Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Colpo di luna di Georges Simenon (Adelphi Milano, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

2 gennaio 2026

Libreville, Gabon. Un agosto dei primi anni Trenta del Novecento, quasi un secolo fa. La nave si ferma in rada; la terraferma è ancora lontana, appare come una sabbiosa linea bianca sovrastata dalla linea scura della foresta; grazie a una scialuppa e all’aiuto di un negro, il beneducato 23enne Joseph Timar, francese originario di La Rochelle (a sud-ovest, fra Nantes e Bordeaux), con tanti bagagli sbarca infine al porto della capitale della colonia. C’è un unico albergo, il Central, una costruzione gialla, arretrata rispetto alla banchina, a cinquanta metri dalle palme da cocco, e immersa in un intrico di piante dalle forme bizzarre. Le spoglie camere (tante sempre libere) si trovano al piano superiore: pareti in colori pastello, zanzariere sopra i letti, brulichii di animaletti, una brocca un catino un baule (i bisogni dietro un cespuglio, fuori). Sotto, nella sala principale, ci sono il caffè, aperto al pubblico (bianco), e il ristorante, dove quotidianamente mangiano gli scapoli (bianchi) della zona, ognuno possiede i propri tavolo e portatovagliolo. Grazie a un potente zio, lui è stato teoricamente assunto dalla compagnia Sacova, si presenta all’agenzia commerciale, malmessa; il direttore è ancor più stupito, il posto si trova praticamente a dieci giorni di navigazione, nella parte alta della foce del fiume, e la lancia è in riparazione, ci vorrà almeno un mese. Una delle prime mattine (di sudata pigra attesa) si presenta in camera la calma sorridente 35enne sensuale bianca Adèle e scatta d’improvviso un’intimità frenetica e brutale, non è il primo. Lei è la padrona dell’albergo insieme al bianco marito, Eugène, il quale muore dopo qualche giorno, quasi in contemporanea con l’omicidio di Thomas, il boy negro dell’albergo. Clima torrido equatoriale, torbido contesto coloniale, concessioni francesi di sfruttamento privato di innumerevoli alberi locali (ebani e mogani), regole storicamente razziali, da capire purtroppo. Anche questo romanzo è molto bello (non Maigret, non giallo). Mesto angosciante avvilente, sempre eccelso e struggente. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Questo breve impietoso excursus romanzesco nel mondo coloniale africano della Francia (visitato di persona poco tempo prima) è del 1933, già tradotto una ventina di anni fa. Scritto in un periodo di prodigiosa creatività, l’autore descrive l’ecosistema umano con crudo coraggioso realismo: da una parte la massa dei neri, schiavizzata seppur inafferrabile e minacciosa; dall’altra la comunità europea, mediocri funzionari più o meno cinici e più o meno corrotti, accanto a oppure essi stessi “naufraghi” della vita abbrutiti da caldo, alcol, febbri tropicali. La narrazione è in terza varia al passato, fissa sul giovane inesperto sprovveduto Joseph Jo, vieppiù angustiato dalla situazione. In copertina un nudo di schiena (d’incarnato scuro) su divano rosa di Vallotton (dipinto nel 1925), la coprotagonista verrebbe da dire. Il titolo allude ai tenebrosi allucinati chiaroscuri dell’Africa (che dicono misteriosa), a volte di notte appare il proprio colpo di luna, poi torna indimenticabile e inesorabile, una “crisi”, come potrebbe definirsi: “l’avrebbe aiutato, nel vuoto del letto, a ritrovare la carne troppo bianca di Adèle e l’aria pesante, e un sottofondo di sudore, e l’odore dei rematori neri, mentre sua moglie, in camicia da notte, gli avrebbe preparato una tisana”. I negri possono essere frustati o appesi, pagati o sparati, alla bisogna. Vini e liquori soprattutto patri (come giustizia e ingiustizia), ça va sans dire: champagne, pernod, calvados. Anche il contorno musicale ne risente.

:: La Fine dell’antigiudaismo cristiano – La chiesa cattolica e gli ebrei dalla Rivoluzione francese al concilio Vaticano II di Philippe Chenaux (Marietti 1820, 2025) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2025

Philippe Chenaux ripercorre le tappe del cammino lungo due secoli, dalla Rivoluzione francese fino al concilio Vaticano II, che ha portato la chiesa cattolica a superare le sue posizioni antigiudaiche. Gli snodi principali della storia europea fanno da sfondo alla ricerca dell’autore su alcuni passaggi cruciali: la soppressione dell’associazione Amici di Israele nel 1928, le motivazioni all’origine dei «silenzi» di Pio XII, la resistenza della Santa Sede alle iniziative del dialogo interreligioso che si moltiplicarono dal secondo dopoguerra e infine le posizioni di Paolo VI. Il risultato è un affresco che mostra aspetti inediti, o illuminati da nuova luce, della storia delle relazioni ebraico-cristiane.

