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:: Un’ intervista con Roberto Serrai

1 febbraio 2014

roberto-serrai_pic Ciao Roberto, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla quarta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent – 66th and 2nd. Dopo premi come il premio Procida nel 2003 per la traduzione di Ritorno a casa di Natasha Radojić-Kane e il Premio Gregor Von Rezzori – Città di Firenze nel 2011 per una nuova traduzione de Il grande Gatsby, anche un riconoscimento da un blog. Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?

Bentrovati, e grazie per questa menzione (che, per il fatto di venire da lettori “veri”, mi fa molto piacere). I mastini di Dallas è un libro davvero bello, ci ho lavorato con piacere e mi auguro che, col tempo, arrivi a essere anche per il lettore italiano quello che è, ovvero un piccolo classico.
Dunque, sì, premi ne esistono. Oltre a quelli citati, per esempio, mi viene in mente il Città di Monselice, ma anche i concorsi che vengono organizzati, quasi sempre, in seno alle Giornate della Traduzione di Urbino. Come capita per certi premi letterari, tuttavia, a volte anche quelli per la traduzione possono indurre al sospetto – non è il nostro caso, per fortuna – che nella loro assegnazione, più che le ragioni dell’effettiva qualità di un lavoro, prevalgano altre motivazioni, legate più in generale alle politiche editoriali. Più utili, a mio parere, sono i finanziamenti (silenziosi ma – questi sì, e lo dico per esperienza – sottoposti a controlli molto severi) che alcuni governi, e penso a quello canadese col quale ho più volte avuto rapporti, erogano come contributo alla traduzione, e quindi alla diffusione, di certi autori e opere della propria letteratura. Mi sembra una cosa molto bella. A ogni modo, anche se fanno indubbiamente piacere, non credo che si traduca per i premi. Almeno, io non lo faccio. Per come vedo questo lavoro – in senso marcatamente non narcisista, ma di vero servizio ad autori, libri e lettori – trovo che abbiano un che di contraddittorio. Per quanto mi riguarda, alla consegna di ogni lavoro osservo una specie di rituale. Inviato il file, apro la King James (sono agnostico, ma come traduttore e appassionato di letteratura non posso non amare la KJV) alla seconda lettera a Timoteo, 2:7-8. Se posso leggere quei due versetti e sentirmi in pace con la coscienza, bè, il mio premio già l’ho avuto. Tutto quello che arriva in più è, ovviamente, gradito. Infine: il traduttore, qui in Italia, è giustamente valorizzato? La risposta è semplice: no. Ci sono le eccezioni, ovviamente, ma in generale direi di no. La si ritiene, spesso, una figura intercambiabile, sacrificabile, quasi un fastidio necessario. Basta fare caso a tutte le volte in cui stampa e televisione parlano di un libro straniero pubblicato in edizione italiana senza citare “chi è stato”. Beh, certo, i libri si traducono da soli, no?

Sei nato a Firenze nel 1967, e collabori da anni con varie università italiane e con varie case editrici, prevalentemente come traduttore. Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale, come ti aggiorni o approfondisci le conoscenze su slang, modi dire, anche gerghi collocati nel tempo, per esempio il tipo di gergo nel mondo sportivo degli anni 70, che hai utilizzato per “North Dallas Forty”?

Un traduttore deve leggere assolutamente di tutto, per frequentare il più possibile generi e linguaggi, e io non faccio eccezione. Così come deve vedere tutto (al cinema e in TV, per prima cosa) e ascoltare tutto (e tutti). Oggi, poi, che l’accesso al materiale in lingua è, rispetto a quando ho inizato, incredibilmente più facile ed economico, non ci sono più scuse. Ai miei studenti dico che il traduttore è come un Carabiniere, sempre in servizio (ovvero sempre con le antenne alzate) e nei secoli fedele (al testo). Tra gli ultimi libri che ho letto, per esempio, mi sono piaciuti molto “Overseas” di Beatriz Williams – ogni tanto una bella storia romantica ci vuole – e “The Shining Girls” di Lauren Beukes (finalmente un thriller che, davvero, “non è il solito thriller”). Sto finendo di lavorare a un libro sulla prima guerra mondiale, e dunque negli ultimi mesi ho letto di tutto sull’argomento, da classici che già conoscevo come “The Guns of August” di Barbara Tuchman a libri splendidi che affrontano temi finora poco trattati come i soldati minorenni dell’esercito inglese (“Boy Soldiers”, Richard van Emden) o le imprese dei cuochi militari, sempre inglesi, che tra le truppe in Francia e quelle sparse per l’impero durante la guerra riuscirono a recuperare tre pasti al giorno per cinque milioni di soldati. Alcune ricette sono pure divertenti da rifare (“Feeding Tommy”, Andrew Robertshaw) e più gustose – a chi piace il curry – di quanto si crederebbe.
I gerghi collocati nel tempo sono sempre degli ossi duri. Di solito, faccio più che altro attenzione a non usare espressioni di un’altra epoca (posteriore, ovvio); altre volte cerco qualcuno che sia vissuto in un certo periodo (se possibile) e lo uso come consulente; altre ancora vado a memoria (ho pur sempre quasi mezzo secolo). Uno strumento indispensabile, per evitare di fare sciocchezze, è un dizionario monolingua che situi correttamente – non è scontato – i vari lemmi nel divenire storico. L’Oxford English Dictionary lo fa, e anche il Random House (rispettivamente per l’inglese britannico e quello statunitense). Parlando di opere ambientate e/o scritte in periodi particolari, tuttavia, non si deve tenere conto solo dei problemi legati alla lingua, ma anche di quelli legati alla cultura e all’immaginario collettivo e al rapporto tra le due dimensioni (linguistica e culturale). Bisogna fare un po’ di ricerche, insomma, ed è una delle cose che più mi piacciono di questo mestiere. Una volta ho lavorato su un romanzo ambientato nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. Ho dovuto ricostruire tante dinamiche culturali a me ignote. E’ stata una faticaccia, ma anche uno spasso. Per il libro di Gent ho avuto meno difficoltà, devo dire, forse perché seguo il football, a fasi alterne, da tanti anni.

Hai tradotto autori come William Faulkner, Jonathan Coe, Siddhartha Mukherjee, Azar Nafisi, Francis Scott Fitzgerald, appunto. Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?

Per come la vedo io, una traduzione – a saperla leggere – è come un saggio sul potenziale significante di un certo testo. Il testo va interpretato (cioè bisogna riconoscerne le dinamiche di produzione del senso), va smontato (e bisogna sapere come fare), e poi rimontato in maniera tale che il suddetto potenziale rimanga – quasi, e su questo quasi si giocano, o dovrebbero, reputazioni e carriere – intatto, ma in un’altra lingua. Per questo, all’inizio, ho considerato la traduzione come un’attività collaterale, un’estensione, rispetto alla ricerca accademica. Di qualunque genere fosse il testo sul quale lavoravo. Alla radice sia dell’attività di ricercatore che di quella di traduttore c’è la passione per la cultura (il “fatti non foste a viver come bruti” dantesco, altra cosa che ripeto spesso ai miei studenti), la conoscenza, e la letteratura – intesa anche (lo ricordo da una vecchia lezione di Marcello Pagnini) come consolazione al male di vivere.
Il mio primo incarico fu un testo “minore” di Faulkner, che il mio mentore accademico di allora decise di “passarmi”. Faulkner, non so se mi spiego. Fu come il proverbiale imparare a nuotare con il proverbiale babbo che ti butta in acqua. Insomma, ora tocca a te. Il resto è storia. Per inciso, la casa editrice che doveva pubblicare il volume fallì – ovviamente prima di corrispondere il compenso, che non avrei visto, e sensibilmente ridotto, fino a una decina d’anni dopo. In questo modo entrai subito in contatto anche con una delle fastidiose caratteristiche di certa editoria italiana (la disinvoltura nei pagamenti), quindi col senno di poi posso dire che l’episodio ebbe una sua doppia utilità.

mastiniChe studi hai fatto? So che sei dottore di ricerca in Studi americani, ma quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono laureato in letteratura, nello specifico americana. Fin da adolescente, dunque, ogni mia scelta è stata – scherzo, ma non troppo – ispirata allo spregio per una vita tranquilla, un’entrata regolare e decente, e una serena vecchiaia. Insomma, “scelte di passione” – e ne pago tutte le conseguenze (pazienza) senza nemmeno ricevere due spiccioli di resto, per parafrasare Majakovskij. Scuole e stage? Consiglio studi umanistici, di qualsiasi genere, e poi due strade: Master o altri corsi di traduzione, ma mi raccomando: con poca, MOLTO poca teoria e tanta pratica, e magari (se il Master non tratta certi argomenti) un bel corso sul lavoro editoriale. E poi lavorare tanto per conto proprio. Studiarsi i software di impaginazione, per esempio, i manuali di stile, i prontuari di punteggiatura, il Queen’s English, ecc. ecc.

Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.

Curricula e banche dati sono utili (ma attenzione, chiedete a dieci persone “come scrivere un buon CV per l’editoria” e vi troverete con dieci versioni diverse del vostro curriculum e non saprete, se una va bene, qual è), ma ogni editore si fiderà più del parere di qualcuno che conosce che di un curriculum lungo magari come un volume della Treccani e di decenni di esperienza (ma con altri editori). Quindi: farsi conoscere, di persona. Frequentare i luoghi dove si possono incontrare, fisicamente, i propri futuri datori di lavoro: fiere del libro, presentazioni di libri, iniziative culturali, ecc. ecc. Prima, assumere informazioni sulle case editrici e il mercato editoriale, con piglio militare: chi sono, cosa pubblicano, chi hanno alle spalle ( = chi paga), chi sono gli editor che si occupano del tipo di libri che si vorrebbe tradurre. Telefonare, farsi dare le email aziendali, farsi spedire i cataloghi, studiarsi tutto (appena un gradino sotto allo stalking, insomma) e poi farsi avanti. Non è semplice, mai: ci sono editor ai quali ho scritto per anni senza avere due righe di risposta. Ma insisto.
Come ho iniziato l’ho detto, se poi dopo tutto è più automatico, la risposta è: no. Dopo ventun anni di lavoro, ogni volta bisogna rimettersi in gioco, e andare in giro (virtualmente), mi si passi una citazione del mio amato Manzoni, a fare la questua delle noci. La questua delle noci ( = sapersi vendere, procurarsi nuovi incarichi) è quanto di più alieno ci sia dal mio carattere. Ma si impara. Ci si adatta. O ci si estingue (Darwin).

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

Anche questo un po’ l’ho già detto. A volte mi vengono proposti testi che si ritengono adatti alle mie competenze e alle mie capacità, altre volte no. Va bene lo stesso. I testi che propongo io li scelgo in base ai miei gusti (ovvero, devo ritenere che valga la pena tradurli e pubblicarli in Italia), ma anche cercando di proporre il testo giusto all’editore giusto (dopo le indagini di cui sopra). A volte significa leggere, o almeno sfogliare, decine di libri al mese. Conoscere l’autore aiuta, a livello personale sempre, ma adesso ormai mi interessa quasi di più un altro livello, quello “commerciale”. Vale a dire, la conoscenza dell’autore diventa un punto di forza se il suddetto, o la suddetta, ha molta forza contrattuale e voglia di spenderla per te. Questo, in certi casi, ti permette di lavorare non “molto meglio”: di più. Ma sono casi rari.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

Preparo un piano, una scaletta, certo, ma tanto salta sempre tutto. E salta sempre perché il freelance, nei limiti delle umane possibilità, è costretto ad accettare tutto, o quasi, quello che gli viene proposto. Con i compensi che abbiamo, o si fa così o anche il pane con la cipolla tocca mangiarlo un giorno sì e uno no. La A di “adultera” era la lettera scarlatta, il marchio d’infamia di Hester Prynne: per noi è la F di “freelance”. Quasi sempre si lavora non a uno, ma a due, tre, quattro progetti insieme. E ogni tanto bisogna pur dormire. Le date di consegna, di conseguenza, sono sempre un po’ trattabili. Cioè slittano di qualche giorno. O possono farlo. Ma a volte no (e bisogna imparare a riconoscere quelle volte). Se si agisce con correttezza (facendolo presente per tempo, e mostrandosi onesti), c’è un piccolo margine da sfruttare per far quadrare i conti col Tempo (la maiuscola è voluta). Basta non esagerare (lo diceva anche Calvino quando lavorava da Einaudi). Una volta ho esagerato – non per malafede, diciamo per ingenuità (ero poco più che ragazzo) – e sono stato, come meritavo, punito.

Parliamo  della traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Un testo molto difficile per molti versi, non solo da un punto di vista tecnico, accompagnato anche da un’aura maledetta, o per lo meno di denuncia dei mali contemporanei dello sport, e della società americana più in generale. Alla sua uscita nel 1973, creò un vero e proprio caso, e fu anche portato sullo schermo nel 1979 da Ted Kotcheff, con Nick Nolte come protagonista. Dopo tutti questi anni solo oggi possiamo leggerne in Italia la versione in italiano. Il football americano è certo uno sport molto più violento e usurante del nostro calcio, ma molti meccanismi possono essere simili. Tutto ciò ha influenzato il tuo lavoro? Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?

