Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi (Delos Digital, collana Atlante del Giallo) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2026

Dall’altra parte, Chandler ebbe modo di dare libero sfogo alla propria prosa in maniera più libera rispetto a quanto potesse fare sui pulp magazines, sviluppando il proprio stile personale al di sopra dell’essenzialità della trama richiesta da quel tipo di pubblicazioni. Il suo linguaggio si differenziò sempre di più da quello di Dashiell Hammett: se questi veniva paragonato a Hemingway, Chandler sarebbe stato visto come il Fitzgerald del giallo.

Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi, edito da Delos Digital nella collana Atlante del Giallo, curata da Luigi Pachì, è un breve saggio alquanto interessante su uno dei più importanti e popolari autori hard-boiled statunitensi del secolo scorso: Raymond Chandler, meglio conosciuto come il padre di Philip Marlowe, iconico investigatore privato portato sullo schermo, tra gli altri, da un carismatico Humphrey Bogart che se vogliamo ha segnato l’immaginario noir in modo indelebile.

Ma come era la vecchia Hollywood, come era lavorare per Studios, registi stizzosi, case di produzione varie, come scrittori o sceneggiatori, se vogliamo l’ultimo ingranaggio tra libro o sceneggiatura e prodotto cinematografico finito da mandare in sala? Questo indaga Cappi, tra divagazioni e dotte citazioni da lettere, saggi, e testi vari consultati e messi in relazione tra loro con dovizia di aneddoti, anche tristi, leggende, e analisi puntuali e approfondite.

Riuscì Chandler a preservare la sua arte in quel mondo, per certi versi oscuro e corrotto, anche se all’apparenza scintillante e dorato? Bella domanda. Certo Chandler, pur con il suo immenso talento letterario, non era una persona facile: sicuramente alcolizzato, come suo padre che sicuramente gli creo, con la sua assenza e il suo disinteresse, molte fragilità e vuoti affettivi, scontroso, poco malleabile, si offendeva facilmente, serissimo nella sua professione di scrittore quanto inaffidabile nella vita privata.

Chandler, tuttavia, resta uno degli scrittori più significativi di un’epoca d’oro della letteratura in cui anche un autodidatta come lui, (arrivò alla scrittura tardi, dopo un licenziamento, per raggranellare due soldi, vendendo racconti per Black Mask, negli anni della Grande Depressione), poteva emergere e affermarsi, trasformando e rivoluzionando un genere popolare, e quasi denigrato dagli intellettuali dell’epoca, in un genere elevato a dignità letteraria.

È raro che chi ha scritto un libro abbia voce in capitolo sull’eventuale versione cinematografica. Vendere i diritti non comporta automaticamente che venga realizzato un film, tantomeno, se ciò avviene, che l’adattamento sia fedele alla storia su cui è basato o che abbia un destino felice.

Naturalmente non si parla solo di Chandler, Cappi fa una panoramica argomentata che parte dalla vecchia Hollywood e giunge a tempi più recenti, citando film, sceneggiati, rubriche radiofoniche, anni di produzione, attori più o meno noti, rendendo la lettura un pozzo di informazioni per gli appassionati sia della letteratura che del genere noir. Alcune cose sono trattate più superficialmente, altre più approfonditamente, ma la lettura è godibile, e molte cose non le sapevo, e mi reputo una estimatrice del noir, per cui l’autore ha condotto davvero un gran lavoro di scavo che l’ha portato a dare luce a fatti anche meno noti.

Tornando a Chandler nel 1942 fece il suo primo incontro con Hollywood ricavando qualche migliaio di dollari dalla vendita dei diritti di alcune opere, ma l’assenza di Marlowe dalle rappresentazioni filmiche non faceva certo pubblicità né ai libri originali né al suo personaggio e questo sicuramente ha segnato un certo scontento che comunque non l’ha fermato dal lavorare per Hollywood arrivando a essere lui ad adattare per il cinema romanzi altrui.

Il mondo del cinema fu per Chandler una doccia fredda, soprattutto non sopportava che gente che non sapesse scrivere avesse l’ultima parola negli script, e questo è solo un esempio delle mille incomprensioni che si verificarono, che tra antipatie personali (detestava vivamente James M. Cain, tra gli altri) e sue personali improvvisazioni, dovette affrontare.

Ma poi Philp Marlowe sbarcò a Hollywood e si può dire tutto cambio, in meglio, anche perché ormai Chandler aveva acquistato una certa esperienza, sia nel lavoro di sceneggiatore, sia sulle usanze di quel mondo. Con gli anni, sebbene fosse di norma scontento di Hollywood, iniziarono a offrirgli cifre da capogiro e percentuali sugli utili. E questo naturalmente gli fece tollerare molti retroscena che con la sua penna al curaro non si tratteneva dallo stigmatizzare.

Nonostante il suo livore per Hollywood non si tirò indietro quando per esempio si trovò a lavorare niente meno che con il mago del brivido: Alfred Hitchcock. Ma vi ho davvero già detto troppo.

Insomma, il saggio di Cappi oltre ad essere approfondito e ben scritto, è anche divertente e per certi versi istruttivo, e offre al lettore, anche quello più specializzato, spunti di sicuro interesse.

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di un’ottantina di titoli tra narrativa e saggistica, scrive serie noir e spionistiche, tra cui Agente Nightshade per Segretissimo Mondadori, ma lavora anche su fantastico e horror. Autore di romanzi con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cura le collane M-Rivista del Mistero presenta e, per Delos Digital, Spy Game – Storie della Guerra Fredda.

:: Nel segno di Kafka di Alessandro Bruni (Fratelli Frilli Editori, 2025) a cura di Massimo Ricciuti

