Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Recensione di Opera sei di David Riva (Edizioni XII, 2010) a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2010

Opera sei di David RivaFino a che punto può spingersi l’arte? Quali sono i confini che separano il lecito dall’illecito, la sete di gloria, di oro, il desiderio smodato di superare se stessi, di trascendere, di sconfinare al di là del possibile? Hao Myung è un chirurgo plastico cinese, un uomo pericoloso, un uomo che vuole trasformare il corpo umano in tante tragiche opere d’arte, forzandone i contorni, violentandone la natura, per accrescere la sua fama, il suo genio, per non avere limiti e imposizioni. Il suo progetto scellerato necessita di un appoggio, di finanziatori che diano concretezza ai suoi vaneggiamenti, di un mecenate, di una struttura che ne gestisca la logistica e Hao Myung è un uomo dannatamente fortunato e li trova, trova Metafisica, un’associazione internazionale che in cambio dell’esclusiva gli permette di creare la sua personale galleria d’arte o meglio dire galleria degli orrori. Hao Myung cerca i suoi corpi tra i suoi pazienti, tra persone che detestano se stesse e cercano il loro vero fine ultimo, la loro essenza. E così è Ester, la splendida e bellissima Ester, che accetta questo patto infernale, accetta di diventare l’opera numero sei. Ma qualcuno non ci sta, i suoi genitori vogliono salvarla, trovarla, riportarla a casa, così Ivan si mette sulle sue tracce, il temibile Ivan, una spia delle spie, un uomo solo contro tutti, ma la sua lotta è impari specialmente perché la ragazza non ha nessuna voglia di essere salvata e vuole sublimarsi, diventare arte. Opera sei, strano libro di esordio di David Riva, è un  ibrido, in bilico tra l’horror, la fantascienza, il thriller gotico, il saggio metafisico e ci porta in un mondo alternativo, un mondo dove l’orrore è voce del quotidiano e l’arte una quarta dimensione onrica e distorta. Edizioni XII ama rischiare, scommettere sui giovani, portarci in una terra di nessuno in cerca del fantastico, della meraviglia. Lo stile è crepuscolare, nero, pieno di sublimazioni distorte e tragiche. Si parla di bellezza e di percezione, di un qualcosa di effimero e nello stesso tempo terribilmente reale, di quel demone forse inconscio che spinge l’autore a creare una rivisitazione di Frankestein. Segnalo l’interessante copertina degli artisti di Diramazioni.

:: Recensione di Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese di Stefania Nardini a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2010

Jean Claude Izzo - Storia di un marsiglieseDieci anni fa, sembra ieri ma ormai sono passati già dieci anni, moriva a Marsiglia Jean Claude Izzo e per celebrare questo anniversario Perdisa ha deciso di dedicargli una monografia che inaugura la collana “Rumore Bianco” creata e diretta da Luigi Bernardi. Ogni storia d’amore è unica a suo modo e racchiude sempre qualcosa di tragico perché l’amore è fatto così se è autentico, vero. Conobbi Jean Claude Izzo attraverso i suoi libri e me ne innamorai per una ragione semplicissima non potevo farne a meno. Leggendo Jean Claude Izzo- Storia di un marsigliese della giornalista e scrittrice Stefania Nardini ho provato uno strano senso di deja vu, una fortissima nostalgia e mi sono accorta che le ragioni di un amore possono essere molteplici ma ci accomunano in maniera impressionante. Jean Claude Izzo era un uomo che viveva la scrittura con passione, la stessa passione che metteva nel suo impegno politico o nel suo amore per le donne. “Jean Claude Izzo era un uomo che portava con sé un mistero”. Ecco penso sia questa frase ad avermi dato la certezza che ciò che sfugge alla nostra comprensione è sempre la parte che ci manca e dalla quale siamo inarrestabilmente attratti. Che Jean Claude Izzo sia uno tra i più grandi autori di noir mai esistiti, il padre del noir mediterraneo poco importa, pochi non conoscono la sua trilogia marsigliese composta da Casino Totale, Chourmo – Il cuore di Marsiglia  e Solea, e i suoi due romanzi Marinai perduti e Il sole dei morenti a mio avviso il più bello e dolente,  ciò che veramente lascia il segno e oltrepassa l’indifferenza e la mediocrità e che Izzo era una persona autentica, con pregi e difetti, che non si mascherava per apparire migliore ne recitava la parte del grande scrittore, del giornalista e del poeta. Era tutte queste cose più molte altre ancora non ostante la  sua breve vita,  fa rabbia perché il cancro se lo portò via a soli cinquantacinque anni, morendo infatti così giovane lasciò un vuoto, uno strappo triste come una promessa non mantenuta e Stefania Nardini questo l’ha capito e nel suo omaggio, struggente e poetico come una dichiarazione di amore, si allontana dalle solite monografie, o biografie e abbraccia tanti generi diversi identificando l’uomo con Marsiglia la città simbolo per molti versi dell’universo Izziano. Ad impreziosire questo volume, cesellato come uno scrigno, testi inediti e per la prima volta tradotti in italiano dallo stesso Bernardi,  tra cui brani delle sue poesie, e le bellissime illustarzioni in bianco e nero di Ivana Stoyanova. Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese di Stefania Nardini Perdisa Pop collana Rumore Bianco,  2010, pagine 174, Euro 14,00

