Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La costituzione è donna. Le conquiste per la parità di genere dal 1946 ad oggi a cura di Anna Chimenti e Maria Natale (Carocci Editore 2025) a cura di Valentina Demelas

8 marzo 2026

Ci sono libri che analizzano da vicino un fenomeno e altri che aiutano a orientarsi dentro una storia più ampia. La costituzione è donna. Le conquiste per la parità di genere dal 1946 ad oggi, curato da Anna Chimenti e Maria Natale con introduzione di Giovanni Pitruzzella, pubblicato da Carocci Editore, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. In centosessantotto pagine il volume ricostruisce, con taglio chiaro e documentato, il percorso attraverso cui la questione dell’uguaglianza tra uomini e donne è entrata nella trama della Costituzione italiana e, progressivamente, nella vita civile del nostro Paese.

Il punto di partenza è un dato storico spesso ricordato, ma non sempre compreso fino in fondo: all’Assemblea Costituente le donne elette erano appena ventuno su cinquecentocinquantasei membri. Una presenza esigua che tuttavia non impedì alle cosiddette “madri costituenti” di lasciare un segno significativo nei lavori dell’Assemblea. Il libro prende le mosse proprio da questo interrogativo: in che modo quelle poche parlamentari riuscirono a portare all’attenzione dei colleghi questioni allora considerate secondarie? Dalla parità tra uomini e donne all’accesso alle carriere pubbliche, dal riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio fino alla formulazione dell’articolo 11, con il celebre ripudio della guerra, la loro influenza si rivelò tutt’altro che marginale.

Uno degli aspetti più interessanti del volume è il modo in cui mette in luce la dimensione linguistica della Costituzione. La Carta non emerge soltanto come un impianto giuridico, ma come il risultato di un confronto politico e culturale in cui le parole hanno avuto un ruolo decisivo. Termini come “sesso”, inserito nell’articolo 3 tra i fattori di discriminazione vietati, o il verbo “ripudia” dell’articolo 11, non sono scelte casuali: diventano, nel tempo, strumenti interpretativi che orientano l’evoluzione dei diritti e delle politiche pubbliche.

Il libro non segue la struttura di un saggio unitario, ma raccoglie contributi di diversi studiosi e studiose – tra cui Anna Finocchiaro – che affrontano il tema della parità di genere da prospettive differenti. I capitoli si muovono tra ambiti giuridici e sociali molto vari: dalla maternità surrogata e la tutela della dignità della donna alle disuguaglianze ancora presenti nel mondo accademico; dalle politiche di rappresentanza nelle leggi elettorali alla presenza femminile nella diplomazia e nella magistratura. Non mancano riflessioni sulla normativa contro la violenza di genere, sulla questione del cognome materno e sullo sviluppo della medicina di genere, tema sempre più centrale nel dibattito contemporaneo.

Il quadro che emerge è quello di un processo lungo e complesso. La Costituzione appare come il punto di partenza di una trasformazione che negli anni ha prodotto importanti avanzamenti normativi, ma che non può dirsi conclusa. I vari brevi saggi mostrano infatti quanto la realizzazione dell’uguaglianza sostanziale abbia incontrato ostacoli culturali e istituzionali: basti pensare alle persistenti disparità nelle carriere universitarie o alla difficoltà di tradurre la presenza femminile nelle istituzioni in un reale equilibrio di potere.

Particolarmente stimolanti sono i contributi che tornano alle discussioni dell’Assemblea Costituente, restituendo spazio e voce alle protagoniste di quella stagione politica. Attraverso questi passaggi si comprende come alcune decisioni – ad esempio la scelta di non inserire in Costituzione il principio dell’indissolubilità del matrimonio – abbiano lasciato aperta la strada a riforme future, come quella sul divorzio.

La natura collettiva del volume rappresenta un importante punto di forza. La varietà dei temi permette infatti di offrire una panoramica ampia e aggiornata. Si viene accompagnati in modo pratico, grazie a un linguaggio semplice e accessibile, fruibile da tutti, attraverso molti argomenti trasversali, di interesse generale che fanno parte della quotidianità di ogni cittadino di ogni età e di ogni estrazione sociale.

Il volume offre un’esperienza di lettura preziosa che riesce a collegare in modo efficace la storia della Carta repubblicana alle questioni ancora aperte del presente, evitando semplificazioni retoriche. Leggendolo si comprende che il 2 giugno 1946 non è soltanto una ricorrenza simbolica, ma l’inizio di un percorso che continua ancora oggi. Ed è proprio questa consapevolezza storica e civile a renderlo non solo utile, ma necessario, in ogni casa, scuola, ufficio pubblico, biblioteca.

Anna Chimenti, costituzionalista, è autrice di numerose pubblicazioni, tra cui Storia dei referendum. Dal divorzio alla riforma elettorale (Laterza, 1999); Informazione e televisione. La libertà vigilata (Laterza, 2000); La teoria gradualistica del diritto. Confronto con le idee e le istituzioni del diritto positivo francese (Giuffrè, 2003). Ha svolto la sua carriera tra l’Italia e il Regno Unito dove è academic visiting presso il St Antony’s College di Oxford.

Maria Natale, storica del diritto, dedica la sua attività di ricerca e le sue pubblicazioni a vari ambiti della storia giuridica e della giustizia; tra i suoi volumi: Nei flussi della modernità. Toga, chiesa e sovranità nel progetto di Michel de L’Hospital Cancelliere di Francia (Editoriale scientifica, 2023). È responsabile scientifica del progetto di ricerca Gender Equality Achievement ed è componente di diversi progetti e centri di ricerca di interesse nazionale e internazionale.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giancarlo dell’Ufficio stampa di Carocci.

:: PAPA GIOVANNI XXIII – Una voce inascoltata sulla pace – Mario Bertolissi (Rogas Edizioni 2026) a cura di Giulietta Iannone

6 marzo 2026

Papa Giovanni XXIII ci ha indicato quali sono le condizioni della pace. Ci ha chiesto di essere «uomini di buona volontà». Non abbiamo raccolto l’invito ed ora siamo chiamati «alle armi». Vale la pena di rileggere – o di leggere per la prima volta – la Pacem in terris, in questo volume curata e introdotta da Mario Bertolissi, e di recitare un sentito mea culpa. 

L’enciclica Pacem in terris, scritta nel 1963 durante la Guerra Fredda da Papa Giovanni XXIII, è uno dei testi più profetici e necessari del Novecento. Ce la presenta all’attenzione con urgente necessità il professore emerito Mario Bertolussi, insigne giurista e studioso che trae da questo testo di dottrina morale della Chiesa insegnamenti non solo etici e religiosi ma anche fondativi dei più laici sistemi giuridici internazionali. Papa Giovanni, il Papa Buono, ha svolto un ruolo cruciale nella storia del Novecento, e ha toccato con mano il rischio di cedere alla tentazione di risolvere i conflitti internazionali con l’uso delle armi, ormai sempre più sofisticate e distruttive anche senza mettere in causa lo spettro nucleare, tuttavia sempre presente sullo sfondo. Laici e credenti possono così confrontarsi con un testo che rappresenta per molti credenti il pensiero di Cristo sulla storia contemporanea, con riflessioni che non esulano dal diritto internazionale, dal ruolo della diplomazia, dall’importanza da dare agli organismi internazionali e dalla supremazia del dialogo sull’uso barbaro delle armi e della forza. Non sempre, anzi mai, il più ricco, il più forte, il più violento ha il dominio del bene e del giusto, prerogativa anzi del mite e di colui che segue i dettami etici e morali e se vogliamo anche religiosi. Spesso leggendolo si ha l’amara sensazione di un appuntamento mancato, di un’occasione persa, pur tuttavia vive la certezza di essere ancora in tempo, di avere un’ultima possibilità di fermare tutto e far riprendere il sopravvento alla ragione, alla giustizia, al sentimento, al bene comune, alla pace.  

