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:: Un’ intervista con Luigi Ricciardi, grazie alla gentile collaborazione di Maurizio de Giovanni

20 Maggio 2013

foto archivioLuigi Alfredo Ricciardi, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non senza una certa emozione la ospito su queste pagine e non mi interrogo più di tanto su come sia possibile questa intervista attraverso il tempo e lo spazio. Commissario della squadra mobile della Napoli degli anni Trenta, un poliziotto infondo, un poliziotto ostinato, umano, poco propenso ai compromessi. Un uomo all’antica, tutto di un pezzo. Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

R. Salve, signorina. Come sapete, io non sono uno che parla molto; mi scuserete quindi se sarò, come dire, un po’ sintetico nelle risposte. Io sono cresciuto in un paese del Cilento, nel palazzo della mia famiglia. Ci penso spesso, e ci tornerò, prima o poi. Magari qualcuno vi racconterà del mio ritorno. Ho studiato in collegio, dai gesuiti, ma temo che non siano riusciti a insegnarmi la fede; la logica sì, quella l’ho imparata. Poi ho studiato giurisprudenza, per poter fare il poliziotto: era… necessario, come potete immaginare. Pregi? Mi ritengo serio, e sincero, per quanto possibile. Difetti? Non sono molto incline alle amicizie, direi.

Non è solo un personaggio di un romanzo, per molti suoi lettori è un amico, un carissimo amico. Che rapporto la lega al suo creatore, Maurizio de Giovanni?

R. Abbiamo una buona conoscenza. Mi pare una persona onesta, che non cerca di abbellire o rendere più brutta la realtà che racconta. Una persona alla quale, avendo delle confidenze, si affida volentieri il proprio pensiero. Ma non è mio amico, e io non sono amico suo, né credo che potremo diventarlo. Apparteniamo a epoche troppo diverse, e troppo diversi sono i nostri valori.

Ci parli della sua Napoli: la Napoli dei vicoli dei Quartieri Spagnoli, del caffè Gambrinus, del lungomare di Chiaia. C’è tanta povertà, ma tanta umanità, tanto calore, tanta solidarietà.

R. Dovrei dirvi del dolore e della sofferenza. Del fatto che cinque bambini su dieci non arrivano a dieci anni, anche nelle famiglie ricche. Della difterite, della poliomielite, del tifo e del colera. E del valore profondo dell’amicizia, dell’amore che dura tutta la vita, dei figli che vengono prima di tutto. La mia città è così, e dal volto di chi mi racconta quando mi sente parlare intuisco che la vostra, nel vostro tempo, sia tanto diversa. Mi dispiace, che gli uomini non abbiano imparato dai propri errori. Ma forse non impareranno mai.

Luigi Ricciardi e la cucina. E’ in fondo un buongustaio, ama la cucina cilentana e i piatti che le prepara la tata Rosa, i dolci tipici di Napoli del caffè Gambrinus. Cosa ama di più mangiare?

R. Ah, la cucina della mia tata. In realtà non amo mangiare, tantomeno cose molto pesanti: mi infligge certe pietanze che ammazzerebbero un maiale. Però è un suo modo di amarmi, cucinare per me, e io non posso e non voglio deluderla. Io sono uno che si nutre, temo. Non sono molto incline ai piaceri della vita, come altri miei colleghi famosi.

Non ha un carattere facile, il rapporto con i suoi superiori, sebbene basato sul rispetto per il suo lavoro, è piuttosto teso. Vive in un periodo difficile, c’è il Fascismo, la gente scompare solo se pesta i piedi a qualcuno di importante, pensiamo al dottor Modo. Non ha paura di risultare sgradito al regime? Quale è il suo rapporto con il potere?

R. Stranamente posso rispondere con un motto caro, appunto, al regime: me ne frego. Non mi interessa la politica, che purtroppo non incide sulla natura umana tanto da eliminare o almeno attenuare le cose orribili che sentimenti e passioni riescono a produrre. Certo, non mi piace chi vuole imporre con la forza il proprio pensiero; e tantomeno chi parla di guerra con la frequenza con cui ne parlano questi signori col fiocco sul cappello e gli stivaloni. Ma almeno, come cerco di far capire a quel testone di Bruno, questi urlano. I più pericolosi, secondo me, sono quelli che sorridono e sussurrano. Ma è solo una mia idea.

Nella sua vita professionale ha seguito tante indagini, sempre con l’aiuto del brigadiere Raffaele Maione, un prezioso e insostituibile collaboratore, ma anche un amico. Ci parli di Maione, che persona è vista da vicino?

R. Maione, Maione. Maione è una persona meravigliosa; grossolano, goffo, un po’ manicheo, senza sfumature. Ma sincero, di grandi sentimenti, dotato di una bontà immensa. Ed è padre, soprattutto; non solo nei confronti dei figli, o della memoria di quello che ha perduto: è padre in tutto e per tutto, nei confronti di chiunque ami. So che mi è affezionato, e io sono affezionato a lui. Crede di proteggermi, ma in realtà sono io a vegliare su di lui conoscendo di più sulla realtà che ci circonda. Spero che la vita non gli dia altro dolore, e che si mantenga com’è a lungo.

Luigi Ricciardi e le donne. E’ un gentiluomo all’antica, molto corretto, rispettoso, educato. Fa l’inchino e il baciamano. Mai picchierebbe una donna. Seppure le ama le donne, il suo carattere riservato e il segreto che la tormenta la rendono difficilmente capace di aprirsi, di corteggiarle, di pensare a costruirsi una famiglia. Come è la sua donna ideale?

R. Per avere una donna ideale, signorina, bisogna credere che possa esistere una donna da tenere vicino. Io purtroppo credo di non potere. Vedete, signorina, io sono pazzo. Io vedo le immagini dei morti ammazzati che mi parlano, vomitando senza sosta, incessantemente, tutto il male e il dolore del distacco dall’esistenza. Credete che sarebbe possibile condividere una cosa del genere con una persona alla quale si voglia bene? Che sarebbe amore quello che si prova per qualcuno al quale si voglia buttare addosso questa sofferenza? Vorrei una vita normale, certo. E quindi vorrei una moglie, e dei figli, una casa calda in cui riposare, lasciando fuori il dolore del mondo. E vorrei non essere così come sono. Vorrei non essere pazzo. Ma lo sono, purtroppo. Quindi, come vedete, è inutile parlarne.

Livia e Enrica un bel dilemma. In cuor suo pensa che un giorno riuscirà a fare una scelta? O la farà per lei il suo autore?

R. Non credo che noi uomini abbiamo in realtà la facoltà di scegliere, sapete. Penso che siano sempre le donne, con la loro tenacia e la sensibilità, a fare una scelta. Livia ed Enrica sono persone a me care, per versi differenti. E non nego di sognare di essere un uomo diverso, in grado di far felice una donna. Ma la realtà è purtroppo quella che vi dicevo prima: sarei davvero sorpreso, molto sorpreso se la mia vita dovesse avere quello che voi chiamate un lieto fine.

Luigi Ricciardi e il Fatto, il segreto di cui parlavo. Forse dipende dalla sua sensibilità, dalla sua propensione ad entrare in comunione con gli altri, specie le vittime, i più deboli. Che rapporto ha con il soprannaturale? Crede in Dio?

R. No, signorina. Non credo in Dio. Non credo che sia possibile che un Essere soprannaturale, che ama i figli che ha creato, possa consentire una tale massa di sofferenza e dolore. Ho visto madri ammazzare i figli senza pietà, figli ammazzare padri, fratelli e sorelle scannarsi, vecchi percossi a morte. E ho sentito le parole del loro ultimo respiro, dell’ultimo dolore. Io non credo che Dio, se ci fosse, sarebbe sordo a quello che sento io. Perché vedo e sento? Perché questa terribile sorte è toccata proprio a me? Non saprei. Forse ho solo una vista migliore, un udito più fine. O forse, come credo, sono semplicemente pazzo.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? E’ già successo che l’abbia fatto?

R. E’ successo, sì. Non l’ho ancora raccontato a quello che voi chiamate il mio autore, e che per me è solo un confidente, ma è successo. Anche se le mie non sono propriamente amicizie, credo che se si prova un sentimento di quella forza sia giusto dare tutto di sé. Senza remore e senza esitazioni.

Luigi Ricciardi e la solitudine. C’è un’ombra scura nella sua vita, un umore nero, una certa tristezza. Un po’ dipende dal carattere, un po’ dal lavoro che fa, un po’ dal periodo storico. Per lei la solitudine è un rifugio, uno stato d’animo necessario, una strada che le permette di far chiarezza in se stesso?

R. Penso semplicemente che se si vuol bene a qualcuno, di questo qualcuno si vuole appunto il bene. E che se si è il male, non si può pretendere di imporsi a chi si vuol bene. Sembra uno scioglilingua, un gioco di parole, ma è così. La mia solitudine, di cui farei volentieri a meno, è purtroppo una condizione necessaria; non per la chiarezza, ma per l’oscurità che porto dentro di me. Che non mi abbandona mai.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

R. Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo. Io so bene che non è così, e questa finzione mi annoia. Mi piace la musica, però, e le canzoni. Ci sono canzoni delicate e struggenti che mi portano nel mondo che vorrei e che so non esistere. La signorina Gilda Mignonette, che talvolta canta alla radio, ha una voce che mi commuove. Avete mai sentito la canzone “Tutta pe’ mme”?

