Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Questo non è un romanzo fantasy!, Roberto Gerilli (Plesio editore, 2015) a cura di Elena Romanello

3 ottobre 2016
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Filippo Mengarelli è un appassionato di giochi di ruolo e fantasy, e ha debuttato nel genere con Le cronache di Falcograd: il problema è che il libro non ha avuto nessun successo, è stato stroncato senza pietà dal più noto blogger del settore, vera e propria autorità per tutti gli appassionati che pendono dalle sue parole virtuali, e l’editore ha troncato con lui ogni rapporto.
Rimane solo una speranza per lui: andare al Lucca Comics & Games, la più grande manifestazione in tema dedicata all’immaginario nel nostro Paese, e cercare di riannodare i fili per salvare il suo futuro di scrittore. Perché Le cronache di Falcograd è solo il primo di una trilogia, che rischia di restare incompiuta, con un finale aperto sul più bello.
Con lui c’è l’inseparabile Alessandra, sua migliore amica, illustratrice e fangirl, con una particolare passione per l’universo di Doctor Who. Arrivato a Lucca, Filippo si scontra subito con gente che lo evita e lo prende in giro, ma poi scopre che in giro per la fiera ci sono quattro ragazzi vestiti come i protagonisti della sua saga. Ma forse non sono cosplayer come gli altri, forse sono gli stessi personaggi, che si sono catapultati nel nostro mondo in cerca di un autore che li porti alla giusta conclusione. Il problema è che non sono arrivati da soli, con loro c’è il nemico, che come tutti i nemici del fantasy vuole il potere assoluto e distruggere tutto e tutti.
Sono ormai tanti anni che il genere fantastico ha preso piede nel nostro Paese, soprattutto durante eventi come il Lucca Comics, tra i più amati e frequentati al mondo, insieme al Komiket di Tokyo e al Comicon di San Diego.
Roberto Gerilli scrive un romanzo fantasy, ma anche una parodia del genere e un omaggio scherzoso a tutti gli appassionati e i cultori, in un libro che si divora spesso piegandosi in due dalle risate.
Tra La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen per la mescolanza tra realtà e fantasia e Balle spaziali di Mel Brooks per gli omaggi al fandom fantasy e fumettistico con tutte le sue follie, Questo non è un romanzo fantasy è un libro imperdibile per gli appassionati di ogni età che ogni anno affollano Lucca e non solo, perché ognuno troverà qualcosa di se stesso e di quello che ha vissuto, amato, seguito in un luogo diventato magico. Ma è anche un libro per chi vuole capire di più la complessità, il divertimento e l’importanza di un certo fandom, per tanto tempo visto come meno influente di quello per esempio della musica, ma tutto da scoprire, tra citazioni, parodia, umorismo, presa in giro e riflessione. Perché di Filippi e di Alessandre è sempre pieno a Lucca, e qualcuno di loro è riuscito nel corso degli anni a realizzare i propri sogni, e a farli diventare realtà.
Lucca è tra poco più di un mese, e questo libro, uno dei primi se non il primo dedicato alla vita in fiera è un ottimo modo per prepararsi all’evento, a giorni dove davvero sembra che il confine tra fantasia e realtà sia labile.

Roberto Gerilli è un anconetano che da trentacinque anni vive cibandosi di libri, fumetti, film e serie tv. Si è laureato in ingegneria elettronica ma non è riuscito a creare il flusso canalizzatore, per cui ha deciso che da grande diventerà uno scrittore. Nel frattempo beve tè e racconta storie alla lepre marzolina. Nel 2014 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, “Città Senza Eroi”, edito da UteLibri. Scrive per “Diario di Pensieri Persi” e “Speechless Magazine”. Il suo sito ufficiale è http://www.robertogerilli.it

Source: acquisto al Salone del libro.

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:: Liberi junior – Il pigiama verde, Guia Risari (Coccole Books 2016) a cura di Viviana Filippini

30 settembre 2016
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Il piccolo Andrea è un bambino parecchio capriccioso, che sa dire sempre e solo no! Fosse solo questo a rendere il protagonista de Il pigiama verde una piccola peste, lo si potrebbe accettare, ma il bambino diventa ancora più cocciuto e dispettoso quando deve andare a letto, perché non vuole mai indossare il pigiama. La ragione? È il semplice fatto che il pigiamino gli ricorda troppo l’oscurità della notte, il buio e l’inquietante silenzio che la caratterizzano. Una sera il papà fa un regalo molto speciale ad Andrea: un bel pigiama verde. Il bambino è molto sospettoso e non capisce perché mai dovrebbe indossare quell’affare, ma il babbo gli fa notare che quell’indumento non è un semplice capo d’abbigliamento. Quella è una tuta speciale che gli farà vivere fantastiche avventure. Andrea, un po’ riluttante, indossa il pigiama verde e una volta chiusi gli occhi per dormire, il piccoletto comincerà una serie di inimmaginabili avventure. E così Andrea si trova con una fantastica tuta impermeabile nelle profondità marine dove scorge strane creature, compreso un polipo che cambia colore. In un attimo, il protagonista si ritrova prima nella giungla tra scimmie, uccellini canterini e felini maculati, e poi nello spazio, dove vede stelle luminose e sorridenti. Il libro di Guia Risari è una storia corredata dalle simpatiche e colorate illustrazioni di Andrea Alemanno che rendono agli occhi del piccolo lettore molto coinvolgenti le mirabolanti avventure vissute dal piccolo protagonista. Il pigiama verde di Guia Risari è una piacevole storia che aiuta i bambini a capire come il sonno, grazie ad un piccolo aiuto (in questo caso il pigiama verde) possa diventare una dimensione nella quale riposare con piacere, sperimentando emozionanti e fantastiche avventure.

Guia Risari (Milano, 1971) è laureata in Filosofia morale all’Università Statale di Milano. È specializzata in Studi ebraici moderni in Inghilterra e in Letteratura comparata in Francia, dove ha vissuto per qualche tempo e ha collaborato con diverse università francesi. Ha lavorato come educatrice, giornalista e traduttrice. Scrive racconti, libri per bambini, testi teatrali, saggi, testi surrealisti, poesie. Tiene laboratori, conferenze e corsi di scrittura e lettura. Fra i suoi libri si citano: Jean Améry. Il risentimento come morale sul risentimento nella filosofia occidentale (Franco Angeli 2002), vincitore di cinque premi letterari, L’alfabeto dimezzato. Storie di coccodrilli scottati e scimpanzé in piscina (Beisler, 2007), Il cavaliere che pestò la coda al drago (EDT-Giralangolo, 2008), Gli occhiali fantastici (Franco Cosimo Panini, 2010), Il Decamerino (Mondadori, 2015), La porta di Anne (Mondadori, 2016), Il viaggio di Lea (Einaudi Ragazzi, 2016).

