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:: Un’intervista con Paolo Cortesi, autore de Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries a cura di Giulietta Iannone

7 luglio 2014

cortesi_250X_Benvenuto, Paolo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Raccontaci qualcosa di te, parlaci dei tuoi studi, del tuo background, del tuo esordio come scrittore.

– Liceo classico, laurea in filosofia, alcuni anni come insegnante: tutto molto normale. Nelle mie note biografiche non posso scrivere nulla di intrigante, come quelli che dopo aver fatto tutt’altro (cercatori di diamanti, cantanti, calciatori, fachiri, eremiti, pittori ecc. ecc.) regalano al mondo i loro capolavori letterari. Resto ammirato da chi può scrivere “vive tra New York e Londra” (e mi chiedo: ma questo vive in mezzo all’Oceano?). La sola cosa un po’ fuori dal consueto che posso dire è che ho scritto il mio primo “romanzo” (!?) a otto anni. Lo feci leggere al mio maestro. Me lo restituì corretto, tutto coperto di segni rossi: ci restai di pietra.
Il primo romanzo (questo vero, senza virgolette) è stato “Il fuoco, la carne”, Premio Todaro Faranda 2003. Poi è arrivato “Il patto” (Nexus), e poi ancora “La velocità dei corpi” (Piemme).
Ho pubblicato molti saggi di storia. La mia biografia “Cagliostro” (Newton Compton) ha vinto il Premio Castiglioncello nel 2005.
Per i pochi benemeriti che volessero sapere qualcosa di me e dei miei libri, non mi resta che segnalare il mio sito http://www.paolo-cortesi.com

E’ appena uscito per Piemme, in una collana esclusivamente di ebook chiamata Originals, il romanzo breve Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries. Un giallo storico ambientato nella Parigi del 1912, con protagonista l’autore della Recherche improvvisatosi detective, più che altro per necessità. Come è nata l’idea di scrivere questo racconto? Quale è stato il punto di partenza nel processo narrativo?

– Era una domenica pomeriggio di molti mesi fa. Ero in auto con Michela, la mia compagna, e stavo pensando con lei, ad alta voce, su quale poteva essere la trama di un giallo originale. Pensai che l’ingrediente più indispensabile per un giallo davvero insolito doveva essere il protagonista, del tutto imprevedibile. Volevo scrivere un giallo in cui realtà e fantasia fossero strettamente mescolati. Volevo un personaggio storico, reale, al centro della vicenda. Chi poteva essere l’antidetective per eccellenza? Insomma: quale figura era la meno probabile, e dunque la più suggestiva, come investigatore? Marcel Proust mi balzò in mente come se mi fosse stato suggerito da qualcuno. L’idea del romanzo mi venne in mente proprio mentre ci trovavamo davanti al cimitero di Cesenatico, dove riposano Marino Moretti, uno dei più grandi poeti del Novecento, e Dante Arfelli, uno dei più grandi romanzieri italiani del secondo dopoguerra: per scherzo, ed anche per civetteria, dico che la trama me l’hanno trasmessa loro telepaticamente…

Come ti sei documentato per ricostruire la Parigi del 1912, quali libri hai letto, quali film, fotografie, documentari hai visionato?

– Conosco veramente bene Parigi, è la città che conosco meglio dopo quella in cui vivo. Ho letto molti libri sulla storia di quella straordinaria città, ed in particolare sono state utilissime le guide turistiche dell’epoca. Le fotografie di inizio secolo (il secolo scorso) di Atget sono state fondamentali per poter possedere l’atmosfera, il sapore di Parigi nel 1912.
E davvero utili sono stati i film muti girati da Louis Feuillade fra il 1913 ed il 1914, che hanno per protagonista Fantomas.
Sono stato quanto più fedele possibile alla realtà storica. Un esempio: in un punto del romanzo, si parla di una ditta di taxi e noleggio auto, la Comoy et Perrin: bene, quella ditta esisteva davvero: ne ho ricavato il nome dal Baedeker di Parigi del 1911.

Perché tra tutti i personaggi storici hai scelto proprio Proust? Che legame ti unisce a questo scrittore?

– Proust lo si ama o lo si subisce: in ogni modo, non può lasciare indifferente uno scrittore. Non è il mio autore preferito (leggendo la tua recensione ho capito che te ne sei accorta), ma è sicuramente una presenza letteraria con cui si devono fare i conti. Certe sue pagine miracolosamente raffinate, istoriate, vertiginosamente impeccabili, fitte di intarsi e di volute come vetrate di chiese gotiche fanno dimenticare pesantezze e puntigli in cui l’uomo zittisce l’artista.
Mi piaceva avere Proust nel mio romanzo e farlo muovere come credevo che fosse nella vita: generosissimo e sospettoso, mite e inflessibile, acuto e smarrito, fragile e tenace: insomma, uno scrigno di contraddizioni ma con una luce interiore, con un dono meraviglioso che si può chiamare solo Arte (e nota che la A maiuscola qui non è senza significato).

La storia inizia con un invito che riceve Proust da parte di un gruppo di amici altolocati, nobili, militari d’alto grado, borghesi facoltosi, attribuitosi il titolo goliardico di gaudenti – che hanno organizzato, tutto nella massima segretezza, un festino particolare, eccentrico direbbe uno dei personaggi. Proust arriva tardi all’appuntamento e il giorno dopo scopre…

-Scopre che i suoi quattro amici gaudenti sono stati trovati cadaveri all’alba, da un netturbino; ciascuno con la gola tagliata da orecchio a orecchio, i polsi legati, allineati su un prato del giardino delle Tuileries. E Proust comprende, presto, che la quinta vittima sarebbe dovuta essere lui.

Per sottolineare il clima omofobo che vige anche dell’alta società della Belle Époque, utilizzi termini dispregiativi come “invertiti” e “pederasti”. Come ti sei documentato per ricostruire la situazione degli omosessuali in questo periodo?

-Esiste un bel saggio che si intitola “Proust in love” di William Carter (edito da Castelvecchi); lì ci sono molte notizie sul mondo omosessuale in cui viveva e si muoveva Proust.
Tengo a precisare che io descrivo una situazione sociale, non la giudico. E se comunque dovessi farlo, darei tutto il mio sostegno a persone che furono perseguitate per i deliri moralistici di una società classista che ammetteva ogni “perversione” nei ricchi e puniva nei poveri, come colpa atroce, le stesse scelte sessuali.

Hai scelto di cambiare i nomi dei domestici di Proust, che nella tua storia si chiamano Octave e Jeanne. Octave è un anarchico, un difensore della lotta proletaria. Ti sei ispirato al vero servitore di Proust o è una tua invenzione?

– I veri domestici di Proust, cioè quelli più lungamente al suo servizio, erano Celeste e Odilon. Celeste scrisse, o meglio dettò, un libro di memorie, o meglio di venerazione della memoria del suo amatissimo Monsieur Proust. La mia Jeanne si ispira a lei: votata a Marcel che considera un eterno malato bisognoso di cure amorevoli. Octave, invece, l’ho immaginato anarchico, esasperato dalle ingiustizie sociali, in contrasto con la moglie. In effetti, nella Parigi dei primi del Novecento, gli anarchici non erano pochi, nonostante la repressione capillare e durissima (proprio nel 1912 verrà ucciso dalla polizia Jules Bonnot, il capo della banda di rapinatori anarchici; ma loro si definivano “recuperatori”). Octave, arrabbiato e deluso, è un personaggio che -a mio parere- movimenta la storia e che dà alla ricostruzione un dettaglio veritiero in più.

Non anticipo certo il colpo di scena finale, ma rassicuro i lettori che sebbene per buona parte del racconto non si sa bene dove si andrà a parare, poi tutto torna e tutto si spiega. E’ davvero un intrigo che metterà a dura prova i lettori che di solito scoprono sempre chi è l’assassino. Come hai avuto l’ispirazione per questo finale?

-Come ti dicevo prima, la trama si è sviluppata anello dopo anello, a partire dall’idea di base: Proust coinvolto in una storiaccia di morti ammazzati amici suoi che, come lui, si concedevano -con mille precauzioni perché personaggi di spicco- si concedevano piaceri “proibiti”.
Direi quindi che la trama, nel suo intreccio, ha seguito il corso verosimile degli eventi a partire da un episodio tragico e misterioso. Volevo che il lettore non avesse alcuna idea delle vere cause di ciò che accadeva; volevo che il lettore si sentisse come colui che entra in un cinema a film iniziato: vede immagini, ascolta dialoghi ma tutto pare non avere collegamento con il resto. Il coup de theatre finale è quello che più mi ha divertito: l’apparizione in scena di un personaggio storico famosissimo (scommetto che non ci sarà un solo lettore che non ne abbia sentito il nome almeno una volta) che risolve l’intrico, ma non da osservatore esterno, bensì da protagonista, certo in un ruolo che nessuno sospetterebbe. E che ovviamente non svelerò neppure sotto tortura.

Grazie Paolo della disponibilità nel salutarti mi piacerebbe sapere se sono previste altre avventure del tuo Marcel Proust detective?

-Sai che pensavo proprio ad un thriller in cui tornano Marcel, Octave, Jeanne, Reynaldo? I presupposti per continuare ci sono tutti. E se il pubblico mi dà fiducia, sarei felicissimo di raccontare ancora una avventura gialla di Proust…

Gentili lettori, l’autore si presta a rispondere ai vostri commenti o alle vostre eventuali domande. Se avete delle curiosità potete scriverle nei commenti a questo post.

:: Un’intervista con Blake Crouch a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2014

I-misteri-di-Wayward-PinesBenvenuto Blake e grazie di aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Prima di iniziare a parlare del tuo libro, raccontami qualcosa di te. Chi è Blake Crouch? Punti di forza e di debolezza.

Sono, naturalmente, uno scrittore. Punti di forza: la suspense, i personaggi, la creazione di atmosfera, le grandi idee. Ma la mia forza nel pensare grandi idee può anche essere la mia debolezza. Per iniziare un nuovo progetto ho sempre bisogno di una grande idea, e come sai le grandi idee non vengono tutti i giorni, per cui ritardo spesso di iniziare i miei libri.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nel Sud degli Stati Uniti, ho studiato letteratura e scrittura creativa all’università e mi sono trasferito a Ovest dopo la laurea.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Scrivo da sempre, da quanto posso ricordare. Credo che tutto sia iniziato quando ero bambino, e inventavo per i miei fratelli minori (spaventose) favole prima di dormire. Al liceo ho scritto un sacco di poesia di pessima qualità, alcuni brevi racconti, e una volta all’università ho iniziato a perseguire attivamente il mio sogno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Pines è il mio primo romanzo a essere tradotto in italiano, ma non è il mio primo romanzo in assoluto. In realtà è il mio 10° libro. Gli altri sono stati pubblicati in America dal 2004, anno in cui è uscito il mio primo romanzo, Desert Places. Sì, la mia strada verso la pubblicazione è stata costellata di rifiuti, un sacco di crepacuore, ma poi ho finalmente avuto la fortuna di attirare l’attenzione di qualcuno.

Pines è stato appena pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer con il titolo I misteri di Wayward Pines e tradotto da Stefano Di Marino. Ho avuto la fortuna di recensirlo e mi è davvero piaciuto.  Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Sono stato ispirato da un piccolo paese di montagna in Colorado chiamato Ouray, dove la mia famiglia ed io spesso trascorriamo le vacanze. Mentre stavo camminando per le tranquille strade di Ouray una notte ho sentito uno squillo del telefono e allora ho pensato: Che cosa succederebbe se un uomo solo possedesse l’intera città? Che cosa succederebbe se, per quanto mi sforzassi, non riuscissi a lasciarla? Che cosa succederebbe se l’intera città cercasse di uccidermi, o di farmi impazzire?

Il capitolo di apertura presenta il protagonista. Potresti dire ai lettori cosa succede?

Ethan Burke si sveglia nella strana città di Wayward Pines, Idaho, e in un primo momento non riesce a ricordare dove si trova, perché è lì, o chi sia. Vaga in giro per la città, cercando di mettere insieme i suoi ricordi, e alla fine del primo capitolo si rende conto che è stato coinvolto in un brutto incidente stradale. Si ricorda che è un agente dei servizi segreti, e che è a Wayward Pines in missione per trovare la sua ex-partner.

Parlaci dei personaggi principali del libro.

Il protagonista/eroe è Ethan Burke, un agente dei servizi segreti che viene inviato a Wayward Pines in cerca della sua collega scomparsa (con la quale ha avuto una recente relazione). Questa partner scomparsa è Kate Hewson, e lei è bella, intelligente, e sta cercando accettare la realtà, che lei è stata intrappolata in questa città per 12 anni. Naturalmente, c’è l’ infermiera Pam, uno dei miei personaggi preferiti. Ci appare subito come una psicopatica nelle prime pagine di Pines, ma andando avanti ci rendiamo conto che è molto di più di una semplice infermiera. Infine, c’è David Pilcher, il grande uomo dietro Wayward Pines. Ha visto quello che stava arrivando, ha costruita la città, e l’ha popolata con i residenti. Egli è il “Dio” di Wayward Pines.

Non vorrei entrare troppo nella trama, o spoilerare il finale. Eppure, mi piacerebbe sapere come hai costruito la trama.

Sapevo di voler scrivere la storia di un uomo intrappolato in una città che non poteva lasciare. Avevo in mente gran parte della storia, ogni cosa sulle esperienze di Ethan a Wayward Pines, ma non sapevo dove tutto ciò avrebbe portato. Allora ho fatto un patto con me stesso che non avrei iniziato il libro fino a quando non avessi saputo quale sarebbe stato il finale, la grande rivelazione. Ho pensato che il pubblico meritasse una storia che contenesse una grande rivelazione. Non mi ricordo il momento esatto in cui ho capito che cosa Wayward Pines era in realtà, ma mi ricordo la sensazione che provai e fu qualcosa di molto speciale.