Luigi Ricciardi legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

R. Leggo, sì. Per lo più libri di legge, o di medicina. Qualche autore di romanzi, e vi sorprenderà sapere che la narrativa sentimentale mi attrae molto, forse per lo stesso spirito che ho quando guardo Enrica dalla finestra: per sognare la normalità che mi è preclusa.

Quando inizia un’indagine, quali sono i passi ricorrenti che compie, le piccole scaramanzie? Parte sempre dalla vittima per arrivare al colpevole? Il fatto l’aiuta poco, a volte la mette fuoristrada. Si fida del suo istinto, affinato da anni di esperienza? O la risoluzione dei casi è quasi un incidente, un accadimento inaspettato?

R. Accedo da solo sulla scena del delitto. Non per il Fatto, anche se a volte l’impatto, credetemi, è davvero terribile e temo sempre che l’espressione del mio viso tradisca l’emozione che mi viene riversata addosso. Respiro l’aria del delitto, immagino quello che è accaduto provando a rivedere le immagini del delitto. Non voglio essere distratto da nulla. Poi ripercorro la vita della vittima, cercando il punto in cui il flusso di un sentimento come l’amore, l’amicizia, sia stato deviato e abbia dato luogo a gelosia, ossessione, odio. Da quel punto in poi, risalire al colpevole è più facile. Non si può riparare al danno enorme che alla società fa il delitto, certo. Ma possiamo almeno mettere le cose in ordine, e impedire che una mano assassina possa ripetersi. Non è poco, d’altronde.

La sofferenza delle vittime, la sofferenza dei colpevoli. Il male rende tutti vittime. Come vive la sua condizione di mediatore tra queste due realtà contrapposte?

R. La sofferenza non è migliore o peggiore secondo chi la prova. Ho visto molti casi in cui la vittima era largamente più colpevole dell’assassino, secondo la giustizia naturale. Ma io amministro la giustizia degli uomini, e quella devo seguire. E l’assecondo, a meno che i suoi effetti non ricadano su teste innocenti, figli, mogli il cui destino diventa irreparabilmente compromesso dalla malvagità. A quel punto mi sento in dovere di cautelare coloro sulle cui teste ricade la colpa altrui.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine?

R. Si avvicina l’estate. Il caldo fa strane cose, sapete; ha effetti sulle menti, quello che sembra sopportabile in primavera non lo è più quando il caldo soffoca il respiro e rende un inferno i vicoli dove l’aria non si affaccia. Ecco un consiglio per voi, signorina: state attenta al caldo. E più in generale, abbiate cura di voi. Ora vi saluto.

:: Un’ intervista con Matt Bondurant a cura di Giulietta Iannone

16 Maggio 2013

Matt BondurantGrazie Matt per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matt Bondurant? Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Mount Vernon, all’estremità sud di Alexandria, a due passi dal fiume Potomac  e dalla casa di George Washington. La tipica vita di periferia degli anni Settanta: grandi cantieri, recinzioni, il fiume in fondo al quartiere. D’estate uscivo la mattina e non tornavo a casa fino all’ora di cena. Trascorrevo molto del mio tempo in piscina, nel fiume, o in uno qualsiasi dei numerosi torrenti, ruscelli e canali della zona. Tornavo a casa bagnato tutte le volte. Ricordo che quando ero alle elementari scrivevo delle storie e mi sembrava di avere una certa facilità a farlo. Certamente ammiravo e perfino adoravo gli scrittori e sin da quando ero al liceo e al college ho scritto un sacco di (cattiva) poesia, ma non mi sono mai considero seriamente uno scrittore – nel senso di una vocazione di una vita – almeno fino all’ultimo anno del mio programma MA.
Sin da quando ero molto giovane ho sviluppato un grande amore per la lettura, per lo più a causa del rapporto di mia madre con i libri. Andavamo in biblioteca ogni settimana, portando ogni volta a casa una bracciata di libri, molti di più di quelli che potevamo leggere. Devo ancora incontrare un libro scritto prima del 1950 che mia madre non abbia letto. Inoltre i miei genitori nei fine settimana tenevano una bancarella d’antiquariato, e in quei giorni (era il 1970) si poteva lasciare solo un ragazzo di 8 anni in una bancarella di libri usati per l’intero pomeriggio. Dalla 4 elementare al mio ultimo anno di liceo trascorsi la maggior parte del mio tempo a scuola cercando di nascondere i libri sotto il banco. Volevo averne diversi, così li cambiavo quando me li confiscavano. Ho sempre amato la tranquillità e la solitudine, e così trascorrevo intere giornate da solo. Ero presumibilmente un bambino normale: facevo sport, giocavo con gli amici, e tutto il resto. Solo leggevo un sacco di libri.

Sei attualmente docente di letteratura e scrittura creativa presso l’Università del Texas a Dallas. E’ iniziato così  il tuo interesse per la scrittura?

No, scrivevo già da circa dodici anni prima di iniziare a insegnare all’ UTD.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro? Perché hai scelto di scrivere fiction?

Ho scritto un paio di cose in un workshop che hanno funzionato bene. Così in qualche modo sono andato alla Florida State University e quando mi sono presentato a Tallahassee, in fondo gettato nella fossa dei leoni, il mio apprendistato è davvero iniziato. E ancora non è diventato un “un vero lavoro” – almeno non lo considero un lavoro. Finora.

Sei l’autore di tre libri: The Third Translation, The Wettest County in the World e The Night Swimmer. Come trovi di solito le idee per un libro?

Nascono da una combinazione tra le mie esperienze di vita, le storie che ho sentito da altre persone, le cose lette, e quasi nient’altro. Sono anche molto ispirato dai luoghi e dalle ambientazioni, e poi succede che un personaggio prenda vita e non posso lasciarlo andare via.

Ora parliamo di The Wettest County in the World, ambientato nella Virginia rurale, durante la Grande Depressione e l’era del proibizionismo, romanzo che  racconta la storia di tuo nonno, Jack Bondurant, e dei suoi fratelli. Ora pubblicato in Italia da Dalai Editore con il titolo La Contea Più fradicia del Mondo. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ero giovane, un paio di volte l’anno, la mia famiglia viaggiava in macchina fino a Snow Creek, quattro ore da Alexandria, per visitare i miei nonni. I fratelli e le sorelle di mio padre vivevano tutti nella zona, così che questi raduni di solito si trasformavano in vere riunioni di famiglia in vasta scala piene di Bondurant ogni volta che venivamo in visita; tutti gli zii, le zie, i cugini e altri affollavano la vecchia fattoria dei miei nonni per grandi e interminabili pranzi, e lunghe chiacchierate intorno alla stufa a legna in cui in realtà ben poco veniva effettivamente detto. Ho trascorso la maggior parte del tempo facendo la lotta nei fienili con i miei cugini più grandi, alla guida di trattori, al mattino presto, lungo le rive fangose del torrente, e afferrando a mani nude le recinzioni elettrificate del bestiame come prove di coraggio. Mio nonno è morto quasi a novant’anni, il giorno prima aveva appena acquistato un nuovo camion ed stava costruendo una nuova casa.
Ho molti ricordi di quel periodo, e di mio nonno, la sua tranquillità, la sua faccia simile ad un falco, le uscite all’alba con il pick-up per governare il bestiame, lo stoicismo impressionante di quest’ uomo. Ricordo anche il ripostiglio dove erano appesi al muro i suoi fucili. Questo non era così insolito, in quei giorni nella Contea di Franklin i fucili da caccia erano appesi su quasi tutte le superfici piane disponibili, e in molte case lo fanno ancora. Ciò che mi ha colpito di questa particolare rastrelliera  era la coppia di tirapugni arrugginiti appesi a un chiodo appena sotto la rastrelliera. Da ragazzo l’idea di un uomo che si mette quel pesante attrezzo metallico, unicamente progettato per devastare la faccia di un altro uomo, era una cosa entusiasmante e ho trascorso lunghi periodi di tempo guardando quei tirapugni. Per me hanno rappresentato qualcosa di straordinariamente primordiale, appeso sotto le armi, come a dire: se sei è ancora vivo quando avrò finito le cartucce, prenderò questo pezzo di metallo dal muro e ti prenderò a pugni fino a farti perdere i sensi. Tornavo a tavola, e il volto placido di mio nonno assumeva una luce completamente nuova. Ero terrorizzato di lui e nello stesso tempo affascinato dalla vita che aveva condotto.
Non seppi del suo vero passato e del suo coinvolgimento nelle vicende che caratterizzarono i primi anni Trenta fino a molto più tardi, solo pochi anni prima della sua morte. Mio padre non sapeva nemmeno che fosse stato ferito fino a pochi anni prima della morte di nonno Jack, quando durante alcune ricerche genealogiche si è imbattuto in una serie di articoli di giornale che documentavano gli eventi di Maggodee Creek, del dicembre del 1930. Interrogato sulla sparatoria mio nonno si limitò a dire: “Oh sì, mi hanno sparato proprio qui”, e ha sollevato la camicia per mostrare a mio padre la cicatrice sotto il braccio. Non aggiunse molto di più, ma nella mia famiglia a dire il vero non si parlava molto. Questo successe quasi venti anni fa, ed è giusto dire che ho lavorato sul romanzo da allora. Ho lottato molto chiedendomi se scrivere la storia della mia famiglia poteva in qualche modo offendere qualcuno. Ma alla fine ho dovuto chiudere l’argomento nella mia testa e ho cercato di scrivere la storia nel modo migliore possibile. Ho pensato che avrei ripulito e revisionato tutto, ed è così che ho fatto. In termini di verosimiglianza storica ci sono un sacco di lacune nella storia della mia famiglia. Queste persone non scrivevano diari, non scrivevano lettere, e a malapena scattarono qualche foto. La mia strategia di base è stata quella di basarmi su alcuni dati storici reali di cui ero a conoscenza, i fatti che sono state documentati nei giornali e nelle trascrizioni del tribunale, ad esempio, e poi li ho usati come una sorta di punti di una costellazione, collegando i puntini per gli altri eventi, cercando di tener conto dello spazio che passa tra il drammaticamente interessante, e lo  storicamente plausibile. Guarda, Faulkner ha detto che una buona storia vale un numero infinito di vecchie signore. (NdT Se uno scrittore deve rapinare sua madre non esiterà a farlo: Ode su unurna greca vale un numero infinito di vecchie signore- Paris Review interview, -1958. ) Questa era una buona storia.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro, senza rivelare il finale?