“North Dallas Forty” è del 1973. Allora, l’esperimento – più o meno sentito, più o meno in buona fede – degli anni Sessanta, l’estate dell’amore, il tentativo di fare prevalere le ragioni della collettività su quelle dell’individuo, non solo era passato: era fallito. Da ora in poi, ognuno per sé. Arricchirsi, “vincere”, superare il tuo vicino, togliergli il posto in squadra, la donna, il futuro. Una cosa mostruosa, violenta, feroce. Scrittori come Hunter S. Thompson l’avevano capito subito: si legga, per esempio, il suo “The Kentucky Derby Is Decadent and Depraved” (1971), e soprattutto se ne guardino le splendide illustrazioni (di Ralph Steadman). Gent, di questo cambiamento epocale, se ne rende conto “quasi” subito, e ne parla usando una squadra di football come metafora della società in generale, ma lo fa benissimo. Nel libro c’è il grottesco e c’è la tragedia (nel senso più alto e classico del termine), nel film soprattutto il grottesco (io preferisco il libro, ma voglio bene a Nick Nolte). Ed è questa tragedia – che è una tragedia anche dell’ipocrisia che sottende molto sport americano; direi, però, soprattutto il baseball (o almeno sembra ipocrisia a noi; basta andare a vedere una partita negli USA e si torna bambini, e si crede perfino alla panzana sul disinteresse dei giocatori per il dio denaro) – la resa di questa tragedia, la vera sfida. Quel sentirsi all’improvviso niente più che un pezzo dell’equipaggiamento della squadra, un oggetto, una cosa, che interessa solo finché produce risultati, e quindi reddito, e si piega a certe logiche – che del resto, almeno per il momento, sono invincibili. A me è interessato questo.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Ho appena consegnato un grosso libro, sto iniziando a lavorare a un bel progetto con persone che mi piacciono, cerco di far tradurre (da me) un libro splendido, ritradurre (sempre da me, ovvio: è fuori catalogo da anni, purtroppo e per fortuna) un libro meraviglioso [si noti come non vengono svelati i titoli: è un mondo senza pietà, né fiducia], ma soprattutto è iniziata… la questua delle noci.

Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.

Grazie a voi. Temo di essere sembrato negativo e pessimista (nell’ambiente, svelo un segreto, qualcuno mi chiama “Mr Sunshine”), ma non è così. Tornassi indietro farei esattamente le stesse cose. Non esiste lavoro più bello. È cruciale, tuttavia, essere consapevoli di quello che ci aspetta. Chi cerca denaro, tempo libero, soddisfazioni di un certo tipo, visibilità, glamour, beh, scelga un altro mestiere. La traduzione è un’amante esigente. Prende più di quello che dà (in senso quantitativo). Non è un maglione che si mette e si toglie, è più una seconda pelle. Non la lasci mai, ti sta sempre addosso. A volte ti sembra di essere solo, e che solo i colleghi possano capirti. Beh, a volte è davvero così. E la domanda del neofita (per dire una stupidaggine) non è “dove ti vedi tra cinque anni”, ma “dove ti vedi tra venticinque”. Per molti (per me lo è stata) la risposta è “sempre qui, sempre così”. Siete pronti? Sì? Allora andrà tutto bene.

:: Un’intervista con Fatima Bhutto a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2014

F.Bhutto.Primo piano puroCredit by Amean JBenvenuta Fatima e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Non le farò domande sulla sua famiglia, (invito i lettori interessati a leggere il suo saggio biografico Canzoni di sangue), preferisco farle domande sul suo lavoro di scrittrice. L’ombra della Luna crescente (The Shadow of the Crescent Moon, 2013) è il suo primo romanzo, un’ opera di fantasia che rispecchia comunque la vita in Pakistan, specialmente dei giovani. Molto spesso la fantasia, ci aiuta a facolizzare anche meglio la realtà?

Penso che la narrativa sia davvero liberatoria. Ci permette di discutere argomenti che sarebbero altrimenti troppo spaventosi o troppo difficili da affrontare direttamente. Ti offre uno spazio libero da giudizi, e questo è davvero importante, specie quando stai trattando argomenti pesantemente politici, o soggetti delicati.

Cinque personaggi, due donne e tre uomini sono al centro della vicenda: Mina e Samarra,  Aman Erum, Sikandar e Hayat. Il mio personaggio maschile preferito è sicuramente Sikandar, molto diverso dall’idea che molti occidentali hanno degli uomini musulmani: è sensibile, idealista, ama teneramente la moglie accettando i suoi scatti di rabbia, le sue forse ingiuste recriminazioni (il dolore per la perdita del figlio è di entrambi). Come ha costruito questo personaggio così in opposizione con gli stereotipi correnti?

Anch’io provo una grande simpatia per Sikandar e la provo perché ci mostra che la paura è universale. Non si può sfuggirla, non importa quanto ci si impegni a provarci. Finché non risolvi la causa della tua paura, ne sei perseguitato. Gli uomini non sono più coraggiosi delle donne, non lo credo assolutamente, ma subiscono maggiori stigmatizzazioni quando si parla di paura. Devono nascondere la loro paura agli altri, ed anche a se stessi.

Oriente e occidente, due mondo così lontani, ma non inconciliabili. Infondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

L’amore ci unisce, ed anche la compassione. Viviamo in un mondo incredibilmente interconnesso e se c’è una verità riguardo all’universo nella quale credo è questa – che siamo tutti connessi. Molte più cose ci uniscono di quante ci dividano. La paura ci allontana, ci impedisce di vedere che siamo tutti un’unica cosa.

La vicenda si snoda nell’arco di tre ore, dalle 9 a mezzogiorno di un venerdì di dicembre, un giorno di pioggia, primo giorno dell’Eid. Numerosi flash back dilatano il tempo, per poi contrarlo nei momenti di maggior pathos, quasi cristallizzandolo come in una goccia d’ambra. Oriente e occidente differiscono anche nella concezione e percezione che hanno del tempo. Era questo che voleva far emergere dal suo romanzo?

Assolutamente! Sei la prima giornalista ad accorgersene – è certamente vero che l’est e l’ovest hanno prospettive completamente diverse riguardo al tempo. Nell’occidente c’è un senso di importanza dato al tempo – alle otto ti svegli, alle dieci sei in ufficio, all’una pranzi alle sei vai a casa e non solo quello, ma anche nella vita. A diciotto anni lasci casa, a venticinque possiedi un appartamento, a trenta ti sposi e così via. Ma in oriente l’inazione è un movimento vitale quanto l’azione. L’oriente vede il tempo più come un viaggio, completamente separato da un ordine. C’è il caos nel viaggio – è una grande parte del viaggio, in effetti.

La giustizia, oltre alla libertà, e alla compassione, è un tema importante nel suo romanzo, Mira nella foresta accusa i talebani di essere ingiusti, accusa più profonda non poteva farla. Come ha reso con le parole questa necessità quasi vitale dell’uomo a qualunque latitudine abiti?

Mina lo personifica, questo desiderio di giustizia, non solo nel suo tener testa ai talebani, ma anche nel suo dolore e nella sua costante ricerca di una comunità che la comprenda e che condivida la sua perdita. Per me la giustizia è il cuore della politica e della società. È una necessità primaria ed una delle cose meravigliose della narrativa è stata mostrare quanto sia soggettiva. La giustizia per Mina può significare ingiustizia per qualcun altro – i risultati finali possono essere differenti, ma la ricerca è la stessa.

L’ombra della Luna crescente è un romanzo difficilmente classificabile: è un romanzo familiare, politico, generazionale, uno spaccato in grado di raffigurare le contraddizioni e l’ attualità del Pakistan contemporaneo, e nello stesso tempo capace di trasmettere tenerezza e poesia. Il suo essere anche poetessa, l’ha aiutata in questo?

Questa è una domanda interessantissima, ma una domanda alla quale non posso davvero rispondere perché immagino fosse il tono della storia! Voglio dire, non ne ero consapevole ma provavo una grande tenerezza per i personaggi e per il loro mondo e forse questa tenerezza traspare…

L’ombra della Luna crescente è un romanzo coraggioso, nel suo paese creerà sicuramente frizioni per le sue riflessioni, specialmente politiche. Come pensa di affrontare le eventuali critiche?

Quando tratti qualunque argomento politico delicato – e pare che quando un piccolo gruppo si sta difendendo dalle masse, tutto diventi delicato – ci saranno sempre attacchi e frizioni. Ma io credo che restare in silenzio su questi argomenti sia estremamente pericoloso, non parlarne apertamente. Sono pronta ad affrontare ciò che ne deriverà.

Non sceglie un percorso lineare, usa veli e disvelamenti repentini, improvvise rivelazioni, anche molto avanti nella narrazione, mi riferisco al motivo perché Mira si infiltra nei funerali di perfetti estranei, creando un senso di attesa e di mistero. Tutto ciò si ricollega alla concezione del tempo a cui ci riferivamo prima?

In parte sì, ma anche perché nella vita noi abbiamo a che fare in continuazione con questa tensione fra sapere e non sapere. Abbiamo ampi margini per la segretezza che cerchiamo sempre di controbilanciare col nostro bisogno di trasparenza. Perciò proprio come nella vita non si conoscerà mai il cuore del problema che disturba qualcuno il primo giorno che l’incontri, così nel romanzo devi viaggiare per qualche tempo con i personaggi prima che loro ti lascino entrare.

Aman Erum è il personaggio più fragile e in un certo senso discutibile, anche se lei non usa mai termini men che meno corretti nel tratteggiarlo. Vuole fuggire all’estero in cerca di stabilità economica e sicurezza, arriva a diventare informatore del colonnello Taric, l’uomo con la vera d’oro rosa, considerandosi un patriota, ma causando involontariamente l’arresto di Samarra con quello che ne consegue. Il padre ne disapprova le scelte, nel passo più commovente del libro, anche se lo nasconde nel tono di voce. Troverà un riscatto?

Spero di sì, davvero. Penso che tutti i personaggi nel romanzo stiano affrontando situazioni nelle quali il loro stesso paese li sta coinvolgendo. Stanno tutti lottando nel loro modo per trovare un po’ di giustizia, per trovare una qualche redenzione. Ma il romanzo parla anche molto di tradimento, e quanto ciascuno di noi deve tradire al fine di sopravvivere oggi nel mondo moderno…

Grazie della sua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendole di anticiparci i suoi progetti per il futuro? C’è un nuovo romanzo, in programma?

Grazie per le tue domande sentite e sensibili. È stato un piacere rispondere. Spero davvero molto di poter lavorare su altre storie in futuro, ed appena avrò finito col tour promozionale del libro, allora tornerò a lavorare sulla scrittura invece di parlare!

[Traduzione a cura di Davide Mana]

[Photo credits: Amean J]

English version here

:: Un’ intervista con Maurizio de Giovanni

23 dicembre 2013

131126 BUIOD. Bentornato Maurizio su Liberi di scrivere. Vorrei dedicare questa nuova intervista principalmente al tuo nuovo romanzo Buio, per i bastardi di Pizzofalcone che esce sempre per Einaudi a pochi mesi dal tuo romanzo precedente. Era giugno, infatti, quando è uscito I Bastardi di Pizzofalcone. Tutti si aspettavano una nuova indagine di Ricciardi e invece tu ci hai sorpreso proseguendo la tua serie di noir contemporanei. La storia che hai narrato esigeva di essere raccontata? I personaggi del precedente romanzo hanno in un certo qual modo preteso di nuovo spazio?

R. Prima di tutto lasciami salutare con grande affetto i lettori di questo tuo magnifico punto d’incontro per chi come me ama la narrativa, e abbracciare te con tanta tenerezza. Sì, direi che è andata proprio così; i Bastardi di Pizzofalcone avevano bisogno di un momento di forte consolidamento, di farsi conoscere meglio prima di tutto da me, di ampliare le storie personali e le relazioni reciproche. E poi avevo questa storia, forte e urgente, e sai che quando è così è molto difficile trattenersi dallo scrivere.

D. Con Il metodo del coccodrillo hai iniziato la tua serie contemporanea, scrivendo un poliziesco metropolitano in cui bene o male c’è sempre un protagonista prevalente, lispettore Giuseppe Lojacono, che in un certo modo ricalca echi della saga di Ricciardi: un poliziotto con le sue fragilità, due donne che gli sono care, superiori che se proprio non lo ostacolano, non lo comprendono e lo limitano. Da I bastardi di Pizzofalcone in poi, questo schema si rompe e l’approccio corale è prevalente. In quest’ultimo romanzo addirittura Lojacono è quasi sullo sfondo, è la squadra nel suo insieme, vista come un organismo unico, la vera protagonista. Come sei giunto a questa evoluzione?

R. Verissimo, la serie dei Bastardi di Pizzofalcone costituisce in un certo senso una novità per la coralità dei personaggi. Credo che un grande limite della narrativa italiana, anche non di genere, consista nel fatto che gli autori finiscono sempre per isolare un personaggio in cui vedono se stessi o quello che avrebbero voluto essere: basti notare quanti romanzi abbiano per protagonista uno scrittore o una scrittrice. Penso che bisognerebbe fare un passo indietro e raccontare la vita com’è, un contesto sociale in cui ognuno è protagonista assoluto della propria storia e interagisce con gli altri. Visto dall’alto del narratore, ogni personaggio mantiene una dignità e uno spessore, complessità che vanno singolarmente raccontate.

D. Ed McBain e l’87 Distretto sono in un certo senso un tuo modello, citi questo autore in diverse interviste. Lui ambientava le sue storie a Isola, una città immaginaria trasposizione di NewYork, tu ambienti le tue storie a Napoli. Lui aveva in Steve Carella il suo teorico punto di riferimento, tu hai creato il carismatico personaggio di Lojacono. Ed McBain scrisse la sua fortunata serie dagli anni 50 al 2005, fornendo un affresco sociale di un’epoca, in cui inseriva le storie private oltre le investigazioni dei suoi poliziotti protagonisti. Ti appresti a fare la stessa cosa anche tu con Napoli?

