Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Recensione de La profezia della dama Shizuka di Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2010

1Giorni fa, girando per un mercatino dei libri usati, mi è caduto l’occhio su un libro di qualche anno fa che ha subito attirato la mia attenzione, intitolato La profezia della dama Shizuka e scritto da Takashi Matsuoka, uno scrittore americano, nato da genitori giapponesi, di cui in tutta sincerità non avevo mai sentito parlare.
Avviso subito che non è il genere di letture che prediligo pur tuttavia anche se è essenzialmente una storia d’amore ambientata nel Giappone di metà Ottocento tra una missionaria americana Emily Gibson e un giapponese Genji ultimo discendente del clan Okumichi, devo dire che l’esperienza di lettura è stata davvero piacevole.
Comunque non è solo una storia d’amore, ci sono spruzzate fantasy, streghe, fantasmi, leggende che danno alla narrazione, a tratti poetica, nel più tipico spirito nipponico, una dimensione onirica e ricca di fascino.
La trama è tutto sommato semplice. Emily arriva in Giappone con l’incarico di tradurre in inglese la storia della potente dinastia di samurai sulla quale aleggia un’ inquietante leggenda: in ogni generazione uno dei suoi membri viene investito del dono della preveggenza. Emily con l’aiuto di Genji affronta l’impresa con dedizione e spirito critico, per nulla disposta a credere alle leggende finchè non scopre uno scrigno di pergamene che contengono messaggi indirizzati a lei e scritti dalla dama Shizuka, una donna misteriosa vissuta cinque secoli prima e da tutti considerata una strega per il suo potere profetico. Presto Gengji per proteggere Emily, di cui non ostante l’appartenenza a due mondi diversi si è perdutamente innamorato, sarà disposto a sacrificare tutto pur di salvarla.
Per essere una storia d’amore comunque non è affatto sdolcinata o melensa anzi ci sono alcune scene davvero forti la cui lettura è consigliata ad un pubblico adulto. Tra le cose che ho amato di più la forte impronta poetica e l’amore per i dettagli. L’ambientazione è accurata, ben documentata, l’attenzione per i particolari è notevole dalla foggia dei vestiti, alla descrizione delle armi, alla psicologia dell’uomo orientale di fine Ottocento, lo scontro incontro tra oriente e occidente è non solo di maniera, ma ricco di riflessioni interessanti e perspicaci. In fondo è una favola dal retrogusto un po’ amaro che appassiona e incanta, un modo piacevole per passare alcune ore nulla più, ma in fondo cosa si può chiedere a un buon libro ben scritto.

Takashi Matsuoka è nato in America da genitori giapponesi che l’hanno fatto appassionare alla storia e alla letteratura nipponiche. Vive alle Hawaii dove lavorava in un tempio buddista zen prima che il successo del suo primo romanzo Nube di passeri lo spingesse a diventare uno scrittore a tempo pieno.

Source: acquisto personale.

:: Recensione di Il commissario e il silenzio di Hakan Nesser a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2010

IIl commissario e il silenzio di Hakan Nessermmaginatevi una ragazzina di dodici anni.
Immaginatela violentata, umiliata e
Uccisa. Prendetevi tutto il tempo.
Immaginatevi poi Dio.
M. Barin, poeta.

Per gli amanti del giallo nordico, e precisamente squisitamente svedese, Hakan Nesser è un nome sicuramente noto, una garanzia di qualità. Premetto che io sono un’appassioanata di Mankell o del compianto Sieg Larsson, per non parlare di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, per cui probabilmente sono un po’ di parte ma senza voler essere eccessivamente celebrativa o incensante, in fondo mi limito a leggere per voi dei libri e a dirvi cosa mi è piaciuto e cosa no, posso dire che “Il commissario e il silenzio” ha senz’altro tre punti forti.
Innanzitutto l’ambientazione e l’atmosfera che si respira, rarefatta, malinconica, piena di luce tagliente tipica dei paesaggi nordici dove la natura sembra ancora incontaminata e autentica.
Poi lo scavo psicologico dei personaggi, accurato, credibile, soffuso di delicatezza e empatia.
In ultimo la denuncia sociale tipica della scuola scandinava e affrontata da Nesser con sincero impegno e condivisibile indignazione mista a sgomento.
Per quanto riguarda i punti deboli direi l’eccessiva lentezza specialmente nella seconda parte e il concentrare nel finale tutte le spiegazioni che hanno portato alla risoluzione del caso senza concedere al lettore durante la narrazione gli indizi necessari. L’effetto coniglio che esce dal cappello infatti è un po’ accentuato e toglie credibilità al finale a dire il vero inaspettato.
La trama è semplice e lineare tipica di una investigazione poliziesca: c’è un commissario, in questo caso il commissario Van Veeteren, e una vittima, o meglio alcune vittime, c’è una setta chiusa al mondo esterno e regolata dai soliti meccanismi che legano i guru ai propri adepti e c’è un colpevole enigmatico, difficile da identificare, evanescente come un’ombra.
Van Veeteren è un uomo stanco, sfiduciato, saturo per aver trascorso troppo tempo a contatto dei lati più bui e sordidi della società, anela alla pensione, alla pace, al silenzio ma si trova catapultato, quasi prigioniero di un’indagine tenuta in vita unicamente dalla sua ostinazione.
Senz’altro va ricordato l’ottimo lavoro di traduzione di Carmen Giorgetti Cima che ne ha fatto un’opera accurata e scorrevole.

