Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La principessa sbagliata, Ester Trasforini (Gainsworth editore, 2016) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2016
vb

Clicca sulla cover per l’acquisto

In una foresta impenetrabile c’è una torre in cui un drago tiene prigioniera una bella principessa. Il re suo padre ha promesso una ricompensa a chi la libererà, in molti prodi cavalieri hanno già tentato l’impresa, fallendo: si fa avanti la boscaiola Gemma, che ha tanto bisogno di quei soldi per migliorare la sua vita, ma quello che troverà nella torre sarà molto diverso da quello che pensava e sarà l’inizio di un’avventura trascinante e fuori dagli schemi…
Oggi si parla molto di stereotipi di genere che bisogna superare, di nuove storie che bisogna raccontare soprattutto ai suoi giovani: Ester Trasforini debutta nella letteratura con questo romanzo fiabesco e irriverente, un fantasy che si rifà alle fiabe classiche e alla tradizione di leggende sui draghi, animali che da tempo sono stati rivalutati, con una storia piacevole per tutte le età.
Perché le principesse possono essere molto diverse da quello che si pensava, così come i draghi, e anche i salvatori possono essere salvatrici e non certo di sangue blu, e nelle foreste si possono incontrare tante creature insolite e fuori dalle righe, come uno zombie spaventapasseri in cerca anche lui di una sua identità.
Non è la prima volta che il fantastico in tutte le sue forme parla di ruoli e di eroine, anzi a fantaascienza e fantasy dobbiamo tutta una serie di protagoniste interessanti, guerriere, maghe e regine con grande potere, che hanno portato linfa nuova e suberato tanti stereotipi, molto più che in altri generi. Qui però si va oltre, si crea un’eroina per caso, anzi una protagonista in cerca solo di un guadagno facile, perché nel fantastico spesso si dimenticano gli aspetti pratici della vita, tipo guadagnarsi il pane, cosa comune però sotto tutte le latitudini e in tutti i mondi.
Nelle pagine de La principessa sbagliata c’è anche una forte componente umoristica, non così presente di solito nel fantasy, anche se Gainsworth sembra interessato anche a dar voce a questo filone del fantastico, che sdrammatizza grandi avventure e eroi in tutte le forme, raccontando che ci sono mille strade per vivere avventure e alla fine arrivare all’happy ending da fiaba, andando anche oltre ruoli e abiti che si indossano.
La principessa sbagliata è un romanzo per ragazzi e ragazze, ma anche per adulti, soprattutto per chi negli anni si è stufata di principesse sempre in attesa di principi azzurri che le salvassero. Perché nella vita reale, si sa, ci si salva da soli o con l’aiuto non di principi ma di persone un po’ più reali, come la boscaiola Gemma.

Ester Trasforini, ferrarese, classe 1990, si è occupata di tematiche sociali e adolescenziali a partire dalla sua esperienza nel servizio civile, ma le sue passioni sono i libri e l’animazione. Ha scritto diversi racconti, come Coengen e Il colore della guerra, La principessa sbagliata è il suo primo romanzo e molto probabilmente non sarà l’ultimo. La si può trovare su Facebook sotto Le storie di Ester Trasforini o è contattabile via mail a principessasbagliata@gmail.com

Provenienza: acquisto dell’articolista da Gainsworth editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il buio dentro, Antonio Lanzetta (La Corte editore, 2016) a cura di Elena Romanello

3 dicembre 2016
ilb

Clicca sulla cover per l’acquisto

In una zona fuori da un centro abitato in montagna viene ritrovato il corpo di una ragazza, appeso ad un vecchio salice bianco, legato con filo spinato all’albero. La testa, tagliata, è a parte, sulle radici, e sembra osservare Damiano Valente, accorso sul posto per motivi lavorativi.
Damiano Valente è infatti lo Sciacallo, uno scrittore famoso ma schivo, che nei suoi libri ricostruisce i fatti di cronaca nera più clamorosi: nessuno conosce il suo aspetto, lui diserta volutamente talk show e social, anche perché si trova un volto deturpato da cicatrici e una gamba spezzata e preferisce agire e cercare nell’ombra.
Stavolta però quel corpo e quell’efferrato omicidio gli ricorda qualcosa di personale, la morte della sua amica Claudia, trent’anni prima, nel 1985, quando era un ragazzino, con amici, sogni, la passione per la corsa e tanti progetti andati in frantumi dopo quel fatto, che ha continuato ad ossessionarlo tanto da spingerlo a fare il lavoro che svolge.
Damiano non è solo nella sua ricerca, perché ritrova i due amici da allora, Stefano e Flavio, invecchiati e disillusi anche loro, ma desideroso di scoprire la verità, rivivendo quella folle estate che li cambiati per sempre.
Il cold case, il caso irrisolto che viene riaperto dopo anni, risulta essere molto amato da alcuni anni a questa parte, complice anche l’omonima e ormai conclusa serie tv, ma soprattutto le nuove tecniche di indagine moderna che possono effettivamente aprire vecchi casi. Qui però, più che con investigazioni scientifiche, ci si trova a dover fare i conti con il tema della memoria e del rimpianto, con cose mai risolte e tragedie che segnano e distruggono vite, anche di chi resta e deve sopravvivere senza poter più vivere, come capita a Damiano, antieroe in cerca sempre e comunque di una soluzione nei suoi libri a crimini e omicidi, per compensare quello che per lui è rimasto irrisolto.
Nelle pagine di questa storia italianissima ma universale, ci sono echi più che di Thomas Harris di Stephen King, soprattutto di It e di Stand by me, in questo alternarsi tra un passato perduto, legato ad un’età di innocenza e incoscienza persa per sempre e un presente di rimpianto ma in cui ricercare la verità può essere l’unica possibilità di riscatto, non per risolvere un dramma irrisolvibile, ma per scoprire almeno il perché di certi fatti e evitare che accadano di nuovo.
Un thriller e un viaggio nell’animo umano, tra le illusioni dell’essere giovani e le delusioni dell’essere adulto, ma anche tra il voler ricordare quello che si è stati, malgrado tutto, e il voler dare una conclusione ad un qualcosa rimasto aperto come una ferita. Che non si risanerà, ma almeno forse si potrà voltare pagina.