Source: libro inviato dall’autrice, che ringraziamo, al recensore.

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:: Nomi di donna, Gianluca Pirozzi (L’erudita, 2016) a cura di Elena Romanello

30 settembre 2016
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Gianluca Pirozzi, autore e attivista per i diritti civili, si confronta nella sua terza fatica con l’universo femminile, con una serie di racconti, alcuni collegati altri no (ma si scopre mentre si legge), che raccontano tante sfaccettature dell’essere donna oggi, con pochi ma efficaci tratti, che portano subito nel cuore di esistenze diverse, opposte, ma tutte degne di essere raccontate e svelate da uno sguardo equilibrato e rigoroso.
Con le illustrazioni oniriche di Clara Garesio e una suddivisione in base alle ore del giorno e della notte in base al momento in cui avviene l’incontro tra il lettore e le protagoniste del libro, si scoprono scampoli di vita di Stella, Clara, Edda, Diana, Monica, Nadia, Aristea e altre, donne di tutte le età alle prese con i sentimenti, il lavoro, la propria vita, gioie, dolori, ricerche di se stesse e tanto altro.
Sono attimi di vita, come quella di Monica che va a correre tutte le mattine dopo aver perso un amore e poi torna verso quella che è la sua vita ormai solitaria, Nadia, che va a lavorare in albergo percorrendo un tratto illuminato da vetrine di negozi che le aprono per un attimo nuovi orizzonti, Aristea, che vive in una roulotte, Giovanna che fa i conti con un amore che dura da una vita all’alba degli ottant’anni, la nuova italiana Bianca che non ha dimenticato il suo Kenya, la transgender Fabiana che inizia la sua nuova vita come Andrea, Edda che deve affrontare la perdita di una persona amica, Agata che vede la sua vita distrutta dalla persona da cui pensava di essere amata.
Tutte storie essenziali che raccontano però il mondo al femminile di oggi, gli studi, i lavori anche fuori sede, la maternità, l’adolescenza, la vecchiaia, gli amori sbagliati, l’omosessualità, il transgenderismo, le famiglie disfatte e ricomposte, le crisi esistenziali, il vedere il mondo da una prospettiva diversa, con toni sempre efficaci e interessanti.
Un libro edito da una casa editrice indipendente e molto attiva, L’Erudita di Giulio Perrone, che negli ultimi mesi ha avuto varie presentazioni e segnalazioni proprio per le tante tematiche che tratta, che hanno reso interessante dibattiti in varie sedi, dai festival letterari alle associazioni GLBT, proprio perché gli spunti su cui parlare sono tanti, a partire da ognuna delle storie contenute nel libro

Gianluca Pirozzi è nato a Napoli ed ha vissuto a Roma, Bruxelles, Parigi, Bogotá, Mumbai e Skopje. I suoi racconti sono stati più volte premiati nell’ambito di rassegne letterarie nazionali e pubblicati in antologie e raccolte narrative. Ha pubblicato la raccolta Storie liquide (2010) e il romanzo Nell’altro (2012). Nomi di donna è il suo terzo libro.

Source: inviato dall’editore al recensore su segnalazione dell’autore.

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:: Blogathon “I classici della letteratura”: La dama delle camelie, Alexandre Dumas figlio

30 settembre 2016

vert « Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita. »

(William Shakespeare, La Tempesta, Atto IV, Scena I)

Lessi per la prima volta La signora delle camelie, tradotta dal francese da Francesco Tarquini, una trentina di anni fa, avrò avuto 15 anni, e per quanto possa sembrare bizzarro, ben pochi libri furono capaci di influenzare sicuramente in meglio la mia vita e la mia idea di cosa significasse essere una donna, e anzi la mia stessa percezione della femminilità o se vogliamo anche di una certa visione del femminismo che da allora non mi ha più lasciato. Piuttosto bizzarro che tutto questo nacque appunto da un libro edito nel 1848 e scritto da Alexandre Dumas figlio in memoria di una cortigiana parigina che per un anno fu sua amante. Quindi quando è arrivato il momento di scegliere un classico per questo Blogathon non ho avuto quasi esitazione e ho scelto La Dame aux camélias.
Ho amato certamente molti altri libri, anche forse oggettivamente più belli stilisticamente o più complessi nella trama o maturi, Dumas era giovanissimo quando lo scrisse, ma il mondo che è riuscito evocare questo breve, anzi brevissimo romanzo, nessun altro romanzo è riuscito ad eguagliare.
I primi capitoli soprattutto quando il narratore si aggira per le stanze di Marguerite Gautier al numero 9 di Rue d’Antin, aperte al pubblico perché possa vedere gli oggetti che saranno poi battuti all’asta per coprire i debiti di una vita dispendiosa e dissoluta, sono della letteratura tutta i più struggenti e allo stesso tempo terribili che abbia mai letto. Rileggerli mi provoca sempre una forte emozione, per quel carico di non detto, critica sociale e pietà umana che racchiudono.
Marguerite Gautier, la bella, affascinante e sfortunata Marguerite Gautier è appena morta, e i membri dell’alta società parigina si aggirano come avvoltoi su quanto in vita aveva posseduto. Una morte che non fa rumore, tanto che il narratore si lamenta che nessuno gliel’abbia detto tornato a Parigi da poco. Questo genere di donne, per quanto bellissime, circondate dal lusso, colte, creano rumore e scandalo da vive, ma la loro morte scivola nel silenzio e nella più totale indifferenza. Quasi fossero infiltrate in un mondo per cui appunto sono solo state fonte di divertimento, niente di più.
Per la facile morale del mio secolo, puntualizza il narratore, che per queste donne prova una sincera e autentica umana comprensione. Che ha smesso di giudicarle da quando vide una donna portata via da gendarmi con un figlio in braccio dal quale stava per essere separata. Forse oggi sono riflessioni abbastanza comuni, ma certo non lo erano a metà Ottocento. Per sfuggire alla povertà la giovane Marguerite Gautier non ha scelta, può solo usare il suo corpo e la sua bellezza per ottenere quelle ricchezze, quella libertà, quell’indipendenza che altrimenti le sarebbero stati negati, condannandola ad una vita di stenti. Marguerite Gautier ammette di non essere una donna onesta, ammette che quelle cose valgono per lei di più di una buona reputazione, e forse anche dell’amore del duca che vede in lei un riflesso della figlia morta.
Marguerite Gautier è promiscua, tendenzialmente infedele, dilapida patrimoni, conosce le regole di quel mondo e le piega per i suoi interessi. Frequenta orge, e avida sempre di nuove sensazioni, anche forse per la malattia, la tisi, che la divora. Poi incontra il giovane Armand Duval e di colpo il suo mondo gretto, egoista, vizioso, crolla. Conosce l’amore e l’impossibilità di viverlo. Il suo passato le pesa come un macigno, le regole della sua società l’uccidono prima che lo faccia la tisi. E quando il padre di Armand le chiede di rinunciare a lui, il suo sacrificio è totale, rinuncia alla sua speranza di felicità quasi senza esitazione. Tanta generosità e sensibilità in una donna di tal genere è il motivo stesso per cui il narratore decide di tramandare la sua storia. Un’ eccezione, un’anomalia.
La Dame aux camélias parla della sostanza di cui è fatto l’amore, impalpabile come un merletto veneziano, e allo stesso tempo fragile e indistruttibile. Anche se la sofferenza che procura non fa sconti ed è reale e drammatica come ogni dolore che ci procuriamo con le nostre azioni, o le nostre debolezze. Marie Duplessis, la vera Marguerite Gautier non avrebbe potuto avere maggiore tributo, e grazie a questo libro infatti ancora oggi la ricordiamo con tenerezza e simpatia. Potere della letteratura.