Håkan Nesser – (Kumla, 21 febbraio 1950) è uno scrittore svedese di romanzi polizieschi. Ha insegnato lettere in un liceo, ma dopo il successo ottenuto dai suoi primi romanzi si è dedicato interamente alla letteratura. Molti dei suoi gialli hanno come protagonista il commissario Van Veeteren che vive nell’immaginaria città di Maardam, ubicata in un paese del nord Europa, verosimilmente la Svezia anche se il gulden, la valuta locale, e alcuni nomi potrebbero far pensare ai Paesi Bassi. L’altra sua serie di successo vede come protagonista l’ispettore svedese di origini italiane Gunnar Barbarotti che lavora nell’immaginaria cittadina di Kymlinge, in Svezia. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano, e da alcuni di essi sono stati tratti film o serie televisive.

Source: acquisto personale.

:: Recensione di Troppo Piombo di Enrico Pandiani

5 aprile 2010

troppo piomboIn una Parigi fredda e plumbea, addobbata con luci e luminarie come un gigantesco luna park in attesa di accogliere i turisti per Natale, un killer violento e feticista inizia a uccidere le giornaliste della redazione di “Paris24h”.
Chi meglio del manipolo superstite di eroi conoscriuto in Les Italiens e delle nuove reclute unitesi strada facendo, può mettersi sulle sue tracce e risolvere il caso?
Questa volta però il nostro commissario Jean-Pierre Mordenti di cui finalmente conosciamo nome e cognome dovrà vedersela soprattutto con se stesso e andare contro alla pericolosa abitudine che ha di innamorarsi sempre di donne fatali e misteriose con molto da nascondere e poca voglia di collaborare.
L’inizio è di quelli che non si dimenticano, violento, sgradevole, un pestaggio che risulta un pugno nello stomaco anche per il lettore e farà arricciare non pochi sopraccigli, ma non lasciatevi spaventare, continuate a leggere e non ve ne pentirete.
Sin da subito Mordenti inizia a sospettare una vendetta maturata all’interno della redazione ma c’è dell’altro, qualcosa che ancora gli sfugge, l’odio che ha generato tanta violenza non poteva che aver avuto origine nel passato e per scoprirlo non si poteva far altro che scavare nella storia personale della prima vittima, certo una giornalista rischia di irritare parecchia gente dentro e fuori dal giornale ma per causare una reazione così esagerata doveva essersi macchiata davvero di qualche colpa davvero grossa.
Poi una foto attrae la sua attenzione, una foto in cui la prima vittima Therese Garcia è ritratta sorridente in redazione con alcune sue amiche giornaliste, subito avverte che in quella foto è racchiuso un mistero, la chiave di volta del caso e infatti quando le donne ritratte iniziano a morire con le stesse modalità Mordenti ha la certezza che quelle donne in un certo senso erano complici di qualcosa di davvero terribile. E non sarà facile capire cosa.
Mordenti e i suoi uomini infatti si troveranno a barcamenarsi tra sfilate di moda alternative, rivolte delle banlieues, e i veleni della redazione del giornale parigino, scansando questa volta invece che le pallottole, ma non dubitate che non mancheranno anche quelle, falsità, colpi bassi e pettegolezzi di un mondo pieno di invidie, slealtà carrieristiche e veri e propri odi mortali. Ma i nostri ragazzi sono dei veri duri, non si faranno certo impressionare e pagina dopo pagina ci accompagneranno rivelandoci il volto dell’inatteso colpevole e le sue agghiaccianti e ferree motivazioni.
E’ un noir duro e con venature più splatter e cupe del precedente anche se non privo di ironia e di romantiche digressioni molto chandleriane. Le atmosfere ricordano se vogliamo la Parigi di Leo Malet il capostipite del noir francese pur tuttavia mantengono un’ unicità e un’originalità davvero non comuni. Chi ha amato Les italiens non potrà che divertirsi leggendo Troppo Piombo, confermando la certezza che Les italiens non era solo un fuoco di paglia o una meteora estemporanea destinata a spegnersi. Pandiani è bravo e gli amanti del noir possono stare tranquilli ci regalerà ancora splendidi libri.

“Libera la tua mente, però fallo come noi.” [Rileggendo “Flemma”, A. Paolacci], a cura di Giulia Guida