Antonio Lanzetta è nato a Salerno e ha pubblicato per La Corte i due fantascientifici Warrior e Revolution.
Nel 2015 ha scritto invece il racconto thriller Nella pioggia, finalista al premio Gran Giallo di Cattolica e arrivato al primo posto della classifica dei racconti più venduti su ebook. Con Il buio dentro continua a esplorare il thriller e le sue infinite sfumature.

Source: acquisto dell’articolista da La Corte editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il consolatore, Jostein Gaarder (Longanesi, 2016)

3 dicembre 2016
tra

Clicca sulla cover per l’acquisto

I primi mesi in cui abitai a Oslo vissi da hippie. Te l’ho già accennato. Fu in quell’ambiente che conobbi Marianne e Sverre, e pure Jon- Jon, che a parte Pelle forse è stato l’unico vero amico che abbia mai avuto, anche se per un periodo molto limitato, qualche settima, o un mese.

Libro molto particolare questo, Il consolatore (Dukkeføreren, 2016) di Jostein Gaarder, edito nella collana La Gaja scienza di Longanesi, e tradotto da Ingrid Basso. Delicato e poetico, con tutta la luce introspettiva dei paesi nordici ci parla di solitudine, del senso della vita, e di un età non più verde, ma ancora sensibile ai sentimenti e alla bellezza di tramandare, tramite le parole, mondi forse inventati, ma vividissimi. Jakop, protagonista e voce narrante del romanzo, è un sessantenne ex ricercatore dell’Università di Oslo, studioso di linguistica. Aveva una moglie in un’ altra vita, Reidun, da cui ha divorziato, una vecchia Corolla, (il veicolo quasi completamente arrugginito era un misero ricordo di una convivenza, di un matrimonio), un amore viscerale per l’etimologia, la fonetica, e la linguistica, e un hobby singolare, eccentrico sarebbe meglio dire, partecipare ai funerali di gente sconosciuta, come ospite marginale, intrufolandosi con consumata disinvoltura e consolare i parenti e amici con racconti e aneddoti sulla vita del defunto, filtrati dalla sua profonda sensibilità e fantasia. Erik Lundin, Andrine Siggerud, Runar Friele, Grethe Cecilie, e è proprio a questo funerale che incontra Agnes… Con grande leggerezza e dolcezza Jostein Gaarder ci parla della vita che scorre, di cosa diventiamo dopo gli anni che passano, del senso della vita, dell’amore e della morte, e seppure si salti da un funerale all’altro, la malinconia non diventa mai disperazione, la tristezza, sconforto. Una sottile ironia stempera la drammaticità delle pagine, intrise di un senso di meraviglia e di stupore per cosa la vita sa ancora regalare. Il suo partecipare a questi funerali, non ha niente di malsano o sgradevole, ma si trasforma quasi come un tentativo di restare in contatto con le generazioni che seguiranno, che spesso trova invecchiate da funerale a funerale. E la Norvegia, sullo sfondo, un certo orgoglio di essere norvegese, (portiamo sempre i cambi in auto, noi siamo norvegesi) e un attaccamento per la sua lingua, le sue parole, i suoni che nascono e si trasformano cambiando di senso e intensità. Una lingua in movimento che fa da filo conduttore a tutto il libro. Singolare.