Alexandre Dumas (figlio), figlio dell’Alexandre Dumas autore de I tre moschettieri, nacque a Parigi, nel 1824. Il romanzo La signora delle camelie, ispirato alla figura della sua amante, Alphonsine Duplessis, gli aprì, ancora giovanissimo, le porte del successo. Tra le altre sue opere ricordiamo La società equivoca (1855), L’amico delle donne (1864) e Francillon (1887). Morì a Marly-le-Roy nel 1895.

Source: acquisto personale.

Per conoscere tutti gli altri blog partecipanti e i relativi libri scelti vi invito a visitare il post di lancio.

:: Belgravia, Julian Fellowes (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

29 settembre 2016
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Nato come feuilleton a puntate in formato elettronico, è uscito finalmente in un unico volume Belgravia, omaggio al romanzo ottocentesco di Julian Fellowes, sceneggiatore tra le altre cose di una delle serie di culto degli ultimi anni, Downton Abbey.
La storia ci porta a Bruxelles nel 1815, alla vigilia della battaglia di Waterloo, che cambiò definitivamente l’Europa, dove si incontrano tanti destini e persone, come la diciottenne Sophia Trenchard, figlia di James, fornitore di pane e birra ai soldati, che si innamora di lord Edmund Bellasis, pronto ad invitarla al ballo della duchessa di Richmond e a prometterle un matrimonio d’amore.
Waterloo distruggerà tante vite, lasciando tanti lutti: la storia si sposta poi venticinque anni dopo, con gli ormai anziani genitori di Sophia, morta prematuramente di parto dando alla luce il figlio di Edmund, alle prese con una nuova ricchezza, costruita grazie al loro lavoro, ma anche con gli intrighi dei conti di Brockenburst, genitori di Edmund caduto a Waterloo, che hanno paura di alcuni misteri che potrebbero venire fuori dal passato del loro figlio.
Leggendo le pagine del libro, avvincente ma più che ad un romanzo simile ad una sceneggiatura per un futuro sceneggiato o serial, è impossibile non pensare ad autori come Dickens, Thackeray, la stessa Austen e Elizabeth Gaskell, in un affresco che omaggia una delle epoche più vive ancora oggi nell’immaginario non solo britannico, l’Inghilterra ottocentesca e vittoriana, con forti contrasti sociali ma nello stesso tempo grande vitalità.
Fellowes mette al centro del suo libro tanti personaggi, non ultimi gli appartenenti alla servitù, che si confrontano in un mondo che cambia, prima dal punto di vista politico poi da quello sociale, dove si affrontano l’antica aristocrazia britannica, non più capace di mantenere fino in fondo ricchezza e prestigio vivendo in maniera totalmente parassitaria e il crescente ceto borghese imprenditoriale, che da una bancarella di vettovaglie a Covent Garden riesce ad arrivare a comprare una casa a Belgravia, sontuoso e moderno per allora quartiere di Londra.
Belgravia è un romanzo interessante comunque per chi ama l’Inghilterra vittoriana e i suoi protagonisti, per chi cerca una storia vicina a quelle classiche e non con modernizzazioni arbitrarie nel comportamento dei protagonisti, appassionante come i romanzi d’appendice dell’epoca senza scadere nel volgare di tante ricostruzioni moderne dove si parla solo di improbabili e anacronistiche storie d’amore. A tratti forse è già un po’ sentito, ma è un dejà vu o meglio dejà lu che piace e alla fine non stanca.

Julian Fellowes ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park, per la regia di Robert Altman, altro ritratto della servitù dell’aristocrazia inglese. Oltre a essere un celebre sceneggiatore, è anche uno dei più famosi attori britannici, lo si è visto in film come Il danno e Tomorrow Never Dies. Negli ultimi anni è diventato famoso per aver ideato il serial cult Downton Abbey, che racconta l’aristocrazia inglese e la sua servitù durante i primi decenni del Novecento.

