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:: Un’intervista con Adriano Barone, direttore editoriale di Acheron Books

12 gennaio 2015

acheronbooks_logo_payoff-2Benvenuto Adriano su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei il direttore editoriale di una nuova casa editrice digitale, Acheron Books, che si prefigge di pubblicare narrativa fantastica (fantasy, fantascienza, horror) in lingua inglese, ma scritta da autori Italiani. Come è nato il progetto?

Gli investitori che hanno creato l’azienda si chiedevano da tempo se fosse possibile aumentare la readership della letteratura di genere in Italia. In Italia i lettori di fantascienza, fantasy e horror sono una piccola nicchia del mercato librario di un paese che legge sempre meno.
Il presupposto di partenza è che se il meglio di questa produzione viene tradotta in inglese, può raggiungere una readership decisamente più ampia e con numeri che abbiano un senso economico.

Come vi ponete nel mercato internazionale? Che tipo di promozione farete?

Abbiamo attivato i canali social e ci promuoveremo presto presso siti specializzati nella letteratura fantastica. Tutta una serie di attività di promozione sono in corso, ma abbiamo iniziato davvero da troppo poco per parlarne.

Tradizionalmente la letteratura fantastica, o di immaginazione che dir si voglia, vede gli autori anglosassoni come assoluti dominatori. Voi siete una sorta di apripista. Come vi sentite in questo ruolo?

Si tratta di un esperimento e di una scommessa. In realtà molti autori anglosassoni sono curiosi di sapere che tipo di letteratura di genere si scrive in altri paesi. Lavie Tidhar, per esempio, che curava un sito dedicato alla SF non anglofona, ci ha promossi subito su Twitter.
Contiamo anche sul fatto che la specificità dell’ambientazione e della storia italiane si rivelerà interessante, dato che l’Italia rimane un luogo ancora considerato affascinante per storia culturale e artistica a livello internazionale.

La vostra è anche una sfida, atta a dimostrare che gli autori italiani, se gli si forniscono gli strumenti, sono assolutamente in grado di competere nel mercato internazionale?

Senz’altro l’obiettivo è quello. Siamo appena agli inizi e c’è ancora molto da fare.

Poison Fairies, Imago Mortis, The Ministry of Thunder, Demon Hunter Severian, Black Tea and Other Tales, e Elves and Bullets sono i vostri primi titoli. Come è possible acquistarli, dove sono reperibili?

I titoli sono acquistabili sul sito www.acheronbooks.com, su Amazon, e sui principali store di libri elettronici on line.

Cosa ci puoi dire dei vostri autori. Come li avete selezionati? Sulla base di quali criteri curate il vostro catalogo, come scegliete i testi da pubblicare? C’è un indirizzo a cui inviare materiale?

Gli scrittori sono stati individuati e giudicati in base alla qualità di quanto pubblicato in precedenza, presso grossi o piccoli editori, o tramite autopubblicazione. Poi sono stati discussi i singoli pitch con ciascuno di loro. Al momento non accettiamo proposte che non abbiamo richiesto noi, in quanto facciamo uno scouting preliminare rispetto appunto ad opere già pubblicate per valutare l’originalità delle idee dell’autore e la qualità della scrittura. In poche parole è molto difficile (ma non impossibile) che pubblichiamo un autore che non abbia pubblicato nulla in precedenza.
Inoltre è molto difficile che un’opera già scritta vada bene per i nostri criteri, che salvo rarissime eccezioni, prevedono una forte componente di “italianità”, a livello di ambientazione, e se possibile anche a livello di folklore, o di riferimenti storici e/o artistici. Per questo motivo anche se riceviamo un pitch da un autore contattato da noi, lo modifichiamo assieme all’autore stesso finché non viene incontro alle nostre esigenze in maniera precisa.

Sono opere scritte direttamente in inglese, o avete uno staff di traduttori che lavorano per voi?

Abbiamo selezionato uno staff di traduttori madrelingua che hanno esperienza nella traduzione letteraria.

Non solo in inglese, dunque. Una selezione di opere sarà distribuita anche in italiano per il mercato nazionale?

Dei nostri primi sei titoli, tre sono stati pubblicati anche in italiano. Poison Fairies può essere stampato tramite POD su Amazon e presto lo sarà anche Demon Hunter Severian.
In futuro prevediamo comunque di rendere disponibili tutti i nostri titoli come ebook in italiano.

Parliamo delle cover, tutte molto curate, artistiche. Chi sono i vostri disegnatori?

Tra i disegnatori abbiamo: -Rom-, autrice di fumetti che al momento ha firmato alcuni albi per Top Cow, Antonio De Luca, attivissimo come illustratore in diversi campi (cover artist videogiochi, card per diversi tipi di game), e Diramazioni, uno studio grafico di Milano.

Vi avvalete di editor madrelingua?

Sì, americani.

Siete usciti da pochi giorni, ma che aria tira? Come siete stati accolti sul mercato internazionale?

Le persone che lavorano nel settore sono prima stupite dall’idea, poi si professano molto interessate. Diversi scrittori di fantascienza e fantasy ci hanno fatto un grosso in bocca al lupo per l’originalità e il coraggio dell’esperimento.

Che dire ancora, un grande in bocca al lupo. Se comunque c’è ancora qualcosa che vuoi aggiungere a te la parola.

Per far funzionare Acheron ci farebbe piacere avere il supporto della community di fan italiani, non semplicemente considerandoli acquirenti, ma preziosi alleati per diffondere la conoscenza dei nostri libri presso i loro contatti internazionali, cioè tutti i lettori appassionati di fantasy, horror e fantascienza, in qualsiasi paese essi vivano, che leggano ebook in lingua inglese. Maggiore il successo di Acheron, maggiori saranno le possibilità per la casa editrice di pubblicare un numero maggiore di autori e di opere che possano differenziarsi dal resto della produzione internazionale.

:: Un’ intervista con Kate Manning a cura di Viviana Filippini

6 gennaio 2015

kate manningCome è nata l’idea di scrivere un romanzo con protagonista una donna, Annie “Axie” Muldoon, che fa la levatrice nella New York del XIX secolo?

Il mio primo appartamento dopo il college era un ” railroad flat ” in un edificio popolare del 19 ° secolo, nel Lower East Side di New York, con una vasca da bagno in cucina, e le finestre tagliate tra le camere per permettere la ventilazione, a causa delle condizioni di sovraffollamento degli immigrati che per primi ci hanno vissuto (a volte nove persone per stanza). Mi affascinavano le storie di povertà e immigrazione della città, e nella mia ricerca, ho scoperto che, tra il 1850 e il 1860, c’erano 30.000 bambini senzatetto nelle strade di New York. Ho cominciato a scrivere su una di loro, una bambina. Cercando di scrivere la storia di ciò che avrebbe potuto esserle accaduto, mi sono imbattuta in un movimento poco conosciuto l’Orphan Train grazie al quale 250.000 bambini orfani erano stati spediti dalle città in treno negli stati occidentali (Illinois, Ohio, Iowa). E, quasi per caso, mi sono imbattuta nella figura dimenticata di Ann Lohman, conosciuta anche come Mme. Restell. Per decenni comparve sulle prime pagine dei giornali come fonte di scandalo, anche se ormai la storia della sua vita è per la gran parte perduta. Comunque il poco che ho raccolto era assolutamente affascinante, e ho deciso di prendere in prestito gli elementi della vita della Lohman per il personaggio di Axie Muldoon.

Quanto è stato mantenuto della biografia di Ann Lohman (nota come Madame Restell), levatrice nella Grande Mela e quanto di romanzato è stato aggiunto al suo vissuto?

Ann Lohman era un’inglese, emigrata a New York all’età di 18 anni o giù di lì. Non si sa molto della sua vita precedente, o di come abbia iniziato ad esercitare la professione di ” medico donna.” Così, nel romanzo, tutto dell’infanzia di Axie, il suo viaggio sul treno degli orfani, il suo apprendistato dagli Evans, sono interamente inventati, come lo è il suo rapporto con il marito e i fratelli. Della vita reale della Lohman / signora Restell, sappiamo che era rimasta vedova con un bambino, poi si era sposata con un immigrato russo di nome Charles Lohman. Lui, come il Charlie nel libro, era un tipografo, affiliato con i “Freethinkers”, un gruppo di intellettuali che lavoravano per una maggiore parità tra uomini e donne. I Lohmans videro che la salute delle donne e dei bambini, era spesso a rischio quando le famiglie erano troppo numerose. Lo sappiamo perché Charles Lohman, come il Charlie nel romanzo – scrisse utilizzando un alias un libretto di informazioni sul controllo delle nascite intitolato ” The Married Women’s Medical Companion”. Sua moglie, come Axie, visitava i pazienti come “Signora Restell,” e vendeva medicinali che si riteneva causassero aborti spontanei. Se non li prendevano, lei eseguiva aborti fino al momento precedente ai “movimenti fetali”, dopo il quale provocare un aborto era per la legge un reato. Le leggi, tuttavia, erano di difficile applicazione. Lohman si occupò di bambini, aprì un ospedale per le donne in gravidanza, tenne lezioni in cui insegnava alle donne come allattare al seno e il controllo delle nascite, e si occupò di dare neonati in adozione. I Lohmans diventarono eccezionalmente ricchi, vendendo i loro farmaci, i dispositivi di controllo delle nascite, e i pamplet informativi. Avevano un enorme palazzo sulla Fifth Avenue. La signora fu oggetto di articoli che gridavano allo scandalo, ed fu arrestata più volte. Anthony Comstock era nella vita reale il “crociato contro il vizio” che arrestò la Lohman più volte. Tutti questi aspetti della vita della Lohman sono pure presenti in Axie Muldoon. Nel mio romanzo, ho usato i veri annunci pubblicitari che la Lohman mise sui giornali dell’epoca. Ho usato gli articoli reali e le lettere che sono state pubblicate sulla Lohman, ma ho cambiato alcuni particolari, e il suo nome, ovviamente. Ho usato qualche dialogo reale tratto da una trascrizione de ” The Wonderful Trial of Caroline Ann Lohman.” Una differenza importante è che Ann Lohman si è davvero suicidata la mattina del suo processo, il 1 ° aprile 1878. La cosa che ha scatenato la mia immaginazione è stata l’idea che molte persone credevano avesse simulato la sua morte, e che in realtà fosse fuggita a Londra o Parigi. Circolavano le voci che un giorno avrebbe rivelato i suoi segreti, rivelando la verità su uomini potenti le cui mogli, figlie, sorelle e amanti avevano beneficiato dei suoi servizi di ostetricia e aborto, per decenni. Pensavano che avrebbe raccontato tutto. E ho pensato: “Beh e cosa sarebbe successo se lo avesse fatto? Sarebbe buon materiale per un romanzo” Per me, la storia ha preso vita quando ho deciso di prendere per vere le voci, che fosse fuggita, e ho scritto le memorie fittizie di questa donna.

Da piccola Annie viene separata dalla sorella Dutch e dal fratello John, cosa lascerà in lei questo allontanamento?

Annie promise a sua madre che avrebbe trovato il fratello e la sorella, e che avrebbero vissuto tutti e tre insieme. Questa promessa è una grande forza motivante per Axie, e lei non se ne dimentica mai. Il filo conduttore della storia viene dal desiderio di Annie di trovare i suoi fratelli, e nasce dal suo profondo desiderio di amore e di sicurezza di una casa, e dalla domanda se sarà in grado di creare una famiglia per se stessa. E ‘un bisogno umano primario, e il desiderio, per me, è un ingrediente necessario nella narrativa.

La permanenza in casa dei coniugi Evans (entrambi medici) cosa rappresenta per Annie, solo il fatto che lavora per loro come domestica?

La famiglia Evans è un nuovo mondo per Axie. E ‘ordinato e sicuro. Il legame tra marito e moglie mostra alla ragazza uno straordinario modello di vita, che lei tende a voler duplicare. La signora Evans insegna ostetrica, ma Axie impara anche dai libri che trova nella biblioteca degli Evans. Axie ha la fortuna di arrivare nella loro casa solo all’età di tredici anni quando inizia a sbocciare la sua femminilità, e gli Evans sono un punto fermo, un’alternativa alla vita incerta che ha condotto da bambina.

La cosa che stupisce è che fin da ragazzina, Annie dimostra di essere coraggiosa, forte d’animo e intraprendete. Quanto questi suoi caratteri l’aiuteranno ad affrontare gli ostacoli della vita?

Mi sembra che le persone che soffrono grandi avversità imparano a sopravvivere in due modi completamente differenti: diventando timorosi e passivi, onde evitare ulteriori abusi, o, come nel caso di Axie, diventando duri, dei combattenti, con astuzia e coraggio. La sua fierezza, la sua lingua tagliente, e la sua intraprendenza sono meccanismi di sopravvivenza e anche meccanismi di difesa. E’ sospettosa quanto è compassionevole. Ha difficoltà a fidarsi delle persone, ma non è in grado di dire ‘no’ a qualcuno che le chiede aiuto, la cui disperazione lei capisce troppo bene.

Annie risolve i disturbi delle Gentildonne, ma non usa il suo nome, perché si fa pubblicità con il nome di Madame DeBeausacq. La scelta di uno pseudonimo è un semplice trovata pubblicitaria o, in realtà è dettata dal bisogno di tutelare se stessa e la propria famiglia?

