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:: Un’ intervista con Michela Tilli, a cura di Elena Romanello

20 febbraio 2015

OgniIn Ogni giorno come fossi bambina, già recensito da Liberi di scrivere, Michela Tilli ha raccontato la storia di due donne, una ragazza di oggi e una ragazza di ieri, che si incontrano e si aiutano a vicenda. Ma è interessante sapere come sono nati questi personaggi e protagonisti, dalla voce stessa dell’autrice.
I personaggi di Argentina e Arianna sono ispirati a qualcuno di reale?

Mi piace scrivere storie che siano totalmente inventate e per creare i miei personaggi cerco di non ispirarmi mai a persone reali. Questo perché nel mio mondo immaginario mi piace godere della massima libertà. Naturalmente, che io lo voglia o no, echi di esperienze passate, caratteristiche di persone incontrate e sprazzi di vita si insinuano tra le righe e spesso mi capita, alla fine, di dover riconoscere che un personaggio assomiglia a qualcuno. Ma sono sempre tratti del carattere slegati dal contesto, che quindi alla fine non appartengono a nessuno. In questo caso, Argentina è divertente come lo era mia nonna e Arianna è complicata come me alla sua età.

Argentina rappresenta il volto dell’Italia di ieri, quella dell’immigrazione, mentre Arianna quello dell’Italia di oggi, giovani che si sentono senza prospettive e evadono in un mondo reale. Perché ha scelto questi due aspetti?

L’Italia dei giovani d’oggi ce l’ho sotto gli occhi tutti i giorni e devo ammettere che mi preoccupa molto il mondo che stiamo preparando per i nostri figli. D’altra parte credo che i giovanissimi, come Arianna, abbiano una marcia in più e spero sinceramente che un giorno ci stupiranno.
Per quanto riguarda l’Italia dell’immigrazione, quella di Argentina, io sono convinta che sia un po’ nel nostro dna e non appartenga solo a un’epoca passata. Come molti, io stessa mi sono trasferita a Milano per lavoro, perché la Liguria non offriva opportunità. E benché i miei due luoghi siano vicini, vivo ugualmente lo sdoppiamento che crea nostalgia ma apre nuove strade. E quanti ragazzi si apprestano oggi a partire per l’estero? Arianna e Argentina hanno molte cose in comune.

Lei non appartiene né alla generazione di Argentina nè a quella di Arianna: chi sente più vicina a sé?

Di certo sento più vicina Arianna, perché ho vissuto la sua condizione di disagio adolescenziale. Ero molto diversa da lei, per esempio amavo molto la scuola, ma la sensazione di non essere compresa e riconosciuta era la stessa. Comunque mi piace trovarmi in mezzo a queste due donne e invecchiando mi piacerebbe mantenere uno spirito bambino come quello di Argentina.

Nel libro ci sono riferimenti alla Basilicata e all’opera di Carlo Levi: che rapporti ha con questa Regione e questo scrittore?

Sia a scuola sia in famiglia sono stata educata all’amore per la libertà e i valori più profondi che mi porto dentro da sempre sono quelli sui quali si fonda la nostra Costituzione, antifascismo e laicità. Quando moltissimi anni fa lessi Cristo si è fermato a Eboli, mi colpì soprattutto l’incontro tra un uomo tenuto al confino a causa delle sue idee liberali e una terra che sembra sprigionare uno spirito ribelle potentissimo. La Basilicata mi ha affascinato subito per la bellezza dei suoi paesaggi che si associa a qualcosa di selvaggio, non contaminato dal potere politico né da quello religioso.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Sto scrivendo un nuovo romanzo che ha al centro due famiglie strette da grande amicizia, fino a quando un tragico incidente non farà precipitare tutto. Parlerò ancora di adolescenti e della paura materna di vederli crescere.
Poi ho molti progetti che riguardano il teatro. Scrivere per il teatro mi arricchisce tantissimo, mi dà energia e mi stimola ad ascoltare gli altri, ad aprirmi, a confrontarmi. E tra Monza e Milano ho la fortuna di poter frequentare un ambiente molto stimolante da questo punto di vista.

Che cosa vorrebbe dire alle Argentine reali ma soprattutto alle Arianne reali con il suo libro?

Ad Arianna, chiunque sia, vorrei dire che è bellissima così com’è e che non deve mai lasciare che i modelli che la società le propone abbiano il sopravvento sulla sua personalità. A un’Argentina reale vorrei chiedere di raccontarmi la sua storia, perché credo che, oggi più che mai, ci sia un gran bisogno di ascoltare le narrazioni di chi ha vissuto prima di noi.

:: Il signore del fuoco, Torkil Damhaug, articolo e intervista a cura di Marco Piva

9 febbraio 2015

signore fuocoMi avvicino sempre con un pizzico di diffidenza alle proposte provenienti dal sempre inflazionato filone di gialli scandinavi. Sugli scaffali delle librerie il ritmo di uscite rasenta la saturata catena di montaggio. Sembra di trovarsi di fronte ad un’agguerrita gara tra piccole e grandi case editrici nel cercare di reperire la new sensation, la gallina dalle uova d’oro, il novello Stieg Larsson o l’ennesimo rampante clone della fatalona Camilla Lackberg .
“Il signore del fuoco” ha fatto capolino tra le mie letture in maniera timida e casuale. Come i miei amori, i più grandi sono nati così.
L’approccio iniziale con il romanzo è stato ostico, le tematiche sono complesse e molto articolate, la storia, come da tradizione nordica, è gestita con ritmi molto dilatati e carbura lentamente.
Passato però lo scoglio delle prime 50 pagine si è dispiegata una vicenda incredibilmente affascinante, dall’intreccio magistrale, di grande profondità e spessore, tenuta per redini salde, con la forte personalità del navigato romanziere.
“Il signore del fuoco” è molto di più di un semplice thriller. E’ un romanzo che getta seme sulla riflessione, entra nel disagio giovanile, analizza con cognizione di causa le difficoltà d’integrazione tra credi religiosi diversi, scandaglia il male e professa con grande sentimento la potenza della scrittura che diventa la via fertile per esorcizzare e comprendere, l’unica arma non violenta. Una scrittura che mette ordine tra i frammenti rotti e diventa la colla capace di fare stare insieme il mondo.
Onore quindi alla casa editrice Atmosphere libri che sta facendo, non tra poche difficoltà, un lavoro encomiabile nel cercare di portare all’attenzione autori talentuosi e meritevoli.
Metto subito in chiaro che Torkil Damhaug non rappresenta il primo novellino che passa. Ha scritto 5 romanzi, in patria ha vinto il Rivertonprisen nel 2011, proprio con questo libro, ed è stato nominato al Glass Key, riconoscimento vinto negli anni scorsi da un certo Jo Nesbo. In Germania è uno scrittore apprezzato e molto seguito.
L’ho conosciuto in occasione del recente Nebbiagialla di Suzzara. Torkil è un personaggio simpatico, generoso ed estremamente cordiale, con importanti esperienze professionali nel campo della psichiatria. Ci siamo defilati in un angolino improvvisato, al termine dell’interessante presentazione in programma gestita dalla brava e competente Eva Massari. Nonostante l’ausilio di mezzi di fortuna, e grazie all’aiuto dell’instancabile Cristina Aicardi, che è stata la voce autorevole della manifestazione nel lavoro di traduzione (e che ringrazio davvero di cuore), siamo riusciti ad assemblare questa intervista che mi auguro possa dare una chance di visibilità a questo scrittore che meriterebbe una possibilità certamente non inferiore a nomi ben più blasonati, spinti dal marketing incessante di agguerrite ammiraglie editoriali. “Il signore del fuoco”, infatti, è solo il primo tassello di un progetto tetralogico già giunto alla sua conclusione in Norvegia.

Torkil-Damhaug-200x300D) Torkil, il tuo ottimo romanzo risulta estremamente attuale proprio alla luce dei recenti episodi terroristici che hanno colpito il cuore della Francia. Nel libro, infatti, ci descrivi la difficile relazione sentimentale e i forti contrasti che si creano tra due ragazzi e le rispettive famiglie di origine e fede religiosa diversa. Ti chiedo se ritieni sia possibile una pacifica integrazione tra popoli e culture differenti?

R) Ho terminato di scrivere questo libro proprio nell’estate in cui si sono verificati i tragici fatti sull’isola di Utoja che hanno sconvolto, non solo la Norvegia, ma tutto il mondo. Dobbiamo cercare un’integrazione, non abbiamo altra scelta. Il mondo è così piccolo, i confini sono così vicini che l’unica strada percorribile è quella del dialogo. Nel futuro se vogliamo sopravvivere dovremo necessariamente imparare a confrontarci ed accettarci. E’ necessario comprendere le nostre differenze perché abbiamo il diritto di essere liberi. Questo lo dico senza retorica o falsità. E’ un pensiero che sento fortemente. Credo che l’inasprimento di queste situazioni sia dovuto al fatto che per tanto tempo abbiamo cercato di nascondere e minimizzare dei problemi e dei disagi che dovevano essere affrontati e condivisi. La mancata comunicazione ha alimentato una tensione che è arrivata ad un punto di saturazione, come una miccia innescata arrivata al punto dell’esplosione.

D) La strage compiuta alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, se da un lato va certamente condannata, ci pone importanti riflessioni sull’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Credi che nello scrivere, nel testimoniare e nel documentare ci debba essere un limite etico e morale entro il quale spingersi?

R) La libertà di espressione e di pensiero è una cosa irrinunciabile ed è pilastro fondamentale per la salvaguardia della nostra società. Ci deve essere una critica costruttiva e non condizionata. Ciò non toglie che non può mancare il rispetto verso gli altri in nome di una fantomatica libertà. E’ importante avere perfettamente chiaro questi due concetti che non possono entrare in rotta di collisione.

D) In seguito agli attentati francesi l’europarlamentare Marie Le Pen ha riacceso il fuoco della polemica sulla legittimità della pena di morte. Vorrei conoscere il tuo parere a riguardo?

R) Sono assolutamente contrario alla pena di morte che cancellerebbe qualsiasi parvenza di civilizzazione della società moderna. Applicare la pena di morte travalicherebbe un limite che potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino ma, soprattutto, rappresenterebbe un atto irreversibile. La storia giudiziaria è costellata da gravissimi errori che non potrebbero essere riparati in nessuna maniera.

D) Concentriamo ora l’attenzione sulla vicenda poliziesca, considerato che in via primaria “Il signore del fuoco” rimane un avvincente thriller carico di tensione. Uno dei personaggi che esce con maggiore incisività è un piromane seriale. Considerato la tua esperienza professionale in qualità di psichiatra, cosa ti affascina e colpisce di una personalità così morbosa e malata?

R) L’uomo è un animale sociale, sia a livello biologico, sia istintivo, che di norma riesce a governare i suoi impulsi nei rapporti relazionali, salvo casi estremi come la difesa e la sopravvivenza. Ciò che mi affascina comprendere sono gli strani meccanismi che si innescano nella mente che spingono ad oltrepassare i limiti della ragione e del raziocinio e fanno fuoriuscire il male. Scrivere narrativa poliziesca mi da la possibilità di approfondire queste tematiche con un linguaggio efficace che riesce ad arrivare alla gente.

D) Ritieni pertanto che dietro una personalità malata si nasconda sempre un passato problematico e turbolento? Non credi si possa uccidere semplicemente per il puro piacere di farlo?

R) E’ un interrogativo sul quale rifletto spesso. Ci sono correnti di pensiero e opinioni completamente spaccate che suscitano il mio interesse. Sono stato recentemente ad una conferenza ad Istanbul focalizzata su questo tema che è stato ampiamente sviscerato in profondità ma non credo si possa dare una risposta certa. Alcuni misteri della mente umana rimangono ancora enigmi irrisolti.

D) E’ apprezzabile comunque il profondo lavoro di scavo della personalità disturbata del piromane seriale. Mi ha colpito particolarmente la dettagliata dinamica che porta all’azione incendiaria. Il piromane prova particolare soddisfazione ed appagamento più dalla casualità che si possa scatenare l’incendio che dalla realizzazione finale stessa, come se fosse il fattore imponderabile a governare l’evento. Credi alla casualità o ritieni che l’uomo sia sempre artefice e arbitro del proprio destino?

R) Noi cerchiamo di essere il più possibile padroni del nostro destino ma certamente esiste una casualità che siamo incapaci di governare che ci porta su strade che non avremmo mai scelto. Facendo un semplice esempio che ti possa dare l’idea: si può imparare a cavalcare un cavallo, ma esiste sempre l’incognita rappresentata dall’animale stesso. La sfida dell’essere umano sta nel cavalcarlo e domarlo.

D) Nella complessa indagine investigativa che deve portare risposte ai tanti misteri, il ruolo della polizia e degli inquirenti appare per lo più marginale e di contorno. Le azioni più incisive nell’arrivare alla scoperta della verità sono messe in campo da un giornalista di cronaca e dalla sorella del ragazzo scomparso, una ragazza con il talento della scrittura. Il mezzo quindi della scrittura per arrivare a comprendere ed esorcizzare. Quanto credi nella forza di questo strumento?

