resistenza al nazismo”, Fallada non esprime giudizi personali, ma lascia ai suoi personaggi, in base alla caratura morale o alle proprie convinzioni ideologiche di farlo. In questo modo, ciascuno di quei personaggi manifesta una propria ragione, che al lettore potrà apparire più o meno giustificata, riconoscendone però sempre la validità, la verosimiglianza storica.

Un romanzo violento e un atto d’amore, nel quale l’autore sembra dire che in mezzo a tante carogne c’era anche chi sapeva di dover compiere qualcosa per riscattare il proprio paese. E che lo ha fatto. Perdendo per questo la vita.

Ed è in quest’ottica che va vista la scelta di chiudere il romanzo non con la morte dei Quangel, bensì con il racconto di un ragazzo. Un piccolo delinquente che trova, grazie all’aiuto di una donna che lascia Berlino per la campagna dopo aver dichiarato esplicitamente di non volere aver niente a che fare con il partito, la speranza di una nuova vita. E che, rincontrato il padre violento, lo caccia via prima che possa tornare a fare del male a lui o distruggere quella nuova vita che sta lentamente e con fatica costruendosi.

Un ultimo capitolo che è un monito e un incoraggiamento. Perché nonostante gli errori compiuti c’è ancora modo, sembra dire Fallada, di creare qualcosa di nuovo e buono sulle macerie appestate e carbonizzate del passato.

Ognuno muore solo è un romanzo che parla del passato. Ma anche del nostro presente. E che per entrambi i motivi meriterebbe di essere riscoperto.

Lo guardò in faccia. – Ma, caro, forse non sono libri per te, vero? Ti devo confessare che anch’io li ho appena guardati da quando è morto mio marito. Forse è un male, tutti dovrebbero occuparsi di politica. Se tutti noi ce ne fossimo occupati in tempo, le cose non sarebbero andate come vanno ora sotto i nazisti. [Ibidem, p. 239]

Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Ditzen (1893-1947). Di Fallada Sellerio ha pubblicato E adesso, pover’uomo? (2008), Ognuno muore solo (2010) e Nel mio paese straniero (2012).

Source: libro del recensore.

:: Formule mortali di François Morlupi (Croce Libreria, 2018)

24 novembre 2018

imagesIn una torrida estate romana un passante scopre il cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali”, un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.

Formule mortali, opera prima di François Morlupi, è un thriller ambientato tra Roma e la Corsica, che vede protagonista una squadra investigativa di Roma, capitanata dal commissario Ansaldi. Efferati delitti, collegati tra loro da misteriose ed enigmatiche formule matematiche, si susseguono in una Roma estiva e torrida per portare nel web sommerso, dove persone apparentemente irreprensibili accedono a pagamento su siti di torture e snuff movie, che terminano con la reale morte della vittima.
Insomma tanta carne al fuoco, e forti emozioni diciamo. In sostanza ormai scrivere un thriller originale è diventata un’impresa e François Morlupi ha scelto una strada abbastanza poco dibattuta, un po’ anche perché il tema di per sé fa paura davvero, i pericoli della rete sono tanti e soprattutto i più giovani e indifesi vi sono esposti. La polizia postale ne vede di tutti i colori, e ha affinato anche armi informatiche sempre più aggiornate e moderne, arrivando ad assoldare veri e propri hacker, diciamo passati dalla parte buona. Quindi l’argomento trattato è interessante, e questo è un punto di forza del libro.
L’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’ambientazione romana: sia l’accenno alle sue problematiche, le buche, i rifiuti abbandonati, etc… che la parte più leggera: i quartieri, i locali pittoreschi, l’aria che si respira nella Capitale. Insomma ho gradito tutte queste sfumature di sano realismo.
La parte macabra non è eccessiva, suvvia François Morlupi è un bravo ragazzo.
Certo i personaggi sono ancora un po’ grezzi e stereotipati, deve ancora imparare a caratterizzare meglio pregi e difetti di ciascuno, insomma deve imparare a renderli unici e subito riconoscibili, ma per un’ opera di esordio è una cosa abbastanza scontata.
Non valorizza ancora a pieno le sue capacità e conoscenze (per esempio per quanto riguarda l’accenno ai film coreani, un suo hobby, un autore più scafato se la sarebbe giocata meglio).
Lo stile è piano e discorsivo, pulito, adatto a un thriller.
C’è infine da dire che è bilingue, parla e scrive sia in italiano che in francese, e con l’aiuto di un buon editor che conosca oltre all’italiano anche il francese questa caratteristica potrebbe rientrare più nei pregi che nei difetti, diventando una sua peculiarità, quindi valorizzerei anche alcuni francesismi. Il personaggio, per esempio, del vice ispettore Eugénie Loy si presterebbe molto bene a questo gioco stilistico.
Tutto sommato quindi è un onesto thriller investigativo, con finale aperto come si conviene quando si vuole renderlo aperto a un futuro seguito. Correggerei solo alcune debolezze lessicali e redazionali, ma niente che non si possa risolvere con un veloce editing.