26 marzo 2010

flemLa prima premessa è che il disadattamento è demodè. La seconda è che hai cercato in tutti i modi di riconquistare la tua unicità in questo mondo a cubicoli con l’aria condizionata spenta e lo scarico del cesso rotto, ma non ci sei riuscito. La terza – più che è  una premessa, una drammatica evidenza – è che sei profondamente convinto di esserci riuscito. Hai elaborato strategie mirabolanti per tornare ad essere di nuovo un individuo. Per poter riprendere in mano il tuo nome, i tuoi vestiti, la tua voce e metterti al margine. Perchè di base, da quanto hai dedotto dalla tua più o meno breve esperienza di vita, l’individuo è sempre solo. Un eroico furore gli anima lo spirito, puro e incorruttibile. Appena fuori dal cerchio del tuo fuoco sacro, al mercato nero più vicino venditori di idee e compratori di opinioni ti fanno segno di avvicinarti, che potresti trovarlo lì, quello che fa al caso tuo. Roba originale assicurata, col marchio di fabbrica stampato di fresco, solo qualche piccolo difetto qua e là a rifinire il tutto di quell’aria vissuta, da appestati borderline che quella gioventù bruciata anni ’70 strafatta d’acido, urlata a vuoto in un megafono, se la sarebbe sognata. Abbiamo trucchi nuovi, noi. Siamo dei vincenti. E i vincenti non perdono mai il controllo, non sbagliano mai obiettivo, non fanno mai niente per niente. Si dichiarano figli dell’anarchia, neomissionari dediti alla cultura del libero pensiero, della libera informazione, della libertà d’espressione. Si dichiarano liberi, per farla breve. Liberi di e liberi da. Una libertà non convenzionale, certo sempre di sinistra, ma alla fine non poi così sicura su da che parte stare, disinteressata alle posizioni da prendere, ai ruoli da gestire, agli impegni da rispettare prima di superare la data di scadenza e tritare giù nel secchio pacchetti 3×2 di slogan preconfezionati. Una libertà disinformata, perchè spesso ad esser così libero di informarti, finisci per non informarti affatto e trovi che annuire a tempo con le zazzere degli altri e applaudire col suggeritore in tasca non sia poi così riprovevole. Ti fa guadagnare tempo, ti permette di correre di più. Perchè i ragazzi di nuova generazione hanno l’arma giusta, signori: la velocità. Ogni notte si divorano chilometri di superstrada in un’aritmia di luci artificiali e risate sintetiche, ingoiano spensieratezza liquida e digrignano i denti tra sorrisi smaglianti e residui di insoddisfazione riciclata dai loro genitori. Ogni giorno affollano metro ed autobus, avari della loro noia da pièce teatrale, sputano cubetti mezzi sciolti di una rabbia che sbadiglia. Correndo. Sempre correndo a perdifiato. Disperdendo nell’aria ad ogni passo un pò più  del loro niente. Un niente cattivo, svuotato, che non si può scrivere perchè non ha spina dorsale. Ma va veloce, è un meccanismo perfetto ed essenziale, basato sull’aculturazione e sull’omologazione dei connotati identitari. La velocità è una prerogativa. Fermarsi è segno di debolezza, ti rende meno competitivo, ti affossa nella morsa dei perdenti, ti fa parte del sistema, ti preclude ogni possibilità di comunicazione autentica, ti isola a te stesso, ti rende un numero di matricola, ti  sbatte faccia al muro contro un traguardo che non taglierai mai, perchè sei troppo lento, non produci abbastanza e non consumi quanto dovresti. Non vendi né compri. Sei autosufficiente, un’entità a se stante, fuori da ogni definizione di coppia, gruppo, comunità. Sei un animale rapace, un lupo selvatico, una bestia che non si fa addomesticare. Tu sì che hai l’eroico furore solitario dell’individuo al limite. Quando riscopri la flemma, inizi ad essere percepito per quello che sei. Un campo minato a distanza ravvicinata, senza più un artificiere che sappia fare il suo mestiere nei dintorni. Non sei il terrorista, la mano umana che pianifica l’esplosione. Sei l’ordigno a orologeria e il conto alla rovescia inizia quando nasci. Per anni scegli di stare in silenzio. Accetti di costringerti ad un esilio forzato, di ridere a intervalli regolari risate preregistrate, di sbronzarti pur di non ascoltare le puttanate che ti bruciano l’ossigeno intorno, di condividere i tuoi letti sfatti con chi vorresti azzannare nella barbarie di una danza primitiva. Ti fai spirito della foresta e reclami sangue per rigenerare vita da una terra in via di estinzione. Essere pulsazione dei tuoi organi vitali, sentirti respirare nei tessuti e ridisegnarti tra nuove geometrie molecolari. Tirare fuori i denti, non più  per sorridere. Questa volta, forse l’ultima, per uccidere. Per questo sei carne e artigli. Per questo e per nient’altro sei gambe in movimento, per essere predatore oppure preda. Per questo sei circuito sinaptico, per attaccare o per fuggire. Rispondi a basilari istinti naturali, curandoti con quella lentezza necessaria a risvegliare i tuoi riflessi di sopravvivenza, in coma per eccesso di velocità. Scegli l’unica forma di vita incontaminata che ti rimanga, la flemma. La scegli nel sacrificio e nel rituale. Torni uomo. Ora, arrivati a questo punto del dicorso potrei anche sbagliarmi, ma io credo che Paolacci ce l’abbia fatta. Che l’abbia scritto, questo libro tanto atteso sulla e contro la nostra generazione. E che l’abbia fatto nel modo più spietato che poteva. In un crescendo dionisiaco di rock’n’roll e di vecchi cantastorie, “Flemma” descrive gli universi paralleli di una serie di storie che si inseguono tra Bologna e il Cilento. Davide, un attore di teatro che recita monologhi di satira, una maschera d’odio a coprire ogni sbavatura d’incertezza. Clara, una fumettista innamorata della morte, senza talento per la vita o forse con un talento troppo grande per pensare anche solo di affrontarla, per decidere da dove cominciare. Macaco, un ragazzo di provincia, soffocato da vent’anni di silenzi familiari e da quegli sguardi che ti dicono, con un ghigno che si divora gli occhi, che non andrai lontano. L’agente Lenzi, vissuta da sempre nell’ombra del proprio corpo, fagotto informe, corrosa dall’invidia per una generazione di belli ritoccati, di pelle elastiche e di pance piatte. Luca, un tredicenne orfano, messo al bando dai suoi coetanei, mandato in guerra contro una cattiveria che non si può scrivere, perchè è cattiveria del niente, il niente vuoto, nero di notte e di letargo della fantasia. Se arrivate all’ultima pagina di questo gran pezzo di critica sociale e vi chiedete che cosa ci sia di noir in un romanzo del genere. Beh. Vuol dire che in quel niente ci siete dentro fino al collo. Perchè nera è questa generazione d’automi e automatismi, nera è questa libertà fatta d’abitudine. E non ve ne tirerete fuori tanto facilmente.

