:: Un’ intervista con Roberto Serrai

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roberto-serrai_pic Ciao Roberto, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla quarta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent – 66th and 2nd. Dopo premi come il premio Procida nel 2003 per la traduzione di Ritorno a casa di Natasha Radojić-Kane e il Premio Gregor Von Rezzori – Città di Firenze nel 2011 per una nuova traduzione de Il grande Gatsby, anche un riconoscimento da un blog. Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?

Bentrovati, e grazie per questa menzione (che, per il fatto di venire da lettori “veri”, mi fa molto piacere). I mastini di Dallas è un libro davvero bello, ci ho lavorato con piacere e mi auguro che, col tempo, arrivi a essere anche per il lettore italiano quello che è, ovvero un piccolo classico.
Dunque, sì, premi ne esistono. Oltre a quelli citati, per esempio, mi viene in mente il Città di Monselice, ma anche i concorsi che vengono organizzati, quasi sempre, in seno alle Giornate della Traduzione di Urbino. Come capita per certi premi letterari, tuttavia, a volte anche quelli per la traduzione possono indurre al sospetto – non è il nostro caso, per fortuna – che nella loro assegnazione, più che le ragioni dell’effettiva qualità di un lavoro, prevalgano altre motivazioni, legate più in generale alle politiche editoriali. Più utili, a mio parere, sono i finanziamenti (silenziosi ma – questi sì, e lo dico per esperienza – sottoposti a controlli molto severi) che alcuni governi, e penso a quello canadese col quale ho più volte avuto rapporti, erogano come contributo alla traduzione, e quindi alla diffusione, di certi autori e opere della propria letteratura. Mi sembra una cosa molto bella. A ogni modo, anche se fanno indubbiamente piacere, non credo che si traduca per i premi. Almeno, io non lo faccio. Per come vedo questo lavoro – in senso marcatamente non narcisista, ma di vero servizio ad autori, libri e lettori – trovo che abbiano un che di contraddittorio. Per quanto mi riguarda, alla consegna di ogni lavoro osservo una specie di rituale. Inviato il file, apro la King James (sono agnostico, ma come traduttore e appassionato di letteratura non posso non amare la KJV) alla seconda lettera a Timoteo, 2:7-8. Se posso leggere quei due versetti e sentirmi in pace con la coscienza, bè, il mio premio già l’ho avuto. Tutto quello che arriva in più è, ovviamente, gradito. Infine: il traduttore, qui in Italia, è giustamente valorizzato? La risposta è semplice: no. Ci sono le eccezioni, ovviamente, ma in generale direi di no. La si ritiene, spesso, una figura intercambiabile, sacrificabile, quasi un fastidio necessario. Basta fare caso a tutte le volte in cui stampa e televisione parlano di un libro straniero pubblicato in edizione italiana senza citare “chi è stato”. Beh, certo, i libri si traducono da soli, no?

Sei nato a Firenze nel 1967, e collabori da anni con varie università italiane e con varie case editrici, prevalentemente come traduttore. Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale, come ti aggiorni o approfondisci le conoscenze su slang, modi dire, anche gerghi collocati nel tempo, per esempio il tipo di gergo nel mondo sportivo degli anni 70, che hai utilizzato per “North Dallas Forty”?

