Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Di metallo e stelle. L’apprendista di Leonardo, Luca Tarenzi (Gainsworth Publishing, 2016) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2016
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1499: nella Milano assediata dai francesi, il centro di tutto è il Castello sforzesco, dove tra gli altri vive Giacomo, il giovane apprendista di Leonardo da Vinci, cerca di dividersi tra i suoi compiti e l’amore impossibile per la giovane Cecilia, concupita dal duca di Milano, il temibile Ludovico il Moro.
In parallelo iniziano ad accadere delle morti misteriose e inspiegabili, commesse da qualcuno dalla forza sovraumana che sfida le leggi umane e del movimento, forse nato nel laboratorio del maestro di Giacomo, dove ci sono enigmi, alchimia, veleni, esperimenti e presenze mostruose. Giacomo dovrà districarsi tra i pericoli dell’assedio e i pericoli all’interno del Castello, tra colpi di scena, fatti realmente accaduti in quell’anno lontano e pericoli sovraumani, in un romanzo che mescola suggestioni fantasy, storiche, thriller e steampunk.
Spesso si sente dire che gli italiani non sanno scrivere letteratura fantastica: questo è più un luogo comune che un fatto reale, e ci sono per fortuna case editrici come la Gainsworth che puntano su voci di casa nostra, come Luca Tarenzi, nome già noto da alcuni anni ai cultori del fantastico.
Di metallo e stelle è un libro molto interessante, agile, autoconclusivo, senza prolissità inutili, che parte dalla realtà, da un luogo esistente ancora oggi e ricco di Storia come il Castello sforzesco, anche se forse non si pensa più ai fatti di cui è stato testimone. Molti dei fatti reali, tra assedi, battaglie e personaggi storici che prendevano l’Italia divisa da allora come luogo dove affermare il loro potere, sono realmente esistiti e accaduti e testimoniano come anche in casa nostra ci sono passati tra leggenda e realtà da riscoprire.
L’autore usa il meccanismo caro al thriller classico della camera chiusa: tutto avviene all’interno del Castello sforzesco, attraverso gli occhi di Giacomo, un ragazzo che a qualcuno potrà ricordare Adso de Il nome della rosa, alle prese con fatti e persone più grandi di lui, ma desideroso di scoprire la verità. Una verità che sarà molto inquietante, con al centro anche Leonardo da Vinci, icona del passato che continua a tornare in romanzi, film, telefilm e fumetti per il suo essere stato artista e scienziato a tutto campo, ma con echi di tradizioni come il Golem e richiami al Frankenstein di Mary Shelley.
Thriller, fantastico e anche steampunk, che di solito racconta storie di tecnologie fantascientifiche nel passato nell’era vittoriana, ma che qui sceglie un altro periodo storico, non certo meno affascinante, riempiendole di tecnologie alchemiche e futuristiche che abitano armi ma anche il corpo umano. Del resto si è sempre detto che Leonardo da Vinci avrebbe potuto fare di più se solo avesse avuto a disposizione qualche strumento in più, qui presente. Una storia che parla di scienza e magia, dei limiti degli esseri umani e del desiderio eterno di migliorare la propria vita, e magari di poterla anche creare, costi quel che costi.

Luca Tarenzi, classe 1976, si è laureato in Storia delle religioni all’Università cattolica di Milano è scrittore, traduttore, saggista, giornalista. Ha scritto vari romanzi di genere fantastico per diversi editori, come Pentar, Il libro dei peccati, Le due lune, Quando il diavolo ti accarezza, vincitore del premio Italia. Vive ad Arona, sul Lago Maggiore, dove oltre a scrivere continua i suoi studi in Storia delle religioni e si occupa di occulto, cinema, telefilm e giochi di ruolo e tiene conferenze in tema tra Piemonte e Lombardia.

Source: acquisto dell’articolista da Gainsworth editore.

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:: La bellezza non ti salverà, Francesca Battistella, (Scrittura & Scritture, 2016)

26 novembre 2016
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Terzo capitolo della saga dedicata alla profiler Costanza Ravizza e ad Alfredo Filangieri, quarto romanzo della scrittrice Francesca Battistella, esce nella collana Catrame di Scrittura & Scritture, La bellezza non ti salverà, un giallo classico, forse con sfumature leggermente più noir dei precedenti, ambientato in uno dei luoghi più pittoreschi della provincia italiana, tra Novara e il Lago d’Orta. Francesca Battistella ha uno stile di scrittura molto classico, molto sobrio, misurato, per cui spiccano ancora di più i due temi di stretta attualità, se vogliamo, che sviluppa nel romanzo: i pericoli della rete, del dark web, e le infiltrazioni della mafia al nord. Due sono le indagini parallele infatti di cui la profiler con i suoi colleghi si dovrà occupare: una quella più istituzionale, fortemente voluta dal suo capo, il dottor Giamasso, riguardante la morte del proprietario di una discarica di rifiuti edili adiacente al comune di Romentino, accoltellato più volte mentre si trovava a tarda sera nel suo ufficio accanto alla discarica. Un delitto in odor di mafia si ipotizza, sia per le modalità del delitto (si sospetta un killer al soldo di una famiglia di camorra), sia per le frequentazioni della famiglia della vittima. La seconda, quasi un’ ossessione per Costanza, riguardante la sparizione di tre ragazzi, (due femmine e un maschio) il cui unico collegamento sembra da trovarsi in rete, dove sembrano essere tutte e tre finiti nella rete di un predatore seriale. Anche Alfredo Filangieri, amico di famiglia di costanza Ravizza, e ospite sul Lago d’Orta della sorella Teresa, sembra volerci vedere più chiaro, e contribuire alle indagini. C’è un mafioso, presunto pentito, in soggiorno obbligato con la sua famiglia, un’ affascinante nobile che il vizio del gioco ha fatto cadere in disgrazia, facendolo finire a dirigere una beauty farm, e una camelia rarissima, che cresce solo in alcuni luoghi al mondo, che servirà da traccia alla profiler per trovare il rapitore seriale, specialmente quando anche la figlia di Giamasso, la ingenua Diamante, finirà nelle sue mani. Insomma tanta carne al fuoco, tanti termini tecnici stranieri, per descrivere il lavoro del profiler, che ormai conosciamo anche solo ad orecchio dai tanti telefilm e film americani che passano in tv, una bellissima ambientazione, dall’autrice descritta con dovizia di particolari e vero affetto, e il crimine, sempre più nero, spietato, volgare. I toni da commedia sono più stemperati, la presenza di Alfredo Filangieri dei suoi amici e della sua famiglia, che dovrebbero alleggerire insomma la tensione della trama sono più sullo sfondo, come le vicissitudini sentimentali della Ravizza (che sembra aver trovato un nuovo amore), questa volta La Battistella, da cadenze più drammatiche e noir al romanzo, ma sicuramente questo fa parte dell’evoluzione della sua scrittura, che porterà nuovi lettori ad avvicinarsi ai suoi romanzi. Insomma se volete leggere un giallo ben scritto, con temi anche attuali e personaggi ben caratterizzati, La bellezza non ti salverà fa per voi. Una nota a margine per la bellissima copertina, molto elegante. Buona lettura.