14 febbraio 2026

Una studentessa italiana scompare misteriosamente a Praga e i suoi genitori decidono di affidarne le ricerche all’avvocato bolognese Andrea Domani Battaglia. Da qui prende avvio il nuovo romanzo di Alessandro Bruni, pubblicato da Fratelli Frilli Editori. Sonia Merumici sta ultimando la propria tesi di laurea su Kafka quando, da un giorno all’altro, smette di comunicare con la sua famiglia. I genitori, un’agiata coppia bolognese, si recano a Praga, dove apprendono che la Polizia locale segue la pista del suicidio, perché una ragazza è stata vista gettarsi nella Moldava. Tornati in Italia, i Merumici si rivolgono all’avvocato Domani Battaglia. Sulle prime, il legale è restio ad accettare l’incarico, ma poi si lascia convincere, attratto anche dalla cospicua offerta economica. Arrivato nella capitale ceca dopo un lungo viaggio in treno, perché non ama volare, l’avvocato prende contatto con le autorità del posto, che si dimostrano poco collaborative. Decide, così, di agire per conto proprio, imbattendosi in personaggi singolari, come Michelle, ragazza francese coinquilina di Sonia e come Pavel, simpatico taxista tuttofare. Domani Battaglia viene coinvolto in una particolare caccia al tesoro per le vie di Praga, tramite alcune pagine della tesi di laurea che scova nei luoghi più impensati.
Nel segno di Kafka è un romanzo che si può definire atipico e colto. Atipico perché attraversa vari generi letterari. Colto perché sono davvero tante le citazioni di opere letterarie che troviamo al suo interno. Quanto al protagonista, è un uomo che ha da poco perso la moglie, con la quale, tra l’altro, si era recato in viaggio proprio a Praga. Ha una figlia di nove anni, Camilla, molto sveglia per la sua età e che viene accudita da una zia. Domani Battaglia cerca di mantenere uno stretto legame con la sua bambina, come dimostrano anche le chiamate che cerca di farle quotidianamente mentre si trova all’estero. L’avvocato ha, inoltre, problemi ad addormentarsi ed è preda di stranissimi sogni che finiscono spesso per trasformarsi in spaventosi incubi. Alcuni di questi lo aiuteranno, in un certo modo, a trovare la soluzione del mistero. Non si può non parlare della presenza incombente e costante di Franz Kafka, della sua vita e delle sue opere. Sonia è ossessionata da questa figura, al punto da dubitare se concludere o meno la propria tesi. La stessa Praga, gelida e coperta di neve, è piena di luoghi che rimandano a uno dei suoi cittadini più illustri. Nelle pagine del romanzo i lettori troveranno anche una sorta di sfida a decifrare i messaggi che giungono al protagonista. Buona caccia al tesoro a tutti, allora.

Alessandro Bruni, nato a Bologna nel 1972, di professione avvocato civilista, già autore dei romanzi Ulisse aveva una figlia (2015); Killing Rock Revolution (2017), La prossima estate – Un requiem per il noir (2019) (Persiani Editore) che compongono una sorta di trilogia dell’equivoco secondo il registro della tragedia, della commedia itinerante e della spy story complottista. Nel 2020 pubblica il romanzo breve We Were Grunge (Persiani Editore) opera sul confine dell’auto-fiction dedicata all’epopea dei musicisti di Seattle e partecipa all’antologia di racconti E poi ci troveremo come le star (Morellini Editore), dedicata e ambientata in alcuni bar italiani. Nel 2021 pubblica il romanzo L’errante (Round Robin Editrice), un noir sociale che affronta le tematiche dello scontro ideologico fra Occidente e Islam.

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:: Compagni segreti di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2026) a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Compagni segreti (The Secrets Sharers, 2024) di Qiu Xiaolong, pubblicato da Marsilio nella collana Farfalle, e tradotto da Fabio Zucchella, è il quattordicesimo libro dedicato al ex ispettore capo della polizia di Shanghai, e ora direttore dell’Ufficio per la Riforma del Sistema Giudiziario, Chen Cao.

Profondo conoscitore della Cina contemporanea, seppure viva dalla fine degli anni ’80 negli Stati Uniti, Qiu Xiaolong (in Cina il cognome si antepone al nome che significa Piccolo Drago) ci presenta una serie poliziesca atipica nella corrente del giallo investigativo: elementi biografici, analisi approfondita del substrato, politico, sociale  culturale cinese, brani di poesie classiche si intrecciano a indagini poliziesche coerenti in cui la violenza non è mai conclamata ma più presente a causa di un sistema politico, e di conseguenza sociale, il celebre socialismo con caratteristiche cinesi, con derive sempre più oppressive e autoritarie.

La presenza ossessiva di telecamere di sorveglianza, che col controllo satellitare sono sempre più invasive, grava in tutta la storia dando una tensione costante e opprimente che aggiunge una componente se vogliamo noir al romanzo.

Ho riscontrato un pessimismo e un romanticismo più marcato rispetto alle altre storie, e anche una più accesa critica politica, descrivendo una società sempre più gravata da scandali, crisi economiche post Pandemia, speculazioni edilizie, bolle finanziarie, corruzione diffusa, persone che in tutti i modi cercano di scappare all’estero. Certo che lo scenario che emerge dal romanzo è sempre più drammatico, e fa da sfondo a storie investigative dove la caratura morale dei personaggi acquista in filigrana sempre più importanza. Qiu Xiaolong ci presenta infatti una società sull’orlo del collasso, e in questo contesto si muovono i suoi personaggi ancora capaci di gesti di generosità disinteressata, altruismo e amore.

La vicenda si apre a Shanghai, dove l’ex ispettore capo Chen, in convalescenza forzata dopo essere stato promosso in una carica dell’apparato burocratico cinese, proprio quando il Paese sembra vacillare sotto il peso delle contraddizioni della modernizzazione, viene coinvolto dal suo vecchio amico Vecchio Cacciatore in un’indagine diversa dal solito: ritrovare un uomo scomparso — Xiaohui, meglio conosciuto come X –, ex professore di filosofia caduto in disgrazia dopo i fatti sanguinosi di piazza Tienanmen, avendo apertamente definito il governo come fascista nel caso in cui l’esercito avesse sparato contro i giovani manifestanti, e ora misteriosamente sparito.

Ma chi è davvero X? Relegato a vivere quasi al limite dell’indigenza in una minuscola shikumen nel suggestivo Vicolo della Polvere Rossa, sopravvivendo come indovino: seduto su uno sgabello di bambù, interpretava ideogrammi e simboli per clienti in cerca di risposte. E soprattutto chi è Mei, la donna che si rivolge alla agenzia investigativa dove lavora Vecchio Cacciatore, pronta a pagare qualsiasi cifra pur di ritrovare Xiaohui?

L’indagine si sviluppa su più livelli. Da un lato, Chen e la sua efficiente e acuta collaboratrice Jin – la “piccola segretaria” – ricostruiscono i movimenti di X, interrogano vicini, scavano, con l’aiuto di un giovane hacker, nei registri immobiliari e nelle reti di relazioni che legano affari, politica e speculazione edilizia. Dall’altro, la ricerca assume un carattere sempre più intimo: Chen individua inquietanti parallelismi tra la propria giovinezza e quella dell’uomo scomparso. Anche lui, un tempo, studiava inglese su una panchina del Bund, coltivando sogni e ambizioni in un’epoca segnata dalla Rivoluzione Culturale.