R) Mi affascina molto lavorare con le parole, la parola scritta ha un grandissimo potere, soprattutto quello di esplorare nel profondo, di sondare nell’animo dell’essere umano. Si può giocare con le parole, usare la retorica, la forma scritta ti permette di fare tante cose. I buoni romanzi che ricercano questo obiettivo sono quelli che sopravvivono nel tempo. Pensiamo a Dante e la Divina Commedia. Le parti a mio avviso più intense di quest’opera straordinaria sono quelle in cui entra nella psicologia dei personaggi, come ad esempio il Conte Ugolino e Francesca da Rimini. Forza che diventa immortalità.

D) Ma come la spieghi questa tua forte motivazione nello scrivere?

R) Ho iniziato a scrivere per me stesso perché era un modo per arrivare a conoscermi. Il percorso e l’evoluzione naturale di questa attività mi ha portato al pubblico di lettori e da quel momento è stato come se fosse iniziato un dialogo, uno scambio reciproco. Quando ci sono lettori che ti seguono nasce una doppia responsabilità: nei tuoi confronti e in quella degli altri. Ci sono reazioni e critiche che devi essere pronto ad accettare in un confronto costruttivo costante.

D) Nelle librerie italiane vengono sfornati gialli nordici a getto continuo, per noi stessi lettori italiani diventa complicato orientarsi in un mercato così inflazionato. Come giudichi lo stato di salute del poliziesco nei paesi Scandinavi?

R) Il genere in Norvegia è molto popolare, soprattutto per il fatto che utilizza un linguaggio normalmente efficace e semplice nell’arrivare alla gente. Il giallo ha una struttura lineare, scorrevole e gioca sulla componente del mistero e della suspense. Va fortissimo Jo Nesbo che merita, a mio avviso, tutta la popolarità che sta avendo, perché ha capito perfettamente come scrivere storie avvincenti e adrenaliniche. Personalmente il più bel giallo scandinavo che ho letto s’intitola “Handelser vid vatten” ed è stato scritto dalla norvegese Kerstin Ekman (pubblicato in Italia da Il saggiatore nel 2009 con il titolo “Il buio scese sull’acqua”, “Black water” nel mercato anglosassone).

D) Ma chi sono i tuoi romanzieri contemporanei di genere preferiti?

Su tutti l’americano Cormac McCarthy che mi rendo conto non sia propriamente uno scrittore di romanzi polizieschi, ma la sua produzione letteraria è nerissima. Apprezzo molto anche lo scrittore australiano Peter Temple (un paio di suoi romanzi sono stati tradotti in Italia da Bompiani) per la potenza della sua scrittura, l’intreccio delle trame e la complessità di tratteggio dei suoi personaggi.

Grazie Torkil per la tua disponibilità.

:: Traduzione “live” di Cristina Aicardi

:: Un’intervista con Bettina Müller Renzoni, traduttrice e scout letterario a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2015

Bettina-Balkon-Ebnat-2Ciao Bettina, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Sei il primo scout letterario freelance che intervisto. Inoltre tu operi in un settore molto specifico, facendo da tramite tra Italia e Germania, facendo appunto conoscere gli autori italiani in Germania, e viceversa penso. Collabori in stretto contatto con Agenzie letterarie, Editori, autori. In cosa consiste esattamente il tuo lavoro, in cosa differisce maggiormente da un scout classico, alle dipendenze di una grande Agenzia Letteraria?

Il mio lavoro principale è la traduzione. Lo scouting è piuttosto un’attività collaterale. Va detto subito che questo tipo di scouting è molto diffuso tra i traduttori. Case editrici mi incaricano con schede di lettura. E nel contatto con l’editor capita facilmente che mi scappa un: «Ho appena letto un bel romanzo che potrebbe fare per voi!» E l’editor: «Davvero? Dimmi!» Va detto poi che le case editrici più grandi hanno delle collaborazioni fisse con scout e/o agenzie letterarie. E quindi, anche se l’editor risponde: «Davvero? Dimmi!», il canale preferenziale per la scelta di nuovi titoli sarà quello dello scout ufficiale. Io suggerisco un titolo e basta. Se l’editore tedesco è interessato, dovrà acquisire i diritti presso l’editore italiano. Io non c’entro nulla con la compravendita e non ci guadagno nulla. Il mio obiettivo è la traduzione. Perché allora lo faccio? Intanto per consolidare il contatto con gli editor, e anche un po’ a mo’ di palestra: per misurarmi con ciò che cerca il mercato (ho azzeccato con il mio suggerimento o quello che a me sembra un capolavoro non interessa nessuno?) e per allenare la mia capacità di sintetizzare in modo efficace perché un romanzo secondo me sarebbe valido e dovrebbe essere tradotto.

Vivi ormai da anni in Italia. Dove operi e qual è la tua sede principale?

Casa e bottega, come tipico per i traduttori  … non abbiamo i soldi per pagare l’affitto di un ufficio 😉 Due anni fa mi sono “messa insieme” con una collega e amica tedesca. Io in Italia, lei in Germania: per motivi di sinergia facciamo lo scouting insieme. E in futuro magari anche delle traduzioni a quattro mani (ne abbiamo appena consegnato la prima). Ma non possiamo certo seguire i libri italiani a 360° per cui abbiamo deciso di mettere il focus per il momento sulla letteratura per ragazzi.

Hai studiato Ubersetzung & Scouting presso l’Università di Zurigo. Non credo ci sia un percorso di studi in Italia, ma neanche in Germania, per chi volesse intraprendere la tua professione. Considerata la tua esperienza, quali studi, corsi post universitari, consiglieresti a un giovane che volesse seguire le tue orme?

In realtà, Übersetzung & Scouting [traduzione & scouting] è solo la descrizione che ho dato alla mia attività professionale sulla pagina Facebook. Io ho una classica laurea umanistica, indirizzo letteratura francese e letterature comparate, alle università di Zurigo e Losanna. Con una tesi sulla poesia contemporanea (Yves Bonnefoy). Questa laurea non mi è mai servita neanche per mezzo secondo. Ho fatto poi un sacco di lavori, sia in Svizzera che in Italia, ho insegnato, ho gestito il segretariato di un’azienda italiana che costruiva pozzi d’acqua in Gabon, ho organizzato congressi di medicina assicurativa a livello europeo, ho diretto la redazione di una rivista medico-legale, ho lavorato in una casa editrice, sono stata project manager di una collana di gialli per ragazzi – e nessuno ha mai chiesto di vedere la mia laurea. Considero molto importante la formazione continua, lo scambio, il confronto su libri e testi con colleghi, workshop e seminari con docenti traduttori professionisti (non professori universitari!), ma ritengo molto più importante frequentare assiduamente le librerie che le aule universitarie.

Veniamo alle doti necessarie per intraprendere la tua professione. Innanzitutto, penso sia necessario conoscere le lingue, per lo meno quelle coinvolte nel proprio campo d’azione; poi conoscere le leggi riguardanti il diritto d’autore e la contrattualistica. Bisogna avere anche doti artistiche, e creative, amare la letteratura, innanzitutto, fiuto per lo scovare il libro giusto da proporre al momento giusto, all’editore giusto. Bisogna avere infine anche doti caratteriali specifiche come determinazione, comunicativa, onestà, intuito. Cosa ho dimenticato? Cos’altro è indispensabile?

La mia professione è la traduzione, come spiegato sopra. Per lo scouting devo frequentare assiduamente le librerie. Mi muovo tra ciò che viene pubblicato in Italia e ciò che viene letto in Germania. A parte la passione per la lettura, devo essere affascinata anche dal mercato editoriale e librario, cercare di individuare le tendenze, visitare le fiere del settore (Bologna, Torino, Francoforte, Londra, Parigi o altre a seconda della lingua di lavoro). Rifletto molto sui libri che leggo: perché mi piace/non mi piace? Potrebbe piacere ai lettori tedeschi? Perché sì/no? Invece la contrattualistica non è fondamentale per chi fa scouting freelance come me. Sarebbe importante se fossi agente letterario.

L’importanza di un sito dove presentare il proprio lavoro Quanto aiuta nella tua professione?

Ho un sito, ma non ho mai tempo di aggiornarlo. Secondo la mia esperienza gli editor nelle case editrici contattano i traduttori prevalentemente in base a conoscenze personali e/o precedenti lavori (vedi sopra, importanza di frequentare fiere del libro), non vanno a spulciare siti web. Diverso è la situazione nella saggistica dove conta tantissimo la competenza specifica e settoriale. Il proprio sito può essere invece un ottimo biglietto da visita, una vetrina che dà una veloce panoramica sui libri/autori che ho tradotto. Basterebbe aggiornarlo…

L’importanza di frequentare Fiere letterarie, come La Fiera del libro di Francoforte, o quella di Torino, Milano, Mantova. Che tipo di incontri si possono fare, solo ufficiali incontri di affari, o anche più colloquiali e informali?

Frequentare le fiere è fondamentale. Intanto passando tra gli stand mi aggiorno sulle novità di ogni editore e posso capire le tendenze che segue, se ha creato una nuova collana o chiusa un’altra, quali autori italiani pubblica. Parlando poi direttamente con gli editori allo stand mi informo su come un libro viene recepito in Germania, come vende, che recensioni ha ricevuto. Inoltre in fiera cerco il contatto diretto con editor di case editrici che mi interessano; sia in appuntamenti formali che in incontri informali.

Come procede il tuo lavoro. Sono le case editrici a rivolgersi a te sono gli scrittori a proporti i loro romanzi?

Sono le case editrici che mi contattano per una traduzione oppure per incaricarmi con una scheda di lettura. Una volta stabilito un contatto, divento anche proattiva e propongo all’editor un titolo che piace a me. Ma vale anche al contrario: se ho letto un libro che mi piace tanto, cerco di individuare un editore tedesco che potrebbe essere interessato e lo contatto. La probabilità che acquisisca i diritti per quel libro, è piuttosto bassa.* Succede invece spesso che tramite quel contatto creato dallo scouting l’editor mi chiami dopo per una traduzione o una scheda di lettura.

Attualmente il mercato tedesco che tipo di romanzi italiani preferisce? Thriller, storici, testi poetici?

Come detto, il mio scouting si concentra sulla letteratura per ragazzi. Inoltre, la mia collega e io abbiamo – per fortuna J – gusti simili, per esempio non amiamo il fantasy. Il genere del fantasy funziona in Germania come in Italia, trova il suo pubblico un po’ ovunque. Per il resto, gli editori tedeschi cercano storie accattivanti, una scrittura efficace e curata, con protagonisti forti, di carattere. Storie radicate in una realtà ben delineata. Un problema nella letteratura per ragazzi sono i libri illustrati perché spesso la storia piace all’editore tedesco, ma le illustrazioni no. I bambini tedeschi hanno gusti estetici diversi, sono abituati a un altro tipo di illustrazione e hanno un altro sapere enciclopedico rispetto agli italiani della stessa età.

* Per vari motivi. Uno è quello citato sopra, cioè la casa editrice ha un contratto di collaborazione con uno scout professionista o un’agenzia letteraria che costituisce il canale preferenziale per nuovi titoli. Un altro è che il mercato editoriale tedesco negli ultimi anni non fa a cazzotti per i libri italiani e tra gli editor sono rimasti pochi che sanno leggere l’italiano. Ciò significa che la decisione di acquistare i diritti per un romanzo italiano si deve basare esclusivamente su schede di lettura e valutazioni esterne. Ci vuole quindi molto più forza di persuasione per convincere l’editore.

:: Un’intervista con Adriano Barone, direttore editoriale di Acheron Books

12 gennaio 2015

acheronbooks_logo_payoff-2Benvenuto Adriano su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei il direttore editoriale di una nuova casa editrice digitale, Acheron Books, che si prefigge di pubblicare narrativa fantastica (fantasy, fantascienza, horror) in lingua inglese, ma scritta da autori Italiani. Come è nato il progetto?

Gli investitori che hanno creato l’azienda si chiedevano da tempo se fosse possibile aumentare la readership della letteratura di genere in Italia. In Italia i lettori di fantascienza, fantasy e horror sono una piccola nicchia del mercato librario di un paese che legge sempre meno.
Il presupposto di partenza è che se il meglio di questa produzione viene tradotta in inglese, può raggiungere una readership decisamente più ampia e con numeri che abbiano un senso economico.

Come vi ponete nel mercato internazionale? Che tipo di promozione farete?

Abbiamo attivato i canali social e ci promuoveremo presto presso siti specializzati nella letteratura fantastica. Tutta una serie di attività di promozione sono in corso, ma abbiamo iniziato davvero da troppo poco per parlarne.

Tradizionalmente la letteratura fantastica, o di immaginazione che dir si voglia, vede gli autori anglosassoni come assoluti dominatori. Voi siete una sorta di apripista. Come vi sentite in questo ruolo?