Francesca Battistella vive sul Lago d’Orta. Ha trascorso quattro anni a testa in giù (Nuova Zelanda) dove ha insegnato lingua italiana e storia contemporanea presso la Auckland University. Attrice di cinema e teatro d’avanguardia negli anni ’70 e ’80, ha alcune grandi passioni: viaggiare, ballare l’hip hop come Michael Jackson, leggere disperatamente e, naturalmente, scrivere. Suoi i fortunati, per critca e pubblico, Re di bastoni, in piedi (2011), selezionato per un adattamento in sceneggiatura cinematografica, La stretta del lupo (2012), dove mette in scena per la prima volta gli esilaranti, e a tratti ironici, personaggi che si ritroveranno poi anche in Il messaggero dell’alba (2014) e in La bellezza non ti salverà (2016).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Vincenza dell’Ufficio Stampa Scrittura & Scritture.

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:: GoodBye Marilyn, Francesco Barilli e Roberta “Sakka” Sacchi (Becco Giallo, 2016) a cura di Elena Romanello

26 novembre 2016
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Quest’anno Marilyn Monroe avrebbe compiuto novant’anni: la sua morte prematura a soli trentasei anni nell’ormai lontano 1962, l’ha resa un’icona senza tempo del cinema, il simbolo di una femminilità mitica, infelice ma nello stesso tempo forte, unica attrice del passato a essere celebrata ancora oggi nell’arte e nella cultura pop.
Su Marilyn si è scritto e detto di tutto: nella graphic novel edita da Becco Giallo Goodbye Marilyn di Francesco Barilli e Sakka si immagina una visione alternativa della sua vita, che non la vuole morta in quel fatale agosto per una probabile overdose di farmaci, ma scomparsa dalle scene e ritiratasi per cinquant’anni.
A distanza di mezzo secolo, un giornalista chiede e ottiene di poterla incontrare e Marilyn gli racconta alcuni episodi della sua vita, realmente accaduti, che raccontano il suo successo ma anche le sue infelicità e il suo disagio dell’essere un simbolo di desiderio e seduzione, da cui non è si liberata nemmeno dopo la scomparsa qui e la morte nella vita reale.
Tra storia alternativa e toni onirici, Goodbye Marilyn è un tributo ad una donna del Secolo breve, la più popolare di tutte, protagonista di un tragico destino, mai del tutto chiarito, che rivive in immagini basate su foto e documenti originali, visti in libri, filmati e mostre.
Curiosa la Marilyn anziana immaginata dalla disegnatrice Sakka, molti nei decenni si sono chiesti su che fine avrebbe fatto Marilyn se non fosse morta, magari sarebbe diventata una protagonista di telefilm come Angela Lansbury, magari si sarebbe occupata di cause sociali come Audrey Hepburn e Brigitte Bardot, o sarebbe scomparsa, come racconta questo fumetto e come ha fatto a suo tempo Greta Garbo. Tutte supposizioni, in ogni caso gli autori omaggiano un mito e una donna in tutte le sue sfaccettature, in una graphic novel da leggere per chi era giovane ai tempi in cui Marilyn fu famosa, ma anche per chi è nato dopo e l’ha scoperta anche solo grazie ad una maglietta o ad un magnete da frigo.
Tra l’altro l’idea del libro è venuta a Stefano Barilli dopo che sua figlia Stefania, di otto anni, gli ha chiesto chi era quella bellissima ragazza vedendo una foto di Marilyn, a testimonianza di quanto Norma Jean Baker, diventata Marilyn Monroe abbia ancora ancora tanto da dire oggi.

Francesco Barilli è scrittore e attivista ed ha partecipato a diverse graphic novel di Becco Giallo, come Ilaria Alpi, Peppino Impastato, Carlo Giuliani e Piazza Fontana, e ad altre iniziative editoriali. Il suo blog è francescobarilli.blogspot.com

Sakka, nome d’arte di Roberta Sacchi, cremonese, ha fatto parte nel 2011 della collettiva Futuro anteriore di Napoli Comicon e ha pubblicato con il Centro collettivo Andrea Pazienza Il sogno del minotauro, Elaïn, Il libro Nuovo – come la Dama e la Tigre risalirono l’ignoto. Ha partecipato ad altre raccolte collettive, per fiere come Lucca Comics and Games ed è una degli insegnanti del Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona.