Jostein Gaarder, nato a Oslo nel 1952, dopo aver studiato filosofia, teologia e letteratura ha insegnato filosofia per dieci anni. Ha esordito come scrittore nel 1986, e ben presto è diventato uno degli autori più noti del suo Paese. Con Il mondo di Sofia ha raggiunto il successo internazionale. Apparso in Norvegia nel 1991, il romanzo ha occupato per molto tempo i primi posti nelle classifiche dei bestseller in Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti e naturalmente in Italia, dove ha conquistato il Premio Bancarella 1995. Presso Salani sono apparsi C’è nessuno?, Che cosa c’è dietro le stelle? e, scritto con Klaus Hagerup, Lilli de Libris e la biblioteca magica. Longanesi ha in catalogo anche altri suoi romanzi, tra cui La ragazza delle arance, che ha venduto oltre 200.000 copie, e Il mondo di Anna.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: È solo una storia d’amore, Anna Premoli (Newton Compton, 2016)

2 dicembre 2016
e

Clicca sulla cover per l’acquisto

Non leggo molti romanzi rosa.
Da ragazzina leggevo prevalentemente romanzi storici, e ora da adulta preferisco senz’altro il thriller e il noir. Comunque l’editore me l’ha inviato a sorpresa per cui ho deciso di leggerlo. Ci ho messo tempo, leggendo qualche pagina alla sera prima di dormire, ma sono arrivata alla fine.
La Premoli devo dire mi è simpatica, ho letto molte critiche ferocissime, specie quando ha vinto il Bancarella, e mi chiedevo in quale maniera fosse così pessima, o comunque molto peggio di tanti altri scrittori. Dalla mia modesta esperienza (è il suo primo e unico libro che leggo) ha un modo di scrivere molto rilassante, un certo schiacciare l’occhio alle lettrici in segno di intesa (sì, si rivolge a un pubblico prettamente femminile) e la storia di per sé è molto divertente. Almeno lo è per me che come vi ho detto non leggo di prevalenza romanzi rosa.
Non mi sogno di denigrare chi lo fa, ma insomma ho altri gusti almeno da lettore. Perché vi dirò leggendolo mi è venuta un’ insana voglia di scriverne uno.
Comunque sto divagando, torniamo al libro. Un uomo, un premio Pulitzer, fascinoso e tormentato, in crisi di ispirazione (che odia il rosa), si innamora proprio di un’ autrice di romanzi rosa. Il tutto scorre a capitoli alterni, dalla parte di lui, dalla parte di lei. Più una storia parallela tra Norman l’agente di entrambi gli scrittori e Alex, la sorella di lui (la Premoli ha promesso che seguirà questo filone in un prossimo libro, non specificando sui tempi).
Insomma la Premoli più che il rosa (comunque la storia d’amore c’è, anche se un romanzo rosa non è solo una storia d’amore) segue il filone dei romanzi umoristici anni ’50, non raggiungendo le vette di Anita Loos e il suo “Gli uomini preferiscono le bionde“, ma insomma se la cava egregiamente. I due protagonisti assieme funzionano, e tra tutte le scene quella del primo bacio mi ha divertito molto, affatto banale. Insomma se volete leggere un libro poco impegnativo, con classico lieto fine e qualche riflessione sulla letteratura femminile e l’emancipazione sessuale della donna, la lettura che fa per voi.

Anna Premoli, è nata nel 1980 in Croazia, vive a Milano dove si è laureata alla Bocconi. Ha lavorato alla J.P. Morgan e, dal 2004, al Private Banking di una banca privata. La scrittura è arrivata per caso, come “metodo antistress” durante la prima gravidanza. Ti prego lasciati odiare è stato il libro fenomeno del 2013. Per mesi ai primi posti nella classifica, con i diritti cinematografici opzionati dalla Colorado Film, ha vinto il Premio Bancarella ed è stato tradotto in diversi Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche Come inciampare nel principe azzurro, Finché amore non ci separi, Tutti i difetti che amo di te, Un giorno perfetto per innamorarsi, L’amore non è mai una cosa semplice e L’importanza di chiamarti amore.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La regina rossa, Sara Di Furia (La corte editore, 2016) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2016
la

Clicca sulla cover per l’acquisto

Siamo nell’Inghilterra di metà Ottocento, sotto il lungo e emblematico regno della regina Vittoria: la piccola Christianne viene adottata dalla nobile famiglia Klein. Siamo in epoca positivista, ma certe credenze sono dure a morire: la bambina ha un abbozzo di sesto dito e un neo sul viso, considerati ancora marchio di stregoneria e questo segna il suo destino e le crea intorno un’atmosfera di sospetto e avversione.
Passano gli anni, Christianne diventa una giovane donna che sconvolge le sorellastre e la famiglia adottiva per la sua ribellione alle regole del suo tempo, accresciuta dall’ostilità da cui è stata circondata fin da piccola. L’incontro con il precettore Nicholas Bourbon, che gira insieme ad un corvo, la influenzerà profondamente e la porterà a vestire i panni di Thomas Talbot per poter accrescere la sua sete di conoscenza fingendosi un uomo.
Una delle sorellastre muore improvvisamente e Christianne scopre di essere in grado di vedere i fantasmi e di parlare con loro. La sua vita ne risulterà stravolta, e Christianne cercherà di scoprire i tanti misteri che la circondano, non ultimo quello di una regina vissuta secoli prima che aveva come lei sei dita, Anna Bolena, moglie di Enrico VIII e madre di Elisabetta I, diventata famosa come la Regina Rossa.
L’Ottocento vittoriano non smette di affascinare persone a tutte le latitudini: lo dimostra anche questo libro, che procede tra echi di Dickens e delle sorelle Bronte, ma anche con richiami ai Penny dreadful, la narrativa fantastica e sensazionalista che spopolò in Gran Bretagna e non solo nel XIX secolo, introducendo il concetto di letteratura popolare e seriale, e venendo omaggiata a distanza di un secolo e mezzo dall’omonima serie tv che ne ha recuperato atmosfere e personaggi.
Christianne si pone tra passato e presente, un’eroina in cerca della sua identità, discriminata come i protagonisti di Dickens ma desiderosa di rivalsa più di loro, mentre nelle pagine del libro prevale sempre di più una forte componente fantastica, con richiami anche ad Edgar Allan Poe (ma non dimentichiamo che anche lo stesso Dickens fu autore di gialli e racconti di fantasmi) e a certe tradizioni folkloristiche britanniche, legate a figure tra realtà e fantasia, come appunto Anna Bolena che periodicamente è stata rivisitata con toni anche esoterici, senza dimenticare che fu giustiziata sotto l’accusa, montata ma creduta da una parte del popolino, di essere una strega.
Un libro il cui unico difetto è di non essere un po’ più lungo, tanta è la mole di cose messe dentro, per appassionati di gotico, un genere che funziona sempre e funzionerà ancora in futuro.