La trama di La contea più fradicia del mondo? Ok, tre fratelli, contrabbandieri d’alcool durante il proibizionismo, si scontrano con il racket, imposto da uomini di legge. Uno scrittore, un tempo famoso, indaga.

Quale è la tua scena preferita ne La contea più fradicia del mondo?

Amo molto alcune scene con Howard. Lui è forse il mio personaggio preferito. Mi piacciono anche le scene con Forrest e Maggie.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato il tuo stile?

Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. Uno dei libri più importanti della letteratura americana del 20 ° secolo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

In un certo senso ho lavorato su questa storia per la maggior parte della mia vita. Ho avuto la fortuna di trascorrere negli ultimi 35 anni o giù di lì un sacco di tempo nella Contea di Franklin, in Virginia, con i miei numerosi parenti, e così ho potuto conoscere di prima mano molte cose. La cosa grandiosa delle aree rurali è che cambiano ad un ritmo diverso, molte cose non sono cambiate molto negli ultimi 60 anni, a volte in modo allarmante. Almeno la gente, in genere. Ho preparato questo libro negli ultimi venti anni, e ho cercato di narrare le storie e gli aneddoti sulla mia famiglia che amici e la gente mi hanno raccontato ai cocktail party. Ci sono scrittori che non parlano molto del loro lavoro, di cosa stanno scrivendo, come se ciò fiaccasse la loro forza o togliesse qualcosa della freschezza della loro creazione. Cosa che ha senso, anche se a me piace provare il materiale sulle persone, mentre scrivo.
Detto questo ho investito un sacco di tempo nelle ricerche tradizionali, consultando libri, articoli e siti web per approfondire i dettagli. Non è troppo difficile scoprire cose come il prezzo del latte nel 1932, o come il tabacco viene raccolto e lavorato, o ciò che un ragazzo potrebbe mangiare per colazione. Ciò che è stato difficile è stato ricreare la miriade di pensieri interiori, desideri e sogni di questi personaggi. Che cosa fa un adolescente nel 1932, cosa pensa seduto sul bordo del letto durante la notte, o mentre va  in città? Mio padre si avvicinò con la risposta migliore: le stesse cose che fanno ora. Gli istinti fondamentali e i desideri delle persone non cambiano molto. Un diciottenne (in qualsiasi momento) vuole una ragazza / ragazzo, soldi, notorietà, la possibilità di dimostrare quanto vale, dare un senso alla sua vita. E una macchina. Mio padre ricorda che suo padre gli diceva che la cosa che voleva più di tutto nel 1930 era un paio di stivali (costavano $ 2 – lui non ce l’aveva). Voleva anche essere qualcuno che le persone notassero, qualcuno di valore.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, nostalgico, molto poetico. Quali poesie sono tornate più spesso nel corso della tua vita?

Sono molto affezionato al lavoro dei romantici del 19 ° secolo, da Whitman a Wordsworth, e mi piace molto anche la poesia di maestri contemporanei come Philip Levine, Larry Levis, Edward Hirsch, Jane Springer.

Puoi raccontarci un po ‘di tuo nonno, il protagonista, Jack Bondurant? Lo hai conosciuto? Quali ricordi hai di lui?

Purtroppo l’ho conosciuto solo quando io ero molto giovane e lui era molto vecchio. Era taciturno, tranquillo, e in generale molto spaventoso.

Il regista John Hillcoat ha girato un film basato sul romanzo La contea più fradicia nel Mondo dal titolo Lawless. Cosa ne pensi di questo film?

Sono contento che la gente sia così entusiasta del film, anche se penso che dipenda molto più  da alcuni attori, come Shia LaBeouf, Tom Hardy e Jessica Chastain, di quanto dipenda dal mio libro. Non penso che i cambiamenti siano stati importanti, ma ce ne sono alcuni significativi. Tutti gli eventi principali, le scene centrali, ci sono, e anche tutti i personaggi, salvo Anderson. Un sacco di dialoghi sono presi direttamente dal mio libro. Ma molti dei personaggi sono stati modificati, a volte in modo significativo, e un paio di scene sono state alterate, e alcune decisamente tolte. Fondamentalmente tutto è stato accorciato, amplificato, ed esagerato, e mi hanno detto che è una procedura standard per i film tratti da un libro. Naturalmente la maggior parte degli aspetti importanti sono sfumati, come ad esempio il rapporto tra i due fratelli, ma come potrebbe non esserlo? Si tratta di una variazione necessaria perché un film diventi un oggetto d’arte, per essere visualizzato di luce propria. Penso spesso che la relazione tra il film e il libro sia molto simile al rapporto che c’è tra il libro e la vera storia di mio nonno e dei suoi fratelli: un mix di realtà e finzione, cercando di rimanere fedele al contenuto originale, ma costretti ad alterare il materiale per rendere il lavoro una forma d’arte. Penso che il regista John Hillcoat e lo sceneggiatore Nick Cave (che ha composto anche la colonna sonora) abbiano fatto un tentativo nobile e sincero di rimanere fedeli al libro e alla storia, e di questo sono grato.

Quali libri ti hanno accompagnato nel corso della tua vita? Hai un autore contemporaneo preferito?

Sì, c’è un libro che mi ha accompagnato nella mia infanzia: The Children’s Anthology of Folktales, Myths, and Legends. Ho letto questo libro quasi ogni notte per un decennio, i racconti di Odino e Loki, Robin Hood, Jack the Giant Killer, li ho letti tutti più e più volte. Penso che questo libro abbia influenzato il mio modo di intendere una storia e gli aspetti elementari della narrazione. Ci sono solo, dopo tutto, una manciata di storie, e le grandi leggende e i miti sono i migliori archetipi della narrazione, distillate nel corso dei secoli.
Ma in tutto questo tempo non ero uno scrittore. Ero un lettore. Ancora non mi considero uno scrittore. John Updike è uno scrittore. Margaret Atwood è una scrittrice. Pynchon, McCarthy, Dellilo, quelli sono scrittori. Io sono solo un tizio che ha scritto un paio di cose. Cerco di scrivere. Tengo in grande stima il titolo di “scrittore”, e non credo che dovrebbe essere usato con tanta leggerezza. Mi piace molto anche il lavoro di Adam Johnson, Barry Hannah, Annie Proulx, Russell Banks, e Martin Amis.

Descrivici una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?

Beh abbiamo due bambini a casa al momento, uno di quattro e uno di due anni, per cui lavoro molto poco in questi giorni. Se non sto insegnando a scuola, cerco di barricarmi nel mio ufficio a casa, sperando che le mie piccole pesti non mi disturbino. Sono fortunato se riesco a scrivere un paio d’ ore al giorno. Non ho nessuno schema fisso, e la mia disciplina fa pietà. Nessuno dovrebbe imitare i miei metodi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono. Non succede molto spesso che ne faccia però. Oltre al tour per il film, ho fatto molte poche presentazioni per i libri. Non si fa molto di più di questi tempi, se non si è super-famosi.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Quand’e ‘che mi inviti? (E paghi il mio volo, il mio alloggio, ecc? Quindi non tanto presto, immagino)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un grande romanzo intitolato The Son di Phillip Meyer, una epopea del West americano.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori:

David Goodis – scusa, non ho mai sentito parlare di lui.
Flannery O’Connor – gloriosa
James Crumley – non so chi sia
Charles Willeford – neanche questo
Joseph Wambaugh – o questo
Joyce Carol Oates – prolifica
Nabokov – genio
Cormac McCarthy – ipnotizzante

Com’è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Penso sia buono. Mi possono scrivere una email, o su facebook, o su twitter, ecc non ricevo un sacco di richieste o di lettere,  a dire il vero. Mi piacciono i miei lettori in generale. Spero di piacere altrettanto io a loro.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì. Un romanziere è sempre al lavoro su un nuovo romanzo. Credo. Ora sto lavorando a un programma TV per la HBO, ma chissà come andrà a finire.

Liberi di scrivere recensisce La contea più fradicia del mondo: qui

:: Un’intervista con Giovanni D’Alessandro a cura di Giulietta Iannone

10 Maggio 2013

tanaOggi diamo il benvenuto su Liberi di Scrivere allo scrittore Giovanni D’Alessandro che ci parlerà del suo ultimo romanzo La tana dell’odio, edito poche settimane fa da San Paolo Edizioni. Prima di parlare del romanzo, Giovanni, mi piacerebbe parlare di te. Pescarese d’adozione, sei nato a Ravenna da famiglia abruzzese nel 1955. Laureato in legge, appassionato di letteratura anglosassone, oltre che romanziere collabori con il quotidiano abruzzese «il Centro». Presentati ai nostri lettori.