:: Recensione di Angeli neri – L’ultimo agguato di James C. Copertino

4 Maggio 2010

Angeli neri – L’ultimo agguato di James C. CopertinoRosco Duncan è un veterano, ha conosciuto la guerra in Iraq, l’inferno di Fallujah, ha cicatrici invisibili che difficilmente si rimargineranno, ha perso amici, ha partecipato all’operazione Phantom fury per tentare di catturare al-Zarqawi e ha scoperto la faccia più nera di ogni conflitto, l’incompetenza dei propri superiori causa di morti inutili, di tanti sprechi di vite umane. Proprio per questo decide di lasciare i marine e andare a Los Angeles. Anche qui ci sono guerre da combattere e non meno pericolose, la droga è un mercato che cresce ogni giorno, un nemico altrettanto insidioso e pericoloso del terrorismo e così decide di arruolarsi nella polizia di Los Angeles e di entrare nella SWAT il nucleo d’elite super addestrato per combattere il crimine. Ma i fantasmi di Fallujah lo seguono, perché i nemici non sono sempre solo quelli dichiarati, perché la corruzione e il male si annidano dove meno ce lo aspettiamo e spesso ci si trova a combattere per la propria stessa sopravvivenza. In bilico tra l’action bellico e il police procedural, Angeli neri – L’ultimo agguato è un originale esempio dei confini che può esplorare il romanzo d’ avventura. C’è azione, ironia, suspance, adrenalina che scorre a fiumi ed è ricco di particolari tecnici molto realistici che danno al romanzo un valore aggiunto che soddisfarrà anche i palati più fini dei cultori del genere. Di taglio spiccatamente cinematografico ci immaginiamo nei panni di Rosco Duncan un Bruce Willis prima maniera sulle strade di una Los Angeles nera  e pericolosa  a lottare contro il crimine, un po’ guascone, un po’ eroe, coraggioso, leale, concreto, un personaggio tutto sommato positivo ma non esente da dubbi e umane incertezze anche se l’amarezza non diventa mai cinismo e la violenza non viene mai esaltata fine a se stessa. James C. Copertino riesce ad appassionare e divertire allo stesso tempo, senza mancare di un tocco di originalità che lo differenzia dall’action più grezzo di scuola nordamericana. Leggendolo avrete la sensazione di partecipare davvero alle operazioni, di correre a perdifiato per le vie di Los Angeles con la consapevolezza che dopo tutto il bene è sempre destinato a prevalere. James C. Copertino, Angeli neri – l’ultimo agguato – THRILLER – Armando Curcio Editore – Noir – 2009 – pagine 474 – prezzo 5,90 euro –       

:: Recensione di Crisantemi a ferragosto di Rocco Ballacchino (Editrice il Punto Piemonte in bancarella 2009)

3 Maggio 2010

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In una torrida Torino deserta per l’esodo estivo Paolo Volpi un grigio e anonimo impiegato dalla vita noiosa e incolore si trova costretto dalle circostance a rinunciare alle sue vacanze alle Baleari con amici e a mettersi il cuore in pace. Dopo tutto Torino d’agosto ha i suoi vantaggi, poca gente, poco traffico, parcheggi più facili da trovare, più tranquillità se non fosse per quella insopportabile puzza che appesta il palazzo deserto in cui vive.
Dopo un piccolo controllo con l’aiuto di due improbabili poliziotti ne scopre la causa: il suo vicino di casa Valerio Naldi giace morto con accanto sul comodino un po’ d’acqua e alcune confezioni di farmaci semivuote. La causa della morte è lampante: suicidio. Non che sia un avvenimento insolito in questo periodo dell’anno. Molti anziani assaliti dalla solitudine ricorrono al suicidio ma questa volta c’è qualcosa di diverso, l’innocuo e silenzioso Naldi racchiude in sé un mistero e sembra che abbia proprio deciso di affidare a Paolo Volpi una strana eredità.
Incuriosito, irritato, sorpeso Volpi inizia a indagare e viene a conoscenza di una serie di morti di donne avvenute dagli anni 50 in poi in prossimità del Ferragosto, tutte catalogate come suicidi. Ma Valerio Naldi in che modo è collegato a questo ginepraio?
Di colpo la vita grigia e anonima di Volpi si tinge di angoscia e bisognerà arrivare alle ultime pagine del libro per fare piena luce in questa oscura e fosca vicenda che infondo potrebbe capitare ad ognuno di noi.
Crisantemi a ferragosto il romanzo d’esordio di Rocco Ballacchino edito nel 2009 dalla casa editrice Il Punto Piemonte in bancarella, è un giallo anomalo e inquietante non privo di venature noir. Ha per protagonista il classico uomo qualunque coinvolto volente o nolente in una storia più grande di lui, una storia in cui il male ha sfaccetate facce tutte riconducibili al mistero insito nella natura dell’uomo.
Ballacchino ci porta per mano in una storia apparentemente assurda ma nello stesso tempo non del tutto improbabile. Conosciamo infatti davvero chi ci circonda, chi vive magari sullo stesso pianerottolo e con cui scambiamo a volte radi cenni di saluto? Siamo davvero certi che dietro il sorriso mite e un po’ miope del vecchietto che magari incrociamo in ascensore non si nasconda un mistero, la banalità stessa del male?
Ecco la lettura di questo libro porta a porsi domande come questa e non è sempre detto che le risposte ci piaceranno.