Sara di Furia è nata a Brescia e ha già pubblicato diversi racconti e romanzi, tra cui I segreti di Kane Town, ricevendo attestati e premi in numerosi concorsi nazionali. È membro dell’associazione EWWA (European Writing Women Association) ed è insegnante nella scuola secondaria di secondo grado.

Provenienza: acquisto dell’articolista da La Corte editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il muggito di Sarajevo, Lorenzo Mazzoni (Edizioni Spartaco, 2016) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2016
ma

Clicca sulla cover per l’acquisto

Coloratissimo, come tutti i Balcani, pieno di musica, surreale, sulfurealmente divertente, anarchico, tragico è uscito il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, Il muggito di Sarajevo, per Edizioni Spartaco. Un romanzo che ci porta di peso nella Sarajevo della guerra e dell’assedio, il più lungo assedio nella storia bellica contemporanea, che si protrasse per 4 lunghissimi anni, dall’aprile del 1992 al febbraio del 1996. Una guerra sporca, terribile, come tutte le guerre, una guerra di cecchini combattuta nel cuore dell’Europa, che vide contrapposti da un lato il governo bosniaco, e dall’altra l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache. Televisori, radio, giornali ci portavano quotidianamente notizie da questa città martoriata, divenuta in breve simbolo delle nostre mille contraddizioni e di quanto sia precaria e transitoria l’illusione di pace e sicurezza che viviamo in Europa. Minacciata in continuazione da forze che non vediamo, non percepiamo. Ma ci sono, rosicano i nostri diritti, la nostra parvenza di libertà, il nostro benessere, forse anche ingiusto se pensiamo alle condizioni di tanti altri paesi del mondo. Lorenzo Mazzoni non fa un discorso essenzialmente politico nel suo romanzo, ma questa insicurezza si fa forte e chiara, pure grazie al tono surreale e onirico che utilizza, e un grande senso di speranza e ottimismo che straborda dalle pagine. Immaginatevi un film con Emir Kusturica alla regia e la colonna musicale affidata ai Gogol Bordello, che sto ascoltando in sottofondo proprio mentre scrivo queste righe. Violini, fisarmoniche, musica gispy, denti d’oro, droga e fiumi di vodka, insomma questo è lo scenario che ci vedo io, ed è giusto che ogni lettore si crei il suo immaginario personale. Dopo tutto leggere è una delle attività più creative (e sovversive) che esistano. Dunque vediamo, immaginatevi una mucca veggente, dei funghi allucinogeni, un serbo prigioniero a Sarajevo tenuto sotto custodia da un vecchio pazzo, panetti di oppio, due giornalisti italiani in cerca di uno scoop, Amira leader di una band Senza strumenti, che trova in Sarajevo il centro della sua creatività, nani, giganti, soldati ONU, prostitute (contro la loro volontà), Mozambik, un irlandese che fa da guida ai giornalisti e compra generi di prima necessità da rivendere a chi non potrebbe procurarseli, un cecchino fanatico delle canzoni di Barbra Streisand. E la guerra, le privazioni, la mancanza di cibo, la paura, l’odore di morte, le pile di cadaveri, le torture fatte ai prigionieri, insomma l’irrazionale e l’orrore, contrapposti, affiancati. Mazzoni sceglie uno stile narrativo sincopato, fatto di brevi capitoli, quasi una carrellata di racconti che si possono leggere anche slegati, sebbene un filo conduttore, una trama esistano. E tanta musica da Kurt Cobain ai Red Hot Chili Peppers, alla divina per eccellenza Barbra Streisand. Per chi ama Graham Greene la sua lezione non è andata perduta. Dunque che dire d’altro: muuu!

