:: Un’ intervista con Marco Montemarano

ricchezzaCiao Marco. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, speaker radiofonico e pubblicitario, musicista, docente di traduzione giuridica, autore di testi didattici per far imparare l’italiano ai tedeschi. Chi è Marco Montemarano? Punti di forza e di debolezza.

Sono un eclettico eppure credo di avere una mente ordinata e discrete capacità comunicative. D’altro canto soffro di vertigini, in tutti i sensi. Ora che il mio nuovo romanzo sta per uscire spero tanto che diventi un “caso” letterario, ma d’altra parte ho paura del successo. Forse per questo odio le persone che sul lavoro, in famiglia o nelle varie situazioni della vita fanno di tutto per deprimere l’autostima degli altri. Credo che una bella percezione di sé, un senso di affetto e amicizia verso se stessi sia fondamentale e su questo punto devo ancora lavorare.

Hai fatto diversi lavori nella tua prima giovinezza: il chitarrista blues, il venditore di polizze assicurative, il barista tabaccaio, fin anche l’allibratore per un parente che gestiva una piccola rete di scommesse. Quando è nata la tua passione per la letteratura? Quando hai deciso che avresti voluto fare lo scrittore?

Intorno ai venticinque anni ho iniziato a strutturare testi dapprima poetici, poi di prosa narrativa. Ma quella di “fare lo scrittore” nel senso di pubblicare, trovare un pubblico con cui confrontarsi, far sì che la scrittura diventasse, perché no, anche una fonte di guadagno, è un’idea che molto a lungo è rimasta sullo sfondo. C’era in me forse un po’ di elitarismo. O forse temevo (temo ancora!) che trasformando una passione in professione l’ispirazione non potesse che risultarne inibita.
La fase di produzione, articolata in 4-5 romanzi, che culmina in La ricchezza, è iniziata esattamente dieci anni fa, all’inizio del 2003. La radio nazionale tedesca aveva chiuso il programma italiano per il quale lavoravo e mi sono messo a scrivere un romanzo che prendeva le mosse da quell’esperienza.

Hai lasciato Roma nel 1990, per trasferirti all’estero in Germania, a Monaco. Raccontaci questa esperienza. Come vive a Monaco un italiano? Torneresti in Italia?

“Sono un povero emigrato”, dico a volte. La gente ride pensando a una battuta ma io di solito resto serio. Vivo da 23 anni in Germania e la condizione di chi vive in terra straniera, circondato da persone che parlano una lingua diversa da quella dei tuoi pensieri e dei tuoi sogni, forgia la tua identità.
Io qui mi prendo la libertà di fare quello che mi piace di più, seguo le mie passioni e le mie inclinazioni. La Germania in questo è un grande paese. Ti aiuta a fare quello che ti piace di più, o almeno ti consente di scegliere tra un ampio spettro di opzioni diverse.
Ma quel particolare lavoro di adattamento, quel sentirti proiettato addosso in ogni momento il cliché dell’italiano, il pregiudizio degli altri, c’è anche qui come in ogni altro luogo. La condizione di straniero plasma fortemente l’identità di una persona.
Detto questo, Monaco è una città moderna, piacevole, che non ti ruba tempi e spazi come tante città italiane. A volte è un po’ soporifera, forse. E conservatrice, certo. Ma trovo che sia una cornice molto accettabile entro la quale fare esperienza del mondo.
Non tornerei in Italia, non adesso.

Negli anni Ottanta hai iniziato a scrivere racconti, poi hai esordito con il romanzo Acqua passata, la storia di un contrabbassista jazz che viene strappato da un idillio tropicale per affrontare il suo passato a Roma. Uno dei vincitori dell’edizione 2012 del Torneo letterario IoScrittore di GeMS, che circola attualmente in formato e-book. Parlaci dei tuoi esordi, dei tuoi primi passi nel mondo editoriale.