:: Recensione di Il bambino della città ghiacciata di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2010

Il bambino della città ghiacciataIn un’altra vita Konrad Jonsson era un giornalista affermato, girava il mondo, era qualcuno, in un’altra vita appunto prima di quello che successe a Baghdad, prima che il suo migliore amico venisse ucciso nel corso di un rapimento. Da quel momento infatti niente più per Konrad è lo stesso, tutto crolla, lascia il giornalismo, cade in depressione, si da all’ alcool diventa l’ombra di se stesso, un quarantacinquenne trasandato con lo sguardo da animale braccato. Ma dato che i guai non vengono mai soli, e quando capitano portano spesso amici, un giorno Konrad riceve una telefonata con la notizia che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati assassinati. Entrambi con un colpo di pistola alla nuca nel capanno degli attrezzi per un apparente rapina a Tomelilla una piccola cittadina nel sud della Svezia, una sparuta comunità nelle campagne dalla quale quasi trent’anni prima Konrad era fuggito. Mai avrebbe pensato di tornarci a Tomelilla la ridente Tomelilla con il vento sotto le ali, di tornare a casa, già nei luoghi della sua infanzia. Tornarci significherebbe fare i conti con il passato che pensava di essersi lasciato alle spalle per sempre, tornarci significherebbe lasciare che il passato ritorni a galla come schiuma sporca. Ma soprattutto significherebbe pensare ad Agnes, sua madre, la polacca, la straniera al tempo in cui essere polacchi era come essere zingari. Una donna dolce dai capelli scuri e gli occhi malinconici di cui non ha neanche una foto e fatica a ricordarne i lineamnti, una donna scomparsa improvvisamente senza lasciare traccia, una donna il cui nome quando veniva pronunciato in casa di Hermane e Signe l’atmosfera si riempiva di imbarazzo e si cambiava discorso. Forse i vecchi ricordi devono rimanere tali ed è un errore disseppellirli, forse Konrad non doveva tornare a Tomelilla ma ora è li come se il destino l’avesse chiamato ad un appuntamento inevitabile. Accolto con ostilità, guardato con sospetto da Eva Strom, l’ispettrice di polizia giudiziaria incaricata di indagare sul caso, Konrad si trova a farsi delle domande. Chi avrebbe potuto fare del male a Herman e Signe che si accontentavano di così poco in questa vita, che non davano fastidio a nessuno? Ma la polizia ha già i suoi sospetti, un movente, Herman e Signe erano ricchi avevano vinto dodici milioni di corone al Lotto e Konrad è uno degli eredi. Si può uccidere per dodici milioni di corone? Certo che si può uccidere se non fosse che un nuovo dupplice omicidio scuote Tomelilla. Due albanesi kossovari sorpresi a rubare in casa del vecchio Tore Tortensson, iscritto ad un partito nazionalista con radici neonaziste, vengono uccisi appunto dal padrone di casa in un atto forse di legittima difesa. Come non collegare i quattro delitti? Forse i due kossovari erano proprio gli assassini di Herman e Signe a cui questa volta  era andata male. In città intanto il cuore razzista si risveglia, e in molti pensano che Tortensson abbia fatto bene,  abbia agito nel pieno dei suoi diritti, facendosi giustizia da sé. L’atmosfera si fa tesa e l’odio alimentato dalla paura e dalla xenofobia si rivolge contro le famiglie di immigrati capri espiatori ideali a cui addossare la colpa di tutto quello che succede in città. Konrad si trova ad un bivio e ben presto intuisce che c’è un oscuro segreto nel passato della linda e sonnolenta Tomelilla, una colpa collettiva, vergognosa, terribile.  Di colpo non ha scelta per capire cosa è successo ai suoi genitori adottivi prima deve scoprire cosa ne è stato di sua madre, indagare sulla sua scomparsa, anche se nessuno a Tomelilla vuole che la verità venga fuori, una verità scomoda, dolorosa, che ha le sue radici nel cuore stesso della comunità, nel suo cuore più oscuro fatto di razzismo e indifferenza, ma ormai Konrad non ha più niente da perdere , deve continuare ad indagare,  a scavare nel fango se occorre, per ritrovare sua madre e infondo se stesso. Il bambino della città ghiacciata, annunciato come il più atteso thriller svedese dell’anno, ai primi posti delle classifiche mondiali è senz’altro un buon libro, scritto bene in cui suspance e critica sociale sono dosati per interessare il lettore. L’analisi psicologica è accurata, l’atmosfera di una piccola città svedese di provincia e bene resa. I tempi sono lenti come si addice al giallo scandinavo ma Lonnaeus è abile nell’incuriosire il lettore, nello spiazzarlo, nell’imporgli il suo punto di vista e i suoi tempi. Forse l’indagine poliziesca è solo un pretesto per fare luce sul razzismo nascosto nelle pieghe più oscure della civilissima società svedese, ma questo non è certo un difetto, anzi è un pregio che rende Il bambino della città ghiacciata qualcosa di più di un semplice thriller. A me è piaciuto e molto spero che piaccia altrettanto a voi.   