Source: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa di Becco Giallo, incontrato a Lucca Comics.

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:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Les racines du sang, Natacha Calestrémé (Éditions Albin Michel, 2016)

25 novembre 2016

9782226326096-jOggi vi parlo di un interessante polar che ho avuto modo di leggere in lingua originale, ancora inedito in Italia, di un autrice francese giunta al suo terzo romanzo in patria. Dopo Le testamente des Abeilles (2011), Le voile des apparences (2015) Natacha Calestrémé, sempre per Éditions Albin Michel, ha pubblicato quest’anno Les racines du sang, nuovo romanzo con Yoann Clivel.
Prima di parlarvi del libro vorrei parlarvi un po’ dell’autrice, nome che credo non dirà molto ai lettori italiani. Natacha Calestrémé, giornalista e documentarista molto sensibile ai temi della natura e dell’ecologia, oltre che autrice di romanzi, è nata a Bordeaux nel 1966. E’ membro della Société des Explorateurs Français e del JNE (journalistes écrivains pour la nature et écologie), oltre che autrice di ben 23 film documentari su temi di grande impatto sociale come il riscaldamento globale o il mondo della sanità, che ben dimostrano il suo rigore scientifico, che cerca di mantenere anche nei romanzi, per lo meno nell’ultimo Les racines du sang.
Insomma è un autrice impegnata nel sociale che cerca anche nei suoi romanzi di introdurre temi che facciano riflettere e sensibilizzino i suoi lettori. Il suo impegno è sincero, vissuto in prima persona e già questo basta per renderla simpatica, se si aggiunge anche il fatto che scrive bene, direi che i suoi libri meritano interesse.
Les racines du sang dunque è il suo terzo romanzo con protagonista Yoann Clivel, coraggioso poliziotto alle prese con un caso che coinvolge il mondo della sanità. L’indagine prende l’avvio con la morte di un certo Roger Bural, proprietario di un enorme laboratorio, ucciso in un parcheggio del 13° arrondissement, 102 rue Dunois, in un lago di sangue, sgozzato come un porco. Non è un caso isolato, successivamente vengono uccisi un farmacista e poi un medico.
Sembra che ci sia un serial killer che sgozza le vittime e mette loro sulle labbra dello zucchero e una rosa. Omicidi seriali, o vendetta? Tutti coloro che hanno causato la morte di una donna, morta in seguito alla somministrazione di una medicina sperimentale contro il diabete, medico, farmacista, analisti di laboratorio farmaceutico, che forniva il medicinale, tutti vengono sgozzati con lo stesso sistema e con il particolare dello zucchero che rimanda alla malattia.
Dopo un viaggio in Africa che si rivela inutile dove assiste alla morte per epidemia di Ebola di alcune persone Yoann Clivel ritorna e con l’aiuto dei suoi colleghi e di una giudice riesce finalmente a scoprire il nome dell’ assassino che non è mai sazio di vendetta.
Raccontato in prima persona dalla voce del protagonista, è un thriller psicologico di sicuro impatto, che tocca temi caldi della società e della sanità, con un certi spirito di denuncia, che rispecchia il carattere sanguigno dell’autrice, veramente sensibile a questi temi. Yoann Clivel è un bel personaggio, ben caratterizzato, insomma regge bene in una serie che dovrebbe portare a breve al quarto episodio. Chiudo la recensione con una speranza, che sia presto disponibile in traduzione anche da noi.

Natacha Calestrémé membre de la société des Explorateurs Français, membre des JNE, journaliste et réalisatrice, a démontré sa rigueur scientifique en réalisant 23 films documentaires diffusés en France et à l’étranger. Depuis mars 2016, elle présente « Sur les chemins de la santé » à découvrir sur INREES.TV.
En parallèle, son expertise liée aux sujets « surnaturels » lui a permis de réaliser les Enquêtes Extraordinaires pour M6. Elle a publié plusieurs essais et deux thrillers remarqués, Le Testament des abeilles et Le Voile des apparences, parus chez Albin Michel.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Aurore dell’Ufficio Stampa Michel Albin.

:: La quarta parete, Sorj Chalandon, (Keller editore, 2016) A cura di Viviana Filippini

25 novembre 2016
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Geroges è un giovane pronto a rompere gli schemi andando contro le istituzioni. Lui ama il teatro e condivide la sua passione con Samuel Akunis, un regista greco. I due, si sono conosciuti per caso in un’aula di università e sono i protagonisti de La quarta parete, romanzo di Sorj Chalandon, pubblicato da Keller editore. Georges ha bruciato la cartolina militare per non andare in guerra in Vietnam e, nella Parigi del 1968, ha preso in mano sbarre di ferro per tenere a bada gli studenti fascisti. Samuel ha origini ebraiche ed è fuggito dalla dittatura. La passione viscerale per il teatro è quella che induce i due a diventare inseparabili amici e a pensare di mettere in scena l’Antigone composta nel 1942 da Jeanne Anohuil. Il tutto non più nel teatro, ma fuori, nelle strade di Beirut tra anni Settanta e Ottanta. La proposta è un azzardo perché frantumerebbe la quarta parete che separa gli attori dalla realtà e obbligherebbe le tensioni politiche e belligeranti presenti a Beirut ad un pace forzata per il tempo della messa in scena dello spettacolo. Chi sono gli attori? Di certo, secondo le volontà della coppia Samuel Geroges, non professionisti, ma gente comune delle diverse culture (libanesi, israeliani, sciiti, drusi) in conflitto all’interno di Beirut. La quarta parete di Chlandon è un romanzo nel quale il confine tra l’azione del palcoscenico e la realtà diventa sempre più debole fino alla sua totale scomparsa. Ad un certo punto si ha come la sensazione che il teatro diventi la vita e la vita si trasformi in teatro, perché è come se i personaggi scendessero dal palco e iniziassero a vivere nella quotidianità di ogni giorno quello che avrebbero dovuto mettere in scena durante la messa in scena. Il nuovo lavoro di Chaladon dimostra come l’esperienza della guerra e della distruzione vissute da Georges sulla propria pelle, a Beirut, lo abbiano trasformato in modo irreparabile. Il trauma subìto e il senso di impotenza per non aver provato, ed essere riuscito, a fermare una strage nella quale sono morte persone innocenti, tra le quali bambini e suoi amici, minerà per sempre la sua stabilità mentale. Georges, una volta tornato a casa, a Parigi (siamo negli anni ’80), soffrirà di un costante tormento interiore che lo renderà incapace di ritrovare la pace e l’armonia con la moglie e con la figlia piccola. L’uomo sarà talmente disperato da avere improvvisi e incontrollabili scatti di rabbia e ira che getteranno nel panico lui, la moglie e la figlia. Georges, una volta perso per sempre l’amico Samuel, deciderà di farsi ricoverare in un centro per persone con disturbi mentali, ma una volta uscito, nonostante sembri stare bene, lui lascerà la famiglia e la Francia per portare a termine la messa in scena della tragedia richiestagli da Samuel. E questa volta tutto accadrà nella realtà. La quarta parete di Sorj Chalandon è il dramma di un uomo, Georges, disperato, impotente davanti alla morte e alla devastazione causate dalla guerra. Il protagonista con il suo agire incarna un sentimento universale che molti uomini hanno sperimentato nel corso della storia dell’umanità, a dimostrazione del fatto che il dolore e il male di vivere sono un valore planetario. Traduzione Silvia Turato.