R. Per carità, l’Immenso McBain è un modello inarrivabile! Diciamo che mi sono limitato a tributare la mia ammirazione con alcuni riferimenti, come i tratti orientali che accomunano Carella a Lojacono. In verità sono un appassionatissimo lettore di tutti i romanzi della serie dell’87°, e trovo che mantenere una pluralità di personaggi facendone un gruppo di protagonisti sia geniale perché consente di variare costantemente la prospettiva, il punto d’osservazione dal quale si guarda il complesso universo di una metropoli contemporanea. Nel mio piccolo vorrei riuscire a usare i Bastardi di Pizzofalcone come veicolo per raccontare, a modo mio, una città difficile e articolata come Napoli.

D. La tua scrittura è stata definita verista, e nello stesso tempo poetica, dove la poesia nasce dal quotidiano, dalle cose minime, dalla fragilità e dalla forza a volte inaspettata. Grande risalto dai all’umanità dei personaggi, quasi non vergognandoti di essere capace di commuoverti, e lo fai con grande partecipazione emotiva. La commedia umana di balzachiana memoria sembra mutevole solo in apparenza?

R. Sono convinto del fatto che il genere nero, che prende il delitto e le passioni che lo causano e che da esso derivano, non debba essere necessariamente freddo, duro e distaccato. Si parla di sentimenti, di emozioni e appunto di passioni, eventi umani potenti e sottili, che mostrano la fragilità dei rapporti e delle relazioni che spesso erroneamente crediamo indistruttibili e inossidabili. La mia personale commozione di fronte a certe vicende, soprattutto quelle che coinvolgono i deboli, gli anziani, l’infanzia, arriva naturalmente nella mia scrittura e nelle descrizioni. Non lo faccio apposta, insomma, ma sono ben contento che questo accada. Il mio editor, Francesco Colombo, parla per i miei romanzi di “nero sentimentale” e devo dire che la definizione mi piace molto.

D. Se Il metodo del coccodrillo, era una storia di vendetta e solitudine, I Bastardi di Pizzofalcone, di riscatto, Buio è principalmente una storia di disperazione, forse il tuo romanzo più profondamente noir. C’è più pessimismo, smarrimento, ferocia nella Napoli di oggi?

R. Napoli, al di là delle sue peculiarità molteplici nel bene e nel male, è una metropoli mediterranea. In essa, come in qualsiasi luogo che ospiti molte centinaia di migliaia di persone in uno spazio piuttosto ristretto, ribollono milioni di pensieri ed emozioni, con gelosie, invidie, ossessioni. Io scrivo romanzi neri, ed è quindi naturale che tra tutte le passioni io prenda sotto particolare osservazione quelle che danno luogo a un delitto, o che da esso provengano; questo non vuol certo dire che Napoli sia un inferno, naturalmente: ma certamente, come tutte le nostre città, sa essere un luogo arido e solitario, in cui si può morire di abbandono a pochi centimetri da chi ti potrebbe aiutare. Questo pensiero mi sgomenta, e anima inevitabilmente le mie storie.

D. Un rapimento, un furto in casa, un killer che uccide anziani o disperati che non hanno più una ragione per vivere (che solo Giorgio Pisanelli sente e vuole fermarlo) sono le indagini principali, poi come racconti autonomi all’interno del romanzo, una figlia che affida la propria figlia a suo padre senza sospettarne il pericolo, un ragazzo che vuole fare un regalo speciale alla sua ragazza progetta di rapinare una gioielleria, un uomo che per guadagnare di più fa il turno di notte e per fare una sorpresa arriva a casa al momento sbagliato, una ragazza monta in motorino e per non rovinare i capelli non mette il casco. Stai sperimentando nuovi approcci narrativi?

R. No, assolutamente. Cerco di raccontare la vita, facendo vagare un po’ lo sguardo qua e là, perdendo un po’ la concentrazione narrativa e mettendo a fuoco, durante il viaggio, qualche panorama alternativo che subito scappa via dal finestrino. Provo a dare al lettore un ambiente, fatto di molte cose e molte persone, per fargli sentire l’aria che tira, il tempo che fa. E qualche volta mi distraggo e mi metto, solo per un po’, a seguire qualche vicoletto che magari racconta storie interessanti. Poi però mi riprendo e torno a raccontare le storie principali. Dev’essere un principio di Alzheimer.

D. Le indagini per ritrovare il piccolo Edoardo Cerchia, un bambino di dieci anni, figlio di genitori separati e nipote di un ricchissimo imprenditore, è forse il filo conduttore su cui ruota tutto il romanzo, la parte che chiede più spazio, più partecipazione emotiva anche da parte del lettore. L’infanzia negata, la violenza, non solo fisica, perpetrata contro i minori sono temi che si ripresentano sovente nei tuoi romanzi, sempre con sfumature più drammatiche, più raggelanti. Un rapimento non è un omicidio, anche se lo può diventare, ma nello stesso tempo è un crimine che causa grandissimi strascichi di sofferenza, nel rapito, nei parenti che a casa l’aspettano, nelle forze dell’ordine che temono di arrivare troppo tardi, negli stessi rapitori, costretti a volte a scelte che in altre circostanze non farebbero. Come hai costruito questa parte del romanzo?

R. Ogni crimine ha un violentissimo impatto oltre che sulla vittima e su chi commette il gesto anche su tutti quelli che ne lambiscono il territorio. Ho una sensibilità particolare, essendo padre, nei confronti dell’infanzia e ti confesso che scrivere Buio mi ha fatto tornare a quando ho scritto Il giorno dei morti, il quarto romanzo della serie di Ricciardi, facendomi stare davvero male quando dovevo descrivere le sensazioni di Dodo in mano a chi l’aveva preso. Tuttavia era necessario, per riuscire a raccontare tutto quello che volevo dire. Non è stato facile, ma ti confesso che sono piuttosto soddisfatto del risultato: nel romanzo sento vibrare il mio dolore per Dodo, e la compassione che sento per una società che non riesce più a proteggere i propri figli dall’abisso.

D. La crisi, la disoccupazione, l’incapacità di mantenere il tenore di vita a cui si è abituati, la paura di chiedere aiuto, quando si è certi che quell’aiuto non arriverà, sono tutti volti di quel buio, che i personaggi del tuo romanzo devono affrontare. La crisi che stiamo vivendo, non solo italiana, mondiale, è una fase storica legata alla fine del consumismo selvaggio, alle bolle finanziarie, al divario tra ricchezza reale e capitale fittizio,  ed è ancora in un certo senso estranea, ancora poco analizzata nella opere narrative di questi ultimi anni. Tu come hai scelto, o meglio trovato il coraggio, di narrarne uno dei suoi volti più feroci?

R. Volevo esprimermi in merito alla dissoluzione etica della nostra attuale classe dirigente, ora che la crisi economica ha distrutto l’effimera scala dei valori costruita sul friabile terreno della ricchezza. Dopo aver spinto per quasi trent’anni sul conto economico, in mano a manager senza scrupoli che hanno avuto un’ottica di periodo brevissima, talvolta semestrale, senza pianificare alcuna crescita, la crisi ha denudato il re portando a galla la disperazione della totale assenza di una qualsiasi etica. Sappiamo solo spendere, e non ci rassegniamo a doverne fare a meno: perciò ci indebitiamo, inoltrandoci in un abisso dal quale uscire sarà impossibile. Credo sia assurdo tenere fuori questa vera bomba nucleare emotiva dal nostro racconto della vita attuale, e Markaris ne è la prova col suo racconto grottesco e fortissimo della crisi greca.

D. Anche Napoli è sullo sfondo, una metropoli contemporanea invasa dal traffico e dal rumore, in cui al gente può passare senza essere vista come Maria Musella. Sappiamo che è maggio, che la bella stagione sta arrivando. Conosciamo i mercati rionali, le industrie chiuse per la crisi. Che ruolo assumerà Napoli nei prossimi romanzi della serie?

R. Non riesco a tenere fuori la mia città dalle storie che racconto. Napoli, lo sai, non si adatta mai a fare da sfondo, da semplice scenografia: si sporge, si fa largo, si muove e prende posizione davanti proponendo le sue mille facce, bellissime e orribili o anche solo consuete, ma mai ordinarie. Sarà sempre centrale, Napoli, in quello che racconto: sia negli anni Trenta che oggi.

D. Hai scelto un finale aperto. Sta al lettore comprenderlo. Siamo consapevoli di quale possa essere, ma c’è sempre un margine che sfugge, quasi affidato alla speranza. Che anche i peggiori possano avere un ripensamento, un rigurgito di coscienza. Questa ambiguità è voluta o l’ho vista solo io?

R. Ogni storia in realtà ha un finale aperto. Pensare che un romanzo si chiuda con l’ultima pagina è solo utopia, l’unico genere che chiude la storia col suo “… e vissero felici e contenti” è la fiaba. Buio continua, come continuano tutte le storie nel cuore di chi legge se il cuore è stato raggiunto. Mi piace pensare che ogni lettore immagini un diverso seguito per i miei personaggi, proprio come faccio io.

D. Una domanda su Ricciardi è inevitabile. Puoi anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo ricciardiano?

R. Certo. Il prossimo romanzo di Ricciardi, che uscirà la prossima estate, sarà ambientato nella settimana che precede la festa della Madonna del Carmine, che ricorre com’è noto il 16 luglio. Sarà torrido, assolato e doloroso, e parlerà di professori universitari, di medicina, di orefici e di religione. Non dico altro, altrimenti l’editore mi uccide.

D. In una tua recente intervista, alla domanda in quale città , oltre Napoli, ambienteresti le tue storie, nomini Buenos Aires. Cito le tue parole: “Se proprio dovessi scrivere una storia altrove, sceglierei la Buenos Aires degli anni Venti, fatta di tango e dolore, di emigrazione e di dignitosa povertà e di grandi speranze”. Era solo un’idea, o scriverai davvero una storia così?

R. Ho visitato Buenos Aires, ospite del festival locale del noir, questa estate e me ne sono perdutamente innamorato. E’ la città più bella che io abbia mai visto, e ha una storia ricchissima e meravigliosa fatta soprattutto di immense emozioni. Mi piacerebbe davvero raccontare qualcosa, ma dovrei andarmene a stare là per qualche tempo. Quando non mi vorrete più qui ci penserò!

D. Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari. Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista?

R. La serie dei Bastardi diventerà probabilmente una serie televisiva, ne stiamo parlando. Certo le storie hanno degli aspetti difficili da trasporre, ma è una bella sfida che avrei tanta voglia di raccogliere, così come mi piacerebbe scrivere qualcosa di divertente per il teatro. Ci vorrebbe una giornata di quarantott’ore, però. Un abbraccio a te, Giulia, e a tutti i lettori; grazie per l’attenzione, e a presto in libreria!

:: Un’intervista con Federico Roncoroni a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2013

roncoroniBenvenuto Federico Roncoroni su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Si descriva ai nostri lettori, ci parli di sé. Punti di forza e di debolezza.

Leggo, scrivo e viaggio e faccio altre cose che il tacere è bello. Il mio punto di forza è che leggo più di quanto scrivo e la mia debolezza è che non leggo quanto vorrei.

Editor, italianista, autore di manuali di scrittura e di una delle più diffuse grammatiche della lingua italiana, e ora con Un giorno, altrove romanziere. Come è nata l’ esigenza di scrivere un romanzo, un romanzo epistolare nell’era di internet?

Come ha già detto qualcuno, ho scritto un romanzo per smettere di viverne uno. E ho scritto un romanzo epistolare perché tutto è nato da una lettera, anzi da una mail.

Un giorno, altrove è un romanzo d’amore, di ricordi condivisi, di malattia, di dolore, di morte. Veniamo anche a conoscere il rapporto del protagonista con i suoi genitori negli ultimi anni. Ha paura della vecchiaia, o la considera una semplice età della vita?

Non ho paura della vecchiaia perché non ho mai avuto paura neanche della giovinezza: come dice lei, sono due tappe della vita ineludibili, a meno di non morire infanti.

La memoria è un altro tema che affronta in questo libro, il rapporto del protagonista col passato, ricreato con le parole e vivo solo più nella sua mente. Lo stesso amore per Isa è fatto di ricordi, che si fanno comunione e appartenenza. Crede che l’amore aiuti a fissare nella memoria ciò che resta del passato?

La memoria è una carta assorbente: prende e asciuga tutto quello che di più evidente si trova sotto.

Ha scelto una struttura insolita, una serie di email che testimoniano un dialogo amoroso tra due personaggi Filippo e Isa, di cui conosciamo solo le mail di lui, mentre quelle della donna dobbiamo in un certo senso ricostruirle dalle sue risposte, in una sorta di presenza-assenza. Perché questa scelta?

È stata una scelta obbligata. La vera Isa ha posto come condizione alla narrazione della sua storia che le sue mail non apparissero. Mi sembra però che, proprio per la sua assenza, risulti più presente.

Sembra quasi un unico lungo discorso con se stesso, un ininterrotto flusso di coscienza; in che misura la solitudine si insinua nella vita del protagonista?

La solitudine si insinua nella vita di chiunque la elegga a suo modo di vivere, ed è un bel modo di vivere a patto che non sia imposta da nessuno o da nulla e possa essere interrotta quando lo si voglia. Nel caso di Fil è la solitudine di chi aspetta che una persona arrivi a rompere l’incantesimo.

La malattia, il costante pensiero della morte, riportano il protagonista a confrontarsi in modo combattivo con il male, l’assenza, la perdita. Eppure il tono che usa non è né triste, né sconfitto. Come ha scelto le parole per descrivere questo paradosso?

Uscito fuor dal pelago a la riva, Fil si volge a retro a rimirar lo passo che non lasciò giammai persona viva: non si dispera e non si rallegra ma guarda il tutto con l’ironia del sopravvissuto.

Un fiore, una cattleya, un omaggio a Proust?

Sì, brava. Un omaggio a Isa che come l’Odette di Swann amava ornarsi il petto e il crine con una cattleya.