Mario Bertolissi è professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università di Padova. È autore di monografie e saggi. Di recente, ha pubblicato Autonomia e responsabilità sono un punto di vista, Jovene, 2015; Autonomia. Ragioni e prospettive di una riforma necessaria, Marsilio, 2019, e Il mito del buon governo, Jovene, 2022.

:: Casa dolce casa di Nedra Tyre (Ediz. Le Assassine, 2026) a cura di Patrizia Debicke

3 marzo 2026

Pubblicato per la prima volta nel 1953, “Casa dolce casa” di Nedra Tyre si inserisce con sorprendente modernità nella scia della suspense psicologica americana del secondo dopoguerra. Siamo in una sonnolentea cittadina degli Stati Uniti, senza un nome ma riconoscibile per ogni dettaglio: vialetti ordinati, tende stirate, esibizione di buone maniere. E sarà qui che si concretizza un dramma domestico capace di trasformare la casa, simbolo di protezione e affermazione, nel teatro di un silenzioso ma insidioso assedio.
Miss Martha Allison è una timida donna di mezza età, corretta, cerimoniosa, fortificata da anni trascorsi ad accudire parenti bisognosi. L’eredità della zia rappresenta per lei molto più della  sicurezza economica: è finalmente la possibilità, di disporre della propria vita. La casetta acquistata con quei risparmi sarà il suo rifugio, uno spazio arredato con minuziosa attenzione, dove ogni cosa riflette il suo bisogno di ordine e controllo. L’ambientazione domestica non è un semplice sfondo, ma la rappresentazione della sua interiorità: stanze luminose, rassicuranti routine fatte di piccoli riti quotidiani.
Poi qualcuno bussa alla porta.
L’arrivo della signorina Withers incrina da subito quell’equilibrio con inquietante naturalezza. Donna all’apparenza ordinaria, modi gentili, voce suadente, lei entra e resta. Passa una  notte, un’altra. Non alza mai il tono della voce, non minaccia e invece si insinua. La sua è una graduale invasione, stanza dopo stanza, abitudine dopo abitudine. Nedra Tyre costruisce pian piano una progressiva tensione, basata non su drammatici accadimenti ma su piccoli cambi di potere: il sale a tavola, la posizione delle spezie, la scelta delle tende. Ogni gesto domestico prende un significato.
La forza del romanzo sta proprio nel progressivo conflitto tra due volontà asimmetriche. Miss Allison appare fragile, portata alla sottomissione, quasi incapace di pensare a uno scontro diretto. Miss Withers, invece, controlla, stressa l’altra quasi con  “un logoramento da vampiro” in una lenta ma progressiva  erosione della libertà.
Intrigante l’impostazione narrativa con la trama che si apre a ridosso dell’omicidio annunciato. La frase iniziale: con Miss Allison che offre il sale alla donna, da lei condannata a morte, implica l’essenza dell’opera. La cortesia si sovrappone al delittuoso progetto creando un cortocircuito morale di grande efficacia. L’autrice giostra con il contrasto tra educazione e disumanità, tra galateo e disperazione. L’implicita sottile ironia poi amplifica la tensione invece di alleggerirla.
Undici mesi di forzata convivenza e di oppressione inducono la protagonista a maturare l’estrema decisione. Miss Allison non è un’antieroina guidata dall’ego; è una donna svuotata, progressivamente isolata anche sul piano sociale. Un’amicizia si incrina, le possibilità di ricevere aiuto si riducono, mentre si dilata la sensazione della propria impotenza. Il lettore può chiedersi perché non chiami la polizia, perché non reagisca; e tuttavia la costruzione psicologica rende  plausibile quel suo blocco fisico e mentale .
Stuzzicanti le riflessioni sul genere poliziesco: Miss Allison legge gialli per evasione, cita autori celebri, riflette sui cliché investigativi. Sotto sotto si avverte una lieve parodia dei meccanismi classici, quasi un ironico contrappunto rispetto alla tragedia in atto. Ma qui non troviamo brillanti  detective né alibi da valutare. L’indagine è mirata alla lenta trasformazione di una donna comune.
L’ambientazione anni Cinquanta emerge dai dettagli: la rispettabilità, la solitudine femminile guardata con sospetto, l’idea della casa come conquista ma anche trappola.
Il ritmo è ben calibrato: nessuna scena superflua. La suspense nasce dall’attesa, da silenzi condivisi, da pensieri trattenuti. Quando arriva il colpo di scena finale, lo fa con spietata eleganza, pur lasciando un retrogusto amaro.
“Casa dolce casa” è un gioiello di suspense psicologica. In quella casa, tra tende e stoviglie, si consuma un’invisibile battaglia per l’identità e l’autonomia. Un romanzo raffinato e claustrofobico in grado di trasformare in incubo la più banale quotidianità.

Nedra Tyre è nata nel 1912 in Georgia ed è morta nel 1990 in Virginia. Laureatasi alla Emory University, nella vita ha svolto diversi lavori: assistente sociale, libraia, impiegata e copywriter pubblicitaria. Le sue prime storie risalgono agli anni Quaranta del secolo scorso. Nel 1952 pubblica il suo primo romanzo giallo, seguito da altri cinque, ma poi preferisce ritornare ai racconti che pubblica su riviste come Ellery Queen’s and Alfred Hitchcock’s Mystery Magazines.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4r6bktO se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: In disgrazia del Cielo e della terra – L’amore omosessuale nella letteratura italiana di Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre (Rogas Edizioni 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 marzo 2026

In disgrazia del Cielo e della terra, edito nel 2023 da Rogas Edizioni, è un saggio argomentato, ma di respiro divulgativo, che affronta un tema importante e delicato con grande sensibilità e coraggio: la presenza e la rappresentazione dell’amore omosessuale nella letteratura italiana. Gli autori, Daniele Coluzzi e Francesco Gnerre, accompagnano il lettore in un viaggio attraverso i secoli, dal Medioevo ai giorni nostri, mostrando come gli scrittori, si è scelto di parlare prevalentemente della omosessualità maschile, abbiano raccontato sentimenti, passioni e difficoltà spesso nascosti o censurati.

Il titolo richiama l’idea di chi, per molto tempo, è stato considerato “fuori posto” o addirittura “contro natura”. Il libro spiega come, in diverse epoche, l’amore tra persone dello stesso sesso sia stato visto con sospetto o condanna, ma anche come la letteratura abbia trovato modi coraggiosi, ironici e persino poetici per parlarne.