François Morlupi (Roma, 1983), italo-francese, lavora in ambito informatico in una scuola francese di Roma. Grande appassionato di gialli in generale, e in particolare di quelli scandinavi, di storia contemporanea e di film coreani. Formule Mortali, il suo esordio letterario, è un noir ambientato nei luoghi e fra la gente della Roma che frequenta quotidianamente.

Source: pdf inviato dall’autore.

:: I nuovi poteri forti. Come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi di Franklin Foer (Longanesi, 2018) a cura di Daniela Distefano

23 novembre 2018

FRANKLIN FOER - I nuovi poteri fortiFino a poco tempo fa, era semplice definire le aziende più famose. Exxon vende petrolio, McDonald’s serve hamburger, Walmart è un posto dove si comprano cose. Ma la situazione è cambiata con Amazon, Google… Dove iniziano e dove finiscono queste aziende? Un tempo, Amazon si accontentava di essere the everything store, ma ora produce serie televisive, progetta droni e offre soluzioni per il cloud. Le aziende tecnologiche più ambiziose – Facebook, Microsoft e Apple – si contendono il ruolo di nostro “assistente personale”; vogliono svegliarci al mattino, guidarci durante la giornata con il loro software di intelligenza artificiale e restare sempre al nostro fianco. Insomma, le big tech stanno facendo a pezzi i principi che proteggono l’individuo. Offrono dispositivi e siti web che annientano la privacy. Qual è il loro obiettivo? Alterare l’evoluzione umana, rendendoci tutti un po’ cyborg. Il libro parla delle idee che spingono queste aziende e della necessità di contrastarle. Google ha trasformato la liberazione del cervello in un’impresa ingegneristica. L’idea di fondo è che se la filosofia non è riuscita ad emancipare la mente, potrebbe farlo la teconologia procedendo a tutta velocità e modificando in modo significativo pratiche umane consolidate da tempo. Cosa non va in tutto questo? Il problema è che i media non solo dipendono dalle imprese della Silicon Valley, ma anche dai loro valori: il giornalismo ha cominciato a venerare i dati, e ne è stato corrotto. I media hanno bisogno di dare al pubblico quello che vuole, in un circo che sfrutta tendenze inconsce e pregiudizi. Oggi possiamo tranquillamente affermare che le inquietanti dimensioni raggiunte da Amazon, Facebook e Google sono una minaccia all’autonomia degli individui. Internet è straordinario, ma non dobbiamo comportarci come se esistesse al di fuori della storia o fosse immune alle nostre strutture morali, soprattutto quando in gioco ci sono il destino dell’individualità e il benessere della democrazia. Questo libro è un formidabile j’accuse che evoca altri moniti, altri avvertimenti. E’ affascinante il riferimento al saggio del 1914 di Karl Kraus, “In questa grande epoca”, divenuto assalto frontale alla mendacia del giornalismo in un’epoca che ancora doveva conoscere drammi, tragedie e abominio. Allora ci si scagliava contro l’egemonia giornalistica, anche allora erano di scena un timore, un inganno, e una scarsità di sicurezza per eventi imprevedibili. I big tech di oggi sono lo spauracchio del giornalismo per Karl Kraus. Forse non c’è da aver paura, in fondo l’evoluzione umana porta con sé effetti collaterali che generano prima terrore e poi abitudine, ma una cosa è certa: non sottovalutiamo questi segnali stradali, non aggrappiamoci troppo al carro del vincitore, camminiamo tra le meraviglie di un palazzo incantato e ammiriamo le sue bellezze preziose tenendo sempre d’occhio il cucchiaio con l’olio che non deve cadere. Lo afferma Paulo Coelho ne “L’alchimista”. Lo consiglia Foer davanti al dominio di monopoli pericolosi e dannosi.