La fine dell’antigiudaismo cristiano, del professore Philippe Chenaux è un ricco saggio storico che affronta uno dei temi più delicati e controversi che hanno caratterizzato la storia religiosa europea. L’obiettivo centrale del saggio di Chenaux è tracciare un percorso storico di quasi due secoli, dalla Rivoluzione francese al Concilio Vaticano II, per mostrare come, progressivamente, la Chiesa cattolica abbia abbandonato la sua lunga tradizione di antigiudaismo religioso e abbia avviato — pur con prudenza, difficoltà e contraddizioni — un’apertura di dialogo con l’ebraismo. Chenaux non propone semplicemente una cronologia di eventi, ma una narrativa articolata sulle dinamiche sociali, teologiche e istituzionali che hanno determinato la progressiva fine dell’antigiudaismo cristiano cattolico. Se vogliamo fu proprio l’Illuminismo e la Rivoluzione francese con l’emergere delle idee di eguaglianza universale a riassegnare uno status giuridico agli ebrei nelle società europee, prima relegati in ghetti o in posizioni di servitù e sudditanza, a cui venivano negati i più elementari diritti civili. L’accusa di “deicidio” sembra avere avvelenato per molti secoli i rapporti tra chiesa cattolica e mondo ebraico, e dobbiamo aspettare la svolta conciliare per mutare questa posizione. Ma se vogliamo sono gli eventi del XX secolo e soprattutto i silenzi di Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale i temi più controversi. L’eccessiva, per molti, prudenza del pontefice durante la persecuzione nazista culminata nella Shoah hanno lasciato una frattura quasi insanabile tra le due religioni che si può dire hanno una matrice comune e molte più similitudini che diversità, se pensiamo che la conversione di Israele segnerà la fine della Storia e l’avvento del Regno promesso già precognizzata da San Paolo. Un altro punto saliente ben evidenziato nel saggio è differenza sostanziale tra antigiudaismo (teologico) e antisemitismo (politico e razziale), quest’ultimo moltop più recente e germinato dalle stesse matrici politiche di stampo cristiano poi abbracciate in modo più radicale da correnti politiche più estremiste. Questa struttura pone l’opera tra la sintesi storica e l’analisi interpretativa, ricca di riferimenti documentari e di letture critiche dei comportamenti ecclesiastici. La fine dell’antigiudaismo cristiano di Philippe Chenaux è una lettura ben documentata e argomentata per chi vuole comprendere come la Chiesa cattolica abbia affrontato — e lentamente, con grandi resistenze, superato — secoli di pregiudizi religiosi nei confronti degli ebrei. Sebbene non risolva tutti i nodi interpretativi e lasci aperte alcune questioni critiche, rappresenta senz’altro un contributo significativo alla storiografia sul dialogo giudéo-cristiano.

Philippe Chenaux è professore emerito di Storia della Chiesa moderna e contemporanea alla Facoltà di teologia della Pontificia Università Lateranense. Ha insegnato nelle università di Friburgo, Ginevra e Arras. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia del papato in età contemporanea, la storia del concilio Vaticano II e del pensiero cattolico del Novecento, temi su cui ha pubblicato numerosi studi. Il suo libro più recente è Charles Journet (1891-1975). Un théologien engagé dans les combats de son temps (Desclée de Brouwer, 2025).

Source: libro inviato dalleditore.

:: Il tempo del girasole di Claudio Aorta (Balzano editore 2025) a cura di Giulietta Iannone

27 dicembre 2025

E se il tempo fosse circolare e non lineare? Ipotesi affascinante che apre la strada ai viaggi nel tempo, tema da sempre caro alla fantascienza da Un americano alla corte di Re Artù (1889) di Mark Twain e La macchina del tempo (1895) di H.G. Wells in poi. Claudio Aorta nel suo primo romanzo dal titolo Il tempo del girasole, edito da Balzano Editore, tratta questo tema aggiungendo riflessioni spirituali, esistenzialiste e storiche che danno al testo una certa profondità pur restando un romanzo di narrativa. Protagonista è una donna, Elena Giachetti, una giovane e brillante scienziata farmaceutica partenopea, la cui vita cambia radicalmente quando si reca a Posillipo per dipingere en plein air e per una distorsione spazio-temporale si trova catapultata nella Napoli del 1799, un periodo storico drammatico e non tanto conosciuto segnato dalla Rivoluzione Partenopea, che vide contrapposti giacobini e monarchici in un anelito di libertà sul modello della Rivoluzione francese. Il romanzo così alterna due piani temporali, la Napoli contemporanea e quella del tardo Settecento, espediente narrativo che serve all’autore per esplorare come il passato influenzi il presente in un continuum spazio temporale. Uno degli aspetti più originali del romanzo è come l’autore pone di fronte scienza, ragione e fede creando una vera tensione morale all’interno dello spazio interiore della protagonista. C’è spazio anche per l’amore tra Elena e Carlo Ballardini, il Direttore dell’Orfanotrofio “Angeli della Carità”, vissuto come uno stadio di crescita e arricchimento personale. Napoli poi diventa protagonista a pieno titolo, coi suoi vicoli, le sue piazze, la sua gente e i personaggi storici che via via Elena incontra. Il tempo del girasole è dunque un’opera sfaccettata, ricca ed evocativa che va oltre al semplice racconto storico ponendosi interrogativi sul tempo, sull’identità e su quanto il mondo interiore influenzi quello esteriore. Presto è annunciato un seguito del romanzo.

Claudio Aorta è nato a Napoli nel 1972 e vive a Roma dal 2001. Laureato in Economia e Commercio, lavora presso IP – Italiana Petroli.
La scrittura lo accompagna sin dai tempi del liceo e, nel corso degli anni, lo ha portato a sperimentare diverse forme espressive: poesie, canzoni, racconti e libri. Ha inoltre realizzato una sceneggiatura e un libro per bambini ancora inedito, oltre a collaborare con giornali online e riviste religiose, firmando articoli di attualità e riflessione interiore.
Nei suoi scritti esplora temi come la storia, la fede e il tempo, traendo ispirazione dalla vita quotidiana, dalle conversazioni con i figli e dal costante dialogo con la spiritualità.

Source: PDF inviato dall’autore, che ringraziamo anche per il caffè offerto su Ko-fi.

:: Sotto l’agrifoglio e altri racconti di Natale di AA. VV. (Elliot Edizioni 2025) a cura di Valentina Demelas

23 dicembre 2025

Elliot Edizioni con il libro Sotto l’agrifoglio e altri racconti di Natale affida i racconti tradizionali natalizi alle grandi voci classiche della letteratura anglofona, ma lo fa in modo originale e stimolante, evitando la scorciatoia del sentimentalismo facile. Una copertina splendida e sei racconti – tradotti in italiano da Arianna Moranduzzo – che esplorano le festività come momento di passaggio, di rivelazione, talvolta di disincanto: il risultato è un’antologia elegante, costruita su equilibri sottili, capace di restituire al Natale una profondità spesso dimenticata.