Antonio Paolacci è nato nel 1974. Ha vissuto a Torre Orsaia (SA) fino alla fine del liceo, poi si è trasferito a Bologna, dove vive tutt’ora. Si è laureato in Discipline dello Spettacolo. Ha tenuto lezioni all’università e scritto articoli sul cinema. È stato lettore in casa editrice e ha collaborato con alcune agenzie letterarie. Dal 2008 coordina le giurie del premio “Lama e trama” e ha avviato un proprio studio editoriale. Un suo racconto è apparso nell’antologia Amore e altre passioni (Zona, 2005). Flemma è il suo primo romanzo.  Qui il suo blog.

Recensione di La notte che ho lasciato Alex di Hugues Pagan

4 marzo 2010

La notte che ho lasciato Alex di Hugues PaganIn una Parigi sporcata di pioggia con in sottofondo la voce struggente e preziosa di Lady Day e il blues dannato che entra nell’anima e la scava come lava incandescente, un ispettore di polizia senza nome, ma forse si chiama Chess anche se questo è incerto come tutto il resto in questa storia, si muove nella notte come una scheggia impazzita indagando su un delitto scomodo.
Un uomo del jet set, di quelli che contano, dalla vita dorata, di quelli che la gente comune ha l’occasione di conoscere solo attraverso le pagine patinate dei rotocalchi, viene trovato morto in un hotel a quattro stelle. Apparente suicidio, questo dicono le circostanze. Non ci sono segni di violenza, alcuna traccia di costrizione. Accanto al cadavere due buste, una per la procura generale e una per il poliziotto incaricato delle indagini contenente un floppy disk.
Il destino di Chess è segnato nel momento stesso in cui se lo mette in tasca, quel dannato floppy disk, ignaro di dare inizio ad una caccia senza quartiere. Come il classico vaso di Pandora il floppy disck contiene le prove di corruzioni diffuse, di intrecci tra le alte sfere e la criminalità e in tanti si affollano per metterci le mani su e per impedire a Chess di portare avanti le sue indagini.
Poi a complicare il tutto ci si mette pure l’amore, già perché anche gli ispettori che l’anima l’han persa nello stretto cammino dell’esistenza a furia di morti, notti in bianco e troppi caffè, hanno ancora un angolo del loro essere più profondo che cerca un rifugio, che si commuove davanti alla bellezza e alla purezza, che cerca redenzione o anche solo una ragione per sopravvivere.
In questo noir disperato e poetico di un magistrale Hugues Pagan, le vite dei vivi si confondono con la percezione che siamo tutti destinati a percorrere lo stesso cammino e ad oltrepassare la linea di confine con la terra dei morti. Non ci sono né vincitori né eroi, tutti sono solo anime morte senza redenzione e in questa amarezza e disillusione, Chess si lascia affondare tormentato dagli incubi del suo passato e dall’inferno del suo presente fino al sorprendente finale che sembra un lieto fine ma se si guarda più attentamente non lo è affatto.
Merita senz’altro segnalare l’ottimo lavoro di traduzione affidato a Luca Conti e a Jean-Pierre Baldacci, compito non facile soprattutto per lo stile evocativo e onirico di Pagan e la bellissima copertina di Jean-Claude Claeys.

:: Giovanni Choukhadarian recensisce “Ho perdonato Hitler” di Gian Piero Moretti.

23 febbraio 2010
Fino all’anno scorso, Gian Piero Moretti ha fatto il giornalista; è stato infatti corrispondente da Sanremo prima per La Gazzetta del popolo, poi per La Stampa. Appena in pensione, s’inventa il viaggio immaginario nell’aldilà di Giuditta Modena, 13enne ebrea bolognese che viene deportata a Mauthausen, dove l’intera famiglia viene sterminata e lei subisce ogni genere di tortura. Tornata in una Bologna che più devastata non la si può immaginare, ha un incidente in macchina e, nel coma, conosce l’aldilà di cui sopra. V’incontra Adolf Hitler, Anna Frank e infiniti altri personaggi, più o meno conosciuti. Si tratta di un viaggio che l’autore racconta con lingua rapida, forte capacità visiva e una ricchezza di rimandi intertestuali invero non consueta: dall’Antico Testamento fino alla letteratura concentrazionaria del Novecento, passando beninteso per la Commedia. Al di là della trama, peraltro ben costruita e sviluppata, restano bene in evidenza: il Male, la colpa e il perdono. Esordio sorprendente sia per il coraggio nella scelta dell’argomento, sia per l’autenticità con cui è trattato.