Il finale permette di rivedere il romanzo intero sotto una nuova luce; è un atto d’amore pure il silenzio, la mancanza di assoluta sincerità, anche se poi la verità è inevitabile che faccia la sua apparizione?

Isa ha taciuto la verità per amore, anche se non poteva ignorare che alla fine la verità sarebbe venuta a galla e avrebbe avuto un effetto devastante.

Curatore dell’archivio di Piero Chiara, cosa ha in comune con questo autore lombardo? Si sente in qualche modo vicino alle tematiche da lui trattate?

Come discepolo di un maestro come Piero Chiara, ho in comune con lui tutto quello che mi ha insegnato ma che ho cercato di superare per distinguermi da lui. Le nostre tematiche sono comunque differenti perché abbiamo avuto esperienze diverse, ma quello che conta è la lezione linguistico-narrativa: debbo a lui il piacere di raccontare e, spero, la limpidezza della scrittura.

Lei è un grande appassionato e studioso della letteratura dell’Ottocento e Novecento. Quali sono i suoi autori preferiti? Quelli che maggiormente l’hanno influenzata? E tra i contemporanei, c’è qualche esordiente che ha apprezzato particolarmente?

Difficile scegliere tra gli autori dell’Ottocento e Novecento, perché sono tutti grandi, e ancora più difficile scegliere tra i contemporanei, perché scegliere qualcuno vorrebbe dire lasciar credere di considerare gli altri da meno. Tra i contemporanei stranieri, anche se non è un esordiente e non scrive neanche più, amo di immenso amore Philip Roth e, tra gli italiani, Melania A. Mazzucco, che per fortuna continua a scrivere.

Si parla di candidare il suo romanzo allo Strega. Come affronta questa avventura?

Con gratitudine verso quanti si stanno impegnando in proposito a favore del mio romanzo. Con il giusto scetticismo per quello che mi riguarda.

Infine concluderei questa intervista ringraziandola ancora per la disponibilità e chiedendole se attualmente sta scrivendo un nuovo romanzo.

No, e per il momento non ho nessuna intenzione di farlo.

:: Un’intervista con Linda Castillo a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2013

vicolo ciecoCiao Linda. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Linda Castillo? Punti di forza e di debolezza.

Ti ringrazio tantissimo per avermi invitato. Sono cresciuta in una piccola comunità agricola in Ohio, un paio di ore da Amish Country. Mio marito ed io attualmente risiediamo nella regione di Texas Panhandle, in un piccolo ranch. Abbiamo due cavalli, quattro cani presi dal canile e un gatto domestico. Sono una grande amante degli animali e passo tutto il tempo che posso con i miei cavalli a cavalcare. Vorrei dire che la mia forza più grande è la perseveranza. La mia maggiore debolezza è che a volte tendo ad essere una maniaca del lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto il mio primo romanzo quando avevo tredici anni. Era un romanzo young adult dal titolo The Long Journey, scritto a mano in un quaderno a spirale. Che ancora conservo. Certo era scritto male, ma ho sempre amato scrivere storie e creare personaggi. Mi è sempre piaciuto mettere quei personaggi in situazioni difficili o pericolose.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Ho scritto diversi libri prima di riuscire a venderli. Il mio primo libro pubblicato si intitolava Remember the Night. Era un romanzo romantic suspense edito da Harlequin nel 2000.

Quali sono per te le qualità tipiche che caratterizzano un buon scrittore?

L’ editoria è un business difficile in cui avere successo. E scrivere un romanzo è un lavoro talvolta lungo e difficile. Penso che uno scrittore, sia uomo che donna, che voglia avere successo debba prima di tutto essere perseverante. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore prendere lezioni di scrittura e imparare quanto più possibile non solo i segreti della scrittura, ma anche come funziona il business vero e proprio. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore essere appassionato del suo lavoro.

La serie di thriller con protagonista Kate Burkholder è ambientata nella terra degli Amish. La comunità Amish è un’ ambientazione insolita per un romanzo. Come ha influenzato la tua scrittura? Penso al film Il testimone con Harrison Ford. Ti ha influenzato in qualche modo?

Mentre mi è piaciuto molto il film, Witness in realtà non ha influenzato in alcun modo il mio lavoro. Una visita nell’ Amish Country nel 2004 mi ha suggerito l’ idea di base e l’ambientazione per Sworne to silence (Costretta al silenzio, 2010). Non riuscivo a pensare ad un’ ambientazione più interessante per il mio libro. Come scrittrice ho voluto esplorarne la cultura. Volevo scrivere di una protagonista da poter inserire in quel mondo. Un personaggio diviso tra due culture,  che molte volte si scontrano. Ho voluto iniettare qualcosa di terribile in questa piccola città sana per vedere come questo personaggio eterogeneo gestisse quel tipo di stress. Amo la giustapposizione di ciò che è sano posto contro il male.

Ti sei ispirata ad eventi reali per creare le tue trame? Dove trovi di solito le idee?

La maggior parte delle mie idee vengono da notizie che apprendo dai giornali, dalla tv e c’è un rifornimento apparentemente senza fine. Ci sono omicidi e sparizioni e sparatorie che nascondono una parte di mistero. Ho sempre voglia di sapere chi è stato e perché. E così prendo una notizia interessante – di una persona scomparsa, per esempio-, e cerco tutti gli attori coinvolti, do un’occhiata a tutti i possibili scenari e le motivazioni, e mi metto al lavoro. Cerco anche di pensare a come i crimini influenzano la vita delle persone e di come la gente reagirà. Chi ha qualcosa da nascondere? Chi sta mentendo? E’ un processo disordinato nella fase iniziale, ma alla fine ottengo di solito qualcosa che posso davvero utilizzare per i miei romanzi.

Hai anche scritto numerosi romance e romantic suspense. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ho venduto il mio primo libro nel 1999 a Harlequin e ho scritto 27 libri da allora. Scrivere romantic suspense mi ha insegnato alcune cose molto importanti per quanto riguarda la scrittura. Ho imparato a dare importanza al conflitto emotivo e ho imparato a creare personaggi forti, che sono entrambi elementi vitali in ogni buon libro. Scrivendo thriller l’approccio differisce in quanto sono in grado di concentrarmi maggiormente sul lato mystery rispetto al rapporto tra i personaggi. Sono anche in grado di esplorare gli elementi più oscuri di una storia. In termini di voce non ci sono sottili differenze tra i due generi per quanto riguarda la scelta delle parole e il livello di intimità o di sesso esplicito. Mentre mi sono divertita a scrivere quei miei primi libri, l’idea di scrivere un thriller mi ha sempre attirato. E’ stata una sfida scrivere ad un altro livello ed esplorare qualcosa di nuovo.

Breaking silence, ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo In un vicolo cieco, è il tuo terzo libro della serie Kate Burkholder. Potresti dirci qualcosa della trama?

Mi è piaciuto molto scrivere questo libro, in particolare l’aspetto mystery. Ecco la trama : La piccola città di Painters Mill viene scossa quando una coppia di Amish, – genitori di quattro figli – sono trovati morti nella fossa del letame nella loro fattoria, apparentemente vittime di asfissia. Inizialmente le morti sembrano essere il risultato di un tragico incidente. Tutto cambia invece quando l’autopsia rivela che una delle vittime ha subito un colpo alla testa poco prima della morte. Che tipo di mostro sarebbe capace di uccidere una coppia Amish e lasciare quattro bambini orfani? Consapevole della natura dolce degli Amish, il capo della polizia Kate Burkholder approfondisce il caso sospettando una vendetta, solo per rendersi conto che niente è come sembra.

Potresti dirci qualcosa sui tuoi protagonisti principali?

La protagonista della serie, Kate Burkholder, è nata Amish, ma ora è il capo della polizia in una piccola cittadina dell’Ohio. Penso che una delle cose di Kate che maggiormente amino i lettori è il fatto che sia così imperfetta. Lei è fallibile. Fa errori. A volte si sente troppo coinvolta. Penso che la sua stessa umanità è una caratteristica che attiri i lettori. L’uomo di cui è innamorata, John Tomasetti, è un agente della Polizia di Stato del Bureau of Criminal Identification and Investigation. Questi due personaggi non sono perfetti. Sono stati danneggiati dal loro passato. Ma sanno che il loro rapporto è una parte importante del processo di guarigione. Amo la chimica tra questi due personaggi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi ha influenzato maggiormente la tua scrittura ?

Sto sempre leggendo qualcosa e ci sono tanti autori meravigliosi tra cui scegliere. Alcuni dei miei preferiti sono Tana French, Gillian Flynn, Lisa Gardner, Tami Hoag.

Cosa stai leggendo in questo momento ?

Ho appena finito di leggere Through The Evil Days di Julia Spencer- Fleming ed è stato incredibile!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Amo scrivere i romanzi della serie di Kate Burkholder e ho ancora molto da esplorare con questo personaggio. Finché i miei lettori leggeranno e apprezzeranno la serie di Kate Burkholder, io continuerò a scrivere.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Scrivere ogni giorno. Prendere lezioni di scrittura. Leggere molto. Sognare in grande. E non mollare mai. .

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Io amo fare tour promozionali. Mi piace interagire con i lettori e parlare di libri. Mi piace conoscere i librai e i bibliotecari. Durante il mio primo tour, ero a Dallas all’aeroporto Ft . Worth proveniente dall’ Ohio per il mio primo evento. Ero appena scesa dal Skylink, dopo il mio arrivo al terminal. Mentre stavo scendendo giù per la scala mobile, ho guardato giù e ho visto una famiglia composta da una dozzina di Amish, seduta in un gruppo di sedie alla base della scala mobile. Vederli è stato  talmente inaspettato che per un paio di secondi ero assolutamente certa che i miei libri avessero in qualche modo offeso la comunità locale Amish ed che fossero usciti per protestare contro l’uscita del mio libro. Inutile dire che non hanno fatto la minima attenzione a me. Due anni fa, ho viaggiato nei paesi Amish dell’Ohio e ho avuto la fortuna di trascorrere del tempo con un paio di famiglie Amish. Ho anche avuto modo di guidare un buggy! E ‘stata un’esperienza meravigliosa e molto divertente.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi ?

Mi piacerebbe visitare l’ Italia! Non solo per parlare con i lettori di libri, ma per incontrare la gente davvero incantevole che vive in Italia e vedere il bel paese. Avete tanta  storia, voi. Non ho mai avuto l’opportunità di viaggiare in Italia, ma mia sorella l’ ha recentemente visitata e le è piaciuta davvero molto. Spero, un giorno, di visitare l’ Italia anche io.

Parlaci del tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Mi piace moltissimo sentire i lettori! Non parlo italiano (scusate!), ma posso sempre usare google per tradurre. Il modo migliore per i lettori di raggiungermi è tramite e-mail: books@lindacastillo.com. È anche possibile raggiungermi via mail attraverso il mio sito: www.lindacastillo.com.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento ?

Ho appena completato il sesto libro della serie Kate Burkholder. Si intitola The Dead Will Tell e uscirà negli Stati Uniti l’8 luglio. Sono molto entusiasta di condividerlo con i miei lettori .

:: Un’intervista con Carsten Stroud a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2013

Iconfinidelnulla-280x428Ciao Carsten. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Carsten Stroud? Punti di forza e di debolezza.

Allora in cosa sono bravo? Amo sentire i personaggi parlare nei libri. I buoni dialoghi penso siano, assieme ai personaggi ben caratterizzati, il modo migliore di narrare una storia. Quindi penso di essere umile abbastanza da permettere alle persone che vivono nei miei libri di raccontare le proprie storie e modellare la propria vita. Odio considerare uno scrittore come un burattinaio, un burattinaio che fa saltare, piroettare i suoi personaggi, in questo modo può raccontare la propria vita non la loro… Io credo veramente che se uno scrittore è fortunato abbastanza da vedere i suoi personaggi prendere vita, allora dovrebbe lasciarli vivere! Penso di essere bravo in questo. La mia debolezza. Penso di essere troppo fiorito, vado avanti per tramonti, per la qualità della luce. Ho detto già abbastanza. E’ sufficiente. Ora sto zitto.

Hai avuto una vita avventurosa. Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua giovinezza.

Mio padre era un ufficiale britannico che ebbe una relazione con la vedova di un ufficiale tedesco a Bad Salzuflen. Io sono stato il risultato. Sono cresciuto nel Gelido Nord e ho sempre sognato di diventare un campione di surf in California. Ho fatto l’autostop per la California nel 1964 e ho scoperto che fare surf in un vero e proprio oceano era molto molto difficile, così mi sono arruolato nell’esercito. Molto poca istruzione e vita da soldato. Ho poi scoperto che ero molto bravo a fare solo tre cose: la guerra, bere e raccontare storie. Ho scelto di raccontare storie. Il resto è storia.

Quando hai deciso che saresti diventato uno scrittore?

Quando ho scoperto che non mi avrebbero fatto combattere, bevendo.

Sei l’autore di Niceville primo episodio di una trilogia thriller-horror – comprendente anche The Homecoming, appena pubblicato in Italia da Longanesi con il titolo I confini del nulla, e The Departure. Iniziamo con una domanda facile facile, tu credi al paranormale? Ti sei mai imbattuto in eventi “soprannaturali”?

Qualche volta… Ho visto cose che si muovono al di là della linea nemica, al buio, nella giungla, cose che non erano davvero lì, ma le ho potuto sentire e la mattina c’erano i segni. E a Venezia, dove mia moglie ed io siamo stati per un po’, ero solito camminare attraverso il Ghetto e le parti più antiche della città a tarda notte, da solo. Mi sono seduto a un tavolo vuoto al di fuori del Florian alle quattro del mattino una volta e ho visto le anime salire fuori dalle pietre e camminare… Nel Montana ho camminato sul campo di battaglia chiamato The Little Bighorn, dove uomini che avevo conosciuto giacevano morti. Queste cose sono successe, e non solo a me. Ma non abbiamo nulla da perdere, perché nessuno ci crede,  ma io ho visto quello che ho visto…

Hai vissuto esperienza di guerra. Sei entrato in contatto con il pericolo e con la paura vera e di conseguenza con il coraggio. Pensi che i tuoi romanzi possano rendere più coraggiosi anche i tuoi lettori?