Entrambi. Gli americani, in particolare nel 19 ° secolo, credevano che la pubblicità di qualcosa di europeo, per definizione, fosse di qualità migliore di una cosa locale. E’ una forma di snobismo tutto americano, dire che un prodotto o un professionista, sia esso un tonico per capelli, una medicina, un dentista o un barbiere fosse francese, portoghese, svizzero, ecc Ma l’alias “madame DeBeausacq ” serviva anche a nascondere la sua vera identità. Se la polizia avesse fatto irruzione nei suoi uffici, poteva sempre dire che la signora era altrove, che non la conosceva, eccetera, e sua figlia sarebbe stata in qualche modo protetta da qualsiasi scandalo apparso sui giornali.

Una levatrice a New York è più un affresco sociale dell’America della seconda metà dell’Ottocento o può essere interpretato come un romanzo di formazione?

Forse noi possiamo leggerlo in entrambi i modi. Da giovane madre mi sono chiesta spesso in cosa la crescita dei figli e il parto differisse dalle nostre bisnonne, come esse li hanno considerati, come hanno fatto fronte ai vari problemi legati a queste tematiche. Ma la storia -e la narrativa ambientata nel passato- fino a poco tempo apparteneva agli uomini in battaglia, nel governo, nella scienza, e come avveniva, mi sono chiesta, la vita ordinaria? Dove erano le donne? Un romanziere si propone di rispondere a un sacco di domande, scrivendo una storia, e quelle erano alcune delle mie, e così ho scritto la storia di Axie Muldoon, cercando di analizzare la vita di una donna del suo tempo, e per molti versi parlando anche delle donne di oggi.

Le accuse mosse a Annie (Madame DeBeausacq) da uomini perbenisti sono segno di bigottismo, pregiudizio, paura o astio per essere stati battuti sul campo da una donna senza studi accademici?

Fino alla metà del 19 ° secolo a New York, – e ho il sospetto nella maggior parte del mondo-, la gravidanza, il travaglio e il parto sono stati campi prevalentemente femminili. Le ostetriche, o per lo meno una donna della famiglia, erano presenti al parto. Ma come le donne hanno guadagnato più autonomia, l’establishment medico maschile ha notato che la ostetricia era molto redditizia, così gli uomini cominciarono a cacciare le donne fuori dalla sala parto. Hanno accampato grandi giudizi morali e religiosi, sul peccato e sul male, sostenendo un doppio criterio, che puniva le donne, ma non gli uomini, che avevano figli non essendo sposate. È interessante notare che, quando i medici di sesso maschile hanno cominciato a spostare il parto fuori casa e in ospedale, i tassi di mortalità materna sono saliti alle stelle, perché i medici di sesso maschile non ne sapevano molto di travaglio e parto come invece le ostetriche donne. Non conoscevano le minime regole di igiene per prevenire le infezioni, e, per esempio, toccavano i bambini subito dopo la manipolazione dei cadaveri!

Dutch vive in modo contraddittorio il rapporto con la sorella Annie. Cosa la spaventa di più, il fatto che la sorella Annie aiuti altre donne a risolvere tutte le questioni relative alla gravidanza o il timore di veder associato il suo nome a quella di una levatrice che pratica anche aborti?

Povera Dutch. E’ una donna che ha sempre solo cercato di compiacere gli altri. La dolcezza è la sua particolare strategia di sopravvivenza, ma purtroppo per lei, le alternative disponibili per le donne nella sua situazione sono tutte avvolte nella vergogna, nella miseria, e nel pericolo. Alle donne è stato insegnato che l’infertilità è una colpa della donna, forse causata dal sovraccaricare la debole mente femminile leggendo libri. Si credeva comunemente che l’infedeltà del marito fosse colpa della moglie. Per una donna rimanere incinta fuori dal matrimonio era una vergogna, veniva ripudiata dalla sua famiglia. L’aborto, forse la forma più comune di controllo delle nascite nel 19 ° secolo (c’erano molte pubblicità di abortisti nei giornali di New York a metà del 1800) era di solito effettuato da sole e in segreto. Essere parenti di “madame”, un’abortista nota, era un destino vergognoso.

Quanto influivano i pregiudizi della società di ieri nei confronti delle donne intraprendenti e lavoratrici? E in quella di oggi?

Nel 19 ° secolo le donne non potevano votare, non potevano possedere proprietà, non riuscivano a controllare il proprio denaro, ed erano totalmente dipendenti dagli uomini per la loro posizione nella società. Dal mio punto di vista, tutti i pregiudizi contro le donne, allora come oggi, hanno a che fare con la maternità. In passato, gli uomini non avevano modo di sapere se un bambino era davvero il proprio figlio biologico, fatta eccezione controllando del tutto le donne. Oggi, la scienza ha dato alle donne i mezzi per controllare la fertilità, per scegliere e pianificare le dimensioni delle loro famiglie. Più di ogni altra cosa, il controllo delle nascite accessibile a tutti, sicuro, affidabile, e l’educazione sessuale hanno cambiato in meglio la condizione delle donne. Vediamo i progressi di questi sviluppi in tutto il mondo. Ma quei vecchi atteggiamenti vittoriani, circa il peccato e il male, la vergogna, la ‘debolezza’ delle donne e lo stato di “seconda classe”, ancora persistono. Ci dimentichiamo quanto siano recenti, in termini storici, questi cambiamenti, e sottovalutiamo quanto tragiche siano le reazioni che provocano. Sono molto contenta di vivere in un momento in cui ho potuto scegliere di avere i miei tre figli, quando ero pronta e in grado di garantire il loro benessere in una famiglia felice.

Se si dovesse fare mai un film, quale attrice potrebbe interpretare Annie? (Io avrei pensato a… Lisa Edelstein, Angie Armon – con lenti a contatto- Jennifer Connelly)

Beh, tutto quello che posso dire è che ci sono alcune trattative segrete per fare un film, o molto probabilmente una serie tv, con un’attrice meravigliosa, davvero sorprendente. Ma non sono libera di dire chi sia, al momento, posso solo dire che sono una sua grande ammiratrice, e che sembra davvero giusta per la parte: piccola, fiera, divertente, vulnerabile e coraggiosa. Rimanete sintonizzati!

:: Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana.

:: Un’intervista con Piergiorgio Pulixi a cura di Giulietta Iannone

22 dicembre 2014

appuntamentoBentornato Piergiorgio su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista, dopo l’ultima concessaci nel luglio del 2012. Un po’ le cose sono cambiate da allora. Vivi a Londra mi pare? Come ti trovi all’estero?

Ciao Giulia, è un piacere essere di nuovo qui. Mi trovo molto bene. Hai sempre la sensazione di essere al centro del mondo, e la città pulsa di energia giorno e notte. E sicuramente un luogo speciale per me.

E’ uscito da poco un tuo breve romanzo per EO, L’appuntamento. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea è nata da diverse scintille. Una sicuramente è stata l’aver visto una sera che sono andato a cena fuori una donna sola al tavolo di un ristorante: dalle sue espressioni, dai suoi sguardi, dai suoi tic nervosi, era chiaro che stesse aspettando qualcuno. Io ho iniziato a mangiare, primo, secondo… ma lei era sempre sola, e il suo appuntamento non arrivava. Dolce, caffè, ammazzacaffè… e lei sempre sola. Alla fine, quando me ne sono andato, lei stava ancora aspettando. “Chi?” mi chiesi, “e perché non ti arrendi all’idea che ti ha dato buca?” da lì la mia mente ha iniziato a lavorare alla storia… perché effettivamente forse non stava aspettando ma era costretta ad aspettare.

In questo libro tratti temi di stretta attualità: l’usura, la sicurezza informatica, la violazione della privacy. Che riflessioni pensi farà un tuo ipotetico lettore una volta chiuso il libro? C’è qualche messaggio che hai voluto trasmettere?

Penso di sì. Io volevo soltanto far riflettere il lettore sul fatto che ormai gran parte delle nostre vite è sul web, e tutti noi abbiamo ormai un’identità reale e un’identità virtuale, e abbiamo consapevolezza di quali siano i limiti di entrambi. Però in qualche modo quando stiamo davanti al pc questi limiti si sfumano fino a confonderci, non per noi, ma per chi ci osserva… Mi spiego meglio: lo schermo che abbiamo davanti è come se fosse un vetro come quelli a specchio nelle stanze per interrogatori della polizia: tu vedi riflesso te stesso, ma in realtà dall’altra parte c’è qualcuno che ti guarda, ti osserva, e ti giudica. Internet è un po’ così: quando noi postiamo su FB, mitragliamo tweet, etc, dall’altra parte c’è qualcuno che ci giudica sulla base della nostra “identità virtuale” che percepisce come una summa tra quella reale e quella che invece reale non è. Ciò è sicuramente affascinante, ma anche molto pericoloso.

La prima parte è decisamente spiazzante. Un uomo e una donna ad un tavolo di un ristorante, intenti a combattere una piccola guerra fatta di umiliazioni, e offese. Mi sono sentita a disagio anche solo leggendo quelle pagine. Da pochi giorni si è svolta la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, in che misura secondo te le violenze psicologiche sono diffuse nel tessuto sociale? Sono altrettanto devastanti quanto le violenze fisiche?

Secondo me sì. Viene data a questo tipo di violenza un’attenzione minore, nonostante – a mio parere – sia un tipo di violenza molto più diffusa, soprattutto in ambiente lavorativo. Tutti noi siamo bombardati soprattutto a livello mediatico da un tipo di violenza molto materiale, morti, omicidi, torture, etc. Molta di questa violenza appariscente e splatter va addebitata a noi romanzieri, agli sceneggiatori e ai creatori di videogiochi, e in qualche modo ormai siamo tutti assuefatti al sangue, alle botte, e così via (nonostante non ci si dovrebbe mai abituare alla violenza, di qualsiasi genere sia); la violenza psicologica, quella fatta di umiliazioni, spersonalizzazione, processi di de umanizzazione, è dilagata in seguito alla crisi economica che ha avuto grosse ricadute anche a livello sociale e personale, ma soprattutto, ripeto, a livello lavorativo, dove chi è in una posizione privilegiata può abusare del potere economico/contrattuale che possiede, rifacendosi su chi invece non ha alcun tipo di potere contrattuale. Questo è un incubo degno di un horror.

La manipolazione dei dati, dei flussi di informazioni che ogni giorno immettiamo nel web, sembra il passo successivo alla semplice violazione della privacy. Ciò che descrivi nel tuo libro, sebbene portato alle estreme conseguenze, non è comunque uno scenario tanto fantastico. Su che basi hai costruito tutto questo? Hai parlato con veri hacker? Con tecnici informatici che lo fanno realmente?

Sì, entrambe le figure. A un certo punto mi sono reso conto che le cose di cui stavo scrivendo, sebbene basate su ricerche e piccole inchieste, mi sembravano fantascienza; a quel punto ho avuto la necessità di sentire il parere di persone che ne sapessero più di me e che potessero confermarmi o meno alcuni passaggi. Diciamo che mi hanno detto che ci sono andato leggero, e basta pensare al virus Regin, o allo scandalo SonyGate, o alla falla nella tecnologia SS7 che permette di intercettare qualsiasi cellulare in qualsiasi parte del mondo, per capire che avevano perfettamente ragione.

Giochi la trama su un concatenarsi di colpi di scena e cambi di punti di vista. Nessuno dei personaggi è quello che appare in un primo momento. Come mai questa scelta?

È una delle regole del noir che prendo come bussola. “Nel noir nulla è mai come sembra” l’ha detto Jim Thompson, uno dei miei autori preferiti. Per me è diventato un principio cardine delle mie storie.

Il potere sembra il tema conduttore del romanzo, il controllo che si può esercitare in un mondo sempre più virtuale e fragile. Il protagonista, lo possiamo definire un malato di controllo? Quando si sente vittima lui stesso, si scatena, e scatena tutta la sua violenza in modo estremo. Ma non ha fatto i conti con la sua vittima. Anche lui in fondo è una vittima?

Fondamentalmente tutti noi siamo vittime. Vittime di noi stessi, in primis. Vittime della società, della cultura vigente, delle scelte di chi ci ha preceduto. Paghiamo le conseguenze di una realtà a cui apparentemente non possiamo ribellarci, e questo crea conflitto e crisi che non è solo economica ma anche identitaria. Nello specifico l’uomo del romanzo è vittima della noia: è una persona ricca, ricchissima, potente, influente, ha una posizione privilegiata rispetto al 99% delle persone comuni, ha davvero tutto, eppure è annoiato. Allora per combattere questa stasi di brividi, elabora tutta una serie di perversioni che hanno a che fare con le vite degli altri. Giocando con le vite degli altri si sente vivo. Questa è la sua condanna, o meglio, è la condanna della donna che è costretta a “godere” della sua compagnia quella notte. Sul “paso doble” tra vittima e carnefice… lasciamo un po’ di suspense.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Uscirà per le Edizioni E/O ad Aprile 2015 un nuovo romanzo di genere thriller intitolato “Il Canto degli innocenti” che inaugurerà una nuova serie, e nell’autunno del prossimo anno torneranno Mazzeo e le sue pantere con il terzo romanzo della saga. In primavera e d’estate inoltre sarò ospite di due antologie di racconti con un altro dei miei personaggi seriali, il commissario Carla Rame… Grazie a te per la tua gentilezza e disponibilità. A presto.