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974 e ha abitato a Parigi, Hurghada, Londra, Sana’a. Ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui Il requiem di Valle secca (Tracce, 2006),  Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Apologia di uomini inutili (Edizioni La Gru, 2013, Premio Liberi di scrivere Award). È il creatore dell’ispettore ferrarese Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta, indagini di uno sbirro anarchico, La Trilogia (2011, Premio Liberi di Scrivere Award), La Tremarella (2012, il cui ricavato è andato interamente alle vittime del terremoto in Emilia), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi sui giornali Il Manifesto, Il Reportage, East Journal, Il reporter e Torno Giovedì- Collabora con Il Fatto Quotidiano. Vive tra Milano e Istanbul.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Spartaco e l’autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Tempo assassino, Michel Bussi (Edizioni E/O 2016), a cura di Micol Borzatta

1 dicembre 2016
cov

Clicca sulla cover per l’acquisto

23 agosto 1989. Clotilde si ritrova in macchina con il fratello Nicolas, la madre Palma e il padre Paul. Sono le 21:02 ed è la notte di Santa Rosa e si stanno dirigendo a sentire il concerto di un gruppo molto importante che per la prima volta suona in Corsica, quando la Fuego rossa su cui stanno viaggiando tira dritto a una curva e finisce nello strapiombo. Palma, Nicolas e Paul muoiono sul colpo, mentre Clotilde sarà l’unica sopravvissuta.
Agosto 2016. Dopo 27 anni da quando è rimasta orfana Clotilde decide di tornare in vacanza in Corsica, ad Arcanu, nel paese originario del padre dove vivono ancora i nonni e i parenti.
Ovviamente decide di andarci con la sua famiglia, ovvero il marito Franck e la figlia Valentine.
Appena arrivano in Corsica la sua prima tappa è andare a portare dei fiori sul luogo dell’incidente per metabolizzare la cosa e superare l’ansia che la zona le provoca.
Il soggiorno lo passano al Camping del Tritone, il campeggio dove soggiornava da piccola. Anche se il boungalow non è lo stesso, appena vi si sistema iniziano a succedere molte cose strane. All’inizio le spariscono i documenti, poi riceve una lettera scritta con la calligrafia della madre morta che le chiede di mettersi alla sera, quando sarà a cena dai nonni, sotto al leccio così che lei possa vederla. Clotilde inizia a pensare di essere impazzita e quando prova a parlarne con Franck, invece di trovare man forte e sostegno, viene accusata di pensare solamente al passato, di star dando fuori di testa e di non voler assolutamente prendersi cura e preoccuparsi del marito e della figlia. Clotilde però non può smettere di indagare, in fondo sta parlando della sua famiglia.
Romanzo spettacolare, molto profondo e completo.
Come oramai siamo stati abituati dai precedenti romanzi, ritroviamo tutta la capacità di Bussi di manipolare la realtà e i fatti in modo da portare il lettore alla confusione più totale, ma nello stesso tempo catturarlo in una tela da cui non si può liberare, e da cui non si vorrà liberare fino alla fine del romanzo dove troverà i grandi colpi di scena a cui è abituato che spiegheranno qualsiasi enigma a cui non sarà riuscito a trovare risposta durante la lettura. Ovvero a qualsiasi, visto che Bussi non darà mai la possibilità di trovare risposte prima della fine, perché gli piace sconvolgere il lettore e stravolgerlo con rivelazioni inimmaginabili.
Come sempre le descrizioni sono particolareggiate e molto spazio viene dato ai pensieri, ai sentimenti e alle emozioni, specialmente di Clotilde, che ritroviamo bambina di quindici anni attraverso le pagine del suo diario, e da adulta rivivendo giorno per giorno la sua vacanza che ripercorre esattamente le stesse giornate passate da ragazzina.
Un romanzo che sa conquistare, sa colpire e sa stravolgere la mente, lasciando alla fine solo la voglia di poter prendere un altro romanzo dell’autore per rimmergersi nel suo stile unico.

Michel Bussi è un autore francese, al momento uno dei più venduti oltralpe. Nato in Normandia, dove ambienta tutte le sue opere, insegna geografia all’Università di Rouen.
Nel 2016 ha già pubblicato Ninfee Nere sempre con E/O.
Tempo Assassino è il terzo libro che viene tradotto in Italia, dopo Un aereo senza di lei e Ninfee nere.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cinese in 21 giorni, Massimo De Donno, Luca Lorenzoni, Lucia Musso, Giacomo Navone, (Sperlig & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2016
cinese