I racconti selezionati non cercano un’unità tematica rassicurante, ma funzionano per contrasti: luce e ombra, ironia e inquietudine, introspezione e immaginazione. Il Natale diventa così un espediente narrativo, uno spazio simbolico in cui i personaggi sono costretti a fare i conti con se stessi.

Ad aprire la raccolta è Anthony Trollope con Il ramo di vischio, che mette in scena un microcosmo rigidamente vittoriano, dominato da convenzioni sociali e tensioni sentimentali trattenute. La rivalità tra sorelle e la presenza di un pretendente ricco e desiderabile offrono all’autore l’occasione per una sottile analisi dei rapporti di potere affettivi. L’eleganza della scrittura è indiscutibile, ma il distacco emotivo della protagonista lascia il lettore volutamente sospeso, in una dimensione più ironica che consolatoria.

Con Alla locanda dell’agrifoglio di Charles Dickens il registro cambia nettamente. Il suo racconto, meno noto rispetto ai classici natalizi, è ambientato in una locanda isolata durante una violenta tormenta di neve. Qui il Natale non è rifugio, ma amplificatore di tensioni: l’atmosfera si fa cupa, quasi gotica, e i personaggi rivelano lati ambigui. Dickens dimostra ancora una volta come il contesto festivo possa diventare una lente per osservare le fragilità e le contraddizioni umane.

Il soprannaturale torna con forza nel racconto di Edith Wharton, dal titolo Dopo, ambientato in un maniero inglese infestato. I fantasmi, però, sembrano abitare soprattutto le coscienze dei protagonisti. Wharton utilizza l’elemento spettrale con finezza psicologica, trasformando la casa in uno spazio morale più che fisico. È uno dei testi più severi della raccolta, privo di qualsiasi indulgenza sentimentale.

A stemperare i toni interviene Lucy Maud Montgomery con Un’illuminazione natalizia, che racconta un Natale trascorso da un gruppo di adolescenti in un pensionato. Qui la festa diventa occasione di crescita, solidarietà e scoperta, con una narrazione luminosa che non scivola mai nella banalità.

Louisa May Alcott in Il sogno di Natale di Becky affronta la solitudine natalizia e il potere salvifico della fantasia con delicatezza quasi fiabesca; Margaret Oliphant con Racconto di Natale conduce i lettori in una dimensione inquieta e onirica, tra viaggi mancati, carrozze fuori dal tempo e famiglie enigmatiche, dove il Natale coincide con lo smarrimento.

Una lettura natalizia vicina ai canoni classici, ma mai prevedibile. Non tutti i racconti hanno la stessa intensità, e l’eterogeneità degli stili richiede un lettore disposto ad adattarsi, ma è proprio questa pluralità a rendere l’antologia efficace: un libro da leggere e godersi con calma, sotto l’albero o lontano dalle feste, ricordando che il miglior Natale letterario non si limita a consolare, ma invita a riflettere.

Racconti di: Anthony Trollope, Lucy Maud Montgomery, Charles Dickens, Louisa May Alcott, Edith Wharton, Margaret Oliphant.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giulia Olga Fasoli, responsabile dell’ufficio stampa Elliot Edizioni.

:: Il libro delle risposte minchione di Daniele Villa (Newton Compton Editori 2025) a cura di Valentina Demelas

23 dicembre 2025

Ci sono libri che promettono saggezza, altri che promettono soluzioni. Il libro delle risposte minchione di Daniele Villa, pubblicato da Newton Compton Editori, promette qualcosa di più onesto e, per certi versi, più raro: il diritto di non prendersi sul serio. L’autore – brillante comico e influencer da migliaia di follower – firma un oggetto editoriale dichiaratamente ludico, che gioca con l’estetica e la struttura dei classici “libri-oracolo” per smontarne, con ironia, ogni pretesa di verità.

Il meccanismo è semplice e volutamente rituale: si pensa a una domanda, si respira, si chiudono gli occhi, si sfoglia (o si scrolla, se il testo è in versione ebook). Ma invece dell’illuminazione mistica, arriva la “saggezza minchiona”, una raccolta di circa duecento risposte assurde, provocatorie, nonsense, pensate non per risolvere problemi, ma per ridimensionarli. Il messaggio, nemmeno troppo implicito, è chiaro: a volte l’unica risposta sensata è una risata.

Dal punto di vista editoriale, Newton Compton intercetta con precisione un filone che negli ultimi anni ha trovato grande spazio: libri-gioco, manuali ironici, oggetti da regalo capaci di funzionare sia come letture individuali sia come catalizzatori sociali. Questo volume nasce esplicitamente per essere condiviso: portato alle feste, alle cene tra amici, alle serate in cui la conversazione langue e serve un pretesto per rompere il ghiaccio.

Villa dimostra di conoscere bene il linguaggio dell’umorismo contemporaneo, fatto di tempi rapidi, battute secche, risposte che funzionano per accumulo e sorpresa. Le frasi sono brevi, spesso lapidarie, pensate per colpire subito. Il divertimento nasce dal contrasto tra la solennità del rito iniziale e la totale inadeguatezza delle risposte a qualsiasi domanda esistenziale. È qui che il libro trova la sua forza: nello scarto tra aspettativa e risultato.

C’è però anche un limite strutturale, inevitabile per un’operazione di questo tipo. L’effetto sorpresa, dopo un certo numero di pagine, tende ad attenuarsi. Non tutte le risposte hanno lo stesso impatto e la lettura continuativa rischia di appiattire il ritmo comico. Il libro delle risposte minchione funziona molto meglio come esperienza intermittente, piuttosto che come testo da leggere dall’inizio alla fine.