C’è una tua scena preferita in Pines?

Senza dubbio, la scena in cui Ethan è inseguito da tutta la città. Questa è stata la prima scena che ho avuto in mente quando ho avuto l’idea per il libro ed è stato il motivo per cui ho deciso di scriverlo.

Pines è un thriller, con un pizzico di fantascienza e di horror. E’ anche una parabola ecologista? Un memento per una società che viaggia verso la distruzione?

Mi piace la tua frase “parabola ecologista.” E’ certamente anche questo. Volevo che il libro portasse un messaggio circa l’atteggiamento sconsiderato dell’ umanità verso la terra, che è la sua casa, ma senza sembrare troppo predicatorio.

Wayward Pines è un’ imminente serie televisiva americana, basata sul tuo romanzo Pines e diretta da M. Night Shyamalan. Hai già visto l’episodio pilota? Puoi parlarci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?

Sì, l’ho visto! Ed è davvero incredibile. Non vedo l’ora che anche il pubblico possa vederlo. Per il resto è un tale rompicapo. Io credo che il mio stile sia cinematografico, sì. E probabilmente è dovuto al fatto che quando sto scrivendo un romanzo vedo sempre le scene e i personaggi piuttosto vividamente, come in un film o in uno show televisivo che sta scorrendo nella mia testa. E cerco solo di trasportare questa visione dalla mia testa nella pagina.

Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?

No, attualmente non c’è nessun progetto, ma mi piacerebbe visitare l’Italia. Non sono mai stato nel vostro bel paese.

Grazie per la tua disponibilità. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti notizie su Wayward, il secondo episodio e The Last Town, la terza e ultima parte.

Wayward continua la storia iniziata in Pines. E ‘stato pubblicato lo scorso autunno negli Stati Uniti e sarà presto disponibile in Italia. The Last Town, è l’ultimo libro della Wayward Pines Trilogy uscirà negli Stati Uniti, tra tre settimane, e speriamo esca in Italia il prossimo anno. Tutti e tre i libri avranno spazio nello show in tv.

:: Un’ intervista con Sacha Naspini

3 giugno 2014

il-gran-diavoloBenvenuto Sacha, e grazie per aver accettato questa mia intervista in occasione dell’uscita del tuo nuovo romanzo, Il Gran Diavolo, un romanzo storico questa volta, edito da Rizzoli. Innanzitutto perché non un thriller storico? Sembra sia un genere molto richiesto dagli editori.

Ciao! L’idea (come avremo modo di vedere più avanti) era quella di tratteggiare i contorni di un personaggio particolare. Ma niente di didascalico: cercavo il romanzo, appunto. Con Giovanni de’ Medici ho trovato anche di più. Un’occasione. Per dare un nuovo senso al mio lavoro, soprattutto in termini di sperimentazione.

Come sei giunto all’idea di lasciare momentaneamente il noir, e dedicarti al romanzo storico?

La passione per la storia c’è da sempre, e permea, qua e là, quasi tutta la mia produzione (ne L’ingrato si tocca la Parigi della Belle Époque, per esempio, ne I sassi c’è la Primavera di Praga; poi penso a I Cariolanti, a Le nostre assenze, dove si trovano incursioni nella prima e seconda guerra mondiale. E così via). Ma un romanzo di vera ambientazione storica, non lo avevo mai affrontato. Mi attirava tantissimo l’idea.

Parlaci del tuo arrivo in casa Rizzoli. Come sono andate le cose?

La faccio breve. È la fine del 2012 o giù di lì. Un giorno ricevo una chiamata da Michele Rossi. Dice di aver letto le mie ultime cose, e mi propone un contratto al buio (con tutti i crismi del caso). Io accetto. La cosa stupenda è che entrambi non abbiamo assolutamente idea del libro che uscirà. Entra in campo Stefano Izzo, e ci mettiamo a guardare le bozze che ho in cantiere…

Come è nato il soggetto? Cosa ti ha attratto maggiormente di Giovanni de’ Medici, un ragazzaccio, sulle prime, sempre in mezzo ai guai, tra risse e donne. Bandito più volte.

Stefano, un giorno, mi parla di questo nuovo progetto Rizzoli: la collana de I signori della guerra. E finisce lì. Io sono in giro, per la promozione de Le nostre assenze. Dopo un incontro alla Feltrinelli di Firenze, mi ritrovo in fondo alla galleria degli Uffizi, dove c’è la nicchia di Giovanni delle Bande Nere. E ho una specie di lampo. Nella testa vedo il film di Olmi (che tratta i suoi ultimi giorni), i capitoli di qualche saggio… Ma di romanzi, pensando a lui, non ne ricordo. Tornato a casa, faccio un po’ di ricerche, e mi accorgo di avere ragione: biografie storiche, saggi veloci… Alzo il telefono e chiamo Stefano. Gli dico: «Senti, ricordi quella nuova collana di cui mi hai parlato? Forse ho trovato un personaggio che mi piacerebbe raccontare». Buttai giù un soggetto grezzissimo, e glielo mandai. Due pagine in croce. Stefano mi rispose poco dopo: “Hai carta bianca”.

Non una biografia romanzata, ma proprio un vero romanzo, con una sua atmosfera, un suo filo conduttore. Quali pensi siano le insidie che nasconde questo genere letterario? Gli aspetti più complessi, se non proprio ostici, che hai incontrato e forse non ti aspettavi.

Esatto: un romanzo. Io cercavo quello, ed ero convinto di averlo trovato. Scartabellavo, compravo tomi. Insomma, cercavo di allinearmi con la suggestione che sentivo crescere dentro. Avevo deciso di piazzarmi in terza persona. Volevo un portamento deciso ed evocativo – ma non troppo. E poi i dialoghi, il “taglio” da usare. Non vedevo l’ora di sperimentarlo nella parola in azione. Perché per me erano questi due gli aspetti più insidiosi: l’intenzione del narrato, e la voce dei personaggi. Un equilibrio sottile, che rischiava di rompersi con niente. Naturalmente, il tutto doveva rispettare la mia voce. Okay, era la storia di Giovanni de’ Medici. Ma soprattutto, doveva essere la storia di Giovanni de’ Medici raccontata a modo mio.

Parlaci di lui. È un personaggio sfuggente, e non privo di sfumature controverse. Era un soldato, un leader, capace di farsi amare dai suoi uomini, e spietato in battaglia; i Lanzichenecchi, soldati passati alla storia proprio per la propria ferocia, l’avevano soprannominato il Gran Diavolo. Era un sognatore secondo te, o un uomo concreto, ben integrato nel suo tempo?

Era Medici di nome, ma di sangue faceva Sforza, e di brutto. È una cosa che nel romanzo viene fuori, fin dalle prime pagine. Un figlio di Marte, a tutti gli effetti; e nato esattamente nel contesto storico congeniale alla sua indole. Considerando l’epoca, ha avuto una vita molto “rock”, per così dire (morte prematura compresa). Era un uomo di sangue, ma che seguiva princìpi cavallereschi. In certe occasioni, talmente saldo da sembrare ottuso. Comunque spietato. Il contesto storico lo rendeva feroce, ma lo sforzo era minimo, credo, perché la fibra naturale latrava in quella direzione (se ne ha una prova leggendo i suoi carteggi, per esempio, quelli scritti di suo pugno). E sognava, sì. Pur essendo allineato con la crudeltà del suo tempo, era costantemente spronato da una volontà di affermazione – lo dimostra lo strenuo tentativo di creare un proprio Stato, come la ricerca di un’identità, una conferma. Tutte questioni che ho cercato di toccare nel libro.

Che differenze vedi tra un Cesare Borgia e Giovanni delle Bande Nere?

Sono personaggi profondamente diversi. Se l’uno è un abile calcolatore disposto a ricorrere alle peggiori bassezze pur di raggiungere lo scettro del potere, l’altro si disinteressa totalmente dei giochi di palazzo, e vive all’insegna del furore e del coraggio (cieco, spesso), senza porre le sue amate Bande Nere dietro a niente e nessuno.

Parlaci adesso del tuo co-protagonista Niccolò Durante, il Serparo Marsicano. Si basa su un personaggio storico realmente esistito o è frutto solo della tua fantasia?

Qui c’è il mio romanzo vero. Per molti, è lui il protagonista del libro, ed era proprio questa l’intenzione primordiale: accendere una vista potente su un personaggio di mia invenzione (seppure ispirato da un documento di cui non saprei dire la veridicità). Mi piaceva l’idea di mettere queste due vite a confronto. Il Gran Diavolo si apre con l’infanzia di questi due ragazzi. Estrazioni sociali agli antipodi, e motivazioni diverse per affrontare il mondo. Niccolò Durante (che dopo l’arruolamento nelle Bande diverrà il Serparo Marsicano), oltre a combattere la guerra per la vita, ne vive una più intima, nell’anima. Mi sono divertito tantissimo nel creare questo guerriero negromante, custode di antiche conoscenze. È un personaggio che resta nel cuore dei lettori, e le sue avventure tra le Bande Nere aprono una telecamera sulla vita dei mercenari. La storia segue comunque un solco preciso: le vicende di Giovanni de’ Medici. Chi legge, in un certo qual modo si arruola tra i combattenti di ventura.

Come hai ricostruito i dialoghi tra soldati, da che modello sei partito?

Come dicevo prima, quella è roba mia. Nessun modello, nessuna ispirazione (cosciente). Forse, uno degli obiettivi del romanzo storico è quello di “avvicinare” ai nostri sensi interiori le atmosfere, le suggestioni di epoche ormai andate. Dare voce a quei personaggi è un momento delicatissimo della scrittura: un’intonazione sbagliata, può far cadere il libro di mano. Io avevo la mia idea, in proposito. C’era da riportare la voce di personaggi delle alte sfere del comando (ufficiali, Papi, nobiletti), e quella un po’ “di strada” dei pirati di terra che formavano le Bande. Alla fine, ho solo lasciato che risuonassero sulla pagina per come le sentivo dentro (le avvertivo giuste: né troppo vicine né impaniate in quell’ampollosità arcaica che volevo a tutti i costi evitare). Dovevano essere credibili. Insomma, che rendessero bene “il film”, per capirci.

A proposito di film: davvero nessuna proposta per un adattamento cinematografico?

Questa è una domanda cui non posso rispondere. Per scaramanzia, soprattutto. Quindi, un po’ ho risposto.

Scenario del romanzo, l’Italia rinascimentale di inizio ‘500. Come ti sei documentato? Su che testi, vedendo quali film, documentari?

Prima di tutto, ho recuperato una serie di tomi sul personaggio. Poi ho fatto un tuffo vero e proprio nel 1500, tra saggi e romanzi che spizzicavo qua e là. E i film, certo. Ho già citato Olmi, per esempio. Poi, mi sono imbattuto nel Giovanni dalle Bande Nere di Cesare Marchi (non a caso lo ringrazio, a fine libro). Una biografia storica di cui mi sono innamorato; che ho usato quasi come “guida”.

Il Rinascimento fu un periodo ambiguo, da un lato guerre ferocissime, malattie, tradimenti, congiure; dall’altra l’esplodere dell’arte, della filosofia con al centro l’uomo e le sue sconfinate possibilità. Cosa ti affascina di più di quel periodo?

Be’, un po’ tutto. È un momento storico pieno di contraddizioni, è vero. Ma alla fine, fu un movimento spontaneo. La percezione lucida di un’epoca avviene sempre a posteriori. Quel che puoi tentare di fare con un romanzo, è cercare di accendere certe pulsazioni. Inoltre, c’è da dire che sono toscano, e probabilmente questo fatto ha contribuito. Ho vissuto a Firenze. Voglio dire: se non sei refrattario a certi magnetismi, un po’ ti entra nelle ossa. Intendo quella risonanza, quel fascino. Durante la stesura del romanzo, mi sono trovato spesso a scrivere “con cognizione”. Non solo dal punto di vista delle informazioni.

Il libro è dedicato a Luigi Bernardi. Cosa direbbe del tuo successo se fosse ancora tra noi?

Tocchi un tasto particolare. Da quando Luigi se n’è andato, non ho mai scritto una sola parola su di lui. Sono mesi che mi riprometto di buttare fuori della roba, per provare a dare un nome a tutto questo silenzio che mi ha lasciato addosso. Ancora non ci riesco, ma ci riuscirò. Glielo devo. Me lo devo. Mi piacerebbe non dire di più.

E tra i ringraziamenti figura pure Gordiano Lupi. Lui invece che ne pensa?

È stato il mio primissimo editore, otto anni fa. E a tutt’oggi curo la redazione delle Edizioni Il Foglio (che, come sapete, Gordiano ha fondato e ancora dirige). Ma ormai, è soprattutto un amico. Quando gli dissi che stavo per scrivere un romanzo storico, fece tanto d’occhi. Un po’ perché è un genere che di solito non legge; un po’ perché, pur provandoci, non riusciva a immaginare come io potessi muovermi dal punto di vista narrativo. Per sapere cosa pensa Gordiano Lupi de Il Gran Diavolo, vi rimando al pezzo che ha scritto per Leggere Tutti di questo mese (giugno): http://wp.me/ppUgZ-Aj

L’intervista è finita. Nel ringraziarti ancora della disponibilità, mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere.