Clicca sulla cover per l’acquisto

Questa recensione è una recensione molto particolare, non penso di averne mai fatte di simili, e penso avrò ben poche occasioni di ritrovarmi in futuro a sperimentare qualcosa di altrettanto singolare. Premetto solo due cose, ho già avuto modo di avere un primo approccio con la lingua cinese, frequentando qualche lezione di un corso base all’università, e seconda cosa sono fortemente motivata ad apprendere questa lingua. Due elementi che non credo siano di scarso valore, ma comunque andiamo con ordine. Questo libro promette di insegnare a parlare, (per lo meno a tenere alcune conversazioni basilari) in 21 giorni. Follia? Bene mi sono detta, proviamo, seguiamo le istruzioni e alla fine documentiamo sul blog se funziona davvero. Il cinese è una lingua difficile, per lo meno per un italiano, non ce lo nascondiamo, ma questo libro promette davvero qualcosa di pazzesco, quasi fatico a spiccicare parola di inglese, e sono anni che lo studio, lo leggo, lo traduco. Un’altra cosa da tenere presente, per evitare false speranze, è che questo libro considera essenzialmente il cinese parlato, per il cinese scritto temo di vogliano molto più di 21 giorni se non anni. Ma il cinese in 21 giorni insegna un metodo, che poi può essere applicato a qualsiasi cosa voi vogliate apprendere. Metodo, memoria, motivazione all’apprendimento, ecco queste tre caratteristiche penso siano le principali da tenere presente. Dunque inizio da domani con il primo capitolo, intorno al 21 dicembre aggiornerò questo post con le mie riflessioni.

Troverai ulteriori e preziose indicazioni, video e le soluzioni degli esercizi, sul sito internet: www.cinesein21giorni.it

Aggiornamento: ho sospeso l’esperimento, che comq riprenderò e vi avviserò per tempo. A una prima impressione il “metodo” sembra un po’ folle, ma le cose che avevo memorizzato con quel metodo me le ricordo dopo un mese, quindi direi che se non ci si fa spaventare qualche risultato lo si ottiene. Richiede cieca dedizione, e qui l’importanza delle motivazioni che vi spingono. In pratica penso che se tutto non funziona, è colpa più nostra che di questo stravagante libro. Xie xie a tutti per avermi seguito fin qui. Ci risentiamo presto, comq sono troppo curiosa.

Aggiornamento 2: Ni Hao! da stasera riprenderò lo studio di questo libro curiosa di vedere i risultati, va premesso che sto studiando cinese anche in modo tradizionale, anche se sono molto all’inizio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La notte del predatore, Wilbur Smith (Longanesi, 2016) a cura di Micol Borzatta

30 novembre 2016
lanottedelpredatore

Clicca sulla cover per l’acquisto

Hector Cross sta provando a rifarsi una vita.
Dopo che gli hanno ucciso la moglie, Hazel Bannock, è riuscito a trovare i colpevoli, uno lo ha ucciso con le su stesse mani, anche se il mondo intero ancora non sa della sua morte, mentre l’altro è stato convinto da colei che successivamente ha deciso di condividere la vita con lui, a lasciarlo nelle mani della giustizia. Si tratta di Jhonny Congo, rinchiuso nel braccio della morte in attesa che arrivi il suo momento.
Il giorno in cui è previsto il suo trasferimento per mettere in pratica la pena di morte, Jhonny riesce a scappare.
Hector ricade in uno stato vendicativo fortissimo e viene anche lasciato dall’avvocatessa che lo aveva convinto a non farsi giustizia da solo.
Nel frattempo deve occuparsi anche della Bannock Oil, l’azienda della moglie che ha ereditato alla sua morte e di cui si occupa della sicurezza.
Le problematiche però si accavallano fino a unirsi in un’unica e sola.
Una nuova avventura che verrà affrontata come sempre a testa bassa, come ci ha già abituato Wilbur Smith e come siamo abituati a vedere Cross.
Ritroviamo infatti tutto il suo carattere impulsivo, che cerca in tutti i modi di tenere a freno cercando di pensare e ragionare lucidamente prima di agire e buttarsi a capofitto, ma che alla fine sappiamo benissimo che non ci riuscirà mai.
Descrizioni sempre particolareggiate faranno sì che si venga trasportati all’interno delle pagine, accompagnando Hector per tutta la missione, come se ci trovassimo componenti della sua squadra tattica.
Altra caratteristica che si ritrova, purtroppo, è il rallentamento della narrazione verso il centro del romanzo, rallentamento che porta il lettore a perdere un po’ quel carico di adrenalina con qui era arrivato, ma che ritroverà e ricreerà subito dopo aver superato la parte tattica, quando si ritorna in piena azione, con colpi di scena e descrizioni adrenaliniche.
Un romanzo che si legge comunque tutto d’un fiato e che saprà conquistare.