Dicevo prima del mio ingiustificato elitarismo e della paura di rovinarmi l’ispirazione pubblicando libri. Poi dieci anni fa ho deciso che dovevo aprire una fase nuova. Ho scritto un romanzo, ne ho scritto un altro, ho avuto un’esperienza non molto felice con un’agente. Mi sono accorto quasi subito che entrare in rapporti con il mondo editoriale italiano vivendo all’estero e occupandosi di tutt’altro era difficile. E che ancora più difficile, almeno per me, era comprendere le regole che presiedono a questo gioco: come riuscire ad entrare, a farsi percepire, a ottenere per lo meno il riconoscimento di giocatore a pieno titolo. Fantasticavo di salotti, party, aperitivi ai quali non sarei mai stato invitato. Poi ho iniziato a iscrivere alcune mie opere a concorsi letterari. Nel 2012 sono stato tra i finalisti di IoScrittore. Bella soddisfazione, certo. Ma il risultato del Premio Neri Pozza mi ha letteralmente stordito. E per uno come me, scettico sull’evoluzione del nostro paese negli ultimi decenni, è stata un’iniezione di fiducia: la prova che l’Italia riesce ancora a produrre meccanismi di selezione seri, trasparenti, meritocratici. In questo Neri Pozza ha lanciato un importante segnale, che spero venga imitato da altri.

Con La ricchezza hai vinto il I° Premio nazionale di letteratura Neri Pozza. Raccontaci come è andata. Cosa hai provato quando ti hanno comunicato la vittoria?

Soffro di tachicardia, così puoi immaginare come mi sono sentito, anzi: come tutti e cinque noi finalisti ci siamo sentiti fino all’ultimo. I sette giurati erano stati bravissimi a non far trapelare il nome del vincitore. Quando sul tabellone è comparso il punteggio finale (la mia vittoria di un punto sul giovane Alessio Arena, artista di enorme talento cui profetizzo un grande futuro, si è decisa proprio all’ultima scheda dopo uno spoglio logorante) ho sentito che dovevo stare fermo, lì seduto sulla gradinata del Teatro Olimpico di Vicenza, per qualche istante ancora. “Non muoverti ancora”, mi diceva una voce. “Questo scroscio, l’applauso, è acqua, nient’altro che acqua, falla scorrere un po’ su di te.” Vogliamo chiamarlo “battesimo”? Io non sono particolarmente religioso, eppure…

Verrà pubblicato a novembre nel catalogo Neri Pozza. Raccontaci qualcosa sulla trama di questo libro. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza è il senso di un’identità fragile, che vacilla perché edificata su un terreno incerto, quello della memoria, degli “anni gloriosi” della nostra gioventù. E poi c’era la voglia di tornare a un’epoca della mia vita per la quale provo nostalgia, di riviverci dentro attraverso una storia inventata ma plausibile.

Potresti dirci qualcosa dei tuoi protagonisti?

Sono tutti in qualche modo segnati dallo stigma dell’inadeguatezza, direi. Fabrizio, troppo ammirato. Mario, tormentato e schiacciato dall’ingombrante mole di suo fratello. Maddalena, inquieta e sempre in fuga da tutto. E infine Giovanni, soprannominato Hitchcock, che sente quasi di non avere una vita che gli appartenga. Sono le vite che ho conosciuto io all’epoca in cui la vicenda ha inizio, la metà e la fine degli anni Settanta.

“Un romanzo i cui personaggi restano a lungo nel ricordo del lettore. Costruito narrativamente in maniera magnifica, una storia dalla quale è impossibile staccarsi fino alla fine.” Cito Giuseppe Russo, ideatore del Premio e Direttore editoriale Neri Pozza. Piuttosto lusinghiero come commento.

Sì, è bello avere un editore che crede in te. Credo che pubblicare con una casa editrice medio-grande che investe energie e fiducia in te sia molto meglio che pubblicare con un editore-moloch che poi lascia i libri a fare la muffa in libreria senza promuoverli. Neri Pozza potrebbe davvero diventare il punto di riferimento di una ripresa della narrativa italiana a livello di temi, di capacità di raccontare il nostro presente, di impatto sulla contemporaneità. Io glielo auguro e ovviamente lo auguro anche a me stesso.