Il prossimo romanzo arriva a Natale. Si tratta di Ciò che Dio unisce, lo pubblica Piano B – un editore giovane e con le idee chiare, con cui ho già fatto un racconto lungo (Marito mio, in “Toscani maledetti”, curato da Raoul Bruni). Quindi sarà la volta di una saga per ragazzi, ma è ancora troppo presto per parlarne. Per il momento, mi sto concentrando sul nuovo romanzo. È narrativa pura (con un titolo bellissimo). Inoltre, affianco un regista nella stesura di una serie tv; è un soggetto fotonico, con cui stiamo cominciando a fare sul serio. E c’è un altro storico in vista, di ispirazione gotica… Per il resto, proseguo con il lavoro di redazione. E continuano i laboratori di scrittura. Senza considerare che il tour de Il Gran Diavolo andrà avanti per tutta l’estate. Alcune date: il 5 giugno al Liceo Classico Galilei di Pisa (incontro aperto al pubblico); l’8 giugno c’è la Disfatta di Calcinaia (PI); il 12 giugno al Bahia Mia di Follonica (GR); il 26 giugno alla Notte Bianca di San Gimignano (SI); il 6 luglio a Viterbo, per Caffeina 2014… Tutte le presentazioni saranno comunque riportate di volta in volta qui: www.sachanaspini.eu

:: Un’ intervista con Gaja Cenciarelli traduttrice di La casa della gioia di Edith Wharton (Neri Pozza, 2014)

28 Maggio 2014

la_casa_della_gioia_02_2_Edith Wharton è da me una scrittrice molto amata. Da L’età dell’innocenza a I ragazzi, è stata capace di scrivere libri con al centro straordinari personaggi femminili, specchio di un’ epoca e di una classe sociale precisa certo, l’alta società di fine Ottocento, inizi Novecento, ma capaci di descrivere sentimenti e aspirazioni moderne e senza tempo. Oggi abbiamo il piacere di avere con noi Gaja Cenciarelli, che ha tradotto per Neri Pozza, La casa della gioia, (The House of Mirth, 1905), epopea di Lily Bart, bellissima e sfortunata eroina, nella New York dei primi del Novecento, e avremo l’occasione di conoscere un romanzo così celebre e amato da una prospettiva privilegiata.

Benvenuta Gaja, e grazie di aver accettato questa intervista. Parleremo de La casa della gioia di Edith Wharton e cercheremo di ricostruire il percorso che ti ha portato a tradurre questo libro, bellissimo e nello stesso tempo tragico. Come è andata, come ti hanno proposto di tradurlo?

È stata Monica Pareschi, la curatrice della collana, ad affidarmi la traduzione di questo titolo. Non finirò mai di ringraziarla, sia per l’opportunità che mi ha dato, sia per il certosino lavoro di supervisione della traduzione.

Conoscevi già il romanzo? Avevi avuto modo di leggerlo già negli anni passati?

Ho letto La casa della gioia forse qualche decennio fa. Troppo presto. Quando l’ho tradotto mi sono resa conto della stupefacente attualità di certi temi affrontati dalla Wharton e della sua prosa moderna, sferzante. Un libro che mi ha toccato corde profondissime, un personaggio tra i più luminosi della letteratura.

La scelta del linguaggio è sicuramente stata una parte importante nella traduzione. Come hai operato nella scelta dei vocaboli?

Cercando di rispettare – come accennavo poc’anzi – la modernità dello stile della Wharton senza tuttavia trascurare il contesto storico-letterario in cui il romanzo è stato scritto. È stato complicato.

Lily Bart e la New York dei primi del Novecento. Sono una lo specchio dell’altra? In un certo senso la parabola distruttiva dell’eroina si contrappone all’evoluzione e alla crescita di una città, in quel periodo nel suo massimo fulgore?

Non so, non credo si tratti esclusivamente di questo. La Wharton conosceva bene la crudeltà dell’alta società newyorchese, dato che ne faceva parte, e l’ha ritratta impietosamente. Lily Bart, che sembra il centro attorno al quale ruota l’ammirazione di tutti, di colpo diventa una reietta solo perché non ha accettato i compromessi e la doppia morale dei potenti. Credo che l’alta società di New York [non la città di New York] e le Lily Bart dell’epoca siano inversamente proporzionali: più la prima prospera, più le seconde soccombono. Anzi, Lily Bart è il terreno su cui l’alta società fonda il suo potere.

Lily Bart è più vittima innocente o causa dei suoi mali? In che misura la società secondo te la condiziona?

Posso solo descrivere la mia reazione via via che traducevo: ho detestato visceralmente Lily Bart per i tre quarti del romanzo. La sua frivolezza, l’ambizione a far parte di un mondo ottuso e insensibile, il desiderio di contrarre un matrimonio senza amore solo per acquisire stabilmente uno status mi facevano venir voglia di prenderla a schiaffi. È vero, sembrava volere far parte a tutti i costi di quell’odioso ambiente, eppure.
Eppure, leggendo con attenzione, si capiva che ogni volta che si trovava a un passo dalla realizzazione del suo sogno, Lily mandava all’aria tutto.
La società, la famiglia l’avevano condizionata a credere di desiderare certe cose, ma quando ha avuto l’opportunità di essere solo se stessa, è diventata gigantesca. Inarrivabile.

Il libro inizia con un incontro. Lily Bart e Lawrence Selden si sfiorano e da questo momento in poi inizieranno a inseguirsi e lasciarsi. Cosa li trattiene dal dare un calcio al tutte le convenzioni sociali, alle aspirazioni economiche e all’ipocrisia del loro ambiente e a scappare insieme?

Tutto quello che ho scritto prima: l’educazione, la tradizione, i vincoli sociali e familiari, la paura di perdere tutto. Non era così semplice allora, come non è semplice adesso.

La Wharton è abile nel descrivere questa tensione che avrà la sua massima risoluzione nel finale, carico di rimorsi e di occasioni perdute.

Senza timore di essere smentita, a mio avviso questo romanzo è uno dei più belli di tutti i tempi, finale compreso.

Lily Bart non è un’ immorale arrampicatrice sociale, ha un suo codice etico, che conserva pur in una società dove vige la corruzione e l’inseguimento della ricchezza come fonte unica di rispetto e identità; codice etico forse personale, che in un certo senso la porterà alla rovina. E’ il suo essere indipendente, incapace di compromessi, la causa di tutti si suoi mali? O si trova davvero in un vicolo cieco, senza possibili vie di uscita?

Lily è una donna che rifiuta i compromessi, e li rifiuta proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di accettarli. Le vie d’uscita c’erano e le sono state proposte anche con una certa insistenza, ma è precisamente il suo rifiuto a fare di Lily Bart una figura letteraria magnifica.

E’ secondo te una eroina moderna? Ancora oggi le donne si trovano a dovere fare le sue scelte?

Certamente. È una donna dei nostri tempi. La stupefacente modernità della Wharton consiste proprio in questo: i suoi romanzi sono estremamente attuali, anche a distanza di più di un secolo.

La Wharton operò nella sua vita scelte contrapposte, abbandonò il suo ambiente per rifugiarsi nel sud della Francia. Secondo te nel libro c’è una sottile critica alle scelte del suo personaggio o è più la tenerezza che traspare dalle pagine?

Non vedo critiche a Lily Bart nelle parole della Wharton. Al contrario, è evidente il disprezzo – che culmina in pagine di autentica, brillante ironia: altra caratteristica più unica che rara nelle scrittrici del passato – nei confronti dell’alta società.

Lawrence Selden, pur amando Lily, la sottovaluta e la giudica incapace di scelte morali, arrivando quasi a disprezzarla. È l’ orgoglio di Lily il primo ostacolo al loro amore, o c’è dell’altro?

A me pare che il comportamento di Lawrence Selden non fosse proprio cristallino. C’è un continuo, doloroso scambio di parole e silenzi tra loro, ed è un gioco alimentato anche dallo stesso Selden.

Parlaci dei personaggi minori, come li hai caratterizzati? Su di essi si posa un’ombra negativa? Quali conservano una certa moralità e forza?

Per caratterizzare un personaggio, che sia minore o di primo piano, basta un aggettivo, un avverbio [pochi], un gesto minimo: ricordo, per esempio, il racconto intitolato The Wife of Bath e contenuto nei “Canterbury Tales” di Geoffrey Chaucer. Ma questo è opera dello scrittore. Al traduttore spetta la – non meno impegnativa – scelta dei vocaboli. Spero che la Wharton sia soddisfatta.
Credo che i personaggi che, alla fine della storia, conservano ancora una certa dignità siano senz’altro Lawrence Selden e la cugina – cara amica di Lily – Gerty Farish.

Ti ringrazio della tua disponibilità.
Grazie a te, a voi, e buona lettura.

:: Intervista a Tupelo Hassman, autrice di Bambina mia (66thand2nd – 2013) a cura di Lucilla Parisi

7 aprile 2014

tupelo_bambina_scheda-sitoGentilissima Tupelo, il tuo romanzo è stata un’autentica sorpresa. Era da molto tempo che non leggevo qualcosa di così coinvolgente: sono stata letteralmente risucchiata dalla lettura di Bambina mia, uno di quei libri che ti senti di dover consigliare.

D. Rory Dawn è una bambina straordinaria nell’ordinaria quotidianità della sua vita. Nonostante tutto ciò che le accade intorno, riesce a prendere le distanze dallo “schifo” che la circonda. Così piccola e così forte: è lei la vera “grande” della storia. Come nasce questo personaggio da “alba ruggente”?

R. Sento che ho avuto fortuna con Rory Dawn. Volevo tenerla intrappolata nel suo ambiente ma lei si è rifiutata di rimanervi. Nonostante quello che le accade, Rory riesce a mantenersi libera. Avevo sperato di creare un personaggio che fosse indipendente nel suo modo di pensare: era nelle mie intenzioni, perchè speravo di poter affrontare, attraverso di lei, alcune questioni come il mito del Sogno americano. Rory è diventata più di ciò che sperassi. Non è il prodotto del suo quartiere, la Calle, ma il prodotto di un Paese, gli Stati Uniti.

D. Leggo nella tua nota biografica che hai vissuto a Reno. I luoghi di Rory sono i tuoi luoghi. La tua descrizione di questa città del Nevada è impietosa. La sua periferia, scrivi, è “imbrattata di rum e sperma”. Cosa c’è di autobiografico in questo tuo primo romanzo?

R. Come la maggior parte dei primi romanzi, Bambina mia all’inizio presentava alcuni elementi autobiografici. Rory Dawn e io eravamo molto simili. Nel corso degli anni, lavorando al romanzo è affiorata la personalità di Rory. Ora siamo come care amiche che hanno alcune cose – aspetti fondamentali in realtà – in comune. Come Rory, ho trascorso diversi anni fuori da Reno e, come Rory ero “accademicamente” originale e questo mi ha creato un certo disagio. Credo che sia un aspetto importante nella storia di Rory: anche con questo dono, lei rimane “bloccata” e la sua intelligenza non è per lei un’occasione. Entrambe, infatti, la malediciamo un po’.

D. La discendenza di Rory Dawn è matriarcale. Sua nonna, sua madre e poi lei. Gli uomini della sua vita sono un nonno che conosce a malapena, un padre assente e dei fratellastri che appaiono e scompaiono come fari d’auto nel deserto. Poi c’è l’esperienza di violenza che le toglie la voce. Gli uomini sono personaggi secondari capaci però di segnare irrimediabilmente le esistenze “femminili” del tuo romanzo. E’ così?

Questo è un bel modo di spiegare le cose. E’ proprio così. Gran parte della ricerca che Rory Dawn fa è proprio diretta a trovare una voce da seguire, la sua. Lei è bombardata dalle opinioni che provengono dall’uomo della ferramenta, dall’assistente sociale, dal sistema educativo, da sua nonna e da sua madre. Ricomincerà da zero, fisicamente ed emotivamente. Gli uomini nella sua famiglia (come in famiglie come quella di Rory) non sono lì, ma ciò non toglie che ci siano stati. Vi è, in qualche modo, una grande miseria in questa realtà priva di modelli maschili e in cui si è soggiogati sessualmente prima ancora di riuscire a concepire se stessi come dei soggetti sessuali.

D. La Calle de las Flores, alla periferia di Reno, sembra non lasciare molte speranze per il futuro. Un marchio di fabbrica difficile da togliersi di dosso. I figli sembrano essere destinati a rivivere gli errori dei genitori. Un percorso forzato verso il fallimento. Senza svelare troppo del finale del tuo libro, è possibile per le persone liberarsi veramente dal fardello lasciato loro in eredità dall’ “ambiente” familiare e sociale in cui hanno vissuto?

R. Sembra che io sia pessimista, ma in realtà non lo sono affatto. Comunque la mia risposta è no. Non credo sia possibile. E ciò che speravo di scrivere in Bambina mia era proprio questo, come sia impossibile. Tuttavia credo che si possa andare avanti nella vita con il proprio bagaglio e meravigliosamente. Certo non l’ho sempre creduto. Ero frustrata dal fatto di dovermi trascinare in giro il mio passato. Un giorno, però, durante un lungo viaggio in auto lungo la costa della California ho superato un cartello che diceva: “Peacock Crossing. ” Ho iniziato a pensare ai pavoni! Ho pensato alle loro belle piume e a come servissero alla loro protezione; ho pensato a come fossero animali apprezzati e protetti fino ad avere addirittura dei segnali stradali a loro dedicati. Quindi le piume non sono più necessarie. Ho immaginato che qualcuno suggerisse loro di togliere tutte quelle piume inutili, dicendo: “Quelle appartengono al tuo passato. Ora sei al sicuro. Non c’è più bisogno di portare quelle piume pesanti”. E ho capito così che il bagaglio che odiamo portare con noi è in realtà ciò che ci rende unici e preziosi: queste sono le cose che i nostri cari amano. La domanda è: possiamo farne a meno? Non senza farci del male.