Si tratta di un esperimento e di una scommessa. In realtà molti autori anglosassoni sono curiosi di sapere che tipo di letteratura di genere si scrive in altri paesi. Lavie Tidhar, per esempio, che curava un sito dedicato alla SF non anglofona, ci ha promossi subito su Twitter.
Contiamo anche sul fatto che la specificità dell’ambientazione e della storia italiane si rivelerà interessante, dato che l’Italia rimane un luogo ancora considerato affascinante per storia culturale e artistica a livello internazionale.

La vostra è anche una sfida, atta a dimostrare che gli autori italiani, se gli si forniscono gli strumenti, sono assolutamente in grado di competere nel mercato internazionale?

Senz’altro l’obiettivo è quello. Siamo appena agli inizi e c’è ancora molto da fare.

Poison Fairies, Imago Mortis, The Ministry of Thunder, Demon Hunter Severian, Black Tea and Other Tales, e Elves and Bullets sono i vostri primi titoli. Come è possible acquistarli, dove sono reperibili?

I titoli sono acquistabili sul sito www.acheronbooks.com, su Amazon, e sui principali store di libri elettronici on line.

Cosa ci puoi dire dei vostri autori. Come li avete selezionati? Sulla base di quali criteri curate il vostro catalogo, come scegliete i testi da pubblicare? C’è un indirizzo a cui inviare materiale?

Gli scrittori sono stati individuati e giudicati in base alla qualità di quanto pubblicato in precedenza, presso grossi o piccoli editori, o tramite autopubblicazione. Poi sono stati discussi i singoli pitch con ciascuno di loro. Al momento non accettiamo proposte che non abbiamo richiesto noi, in quanto facciamo uno scouting preliminare rispetto appunto ad opere già pubblicate per valutare l’originalità delle idee dell’autore e la qualità della scrittura. In poche parole è molto difficile (ma non impossibile) che pubblichiamo un autore che non abbia pubblicato nulla in precedenza.
Inoltre è molto difficile che un’opera già scritta vada bene per i nostri criteri, che salvo rarissime eccezioni, prevedono una forte componente di “italianità”, a livello di ambientazione, e se possibile anche a livello di folklore, o di riferimenti storici e/o artistici. Per questo motivo anche se riceviamo un pitch da un autore contattato da noi, lo modifichiamo assieme all’autore stesso finché non viene incontro alle nostre esigenze in maniera precisa.

Sono opere scritte direttamente in inglese, o avete uno staff di traduttori che lavorano per voi?

Abbiamo selezionato uno staff di traduttori madrelingua che hanno esperienza nella traduzione letteraria.

Non solo in inglese, dunque. Una selezione di opere sarà distribuita anche in italiano per il mercato nazionale?

Dei nostri primi sei titoli, tre sono stati pubblicati anche in italiano. Poison Fairies può essere stampato tramite POD su Amazon e presto lo sarà anche Demon Hunter Severian.
In futuro prevediamo comunque di rendere disponibili tutti i nostri titoli come ebook in italiano.

Parliamo delle cover, tutte molto curate, artistiche. Chi sono i vostri disegnatori?

Tra i disegnatori abbiamo: -Rom-, autrice di fumetti che al momento ha firmato alcuni albi per Top Cow, Antonio De Luca, attivissimo come illustratore in diversi campi (cover artist videogiochi, card per diversi tipi di game), e Diramazioni, uno studio grafico di Milano.

Vi avvalete di editor madrelingua?

Sì, americani.

Siete usciti da pochi giorni, ma che aria tira? Come siete stati accolti sul mercato internazionale?

Le persone che lavorano nel settore sono prima stupite dall’idea, poi si professano molto interessate. Diversi scrittori di fantascienza e fantasy ci hanno fatto un grosso in bocca al lupo per l’originalità e il coraggio dell’esperimento.

Che dire ancora, un grande in bocca al lupo. Se comunque c’è ancora qualcosa che vuoi aggiungere a te la parola.

Per far funzionare Acheron ci farebbe piacere avere il supporto della community di fan italiani, non semplicemente considerandoli acquirenti, ma preziosi alleati per diffondere la conoscenza dei nostri libri presso i loro contatti internazionali, cioè tutti i lettori appassionati di fantasy, horror e fantascienza, in qualsiasi paese essi vivano, che leggano ebook in lingua inglese. Maggiore il successo di Acheron, maggiori saranno le possibilità per la casa editrice di pubblicare un numero maggiore di autori e di opere che possano differenziarsi dal resto della produzione internazionale.

:: Un’ intervista con Kate Manning a cura di Viviana Filippini

6 gennaio 2015

kate manningCome è nata l’idea di scrivere un romanzo con protagonista una donna, Annie “Axie” Muldoon, che fa la levatrice nella New York del XIX secolo?

Il mio primo appartamento dopo il college era un ” railroad flat ” in un edificio popolare del 19 ° secolo, nel Lower East Side di New York, con una vasca da bagno in cucina, e le finestre tagliate tra le camere per permettere la ventilazione, a causa delle condizioni di sovraffollamento degli immigrati che per primi ci hanno vissuto (a volte nove persone per stanza). Mi affascinavano le storie di povertà e immigrazione della città, e nella mia ricerca, ho scoperto che, tra il 1850 e il 1860, c’erano 30.000 bambini senzatetto nelle strade di New York. Ho cominciato a scrivere su una di loro, una bambina. Cercando di scrivere la storia di ciò che avrebbe potuto esserle accaduto, mi sono imbattuta in un movimento poco conosciuto l’Orphan Train grazie al quale 250.000 bambini orfani erano stati spediti dalle città in treno negli stati occidentali (Illinois, Ohio, Iowa). E, quasi per caso, mi sono imbattuta nella figura dimenticata di Ann Lohman, conosciuta anche come Mme. Restell. Per decenni comparve sulle prime pagine dei giornali come fonte di scandalo, anche se ormai la storia della sua vita è per la gran parte perduta. Comunque il poco che ho raccolto era assolutamente affascinante, e ho deciso di prendere in prestito gli elementi della vita della Lohman per il personaggio di Axie Muldoon.

Quanto è stato mantenuto della biografia di Ann Lohman (nota come Madame Restell), levatrice nella Grande Mela e quanto di romanzato è stato aggiunto al suo vissuto?

Ann Lohman era un’inglese, emigrata a New York all’età di 18 anni o giù di lì. Non si sa molto della sua vita precedente, o di come abbia iniziato ad esercitare la professione di ” medico donna.” Così, nel romanzo, tutto dell’infanzia di Axie, il suo viaggio sul treno degli orfani, il suo apprendistato dagli Evans, sono interamente inventati, come lo è il suo rapporto con il marito e i fratelli. Della vita reale della Lohman / signora Restell, sappiamo che era rimasta vedova con un bambino, poi si era sposata con un immigrato russo di nome Charles Lohman. Lui, come il Charlie nel libro, era un tipografo, affiliato con i “Freethinkers”, un gruppo di intellettuali che lavoravano per una maggiore parità tra uomini e donne. I Lohmans videro che la salute delle donne e dei bambini, era spesso a rischio quando le famiglie erano troppo numerose. Lo sappiamo perché Charles Lohman, come il Charlie nel romanzo – scrisse utilizzando un alias un libretto di informazioni sul controllo delle nascite intitolato ” The Married Women’s Medical Companion”. Sua moglie, come Axie, visitava i pazienti come “Signora Restell,” e vendeva medicinali che si riteneva causassero aborti spontanei. Se non li prendevano, lei eseguiva aborti fino al momento precedente ai “movimenti fetali”, dopo il quale provocare un aborto era per la legge un reato. Le leggi, tuttavia, erano di difficile applicazione. Lohman si occupò di bambini, aprì un ospedale per le donne in gravidanza, tenne lezioni in cui insegnava alle donne come allattare al seno e il controllo delle nascite, e si occupò di dare neonati in adozione. I Lohmans diventarono eccezionalmente ricchi, vendendo i loro farmaci, i dispositivi di controllo delle nascite, e i pamplet informativi. Avevano un enorme palazzo sulla Fifth Avenue. La signora fu oggetto di articoli che gridavano allo scandalo, ed fu arrestata più volte. Anthony Comstock era nella vita reale il “crociato contro il vizio” che arrestò la Lohman più volte. Tutti questi aspetti della vita della Lohman sono pure presenti in Axie Muldoon. Nel mio romanzo, ho usato i veri annunci pubblicitari che la Lohman mise sui giornali dell’epoca. Ho usato gli articoli reali e le lettere che sono state pubblicate sulla Lohman, ma ho cambiato alcuni particolari, e il suo nome, ovviamente. Ho usato qualche dialogo reale tratto da una trascrizione de ” The Wonderful Trial of Caroline Ann Lohman.” Una differenza importante è che Ann Lohman si è davvero suicidata la mattina del suo processo, il 1 ° aprile 1878. La cosa che ha scatenato la mia immaginazione è stata l’idea che molte persone credevano avesse simulato la sua morte, e che in realtà fosse fuggita a Londra o Parigi. Circolavano le voci che un giorno avrebbe rivelato i suoi segreti, rivelando la verità su uomini potenti le cui mogli, figlie, sorelle e amanti avevano beneficiato dei suoi servizi di ostetricia e aborto, per decenni. Pensavano che avrebbe raccontato tutto. E ho pensato: “Beh e cosa sarebbe successo se lo avesse fatto? Sarebbe buon materiale per un romanzo” Per me, la storia ha preso vita quando ho deciso di prendere per vere le voci, che fosse fuggita, e ho scritto le memorie fittizie di questa donna.

Da piccola Annie viene separata dalla sorella Dutch e dal fratello John, cosa lascerà in lei questo allontanamento?

Annie promise a sua madre che avrebbe trovato il fratello e la sorella, e che avrebbero vissuto tutti e tre insieme. Questa promessa è una grande forza motivante per Axie, e lei non se ne dimentica mai. Il filo conduttore della storia viene dal desiderio di Annie di trovare i suoi fratelli, e nasce dal suo profondo desiderio di amore e di sicurezza di una casa, e dalla domanda se sarà in grado di creare una famiglia per se stessa. E ‘un bisogno umano primario, e il desiderio, per me, è un ingrediente necessario nella narrativa.

La permanenza in casa dei coniugi Evans (entrambi medici) cosa rappresenta per Annie, solo il fatto che lavora per loro come domestica?

La famiglia Evans è un nuovo mondo per Axie. E ‘ordinato e sicuro. Il legame tra marito e moglie mostra alla ragazza uno straordinario modello di vita, che lei tende a voler duplicare. La signora Evans insegna ostetrica, ma Axie impara anche dai libri che trova nella biblioteca degli Evans. Axie ha la fortuna di arrivare nella loro casa solo all’età di tredici anni quando inizia a sbocciare la sua femminilità, e gli Evans sono un punto fermo, un’alternativa alla vita incerta che ha condotto da bambina.

La cosa che stupisce è che fin da ragazzina, Annie dimostra di essere coraggiosa, forte d’animo e intraprendete. Quanto questi suoi caratteri l’aiuteranno ad affrontare gli ostacoli della vita?

Mi sembra che le persone che soffrono grandi avversità imparano a sopravvivere in due modi completamente differenti: diventando timorosi e passivi, onde evitare ulteriori abusi, o, come nel caso di Axie, diventando duri, dei combattenti, con astuzia e coraggio. La sua fierezza, la sua lingua tagliente, e la sua intraprendenza sono meccanismi di sopravvivenza e anche meccanismi di difesa. E’ sospettosa quanto è compassionevole. Ha difficoltà a fidarsi delle persone, ma non è in grado di dire ‘no’ a qualcuno che le chiede aiuto, la cui disperazione lei capisce troppo bene.

Annie risolve i disturbi delle Gentildonne, ma non usa il suo nome, perché si fa pubblicità con il nome di Madame DeBeausacq. La scelta di uno pseudonimo è un semplice trovata pubblicitaria o, in realtà è dettata dal bisogno di tutelare se stessa e la propria famiglia?

Entrambi. Gli americani, in particolare nel 19 ° secolo, credevano che la pubblicità di qualcosa di europeo, per definizione, fosse di qualità migliore di una cosa locale. E’ una forma di snobismo tutto americano, dire che un prodotto o un professionista, sia esso un tonico per capelli, una medicina, un dentista o un barbiere fosse francese, portoghese, svizzero, ecc Ma l’alias “madame DeBeausacq ” serviva anche a nascondere la sua vera identità. Se la polizia avesse fatto irruzione nei suoi uffici, poteva sempre dire che la signora era altrove, che non la conosceva, eccetera, e sua figlia sarebbe stata in qualche modo protetta da qualsiasi scandalo apparso sui giornali.

Una levatrice a New York è più un affresco sociale dell’America della seconda metà dell’Ottocento o può essere interpretato come un romanzo di formazione?