Source: libro letto al Gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: Il regalo, Eloy Moreno (Corbaccio, 2016) a cura di Micol Borzatta

29 settembre 2016
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Lui ha tutto, ha un lavoro che gli rende bene, una moglie che ama e che a sua volta ha un lavoro che rende bene, una figlia bellissima che adora, una casa grande e da quella mattina anche una macchina nuova. Già il suo desiderio si è avverato, tutti i risparmi che ha messo da parte sono serviti per comprare quella macchina, con la quale quel giorno sarebbe partito per lavoro, una delle sue solite settimane fuori casa che spesso capitano. Solo che quella settimana anche sua moglie deve partire una settimana per lavoro e la bambina starà con i nonni, ma lei sa che le vogliono bene.
Appena arriva al solito autogrill a cui si ferma quando è in viaggio scende per andare a fare colazione, dà qualche monetina al barbone che suona la chitarra fuori dall’ingresso ed entra.
Poco dopo, appena sta iniziando a bere la sua tazza di caffè sente il rombo di un motore conosciuto, si gira e vede la sua macchina uscire dal parcheggio, uscire dall’area di sosta e prendere l’autostrada fino a scomparire.
A nulla serve correrle dietro, gli tocca tornare all’autogrill bagnato fradicio a causa della pioggia con il morale distrutto.
Per fortuna il direttore dell’autogrill, gentilmente, si prende cura di lui e gli procura un passaggio per arrivare all’Isola, un paesino lì vicino per fare la denuncia del furto.
Il passaggio glielo dà proprio il barbone seduto fuori, un musicista che in realtà recapita pacchi all’Isola ma che il suo vero lavoro è suonare ovunque.
L’uomo è disperato, ha paura, non si fida, ma intraprende comunque quest’ultima parte di viaggio per poter far denuncia e così tornare nel mondo normale, ma quello che lo aspetta è completamente diverso.
Un romanzo molto carismatico e profondo che si rivela essere totalmente diverso da quello che il lettore si aspetterebbe a primo impatto.
Infatti se a prima vista, dopo aver letto la quarta di copertina, ci si aspetta il classico romanzo di viaggi, stile on the road, dove il protagonista deve affrontare disavventure per conoscere se stesso e tornare migliorato, qui il viaggio è solo in un unico paesino. Il vero viaggio però è dentro alle persone che incontra in questo paese. Pur avendo tutte un segreto alle spalle, e pur essendo tutte in combutta contro l’uomo, lui le conoscerà solo nella versione migliore, quella rinata, quella che hanno ora, non conoscerà mai a fondo la loro parte nera e segreta, ma nonostante questo le loro spiegazioni, i loro insegnamenti, la loro dimostrazione pratica di vita lo porteranno a farsi un esame di coscienza per capire meglio cosa realmente vuole lui dalla vita e cosa invece sta facendo solo perché crede di volerlo a causa degli insegnamenti inculcatici dalla società fin da piccoli.
La trama di sottofondo è molto elaborata ma resa comunque semplice e di facile comprensione grazie allo stile narrativo semplice scelto dall’autore.
Molto ben sviluppati sono i pensieri del protagonista, la sua confusione, i suoi timori, i suoi sogni e le sue rassegnazioni, specialmente a fine romanzo quando dentro di lui inizia la lotta tra il voler provare a realizzare i suoi sogni e la parte più concreta che gli impone di lasciare i sogni chiusi in un cassetto perché la società è quello che richiede.
Il musicista, invece, è realizzato bene da un lato, ma dall’altro a volte forse è stato reso un po’ troppo pedante, con quel suo modo di fare da so tutto io che indispone, ma anche questo comunque dimostra la capacità dell’autore di realizzare personaggi molto realistici sia nel bene che nel male.

Eloy Moreno nasce a Castellon de la Plana nel 1976.
Laureato in Ingegneria Tecnica Informatica di Gestione all’Università Jaume I, ha iniziato a lavorare in un’impresa informatica per poi vincere il concorso di informatica al Municipio di Castellon de la Plana.
Il regalo è il suo secondo romanzo pubblicato, il primo è Ricomincio da te.
Nel 2008 ha vinto il concorso di Racconto Breve con La cama Creciente.

Source: ebook inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Ci proteggerà la neve, Ruta Sepetys (Garzanti, 2016)

26 settembre 2016
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La guerra è una catastrofe. Spezza famiglie in cocci irreparabili. Ma non è detto che coloro che se ne sono andati siano persi.

Ci sono pieghe della storia destinate a rimanere oscure. Episodi, vite vissute che non verranno mai ricordate, che non compariranno nei libri di storia, o nei discorsi di conferenze e dibattiti, perché nessuno si è preso la briga di narrarli, di tramandarli. E’ inevitabile, molto andrà perduto, quello che resta è solo un’ infinitesima percentuale di memoria condivisa.
Poi ci sono fatti nascosti nel passato che non vedrebbero la luce, che non giungerebbero all’opinione pubblica, se non per un concatenarsi di eventi, a volte fortuiti, a volte sorprendenti. Testimoni ancora in vita che decidono di narrare eventi di 70 anni prima, una ricercatrice, con il dono di saper scrivere, con la voglia e il coraggio di passare anni a viaggiare, scartabellare documenti, biglietti, leggere interviste, consultare biblioteche, e soprattutto lettori desiderosi di conoscere una storia per certi versi dimenticata.
Ruta Sepetys, già autrice di Avevano spento anche la luna (2011), ci riporta durante la Seconda Guerra Mondiale e nel suo nuovo romanzo, Ci proteggerà la neve, (Salt to the Sea, 2016) fa luce su uno di quegli episodi che senza di lei sarebbero stati destinati all’oblio. Ci narra infondo una storia di famiglia, al massimo conosciuta dai suoi stretti familiari, sussurrata in qualche incontro conviviale, destinata ad essere conosciuta solo dai pochi discendenti di coloro che la vissero. Una storia tragica, di dolore, di guerra, ma anche di coraggio, di eroismo, di speranza. Insomma una storia capace di coinvolgere e interessare anche coloro che non fanno parte del suo cerchio familiare, per il suo respiro universale, per il suo essere testimonianza e in un certo senso monito per le generazioni future.
Molto di quello che leggerete in questo libro probabilmente vi sorprenderà, arrivando a intaccare anche molte vostre convinzioni profonde. Alcuni fatti sono davvero incredibili, addirittura inverosimili, ma tuttavia la vita è incredibilmente più strana di qualsiasi cosa la mente umana possa inventare.
Cuore del romanzo è un episodio dimenticato che lascio le parole dell’autrice descrivere:

durante la Seconda Guerra Mondiale una nave nota col nome di Wilhelm Gustloff salpò durante una cupa bufera di neve, con a bordo più di diecimila sfollati, tra cui cinquemila bambini e adolescenti. La nave partì ma non arrivò mai alla sua destinazione stabilita. Scomparve. Cosa successe alla Wilhelm Gustloff e ai diecimila passeggeri che trasportava?