:: Il mondo secondo Susan Vreeland, a cura di Elena Romanello

22 novembre 2014

la-lista-di-lisette-01Susan Vreeland, autrice californiana di svariati romanzi al femminile in cui ha esaminato il rapporto tra le donne e l’arte, da La passione di Artemisia a La vita moderna, è venuta in Italia, ospite della Neri Pozza per presentare la sua ultima fatica, La lista di Lisette, una storia ambientata in Provenza durante la Seconda guerra mondiale, incentrata sul personaggio inventato di Lisette, che entra in contatto con l’arte e la salvaguardia della medesima durante uno dei periodi più bui della Storia. A Torino Susan Vreeland è stata ospite del progetto LeggerMente, che coinvolge i gruppi di lettura delle Biblioteche civiche, e del Neri Pozza Book Club, su invito del Salone OFF 365, e ha raccontato varie cose a lettori e curiosi.

Di cosa parla La Lista di Lisette?

Questo mio nuovo libro è diverso dai precedenti, che partivano dalle biografie di artisti famosi, e che sentivo ormai essere un mondo un po’ troppo ristretto. Stavolta ho voluto scrivere un romanzo d’immaginazione, con personaggi inventati da me, ma sempre però con l’arte al centro, una storia nata anche dopo aver visitato il villaggio di Roussillon in Provenza. Nel mio libro trova spazio anche il furto delle opere d’arte da parte dei nazisti, una cosa terribile, e si parla poi di perdono, sacrificio, pietà, compassione, generosità e amore, perché l’ultimo punto della lista di Lisette è proprio amare di più e amare ancora.

Lisette ha una sua lista, alla quale lei dà un rilievo particolare. Cosa ha Susan Vreeland nella sua lista?

Nella mia lista c’è la promessa che la cultura e l’arte europea sarebbero state mie compagne e ispiratrici per tutta la vita. Condivido poi con Lisette l’ultimo punto, l’amore, che è anche il mio punto, ultimo ma più importante, amare.

La storia raccontata parla del valore salvifico dell’arte. Secondo lei questo può valere anche nella nostra quotidianità?

Sì, io penso che l’arte sia ottima come terapia, per alleviare il dolore e abbassare la pressione di una vita troppo veloce e stressante. Ho letto tempi fa che quando visitiamo una galleria d’arte dedichiamo in media pochi secondi ad ogni opera: dobbiamo soffermarci più a lungo, lasciare che l’arte lavori su di noi, entri in noi.

Sia La vita moderna che La lista di Lisette sono ambientati in Francia e entrambi parlano del periodo dell’Impressionismo. Che rapporto ha con questo Paese e questa corrente artistica?

Spesso la prima corrente pittorica che colpisce chi comincia ad interessarsi di arte è proprio l’Impressionismo, e poi da lì si spazia su altro. Anche a me è successo così, trovo che l’Impressionismo ha un fascino particolare che non riscontro per esempio nell’arte moderna. I miei quattro Paesi preferiti sono la Francia, l’Irlanda, l’Olanda e l’Italia. Ho studiato il francese e sono affezionata alla Francia e anche all’Italia, che mi stanno dando la possibilità di conoscerle meglio, e dove ho notato molto affetto per me e le mie opere.

Lisette cambia molto nel corso degli anni, dalla ragazza che arriva in Provenza alla donna che riparte per Parigi per poi tornare a Rousillon. Il suo è un romanzo di formazione?

Ho corso il rischio all’inizio di presentare Lisette come superficiale e egoista, perché è triste di lasciare Parigi, rinunciando alla possibilità di diventare gallerista. Ma poi a Rousillon cambia, capendo di avere un ruolo nella salvaguardia del patrimonio artistico, maturando e crescendo.

La figura maschile più interessante è Bernard, all’apparenza collaborazionista dei nazisti decisamente poco simpatico e poi ben diverso da come appare. Che ne pensa?

Durante la guerra in Francia ci sono stati molti modi di collaborare, di fronte al collaborazionismo noi oggi siamo portati a criticare negativamente, ma le motivazioni di Bernard sono spiegate alla fine del romanzo, lui riesce a salvare Rousillon dalla distruzione, mentre due paesi vicini sono distrutti perché ospitano partigiani. Bernard non riesce a far parlare il suo cuore, forzato dalla posizione in cui si trova, cambia anche lui e rimane ambiguo fino alla fine.

Nei suoi libri torna il rapporto tra donne e arte, spesso non detto nel corso della Storia. Inoltre, tra tutte le sue protagoniste, qual è la sua preferita?

Per molti secoli le donne nell’arte sono state viste solo come modelle per i quadri di nudo, nomi come Artemisia Gentileschi e Sofonisba Anguissola sono stati esempi di artiste, ma le donne sono apparse tardi nei libri di Storia delll’arte. Lisette rappresenta un altro rapporto tra la donna e l’arte, la consumatrice d’arte che poi diventa gallerista, e quindi nell’arte c’è la donna oggetto, la donna soggetto e la donna che condivide l’arte con gli altri, imparando ad apprezzarla anche senza aver avuto modo di studiare molto. La mia preferita, proprio per questo motivo, è Lisette.

Nel libro emerge il tema della materia che diventa forma e bellezza. La bellezza secondo lei si può scorgere in ogni cosa?

Se vogliamo vivere una vita migliore dobbiamo cercare la bellezza e anche la bontà. Dietro a La passeggiata di Chagall, il quadro che illustra la copertina del libro, c’è il fatto storico che fu dipinto dall’artista dopo che gli ebrei in Russia erano riusciti ad avere più diritti grazie alla rivoluzione, e si sentivano più felici, come Marc e Bella. Vivere senza l’oppressione ci rende migliori e l’arte ci rende consapevoli e quindi migliora la nostra vita.

Cosa fa secondo lei di un dipinto un capolavoro?

Non il fatto che sia tecnicamente perfetto, ma che deve colpire la nostra anima e darci sollievo. A questo proposito nel libro c’è l’episodio di Maxime, prigioniero in un campo di lavoro tedesco, che un giorno parlando con una guardia scopre che entrambi amano le cattedrali gotiche delle loro città, Parigi e Colonia, dove si sentono abbracciati da qualcosa di più grande. L’amore per l’arte rende quindi due nemici due fratelli.

Che idea si è fatta sul pubblico dei suoi libri e come è vissuto il rapporto con l’arte negli Stati Uniti?

Quando si fanno tagli alla nostra scuola i primi corsi che vengono tagliati sono quelli di arte, e penso che la gente dovrebbe lottare contro questo, e so che è un problema anche italiano. Nei miei libri parlo di arte cercando di portare i lettori verso i musei e viceversa. Il mio pubblico è formato per lo più da donne, dai 40 anni in su, e ci sono generi che vendono molto più dei miei libri, io cerco di parlare di qualcosa come arte e bellezza che per voi europei, che siete circondati da musei, è scontata ma per noi no.

A essere interessato a rubare i quadri non era tanto Hitler quanto Goring, che disse anche che quando sentiva parlare di cultura gli veniva voglia di tirare fuori la pistola. Cosa ci va secondo lei oltre la cultura, l’arte e la bellezza, che evidentemente non bastano?

Oltre alla bellezza dobbiamo lavorare su tolleranza e rispetto, per capire meglio gli altri e le altre culture. Le forze positive della nostra società sono tolleranza, giustizia, religione, che ci elevano spiritualmente. La seconda guerra mondiale fu combattuta da quella che noi oggi chiamiamo la finest generation, la meglio gioventù, che per un dovere più alto ha sacrificato se stessa. Oggi dobbiamo cercare la bellezza aiutati dall’arte senza dimenticare altri valori.

Che ruolo hanno oggi secondo lei l’Italia e l’Europa in un mondo sempre più omologato?

L’Europa ha portato alla luce cose fondamentali, come democrazia, arte e bellezza. Penso che debba condividere la cultura e i proventi dell’economia con chi è più bisognoso, e anche gli Stati Uniti dovrebbero fare questo, essere più generosi in nome della libertà. Lo so, sono ideali, ma se almeno ci provassimo!

:: Un’intervista con Carsten Stroud a cura di Giulietta Iannone

15 ottobre 2014

9788830431843_niceville_-_la_resa_dei_contiBentornato Carsten su Liberi di scrivere. E’ appena uscito per Longanesi Niceville- La resa dei conti (The Reckoning), dunque non puoi sottrarti ad alcune domande sul libro e sul tuo futuro di scrittore. Iniziamo con una domanda facile facile, sei soddisfatto di questa serie, di come è giunta al termine?

In primo luogo dovete perdonare il mio terribile italiano. Sto cercando di imparare la lingua – che è molto bella – ma mi sembra di essere un idiota e ho problemi a fare le cose giuste. Ma se sarete così gentili da capire questo, devo dire che a mio parere la Niceville Trilogy è il miglior lavoro che abbia mai fatto. Sono stato prima un giornalista e poi uno scrittore per 25 anni e ho scritto diciotto libri, sotto il mio nome e sotto un altro nome che devo per ora mantenere segreto (non per molto). Credo di aver creato un mondo molto strano in Niceville, un mondo originale che è allo stesso tempo spaventoso e buio, eppure illuminato da lampi di umorismo sardonico. Quindi, sì, sono molto soddisfatto, e sono anche felice che così tanti lettori italiani abbiano così bene accolto i miei libri, che devo dire la verità hanno avuto molto successo. Sono davvero grato.
Comunque sì, sono soddisfatto, ma è stato molto difficile e ha richiesto mesi di attenta riflessione. Per onorare il lettore è necessario premiare la sua fede in voi, dando loro più di quello che desidera. Ma lo si deve fare nel rispetto delle regole dei libri. Nessun Deus Ex Machina. Nessuna sequenza di sogno. Nessun inganno. E questi obblighi sono molto impegnativi ma per i miei lettori credo di aver tenuto fede alla loro fiducia e credo anche che Niceville La resa dei conti sia il miglior libro della trilogia.

Niceville – La resa dei conti è l’ultimo episodio della trilogia. Molti misteri troveranno una spiegazione, sapremo cos’è il “raccolto”, il ruolo di Rainey Teague, chi è la presenza oscura che funesta Crater Sink e tutta Niceville. C’è qualcosa che hai voluto tenere oscuro, non risolto?

Sì. Ho mantenuto alcuni misteri per me. E ‘meglio lasciare questo mondo con alcuni segreti che ancora vivono nei luoghi oscuri di Niceville.

Il romanzo inizia con eclatanti episodi di violenza, assieme al ritorno di molta gente che era scomparsa, che non ricorda niente del tempo trascorso lontano da Niceville. Cosa determina questa accelerazione? Questo precipitare degli eventi?

L’entità che ho chiamato Nulla è cresciuta, è impaziente con le persone di Niceville. E dal momento che “lei” è stata sola per molti eoni, desidera avere un’altra mente con cui unirsi, e questa mente ha bisogno di un corpo vivente da abitare. Per questo vuole Rainey Teague. Lei è cresciuta ed è stanca di aspettare. La sua forza la porta alla lotta. E così Niceville diventa più pericolosa, più caotica. Più violenta.

Abel Teague e Rainey Teague, sono padre e figlio? Che legame li lega?

Sì, Abel e Rainey Teague sono padre e figlio, ma non in modo sacro. Rainey è stato concepito da un crimine violento, seguito da un uccisione. Questo è stato il modo di fare dei Teague per duecento anni. E ora per Rainey è arrivato il momento di diventare parte di questa eredità.

Un ruolo piuttosto determinante in questo episodio lo riveste Charlie Danziger. Un bel personaggio, quasi ruba la scena a Coker. E’ vivo? E’ morto? E’ legato a Glynis Ruelle? Il Male ha quasi paura di lui. Quale è il suo ruolo nella narrazione?

Charlie Danziger è un uomo molto cattivo che però diventa meno malvagio e forse trova anche un modo per essere buono. Gli viene data una possibilità di redenzione, e lui ha il coraggio di prenderla. Questo tipo di spirito è spaventoso per entità veramente malvagie come il Nulla.
E inoltre tra i suoi lati positivi, ha un senso dell’umorismo molto oscuro. Come molti uomini buoni-cattivi che ho conosciuto nel mondo reale. Poliziotti. Soldati. Killers. Tutti hanno una parte in Charlie Danziger. Ecco perché gli ho dato tutte le battute migliori.

Sul finale è Kate praticamente che affronta il Male e gli tiene testa. Perché non hai scelto, per esempio, che fosse Nick? Le donne sono più forti degli uomini?

Perché Kate e non Nick? Non lo so. In tutti i libri della serie le persone avevano vita propria. Hanno fatto molte cose che non mi aspettavo. Avevo programmato che Nick fosse l’ultimo strumento di giustizia. Ma non lo è stato. Le donne sono più forti degli uomini? Forse, in molti modi, sì, lo sono. So che la mia vita è stata resa meravigliosa da tutte le donne forti che ho conosciuto e amato. Un mondo gestito solo da uomini sarebbe un posto molto oscuro. Se dubitate di questo, guardate solo il Medio Oriente.

Mi ha fatto meno paura degli altri due episodi, forse perché le spiegazioni, per quanto fantastiche, rendono la paura meno paralizzante. E’ stata una scelta, o la storia ti ha preso la mano e ha voluto così?

No, non è stata una scelta. Non avevo idea di come i buoni di questi libri potessero sopravvivere all’Inferno che avevo creato per loro. Ma lo hanno fatto. Tutto da soli. So che suona ridicolo. Ma è vero. Questo libro sembra si sia materializzato davanti ai miei occhi. Qualcosa di molto strano stava succedendo. E io sono stato abbastanza intelligente da farne parte.

In questo episodio prevale la componente thriller o horror?