D. Il Manuale delle girl scout per Rory è un vero e proprio vademecum su come sopravvivere alla Calle. Da dove nasce questa idea?

Ho ereditato il manuale di Rory Dawn da mio padre, ma non so perché lo avesse. Non l’ho mai nemmeno aperto fino a quando mi è stato assegnato un esercizio di scrittura da Aimee Bender, una mia insegnante. Dovevamo andare a casa quel giorno e recuperare dal terzo scaffale un libro verde e aprirlo a pagina 47: quindi dovevamo scrivere per cinque minuti. Il primo libro verde sul terzo scaffale era il manuale e sono rimasta letteralmente scioccata dalla sua politica (si tratta di una versione dal 1940), e dal fatto che ogni pagina in cui erano elencate delle attività da fare era stata segnata da qualche appassionata girl scout da chissà quando. Delle bambine avevano amato quel libro. Ho iniziato a scrivere a partire da lì e alla fine quel manuale è entrato in Bambina mia.

Rory è molto brava con le parole. Partecipa a gare di spelling bee in cui riesce a primeggiare. Quello delle parole è in realtà il mondo in cui trova rifugio dal “resto”. I libri sono, in qualche modo, la sua àncora di salvezza. Quale ruolo hanno o dovrebbero avere i libri – e la lettura – nella vita e nella formazione dei più giovani?

R. Posso solo sperare che la risposta sia importante. Certo, io sono di parte, ma credo che la prosa offra più condivisione dei moderni mezzi espressivi, perché il lettore può immaginare se stesso all’interno di una storia attraverso la lettura molto più facilmente. Quando troviamo personaggi con i quali ci identifichiamo possiamo trovare speranza, compagnia o forse solo un modo per affrontare un altro giorno. Cosa potrebbe esserci di meglio?

D. Ho trovato riuscitissimo l’escamotage narrativo che alterna alla narrazione in prima persona, le annotazioni delle scout, le relazioni dei servizi sociali, le lettere e i ritagli di giornale. Come sei arrivata a questa scelta?

R. E’ molto naturale per me per includere molte voci. Forse sento delle voci?! Nel caso di Rory Dawn in particolare, però, la sua è una storia di traumi e fratture. Ci sono tante voci proprio a causa del dramma che si consuma intorno a lei e della sua impotenza di fronte a ciò che accade.

D. Bambina mia è il tuo romanzo d’esordio. Domanda doverosa: stai lavorando a un altro romanzo?

R. Sto scrivendo una biografia dal titolo The scar farmer.

[Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana]

:: Un’ intervista con Rosa Liksom, autrice di Scompartimento n° 6 a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2014

scompartimento 6Benvenuta Rosa, e grazie di aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Rosa Liksom? Punti di forza e di debolezza.

Sono nata in Lapponia, regione a nord della Finlandia proprio vicino al confine svedese, nella zona di lingua Meän. I miei genitori erano agricoltori e allevatori di renne. Ho 4 fratelli e una sorella. A 17 anni mi sono trasferita a Helsinki. Ho fatto vari lavori e studiato antropologia all’università. Ho trascorso la mia giovinezza (occupando edifici) e vivendo in squat e comuni in tutta Europa. Ho vissuto e lavorato come barista per quattro anni a Christiania, un quartiere di Copenhagen, e ho trascorso molte estati a Parigi lavando i piatti in un ristorante. Ho anche vissuto e lavorato in una fishfactory sia nella Norvegia settentrionale, che in Islanda, e ho studiato a Mosca durante l’era di Breznev. Ho scritto i miei primi tre libri a Christiania dove lavoravo in una panetteria e davo una mano in un negozio locale. Mi sono trasferita di nuovo a Helsinki, in Finlandia nel 1987. Oltre a scrivere libri, sono anche un’ artista e ho fatto numerose mostre in Europa e ho girato cortometraggi dal 1985. Ho fatto libri a fumetti, un libro da colorare e libri per bambini. Sto anche progettando una linea di prodotti per bambini chiamata ECo HeloU per il negozio Kiasma (nel Museo di arte moderna di Helsinki). La scrittura e la creazione di tutti i tipi di arte sono un modo di vita per me. Faccio tutto questo perché (semplicemente ) mi piace così tanto (enormemente).
La mia forza è che amo il mio lavoro di scrittrice e di artista. Sono una persona molto laboriosa e non ho problemi a portare avanti molti progetti allo stesso tempo. Sono una buona organizzatrice. La mia debolezza è che mi piace dormire e quando gli altri vanno ai party, io vado a dormire.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Non scrivo libri commerciali, scrivo libri belli e di facile lettura. Scelsi di scrivere in Christiania, Danimarca, forse perché l’atmosfera era molto creativa. Tutti avevano a che fare con l’arte, il teatro, la scrittura, le riviste alternative. Era il tempo del Punkrock ed anche io ero una punk. Facevamo di tutto, suonavamo musica, facevamo spettacoli, happening …

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

La cosa più importante è essere in grado di lavorare per lunghi periodi da solo, poiché uno scrittore passa molto tempo da solo. E’ anche un bene avere buona memoria e occhi acuti. Uno scrittore poi deve essere curioso della vita ed è importante che abbia qualcosa da dire.

IMG_8970Sei una scrittrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Sì, certo, ma così va il mondo. A qualcuno piace un libro, ad altri quel libro… così io da scrittrice tendo a meravigliarmi di cosa i critici letterari dicono dei miei libri. Molte volte leggo quei critici che possono vedere le cose che io come scrittore non riesco a vedere. A volte ho imparato molto dalla lettura critica dei miei libri. La cosa principale è questa: lo scrittore scrive libri e il critico letterario li analizza.

Compartment number 6 (Titolo originale: Hytti nro 6), è ora edito in Italia da Iperborea Editore con il titolo Scompartimento n ° 6 . Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho fatto questo viaggio dalla Siberia alla Mongolia nel 1986. Il vero viaggio è stato il punto di partenza di questa storia.

Mosca, anni 80, due sconosciuti, una studentessa finlandese timida e taciturna e un rude e violento russo, condividono lo stesso scompartimento. I capitoli di apertura presentano i protagonisti . Potresti dire ai lettori cosa succede?

Per raccontare questa storia ho provato a immaginare cosa accade quando due persone totalmente estranee sono messe in una cabina ferroviaria per due settimane, senza che possano scappare. Quindi questa storia è anche un esperimento di come la vita comune si svolge in una cabina. Che tipo di processi si verificano e come questi processi si sviluppano …

Quale è la tua scena preferita in Scompartimento n° 6 ?

Amo la natura siberiana e tutte quelle scene dove descrivo la natura, gli animali, l’architettura e le cose che la Siberia mi ispira. Mi piacciono anche le scene liriche del libro.

Quale è stato il personaggio più difficile da raccontare e perché? Il più semplice e perché?

La cosa più difficile era trovare le parole adatte da far pronunciare al personaggio maschile. Voglio dire, quando un lettore finisce di leggere il libro, sia una lei o un lui, deve capire che l’uomo sta veramente parlando della Russia. Comunque mi è veramente piaciuto scrivere questa storia, ciò che l’uomo dice alla ragazza in treno. Sono storie di russi, storie folli, di persone che vivono in campagna. E mi è anche piaciuto descrivere il personaggio di Arisa. Forse era la cosa più difficile da creare è stata proprio il personaggio della ragazza finlandese, che viveva e studiava a Mosca proprio come ho fatto io, ma lei non era me.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

La mia scrittrice preferita è Hertha Muller, è nata a Romania, ma adesso vive in Germania. Mi piace anche molto l’americana Annie Prouloux.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto un sacco di libri di saggistica. Amo la storia e la sociologia.

Ti piace fare tour promozionali?

Mi piace viaggiare.

Verrai in Italia di nuovo per presentare i tuoi romanzi?

Certamente. Questo è il mio terzo libro tradotto da Delfina Sessa e pubblicato in Italia . Ho fatto in precedenza due tournee letterarie in Italia. Il pubblico italiano è fantastico. Ho ricordi particolarmente affettuosi di Sorrento, dove sono stata due anni fa. Napoli e Firenze sono anche città fantastiche, e naturalmente Roma.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto scrivendo un nuovo romanzo.

:: Un’intervista con Dale Furutani a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2014

imagesBenvenuto Dale e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dale Furutani? Punti di forza e di debolezza.

Sono probabilmente la peggiore persona al mondo capace di dare una descrizione oggettiva di me stesso. Se costretto, direi che sono una persona comune, benedetta con opportunità eccezionali.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia biografia puoi trovarla sul sito DaleFurutani.com. In breve, sono nato nel 1946 a Hilo, Hawaii. La famiglia di mia madre era di Suo- Oshima nel Mar interno di Seto, in Giappone. I miei nonni emigrarono alle Hawaii nel 1896, dove è nata mia madre. Quando avevo cinque anni, mia madre ha sposato un caucasico che poi mi ha adottato. Ci siamo trasferiti in California, dove sono cresciuto e sono stato educato. Ho una laurea in scrittura creativa presso la California State University di Long Beach. Ho anche un MBA presso la Graduate School of Management presso l’ UCLA.
Oltre a scrivere, ho avuto una carriera imprenditoriale di successo negli Stati Uniti e in Giappone. Ho visitato il Giappone più di 30 volte e vi ho vissuto per periodi che vanno dai tre mesi ai tre anni. Oltre a svolgere consulenze, ho avuto incarichi di Marketing Manager per la Yamaha Motorcycles negli Stati Uniti e sono stato Direttore dei Sistemi Informatici di Gestione per la Nissan negli Stati Uniti. Diversi anni fa ho iniziato a dare maggior spazio alla scrittura fino a quando la malattia ha interrotto definitivamente il mio lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Il mio patrigno, che mi ha adottato, aveva un QI di 75. Nonostante queste doti intellettuali limitate leggeva sempre. Lottava duramente anche solo per leggere una rivista, impiegando un grande sforzo per capire quello che stava leggendo. Il suo sforzo mi ha fatto capire che la scrittura era un’ attività molto importante.
Ho iniziato a scrivere in quarta elementare. Ero solito stilare una lista delle parole della settimana  che poi usavo per scrivere una storia. Il mio insegnante mi ha permesso di leggere queste storie in classe e mi ricordo le reazioni positive dei miei compagni.
Quando ero al liceo ho scritto alcune poesie e alcuni testi di saggistica, e ho avuto la fortuna di vendere alcuni testi di saggistica e vincere alcuni premi locali per la poesia.
In realtà, ho scritto per la maggior parte saggistica. Ho pubblicato più di 300 articoli e tre libri.
Dopo il college ho scritto un breve racconto per vedere se riuscivo a venderlo. L’ho inviato ad una rivista e ho ricevuto una lettera di tre pagine da un editor piuttosto famoso. Era una dettagliata analisi della mia storia con suggerimenti per migliorarla. Ero così ignorante che non sapevo che questa era una cosa straordinaria per un editor che aveva ricevuto una storia non sollecitata da uno scrittore del tutto sconosciuto. Non mi rendevo conto che avrei dovuto riscrivere la storia facendo tesoro anche dei suggerimenti dell’editor. Tutto quello che invece vidi era che la mia storia non era stata acquistata, così smisi di scrivere romanzi e mi concentrai sulla saggistica e nella mia carriera di affari .
Quando mi sono avvicinato ai 50 sono diventato amico dello scrittore Michael Nava. Mi piaceva parlare con lui di scrittura e dei problemi tecnici legati ad essa. Michael mi suggerì di provare a scrivere un mistery. Dal momento che questa era una cosa che avevo sempre voluto provare, l’ho fatta. Sono stato fortunato e il mio primo romanzo giallo ha avuto un agente nel giro di poche settimane, è stato venduto quasi subito, e ha vinto diversi premi (sono stato il primo scrittore asiatico-americano a vincere importanti premi di scrittura gialla), e ha ricevuto diverse recensioni positive. Non so se il mio successo nella narrativa possa essere definito lento o veloce. Dopo tutto, mi ci sono voluti quasi 30 anni per sviluppare sufficienti capacità di scrittura, acquisire abbastanza esperienza di vita, e sviluppare le conoscenze del business necessarie per diventare un autore pubblicato di narrativa.
Sono stato molto felice quando Marcos y Marcos ha deciso di pubblicare in Italia i miei libri della serie del Samurai e di Holmes. Marcos y Marcos ha una reputazione per la fiction di qualità, e vedere da parte loro tanto entusiasmo per il mio lavoro è stato davvero incoraggiante. Dovrai chiedere a Marco y Marcos, se vuoi sapere che cosa pensano di me, ma so che hanno trovato divertente che io abbia sviluppato una dipendenza dal Chinotto quando ero in Italia!

Sei il padre del personaggio di Matsuyama Kaze, un detective samurai sullo sfondo del Giappone feudale. Come ti sei avvicinato al personaggio?

Il personaggio di Kaze è motivato da tre fattori fondamentali nella cultura giapponese. Il primo è il Bushido, che è la via del guerriero. E’ una filosofia di vita dura e violenta. Il secondo è il Buddismo Soto Zen. Come tutti i tipi di Buddismo, si basa sulla compassione e serve a temperare l’asprezza del Bushido. Il terzo è l’ ideale confuciano della struttura e dell’ ordine. Kaze è spesso motivato a cercare di ristabilire l’equilibrio con il mondo intorno a lui, che gli dà un senso di giustizia. Questi tre fattori sono tutti combinati con l’amaro, e sardonico senso dell’umorismo di Kaze.