Tra quei bambini profughi dispersi per l’Europa ci fu il padre dell’autrice e una sua cugina trovò un passaggio sulla Wilhelm Gustloff. Da questo nucleo reale si è dipanata la storia di Joana, Florian, Emilia e Alfred. La storia di un gruppo di profughi (quanto oggi questa parola suona drammaticamente reale) in fuga dalla Prussia invasa dall’ Armata Rossa di Stalin. Per la maggior parte civili tedeschi, ma anche lituani come il padre dell’autrice, polacchi, lettoni, prussiani. Tutti in fuga verso il mar Baltico in attesa di una nave che li porterà (forse) in salvo.
La Sepetys ci narra le loro storie, drammatizzando certo, ma condensando esistenze reali, fatti vissuti. Così conosciamo una ragazza lettone all’ottavo mese di gravidanza, una infermiera lituana che ha lasciato il suo paese, Florian, un tedesco che nasconde un segreto che può renderlo ricco, ma anche portarlo alla morte. E ancora un anziano calzolaio, che sa quale scarpa ognuno dovrebbe portare per arrivare alla meta. Un bambino che ha perso la mamma e che ha adottato il calzolaio come nonne ed Eva una donna grande e grossa che trascina con un cavallo un carro che porta tutte le sue ricchezze.
Questo gruppo eterogeneo si trascinerà in mezzo alle insidie e ai pericoli tutto per arrivare al porto dove li attende la nave della salvezza. Non anticipo altro, starà al lettore arrivare a questo punto e proseguire seguendo il destino della Wilhelm Gustloff e dei suoi passeggeri, per lo meno di coloro che riuscirono a salire a bordo.
Ci proteggerà la neve, l’avete capito è un romanzo che non farà fatica a commuovervi, e a farvi sentire come reali le vite dei personaggi. Il suo realismo infatti, grazie all’attenta ricostruzione storica dell’autrice, è senz’altro la parte più efficace e sorprendente, soprattutto perché racchiude molte riflessioni sulla brutalità della guerra, che inevitabilmente rende peggiori alcuni e altri eroici soprattutto quando è in gioco la vita e la sopravvivenza.
La sorte dei civili nelle zone di guerra sono passati 70 anni ma non è cambiata di molto. I profughi fuggono in cerca di salvezza e son pochi quelli che riescono a trovarla.
L’edizione italiana è pubblicata da Garzanti e tradotta da Roberta Scarabelli.

Ruta Sepetys è nata negli Stati Uniti da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (2011). Sono seguiti i romanzi Una stanza piena di sogni (2013) e Ci proteggerà la neve (2016), tutti editi da Garzanti. Vive nel Tennessee con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: I mercanti dell’Apocalisse, di L.K. Brass (Giunti, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

26 settembre 2016
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Romanzo d’esordio dell’autore che si firma L.K. Brass, I mercanti dell’Apocalisse (Giunti, 2016) è un thriller che vuole mostrare al lettore il volto oscuro del mondo finanziario che ormai governa a tutti gli effetti il mondo, quello vero.
Daniel Martin, esperto informatico con un passato da hacker prima e agente segreto poi, comprende tardi di essere in pericolo, non realizza che sarà la sua stessa indecisione la condanna che porrà la parola fine alla sua vita, quella vissuta fino a quel momento almeno.
I mercanti dell’Apocalisse è un libro che nasce dall’idea di Brass di farne una serie e, in effetti, la vicenda in esso narrata sembra proprio un prologo che aiuta e invoglia il lettore a entrare e percorrere i sentieri del labirintico mondo che l’autore vuol fargli conoscere. Un universo fatto di byte, programmi, sistemi, misteri e segreti opportunamente celati dietro un’apparente normalità, falsa come falso è il mondo finanziario che la controlla.
A tratti sembra di rivedere le scene dei film della trilogia Matrix, firmata dai fratelli Lana e Andy Wachowski, ma solo per il senso di inquietudine che avvolge l’intera vicenda.
In Matrix l’intero genere umano è soggiogato dalle macchine di cui un tempo si serviva, ne I mercanti dell’Apocalisse i cattivi si servono delle macchine per controllare interi Stati. Ma chi sono questi cattivi.

«Quando abbiamo scoperto gli insider con Michael abbiamo fatto una stima ancora più precisa. Negli ultimi due anni le loro operazioni hanno fruttato circa sei miliardi e le scommesse contro i Paesi dell’euro come minimo settanta.»

Insider interni vendono informazioni a operatori del mercato finanziario che lavorano in maniera occulta ma costante per vanificare gli effetti delle misure poste in essere dalla Bce (Banca Centrale Europea) a tutela delle economie degli Stati deboli.
All’inizio dell’estate del 2007 delle insolvenze su mutui ipotecari concessi negli Stati Uniti generarono uno shock per la finanza mondiale con conseguenze definite epocali. A partire dal 2008 la crisi si è spostata in quella che viene definita “economia reale”.
Ci si chiede perché mai per investimenti sbagliati fatti da banchieri e finanzieri debbano farne le spese migliaia di lavoratori e risparmiatori in tutto il mondo.

«Anna continuò il suo racconto lasciandosi andare a un lungo sfogo. Scommettere con le economie di interi Paesi era un crimine senza appello. Sapeva che dietro le statistiche e il Pil c’erano le vite delle persone che pagavano a caro prezzo l’avidità di finanzieri senza scrupoli. »