:: Recensione di Maurizio Landini: Caduta libera di Nicolai Lilin

30 aprile 2010

Caduta libera di Nicolai LilinSenza entrare nel merito della questione “Ma l’autore ha vissuto realmente quanto scrive?”, visto che in proposito si sono già espressi giornalisti, critici e lo stesso Lilin (1), personalmente ritengo che “Caduta Libera” possa essere letto come un romanzo di guerra a tinte forti, che può ricordare (mi si conceda l’accostamento azzardato) più le avventure del battaglione disciplinare di Willy “Sven Hassel” Arberg che i Dispacci di Michael Herr…

Lilin, già autore di “Educazione siberiana” (Einaudi), narra la sua esperienza di cecchino (2) nei due anni di leva trascorsi in un gruppo di sabotatori dell’esercito russo, durante la seconda campagna cecena (1999-2009).
Dopo l’incursione in Daghestan da parte delle milizie islamiche nell’agosto del 1999 e gli attentati in diverse città della Russia, Putin ordina un nuovo attacco in Cecenia. Questa seconda guerra è un vero e proprio genocidio. L’esercito russo è accusato di violare i diritti umani torturando e massacrando civili inermi, saccheggiando, distruggendo interi villaggi.
In questo sfondo tutt’altro che confortante, “Caduta libera” è un susseguirsi di azioni militari “eroiche” e atrocità assortite messe in atto da entrambi gli schieramenti e rese più “vivide” da una narrazione semplice e, a tratti, quasi infantile.

Accantonando per un istante il proposito di leggerlo come un dettagliato reportage di guerra, il libro dell’autore-tatuatore russo, nella sua semplicità stilistica, raggiunge il lettore come la pallottola di un cecchino, e apre una nuova ferita destinata a rimanere infetta e purulenta: il dramma inaccettabile che accomuna ogni guerra combattuta nel mondo.

(1) si legga per esempio:
http://www.facebook.com/note.php?note_id=267623333439

La maledizione-siberiana-lilin-attaccato-al-chiambretti-show/

Il_saviano_russo_scala_classifiche_ma_mafia_siberiana_sa_bluff

(2) per farsi un’idea della complessità del tiro di precisione e sulla figura del “cecchino”, si consiglia la lettura del “Compedio tecnico al moderno tiro d’interdizione” di Stefano Scaglia, ad uso delle FF.AA. di tutte le Armi e Specialità.