Recensione di “Con la china in testa. Fumetto e memoria culturale. Per una lettura di Maus e Palestina” di Cristina Greco

14 febbraio 2010

chinaPresentiamo ai lettori di Liberidiscrivere “Con la china in testa. Fumetto e memoria culturale. Per una lettura di Maus e Palestina” un saggio davvero interessante edito dalla Libreriauniversitaria.it della studiosa Cristina Greco che attualmente collabora con la Facoltà di Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e con la cattedra di Semiotica dove è tutor dell’area di ricerca sul fumetto e sul cinema di animazione. Attraverso l’analisi semiotica dei capolavori di Art Spiegelman e Joe Sacco, Maus che racconta la Shoa e Palestina che parla del conflitto arabo-israeliano, la Greco si sofferma sul fatto che il fumetto quando diventa graphic novel oltre ad affermarsi come vera e propria opera d’arte può raccontare un evento drammatico diventando un vero e proprio canale di rivalorizzazione della memoria culturale. Sfatando il preconcetto che il fumetto sia solo uno strumento di svago e di intrattenimento, è evidente che la portata di riflessione e approfondimento che si può raggiungere attraverso la scrittura di un racconto che unisce una parte visuale e una parte discorsiva è notevole. Le immagini e il testo verbale infatti interagendo generano un canale di comunicazione privilegiato che acquista il valore di testimonianza e invita a riflettere su temi seri e profondi che coinvolgono in prima analisi chi ha partecipato agli avvenimenti, ma anche chi si trova ad esserne spettatore. L’ Olocausto, la guerra, attraverso la tecnica del fumetto che non risparmia descrizioni di uccisioni, torture, martiri, ribellioni, prigionie vengono rappresentatati trasmettendo in via privilegiata tutto il carico di dolore e di morte anche se in tutta questa sofferenza non manca mai il discorso ironico che non tende certo a ridicolizzare quegli eventi, ma più che altro a mantenere viva l’attenzione del lettore. Le scelte stilistiche in questi tipi di testi sono principalmente mirate infatti a farne testi accessibili non solo agli appassionati, ma a chiunque si accosti anche per la prima volta al genere rendendo la sua comprensione più immediata e soprattutto con l’obbiettivo primario di ri-svegliare la coscienza del lettore.

Recensione di Les Italiens di Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2010

1Parigi, lungo Senna, 36 di quai des Orfrèves.
Una mattina come tante, uno stanzone pieno di poliziotti, una signora che deve fare denuncia, i computer che lampeggiano, forse la noia della routine.
Poi l’assurdo si materializza di colpo senza preavviso, senza dare tempo di ragionare, di difendersi, di agire: un cecchino dall’elegante palazzo di fronte inizia a sparare e a uccidere.
I proiettili non fanno rumore, creano poco più che uno spostamento d’aria e intanto la morte si porta via uno per uno gli uomini della squadra di poliziotti parigini di origine italiana “gli italiens” del titolo. Una squadra scelta, fortemente voluta, perché gli italiani sono più fantasiosi, solari, e bravi.
I sopravvissuti si gettano a terra e intanto pensano, superato il primo sgomento, chi può odiare tanto gli italiani, chi può colpire al cuore del quartiere dei flic?
Un pazzo isolato che cerca vendetta, o peggio l’attentato è frutto di un complotto per decimare una squadra che magari sta lavorando ad un’ indagine scomoda o sta dando fastidio a qualcuno?
Chi ha paura degli italiens?
Non c’è tempo da perdere bisogna capire, dare risposte, trovare soluzioni.
Il commissario, e quello che resta della sua squadra si trovano così a dover indagare su un caso che li tocca personalmente: ci sono i colleghi da vendicare, e le proprie vite in gioco.
Più scavano e più scoprono cose che non vorrebbero scoprire, più non possono fidarsi neanche dei propri stessi colleghi, più la verità emerge, e più è incredibile, assurda, dannatamente scomoda.
Questa in breve è la trama del libro d’esordio di un torinese, Enrico Pandiani, di cui sentiremo parlare, sicuro come la morte. Non mi capitava da un pezzo di leggere un noir così ben scritto, in cui i personaggi entrano prepotentemente in scena lasciando tracce precise e un eco che tarda a dissolversi.
C’è azione, ironia, vero e proprio umorismo degno dei maggiori maestri del noir, perché il noir non è un genere tetro e noioso, ridere anche dei lati più oscuri dell’animo umanao è segno distintivo degli scrittori di razza, tiene desta l’attenzione e ti spinge a riflettere anche su temi seri e complessi.
È un libro da leggere e rileggere. La narrazione è veloce, non ci sono pause, cali di tensione, esitazioni, Pandiani sa come coinvolgere il lettore, lo incuriosisce, lo porta ad immedesimarsi con i personaggi, in un gioco sottile che non fa prigionieri.
In un crescendo di suspance, di inseguimenti, di doppigiochi, la verità emergerà con tutto il suo carico di dolore e amarezza nel finale per niente consolante o peggio consolatorio, e sarà una verità che non ristabilirà l’ordine e la tranquilla monotonia dove i cattivi sono puniti e i buoni festeggiano sul carro dei vincitori.
Non vedo l’ora di leggere il prossimo romanzo di Pandiani “Troppo Piombo” sempre per Instar, che dovrebbe uscire a Marzo.

