
Dall’altra parte, Chandler ebbe modo di dare libero sfogo alla propria prosa in maniera più libera rispetto a quanto potesse fare sui pulp magazines, sviluppando il proprio stile personale al di sopra dell’essenzialità della trama richiesta da quel tipo di pubblicazioni. Il suo linguaggio si differenziò sempre di più da quello di Dashiell Hammett: se questi veniva paragonato a Hemingway, Chandler sarebbe stato visto come il Fitzgerald del giallo.
Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi, edito da Delos Digital nella collana Atlante del Giallo, curata da Luigi Pachì, è un breve saggio alquanto interessante su uno dei più importanti e popolari autori hard-boiled statunitensi del secolo scorso: Raymond Chandler, meglio conosciuto come il padre di Philip Marlowe, iconico investigatore privato portato sullo schermo, tra gli altri, da un carismatico Humphrey Bogart che se vogliamo ha segnato l’immaginario noir in modo indelebile.
Ma come era la vecchia Hollywood, come era lavorare per Studios, registi stizzosi, case di produzione varie, come scrittori o sceneggiatori, se vogliamo l’ultimo ingranaggio tra libro o sceneggiatura e prodotto cinematografico finito da mandare in sala? Questo indaga Cappi, tra divagazioni e dotte citazioni da lettere, saggi, e testi vari consultati e messi in relazione tra loro con dovizia di aneddoti, anche tristi, leggende, e analisi puntuali e approfondite.
Riuscì Chandler a preservare la sua arte in quel mondo, per certi versi oscuro e corrotto, anche se all’apparenza scintillante e dorato? Bella domanda. Certo Chandler, pur con il suo immenso talento letterario, non era una persona facile: sicuramente alcolizzato, come suo padre che sicuramente gli creo, con la sua assenza e il suo disinteresse, molte fragilità e vuoti affettivi, scontroso, poco malleabile, si offendeva facilmente, serissimo nella sua professione di scrittore quanto inaffidabile nella vita privata.
Chandler, tuttavia, resta uno degli scrittori più significativi di un’epoca d’oro della letteratura in cui anche un autodidatta come lui, (arrivò alla scrittura tardi, dopo un licenziamento, per raggranellare due soldi, vendendo racconti per Black Mask, negli anni della Grande Depressione), poteva emergere e affermarsi, trasformando e rivoluzionando un genere popolare, e quasi denigrato dagli intellettuali dell’epoca, in un genere elevato a dignità letteraria.
È raro che chi ha scritto un libro abbia voce in capitolo sull’eventuale versione cinematografica. Vendere i diritti non comporta automaticamente che venga realizzato un film, tantomeno, se ciò avviene, che l’adattamento sia fedele alla storia su cui è basato o che abbia un destino felice.
Naturalmente non si parla solo di Chandler, Cappi fa una panoramica argomentata che parte dalla vecchia Hollywood e giunge a tempi più recenti, citando film, sceneggiati, rubriche radiofoniche, anni di produzione, attori più o meno noti, rendendo la lettura un pozzo di informazioni per gli appassionati sia della letteratura che del genere noir. Alcune cose sono trattate più superficialmente, altre più approfonditamente, ma la lettura è godibile, e molte cose non le sapevo, e mi reputo una estimatrice del noir, per cui l’autore ha condotto davvero un gran lavoro di scavo che l’ha portato a dare luce a fatti anche meno noti.
Tornando a Chandler nel 1942 fece il suo primo incontro con Hollywood ricavando qualche migliaio di dollari dalla vendita dei diritti di alcune opere, ma l’assenza di Marlowe dalle rappresentazioni filmiche non faceva certo pubblicità né ai libri originali né al suo personaggio e questo sicuramente ha segnato un certo scontento che comunque non l’ha fermato dal lavorare per Hollywood arrivando a essere lui ad adattare per il cinema romanzi altrui.
Il mondo del cinema fu per Chandler una doccia fredda, soprattutto non sopportava che gente che non sapesse scrivere avesse l’ultima parola negli script, e questo è solo un esempio delle mille incomprensioni che si verificarono, che tra antipatie personali (detestava vivamente James M. Cain, tra gli altri) e sue personali improvvisazioni, dovette affrontare.
Ma poi Philp Marlowe sbarcò a Hollywood e si può dire tutto cambio, in meglio, anche perché ormai Chandler aveva acquistato una certa esperienza, sia nel lavoro di sceneggiatore, sia sulle usanze di quel mondo. Con gli anni, sebbene fosse di norma scontento di Hollywood, iniziarono a offrirgli cifre da capogiro e percentuali sugli utili. E questo naturalmente gli fece tollerare molti retroscena che con la sua penna al curaro non si tratteneva dallo stigmatizzare.
Nonostante il suo livore per Hollywood non si tirò indietro quando per esempio si trovò a lavorare niente meno che con il mago del brivido: Alfred Hitchcock. Ma vi ho davvero già detto troppo.
Insomma, il saggio di Cappi oltre ad essere approfondito e ben scritto, è anche divertente e per certi versi istruttivo, e offre al lettore, anche quello più specializzato, spunti di sicuro interesse.
Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di un’ottantina di titoli tra narrativa e saggistica, scrive serie noir e spionistiche, tra cui Agente Nightshade per Segretissimo Mondadori, ma lavora anche su fantastico e horror. Autore di romanzi con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cura le collane M-Rivista del Mistero presenta e, per Delos Digital, Spy Game – Storie della Guerra Fredda.



