Questo romanzo è sia horror che thriller. Volevo che fosse qualcosa di molto diverso da ogni altro libro che avevo letto. E, anche secondo Stephen King – che ha detto ” è un libro come nessun altro che abbia mai letto” – mi è riuscito.

Un po’ misterioso l’episodio del ferimento di Nick. Che cosa succede davvero quella notte?

Avevo intenzione di ucciderlo. Non solo che rimanesse ferito. Ma lui non è morto!

Non ti mancheranno un po’ i personaggi di Nick e Kate, di Mavis Crossfire, di Coker, di Lemon Featherlight, di Glynis Ruelle, di Charlie Danziger? Ritorneranno in una nuova trilogia?

Sì, mi mancheranno molto. Ma li sento là fuori. Sono ancora vivi nel mondo. Questo mi rende felice. Ma di tutti loro, più di tutti mi mancherà Mavis Crossfire. Penso di essermi innamorato di lei. Ma non parlare di questo a mia moglie Linda. E’ molto pericolosa se si arrabbia.

La trilogia di Niceville ha qualcosa di speciale, di oscuro, ti sei chiesto anche tu cosa sia?

Sì, c’è qualcosa di molto strano che vive all’interno di queste pagine. Che cos’è? In fondo tra le parole, c’è qualcosa di oscuro e crudele, che vive ancora. L’ho visto nel mondo – nel profondo Sud dell’America, sotto piccoli ponti in pietra di Venezia, sui campi di battaglia. Questa crudeltà ha avuto un nuovo parco giochi in Medio Oriente questo autunno. Ma in un istante si stancherà e troverà qualcosa di nuovo con cui giocare. Questo è ciò che vive a Niceville. Quindi, forse le persone che stanno leggendo i libri della serie non li dovrebbero lasciare aperti quando vanno in un’altra parte della casa.

Non sei solo l’autore di Niceville, puoi parlarci anche degli altri tuoi libri, molti mi pare non ancora editi in Italia.

Ho scritto diciotto libri. Alcuni di loro storie vere, molti dei quali thriller. La mia speranza è che molti di loro siano pubblicati in Italia, e che un giorno mia moglie Linda ed io – stiamo entrambi studiando l’Italiano – trascorreremo parte dell’ anno ad Arezzo e Cortona.

A cosa stai lavorando attualmente? Quali sono i tuoi progetti futuri?

Una società televisiva di Los Angeles sta cercando di sviluppare la Niceville Trilogy come una serie televisiva. Questo è ciò a cui io e mia moglie stiamo ora lavorando! Auguraci buona fortuna!

Buona fortuna Carsten!

:: Un’intervista con Carlo Lucarelli a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2014

albero-italia-lucarelli-190x300Benvenuto, Carlo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te. Forza e debolezza, come persona, non come personaggio pubblico. Chi è Carlo Lucarelli?

-Un narratore, fondamentalmente, e uno scrittore, in dettaglio. Poi ci sono altre cose –padre, marito, cittadino, essere umano- ma ho sempre cercato di non mettere autobiografismo nei miei racconti per cui non saprei da che parte cominciare neppure qui.

E’ appena uscito per Einaudi, Albergo Italia. A 6 anni da L’ottava vibrazione, e dopo il piccolo racconto intitolato Ferengi, torna il personaggio del capitano Piero Colaprico. Arriva dalla Sicilia dopo aver combattuto la “maffia” e come si usa fare anche oggi perché scomodo, dislocato nelle Colonie, ha combattuto ad Adua, ora da Massaua si trasferisce ad Asmara. Per solitudine di scopre innamorato di una avventuriera. Come si è evoluto, come è cambiato?

-Nell’Ottava Vibrazione il capitano Colaprico era soltanto un personaggio secondario, quasi “tecnico”, poi mi sono accorto che aveva parecchie possibilità e, cosa fondamentale per lo sviluppo di un personaggio, mi incuriosiva molto. Così l’ho fatto tornare in un paio di racconti, dove è sempre rimasto appena abbozzato e appena è arrivato il suo momento gli ho dato tutto lo spazio che chiedeva. Più che evoluto o cambiato è “nato”, nel vero senso della parola. E vedremo come si evolverà.

Più che un romanzo un racconto lungo, poco più di 120 pagine. Dopo il lungo periodo di un romanzo come L’ottava vibrazione, la brevità, l’accenno. Nella tua carriera hai scritto sia romanzi che racconti. In quale forma ti senti più a tuo agio, dove hai le maggiori difficoltà?

-Dipende dalla storia che voglio raccontare. Ci sono storie corali, di ampio respiro anche perché si ambientano in un momento o un luogo che vanno descritti a fondo per essere capiti –come appunto l’Ottava Vibrazione- che hanno bisogno di una struttura più complessa. Altre volte la narrazione è un viaggio brevissimo, una freccia che arriva subito al bersaglio portandosi dietro tante cose che devono soltanto essere accennate –con le parole giuste, naturalmente- per restare agili ed evocative. Mi trovo bene con tutte e due le forme, proprio perché non sono io a sceglierle, ma la storia stessa. Io devo soltanto preparami per i cento metri piani o per una maratona.

L’ottava vibrazione, primo romanzo “coloniale”, era un testo si può dire sperimentale, nel quale univi il noir e il romanzo storico, senza perdere di vista la tua analisi sociologica, affatto consolatoria, sulle radici della storia d’Italia. Infondo il noir si avvicina molto alle tue indagini più giornalistiche e in Albergo Italia si può dire prevalga questa componente. C’è un delitto, un’ indagine, l’occasione di parlare di un grande scandalo politico finanziario di fine Ottocento. La tua serie coloniale, mi hai già anticipato che vorresti continuare a narrare le storie di Colaprico e Ogbà, virerà in questa direzione?

-Sì. Mi è piaciuto molto scrivere Albergo Italia, ho fatto una breve e felice corsa e ho scoperto un personaggio –Ogbà- che continua ad incuriosirmi. Di solito le serie che scrivo – Grazia Negro, Coliandro, il Commissario De Luca- hanno lunghe pause tra un romanzo e l’altro, proprio per non ripetermi, ma qui è diverso. La struttura stessa del romanzo –quella del giallo classico, anche se i “gialli” che scriviamo oggi sono sempre molto noir lo stesso- si presta ad una serialità serrata. L’istinto è proprio quello: raccontare la metà oscura dell’Italia di oggi attraverso la metà oscura di quella di ieri . In questo senso anche cercare di scrivere un romanzo più classicamente giallo possibile significa comunque scrivere un noir “politico”.

Di Albergo Italia ho apprezzato il tuo stile classico, letterario, il tuo lavoro sulla lingua, molti termini sono presi dall’arabo e dal dialetto tigrino, la sensualità di alcune scene. E’stata una lettura molto piacevole, io ho avuto modo di leggere pochi tuoi romanzi, quindi per me è stata una novità. Ho anche avuto modo di notare delle similitudini, nella trama soprattutto, con un’altra serie coloniale italiana che ho seguito, anche se per stile e periodo, sono libri molto diversi. Sempre rispetto alle fonti di ispirazione, ci son autori, anche non italiani, (e non solo di romanzi ma anche di saggi), che hai letto, che ti sono stati di sprone alla scrittura?

-Ho letto tantissime cose, sia per documentazione che per ispirazione. Avevo già accumulato materiale storico quando avevo scritto l’Ottava Vibrazione –saggi storici sull’epoca coloniale, da Del Boca a La Banca a Quirico, ma soprattutto memoriali dell’epoca- adesso ho aggiunto i diari di Ferdinando Martini, il primo governatore dell’Eritrea, molto dettagliati, giorno per giorno. Come ispirazione ho sempre i miei maestri –Giorgio Scerbanenco, James Ellroy e i contemporanei amici come De Cataldo, Baldini o Fois, solo per dirne qualcuno, con sui scambio quotidianamente impressioni e suggestioni. Sull’argomento specifico e di genere vicino al mio conoscevo solo tre romanzi: “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano, “Debrà Libanòs” di Luciano Marrocu e “Una mattina ad Irgalèm” di Davide Longo. Non conoscevo la serie del maggiore Morosini di Giorgio Ballario, che ho cominciato a leggere e che mi piace molto. Devo dire che non ho trovato tante similitudini, a parte quelle che definirei “fisiologiche”: sono un giallista che si entrato in contatto da tempo –per ragioni storiche e personali- con l’Eritrea coloniale, per cui è naturale che ci avrei scritto prima o poi un giallo; il detective non può che essere un carabiniere; trattando di cose italiane l’intrigo finirà per essere sempre un po’ noir e un po’ politico. Inoltre il periodo che trattiamo è molto diverso: io l’Italia liberale e umbertina, lui quella fascista. Sono in contatto con Ballario –rispetto al quale ho una visione storica e politica del periodo coloniale molto distante- e chissà che adesso che siamo in due il genere “giallo coloniale” non riesca a decollare con più forza.

Molto bello il personaggio dello zaptiè  Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico. Se vogliamo quasi prende la scena al protagonista e acquista una dignità e uno spessore autonomo. Diventerà sempre più importante nel proseguo della serie? Scriverai mai, magari anche un racconto, con lui unico protagonista?

-Ogbà è stata una sorpresa per me. Doveva essere il dotto Watson dello Sherlock Holms Colaprico e invece è diventato lui quello che indaga veramente. E non poteva che essere così: quella, anche se è l’Eritrea dei t’lian, degli italiani, in realtà è casa sua. Ha preso forza soprattutto perché l’ho modellato su una persona realmente esistita, anche se qualche anno più tardi rispetto al tempo del mio romanzo. Ogbagabriel Ogbà, buluk bash degli zaptiè era il nonno di Yodit, mia moglie. E io so per esperienza che quando un personaggio inventato si nutre di elementi “veri” finisce per diventare vero anche lui.

Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista? Quali attori vedresti bene per le parti di Colaprico, Ogbà, Margherita, Chiti? Quale regista?

-No, anche se mi piacerebbe. Ma non è facile visti costi di una cosa ambientata in un altro tempo e in un altro luogo. Potrebbe essere una serie televisiva ma non vedo la nostra televisione interessata ad operazioni come questa.

Il noir o giallo coloniale, ovvero ambientato nelle Colonie, in questo caso d’Africa, è un genere poco praticato dagli scrittori italiani. C’è quasi una refrattarietà, un’ autocensura, un tentativo di dimenticare un periodo per lo più fallimentare della nostra storia. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo genere letterario?

-E’ vero, è un periodo poco frequentato, ma non per autocensura, perché agli scrittori del mio genere sono proprio i periodi fallimentari quelli che interessano. E’ poco frequentato per scarsa conoscenza, che deriva sì da autocensura e refrattarietà ma di chi avrebbe dovuto informare raccontare prima di noi. E’ un periodo che non si trovava quasi mai nei libri di scuola, per esempio, vittima di un senso di colpa sia della destra che della sinistra. Tutto questo ha comportato una mancanza di familiarità che fa in modo, per esempio, che a Lampedusa sbarchi Asmaret che viene da Mendeferà e noi non sappiamo dov’è Mendeferà e neppure se Asmaret è un uomo o una donna, eppure sono luoghi e nomi che hanno fatto parte della nostra vita e della nostra storia per tanti anni, in cui si trovano alcune delle radici del nostro oggi e molte chiavi per capire il presente. In più sono serbatoi di storie bellissime –nel bene e nel male- un far west suggestivo e importante. E’ per questo che ho scelto –dopo averlo scoperto per caso- di raccontarlo. Per inciso, Asmaret è un nome femminile, e magari molti di noi ce l’hanno nella loro storia familiare.

Con l’ispettore Marino sei stato il primo a “sdoganare” il periodo fascista e utilizzarlo come sfondo per una storia gialla che fu pubblicata con il Giallo Mondadori, vincitrice del Premio Tedeschi 1993. Quando uscì si può dire che il giallo e il noir, specialmente dai critici, non era considerato letteratura alta. Ora le cose sono in un certo senso cambiate, il noir, anche da un punto di vista sociologico, è stato rivalutato o per lo meno messo in una giusta prospettiva. Cosa pensi sia cambiato da quando uscì Indagine non autorizzata?

-Quando ho cominciato a scrivere io sono arrivato assieme ad altri scrittori che come me volevano utilizzare il genere per raccontare, indagandole, la realtà e la storia. Abbiamo incontrato molti lettori che cercavano la stessa cosa e soprattutto bravi editori che credevano nelle nostre storie –Sellerio, per esempio- e che ci hanno tolto dal ghetto per quanto rispettabile delle collane di genere come il Giallo Mondadori. Alcuni critici hanno fatto fatica a capirlo, ma quando ci sono riusciti siamo diventati anche noi –ufficialmente- di serie A.

Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari.

-Sto scrivendo un altro romanzo della serie Ogbà-Colaprico e sto finendo di documentarmi per un’altra storia del Commissario De Luca, ambientata negli anni ’50. Parteciperò ad un programma su Sky Arte per raccontare quadri e artisti attraverso il mistero. Nient’altro, in tv –almeno per adesso- dal momento che il mio programma di narrazione dei misteri e dei problemi italiani è stato chiuso. Per il resto vedremo, saltano sempre fuori cose interessanti e io non riesco mai a dire di no.