Gli autori non si limitano a elencare opere e autori, per svelare magare retroscena piccanti di nomi famosi: cercano invece, molto meritoriamente, di far capire il contesto storico e culturale in cui quei testi sono nati, aiutando il lettore a comprendere perché certe storie siano state raccontate in modo velato o simbolico tramite una fitta rete di sottintesi e linguaggi in codice.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è che dimostra come l’amore, in tutte le sue variegate forme, sia sempre stato parte della nostra cultura. Anche quando non se ne poteva parlare apertamente, la letteratura ha custodito emozioni autentiche e profonde. Questo messaggio è particolarmente importante per i ragazzi, perlomeno delle scuole superiori dai 18 anni in su: leggere queste pagine, magari guidati da insegnanti dalla mente aperta che incoraggiano dibattiti in classe, significa scoprire che la diversità in ambito affettivo- sessuale non è qualcosa di nuovo o “strano”, ma una realtà che esiste da sempre, e che a differenza del mondo pagano greco e romano che la considerava del tutto naturale e accettabile, nel mondo europeo cristiano ha affrontato pregiudizi, anatemi morali e religiosi, fino a entrare nelle leggi civili.

Non solo le streghe venivano arse sul rogo nei secoli bui, ma anche coloro che venivano accusati di omosessualità e crimini “contro natura”. Il cristianesimo ha una derivazione diretta dall’ebraismo e la Bibbia è abbastanza chiara nel condannare la sodomia al pari della zoofilia, dell’incesto e dell’adulterio e la fornicazione. C’è comunque da fare un’osservazione non marginale, ripresa da molte correnti religiose di stampo progressista e protestante, ma anche cattolico, rivalutate nei giorni nostri: è la violenza, lo stupro, l’abuso su minori a essere condannato, non l’orientamento sessuale delle persone che essendo intrinseco alla natura umana contiene del bene, e non va condannato o stigmatizzato.

L’amore omosessuale è appunto amore, contiene progetti di vita in comune, rispetto, affetto, complicità, crescita interiore, aspirazione alla salvezza, desiderio, solidarietà, piacere di stare insieme, fedeltà, castità e non va unicamente relegato all’atto sessuale in sè, e la letteratura, forse più liberamente di altri contesti, l’ha sempre compreso e valorizzato fino ai movimenti di liberazione, di affermazione dei diritti civili dei giorni nostri.

Lo stile è chiaro e appassionato. Pur trattando argomenti complessi, gli autori cercano di spiegare tutto con attenzione e rispetto, rendendo il testo accessibile anche a giovani lettori curiosi e desiderosi di capire meglio la storia della letteratura e della società italiana.

In conclusione, In disgrazia del Cielo e della terra è un libro che invita a riflettere, a conoscere e a rispettare. È una lettura preziosa non solo per chi ama la letteratura, ma per chiunque voglia comprendere meglio il passato e costruire un futuro più consapevole e inclusivo.

Francesco Gnerre ha insegnato materie letterarie nelle scuole superiori e Teoria della letteratura presso l’Università di Roma Tor Vergata. È autore di testi scolastici e di studi di sociologia della letteratura. Tra le sue pubblicazioni L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano (Rogas Edizioni, 2016) e La biblioteca ritrovata (Rogas Edizioni, 2015). Per anni è stato tra i redattori delle riviste «Babilonia» e «Pride».  

Daniele Coluzzi, professore di Lettere a Roma, si laurea con una tesi sull’omosessualità nella letteratura italiana del Novecento. Da circa tre anni è divulgatore culturale sui social, dove si occupa di storia, letteratura e mitologia. Attualmente è seguito da più di 200 mila persone. Ha da poco pubblicato il suo primo romanzo, Io sono Persefone (Rizzoli, 2022).

:: Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni (Delos Digital 2025) a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2026

C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro dell’esistenza dell’uomo. Niente dogmi; niente – espressi divieti di pensare. Non ce n’era bisogno, perché a certe cose non c’era modo di pensare. La magia come unica stampella. Un’idea banale che però, in qualche modo, senti estremamente tua. Non è un prodotto dei tuoi studi di antropologia e storia delle religioni… No, lo sapevi anche prima: è una cosa tua, personale. D’altronde, come si dice, l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro della tua esistenza. Tempo in cui alcuni messaggi suonavano come vere e proprie rivelazioni, e allora Sartre, Camus, Dosto… Ma ormai quel tempo è finito. E ora, un po’ di mistero è quello che ti manca.

Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni, edito da Delos Digital, nella collana Innsmouth, dedicata al weird o perturbante, è un romanzo breve, circa 57 pagine, che ce lo conferma l’autore rientra nell’autofiction quel genere particolare di letteratura che ibrida l’autobiografia con la fiction, per cui il protagonista, che si lascia sfuggire si chiama Bragoni, è l’autore e non è l’autore. La sua cifra esistenziale viene esaminata alla lente di un rinnovato gusto per il paradosso, quando per ritrovarsi bisogna perdersi, nella memoria, per arrivare a patti col presente, la contemporaneità. Il protagonista di questa vicenda dunque gravita in un limbo esistenziale che lo pone a riflettere su sè stesso con nostalgia, ironia, rabbia. Cosa scopre? Verità fondamentali su sè stesso, sulla vita, su gli altri? Sullo spaesamento come metafora di una condizione universale? Ma oggi non siamo più quello che eravamo ieri, il gioco non regge, non consola. Bragoni adotta uno stile sobrio, più evocativo che descrittivo, e intreccia emozioni e razionalità con naturalezza e capacità espressiva. Bragoni è un autore di narrativa più che di genere, piega gli stili e le modalità epressive espressioniste in una luce di letteratura alta e per certi versi anche complessa. Frutto di buone letture, studio della critica, e di capacità personali affinate col tempo. La narrazione riesce a far sentire il lettore accanto al protagonista, intrappolato tra il desiderio di “tornare indietro” e l’impossibilità di farlo davvero. La brevità del testo, lungi dall’essere un limite, ne accentua l’efficacia: ogni immagine, ogni frase ha un peso emotivo. Se da un lato il libro può essere letto come una storia di formazione “fuori tempo massimo”, dall’altro si presta a interpretazioni più ampie sulla natura umana e sui modi in cui ciascuno di noi costruisce il proprio senso di sé.

Fabrizio Fulio Bragoni è nato a Rieti nel 1981 e vive a Torino dal 1986; ha iniziato a scrivere a cinque anni e non ha mai smesso. Ha sempre sognato di fare la rockstar o lo scrittore. È laureato in filosofia e specializzato in traduzione editoriale dall’inglese. Ha lavorato come giornalista, consulente informatico, lettore editoriale, docente universitario a contratto, copy, piazzista, insegnante e traduttore. Per un paio di giorni ha fatto anche il detective privato, ma è stato tanto tempo fa. Ha insegnato scrittura creativa, tradotto un paio di romanzi e un lungo saggio sul punk, curato un’antologia di racconti polizieschi ambientati a Torino. Suona diversi strumenti, tutti molto male. Quando ha un po’ di voce, canta anche. Attualmente è dottorando in “Learning sciences and digital technologies”. Vive a Torino (ma solo ogni tanto), e passa il tempo tra studi di tatuaggi, palestre di pugilato e localini fumosi, sperando, così, di mantenere intatta la pessima reputazione faticosamente guadagnata. Il suo romanzo breve Il colpo è stato pubblicato in ebook da Rizzoli nel 2012 nell’ambito del contest “youcrime”. Il suo primo romanzo, Ghosting, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto, è uscito per Giunti nel 2021.