Sorj Chalandon è nato nel 1952. È stato giornalista per Libération prima di passare a Le Canard Enchaîné. I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Le petit Bonzi (2005), Une promesse (2006, PrixMèdicis), Il mio traditore (Mondadori 2009) e La Légende de nos pères (2009) tutti editi in Francia da Gasset. Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi. Per Keller è uscito in Italia Chiederò perdono ai sogni.

Source: Keller editore inviato dall’editore.

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:: Sotto il velo, Takoua Ben Mohamed (Becco giallo, 2016) a cura di Elena Romanello

25 novembre 2016
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Un simbolo di oppressione, di intolleranza, di integralismo, di non voler accettare le leggi e le regole del Paese in cui ci si trova, di sessismo, di sessuofobia, di misoginia: queste sono alcune delle accuse rivolte al velo portato dalle donne di cultura musulmana.
Al di là della complessità di una società multietnica e delle difficoltà del ruolo della donna in una società machista, comunque articolato e complesso, si può cercare di capire qualcosa in più sul perché ci sono donne e ragazze colte e curiose che portano il velo non rinunciando a studio, lavoro e passioni personali sfogliando Sotto il velo di Takoua Ben Mohamed, una serie di vignette che sdrammatizzano stereotipi e luoghi comuni, prima pubblicate dall’autrice singolarmente e adesso raccolte in volume.
Protagonista è una ragazza di oggi, che ama la moda e divertirsi, ma che porta il velo e che nelle vignette racconta pregiudizi, critiche, da quelle degli occidentali che pensano sia una potenziale terrorista a quelle delle connazionali che la vedono troppo moderna, luoghi comuni, battute non proprio intelligenti che si è sentita fare e altre amenità.
Il risultato è esilarante, spassoso ma fa anche riflettere sulle difficoltà del vivere insieme, sul bisogno sempre e comunque di giudicare chi è percepito come diverso, sugli stereotipi a cui sono sottoposte, ovunque, le donne e le ragazze. Ma tra le pagine e le battute, alcune allucinanti (la Musulmania come Paese di provenienza della protagonista è da inquadrare…) emerge una ragazza di oggi, che vuole comunque vivere la sua vita, che vuole viverla in Italia, che vuole portare il velo senza rinunciare a sentirsi carina e alla moda, non rinunciando a divertirsi e perseguire degli obiettivi, in un periodo storico in cui crisi, razzismo e maschilismo sembrano essersi alleati per rendere la vita difficile alle donne che vorrebbero invece affermarsi, anche con un velo in testa.
Sotto il velo racconta la modernità di tante ragazze musulmane, oltre quello che in Occidente sembra una cosa insormontabile, e cioè l’obbligo a vestirsi in un certo modo (che poi ci sono tanti tipi di veli, come ci racconta l’autrice). Senz’altro è un libro in cui molte coetanee e compagne di religione di Takoua apprezzeranno, ma va letto anche dagli occidentali, da chi crede che il fumetto e le arti possono aiutare il dialogo e aprire nuovi orizzonti. Un libro per le donne di tutte le età e non solo, che usa lo strumento delle vignette, da sempre efficace, per raccontare, prendere in giro e far riflettere sull’oggi.

Takoua Ben Mohamed, Nata a Douz in Tunisia nel 1991, cresciuta a Roma, graphic journalist e sceneggiatrice, disegna e scrive storie vere a fumetti su tematiche sociali per la promozione del dialogo interculturale ed interreligioso. Diplomata all’Accademia di cinema d’animazione Nemo Academy of Digital Arts, di Firenze, studia giornalismo a Roma, autrice del catalogo Woman story, ha fondato l’associazione Il fumetto intercultura all’età di 14 anni. Ha ricevuto molti riconoscimenti tra i quali quello della Comunità tunisina a Roma e e quello della Repubblica Italiana, il Premio Prato Città Aperta; il Premio Speciale Moneygram Award 2016. Ha collaborato con Village Universel, Italianipiù e collabora con la redazione Rete Near Antidiscriminazione dell’Unar, Riccio Capriccio, Ana Lehti (Finlandia) e la produzione Fargo Enterainment.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di Becco Giallo, incontrato a Lucca Comics