L’hai già fatto tu. Aggiungo solo che da due anni non scrivo più sul quotidiano abruzzese, col quale continuo ad avere un rapporto di amicizia. Ho collaborazioni con quotidiani nazionali che considero preziose, perché intercettano il pubblico nella vita di ogni giorno ed è una frequenza cui tengo molto. Un esempio: il recente, copiosissimo, appassionato ritorno, soprattutto da imprenditori del nord Italia, che ho avuto per la “Lettera a un aspirante suicida” ospitata su Avvenire qualche giorno fa mi ha lasciato senza parole. Ho sentito il polso, ferito e pulsante, robusto e combattivo, teso e pronto a captare nuovi segmenti di mercato, di una fascia sociale, oggi piegata, ch’è stata l’orgoglio dell’hand made italiano. Hanno chiesto i miei riferimenti alla redazione e mi hanno scritto o telefonato imprenditori che fino a ieri avevano 200 operai e oggi vivono in un miniappartamento in affitto. Ho parlato con loro, anzi stabilito rapporti già profondi anche se nati da poco, con loro. Ci incontreremo. Il giornalismo è una scrittura preziosa, è il vissuto reale e quando riesci a sollevarlo verso una dimensione di dialogo, ti accorgi, a volte il giorno stesso della pubblicazione di un pezzo, se hai fatto centro. La narrativa pratica altri pentagrammi. E’ astrazione dal reale, fascinazione, affabulazione, ciò che non esclude possa avere anche valenza di approccio più avanzato alla realtà stessa. Sono due forme di scrittura autonome e  molto importanti per ogni “scrittore”, termine che non dev’essere sinonimo, come avviene di solito, di narratore. Io mi sento scrittore di pezzi per giornali almeno quanto lo sono di romanzi.

Hai esordito nel 1996 con il romanzo Se un Dio pietoso, edito da Donzelli. Un debutto felice, caso letterario dell’anno, tradotto in diverse lingue, finalista al premio Viareggio. Come è nato il tuo amore per la letteratura, specialmente anglosassone, e poi per la scrittura?

E’ nato dal fascino per i libri, maturato fin da bambino. Vengo da una famiglia di lettori, poco intellettualoidi, molto “sostanziali”. Casa mia era una casa di porte che si chiudevano, con gente ritirata a leggere ognuno nella sua stanza. Una tacita tregua di non interruzione delle alchimie magiche che avvenivano dietro quelle porte chiuse era condivisa naturalmente, senza bisogno di essere ricordata o formalizzata: se vedevi  uno sui libri, dicevi a chi lo cercava per telefono: chiama dopo.  Poi – usciti dall’antro delle alchimie- rientravamo nella vita di ogni giorno, con una decisa ironia e con divertimento. Ma restare ognuno col suo libro in mano, nel proprio habitat mentale e spirituale, era una parte della nostra quotidianità: un atto naturale quanto il respirare. Penso avessimo una predisposizione genetica ad affrontare la vita così. Eravamo e siamo, anche quelli che non ci sono più, born reader, lettori nati; con la stessa fascinazione anche per altre forme d’arte come il cinema o la musica. Il lettore nato è come un violino Stradivari o un Guarnieri del Gesù che deve essere scaldato dalla pratica, affinato dalla disciplina, premuto e sollecitato sulle corde per cavare da sé le note, fonde e acute, del buon legno da cui viene; per farsi strumento cioè di veicolazione di armonia, melodia, ritmo. Il lettore nato è come una nave che solo andando per mare entra nel suo elemento naturale e impara a navigare. Noi eravamo maneggiatori di libri. Grandi navigatori di storie – con solido ancoraggio alla realtà, se posso aggiungere. Il mio esordio nella narrativa avvenne in modo casuale nel 1996, con la pubblicazione del romanzo ambientato nell’Abruzzo del 1708 Se un Dio pietoso, il quale prende le mosse dal rovinoso terremoto che aveva devastato la città di origine della mia famiglia, Sulmona (oggi in provincia dell’Aquila) nel 1706, causando mille morti. Prima ero stato solo un lettore, non avevo scritto neanche una lettera d’amore a una fidanzatina o una mezza poesia; soltanto pubblicazioni giuridiche, in cui alcuni rilevavano per la verità un certo gusto per la parola. Ma a parte questo, nulla. Ero preda della classica ritrosia a scrivere del forte lettore. Tuttavia dopo il Classico, nel ’96 erano vent’anni ormai che gli studi tecnici di legge e la mia attività mi avevano allontanato dalla letteratura classica… qualcosa mi spingeva a cimentarmi col rimettere i piedi sul mio terreno di formazione. Risposi alla sollecitazione di un editore che chiudeva un punto vendita in Abruzzo, lamentando l’assenza di proposte narrative da autori abruzzesi. Penso adesso che non si riferisse neppure agli esordienti, ma io lo intesi così e buttai  giù un plot come se fosse stata un’ipotesi di pubblicazione giuridica. Lo faxai a mezzogiorno a lui e un altro notissimo editore nazionale. Il secondo mi chiamò due ore dopo per dirmi che voleva assolutamente pubblicare un romanzo con quel soggetto. Lo scrissi e l’anno dopo, il 1997, prese molti premi, fu lodato dalla critica, popolò le pagine dei media,  venne tradotto dai più importanti editori europei, per essere recensito e premiato anche all’estero. Poi stop. Totale. Per 8 anni. Era stato troppo? Non lo so. Incise anche una fase personale un po’ travagliata, ad allontanarmi da un terreno di bellezza che mi sembrava di non poter o voler ripercorrere in quella fase. Dal punto di vista editoriale, un suicidio, comunque, dopo un esordio del genere.

In seguito sono venuti i grandi editori: nel 2004 hai pubblicato con Mondatori I fuochi di Kelt, vincitore dello Scanno 2005; due anni dopo con Rizzoli La puttana del tedesco, vincitore del premio Fenice Europa 2007. Una carriera costellata di premi e riconoscimenti. In che misura il talento e il duro lavoro incidono in un successo? Di quali autori, italiani e stranieri, ti senti debitore?

La disciplina è il talento della costanza. Ripartire a scrivere dopo otto anni me l’ha insegnato. Una volta ripreso, non ho smesso più. O non entri in palestra o ti alleni costantemente. O non fai venir su i muscoli o li tempri, sennò si afflosciano. Gli autori italiani e stranieri di cui mi sento debitore? Tanti. Troppi per fare alcuni nomi, senza recar offesa agli omessi. Una certa predilezione c’è per i classici, perché nel classico c’è l’appeal universale, c’è la scintilla del genio nascosta in questa o quella pagina. Oggi si spacciano per classici dei non-scrittori che hanno pubblicato per contiguità e contatti, non sempre confessabili, con la grande editoria; non-scrittori che, dopo aver afflitto magari svariate generazioni di lettori, si autocelebrano in raccolte consuntive, postume o, com’è oggi invalso, in vita. Così la non-scrittura protratta per decenni si musealizza… in operazioni in “parallelo” (intelligenti pauca) e simili. E’ l’apoteosi del grottesco. Lo spaccio della bestia trionfante. Torno alla domanda: ho letto gli anglosassoni dal 1800 in poi. Ma anche i francesi. I tedeschi. I russi. Anzi no, non li ho letti. Li ho amati. Non importa quanto si legge, importa quanto si ama. Un rigo che da una pagina ti entra, e ti dilaga, nell’anima per accompagnarti tutta la vita, vale più di cento libri scorsi ma non posseduti, non fatti propri. Tra gli italiani come si fa a non amare Manzoni?  E’ così inquieto e inquietante. E la commossa profondità di Pomilio? La visionarietà di Bufalino? Il sognante desiderio di oblio di Tomasi di Lampedusa? L’incandescente distacco di Fenoglio, la panica magia di Buzzati, la lunare eleganza di Landolfi, l’appassionata asciuttezza di Magris… basta, ci fermiamo qui, sul limitare della selva selvaggia degli omessi in cui non dovevamo metter piede.

Quest’anno hai pubblicato La tana dell’odio, un romanzo doloroso su una ferita aperta dell’Europa, la guerra nell’ex Jugoslavia. Quando si parla di guerra la si immagina sempre lontana, in Iraq, in Afganistan, separata dalla nostra quotidianità. Invece Sarajevo è ad un passo da noi, solo varcato l’Adriatico, il suo lungo assedio, documentato dai mezzi di informazione ci ha presentato un dramma che avveniva nel cuore dell’Europa. Come hai trattato questo tema nel tuo romanzo?

Partendo proprio dalle tue parole, dalle interrogazioni sul mistero del male – centro di ogni teologia e  filosofia, inesausta domanda che l’uomo rivolge a se stesso dagli albori della storia, anche il più vulnerato agnostico, anche il più fervido credente – perché questa assurda guerra colma di atrocità ne è un simbolo. Si è svolta nel cuore dell’Europa pochi anni fa, dal ’92 al ’95, con uno dei suoi epicentri nel martirio della capitale della Bosnia-Erzegovina Sarajevo, città iconica di una secolare integrazione  multietnica, multiculturale, multireligiosa, sulle cui bellissime montagne solo otto anni prima, nell’84, tutto il mondo era convenuto per le olimpiadi invernali. La storia non è magistra vita, non ha insegnato niente, né quella remota né quella recente; è maestra di rimozione, semmai. Le tane dell’odio sono sempre attive, sono tra noi, ma noi disimpariamo di volta in volta a individuarle e cercarle. Disimpariamo a riconoscere l’odio al suo stanarsi e prendere a strisciare tra di noi  perché non ripete mai le forme assunte in passato, le diversifica. Diabolico, cangiante, il male assume forme sempre più avanzate di quelle che può cogliere la labile percezione prodotta in noi dalla rimozione, dall’abbassamento del livello di guardia e dalla colpevole ignoranza, mascherata da informazione, che caratterizza questa società.