:: Recensione di Cella 211 di Francisco Perez Gandul a cura di Giulietta Iannone

28 aprile 2010

Mai presentarsi al lavoro con un giorno di anticipo. Perché non farlo assolutamente? Beh perché vi potrebbe capitare di avere un mancamento proprio mentre state visitando il braccio più pericoloso del carcere di massima sicurezza dove avete appena avuto la sventura di trovare lavoro come secondino, e potrebbe darsi anche che vi lascino su una brandina della famigerata cella 211 proprio nel giorno in cui Malamadre il leader indiscusso dei criminali più pericolosi ha la sventurata idea di guidare una sommossa. Ecco a Juan Oliver capita proprio questo, proprio a lui un tipo tranquillo, a posto, un tipo educato, quasi timido, con una bella moglie incinta, un tipo a cui di norma non capitano mai grane. Ed ora che fare? Dire a tutti quei nerboruti pluriassassini di essere uno dei carcerieri “un nemico”? Non sia mai, bisogna infiltrarsi, fingersi sporco, brutto e cattivo, tirare fuori le palle anche quando non si era mai creduto di averle perché nelle situazioni più disperate esce sempre il meglio, voglio dire il peggio di ognuno noi. E allora ci si può scoprire, arrabbiati, violenti, spietati, pronti a tutto pur di riguadagarsi la libertà e seppure Malamadre non è del tutto sicuro che Juan sia chi dice di essere, può nascere un’ inattesa amicizia, fino ad iniziare a credere che i pericolosi criminali non hanno poi tutti i torti a volersi ribellare, che non è detto che la colpa sia sempre solo da un solo lato della barricata. Tra accordi sottobanco, terroristi baschi politicamente scorretti, corruzioni più o meno marcate, critiche ad un sistema carcerario ben poco propenso a riabilitare coloro che finiscono in cella, Francisco Perez Gandul ci porta nel claustrofobico mondo di una prigione per parlarci di libertà, coraggio e amicizia e lo fa in modo originale e violento, cupo e disperato, al limite tra un noir e una tragedia greca. Non aspettatevi un’ opera agiografica, il linguaggio è crudo, disturbante, i personaggi spigolosi, urticanti e difficilmente vi metterete dalla loro parte e tiferete per loro anche se l’interrogativo che vi spingerà a giarare pagina dopo pagina  superando l’istintiva repulsione è sapere se Juan riuscirà a uscirne vivo. Non vi dirò di certo il finale, quello spetterà a voi conquistarlo ma quello che posso dirvi è che per essere un’ opera prima, giunta alla quinta ristampa, non è affatto male e soprattutto ci si chiede cos’altro ci proporrà Gandul negli anni a venire. Stiamo all’erta forse è nato un grande scrittore.

:: Recensione di Giulia Guida de "Il senso del dolore" di Maurizio de Giovanni

25 aprile 2010

Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi

“Perchè  cadono le lacrime. Sulla fame e sull’amore”. [Rileggendo “Il senso del dolore”, M. de Giovanni]