I lettori si avvicinano ai libri per essere aiutati a sopportare il terrore e le paure che li circondano nella vita reale… non c’e niente che potrei scrivere che possa rendere un lettore più coraggioso di quello che è già, semplicemente alzandosi ogni mattina e andando al lavoro. Il terrore che i libri possano ispirare provengono dall’interno del lettore, lo scrittore può solo aprire le porte… il lettore deve entrare liberamente.

Parlaci della trama di I confini del nulla. Raccontaci un po’ come continua la storia di Niceville.

In Niceville c’erano suggerimenti e indizi sulla storia della città e sulle forze oscure che si muovono sotto di essa. Ne I confini del nulla a queste storie viene data più profondità e bisogna andare indietro nel tempo fino alla Rivoluzione francese e alla Guerra Civile Americana per vedere quanto profondo e da quanto tempo gli antenati di Teague siano stati in combutta con il Nulla; e i gangster Coker e Danziger affrontano ancora più problemi, più sparatorie e violenze che non sono soprannaturali. Nick e Kate vedono più chiaramente nell’anima di Rainey Teague e ciò che vedono è terribile. Tutto è spiegato e nulla è sottinteso, la follia produce violenza. Tutto finisce nel sangue… ma non finisce affatto.

Qual è la scena o le scene preferite in I confini del nulla? Quella più spaventosa.

La mia scena preferita in I confini del nulla è in realtà un intero capitolo, la storia di Hy Brasail, la piantagione in Lousiana, e quello che è successo lì un giorno d’estate del 1840. Un racconto all’interno del libro che ci fa capire le vendette che si sono generate sin da prima della Guerra Civile e  che hanno influenzato la vita di  tutte le persone che vivono a Niceville.
La scena più spaventosa? Alla fine del libro, Nick e Kate convincono un medico a utilizzare l’ elettroshock  per cercare di “curare” Rainey da ciò che vive nella sua testa, e per la prima volta possiamo effettivamente vedere il Nulla. Questa scena mi ha davvero spaventato, e l’ ho scritta.

Il detective Nick Kavanaugh, tuo protagonista principale, è un ex militare con la testa sulle spalle, un uomo concreto, razionale, positivo, che si trova a vivere in una piccola cittadina circondato da eventi che non comprende ma che deve accettare. Perché non scappa, perché resta a combattere il Male?

Come il capitano della Costa Concordia ha scoperto sopravvivere da codardi è come vivere in un inferno, un inferno che rende la vita inutile. Meglio morire, è sempre meglio morire che vivere come un codardo.

Tutto avviene all’ombra di Tallulah’s Wall, e del Crater Sink. Quali romanzi, film, fumetti ti hanno influenzato nella creazione di questo scenario?

Il Divoratore di Anime che vive sul Tullalah’s Wall mi è venuto in mente proprio all’inizio del primo libro, e poi, a metà strada attraverso la scrittura, mia moglie Linda ha scoperto che i primi indiani Cherokee, che vivevano intorno a quello che più tardi divenne Savannah, in Georgia, ritenevano che un demone di nome Tal’ulu vivesse in una profonda gola del fiume e si nutrisse delle anime dei vivi. Quindi stavo scrivendo di qualcosa che non sapevo di essere vero, e poi ho scoperto che era proprio vero.
Il Crater Sink? Ora che me lo chiedi, penso che il film giapponese Ringu – The Ring – potrebbe avermi dato l’idea, ma, mi cito: l’uomo che può scendere in un pozzo e non sentire stringere le budella e accapponare la pelle…  è allevato a temere un pozzo.

Parlaci di Rainey Teague. Come è nato e si è sviluppato questo personaggio? 

Lui è reale. L’ho incontrato mentre stavo lavorando alla Omicidi nella città di New York. Era un ragazzo di dodici anni che aveva ucciso per divertimento, guardando la gente mentre moriva. Lo catturammo vivo. Parlai con lui per ore. Era nato malvagio ed era rimasto tale. Avremmo dovuto ucciderlo. Andò in una clinica psichiatrica e successivamente fu liberato. Avremmo dovuto ucciderlo. Ma non l’abbiamo fatto. Dio solo sa quello che sta facendo ora.

Ti hanno accostato a Stephen King. Condividi questa similitudine. Questo autore ti ha influenzato in qualche misura. Nei tuoi romanzi ci sono omaggi, citazioni, rimandi ai suoi romanzi?

Beh, per quanto ammiri molto il lavoro di Stephen King, trovo che lui sia a tratti volgare e grossolano in modo disturbante. (In italiano) Egli è estremamente offensivo nelle sue descrizioni delle funzioni corporee e le usa come modi per aumentare la tensione e per mostrare carattere, è così volgare da essere fonte di distrazione.
Gli scrittori che ammiro? Dante Alighieri, che ha inventato l’horror e nessuno l’ha mai superato. Pensate all’Inferno. Nel mondo moderno Ambrose Bierce e Edgar Allan Poe, Peter Straub, HP Lovecraft… non ricordo chi abbia scritto L’esorcista, ma, dal momento che sono un cattolico ed ero stato un chierichetto mi ha davvero traumatizzato, aspetta si chiama William Peter Blatty.

Quali sono per te le qualità principali di un buon scrittore?

Ciò che rende uno scrittore un bravo scrittore? Mai e poi mai credere ai propri pregiudizi, sia buoni che cattivi, entrambi, sfidare sempre se stessi per provare di più, mai accontentarsi di una frase ad effetto o di far passare un concetto a buon mercato che è stato detto molte volte in passato. Una combinazione di umiltà e coraggio, e soprattutto, rispettate il vostro lettore e parlateci in modo diretto, come se foste a cena insieme e apprezzasse il vostro fascino e fosse felice di trascorrere una buona serata con voi, come se fosse una signora molto bella, d’accordo!

Se Hollywood si interessasse della tua trilogia. A che regista affideresti la direzione di lavori. Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?

Come regista? Roman Polanski. Ridley Scott. Quale attore per recitare la parte di Coker? Ryan Gosling.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Sì, la primavera prossima, ma prima devo imparare la lingua in modo da non parlare come un pazzo o un idiota!

Ami fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani l’avvenimento più insolito, divertente o bizzarro accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piacciono molto. L’aneddoto più bizzarro? Sono stato intervistato in televisione. Il mio intervistatore spense la telecamera. Era ubriaco fradicio. Inizia l’intervista e si addormenta. Mantengono la telecamera su di me e fanno movimenti di rollio con le mani. Io continuo a parlare per un quarto d’ora mentre cercano di svegliare l’intervistatore. Finalmente si sveglia, e puntano la telecamera su di lui, e lui mi ringrazia per la bellissima intervista.

E parlando di soprannaturale. Ho fatto ormai centinaia di interviste, eppure un senso di deja vu mi perseguita nei tuoi riguardi, la sensazione di averti già intervistato, seppure non trovi da nessuna parte questa benedetta intervista. Sei mai stato a Venezia, ne hai mai parlato in un’ intervista?

Pensi di avermi già intervistato? Credi che potrebbe essere collegato a Venezia. Ma non si può riportarlo. So il segreto di questo. Ma non posso dirtelo in pubblico. Te lo dirò quando ci incontreremo. Ma hai ragione, Venezia è la chiave.

I corvi aleggiano come il braccio armato della presenza. Molto hitchcockiano non trovi?

Sì, Hitchock, ma anche gli indiani Cherokee, che hanno creduto in un demone chiamato Corvino Beffardo, era sempre circondato da cornacchie e corvi

Cosa stai leggendo al momento?

I confini del nulla, in italiano, in modo che possa un giorno essere in grado di scrivere in italiano, come le persone che traducono i miei libri.

Che rapporti hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Sono su facebook e invito chiunque a contattarmi lì – in qualsiasi lingua – cercherò di essere divertente. Inoltre ho un sito web – http://www.nicevilleusa – dove potete farmi domande direttamente.

Ho letto in una tua intervista che hai appena finito The Departure. Come ultima cosa, nel ringraziarti della tua disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.

Sì, è vero ho appena completato l’ultimo libro della trilogia. In America si chiamerà The Reckoning – La resa dei conti – e cosa farò dopo? Giulia, cara mia, non ne ho idea… Sono a caccia in questo momento, l’ispirazione verrà da me, probabilmente di notte…

:: Un’ intervista con Marco Montemarano

11 ottobre 2013

ricchezzaCiao Marco. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, speaker radiofonico e pubblicitario, musicista, docente di traduzione giuridica, autore di testi didattici per far imparare l’italiano ai tedeschi. Chi è Marco Montemarano? Punti di forza e di debolezza.

Sono un eclettico eppure credo di avere una mente ordinata e discrete capacità comunicative. D’altro canto soffro di vertigini, in tutti i sensi. Ora che il mio nuovo romanzo sta per uscire spero tanto che diventi un “caso” letterario, ma d’altra parte ho paura del successo. Forse per questo odio le persone che sul lavoro, in famiglia o nelle varie situazioni della vita fanno di tutto per deprimere l’autostima degli altri. Credo che una bella percezione di sé, un senso di affetto e amicizia verso se stessi sia fondamentale e su questo punto devo ancora lavorare.

Hai fatto diversi lavori nella tua prima giovinezza: il chitarrista blues, il venditore di polizze assicurative, il barista tabaccaio, fin anche l’allibratore per un parente che gestiva una piccola rete di scommesse. Quando è nata la tua passione per la letteratura? Quando hai deciso che avresti voluto fare lo scrittore?

Intorno ai venticinque anni ho iniziato a strutturare testi dapprima poetici, poi di prosa narrativa. Ma quella di “fare lo scrittore” nel senso di pubblicare, trovare un pubblico con cui confrontarsi, far sì che la scrittura diventasse, perché no, anche una fonte di guadagno, è un’idea che molto a lungo è rimasta sullo sfondo. C’era in me forse un po’ di elitarismo. O forse temevo (temo ancora!) che trasformando una passione in professione l’ispirazione non potesse che risultarne inibita.
La fase di produzione, articolata in 4-5 romanzi, che culmina in La ricchezza, è iniziata esattamente dieci anni fa, all’inizio del 2003. La radio nazionale tedesca aveva chiuso il programma italiano per il quale lavoravo e mi sono messo a scrivere un romanzo che prendeva le mosse da quell’esperienza.

Hai lasciato Roma nel 1990, per trasferirti all’estero in Germania, a Monaco. Raccontaci questa esperienza. Come vive a Monaco un italiano? Torneresti in Italia?

“Sono un povero emigrato”, dico a volte. La gente ride pensando a una battuta ma io di solito resto serio. Vivo da 23 anni in Germania e la condizione di chi vive in terra straniera, circondato da persone che parlano una lingua diversa da quella dei tuoi pensieri e dei tuoi sogni, forgia la tua identità.
Io qui mi prendo la libertà di fare quello che mi piace di più, seguo le mie passioni e le mie inclinazioni. La Germania in questo è un grande paese. Ti aiuta a fare quello che ti piace di più, o almeno ti consente di scegliere tra un ampio spettro di opzioni diverse.
Ma quel particolare lavoro di adattamento, quel sentirti proiettato addosso in ogni momento il cliché dell’italiano, il pregiudizio degli altri, c’è anche qui come in ogni altro luogo. La condizione di straniero plasma fortemente l’identità di una persona.
Detto questo, Monaco è una città moderna, piacevole, che non ti ruba tempi e spazi come tante città italiane. A volte è un po’ soporifera, forse. E conservatrice, certo. Ma trovo che sia una cornice molto accettabile entro la quale fare esperienza del mondo.
Non tornerei in Italia, non adesso.

Negli anni Ottanta hai iniziato a scrivere racconti, poi hai esordito con il romanzo Acqua passata, la storia di un contrabbassista jazz che viene strappato da un idillio tropicale per affrontare il suo passato a Roma. Uno dei vincitori dell’edizione 2012 del Torneo letterario IoScrittore di GeMS, che circola attualmente in formato e-book. Parlaci dei tuoi esordi, dei tuoi primi passi nel mondo editoriale.

Dicevo prima del mio ingiustificato elitarismo e della paura di rovinarmi l’ispirazione pubblicando libri. Poi dieci anni fa ho deciso che dovevo aprire una fase nuova. Ho scritto un romanzo, ne ho scritto un altro, ho avuto un’esperienza non molto felice con un’agente. Mi sono accorto quasi subito che entrare in rapporti con il mondo editoriale italiano vivendo all’estero e occupandosi di tutt’altro era difficile. E che ancora più difficile, almeno per me, era comprendere le regole che presiedono a questo gioco: come riuscire ad entrare, a farsi percepire, a ottenere per lo meno il riconoscimento di giocatore a pieno titolo. Fantasticavo di salotti, party, aperitivi ai quali non sarei mai stato invitato. Poi ho iniziato a iscrivere alcune mie opere a concorsi letterari. Nel 2012 sono stato tra i finalisti di IoScrittore. Bella soddisfazione, certo. Ma il risultato del Premio Neri Pozza mi ha letteralmente stordito. E per uno come me, scettico sull’evoluzione del nostro paese negli ultimi decenni, è stata un’iniezione di fiducia: la prova che l’Italia riesce ancora a produrre meccanismi di selezione seri, trasparenti, meritocratici. In questo Neri Pozza ha lanciato un importante segnale, che spero venga imitato da altri.