Franklin Foer ha diretto per sei anni la rivista The New Republic. Fratello dello scrittore Jonathan Safran Foer, vive a Washington ed è corrpispondente del magazine The Atlantic. “I nuovi poteri forti” è stato inserito tra i migliori libri dell’anno dal New York Times.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Tommaso Gobbi dell’Ufficio Stampa Longanesi.

:: La vergogna di Annie Ernaux (L’Orma Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

21 novembre 2018

cop aeTorna Annie Ernaux con un altro prezioso capitolo della sua storia personale. Esce sempre per i tipi de L’Orma Editore La vergogna (traduzione di Lorenzo Flabbi), libro pubblicato in Francia nel 1997.
La scrittrice francese torna con la memoria al 1952. Per l’esattezza al 15 giugno di quell’anno e racconta un episodio terribile che ha segnato la fine della sua infanzia.
Nel pomeriggio di quel giorno d’estate il padre della scrittrice, in preda a un’ira funesta, tenta di uccidere sua madre.
Finalmente Annie Ernaux vince il tabù e scrive di questi fatti e degli eventi drammatici che ne seguirono e che segnarono la sua formazione.
La vergogna è la verità ultima ed è lei che unisce la ragazza del 1952 alla donna che sta scrivendo.
Come sempre i ricordi si affollano nella memoria della scrittrice che partendo da quell’episodio passa in rassegna, attraverso fotografie sbiadite e appunti, le vicende di quell’anno.
Nel clima conformista e provinciale la piccola Annie frequenta la scuola cattolica. La scrittrice di oggi racconta della bambina di ieri e della sua educazione cattolica. Lei, a quel tempo, pensava che esistessero soltanto le regole di quel mondo.
Nel raccontare quei giorni Annie Ernaux convive con la scena di quella domenica di giugno, avvertendo il peso della vergogna.
L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla. Questo afferma la scrittrice mentre cerca di ricostruire nel suo libro i fatti di quel terribile 1952. A lei importa ritrovare le parole attraverso le quali pensava se stessa e il mondo circostante.
Non esiste un’autentica memoria di sé, questo afferma la Ernaux quando nella scrittura prende nota di tutto per fare luce nelle zone oscure della memoria e aprirsi senza nascondere nulla all’immensità del tempo da vivere.
Ne ha provata tanta di vergogna Annie Ernaux nella sua infanzia. Si vergognava del suo aspetto, della sua condizione, di suo padre, della volgarità e dell’approssimazione di sua madre.
Nel paese vicino a Rouen dove la scrittrice è nata, e che non nomina perché prova vergogna, prima di tutto c’è una ragazzina che in una domenica di giugno, nel primo pomeriggio, ha visto suo padre tentare di uccidere sua madre.
La donna che è la scrittrice nel 1995 è incapace di ricollocarsi nella ragazzina del 1952. In un modo e nell’altro la vergogna era ormai diventato il suo stile di vita.

«Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri. Ma quale vergogna potrebbe arrecarmi la scrittura di un libro, che sia all’altezza di quella che ho provato a dodici anni?».

Per scrivere della vergogna bisogna non avere vergogna. Annie Ernaux nel 1996 pensa a questo libro come a una liberazione.

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata consacrata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettori e studenti. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato Il posto, Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia e Memoria di ragazza.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

:: Lezioni di tenebra di Helena Janiczek (Guanda 2011) a cura di Daniela Distefano

18 novembre 2018

HELENA JANECZEK- Lezioni di tenebraI genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore, puoi essere spacciata. Per questo non deve educare solo sua figlia a non sbagliare, deve impedirgli che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra”.

Con il libro “Lezioni di tenebra” (Guanda, 2011) Helena Janiczek ci trasporta nel cuore nero della Storia: Auschwitz. E lo fa dal peculiare punto di vista di chi appartiene alla generazione successiva, di chi esiste grazie a superstiti come la madre, l’unica di due famiglie numerose a essere sopravvissuta alla Shoah, insieme al padre: ebrei polacchi, vissuti in Germania, dove Helena è cresciuta sentendosi estranea al mondo tedesco e alla sua cultura.

“Non credo che mia madre abbia mai deciso di affidarmi la sua storia, neanche nella versione più stringata. Ha invece deciso di tornare in Polonia, una volta almeno, e io ho voluto accompagnarla: rivedere la sua casa, la casa di mio padre, la città. Ma è un caso che siamo partite con quel gruppo, che il giorno della partenza fosse il giorno della deportazione di sua madre, suo padre, suo fratello”.