Protagonista de La tana dell’odio è Giuseppe Vegagni, nato Jusuf Samirovic. Allo scoppio della guerra era solo un bambino, anni dopo lo troviamo in Italia, adottato da una famiglia italiana, diventato medico. Parlaci del tuo personaggio, si ispira ad una persona realmente esistita? Assistere alla distruzione della sua famiglia di origine incide dolorosamente nella sua coscienza. In che misura la vendetta e il perdono si fanno largo nella sua anima?

Non è un romanzo sulla vendetta e lo avrebbe ucciso essere un romanzo dal facile accesso al  perdono: sono dimensioni troppo intime perchè uno scrittore possa violarle trasferendole in una narrazione. La tana dell’odio è un romanzo-monito sulla reviviscenza del male, sulle mortali ferite che produce nell’anima e sulla esigenza di sopravvivere ad esse per tornare a vivere. E’ una storia  sulla difficile mediazione tra memoria e cancellazione, dinamiche entrambe vitali. E indomabili.

Alla ricerca di se stesso, di un equilibrio che sembra incerto, minato dall’assassinio dei suoi genitori, decide di ritornare nei luoghi della sua infanzia in cerca della verità. Cosa trova?

Trova il passato, destinato però a rovesciarsi nel suo presente in un modo particolarissimo e crudele, come se fosse sempre stato in agguato per lui. Un passato che il protagonista sperava sepolto coi suoi cari, sulle cui tombe torna per la prima volta dopo vent’anni, dopo avere assistito alla loro tragica uccisione; mente non era affatto seppellito con loro. Ciò rende per lui più drammatica la mediazione di cui parlavamo prima.

Rimozione e memoria, in che misura questo binomio influenza la vita del protagonista?

Totalmente; rimozione, immagino intenda tu, non nel senso di allontanamento della memoria, bensì di riemersione da essa: il protagonista Jusuf-Peppe, nelle mie pagine è animato, lacerato, mosso da questo binomio.

Ricordare è dolorosamente necessario, penso per esempio alla tragedia della Shoah. Che relazione c’è tra il bisogno di cancellare il male e il perdono?

Secondo me? Il perdono (che  – torno a  dire – non è tema di questo mio romanzo politematico) nasce dalla coscienza del male subito e quindi dalla memoria. Il vero perdono se è tale, vale a dire dimensione finale di un approdo spirituale trascendente, non giustificato da logiche umane, non può che nascere, umanamente, dal doloroso ricordare che tu dici. Di più: dal coltivare il ricordo.

Se dovessi pensare ad un adattamento cinematografico del tuo romanzo, che regista sceglieresti, quali attori?

Giacomo Battiatio, autore del bellissimo Résolution 519, film poco distribuito in Italia e molto lodato all’estero dov’è stato prodotto e realizzato, sulla tragedia della Bosnia-Erzegovina: prende  nome dalla risoluzione dell’ONU la cui inapplicazione portò all’eccidio di Srebrenica e alle altre centinaia di stragi ed  efferatezze di questa guerra.

Nel finale c’è spazio per la luce della speranza?

Sì. Thanatos  – odio violenza morte – non prevale su Eros, forza vitale

Parlaci del titolo: come l’hai scelto, nasce da un proverbio?

Nasce da un proverbio prodotto dalla dolorosa saggezza dei Balcani, che funge da leitmotiv del romanzo : “L’odio dorme in una tana di neve, temi ogni giorno che si leva il sole”. L’odio nella sua tana dorme un sonno leggero, sotto un esile strato di neve che il sole, ogni giorno senza colpa sorgendo, può sciogliere, ridestandolo.

Grazie della tua disponibilità, nel concludere questa intervista, permettimi un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

I muscoli vanno tenuti tonici! La palestra di cui parlavamo prima è aperta h24. E’ una dura palestra. Dopo la quale ci vorrà un po’ di riposo, dopo. Ma siamo già quasi a metà del nuovo romanzo che uscirà tra le strenne del ’14 e le prime settimane del ’15 con un nuovo editore. Sempre che l’editoria italiana sia ancora in piedi tra due anni.

:: Un’intervista con Massimo Gardella a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013

il male necessarioCiao Massimo, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Per prima cosa parliamo di te: sei nato a Milano nel 1973, ti sei laureato in letteratura anglo-americana, lettore per Piemme e poi per Rizzoli, traduttore, critico, scrittore. Parlaci un po’ di te, descriviti come se fossi un personaggio di un tuo romanzo.

R. Ciao, sì è tutto esatto tranne critico, una specializzazione che non mi appartiene. Amo cucinare, quindi mangiare, e mi piace la tranquillità. Sono una specie di fusione riuscita tra l’orso e l’uomo, sto volentieri in casa senza professare l’autoreclusione. Odio gli sport e convivo con una PS3 e una Xbox360, che ormai fanno parte della mia famiglia.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R. Preferisco non entrare nei dettagli, peraltro poco avvincenti, della mia vita privata, anche se la mia infanzia è stata bellissima (sugli studi basti la laurea). Per quanto riguarda il mio background, sono un musicofilo/musicista con un passato negli Yellow Capra, una band di musica strumentale composta da sette elementi. Essendo tutti patiti di cinema facevamo colonne sonore immaginarie, con proiezioni live di filmati montati (e spesso girati) da Gianandrea Tintori, che oltre a essere il batterista è anche montatore di cinema. Abbiamo inciso tre album (due e mezzo, diciamo, uno era un vinile bianco da collezione, in split con una band scozzese), lasciando il segno con una cover strumentale (e molto riarrangiata, devo dire) di A Forest dei Cure, scelta come musica per gli spot al cinema del Consorzio Prosciutto Crudo.

Come è nato il tuo amore per la letteratura anglo-americana? Quali libri e quali autori ti hanno maggiormente appassionato, incuriosito, influenzato?

R. Ho sempre amato la fantascienza, le antologie di racconti e i romanzi che leggevo da ragazzino erano tutti di autori americani e inglesi. Credo che sia un’influenza andata di pari passo con la fascinazione dello stile di vita e della cultura americani, più che anglosassoni in senso generale, trasmessa dai film e dalla musica che guardavo e ascoltavo. Più che influenzato, molti autori (diversissimi tra loro) hanno contribuito a fare nascere e crescere la voglia di scrivere, inventare e raccontare storie. Più o meno come per la musica, uno cerca di suonare quello che gli piace – o vorrebbe – ascoltare, una specie di amalgama di gusti e stili diversi che almeno all’inizio non prevede un ragionamento sulla struttura, ma forse solo la volontà di trovare la conferma – o la disdetta – di una vocazione. Fare nomi specifici sulle influenze significa per forza escludere qualcuno altrettanto importante che ti viene in mente un secondo dopo avere inviato la mail. Perciò dico solo mi sono laureato su Dick e Pynchon, ma in mezzo ci sono praticamente tutte le Norton Anthologies di letteratura americana e inglese…

La critica letteraria è una branca del sapere interessante e ancora poco conosciuta. Ci sono testi classici, fondamentali, che bisognerebbe leggere? Testi che tu consulti frequentemente?

R. Rimando alla prima risposta. Non sono un critico, se scrivo a proposito di libri lo faccio in modo colloquiale, senza addentrarmi in labirinti di cui non conosco la mappa. Quando leggo testi critici lo faccio per curiosità personale, per passione di un argomento, non per cercare di ordinare o scardinare o imbastire un percorso critico. Tra i saggi critici che ho letto e amato, City of Words dell’americanista (ma inglesissimo) Tony Tanner, sulla letteratura statunitense dal secondo dopoguerra agli anni Settanta (tra l’altro mai pubblicato in Italia), o le newsletter accademiche come Modern Fiction Studies, poi Leslie Fiedler e altri saggi sulla cultura americana che lambiscono anche la letteratura, come City of Quartz ed Ecology of Fear di Mike Davis.

Hai esordito con il romanzo di fantascienza Il Quadrato di Blaum edito da Cabila Edizioni di Milano, poi hai pubblicato più di recente con Guanda il romanzo noir Il male quotidiano. Entro l’estate dovrebbe uscire il tuo nuovo romanzo. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Hai seguito corsi di scrittura creativa? Reputi la lettura un’attività indispensabile per ogni scrittore?

R. Mi piacevano gli scrittori al cinema. Il primo in assoluto, quello della scintilla, è il Curt di American Graffiti, interpretato da Richard Dreyfuss, visto da bambino sulla scia dell’amore verso Lucas. Il primo vero romanzo “della vita”, divorato in tempo di record, è IT di Stephen King quando avevo quattordici anni, ma fino ai diciannove prendevo appunti, diciamo. Scribacchiavo sulla Olivetti di mio padre, con i computer il primo reperto di attività letteraria compiuta – un romanzo surreale ambientato a Parigi – risale al 1998. Non ho seguito corsi di scrittura creativa e personalmente credo che siano utili solo se posteriori o paralleli all’ambito universitario. Per ultimo, sono convito che se fai lo scrittore è perché ami leggere, quindi sì, è un’attività fondamentale.