:: Una sciarpa blu cobalto di Cristina Biolcati (Golem Edizioni, 2026) a cura di Patrizia Debicke

28 febbraio 2026

Ci sono città che nei romanzi gialli diventano semplici quinte teatrali e altre che respirano, osservano, custodiscono segreti. In Una sciarpa blu cobalto, Cristina Biolcati sceglie una Padova lontana dalle cartoline, stretta tra palazzi di vecchia costruzione, dove le finestre restano accese fino a tardi e ogni pianerottolo può trasformarsi in un incrocio di destini. È proprio nel cuore della città di Sant’Antonio, in via Cavazzana, a pochi passi dalla Basilica di Santa Giustina, che prende forma un delitto da camera chiusa in grado di inquietare fin dalle prime pagine.
Mary Tinnici, ultraottuagenaria, ex attrice di teatro, viene trovata morta nel suo appartamento, chiuso dall’interno con quattro giri di chiave. Un dettaglio che pur richiamando la grande tradizione del giallo classico, ma qui assume un sapore più domestico, quasi soffocante. Mary non è una diva decaduta; è una donna fragile, affetta da demenza senile, con un passato fatto di piccole parti accanto a giganti come Vittorio Gassman e Vittorio De Sica. La sua vita si è progressivamente ritirata in poche stanze polverose, tra ricordi che sbiadiscono e fotografie ingiallite. Strangolata con una sciarpa blu cobalto poi scomparsa nel nulla, diventa il centro di un enigma .
A guidare l’indagine sarà l’ispettrice Bianca Damiani, già incontrata nel racconto Luna Park Assassino. Ritroviamo una donna ferita, temprata da errori che hanno incrinato la sua vita privata. L’istinto da cacciatrice che in passato l’ha spinta a scelte azzardate, con dolorose conseguenze per sé e gli altri, le ha forgiato una corazza, quasi a  compensare il senso di colpa con l’assoluto  controllo sul lavoro. Accanto a lei una squadra ben tratteggiata: Antonio Callegari, angolano adottato da genitori italiani, in bilico tra la prossima paternità e il rigore dell’indagine; Mauro Colella, scapolo, disordinato, con un’incisiva intelligenza nascosta dietro l’aria trasandata; il sovrintendente Manfreda, solida presenza, il giovane informatico Ruzza, simbolo di una generazione che vive tra codici e schermi. Non saranno solo comprimari, ma tasselli di un credibile organismo investigativo, radicato nella quotidianità di un commissariato diretto dal pragmatico Lissone.
L’ambientazione gioca un ruolo determinante. Il palazzo in cui viveva Mary rappresenta un microcosmo: porte chiuse, tende socchiuse, silenzi sospesi sulle scale. Nell’appartamento di fronte vive la famiglia Piovan, guidata da Carla, influencer di successo con oltre centomila follower. Madre di cinque figli, un sesto in arrivo, Carla incarna l’ideale social della perfetta maternità: “dirette” in cucina, luminosi sorrisi, generale solidarietà tradotta in pacchi dono da tutta Italia. Ciò nondimeno, dietro quella patinata vetrina, qualcosa scricchiola. Alvise, il marito, denuncia telefonate e inquietanti personaggi vicino a casa.
Il contrasto tra l’anziana attrice dimenticata e la mamma quasi star del web costruisce il fulcro  della narrazione. Da un lato il teatro, fatto di palcoscenici e meritati applausi,  dall’altro i social, virtuale piattaforma per ottenere consenso. Bianca dovrà quindi indagare non solo su un omicidio, ma su un qualcosa forse  alterato da un eccesso  di esposizione.
L’enigma della porta chiusa regge l’architettura del giallo con sapiente dosaggio degli indizi. Il domestico filippino e il nipote triestino sembrano i sospetti ideali, ma i loro alibi spostano l’attenzione altrove. La sciarpa blu cobalto, arma e simbolo insieme, diventerà pertanto il filo conduttore di una verità nascosta tra rivalità, invidie e fragilità. Bianca dovrà  indagare con metodo, alternando intuizione e razionalità, mentre la sua vita privata torna a complicarsi con la ricomparsa di Silvia Zella e  dei cattivi rapporti con la sorella gemella Vanessa.
Un giallo non superficiale con un’amara  riflessione sulla società di oggi, dove l’identità rischia di dissolversi in una sequenza di post e like. I giovani, attratti da modelli irraggiungibili, finiscono per confondere visibilità e valore. In questo contesto, l’omicidio di una donna anziana assume un ulteriore significato: quello di  cancellazione della memoria, rimpiazzata da un insaziabile presente fatto di sensazionalismo digitale.
In Una sciarpa blu cobalto,  esordio di Cristina Biolcati nel romanzo lungo. Bianca Damiani emerge come una protagonista, destinata a evolversi, mentre il mistero della sciarpa si fa metafora di una verità che sfugge finché qualcuno non ha il coraggio di guardare oltre.

Cristina Biolcati è nata a Ferrara, ma padovana d’adozione. Ha pubblicato Le congetture di Bonelli (Delos Digital, 2020) e In grazia di Dio (Todaro Editore, 2023). I suoi racconti hanno vinto numerosi premi: Il suono delle sue ferite (Garfagnana in Giallo, sez. Nero Digitale, 2022), Doppia promessa (GialloLuna Nero-Notte, 2023), Tutta la mia solitudine (Writers Magazine Italia, 2024). Nel 2025 è uscito Le regole del gioco, nella collana NeroDonna di Golem Edizioni.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/40F2Zm4 se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: L’ultimo colpo di Don Winslow, traduzione di Alfredo Colitto, (HarperCollins, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

26 febbraio 2026

California del Sud e New England. Ultimi decenni. John Highland lavora e veste bene, legge molti libri di storia, si tiene in forma con un po’ di palestra ogni mattina; ormai sa che quasi certamente morirà in prigione, visto che è vicino ai sessanta ed è stato dichiarato colpevole di rapina a mano armata ai danni di un furgone blindato; appare probabile che il giudice sfrutti la legge dei tre colpi che inasprisce la pena di chi commette tre volte un reato grave; ora è fuori su cauzione fino alla sentenza ufficiale, prevista tra un mese. La sua principale preoccupazione è la cara moglie Jewel, si sono sposati quando erano ragazzi, a diciannove anni, lei gli è rimasta accanto per tutto quel tempo e lui deve assicurarsi che possa invecchiare a casa propria. Vuole mettere a segno un colpo fruttuoso e clamoroso, “il” colpo; quando passerà in galera il resto dei giorni lo farà così forse come una leggenda e saprà che lei sopravvive con dignità. Ne discute col l’antico amico e complice Jamal, menziona il sorprendente bersaglio che intende colpire: il casinò Castle, fortezza situata in cima a una collina nel bel mezzo del nulla, in una riserva nelle campagne a est di San Diego, dove entra il denaro della droga dalla porta di servizio, se così si può dire. Sta provando a coinvolgere Summer Redbird, affascinante intelligente matematica executive manager del locale: 32enne alta e slanciata, capelli neri e occhi scuri, tipa brillante e forse sprecata, agli ordini di un gestore stronzo. Dovranno tutti rischiare al massimo per quell’ultimo colpo (titolo del primo racconto e dell’intera raccolta, sei ottimi testi originali).