The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, ora edito in Italia da Marcos y Marcos Editore con il titolo Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, è una raccolta di racconti in cui i protagonisti sono Sherlock Holmes e un medico giapponese, il signor Watanabe. Ho avuto l’opportunità di recensirla (questo è il link: qui) Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho avuto un decennio di gravi problemi di salute, durante i quali non ho scritto. Alla fine di questo periodo, quando pensavo che la mia salute fosse tornata alla normalità, ho scoperto di avere una forma molto aggressiva di cancro. Durante la convalescenza dal trattamento per il cancro non mi sentivo di scrivere un romanzo, così ho iniziato a scrivere una serie di racconti collegati tra loro. Per queste storie ho voluto tornare alle mie radici del romanzo poliziesco (proprio come i miei libri di Matsuyama Kaze esploravano le mie radici giapponesi). Così ho riletto tutti i racconti e  i romanzi di Sherlock Holmes e ho capito che c’era un periodo mancante nella cronologia di Holmes, durante il quale fingeva di essere un norvegese di nome Sigerson che stava esplorando l’Asia. Da lì è stato un attimo portare Holmes in Giappone.

Crimini, indagini, avventure, l’incontro dell’Occidente con l’Oriente sono i temi principali. Ma c’è anche una storia di amicizia, tra due persone non così diverse. Potresti dirci qualcosa di più riguardo le trame di questi racconti?

Ho cercato di mantenere lo spirito delle storie originali di Holmes, ma facendo sì che ogni mistero avesse in sé qualcosa di tipicamente giapponese, per cui Holmes non può risolvere i vari misteri senza l’aiuto del Dott. Watanabe. Le storie coinvolgono fantasmi, il concetto giapponese del galateo, e l’umorismo che può sorgere quando culture così diverse entrano in contatto.

Cosa hai aggiunto di tuo al personaggio di Sherlock Holmes?

Holmes è un grande eccentrico. Ho cercato di immaginare come queste eccentricità potessero essere viste attraverso gli occhi dei giapponesi del 1890. Questo porta ad alcune situazioni davvero divertenti. Per quanto possibile, ho cercato di non cambiare Holmes o il suo carattere.

Ci sono progetti cinematografici tratti da questo libro? Guy Ritchie è magari interessato? Quale attore contemporaneo vedresti bene nel ruolo del Dottor Watanabe?

L’ unico interesse cinematografico per i miei libri è stato quello di cambiare i miei libri sui Samurai in western (proprio come “Seven Samurai” divenne ” The Magnificent Seven ” ). La mia esperienza con Hollywood è stata come un petardo inesploso – un sacco di emozioni quando la miccia viene accesa, senza il botto alla fine!

E per quanto riguarda il tuo stile di scrittura?

Cerco di scrivere con uno stile pulito. Ho passato un sacco di tempo nel fare in modo che ogni parola fosse la parola esatta, necessaria a descrivere quello che volevo trasmettere. Questo è probabilmente un retaggio della mia formazione di poeta . Sono sempre alla ricerca di quello che io chiamo ” il dettaglio rivelatore” che fissa una scena in luogo o nel tempo. Per le sequenze d’azione ho coreografato ogni movimento, così i personaggi si muovono da una posizione all’altra senza problemi e con grande grazia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ho letto tonnellate di saggistica e molto poca narrativa. Se uno scrittore di fiction è migliore di me, ho paura che possa influenzare il mio stile. Se uno scrittore è peggiore di me, non finisco neanche il libro, perché è difficile che me lo goda ed è impossibile che possa imparare qualcosa ( tranne, forse, le cose da non fare). Amo le biografie, la storia (soprattutto la storia romana e in particolare la guerra civile americana), l’aviazione, e le auto da corsa. Uno scrittore di fiction da cui non posso stare lontano è Tony Hillerman, e ho anche riletto alcuni autori classici di fiction.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Caesar: Life of a Colossus di Adrian Goldsworthy. Mi interessa molto il periodo compreso tra Silla e Augusto.

Hai un agente letterario?

Sono stato con Sterling Lord Literistic, una grande agenzia di New York, per quasi 20 anni.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri.

Mi piace andare in un posto e starci un po’, ma non mi piace il tipico tour dove trascorri solo un giorno o due in ogni città. Viaggi troppo e non hai abbastanza tempo per vedere le cose. Mi piace incontrare i lettori e parlare con loro (soprattutto se sono miei lettori)!
I miei libri vengono spesso regalati nelle comunità giapponesi- americane. Una volta durante una presentazione alla firma dei libri un uomo prese un mio libro e lo guardò intensamente. Pensando che potevo aiutarlo a decidere se il libro fosse un regalo adatto, dissi: ” Questo libro non contiene né violenza né sesso gratuito.” L’uomo disse: “Grazie” e prontamente mise giù il libro. Credo che avesse idee molto precise su ciò che voleva in un romanzo.

Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?

Nel 2013 mia moglie ed io abbiamo trascorso un mese in Italia. Era la nostra prima visita e abbiamo viaggiato in diverse città grandi e piccole. La gente era molto gentile e ci siamo trovati benissimo. Il cibo italiano è il nostro genere di cibo preferito e abbiamo assaggiato molti deliziosi piatti regionali.
Ho fatto presentazioni a Roma, a Milano, a Piacenza e a Fidenza e le ho apprezzate molto. Marcos y Marcos anche organizzato una lettura di una troupe professionale di attori di ” Strane Avventure di Sherlock Holmes in Giappone ” per il suo evento del 2013 “Libri a Teatro”.
Ho trovato i lettori italiani molto intuitivi e interessati a cose che andavano al di là della trama o dei personaggi. Spesso mi facevano domande sulla cultura, sulla filosofia e sull’etica. Spesso ricevo questo tipo di reazione da parte dei lettori accademici, ma in Italia questo tipo di commenti arrivava da lettori di tutti i tipi. Nel 2014 trascorrerò due mesi in Francia, ma probabilmente non arriverò in Italia. Io e mia moglie comunque abbiamo adorato l’Italia e non vediamo l’ora di avere la possibilità di ritornarci.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Apprezzo chi usa parte del suo tempo per leggere il mio lavoro. Cerco di rispondere a tutti, a seconda della mia salute, ma di solito non riesco a impegnarmi in una lunga corrispondenza. Eppure, apprezzo moltissimo ricevere lettere e mail. Un indirizzo email è incluso nel mio sito web, DaleFurutani.com, in alternativa i lettori possono chiedermi l’amicizia e seguirmi su Facebook (“Dale Furutani”).

Grazie per la tua gentilezza. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti se c’è una nuova avventura di Sherlock Holmes in programma o altri progetti.

Ho altri progetti in cantiere. Ma non so quando sarò in grado di farli. In questo momento sono felice che il mio libro di Holmes sia disponibile in Italia.

:: Un’intervista con Stefania Nardini a cura di Giulietta Iannone

17 marzo 2014

alcazarBenvenuta Stefania, è un piacere ospitarti su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te, del tuo lavoro di giornalista e poi di scrittrice. Racconta ai nostri lettori qualcosa che ti piace condividere.

Grazie dell’ospitalità! Parlare di me qualche volta mi risulta difficile. Il mio percorso esistenziale e professionale ha subito diverse mutazioni. Ed è visibile nel mio lavoro. Come giornalista iniziai giovanissima, era l’iter di quegli anni, quando il mestiere si doveva imparare, qualche volta rubare, prima di raggiungere i primi risultati. E’ una professione che ho amato molto e che ho avuto la fortuna di praticare negli anni in cui non mancavano i grandi maestri, ma anche gli anni in cui per le donne l’accesso non era affatto scontato. Dalla macchina per scrivere al computer si sono verificati dei cambiamenti all’interno delle aziende editoriali che hanno giocato un duro colpo al giornalismo italiano, un giornalismo al quale va il merito di avere avuto il coraggio di arrivare là dove la verità era scomoda ma formativa.
Poi è cambiato tutto. E sono cambiata anch’io. Tant’è che ho deciso di lasciare l’ultimo giornale dove ho lavorato per andarmene, in cambio di nulla, in Umbria per ricominciare. E lì è successo che recuperando la lettura ho scelto di confrontarmi con la scrittura. Perché il desiderio di raccontare non si è mai spento. Non sempre un buon giornalista può essere un buon scrittore, però il giornalismo che ho vissuto ha aperto sicuramente una porta. E’ la porta sul mondo, sulle storie. Anche se poi il passaggio dallo scrivere un reportage a un romanzo richiede impegno, pazienza e umiltà. Non è la stessa cosa.
Poi Marsiglia, dove vivo dal 2002, a parte vari rientri in Italia, e dove ho posato la valigia travolta dall’innamoramento letterario per Jean Claude Izzo di cui ho poi pubblicato la biografia.

E’ uscito da poco per le edizioni E/O, collana Sabot/age, il tuo ultimo libro, Alcazar ultimo spettacolo. Un noir “vintage” ambientato tra Roma, Napoli e Marsiglia durante la Seconda Guerra Mondiale. Un periodo storico, relativamente recente, che ancora, si può dire, lascia strascichi nel nostro mondo contemporaneo. Come ti sei documentata per ricostruire la vita di allora, piena di dettagli dalla brillantina Linetti, alle canzoni che si sentivano alla radio?

E’ stato un lungo lavoro di ricerca in cui sono stati preziosi gli archivi francesi, i racconti che mi faceva mia madre, la rete e tanti libri ormai non più editi.

Un noir polveroso, granuloso, che lascia trasparire la polvere del tempo: le luci di un passato glorioso, quello del teatro Alcazar e le ombre di un periodo di guerra, segnato da fame, miseria, ristrettezze. Come hai affrontato questa parte della scrittura?

Con naturalezza. Cedendo alle emozioni e cercando di stare dentro quella storia immaginandola nei minimi particolari.

La Marsiglia di allora, che evochi nelle tue pagine, ha un che di luminoso, poetico: il Mistral che la sferza, la luce del cielo e del mare, il calore e la solidarietà della gente. Come è la tua Marsiglia?

La mia Marsiglia,  è il tramonto che dipingeva ieri pomeriggio Vieux Port, è un argot aperto alle parole del mondo, è la passione del bene e del male, è il mediterraneo…

Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti, è un personaggio realmente esistito, anche se poco noto. Io almeno non ne avevo mai sentito parlare. Come hai scoperto la sua missione, la sua opera?

Qui a Marsiglia gli hanno anche intitolato una piazza, c’è un’associazione, e poi su Fry in Italia è uscito recentemente il suo diario. Fry è nella storia di Marsiglia, quando la città divenne il porto della speranza per fuggiaschi, clandestini, ebrei braccati dal nazismo. E’ un personaggio straordinario Fry, con la sensibilità del giornalista raffinato e la tenacia del cronista, altrimenti non avrebbe mai potuto salvare 5000 persone dai campi di concentramento.

Il romanzo si ispira alla vita di tua madre, un’artista, unica donna trasformista in Europa, erede di una tradizione artistica tutta al maschile.  Alcazar ultimo spettacolo è un modo di ricordarla, con affetto, con pudore, con grande tenerezza.  Che ricordo hai di lei?

Il romanzo non si ispira alla vita di mia madre ma alla sua particolare arte. Anche se il personaggio del romanzo è lei in tutte le sue sfaccettature. Il ricordo è vivo. Mia madre è volata via qui a Marsiglia la notte di Natale del 2003. Mi aveva accennato, nella sua imprevedibilità, che era stata a Marsiglia nel 39 e all’Alcazar. Mi aveva promesso che mi avrebbe raccontato il suo ricordo con calma davanti a un caffè. Ma non andò così. Allora decisi di farlo io, a mio modo. Attraverso un racconto infarcito di ricordi e pezzi di memoria.

Le venature noir del romanzo sono date dalle pagine dedicate al Milieu marsigliese. Alfred Morello, il Chevalier è un “fuorilegge”, assassino suo malgrado, glielo impongono e lui non può rifiutare, anche se non è un violento, né un uomo crudele. Come hai costruito il suo personaggio?

Ho immaginato un uomo non banale. Dalla parte del male eppure con una grande umanità. Talvolta il male nasce dalla mortificazione dei sentimenti.

La compagnia che porterà all’Alcazar lo spettacolo Pioggia di stelle, fugge dall’Italia e dal fascismo. Le leggi razziali, le persecuzioni verso gli omosessuali, gli zingari, gli antifascisti, fanno parte di un regime oppressivo e violento. L’Ovra agiva a Marsiglia, le spie agivano nell’ombra, i campi sull’isola di San Domino rinchiudevano gli invisi. Uno scrittore americano, Alan Furst, mi ha detto che è curioso che la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia sia stata trattata da ben pochi scrittori, lui lo ha fatto nei suoi romanzi. A cosa pensi ciò sia dovuto?

Su questo argomento c’è molta diaristica e forse poca letteratura rispetto a ciò che invece merita la vicenda degli esuli. Probabilmente per un lungo periodo c’è stata la tendenza a localizzare le storie in Italia per dare loro una forza storica, di rivendicazione. Credo che sugli anni della guerra c’è ancora molto da raccontare, da ripercorrere.

Anche il Milieu, la mafia marsigliese, si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo, mi ricorda ciò che lessi dei mafiosi americani che aiutarono l’esercito per lo sbarco in Sicilia . Durante le tue ricerche ti sei imbattuta in aneddoti, racconti curiosi  che non hai inserito nel tuo romanzo?

Certamente basti pensare a un personaggio come Lucky Luciano, ai fratelli Guerini a Marsiglia considerati dei resistenti e fregiati con la medaglia d’oro per aver collaborato alla liberazione della città.