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:: Sporcizia, stupore e una pioggia di morte, Tommaso Galligani (Galassia arte, 2016), a cura di Micol Borzatta

23 novembre 2016

imagesFrancesco Caschi è un ricercatore universitario, appassionato di letteratura, specialmente se tratta di occulto o fantascientifica. Per questo, appena sente parlare dell’esistenza di un libro che contiene svariati racconti reali relativi a patti demoniaci, alieni, cacce all’uomo, decide che quel volume deve assolutamente essere suo.
Un manoscritto pulp che però fa gola a molte persone e Francesco purtroppo non è l’unico a conoscerne l’esistenza.
Inizia così un viaggio allucinante che porterà Francesco ad avere a che fare con la malavita, politici e partecipare anche a festini molto particolari.
Romanzo molto particolare, in perfetto stile Galligani, che crea un libro dentro al libro, portando il lettore in un mondo allucinogeno, ma anche reale.
Ogni racconto presentato, infatti, parte da un fatto reale che si può sentire quotidianamente accendendo la TV o la radio e viene sviluppato secondo la migliore scuola pulp stile Tarantino.
Lo stile narrativo è molto duro e crudo, in cui gli eventi vengono esasperati e portati all’eccesso, dove viene dato il peso maggiore alla violenza.
Secondo volume di una trilogia dedicata alla decadenza della società, Galligani sembra non voler tralasciare nemmeno il più piccolo e fetido particolare della rovina che il mondo sta vivendo.
Con un ritmo molto angosciante il lettore vivrà, per tutta la durata della lettura, in uno stato di terrore e orrore, dove un senso di claustrofobia stringerà il suo animo in una morsa gli ricorderà che purtroppo alla base di ogni storia c’è la realtà che viviamo quotidianamente, e la violenza è reale.

Tommaso Galligani nasce nel 1979.
Dopo essersi laureato in Giurisprudenza con una tesi in Storia del diritto penale, ha preso un master in Giornalismo.
Attualmente vive a Firenze dove scrive per l’Ansa.
Nel 2016 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Ricordami che devo ammazzarti. Sporcizia, stupore e una pioggia di morte è il suo secondo romanzo.

Source: ebook inviato dall’ autore.

:: Jerry Frost, Francis Scott Fitzgerald – cura e traduzione di Nicola Manuppelli (Aliberti compagnia editoriale, collana Colibrì, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

19 novembre 2016
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Al nome di Francis Scott Fitzgerald solitamente vengono associati grandi titoli come “Belli e Dannati”, “Tenera è la notte”, “Racconti dell’età del jazz” e in primis, soprattutto dopo l’ultimo successo cinematografico, “Il grande Gasby”. Invece, Aliberti compagnia editoriale ha deciso di recuperare per il suo pubblico una perla pressoché sconosciuta in Italia e che dal 4 novembre potete trovare sullo scaffale della vostra libreria preferita: “Jerry Frost”.
Si tratta di una commedia in tre atti pubblicata nel 1923 con il titolo  “The vegetable or From President to Postman”; il protagonista, Jerry, è un uomo qualunque che sognava di diventare presidente degli Stati Uniti d’America oppure un postino e che, invece, nella vita lavora infelicemente per le ferrovie.

“Cli-in-ng! Cli-in-ng! Cli-in-ng! Campanello di casa! Poi la porta si spalanca, e una dozzina di uomini corrono nella stanza. In testa c’è il signor Jones, un politico.

SIGNOR JONES: (avvicinandosi a Jerry) Lei è il signor Jeremiah Frost?
JERRY: (terrorizzato) Sì.
SIGNOR JONES: Sono il signor Jones, il noto politico. Sono stato incaricato di comunicarle che alla prima votazione le è stata conferita all’unanimità la nomination repubblicana per diventare Presidente degli Stati Uniti.

Applausi scatenati provenienti da dentro e fuori, e di nuovo il battere della grancassa. Jerry stringe la mano al signor Jones, ma Pesce, seduto in silenzio, non si cura di quanto sta accadendo; pare non vedere né sentire la scena che gli si sta svolgendo davanti.

JERRY: (al signor Jones): Perbacco! Pensavo che fosse un ispettore fiscale.

In mezzo a una raffica ancora più forte di ovazioni, Jerry viene sollevato in spalla dalla folla e trasportato con entusiasmo fuori dalla porta. “ (pag. 60)

Jerry Frost è considerato dalla sua famiglia un uomo incompetente e mediocre e lo è per davvero; per questo quando immagina di essere diventato il presidente del Paese più potente del mondo, lo scenario diviene ridicolo e surreale. Infatti, Jerry non è in grado di governare, perde tempo in frivolezze, si fa ingannare e rende Ministro del tesoro suo padre Dada, un vecchio sordo, pazzo e malamente fissato con la Bibbia. Dietro gag inverosimili e divertenti, si nasconde l’amarezza di una critica sociale acuta e brillante; l’autore mette alla berlina il presidente, l’esercito, le alleanze e ogni gioco di potere, mostrando in modo grottesco il teatro della politica e tutti i pericoli che in esso vanno in scena. In queste pagine viene deriso in particolar modo il carattere puritano della società americana, la necessità di apparire sempre ben educati, puliti dentro ma soprattutto fuori, l’ambizione a coprire un ruolo rispettoso nella vita cittadina, l’aspirazione a un buon matrimonio, insomma, questa commedia canzona tutti i dictat della più provinciale mentalità americana. L’ultimo atto, però, è più positivo e ci ricorda di non dare per scontati gli affetti e che ognuno può trovare il suo vero posto nel mondo se solo riesce ad essere sé stesso, anche se un semplice postino.
Sebbene Fitzgerald scriva durante gli anni ’20, le riflessioni che propone rimangono estremamente attuali perché leggere questo testo teatrale dopo le recenti elezioni presidenziali degli U.S. A., a dire la verità, è totalmente suggestivo e fa paura. Forse l’autore, tra i più stimati della letteratura americana, non immaginava che le sue parole potessero un giorno trovare totale riscontro nella realtà, visto chi è oggi l’inquilino della Casa Bianca. Traduzione di Nicola Manuppelli.