Detto questo, l’obiettivo del libro non è mai quello di costruire un discorso coerente o un percorso narrativo. Il suo valore sta nell’uso che se ne fa: come antistress improvvisato, come gioco collettivo, come parodia gentile della nostra ossessione per le risposte giuste, definitive, illuminanti. In un’epoca in cui ogni scelta sembra dover essere ottimizzata e spiegata, rivendicare il nonsense diventa quasi un gesto liberatorio.

Il libro delle risposte minchione non insegna nulla, e proprio per questo funziona. Non offre soluzioni, ma concede tregua. Non promette crescita personale, ma una risata condivisa. E forse, oggi, è già una forma di saggezza, anche se minchiona, come da dichiarazione d’intenti.

Daniele Villa Genio78, all’anagrafe Daniele Villa, è nato a Piacenza nel 1978. Da anni le sue battute attraggono decine di migliaia di follower sul web. Ha lavorato nell’azienda edile di famiglia per quindici anni, fino a quando non è diventato autore. Con la Newton Compton ha pubblicato il Calendario minchioneGiochi da fare quando sei ubriaco, Il libro delle risposte minchione101 posti in cui fare sesso almeno una volta nella vita, Il libro delle scuse minchione 300 frasi che vorresti (ma non puoi) dire al lavoro.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Beatrice Maione responsabile dell’ufficio stampadi Newton Compton Editori.

:: Ragazzo di Sacha Naspini (e/o, 2025) a cura di Patrizia Debicke

18 dicembre 2025

In Ragazzo, Sacha Naspini affonda la sua penna nell’età più fragile e incendiaria dei giovanissimi, e ci racconta di un’adolescenza spinta ai margini, osservata dalla provincia come da una muta e indifferente platea. Descrive Follonica e il quartiere operaio di Senzuno non come semplici sfondi, ma come  corpi vivi, fatti di scabri caseggiati e strade senza promesse immerse in silenzi talvolta  più pesanti delle parole. La provincia immobile, asetticamente avulsa, si trasforma  in  una gabbia emotiva dalla quale i protagonisti tentano invano di evadere senza poter fruire di indicazioni.
Giacomo e Matteo incarnano due opposte modalità di stare al mondo, unite da un vecchio legame ormai logoro. Il primo vive la crescita come un’urgenza fisica, una brutale necessità: diventare forte, scrollarsi di dosso l’etichetta dello sfigato, spezzare l’immobilità che gli pesa  addosso come una colpa ereditaria. Matteo, invece, è fatto di sbandamento e di  paura, di gesti e parole mai  trattenuti, di una sensibilità che diventerà  solo un bersaglio in un contesto inapace di accoglierla. Il loro rapporto, esclusivo e totalizzante, si svilupperà  su un ambiguo filo tracciato tra amicizia, dipendenza e bisogno d’amore, fino ad arrivare a incrinarsi sotto la spinta  del cambiamento.
Naspini osserva i suoi personaggi con uno sguardo freddo, asettico, privo di indulgenza, offrendoci autentiche voci adolescenziali, ruvide e  talvolta disturbanti.
L’ingresso dei ragazzi al liceo scientifico segnerà tra loro una frattura irreversibile: il confronto con i compagni più forti, più ricchi, più visibili accentuerà il senso di esclusione, mentre il bullismo diventa una pratica quotidiana, quasi un rituale.
A casa, le famiglie appaiono assenti, inadeguate, incapaci di fornire strumenti o protezione, lasciando i ragazzi soli a confrontarsi con  prove forse sproporzionate rispetto alla loro età.
Dentro questo  immenso vuoto educativo e affettivo si inseriscono le grandi questioni dell’oggi adolescenziale: l’identità sociale, il corpo considerato come un  campo di battaglia, il desiderio di essere visti, l’amore vissuto come scossa violenta e destabilizzante.
Corinna Gentileschi rappresenta una possibilità di riscatto, un miraggio capace di spingere Giacomo oltre ogni limite, mentre per Matteo diventa la vera minaccia di poter perdere l’unico legame  per lui sicuro. Tutto si muove in bilico tra sogni a occhi aperti e una realtà che sta per presentare il conto senza fare sconti.
La pistola, contemporaneamente oggetto simbolico e concreto, introdurrà nella trama una deriva noir dolorosamente attuale. Non rappresenta solo un’arma, ma un concentrato di potere, paura e desiderio di controllo, un modo distorto per affermare la propria esistenza in un mondo percepito come ostile. E il gesto esasperato,  estremo, scaturito da quella quotidianità fatta di umiliazioni, rabbia repressa e assenza di alternative, ricorda quanto la recente cronaca  renda questo racconto tragicamente plausibile.
Ragazzo è un romanzo breve emotivamente impegnato, costruito su capitoli alternati che, dando spazio e voce a entrambi i protagonisti, creano un montaggio visivo serrato, quasi cinematografico.
Il linguaggio narrativo è secco, ben coordinato, tagliente, e accompagna una scrittura priva di filtri, in grado di colpire sempre senza scrupoli.
Naspini racconta l’adolescenza come un ponte in malfermo equilibrio  tra ciò che si è stati e ciò che si teme di diventare, un momento morale popolato da sentimenti incondizionati e da scelte irreversibili. Dalla sua analisi emerge un libro duro, capace di ricostruire  tutta la difficoltà  di crescere in certa  provincia al giorno d’oggi, dove e quando la mancanza di prospettive rischia di amplificare ogni desiderio ma anche ogni errore.
Giacomo e Matteo sono personaggi indelebili  indimenticabili come due facce della stessa ferita, a immagine di un’età selvaggia e pericolosa, vissuta  senza protezioni, solo tenendo il piede premuto sull’acceleratore e lo sguardo fisso su un futuro che preoccupa e spaventa più di una promessa di libertà.
In conclusione, un romanzo corposo nonostante la sua brevità, pieno di spunti, a tratti violento e  in cui domina con crudele insolenza l’amicizia tra ragazzi, tra maschi.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo I sassi (2007), Cento per cento (2009), Il gran diavolo (2014) e, per le nostre edizioni, Le Case del malcontento (2018 – Premio Città di Lugnano, Premio Città di Cave, finalista del Premio Città di Rieti; da questo romanzo è in fase di sviluppo una serie tv), Ossigeno (2019 – Premio Pinocchio Sherlock, Città di Collodi), I Cariolanti (2020), Nives (2020), La voce di Robert Wright (2021), Le nostre assenze (2022), Villa del seminario (2023), Errore 404 (2024), Bocca di strega (2024), L’ingrato. Novella di Maremma (2025). È tradotto o in corso di traduzione in quasi 50 Paesi: Stati Uniti, Canada, UK, Australia, Francia, Cina, Corea del Sud, Grecia, Croazia, Russia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Egitto (con distribuzione in tutti gli Stati arabi), Germania, Olanda, Austria, Svizzera, Catalogna, Spagna (con distribuzione in Argentina, Messico, Cile, Perù, Colombia, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Uruguay). Scrive per il cinema.

:: Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza AAVV (Fazi 2025) a cura di Valerio Calzolaio

11 dicembre 2025

Gaza, ultimi tempi, ancor più tristi. Dieci coraggiosi autori e autrici palestinesi hanno scritto alcune splendide poesie ora contenute (con successo di vendite e presentazioni) nella raccolta “Il loro grido è la mia voce”, perlopiù redatte a Gaza e pubblicate in rete tra ottobre 2023 e dicembre 2024. Si tratta di: Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Ali Abukhattab, Dareen Tatour, Marwan Makhoul, Yahya Ashour, Heba Abu Nada (uccisa nell’ottobre 2023), Haidar al-Ghazali (da novembre 2025 può studiare all’Università di Macerata, 21enne) e Refaat Alareer (ucciso nel dicembre 2023). Per ognuno, i bravi giovanissimi curatori hanno predisposto una breve nota bio-bibliografica, testo originale arabo a sinistra, traduzione italiana a destra. “Tutte costituiscono l’esito di una letteratura selvaggia… fraintesa, degradata, misconosciuta e, più colpevolmente, ignorata… La poesia ci richiama allora all’ascolto” proprio per non “considerare la Palestina una semplice espressione geografica”!

Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza AAVV Raccolta di poesie di varie autrici e autori

A cura di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti

Prefazione di Ilan Pappé

Con interventi (2024) di Susan Abulhawa e Chris Hedges

Traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh

Traduzione dall’inglese di Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni

Fazi Roma 2025

Pag. 143 euro 12 (per ogni copia venduta, 5 euro saranno donati a Emergency a Gaza)

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4oOChB6 se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. Grazie!

:: Domenico Catalfamo, Le parole e il tempo (Edizioni Pendragon, Bologna, 2025) a cura di Hala Radwan

7 dicembre 2025

L’insieme dei testi proposti da Domenico Catalfamo configura un itinerario poetico di rara intensità, profondamente radicato nella memoria, nella povertà rurale, nella sofferenza collettiva e nella formazione etica dell’individuo. Come lettrice araba e studiosa di letteratura italiana, ho percepito in queste poesie una vibrazione umana universale che trascende i confini culturali: un’eco di sacrifici, dignità silenziosa e dolore condiviso che parla direttamente al cuore.

Un primo nucleo tematico centrale è la memoria familiare, che in Catalfamo diventa fondamento identitario e spazio etico. In Corpo e sangue, la figura del nonno emerge come simbolo di una generazione provata eppure moralmente integra. L’immagine del pane offerto — «il bianco pane che a te stesso forse e alla nonna togliesti di bocca» — mi ha profondamente colpita per la sua capacità di condensare in un solo gesto tutta la nobiltà del sacrificio umano. E la definizione del nonno come «cristo bestemmiatore senza peccato» racchiude quel paradosso struggente in cui la marginalità sociale si converte in purezza morale. Come lettrice araba, ho ritrovato in questo ritratto la stessa etica del sacrificio che attraversa molte narrazioni popolari delle nostre culture mediterranee.

Anche il rapporto tra temporalità e frattura esistenziale costituisce un asse di grande rilievo. In Sospensione, l’affermazione «il tempo è fermo. / Ma la vita è nell’ombra» restituisce una percezione interiormente lacerata del tempo, una sensazione che riconosco profondamente appartenere ai popoli che hanno vissuto instabilità e incertezze. La memoria, in Ricordo, diventa un archivio fragile: ciò che resta è conservato «nel silenzio dei ricordi», mentre tutto il resto svanisce. Questa poetica dell’intermittenza mi ha toccata con particolare forza, perché riecheggia modi di sentire ampiamente condivisi nelle culture arabe, dove il passato spesso sopravvive più nel cuore che nei fatti.

Le poesie di ambientazione rurale, come Pecorelle, descrivono un mondo contadino lontano da ogni idealizzazione. L’immagine delle pecore che procedono «sotto il peso lungo della vita» è una metafora antropologica potente, attraverso cui Catalfamo restituisce la fatica quotidiana degli ultimi. Leggere questi versi, per me, significa riconoscere una sofferenza universale, la stessa che segna la vita dei lavoratori rurali in molte regioni arabe.

La dialettica tra perdita e desiderio trova espressione raffinata in Amore rustico, dove l’amore non vissuto acquista una forza persino maggiore perché «finì prima ancora di cominciare». È una poetica dell’incompiuto che appartiene a tutte le grandi letterature, ma che qui ho sentito particolarmente vicina per la sua delicatezza emotiva.