Non parla quasi mai, il commissario Ricciardi. Si nasconde dietro sbarre di ghiaccio, che da anni in silenzio gli si stringono nervose contro la gola, imprigionando la sua voce. Passano giorni interi in cui gli capita di chiedersi se una voce l’abbia mai avuta e prova a rincorrere le vibrazioni delle sue corde vocali attraverso il passato, a raccogliere quei  pochi cocci di suono scivolati a terra dalle sue tasche e ricucirli insieme, fino a ridisegnare un’onda elettrica senza strappi o spazi bianchi.Non riesce più a sentirlo, l’attrito delle sue parole contro l’aria.Essenziali, le parole di Ricciardi. Essenziali e spezzate al centro, come i suoi occhi, centri di gravitazione permanente di un dolore antico, che non si può capire, perchè nasce da una condanna a toccare l’allucinazione, a vedere l’invisibile, a sentire la morte. Tutto quello che gli è  rimasto da dire, Ricciardi l’ha lasciato a quel vuoto verde smeraldo che gli mangia la faccia. Gli occhi di Ricciardi. Due gocce di ghiaccio, tirate all’ingiù, incastrate come crepe nere nella pelle. Sono due rughe immense, di chi è invecchiato bambino e s’è bevuto tutto il buio troppo presto. Come tane per difendersi dai venti freddi dell’inverno, Ricciardi ci caccia dentro tutte le sensazioni che non vuole più sentire agitarsi nel sangue. Le chiude a chiave lì, le seppellisce come segreti inconfessabili, perchè sa che nessuno potrà mai raggiungere il nucleo duro della sua disperazione, nessuno avrà mai abbastanza forza né coraggio per aprire il tubetto nero dei suoi ricordi, di tutte le immagini e le voci che gli hanno rubato il presente, di tutti quei morti che giorno dopo giorno gli hanno raschiato via la vita e pretendono che lui ascolti le loro storie, faccia giustizia e rivendichi i loro anni interrotti. Vede i morti, Ricciardi. Quelli morti di una morte violenta, li vede dovunque, riascolta le loro ultime parole e soprattutto sente. Sente la tempesta elettrica di sensazioni che sanguina dalle loro ferite aperte, gli ricade addosso in un brivido viola lungo la schiena. E’ così da sempre, dal giorno del Fatto. Quando da bambino quella prima allucinazione gli spezzò  l’ultimo grido tra le labbra. E’ il 1931 adesso e Ricciardi vive in una Napoli che s’attacca alle pagine e le colora del profumo delle vecchie botteghe, dei piedi scalzi degli scugnizzi, dei rombi tonanti delle poche macchine che percorrono le strade, del sapore delle castagne nei carretti degli ambulanti, della luce fredda dei lampioni a gas che illuminano la notte di quei chiaroscuri ad olio e sciolgono il sangue nell’ombra. E’ una sera d’inverno quando il brigadiere Maione, l’unico che abbia provato a romperlo il muro d’acqua di quegli occhi, entra nell’ufficio di Ricciardi e lo mette al corrente di un omicidio avvenuto al teatro San Carlo, quella sera stessa. E’ stato trovato morto nel suo camerino Arnaldo Vezzi, il più grande tenore di quegli anni, protetto e amatissimo dagli alti ranghi del regime. Il suo corpo, ancora con l’abito da pagliaccio addosso, giace riverso sulla sedia, il collo trafitto da una scheggia di vetro dello specchio, due lacrime a solcare le sue guance e a sciogliere il trucco. In un angolo della stanza ecco l’allucinazione di Ricciardi. Il corpo di Vezzi, leggermente piegato sulle ginocchia, una mano protesa in avanti, la voce di un talento fuori tempo che intona un verso della Cavalleria Rusticana “Io sangue voglio, all’ira mi abbandono, in odio tutto l’amor mio finì…” Le indagini di Ricciardi lo portano a ridisegnare, testimone dopo testimone, la figura della vittima: una personalità nera, burbera, intrattabile, nutrita da un profondo egoismo e disumana irascibilità. Detestato da molti, Vezzi era, nonostante il suo carattere inavvicinabile, inesauribile fonte di guadagno per impresari della lirica, orchestrali e teatranti. Molti nemici nell’ambiente, quindi, ma tutti paradossalmente interessati a voler Vezzi vivo, una pedina troppo importante del loro gioco. Nei pochi giorni in cui si consumano le ricerche, le mani nervose di Ricciardi, tutte scatti e ricordi accavallati, si muovono tra le sgargianti luci dell’opera-  lui che aveva sempre vissuto su uno sfondo bianco e nero, che dei colori non aveva mai saputo che farsene, attraversa la vita di Vezzi, riscrivendo la sua storia mentre cerca di scrollarsi un pò di fuliggine di dosso, andando a decifrare il sentimento dietro ogni dinamica di quella macchina di finzione, così lontana dalla vita reale. Perchè, per uno che sa cosa sia la dannazione, per uno che lo senta davvero quel senso del dolore, l’arte non può avere niente a che fare con la vita, non può neanche esserne la copia più sbiadita. “Il senso del dolore”, primo dei tre romanzi di de Giovanni che ruotano attorno alle stagioni del commissario Ricciardi, racconta un’infanzia perduta, che non si lava via dagli incubi. Racconta il punto di rottura tra ciò che è reale e ciò che non sembra esserlo. Racconta del profondo amore che ci può essere dietro uno sguardo che non parla altro che di buio. Racconta gli occhi di un uomo che preferirebbe non sentire affatto, essere privato di ogni emozione, avere la sensibilità del cemento armato e svuotarsi la testa di tutte quelle parole- quelle ultime parole- che si rincorrono tra storie non sue, di chi ammazza per fame, di chi si sacrifica per amore. La fame e l’amore. Ricciardi aveva sempre pensato che non esistessero altri motivi per uccidere. Tutto era riconducibile a questo. Due sentimenti complementari capaci di sovvertire l’ equilibrio, rovesciare ogni ruolo prestabilito, provocare l’inaspettato. Accendere i colori e ridare vita a quella morte sempre in agguato per serrare gli occhi di un’amarezza di chi sa che non è ancora arrivato il suo tempo. Il tempo giusto per riascoltare le sue ultime parole e finalmente gridare via quel senso del dolore.

:: Recensione di Maschera Bianca di Edgar Wallace (Polillo Editore 2010) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2010

12Capitano avvenimenti strani nella vita di chi si occupa di libri: può succedere infatti che un giorno ti alzi con un diavolo per capello, inizi a bere troppi caffè e ti ritrovi tra le mani un nutrito gruppetto di libri dalla copertina rossa, tra cui spiccano nomi mitici come Edgar Wallace o John Dickson Carr, opere dell’età d’oro del mystery, quel periodo tra gli anni ‘20 e ‘40 che racchiude libri vari a volte di autori anche poco noti che hanno aperto la strada del thriller moderno.
La Polillo Editore con una passione da archeologo ha raccolto questi libri, a volte introvabili, a volte mai pubblicati in Italia, nella collana i Bassotti e ce li presenta pronti da collezionare e da leggere.
Già dissi che i classici delitti della camera chiusa non sono il mio forte ma ad un’occasione così non si può rinunciare, per cui inforco metaforicamente gli occhiali, mi siedo comoda e inizio a leggere. Senza andare in ordine cronologico pesco nel mucchio e inizio con il numero 37 “Maschera Bianca” 1930 di Edgar Wallace, portato sul grande schermo nel 1932 dal regista T. Hayes Hunter e interpretato da Hugh Williams, Norman McKinnell e Renèe Gadd.
Per le vie di Londra si aggira un ladro ineffabile, con il volto nascosto da una maschera bianca, entra nei ristoranti di lusso e alleggerisce le signore dei loro gioielli. I giornali ne parlano, il panico dilaga poi succede un fatto strano, anomalo: nel malfamato quartiere di Tidal Basin, non insolito scenario di risse tra ubriachi e delinquenti, un uomo misterioso viene pugnalato al cuore, un  uomo assurdamente vestito da sera, un uomo senza identità di cui nessuno sembra saperne niente.
Anche i testimoni sono inaffidabili, nessuno ha visto niente o meglio non ha nessuna intenzione di dire cosa ha visto alla polizia. L’ispettore capo Mason chiamato ad indagare sul caso ha subito le sue perplessità e sente che i casi sono legati, ma come?, perché?, Quello che è certo è che il colpevole non ha scampo ed è solo questione di tempo.
Ecco questa in breve è la trama, non mancheranno poi giornalisti intraprendenti, belle ragazze dal cuore d’oro, dottori spiantati e senza il becco di un quattrino, misteriosi avvocati provenienti dal Sud Africa, anche solo per chi fosse curioso di conoscere un mondo che non c’è più, una Londra aristocratica e decadente, narrata da un Edgard Wallace ironico e disincantato al suo meglio.
Letto in meno di un giorno, lieto fine al cianuro.