Wilbur Smith nasce nel 1933 nell’attuale Zambia (Rhodesia del Nord), ma la famiglia si è subito trasferita mentre era ancora in fasce ed è cresciuto in Sudafrica.
Dal 1964 si è dedicato interamente alla narrativa, con 36 opere al suo attivo ambientate in Asia, Africa, Egitto e America spaziando dall’antico Egitto ai giorni nostri.
Nel 2015, insieme alla moglie Niso, ha fondato la Wilbur & Niso Smith Foundation. Un’organizzazione senza scopo di lucro che scopre nuovi scrittori di avventura e sostiene lo sviluppo dell’alfabetizzazione.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mondo in fiamme. Una primavera di cenere, Edoardo Stoppacciaro (La Corte Editore, 2016) a cura di Elena Romanello

30 novembre 2016
mon

Clicca sulla cover per l’acquisto

Una guerra disastrosa ha imperversato nelle terre di un mondo diviso tra vari regni. Ora sono passati vent’anni, ma le cicatrici ci sono ancora, anche perché la pace che è stata fatta era fondata sul disprezzo tra sovrani avidi e infidi dignitari di corte.
Un nuovo mondo sembra essere arrivato alle porte e i re di quelle terre lo sanno e cercano di trarne profitto: Re Qilvere pensa che il nuovo corso porterà alla definitiva supremazia del suo regno su tutti gli altri, Re Leukas è preda del rimorso per gli orrori compiuti dal proprio padre a cui lui è succeduto controvoglia e teme l’imminente annientamento del suo popolo, mentre Re Ralgaon e i suoi consiglieri vorrebbero un’alternativa ad un mondo basato su sopraffazione e terrore.
Ma in questo mondo non ci sono solo sovrani e nobili, ci sono popolani, soldati, cavalieri, avventurieri, in cerca di un loro posto, dimenticando il passato e costruendo qualcosa di nuovo. Qualcosa che può essere messo a rischio da forze sovraumane, come se non fossero bastati gli orrori commessi dagli esseri umani, forze che solo Kalysta, una ragazzina dalla pelle coperta di tatuaggi, sa che esistono, perché è stata lei a scatenarle, senza volerlo, ma è successo.
Ora queste terre che sperano in una nuova stagione di pace e di concordia stanno per essere reclamate da creature antiche e magiche, che vogliono reclamare un mondo che li ha dimenticati, andando per la sua strada e commettendo errori che non potranno più essere superati.
Il fantasy, da Tolkien a Martin, i due grandi modelli di Mondo in fiamme, ha raccontato le guerre mentre avvenivano, scontri tra eserciti di stirpi e regni diversi: qui Edoardo Stoppacciaro racconta invece il dopo una guerra, la ricerca di una pace e di un nuovo equilibrio tra giochi di potere e mille problemi, con echi anche di tanti momenti della Storia reale, a cominciare dalla contrapposizione di blocchi diversi e di concezioni del mondo opposte. Ogni re e ogni regno ha un suo equilibrio interno, problemi e questioni di risolvere, tra voglia di cambiamento, desiderio di non perdere niente della propria influenza anzi di schiacciare i vicini, paura per quello che è stato e non è stato perdonato.
Dato che siamo in un romanzo fantasy, diventano importanti le forze della magia e le creature sovraumane, qui trattate in maniera originale, come qualcosa di dimenticato ma di sempre presente nell’ombra, pronto a manifestarsi per una serie di circostanze casuali ma fatali.
Mondo in fiamme trascina in un mondo che non manca di affascinare e che non si esaurisce qui, perché come è abbastanza ovvio per chi arriva alla fine di oltre trecento pagine che si leggono in un fiato, ci saranno seguiti e nuovi sviluppi per terre che cercano una primavera che rischia di essere di cenere e di morte.

Edoardo Stoppacciaro è nato in provincia di Viterbo e svolge da quando aveva nove anni la professione di attore doppiatore. Ha lavorato a tantissimi film e serie tv, come Il Trono di Spade, dove doppiava Robb Stark, Lo Hobbit, I Borgia, Homeland, Le regole del delitto perfetto, Hunger, Humandroid, Ratatouille, Pacific Rim, Cattivissimo me, Everest e Alice in Wonderland.

Provenienza: acquisto dell’articolista da La Corte editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Spy story love story, di Nicolai Lilin (Einaudi, 2016) a cura di Federica Belleri

30 novembre 2016
lili

Clicca sulla cover per l’acquisto

Alësa è stato fedele alla Fratellanza per più di vent’anni. Ha ucciso per questa associazione criminale russa che, dagli anni novanta, aveva iniziato a reclutare giovani, promettendo loro un brillante futuro. Ha rispettato ordini, senza guardare in faccia nessuno. Fedeltà assoluta per il suo capo, Rakov. Non ha mai fallito una missione. Ama la letteratura Alësa, che lo fa gioire e piangere, vivere e morire. Precipita nel buio quando ammazza, è il killer perfetto, è solo e niente deve mettersi in mezzo. La sua decisione di uscire dal giro lo porta a mettersi in discussione. Non sarà facile perché il potere di Rakov non si può discutere.
Spy story love story è la storia di un percorso dentro se stessi. È il dolore, rivissuto sempre più spesso, attraverso i cadaveri, la droga e il rispetto di regole ferree. È il terrore di non poter più fare questo mestiere e la consapevolezza di non doversi mai fidare di nessuno. Mai. È il compromesso e la paura di aprirsi all’altro. È sentirsi vittima di incubi e fantasmi che non si potranno mai cancellare. Soffoca Alësa e si sente male, ma non è il solo a soffrire. Ama, a modo suo, ma deve controllare le emozioni, perché così deve fare uno come lui. Quanta rabbia ha dentro di sé,  quanta determinazione è obbligato ad avere, per portare avanti il suo progetto?  A quanto gli può servire l’esperienza passata, per confrontarsi con altri?
Questa è una sfida, coraggiosa. È il coraggio che si confronta con la paura. Paura dei ricordi dolorosi e la forza di saperli rimuovere.
Davvero si può sopravvivere a tutto questo? Davvero si diventa più forti?
Nicolai Lilin. Una storia terribile, raccontata con una semplicità agghiacciante.
Assolutamente consigliato.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 a Bender, in Transnistria, vive in Italia dal 2003 e scrive in italiano. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi Educazione siberiana (2009), tradotto in ventitre Paesi, Caduta libera (2010 e 2011), Il respiro del buio (2011 e 2013), Storie sulla pelle (ulitima edizione 2016), Il serpente di Dio (2014) e Trilogia siberiana (2014, che raccoglie Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio).
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film, interpretato tra gli altri da John Malkovich e prodotto da Cattleya con Rai Cinema, uscito nel 2013.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Una guerra civile, Claudio Pavone, (Bollati Boringhieri, 2006), a cura di Daniela Distefano