Man mano che Chen si avvicina alla verità comprende che ritrovare Xiaohui significa anche confrontarsi con i propri compromessi, con le scelte fatte per sopravvivere nel sistema e con gli errori che ancora lo tormentano. L’urgenza dell’indagine diventa quindi doppia: salvare X da un destino forse più grande di lui e tentare, allo stesso tempo, una personale redenzione.

In definitiva, Compagni segreti è un giallo atipico: un’indagine che scava nelle ferite della storia cinese recente e nei rimpianti personali del suo protagonista, trasformando la ricerca di un uomo scomparso in un viaggio nella memoria, nell’amicizia, nell’amore e nella possibilità – fragile ma necessaria – di riscatto.

Qiu Xiaolong, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. La pluripremiata serie dell’ispettore Chen, dodici episodi, è stata tradotta in venti lingue e adattata per una popolare serie radiofonica di Bbc Radio, e diventerà anche una serie televisiva. Di Qiu, Marsilio ha inoltre pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa, e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: acquisto personale.

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:: Angiolino Bonetta il piccolo clown di Dio, Gianluca Mangeri (Velar ed.2025) A cura di Viviana Filippini

14 febbraio 2026

Angiolino Bonetta (1948-1963) piccolo bresciano originario di Cigole è il protagonista del libro “Angiolino Bonetta il piccolo clown di Dio” di Gianluca Mangeri edito da Velar.  Cigole è un paesino nella Bassa Bresciana, ma negli anni Sessanta ospitò la breve vita di Angiolino  che, grazie alla fede,  riuscì a trasformare la sua sofferenza e dolore in amore e dedizione al prossimo. Angiolino aveva 13 anni quando gli venne diagnosticato un sarcoma osseo che ebbe come conseguenza l’amputazione della gamba destra. Durante la degenza in ospedale il  ragazzino, nonostante la mancanza di un arto, non perse tempo e fece subito amicizia con tante persone e pazienti. Quello che distingueva Angiolino era la sua capacità di strappare un sorriso, di immedesimarsi in situazioni comiche che riuscivano a portare un po’ di serenità ai malati. Un pioniere della clownterapia potremmo dire che però, aveva anche  la capacità di donare parole consolatorie, gentili  e preghiere per i malati. Angiolino frequentava il Centro Volontari della Sofferenza e anche qui portava il suo buonumore. Quando poi la malattia divenne più aggressiva e il ragazzino smise di giocare con i suoi coetanei e di scorrazzare in bicicletta, il 21 settembre 1962, Angiolino, consapevole di ciò che gli stava capitando, pronunciò la professione di Silenzioso Operaio della Croce fino alla fine della sua giovane vita. Il libro di Mangeri non è solo una storia vera, di una provincia tutta da scoprire e conoscere, ma è la vicenda di un giovane, del suo entusiasmo, della sua fede potente che lo condusse ad accettare di portare la propria croce con coraggio e dedizione, animato, allo stesso tempo, da quel desiderio di dispensare il  bene al prossimo che lasciano un segno nel lettore. “Angiolino Bonetta il piccolo clown di Dio” di Gianluca Mangeri è una storia che conquista per la simpatia del protagonista, per la sua grande spiritualità e maturità che lo spinsero a mettere in atto piccole catechesi tra gli ammalati e a diventare un punto di riferimento per chi gli stava accanto.

Gianluca Mangeri, medico oncologo è sacerdote della Diocesi di Brescia dal 2011 e attualmente è cappellano all’Istituto Ospedaliero Poliambulanza di Brescia. Tra i suoi libri “L’oro nelle cicatrici. In corsia ho imparato a ricevere” (2021) e, con Paoline, “Goccia dopo goccia” (2024), “Nel cuore del Natale” (2023), “Pellegrino in corsia” (2025).

Source: autore.

:: Il veleno sei tu di Frédéric Dard (Rizzoli 2026) a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2026

Il veleno sei tu (C’est toi le venin, 1957) di Frederic Dard, edito in Italia da Rizzoli, nella collana Nero Rizzoli, e tradotto da Elena Cappellini, è un breve noir claustrofobico prettamente psicologico che si inserisce nella produzione del noir francese anni ’50 con alcune sue caratteristiche peculiari che lo differenziano dai noir dei vari Simenon, e Pierre Boileau e Thomas Narcejac, o se vogliamo anche dagli autori più letterari dell’esistenzialismo francese come Sartre e Camus di cui subisce in un certo senso gli influssi.

Diciamo subito che Dard è un autore a sé. Famoso in Italia forse più per la serie di San Antonio, è anche autore di pregevoli noir “seri”, nel senso di non umoristici, pur tuttavia non privi, di ironia, sarcasmo, paradosso, anche se amaro o perlomeno malinconico. La Rizzoli li sta riscoprendo e ce e sono davvero tanti per una bella e ricca collana.

Il veleno sei tu ha per protagonista, e voce narrante del romanzo, Victor Menda, un giovanotto di belle speranze, affascinante, ex speaker radiofonico, povero in canna, che ha perso tutto nei casinò della Costa Azzurra. Si sa nei noir francesi quando si vuole andare a caccia di fortuna si va in Costa Azzurra. Sole, mare, auto americane, ereditiere, insomma il paradiso dell’avventuriero.

Il nostro buon Victor, comunque, non è proprio un delinquente, ha le sue fragilità, i suoi dubbi, le sue tensioni morali, e se la deve vedere con due terribili sorelle, o meglio una di certo terribile è, ma non voglio anticiparvi troppo della trama, per non togliervi il piacere della lettura, che pur vivendo il romanzo di tensioni sotterranee, ambiguità, erotismo represso, ha anche un significativo colpo di scena finale nell’ultimo capitolo che vi sconsiglio tassativamente di leggere subito. Non fatelo, andate con ordine. E vedrete che non ve ne pentirete.

Dunque, il romanzo inizia con Victor, che avendo perso tutto, medita di buttarsi in acqua, di suicidarsi. Cambia idea e gli succede un fatto curioso, che innescherà il motore della storia. Un’auto guidata da una affascinante e misteriosa donna, di cui non vede bene il volto, si accosta a lui e lo invita a salire a bordo. Gli si offre senza spiegazioni, preamboli, frasi di corteggiamento. Puro sesso. Poi lo scarica e se ne va, senza spiegazioni. Turbato e un po’ offeso prende la targa e risale al proprietario dell’auto.

Si reca nell’abitazione di costui, una bella villa sulla Costa Azzurra e scopre che è abitata da due enigmatiche sorelle: Eve e Helene Lecain. Non è che abbia scelta, è senza un soldo, non ha prospettive, quando gli offrono ospitalità lui accetta e mal gliene incoglie. Da questo momento in poi succede di tutto.