Un traduttore deve leggere assolutamente di tutto, per frequentare il più possibile generi e linguaggi, e io non faccio eccezione. Così come deve vedere tutto (al cinema e in TV, per prima cosa) e ascoltare tutto (e tutti). Oggi, poi, che l’accesso al materiale in lingua è, rispetto a quando ho inizato, incredibilmente più facile ed economico, non ci sono più scuse. Ai miei studenti dico che il traduttore è come un Carabiniere, sempre in servizio (ovvero sempre con le antenne alzate) e nei secoli fedele (al testo). Tra gli ultimi libri che ho letto, per esempio, mi sono piaciuti molto “Overseas” di Beatriz Williams – ogni tanto una bella storia romantica ci vuole – e “The Shining Girls” di Lauren Beukes (finalmente un thriller che, davvero, “non è il solito thriller”). Sto finendo di lavorare a un libro sulla prima guerra mondiale, e dunque negli ultimi mesi ho letto di tutto sull’argomento, da classici che già conoscevo come “The Guns of August” di Barbara Tuchman a libri splendidi che affrontano temi finora poco trattati come i soldati minorenni dell’esercito inglese (“Boy Soldiers”, Richard van Emden) o le imprese dei cuochi militari, sempre inglesi, che tra le truppe in Francia e quelle sparse per l’impero durante la guerra riuscirono a recuperare tre pasti al giorno per cinque milioni di soldati. Alcune ricette sono pure divertenti da rifare (“Feeding Tommy”, Andrew Robertshaw) e più gustose – a chi piace il curry – di quanto si crederebbe.
I gerghi collocati nel tempo sono sempre degli ossi duri. Di solito, faccio più che altro attenzione a non usare espressioni di un’altra epoca (posteriore, ovvio); altre volte cerco qualcuno che sia vissuto in un certo periodo (se possibile) e lo uso come consulente; altre ancora vado a memoria (ho pur sempre quasi mezzo secolo). Uno strumento indispensabile, per evitare di fare sciocchezze, è un dizionario monolingua che situi correttamente – non è scontato – i vari lemmi nel divenire storico. L’Oxford English Dictionary lo fa, e anche il Random House (rispettivamente per l’inglese britannico e quello statunitense). Parlando di opere ambientate e/o scritte in periodi particolari, tuttavia, non si deve tenere conto solo dei problemi legati alla lingua, ma anche di quelli legati alla cultura e all’immaginario collettivo e al rapporto tra le due dimensioni (linguistica e culturale). Bisogna fare un po’ di ricerche, insomma, ed è una delle cose che più mi piacciono di questo mestiere. Una volta ho lavorato su un romanzo ambientato nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. Ho dovuto ricostruire tante dinamiche culturali a me ignote. E’ stata una faticaccia, ma anche uno spasso. Per il libro di Gent ho avuto meno difficoltà, devo dire, forse perché seguo il football, a fasi alterne, da tanti anni.

Hai tradotto autori come William Faulkner, Jonathan Coe, Siddhartha Mukherjee, Azar Nafisi, Francis Scott Fitzgerald, appunto. Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?

Per come la vedo io, una traduzione – a saperla leggere – è come un saggio sul potenziale significante di un certo testo. Il testo va interpretato (cioè bisogna riconoscerne le dinamiche di produzione del senso), va smontato (e bisogna sapere come fare), e poi rimontato in maniera tale che il suddetto potenziale rimanga – quasi, e su questo quasi si giocano, o dovrebbero, reputazioni e carriere – intatto, ma in un’altra lingua. Per questo, all’inizio, ho considerato la traduzione come un’attività collaterale, un’estensione, rispetto alla ricerca accademica. Di qualunque genere fosse il testo sul quale lavoravo. Alla radice sia dell’attività di ricercatore che di quella di traduttore c’è la passione per la cultura (il “fatti non foste a viver come bruti” dantesco, altra cosa che ripeto spesso ai miei studenti), la conoscenza, e la letteratura – intesa anche (lo ricordo da una vecchia lezione di Marcello Pagnini) come consolazione al male di vivere.
Il mio primo incarico fu un testo “minore” di Faulkner, che il mio mentore accademico di allora decise di “passarmi”. Faulkner, non so se mi spiego. Fu come il proverbiale imparare a nuotare con il proverbiale babbo che ti butta in acqua. Insomma, ora tocca a te. Il resto è storia. Per inciso, la casa editrice che doveva pubblicare il volume fallì – ovviamente prima di corrispondere il compenso, che non avrei visto, e sensibilmente ridotto, fino a una decina d’anni dopo. In questo modo entrai subito in contatto anche con una delle fastidiose caratteristiche di certa editoria italiana (la disinvoltura nei pagamenti), quindi col senno di poi posso dire che l’episodio ebbe una sua doppia utilità.

mastiniChe studi hai fatto? So che sei dottore di ricerca in Studi americani, ma quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono laureato in letteratura, nello specifico americana. Fin da adolescente, dunque, ogni mia scelta è stata – scherzo, ma non troppo – ispirata allo spregio per una vita tranquilla, un’entrata regolare e decente, e una serena vecchiaia. Insomma, “scelte di passione” – e ne pago tutte le conseguenze (pazienza) senza nemmeno ricevere due spiccioli di resto, per parafrasare Majakovskij. Scuole e stage? Consiglio studi umanistici, di qualsiasi genere, e poi due strade: Master o altri corsi di traduzione, ma mi raccomando: con poca, MOLTO poca teoria e tanta pratica, e magari (se il Master non tratta certi argomenti) un bel corso sul lavoro editoriale. E poi lavorare tanto per conto proprio. Studiarsi i software di impaginazione, per esempio, i manuali di stile, i prontuari di punteggiatura, il Queen’s English, ecc. ecc.

Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.

Curricula e banche dati sono utili (ma attenzione, chiedete a dieci persone “come scrivere un buon CV per l’editoria” e vi troverete con dieci versioni diverse del vostro curriculum e non saprete, se una va bene, qual è), ma ogni editore si fiderà più del parere di qualcuno che conosce che di un curriculum lungo magari come un volume della Treccani e di decenni di esperienza (ma con altri editori). Quindi: farsi conoscere, di persona. Frequentare i luoghi dove si possono incontrare, fisicamente, i propri futuri datori di lavoro: fiere del libro, presentazioni di libri, iniziative culturali, ecc. ecc. Prima, assumere informazioni sulle case editrici e il mercato editoriale, con piglio militare: chi sono, cosa pubblicano, chi hanno alle spalle ( = chi paga), chi sono gli editor che si occupano del tipo di libri che si vorrebbe tradurre. Telefonare, farsi dare le email aziendali, farsi spedire i cataloghi, studiarsi tutto (appena un gradino sotto allo stalking, insomma) e poi farsi avanti. Non è semplice, mai: ci sono editor ai quali ho scritto per anni senza avere due righe di risposta. Ma insisto.
Come ho iniziato l’ho detto, se poi dopo tutto è più automatico, la risposta è: no. Dopo ventun anni di lavoro, ogni volta bisogna rimettersi in gioco, e andare in giro (virtualmente), mi si passi una citazione del mio amato Manzoni, a fare la questua delle noci. La questua delle noci ( = sapersi vendere, procurarsi nuovi incarichi) è quanto di più alieno ci sia dal mio carattere. Ma si impara. Ci si adatta. O ci si estingue (Darwin).

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

Anche questo un po’ l’ho già detto. A volte mi vengono proposti testi che si ritengono adatti alle mie competenze e alle mie capacità, altre volte no. Va bene lo stesso. I testi che propongo io li scelgo in base ai miei gusti (ovvero, devo ritenere che valga la pena tradurli e pubblicarli in Italia), ma anche cercando di proporre il testo giusto all’editore giusto (dopo le indagini di cui sopra). A volte significa leggere, o almeno sfogliare, decine di libri al mese. Conoscere l’autore aiuta, a livello personale sempre, ma adesso ormai mi interessa quasi di più un altro livello, quello “commerciale”. Vale a dire, la conoscenza dell’autore diventa un punto di forza se il suddetto, o la suddetta, ha molta forza contrattuale e voglia di spenderla per te. Questo, in certi casi, ti permette di lavorare non “molto meglio”: di più. Ma sono casi rari.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

Preparo un piano, una scaletta, certo, ma tanto salta sempre tutto. E salta sempre perché il freelance, nei limiti delle umane possibilità, è costretto ad accettare tutto, o quasi, quello che gli viene proposto. Con i compensi che abbiamo, o si fa così o anche il pane con la cipolla tocca mangiarlo un giorno sì e uno no. La A di “adultera” era la lettera scarlatta, il marchio d’infamia di Hester Prynne: per noi è la F di “freelance”. Quasi sempre si lavora non a uno, ma a due, tre, quattro progetti insieme. E ogni tanto bisogna pur dormire. Le date di consegna, di conseguenza, sono sempre un po’ trattabili. Cioè slittano di qualche giorno. O possono farlo. Ma a volte no (e bisogna imparare a riconoscere quelle volte). Se si agisce con correttezza (facendolo presente per tempo, e mostrandosi onesti), c’è un piccolo margine da sfruttare per far quadrare i conti col Tempo (la maiuscola è voluta). Basta non esagerare (lo diceva anche Calvino quando lavorava da Einaudi). Una volta ho esagerato – non per malafede, diciamo per ingenuità (ero poco più che ragazzo) – e sono stato, come meritavo, punito.

Parliamo  della traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Un testo molto difficile per molti versi, non solo da un punto di vista tecnico, accompagnato anche da un’aura maledetta, o per lo meno di denuncia dei mali contemporanei dello sport, e della società americana più in generale. Alla sua uscita nel 1973, creò un vero e proprio caso, e fu anche portato sullo schermo nel 1979 da Ted Kotcheff, con Nick Nolte come protagonista. Dopo tutti questi anni solo oggi possiamo leggerne in Italia la versione in italiano. Il football americano è certo uno sport molto più violento e usurante del nostro calcio, ma molti meccanismi possono essere simili. Tutto ciò ha influenzato il tuo lavoro? Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?