Dalla sua uscita sul mercato librario, lo scorso marzo, si è letto molto su quanto, ne I mercanti dell’Apocalisse, ci fosse di autobiografico nel protagonista. Non importa quanto di personale Brass abbia voluto raccontare, ciò che bisognerebbe chiedersi è invece quanto ci sia di ognuno di noi nella gente vittima dei “mercati finanziari”.
Leggendo alcuni passaggi del libro che narrano delle menzogne e delle mezze verità spacciate per ineluttabili necessità con il contributo di governi e media ritornano alla mente le narrazioni di Michael Ende in Momo (Longanesi, 1984) il quale già nel 1973, anno di uscita del testo, denunciava l’inganno messo in atto dal sistema per rubare il tempo, e quindi la vita, alle persone con la promessa, falsa, di restituire loro tutto con gli interessi dopo il sessantaduesimo anno.
Lucio Anneo Seneca, vissuto a ridosso dell’anno zero, sosteneva che «il tempo è l’unica cosa che nessuno, nemmeno una persona riconoscente ci può restituire.»
Il tempo è fondamentale. Il tempo è lo spazio della vita. Maurizio Pallante ne I monasteri del terzo millennio (Lindau, 2013) descrive perfettamente le degenerazioni dell’attuale sistema che tenta di convincere tutti a identificare la vita con il lavoro e la produzione di oggetti o denaro e la rimanente parte di “tempo libero” come un vuoto da riempire con attività passatempo. Uno spazio quasi inutile.
L.K. Brass, forse per evidenziare il paradosso dell’attuale sistema, afferma che «tutto è pura finzione. Solo quando succede sui mercati finanziari è reale».
Ecco allora che un nuovo quesito si fa spazio nel lettore: perché lasciare tutto in mano a persone che fanno un gioco simile a quello d’azzardo anche dove quest’ultimo è vietato per ovvi motivi?
Si sofferma a lungo l’autore nelle descrizioni fatte dal protagonista Daniel Martin sulle similitudini tra finanza e gioco d’azzardo. Le differenze sulle conseguenze invece sono ben note.
I mercanti dell’Apocalisse di L.K. Brass è fuor di dubbio un gran bel libro che dice, senza tanti giri di parole, ciò che dovrebbe essere ormai chiaro a tutti e che invece si occulta e si finge di non capire solo perché un eventuale cambiamento forse spaventa più della crisi del sistema che in qualche modo ci si illude di riuscire a superare rimanendo indenni.

«La situazione economica sta precipitando. Uno stato è in default e sta trattando un condono quasi totale del debito, mentre un altro sta preparando segretamente l’uscita dall’euro. Le economie mondiali crescono, ma il divario fra le classi continua ad aumentare.»

L.K. Brass: Nato a Lugano, ha vissuto a Parigi, Vaduz, Chicago, Ginevra, Zurigo. Si occupa di sistemi informativi finanziari. I mercanti dell’Apocalisse è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Da quassù la terra è bellissima, Toni Bruno, (Bao publishing 2016) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2016
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Gli anni Sessanta e le tensioni tra Stati Uniti d’America e URRS, dovute alla Guerra fredda, sono al centro della graphic novel Da quassù la terra è bellissima di Toni Bruno, pubblicata da Bao publishing. Due mondi diversi, agli antipodi, alle prese con gli studi e le esercitazioni militari per mandare l’uomo nello spazio. Da una parte, nel paese stelle e strisce, c’è il professor Jones, esperto psicologo e ricercatore presso un’università statunitense. Dall’altra, in Urss, c’è Akim, uomo tutto d’un pezzo, appartenente all’esercito russo che lo sta preparando per una missione spaziale. Due vite lontane, diverse. Un giorno il professor Jones riceve l’avviso di chiamata per la guerra del Vietnam, e visto come stanno andando le cose, il giovane docente è molto preoccupato, ma un suo caro amico ha in serbo per lui una buona via di fuga. Mister Jones potrà evitare la guerra in Vietnam andando in Russia. All’inizio, l’americano non avrà la minima intenzione di partire, ma accetterà la proposta dall’amico e, di conseguenza, la missione da compiere. Arrivato in Russia, Jones dovrà scontrarsi con una cultura diversa da quella americana e con una società nella quale lo straniero è visto con profondo sospetto e lo è ancora di più se americano come lui. Jones, ridotto ad uno straccio dal poco riposo e dallo stress personale, si sente sì uno cencio, ma questo non gli impedirà di cominciare a svolgere il suo lavoro di psicoterapeuta con Akim. Il russo è il pupillo dell’esercito sovietico, però l’uomo è vittima di un qualcosa di sconosciuto (stress e traumi piscologici accumulati e non accettati) che gli impedisce di passare i test necessari per la missione fuori dal globo terrestre. Per mister Jones l’impresa lavorativa sembrerà diventare più complicata del previsto in quanto, oltre alle pressioni del governo russo – che non vede progressi, ma solo pecche nel lavoro che l’americano sta compiendo- il giovane professore dovrà scontrarsi con il muro di omertà e incomunicabilità dietro il quale si nasconde Akim. Tra tazze di caffè bollente, sigarette, gelide giornate e notti insonni, un po’ alla volta lo psicologo Jones non solo riuscirà a sconfiggere la ritrosia di Akim ma, diventando suo amico, lo aiuterà, con semplici espedienti (spostare i mobili nello studio delle sedute o cominciare a parlare di sé per aiutare il militare ad esporsi) ad affrontare le proprie paure, portandolo a parlare e a riflettere sui propri tormenti. La storia di Toni Bruno ricostruisce un’epoca storica del nostro passato recente nella quale le tensioni e la competizione tra Stati erano, e lo sono ancora oggi in certi casi, sempre dietro l’angolo. Da quassù la terra è bellissima è la narrazione per immagini di un’amicizia capace di andare oltre le diversità culturali e aldilà gli interessi politici, riscoprendo il lato umano dei protagonisti, spesso costretti a sentirsi solo degli ingranaggi della macchina governativa, per la quale il fallire e il sentimentalismo sono inaccettabili.

Toni Bruno è nato a Catania nel 1982, vive e lavora a Roma. Autore legato all’attivismo politico e all’editoria indipendente, ha disegnato per case editrici come Newton Compton e per riviste come L’Unità, Il Misfatto, Mamma! Antifanzine, Ztl Free Press, Sherwood Comix e tante altre. Ha illustrato i booklet degli album “Siamo Guerriglia”, “Rumbo al socialismo XXI” e “Banditi senza tempo” della Banda Bassotti. Ha pubblicato numerosi graphic novel quali Non mi uccise la morte- La storia di Stefano Cucchi (Castelvecchi Editori, 2009), Lo psicotico domato (Nicola Pesce editore, 2010) e Kurt Cobain- Quando ero un alieno (Edizioni BD, 2013) poi tradotto negli Stati Uniti, in Canada, in Spagna, in Brasile e Francia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Nick Carter si diverte (mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo), Mario Levrero (Calabuig, 2016), a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