Don Winslow (New York, 1953), il migliore scrittore americano dell’ultimo quarto di secolo, è tornato! Non si tratta di un libro minore o di transizione; sono sei ritmate novelle o romanzi brevi, uscite a fine gennaio 2026 in contemporanea mondiale (una quindicina di paesi, compresi gli Stati Uniti); crime stories tecnicamente, attente alle sfumature del mondo criminale, questa volta senza tanti delitti e violenze in primo piano. Il volume è dedicato al nipote Perry “con l’augurio che la sua vita sia piena di storie meravigliose”; in esergo Shakespeare sui “giullari del Tempo” che hanno vissuto nel crimine e muoiono nel bene: la probabile assenza di redenzione, l’estrema speranza di riscatto. La seconda novella è ambientata a Rhode Island nel 1970: ogni domenica il giovane Nicholas Nick McKenna, appena maggiorenne, consegna alcolici a domicilio con pagamento in contanti, visto che i negozi di liquori sono chiusi; prende la “Lista della Domenica” (da cui il titolo) e fa quasi sempre lo stesso giro di clienti abituali; sarebbe una cosa illegale ma quasi tutti chiudono gli occhi e lui conta sulle mance per iscriversi all’università; i genitori sono poco affidabili (artista e musicista) e hanno due gemelle più piccole; l’economia cittadina traballa e Nick vorrebbe farsi una studiosa vita altrove; non andrà proprio subito per il verso giusto ma lo ritroveremo lì nel 2021, cliente della stessa lista. Anche le due novelle successive sono ambientate nel medesimo contesto urbano: “L’ala nord” (di un carcere) e “Una storia vera” (dialogo al bar fra due criminali efficienti, la più breve). Per le ultime due novelle si torna in California e la quinta (“La Pausa Pranzo) ripresenta la “pattuglia dell’alba” (amata dai lettori di precedenti romanzi) in splendida forma: Boone viene incaricato di garantire protezione e assistenza alla bellissima insopportabile attrice Brittany McVeigh, un metro e sessanta per cinquantacinque chili, e chiede la collaborazione degli amici surfisti (fra l’altro forse c’è uno stalker). La sesta e ultima novella è la più lunga: Brad McAlister è un campione nella gestione dei resort di lusso, felicemente marito dell’ottima Rachel e padre di Wyatt (5 anni); la sera dell’ulteriore promozione beve troppo e con un pugno di reazione colpisce male un provocatore, che muore cadendo; dovrà scontare la pena e, in carcere, allearsi necessariamente con una delle bande di brutti ceffi; gli chiederanno di uccidere e non sarà facile farsi poi dimenticare una volta uscito (in copertina le sue due diverse metà, con la cravatta o con i tatuaggi). Winslow narra sempre in terza persona al presente, frasi brevi e lucenti. Si beve di tutto ma Brad ordina un Grand Siècle n.23 per far colpo sugli amministratori delegati. Ogni storia ha la sua musica, da Chopin al jazz.

DON WINSLOW Ex investigatore privato, esperto di antiterrorismo e consulente giuridico, è l’autore di ventuno romanzi che sono diventati bestseller mondiali vincendo innumerevoli premi. Tra le sue opere spiccano Corruzione, Il cartello, Il potere del cane, L’inverno di Frankie Machine e Le belve, da cui il premio Oscar Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Dalla trilogia con protagonista Art Keller (Il potere del cane, Il cartello e Il confine) sarà tratta un’importante serie tv che andrà in onda a partire dal 2020. Vive tra la California e il Rhode Island.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4bbMiVx se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: L’ultima dei Calvino di Alessandro Girola (Plutonia Publications, 2018) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2026

Esiste un bel cofanetto, in due volumi, precedentemente edito da Einaudi nel 1956, io ho l’edizione Oscar Mondadori del 1968, che raccoglie il meglio delle fiabe italiane, della tradizione popolare, raccolte e tradotte dai vari dialetti da Italo Calvino, che vi consiglio certamente di recuperare, ci saranno sicuramente edizioni più recenti, in cui emerge un dato inquietante e significativo: la fiaba non è mai stata asettica, c’è sempre stato un elemento horror, in cui il fascino dell’orrido ha avuto presa, il gotico, il fantastico, l’orientaleggiante si è sempre intrecciato con elementi in cui il deforme, il volgare e il zozzo si mischia al sublime. Si sa orchi, streghe, maghi, creature del crepuscolo hanno acquistato oltre al loro valore simbolico, ed esorcizzante, un valore letterario ed erudito. Alessandro Girola prende a piene mani da questo humus culturale per molta sua narrativa.

Per chi non lo conoscesse, Alessandro Girola è un giovane autore milanese, di indubbio talento, che da anni pubblica testi indipendenti, e ultimamente ha acquistato anche una valenza di editore pubblicando testi di altri. Il fantastico, la narrativa di genere, l’horror classico declinato con le sue tante sfumature dall’inquietudine, alla paura, ne è la cifra distintiva. L’ultima dei Calvino è un omaggio non tanto velato a quella tradizione prettamente italiana, legata alla fiaba popolare, in cui il territorio si fa protagonista.

Girola sceglie il Piemonte, terra di masche e di leggende per ambientare il suo romanzo breve, o racconto lungo come si suol dire, che si colloca senza tante cerimonie nel filone del folk horror italiano contemporaneo, di stampo prettamente regionale e tradizionale, seppure non usi il dialetto come cifra stilistica. Scrive in italiano, un buon italiano letterario, nutrito da tanta buona letteratura, non solo di genere.

Girola è uno scrittore completo, non solo dotato di talento creativo, ma anche di uno spiccato talento imprenditoriale che ne preserva l’indipendenza stilistica e anche formale. E negli anni sta crescendo, migliorando, evolvendosi. Io non amo particolarmente la narrativa horror, streghe, demoni, messe nere, maledizioni, fate assassine, vampiri, non mi catturano più di tanto, ma il male esiste, e può essere simbolizzato, ed esorcizzato, da queste creature del crepuscolo che da secoli appassionano legioni di lettori.

L’ultima dei Calvino è ambientato a Carassone dei Govoni, un borgo immaginario arroccato sulle Alpi Marittime: un luogo pittoresco e al contempo inquietante che subito orienta il lettore verso una dimensione narrativa in cui il quotidiano si intreccia con il sovrannaturale. La morte di Eligio Calvino, il padre padrone della piccola comunità, che notare bene muore a 120 anni e già questo fa una certa impressione, di insolito e straordinario, dà l’avvio alla storia.

L’eredità viene reclamata dalla giovane e bellissima bisnipote Berenice, una creatura dai lunghi capelli rossi e un fascino magnetico. Sarà una fata, sarà una strega? A voi scoprirlo, comunque dicevo tra i beni di cui ha diritto ci sono anche i capitali di una fiabesca polizza vita, che se dati metterebbero in seria difficoltà finanziaria la piccola compagnia assicurativa torinese, la Caboto, che li ha garantiti. Che fare? Mandare nel paesino l’agente migliore la giovane Emma, per convincere l’ereditiera a non reclamare il capitale e se mai reinvestirlo in complicati maneggi che implicano la vendita anche di terreni e proprietà.

Emma, che non rimane insensibile al fascino di Berenice, ebbene sì, c’è anche una sfumatura erotica, ma molto, molto delicata, dovrà immergersi nei misteri del borgo e cercare di risolvere la questione economica e contrattuale. La trama segue così un doppio binario: da una parte, l’intreccio “terreno” di polizze, eredità e relazioni sociali; dall’altra, un crescendo di elementi folklorici — leggende di spiriti notturni, demoni incatenati, fate assassine e magia nera — con cui Girola costruisce un’atmosfera sospesa tra realtà e mito.

L’ambientazione è sicuramente la parte più riuscita, oltre a una buona caratterizzazione dei personaggi, anche i minori, e a una crescente inquietudine, disseminata con tocchi leggeri, che dal giallo assicurativo (da me molto apprezzato) vira con naturalezza all’horror più splatter. Avrebbe potuto anche non mettercelo il sovrannaturale, la storia funzionava lo stesso.