:: Un’ intervista con Barbara Garlaschelli

21 agosto 2014

barbara[Mia intervista apparsa su Shenoir il 30 Maggio del 2010]

Benvenuta Barbara è un vero piacere ospitarti su Shenoir. Parlaci un po’ di te, descriviti anche fisicamente non tralasciando pregi e difetti…

Intanto grazie a voi per lo spazio dedicatomi. Parlarvi di me… posso dirvi che il mio mestiere è me, che scrivere è ciò che ho sempre desiderato nella vita e che sono stata una donna fortunata riuscendo a realizzare un desiderio così grande. Come tutti gli esseri umani sono un groviglio di pregi e difetti. Ciò che amo di più in me è la lealtà a qualunqe costo, e ciò che non amo, la mia durezza. Fisicamente sono bellissima e, come mi diverto a ripetere, molto ben carrozzata…

Come ti sei avvicinata alla scrittura. Era una tua aspirazione già da bambina? C’è stato qualcuno che ti ha consigliato, incoraggiato, trasmesso l’amore per la parola scritta?

In parte ho risposto prima: scrivere è ciò che ho sempre voluto fare. L’amore per i libri, anzi direi, la passione per i libri, è parte di me e in parte mi è stata trasmessa dai miei genitori. La nostra casa, da che io ricordi, è sempre stata invasa dai libri. Sia mio padre sia mia madre sono dei forti lettori. E io pure. E la casa con il mio compagno è anch’essa assediata dai libri. Mi è inconcepibile la vita senza libri.

Parliamo del tuo debutto. Raccontaci del tuo percorso verso la pubblicazione. Com’è avvenuto l’incontro con il tuo primo editore?

La primissima pubblicazione (che ogni tanto scordo) è avvenuta con un racconto inserito nell’antologia Crimini, uscita per Stampa Alternativa, nel ’95 mi pare, quando faceva i mitici raccoglitori simili ai pacchetti di sigarette. Laura Grimaldi lo aveva letto, ne era rimasta colpita e mi aveva suggerito di farlo partecipare al concorso nato alla Libreria del Giallo di Milano, della mitica Tecla Dozio (che allora non conoscevo). E’ piaciuto e l’hanno pubblicato. Poi è seguito O ridere o morire, una raccolta di racconti di humor nero, edita da Marcos y Marcos (anche qui lo zampino di Tecla Dozio è stato fondamentale). L’editore, Marco Zapporoli, decise in due giorni di pubblicarlo.

Raccontaci un episodio buffo, divertente che ti riguarda legato al tuo lavoro di scrittrice. O al contrario qualcosa che ti ha fatto profondamente arrabbiare.

Un episodio divertente è quando ho fatto parte della giuria del premio Azzeccagarbugli, un paio di anni fa. Il conduttore della serata era Luca Crovi, con cui ci conosciamo da anni: ha intervistato i giurati per presentarli al pubblico. Quando è stato il mio turno, mi ha chiesto: “Barbara, che qualità deve avere un libro per inchiodarti alla sedia?”, e mentre formulava la domanda ho letto nei suoi occhi il panico, perché mi conosce e sa quanto posso essere tremenda. I suoi occhi dicevano: “Non fare commenti!”, e io, con sorriso sornione, ho risposto: “Per inchiodarmi alla sedia? Pochissimo”. Il particolare piccolo, ma fondamentale è che sono su una sedia a rotelle 🙂

La memoria è un tema che ti è caro e tratti con sensibilità e originalità. Che sia la memoria storica o quella personale, quanto incide su chi siamo e chi eravamo?

Incide in modo fondamentale: noi siamo la somma di tutto ciò che è venuto e avvenuto prima di noi. Sia da un punto di vista storico e sociale sia personale. Siamo la somma anche di ciò che non è avvenuto. E la memoria è uno dei doni più preziosi che abbiamo e una delle maggiori responsabilità. Un popolo senza memoria storica è destinato all’inivisibilità.

In Non ti voglio vicino tratti un tema molto delicato: gli abusi sessuali sui bambini. La cronaca ci racconta troppo frequentemente di queste violazioni dell’infanzia, spesso devastanti e spesso origini di un circolo vizioso che trasforma le vittime da bambini in carnefici da adulti. Come hai affrontato questa realtà, come ti sei vaccinata contro l’orrore?

Non c’è vaccino contro questo orrore e non ci deve essere. Nel momento in cui non dovessimo più essere in grado di indignarci, di sentire rabbia, furore, disgusto, pietà saremo morti. Intendo,culturalmente ed eticamente morti. E il mio modo di affrontare l’orrore è stato ascoltando e scrivendo, per non dimenticare.

Nei tuoi libri tratti argomenti importanti per il pubblico femminile: l’amore, l’amicizia, la famiglia. Molte tue lettrici sono donne. Ti consideri femminista? Pensi che un giorno la parità uomo e donna sarà finalmente raggiunta o resterà per sempre un’aspirazione frustrata, un’ occasione mancata?

Mi sento una donna che ha molto chiari quali sono i propri diritti e i propri doveri, che sa quanto è stata dura e difficile la strada delle donne per arrivare dove sono arrivate e sa che non è ancora finito il viaggio, che nulla è stato donato, ma tutto è stato sudato. Che la parità di cui si parla sempre è ancora di là da raggiungere, anche se molti progressi sono avvenuti e molte battaglie sono state vinte. Ma viviamo in un momento storico pericoloso, in cui l’oscurantismo è tornato a essere un problema tangibile. La tentazione di manipolare il corpo delle donne è ancora forte.

Parlaci del tuo rapporto con la critica. Leggi le recensioni, t’influenzano, quale ti ha fatto più felice leggere?

Il mio rapporto con la critica è sereno. Leggo le recensioni e se sono di persone che stimo, ci rifletto ma non mi esalto e non mi abbatto. Su Non ti voglio vicino mi hanno resa felice praticamente tutte, soprattutto quelle di Giuliano Aluffi e Alessandro Castellari.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticipare qualcosa in esclusiva per i lettori di Shenoir?

Non sto scrivendo, ma sto pensando al prossimo… per ora nessuna anticipazione, è un progetto ancora molto vago.

Un’ultima domanda, più che altro una mia personale curiosità, se dovessi vincere lo Strega, a chi lo dedicheresti?

A mio padre, a mia madre e a Giampaolo, il mio compagno.

:: Un’intervista con Drew Chapman a cura di Giulietta Iannone

19 agosto 2014

indexBenvenuto Drew su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Dopo la laurea hai lavorato a Los Angeles come sceneggiatore sia per il cinema che per la tv. Per grandi studi come Disney, Fox, Universal, Warner Brothers and Sony, e per canali come ABC, Fox, ABC Family, and Sony TV. Raccontaci qualcosa di te, del tuo background, dei tuoi studi.

Sono nato a New York, ho fatto il liceo lì, sono andato all’Università del Michigan e poi mi sono trasferito a Los Angeles per scrivere per la TV e per l’industria cinematografica. Quel percorso per me è stato più facile che per altri perché mio padre, Michael Chapman, era un cineasta, e anche piuttosto famoso. Attraverso di lui incontrai una quantità di persone nell’ambiente, e quei contatti mi procurarono il mio primo agente, che è cruciale nell’industria cinematografica americana. Dopo di che, dovetti cavarmela da solo. Ho cominciato come staff writer per gli studi della Disney Animation, e poi passai a scrivere per loro Pocahontas. Ho lavorato come sceneggiatore cinematografico per alcuni anni, facendo soprattutto revisioni di sceneggiature altrui, prima di passare alla televisione. Al momento, negli USA, la TV è un gran posto per gli scrittori perché viene prodotta una gran quantità di ottimi show, e ci sono tantissimi canali che li trasmettono. Recentissimamente sono stato autore e produttore esecutivo per una mini-serie della ABC intitolata The Assets; uno spy-show su CIA e KGB negli anni ’80.

Da sceneggiatore a romanziere. The Ascendant è il tuo romanzo di esordio. Un thriller politico-finanziario sulla scia di maestri come Robert Ludlum e Tom Clancy. La terza guerra mondiale combattuta tra la Cina e gli Stati Uniti con armi non convenzionali. Non eserciti, armi e soldati, ma una guerra combattuta in Borsa, tramite internet, tra disinformazione e guerrilla psicologica. E questa la guerra del futuro?

Beh, non sono un esperto di guerra, ma ho certamente fatto un sacco di ricerca per il libro, e la gente con cui ho parlato riteneva che sì, una combinazione di guerra cibernetica, guerra economica e guerra informatica sia il futuro dei campi di battaglia. Si potrebbe anche arrivare a sostenere che questo sia lo stato attuale della guerra. Una guerra cibernetica si sta certamente aprendo fra USA e Cina, e la guerra di disinformazione fra Russia e Occidente sul destino dell’Ucraina è in pieno svolgimento. C’è anche una guerra psicologica e di guerriglia fra Israele e Hamas. Perciò immagino che quando si tratta di guerra, il futuro sia adesso. E tra l’altro, il Pentagono si sta già organizzando per combattere le prossime guerre su Internet, e stanno spendendo molti miliardi di dollari per prepararsi per una simile eventualità.

Protagonista un eroe atipico, un trader di Borsa. Uno che vede schemi e correlazioni nei dati apparentemente caotici che riceve nel suo terminale. Un ragazzo di ventisei anni, che ha una sua opinione sui militari e sui governativi. In un primo tempo proprio non esattamente un mostro di simpatia. Come è nato questo personaggio?

Mi piacciono i romanzoni thriller alla maniera di Tom Clancy e Robert Ludlum, ma volevo aggiornare l’eroe del thriller. Non volevo un eroe capace di ucciderti con un colpo di karate o una pistola, ma piuttosto qualcuno capace di fare a pezzi il nemico spingendo un bottone, ingannandolo con la propria intelligenza. Io sono ossessionato da tutto ciò che ha a che fare con l’economia e la finanza, e sono anche un fanatico della tecnologia, quindi la parte coi computer è stata facile. Non sono un mago dei numeri – e mi piace considerarmi un tipo più simpatico del mio protagonista – ma non sono sempre a mio agio con le cose che fa il mio governo, perciò volevo inserire anche quello nel mio personaggio. Ciò che intendevo scrivere era un thriller moderno e sovversivo, con un anti-eroe complicato e vagamente oscuro.

Il suo rapporto con Alexis Truffant non è una classica love story. Lei è una militare, imbevuta di ideali patriottici, e di senso dell’onore. In un certo senso usa a e strumentalizza Garrett, ma fino a che punto? Quando lo porta al cimitero militare di Washington, lo fa in un’ottica si manipolazione psicologica? La loro storia, l’attrazione che provano reciprocamente è sincera, reale?

Beh, quello è il mistero della storia d’amore, e sarà un mistero che continuerà col procedere delle prossime storie. È amore o è manipolazione? Mi piace un bel doppio gioco in una storia d’amore, come nelle vecchie storie di Sam Spade. Una femme fatale è sempre un ottimo personaggio. Inoltre, volevo davvero scrivere un thriller che avesse un sacco di personaggi femminili forti. Mi annoiano le storie che non hanno altro che eroi “machi” e fanciulle in pericolo. Dove sta scritto che anche le donne non possono dare calci in culo?

Tutta inizia quando Garrett scopre una svendita sottocosto di moltissimi T-Bond sul mercato americano. Una manovra finanziaria che potrebbe mettere in ginocchio l’economia americana e il dollaro. Poi una speculazione immobiliare, il crack di Google, un virus che paralizza il sistema elettrico di una centrale nucleare. Insomma tutta una serie di mosse tese a provocare gli Stati Uniti e a spingerli a dichiarare guerra alla Cina. Ma c’è Garrett Reilly pronto a combatterli con la stessa moneta. Realtà e finzione si sovrappongono. Pensi che la crisi finanziaria iniziata nel 2007 con la crisi dei subprime rientri in un’ottica del genere?

La finanza moderna è così complicata e il metodo che le banche e i governi hanno per far soldi sono così opachi, che io credo sia molto difficile districare ciò che è veramente accaduto in un qualsiasi momento della grande crisi finanziaria del 2007/2008. Ma questo è anche ciò che lo rende tanto affascinante e drammatico. Io credo che l’Armageddon finanziario sia una possibilità reale, e credo che permetta la costruzione di una narrativa di forte presa, perciò immagino che sì, finzione e realtà si sovrappongano. Credo che la base di qualunque buon thriller sia che qualunque cosa accada nel libro debba poter accadere anche nel mondo reale. Se il pubblico non crede che possa capitare, non ne sarà catturato.

Non tutti gli americani sono eroi, i due agenti della Sicurezza Interna, per esempio, sono dei veri e propri bastardi, arrivano a usare la tortura per ottenere ciò che vogliono. Perché questa scelta, perché non tutto è bianco o nero, ma esistono varie sfumature di grigio?

Io non credo ai cattivi. Credo che chiunque, qualunque cosa faccia, razionalizzi le proprie decisioni, e finisca per dirsi che sta facendo ciò che sta facendo per delle buone ragioni. Talvolta è per fare soldi, o conquistare la ragazza, talvolta è per proteggere la nazione. Mi piacciono i libri – e i film – nei quali i cattivi hanno delle motivazioni comprensibili per ciò che fanno, non solo “voglio dominare il mondo!”. Il mondo moderno è complicato, e il mio paese – gli USA – è coinvolto sia in attività moralmente rette che in attività moralmente discutibili, come capita a tutte le nazioni. Amo le aree grigie fra il bianco e il nero, e le scelte difficili che le persone devono fare per garantire la sicurezza propria e della propria nazione. La geopolitica è una faccenda complicata e feroce.