Recensione: Senza luce di Luigi Bernardi (Perdisa 2009) a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2009

Uno dei più bei romanzi di John Steinbeck che lessi “L’Inverno del nostro Scontento” termina nelle sue ultime battute con una frase che da sempre mi ha fatto riflettere: “È tanto più buio quando una luce si spegne, più buio che se non fosse mai stata accesa” e a Steinbeck ho pensato leggendo questo bellissimo noir di Luigi Bernerdi. Nello spazio ristretto di una piccola comunità la sospensione della luce può creare strane dinamiche. È quello che succede in una serata piovosa di metà ottobre nell’hinterland bolognese. “Uno scocomerato pieno di schioppi” di cui si sa solo che è un pensionato sui settanta anni inizia a sparare e uccidere. La polizia per stanarlo ha l’idea piuttosto bizzarra  di sospendere l’erogazione della corrente elettrica gettando il paese nel buio. Questo è il pretesto, il fatto esterno che scatena un susseguirsi di avvenimenti inattesi. C’è Federica ausiliaria del 118, una ragazza insicura, taciturna, fragile che deve vedersela con le avances tutt’altro che gradevoli di un vicino di casa invadente, Mario Peretti, geometra del comune, intrallazzatore, un uomo che è un mastino nel suo lavoro ma un frustrato con le donne, meschino e vendicativo. C’è Umberto Valdinotti un professore universitario arrogante, vanesio, sleale sposato con Giuliana e padre di due figli terribili e inquietanti a cui propone un gioco per passare le ore di buio che si rivelerà fatale per gli equilibri della famiglia. Poi c’è Loretta la barista del paese, sorella e quasi madre di un piccolo delinquente, una donna sola, chiacchierata per la sua maniera disinvolta di accogliere i clienti a cui non concede mai troppo, di una tenerezza e innocenza disarmanti che la fanno sembrare quasi un personaggio felliniano che vede in Ivano un uomo di cui innamorarsi, un’ occasione per cambiere vita. Infine c’è Domenico, scrittore in crisi da quando la sua donna è morta lasciandogli un gatto e una valigia con un misterioso contenuto. Le storie minime di vita quotidiana sgualcite di poesia scorrono parallele, si alternano di capitolo in capitolo per poi unirsi nel capitolo finale dove una pallottola vagante guidata da una vendetta toglierà una vita, la vita di un colpevole che in un modo o nell’altro ha scatenato la spirale di violenza, producendo un atto liberatorio di giustizia finalmente compiuta. Senza luce è un romanzo complesso, un noir in cui l’emergenza del black out è il pretesto per guardare all’interno dell’animo di alcuni esseri umani, apparentemente comuni, banali, facendo luce nei meandri più oscuri dove nascono le passioni più inconfessabili e represse. È un analisi priva di retorica e di indulgenza dei nostri giorni solo in apparenza civilizzati dall’uso di computer, cordless, tostapani. Non è un libro comune, la scrittura è densa, fluida piena di riflessioni filosofiche, sociologiche, esistenziali. È un’opera vissuta, scheggiata di feroce ironia, di romanticismo, di malinconia. In questo tempo circoscritto in poche ore, rarefatto, isolato dove il mondo ha spento le sue luci perdendo la sua rassicurante normalità e si è nascosto, in questo tempo dove sembra che  tutto debba accadere, Bernardi affronta con ruvida sincerità temi seri, scomodi, parla della sua personale idea di scrittura, dell’editoria, dell’arroganza del potere, del terrorismo, dell’invadenza dei mass media, della famiglia, della vanità e supponenza di una certa cultura, scopre senza indiulgenza i vizi e le debolezze di una società che non ostante adori il progresso, e idolatri la democrazia è sempre dominata dalle ataviche leggi del branco dove la “solidarietrà umana” è solo una parola senza significato. Il buio dell’anima viene scandagliato con una sensibilità e una profondità di pensiero che ci porta a fare buio anche nella nostra anima per ascoltare i suoni del silenzio. “Senza luce” è un romanzo corale, insolito, strutturato a corrente alternata, frammentato, un romanzo dove un’umanità dolente e sconfitta trova voce e si dibatte portando a galla frustrazioni, illusioni, debolezze velate da una malinconia che è fatta di dolente poesia. In questo buio non ci si perde, la voce dell’autore ci guida, ci orienta portandoci a conoscere qualche cosa di noi che forse avremmo voluto ignorare o per lo meno sarebbe rimasta sommersa nel non detto. Bernardi ha coraggio, e un po’ ce lo presta, un po’ ci sprona nel percorrere questa strada in salita e senza appigli. Mentre Mario cerca di sedurre Federica, Umberto vede sgretolarsi la sua famiglia come sabbia tra le dita, Loretta si innamora e Domenico si prepara a dare vita ai suoi demoni interiori noi ci interroghiamo su quanto siano scure e profonde le tenebre dentro noi stessi. Da questo libro si esce cambiati, parte di queste tenebre si incollano alle nostre dita mentre voltiamo le pagine ed iniziamo ad essere più consapevoli come quando ci accorgiamo di respirare e dopo quel momento non lo facciamo più involontariamente.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Recensione: Quando gli yuppies tifavano Platinì di Carlotta Scozzari e Marco Innocenti a cura di Giulietta Iannone