L’intervista è finita, ringraziandoti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti quali sono i tuoi prossimi progetti letterari.

Per il momento sto vivendo una fase di assestamento. L’ennesima nuova fase. Ma una cosa ho in testa, e spero trovi un editore capace di capirne il valore: una guida di Marsiglia, una vera guida per conoscere l’anima della città. Qui è pieno di Italiani e non c’è un testo del genere a parte qualche depliant. Poi nel cassetto c’è un’altra storia in cui, neanche a dirlo ci sarà Marsiglia. Anche se ora il mio obiettivo primario è che almeno “Alcazar” venga tradotto in Francia. Mi sembra paradossale essere chiamata, io italiana, a raccontare la città negli incontri organizzati dalle biblioteche piuttosto che dai gruppi di lettura, e non poter essere letta.

:: Un’ intervista con Gianluca Arrighi a cura di Irma Loredana Galgano

12 marzo 2014

Cover_l'inganno_della_memoriaIl prossimo 27 marzo uscirà per Edizioni Anordest il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi: L’inganno della memoria, ancora una volta ambientato a Roma, città dove l’autore vive e lavora, svolgendo la professione di avvocato penalista. Lo abbiamo intervistato cercando di scoprire qualcosa di più sul nuovo libro, sulla sua vita come scrittore ma anche su quella privata.

Definisci la scrittura un caos di sensazioni contrastanti: passione, odio, amore, rabbia, gioia, impegno, commozione, fermento… perché?

Per raccontare una storia non è sufficiente narrarla, ma bisogna anche farla propria e immedesimarsi nelle vicende, nelle situazioni, nei personaggi. Chi scrive romanzi “vive” necessariamente tante vite e ognuna di esse trasmette, prima ancora all’autore che al lettore, una serie infinita di emozioni.

La tua professione ti pone quotidianamente in contatto con il crimine, con i delitti, le violenze eppure sembra che tu riesca a non farti schiacciare dall’ovvio e vai avanti, vai oltre a cercare sempre il lato umano anche in chi sembrerebbe averlo perduto. Cosa ti spinge in questa direzione?

La voglia di conoscere a fondo la natura dell’animo umano, anche se non è semplice vivere a stretto contatto con il crimine. L’amore per la professione e la passione per il diritto e la procedura penale spesso non sono sufficienti, soprattutto quando ci si trova di fronte a delitti molto efferati. Devo ammettere che scrivere per me ha un effetto terapeutico, mi consente di lavorare meglio e con maggiore serenità. Non bisogna mai dimenticare come anche il migliore degli esseri umani abbia dentro di sé una “parte oscura” e come il male sia un pezzo possibile della nostra vita. Cerchiamo di tenerlo lontano da noi, ma al tempo stesso ne subiamo il fascino perverso e seduttivo ogni volta che lo vediamo impossessarsi di un nostro simile. In qualche modo è come se, guardando il male, percepissimo una visione astratta di un qualcosa che, in modo latente, è presente nella nostra anima.

Il tuo primo romanzo, Crimina romana, è stato adottato come testo di narrativa ed educazione alla legalità in alcuni licei della capitale. È una bella responsabilità.  Come hai vissuto questa esperienza?

Crimina romana piacque molto al presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti che, insieme ad alcuni assessori, decise di adottarlo nei licei come testo di narrativa e di educazione alla legalità. Presentammo il libro nelle scuole superiori, dove io tenni alcune conferenze di cui conservo ancora un ricordo meraviglioso. A ogni incontro le aule magne dei vari istituti erano colme di studenti tra i sedici e i diciotto anni, assetati di giustizia e pieni di domande alle quali cercavano risposte.

A breve uscirà il tuo nuovo romanzo, sempre genere legal thriller, intitolato L’inganno della memoria. Anche questa volta lo scenario di sfondo sarà Roma, la tua città, che sembra anche essere un po’ la tua musa. Quali sono le sensazioni e quali le aspettative in merito al tuo nuovo libro?

Secondo me è venuto un buon lavoro, ma, si sa, ogni scarrafone… Lo scenario anche stavolta è quello della mia amata Roma, con i suoi vicoli, le sue chiese e i suoi palazzi. Ne L’inganno della memoria ho dato vita al personaggio di Elia Preziosi, un enigmatico e indolente pubblico ministero che dovrà indagare su una serie di inquietanti omicidi collegati tra loro da una misteriosa e indecifrabile logica. Sullo sfondo di una Capitale assolata e distratta, Preziosi dovrà affrontare i demoni del suo passato prima di poter giungere alla scoperta della sconvolgente verità. Quanto alle aspettative, spero solo di non deludere quelle dei tanti lettori che mi seguono con stima e affetto sin da quando, nel 2009, è iniziata questa mia parallela vita di scrittore.

:: Un’intervista con Arne Dahl a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2014

image001Benvenuto Jan, e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di scrivere. Jan Arnald è il tuo vero nome. (Arne Dahl è il tuo pseudonimo.) Raccontaci qualcosa di te. Scrittore, giornalista, critico e editor. Chi è Arne Dahl? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per l’invito. Arne Dahl è una parte importante di me. E’ il ragazzo che scrive, indubbiamente. Ma non proprio. Io sono un’ unica persona naturalmente, ma scrivo con due nomi diversi, a seconda del genere. Senz’altro è vero che AD è la parte più produttiva di me. L’altra parte, Jan Arnald, appartiene al mondo della letteratura alta, e lui è molto più lento.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Stoccolma, ero il maggiore di tre figli, e i nostri genitori erano entrambi insegnanti. Eppure non ho ricevuto un’educazione unicamente intellettuale, per lo più era importante lo sport, davvero, così ho dovuto nascondere le mie preferenze letterarie per un po’. Forse ho iniziato troppo presto a leggere romanzi polizieschi e mi sono piaciuti molto. Comunque ho iniziato seriamente a occuparmi di letteratura – all’università a circa ventun’ anni –. Ho subito abbandonato la crime fiction e mi sono dedicato alla cosiddetta letteratura alta. Ci sono voluti quindici anni per tornare alla letteratura poliziesca.

Hai lavorato come giornalista per il quotidiano svedese Dagens Nyheter. Ho intervisto un altro scrittore svedese, Håkan Östlundh, che lavora come giornalista per il tuo stesso giornale, perciò questo nome non mi è nuovo. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ero soprattutto un critico letterario, e ho scritto davvero tanto per ricordare tutto. Ma mi ricordo chiaramente la prima intervista che feci ad un grande intellettuale. Era l’ autunno del 1989, avevo venticinque anni, ed ero estremamente nervoso quando incontrai, nella hall di un albergo di Stoccolma, il meraviglioso Umberto Eco. L’intervista con il filosofo italiano, davvero paziente e riflessivo, durò due ore e mi ricordo che pensai: quando sarò più vecchio voglio essere come quest’uomo, saggio e loquace e alla mano senza le maniere di una diva. E ‘stato anche uno dei fattori chiave che molto più tardi mi hanno trasformato in uno scrittore di crime. Non sarebbe mai potuto accadere senza ” Il nome della rosa “.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto davvero molto in una fase molto precoce della mia vita, intorno ai 13-14 anni, quando non facevo sport, come i miei fratelli minori. Ho smesso, tuttavia, e in realtà stavo studiando per diventare un ingegnere quando improvvisamente mi sono reso conto che la letteratura rappresentava per me il senso della vita. Scherzi a parte. Avevo diciannove anni quando presi la decisione. Non più scienza, non più tecnologia, solo letteratura, arte, e filosofia.

Sei il creatore di un gruppo immaginario di investigatori svedesi, chiamato A group, protagonisti della tua prima serie poliziesca, che ti ha dato una grande celebrità internazionale. Ora Paul Hjelm, il personaggio principale, torna in una nuova serie, la serie OpCop. Un tipo di poliziesco innovativo, nell’era di internet e della globalizzazione, che verte sulla internazionalizzazione della criminalità, e sulla conseguente internazionalizzazione delle forze moderne di polizia. Pensi che la narrativa aiuti a riflettere meglio sulla realtà?

O sì. La Fiction è troppo spesso sottovalutata come strumento per analizzare più in profondità la realtà. La Fiction è troppo spesso considerata anche come una sorta di fuga dalla realtà. Ma non c’è modo migliore di andare sotto la pelle della realtà apparente che la finzione. La Fiction ti insegna come far fronte a ciò che può accadere realmente e ti permette di indossare i panni di altre persone. E ‘ il modo migliore per collegare tutti i punti della realtà e trasformarli in una storia valida. Penso che in realtà ti permetta di diventare anche un po’ più saggio. Se leggete con attenzione …

Chinese Whispers (Titolo originale: Viskleken ), ora uscito in Italia grazie a Marsilio Editore con il titolo Brama, è il primo romanzo poliziesco della serie OpCop. Ho avuto l’opportunità di recensirlo qui. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura ?

Ti sono molto grato, mi sembra una recensione molto ben argomentata. Grazie mille per questo. Il punto di partenza è stato che avevo trascorso una decina d’anni scrivendo polizieschi, in tutto undici libri, sulla criminalità svedese, e mi sono accorto che questo approccio nazionalistico non era più sufficiente. Volevo analizzare la criminalità internazionale, la criminalità europea, come è nella vita reale. Nessuna grande criminalità organizzata è più nazionale. E ‘ sempre internazionale. E il confine tra il legale e l’attività illegale è sempre più difficile da distinguere. Così ho deciso di scrivere qualcosa sui crimini che avvengono in Europa.

Tra le cose che mi hanno colpito di più: la tua conoscenza della mafia italiana, (la mafia cinese o russa è sicuramente internazionalmente più nota che l’Ndrangheta), l’uso di Twitter per piazzare una trappola, il piano per rovinare finanziariamente la Lettonia, per poi comprarla a buon mercato. Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Fa tutto parte di un quadro più ampio, dove le grandi imprese – legali e illegali – hanno iniziato a lavorare insieme. E fondamentalmente il romanzo parla di democrazia e umanesimo. Possiamo davvero creare un’ Europa senza credere nella vera democrazia? Il punto di partenza è stato la grande crisi finanziaria del 2008-09, dove era evidente il fatto che così tante grandi banche (non solo svedesi) sono riuscite a distruggere praticamente un certo numero di paesi più piccoli. La Lettonia è sopravvissuta, e da allora i problemi si sono spostati a sud. E davvero tutto si riduce all’ avidità.

Non c’è un protagonista, ma un gruppo di dodici elementi. Quanto è difficile gestire così tanti personaggi ?

Sin dall’ A Group,  sono abituato ad una prospettiva collettiva. Penso che abbia molti vantaggi rispetto alla prospettiva singola. È possibile spostarsi molto più velocemente da un luogo all’altro nel mondo globalizzato, per esempio. Mi dà l’opportunità di fare un ritratto molto migliore di un’Europa con così tante culture diverse, rispetto a ciò che mi permetterebbe una sola prospettiva. Ma naturalmente è importante far sì che tutti i personaggi siano realmente vivi e tridimensionali. Penso comunque che si ottenga una miglior aderenza alle dinamiche del mondo contemporaneo, con più personaggi.

Il romanzo è ambientato tra l’Europa e gli Stati Uniti d’ America. Puoi descriverci questo scenario?

E’ coinvolta una banca d’investimenti americana, la mafia russa e italiana sono coinvolte; e una grande rete di crimini sono intrecciati. Quindi andiamo a Londra, a Riga, a New York, in Italia, a Berlino – per seguire il denaro. Tutto inizia a Londra, con il grande vertice dei G20, avvenuto nel aprile del 2009, quando Barack Obama fece la sua prima apparizione internazionale. Due persone tra la folla – indipendenti l’una dall’altra – stanno, per ragioni diverse, cercando di entrare in contatto con il nuovo, promettente giovane presidente americano. Questo è il punto di partenza.

Progetti di film tratti da questo libro?

I primi cinque libri della mia prima serie (compresi i quattro precedentemente tradotti in italiano) sono stati trasformati in una serie TV che è stata trasmessa in tutto il mondo, dal Giappone alla BBC in Inghilterra, e gli episodi tratti dai seguenti cinque libri saranno girati quest’anno. Tutto sommato sarà una serie di 20 episodi basata su 10 libri. Ancora niente per Brama – ma ho un contratto per un film tratto da questo romanzo, quindi c’è speranza .

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certamente. So per certo che autori svedesi come Sjöwall / Wahlöö e Henning Mankell mi hanno influenzato, ma oggi leggo soprattutto crime fiction in lingua inglese. Alcuni tra i miei preferiti sono James Ellroy, Denis Lehane, Peter Temple, Don Winslow, Ian Rankin, Mark Billingham, Val MacDermid… E i miei buoni amici svedesi Roslund / Hellström e Håkan Nesser.

Il tuo romanzo è diverso dal tipico thriller scandinavo lento e introspettivo, è più simile ai thriller americani per ritmo e azione. E’ una scelta voluta?

Pensavo che la tradizione scandinava stesse cominciando a diventare molto omogenea. Tutto doveva essere scuro e cupo e – come tu dici – lento e introspettivo. Sentivo che avevo bisogno di altre dinamiche, e credo veramente di aver imparato molto di più dagli scrittori americani (e dalle serie TV) che dalla tradizione scandinava. Oggi mi considero più un europeo che uno svedese.

Cosa stai leggendo in questo momento?

L’ultimo di Denis Lehane.

Hai un agente letterario?

Sì, è assolutamente necessario quando si è tradotti in 30 lingue. Altrimenti non ci sarebbe più tempo per scrivere.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri .

Sì, moltissimo. Di solito viaggio con mia moglie e cerco di fare più esperienze possibile, combinandole con le ricerche per i miei libri. Un sacco di posti in cui ho viaggiato compariranno prima o poi nei miei libri. Ho fatto, per esempio, un viaggio molto particolare e bello in Giappone con giornate piene di interviste per la Tv e i Magazine, e alcuni grandi reading a Tokyo. Poi sono stato ad Osaka, dove avrei dovuto parlare all’università. Avevo preparato il mio discorso in inglese, ma quando sono arrivato nell’aula magna, mi sono reso conto che tutti i giapponesi presenti parlavano svedese! Così ho pronunciato un discorso in svedese, ad Osaka. E ‘stato un po’ surreale.

Come è  il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Oggi ho un rapporto molto attivo con i miei lettori, soprattutto attraverso Facebook . Curo la pagina di Arne Dahl su Facebook io stesso, e i lettori possono chiedere quello che vogliono, e io rispondo sempre. È https://www.facebook.com/ArneDahl.Crimefiction

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Senza dubbio. Sono stato in Italia diverse volte come scrittore (per non parlare come turista, mi piace molto l’Italia). L’ultima volta sono stato al Festival del poliziesco un anno fa a Senigallia, e questa primavera verrò a Venezia per il Venice International Literary Festival – Incroci di civiltà –  il 3-5 Aprile. Vorrei anche venire a Cremona per il festival – Le Corde dell’Anima – dal 30 Maggio al 1 Giugno. Sarà fantastico come sempre.

Grazie per la tua disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri. Ora so che sei impegnato a scrivere il tuo quarto romanzo della serie OpCop, che  dovrebbe essere pubblicato in Svezia nel mese di giugno. Quando arriverà in Italia il tuo prossimo romanzo della serie OpCop?

Grazie per le belle domande. Sì, sto finendo proprio adesso il nuovo OpCop, è stato un lavoro complesso, un ritratto piuttosto unico (mi permetto di crederlo) della criminalità internazionale. Così ora sono un po’ perso. Ma presto inizierò un nuovo progetto, sempre un crime, ma separato dalla serie, con non tanti personaggi principali. Tornerò alle radici della letteratura poliziesca. E credo che avrete il secondo OpCop in lingua italiana entro un anno o giù di lì …

:: Un’ intervista con Alessandro Bastasi

12 febbraio 2014

sceltaCiao Alessandro, bentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Parleremo del tuo nuovo libro, di libri scritti da altri, dei tuoi progetti futuri, insomma di tante cose che interesseranno di certo i lettori che ti seguono e quelli che impareranno a conoscerti leggendo questo blog. Allora di mestiere fai altro, ma la scrittura è un punto fondamentale della tua vita. Quanto tempo dedichi a scrivere?

Quanto tempo dedico a scrivere? Tutto quello che posso. In realtà “scrivo” anche mentre sono in macchina e penso ai personaggi, alla storia, a snodi narrativi particolarmente complicati, a immagini suggerite da quello che succede sul ciglio della strada. Allora mi fermo e prendo appunti sul mio moleskine (non è per fare il figo, è proprio un moleskine [Sorride] ). Questo tempo, che partendo da un’idea dedico alla preparazione del romanzo, di solito è parecchio lungo. Purtroppo non ho dèmoni che mi frullano nella testa o personaggi che premono in cerca di un autore. Faccio tutto da solo. Finita questa fase, passo a scrivere al computer. Lo faccio di sera, nei week-end, in pausa pranzo, nel tempo libero. Per la prima stesura non ci metto molto, la revisione invece può richiedere anche alcuni mesi.

Hai pubblicato da poco La scelta di Lazzaro, con Meme Pulishers. Parlavi in un’ intervista della difficoltà di trovare un editore tradizionale per il romanzo. Il terrorismo è ancora un argomento tabù?

Negli ultimi trent’anni tanto la politica quanto i media hanno continuato a raccontare il terrorismo come se fosse un mero fenomeno criminale, mentre la realtà è molto più complessa. E quindi sì,il terrorismo, nel momento in cui tenti di affrontarlo come fenomeno politico e capirne il contesto e le ragioni, è diventato argomento tabù. Mi rendo conto che le ferite ancora aperte nelle carne viva delle vittime di quella stagione rendono difficile una disquisizione asettica, una visione distaccata. Ma cercare di capire non vuol dire giustificare. E comprendere è importante, se non altro per evitare che si ripeta. Per esempio, si dimentica che lo spartiacque tra la stagione di un movimento pacifico come quello del ’68 e quella successiva, che ha visto la nascita della lotta armata, è la strage di  piazza Fontana, pianificata a tavolino da apparati dello stato in risposta alle lotte operaie dell’autunno caldo del ’69. Ne seguì la convinzione di alcuni che la lotta meramente parlamentare non avesse alcuna prospettiva, che i parlamenti nazionali non avessero alcuna funzione democratica, dal momento che le decisioni passavano sopra i parlamenti, prese all’interno di centri di potere sottratti a ogni controllo. Soprattutto all’interno di quello che le BR, nei loro documenti, chiamavano lo Stato Imperialista delle Multinazionali. In estrema sintesi, l’idea era che la lotta fino a quel momento pacifica di studenti e operai non avesse sbocco, e che bisognasse attuare, in risposta alla violenza dello stato, un cambiamento strategico rivoluzionario che prevedeva anche l’uso delle armi. Che fosse una strategia sbagliata, in quanto non teneva conto del contesto internazionale, della natura della società italiana, dell’opposizione totale del PCI e del Sindacato tradizionale – che non a caso diventarono i maggiori nemici delle organizzazioni terroristiche – lo ha poi dimostrato la Storia. Il risultato è stato l’affossamento delle ragioni e dei sogni del movimento del ’68-’69 e l’inizio di un processo di restaurazione politica, sociale e culturale che ci ha portati allo sfascio del tempo presente. Dove per davvero le decisioni che riguardano tutti noi vengono prese e attuate da organismi transnazionali privi di qualunque legittimazione democratica. Dove quindi i limiti d’azione di una democrazia parlamentare stanno diventando sempre più stretti.

Gli anni di piombo sono una realtà piuttosto ingombrante del nostro recente passato. Molti dei protagonisti sono morti, ma altri hanno diciamo raggiunto la maturità. Ci sono i terroristi pentiti, quelli che non hanno mai rinnegato la loro lotta armata, e le vittime, o meglio i figli e nipoti delle vittime. Una ferita ancora aperta che non si rimargina. Soprattutto perché nessuno tenta seriamente di fare il punto della situazione, di metabolizzare il passato. Perché secondo te? Tutti dicono che lo stato abbia vinto, che gli anni di piombo siano storia, ma è davvero così? Secondo te ci sono i germi per una rinascita di questi fenomeni?

Appunto, nessuno fa veramente e fino in fondo il punto della situazione. Si è cercato di metabolizzare il passato rimuovendolo. Ripeto, le ferite nel cuore di chi ha subito, su di sé o sui propri cari, la violenza terroristica non penso si possano rimarginare se non con uno sforzo di straniamento a volte impossibile da esercitare. Questo tra l’altro è uno dei temi al centro del mio “La scelta di Lazzaro”, dove ho cercato di descrivere il rapporto vittima-carnefice nei suoi aspetti più estremi, nel “suo confondersi e perdersi, nodo importante e profondo per capire il trauma del terrorismo”, come ha scritto qualcuno a proposito del romanzo. Ma, al di là di questo fattore così pregnante, non si riesce a fare il punto della situazione anche perché la narrazione che, grazie all’esplosione dei media, ha dominato l’opinione pubblica negli ultimi trent’anni ha spazzato via, al netto di alcune preziose nicchie di resistenza culturale, persino gli strumenti linguistici con i quali poter descrivere, su un piano prettamente politico, la nascita dei movimenti armati. Di più, ci ha volutamente sottratto gli strumenti concettuali indispensabili per comprendere il brodo di coltura di un fenomeno che pure ha informato di sé almeno quindici anni della nostra storia. Ci hanno raccontato che quella era soltanto una banda di criminali, che questo era ed è il migliore dei mondi possibili, e pazienza se oggi una crisi strutturale senza precedenti sta distruggendo il presente e il futuro di una generazione ignara.
Ci sono oggi i germi per una rinascita dei fenomeni che abbiamo visto nel passato? Non lo so, ma non credo. Penso che, in mancanza di quel collante strategico che un tempo era costituito dall’ideologia, continueremo ad assistere a innocui focolai di rivolta isolati, parcellizzati, fini a se stessi e indirizzati da interessi particolari. Incapaci, oggi più allora, di incidere sulla potenza di un sistema che sta dimostrando tutta la sua violenza.
Che fare allora? Senza una presa di coscienza collettiva, che parta dal basso, che travalichi i confini nazionali e che si concretizzi in una strategia politica ben delineata, non penso si potrà mai vincere alcuna battaglia. Oggi, certo, da più parti si riconoscono, più o meno confusamente, più o meno cognitivamente, le responsabilità criminali del capitalismo mondiale, soprattutto finanziario. Ma, ripeto, abbiamo perduto le parole, le categorie, ci hanno rubato i paradigmi con i quali interpretarne la natura di classe e prenderne coscienza. E se il nemico non lo sai analizzare in un quadro strutturale di riferimento, se dopo averlo in qualche modo individuato ti fai ingannare da falsi scopi, se dirotti la tua forza su obiettivi marginali che scalfiscono appena la struttura del sistema, ecco che la tua battaglia diventa del tutto ininfluente, uno spreco di energie. Ed ecco perché, fino a questo momento, hanno vinto “loro”, come ha dichiarato il plurimiliardario americano Warren Buffett: “Noi ricchi abbiamo fatto la lotta di classe e l’abbiamo vinta”.
“Loro” le usano, le parole giuste. Dobbiamo, prioritariamente, riappropriarcene anche noi.

E il tuo romanzo parla proprio di questo, degli ideali, traditi, di una generazione, che era giovane durante il boom economico degli anni ’60. Una generazione che in parte ha scelto la lotta armata per opporsi ad uno stato delegittimato. Ma di quella generazione facevano parte anche persone che ripudiavano la guerra. Erano gli anni delle marce contro la guerra nel Vietnam, anche in Italia c’era questa contrapposizione?

Non vedo contrapposizione. Manifestavamo contro la guerra nel Vietnam perché era considerata una guerra imperialista degli USA contro il diritto all’autodeterminazione del popolo vietnamita. Lo stesso motivo per il quale appoggiavamo i nordvietnamiti e i vietcong nella loro guerra di liberazione contro l’esercito yankee. Ripudiavamo la guerra “imperialista”, ma non la guerriglia dei popoli, che anzi, spesso, era portata ad esempio. Non per nulla i nostri idoli erano Ho Chi Minh e il generale Giap

Il tuo protagonista è diciamo un sopravvissuto, fa bilanci, riflette sulle sue scelte passate, che non rinnega, e si interroga con una certa rassegnata tristezza sul passato. Sua moglie Samar, ha vissuto la guerra vera in Libano, lui da fotografo ha testimoniato il massacro di Sabra e Shatila. Per creare questo tuo personaggio ti sei basato su persone reali, alcune sue riflessioni sono tue riflessioni?

Mi sono basato su personaggi reali, su persone che conosco, su fatti avvenuti di cui sono a conoscenza Ma il mio protagonista, così com’è nel libro, è totalmente inventato. Di lui mi interessava analizzare, alla luce delle scelte passate, anche le reazioni di fronte all’Italia di oggi, allo scenario che la caratterizza, la crisi economica, lo sfascio della politica, la presenza islamica e i timori di attentati terroristici che questa può suscitare. E soprattutto mi interessava approfondire, sul piano psicologico, il rapporto vittima-carnefice, che nel romanzo, tramite il personaggio di Barbara, si confonde e si ribalta, avviluppando i protagonisti in un destino comune scelto consapevolmente. Un rapporto che irrompe all’improvviso nella vita di Lazzaro e che contribuisce, assieme ad altri eventi, a vanificare fino a distruggerlo il tentativo faticosamente perseguito di recuperare un’esistenza normale.

Poi un giorno si rifà vivo un suo compagno di lotta. Puoi raccontarci cosa succede?

Succede che Pietro Micca detto Miccia, dopo tanti anni ritorna dal Brasile, dove si era apparentemente rifugiato, e ricompare davanti a Lazzaro, suo vecchio compare di lotta. In apparenza sembra voglia coinvolgerlo in un altro scenario terroristico, quello islamico, ma, come si scoprirà nel romanzo, il progetto di Miccia è ben diverso. Miccia, così come me lo sono raffigurato, è l’esempio di un certo tipo di militante affascinato più dal lato avventuroso della lotta armata che da un’adesione convinta a un’ideologia. Il classico avventuriero, quindi, pronto ad accettare incarichi da chicchessia purché l’adrenalina sia garantita. E’ però anche lui un uomo pieno di contraddizioni: se per Miccia decidere la vita o la morte di una persona equivale a uno scrocchio di dita,  di contro vuole davvero bene a Lazzaro, per motivi di cui neppure lui forse si rende conto. E infatti cerca di salvarlo, da se stesso e dalla situazione in cui si è cacciato. Che per ovvi motivi non vi anticipo.

Quali romanzi, diari, documentari, consiglieresti a chi volesse approfondire il dibattito, conoscere l’Italia di quegli anni?