Eve la più giovane è invalida, è seduta su una sedia rotelle e la sorella l’accudisce. A Victor piace più Helene, più matura, seria, ottima padrona di casa, e soprattutto vuole scoprire chi fosse la misteriosa donna dell’incontro. C’è anche una vecchia governante ma anche lei non sa guidare, quindi la candidata ideale è Helene, ma lui non la riconosce, non è sicuro.

Non volendovi spiegare troppo della trama mi fermo qui, ma si regge su una specie di indagine, ci sarà anche un morto, non vi dico chi, e tanta tensione psicologica, insomma gli ingredienti del noir filtrati dal gusto di Dard che ne fa più un dramma introspettivo che un noir classico. Lo stile è asciutto, sobrio, riflette ossessioni e turbamenti, gelosie e desideri, e lascia il lettore a domandarsi anche lui chi sarà mai la donna misteriosa. C’è, c’è una spiegazione a tutto, c’è un finale non consolatorio, ma catartico.

Ah dimenticavo c’è anche un noir cinematografico francese tratto dal libro: Nella notte cade il velo (Toi… le venin), film franco-italiano per la precisione del 1959 diretto e interpretato da Robert Hossein, amico di vecchia data di Dard che ben rispecchia lo spirito del libro. Con anche una bellissima Marina Vlady e sua sorella anche nella vita Odile Versois.

Buona lettura, e buona visione se riuscirete anche avedere il film.

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:: Monogamia. Storia di un’eccezione di Marzio Barbagli (Il Mulino 2026) a cura di Valerio Calzolaio

9 febbraio 2026

Mondo umano. Società preindustriali e società contemporanee. Fin dalla prima metà del Novecento studi storico-sociologici comparativi hanno iniziato ad analizzare le norme collettive che prescrivono con quanti individui gli esseri umani possano sposarsi, o convivere more uxorio per un certo periodo di tempo, simultaneamente o in sequenza, durante la loro vita. Tali norme ovunque influiscono profondamente sul come le famiglie si formano, si trasformano, si dissolvono; sulle relazioni interne fra coloro che ne fanno parte; sui rapporti di parentela o sulle dinamiche sessuali; e sono un cardine dell’organizzazione del potere, rendendo legittimi determinati legami e definendo chi ha accesso alla successione ereditaria e alla distribuzione delle proprietà, particolarmente importanti per principi, imperatori, re. Praticamente tutte le società analizzate (diverse per caccia-raccolta o allevamento-agricoltura e per sistemi economici) definivano il matrimonio come l’unione economica e sessuale tra un uomo e una donna, sanzionata socialmente e tale che i figli della donna fossero riconosciuti legittimi da entrambi i genitori, e contrapponevano la monogamia, che permette di sposare solo una persona, più rara, alla poligamia, che consente a un individuo di avere più di un coniuge (a causa spesso di squilibri nella composizione della popolazione o di diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, del potere, fra i generi). Distinguevano inoltre due tipi di poligamia, la poliginia, frequentissima, l’uomo ad avere più mogli, e la poliandria, rarissima, la donna più mariti. Molti antropologi concordano nel considerare che forse le famiglie poligamiche risultano meno coese delle monogamiche, soprattutto per i conflitti sessuali ed emotivi tra le mogli, in particolare fra prima (temporalmente) e altre; sottolineano comunque convenienze e varianti, strategie e tattiche coniugali o collettive, vantaggi e svantaggi storicamente e culturalmente determinati; si concentrano su ragioni e percorsi del passaggio dall’una all’altra scelta, nei millenni prevalentemente da poligamia a monogamia. Gran bella questione!

Il grandissimo sociologo e storico della famiglia Marzio Barbagli (Montevarchi, Arezzo, 1938), professore emerito dell’Università di Bologna, sintetizza nel titolo il risultato di un’ampia stimolante ricerca su una realtà spesso ignorata: la monogamia è stata per millenni e per secoli più un’eccezione che una regola delle comunità territoriali. L’apparizione sociale della monogamia risale molto indietro nel tempo, certo, dovrebbe essere un’opzione maturata abbastanza bruscamente nelle antiche Grecia e Roma (secoli avanti Cristo), è avvenuta comunque molto prima sia dell’ascesa dei grandi stati nazionali che della rivoluzione industriale e urbana. Pur tuttavia ha assunto ben presto forme molto differenti, almeno tre: indissolubile, di origine cattolica; seriale o in sequenza, che prevede che ci si possa sposare con più persone nel corso della vita dopo il divorzio o la morte del coniuge, la variante assolutamente più diffusa; senza matrimonio, di chi passa da una convivenza more uxorio a una successiva (in molti stati ormai ci si sposa sempre meno). Una pluralità di “alternative” che riguarda ovviamente anche la poligamia (le norme riguardanti il numero di partner consentiti fanno parte e derivano da religioni, concezioni del mondo e filosofie morali che hanno dato origine e leggi e a sanzioni contro gli inadempienti), fino pure al fenomeno di quella relazione sessuale consensuale definita “poliamore” (spesso incontrata o letta), in cui le persone coinvolte possono amare e avere relazioni intime con più partner contemporaneamente, volendo dello stesso sesso o no. La questione decisiva è la relazione fra i sistemi di formazione della “famiglia” (spesso le alleanze contano più degli affetti) e le diseguaglianze (in particolare, di potere) fra i partner. Non esiste una famiglia “naturale”. Il passaggio dalla poligamia alle due principali forme di monogamia (tendenzialmente sempre più seriale) è avvenuto in un lunghissimo periodo di tempo e non sembra ancora terminato; in Giappone, India e Cina (molto citato qui Padre Matteo Ricci) favorito dall’apertura all’Occidente e dalla loro modernizzazione, spesso forzate (non dai missionari), e dal cambiamento dell’atteggiamento della popolazione femminile. I grandi mutamenti di formazione della famiglia sono avvenuti con la diminuzione di alcune diseguaglianze sociali (fra etero e omo o fra mariti e mogli e nei tassi di fecondità sia di donne che di uomini) e con la variazione di libertà e indipendenza individuali o reciproche. La narrazione si sviluppa attraverso sedici capitoli che mescolano sapientemente storia, geografia e questioni tematiche; ciascuno con tanti paragrafi anche brevi (mai riassuntivi, dopo una premessa di impostazione specifica); al centro un interessante inserto di quaranta figure; centotrenta pagine finali di note, riferimenti bibliografici, indice analitico (il termine “sesso” non c’è da solo).