23 settembre 2016
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Ed eccoti in partenza, Nick Carter, rifiuto umano. Chi credi di poter prendere in giro con il tuo rozzo travestimento da giardiniere? Ecco che ti trascini come un verme, senza voler ammettere il sordido vuoto della tua vita. Che senso hanno tutte le avventure che hai accumulato? A che cosa ti sono servite? A chi sono servite? […] Ah, Carter! Ecco che te ne vai, dicendo “arriva Nick Carter, il detective più famoso del mondo, a risolvere l’enigma”. Ma in fondo all’animuccia tua lo sai che non è così. L’enigma sei tu, Nick Carter, l’unico vero enigma che non hai mai risolto, l’enigma della tua vita vuota, della tua vera identità. Quanto denaro hai dato ai giornali perché gonfiassero le tue gesta? A quanti semplici piaceri della vita hai rinunciato in nome del tuo spaventoso narcisismo? Prendi il treno, Nick Carter, prendi il treno che porterà al castello verso una nuova vittoria artificiale. […] E tu, lettore, che ti impietosisci per il vuoto di Nick Carter, che cosa sai dirmi di te? Del tuo enigma, della tua identità? Non ti rendi conto che anche tu sei stato assassinato? Anche a te hanno piantato un coltello nella schiena il giorno stesso in cui sei nato. Ma nella tua cecità chiami vita la tua vita, quella ce trascini, come tanti lettori, infettando il mondo. Non è ancora nato il detective capace di indagare sulla tua morte, o lettore. Non sarai mai vendicato, anonimo verme. Tu non sei migliore di Nick Carter, e neppure di me.[1]

Chiamato a svolgere un compito apparentemente di routine – vigilare sull’incolumità degli ospiti di Lord Ponsonby – il mitico Nick Carter si troverà ad affrontare i suoi nemici storici, affiancati da una temibile schiera di mostri marini…
Quando si parla di “sfondamento”, di “revisione”, “sospensione”, “decostruzione” dei canoni narrativi in ambito poliziesco, e in generale per tutto quanto riguarda il vasto campo del romanzo d’indagine, meglio andarci con i piedi di piombo: un po’ perché non ci si confronta con un genere, ma tutt’al più con un insieme di convenzioni condivise che disegnano diverse classi di oggetti narrativi (il “giallo classico”, il romanzo “a chiave”, il “mistery”, il “noir”, l’“hardboiled” ecc. ecc.) tra loro accomunati dalla famigerata “aria di famiglia” wittgensteiniana[2], e un po’ perché i tentativi di sconvolgimento, revisione, sospensione ecc., sono talmente diffusi e reiterati da definire, ormai, una classe di oggetti a sé, un variopinto insieme di romanzi d’indagine “indisciplinati”. Detto questo, nel caso di Nick Carter si diverte, strano ibrido datato 1973, proprio non si può proprio fare a meno di parlare di sforamento, trasgressione, di infrazione dei canoni: come interpretare, altrimenti, questo ammasso di elementi eterogenei? Come giustificare l’unità dei detriti pop che convivono in questo brevissimo pastiche, che sta al pulp un po’ come Il mostro degli Hawkline di Richard Brautigan sta al western (e/o al gotico)?
Ma andiamo con ordine; tanto per cominciare lo spunto, inequivocabilmente fornito dal protagonista: Nick Carter è un residuato dell’era pulp, passato dalle dime novels alla radio, ed entrato nella storia per i suoi tratti da super-eroe[3] ante litteram. Qui, invecchiato ma non per questo più fallibile o meno esibizionista[4] , il “master detective” è catapultato nell’alta società e messo alle prese con un caso “irrisolvibile”, in quanto del tutto inconsistente: a quanto dice il suo cliente, tale Lord Ponsonby, gli ospiti del castello di famiglia hanno ricevuto delle vaghe minacce e… chi meglio di Nick Carter per vegliare su di loro? Poi l’ambientazione, tutt’altro che realistica nell’improbabile sequela di castelli, sotterranei, scorci cittadini ecc. E ancora gli antagonisti: il perfido Watson (ebbene sì, proprio lui, il dottor Watson di holmesiana memoria…), la Vedova Nera[5] e l’esercito di mostri marini che ai due supercattivi dà manforte. E per finire gli allucinanti comprimari, dall’incomprensibile spalla Tinker, alla segretaria ninfomane (che, tanto per ribadire il gusto dell’autore per i paradossi, si chiama Virginia), dagli ospiti del ballo di gala allo stesso Lord Ponsonby.
Insomma, qui più che di fronte a una revisione, a un allargamento dei (presunti) canoni del (presunto) genere, ci troviamo alle prese con un piccolo grande collage[6], che vede giustapposti elementi gotici e “gialli”, riferimenti alla dime-novel, parentesi fumettistiche, trovate feuilettonesche e passaggi che strizzano l’occhio alla letteratura erotica[7]; un piccolo grande gioco di specchi[8] in cui, come si suol dire, tutto è possibile, ma niente è come sembra.
E in tutto questo, “Nick Carter si diverte” (e con lui l’autore, il lettore…).
Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, di Mario Levrero, è proposto ai lettori italiani da Jaca Book, collana Calbuig, nella riuscitissima traduzione di Sara Cavarero.

Jorge Mario Varlotta Levrero (Montevideo 1940 – 2004) ha pubblicato una decina di romanzi che lo hanno reso uno scrittore di culto, un punto di riferimento per molti autori latinoamericani. Appassionato di ipnosi, fenomeni telepatici, computer e libri gialli, ha esercitato molti mestieri, tra i quali il fotografo, il libraio, il direttore di riviste di enigmistica e l’autore di videogiochi. La rivista “Granta” lo ha recentemente proposto all’attenzione dei lettori europei nella rubrica Best Untranslated Writers.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’ Ufficio Stampa Jaka Book.