Dalla fantascienza al noir. Ti reputi uno scrittore noir? O ami sperimentare, scegliere i generi secondo gli stati d’animo?

R. Non mi reputo uno scrittore noir, né di fantascienza. Sono entrambi generi piuttosto flessibili, capaci di rappresentare la realtà con allegorie potenti e attuali, al punto che a volte sono più efficaci della forma realista della narrazione. Per me prima di tutto viene la storia, è lo sviluppo dell’intreccio mentre procede la stesura che poi ne definisce l’eventuale genere.

Parlaci del tuo esordio. Come hai trovato il tuo primo agente? E’stato difficile giungere alla pubblicazione?

R. Ho pubblicato racconti online su BooksBrothers e Carmilla, poi su un’antologia di Coniglio nel 2007, e Il Quadrato di Blaum come primo romanzo due anni dopo. La mia agente, Silvia Meucci, l’ho conosciuta attraverso un’amica. Sì, pubblicare è difficile se cerchi un editore serio. È un lavoro molto solitario, sei davanti a uno schermo e prima o poi ti chiedi sempre che cosa stai facendo, perché lo stai facendo e a chi dovrebbe interessare quello che scrivi. A questo si aggiunga poi una bella sfilza di rifiuti, lapidari o no fanno male lo stesso.

Asimov, Philip K. Dick, John Wyndham, Ray Bradbury. Questi sono i miei. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

R. Be’ sono tutti dei giganti. Su Dick ormai abbiamo scoperto di condividerne la passione, il mio preferito di sempre è Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Quando l’ho finito ricordo di avere guardato mia madre e avere pensato che non fosse davvero mia madre. Per fortuna avevo torto. Altri autori di fantascienza che amo sono Fredric Brown (un maestro del racconto brevissimo, come La sentinella o La risposta), Heinlein, Sturgeon, Frank Herbert (non la saga di Dune proseguita dai figli), Lem, certe cose di Clarke (i racconti come Strada buia e I sette miliardi di nomi di Dio sono pazzeschi), Peter Hamilton e anche Jonathan Lethem (da sempre fan di Dick) che in Ragazza con paesaggio e poi Chronic City è riuscito finalmente a fondere la fantascienza al romanzo di formazione e letterario.

Il cinema influenza decisamente la tua scrittura. In che modo pensi queste due arti interagiscano tra loro?

R. Nei casi migliori di influenza del cinema sulla letteratura – e viceversa, ma è un rapporto d’amore-odio che si consuma dai Lumière – si tratta di cogliere atmosfere ottiche e cercare di trasportarle sulla pagina attraverso la lingua, che per quanto mi riguarda non significa scrivere con l’obiettivo e la speranza di ammiccare a un potenziale produttore cinetelevisivo. Molti romanzi, soprattutto quelli di azione, noir e affini, sembrano proprio scritti per ambire alla trasposizione in celluloide. Nella maggior parte dei casi condivido le parole di Hemingway per descrivere il suo rapporto con Hollywood: “Io e i produttori ci troviamo al confine, gli lancio la borsa con i libri, loro quella con i soldi, e poi ognuno va per la sua strada”. Ci sono registi “letterari” nel modo in cui filmano e montano il film, con uno sguardo sui personaggi e i paesaggi più simile all’approccio letterario che cinematografico (Ejzensŝtejn, Chabrol, Kubrick, Cronenberg, Visconti e Olmi solo per citarne alcuni, anche il talentuoso Wes Anderson, Paul Thomas Anderson o certe cose dei Coen per restare ai giorni nostri, Il grande Lebowski è il film su Vineland di Pynchon che nessuno girerà mai), autori che riescono a fondere l”efficacia espressiva del cinema con la suggestione più aperta e libera da vincoli visivi della letteratura. Faccio un esempio che conoscono tutti, guardi Shining senza avere letto il romanzo e poi quando ti butti su King per forza immagini il suo Jack Torrance con la faccia di Nicholson, anche se i personaggi del libro – oltre che l’intreccio e le complicazioni psicologiche – sono del tutto diversi. Continui a leggere e scopri che non ha importanza che Nicholson abbia invaso la tua libertà d’immaginazione, per l’intensità della recitazione nel film, perché si tratta comunque di una storia eccellente. È giusto e credo ormai naturale che cinema e letteratura si parlino, come è altrettanto naturale che restino due medium orgogliosi della loro indipendenza.

Parlami de Il male quotidiano. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

R. Ho studiato qualche anno a Pavia, ci andavo in macchina da Milano, la mia città. Attraversavo paesaggi rurali che a febbraio non hanno nulla da invidiare alle distese del Midwest, piatte e apparentemente immote. Poi c’è il fiume, e a un milanese l’acqua in città piace non fosse solo perché ci siamo ritrovati chiusi i navigli per ridicoli capricci di regime. La campagna fluviale nella zona del Ticino è molto suggestiva, poi credo sia una questione di indole. C’è chi attraversa il Ponte della Becca e rimane colpito dalla bellezza delle sponde, dal grande fiume che si snoda, e immagina quadretti romantici tra coppie che si giurano amore eterno; e c’è chi lo attraversa e immagina di vedere spuntare dal fiume la sagoma di un mostro che abita le sue acque. Non so da cosa dipenda, davvero. Ma il capitolo d’apertura è un innocente tributo a Lo squalo di Spielberg (il romanzo di Benchley, per esempio, non arriva ai vertici del film ma merita di essere letto).

Parlami del protagonista, Remo Jacobi. Come hai costruito il suo personaggio?

R. Jacobi è un signore di mezza età che ha sofferto molto. Vive con l’anziano padre Johan, vedovo, in una cascina fuori da Pavia. Remo è ispettore di polizia, senza né voglia né speranza di fare carriera, anzi non vede l’ora di andare in pensione. È convinto che un velo di male puro abbia ormai ammantato il mondo che lo circonda, e che sia imbattibile. L’unica soluzione è lasciarlo passare. È un pavido ma lo riconosce, si è costruito una muraglia intorno per paura dei rapporti umani, la sua misantropia non conosce né razze né religioni. Volevo raccontare un uomo che non ha vinto niente nella vita, la dignità di uno sconfitto. Remo non ha un hobby che lo salva, non cucina dopo il lavoro, non frequenta mostre d’arte o è un appassionato lettore, l’unica oasi che gli è rimasta è la silenziosa compagnia del padre.

La provincia italiana è un luogo ideale per parlare di noir. In quale misura i luoghi, l’ambientazione, influenzano la tua scrittura?

R. Forse è un passaggio indiretto, ma l’ambientazione influisce prima sull’atmosfera con cui si vuole ammantare la storia più che sulla scrittura in sé. Non è detto che una descrizione analitica di un paesaggio riesca a comunicare l’atmosfera meglio di quattro parole ben calibrate, che condensano la sensazione, l’essenza dell’oggetto da descrivere. La provincia è una dimensione curiosa, molto e ingiustamente bistrattata dai cittadini, è uno stato mentale più che un luogo fisico. Forse viene più spesso associata della città al genere noir per il fatto che i crimini compiuti “fuori” dalle mura sicure della metropoli siano in qualche modo più morbosi, violenti. Ci sono ottimi noir ambientati in città che sfatano questo luogo comune, autori come Lehane, Pelecanos (basti guardare la serie televisiva The Wire) o Connelly. E anche Marlowe indagava a San Francisco (con frequenti gite fuoriporta, ma il suo iconico ufficio era in piena città). Il noir nasce prima al cinema che in letteratura, ed è la trasposizione fiction della cronaca nera, parte dalla periferia delle città in espansione (C’era una volta in America, i primi film di Samuel Fuller, come Underworld USA senza il quale credo non esisterebbe Goodfellas).

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

R. Concordo in parte. Ogni storia ha il suo contesto, sarebbe come dire che H.G. Wells non poteva scrivere La guerra dei mondi perché non aveva idea di come fosse fatto un tripode marziano. E cosa dire di Salgari che non s’è mai mosso dall’Italia?

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R. Sì abbastanza, ma purtroppo non ho aneddoti simpatici o divertenti da raccontare. Per questo consiglio la lettura di Lunar Park di Ellis, la prima parte è uno spassoso resoconto del suo tour promozionale per Glamorama. Ma certe cose, per fortuna in molti casi, capitano solo a lui.

Parlaci del tuo prossimo romanzo. Di che genere sarà? E’ una continuazione de Il mare quotidiano?

R. Sì è il secondo capitolo della trilogia che vede Jacobi protagonista, e uscirà ad agosto 2013 sempre per Guanda. Non è una serie concepita come tre casi da risolvere, ma tre momenti nella vita di Jacobi. Questo secondo è ambientato un paio d’anni dopo Il male quotidiano e non ci sono riferimenti obbligati o strizzatine d’occhio al libro precedente. Jacobi si occupa di una serie di suicidi di adolescenti, vagamente ispirati alla cosiddetta “epidemia” che tra 2007 e 2008 colpì la cittadina di Bridgend nel Galles, e il fulcro del romanzo è l’importanza che rivestono gli oggetti – anche i più stupidi – quando è assente la persona a cui erano associati. Direi che è “nero”, più che noir nel senso stretto del genere.

Grazie della tua disponibilità. Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

R. Ho finito la stesura di un romanzo su una coppia, non di genere e svincolato da Jacobi, e lavoro con Alessandro Bertante nella redazione di http://www.bookdetector.com, un portale solo di recensioni, oltre a tradurre romanzi e collaborare con diversi editori. I miei progetti per l’immediato futuro riguardano il ragù per le lasagne che ora mi accingo a togliere dal fuoco. Grazie a te, e un saluto a tutti i lettori!