Edgar Wallace (1875-1932), passato alla storia come “the King of Thrillers”, fu il primo scrittore a raggiungere lo status di vera e propria star. Era nato a Greenwich, in Inghilterra, figlio illegittimo di attori. Adottato da una famiglia di pescivendoli che aveva già dieci figli, Edgar crebbe con il nome di Dick Freeman salvo scoprire, all’età di 11 anni, le sue vere origini. Dopo una serie infinita di lavori di vario genere, a 18 anni si arruolò nel Royal West Kent Regiment per poi passare nei Corpi Medici. Corrispondente dal Sud Africa per la Reuters e per vari giornali inglesi e sudafricani durante la guerra dei Boeri, rientrò in patria nel 1900. Dopo vari infruttuosi tentativi di trovare un editore, nel 1905 pubblicò a proprie spese il suo primo romanzo, The Four Just Men (I quattro giusti). In meno di trent’anni scrisse oltre 170 libri, di cui più della metà di genere giallo, una ventina di drammi e centinaia di racconti e articoli. Popolarissimo fra i lettori – si dice che tra il 1920 e il 1930 su ogni quattro libri letti in Inghilterra uno fosse di Wallace – negli ultimi dieci anni di vita arrivò a guadagnare oltre 250.000 dollari l’anno, anche grazie agli innumerevoli film tratti dalle sue storie. Amante del lusso, del gioco e della vita sregolata, morì a soli 56 anni a Hollywood, mentre era al lavoro sulla sceneggiatura di King Kong, lasciando in eredità una montagna di debiti.

:: Recensione di Senza dirsi addio di Linwood Barclay

19 aprile 2010

12Dopo le parole lusinghiere spese da Micheal Connelly e Robert Crais mi sono finalmente decisa a leggere “Senza dirsi addio” di Linwood Barclay, edizioni Piemme, collana i maestri del Thriller, collana che raccoglie autori come George Pelecanos, Dennis Lehane, Karin Slaughter e appunto i succitati Michael Connelly e Robert Crais, e solitamente posso dire di non avere mai avuto brutte sorprese.
Oltre un milione di copie vendute nel mondo, selezionato come miglior libro dal “Richard e Judy Book Club”, Senza dirsi addio è uno dei thriller di successo del 2009, cosa che non implica necessariamente che sia un buon libro, mi è capitato infatti, non spesso ma a volte, che libri con un battage pubblicitario da urlo si siano rivelati delle immonde boiate, per cui diciamo che sono andata con i piedi di piombo.
“Senza dirsi addio” inizia con un breve flashback che ci porta nel maggio del 1983 quando Cynthia Bigge, un’ adolescente di quattordici anni non proprio facile, si sveglia una mattina in una casa deserta: padre, madre e fratello sono spariti nel nulla, senza una parola, senza appunto dirle addio.
Per tutto il libro questo è il mistero da risolvere: capire cosa diavolo successe quel giorno, capire perché 25 anni dopo c’è qualcuno disposto a uccidere purchè non si faccia chiarezza.
Diciamo che è un thriller molto americano; in America  la gente sparisce con molta più facilità che da noi, per poi non riemergere più, fosse anche solo per i grandi spazi, specie i bambini, qualcuno si ricorderà sicuramente delle foto dei bambini scomparsi sui cartoni del latte, diffuse già vent’anni fa.
Poi diciamo che non userei aggettivi mirabolanti per descriverlo, ma tutto sommato è un buon libro, la trama è intricata ma funziona, la risoluzione del mistero è credibile anche se come ho già detto molto americana e lentissima, si ha quasi l’impressione che l’autore aggiunga pagine a vuoto dopo aver dato le dritte necessarie per capire il come, il quando, e il perchè, per il resto nulla da dire, la suspense c’è, il crescendo angoscioso dell’incubo che può succedere a tutti. Traduzione di Barbara Murgia.