Marzio Barbagli è professore emerito dell’Università di Bologna, accademico dei Lincei, membro della European Academy of Sociology. Fra i suoi numerosi libri, tutti pubblicati dal Mulino, ricordiamo: «Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo» (1984), «Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente» (2009), «Alla fine della vita. Morire in Italia e in altri paesi occidentali» (2018), «Comprare piacere. Sessualità e amore venale dal Medioevo a oggi» (2020) e «Uomini senza. Storia degli eunuchi e del declino della violenza» (2023).

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:: Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg di Paolo Lago e Gioacchino Toni (Rogas Edizioni 2025)

8 febbraio 2026

Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, di Paolo Lago e Gioacchino Toni, prefazione di Pietro Ammaturo, è un saggio scientifico (i testi scientifici sono sottoposti a double blind peer review) che accompagna, anzi immerge il lettore dentro uno degli universi cinematografici più profondi e disturbanti del cinema contemporaneo: quello di David Cronenberg di cui abbiamo analizzato nei mesi scorsi, abbastanza approfonditamente, il film M. Butterfly. Il libro non si limita a commentare analiticamente i film del regista canadese, ma cerca di capire in modo sistematico che cosa essi ci dicono sul rapporto tra esseri umani, corpo e tecnologia. Tema affascinante e complesso che sta alla base di tutta la cinematografia di Cronenberg.

Il concetto chiave attorno a cui ruota l’intero volume è quello di ibridazione. Per Cronenberg, spiegano gli autori, non senza un utilizzo generalizzato di termini tecnici, la tecnologia non è mai qualcosa di esterno all’uomo: entra nel corpo, lo modifica, lo contamina, fino a renderlo quasi irriconoscibile. Nei suoi film non esiste una separazione netta tra naturale e artificiale, tra organismo e macchina. È proprio in questa zona di confine — instabile e inquietante, nel senso che genera inquietudine — che nasce il suo immaginario.

Lago e Toni guidano il lettore attraverso le diverse fasi della filmografia cronenberghiana, mostrando come le trasformazioni del corpo siano spesso il risultato di esperimenti scientifici, dispositivi tecnologici o media elettronici. In film come La mosca o Rabid, la scienza produce mutazioni fisiche che mettono in crisi l’identità dei personaggi; in altri, come Crash o eXistenZ, la tecnologia diventa oggetto di desiderio, fonte di piacere e dipendenza; in opere come Videodrome, infine, i media penetrano direttamente nella carne e nella mente dei personaggi, fino ad alterare la percezione della realtà.

Uno degli aspetti più interessanti del saggio è che queste trasformazioni non vengono lette come semplici elementi horror o provocatori. Al contrario, gli autori mostrano come Cronenberg utilizzi il corpo mutante per riflettere su questioni molto più profonde e attuali: la fragilità dell’identità, il rapporto con la sessualità, il controllo esercitato dalla tecnologia, la difficoltà di distinguere ciò che è reale da ciò che è mediatico. Le deformazioni e le fusioni uomo-macchina diventano così metafore oniriche delle paure ancestrali e delle contraddizioni della modernità.

Pur facendo riferimento a concetti teorici e filosofici, il saggio mantiene un tono abbastanza accessibile. La scrittura è fluida e accompagna il lettore passo dopo passo, alternando analisi dei film e riflessioni più ampie sulla cultura contemporanea, e questo è di estremo interesse. Non è necessario essere esperti di Cronenberg, o di teoria del cinema, per seguire il discorso: il libro si rivolge anche a chi desidera semplicemente comprendere meglio perché questi film continuino a risultare così perturbanti, quasi scioccanti, e nello stesso tempo così attuali e visionari.

In conclusione, Ibridazioni è un testo che invita a guardare il cinema di Cronenberg non solo come un insieme di storie estreme, ma come un laboratorio di idee sul futuro dell’essere umano, futuro piuttosto a rischio per diversi motivi. Un saggio infine che stimola la riflessione e che mostra come il cinema possa essere uno strumento veramente potente per interrogare il nostro rapporto, sempre più ambiguo, con la tecnologia e con il nostro stesso corpo.

Paolo Lago e Gioacchino Toni vantano numerose pubblicazioni di teoria e di critica della letteratura e dell’universo audiovisivo. Insieme hanno realizzato i volumi Alle radici di un nuovo immaginario. Alien, Blade Runner, La Cosa, Videodrome (Rogas 2023) e Spazi contesi. Cinema e banlieue. L’Odio, I Miserabili, Athena (Milieu 2024). Entrambi sono redattori della rivista «Carmilla online» e collaboratori di altre testate.

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:: Radio Sarajevo di Tijan Sila (Voland 2025) a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2026

La guerra dei bambini, perché a 11 anni si è ancora bambini, ci racconta Tijan Sila nel suo romanzo autobiografico Radio Sarajevo da poco edito in Italia da Voland e tradotto dal tedesco da Cristina Vezzaro. Un romanzo di formazione anomalo e tragicomico, in cui si narrano eventi drammatici sì, ma a volte anche si sorride della bizzarria del mondo degli adulti in cui i bambini non sono sempre e solo vittime, ma a volte rivelano doti inaspettate di resilienza e di sopravvivenza, ancora maggiore degli adulti. Si sa il mondo degli adulti non tratta bene i bambini, anche nella Bosnia degli anni ’90. Insulti, botte sono all’ordine del giorno, strumenti educativi che dell’educazione hanno poco, più hanno in comune con il sopruso e la debolezza, perché la violenza, anche verbale, è dei deboli, ma si sa la guerra spazza via tutto: la scuola, la sicurezza, c’è poco cibo, la morte ad ogni angolo, la paura, la disperazione, ma Tijan si inventa un modo di sopravvivere tra mercato nero e improvvisazione. L’innocenza dei bambini può sopravvivere alla guerra? Gli adulti se lo chiedono, i lettori si interrogano su quali colpe gli adulti hanno nella sofferenza dei più piccoli che arrivano a contrabbandare riviste pornografiche in cambio di dolciumi. Sila non narra solo l’assedio di Sarajevo, le case sventrate, il sibilo delle granate, i morti uccisi dai cecchini, ma anche il dopo, l’esilio in Germania, lo shock culturale, e il ritorno quando pubblica il primo libro, lo spaesamento, il non riconoscere una terra che ormai ha cambiato fisionomia e senso.     