La ricchezza è un romanzo sulla meglio gioventù degli anni ’70 costruito attorno a uno dei temi centrali della letteratura che è la fugacità della giovinezza. Un tema molto letterario. Quali letture e quali autori ti hanno ispirato?

Dostoevskij e Tolstoj. Stevenson e Conrad. Franz Kafka. Nel Novecento metterei tra i primi Musil e Proust. Ma anche Joseph Roth e Céline. Borges, Nabokov, Vonnegut, Ishiguro. Tra gli italiani Gadda, prima di tutto. Poi Primo Levi, Alberto Savinio, Vitaliano Brancati. E amo moltissimo alcuni romanzi di Sebastiano Vassalli e Domenico Starnone. E infine Philip Roth, Philip Roth, Philip Roth… Per me è un dramma che abbia smesso di scrivere.

Sei anche un musicista. Hai inciso due album di composizioni per chitarra. Alcuni tuoi brani vanno a sottofondo di alcune trasmissioni radiofoniche e televisive. Musica e letteratura, cosa hanno in comune? Essere un musicista come influenza il tuo lavoro di scrittore?

L’influenza è forte e intima. Quando dieci anni fa ho deciso di scrivere con una nuova intenzionalità, uscendo dalla lunga fase di scritti sparsi ed episodici, ho sentito che dovevo anche rimettermi a suonare. Avevo smesso da una quindicina d’anni. La musica ha preso sottobraccio la scrittura, direi. L’ha sostenuta. Le ha trasmesso un senso della misura che prima non aveva.

Tornando alla tua esperienza di vita in Germania, parlaci del mondo editoriale tedesco, ci sono autori interessanti, non ancora editi in Italia? Ci sono scrittori italiani che hanno “sfondato” da voi? Proprio in questi giorni si aprirà la Buchmesse di Francoforte. Ci andrai?

Purtroppo seguo poco gli esordienti. Rimasi conquistato, anni fa, da una scrittrice di short stories tedesca, Judith Hermann. Spero che il Nobel ad Alice Munro possa rilanciare la narrativa breve anche in Italia.
Gli autori italiani noti in Germania, a parte i classici, non sono molti. Ma non riesco a identificarne il motivo. Forse i tedeschi preferiscono altri aspetti della nostra cultura. Certo, influisce anche il fatto che il romanzo non ha in Italia la tradizione che ha in altri paesi.
Alla Buchmesse sono stato giovedì scorso. Non ci crederai ma era la prima volta. Ho incontrato il mio editore, alcuni scout francesi e tedeschi, la mia agente Ombretta Borgia, che insieme a Fiammetta Biancatelli e Paolo Valentini ha messo su una realtà nuova e molto interessante.
A Francoforte ho sentito molto interesse intorno al Premio Neri Pozza e di riflesso intorno a La ricchezza. Segno che il direttore Russo ha visto giusto. Il “caso”, prima ancora che dai libri vincitori, è rappresentato dal Premio stesso.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un vecchio romanzo di fantascienza di Kurt Vonnegut, The Sirens of Titan.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Senz’altro. L’ufficio stampa di Neri Pozza, diretto dalla bravissima Daniela Pagani, sta organizzando delle presentazioni e degli incontri con la stampa. A me piacerebbe, compatibilmente con gli impegni di lavoro che ho qui a Monaco, vedere tante librerie. Sono un fan delle piccole librerie indipendenti.

Infine, nel ringraziarti della disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri.

Sto raccogliendo le idee per un nuovo romanzo di cui non vorrei rivelare nulla. Anche se non credo che prima di gennaio riuscirò a iniziarlo. Vorrei anche rimettere le mani su mie vecchie cose. E mi piacerebbe che questo mio libro, La ricchezza, mi portasse un po’ in giro per l’Italia, a vedere luoghi e realtà che non conosco ancora.

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