Con La ricchezza hai vinto il I° Premio nazionale di letteratura Neri Pozza. Raccontaci come è andata. Cosa hai provato quando ti hanno comunicato la vittoria?

Soffro di tachicardia, così puoi immaginare come mi sono sentito, anzi: come tutti e cinque noi finalisti ci siamo sentiti fino all’ultimo. I sette giurati erano stati bravissimi a non far trapelare il nome del vincitore. Quando sul tabellone è comparso il punteggio finale (la mia vittoria di un punto sul giovane Alessio Arena, artista di enorme talento cui profetizzo un grande futuro, si è decisa proprio all’ultima scheda dopo uno spoglio logorante) ho sentito che dovevo stare fermo, lì seduto sulla gradinata del Teatro Olimpico di Vicenza, per qualche istante ancora. “Non muoverti ancora”, mi diceva una voce. “Questo scroscio, l’applauso, è acqua, nient’altro che acqua, falla scorrere un po’ su di te.” Vogliamo chiamarlo “battesimo”? Io non sono particolarmente religioso, eppure…

Verrà pubblicato a novembre nel catalogo Neri Pozza. Raccontaci qualcosa sulla trama di questo libro. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza è il senso di un’identità fragile, che vacilla perché edificata su un terreno incerto, quello della memoria, degli “anni gloriosi” della nostra gioventù. E poi c’era la voglia di tornare a un’epoca della mia vita per la quale provo nostalgia, di riviverci dentro attraverso una storia inventata ma plausibile.

Potresti dirci qualcosa dei tuoi protagonisti?

Sono tutti in qualche modo segnati dallo stigma dell’inadeguatezza, direi. Fabrizio, troppo ammirato. Mario, tormentato e schiacciato dall’ingombrante mole di suo fratello. Maddalena, inquieta e sempre in fuga da tutto. E infine Giovanni, soprannominato Hitchcock, che sente quasi di non avere una vita che gli appartenga. Sono le vite che ho conosciuto io all’epoca in cui la vicenda ha inizio, la metà e la fine degli anni Settanta.

“Un romanzo i cui personaggi restano a lungo nel ricordo del lettore. Costruito narrativamente in maniera magnifica, una storia dalla quale è impossibile staccarsi fino alla fine.” Cito Giuseppe Russo, ideatore del Premio e Direttore editoriale Neri Pozza. Piuttosto lusinghiero come commento.

Sì, è bello avere un editore che crede in te. Credo che pubblicare con una casa editrice medio-grande che investe energie e fiducia in te sia molto meglio che pubblicare con un editore-moloch che poi lascia i libri a fare la muffa in libreria senza promuoverli. Neri Pozza potrebbe davvero diventare il punto di riferimento di una ripresa della narrativa italiana a livello di temi, di capacità di raccontare il nostro presente, di impatto sulla contemporaneità. Io glielo auguro e ovviamente lo auguro anche a me stesso.

La ricchezza è un romanzo sulla meglio gioventù degli anni ’70 costruito attorno a uno dei temi centrali della letteratura che è la fugacità della giovinezza. Un tema molto letterario. Quali letture e quali autori ti hanno ispirato?

Dostoevskij e Tolstoj. Stevenson e Conrad. Franz Kafka. Nel Novecento metterei tra i primi Musil e Proust. Ma anche Joseph Roth e Céline. Borges, Nabokov, Vonnegut, Ishiguro. Tra gli italiani Gadda, prima di tutto. Poi Primo Levi, Alberto Savinio, Vitaliano Brancati. E amo moltissimo alcuni romanzi di Sebastiano Vassalli e Domenico Starnone. E infine Philip Roth, Philip Roth, Philip Roth… Per me è un dramma che abbia smesso di scrivere.

Sei anche un musicista. Hai inciso due album di composizioni per chitarra. Alcuni tuoi brani vanno a sottofondo di alcune trasmissioni radiofoniche e televisive. Musica e letteratura, cosa hanno in comune? Essere un musicista come influenza il tuo lavoro di scrittore?

L’influenza è forte e intima. Quando dieci anni fa ho deciso di scrivere con una nuova intenzionalità, uscendo dalla lunga fase di scritti sparsi ed episodici, ho sentito che dovevo anche rimettermi a suonare. Avevo smesso da una quindicina d’anni. La musica ha preso sottobraccio la scrittura, direi. L’ha sostenuta. Le ha trasmesso un senso della misura che prima non aveva.

Tornando alla tua esperienza di vita in Germania, parlaci del mondo editoriale tedesco, ci sono autori interessanti, non ancora editi in Italia? Ci sono scrittori italiani che hanno “sfondato” da voi? Proprio in questi giorni si aprirà la Buchmesse di Francoforte. Ci andrai?

Purtroppo seguo poco gli esordienti. Rimasi conquistato, anni fa, da una scrittrice di short stories tedesca, Judith Hermann. Spero che il Nobel ad Alice Munro possa rilanciare la narrativa breve anche in Italia.
Gli autori italiani noti in Germania, a parte i classici, non sono molti. Ma non riesco a identificarne il motivo. Forse i tedeschi preferiscono altri aspetti della nostra cultura. Certo, influisce anche il fatto che il romanzo non ha in Italia la tradizione che ha in altri paesi.
Alla Buchmesse sono stato giovedì scorso. Non ci crederai ma era la prima volta. Ho incontrato il mio editore, alcuni scout francesi e tedeschi, la mia agente Ombretta Borgia, che insieme a Fiammetta Biancatelli e Paolo Valentini ha messo su una realtà nuova e molto interessante.
A Francoforte ho sentito molto interesse intorno al Premio Neri Pozza e di riflesso intorno a La ricchezza. Segno che il direttore Russo ha visto giusto. Il “caso”, prima ancora che dai libri vincitori, è rappresentato dal Premio stesso.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un vecchio romanzo di fantascienza di Kurt Vonnegut, The Sirens of Titan.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Senz’altro. L’ufficio stampa di Neri Pozza, diretto dalla bravissima Daniela Pagani, sta organizzando delle presentazioni e degli incontri con la stampa. A me piacerebbe, compatibilmente con gli impegni di lavoro che ho qui a Monaco, vedere tante librerie. Sono un fan delle piccole librerie indipendenti.

Infine, nel ringraziarti della disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri.

Sto raccogliendo le idee per un nuovo romanzo di cui non vorrei rivelare nulla. Anche se non credo che prima di gennaio riuscirò a iniziarlo. Vorrei anche rimettere le mani su mie vecchie cose. E mi piacerebbe che questo mio libro, La ricchezza, mi portasse un po’ in giro per l’Italia, a vedere luoghi e realtà che non conosco ancora.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino

7 ottobre 2013

sdm per liberi di scrivereLdS. Ciao Stefano, benvenuto e grazie di aver accettato questa nuova intervista per Liberi di Scrivere. Scrittore, traduttore, curatore di collane, blogger, saggista, sceneggiatore di fumetti, esperto di cinema e di arti marziali, consulente editoriale, appassionato di viaggi. Non si può dire che tu sia una persona pigra e priva di voglia di fare. Per chi non ti conoscesse ancora, parlaci di te. Raccontaci chi è Stefano Di Marino.

SDM. Molto semplicemente un ragazzo che amava l’avventura e voleva scrivere libri e raccontare storie. Quando ci sono riuscito ho scoperto che non sapevo fare altro, che di per sé potrebbe  anche essere una cosa negativa ma… insomma eccomi qui… preso da questa febbre inestinguibile di narrare.

LdS. Sei di ritorno dalla VII edizione di GialloLatino. Come è andata?

SDM. È la terza volta che ho il piacere di essere invitato come autore a Giallo Latino, manifestazione ideata da Gianluca Campagna giunta alla 7 edizione. Ogni volta mi diverto di più, non solo per gli eventi ma anche per il clima di convivialità e amicizia che si è instaurato con colleghi, organizzatori e collaboratori. Non ultimo il piacere di parlare ai ragazzi delle scuole che saranno i futuri lettori e autori. Ho avuto anche la grande soddisfazione di ricevere un premio che è un riconoscimento generale alla mia attività non solo come autore ma anche come animatore di questi eventi. Per me le due cose sono inscindibili.

LdS. Mi anticipavi che un sacco di cose bollono in pentola. Iniziamo con Action, rivista digitale di cui è anche disponibile un sito internet. Ce ne vuoi parlare? Puoi farci un bilancio? Quali saranno le prossime novità?

SDM.  Action è un work in progress. Purtroppo per ragioni che esulano un po’ dalla mia volontà il progetto di rivista digitale al momento sta cercando ancora una formula. Probabilmente la riproporremo gratuitamente in un prossimo futuro. Al momento funziona come blog (http://actioneaction.blogspot.it/)  e raccoglie articoli, segnalazioni ed eventi. Il marchio ACTION in effetti funziona e riunisce molti appassionati. Continuiamo però a produrre libri cartacei in piccole tirature (l’ultimo uscito è il mio manuale di scrittura pulp Regole di Sangue, cui saranno legati anche una serie di corsi) ma sono in preparazione altri volumi. DBooks è una piccola realtà editoriale, professionale, NON a pagamento, ma la battaglia con i grandi è impari. Il marchio ACTION soprattutto funziona da traino per molte iniziative come quelle svolte al museo fermo immagine legato al cinema e a Cartoomics che è ormai un appuntamento costante.

LdS. Poi arriva in eBook, targato Delos Digital, SexForce, una nuova collana, di cui sei il curatore, che raccoglie avventure erotiche questa volta dedicate al pubblico maschile. Sembra che il genere erotico sia stato in un certo modo sdoganato e reso fruibile da un più vasto pubblico, che non deve nascondere più Playboy nel Sole 24ore. Cosa differenzia maggiormente secondo te un racconto erotico destinato ad un pubblico maschile: più realismo, più crudezza di dettagli, più azione e avventura?

SDM. Prima di tutto due parole sul digitale. In tre anni di attività  in questo settore posso trarre qualche conclusione. Ancora c’è molta strada da fare. Sinché non si cominceranno a percepire  delle somme ragionevoli sarà difficile lavorare unicamente in questo campo. Perciò ho deciso di scrivere solo per gruppi che mi diano affidamento. Uno di questi è Delos con cui collaboro da anni e che ha una efficace rete di promozione ed è precisissima con i conti. Detto ciò SEX FORCE nasce come una sfida di fronte al dilagare di romanzi erotici al femminile. Non solo sono autore ma anche curatore… la prima domanda da porsi è: cosa è l’erotismo al maschile. Differente da quello al femminile certo ma non una mera sequenza di atti sessuali descritti con crudezza. L’erotismo maschile va al di là del semplice atto sessuale. È il piacere della conquista, ma anche dell’adrenalina che nasce non solo dal sesso ma anche dall’emozione dell’avventura, dal vivere piacevolmente e pienamente assaporando cibo, liquori, sigari, marche di abiti e motori. Insomma è un universo intero, forse più pragmatico di quello fantastico femminile ma che può dar vita a innumerevoli avventure. In effetti malgrado molti si propongano (e molti autori  abbiano anche un po’ snobbato l’iniziativa) la scelta è rigorosa. Con me al momento ci sono due altri autori. Francesco Perizzolo che già vinse il premio Segretissimo l’anno passato e Romano De Marco che è un autore già convalidato. Ma molti altri stanno lavorando e, eccezionalmente, ci sarà anche una presenza femminile…

LdS. A novembre ci aspetta in edicola una nuova avventura inedita del Professionista dopo diverse ristampe, – Il Professionista Story n° 5 con un inedito è stato disponibile per due mesi settembre e ottobre –  conferma che il tuo personaggio trova grande seguito tra i lettori. Dunque l’Inglese ritorna per dare filo da torcere al nostro?

SDM. ‘La Triade di Shangai’, il Professionista di novembre è un romanzo importante per la serie. Ho impiegato il doppio del tempo abituale per scriverlo e porta in sé tutto quello che io e, mi auguro, i lettori amiamo del Professionista. Chance si trova in una situazione disperata, braccato dall’Inglese che non è certo morto sulle montagne dell’Himalaya e finisce per accettare una missione di infiltrazione ad alto rischio. Da qui parte una storia complessa piena di colpi di scena e ambientazioni differenti, c’è Gangland, ma anche la Parigi di Pietrafredda, poi un inedito paesaggio del deserto del Taklimakan, il ‘luogo dove non vive nulla’ e poi Shangai con le triadi, i servizi segreti che si contendono potere e denaro. E poi i ninja, la vecchia squadra con la Bimba e persino un inedito Gobbo… innamorato. Ma c’è anche qualcosa di più, un filo diretto ma comprensibilissimo con uno dei miei primi romanzi Lacrime di Drago. Chance incontra la figlia dei protagonisti di quella vicenda che era la storia del traffico di eroina dal 49 agli anni 90. Ma oggi la situazione è del tutto cambiata. Invece che l’eroina si spacciano metanfetamine. Insomma credo che una storia così non l’abbiate mai letta. Un bell’inizio per annunciare che dal prossimo anno, oltre le ristampe leggerete  3 nuovi Professionista in collana…

LdS. Sei un maestro dell’action noir, che consigli daresti ai giovani autori che volessero intraprendere la tua strada?

SDM. Leggere, leggere, leggere. Scrivere, scrivere, scrivere. Così semplicemente. E anche vivere però, perché anche nel Pulp la nostra vita, seppure trasfigurata, ha una sua importanza e nessuno ha mai raccontato belle storie chiuso dentro casa.

LdS. C’è nell’aria una storia con antichi romani, gladiatori, soldati e affascinanti schiave? Ti dedicherai all’action storica?