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[1] Mario Levrero, Nick Carter si diverte, Calabuig [Jaca Book], Milano 2016. pp. 65 sgg. Traduzione di Sara Cavarero.
[2] Motivo per cui tracciare dei confini precisi per isolare questi fantomatici “canoni” è tutt’altro che facile.
[3] Secondo la fortunata definizione dello storico del pulp Jess Nevins, Nick Carter è il “nonno di tutti i supereroi”.
[4] Cfr. p. 14.
[5] Classica femme fatale cattiva come il peccato e altrettanto irresistibile
[6] Il cui elemento d’uniformità è forse legato alla dissimulazione dell’operazione decostruttiva/ricostruttiva dietro la buffonesca, anacronistica maschera del pulp delle origini…
[7] Da segnalare l’ottimo lavoro della traduttrice Sara Cavarero, in grado di conservare, oltre al lessico specifico dei vari riferimenti, i furiosi stacchi della lingua originale, sempre oscillante tra presente e passato, tra la prima persona di Carter e gli interventi della voce “off” (così Levrero si rivolge direttamente al lettore e/o al protagonista), persa tra magniloquente sensazionalismo radiodrammatico e inedita ironia.
[8] Non a caso il tema del “doppio”, spesso introdotto dal passaggio di fronte a uno specchio, si rivela asse portante dell’intera narrazione (ammesso che di asse portante si possa parlare, vista la chiara eccentricità del romanzo).

:: La luce dei giorni, Jay McInerney (Bompiani, 2016) a cura di Micol Borzatta

21 settembre 2016
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Russel e Corinne Calloway. Coppia cinquantenne che vive a New York, in un loft a TriBeCa, lo stesso loft di quando erano ragazzi.
Lui editore di successo e lei impegnata nel sociale.
Entrambi vivono ancora i loro sogni e le loro ambizioni lavorative, ma il loro matrimonio ne risente.
A iniziare proprio dal loft, amato da lui ma odiato da lei che vorrebbe trasferirsi, anche per dare più spazio ai due gemelli undicenni, fino ad arrivare alla riapparizione di Luke, vecchio amante di Corinne, tutto sembra volerli mettere costantemente alla prova.
Russel infatti deve vedersela con gli alti e bassi editoriali che gli daranno sempre più pensieri, Corinne invece sentirà rispuntare nuovamente lo stesso sentimento che nacque fra lei e Luke quando lo vide la prima volta, quel famoso 11 settembre che riempì l’America di terrore, ma loro due scoprirono una forte passione.
Romanzo molto particolare con un inizio molto lento che non cattura il lettore, portandolo nella vita dei personaggi come un semplice spettatore esterno, senza nessun coinvolgimento.
Lo stile narrativo usato dall’autore è molto dispersivo, rendendo la lettura difficile e pesante.
I personaggi, come i luoghi, sono carenti di caratterizzazione e le descrizioni praticamente nulle, mancanza che trasmette una sensazione di sterilità al lettore che non riesce a immaginare l’atmosfera di sfondo.
La trama poi è completamente latitante, che non motiva per nulla la lunghezza di oltre 500 pagine.
Un titolo molto atteso che dovrebbe concludere, a dieci anni di distanza, la trilogia iniziata con Si spengono le luci e continuato con Good Life, ma che è stato strutturato male, deludendo un po’ il lettore.

Jay McInerney nasce nel 1955 ad Hartford.
Vive a New York dove è considerato il miglior autore del Brat Pack.
Autore di racconti e sceneggiature, tra cui un film interpretato da Angelina Jolie, è passato successivamente ai romanzi, dichiarando che, nonostante le apparenze, non sono autobiografici.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Frida dell’ Ufficio Stampa Bompiani.

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:: Nel paese dei mullah di Hamid-Reza Vassaf (Eris edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

21 settembre 2016
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Dalla fine degli anni Settanta l’Iran è periodicamente sotto gli occhi dell’Occidente, come unico Paese ad aver stabilito una teocrazia di stato dopo aver rovesciato il regime filo occidentale dello Scià, e come luogo di fermento culturale in tutte le arti creative, malgrado la repressione, dove i suoi abitanti vivono una doppia vita tra un pubblico di adesione ad un modello che sentono sempre meno e un privato in cui si sognano altri stili di vita.
Chi ha saputo raccontare questo mondo complesso, pericoloso, terribile ma non privo di fascino sono stati i fumettisti, in un Paese che chiuse le porte ai comics a stelle e strisce ma non alla voglia di raccontare per immagini la realtà. Dopo la condizione delle donne e delle ragazze raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, ne Nel Paese dei Mullah l’autore Hamid Reza Vassaf racconta l’incontro e confronto su un’isola deserta tra due rappresentanti della società iraniana, un soldato e uno scrittore, il primo giunto per caso, il secondo per scelta in cerca della tranquillità.
Attraverso le loro esperienze di militare fedele al regime e di intellettuale moderato e critico verso l’integralismo religioso, si ricostruisce la storia degli ultimi decenni dell’Iran, mentre i due protagonisti, pian piano vedono le loro certezze sgretolarsi di fronte ad un modello insostenibile e che soprattutto ha deluso chi ci credeva. Nelle tavole del fumetto, in un bianco e nero che colpisce con la sua essenzialità, si parla di tutti gli aspetti della vita quotidiana, come il matrimonio, le prigioni in cui finiscono criminali comuni ma anche oppositori al regime e persone contrarie alla morale come adultere e omosessuali, la politica, la libertà di stampa, i diritti delle donne e i diritti civili in generale, perché se le donne sono oppresse anche gli uomini non stanno bene, pur senza veli e altre costrizioni fisiche evidenti.
Per capire l’Iran, che da poco ha visto rimuovere l’embargo tra gli applausi soprattutto di molte aziende occidentali, ci sono senz’altro saggi e approfondimenti, ma lo sguardo impietoso e intenso che lancia questa graphic novel può aiutare più di molte opere più accademiche e paludate. Per le sue idee, Vassaf è stato costretto a lasciare il suo Paese, e questa e altre sue opere sono state messe al bando in Iran.

Hamid-Reza Vassaf è nato a Teheran nel 1970 e si è formato come fumettista, grafico e sceneggiatore. Ha insegnato comunicazione visiva alla facoltà di Arte e Architettura dell’Università Azzad di Teheran ed è stato a capo di uno studio grafico con cui ha lavorato con giornali, teatri e registi. Le sue tematiche preferite sono la libertà di espressione e la mitologia della Persia antica. Nel 2006 ha lasciato il suo Paese e si è trasferito in Francia, come Marjane Satrapi: tutte le sue opere, graphic novel e articoli, sono attualmente vietate in Iran. Nel paese dei Mullah è il suo primo fumetto ad essere pubblicato in Occidente ed è dedicato dall’autore alle donne iraniane.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Gabriele dell’Ufficio Stampa Eris.

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