La Cina è sicuramente una potenza in ascesa, economicamente proiettata nel futuro, politicamente ancora ancorata a strutture burocratiche obsolete che favoriscono corruzione e malgoverno. Per te, personalmente, c’è un futuro democratico che attende questo paese? E’ realmente possibile un movimento di protesta interno che sfoci in una vera e propria nuova Rivoluzione?

Quella è la parte della mia storia che è stata maggiormente criticata. Tuttavia, avendo vissuto in Cina, dopo essermi guardato attorno e aver parlato con le persone, penso che verrà assolutamente il momento in cui i poveri e/o la classe media in Cina si solleveranno contro i loro leader del Partito. La sollevazione può essere violenta, può essere pacifica, non lo so. Ma sì, succederà, e prima di quanto la gente pensi. Comunque, la sollevazione può anche semplicemente esprimersi con masse di cittadini cinesi che votando mandano a casa i propri leader. La democrazia non è dietro l’angolo in Cina, ma sta arrivando. Prima o poi arriverà. Contateci.

A un certo punto ci troviamo davanti a un personaggio misterioso, Hans Metternich. E’ una spia? Un agente di qualche governo europeo? Che puoi dirci di questo personaggio?

Adoro un buon uomo del mistero, e per noi americani è sempre un uomo con quel leggero accento europeo che risveglia il nostro interesse. Non dirò troppo su di lui, perché compare anche nel secondo volume, ma basti sapere che è sempre disponibile per dare una mano – a chiunque paghi di più.

Quale è la tua scena preferita in The Ascendant?

La mia scena preferita è all’inizio del libro, quando Garrett incontra Alexis per la prima volta in un bar di lower Manhattan, e poiché sta facendo attenzione, e poiché è bravo a rilevare gli schemi, si rende conto che lei lo sta spiando. La scena prende due interi capitoli, ma è assolutamente la mia preferita. Entrambi i personaggi principali vengono messi a nudo in quella scena: tutte le loro aspirazioni, paure, ossessioni.

Ti sei ispirato a fatti reali? Quanto la cronaca geo-politica ti ha influenzato nella stesura di questo romanzo e nella sua continuazione?

Non ho usato alcun evento reale, ma ho certamente usato delle complicazioni degli eventi reali. I black-out e i cyber-attacchi e i crash istantanei a Wall Street sono tutti accaduti di recente, ed io ho usato delle estrapolazioni di quegli eventi per dare mordente al dramma. Quanto alla geopolitica – sì, studio costantemente il mondo, sempre alla ricerca di buoni sfondi per le mie storie, ed ho assolutamente usato la tensione fra USA e Cina come carburante per il romanzo.

Da laureata in Scienze Politiche il testo Della guerra di Carl von Clausewitz è un testo fondamentale, come hai pensato di utilizzarlo per decriptare un messaggio via mail?

Amo il trattato Sulla Guerra di Clausewitz, e mi piace la storia della sua vita. Lo trovo affascinante. È stato uno dei primi teorici della guerra nell’Occidente moderno, e la teoria della guerra sottende una certa parte della trama del mio libro, perciò fare riferimento alla sua opera pareva una associazione naturale. I nuovi meccanismi della guerra ed i vecchi meccanismi della guerra si scontrano costantemente, come accade in The Ascendant, e allora perché non mettere anche il vecchio maestro – Clausewitz – nel romanzo?

Stai lavorando alla continuazione di The Ascendant. Cosa ci puoi dire di questo nuovo romanzo?

Sì, sto lavorando sul secondo volume, e dovrebbe uscire – negli Stati Uniti – nell’inverno del 2015. La geopolitica sarà leggermente diversa – Russia anziché Cina – ma ci saranno tutti i personaggi principali: Garrett Reilly, Alexis Truffant, e la squadra Ascendant. Ancora una volta entrerà in gioco la guerra cibernetica, ma questa volta l’obiettivo è più finanziario, e tutto il mondo è fuori per dare la caccia a Garrett Reilly.

Quali scrittori ti hanno influenzato? Pensi con il tuo romanzo di aver iniziato un nuovo genere di thriller?

Non so se il mio romanzo sia l’inizio di un sotto-genere. Dovrei essere davvero fortunato per avviare qualcosa di davvero nuovo nel mondo delle lettere – a me piace semplicemente scrivere storie d’avventura eccitanti e intelligenti. Quanto agli autori che mi hanno influenzato, attraversano davvero tutto lo spettro. Credo per Ascendant di aver guardato indietro al machismo americano dei grandi a partire da Hemingway e Jack London. Ma per ciò che riguarda il thriller, il mio preferito è probabilmente John LeCarre. Se riuscissi a scrivere bene anche solo la metà di quanto bene scrive Le Carré, mi considererei un uomo felice. È un vero maestro.

Sei uno sceneggiatore, che differenze hai trovato tra lo scrivere una sceneggiatura e un romanzo? Quale forma di scrittura amai di più?

Mi piacciono entrambe. La sceneggiatura è una forma artistica più collaborativa: lavori con produttori, dirigenti degli Studios, scrittori a contratto, attori, registi. È divertente, e non ci si sente mai soli. Ma al contempo, il lavoro non è mai completamente tuo, e soltanto tuo. Scrivere un libro è un lavoro solitario, ma hai la soddisfazione di scrivere qualunque cosa tu desideri. Credo, alla fine, che scrivere romanzi sia più divertente, e più soddisfacente. Io spero solo di poter continuare a farlo per gli anni a venire.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Purtroppo no, non ci sono piani immediati per un book tour in Italia. Tuttavia sono stato in Italia l’estate scorsa per vedere dei miei amici al nord e voglio semplicemente dire – per la cronaca – che adoro il vostro paese, e adoro gli italiani. Ci sono stato un certo numero di volte, ed è un paese davvero speciale. L’Italia è il paese dei miei sogni. Quando sarò vecchio e decrepito, voglio un appartamentino a Roma dove io possa fare un giro fino all’angolo e comprarmi una bottiglia di birra e del formaggio, e poi guardare la gente che passa sotto al mio balcone. Saluterò i turisti con la mano e coccolerò i gatti randagi e mi farò delle lunghe sieste nel caldo estivo. Questa è la mia idea di Paradiso.

Grazie Drew, come ultima domanda vorrei chiederti come sta andando in America il tuo romanzo e quanto prevedi che uscirà il prossimo?

Il libro sta andando bene, meglio in ebook che come hardcover. Il paperback uscirà a ottobre di quest’anno. Il secondo volume verrà pubblicato negli USA nei primi mesi del 2015, ma non so quando verrà tradotto in italiano. Presto, spero.
Grazie per avermi rivolto delle domande così interessanti, e spero di avere presto l’opportunità di venire in Italia per fare un book tour!

:: Traduzione a cura di Davide Mana

:: Un’ intervista con Roberta Gallego

29 luglio 2014

Gallego_Doppia ombra2Ciao Roberta, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni. E’ nata a Treviso, classe 1968, di professione magistrato. Ci parli di sé, punti di forza e di debolezza.

Proprio l’altro giorno una persona mi ha detto che sono una donna forte che sa di essere fragile.

Ha esordito l’ anno scorso con Quota 33, da magistrato a scrittrice. Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Leggo molto da sempre, provengo da una famiglia che ha sempre considerato i libri come nutrimento quotidiano, della mente e dell’anima. Ho sempre traslocato di casa in casa scegliendo le abitazioni anche per il numero di muri in grado di fare da appoggio alle mie librerie. La scrittura arriva in seconda  battuta, con la presunzione dei vent’anni.

Quest’anno ha pubblicato Doppia ombra, secondo episodio della serie, un affresco corale di una immaginaria procura italiana. Tanti casi intorno al caso principale, l’uccisione di un farmacista nella sua villa. Per creare la trama si è ispirata a casi reali che ha incontrato nella sua carriera di magistrato o anche solo che hai visto in tv o letto sui giornali, o sono solo frutto della sua fantasia? Cosa c’è di vero, a parte l’iter procedurale di un’indagine?  

Tutto è realistico, tutto è verosimile, nulla è realmente accaduto. Certamente l’esperienza professionale e l’arricchimento culturale contribuiscono a solleticare la fantasia.

A seguire le indagini il sostituto procuratore Alvise Guarnieri. Come è nato questo personaggio?

Alvise Guarnieri è una scommessa, perché è la rappresentazione di un personaggio senza velleità di protagonismo istrionico. Si muove in sordina, trasporta il lettore con il suo sguardo attento e riflessivo da un soggetto ad un altro, da una situazione ad un’altra, senza imporsi o prevaricare. Offre la storia, non se stesso. Low profile.

La cronaca nera dal dopo guerra in poi ha attirato in modo esponenziale l’interesse dell’opinione pubblica. Oggi esistono programmi tv,  addirittura riviste, documentari, sui casi di cronaca più eclatanti. Penso all’omicidio di Meredith Kercher o Yara Gambirasio. Non trova che c’è un aspetto quasi ossessivo, se non morboso, che forse parte dagli stessi organi di informazione, con un gran proliferare di esperti, a volte improvvisati, che disquisiscono di DNA, prove, perizie, controperizie. Da magistrato come se lo spiega?

Trovo che la cronaca nera non sia di per sé morbosa, può essere confezionata con cattivo gusto o con superficiale imprecisione, ma risponde sempre a quello che interessa alla gente. Il circo paragiudiziario che agita certe trasmissioni televisive propone un prodotto commerciale che vende, a prescindere da valutazioni morali o etiche. I mass media hanno abdicato da tempo ad obiettivi educativi dell’utente, quindi nell’ottica capovolta dovrà essere l’utente ad educare il mezzo televisivo o giornalistico, rifiutando l’offerta quando è gratuitamente volgare, inutilmente pruriginosa, colpevolmente insensibile e oscena.

Cosa pensa della pena di morte? In Italia non è in vigore, ma in molti paesi è prassi comune anche se controversa. Il carcere ostativo per crimini prevalentemente di mafia e terrorismo, il nostro equivalente della pena di morte, pensa sia invece una pena capace di rieducare o per lo meno di dissuadere dal compiere atti criminosi?

Gli studi criminali preventivi condotti negli Stati Uniti hanno dimostrato che la pena di morte non ha effetto deterrente per la commissione dei reati per i quali è stata mantenuta. La sanzione penale è dissuasiva nella misura in cui è efficace e proporzionatamente afflittiva, senza sconti. E’ riabilitativa nella misura in cui è associata a programmi di rieducazione alla socialità.

Il sovraffollamento delle carceri è un punto assai doloroso che sembra senza soluzione. Non pensa che per certi crimini come quelli finanziari, o per lo meno in cui i colpevoli non sono un pericolo per la collettività, gli arresti domiciliari potrebbero essere una buona alternativa?

Lo sono già, e non solo per i reati finanziari.

Nei suoi romanzi c’è un sottotesto educativo, o sono opere puramente di intrattenimento?

Nessun sottotesto educativo, solo un fondale etico da condividere con chi si riconosce in certi valori.

Quali sono i suoi autori preferiti, che libri legge nel suo tempo libero?

Leggo molti romanzi, non necessariamente gialli. Invecchiando, ho cominciato anche a rileggere. Non ho un riferimento unico, sono molto affezionata agli autori della formazione giovanile: Kundera, Roth, Grass,  Marquez, Tolstoj, Pennac, ma anche Starnone, De Luca, Quino.

Quando uscirà il prossimo episodio della serie? Può anticiparci di cosa parlerà?

Il prossimo romanzo della serie La Procura Imperfetta s’intitola Il Sonno della Cicala e sarà ambientato fra i vigneti del Barolo. Può la cicala dissipare la propria “estate” e permettersi la sfrontatezza di riposare innocentemente dopo, senza sensi di colpa?

Attualmente sta scrivendo?

Certo, sempre.

L’intervista è terminata nel salutarla m i permetta un’ultima domanda. Ci può parlare dei suoi progetti per il futuro?

I progetti che elaboro di continuo riguardano prevalentemente… viaggi! Viaggerei molto più di adesso, se me lo potessi permettere. L’aeroporto è l’habitat ideale del mio buon umore, il non luogo fra una destinazione e un’altra.

:: Un’intervista con Paolo Cortesi, autore de Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries a cura di Giulietta Iannone

7 luglio 2014

cortesi_250X_Benvenuto, Paolo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Raccontaci qualcosa di te, parlaci dei tuoi studi, del tuo background, del tuo esordio come scrittore.

– Liceo classico, laurea in filosofia, alcuni anni come insegnante: tutto molto normale. Nelle mie note biografiche non posso scrivere nulla di intrigante, come quelli che dopo aver fatto tutt’altro (cercatori di diamanti, cantanti, calciatori, fachiri, eremiti, pittori ecc. ecc.) regalano al mondo i loro capolavori letterari. Resto ammirato da chi può scrivere “vive tra New York e Londra” (e mi chiedo: ma questo vive in mezzo all’Oceano?). La sola cosa un po’ fuori dal consueto che posso dire è che ho scritto il mio primo “romanzo” (!?) a otto anni. Lo feci leggere al mio maestro. Me lo restituì corretto, tutto coperto di segni rossi: ci restai di pietra.
Il primo romanzo (questo vero, senza virgolette) è stato “Il fuoco, la carne”, Premio Todaro Faranda 2003. Poi è arrivato “Il patto” (Nexus), e poi ancora “La velocità dei corpi” (Piemme).
Ho pubblicato molti saggi di storia. La mia biografia “Cagliostro” (Newton Compton) ha vinto il Premio Castiglioncello nel 2005.
Per i pochi benemeriti che volessero sapere qualcosa di me e dei miei libri, non mi resta che segnalare il mio sito http://www.paolo-cortesi.com

E’ appena uscito per Piemme, in una collana esclusivamente di ebook chiamata Originals, il romanzo breve Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries. Un giallo storico ambientato nella Parigi del 1912, con protagonista l’autore della Recherche improvvisatosi detective, più che altro per necessità. Come è nata l’idea di scrivere questo racconto? Quale è stato il punto di partenza nel processo narrativo?