SDM. È ancora un po’ presto per parlarne. È un progetto digitale per un altro prestigioso gruppo di cui mi fido particolarmente. Un progetto che molti mi hanno spinto a intraprendere. Ne parleremo in una fase più avanzata però al momento, posso dire che sarà uno Sword & Sorcery piuttosto ferale ambientato in una Roma in cui la storia… lascia dei punti oscuri e si contamina con la magia… Obscura Legio…

LdS. Tra i romanzi in uscita in questo giorni, c’è qualche esordiente o qualche veterano che ti sentiresti di consigliare?

SDM. Sicuramente vi consiglio la lettura dell’ultimo Grangé Kaiken,-  Il respiro della cenere in italiano-, per chi  ama il thriller puro. Tra gli action mi è piaciuto molto Red Notice di Andy MacNabb  e The English Girl del maestro della spy story Daniel Silva. Sono entrambi ancora inediti ma sono certo che saranno pubblicati in Italia.

LdS. Cosa stai leggendo tu attualmente? Cosa legge il Prof quando si rilassa con un buon sigaro e un bicchiere di Bourbon?

SDM. Per rilassarsi un buon sigaro e una buona vodka… anche se ovviamente con moderazione. Scherzi a parte ho terminato da pochissimo L’arena dei perdenti di Varenne (letto in originale Le Mure, le Kabyle e le marin…a un prezzo decisamente più interessante per il lettore…7 euro invece di 20) e sto aspettando sempre in originale il 200° SAS. Tra gli italiani ho in dirittura di lettura il premio Tedeschi vinto dal mio amico Andrea Franco L’odore del peccato.

LdS. Stai traducendo? C’è qualche autore estero, snobbato dalle nostre case editrici che ti piacerebbe tradurre e portare in Italia?

SDM. Ho appena consegnato la traduzione di Pines di Blake Crouch, un thriller Horror che uscirà per Sperling. Molto, molto bello. Attualmente ho ridotto un po’ l’attività di traduttore. Sto scrivendo a tempo pieno, ma è sempre parte del mio lavoro. Mi piacerebbe tradurre regolarmente SAS… chissà se un giorno…

LdS. Il più bel noir che hai letto ultimamente?

SDM. Il romanzo che citavo poc’anzi. L’arena dei perdenti di Varenne realmente un bellissimo noir impegnato ma senza esagerazioni. E soprattutto senza piegarsi alle leggi dell’editoria che oggi in Italia ti pubblicano in libreria solo se scrivi ‘a tavolino’ un romanzo per compiacere i ‘supposti’ gusti del pubblico femminile. Il che mi sembra anche una stupidaggine perché conosco moltissime donne che leggono thriller e romanzi senza l’ossessione di dover essere coccolate con melensaggini o pseudoerotismi… il modo migliore per rispettare le donne è non creare il mito di una loro letteratura con valori diametralmente opposti a quelli che sino a oggi hanno  guidato l’editoria. Un bel libro è un bel libro e basta… (Sorride)

LdS. E’ da pochi giorni mancato Tom Clancy, un maestro del techno-thriller made in Usa, padre dell’indimenticato Jack Ryan, un personaggio invidiabile per ogni scrittore di action. Clancy è morto a Baltimora a soli 66 anni. Che ricordo hai di questo scrittore? Hai scritto un post sul tuo blog.

SDM. Clancy è un punto di riferimento per chi scrive spy story anche se non è uno dei miei autori –modello. Troppo americano e ‘patriottico’ per i miei gusti. Mi piacevano molto le sue trasposizioni cinematografiche, con Ford in primo luogo. Però Attentato alla corte d’Inghilterra resta un grandissimo romanzo. Clancy ha saputo approdare alla multimedialità, romanzi, spin off, giochi, film…insomma tutto quello che a me e ad altri suppongo, piacerebbe fare.

LdS. Avventura, azione, esotismo, arti marziali, donne non solo belle ma anche intelligenti e forti, capaci di tener testa ai personaggi maschili, un tocco di erotismo, mai volgare, mai grezzo, sempre venato di rispetto per i tuoi lettori, una sana gioia di vivere, un pizzico di introspezione, questi sono i segreti del tuo successo. Sei d’accordo? Cosa pensi i tuoi lettori amino di più dei tuoi libri?

SDM. Esattamente questi ingredienti che hai individuato con tanta precisione. L’avventura, il divertimento di chi scrive ancor prima di chi legge. La formula o il segreto se vuoi è proprio questo. E, lo ripeto, per me è una grandissima soddisfazione sentire lettori e amici in rete. Pensate quando l’autore se ne stava solo soletto senza alcun riscontro…

LdS. Penso che sia tutto, nel salutarti ti ringrazio nuovamente della tua disponibilità.

SDM. Grazie a te e ai lettori di Liberi Di scrivere per avermi ospitato ancora una volta. Ci vediamo sulle pagine dei libri…o in rete…

:: Un’intervista con Håkan Östlundh a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2013

viperaCiao Håkan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, giornalista, sceneggiatore. Chi è Håkan Östlundh? Punti di forza e di debolezza.

Credo di essere una persona molto sensibile, che in realtà è una grande risorsa per il mio lavoro di scrittore, ma a volte può essere uno svantaggio nella vita.

Hai studiato letteratura comparata e storia delle idee presso l’Università di Stoccolma. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in un sobborgo a nord di Stoccolma, in una zona piuttosto noiosa abitata dalla classe media. Verso i dieci anni ho deciso che sarei diventato uno scrittore e che sarei andato via da lì il più presto possibile. Il più presto arrivò cinque giorni dopo il mio diploma di scuola superiore, quando mi sono trasferito in città e ho cominciato a lavorare come giornalista.

Hai lavorato come giornalista per il Dagens Nyheter. Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

Ho lavorato soprattutto per i supplementi dei giornali del fine settimana, scrivendo di cultura, eventi e vita notturna. Questo è successo circa 20 anni fa, quando la carta stampata  aveva ancora una certa importanza ed i giornalisti potevano fare un buon lavoro. A parte quello che sto facendo ora, penso che quello sia stato il miglior periodo della mia carriera, finora. Mi è piaciuto davvero molto lavorare lì.

Sei stato influenzato dal partito socialdemocratico e dal movimento operaio.

Beh, ci sono nato dentro. Mio padre proveniva dai piccoli agricoltori e mugnai su al nord. Era molto attivo politicamente fin dall’inizio e dopo aver frequentato l’università di Uppsala lavorò come dirigente nella pubblica amministrazione. Svolsi il mio primo lavoro dopo la scuola, in realtà, in una agenzia di stampa collegata ai giornali socialdemocratici.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Ho scoperto di avere qualche tipo di talento in età precoce (a dieci anni). La mia famiglia si era trasferita e ho iniziato ad andare, in quarta elementare, in una nuova scuola. All’inizio ci avevano assegnato di scrivere un saggio. L’ insegnante lesse il mio ad alta voce davanti a tutta la classe e piacque molto a tutti. Da quel momento non sono più tornato indietro.

Bolt, ora pubblicato in Italia da Fazi Editore con il titolo La Vipera – Un Nuovo Omicidio dell’Isola di Gotland, è un romanzo giallo della serie di Fredrik Broman. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La famiglia è il tema ricorrente in un sacco di miei libri. In questo caso ho rubato la maggior parte della trama ad una tragedia dell’Antica Grecia.

Raccontaci qualcosa sulla trama di questo libro?

Un padre di famiglia torna a casa dopo aver lavorato diversi anni in Giappone. Pochi giorni dopo la moglie e il cugino sono trovati brutalmente assassinati nella sua casa e l’ uomo stesso scompare senza lasciare traccia. I suoi due figli, ormai adulti, sono travolti dal dolore e dalla confusione. Il loro padre è davvero un assassino?

Potresti dirci qualcosa dei tuoi protagonisti?

Il personaggio ricorrente nella serie di Gotland – è Fredrik Broman, un detective della polizia che si è trasferito sull’isola con la sua famiglia pochi anni prima. Quello che succede ne La Vipera influenzerà per sempre la sua vita e la sua carriera.

L’ isola di Gotland è uno scenario molto interessante per un romanzo. Può descrivercelo?

Gotland è la più grande isola svedese del Mar Baltico. E ‘ un luogo esotico, la natura e l’atmosfera sono molto diverse dal resto della Svezia. La città principale, Visby, è una vecchia Hansa-city (città commerciale) sin dal Medioevo. Nelle famiglie di campagna che coltivano la stessa terra da secoli le vecchie ingiustizie sono difficili da dimenticare.
Gotland è anche il luogo in cui il regista Ingmar Bergman ha scattato un sacco di foto.

Ci sono progetti cinematografici ispirati ai tuoi libri?

Molti.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Io uso solo le mie paure e le mie esperienze personali.

Nelle interviste citi Dennis Lehane, Sjöwall & Wahlöö e Haruki Murakami come tuoi autori preferiti. Leggi altri scrittori contemporanei? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

A parte quelli che hai già citato amo molto Joyce Carol Oates e Jonathan Franzen. Penso che lo svedese Henning Mankell sia lo scrittore di crime che maggiormente mi ha ispirato a utilizzare l’ambientazione locale nei miei libri .

I tuoi romanzi sono diversi dai soliti thriller scandinavi più lenti e introspettivi, sono più simili ai thriller americani per ritmo e azione. Questo è voluto?

Sì, scrivere romanzi veloci e pieni di suspense era certamente un obiettivo, ma sono stato più influenzato dai film e dalla tv che dai thriller americani. Ho un background come sceneggiatore e questa esperienza ho voluto utilizzarla quando ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di leggere un nuovo libro sugli agenti della CIA che si trasferiscono in paesi dove possono torturare i sospetti di terrorismo senza infrangere le leggi americane. E’ stata una lettura molto interessante in quanto descriveva in dettaglio un evento accaduto a due egiziani che vivono in Svezia, che è stato fonte di ispirazione per il mio penultimo libro uscito in Italia, Gotland – L’isola di Dio. Ora sto iniziando il nuovo romanzo di Jonathan Lethem, Dissident Gardens.

Hai un agente letterario?

Si, ho un agente che lavora duro e che ha appena aggiunto la Francia ed Israele alla lista delle traduzioni .

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Quando sono arrivato, con 20 minuti in ritardo, alla fiera del libro di Anversa (in Belgio ), c’era una fila di persone lunga 50 metri in attesa che gli autografassi i loro libri. Se non l’avevo fatto prima, ho capito allora di avere un sacco di lettori in tutto il mondo. E ‘stato un momento molto speciale.

Come è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Ricevo un sacco di e-mail di incoraggiamento tramite il mio sito e la mia pagina fan di Facebook. E’ sempre fonte di grande ispirazione per me sentire i miei lettori.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Non c’è nessun progetto al momento, che io sappia. Ma mi piacerebbe venire in Italia.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando attualmente?

Al settimo libro della serie di Gotland, intitolato Men of Darkness.

:: Un’intervista con Louise Penny a cura di Giulietta Iannone

25 settembre 2013

penny_250X_Ciao Louise. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Louise Penny? Punti di forza e di debolezza.

Ho 55 anni, ma non ho iniziato a scrivere fino a quando non ne ho compiuti 40. Troppa paura di provarci e così non ho potuto fare l’unica cosa che ho sempre sognato di fare. Anzi, io sono piena di paure. Questa è la mia debolezza. Ma questo significa anche che ho dovuto affrontarle. Questa è la mia forza. Un sacco di paura, ma un po’ più di coraggio.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e ho trascorso gran parte della mia vita a Toronto, Canada – ho lavorato come giornalista per la Canadian Broadcasting Corportation (la chiamiamo Mother Corp), e ho lavorato in diverse parti del paese. Sia in grandi città, che in alcuni centri molto piccoli. Questo mi ha permesso di scacciare l’arroganza fuori di me e mi ha insegnato ad ascoltare. Per prestare attenzione, con rispetto. Sapendo che la gente ha una grande quantità di saggezza – e la generosità di offrirla. Avevo solo bisogno di guardare e ascoltare.

Quando hai capito che avresti voluto diventare una scrittrice?

Quando avevo 8 anni e leggevo La tela di Carlotta. Avevo paura dei ragni, ma amavo Carlotta. E in un attimo la mia paura scomparve. Per un bambino impaurito era pura magia, e così compresi il potere del racconto.

Tu sei l’ autrice della serie di mystery di Armand Gamache. Composta da Still Life, A Fatal Grace, The Cruelest Month, The Murder Stone, The Brutal Telling, Bury your Dead, A Trick of the Light, The Beautiful Mystery, How the Light Gets.  A Trick of the Light è il tuo settimo romanzo per la prima volta pubblicato in Italia da Piemme con il titolo L’inganno della Luce. Potresti parlarcene? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è quasi sempre un brano di musica o una poesia. Nel caso di L’inganno della Luce sono stati i versi di una poesia di Stevie Smith: I was much too far out all of my life and not waving but drowning.  Trovo anche la domanda centrale, “la gente cambia davvero?” sia affascinante. Questo è diventato il tema centrale del mio mystery.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Armand Gamache ?

E’ l’ uomo che ho sempre voluto sposare. Diverso da molti altri detective della narrativa, è contenuto, calmo, amorevole e crede che in fondo al male si trovi la bontà. Ha molte convinzioni fuori moda, convinzioni forgiate vedendo troppa crudeltà, troppa cattiveria e violenza. Perché ha visto tanta morte, capisce che la vita è un grande dono che ha bisogno di essere vissuto con amore. Sa anche, come credo anche io, che ci voglia molto più coraggio ad essere gentili che ad essere crudeli. Ci vuole più carattere ad essere di supporto che nel trovare difetti. Qualsiasi idiota può essere critico, ovvero in grado di trovare difetti. Ma ci vuole una certa forza per vedere la bontà.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro ?