Forse noi possiamo leggerlo in entrambi i modi. Da giovane madre mi sono chiesta spesso in cosa la crescita dei figli e il parto differisse dalle nostre bisnonne, come esse li hanno considerati, come hanno fatto fronte ai vari problemi legati a queste tematiche. Ma la storia -e la narrativa ambientata nel passato- fino a poco tempo apparteneva agli uomini in battaglia, nel governo, nella scienza, e come avveniva, mi sono chiesta, la vita ordinaria? Dove erano le donne? Un romanziere si propone di rispondere a un sacco di domande, scrivendo una storia, e quelle erano alcune delle mie, e così ho scritto la storia di Axie Muldoon, cercando di analizzare la vita di una donna del suo tempo, e per molti versi parlando anche delle donne di oggi.

Le accuse mosse a Annie (Madame DeBeausacq) da uomini perbenisti sono segno di bigottismo, pregiudizio, paura o astio per essere stati battuti sul campo da una donna senza studi accademici?

Fino alla metà del 19 ° secolo a New York, – e ho il sospetto nella maggior parte del mondo-, la gravidanza, il travaglio e il parto sono stati campi prevalentemente femminili. Le ostetriche, o per lo meno una donna della famiglia, erano presenti al parto. Ma come le donne hanno guadagnato più autonomia, l’establishment medico maschile ha notato che la ostetricia era molto redditizia, così gli uomini cominciarono a cacciare le donne fuori dalla sala parto. Hanno accampato grandi giudizi morali e religiosi, sul peccato e sul male, sostenendo un doppio criterio, che puniva le donne, ma non gli uomini, che avevano figli non essendo sposate. È interessante notare che, quando i medici di sesso maschile hanno cominciato a spostare il parto fuori casa e in ospedale, i tassi di mortalità materna sono saliti alle stelle, perché i medici di sesso maschile non ne sapevano molto di travaglio e parto come invece le ostetriche donne. Non conoscevano le minime regole di igiene per prevenire le infezioni, e, per esempio, toccavano i bambini subito dopo la manipolazione dei cadaveri!

Dutch vive in modo contraddittorio il rapporto con la sorella Annie. Cosa la spaventa di più, il fatto che la sorella Annie aiuti altre donne a risolvere tutte le questioni relative alla gravidanza o il timore di veder associato il suo nome a quella di una levatrice che pratica anche aborti?

Povera Dutch. E’ una donna che ha sempre solo cercato di compiacere gli altri. La dolcezza è la sua particolare strategia di sopravvivenza, ma purtroppo per lei, le alternative disponibili per le donne nella sua situazione sono tutte avvolte nella vergogna, nella miseria, e nel pericolo. Alle donne è stato insegnato che l’infertilità è una colpa della donna, forse causata dal sovraccaricare la debole mente femminile leggendo libri. Si credeva comunemente che l’infedeltà del marito fosse colpa della moglie. Per una donna rimanere incinta fuori dal matrimonio era una vergogna, veniva ripudiata dalla sua famiglia. L’aborto, forse la forma più comune di controllo delle nascite nel 19 ° secolo (c’erano molte pubblicità di abortisti nei giornali di New York a metà del 1800) era di solito effettuato da sole e in segreto. Essere parenti di “madame”, un’abortista nota, era un destino vergognoso.

Quanto influivano i pregiudizi della società di ieri nei confronti delle donne intraprendenti e lavoratrici? E in quella di oggi?

Nel 19 ° secolo le donne non potevano votare, non potevano possedere proprietà, non riuscivano a controllare il proprio denaro, ed erano totalmente dipendenti dagli uomini per la loro posizione nella società. Dal mio punto di vista, tutti i pregiudizi contro le donne, allora come oggi, hanno a che fare con la maternità. In passato, gli uomini non avevano modo di sapere se un bambino era davvero il proprio figlio biologico, fatta eccezione controllando del tutto le donne. Oggi, la scienza ha dato alle donne i mezzi per controllare la fertilità, per scegliere e pianificare le dimensioni delle loro famiglie. Più di ogni altra cosa, il controllo delle nascite accessibile a tutti, sicuro, affidabile, e l’educazione sessuale hanno cambiato in meglio la condizione delle donne. Vediamo i progressi di questi sviluppi in tutto il mondo. Ma quei vecchi atteggiamenti vittoriani, circa il peccato e il male, la vergogna, la ‘debolezza’ delle donne e lo stato di “seconda classe”, ancora persistono. Ci dimentichiamo quanto siano recenti, in termini storici, questi cambiamenti, e sottovalutiamo quanto tragiche siano le reazioni che provocano. Sono molto contenta di vivere in un momento in cui ho potuto scegliere di avere i miei tre figli, quando ero pronta e in grado di garantire il loro benessere in una famiglia felice.

Se si dovesse fare mai un film, quale attrice potrebbe interpretare Annie? (Io avrei pensato a… Lisa Edelstein, Angie Armon – con lenti a contatto- Jennifer Connelly)

Beh, tutto quello che posso dire è che ci sono alcune trattative segrete per fare un film, o molto probabilmente una serie tv, con un’attrice meravigliosa, davvero sorprendente. Ma non sono libera di dire chi sia, al momento, posso solo dire che sono una sua grande ammiratrice, e che sembra davvero giusta per la parte: piccola, fiera, divertente, vulnerabile e coraggiosa. Rimanete sintonizzati!

:: Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana.

:: Un’intervista con Piergiorgio Pulixi a cura di Giulietta Iannone

22 dicembre 2014

appuntamentoBentornato Piergiorgio su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista, dopo l’ultima concessaci nel luglio del 2012. Un po’ le cose sono cambiate da allora. Vivi a Londra mi pare? Come ti trovi all’estero?

Ciao Giulia, è un piacere essere di nuovo qui. Mi trovo molto bene. Hai sempre la sensazione di essere al centro del mondo, e la città pulsa di energia giorno e notte. E sicuramente un luogo speciale per me.

E’ uscito da poco un tuo breve romanzo per EO, L’appuntamento. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea è nata da diverse scintille. Una sicuramente è stata l’aver visto una sera che sono andato a cena fuori una donna sola al tavolo di un ristorante: dalle sue espressioni, dai suoi sguardi, dai suoi tic nervosi, era chiaro che stesse aspettando qualcuno. Io ho iniziato a mangiare, primo, secondo… ma lei era sempre sola, e il suo appuntamento non arrivava. Dolce, caffè, ammazzacaffè… e lei sempre sola. Alla fine, quando me ne sono andato, lei stava ancora aspettando. “Chi?” mi chiesi, “e perché non ti arrendi all’idea che ti ha dato buca?” da lì la mia mente ha iniziato a lavorare alla storia… perché effettivamente forse non stava aspettando ma era costretta ad aspettare.

In questo libro tratti temi di stretta attualità: l’usura, la sicurezza informatica, la violazione della privacy. Che riflessioni pensi farà un tuo ipotetico lettore una volta chiuso il libro? C’è qualche messaggio che hai voluto trasmettere?

Penso di sì. Io volevo soltanto far riflettere il lettore sul fatto che ormai gran parte delle nostre vite è sul web, e tutti noi abbiamo ormai un’identità reale e un’identità virtuale, e abbiamo consapevolezza di quali siano i limiti di entrambi. Però in qualche modo quando stiamo davanti al pc questi limiti si sfumano fino a confonderci, non per noi, ma per chi ci osserva… Mi spiego meglio: lo schermo che abbiamo davanti è come se fosse un vetro come quelli a specchio nelle stanze per interrogatori della polizia: tu vedi riflesso te stesso, ma in realtà dall’altra parte c’è qualcuno che ti guarda, ti osserva, e ti giudica. Internet è un po’ così: quando noi postiamo su FB, mitragliamo tweet, etc, dall’altra parte c’è qualcuno che ci giudica sulla base della nostra “identità virtuale” che percepisce come una summa tra quella reale e quella che invece reale non è. Ciò è sicuramente affascinante, ma anche molto pericoloso.

La prima parte è decisamente spiazzante. Un uomo e una donna ad un tavolo di un ristorante, intenti a combattere una piccola guerra fatta di umiliazioni, e offese. Mi sono sentita a disagio anche solo leggendo quelle pagine. Da pochi giorni si è svolta la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, in che misura secondo te le violenze psicologiche sono diffuse nel tessuto sociale? Sono altrettanto devastanti quanto le violenze fisiche?

Secondo me sì. Viene data a questo tipo di violenza un’attenzione minore, nonostante – a mio parere – sia un tipo di violenza molto più diffusa, soprattutto in ambiente lavorativo. Tutti noi siamo bombardati soprattutto a livello mediatico da un tipo di violenza molto materiale, morti, omicidi, torture, etc. Molta di questa violenza appariscente e splatter va addebitata a noi romanzieri, agli sceneggiatori e ai creatori di videogiochi, e in qualche modo ormai siamo tutti assuefatti al sangue, alle botte, e così via (nonostante non ci si dovrebbe mai abituare alla violenza, di qualsiasi genere sia); la violenza psicologica, quella fatta di umiliazioni, spersonalizzazione, processi di de umanizzazione, è dilagata in seguito alla crisi economica che ha avuto grosse ricadute anche a livello sociale e personale, ma soprattutto, ripeto, a livello lavorativo, dove chi è in una posizione privilegiata può abusare del potere economico/contrattuale che possiede, rifacendosi su chi invece non ha alcun tipo di potere contrattuale. Questo è un incubo degno di un horror.

La manipolazione dei dati, dei flussi di informazioni che ogni giorno immettiamo nel web, sembra il passo successivo alla semplice violazione della privacy. Ciò che descrivi nel tuo libro, sebbene portato alle estreme conseguenze, non è comunque uno scenario tanto fantastico. Su che basi hai costruito tutto questo? Hai parlato con veri hacker? Con tecnici informatici che lo fanno realmente?

Sì, entrambe le figure. A un certo punto mi sono reso conto che le cose di cui stavo scrivendo, sebbene basate su ricerche e piccole inchieste, mi sembravano fantascienza; a quel punto ho avuto la necessità di sentire il parere di persone che ne sapessero più di me e che potessero confermarmi o meno alcuni passaggi. Diciamo che mi hanno detto che ci sono andato leggero, e basta pensare al virus Regin, o allo scandalo SonyGate, o alla falla nella tecnologia SS7 che permette di intercettare qualsiasi cellulare in qualsiasi parte del mondo, per capire che avevano perfettamente ragione.

Giochi la trama su un concatenarsi di colpi di scena e cambi di punti di vista. Nessuno dei personaggi è quello che appare in un primo momento. Come mai questa scelta?

È una delle regole del noir che prendo come bussola. “Nel noir nulla è mai come sembra” l’ha detto Jim Thompson, uno dei miei autori preferiti. Per me è diventato un principio cardine delle mie storie.

Il potere sembra il tema conduttore del romanzo, il controllo che si può esercitare in un mondo sempre più virtuale e fragile. Il protagonista, lo possiamo definire un malato di controllo? Quando si sente vittima lui stesso, si scatena, e scatena tutta la sua violenza in modo estremo. Ma non ha fatto i conti con la sua vittima. Anche lui in fondo è una vittima?

Fondamentalmente tutti noi siamo vittime. Vittime di noi stessi, in primis. Vittime della società, della cultura vigente, delle scelte di chi ci ha preceduto. Paghiamo le conseguenze di una realtà a cui apparentemente non possiamo ribellarci, e questo crea conflitto e crisi che non è solo economica ma anche identitaria. Nello specifico l’uomo del romanzo è vittima della noia: è una persona ricca, ricchissima, potente, influente, ha una posizione privilegiata rispetto al 99% delle persone comuni, ha davvero tutto, eppure è annoiato. Allora per combattere questa stasi di brividi, elabora tutta una serie di perversioni che hanno a che fare con le vite degli altri. Giocando con le vite degli altri si sente vivo. Questa è la sua condanna, o meglio, è la condanna della donna che è costretta a “godere” della sua compagnia quella notte. Sul “paso doble” tra vittima e carnefice… lasciamo un po’ di suspense.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Uscirà per le Edizioni E/O ad Aprile 2015 un nuovo romanzo di genere thriller intitolato “Il Canto degli innocenti” che inaugurerà una nuova serie, e nell’autunno del prossimo anno torneranno Mazzeo e le sue pantere con il terzo romanzo della saga. In primavera e d’estate inoltre sarò ospite di due antologie di racconti con un altro dei miei personaggi seriali, il commissario Carla Rame… Grazie a te per la tua gentilezza e disponibilità. A presto.

:: Il mondo secondo Susan Vreeland, a cura di Elena Romanello

22 novembre 2014

la-lista-di-lisette-01Susan Vreeland, autrice californiana di svariati romanzi al femminile in cui ha esaminato il rapporto tra le donne e l’arte, da La passione di Artemisia a La vita moderna, è venuta in Italia, ospite della Neri Pozza per presentare la sua ultima fatica, La lista di Lisette, una storia ambientata in Provenza durante la Seconda guerra mondiale, incentrata sul personaggio inventato di Lisette, che entra in contatto con l’arte e la salvaguardia della medesima durante uno dei periodi più bui della Storia. A Torino Susan Vreeland è stata ospite del progetto LeggerMente, che coinvolge i gruppi di lettura delle Biblioteche civiche, e del Neri Pozza Book Club, su invito del Salone OFF 365, e ha raccontato varie cose a lettori e curiosi.