L’esperienza della migrazione, centrale nella storia mediterranea, emerge con forza in Il padre dell’emigrante: l’«abbraccio… formalità di un addio» mi ha colpita come una delle immagini più dolorose dell’intera raccolta, perché evidenzia la natura burocratica e forzata di un distacco imposto dalle condizioni socio-economiche: un tema che risuona profondamente anche nei nostri mondi arabi.

In Per i caduti della «Gessolungo», la poesia assume invece una dimensione civile, raccontando la morte operaia senza retorica, come risultato di un sistema che consuma «le carni ancora tiepide d’affetto». Qui, come lettrice araba, ho sentito l’universalità della protesta contro l’ingiustizia e l’ineguaglianza.

Parallelamente, alcune liriche introducono un registro più contemplativo. In Fantasticherie, il sole che «chiude le ferite» indica la possibilità di una guarigione naturale, mentre Asterischi d’autunno rilegge l’autunno come fase transitoria in cui la fine diventa premessa di rinascita: «le cose muoiono per rinascere». Questa dialettica vita-morte costituisce un asse concettuale ricorrente.

La dimensione introspettiva culmina in Solitudine, con la rosa «votata alla morte più che alla vita», simbolo della fragilità umana, mentre in Dolce maestro la perdita di un giovane allievo diventa «tirocinio aspro della morte», un’immagine che mi ha profondamente turbata e che sintetizza tutta la potenza tragica della poesia.

Infine, Testamento chiude la raccolta con una dichiarazione etica limpida: non «casa» né «campi», ma solo «uno smilzo me stesso». Una confessione che, da lettrice straniera, ho avvertito come una lezione universale: l’eredità più autentica non è materiale, ma morale.

 Nel complesso, Le parole e il tempo di Domenico Catalfamo si configura come un corpus poetico coerente, in cui memoria, povertà, dignità umana, sofferenza e speranza si intrecciano in un umanesimo essenziale. Come lettrice araba, ho percepito in queste poesie una risonanza profonda con la sensibilità dei popoli mediterranei: la stessa attenzione alla fragilità della vita, la stessa celebrazione del sacrificio silenzioso, la stessa fede ostinata nella dignità dell’essere umano. È un’opera che non si legge soltanto: si vive, si sente, e lascia nel cuore una traccia lunga.

:: Il senso di una fine di Luigi Guicciardi (Damster 2025) a cura di Patrizia Debicke

24 novembre 2025

A Modena, quando dicembre si stringe addosso alla città come un mantello umido e le strade di periferia si fanno più silenziose, basta un imprevisto banale per incrinare la superficie dell’ordinario. Come, per esempio la sosta, forzata da un’imperiosa esigenza fisiologica, che porterà un agente di commercio a imbattersi in un corpo senza vita abbandonato in un fosso.  Un macabro dettaglio che spezzando il gioioso ritmo delle feste in arrivo, scuote l’opinione pubblica. La vittima è Franco Guidolin, giovane sommelier, con una vita piena di prospettive e promesso sposo della figlia di Oscar Pioli, titolare della più importante azienda vinicola della zona e candidato alle imminenti elezioni comunali. Una morte che si trasformerà presto in un detonatore, in grado  di far esplodere pericolose tensioni sociali e politiche già pronte a emergere.
In questo precario clima cittadino si muove il giovane commissario Giovanni Torrisi, modenese di provincia, trent’anni in meno del celebre Cataldo, protagonista principe di Luigi Guicciardi, ma dotato di una determinazione altrettanto solida e che ha già mostrato la sua stoffa di poliziotto. Torrisi nelle precedenti indagini, ormai siamo alla quarta, ha sempre mostrato quella apparente calma che nasconde una mente rapida, sensibile alle ombre psicologiche e agli indizi spesso inavvertibili a sguardi distratti. Accanto a lui agisce l’ispettore Fabio Carloni, suo collega fresco di nomina e dotato di un’energia più impulsiva, essenza tuttavia opportuna che, bilanciando l’analitico approccio del commissario, regala un prezioso contrappunto umano nella dinamica investigativa.
Tra loro si è creata un’intesa immediata, fatta di rispetto e sostegno reciproco, una buona sintonia che man mano diventa colonna portante nella ricerca della verità.
Modena non è soltanto sfondo, ma un organismo vitale e quasi indispensabile per la trama. Nelle sue fredde periferie e nei suoi vigneti addormentati d’inverno si intrecciano gelosie, ambizioni e rancori. Il passato insinuandosi a ogni passo nella narrazione, riuscirà a falsare ciò che pare limpido, riportando a galla errori stratificati nel tempo.
Nelle famiglie Pioli e Guidolin affioreranno crepe inattese, silenzi custodi di segreti che sanno di vergogna, avidità e vecchie passioni, mentre l’ombra della politica peserà sul caso come una cappa soffocante. Torrisi dovrà avanzare in un labirinto di sospetti che si ramifica oltre la logica. Ogni possibile pista pare quasi volersi aprire per poi richiudersi come una porta sbattuta dal vento.
Quando un secondo omicidio, più feroce del primo, infrangerà quel fragile equilibrio e un rapimento trascinerà l’indagine in una zona ancora più cupa, la tensione cresce costringendo Torrisi a un diretto confronto con il lato più oscuro dell’animo umano. La sua stessa vita sarà in bilico, travolta da una vicenda dove persino i sentimenti paiono terreno minato.
La storia d’amore poi che lo coinvolgerà raggiungerà una intensità nuova, quasi dolorosa, una linea emotiva in grado di amplificare la posta in gioco mentre tutto intorno la città sembra trattenere il fiato.
Guicciardi costruisce questa nuova avventura con la consueta precisione: scrittura scarna e affilata, con una rapida narrazione al presente che imprime ritmo e immediatezza e la capacità di inquadrare in poche linee un personaggio o una emozione. Ogni scena è un frammento, mentre ogni tassello incastrandosi con gli altri fino a comporre un inquietante mosaico, dominato dal peso di un passato che ritorna e distorce il presente. L’autore, forte della sua lunga esperienza nel giallo e nel noir, orchestra una trama rigorosa ma incalzante, adatta a indurre il lettore a interrogarsi sul fragile confine che esiste tra curiosità e morbosità, tra verità cercata e verità temuta.
Ne risulta un romanzo teso, intenso, percorso da una malinconia che aderisce ai luoghi e ai personaggi, accompagnando Torrisi verso un’amara conclusione, dove la rivelazione non libera, ma ferisce. Una storia che cattura e costringe a guardare ove nessuno vorrebbe posare lo sguardo, mentre una Modena fredda, quasi scontrosa continua a tacere sotto il cielo d’inverno.