Tijan Sila, nato a Sarajevo nel 1981, è arrivato in Germania come rifugiato nel 1994. Ha studiato letteratura tedesca e inglese a Heidelberg, oggi insegna tedesco e suona in una band punk. Ha esordito in narrativa nel 2017 e nel 2024 ha vinto il prestigioso Premio Ingeborg Bachmann. Radio Sarajevo è il suo romanzo più personale, un ponte tra memoria e speranza.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Milena Depanis dell’Ufficio Stampa Voland.

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:: Fuga in Siberia di Daniele Cellamare (Les Flâneurs Edizioni, 2025)

4 febbraio 2026

Fuga in Siberia di Daniele Cellamare, edito da Les Flâneurs Edizioni, è un romanzo storico molto vivido e anche crudo che intreccia le vicende di diversi personaggi coi grandi snodi della Storia della Russia del XVIII secolo, interrogandosi soprattutto sulle dinamiche del Potere, sulla violenza che lo sostiene e sulla possibilità di alcuni uomini e donne di resistervi, anche a prezzo di grandi sacrifici personali. Cellamare sceglie un momento cruciale della Russia zarista e lo trasforma in un affresco cupo e violento, in cui la Siberia emerge come luogo fisico e morale, spazio di punizione per alcuni dissidenti ma anche paradossalamente di estrema libertà sia spirituale che fisica.

La storia inizia nei cantieri navali di Zaandam, poco lontano da Amsterdam, tra argani e scafi in costruzione, in cui lavora in incognito lo zar Pjotr Alekseevič Romanov (Pietro il Grande). Sotto le vesti di un semplice e umile carpentiere, il sovrano, un ragazzone alto più di due metri, osserva e apprende dai maestri olandesi l’arte della costruzione navale, convinto fermamente che solo attraverso la modernizzazione la Russia potrà diventare una potenza europea a tutti gli effetti. Mentre egli è lontano, però, a Mosca il trono vacilla: congiure, rivolte e fanatismi minano l’equilibrio del potere.

Pjotr così torna in patria deciso a rifondare l’impero. La sua visione è grandiosa e violenta allo stesso tempo: abbatte tradizioni secolari, impone costumi stranieri, spezza il potere dei boiari e reprime nel sangue ogni opposizione. La sua sete di controllo e vendetta lo porta a esercitare il potere senza mediazioni, arrivando a impugnare la scure in prima persona. Accanto a lui si muove Martin Janssen, giovane servo olandese, che diventa testimone involontario delle contraddizioni dello zar: riformatore illuminato e allo stesso tempo tiranno spietato, costruttore e distruttore.

Parallelamente, il romanzo segue le vicende di due ragazzi, Ivan e Kira, fratello e sorella senza famiglia, cresciuti ai margini di una società dominata dalla miseria più estrema e dal fanatismo religioso. Quando il potere centrale stringe la morsa repressiva, i due sono costretti a fuggire da Mosca per evitare l’arresto. Il loro cammino li conduce verso la Siberia, terra remota e crudele, popolata da lande sterminate e riti ancestrali. Qui, nello spazio dell’esilio, le loro vite si intrecciano con il destino di altri reietti e oppositori, trasformando la Siberia in un crocevia di sofferenza e speranza, ultima frontiera per chi resiste alla tirannia.

Uno degli elementi più riusciti del romanzo è la rappresentazione del potere incarnata nella figura di Pjotr. Cellamare evita ogni idealizzazione: lo zar è un personaggio profondamente ambiguo, animato da un autentico desiderio di progresso ma incapace di concepirlo senza la violenza. La modernizzazione diventa così un atto coercitivo, e il rinnovamento dello Stato passa attraverso il sacrificio degli individui. In questa prospettiva, il romanzo suggerisce una riflessione amara: il progresso imposto dall’alto può trasformarsi in una forma diversa, ma non meno feroce, di oppressione.

La Siberia assume un valore simbolico centrale. Non è soltanto un luogo geografico, ma una dimensione esistenziale: spazio di punizione per i nemici del potere e, al tempo stesso, possibilità di sottrazione al controllo dello Stato. Per Ivan e Kira rappresenta una prova estrema, un territorio in cui la sopravvivenza è dura, ma in cui è ancora possibile conservare una forma di libertà interiore. La natura, aspra e indifferente, non consola: mette a nudo l’essere umano, costringendolo a confrontarsi con i propri limiti.

Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Cellamare è solida e controllata. Il ritmo alterna momenti di grande tensione a passaggi più lenti e riflessivi, creando un equilibrio efficace tra azione e introspezione. Le descrizioni sono funzionali alla costruzione dell’atmosfera: cupe, essenziali, mai decorative. Anche i personaggi secondari contribuiscono a rendere credibile e complesso il mondo narrato, senza ridursi a semplici comparse.

In conclusione, Fuga in Siberia è un romanzo ambizioso e maturo, che utilizza il romanzo storico per interrogare temi universali: il rapporto tra potere e violenza, il prezzo del progresso, la dignità della resistenza individuale. Non offre consolazioni facili, ma lascia al lettore una riflessione profonda e inquietante sul destino di chi governa e di chi subisce la Storia. Una lettura impegnativa, ma intensa e istruttiva.

Daniele Cellamare (1952) è stato docente presso la facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma e presso il Centro Alti Studi per la Difesa. È stato direttore dell’Istituto Studi Ricerche e Informazioni della Difesa. Ha collaborato con emittenti televisive nazionali e con diverse testate nazionali e straniere. È stato consulente per le attività culturali dell’Agenzia Generale Treccani di Roma ed è responsabile del gruppo di analisti “Doctis Ardua” per la stesura di saggi di carattere geopolitico. Appassionato di studi sulla Storia Militare, ha pubblicato diversi romanzi storici: La Fortezza di Dio, La Carica di Balaklava, Gli Ussari Alati, Il drago di Sua Maestà, Gli artigli della Corona, Delitto a Dogali, Takeko e Rudolf Diesel.

Source: libro inviato dall’editore.