Di cosa parla La Lista di Lisette?

Questo mio nuovo libro è diverso dai precedenti, che partivano dalle biografie di artisti famosi, e che sentivo ormai essere un mondo un po’ troppo ristretto. Stavolta ho voluto scrivere un romanzo d’immaginazione, con personaggi inventati da me, ma sempre però con l’arte al centro, una storia nata anche dopo aver visitato il villaggio di Roussillon in Provenza. Nel mio libro trova spazio anche il furto delle opere d’arte da parte dei nazisti, una cosa terribile, e si parla poi di perdono, sacrificio, pietà, compassione, generosità e amore, perché l’ultimo punto della lista di Lisette è proprio amare di più e amare ancora.

Lisette ha una sua lista, alla quale lei dà un rilievo particolare. Cosa ha Susan Vreeland nella sua lista?

Nella mia lista c’è la promessa che la cultura e l’arte europea sarebbero state mie compagne e ispiratrici per tutta la vita. Condivido poi con Lisette l’ultimo punto, l’amore, che è anche il mio punto, ultimo ma più importante, amare.

La storia raccontata parla del valore salvifico dell’arte. Secondo lei questo può valere anche nella nostra quotidianità?

Sì, io penso che l’arte sia ottima come terapia, per alleviare il dolore e abbassare la pressione di una vita troppo veloce e stressante. Ho letto tempi fa che quando visitiamo una galleria d’arte dedichiamo in media pochi secondi ad ogni opera: dobbiamo soffermarci più a lungo, lasciare che l’arte lavori su di noi, entri in noi.

Sia La vita moderna che La lista di Lisette sono ambientati in Francia e entrambi parlano del periodo dell’Impressionismo. Che rapporto ha con questo Paese e questa corrente artistica?

Spesso la prima corrente pittorica che colpisce chi comincia ad interessarsi di arte è proprio l’Impressionismo, e poi da lì si spazia su altro. Anche a me è successo così, trovo che l’Impressionismo ha un fascino particolare che non riscontro per esempio nell’arte moderna. I miei quattro Paesi preferiti sono la Francia, l’Irlanda, l’Olanda e l’Italia. Ho studiato il francese e sono affezionata alla Francia e anche all’Italia, che mi stanno dando la possibilità di conoscerle meglio, e dove ho notato molto affetto per me e le mie opere.

Lisette cambia molto nel corso degli anni, dalla ragazza che arriva in Provenza alla donna che riparte per Parigi per poi tornare a Rousillon. Il suo è un romanzo di formazione?

Ho corso il rischio all’inizio di presentare Lisette come superficiale e egoista, perché è triste di lasciare Parigi, rinunciando alla possibilità di diventare gallerista. Ma poi a Rousillon cambia, capendo di avere un ruolo nella salvaguardia del patrimonio artistico, maturando e crescendo.

La figura maschile più interessante è Bernard, all’apparenza collaborazionista dei nazisti decisamente poco simpatico e poi ben diverso da come appare. Che ne pensa?

Durante la guerra in Francia ci sono stati molti modi di collaborare, di fronte al collaborazionismo noi oggi siamo portati a criticare negativamente, ma le motivazioni di Bernard sono spiegate alla fine del romanzo, lui riesce a salvare Rousillon dalla distruzione, mentre due paesi vicini sono distrutti perché ospitano partigiani. Bernard non riesce a far parlare il suo cuore, forzato dalla posizione in cui si trova, cambia anche lui e rimane ambiguo fino alla fine.

Nei suoi libri torna il rapporto tra donne e arte, spesso non detto nel corso della Storia. Inoltre, tra tutte le sue protagoniste, qual è la sua preferita?

Per molti secoli le donne nell’arte sono state viste solo come modelle per i quadri di nudo, nomi come Artemisia Gentileschi e Sofonisba Anguissola sono stati esempi di artiste, ma le donne sono apparse tardi nei libri di Storia delll’arte. Lisette rappresenta un altro rapporto tra la donna e l’arte, la consumatrice d’arte che poi diventa gallerista, e quindi nell’arte c’è la donna oggetto, la donna soggetto e la donna che condivide l’arte con gli altri, imparando ad apprezzarla anche senza aver avuto modo di studiare molto. La mia preferita, proprio per questo motivo, è Lisette.

Nel libro emerge il tema della materia che diventa forma e bellezza. La bellezza secondo lei si può scorgere in ogni cosa?

Se vogliamo vivere una vita migliore dobbiamo cercare la bellezza e anche la bontà. Dietro a La passeggiata di Chagall, il quadro che illustra la copertina del libro, c’è il fatto storico che fu dipinto dall’artista dopo che gli ebrei in Russia erano riusciti ad avere più diritti grazie alla rivoluzione, e si sentivano più felici, come Marc e Bella. Vivere senza l’oppressione ci rende migliori e l’arte ci rende consapevoli e quindi migliora la nostra vita.

Cosa fa secondo lei di un dipinto un capolavoro?

Non il fatto che sia tecnicamente perfetto, ma che deve colpire la nostra anima e darci sollievo. A questo proposito nel libro c’è l’episodio di Maxime, prigioniero in un campo di lavoro tedesco, che un giorno parlando con una guardia scopre che entrambi amano le cattedrali gotiche delle loro città, Parigi e Colonia, dove si sentono abbracciati da qualcosa di più grande. L’amore per l’arte rende quindi due nemici due fratelli.

Che idea si è fatta sul pubblico dei suoi libri e come è vissuto il rapporto con l’arte negli Stati Uniti?

Quando si fanno tagli alla nostra scuola i primi corsi che vengono tagliati sono quelli di arte, e penso che la gente dovrebbe lottare contro questo, e so che è un problema anche italiano. Nei miei libri parlo di arte cercando di portare i lettori verso i musei e viceversa. Il mio pubblico è formato per lo più da donne, dai 40 anni in su, e ci sono generi che vendono molto più dei miei libri, io cerco di parlare di qualcosa come arte e bellezza che per voi europei, che siete circondati da musei, è scontata ma per noi no.

A essere interessato a rubare i quadri non era tanto Hitler quanto Goring, che disse anche che quando sentiva parlare di cultura gli veniva voglia di tirare fuori la pistola. Cosa ci va secondo lei oltre la cultura, l’arte e la bellezza, che evidentemente non bastano?

Oltre alla bellezza dobbiamo lavorare su tolleranza e rispetto, per capire meglio gli altri e le altre culture. Le forze positive della nostra società sono tolleranza, giustizia, religione, che ci elevano spiritualmente. La seconda guerra mondiale fu combattuta da quella che noi oggi chiamiamo la finest generation, la meglio gioventù, che per un dovere più alto ha sacrificato se stessa. Oggi dobbiamo cercare la bellezza aiutati dall’arte senza dimenticare altri valori.

Che ruolo hanno oggi secondo lei l’Italia e l’Europa in un mondo sempre più omologato?

L’Europa ha portato alla luce cose fondamentali, come democrazia, arte e bellezza. Penso che debba condividere la cultura e i proventi dell’economia con chi è più bisognoso, e anche gli Stati Uniti dovrebbero fare questo, essere più generosi in nome della libertà. Lo so, sono ideali, ma se almeno ci provassimo!

:: Un’intervista con Carsten Stroud a cura di Giulietta Iannone

15 ottobre 2014

9788830431843_niceville_-_la_resa_dei_contiBentornato Carsten su Liberi di scrivere. E’ appena uscito per Longanesi Niceville- La resa dei conti (The Reckoning), dunque non puoi sottrarti ad alcune domande sul libro e sul tuo futuro di scrittore. Iniziamo con una domanda facile facile, sei soddisfatto di questa serie, di come è giunta al termine?

In primo luogo dovete perdonare il mio terribile italiano. Sto cercando di imparare la lingua – che è molto bella – ma mi sembra di essere un idiota e ho problemi a fare le cose giuste. Ma se sarete così gentili da capire questo, devo dire che a mio parere la Niceville Trilogy è il miglior lavoro che abbia mai fatto. Sono stato prima un giornalista e poi uno scrittore per 25 anni e ho scritto diciotto libri, sotto il mio nome e sotto un altro nome che devo per ora mantenere segreto (non per molto). Credo di aver creato un mondo molto strano in Niceville, un mondo originale che è allo stesso tempo spaventoso e buio, eppure illuminato da lampi di umorismo sardonico. Quindi, sì, sono molto soddisfatto, e sono anche felice che così tanti lettori italiani abbiano così bene accolto i miei libri, che devo dire la verità hanno avuto molto successo. Sono davvero grato.
Comunque sì, sono soddisfatto, ma è stato molto difficile e ha richiesto mesi di attenta riflessione. Per onorare il lettore è necessario premiare la sua fede in voi, dando loro più di quello che desidera. Ma lo si deve fare nel rispetto delle regole dei libri. Nessun Deus Ex Machina. Nessuna sequenza di sogno. Nessun inganno. E questi obblighi sono molto impegnativi ma per i miei lettori credo di aver tenuto fede alla loro fiducia e credo anche che Niceville La resa dei conti sia il miglior libro della trilogia.

Niceville – La resa dei conti è l’ultimo episodio della trilogia. Molti misteri troveranno una spiegazione, sapremo cos’è il “raccolto”, il ruolo di Rainey Teague, chi è la presenza oscura che funesta Crater Sink e tutta Niceville. C’è qualcosa che hai voluto tenere oscuro, non risolto?

Sì. Ho mantenuto alcuni misteri per me. E ‘meglio lasciare questo mondo con alcuni segreti che ancora vivono nei luoghi oscuri di Niceville.

Il romanzo inizia con eclatanti episodi di violenza, assieme al ritorno di molta gente che era scomparsa, che non ricorda niente del tempo trascorso lontano da Niceville. Cosa determina questa accelerazione? Questo precipitare degli eventi?

L’entità che ho chiamato Nulla è cresciuta, è impaziente con le persone di Niceville. E dal momento che “lei” è stata sola per molti eoni, desidera avere un’altra mente con cui unirsi, e questa mente ha bisogno di un corpo vivente da abitare. Per questo vuole Rainey Teague. Lei è cresciuta ed è stanca di aspettare. La sua forza la porta alla lotta. E così Niceville diventa più pericolosa, più caotica. Più violenta.

Abel Teague e Rainey Teague, sono padre e figlio? Che legame li lega?

Sì, Abel e Rainey Teague sono padre e figlio, ma non in modo sacro. Rainey è stato concepito da un crimine violento, seguito da un uccisione. Questo è stato il modo di fare dei Teague per duecento anni. E ora per Rainey è arrivato il momento di diventare parte di questa eredità.

Un ruolo piuttosto determinante in questo episodio lo riveste Charlie Danziger. Un bel personaggio, quasi ruba la scena a Coker. E’ vivo? E’ morto? E’ legato a Glynis Ruelle? Il Male ha quasi paura di lui. Quale è il suo ruolo nella narrazione?

Charlie Danziger è un uomo molto cattivo che però diventa meno malvagio e forse trova anche un modo per essere buono. Gli viene data una possibilità di redenzione, e lui ha il coraggio di prenderla. Questo tipo di spirito è spaventoso per entità veramente malvagie come il Nulla.
E inoltre tra i suoi lati positivi, ha un senso dell’umorismo molto oscuro. Come molti uomini buoni-cattivi che ho conosciuto nel mondo reale. Poliziotti. Soldati. Killers. Tutti hanno una parte in Charlie Danziger. Ecco perché gli ho dato tutte le battute migliori.

Sul finale è Kate praticamente che affronta il Male e gli tiene testa. Perché non hai scelto, per esempio, che fosse Nick? Le donne sono più forti degli uomini?

Perché Kate e non Nick? Non lo so. In tutti i libri della serie le persone avevano vita propria. Hanno fatto molte cose che non mi aspettavo. Avevo programmato che Nick fosse l’ultimo strumento di giustizia. Ma non lo è stato. Le donne sono più forti degli uomini? Forse, in molti modi, sì, lo sono. So che la mia vita è stata resa meravigliosa da tutte le donne forti che ho conosciuto e amato. Un mondo gestito solo da uomini sarebbe un posto molto oscuro. Se dubitate di questo, guardate solo il Medio Oriente.

Mi ha fatto meno paura degli altri due episodi, forse perché le spiegazioni, per quanto fantastiche, rendono la paura meno paralizzante. E’ stata una scelta, o la storia ti ha preso la mano e ha voluto così?

No, non è stata una scelta. Non avevo idea di come i buoni di questi libri potessero sopravvivere all’Inferno che avevo creato per loro. Ma lo hanno fatto. Tutto da soli. So che suona ridicolo. Ma è vero. Questo libro sembra si sia materializzato davanti ai miei occhi. Qualcosa di molto strano stava succedendo. E io sono stato abbastanza intelligente da farne parte.

In questo episodio prevale la componente thriller o horror?