Lo stile di Girola è diretto e scorrevole, molto immaginifico, ti sembra di vederle le scene che narra. Il ritmo è costante, e piacevole, i dialoghi convincenti e funzionali al racconto senza appesantire troppo la trama. Girola ha giocato in sottrazione mettendo solo l’essenziale, senza troppi orpelli. L’atmosfera evocativa, l’intrecciarsi di generi diversi, piuttosto originale, la buona tenuta dei personaggi, tutto concorre a creare una storia solida, e di piacevole lettura.

Certo se non amate l’horror, e né la narrativa breve, forse non fa per voi, ma se amate sperimentare anche letterature insolite, saprà sorprendervi.

Se vi affrettate lo trovate ancora gratuitamente su Amazon, se fate tardi con pochi euro avrete una storia di qualità.

Alessandro Girola. Nato a Milano, classe 1975. Scrittore, recensore e blogger dal 2005. Gestisce diversi progetti di scrittura condivisa e collabora con portali, blogzine e webzine che si occupano di narrativa di genere, di entertainment e folklore locale.           

:: Via delle Streghe di Marilù Oliva (Solferino, 2026) a cura di Paola Rambaldi

21 febbraio 2026

Di notte Serena segue il ragazzo nel parco per coglierlo alle spalle. Non riesce a perdonargli di aver ucciso sua sorella. Gaia si fidava ma lui, con la scusa di portarla a cena, l’aveva trascinata nel bosco per ucciderla ed era stato assolto per mancanza di prove. Gaia non lo amava più ma sperava ancora di trasformare il rapporto in amicizia, di allontanarlo con le buone. Pensava che col tempo se ne facesse una ragione anche se continuava a tempestarla di messaggi lamentosi. E Serena, che non riesce a togliersi dagli occhi il corpo martoriato della sorella, vuole solo vendetta.

Le basta un balzo per stordirlo con una mazzata prima di sgozzarlo.  

Femminicidi. Patriarcato. Uomini che non accettano rifiuti. Denunce prese sottogamba. Braccialetti elettronici che non servono. Ergastoli annullati per immotivate mancanze di premeditazione. Ormai uccidono una donna al giorno. Ma cosa si fa di concreto per combattere questa piaga?

Marilù Oliva ne parla nel suo ultimo romanzo Via delle Streghe attraverso la storia di quattro donne ferite che si adoperano per cambiare il corso degli eventi con la vendetta. Una vendetta che ben comprendo nel veder scorrere troppi femminicidi impuniti al telegiornale. Quattro donne, vicine di casa, che vivono in un’immaginaria Via delle Streghe a Bologna, che si incontrano ogni sera dopo cena per una tisana, per confrontarsi, ma soprattutto per pianificare omicidi per eliminare i responsabili di femminicidi che l’hanno fatta franca.

Zulmira, Serena, Magalie ed Iside, quattro donne unite da un’amicizia incrollabile.

Zulmira, 70 anni è la veggente del quartiere. Vedova. Ha cominciato ricevendo clienti in garage e ora la cercano in tanti, anche se suo figlio si vergogna di lei.  Per lei le erbe sono fondamentali. Ne coltiva in terrazzo e ne procura in internet per farne veleni. Ha appena avuto una pessima notizia, di quelle che ti cambiano la vita, ma non ne ha ancora parlato nemmeno alle amiche.

Serena, 30 anni, appassionata di kung fu e felicemente fidanzata a un poliziotto, ha avuto la sorella Gaia uccisa senza giustizia.

Magalie, 44 anni, docente universitaria di Storia medievale specializzata in Storia delle streghe, è stata adottata a sei anni dopo che il padre ha ucciso sua madre sotto i suoi occhi.  

Iside, 20 anni, trans che non si è mai sentita maschio, è la hacker del gruppo finita in sedia a rotelle dopo aver tentato il suicidio gettandosi dal quinto piano per le troppe angherie subite.

Quattro donne determinate in cerca di riscatto. Ognuna segnata da un trauma e con ottimi motivi per vendicarsi. Quattro donne che ancora non sanno che la violenza ti può prendere la mano, che contempla imprevisti e che può diventare molto pericolosa.  Ma uccidere un autore di femminicidio forse non cambierà niente, sanno che ne arriveranno altri, ma sono sicure che ci sarà un bastardo in meno sulla terra.

Marilù Oliva, da brava insegnante, vorrebbe tanto vedere l’ora di Educazione affettiva nelle scuole di cui tanto si parla. L’unico modo per contrastare il patriarcato sarebbe educare alla civiltà e il senso del suo romanzo è sensibilizzare. Le sue quattro vendicatrici vogliono scuotere l’opinione pubblica e indurre i governi a nuove misure. Non credono nella bacchetta magica ma nel potere della volontà. Sanno che non si può sostituire la legalità ma sanno anche che urge un cambiamento culturale affinché certi casi di cronaca non siano più all’ordine del giorno.

I criminali impuniti non devono farla franca.

Quattro donne che vogliono mutare il corso degli eventi con la loro magia, che cercano di riscattare le troppe donne finite sul rogo, che sanno che la loro missione è sbagliata, ma sono esasperate dai troppi casi di cronaca.  Attraverso i delitti il mondo della magia diventa metafora di una ribellione estrema per Marilù Oliva che da una vita si batte in difesa delle donne. Un romanzo da non perdere.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Solferino ha pubblicato i bestseller mitologici L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), L’Eneide di Didone (2022), L’Iliade cantata dalle dee (2024), La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre (2025), il romanzo Biancaneve nel Novecento (2021), il saggio I Divini dell’Olimpo (2022) e le riedizioni di tre dei suoi noir di successo, Le Sultane (2021), Repetita (2023) e Questo libro non esiste (2025, Premio Scerbanenco dei Lettori). Con il saggio Atlante goloso del mito (Rizzoli 2024), ha vinto il Premio Bancarella Cucina 2025.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4a7G0WH se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Salvatore Ottolenghi. L’inventore della polizia Scientifica di Roberto Riccardi (Giuntina 2025) a cura di Patrizia Debicke