Francis Scott Fitzgerald: (Saint Paul, 1896- Hollywood 1940) Viene considerato il più importante scrittore della cosiddetta “Età del jazz” e tra i giganti della letteratura americana. Alcune delle sue opere, come “Belli e Dannati”, “Il grande Gasby” e “Tenera è la notte”, oggi sono longseller e regalano al lettore un affresco vivo della società americana tra le due grandi guerre mondiali.

Nicola Manuppelli è nato a Vizzolo Predabissi nel 1977. Scrive, traduce, cura, scopre e “importa” autori americani e irlandesi (fra i quali Andre Dubus, Charles Baxter, Jane Urquhart, Roger Rosenblatt, A.B. Guthrie, Sara Taylor, Gina Berriault). Collabora, fra gli altri, con Mattioli, Minimum Fax, Nutrimenti, Fazi, Clichy, Aliberti.
Suoi articoli sono apparsi su Chicago Quarterly, Numéro, D di Repubblica, Satisfiction, Il Primo Amore, Wuz.
Diversi suoi racconti sono inseriti in antologie italiane e americane. Esordisce come romanziere nel 2014 con “Bowling” (Barney Edizioni). Dello stesso anno la prima biografia italiana di Alice Munro, “La fessura”, pubblicata da Barbera Editore.
È il biografo ufficiale dello scrittore americano Chuck Kinder.

Source: ebook inviato dalla casa editrice al recensore. Si ringrazia Lucrezia dell’ Ufficio Stampa Aliberti Compagnia Editoriale

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Guida alla letteratura fantastica, a cura di Claudio Asciuti, (Odoya, 2016) a cura di Elena Romanello

19 novembre 2016
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La casa editrice Odoya sta dedicando vari volumi ad aspetti del fantastico, seguendo l’esempio di iniziative analoghe all’estero: tra gli altri spicca la poderosa Guida alla letteratura fantastica, un lavoro a più mani supervisionato da Claudio Asciuti.
Il libro esamina il fantastico, o meglio quello che va sotto il nome di fantasy con un approccio non cronologico ma tematico, incrociando narrativa alta e popolare, senza dimenticare cinema, fumetti, serie tv, per raccontare una storia che dura da millenni e che non può essere certo esaurita in poche battute o come storielle per ragazzini, per come è presente sotto tutte le latitudini e per le storie a cui ha dato vita.
Un libro in cui ci si immerge volentieri, da leggere pagina per pagina o anche saltando da una parte all’altra, seguendo i propri percorsi di interesse personale, un po’ come avveniva per chi era ragazzo negli anni Ottanta con la monumentale antologia per le superiori Il materiale e l’immaginario, a cui questa guida si ispira in maniera che non sembra casuale ma che la rende quindi ancora più interessante, colta e da scoprire.
La fantasia non ha limiti, scriveva Michael Ende ne La storia infinita e nelle pagine del libro si scoprono mille suggestioni, tra esseri non umani, partendo da come erano visti nell’antichità, dove sono nati tutti gli archetipi del fantastico che seguiamo ancora oggi, viaggi iniziatici, storie di formazione, regni in guerra, cavalieri, eroi, animali fantastici, oggetti magici,il tutto mescolato in un insieme da cui diventa difficile stare lontani, sia se si è appassionati e curiosi.
Dentro c’è tutto e il contrario di tutto, Omero, Virgilio, Ariosto, Tasso, ma anche Martin, Tolkien, Conan il barbaro, Lovecraft, Terry Brooks, i fumetti di Wonder Woman e di Fables, perché tutto questo è fantastico, e il fatto che alla fine si continuino a rivisitare all’infinito archetipi di millenni la dice lunga su come certe cose siano insite nell’animo umano.
Il libro è arricchito da una copertina ricca di strilli sugli argomenti trattati all’interno (solo una piccola parte) e da varie immagini, con copertine, illustrazioni anche d’epoca, quadri, incisioni, locandine, per avere un’idea ancora più ampia di quanto il fantastico è presente ovunque.
Guida alla letteratura fantastica è un libro da avere per gli appassionati di fantasy, ma anche per chi è curioso e vuole saperne di più su un genere che ormai non è più solo una moda, o se è tale dura da un po’ troppi secoli. Un libro tra l’altro da consigliare a nostalgici e fan di lungo corso, ma anche ai neofiti, a chi ha scoperto il fantasy grazie ad Harry Potter e a Il signore degli anelli. Un libro da divorare o gustare a piccoli morsi, in cui si ritrovano vecchi amici e amiche, se ne scoprono di nuovi e magari si capisce che il fantasy affascinava già quando da ragazzini si leggevano a scuola le peripezie di Ulisse contro Polifemo o di Astolfo sull’ippogrifo per ritrovare il senno di Orlando.

Claudio Asciuti è nato nel 1956 e vive a lavora a Genova come insegnante. Si occupa da decenni di fantastico, ha pubblicato varie opere come La valle dell’eclissi nella collana Urania della Mondadori e Dolce autunno a Morutri per Tabula Fati e ha collaborato alla Guida alla letteratura di fantascienza uscito per Odoya. Il libro ha poi i contributi di Claudio Amerigo, Adalberto Cersosimo, Davide Costa, Andrea del Ponte, Paolo di Francesco, Oskar Felix Drago, Domenico Gallo, Giacomo Gustolisi, Franco Piccinini.