Quasi le uniche visitatatrici a Birkenau, il cui territorio è enorme, le due donne – madre e figlia – si sono incamminate tra le rovine dei crematori.
E l’impressione è stata abnorme, per entrambe. Strideva il tepore del cielo di quel giorno con l’inverno dei giorni nel lager. Raccontare a volte serve ad elaborare un ricordo, ma quando si fanno certe epserienze fatali mescolate alla morte, solo gli occhi possono parlare, dire tutto l’orrore dell’inferno che viene sprigionato dalla Terra. Il libro si propone di descivere l’oscurità marmorea del Male che non potrà essere mai più cancellato e rimane nella memoria di chi l’ha affrontato e vinto. Forse per questo l’astio nel rapporto madre-figlia è così stringente, così pauroso anche se non manca l’amore, anche se fiorisce l’affetto. La generazione di Helena è succube di questo fardello, rivive con gli sguardi smarriti dei genitori la giara di azioni disumane, compiute perché questo fosse destino, sofferenza, atavica propensione all’autodistruzione umana. Un resoconto delicato, gonfio di rimandi sensoriali, aggrappato al desiderio che tutto un giorno sarà relegato in fondo al cestino dei fatti irripetibili, delle catene che mai più scatteranno ai polsi del nostro pensiero. Un giorno ci sveglieremo e sapremo con certezza che tutto quello che accadde, non accadrà mai più. Speriamo.

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. E’ autrice dei romanzi Le rondini di Montecassino (vincitore di prestigiosi premi) e La Ragazza con la Leica (2017) che quest’anno ha vinto il Premio Strega e Il Premio Bagutta.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Guanda”.

:: Quella lunga notte di Junio Rinaldi (Robin Edizioni, 2018) a cura di Leonardo Franchini

17 novembre 2018

Quella lunga notte«Quella lunga notte» è un libro originale nel quale l’interazione fra lo scrittore ed il suo personaggio diventa il motivo fondamentale della trama. Leggendolo, si viene coinvolti per sequenze successive in un intrigo psicologico che arriva a mescolare piani di lettura e di costruzione del libro stesso. La tentazione è di costruire, un capitolo dopo l’altro, una propria storia.
L’autore, Junio Rinaldi, si avvale di elementi essenziali e di una scrittura nitida – e ricca – che usa anche le descrizioni ambientali come “vestito” per il tema fondamentale: un colloquio con se stessi che genera conflitto.
Ci si rende conto, dopo la lettura, di continuare a riflettere su possibili varianti dello sviluppo, in un gioco divertente e un poco inquietante. Chi legge si avvicina alla posizione di autore (non “dell’autore”, che ha una funzione precisa e definita), e può sentirsi davvero protagonista. Queste pagine possono essere il punto di partenza per avventure del pensiero anche per coloro che non hanno progetti di scrittura, ma non rifiutano di impegnarsi, di tanto in tanto, in sfide alla riflessione.
La scansione in capitoli brevi è una scelta evidente per imprimere alla lettura il ritmo più vicino alle preferenze del lettore co-protagonista; consentendo di seguire le evoluzioni di un fraseggiare accurato e mai banale.
Raccontare la trama è superfluo, dato che si presta alle variazioni – arricchimenti o asciugature – che il lettore formula mentre le parole scorrono davanti ai suoi occhi.

Source: libro del recensore.

Graphic Novel il fumetto spiegato a mio padre di Nicola Andreani (NPE, 2014) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2018

7043486Andando a Lucca Comics ci si rende conto della complessità e varietà del mondo del fumetto, e le idee possono confondersi ancora di più se si visita una delle tante, belle fumetterie che ci sono nelle nostre città.
Come muoversi in un mondo poliedrico e multiculturale? Ci prova questo simpatico, agile e esauriente saggio di Nicola Andreani, Graphic novel il fumetto spiegato a mio padre edito da NPE qualche tempo fa ma ancora attuale, utile sia per i neofiti che vogliono saperne di più, sia per gli appassionati che vogliono fare il punto della situazione.
L’autore parte ricordando le origini letterarie di ogni tipo di fumetto, compreso quello seriale, e poi esamina la produzione di Paesi come l’Argentina, l’Italia, la Francia, il Belgio, gli Stati Uniti e il Giappone, citando opere e autori ormai classici come L’eternauta del compianto Osterheld, Corto Maltese di Hugo Pratt, Persepoli di Marjane Satrapi, Sin City di Frank Miller, Watchmen di Alan Moore, La storia dei tre Adolf di Osamu Tezuka, Akira di Katsuhiro Otomo.
Il libro è arricchito da immagini di copertine e tavole, per capire le differenze contenutistiche e culturali tra le varie correnti di fumetti, o meglio di graphic novel, e fornisce una guida preziosa e interessante ad un mondo sempre in evoluzione ma che non dimentica le sue radici. L’autore approfondisce anche la differenza tra fumetto seriale e graphic novel, con il carattere di maggiore crescita e cambiamento dei protagonisti di quest’ultima.
Infatti il romanzo, se lo si schematizza, è una narrazione autoconclusiva che racconta un crisi che porta il protagonista a cambiare: il graphic novel si attacca alla letteratura anche nell’iconografia, inglobando vari stili artistici e stimolando la riflessione, raccontando metafore della società di oggi o storie del passato e inventate ma vivide e vivaci.
Un libro quindi con tanti suggerimenti per integrare e ampliare le proprie letture e magari per capire come diventare anche autori di graphic novel.