22 novembre 2009

Quando gli yuppies tifavano Platinì di Carlotta Scozzari e Marco Innocenti“Quando gli yuppies tifavano Platinì” I ramapanti anni Ottanta edito da Mursia di Carlotta Scozzari e Marco Innocenti è un omaggio, dolceamaro, al nostro vicino passato, quando la Milano era da bere, i ragazzi si radunanavano vicino alle scuole vestiti da paninari, Mikhail Gorbaciov predicava la glasnost e la perestrojka, Bob Geldof organizzava il Liv Aid, per raccogliere fondi per l’Africa e Lady Diana sorrideva dalle prime pagine di tutte le riviste. E’ un tuffo nella nostalgia, in anni in cui tutti eravamo più ingenui, ottimisti, educati, cialtroni, allegri, in cui il boom economico portava benessere ed euforia e i muri cadevano aprendo la strada a un futuro pieno di opportunità e aspettative. Fa tenerezza vedere le immagini di come eravamo che si alternano nel libro, Bob Geldof giovane che con accanto i principi di Galles saluta la folla, Michel Palatinì che innalza al cielo il Pallone d’oro del 1985, una giovanissima Madonna che ghermisce il microfono e canta in concerto a Firenze nel 1987, i ragazzi dell’ ’89 che scavalcano il Muro di Berlino con negli occhi la speranza e l’entusiasmo. Ogni capitolo è dedicato a una squadra di calcio: alla Juventus delle meraviglie, alla magica Roma, al Napoli di Maradona, ma non si parla solo di calcio, si parla di musica, di costume, di film. Leggere questo libro è un po’ come salire sull’ottovolante di un grande luna park e rivivere i ruggenti anni Ottanta. Per chi non c’era ancora è l’occasione di conoscere un’epoca irripetibile; per chi quegli anni li ha vissuti è un occasione per ricordare, e forse rimpiangere, un periodo forse un po’ kitsch ma fondamentale della nostra storia.      

Recensione: In perfetto orario di Luca Rinarelli a cura di Giulietta Iannone

20 novembre 2009

unnamedIn questi giorni è arrivato in redazione un libricino rosso, neanche tanto spesso, “In perfetto orario” Robin Edizioni collana i Luoghi del delitto Euro 9 noir di esordio di uno scrittore torinese Luca Rinarelli e credetemi se vi dico che ne sentirete parlare di questo ragazzo.
Innanzitutto leggendo il suo libro non ti viene voglia di saltare neanche una pagina, come spesso capita per troppe descrizioni o noise divagazioni, ma anzi vai di filato fino in fondo all’ultima pagina non perché non sai chi è l’assassino, è evidente fin dalle prime pagine, ma perché la scrittura è essenziale, coinvolgente e scandita da un buon ritmo narrativo.
La trama è semplice. Werner Hartenstein arriva a Torino in una fredda notte di novembre. Non ha documenti, non ha un telefono cellulare, non ha residenza, cambia sovente casa senza firmare contratti d’affitto, non ha né parenti né amici, cambia spesso aspetto fisico, abbigliamneto, modo di camminare, accento perché è un killer, il suo mestiere è uccidere.
Arriva a Torino per onorare un contratto, per uccidere i managers di una società che non curandosi delle conseguenze non ha badato a rendere innocui i propri residui tossici causando così dei morti tra cui la figlia dell’operaio che lo ha assoldato per portare avanti la sua personale vendetta. Werner si muove per Torino e semina morte non perché ami uccidere ma perché è l’unica cosa che ha imparato a fare quando ancora il Muro di Berlino era in piedi.
Lo accoglie una Torino ostile, diffidente verso lo straniero, con la sua aria sporca di smog, i suoi palazzi ottocenteschi, i suoi viali alberati, il rumore del traffico, la sua buona dose di povertà. Una Torino di cantieri a cielo aperto, di ruspe all’opera, che si prepara alle Olimpiadi invernali, dominata da una strana euforia, mentendo a sé stessa, cercando di dimenticare la crisi industriale che apre ferite nel contesto sociale, la disoccupazione che letteralmente dall’oggi al domani getta la gente in mezzo alla strada senza lavoro, casa, famiglia, speranza. Una Torino che oltre alla crisi vede aumentare l’immigrazione straniera, vede popolare le strade di nordafricani, ragazzi dell’est provenienti dalle più sperdute regioni dell’ex Unione Sovietica, e personaggi come la prostituta Irina e il suo protettore Alexeij non è pù così difficile incontrarli anche nel supermercato sotto casa. Loro sono il nuovo volto di Torino, la sua nuova ibrida identità. Rinarelli osserva, riflette, scrive con alle spalle la sua esperienza di membro di un’ associazione che si occupa di persone senza fissa dimora e vede la Torino reale quella che non frequenta i salotti buoni di Piazza San Carlo ma dorme nei saccoapeli e lotta ogni notte per sopravvivere e vedere il mattino.