Provenienza: acquisto personale.

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:: Solo per sempre tua, Louise O’Neill (Il Castoro, 2016) a cura di Elena Romanello

19 novembre 2016
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La Hot Spot, nuova linea dell’editrice Castoro che propone romanzi per adolescenti, presenta Solo per sempre tua, distopia fantascientifica con cui l’irlandese Louise O’Neill si è posta alla ribalta internazionale.
In un futuro post catastrofe, solo suggerita ma che ha comportato una riduzione delle terre asciutte, le donne vengono clonate in laboratorio e educate ad essere belle, sexy, gentili, socievoli e sottomesse all’uomo. In maniera naturale è possibile solo avere figli maschi, e il ruolo di queste ragazze, cresciute in specie di collegi, è quello o di diventare le mogli di uomini più o meno potenti, o le loro prostitute o di essere sterilizzate e rapate a zero e trasformate nelle insegnanti di questa genia di creature da laboratorio. C’è poi un altro destino, terribile, di cui non si parla mai e che tocca chi disubbidisce alle regole, innamorandosi, manifestando desideri omosessuali o un suo comportamento autonomo.
freida e isabel, i cui nomi sono volutamente scritti con la minuscola per ribadire il loro essere oggetti, sono ragazze all’ultimo anno prima della celebrazione che stabilirà il loro destino, in quella che era l’Europa, amiche in un microcosmo di invidie e critiche ai chili di troppo, ai difetti caratteriali e fisici. Due personaggi che potrebbero essere cloni delle altre ma non solo, che in un mondo senza pietà e senza spazio per loro cercano di avere dei sentimenti, dei sogni, delle aspirazioni, costi quello che costi.
La distopia è tornata molto di moda nella fantascienza, soprattutto in quella rivolta agli adolescenti, per motivi legati anche al mondo in cui ci troviamo, ma spesso sono stati privilegiati storie d’azione, basti pensare ad Hunger Games. Qui il racconto è interiore, in un universo del futuro che ha negato ogni diritto alle donne e ne ha fatto meri oggetti in relazione all’uomo e la ribellione di freida e isabel sarà per questo motivo ancora più dura e tragica di quella di Katniss, in un mondo in cui nessuno vuole che niente cambi.
Si possono vedere tra le righe echi dei romanzi di Margaret Atwood, soprattutto de Il racconto dell’ancella, che descriveva un microcosmo molto simile, ma anche di Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro per l’analogo mondo senza speranza, e nei capitoli di L’atlante delle nuvole di David Mitchell sulle ragazze clone nella Corea del futuro, che hanno molto in comune con freida e le sue sorelle di sventura.
Però Solo per sempre tua possiede una grande forza narrativa e evocativa, una carica di critica femminista a stereotipi presenti nella nostra società: non esistono certi le fabbriche di cloni, ma gli imperativi di essere bella, desiderabile, sottomessa, accomodante, pronta al sacrificio ci sono eccome ancora oggi, ribaditi anche da alcuni romanzetti rivolti alle ragazze a cui questo libro offre un ottimo antidoto. Presto Solo per sempre tua diventerà un film, ma intanto il libro è da leggere, a qualsiasi età, soprattutto se si è donne, in una società in cui prosperano femminicidi e vergognose campagne che mettono a pagamento i contraccettivi.

Louise O’Neill è nata a Cork, in Irlanda. Ha studiato Letteratura inglese al Trinity College di Dublino e ha lavorato negli Stati Uniti al mensile di moda «Elle». Mentre si trovava a New York, ha partecipato come assistente stylist a molte importanti campagne. Attualmente lavora come giornalista freelance per una serie di giornali e riviste irlandesi, occupandosi di questioni femministe, ma anche di moda e cultura pop.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia Paola Malgrati dell’ufficio stampa.

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:: Daphne, Tatiana de Rosnay, (Neri Pozza, 2016), a cura di Viviana Filippini

18 novembre 2016
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“Il bambino che ha il destino di essere scrittore è aperto a tutti i venti”.

Daphne è l’appassionante biografia su Daphne du Maurier, scritta da Tatiana de Rosnay, pubblicata da Neri Pozza. L’autrice inizia a raccontare dal suo presente, nel maggio del 2013, quando si trova davanti a Myfair, un luogo molto importante, in quanto nell’imponente sobria casa che le sta davanti, il 13 maggio del 1907 nacque Daphne du Maurier, figlia di Gerald (attore di teatro) e di Mariel Beaumont. Da qui partono diversi flashback grazie ai quali il lettore è trascinato nella Londra di inizio del ‘900, a Parigi e in Cornovaglia, per scoprire che Daphne, non solo è figlia di uno dei più importanti attori del periodo, ma lei ha radici francesi, in quanto suo nonno Kiki (Geroge du Maurier) fu un famoso romanziere e pittore vissuto in Francia nell’Ottocento. Daphne è una biografia che si legge come un romanzo, perché la de Rosnay ripercorre non solo la dimensione della vita letteraria della du Maurirer, ma si addentra nella sua dimensione più intima, privata, con il fine di dimostrarci quanto il vissuto personale di Daphne sia stato per lei una importante fonte di ispirazione.  Tra le diverse persone che ebbero una certa influenza nella vita di Daphne di certo ci fu il padre Gerald. Un uomo per il quale la protagonista dimostrò sempre una forma di venerazione, tanto è vero che per Daphne i momenti passati con il papà a Cannon Hall (loro residenza) furono importanti attimi di affetto padre figlia, ma anche di introduzione alle gioie e ai dolori della vita per la piccola futura scrittrice. L’altra persona molto importante fu Fernande Yvon, la sua istitutrice francese. Daphne, ad un certo punto della sua vita, deciderà di andare in Francia per conoscere meglio le proprie origini e sarà proprio a Fernande che farà leggere i suoi scritti. Tra le righe si percepisce che l’affetto di Daphne per la sua istitutrice è un sentimento che va ben oltre l’amicizia e la protagonista vive nel costante terrore che questa sua passione venga percepita, non tanto dalla Yvon, ma da chi le gravita attorno. In questa situazione ci si accorge che a prevalere è la parte maschile dell’io di Daphne, quella metà più passionale che lei poi, mise a tacere quando trovò nuova stabilità emotiva affettiva con Frederick Browning, suo fidanzato, marito e padre dei loro tre figli (due femmine e un maschio). La biografia scritta dalla de Rosnay è un viaggio avventuroso nell’esistenza di una donna forte e indipendente, che ha dimostrato di saper andare avanti da sola a crescere i figli, quando il marito militare finì a lavorare per la Regina d’Inghilterra. Daphne soffrì poco di questa separazione, perché fu in questa ritrovata solitudine e nella pace della Cornovaglia (Menabilly fu il suo locus amenus), dove c’erano i figli a farle da compagnia, che la scrittrice ebbe come forza motrice del vivere la scrittura. Lo scrivere è la linfa vitale della du Maurier, un’eredità ricevuta in dono dal nonno Kiki direi, che le permise di sfornare best seller, di successo letterario e cinematografico (suoi sono i testi dai quali Hitchcock trasse Rebecca la prima moglie e l’inquietante Gli Ucceli). Daphne di Tatiana del Rosnay è un ritratto deciso e limpido di Daphne du Maurier, una donna che ha sempre vissuto dimostrando di essere libera e autonoma e che, allo stesso tempo, ha amato ed è stata riamata dalle persone, dalla vita e dalla scrittura. Traduzione Alberto Folin.