No. Ho rifiutato tutte le offerte.

Leggi altri scrittori contemporanei ? Quali sono i tuoi preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Sono stata principalmente influenzata dagli scrittori della Golden Age. Georges Simenon. Josephine Tey.

Cosa stai leggendo in questo momento ? Quali sono i tuoi scrittori canadesi esordienti preferiti?

Vivo per Peter Robinson, Giles Blunt, Gail Bowen, Alan Bradley . Non sono debuttanti, ma sorprendenti giallisti canadesi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piace fare tour promozionali – è così incredibile incontrare così tanti lettori. Quando ho iniziato non si presentò nessuno, tranne mio marito Michael. Povero ragazzo! Entro la fine di quei tour potevo vedere le sue labbra muoversi mentre parlavo – aveva memorizzato tutto quello che avevo da dire. Ora, ci sono dalle 400 a alle 500 persone ad ogni evento – e Michael è sempre lì. Il mio Gamache.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi ?

Se mi inviteranno, verrò volentieri in Italia.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Beh, ho una pagina facebook e un sito web. E ‘ importante per me che i lettori sappiano quanto sono grata del fatto che amino i miei libri. Penso che sia una grande benedizione avere un certo successo nella seconda metà della mia vita. E so quanto sono fortunata – e so anche che è tutto merito dei miei lettori.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando attualmente?

Onestamente, sto passando del tempo con Michael e riprendendo fiato. Sempre facendo tour e promozione.

:: Un’ intervista con Janet Evanovich

17 settembre 2013

otto volanteCiao Janet. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Janet Evanovich? Punti di forza e di debolezza .

Dal momento che sto finendo il mio ultimo romanzo proprio in questo momento, consentitemi di dire solo che sono una moglie, una madre, una nonna e una scrittrice. La mia forza è la mia disciplina nella scrittura. La mia debolezza sono le torte.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice ?

Suppongo che volessi scrivere da quando ero una bambina. Ho iniziato da bambina infatti a inventare storie .

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione .

Ho iniziato a scrivere a 30 anni, quando i miei figli erano piccoli. Scrivevo durante il giorno mentre loro erano a scuola. Ho scritto tre libri prima di avere successo e ho anche avuto un sacco di lettere di rifiuto. Dopo un decennio di scrittura, ho finalmente venduto il mio primo manoscritto – in realtà  una fama di breve durata!

Parlaci dei tuoi libri. Quale è o sono i tuoi romanzi preferiti?

Ho scritto più di quaranta libri. I primi erano romance . Poi ho avuto molto successo con la serie di Stephanie Plum, che io chiamo avventure romantiche. Chiedi alla maggior parte degli scrittori e vi diranno che il loro libro preferito è quello su cui stanno attualmente lavorando. Per me , questo è Takedown Twenty, che sarà pubblicato questo autunno.

Parlaci della tua protagonista della tua serie, Stephanie Plum.

Stephanie è come me – una rossa maldestra. L’ unica differenza è che Stephanie è più giovane, più sexy e può mangiare quello che vuole e non aumenta di peso.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Poichè lavoro 12 ore al giorno, sette giorni la settimana , non ho molto tempo per leggere libri. Ma nel corso degli anni, ho avuto i miei preferiti. Nella narrativa, mi piace tutto di Robert B. Parker e Robert Crais. Nella non-fiction amo Anthony Bourdain. Il suo libro, Media Raw, è stato davvero grande .

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto finendo il 20 ° romanzo della serie Plum – Takedown Twenty.

:: Un’ intervista con Paola Ronco

31 luglio 2013

luce illuminaBentornata Paola su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Mettiamo in sottofondo una canzone di Paolo Conte e intanto che la caffettiera gorgoglia stilaci un tuo breve bilancio. Cosa è cambiato nella tua vita dal 2010? Come vive una piemontese a Genova, il suo essere scrittrice, donna e osservatrice di una società gravata da crisi, infelicità, rassegnazione?

Grazie a voi per l’ospitalità. Dal 2010 a oggi, in effetti, la mia vita è cambiata in maniera radicale. Dal punto di vista personale posso dire di aver fatto tabula rasa, allontanando persone e situazioni che non avevano più niente a che fare con me, e trovando il mio vero centro. Non è stato un processo sempre facile; come canta Paolo Conte, per l’appunto, in un mondo adulto si sbaglia da professionisti, ma oggi posso dire di essere serena e in pace con me stessa. Il bilancio personale, insomma, è molto positivo. Non posso dire lo stesso di quello generale; la crisi si sente eccome, non ho bisogno di dirlo, e condiziona in maniera pesante il futuro e le scelte possibili. Mi chiedo spesso, in effetti, se riusciremo mai a trovare un punto di rottura oltre il quale non sia più possibile adattarsi a questo tipo di sistema economico e morale.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo La luce che illumina il mondo, edito da Indiana editore, un piccolo editore di Milano molto attivo e interessante. Come hai deciso di pubblicare con loro?

Quello con Indiana editore è stato per me un incontro felice; li seguivo con interesse dalla loro nascita, nel 2011. Hanno le idee chiare, l’entusiasmo e un catalogo davvero bello. Quando ho pensato che il mio testo fosse pronto, sono stati i primi a riceverlo. Verso la fine del 2012, dopo aver ricevuto una proposta poco convincente da un altro editore, li ho ricontattati, giusto per capire se potevo avere qualche possibilità. Pochi giorni dopo ho ricevuto la telefonata da Bernardino Sassoli de’ Bianchi.

Parlaci un po’ di questo libro, da alcuni definito un noir fantascientifico. Come è nata l’idea di scriverlo? Come sono nati i personaggi?

Come ho già raccontato, La luce che illumina il mondo nasce, letteralmente, da un sogno di qualche anno fa; ricordo ancora oggi le immagini di una città alluvionata e di un corteo di eretici in nero, pronti a darsi fuoco. Nel sogno facevano la loro comparsa, molto brevemente, anche Florestano Leoni e la sua Melissa.
Da quella visione sono partita per inventarmi una città, che somigliasse in tutto a quelle che conosciamo ma non fosse reale. È un tipo di approccio su cui rifletto fin dai tempi di Corpi estranei, e che con questo romanzo si è accentuato parecchio; cercare di raccontare la realtà evitando di citarla in maniera esplicita, aggirando i rischi della cronaca, trasportando insomma il nostro mondo e i suoi accadimenti da un’altra parte.

Il romanzo è ambientato a Sumonno, una città immaginaria, attraversata da un fiume e divisa in settori come Berlino appena terminata la Seconda Guerra Mondiale. Da un lato i poveri rinchiusi in una baraccopoli di lamiera ZonaSviluppo, poi la zona dei ceti medi CittàProgresso con palazzi dormitorio, supermercati e uffici, e infine la zona ricca CentroRubino. Un po’ discosta l’Isola che si raggiunge con vaporetti allungati come gondole in cui trova l’enorme discoteca di Florestano Leoni, un gangster che avrà un ruolo determinante nel romanzo. Come hai costruito questa città, che modelli hai utilizzato?

Prima di cominciare a scrivere, in fase di documentazione ho letto parecchie cose sulle baraccopoli delle grandi città; per citarne uno, mi è rimasto particolarmente impresso il libro Korogocho, di padre Alex Zanotelli, che racconta la vita quotidiana nel più grande slum di Nairobi. Per CittàProgresso, invece, e in generale per l’assetto di Sumonno, mi sono ispirata alle geometrie della Défense di Parigi. In fase di scrittura mi è venuto naturale immaginare una suddivisione rigida delle zone, esasperando una condizione che vediamo già, a grandi linee, nelle metropoli occidentali.

La famiglia Neri rappresenta il potere, la ricchezza accumulata in generazioni, i compromessi, i raggiri. Costanzo Neri, è una figura dolente, forse stanca, senza il carisma di un tempo. Il figlio Ramsete una specie di Nerone, mondano, cinico, crudele. Il figlio Osiride infelice, solo, plagiato da un guru, pronto a perdere tutto per un po’ di fede. A chi ti sei ispirata per costruire questi personaggi?

Da torinese, mi tocca confessare che la famiglia Agnelli è molto presente nel mio immaginario; il patriarca carismatico, il giovane rampollo beniamino delle cronache mondane, il figlio stravagante che si perde nel misticismo. Sono figure in qualche modo ricorrenti in tutte le grandi famiglie di potere, e possiedono un innegabile fascino, anche e soprattutto per le ombre oscure che si intravedono sotto lo strato levigato della leggenda.

Toni è senz’altro un personaggio interessante. Tormentato, chiuso in se stesso, con un conflitto irrisolto, c’è infatti un avvenimento del suo passato con cui deve fare i conti. Vive una breve relazione con Melissa. Che funzione ha questo personaggio nel romanzo?

Senza voler anticipare niente, Toni rappresenta l’inconsapevole elemento di disturbo in un sistema di modelli codificati. È l’uomo d’ordine che non si permette mai uno scarto, e che si ritrova sotto gli occhi le macerie di una realtà che credeva di poter controllare; è lo sguardo che cerca di prevedere ogni contromossa, e non si accorge di essere intrappolato da sempre. La relazione con Melissa, in questo senso, funge un po’ da detonatore di sentimenti e pensieri che forse non sospettava nemmeno di avere.

Ad un certo punto si attiva una sottotrama quasi poliziesca. La morte di una prostituta senza nome di “proprietà” di Florestano Leoni, porta ad una specie di indagine. Il colpevole è evidente. Questo delitto richiama una vendetta?

La morte della prostituta senza nome è in realtà un pretesto per affrontare, nella mia maniera tangenziale, il tema del corpo femminile usato come merce di scambio. Lo vediamo tutti i giorni nelle pubblicità, nelle cronache dei processi illustri, e tristemente lo leggiamo spesso in cronaca nera. La vittima del mio romanzo non è vissuta, dal suo proprietario prima e dal suo assassino poi, come un personaggio reale, con una sua storia e una personalità; è un corpo da possedere, nient’altro, e la sua morte un incidente di percorso da chiarire ai fini della conservazione del potere, non certo per curiosità o empatia.

L’esercito pattuglia, la pioggia è incessante, il fiume, esondando, semina morti e detriti. Una situazione di emergenza, da scenario apocalittico. Poi si aggiungono gli adepti di una setta, una confraternita ispirata a un’eresia medievale, che iniziano a darsi fuoco per raggiungere il mondo dello spirito, per smuovere le coscienze. Un po’ Blade Runner, penso alla pioggia incessante, l’atmosfera cupa, un po’ 1984 di Orwell, penso ai meccanismi oscuri del potere, sebbene il tuo romanzo non sia proiettato nel futuro?

C’è un po’ di Blade Runner, sicuramente; ho amato molto quel film e le sue atmosfere inquietanti e malinconiche. In quasi tutto quello che scrivo, mi rendo conto, c’è una grande attenzione alla parte ‘visiva’; costruisco le scene procedendo per immagini, e dando molta importanza ai colori, che in questo romanzo hanno un ruolo chiave.

Un tema che affronti è la degenerazione del potere mediatico, utilizzato da alcune famiglie per manipolare l’opinione pubblica e rinsaldare il proprio potere. Giornalisti asserviti, vecchi giornalisti disillusi che il potere cerca di comprare. Informazione e controinformazione. Quale sarà il futuro?

Credo che le cose non cambieranno molto nel lungo termine, e che continueremo a vedere giornalisti ridotti a meri impiegati di gruppi di potere, preoccupati solo di pubblicare notizie su commissione, e poche persone convinte che raccontare e indagare le cause degli eventi sia l’unico modo per fare questo mestiere.

Un altro tema che affronti è l’importanza della memoria necessaria per metabolizzare il passato, in questo caso il terrorismo. Nel romanzo una realtà ormai conclusa, i protagonisti di allora sono quasi tutti morti o in carcere. Dimenticare il passato fa correre il rischio di ripetere gli stessi errori, argomenta un personaggio. Perché pensi che qui in Italia ci sia in atto un processo di rimozione, di rifiuto di un’ elaborazione oggettiva di quei fenomeni di lotta armata?

Mi sembra che in Italia ci sia un processo perenne di rimozione della storia recente, soprattutto quando quella storia non è molto lusinghiera per la nostra immagine. È accaduto con il fascismo, con le guerre coloniali, e certamente anche con il terrorismo. Abbiamo vissuto, viviamo tuttora, momenti di grande lacerazione interna, ci immergiamo nel clima dell’emergenza e del terrore e poi, una volta finito il fenomeno contingente, ci comportiamo come se il fatto non fosse mai avvenuto, come delle persone invitate a una cena cui sia presente un ospite molesto, e che fanno di tutto per fingere di non vederlo o sentirlo. Non ci rendiamo nemmeno conto di quanto male possa fare questa rimozione, e quanti eventi successivi siano in realtà figli di queste ferite mai curate.

Finale spiazzante, non l’anticipiamo, ma mi dà lo spunto per chiederti se per te c’è uno spiraglio di speranza all’orizzonte, o solo i peggiori come sempre se la caveranno?

I miei personaggi, a modo loro, cercano tutti una salvezza, qualcosa che regali loro una specie di speranza; lo fanno in maniere diverse, attraverso il potere, il sesso, la ricerca del trascendente, la rivolta. La risposta non può essere univoca; ognuno ha la responsabilità di cercare il proprio spiraglio di luce, e in molti, purtroppo, preferiscono lasciare questa possibilità ai peggiori.

Grazie della tua disponibilità. Concluderei l’intervista con un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

Grazie a voi per l’ascolto. Sono al lavoro per scrivere, sempre per Indiana editore, il seguito della Luce che illumina il mondo; nelle mie intenzioni ci saranno almeno altri due romanzi ambientati nella città di Sumonno.