:: Una donna di troppo. La seconda indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Africa Orientale Italiana, Giorgio Ballario (Edizioni Angolo Manzoni) a cura di Giulietta Iannone

8 novembre 2009

1Dopo il buon successo di “Morire è un attimo” (Edizioni Angolo Manzoni, pp 335, Euro 15), Giorgio Ballario torna con una nuova indagine del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini in servizio a Massaua, Eritrea, in un noir classico, ma nello stesso tempo originale. Morosini questa volta, sempre affiancato dal fidato maresciallo Eusebio Barbagallo, sempre allegro e ottimista quasi parente di Don Bosco o per lo meno suo conterraneo, e dal leale e misterioso sottoufficiale indigeno Tesfaghì, dovrà lasciare Massaua per raggiungere la costa dell’Africa che si affaccia sull’ Oceano Indiano per una missione segreta da cui dipendono i destini di molti.
Sullo sfondo dei grandi eventi internazionali, mentre l’ Italia di Mussolini cerca affanosamente di farsi prendere sul serio preparandosi alla guerra con l’Abissinia odierna Etiopia e il generale Rodolfo Graziani al comando delle operazioni militari sta organizzando le forze per lanciare l’offensiva dal fronte sud e marciare su Addis Abeba, Ballario ci porta infatti a Mogadiscio nel caldo afoso e opprimente della tarda estate del 1935 dove una serie di misteriosi omicidi, apparentemente slegati tra loro, sta gettando scompiglio nella popolazione civile, minando pericolosamente il morale delle truppe e addirittura mettendo in serio pericolo le mire espansionistiche del Duce.
Nulla è certo. Si sospetta la longa manus del regime del negus Hailé Selassiè, o addirittura sordidi giochi di potere orchestrati dall’Italia per ostacolare l’ascesa del generale Graziani, fedelissimo di Mussolini da poco bersaglio di un attacco della stampa internazionale, o l’ipotesi più ovvia, ovvero semplici criminali comuni. Chiunque sia il colpevole bisogna scoprire al più presto il perché di questi assassini e chi meglio del maggiore Morosini può riuscire nell’impresa?
Sin dall’inizio l’indagine non si presenta affatto facile. Vuoi per la decisa ostilità delle forze dell’ordine del luogo, vuoi per la fama per lo meno controversa del generale Graziani, accusato di aver compiuto stragi tra la popolazione civile, vuoi per il sospetto che Morosini ha di essere stato sbattuto in Somalia come pedina inconsapevole di un gioco al di sopra della sua testa e lui allergico alle trame politiche non ha nessuna intenzione di fare la fine del capro espiatorio.
Cosa lega tra loro un fante apparentemente morto suicida impiccato ad un albero, un capo manipolo della Milizia sgozzato con il suo stesso coltello, un ascaro libico, un volontario italoargentino e una suora devota e integerrima? Una sola cosa è certa tutte le vittime hanno qualcosa in comune per lo meno un forellino sul collo che fa sospettare che gli sia stata iniettata prima della morte una sostanza psicotropa e addirittura porta Morosini ad interrogarsi se esistano gli zombi.
Morosini è un uomo del suo tempo, porta la brillantina, fuma le Macedonia, balla al suono di Parlami d’amore Mariù e pur non essendo un supereroe legge Seneca ed è fermamente deciso a scoprire la verità.
Il romanzo cattura piacevolmente, oltre che per la simpatia del protagonista, per l’ottima descrizione storica del periodo e della società coloniale dell’Africa italiana di cui Giorgio Ballario dopo approfondite ricerche, e un’ attenta ricostruzione sulla base di documenti d’epoca, ci presenta quei luoghi esotici con grande dovizia di particolari. Con il sottofondo di “Faccetta nera bell’Abissina” impariamo così a conoscere un mondo scomparso, un’Africa esotica ancora viva nei cinegiornali Luce, ma quasi scomparsa dal dibattito culturale di questi anni.
Ballario ha un dono raro sa far amare un personaggio in apparenza normale, ma eccezionale proprio per la sua normalità, per la semplicità della sua dirittura morale in un mondo corrotto e decadente dove “una borghesia debosciata e parassita andava riproducendo nelle Colonie i medesimi vizi della madrepatria” magari accrescendoli “dal clima di rilassatezza e abbandono di quelle terre lontane”.
L’Africa che emerge dalle sue pagine ha poco dello stereotipo da cartolina di quegli anni, è una terra viva animata da una folla variopinta e rumorosa piena degli odori forti delle “droghe, spezie, aromi di cucina, delicate essenze orientali e puzza di pesce marcio, incensi profumati e fetore di lattrine”.