21 febbraio 2026

Nel 1902, in una Roma ancora attraversata dalle tensioni del savoiardo Stato unitario, un giovane medico entra negli uffici della Pubblica Sicurezza e in pochi minuti convince Giovanni Giolitti a fondare una Scuola di polizia scientifica. Da questo episodio quasi leggendario parte, anzi decolla  “Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica” di Roberto Riccardi, un libro che è contemporaneamente biografia, racconto storico e riflessione sulla nascita della modernità investigativa.
L’ambientazione è uno senz’altro  degli elementi più suggestivi.
Lo scrittore infatti ricostruisce con bravura un’Italia sospesa tra positivismo, speranze progressiste e ombre autoritarie, dal Risorgimento al fascismo, con Roma messa al centro come laboratorio politico e scientifico. Il carcere di Regina Coeli, dove Ottolenghi avvierà i primi corsi, diventerà il simbolo di una visione rivoluzionaria: la giustizia come sistema fondato su prove, studio e metodo, non su intuizioni o pregiudizi. Sullo sfondo scorrono uno dopo l’altro episodi di cronaca e di storia nazionale, dal delitto Matteotti allo Smemorato di Collegno, dal caso Girolimoni ai misteri di corte, in un fitto mosaico che restituisce il clima di un’epoca in cui la scienza forense nasceva come strumento di emancipazione civile.
Il protagonista emerge come figura complessa e affascinante. Salvatore Ottolenghi, ebreo astigiano, allievo di Lombroso ma capace di emanciparsi dal maestro, appare come un riformatore pragmatico, visionario e al tempo stesso profondamente concreto. Non è un grandioso eroe, ma un uomo che crede nella forza della conoscenza e nel valore etico della prova. La sua idea di polizia scientifica come “assetto di guerra” contro il crimine rivela un pensiero moderno, orientato all’organizzazione, alla standardizzazione, alla cooperazione internazionale. Il cartellino segnaletico, la carta d’identità, le impronte digitali, le reti di collaborazione tra polizie straniere diventano tasselli di un progetto più ampio: costruire una giustizia oggettiva e trasparente.
Riccardi, generale dei carabinieri e scrittore, adotta un registro narrativo ibrido, capace di coniugare rigore documentario e ritmo narrativo. Il libro si legge come un romanzo biografico, con passaggi in cui la cronaca giudiziaria assume il tono di un giallo storico e altri in cui l’analisi scientifica viene resa accessibile senza banali semplificazioni. La scelta di raccontare Ottolenghi attraverso i casi più celebri è efficace: permette di comprendere la portata della sua rivoluzione metodologica e di vedere in azione una nuova pianificazione delle prove.
Interessante è anche il contesto culturale in cui la figura di Ottolenghi si colloca. La presenza di Lombroso, le polemiche sulla scuola positiva, il caso Dreyfus in Francia, le tensioni politiche italiane, tutto contribuisce a delineare un panorama intellettuale in fermento, dove la scienza poteva essere strumento di emancipazione ma anche terreno di conflitto ideologico. In questo scenario, Ottolenghi appare come un riformista laico, orientato a una giustizia basata su evidenze tecniche e non su pressioni politiche, come dimostra il suo ruolo nelle indagini sul delitto Matteotti.
Pur con qualche caduta di ritmo con la ricostruzione biografica e con alcuni passaggi che indulgono a un tono celebrativo,  l’insieme della storia, sostenuto da fonti, citazioni e da un’agile narrazione si dimostra efficace.
Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica è una preziosa lettura per chi ama la storia del crimine e della giustizia, ma anche per chi desidera comprendere come siano nate le moderne istituzioni. È il ritratto di un uomo che ha trasformato l’intuizione in metodo e il metodo in civiltà, lasciando un’eredità destinata a durare nel tempo, ben oltre le cronache dei casi che lo resero famoso.
L’epilogo, con la morte di Ottolenghi nel 1934 e l’esilio della famiglia nel 1938, aggiunge una nota malinconica, ricordando quanto la storia personale si intrecci con certe grandi tragedie collettive del Novecento.

Roberto Riccardi (Bari, 1966), generale dei Carabinieri e giornalista, ha esordito per Giuntina con Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (2009), che è stato fra i libri premiati da Adei-Wizo e ha vinto l’Acqui Storia. Ha poi pubblicato sempre con Giuntina La foto sulla spiaggia (2012), la biografia di Giulia Spizzichino, scritta con lei, La farfalla impazzita (2013), Un cuore da campione. Storia di Ludwig Guttmann, inventore delle Paralimpiadi (2021) e Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica (2025).

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/3MxV7Q9 se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Io… e San Padre Pio – Metà racconto, metà recensione di Daniela Distefano

19 febbraio 2026

“La speranza è la virtù teologale, cioè ha per oggetto Dio e viene infusa dallo Spirito Santo, per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito  Santo. La speranza germoglia nei nostri cuori quando amiamo Dio e ne riconosciamo i segni della sua presenza nella nostra vita e nella storia dell’umanità. L’uomo senza la speranza non può vivere. Tutti i cristiani, infatti, sperano in qualcuno o in qualcosa che li possa salvare. (..) Tutta l’umanità ha aspettato la venuta del Salvatore, la cui nascita si è realizzata in una umile e piccola fanciulla di nome Maria. In ognuno di noi Dio ha posto questa speranza, sta a noi accoglierla. Se ci riusciremo, allora saremo come una finestra spalancata attraverso la quale tutti gli assetati di verità, di sapienza e di amore, potranno entrare”.

Padre Pio sperava e credeva molto nella potente intercessione della Madre del Signore. Quante anime ha salvato dalle mani del diavolo attraverso la sua preghiera di intercessione! Quante anime ha sottratto dal Purgatorio facendole passare in Paradiso attraverso la sua insistenza presso di Lei! Memorabili rimangono poi le catechesi che trasmise dalla cella in un periodo di malattia e di conseguenza lontano dai suoi figli spirituali, dalla fine di aprile al mese di agosto 1959.

In questi brevi pensieri troviamo piccole gocce  di luce e di amore alla celeste Mamma: <<Siamo certi, che se saremo costanti e perseveranti, questa Mamma non rimarrà sorda  ai nostri gemiti. E’ mamma!>>.

<<Chi può donarci la pace? L’autore della pace è soltanto Iddio e il canale per usufruire questa pace è la Mamma celeste>>.

<<Riaccendiamoci sempre più di amore per questa Mamma e siamo fiduciosi che nulla ci sarà negato, perché nulla manca a Lei, che ha un cuore di Madre e di Regina>>. <<Noi sappiamo che questa Mamma celeste ci ama più di quel che noi desideriamo, perché, molte volte, noi desideriamo oltre al bene anche il male – disgraziatamente. Questa Mamma nostra ci offre il bene e nello stesso tempo ce lo conserva, se noi vogliamo, con l’aiuto Suo, imitarla>>.

 Il filo conduttore di questi tesori di catechesi sulla Madonna è vario: Maria è amore infinito e dolcissimo, vuole donarci il suo amore, arricchirci del suo amore, generare amore nei cuori dei figli dell’unico Padre. Questa catechesi mariana provocò un grande miracolo:la guarigione del catechista di padre Pio.

Sin qui, la riflessione, le citazioni, la sintesi del libro “San Pio da Pietrelcina. Maestro di vita cristiana” (Edizioni Segno) di Francesco Guarino e Marcello Stanzione: un vademecum della fontana mistica di San Padre Pio a cui attingevano i suoi figli spirituali, le devote figliole che seguivano passo dopo passo le sue istruzioni di Strumento di Dio – lui sacerdote per Dono –  che ancora oggi ci ammonisce dal Cielo, ci indica la strada, ci mette in guardia e ci dà un colpetto in testa se lo meritiamo. Quanto dista da noi la sua garanzia che il Cielo ci vede ed opera ogni minuto!

Adesso passo a descrivere la mia esperienza personale con San Padre Pio.

La mia andatura spirituale è stata sempre un’ascesa vertiginosa e una rovinosa sbucciatura. Da ragazza non andavo sempre d’accordo con i miei e questo è stato un chiodo che ha forato per lungo tempo la mia carne e quella del Signore e della Madonna. Nei non rari momenti di quiete familiare che abbiamo vissuto noi cinque, papà, mamma, io, mia sorella e mio fratello, ho scoperto la fonte di una insperata grazia tra le mura di casa, una casa grande, gelida d’inverno, afosa, bollente d’estate..Era San Pio da Pietrelcina, questa fonte. Molti segni lo additano come Angelo Protettore mio e dei miei cari. Mia sorella è nata il 23 settembre, festa di San Padre Pio. E io ho ricevuto un dono speciale in gioventù da questo Santo intercessore del mondo intero. Potevo avere 19 anni circa..