28 novembre 2016
unnamedc

Clicca sulla cover per l’acquisto

In questo saggio storico sulla moralità nella Resistenza è emersa una verità che fu subito introiettata:
la sicurezza della vittoria come dato di fatto. Ma chi erano questi vincitori annunciati?
I partigiani, combattenti di un esercito di civili.
Il ruolo di rendere manifesti il destino e la missione della Resistenza fu assunto dai giornali:
la stampa resistenziale svolse una funzione di primo piano nel rapporto fra partiti e l’<<esercito di civili>>. Essa non fu soltanto une oeuvre de combat, bensì mirò a formare nuovi quadri e a svolgere una funzione educativa nei confronti sia dei partigiani che della massa della popolazione.
Natalia Ginsburg ha rievocato con efficacia lo stupore e la commozione che molti giovani antifascisti della sua generazione ebbero nel riscoprire il senso della patria da difendere:

Le strade e le piazze delle città, teatro un tempo della nostra noia di adolescenti e oggetto del nostro altezzoso disprezzo, diventarono i luoghi che era necessario difendere. Le parole <<patria>> e <<Italia>> che ci avevano nauseato fra le pareti della scuola perché accompagnate dall’aggettivo << fascista>>, perché gonfie di vuoto, ci apparvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta.

Come agì il resistente italiano al fianco degli Alleati?
L’impatto tra la società italiana e i costumi, i comportamenti, la cultura delle truppe inglesi e, soprattutto, americane, prologo al processo di americanizzazione sviluppatosi nel dopoguerra, fu particolarmente visibile a Roma e nel Mezzogiorno, dove l’occupazione alleata durò più a lungo e si svolse in larga parte ad opera di un esercito ancora belligerante e quindi generatore di tensioni acute. Un fronte che si auspicava unito perché accomunato dalla volontà di disgregare la compagine nazista.
Ma fu guerra civile? Scrisse <<l’Unità>> di Roma durante la fase di irrigidimento antibadogliano seguita all’8 settembre: << Il fallimento politico delle classi dirigenti non ha bisogno di altre prove>>.
E aggiunse:
La lotta contro i tedeschi che non sia contemporaneamente lotta a fondo contro il fascismo è affermazione priva di senso. Ma la lotta contro il fascismo implica la mobilitazione delle grandi masse popolari, e da ciò Badoglio rifugge con orrore perché alla base del governo Badoglio stanno quegli stessi ceti plutocratici e imperialisti che già furono l’anima del fascismo.

L’identificazione del regime del Duce col regime dei padroni spingeva, dunque, a credere che fosse giunto il momento di una resa dei conti anche sul piano sociale.
La parola d’ordine dopo l’8 settembre non fu più quella della pace, ma quella della lotta armata: “Vogliamo la guerra di liberazione”.
Per cambiare il mondo. Questo rese la violenza da una parte più ovvia, dall’altra più spietata. Poteva però essere necessario uccidere, ma guai se lo si trovava semplice e naturale.
No, non si doveva provare piacere nell’assassinio di un essere umano, anche se nazista, anche se fascista, anche se mostro da eliminare dalla faccia della Terra.
Un saggio ricco di voci, quelle dei protagonisti di questo conflitto civile nel mezzo della guerra mondiale. Si moriva, si cadeva come mosche sterminate, e il sacrificio veniva cercato per curare le ferite di un bellum con la propria coscienza. Non poteva durare per sempre l’agonia, forse non occorreva la soluzione finale per i fascisti, ma occorreva vincerli per ristabilire sul mondo l’immagine di una Giustizia non decapitata all’infinito.

Claudio Pavone è nato a Roma nel 1920, ha partecipato alla Resistenza. Per lungo tempo funzionario degli Archivi di Stato, ha poi insegnato come professore associato di Storia contemporanea presso l’Università di Pisa. E’ direttore della rivista <<Parolechiave>>

Source: Libro acquistato dal recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.