Luigi Guicciardi, modenese, docente e critico letterario, è autore di una serie di mystery: ha pubblicato per Piemme, Hobby&Work, LCF Edizioni, Cordero Editore, Frilli Editori.
Dal 2020 pubblica con Damster Edizioni: Un conto aperto con il passato (2020), Ai morti si dice arrivederci (2021), I dettagli del male (2022), Il ritorno del mostro di Modena (2022), Il commissario Cataldo e il caso Tiresia (2023), Morte di una ragazza speciale (2023), Donne che chiedono giustizia (2024), Nessuno si senta al sicuro (2024), Morte per un manoscritto (2025).
Il suo personaggio più famoso è il commissario Cataldo. Dal 2022 ha creato un nuovo personaggio: il commissario Torrisi, molto più giovane e dinamico.

:: Nei luoghi più oscuri di Carlo Lucarelli (Einaudi 2025) a cura di Valerio Calzolaio

17 novembre 2025

Bologna e non solo. 1980, 1939 e non solo. Una giovanissima giudice “la Bambina”, un killer apparentemente insospettabile, Grazia Negro incinta e incerta, una poliziotta che non si fida della collega, un maggiore impazzito in piena guerra coloniale, un commissario di bordo, sospetti e ritorsioni, omicidi. Spiega direttamente il grande Carlo Lucarelli (Parma, 1960) come ci si gira “Nei luoghi più oscuri”: “i racconti vanno via veloci, e non soltanto perché sono più rapidi dei romanzi, ma perché si disperdono più facilmente, antologie, riviste, collaborazioni, prendono direzioni diverse e a volte si perdono. Per questo ogni tanto è bello raccoglierli, inseguirli e ritrovarli, quelli nati da una intuizione improvvisa o da un’occasione, che è come un dito che indica una direzione in cui non avevi ancora pensato di andare. È una mandria di cavalli diversi che una volta riuniti raccontano dove sono stati e tutte le volte è di nuovo una scoperta”. Ovvero un’avvincente affilata tesa sorpresa!

:: Le voci di via del silenzio, Elvira Serra (Solferino, 2025) A cura di Viviana Filippini

17 novembre 2025

“Le voci di via del silenzio”, di Elvira Serra edito da Solferino, è una storia dove due voci lontane e separate si incontrano e confrontano per arrivare alla scoperta di verità, a volte davvero inaspettate. Da una parte il protagonista Luca,  ossia un giovane prodigio del giornalismo alle prese con un convento di clausura. Il ragazzo, che sta attraversando un periodo un po’ cupo della sua vita,  ha scelto volontariamente  di provare questa esperienza per intervistare la madre superiora. Luca è lì,  in convento. Ci è andato non solo per lavoro, ma per cercare un po’ di serenità e, soprattutto per dare un senso alla sua esistenza, perché ha bisogno di capire meglio il suo passato e di allontanare quegli attacchi di panico che da troppo tempo lo tormentano. Il giovane sa di essere stato adottato e in lui nasce la necessità di scoprire chi è la madre vera e perché ha deciso di lasciarlo, separandosi da lui per sempre. Accanto alla sua storia c’è quella di Giulia,  una navigata giornalista molto attiva  e sempre presente nel posto giusto e al momento giusto per raccontare quello che accade. Dai fatti di cronaca nazionale a quelli internazionali, lei c’è ed è pronta a mettere i fatti nero su bianco. Tutto sembra procedere per il meglio, con grandi soddisfazioni e missioni giornalistiche in giro per il mondo, anche se, ad un certo punto della narrazione, la donna abbondonerà ogni cosa per dare una svolta alla sua esistenza facendo un cambiamento radicale che la porterà ad un vivere altro, in un modo del tutto differente. Elvira Serra, con una narrazione dal ritmo incalzante, racconta due vite parallele diverse (all’apparenza), ma con tratti simili che si avvicineranno e confronteranno in modo diretto. “Le voci di via del silenzio” di Elvira Serra è una narrazione dove i protagonisti sono alla ricerca del proprio posto nel mondo, della pace esistenziale nel presente facendo i conti con il passato. Fatti che faranno conoscere Giulia e Luca come a volte certi eventi possano cambiare per sempre la vita della persone, compresa la loro.

Elvira Serra, nata a Nuoro nel 1972, è una firma del «Corriere della Sera», dove si occupa di cronaca e costume, intervista grandi personaggi e cura la rubrica Polaroid.  Scrive anche sul blog «La ventisettesima ora» e collabora con i settimanali «Diva e Donna» e «Oggi».  Con Solferino ha pubblicato Le stelle di Capo Gelsomino (2019), Tutto da vivere (2021) e la riedizione del bestseller L’Altra (2024). (Fonte Solferino).