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:: Il nido del corvo di Piergiorgio Pulixi (Feltrinelli 2026) a cura di Patrizia Debicke

2 febbraio 2026

Nel Nido del corvo Piergiorgio Pulixi costruisce un noir cupo e stratificato, dove l’indagine rappresenta soltanto il primo livello di una discesa più profonda, dentro il territorio e dentro chi lo abita. La Sardegna del Sinis, lontana da ogni tentazione turistica, si impone fin dalle prime pagine come un luogo dell’anima: campagne desolate, stagni di sale, acquitrini fangosi, spazi aperti capaci di trasformarsi in rischiose trappole. È una terra ruvida, quasi primordiale, dove il silenzio pesa quanto una minaccia e l’orizzonte non offre mai consolazione. E tuttavia la stessa terra che dagli anni 50 ha offerto generosamente ampi set cinematografici a celebri i film western e d’avventura.
La scomparsa di Angela Floris romperà questo fragile equilibrio. Sei mesi di assenza e di inutili piste battute  a vuoto  verranno tuttavia improvvisamente interrotti da un inatteso e imprevedibile segnale: il cellulare della ragazza torna a trasmettere. Sul luogo del rilevamento, gli ispettori Daniel Corvo e Viola Zardi si imbatteranno in un reperto destinato a marchiare l’intera indagine: una mano femminile, recisa e conservata con ossessiva cura. Da quel momento la loro caccia assumerà  i contorni di un perverso duello, governato da un apparentemente inafferrabile assassino che si autodefinisce artista e tratta la morte come materia estetica.
Piergiorgo Pulixi affida il cuore del romanzo alla coppia investigativa: Corvo e Zardi.  Daniel Corvo, così soprannominato per il significato del suo cognome, Crobu,  in dialetto sardo, un personaggio che incarna l’idea di controllo e disciplina. È un uomo legato alla famiglia, alla fede, alla sua paludosa terra, segnato da un doloroso passato che riesce bene a contenere attraverso regole e rituali. L’indagine lo coinvolgerà in prima persona perché per certi versi il killer gli somiglia più di quanto voglia ammettere: stessa calma, stessa precisione, stessa idea dell’ordine.
Viola Zardi, la sua collega, rappresenta invece l’opposto. Vive in un perenne disordine, porta addosso i segni delle notti insonni, delle scelte sbagliate, di una vita in bilico, tenuta  sempre sul filo. È istintiva, empatica, molto spesso refrattaria alle regole, ma dotata di un intuito in grado di intuire e illuminare zone dove la logica par volersi arrestare. Tra lei e Corvo si creerà subito  un equilibrio instabile ma necessario: quello di due diverse solitudini che si compensano, di due fragilità che trovano spazio di manovra solo nel lavoro condiviso. La loro evoluzione non sarà  un semplice corollario dell’indagine, bensì forse il principale motore emotivo del romanzo.
L’antagonista, l’Artista, in realtà un mostro, inquieta soprattutto per il metodo adottato . Non agisce d’impulso, non cerca il caos, ma lo governa. Osserva, studia, contempla, par quasi voler collezionare parti di corpi femminili come opere di una galleria privata. La sua violenza non risulta mai spettacolarizzata, ma anzi resa molto più inquietante per la contemplativa freddezza che l’esprime. La costante sensazione provata dai due inquirente sarà  di essere spiati, scelti, trascinati in un gioco già scritto apposta per loro.
L’ambientazione amplifica questa tensione. Gli stagni, il fango, l’entroterra oristanese diventano simbolici scenari, luoghi terreni  dove la bellezza naturale convive con un senso di decomposizione morale. La Sardegna di Pulixi  par quasi voler dialogare con i personaggi, riflettendone le crepe interiori e accentuandone l’isolamento. Non esistono scorci consolatori, solo paesaggi che stringono il cuore  e lo mettono alla prova.
La trama avanza senza prendere  scorciatoie, sostenuta da un ritmo calibrato e da una solida costruzione. Ogni scoperta diventa la successiva  tappa di un incubo orchestrato con precisione, mentre l’indagine finisce per invadere le vite private dei protagonisti, fino quasi  ad annientarle.
Il finale poi  non offre ampie  rassicurazioni: alla soluzione del caso infatti si affiancano alcune perdite e fratture personali, molto coerenti con una certa visione del noir.
Il nido del corvo  evidenzia  un importante passaggio nel percorso letterario di Pulixi. È un romanzo che consolida il suo  universo narrativo, spesso popolato da personaggi imperfetti e profondamente umani, e ne conferma la scrittura asciutta, precisa , in grado  di andare al punto senza inutili compiacimenti. Un romanzo  noir che ti si incolla addosso, lasciando la costante sensazione e di avere attraversato  oltre a un’indagine, una larga  zona d’ombra dalla quale diventa difficile uscire ancora del tutto incolumi.

Piergiorgio Pulixi, uno degli autori italiani di genere più significativi anche nel panorama europeo. Allievo del collettivo Sabot creato da Massimo Carlotto, Pulixi ha firmato libri che lo hanno portato a essere tradotto in oltre venti paesi e a ottenere numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Scerbanenco, uno dei più importanti riconoscimenti italiani per il noir e il thriller.

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:: La vecchia di Georges Simenon, Traduzione di Simona Mambrini (Adelphi, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

2 febbraio 2026
Léon Spilliaert, Interno con finestra socchiusa (1907).

Parigi, zona dell’Hôtel de Ville e Île Saint-Louis, quarto arrondissement. Gennaio 1959, sotto la neve. Stanno demolendo una dopo l’altra le vecchie case del quartiere di Saint-Paul, un piano di risanamento previsto da tempo; i residenti hanno ricevuto un’ingiunzione di sfratto già da due anni, acqua luce gas sono stati tagliati da più di un anno. Il commissario di polizia Joseph Charon ha scoperto che l’anziana inquilina di un cadente palazzo di rue de Jouy che non vuole uscire dal proprio appartamento, nonostante tutto intorno gli edifici siano stati ormai abbandonati o evacuati, potrebbe essere la nonna della famosa 27enne Sophie Émel, detentrice di cinque o sei record mondiali di paracadutismo, pilota di jet e pilota nel circuito di Montlhéry, che abita in una via elegante sull’isoletta lì vicino. La va a trovare al quinto piano, la domestica Louise è indotta a riferirle e la ragazza accetta di accompagnarlo, quasi per curiosità. Attraversano il pont Marie e salgono al sesto piano della casa. Effettivamente Juliette Thérèse Marie_Joseph Minoré, nata il 12 settembre 1879, divorziata Viou e vedova Prédicant, è barricata e si è organizzata per resistere a uno stato d’assedio. La nipote fa breccia, parlano della madre (in villa sulla Costa Azzurra) e della sorella gemella (con due bambini, il marito capo di gabinetto al ministero delle Finanze), Juliette ribadisce che per lei non fa ormai più nessuna differenza buttarsi dalla finestra o farsi crollare il tetto sulla testa, resterà lì. Sophie le propone invece di trasferirsi da lei, avrà una piccola stanza, lei convive con l’amica Lélia (cantante di cabaret e night club, che ha salvato dai guai), potranno provarci. Inizia una complicata convivenza, entrambe turbate e rivali. Le altre e gli altri assistono, in vario modo.