Rovistavo nel cassetto personale di mia madre in cerca di qualcosa.. e ho trovato sotto la biancheria, un libriccino di Padre Pio, “Buona giornata.                                              Un pensiero per ogni giorno dell’anno”. Ho chiesto a mia madre se poteva donarmelo, lei ha risposto di sì e da allora non ho smesso di consultarlo… Ma la stranezza non sta qui. Qualche mese dopo la sua scoperta fortuita, ho avuto un segno mistico più tangibile.. per chi vuol credere, ovviamente.

Nella gamba destra si sono formati dei disegnini con le venuzze e uno di questo era la raffigurazione di san Pio da Pietrelcina come riprodotto nel libriccino. E’ rimasta uguale per tutti questi decenni..Sono segni mistici, ma potrebbero non essere creduti, per questo non giudico chi legge con scetticismo e rimane nelle sue opinioni che sono tutte fantasticherie.

San Padre Pio, ogni giorno mi dona il sorriso per amare la Madonna, mi dice:”Dalle un bacio”. Poi mi rende felice quando mi stimola ad adorare Gesù.

“Devi dire: <<Se avessi miliardi di miliardi di cuori, li darei tutti a Te Gesù, e alla Mamma Tua>>. Io gli dico che non solo i cuori ma anche i fiori  gli darei, giacché mi piacciono tanto. Soprattutto le rose bianche alla nostra Mamma del Cielo.

Tutte le rose bianche, i gigli puri, le stelle di Natale, le nebbioline, il candore delle calendive, tutti a Te o Madre Maria, tutti a Te, o Signore assieme ai nostri abbracci, alle lacrime, ai sogni, ai tanti sogni fatti e a quelli pochi, mai dimenticati.

Con san Padre Pio c’è sintonia su tutto, tutta la sua vita è stata un olocausto per la salvezza delle anime. Come non riconoscermi in una delle sue tante devote figlie spirituali. Le indirizzava, le confortava, le strigliava.. poi la vittoria del Cielo per ognuna di loro.. fino all’ultimo. Fino a quando “l’ultimo dei figli sarà entrato nell’ovile”. San Pio da Pietrelcina amava le messe lunghe, anche di tre ore.. ma non faceva lunghe omelie..le sue poche forze glielo impedivano o forse perché era tutto concentrato  sulla riproposizione del Calvario, per questo i gemiti, il dolore, il pianto scrosciante del Santo. Chi assisteva beveva i suoi silenzi come pioggia dorata sul proprio cuore. Io non ho avuto la fortuna di assistere ad una sua celebrazione eucaristica, però sfrutto il dono di Dio della tecnologia e ogni sera ascolto su you tube la sua beata voce per la buonanotte. Un modo per sentirlo accanto, a chiusura della giornata, impartendo “la benedizione, la  più larga, da parte di Dio, non soltanto a voi presenti ma a tutti coloro che vi stanno a cuore, alle vostre famiglie, ai vostri focolari, alle persone a voi care, ma in modo speciale ai poveri sofferenti. Sian Lodati Gesù e Maria, e buonanotte a tutti!”. Grazie San Padre Pio. Ti amiamo. E Grazie a Dio per avercelo dato.

:: Il silenzio che resta di Giuliano Pasini (Piemme, 2026) a cura di Massimo Ricciuti

19 febbraio 2026

Elena Dal Pozzo è stata, tempo addietro, una brava giornalista del Corriere della Sera, con una folgorante carriera in arrivo. Poi è nato Mattia e la donna ha deciso di occuparsi solo della famiglia. All’inizio del romanzo la troviamo nello studio di una nota dottoressa che la sta sottoponendo a una seduta d’ipnoterapia. Questo perché un anno prima, nel 2017, Mattia è sparito, lasciando Elena nello sconforto. Per cercare di distrarsi, adesso lavora in un’emittente locale che il suo nuovo compagno ha creato appositamente per lei. Quando il dolore si fa insopportabile, Elena ricorre a un mix di farmaci e di alcolici che, di certo, non l’aiuta. A peggiorare le cose, nel giorno del primo anniversario della scomparsa di Mattia, si perdono le tracce di un altro bambino. Stesso nome, stessa età (sei anni) e stesso luogo, a Treviso lungo il fiume Sile. Il caso viene seguito da due persone che la donna conosce bene: il borioso questore Sernagiotto e il vice questore Santo Mixielutzi. Il primo non ha mai perdonato la giornalista per alcuni articoli scritti in passato. L’altro, un sardo tutto d’un pezzo, è soprannominato la Sfinge, perché sembra non lasciar trasparire alcuna emozione. La sparizione del secondo bambino rischia di far crollare il castello accusatorio che aveva portato all’arresto di un colpevole. Le nuove indagini faranno venire a galla alcune scioccanti verità che riguardano tutti i protagonisti della vicenda.

Il silenzio che resta potrebbe, in parte, spiazzare i lettori di Giuliano Pasini. Questo è un vero e proprio thriller psicologico, che si discosta un po’ dai romanzi precedenti. In realtà, l’autore è sempre stato molto attento alla caratterizzazione interiore dei personaggi e lo dimostra ancora di più nel suo ultimo lavoro. Le figure che emergono maggiormente sono due, entrambe segnate da dolorose vicende personali. Elena è una donna fragile, con un padre assente e una madre che non l’ha mai sostenuta. Attanagliata dal senso di colpa per aver perso di vista il figlio, giusto il tempo che sparisse, trova conforto solo nelle lunghe telefonate con la misteriosa amica Giulia, che vive in Grecia. Insieme alla dottoressa che l’ha in cura, sta cercando di attraversare le cinque fasi del lutto, che sono anche le parti in cui è suddiviso il romanzo: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. L’altra figura centrale è quella di Santo Mixielutzi, già presente, anche se non come protagonista, in alcune opere precedenti. Legato alla sua terra da un rapporto di amore e odio, il vice questore reca sulle spalle un tragico evento del passato, legato all’ex compagna Dora. Per tale motivo comprende il dolore di Elena e si avvicina sempre di più a lei, fin quasi a superare i limiti imposti dalle circostanze. Al romanzo fa da sfondo Treviso (con una breve “parentesi” veneziana), città che l’autore conosce molto bene. Lo stesso Pasini ha raccontato che l’idea di questo lavoro gli è balenata in testa dieci anni fa e che non l’ha mai abbandonato, pur scrivendo altro nel frattempo. Noi lettori dobbiamo ringraziarlo per la sua testardaggine nell’aver voluto portare alla luce la storia di Elena e per averla narrata in modo così intenso e profondo.

Giuliano Pasini Nato a Zocca in provincia di Modena, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive in pianura, a Treviso. Socio di Community, una delle più importanti società italiane che si occupano di reputazione, è presidente del Premio Letterario Massarosa e in giuria di altri concorsi italiani e internazionali. Il suo esordio, Venti corpi nella neve (ora Piemme), diventa subito un caso editoriale, tradotto in diversi Paesi. Seguiranno Io sono lo straniero e Il fiume ti porta via, tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge. È così che si muore ne segna il ritorno a Case Rosse, dieci anni dopo il primo romanzo. Un’ambientazione che ritroviamo, così come la coppia Serra e Tonelli, nell’ultimo appassionante thriller di Pasini, L’estate dei morti.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4kUdnzR se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!