Un’intervista con Dario Flaccovio a cura di Giulietta Iannone

4 Maggio 2013

dario-flaccovioBenvenuto Dario su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei. Chi è Dario Flaccovio?

Un editore innamoratissimo del suo lavoro, sin da prima di farlo.

Come è nata la Dario Flaccovio Editore? Chi sono i suoi fondatori? Quando tutto è iniziato?

Nasce come evoluzione maturata all’interno della mia iniziale attività di libraio: avevo infatti due librerie, aperte nel 1972 e nel 1976. Dal 1980, anno di apertura della casa editrice, è stato un continuo crescendo che mi ha convinto agli inizi del 2000 a cedere le due librerie per dedicarmi solo alla attività di editore. Le mie due ex librerie sono ancora in attività, con i nuovi proprietari. Le attività sono state intraprese sin dall’inizio con mia moglie, Marisa Dolcemascolo, perno amministrativo della struttura aziendale, e il futuro è rappresentato da mio figlio Enrico, che dopo anni di formazione a Milano, ha scelto il ritorno a Palermo e all’attività di famiglia.

Fare cultura a Palermo è una sfida coraggiosa, una sfida di civiltà, di amore per la condivisione del sapere, della bellezza. Ricevete aiuti statali? Ci sono enti che, non solo con sovvenzioni, supportano il vostro lavoro?

Fare cultura è una sfida coraggiosa dovunque, non solo a Palermo. Qui abbiamo a nostro carico qualcosa che si chiama “distanza fisica” dal continente e dai centri nevralgici delle principali attività industriali e commerciali, posizionati tutti nel centro/nord del Paese. E’ un costo oggettivo e notevole. Consideri che da sempre, quando devo incontrare un autore o un possibile autore per un approccio o una proposta, devo attraversare l’Italia in tutte le direzioni geografiche. Se vivessi a Roma o Milano i costi sarebbero men che dimezzati. Ma di bello c’è che da Palermo sono riuscito ad abbattere l’aspetto più negativo di questa “distanza”e sia i nostri autori che il nostro pubblico, grazie alla nostra presenza e continua proposizione, sentono che Palermo è più vicina di quanto si possa pensare.
Quanto a enti e possibili sovvenzioni, siamo notoriamente editori indipendenti e ci manteniamo rigorosamente al di fuori dell’ambiente politico e clientelare di cui le sovvenzioni (quando ci sono) sono sinonimo; abbiamo sempre preferito camminare con le nostre gambe e la nostra testa, che sinora non ci hanno mai tradito.

Molti giovani saranno curiosi di conoscere la parte più nascosta del suo lavoro. Può raccontarci una sua giornata tipo?

Oggi è una giornata abbastanza riposante. Potendo contare su uno staff super attivo, mi limito a un aggiornamento esasperante e alla continua ricerca di autori e argomenti nuovi validamente supportato da mio figlio Enrico che mostra di avere notevoli capacità e spesso mi surclassa.

Quali sono i pilastri su cui si regge la sua impresa? L’editore è ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

L’editore è l’industriale più artigiano che ci sia. Oggi come sempre le regole del business vanno rispettate, ma al primo posto c’è sempre la qualità della proposta: se non soddisfi la tua clientela, non avrai mai né durata né riconoscibilità.

L’editoria sta attraversando un momento di crisi, le librerie chiudono, anche molti editori anche medi chiudono. Certo non c’è una ricetta per curare tutti i mali ma seconda lei quali sono le cause reali inserite certo in una crisi globalizzata mondiale? Quali i rimedi più efficaci?

Bè, mi attribuisce una bella responsabilità nell’individuare cause e rimedi… Penso solo che stiamo vivendo un’epoca di grandissima trasformazione e riuscirà a superarla chi avrà capito qualcosa di quello che sta accadendo, adeguandosi alle nuove necessità che queste trasformazioni richiedono.

Recentemente avete pubblicato anche collane di gialli e narrativa e fantasy. Pensate che la diversificazione, sia un metodo efficace per crescere?

Certo, quanto meno ti mette a contatto con realtà diverse da quelle con le quali ti confronti usualmente e ti consente di esaminare più a fondo le tue capacità.

Il mercato editoriale sta attraversando una rivoluzione oserei dire copernicana. Voi siete diciamo un’eccellenza nel campo dell’editoria specializzata in letteratura tecnica e professionale. Ma l’ebook sostituirà davvero il libro di carta? Quali sono ancora i maggiori ostacoli verso questa trasformazione?

No, l’ebook non sostuirà il libro di carta. Il libro tradizionale e l’ebook sono due prodotti paralleli, che si integreranno e vivranno affiancati. L’avanzata dell’editoria elettronica apre nuove frontiere e vantaggi che certo la carta stampata non può offrire. La rivoluzione vera avverrà con la generazione che inizierà a studiare sin dalla prima elementare sul tablet. Si vedrà allora cosa può succedere. Oggi l’editoria tradizionale si sta ridimensionando, e ancor più si ridimensionerà, e credo proprio che non sia un male questo. E’ giusto che ogni anno si stampino milioni di copie tra libri e riviste e giornali che vanno a finire in gran parte al macero? Non è meglio, alla fine, che anche l’ambiente sia salvaguardato? I librai e gli editori che si rispettano dovranno adeguatamente riconvertirsi rendendosi conto che l’evoluzione tecnologica non è il diavolo, va seguita, assecondata. Arriveremo, se ci si saprà organizzare, anche ad acquistare ebook in libreria, insieme ai libri di carta. Si tratta di impegnarsi nella trasformazione, tutti. Quando arrivò la televisione, si disse che la radio era morta. Cosa vediamo oggi a distanza di sessant’anni? Che oggi la radio è più in voga che mai, ha sempre nuovi estimatori e si è enormemente avvantaggiata grazie anche ai canali satellitari e digitali.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

Possiamo fare abbastanza poco, in verità. L’avvicinamento alla lettura deve nascere dalla famiglia, dalla scuola, dal sistema…

Cosa ne pensa della critica letteraria italiana? E’ indipendente, corretta, professionale?

Penso semplicemente che i critici facciano il loro lavoro. Per come si fa oggi in Italia. Non è una cosa entusiasmante, ma è importante che ci sia, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo esercizio può offrire.

Accanto alla critica diciamo istituzionale  ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensa? Sono una valido strumento di promozione, specie per gli autori esordienti? Quali sono quelli che legge più spesso?

Forse sono un po’ troppi. Sta un po’ succedendo quello che accade con le proposte editoriali: tutti sono convinti di essere scrittori. Tutti fanno blog. Però è una nuova forma di comunicazione, alla fine ben venga: la pluralità è sempre un valore. Non sono assiduo nella lettura dei blog, mi dedico maggiormente all’area scientifica e tecnica, la mia passione.

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

I social, nuovi sistemi di comunicazione dai quali ormai non si può prescindere. I risultati sono decisamente interessanti.

Quali sono le novità maggiori per i prossimi mesi di Dario Flaccovio Editore?

Nel campo della varia abbiamo in uscita alcune ristampe tra cui Palermo al tempo del vinile un libro pubblicato a novembre e subito andato esaurito, Palermo è… il primo libro che Gaetano Basile pubblicò con noi e Via Libertà ieri e oggi un cult ormai passato in edizione economica che continua ad affascinare. Tra le novità, un importante libro sulle feste e sagre che si svolgono in Sicilia, dal titolo curioso Sagre Magìc che fa il verso all’Arbre magique, il deodorante per auto, essendo una guida da tenere in auto quando si decide di andare per sagre. Un libro che veramente mancava e sarà in libreria a giorni. Ancora, sarà a breve disponibile un interessantissimo saggio su Massoneria e Chiesa, che farà molto discutere. Nel campo tecnico, le cito solo qualcosa di siciliano, un testo indispensabile e unico per la sua qualità, l’ottava edizione di Edilizia privata in Sicilia di Giuseppe Monteleone, che non c’è professionista siciliano che non apprezzi e non possieda per la sua completezza.

:: Un’intervista con Mark Pryor

16 aprile 2013

il libraio di parigiCiao Mark. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mark Pryor? Punti di forza e di debolezza.

Chi sono io? Domanda complicata … ma prima di tutto penso a me stesso come un marito, e padre di tre bellissimi bambini. Sono una persona molto attiva. Gioco a calcio in un campionato competitivo, e mi piace viaggiare ogni volta che posso. I miei punti di forza sarebbero … beh, mi piace far ridere la gente. Non prendo me stesso o il mondo troppo sul serio, e penso che non ci sia mai abbastanza da ridere. Per quanto riguarda i punti deboli, penso che quello più grande sia la mia  totale incapacità di parlare delle mie debolezze. Cosa ne pensi del mio modo di glissare?!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una fattoria in Inghilterra e mi sono trasferito negli Stati Uniti quando avevo 25 anni. Devi sapere che mia madre è americana, e sono venuto in America solo in viaggio, ma mi sono innamorato del paese e ho deciso di trasferirmi. Sono stato molto fortunato, il posto in cui sono cresciuto aveva un parco giochi enorme per me e per il mio migliore amico e mi ha dato la capacità si apprezzare la natura e il paesaggio. Anche se vivo in una città ormai, ho sempre voglia di uscire in ampi spazi aperti e con la mia famiglia vado in campeggio ogni volta che posso. Per quanto riguarda i miei studi, beh, ho un diploma in giornalismo presso un college in Inghilterra, e un altro diploma conseguito in una università qui negli Stati Uniti. Ho anche una laurea americana in legge.