– Era una domenica pomeriggio di molti mesi fa. Ero in auto con Michela, la mia compagna, e stavo pensando con lei, ad alta voce, su quale poteva essere la trama di un giallo originale. Pensai che l’ingrediente più indispensabile per un giallo davvero insolito doveva essere il protagonista, del tutto imprevedibile. Volevo scrivere un giallo in cui realtà e fantasia fossero strettamente mescolati. Volevo un personaggio storico, reale, al centro della vicenda. Chi poteva essere l’antidetective per eccellenza? Insomma: quale figura era la meno probabile, e dunque la più suggestiva, come investigatore? Marcel Proust mi balzò in mente come se mi fosse stato suggerito da qualcuno. L’idea del romanzo mi venne in mente proprio mentre ci trovavamo davanti al cimitero di Cesenatico, dove riposano Marino Moretti, uno dei più grandi poeti del Novecento, e Dante Arfelli, uno dei più grandi romanzieri italiani del secondo dopoguerra: per scherzo, ed anche per civetteria, dico che la trama me l’hanno trasmessa loro telepaticamente…

Come ti sei documentato per ricostruire la Parigi del 1912, quali libri hai letto, quali film, fotografie, documentari hai visionato?

– Conosco veramente bene Parigi, è la città che conosco meglio dopo quella in cui vivo. Ho letto molti libri sulla storia di quella straordinaria città, ed in particolare sono state utilissime le guide turistiche dell’epoca. Le fotografie di inizio secolo (il secolo scorso) di Atget sono state fondamentali per poter possedere l’atmosfera, il sapore di Parigi nel 1912.
E davvero utili sono stati i film muti girati da Louis Feuillade fra il 1913 ed il 1914, che hanno per protagonista Fantomas.
Sono stato quanto più fedele possibile alla realtà storica. Un esempio: in un punto del romanzo, si parla di una ditta di taxi e noleggio auto, la Comoy et Perrin: bene, quella ditta esisteva davvero: ne ho ricavato il nome dal Baedeker di Parigi del 1911.

Perché tra tutti i personaggi storici hai scelto proprio Proust? Che legame ti unisce a questo scrittore?

– Proust lo si ama o lo si subisce: in ogni modo, non può lasciare indifferente uno scrittore. Non è il mio autore preferito (leggendo la tua recensione ho capito che te ne sei accorta), ma è sicuramente una presenza letteraria con cui si devono fare i conti. Certe sue pagine miracolosamente raffinate, istoriate, vertiginosamente impeccabili, fitte di intarsi e di volute come vetrate di chiese gotiche fanno dimenticare pesantezze e puntigli in cui l’uomo zittisce l’artista.
Mi piaceva avere Proust nel mio romanzo e farlo muovere come credevo che fosse nella vita: generosissimo e sospettoso, mite e inflessibile, acuto e smarrito, fragile e tenace: insomma, uno scrigno di contraddizioni ma con una luce interiore, con un dono meraviglioso che si può chiamare solo Arte (e nota che la A maiuscola qui non è senza significato).

La storia inizia con un invito che riceve Proust da parte di un gruppo di amici altolocati, nobili, militari d’alto grado, borghesi facoltosi, attribuitosi il titolo goliardico di gaudenti – che hanno organizzato, tutto nella massima segretezza, un festino particolare, eccentrico direbbe uno dei personaggi. Proust arriva tardi all’appuntamento e il giorno dopo scopre…

-Scopre che i suoi quattro amici gaudenti sono stati trovati cadaveri all’alba, da un netturbino; ciascuno con la gola tagliata da orecchio a orecchio, i polsi legati, allineati su un prato del giardino delle Tuileries. E Proust comprende, presto, che la quinta vittima sarebbe dovuta essere lui.

Per sottolineare il clima omofobo che vige anche dell’alta società della Belle Époque, utilizzi termini dispregiativi come “invertiti” e “pederasti”. Come ti sei documentato per ricostruire la situazione degli omosessuali in questo periodo?

-Esiste un bel saggio che si intitola “Proust in love” di William Carter (edito da Castelvecchi); lì ci sono molte notizie sul mondo omosessuale in cui viveva e si muoveva Proust.
Tengo a precisare che io descrivo una situazione sociale, non la giudico. E se comunque dovessi farlo, darei tutto il mio sostegno a persone che furono perseguitate per i deliri moralistici di una società classista che ammetteva ogni “perversione” nei ricchi e puniva nei poveri, come colpa atroce, le stesse scelte sessuali.

Hai scelto di cambiare i nomi dei domestici di Proust, che nella tua storia si chiamano Octave e Jeanne. Octave è un anarchico, un difensore della lotta proletaria. Ti sei ispirato al vero servitore di Proust o è una tua invenzione?

– I veri domestici di Proust, cioè quelli più lungamente al suo servizio, erano Celeste e Odilon. Celeste scrisse, o meglio dettò, un libro di memorie, o meglio di venerazione della memoria del suo amatissimo Monsieur Proust. La mia Jeanne si ispira a lei: votata a Marcel che considera un eterno malato bisognoso di cure amorevoli. Octave, invece, l’ho immaginato anarchico, esasperato dalle ingiustizie sociali, in contrasto con la moglie. In effetti, nella Parigi dei primi del Novecento, gli anarchici non erano pochi, nonostante la repressione capillare e durissima (proprio nel 1912 verrà ucciso dalla polizia Jules Bonnot, il capo della banda di rapinatori anarchici; ma loro si definivano “recuperatori”). Octave, arrabbiato e deluso, è un personaggio che -a mio parere- movimenta la storia e che dà alla ricostruzione un dettaglio veritiero in più.

Non anticipo certo il colpo di scena finale, ma rassicuro i lettori che sebbene per buona parte del racconto non si sa bene dove si andrà a parare, poi tutto torna e tutto si spiega. E’ davvero un intrigo che metterà a dura prova i lettori che di solito scoprono sempre chi è l’assassino. Come hai avuto l’ispirazione per questo finale?

-Come ti dicevo prima, la trama si è sviluppata anello dopo anello, a partire dall’idea di base: Proust coinvolto in una storiaccia di morti ammazzati amici suoi che, come lui, si concedevano -con mille precauzioni perché personaggi di spicco- si concedevano piaceri “proibiti”.
Direi quindi che la trama, nel suo intreccio, ha seguito il corso verosimile degli eventi a partire da un episodio tragico e misterioso. Volevo che il lettore non avesse alcuna idea delle vere cause di ciò che accadeva; volevo che il lettore si sentisse come colui che entra in un cinema a film iniziato: vede immagini, ascolta dialoghi ma tutto pare non avere collegamento con il resto. Il coup de theatre finale è quello che più mi ha divertito: l’apparizione in scena di un personaggio storico famosissimo (scommetto che non ci sarà un solo lettore che non ne abbia sentito il nome almeno una volta) che risolve l’intrico, ma non da osservatore esterno, bensì da protagonista, certo in un ruolo che nessuno sospetterebbe. E che ovviamente non svelerò neppure sotto tortura.

Grazie Paolo della disponibilità nel salutarti mi piacerebbe sapere se sono previste altre avventure del tuo Marcel Proust detective?

-Sai che pensavo proprio ad un thriller in cui tornano Marcel, Octave, Jeanne, Reynaldo? I presupposti per continuare ci sono tutti. E se il pubblico mi dà fiducia, sarei felicissimo di raccontare ancora una avventura gialla di Proust…

Gentili lettori, l’autore si presta a rispondere ai vostri commenti o alle vostre eventuali domande. Se avete delle curiosità potete scriverle nei commenti a questo post.

:: Un’intervista con Blake Crouch a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2014

I-misteri-di-Wayward-PinesBenvenuto Blake e grazie di aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Prima di iniziare a parlare del tuo libro, raccontami qualcosa di te. Chi è Blake Crouch? Punti di forza e di debolezza.

Sono, naturalmente, uno scrittore. Punti di forza: la suspense, i personaggi, la creazione di atmosfera, le grandi idee. Ma la mia forza nel pensare grandi idee può anche essere la mia debolezza. Per iniziare un nuovo progetto ho sempre bisogno di una grande idea, e come sai le grandi idee non vengono tutti i giorni, per cui ritardo spesso di iniziare i miei libri.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nel Sud degli Stati Uniti, ho studiato letteratura e scrittura creativa all’università e mi sono trasferito a Ovest dopo la laurea.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Scrivo da sempre, da quanto posso ricordare. Credo che tutto sia iniziato quando ero bambino, e inventavo per i miei fratelli minori (spaventose) favole prima di dormire. Al liceo ho scritto un sacco di poesia di pessima qualità, alcuni brevi racconti, e una volta all’università ho iniziato a perseguire attivamente il mio sogno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Pines è il mio primo romanzo a essere tradotto in italiano, ma non è il mio primo romanzo in assoluto. In realtà è il mio 10° libro. Gli altri sono stati pubblicati in America dal 2004, anno in cui è uscito il mio primo romanzo, Desert Places. Sì, la mia strada verso la pubblicazione è stata costellata di rifiuti, un sacco di crepacuore, ma poi ho finalmente avuto la fortuna di attirare l’attenzione di qualcuno.

Pines è stato appena pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer con il titolo I misteri di Wayward Pines e tradotto da Stefano Di Marino. Ho avuto la fortuna di recensirlo e mi è davvero piaciuto.  Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Sono stato ispirato da un piccolo paese di montagna in Colorado chiamato Ouray, dove la mia famiglia ed io spesso trascorriamo le vacanze. Mentre stavo camminando per le tranquille strade di Ouray una notte ho sentito uno squillo del telefono e allora ho pensato: Che cosa succederebbe se un uomo solo possedesse l’intera città? Che cosa succederebbe se, per quanto mi sforzassi, non riuscissi a lasciarla? Che cosa succederebbe se l’intera città cercasse di uccidermi, o di farmi impazzire?

Il capitolo di apertura presenta il protagonista. Potresti dire ai lettori cosa succede?

Ethan Burke si sveglia nella strana città di Wayward Pines, Idaho, e in un primo momento non riesce a ricordare dove si trova, perché è lì, o chi sia. Vaga in giro per la città, cercando di mettere insieme i suoi ricordi, e alla fine del primo capitolo si rende conto che è stato coinvolto in un brutto incidente stradale. Si ricorda che è un agente dei servizi segreti, e che è a Wayward Pines in missione per trovare la sua ex-partner.

Parlaci dei personaggi principali del libro.

Il protagonista/eroe è Ethan Burke, un agente dei servizi segreti che viene inviato a Wayward Pines in cerca della sua collega scomparsa (con la quale ha avuto una recente relazione). Questa partner scomparsa è Kate Hewson, e lei è bella, intelligente, e sta cercando accettare la realtà, che lei è stata intrappolata in questa città per 12 anni. Naturalmente, c’è l’ infermiera Pam, uno dei miei personaggi preferiti. Ci appare subito come una psicopatica nelle prime pagine di Pines, ma andando avanti ci rendiamo conto che è molto di più di una semplice infermiera. Infine, c’è David Pilcher, il grande uomo dietro Wayward Pines. Ha visto quello che stava arrivando, ha costruita la città, e l’ha popolata con i residenti. Egli è il “Dio” di Wayward Pines.

Non vorrei entrare troppo nella trama, o spoilerare il finale. Eppure, mi piacerebbe sapere come hai costruito la trama.

Sapevo di voler scrivere la storia di un uomo intrappolato in una città che non poteva lasciare. Avevo in mente gran parte della storia, ogni cosa sulle esperienze di Ethan a Wayward Pines, ma non sapevo dove tutto ciò avrebbe portato. Allora ho fatto un patto con me stesso che non avrei iniziato il libro fino a quando non avessi saputo quale sarebbe stato il finale, la grande rivelazione. Ho pensato che il pubblico meritasse una storia che contenesse una grande rivelazione. Non mi ricordo il momento esatto in cui ho capito che cosa Wayward Pines era in realtà, ma mi ricordo la sensazione che provai e fu qualcosa di molto speciale.

C’è una tua scena preferita in Pines?

Senza dubbio, la scena in cui Ethan è inseguito da tutta la città. Questa è stata la prima scena che ho avuto in mente quando ho avuto l’idea per il libro ed è stato il motivo per cui ho deciso di scriverlo.

Pines è un thriller, con un pizzico di fantascienza e di horror. E’ anche una parabola ecologista? Un memento per una società che viaggia verso la distruzione?

Mi piace la tua frase “parabola ecologista.” E’ certamente anche questo. Volevo che il libro portasse un messaggio circa l’atteggiamento sconsiderato dell’ umanità verso la terra, che è la sua casa, ma senza sembrare troppo predicatorio.

Wayward Pines è un’ imminente serie televisiva americana, basata sul tuo romanzo Pines e diretta da M. Night Shyamalan. Hai già visto l’episodio pilota? Puoi parlarci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?