“North Dallas Forty” è del 1973. Allora, l’esperimento – più o meno sentito, più o meno in buona fede – degli anni Sessanta, l’estate dell’amore, il tentativo di fare prevalere le ragioni della collettività su quelle dell’individuo, non solo era passato: era fallito. Da ora in poi, ognuno per sé. Arricchirsi, “vincere”, superare il tuo vicino, togliergli il posto in squadra, la donna, il futuro. Una cosa mostruosa, violenta, feroce. Scrittori come Hunter S. Thompson l’avevano capito subito: si legga, per esempio, il suo “The Kentucky Derby Is Decadent and Depraved” (1971), e soprattutto se ne guardino le splendide illustrazioni (di Ralph Steadman). Gent, di questo cambiamento epocale, se ne rende conto “quasi” subito, e ne parla usando una squadra di football come metafora della società in generale, ma lo fa benissimo. Nel libro c’è il grottesco e c’è la tragedia (nel senso più alto e classico del termine), nel film soprattutto il grottesco (io preferisco il libro, ma voglio bene a Nick Nolte). Ed è questa tragedia – che è una tragedia anche dell’ipocrisia che sottende molto sport americano; direi, però, soprattutto il baseball (o almeno sembra ipocrisia a noi; basta andare a vedere una partita negli USA e si torna bambini, e si crede perfino alla panzana sul disinteresse dei giocatori per il dio denaro) – la resa di questa tragedia, la vera sfida. Quel sentirsi all’improvviso niente più che un pezzo dell’equipaggiamento della squadra, un oggetto, una cosa, che interessa solo finché produce risultati, e quindi reddito, e si piega a certe logiche – che del resto, almeno per il momento, sono invincibili. A me è interessato questo.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Ho appena consegnato un grosso libro, sto iniziando a lavorare a un bel progetto con persone che mi piacciono, cerco di far tradurre (da me) un libro splendido, ritradurre (sempre da me, ovvio: è fuori catalogo da anni, purtroppo e per fortuna) un libro meraviglioso [si noti come non vengono svelati i titoli: è un mondo senza pietà, né fiducia], ma soprattutto è iniziata… la questua delle noci.

Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.

Grazie a voi. Temo di essere sembrato negativo e pessimista (nell’ambiente, svelo un segreto, qualcuno mi chiama “Mr Sunshine”), ma non è così. Tornassi indietro farei esattamente le stesse cose. Non esiste lavoro più bello. È cruciale, tuttavia, essere consapevoli di quello che ci aspetta. Chi cerca denaro, tempo libero, soddisfazioni di un certo tipo, visibilità, glamour, beh, scelga un altro mestiere. La traduzione è un’amante esigente. Prende più di quello che dà (in senso quantitativo). Non è un maglione che si mette e si toglie, è più una seconda pelle. Non la lasci mai, ti sta sempre addosso. A volte ti sembra di essere solo, e che solo i colleghi possano capirti. Beh, a volte è davvero così. E la domanda del neofita (per dire una stupidaggine) non è “dove ti vedi tra cinque anni”, ma “dove ti vedi tra venticinque”. Per molti (per me lo è stata) la risposta è “sempre qui, sempre così”. Siete pronti? Sì? Allora andrà tutto bene.

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3 Risposte to “:: Un’ intervista con Roberto Serrai”

  1. :: Un’ intervista con Roberto Serrai | Ed... Says:

    […] Ciao Roberto, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla quarta edizione del Liberi di Scrivere Award per …  […]

  2. barbaradm Says:

    a margine: dopo tanti anni, mi piacerebbe far sapere a Roberto Serrai che la sua traduzione di “In fuga” di Anne Michaels mi è rimasta nel cuore: un libro bellissimo, tradotto in maniera superba.

  3. Un’ intervista con Roberto Serrai | Liber... Says:

    […] 'Per come la vedo io, una traduzione – a saperla leggere – è come un saggio sul potenziale significante di un certo testo. Il testo va interpretato (cioè bisogna riconoscerne le dinamiche di produzione del senso), va smontato (e bisogna sapere come fare), e poi rimontato in maniera tale che il suddetto potenziale rimanga – quasi, e su questo quasi si giocano, o dovrebbero, reputazioni e carriere – intatto, ma in un’altra lingua.'  […]

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