Sicuramente non la recente serie televisiva sugli “anni spezzati”, un altro tassello dell’opera di mistificazione e di capovolgimento della verità perseguita da anni con una ostinazione che non esito a definire culturalmente criminale. Andrei sicuramente su Storia del partito armato, di Giorgio Galli, pubblicato nel 1986, e Piombo rosso, sempre di Galli, pubblicato nel 2004. E’ istruttivo leggere anche “ Renato Curcio a viso aperto” , pubblicato nel 1986, un libro intervista nel quale il  capo delle Brigate Rosse racconta si sé, della nascita del suo movimento, degli avvenimenti che l’hanno visto protagonista, e Una vita in prima linea di Sergio Segio. Di notevole impatto è poi La notte della repubblica (1992), il libro che Sergio Zavoli ha tratto dalle 20 puntate della sua omonima trasmissione televisiva, disponibili anche in dvd.

Dopo l’11 settembre il mondo occidentale è cambiato. Il terrorismo di matrice islamica è entrato nel cuore di New York, del mondo occidentale, colpendo obbiettivi che si credevano intoccabili. Secondo te in cosa differisce il terrorismo italiano di allora, nero o rosso, da quello islamico contemporaneo?

I due terrorismi hanno caratteristiche del tutto diverse. Il terrorismo “rosso” di allora nasce come modalità rivoluzionaria di un’avanguardia per il comunismo, parallelamente il terrorismo “nero” perseguiva l’obiettivo di ripristinare in Italia il fascismo della repubblica di Salò (sto sintetizzando brutalmente). Il terrorismo di matrice islamica presenta invece una dimensione religiosa del tutto assente nei fenomeni di casa nostra. Possiamo discutere fino allo sfinimento sulle sue origini e sulle motivazioni di tipo economico e geopolitico che l’hanno fatto esplodere (lo sfruttamento da parte occidentale, il depredamento del territorio e delle sue risorse, le posizioni non sempre limpide delle potenze regionali, eccetera), fatto sta che il progetto di rafforzare le proprie radici storico-culturali come barriera ideologica nei confronti di un mondo “corrotto e di rapina” si è trasformato, all’interno di gruppi per fortuna minoritari, nel sogno di un califfato allargato che non solo si opponga all’Occidente, ma ne vada alla conquista colpendolo con tutti i mezzi possibili. Sto ovviamente semplificando, è un fenomeno molto complesso, con troppe sfumature per riuscire a sintetizzarle in una semplice risposta.

Molti vivono con il preconcetto che gli islamici siano dei violenti, che la guerra santa sia vissuta come appunto una guerra perpetua contro gli infedeli, e forse è anche un precetto religioso ma abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi centinaia e centinaia di persone, di profughi che arrivano in Europa per sfuggire alla guerra, alla miseria. Gente pacifica, chiusa in centri di transito in cui vengono rinnegate le più elementari norme di rispetto umano. Materiale per un nuovo romanzo. Hai pensato di scriverlo?

In parte l’ho già scritto. Se ricordi, Città contro, sotto forma di noir, toccava il tema dell’immigrazione e il rapporto problematico con una città di provincia italiana. In effetti, sarebbe interessante scrivere un romanzo che racconti il prima di questa gente: i paesi dai quali proviene, le peripezie per raggiungere le nostre coste, la permanenza nei CIE. Sì, mi hai dato un ottimo suggerimento.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Come sai, ho avuto molte difficoltà a pubblicare La scelta di Lazzaro con le case editrici tradizionali. Le loro risposte sono state “Bella scrittura, ma non ci convince l’argomento”, “Tocca tasti cui i nostri lettori non sono abituati”, cose così, insomma. Non mi straccio le vesti, li capisco, sono aziende e devono vendere, se un prodotto non li convince è normale che non lo prendano in considerazione. Alla fine è stato Lorenzo Mazzoni, responsabile della collana noir della casa editrice digitale Meme Publishers, ad appassionarsi al romanzo e a decidere di pubblicarlo. Essendo questa una società italo-francese, mi auguro che sia tradotto in Francia, un paese dove penso che susciterebbe un interesse maggiore che in Italia.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Di tutto un po’, dagli ultimi noir italiani pubblicati (Manzini, De Marco, per citarne un paio), a Mo Yan e Paul Auster. Sono abbastanza onnivoro. Non disdegno peraltro Tex Willer e Diabolik [Sorride.]

Progetti per il futuro?

Il mio ultimo romanzo, dal titolo provvisorio Bel mondo, che ho già consegnato in gennaio alla mia agente. Là cerco di rappresentare la crisi morale ed economica del nostro Paese, mettendo in scena l’abbrutimento di una famiglia borghese che improvvisamente vede annullato da un giorno all’altro, per ragioni sconosciute, il proprio stile di vita, il proprio brillante futuro. Direi che appartiene all’immaginario rintracciabile in Il capitale umano di Virzì. Il romanzo è in lettura presso un paio di case editrici importanti. Incrocia le dita per me! Nel frattempo sto impostando alcune idee per il lavoro successivo.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAD. Ciao Lorenzo, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Finalmente abbiamo con noi il vincitore della quarta edizione del Liberi di Scrivere Award con il romanzo Apologia di uomini inutili. Hai già vinto nel 2011 con Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico, ma se vogliamo questa vittoria è ancora più schiacciante, più di 400 voti,  per un romanzo obbiettivamente difficile, forse ancora più “feroce” di Le bestie – Kinshasa Serenade. Come te lo spieghi? I lettori sono più maturi di quanto si immagini, sono pronti ad affrontare anche storie difficili, dolorose, scomode, sempre che gli scrittori abbiano il coraggio di scriverle?

R. Grazie a voi per l’ospitalità. Intanto ringrazio i lettori per avermi votato. Senza dubbio una vittoria schiacciante su nomi molto importanti, una vittoria insperata. Se è vero che Malatesta poteva contare su lettori affezionati e sul suo pubblico di fedelissimi, la vittoria di Apologia di uomini inutili è stata una sorpresa anche per me. Credo che la vittoria dipenda molto dal tipo di lettori di questo blog, lettori aperti e intelligenti, inoltre l’editore si è mosso molto bene per pubblicizzare che il romanzo era finalista. In generale io credo che i lettori sarebbero prontissimi ad affrontare storie difficili, sono spesso gli editori che fanno il grosso del mercato a propinare carta straccia che spacciano per narrativa, educano i lettori a mangiare cacca.

D. Parliamo proprio del premio, nato da un blog, quindi senza alcuna forma di ufficialità, né sovvenzione, per ora almeno svincolato anche da sponsor, enti culturali, patrocini vari, anche se un pensiero ce l’ho fatto, per farlo crescere, che so chiedere a qualche ditta di penne da collezione, alla Montblanc per esempio, di sovvenzionarci. Tu che ne pensi, perderebbe la spontaneità che ora ha?

R. Io credo di no. Il blog divulga intelligenza, se poi uno sponsor aiuta a crescere, perché non usarlo. In fondo non stai chiedendo fondi a una fabbrica di mine antiuomo o a qualche partito politico.

D. Quest’anno siamo finiti anche sui giornali, L’estense, Il Resto del Carlino, La nuova Ferrara, pensi che stiamo attirando l’attenzione, e soprattutto cosa pensi dei premi letterari in genere, servono agli scrittori e alla letteratura?

R. Non so se le classifiche dei concorsi, così come le classifiche degli store digitali o dei premi letterari diano un orientamento al lettore, penso di sì, almeno in minima parte. Senza dubbio hanno un senso per il mondo editoriale. Quando Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico vinse l’Award nel 2012 fui contattato dal più grosso gruppo editoriale tedesco per la traduzione del libro. E anche in queste settimane, dopo la vittoria di Apologia di uomini inutili nell’ultimo premio Liberi di Scrivere, diversi prestigiosi editori si sono fatti vivi per avere miei manoscritti inediti (ho detto prestigiosi, non grossi…)

D. Vivi tra Milano e Istanbul, questo respiro internazionale, ricordiamo comunque che già da prima eri un viaggiatore, come sta cambiando il tuo modo di vere le cose? Ti stai facendo conoscere anche  a livello internazionale? Ho visto che hanno votato per te dalla Turchia, dalla Germania, dal Vietnam.     

R. Purtroppo a Istanbul non potrò più metterci piede per almeno cinque anni in quanto espulso come persona non desiderata (echi delle proteste di Gezi Park e di quello che ho scritto). Senza dubbio il mio modo di vedere le cose sarebbe diverso se non mi fossi mai spostato da casa, viaggiare implica osservazione e partecipazione, anche culturale e mentale. A livello internazionale è difficile. Porno Bloc è stato tradotto in romeno, Un tango per Victor è stato pubblicato da un editore tedesco, sto tentando di “piazzare” altri titoli in Francia e in Germania, ma è molto dura. Le persone che hanno votato per me da Vietnam, Turchia, eccetera sono amici, colleghi, conoscenti.

D. Da poco è uscito per Koi Press Termodistruzione di un koala, un noir irriverente, scanzonato, alternativo, divertente, un po’ sgangherato poliziottesco anni 70, un po’ critica sociale, un po’ satira anarchica, insomma un pout purri con in sottofondo i Mano Negra, i canti di protesta. Ce ne vuoi parlare?

R. Si tratta della quarta indagine di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (in questi giorni è uscito anche il quinto volume: La tremarella). Racconta del Mitico e del Fesso, due balordi squattrinati, che vengono assoldati dai fratelli Marone, veterani dello spaccio di cocaina, per commettere un atto di “sano vandalismo” ai danni dell’Atlantico, un bar notturno a ridosso della stazione di Ferrara. Non hanno però fatto i conti con la mafia russa, che ha da tempo allungato i propri tentacoli su questo locale, e che ha inviato nella città emiliana il Koala, uno dei killer più spietati e pericolosi dell’ex impero sovietico. Toccherà come sempre all’ispettore Pietro Malatesta e al suo sodale compare, il sovrintendente Gavino Appuntato, cercare di evitare un sanguinoso regolamento di conti che potrebbe far esplodere il tranquillo e quasi immutabile deserto sociale di Ferrara.

D. Banlieue ferrarese, (il fruttivendolo nigeriano, l’alimentare eritreo, il market pachistano, la pizzeria dei libanesi, il bar gestito dai cinesi) killer moscoviti, insomma multietnicità e respiro internazionale, sta diventando un tuo marchio distintivo?

R. Sì, insieme ad azione, colpi di scena, humor feroce e grottesco. Racconto quello che vedo e che sento. Soprattutto mi diverto.

D. Bel personaggio il Koala, spietato, cattivissimo, pronto a mordere la mano ai suoi stessi padroni a Mosca. Arriva a Ferrara per riprendersi un koala di peluche in cui ha nascosto qualcosa di molto prezioso per lui. Peluche che finirà nelle mani di alcuni bambini e non dico di più, ma il titolo è abbastanza indicativo. Come è nato questo personaggio?

R. Volevo internazionalizzare la serie malatestiana e ho iniziato a fare ricerca sulle varie mafie in giro per il mondo. Mi sono imbattuto il quella moscovita e questo mi ha aperto nuovi canali di ricerca legati all’Afghanistan e al post-URSS, è nato così, studiando il passato, leggendo reportage, bevendo caffè.

D. Un noir che non sfigurerebbe come fumetto. Ti hanno già proposto di trasformarlo in un fumetto, o per lo meno in una graphic novel? Già Amaducci accompagna le vicende di Malatesta con i suoi bizzarri disegni. 

R. Andrea Amaducci basta e avanza, illustra lui e lo fa egregiamente. L’idea magari è quella di fare qualcosa insieme dove il fumetto prevalga sul testo. Se altri mi chiedessero di fare una trasposizione rifiuterei.

D. Dirigi la collana noir di una casa editrice italo-francese, con sede a Parigi, la Meme Publishers, quale è il bilancio attuale? Come ti trovi nel ruolo di direttore editoriale? Come scegli i libri da pubblicare? 

R. Non so se sono portato per questa cosa, a me piace leggere e scrivere e mi sembra di non riuscire a dedicare tempo per me, però con Meme mi trovo bene, i libri pubblicati sono ottimi, stiamo pensando a grossi nomi internazionali che usciranno fra qualche mese, la collana che io curo ha pubblicato fra gli altri Alessandro Bastasi, Andrea Mariani, Pierluigi Porazzi che hanno scritto cose molto belle.

D. Oltre al corso a circolo Arci Métissage a Milano hai iniziato anche il corso di Scrittura Creativa, Narrativa e Reportage anche a Monza per Corsi Corsari. Ce ne vuoi parlare? Come è nata questa tua nuova attività di insegnante? Hai buoni riscontri?

R. Sono sempre stato scettico sui corsi di scrittura e continuo a esserlo. Più che altro racconto la mia esperienza e cerco di creare interazione fra i corsisti. Al primo laboratorio a  Métissage è nato un romanzo collettivo scritto dai partecipanti, molto bello, una spy story ambientata a Milano. È nata un’amicizia fra me e anche tra i ragazzi che hanno partecipato. I riscontri sono ottimi, soprattutto a livello umano e culturale. Spero vada altrettanto bene a Monza, con Corsi Corsari e nella replica milanese.

D. Grazie Lorenzo della disponibilità. L’intervista è finita, come ultima domanda ti chiederei se puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro, nuovi romanzi standalone, nuove avventure di Malatesta, progetti cinematografici?

R. Con Andrea Amaducci stiamo terminando la nuova indagine malatestiana. È quasi finita la prima stesura. Abbiamo aperti altri sei romanzi, almeno, dello sbirro anarchico, ma ci concentreremo solo su quello dal clima “spallino”. Sarà una storia dedicata alla Spal e ai suoi tifosi. Poi da solo sto scrivendo più o meno cinque bozze. Da una novella un po’ Simenon (con tutto il rispetto), a una spy-story ambientata durante la guerra nella ex Jugoslavia, ad altre storie disseminate tra Istanbul, Tirana, la Brianza, Milano.