Questo romanzo è sia horror che thriller. Volevo che fosse qualcosa di molto diverso da ogni altro libro che avevo letto. E, anche secondo Stephen King – che ha detto ” è un libro come nessun altro che abbia mai letto” – mi è riuscito.

Un po’ misterioso l’episodio del ferimento di Nick. Che cosa succede davvero quella notte?

Avevo intenzione di ucciderlo. Non solo che rimanesse ferito. Ma lui non è morto!

Non ti mancheranno un po’ i personaggi di Nick e Kate, di Mavis Crossfire, di Coker, di Lemon Featherlight, di Glynis Ruelle, di Charlie Danziger? Ritorneranno in una nuova trilogia?

Sì, mi mancheranno molto. Ma li sento là fuori. Sono ancora vivi nel mondo. Questo mi rende felice. Ma di tutti loro, più di tutti mi mancherà Mavis Crossfire. Penso di essermi innamorato di lei. Ma non parlare di questo a mia moglie Linda. E’ molto pericolosa se si arrabbia.

La trilogia di Niceville ha qualcosa di speciale, di oscuro, ti sei chiesto anche tu cosa sia?

Sì, c’è qualcosa di molto strano che vive all’interno di queste pagine. Che cos’è? In fondo tra le parole, c’è qualcosa di oscuro e crudele, che vive ancora. L’ho visto nel mondo – nel profondo Sud dell’America, sotto piccoli ponti in pietra di Venezia, sui campi di battaglia. Questa crudeltà ha avuto un nuovo parco giochi in Medio Oriente questo autunno. Ma in un istante si stancherà e troverà qualcosa di nuovo con cui giocare. Questo è ciò che vive a Niceville. Quindi, forse le persone che stanno leggendo i libri della serie non li dovrebbero lasciare aperti quando vanno in un’altra parte della casa.

Non sei solo l’autore di Niceville, puoi parlarci anche degli altri tuoi libri, molti mi pare non ancora editi in Italia.

Ho scritto diciotto libri. Alcuni di loro storie vere, molti dei quali thriller. La mia speranza è che molti di loro siano pubblicati in Italia, e che un giorno mia moglie Linda ed io – stiamo entrambi studiando l’Italiano – trascorreremo parte dell’ anno ad Arezzo e Cortona.

A cosa stai lavorando attualmente? Quali sono i tuoi progetti futuri?

Una società televisiva di Los Angeles sta cercando di sviluppare la Niceville Trilogy come una serie televisiva. Questo è ciò a cui io e mia moglie stiamo ora lavorando! Auguraci buona fortuna!

Buona fortuna Carsten!

:: Un’intervista con Carlo Lucarelli a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2014

albero-italia-lucarelli-190x300Benvenuto, Carlo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te. Forza e debolezza, come persona, non come personaggio pubblico. Chi è Carlo Lucarelli?

-Un narratore, fondamentalmente, e uno scrittore, in dettaglio. Poi ci sono altre cose –padre, marito, cittadino, essere umano- ma ho sempre cercato di non mettere autobiografismo nei miei racconti per cui non saprei da che parte cominciare neppure qui.

E’ appena uscito per Einaudi, Albergo Italia. A 6 anni da L’ottava vibrazione, e dopo il piccolo racconto intitolato Ferengi, torna il personaggio del capitano Piero Colaprico. Arriva dalla Sicilia dopo aver combattuto la “maffia” e come si usa fare anche oggi perché scomodo, dislocato nelle Colonie, ha combattuto ad Adua, ora da Massaua si trasferisce ad Asmara. Per solitudine di scopre innamorato di una avventuriera. Come si è evoluto, come è cambiato?

-Nell’Ottava Vibrazione il capitano Colaprico era soltanto un personaggio secondario, quasi “tecnico”, poi mi sono accorto che aveva parecchie possibilità e, cosa fondamentale per lo sviluppo di un personaggio, mi incuriosiva molto. Così l’ho fatto tornare in un paio di racconti, dove è sempre rimasto appena abbozzato e appena è arrivato il suo momento gli ho dato tutto lo spazio che chiedeva. Più che evoluto o cambiato è “nato”, nel vero senso della parola. E vedremo come si evolverà.

Più che un romanzo un racconto lungo, poco più di 120 pagine. Dopo il lungo periodo di un romanzo come L’ottava vibrazione, la brevità, l’accenno. Nella tua carriera hai scritto sia romanzi che racconti. In quale forma ti senti più a tuo agio, dove hai le maggiori difficoltà?

-Dipende dalla storia che voglio raccontare. Ci sono storie corali, di ampio respiro anche perché si ambientano in un momento o un luogo che vanno descritti a fondo per essere capiti –come appunto l’Ottava Vibrazione- che hanno bisogno di una struttura più complessa. Altre volte la narrazione è un viaggio brevissimo, una freccia che arriva subito al bersaglio portandosi dietro tante cose che devono soltanto essere accennate –con le parole giuste, naturalmente- per restare agili ed evocative. Mi trovo bene con tutte e due le forme, proprio perché non sono io a sceglierle, ma la storia stessa. Io devo soltanto preparami per i cento metri piani o per una maratona.

L’ottava vibrazione, primo romanzo “coloniale”, era un testo si può dire sperimentale, nel quale univi il noir e il romanzo storico, senza perdere di vista la tua analisi sociologica, affatto consolatoria, sulle radici della storia d’Italia. Infondo il noir si avvicina molto alle tue indagini più giornalistiche e in Albergo Italia si può dire prevalga questa componente. C’è un delitto, un’ indagine, l’occasione di parlare di un grande scandalo politico finanziario di fine Ottocento. La tua serie coloniale, mi hai già anticipato che vorresti continuare a narrare le storie di Colaprico e Ogbà, virerà in questa direzione?

-Sì. Mi è piaciuto molto scrivere Albergo Italia, ho fatto una breve e felice corsa e ho scoperto un personaggio –Ogbà- che continua ad incuriosirmi. Di solito le serie che scrivo – Grazia Negro, Coliandro, il Commissario De Luca- hanno lunghe pause tra un romanzo e l’altro, proprio per non ripetermi, ma qui è diverso. La struttura stessa del romanzo –quella del giallo classico, anche se i “gialli” che scriviamo oggi sono sempre molto noir lo stesso- si presta ad una serialità serrata. L’istinto è proprio quello: raccontare la metà oscura dell’Italia di oggi attraverso la metà oscura di quella di ieri . In questo senso anche cercare di scrivere un romanzo più classicamente giallo possibile significa comunque scrivere un noir “politico”.

Di Albergo Italia ho apprezzato il tuo stile classico, letterario, il tuo lavoro sulla lingua, molti termini sono presi dall’arabo e dal dialetto tigrino, la sensualità di alcune scene. E’stata una lettura molto piacevole, io ho avuto modo di leggere pochi tuoi romanzi, quindi per me è stata una novità. Ho anche avuto modo di notare delle similitudini, nella trama soprattutto, con un’altra serie coloniale italiana che ho seguito, anche se per stile e periodo, sono libri molto diversi. Sempre rispetto alle fonti di ispirazione, ci son autori, anche non italiani, (e non solo di romanzi ma anche di saggi), che hai letto, che ti sono stati di sprone alla scrittura?

-Ho letto tantissime cose, sia per documentazione che per ispirazione. Avevo già accumulato materiale storico quando avevo scritto l’Ottava Vibrazione –saggi storici sull’epoca coloniale, da Del Boca a La Banca a Quirico, ma soprattutto memoriali dell’epoca- adesso ho aggiunto i diari di Ferdinando Martini, il primo governatore dell’Eritrea, molto dettagliati, giorno per giorno. Come ispirazione ho sempre i miei maestri –Giorgio Scerbanenco, James Ellroy e i contemporanei amici come De Cataldo, Baldini o Fois, solo per dirne qualcuno, con sui scambio quotidianamente impressioni e suggestioni. Sull’argomento specifico e di genere vicino al mio conoscevo solo tre romanzi: “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano, “Debrà Libanòs” di Luciano Marrocu e “Una mattina ad Irgalèm” di Davide Longo. Non conoscevo la serie del maggiore Morosini di Giorgio Ballario, che ho cominciato a leggere e che mi piace molto. Devo dire che non ho trovato tante similitudini, a parte quelle che definirei “fisiologiche”: sono un giallista che si entrato in contatto da tempo –per ragioni storiche e personali- con l’Eritrea coloniale, per cui è naturale che ci avrei scritto prima o poi un giallo; il detective non può che essere un carabiniere; trattando di cose italiane l’intrigo finirà per essere sempre un po’ noir e un po’ politico. Inoltre il periodo che trattiamo è molto diverso: io l’Italia liberale e umbertina, lui quella fascista. Sono in contatto con Ballario –rispetto al quale ho una visione storica e politica del periodo coloniale molto distante- e chissà che adesso che siamo in due il genere “giallo coloniale” non riesca a decollare con più forza.

Molto bello il personaggio dello zaptiè  Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico. Se vogliamo quasi prende la scena al protagonista e acquista una dignità e uno spessore autonomo. Diventerà sempre più importante nel proseguo della serie? Scriverai mai, magari anche un racconto, con lui unico protagonista?

-Ogbà è stata una sorpresa per me. Doveva essere il dotto Watson dello Sherlock Holms Colaprico e invece è diventato lui quello che indaga veramente. E non poteva che essere così: quella, anche se è l’Eritrea dei t’lian, degli italiani, in realtà è casa sua. Ha preso forza soprattutto perché l’ho modellato su una persona realmente esistita, anche se qualche anno più tardi rispetto al tempo del mio romanzo. Ogbagabriel Ogbà, buluk bash degli zaptiè era il nonno di Yodit, mia moglie. E io so per esperienza che quando un personaggio inventato si nutre di elementi “veri” finisce per diventare vero anche lui.

Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista? Quali attori vedresti bene per le parti di Colaprico, Ogbà, Margherita, Chiti? Quale regista?

-No, anche se mi piacerebbe. Ma non è facile visti costi di una cosa ambientata in un altro tempo e in un altro luogo. Potrebbe essere una serie televisiva ma non vedo la nostra televisione interessata ad operazioni come questa.

Il noir o giallo coloniale, ovvero ambientato nelle Colonie, in questo caso d’Africa, è un genere poco praticato dagli scrittori italiani. C’è quasi una refrattarietà, un’ autocensura, un tentativo di dimenticare un periodo per lo più fallimentare della nostra storia. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo genere letterario?

-E’ vero, è un periodo poco frequentato, ma non per autocensura, perché agli scrittori del mio genere sono proprio i periodi fallimentari quelli che interessano. E’ poco frequentato per scarsa conoscenza, che deriva sì da autocensura e refrattarietà ma di chi avrebbe dovuto informare raccontare prima di noi. E’ un periodo che non si trovava quasi mai nei libri di scuola, per esempio, vittima di un senso di colpa sia della destra che della sinistra. Tutto questo ha comportato una mancanza di familiarità che fa in modo, per esempio, che a Lampedusa sbarchi Asmaret che viene da Mendeferà e noi non sappiamo dov’è Mendeferà e neppure se Asmaret è un uomo o una donna, eppure sono luoghi e nomi che hanno fatto parte della nostra vita e della nostra storia per tanti anni, in cui si trovano alcune delle radici del nostro oggi e molte chiavi per capire il presente. In più sono serbatoi di storie bellissime –nel bene e nel male- un far west suggestivo e importante. E’ per questo che ho scelto –dopo averlo scoperto per caso- di raccontarlo. Per inciso, Asmaret è un nome femminile, e magari molti di noi ce l’hanno nella loro storia familiare.

Con l’ispettore Marino sei stato il primo a “sdoganare” il periodo fascista e utilizzarlo come sfondo per una storia gialla che fu pubblicata con il Giallo Mondadori, vincitrice del Premio Tedeschi 1993. Quando uscì si può dire che il giallo e il noir, specialmente dai critici, non era considerato letteratura alta. Ora le cose sono in un certo senso cambiate, il noir, anche da un punto di vista sociologico, è stato rivalutato o per lo meno messo in una giusta prospettiva. Cosa pensi sia cambiato da quando uscì Indagine non autorizzata?

-Quando ho cominciato a scrivere io sono arrivato assieme ad altri scrittori che come me volevano utilizzare il genere per raccontare, indagandole, la realtà e la storia. Abbiamo incontrato molti lettori che cercavano la stessa cosa e soprattutto bravi editori che credevano nelle nostre storie –Sellerio, per esempio- e che ci hanno tolto dal ghetto per quanto rispettabile delle collane di genere come il Giallo Mondadori. Alcuni critici hanno fatto fatica a capirlo, ma quando ci sono riusciti siamo diventati anche noi –ufficialmente- di serie A.

Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari.

-Sto scrivendo un altro romanzo della serie Ogbà-Colaprico e sto finendo di documentarmi per un’altra storia del Commissario De Luca, ambientata negli anni ’50. Parteciperò ad un programma su Sky Arte per raccontare quadri e artisti attraverso il mistero. Nient’altro, in tv –almeno per adesso- dal momento che il mio programma di narrazione dei misteri e dei problemi italiani è stato chiuso. Per il resto vedremo, saltano sempre fuori cose interessanti e io non riesco mai a dire di no.