Sì, l’ho visto! Ed è davvero incredibile. Non vedo l’ora che anche il pubblico possa vederlo. Per il resto è un tale rompicapo. Io credo che il mio stile sia cinematografico, sì. E probabilmente è dovuto al fatto che quando sto scrivendo un romanzo vedo sempre le scene e i personaggi piuttosto vividamente, come in un film o in uno show televisivo che sta scorrendo nella mia testa. E cerco solo di trasportare questa visione dalla mia testa nella pagina.

Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?

No, attualmente non c’è nessun progetto, ma mi piacerebbe visitare l’Italia. Non sono mai stato nel vostro bel paese.

Grazie per la tua disponibilità. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti notizie su Wayward, il secondo episodio e The Last Town, la terza e ultima parte.

Wayward continua la storia iniziata in Pines. E ‘stato pubblicato lo scorso autunno negli Stati Uniti e sarà presto disponibile in Italia. The Last Town, è l’ultimo libro della Wayward Pines Trilogy uscirà negli Stati Uniti, tra tre settimane, e speriamo esca in Italia il prossimo anno. Tutti e tre i libri avranno spazio nello show in tv.

:: Un’ intervista con Sacha Naspini

3 giugno 2014

il-gran-diavoloBenvenuto Sacha, e grazie per aver accettato questa mia intervista in occasione dell’uscita del tuo nuovo romanzo, Il Gran Diavolo, un romanzo storico questa volta, edito da Rizzoli. Innanzitutto perché non un thriller storico? Sembra sia un genere molto richiesto dagli editori.

Ciao! L’idea (come avremo modo di vedere più avanti) era quella di tratteggiare i contorni di un personaggio particolare. Ma niente di didascalico: cercavo il romanzo, appunto. Con Giovanni de’ Medici ho trovato anche di più. Un’occasione. Per dare un nuovo senso al mio lavoro, soprattutto in termini di sperimentazione.

Come sei giunto all’idea di lasciare momentaneamente il noir, e dedicarti al romanzo storico?

La passione per la storia c’è da sempre, e permea, qua e là, quasi tutta la mia produzione (ne L’ingrato si tocca la Parigi della Belle Époque, per esempio, ne I sassi c’è la Primavera di Praga; poi penso a I Cariolanti, a Le nostre assenze, dove si trovano incursioni nella prima e seconda guerra mondiale. E così via). Ma un romanzo di vera ambientazione storica, non lo avevo mai affrontato. Mi attirava tantissimo l’idea.

Parlaci del tuo arrivo in casa Rizzoli. Come sono andate le cose?

La faccio breve. È la fine del 2012 o giù di lì. Un giorno ricevo una chiamata da Michele Rossi. Dice di aver letto le mie ultime cose, e mi propone un contratto al buio (con tutti i crismi del caso). Io accetto. La cosa stupenda è che entrambi non abbiamo assolutamente idea del libro che uscirà. Entra in campo Stefano Izzo, e ci mettiamo a guardare le bozze che ho in cantiere…

Come è nato il soggetto? Cosa ti ha attratto maggiormente di Giovanni de’ Medici, un ragazzaccio, sulle prime, sempre in mezzo ai guai, tra risse e donne. Bandito più volte.

Stefano, un giorno, mi parla di questo nuovo progetto Rizzoli: la collana de I signori della guerra. E finisce lì. Io sono in giro, per la promozione de Le nostre assenze. Dopo un incontro alla Feltrinelli di Firenze, mi ritrovo in fondo alla galleria degli Uffizi, dove c’è la nicchia di Giovanni delle Bande Nere. E ho una specie di lampo. Nella testa vedo il film di Olmi (che tratta i suoi ultimi giorni), i capitoli di qualche saggio… Ma di romanzi, pensando a lui, non ne ricordo. Tornato a casa, faccio un po’ di ricerche, e mi accorgo di avere ragione: biografie storiche, saggi veloci… Alzo il telefono e chiamo Stefano. Gli dico: «Senti, ricordi quella nuova collana di cui mi hai parlato? Forse ho trovato un personaggio che mi piacerebbe raccontare». Buttai giù un soggetto grezzissimo, e glielo mandai. Due pagine in croce. Stefano mi rispose poco dopo: “Hai carta bianca”.

Non una biografia romanzata, ma proprio un vero romanzo, con una sua atmosfera, un suo filo conduttore. Quali pensi siano le insidie che nasconde questo genere letterario? Gli aspetti più complessi, se non proprio ostici, che hai incontrato e forse non ti aspettavi.

Esatto: un romanzo. Io cercavo quello, ed ero convinto di averlo trovato. Scartabellavo, compravo tomi. Insomma, cercavo di allinearmi con la suggestione che sentivo crescere dentro. Avevo deciso di piazzarmi in terza persona. Volevo un portamento deciso ed evocativo – ma non troppo. E poi i dialoghi, il “taglio” da usare. Non vedevo l’ora di sperimentarlo nella parola in azione. Perché per me erano questi due gli aspetti più insidiosi: l’intenzione del narrato, e la voce dei personaggi. Un equilibrio sottile, che rischiava di rompersi con niente. Naturalmente, il tutto doveva rispettare la mia voce. Okay, era la storia di Giovanni de’ Medici. Ma soprattutto, doveva essere la storia di Giovanni de’ Medici raccontata a modo mio.

Parlaci di lui. È un personaggio sfuggente, e non privo di sfumature controverse. Era un soldato, un leader, capace di farsi amare dai suoi uomini, e spietato in battaglia; i Lanzichenecchi, soldati passati alla storia proprio per la propria ferocia, l’avevano soprannominato il Gran Diavolo. Era un sognatore secondo te, o un uomo concreto, ben integrato nel suo tempo?

Era Medici di nome, ma di sangue faceva Sforza, e di brutto. È una cosa che nel romanzo viene fuori, fin dalle prime pagine. Un figlio di Marte, a tutti gli effetti; e nato esattamente nel contesto storico congeniale alla sua indole. Considerando l’epoca, ha avuto una vita molto “rock”, per così dire (morte prematura compresa). Era un uomo di sangue, ma che seguiva princìpi cavallereschi. In certe occasioni, talmente saldo da sembrare ottuso. Comunque spietato. Il contesto storico lo rendeva feroce, ma lo sforzo era minimo, credo, perché la fibra naturale latrava in quella direzione (se ne ha una prova leggendo i suoi carteggi, per esempio, quelli scritti di suo pugno). E sognava, sì. Pur essendo allineato con la crudeltà del suo tempo, era costantemente spronato da una volontà di affermazione – lo dimostra lo strenuo tentativo di creare un proprio Stato, come la ricerca di un’identità, una conferma. Tutte questioni che ho cercato di toccare nel libro.

Che differenze vedi tra un Cesare Borgia e Giovanni delle Bande Nere?

Sono personaggi profondamente diversi. Se l’uno è un abile calcolatore disposto a ricorrere alle peggiori bassezze pur di raggiungere lo scettro del potere, l’altro si disinteressa totalmente dei giochi di palazzo, e vive all’insegna del furore e del coraggio (cieco, spesso), senza porre le sue amate Bande Nere dietro a niente e nessuno.

Parlaci adesso del tuo co-protagonista Niccolò Durante, il Serparo Marsicano. Si basa su un personaggio storico realmente esistito o è frutto solo della tua fantasia?

Qui c’è il mio romanzo vero. Per molti, è lui il protagonista del libro, ed era proprio questa l’intenzione primordiale: accendere una vista potente su un personaggio di mia invenzione (seppure ispirato da un documento di cui non saprei dire la veridicità). Mi piaceva l’idea di mettere queste due vite a confronto. Il Gran Diavolo si apre con l’infanzia di questi due ragazzi. Estrazioni sociali agli antipodi, e motivazioni diverse per affrontare il mondo. Niccolò Durante (che dopo l’arruolamento nelle Bande diverrà il Serparo Marsicano), oltre a combattere la guerra per la vita, ne vive una più intima, nell’anima. Mi sono divertito tantissimo nel creare questo guerriero negromante, custode di antiche conoscenze. È un personaggio che resta nel cuore dei lettori, e le sue avventure tra le Bande Nere aprono una telecamera sulla vita dei mercenari. La storia segue comunque un solco preciso: le vicende di Giovanni de’ Medici. Chi legge, in un certo qual modo si arruola tra i combattenti di ventura.

Come hai ricostruito i dialoghi tra soldati, da che modello sei partito?

Come dicevo prima, quella è roba mia. Nessun modello, nessuna ispirazione (cosciente). Forse, uno degli obiettivi del romanzo storico è quello di “avvicinare” ai nostri sensi interiori le atmosfere, le suggestioni di epoche ormai andate. Dare voce a quei personaggi è un momento delicatissimo della scrittura: un’intonazione sbagliata, può far cadere il libro di mano. Io avevo la mia idea, in proposito. C’era da riportare la voce di personaggi delle alte sfere del comando (ufficiali, Papi, nobiletti), e quella un po’ “di strada” dei pirati di terra che formavano le Bande. Alla fine, ho solo lasciato che risuonassero sulla pagina per come le sentivo dentro (le avvertivo giuste: né troppo vicine né impaniate in quell’ampollosità arcaica che volevo a tutti i costi evitare). Dovevano essere credibili. Insomma, che rendessero bene “il film”, per capirci.

A proposito di film: davvero nessuna proposta per un adattamento cinematografico?

Questa è una domanda cui non posso rispondere. Per scaramanzia, soprattutto. Quindi, un po’ ho risposto.

Scenario del romanzo, l’Italia rinascimentale di inizio ‘500. Come ti sei documentato? Su che testi, vedendo quali film, documentari?

Prima di tutto, ho recuperato una serie di tomi sul personaggio. Poi ho fatto un tuffo vero e proprio nel 1500, tra saggi e romanzi che spizzicavo qua e là. E i film, certo. Ho già citato Olmi, per esempio. Poi, mi sono imbattuto nel Giovanni dalle Bande Nere di Cesare Marchi (non a caso lo ringrazio, a fine libro). Una biografia storica di cui mi sono innamorato; che ho usato quasi come “guida”.

Il Rinascimento fu un periodo ambiguo, da un lato guerre ferocissime, malattie, tradimenti, congiure; dall’altra l’esplodere dell’arte, della filosofia con al centro l’uomo e le sue sconfinate possibilità. Cosa ti affascina di più di quel periodo?

Be’, un po’ tutto. È un momento storico pieno di contraddizioni, è vero. Ma alla fine, fu un movimento spontaneo. La percezione lucida di un’epoca avviene sempre a posteriori. Quel che puoi tentare di fare con un romanzo, è cercare di accendere certe pulsazioni. Inoltre, c’è da dire che sono toscano, e probabilmente questo fatto ha contribuito. Ho vissuto a Firenze. Voglio dire: se non sei refrattario a certi magnetismi, un po’ ti entra nelle ossa. Intendo quella risonanza, quel fascino. Durante la stesura del romanzo, mi sono trovato spesso a scrivere “con cognizione”. Non solo dal punto di vista delle informazioni.

Il libro è dedicato a Luigi Bernardi. Cosa direbbe del tuo successo se fosse ancora tra noi?

Tocchi un tasto particolare. Da quando Luigi se n’è andato, non ho mai scritto una sola parola su di lui. Sono mesi che mi riprometto di buttare fuori della roba, per provare a dare un nome a tutto questo silenzio che mi ha lasciato addosso. Ancora non ci riesco, ma ci riuscirò. Glielo devo. Me lo devo. Mi piacerebbe non dire di più.

E tra i ringraziamenti figura pure Gordiano Lupi. Lui invece che ne pensa?

È stato il mio primissimo editore, otto anni fa. E a tutt’oggi curo la redazione delle Edizioni Il Foglio (che, come sapete, Gordiano ha fondato e ancora dirige). Ma ormai, è soprattutto un amico. Quando gli dissi che stavo per scrivere un romanzo storico, fece tanto d’occhi. Un po’ perché è un genere che di solito non legge; un po’ perché, pur provandoci, non riusciva a immaginare come io potessi muovermi dal punto di vista narrativo. Per sapere cosa pensa Gordiano Lupi de Il Gran Diavolo, vi rimando al pezzo che ha scritto per Leggere Tutti di questo mese (giugno): http://wp.me/ppUgZ-Aj

L’intervista è finita. Nel ringraziarti ancora della disponibilità, mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere.

Il prossimo romanzo arriva a Natale. Si tratta di Ciò che Dio unisce, lo pubblica Piano B – un editore giovane e con le idee chiare, con cui ho già fatto un racconto lungo (Marito mio, in “Toscani maledetti”, curato da Raoul Bruni). Quindi sarà la volta di una saga per ragazzi, ma è ancora troppo presto per parlarne. Per il momento, mi sto concentrando sul nuovo romanzo. È narrativa pura (con un titolo bellissimo). Inoltre, affianco un regista nella stesura di una serie tv; è un soggetto fotonico, con cui stiamo cominciando a fare sul serio. E c’è un altro storico in vista, di ispirazione gotica… Per il resto, proseguo con il lavoro di redazione. E continuano i laboratori di scrittura. Senza considerare che il tour de Il Gran Diavolo andrà avanti per tutta l’estate. Alcune date: il 5 giugno al Liceo Classico Galilei di Pisa (incontro aperto al pubblico); l’8 giugno c’è la Disfatta di Calcinaia (PI); il 12 giugno al Bahia Mia di Follonica (GR); il 26 giugno alla Notte Bianca di San Gimignano (SI); il 6 luglio a Viterbo, per Caffeina 2014… Tutte le presentazioni saranno comunque riportate di volta in volta qui: www.sachanaspini.eu