:: Recensione Solo Fango di Giancarlo Narciso (Edizioni Ambiente collana Verdenero, 2010) a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2010

Solo fangoCosa successe il 19 luglio del 1985? Ad alcuni questa data non dirà niente, forse troppo giovani, forse troppo distratti o peggio impegnati a nascondere i fatti, a diluire la memoria collettiva perché tanto dagli errori del passato non si impara mai niente. Ma c’è qualcuno che non ci sta perché il 19 luglio del 1985 fu una giornata nerissima nella storia del Trentino e dell’Italia intera, una giornata in cui un mare di fango si riversò dalla miniera di Prestevel sulla frazione di Stava e si portò via 268 persone. Sarebbe bastato poco ad impedirlo, veramente poco ma ciò che avrebbe dovuto essere fatto, non fu fatto, passò in secondo piano per disattenzione, incuria, silenzio colpevole, oscure corruzioni, già perché conviene piangere le vittime piuttosto che muovere un dito per evitare che una tragedia simile accada, una tragedia tanto più annunciata quanto più ingiustificabile. La miniera di Prestavel estraeva fluorite e gli scarti della lavorazione, sotto forma di fango, venivano depositati nei bacini di decantazione. Il 19 luglio del 1985 gli argini di quei bacini cedettero e il fango, a una velocità di 90 km all’ora, travolse tutto. Questi sono i fatti reali da cui Giancarlo Narciso è partito per raccontarci una storia, sotto forma di noir, perché al giorno d’oggi non c’è niente di meglio del noir per raccontare il presente. Una storia scomoda, una storia di rabbia e di dolore, una storia in cui l’avidità umana è la vera protagonista, perché cosa amano gli individui peggiori, i delinquenti senza scrupoli, i bastardi della peggior specie se non i soldi e quando questi soldi sono tanti, ma davvero tanti, anche uccidere diventa ovvio, quasi banale. “Solo fango” leggetelo dopo non potrete più dire di non sapere cosa successe il 19 luglio del 1985.

:: Recensione di Six Shots di Alfredo Mogavero (Edizioni XII, 2010) a cura di Giulietta Iannone

14 aprile 2010

Six shotsIl weird western è un western sporco, contaminato da altri generi come l’horror, o il fantasy, maestro indiscusso è Joe Lansdale che con la sua strabordante fantasia ne ha fatto un genere di culto con lettori famelici sparsi per i quattro angoli del globo. Dico questo perché è bene dare la giusta collocazione al libro che sto per presentare. Infatti Six Shots di Alfredo Mogavero edito da Edizioni XII è a tutti gli effetti weird western e per giunta di buona qualità cosa tutt’altro che consueta lasciatemelo dire. Non è un romanzo ma si compone di sei racconti, sei piccole storie compiute, nelle quali la fantasia di Mogavero cavalca e spazia dandoci la netta sensazione che ciò che leggiamo per quanto incredibile e bizzarro sia realmente plausibile e corrispondente al vero. Tutti i fatti si concatenano infatti con tale naturalezza e Mogavero scrive così bene da portarci a credere che mostri con sei braccia, maledizioni, spiriti senza pace, stregonerie  e via discorrendo esistano davvero e non siano solo leggende metropolitane da ubriaconi del west un po’ come le leggende e le superstizioni che i marinai di un secolo fa si raccontavano a bassa voce durante le notti di luna piena. Sfogliando le pagine leggiamo così le gesta incredibili di Patricia Hillwick un’anziana fuorilegge, un tempo bellissima, e dalla mira infallibile, ormai decisa a far parte dei buoni dopo una delusione d’amore; facciamo conoscenza con Twilight Jackson perseguitato dalla sinistra maledizione di attirare i fulmini durante i temporali e destinato a incontrare a Baton Rouge un eccentrico scienziato che ha inventato la macchina del tempo; ci perdiamo nelle nebbie di Cherokee Hill in compagnia di una strana coppia di becchini, di un plotone di soldati sterminato dagli indiani, di un superstite neanche tanto vivo con un duello in sospeso con un indiano;  facciamo visita al saloon di Moose pieno di puttane, ubriaconi e cowboy e assistiamo a una partita a poker molto, molto particolare;  siamo testimoni dei tormenti interiori di un giovane prete cattolico, padre Norton, che dopo aver resistito strenuamente alla tentazione, peccato dopo peccato, precipita verso la dannazione, innamorato perdutamente di Virginia Gilles; infine rincontriamo Patricia Hillwick decisa a fare i conti col proprio passato e a diventare una leggenda. La strepitosa cover sui toni del violetto è di Jessica Angiulli e Lucio Mondini di Diramazioni.