Anche questo romanzo è bello (non Maigret, non giallo). Desolato e angosciante, sempre vivido, struggente per le nostre solitudini sociali. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Il testo era inedito, fu scritto in Svizzera in una settimana (come quasi sempre) nel gennaio 1959: l’autore descrive in otto capitoli tesi una relazione fra donne diverse e progressivamente ostili, sagome sfuggenti che si studiano e affrontano. La narrazione è in terza varia al passato, sempre più concentrata sulla dura reciproca reattività, sulle conversazioni e i relativi retro pensieri, sui ricordi biografici e sul comune spirito indipendente, in un crescendo tendenzialmente aggressivo e violento, non lungo anni, solo nemmeno una decina di giorni. In copertina un interno nero con finestra socchiusa (sull’abisso?), dipinto nel 1907. Il titolo è dedicato alla quasi ottantenne Juliette, furba o disperata, crudele o dimessa che sia, capace comunque di condizionare le quattro donne in un reticolo psicologico e in parte claustrofobico di messaggi impliciti e reciproci sospetti, aspro e poco compassionevole. Il commissario non può che prenderne atto. Da parte sua, Sophie, alta e spigliata, raccatta spesso “cani malati”, donne, perché gli uomini li accoglie solo quando sente il bisogno, tira su il primo che passa e via; comunque beve come una spugna, whisky soprattutto, pur se a casa conserva casse di bottiglie di tutti i tipi, perlopiù vini rossi, indispensabili per le frequenti festicciole, talora dopo la frequentazione dei noti locali, rumorosa e alcolica.

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:: Rito di morte per Falconer di Ian Morson (Giallo Mondadori 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 gennaio 2026

Oxford, 1271. La prevista nascita del primo college universitario dovrebbe marcare  un passaggio epocale per la città, ma sotto quelle mura considerate idonee a rappresentare il punto di raccolta  per  le nuove fondamenta del sapere, affiorerà un oscuro passato. Durante la demolizione di alcuni  vecchi edifici del quartiere ebraico, tra le macerie e la calce emerge infatti  uno scheletro decapitato, con scarse residue tracce di grasso, brandelli di stoffa ancora aggrappati alle ossa e un prezioso anello d’oro con una misteriosa  pietra piatta incastonata. Sarà  l’inizio di Falconer e il Rito della Morte, sesto capitolo della storica serie concepita da  Ian Morson, un nuovo giallo medievale nel quale il tempo diventa materia viva, plasmandola e trasformandola in un possibile  indizio.
L’ambientazione è uno dei punti nodali e di forza del romanzo. Ian Morson ricostruisce una Oxford attraversata da tensioni religiose, rivalità accademiche e diffidenze sociali. Le strade fangose, i cantieri, le sale di studio e le botteghe restituiscono l’immagine di una città in bilico tra tradizione e cambiamento, mentre la fondazione del college, destinato a ospitare gli studenti, diventa simbolo di progresso e, allo stesso tempo, causa scatenante di un pericolo legato ad antichi segreti.
Il racconto si muove su due piani temporali, alternando il presente del 1271 al passato del 1250, anno cruciale per comprendere le radici del delitto. Questa struttura rafforza il senso di inquietudine e sottolinea quanto e come il passato continui a proiettare la propria ombra sul presente.
Al centro dell’indagine c’è William Falconer, maestro reggente della Facoltà delle Arti, uomo di logica e fede incrollabile nel metodo deduttivo aristotelico. Falconer non è un investigatore nel moderno senso del termine, ma un intellettuale curioso, capace di osservare, collegare e ragionare in un mondo dove superstizione e pregiudizio offuscano spesso la verità. La scoperta dello scheletro, un più che probabile omicidio, rappresenta per lui una irresistibile sfida, l’occasione per dimostrare come il pensiero razionale possa dissipare il torbido pantano dei sospetti. Accanto a lui agiscono figure molto ben caratterizzate quali: Peter Bullock già al suo fianco in altre indagini, ma stavolta reticente ed enigmatica  guardia della città, Bonham, collega e compagno di  proibiti studi anatomici, il rabbino Jehozadok, ambiguo depositario di scomode memorie, e soprattutto Saphira Le Veske, affascinante vedova ebrea, donna intelligente e determinata,  a Oxford per curare  personali interessi di famiglia, coinvolta in una pericolosa corsa parallela verso la verità.
Il romanzo affronta con sensibilità il tema della persecuzione degli ebrei nell’Inghilterra del XIII secolo, mostrando un clima ostile alimentato da accuse rituali, estorsioni e meri interessi politici ed economici legati alle Crociate.  Ian Morson inserisce il mistero criminale all’interno di questo contesto storico con naturalezza, senza forzature, rendendo il delitto inseparabile dall’epoca. L’indagine diventa così anche un viaggio dentro le contraddizioni di una società colta e brutale, devota e violenta.
La trama procede con ritmo sostenuto, alternando momenti di riflessione a improvvise accelerazioni, tra nuovi spaventosi  omicidi, parziali rivelazioni e colpi di scena ben dosati. L’assenza di moderni strumenti investigativi viene compensata da una proto-scienza forense credibile, costruita su osservazione e deduzione. Il risultato è un giallo solido, avvolgente, nel quale atmosfera, personaggi ed epoca storica si fondono in modo armonico.
Falconer e il Rito della Morte si inserisce con autorevolezza nella vasta tradizione anglosassone del giallo storico, accanto a famose opere come la serie di Fratello Cadfael. È un romanzo capace di intrattenere e di evocare, ideale per chi va a cercare misteri radicati nel tempo, dove ogni pietra conserva una storia e ogni silenzio può nascondere un’angosciosa  colpa.

Ian Morson è nato a Derby, in Inghilterra, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.. Dopo aver studiato in un liceo locale, a Oxford e a Leeds, si è trasferito a Londra e ha lavorato come bibliotecario nella zona nord-occidentale della capitale. Negli anni ’90 ha iniziato a scrivere quella che sarebbe diventata la serie di romanzi gialli medievali ambientati a Oxford, ispirata a William Falconer. Ha sposato Lynda e la loro smania di viaggiare li ha portati dalle Home Counties, attraverso la Cornovaglia, spingendosi fino a Cipro, prima di stabilirsi definitivamente in Inghilterra,  a Hastings, sulla costa meridionale, dove vivono. Oltre ai libri di Falconer, ha scritto racconti gialli su un esploratore veneziano sullo stampo di Marco Polo, il cui nome è Nick Zuliani. Ha anche scritto racconti per antologie curate da un gruppo di scrittori di gialli che si autodefinisce The Medieval Murderers.

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