:: Un’ intervista con Barbara Garlaschelli

21 agosto 2014

barbara[Mia intervista apparsa su Shenoir il 30 Maggio del 2010]

Benvenuta Barbara è un vero piacere ospitarti su Shenoir. Parlaci un po’ di te, descriviti anche fisicamente non tralasciando pregi e difetti…

Intanto grazie a voi per lo spazio dedicatomi. Parlarvi di me… posso dirvi che il mio mestiere è me, che scrivere è ciò che ho sempre desiderato nella vita e che sono stata una donna fortunata riuscendo a realizzare un desiderio così grande. Come tutti gli esseri umani sono un groviglio di pregi e difetti. Ciò che amo di più in me è la lealtà a qualunqe costo, e ciò che non amo, la mia durezza. Fisicamente sono bellissima e, come mi diverto a ripetere, molto ben carrozzata…

Come ti sei avvicinata alla scrittura. Era una tua aspirazione già da bambina? C’è stato qualcuno che ti ha consigliato, incoraggiato, trasmesso l’amore per la parola scritta?

In parte ho risposto prima: scrivere è ciò che ho sempre voluto fare. L’amore per i libri, anzi direi, la passione per i libri, è parte di me e in parte mi è stata trasmessa dai miei genitori. La nostra casa, da che io ricordi, è sempre stata invasa dai libri. Sia mio padre sia mia madre sono dei forti lettori. E io pure. E la casa con il mio compagno è anch’essa assediata dai libri. Mi è inconcepibile la vita senza libri.

Parliamo del tuo debutto. Raccontaci del tuo percorso verso la pubblicazione. Com’è avvenuto l’incontro con il tuo primo editore?

La primissima pubblicazione (che ogni tanto scordo) è avvenuta con un racconto inserito nell’antologia Crimini, uscita per Stampa Alternativa, nel ’95 mi pare, quando faceva i mitici raccoglitori simili ai pacchetti di sigarette. Laura Grimaldi lo aveva letto, ne era rimasta colpita e mi aveva suggerito di farlo partecipare al concorso nato alla Libreria del Giallo di Milano, della mitica Tecla Dozio (che allora non conoscevo). E’ piaciuto e l’hanno pubblicato. Poi è seguito O ridere o morire, una raccolta di racconti di humor nero, edita da Marcos y Marcos (anche qui lo zampino di Tecla Dozio è stato fondamentale). L’editore, Marco Zapporoli, decise in due giorni di pubblicarlo.

Raccontaci un episodio buffo, divertente che ti riguarda legato al tuo lavoro di scrittrice. O al contrario qualcosa che ti ha fatto profondamente arrabbiare.

Un episodio divertente è quando ho fatto parte della giuria del premio Azzeccagarbugli, un paio di anni fa. Il conduttore della serata era Luca Crovi, con cui ci conosciamo da anni: ha intervistato i giurati per presentarli al pubblico. Quando è stato il mio turno, mi ha chiesto: “Barbara, che qualità deve avere un libro per inchiodarti alla sedia?”, e mentre formulava la domanda ho letto nei suoi occhi il panico, perché mi conosce e sa quanto posso essere tremenda. I suoi occhi dicevano: “Non fare commenti!”, e io, con sorriso sornione, ho risposto: “Per inchiodarmi alla sedia? Pochissimo”. Il particolare piccolo, ma fondamentale è che sono su una sedia a rotelle 🙂

La memoria è un tema che ti è caro e tratti con sensibilità e originalità. Che sia la memoria storica o quella personale, quanto incide su chi siamo e chi eravamo?

Incide in modo fondamentale: noi siamo la somma di tutto ciò che è venuto e avvenuto prima di noi. Sia da un punto di vista storico e sociale sia personale. Siamo la somma anche di ciò che non è avvenuto. E la memoria è uno dei doni più preziosi che abbiamo e una delle maggiori responsabilità. Un popolo senza memoria storica è destinato all’inivisibilità.

In Non ti voglio vicino tratti un tema molto delicato: gli abusi sessuali sui bambini. La cronaca ci racconta troppo frequentemente di queste violazioni dell’infanzia, spesso devastanti e spesso origini di un circolo vizioso che trasforma le vittime da bambini in carnefici da adulti. Come hai affrontato questa realtà, come ti sei vaccinata contro l’orrore?

Non c’è vaccino contro questo orrore e non ci deve essere. Nel momento in cui non dovessimo più essere in grado di indignarci, di sentire rabbia, furore, disgusto, pietà saremo morti. Intendo,culturalmente ed eticamente morti. E il mio modo di affrontare l’orrore è stato ascoltando e scrivendo, per non dimenticare.

Nei tuoi libri tratti argomenti importanti per il pubblico femminile: l’amore, l’amicizia, la famiglia. Molte tue lettrici sono donne. Ti consideri femminista? Pensi che un giorno la parità uomo e donna sarà finalmente raggiunta o resterà per sempre un’aspirazione frustrata, un’ occasione mancata?

Mi sento una donna che ha molto chiari quali sono i propri diritti e i propri doveri, che sa quanto è stata dura e difficile la strada delle donne per arrivare dove sono arrivate e sa che non è ancora finito il viaggio, che nulla è stato donato, ma tutto è stato sudato. Che la parità di cui si parla sempre è ancora di là da raggiungere, anche se molti progressi sono avvenuti e molte battaglie sono state vinte. Ma viviamo in un momento storico pericoloso, in cui l’oscurantismo è tornato a essere un problema tangibile. La tentazione di manipolare il corpo delle donne è ancora forte.

Parlaci del tuo rapporto con la critica. Leggi le recensioni, t’influenzano, quale ti ha fatto più felice leggere?

Il mio rapporto con la critica è sereno. Leggo le recensioni e se sono di persone che stimo, ci rifletto ma non mi esalto e non mi abbatto. Su Non ti voglio vicino mi hanno resa felice praticamente tutte, soprattutto quelle di Giuliano Aluffi e Alessandro Castellari.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticipare qualcosa in esclusiva per i lettori di Shenoir?

Non sto scrivendo, ma sto pensando al prossimo… per ora nessuna anticipazione, è un progetto ancora molto vago.

Un’ultima domanda, più che altro una mia personale curiosità, se dovessi vincere lo Strega, a chi lo dedicheresti?

A mio padre, a mia madre e a Giampaolo, il mio compagno.

:: Un’intervista con Drew Chapman a cura di Giulietta Iannone

19 agosto 2014

indexBenvenuto Drew su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Dopo la laurea hai lavorato a Los Angeles come sceneggiatore sia per il cinema che per la tv. Per grandi studi come Disney, Fox, Universal, Warner Brothers and Sony, e per canali come ABC, Fox, ABC Family, and Sony TV. Raccontaci qualcosa di te, del tuo background, dei tuoi studi.

Sono nato a New York, ho fatto il liceo lì, sono andato all’Università del Michigan e poi mi sono trasferito a Los Angeles per scrivere per la TV e per l’industria cinematografica. Quel percorso per me è stato più facile che per altri perché mio padre, Michael Chapman, era un cineasta, e anche piuttosto famoso. Attraverso di lui incontrai una quantità di persone nell’ambiente, e quei contatti mi procurarono il mio primo agente, che è cruciale nell’industria cinematografica americana. Dopo di che, dovetti cavarmela da solo. Ho cominciato come staff writer per gli studi della Disney Animation, e poi passai a scrivere per loro Pocahontas. Ho lavorato come sceneggiatore cinematografico per alcuni anni, facendo soprattutto revisioni di sceneggiature altrui, prima di passare alla televisione. Al momento, negli USA, la TV è un gran posto per gli scrittori perché viene prodotta una gran quantità di ottimi show, e ci sono tantissimi canali che li trasmettono. Recentissimamente sono stato autore e produttore esecutivo per una mini-serie della ABC intitolata The Assets; uno spy-show su CIA e KGB negli anni ’80.

Da sceneggiatore a romanziere. The Ascendant è il tuo romanzo di esordio. Un thriller politico-finanziario sulla scia di maestri come Robert Ludlum e Tom Clancy. La terza guerra mondiale combattuta tra la Cina e gli Stati Uniti con armi non convenzionali. Non eserciti, armi e soldati, ma una guerra combattuta in Borsa, tramite internet, tra disinformazione e guerrilla psicologica. E questa la guerra del futuro?

Beh, non sono un esperto di guerra, ma ho certamente fatto un sacco di ricerca per il libro, e la gente con cui ho parlato riteneva che sì, una combinazione di guerra cibernetica, guerra economica e guerra informatica sia il futuro dei campi di battaglia. Si potrebbe anche arrivare a sostenere che questo sia lo stato attuale della guerra. Una guerra cibernetica si sta certamente aprendo fra USA e Cina, e la guerra di disinformazione fra Russia e Occidente sul destino dell’Ucraina è in pieno svolgimento. C’è anche una guerra psicologica e di guerriglia fra Israele e Hamas. Perciò immagino che quando si tratta di guerra, il futuro sia adesso. E tra l’altro, il Pentagono si sta già organizzando per combattere le prossime guerre su Internet, e stanno spendendo molti miliardi di dollari per prepararsi per una simile eventualità.

Protagonista un eroe atipico, un trader di Borsa. Uno che vede schemi e correlazioni nei dati apparentemente caotici che riceve nel suo terminale. Un ragazzo di ventisei anni, che ha una sua opinione sui militari e sui governativi. In un primo tempo proprio non esattamente un mostro di simpatia. Come è nato questo personaggio?

Mi piacciono i romanzoni thriller alla maniera di Tom Clancy e Robert Ludlum, ma volevo aggiornare l’eroe del thriller. Non volevo un eroe capace di ucciderti con un colpo di karate o una pistola, ma piuttosto qualcuno capace di fare a pezzi il nemico spingendo un bottone, ingannandolo con la propria intelligenza. Io sono ossessionato da tutto ciò che ha a che fare con l’economia e la finanza, e sono anche un fanatico della tecnologia, quindi la parte coi computer è stata facile. Non sono un mago dei numeri – e mi piace considerarmi un tipo più simpatico del mio protagonista – ma non sono sempre a mio agio con le cose che fa il mio governo, perciò volevo inserire anche quello nel mio personaggio. Ciò che intendevo scrivere era un thriller moderno e sovversivo, con un anti-eroe complicato e vagamente oscuro.

Il suo rapporto con Alexis Truffant non è una classica love story. Lei è una militare, imbevuta di ideali patriottici, e di senso dell’onore. In un certo senso usa a e strumentalizza Garrett, ma fino a che punto? Quando lo porta al cimitero militare di Washington, lo fa in un’ottica si manipolazione psicologica? La loro storia, l’attrazione che provano reciprocamente è sincera, reale?

Beh, quello è il mistero della storia d’amore, e sarà un mistero che continuerà col procedere delle prossime storie. È amore o è manipolazione? Mi piace un bel doppio gioco in una storia d’amore, come nelle vecchie storie di Sam Spade. Una femme fatale è sempre un ottimo personaggio. Inoltre, volevo davvero scrivere un thriller che avesse un sacco di personaggi femminili forti. Mi annoiano le storie che non hanno altro che eroi “machi” e fanciulle in pericolo. Dove sta scritto che anche le donne non possono dare calci in culo?

Tutta inizia quando Garrett scopre una svendita sottocosto di moltissimi T-Bond sul mercato americano. Una manovra finanziaria che potrebbe mettere in ginocchio l’economia americana e il dollaro. Poi una speculazione immobiliare, il crack di Google, un virus che paralizza il sistema elettrico di una centrale nucleare. Insomma tutta una serie di mosse tese a provocare gli Stati Uniti e a spingerli a dichiarare guerra alla Cina. Ma c’è Garrett Reilly pronto a combatterli con la stessa moneta. Realtà e finzione si sovrappongono. Pensi che la crisi finanziaria iniziata nel 2007 con la crisi dei subprime rientri in un’ottica del genere?

La finanza moderna è così complicata e il metodo che le banche e i governi hanno per far soldi sono così opachi, che io credo sia molto difficile districare ciò che è veramente accaduto in un qualsiasi momento della grande crisi finanziaria del 2007/2008. Ma questo è anche ciò che lo rende tanto affascinante e drammatico. Io credo che l’Armageddon finanziario sia una possibilità reale, e credo che permetta la costruzione di una narrativa di forte presa, perciò immagino che sì, finzione e realtà si sovrappongano. Credo che la base di qualunque buon thriller sia che qualunque cosa accada nel libro debba poter accadere anche nel mondo reale. Se il pubblico non crede che possa capitare, non ne sarà catturato.

Non tutti gli americani sono eroi, i due agenti della Sicurezza Interna, per esempio, sono dei veri e propri bastardi, arrivano a usare la tortura per ottenere ciò che vogliono. Perché questa scelta, perché non tutto è bianco o nero, ma esistono varie sfumature di grigio?