Nicola Andreani (1984) è stato assistente di Manuele Fior, Alessandro Tota e Sualzo. Del 2014 il suo primo saggio sul fumetto, Graphic Novel. Il fumetto spiegato a mio padre (Edizioni NPE), e nello stesso anno ottiene un dottorato in fumetto alla Sorbonne di Parigi con una tesi sulle origini del fumetto. Da anni collabora con la Biblioteca delle Nuvole, la biblioteca di fumetto e illustrazione del Comune di Perugia, e realizza corsi di fumetto per tutte le età. Dal 2015 collabora con la rivista «The Mag» come illustratore.

Provenienza: libro del recensore.

:: L’attesa di Alida Airaghi (Marco Saya Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

17 novembre 2018

Copertina Airaghi-page-001Per Alida Airaghi la poesia è una via scomoda di fuga da percorrere per attraversare l’esistenza.
Bisogna premere sul cuore per incontrare le parole giuste e metterle insieme senza alcuna pretesa di avere risposte certe.
L’attesa è il suo nuovo libro, esce per i tipi di Marco Saya edizioni.
Versi diretti che la poetessa scrive e pensa per suturare ferite nel tentativo di disinfettare questo nostro tempo il cui il contagio del nulla sta diventando il simbolo concreto di una disfatta virale.
La mente della poetessa annega, pensando ai confini del pensiero. Il tempo scorre implacabile e la protesta assume le sembianze dell’attesa:

« Io, in attesa /e ferma, come una cosa /qualunque, trascurata, inessenziale (non mi avesse vista, / un mattino; /oppure subito /– così! – cancellata)./ Ad aspettare /un nuovo sguardo, /nuovo davvero, non educato; /o la mano che osa alzarsi / sulla mia. Poi resta / sospesa, senza appoggiarsi, /turbata».

L’attesa diventa contemplazione. Alida Airaghi scrive poesie per trovare una voce che manca al tempo. In ogni verso di questa raccolta la parola è lotta che sferra un attacco al vuoto e ai suoi orrori contemporanei.
Davanti alle ferite della Storia, la poetessa dilata il significato delle parole e le rende convincenti e assertive mostrando uno scetticismo che tutto contiene: la sue ore sono cadenzate dal tempo della mente e dell’attesa. Il riscatto è nelle ore interiori. Qui c’è la poesia che scava nelle trincee del vissuto.
Nella solitudine operosa della riflessione, il poeta dà voce a una consapevolezza, guarda in faccia la realtà che sul precipizio di un abisso ha smarrito le ragioni dell’umano.
Davanti alle incertezze del futuro, al nero di un domani che non annuncia schiarite, la poesia di Alida Airaghi sceglie la strada degli infiniti non so. Con un lucido bagaglio di perplessità, e abbracciando un disincanto che è l’inevitabile proiezione di un discorso che va affrontato per non essere ciechi davanti al tutto che crolla, la poesia diventa un’arma da impugnare, l’unico strumento cognitivo che ci è rimasto per lottare contro ogni forma di abbrutimento.
Alida Airaghi con L’attesa ci conduce davanti all’abisso del non accadere. Davanti al tempo fisso e duro del disincanto, si aspetta ancora Godot. Ma il poeta non ha nessuna intenzione di aspettare in silenzio. La poesia è una forma straordinaria di lotta e di resistenza. Dietro l’angolo o il sipario c’è il vuoto. Il poeta ha il compito di riempire il caos.

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci – io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia distrazione mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

(Da Alida Airaghi, L’Attesa, Marco Saya edizioni, Milano, 2018)