Source: del recensore

:: Tra l’ombra e la rabbia di Vittorio Renuzzi (Todaro, 2025) a cura di Patrizia Debicke

15 novembre 2025

Nelle strade di una Milano attraversata dal vento della rivolta, Tra l’ombra e la rabbia di Vittorio Renuzzi affonda le radici in un periodo in cui ogni vicolo vibra di tensione, paura e speranza. Siamo nel marzo 1848, un attimo prima e durante le Cinque Giornate.  La città si trasforma minacciosamente in un sistema inquieto, rivoluzionario, attraversato da mortali scontri improvvisi e da un raffazzonato ma efficace tumulto collettivo che trasforma piazze e cortili in luoghi di resistenza all’esercito austriaco usurpatore. Renuzzi ricrea quell’atmosfera con rara attenzione ai dettagli, restituendo al lettore lo sventolare  degli stendardi, l’eco dei passi armati, l’acre sentore della polvere da sparo e lo sferragliare delle spade che serpeggia nei cortili, s’insinua nei bordelli  e raggiunge perfino gli appartamenti signorili. Milano appare viva e palpabile, sospesa tra entusiasmo rivoluzionario e  cupe ombre minacciose. In questo scenario, la strana apparentemente misteriosa e incomprensibile scomparsa di una contessa scatenerà un’indagine che fin da subito assumerà il ritmo di un’ossessione.
Protagonisti della storia saranno due insolite e stranamente complementari figure. Il conte marito della donna, da Monza manderò  a cercarla il suo medico personale: il dottore e noto poeta anche dialettale   Giovanni Rajberti, aperto, duttile e intelligente  uomo colto e sensibile, abituato a scrivere, intuire l’altrui  dolore e scandagliare la natura umana, e il suo intendente, uomo di fiducia Georgay ,un dragone dallo sfuggente e tenebroso passato, un soldato avvezzo alla disciplina, ai rischi, e  uso alle verità taciute. Ungherese/italiano, uomo tutto di un pezzo, apparentemente  inesorabile, nel suo lavoro è sempre affiancato da un pericoloso cane dal nome luciferino di Ördög, il diavolo.
L’alleanza tra due persone tanto diverse, nata dalla urgente necessità,  si incrementerà attraverso difficili scelte, improvvise intuizioni e tragici scontri con una realtà fatta di segreti che feriscono quanto una lama affilata. I due dovranno muoversi insieme in una città in bilico, scoprendo legami sepolti e scomode verità, mentre il clima insurrezionale amplifica ogni passo, ogni esitazione, ogni sospetto.
L’intreccio si sviluppa come un labirinto governato da antichi rancori, ricatti e passioni. Ogni indizio raccolto spinge verso un nuovo enigma, e la lunga e penosa  ricerca della contessa diventerà  un viaggio nei recessi più oscuri dell’animo umano, dove desideri repressi e feroci ambizioni si intrecciano con la fragilità dei sentimenti, mentre ogni indizio spinge  più a fondo in un labirinto di intrighi, anche in  odore di massoneria.
L’autore tratteggia, nella sua storia, personaggi mossi da intime pulsioni, da una rabbia troppo spesso nascosta e da un improrogabile bisogno di riscatto. Le loro passioni non scorrono come un semplice sottofondo, ma condizionano pesantemente tutta la trama influenzando ogni loro scelta. Nel medico poeta si avverte un tormentato e irriducibile idealismo mentre nel dragone ungherese emerge una silenziosa forza, plasmata da passati traumi interiori e da una pervicace lealtà che sorprende.
Il ritmo narrativo cresce pagina dopo pagina, pressato da veloci dialoghi e da colpi di scena che arrivano quando la tensione sembra sul punto di spezzarsi. L’impianto storico non rimane cornice decorativa, ma diventa un essenziale elemento narrativo, in grado di influenzare le azioni e le reazioni dei protagonisti. Il romanzo riassume in sé la vitalità del thriller d’azione mischiata a intrighi dal sapore gotico e politico, dove tra barricate, stanze segrete e carte truccate, la verità non si mostra mai in piena luce. Apparentemente l’intreccio della trama pare animato da buone intenzioni mascherate da giustizia, l’emotiva profondità di un giallo psicologico prende piede, e l’inquietante onnipresenza del dragone offre alla vicenda più ampio respiro con molti aspetti da districare.
Tra l’ombra e la rabbia si impone dunque come un romanzo in cui storia, passione e mistero si intrecciano con naturalezza. Milano diventa lo specchio delle tensioni interiori dei personaggi e la ricerca dell’interiore verità par voler assumere valore più grande della stessa indagine. Mentre gli altri interpreti della storia, dipinta come un’umana tragedia, avanzano, si presentano, pronunciano poche avare battute e si girano per poi, abbandonata la scena, allontanarsi e sparire quasi. Apprezzabile  la scorrevolezza, la ricchezza di dettagli e le caratterizzazioni: cito in particolare quella di  un gruppo di ex ragazze di bordello trasformate in efficienti infermiere durante gli scontri, agli ordini del “nostro” poeta dottore.
Vittorio Renuzzi costruisce un romanzo complesso in cui la città in rivolta pulsa all’unisono con i protagonisti, e ogni passo avanti nella trama ne illumina la passione, il dolore e il desiderio di affrancarsi. Un mondo in divenire, una ancora lunga strada verso l’agognata libertà.
Un giallo storico intenso e vibrante, capace di trascinare il lettore nel cuore di giorni tumultuosi e in un’indagine che avanza tra  fitte ombre e misteriose, tragiche e crudeli  pulsioni.

Vittorio Renuzzi nato nel 1967 si è  laureato nel 1992 in Economia politica all’Università Pavia. Ha trasformato la passione per il teatro nel suo lavoro, contribuendo con le sue competenze alla comunicazione di idee e progetti.
Nel 2000 ha contribuito a fondare la “Compagnia della Corte”, con la quale organizza progetti che hanno lo scopo di rendere la cultura uno strumento vincente per la realizzazione della persona e per fare impresa.