Io non credo ai cattivi. Credo che chiunque, qualunque cosa faccia, razionalizzi le proprie decisioni, e finisca per dirsi che sta facendo ciò che sta facendo per delle buone ragioni. Talvolta è per fare soldi, o conquistare la ragazza, talvolta è per proteggere la nazione. Mi piacciono i libri – e i film – nei quali i cattivi hanno delle motivazioni comprensibili per ciò che fanno, non solo “voglio dominare il mondo!”. Il mondo moderno è complicato, e il mio paese – gli USA – è coinvolto sia in attività moralmente rette che in attività moralmente discutibili, come capita a tutte le nazioni. Amo le aree grigie fra il bianco e il nero, e le scelte difficili che le persone devono fare per garantire la sicurezza propria e della propria nazione. La geopolitica è una faccenda complicata e feroce.

La Cina è sicuramente una potenza in ascesa, economicamente proiettata nel futuro, politicamente ancora ancorata a strutture burocratiche obsolete che favoriscono corruzione e malgoverno. Per te, personalmente, c’è un futuro democratico che attende questo paese? E’ realmente possibile un movimento di protesta interno che sfoci in una vera e propria nuova Rivoluzione?

Quella è la parte della mia storia che è stata maggiormente criticata. Tuttavia, avendo vissuto in Cina, dopo essermi guardato attorno e aver parlato con le persone, penso che verrà assolutamente il momento in cui i poveri e/o la classe media in Cina si solleveranno contro i loro leader del Partito. La sollevazione può essere violenta, può essere pacifica, non lo so. Ma sì, succederà, e prima di quanto la gente pensi. Comunque, la sollevazione può anche semplicemente esprimersi con masse di cittadini cinesi che votando mandano a casa i propri leader. La democrazia non è dietro l’angolo in Cina, ma sta arrivando. Prima o poi arriverà. Contateci.

A un certo punto ci troviamo davanti a un personaggio misterioso, Hans Metternich. E’ una spia? Un agente di qualche governo europeo? Che puoi dirci di questo personaggio?

Adoro un buon uomo del mistero, e per noi americani è sempre un uomo con quel leggero accento europeo che risveglia il nostro interesse. Non dirò troppo su di lui, perché compare anche nel secondo volume, ma basti sapere che è sempre disponibile per dare una mano – a chiunque paghi di più.

Quale è la tua scena preferita in The Ascendant?

La mia scena preferita è all’inizio del libro, quando Garrett incontra Alexis per la prima volta in un bar di lower Manhattan, e poiché sta facendo attenzione, e poiché è bravo a rilevare gli schemi, si rende conto che lei lo sta spiando. La scena prende due interi capitoli, ma è assolutamente la mia preferita. Entrambi i personaggi principali vengono messi a nudo in quella scena: tutte le loro aspirazioni, paure, ossessioni.

Ti sei ispirato a fatti reali? Quanto la cronaca geo-politica ti ha influenzato nella stesura di questo romanzo e nella sua continuazione?

Non ho usato alcun evento reale, ma ho certamente usato delle complicazioni degli eventi reali. I black-out e i cyber-attacchi e i crash istantanei a Wall Street sono tutti accaduti di recente, ed io ho usato delle estrapolazioni di quegli eventi per dare mordente al dramma. Quanto alla geopolitica – sì, studio costantemente il mondo, sempre alla ricerca di buoni sfondi per le mie storie, ed ho assolutamente usato la tensione fra USA e Cina come carburante per il romanzo.

Da laureata in Scienze Politiche il testo Della guerra di Carl von Clausewitz è un testo fondamentale, come hai pensato di utilizzarlo per decriptare un messaggio via mail?

Amo il trattato Sulla Guerra di Clausewitz, e mi piace la storia della sua vita. Lo trovo affascinante. È stato uno dei primi teorici della guerra nell’Occidente moderno, e la teoria della guerra sottende una certa parte della trama del mio libro, perciò fare riferimento alla sua opera pareva una associazione naturale. I nuovi meccanismi della guerra ed i vecchi meccanismi della guerra si scontrano costantemente, come accade in The Ascendant, e allora perché non mettere anche il vecchio maestro – Clausewitz – nel romanzo?

Stai lavorando alla continuazione di The Ascendant. Cosa ci puoi dire di questo nuovo romanzo?

Sì, sto lavorando sul secondo volume, e dovrebbe uscire – negli Stati Uniti – nell’inverno del 2015. La geopolitica sarà leggermente diversa – Russia anziché Cina – ma ci saranno tutti i personaggi principali: Garrett Reilly, Alexis Truffant, e la squadra Ascendant. Ancora una volta entrerà in gioco la guerra cibernetica, ma questa volta l’obiettivo è più finanziario, e tutto il mondo è fuori per dare la caccia a Garrett Reilly.

Quali scrittori ti hanno influenzato? Pensi con il tuo romanzo di aver iniziato un nuovo genere di thriller?

Non so se il mio romanzo sia l’inizio di un sotto-genere. Dovrei essere davvero fortunato per avviare qualcosa di davvero nuovo nel mondo delle lettere – a me piace semplicemente scrivere storie d’avventura eccitanti e intelligenti. Quanto agli autori che mi hanno influenzato, attraversano davvero tutto lo spettro. Credo per Ascendant di aver guardato indietro al machismo americano dei grandi a partire da Hemingway e Jack London. Ma per ciò che riguarda il thriller, il mio preferito è probabilmente John LeCarre. Se riuscissi a scrivere bene anche solo la metà di quanto bene scrive Le Carré, mi considererei un uomo felice. È un vero maestro.

Sei uno sceneggiatore, che differenze hai trovato tra lo scrivere una sceneggiatura e un romanzo? Quale forma di scrittura amai di più?

Mi piacciono entrambe. La sceneggiatura è una forma artistica più collaborativa: lavori con produttori, dirigenti degli Studios, scrittori a contratto, attori, registi. È divertente, e non ci si sente mai soli. Ma al contempo, il lavoro non è mai completamente tuo, e soltanto tuo. Scrivere un libro è un lavoro solitario, ma hai la soddisfazione di scrivere qualunque cosa tu desideri. Credo, alla fine, che scrivere romanzi sia più divertente, e più soddisfacente. Io spero solo di poter continuare a farlo per gli anni a venire.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Purtroppo no, non ci sono piani immediati per un book tour in Italia. Tuttavia sono stato in Italia l’estate scorsa per vedere dei miei amici al nord e voglio semplicemente dire – per la cronaca – che adoro il vostro paese, e adoro gli italiani. Ci sono stato un certo numero di volte, ed è un paese davvero speciale. L’Italia è il paese dei miei sogni. Quando sarò vecchio e decrepito, voglio un appartamentino a Roma dove io possa fare un giro fino all’angolo e comprarmi una bottiglia di birra e del formaggio, e poi guardare la gente che passa sotto al mio balcone. Saluterò i turisti con la mano e coccolerò i gatti randagi e mi farò delle lunghe sieste nel caldo estivo. Questa è la mia idea di Paradiso.

Grazie Drew, come ultima domanda vorrei chiederti come sta andando in America il tuo romanzo e quanto prevedi che uscirà il prossimo?

Il libro sta andando bene, meglio in ebook che come hardcover. Il paperback uscirà a ottobre di quest’anno. Il secondo volume verrà pubblicato negli USA nei primi mesi del 2015, ma non so quando verrà tradotto in italiano. Presto, spero.
Grazie per avermi rivolto delle domande così interessanti, e spero di avere presto l’opportunità di venire in Italia per fare un book tour!

:: Traduzione a cura di Davide Mana

:: Un’ intervista con Roberta Gallego

29 luglio 2014

Gallego_Doppia ombra2Ciao Roberta, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni. E’ nata a Treviso, classe 1968, di professione magistrato. Ci parli di sé, punti di forza e di debolezza.

Proprio l’altro giorno una persona mi ha detto che sono una donna forte che sa di essere fragile.

Ha esordito l’ anno scorso con Quota 33, da magistrato a scrittrice. Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Leggo molto da sempre, provengo da una famiglia che ha sempre considerato i libri come nutrimento quotidiano, della mente e dell’anima. Ho sempre traslocato di casa in casa scegliendo le abitazioni anche per il numero di muri in grado di fare da appoggio alle mie librerie. La scrittura arriva in seconda  battuta, con la presunzione dei vent’anni.

Quest’anno ha pubblicato Doppia ombra, secondo episodio della serie, un affresco corale di una immaginaria procura italiana. Tanti casi intorno al caso principale, l’uccisione di un farmacista nella sua villa. Per creare la trama si è ispirata a casi reali che ha incontrato nella sua carriera di magistrato o anche solo che hai visto in tv o letto sui giornali, o sono solo frutto della sua fantasia? Cosa c’è di vero, a parte l’iter procedurale di un’indagine?  

Tutto è realistico, tutto è verosimile, nulla è realmente accaduto. Certamente l’esperienza professionale e l’arricchimento culturale contribuiscono a solleticare la fantasia.

A seguire le indagini il sostituto procuratore Alvise Guarnieri. Come è nato questo personaggio?

Alvise Guarnieri è una scommessa, perché è la rappresentazione di un personaggio senza velleità di protagonismo istrionico. Si muove in sordina, trasporta il lettore con il suo sguardo attento e riflessivo da un soggetto ad un altro, da una situazione ad un’altra, senza imporsi o prevaricare. Offre la storia, non se stesso. Low profile.

La cronaca nera dal dopo guerra in poi ha attirato in modo esponenziale l’interesse dell’opinione pubblica. Oggi esistono programmi tv,  addirittura riviste, documentari, sui casi di cronaca più eclatanti. Penso all’omicidio di Meredith Kercher o Yara Gambirasio. Non trova che c’è un aspetto quasi ossessivo, se non morboso, che forse parte dagli stessi organi di informazione, con un gran proliferare di esperti, a volte improvvisati, che disquisiscono di DNA, prove, perizie, controperizie. Da magistrato come se lo spiega?

Trovo che la cronaca nera non sia di per sé morbosa, può essere confezionata con cattivo gusto o con superficiale imprecisione, ma risponde sempre a quello che interessa alla gente. Il circo paragiudiziario che agita certe trasmissioni televisive propone un prodotto commerciale che vende, a prescindere da valutazioni morali o etiche. I mass media hanno abdicato da tempo ad obiettivi educativi dell’utente, quindi nell’ottica capovolta dovrà essere l’utente ad educare il mezzo televisivo o giornalistico, rifiutando l’offerta quando è gratuitamente volgare, inutilmente pruriginosa, colpevolmente insensibile e oscena.

Cosa pensa della pena di morte? In Italia non è in vigore, ma in molti paesi è prassi comune anche se controversa. Il carcere ostativo per crimini prevalentemente di mafia e terrorismo, il nostro equivalente della pena di morte, pensa sia invece una pena capace di rieducare o per lo meno di dissuadere dal compiere atti criminosi?

Gli studi criminali preventivi condotti negli Stati Uniti hanno dimostrato che la pena di morte non ha effetto deterrente per la commissione dei reati per i quali è stata mantenuta. La sanzione penale è dissuasiva nella misura in cui è efficace e proporzionatamente afflittiva, senza sconti. E’ riabilitativa nella misura in cui è associata a programmi di rieducazione alla socialità.

Il sovraffollamento delle carceri è un punto assai doloroso che sembra senza soluzione. Non pensa che per certi crimini come quelli finanziari, o per lo meno in cui i colpevoli non sono un pericolo per la collettività, gli arresti domiciliari potrebbero essere una buona alternativa?

Lo sono già, e non solo per i reati finanziari.

Nei suoi romanzi c’è un sottotesto educativo, o sono opere puramente di intrattenimento?

Nessun sottotesto educativo, solo un fondale etico da condividere con chi si riconosce in certi valori.

Quali sono i suoi autori preferiti, che libri legge nel suo tempo libero?

Leggo molti romanzi, non necessariamente gialli. Invecchiando, ho cominciato anche a rileggere. Non ho un riferimento unico, sono molto affezionata agli autori della formazione giovanile: Kundera, Roth, Grass,  Marquez, Tolstoj, Pennac, ma anche Starnone, De Luca, Quino.

Quando uscirà il prossimo episodio della serie? Può anticiparci di cosa parlerà?

Il prossimo romanzo della serie La Procura Imperfetta s’intitola Il Sonno della Cicala e sarà ambientato fra i vigneti del Barolo. Può la cicala dissipare la propria “estate” e permettersi la sfrontatezza di riposare innocentemente dopo, senza sensi di colpa?

Attualmente sta scrivendo?

Certo, sempre.

L’intervista è terminata nel salutarla m i permetta un’ultima domanda. Ci può parlare dei suoi progetti per il futuro?

I progetti che elaboro di continuo riguardano prevalentemente… viaggi! Viaggerei molto più di adesso, se me lo potessi permettere. L’aeroporto è l’habitat ideale del mio buon umore, il non luogo fra una destinazione e un’altra.