Tatiana de Rosnay è nata nel 1961 a Neuillysur-Seine, Tatiana de Rosnay è di origine inglese, francese e russa. Laureata in letteratura inglese presso l’università di East Anglia, a Norwich, dal 1992 ha pubblicato otto romanzi, tra cui La chiave di Sara, Segreti di famiglia, Daphne. Collabora con la rivista Elle. Vive a Parigi con il marito e i due figli.

Suorce: ufficio stampa Neri Pozza. Grazie a Daniela Pagani.

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:: L’uomo che inseguiva i desideri, Patrick Phaedra, (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2016
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Arthur Pepper ha perso da ormai un anno l’adorata moglie Miriam e decide di riordinare le sue cose, anche per svariare un po’ le sue giornate monotone e tristi. Tra gli altri oggetti trova un braccialetto che lo lascia perplesso visto che Miriam non portava gioielli, di fattura preziosa, con numerosi ciondoli a forma di tigre, fiore, elefante, libro e altri piccoli oggetti, ognuno che sembra simboleggiare qualcosa.
Su uno di questi è inciso un numero di telefono, dell’India, e Arthur non può fare a meno di chiamarlo, iniziando un viaggio che lo porterà lontano dal paesino inglese in cui si è chiuso, tra lo stupore dei figli e della vicina Bernadette, a scoprire il passato di una moglie che è stata governante in India, artista, modella tra Londra, Parigi e Goa.
Non è il primo libro che parla della cosiddetta terza età, che ha tra gli altri inconvenienti il veder morire affetti e amori, ma L’uomo che inseguiva i desideri si distingue innanzitutto per l’ottimo espediente narrativo di far partire il tutto da un oggetto simbolico, nascosto da anni in un cassetto ma capace di raccontare la storia di una vita, aspetti di una persona amata che non si conoscevano e che non rovineranno comunque il ricordo e l’amore che Arthur ha per sua moglie, tra situazioni commoventi e momenti veramente da rotolare dalle risate, telefonate intercontinentali e incontri ravvicinati con tigri domestiche ma pronte a tirare fuori un po’ di ferocia repressa. Del resto, spesso si sottovaluta l’importanza degli oggetti come evocatori di situazioni e storie del passato, anche se lo stesso Proust aveva già visto questo: con altri toni anche questa è una ricerca del tempo perduto, di un tempo mai conosciuto di una persona amata, e forse per questo ancora più affascinante.
Il tema dell’elaborazione del lutto è centrale nel libro, ma la cosa interessante è che non è raccontato in termini pietisti e tristi, ma come una ricerca, un inno alla vita e al reinventarsi, un invito a godere di nuove possibilità e inizi a qualsiasi età, in barba agli stereotipi sugli anziani e all’impossibilità di poter cambiare la propria vita. In fondo scoprire che persona era Miriam diventa una nuova ragione di vita per Arthur.
Una storia anche che rilegge l’archetipo del viaggio come strumento di conoscenza degli altri, in questo caso Miriam così diversa da giovane dalla donna che poi è invecchiata con Arthur, ma anche di riscoperta di se stessi da parte di un anziano abitudinario, abituato da anni a fare sempre le stesse cose, che parte alla fine verso l’ignoto, con non certo la predisposizione a viaggiare, con peripezie in jeans, sandali e zaietto.
Un libro per tutte le età, comunque, che vuole ricordare che là fuori c’è sempre una possibilità nuova per incominciare di nuovo, che mette insieme la provincia inglese di oggi con ricordi della Swinging London degli anni Sessanta, ormai cinquant’anni fa, e della Parigi artistica, senza cadere in stereotipi ma ricordando momenti lontani vissuti da giovani che volevano cambiare il mondo con il rock e la minigonna e che oggi sono gli anziani che si vedono in giro.

Phaedra Patrick ha lavorato come artista del vetro, come organizzatrice di festival cinematografici e come responsabile della comunicazione. Vive a Saddleworth, nel Nord dell’Inghilterra, con il marito e il figlio. L’uomo che inseguiva i desideri è il suo primo romanzo.

Source: inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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