Che lavori hai svolto in passato? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

In Inghilterra ho studiato giornalismo e ho lavorato come giornalista a Colchester per tre anni. Mi occupavo di cronaca nera, ma devo dire che era un posto molto tranquillo – nulla di davvero violento, e niente di molto eccitante insomma! Era una città molto diversa dalla città in cui vivo ora, Austin, Texas. Poi, quando sono arrivato negli Stati Uniti, ho deciso di diventare avvocato e così ho studiato legge qui. Dopo di che, ho lavorato per un grande studio legale di Dallas prima di trasferirmi ad Austin e diventare un pubblico ministero presso l’ufficio del procuratore distrettuale. Lavoro qui da circa quattro anni, e gestisco i casi di omicidio, stupri, rapine … praticamente ogni tipo di grave procedimento penale che si possa pensare. E ‘un lavoro molto gratificante, mi sento davvero di stare facendo qualcosa di utile per rendere più sicura la mia comunità e aiutare le vittime dei reati.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

E ‘qualcosa che è sempre stato dentro di me. Sono sempre stato occupato a scarabocchiare idee per delle storie, a scrivere racconti. Così non è stato che improvvisamente sono diventato uno scrittore, ho solo deciso, circa dieci anni fa, di prendere tutto sul serio, e ho iniziato a cercare di scrivere un romanzo con l’obbiettivo di farlo pubblicare. Ho una fantasia molto attiva, quindi ho deciso che mi sarei allontano dal giornalismo e avrei provato con la fiction.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Beh, per darti un’idea, Il libraio di Parigi è stato il terzo romanzo che ho finito e ho cercato di vendere. Dei primi due non se ne è fatto niente, ho il sospetto che proprio non fossero molto buoni. E sì, attraverso questa esperienza ho imparato molto sui rifiuti, probabilmente ho contattato e sono stato respinto da più di 100 agenti per quei libri. Il libraio di Parigi ha riscosso più interesse da parte degli agenti letterari, e abbastanza rapidamente, quindi ho saputo di aver scritto qualcosa di buono. Ma anche così, è stato un processo lungo e talvolta faticoso.
Il libro mi ha richiesto circa sei mesi per scriverlo, e l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi con mia moglie. Ho afferrato una penna e un taccuino da un negozio nelle vicinanze e ci siamo seduti in un bar fino a quando ho avuto l’idea di base della storia. Poi, una volta scritto il romanzo, il mio agente mi ha preso sotto la sua ala e mi ha aiutato a migliorare il libro. Le è voluto circa un anno per trovare un editore, ma sono rimasto basito quando volevano offrirmi un contratto di tre libri per la serie. Avevo scritto il secondo, The Crypt Thief, ma nemmeno pensavo ad un terzo!

Il tuo primo romanzo, The Bookseller (2012), ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo Il Libraio di Parigi, è un romanzo fantastico per chi ami Parigi e i libri. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Cosa ti ha spinto a scriverlo? E ‘ispirato ad una storia vera?

Grazie. Come ho già detto, l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi. E’ quel tipo di posto, capace di ispirarti. Se ricordo bene, ho visto i librai della Senna e ho capito che dovevo scrivere una storia in cui non solo fossero presenti, ma avessero un ruolo fondamentale. Poi ho fatto una partita di  “E se?” Allora, che cosa sarebbe successo se un libraio fosse scomparso? E se fosse stato un amico del mio personaggio principale? Che cosa sarebbe successo se un altro libraio fosse scomparso … e così via, creando piccole risposte per ciascuna domanda. Volevo anche, come avrete notato, creare un romanzo in cui Parigi fosse la star. Volevo che il lettore che già conosceva la città desiderasse tornarci, e il lettore che non ci fosse mai stato, desiderasse visitarla per la prima volta. So che molti miei lettori l’hanno fatto​​, proprio questa settimana un mio collega mi ha detto che sua moglie ha letto il libro e gli ha ordinato di portarla a Parigi! Non è tratto da una storia vera, no, e infatti ho dovuto inventare alcuni elementi per rendere il complotto. Sono contento che sia finzione, però, odierei vedere quei meravigliosi librai scomparire!

Perché hai deciso di scrivere Il libraio di Parigi?

Oltre ad avere una idea solida per la storia, penso che fosse il momento giusto per me di impegnarmi per mettere insieme un romanzo completo. Mia moglie mi ha sostenuto, nel senso che mi a dato il tempo a casa per scriverlo, e il mio lavoro mi ha permesso di dedicare tempo ed energia mentale per il libro. E, onestamente, è bastato scrivere di Parigi per avere una fonte di ispirazione, era lei il carburante di quello che ho scritto.

Il primo capitolo presenta il protagonista, Hugo Marston. Potresti dire ai lettori che cosa succede?

Assolutamente. Hugo è il capo della sicurezza presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Il suo capo, l’ambasciatore, gli ha detto di prendersi una vacanza, anche se lui non ne ha alcuna voglia. La moglie di Hugo l’ ha appena lasciato e lui non sa dove andare in vacanza, e nessuno con cui andarci. Il libro inizia con lui che vaga lungo le rive della Senna. Si ferma a comprare un libro, o due, da un libraio di nome Max, un uomo più anziano che è diventato negli ultimi anni amico di Hugo. Vedete, Hugo è collezionista dilettante di libri. Mentre stanno accordandosi per l’acquisto di due libri, un uomo appare dal nulla e punta una pistola alla testa di Max. Lo trascina verso il fiume e lo costringe a salire su una barca, che si allontana. Hugo deve stare lì a guardare mentre il suo vecchio amico viene rapito, e quando la polizia mostra una strana mancanza di interesse,  decide che il tempo della sua vacanza può essere ben speso a caccia di Max, e di chi lo ha rapito.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Certamente. La trama ruota intorno a Hugo che cerca di ritrovare Max. Ma qualcuno lo aiuta nella nella sua ricerca, però. Il suo amico Tom Green, un ex agente della CIA, un amico di lunga data di Hugo, un po’ un ubriacone, con un debole per le donne e le parolacce. Hugo incontra anche Claudia, una giornalista francese, che gli offre il suo aiuto. Quando diversi librai cominciano a sparire, Hugo deve capire se Max sia stato coinvolto in qualcosa di illegale, o se ci fosse qualcosa nel suo passato che abbia iniziato a innescare questa catena di eventi. (Mi dispiace essere vago, ma non voglio svelare troppo!)

Puoi dirci un po’ di più del tuo protagonista, Hugo Marston?

Fisicamente, Hugo è un uomo imponente. Alto, bello, e ha un modo di fare affascinante e gentile con le persone. Lo descriverei più come un osservatore che non un giocatore, vale a dire che preferisce in un contesto di gruppo lasciare che gli altri prendano l’iniziativa fino a che non è certo di sapere che cosa stia succedendo. Parte di questo deriva dal suo lavoro passato come ex profiler comportamentale per l’FBI, è stato infatti ben addestrato nell’individuare i difetti e le motivazioni delle persone. Così, è tranquillo ma non introverso. E ‘un uomo molto sicuro di sé, ma non arrogante. Ama piuttosto leggere un libro che guardare la TV e ama vivere a Parigi. E’ di Austin, Texas, e per tutta la sua carriera ha indossato gli stivali da cowboy, e ne ha tre coppie tra cui scegliere: casual, funzionale per il lavoro, e formale.

Max è un vecchio bouquiniste con un passato come “cacciatore di nazisti”. Ci puoi parlare di lui?

Sì. In un primo momento e anche se sono amici, Hugo non sa molto di Max. Nemmeno il suo cognome. Lo conosce davvero solo dopo che è stato rapito, e una delle cose che scopre è che Max è un sopravvissuto all’Olocausto. Non solo, ma il vecchio ha trascorso diversi anni dando la caccia ai nazisti dopo la guerra, così Hugo deve indagare se forse quella parte della storia di Max è tornata a tormentarlo. Anche Max è un uomo divertente, leggermente amaro e sarcastico, ma in modo onesto, ed è molto affascinante. A volte penso a lui come ad una versione precedente di Tom, sono molto simili e ciò spiega perché Hugo e Max vanno così d’accordo.

Claudia è una giornalista, una tipica parigina. Il nuovo amore di Hugo. Potresti dirci qualcosa su di lei?

Claudia è un po ‘come Hugo. E’ molto indipendente, forte, fieramente leale con suo padre, e ha un po’ paura di impegnarsi. Inoltre, come Hugo era sposata con qualcuno che è morto tragicamente, in un certo senso indossano la stessa cicatrice, per così dire. E’ romantica, ma anche molto realista, quindi sarà interessante vedere come lei e Hugo continueranno a sviluppare la loro romantica amicizia.

Tom Green è un agente della CIA, ex agente dell’FBI come Hugo. Qual è il suo ruolo nel tuo libro?

Tom è il migliore amico di Hugo. E’ in un certo senso controbilancia il personaggio di Hugo,  può dire e fare tutto quello che è grossolano e pericoloso (e legalmente discutibile!) Cose che Hugo non fa. Da scrittore, il suo personaggio è un gioiello – Posso inserirlo in situazioni uscite fuori dal nulla e farlo attingere alle sue risorse nella CIA se c’è un problema che deve essere risolto, e risolto in fretta. Ma lui è un uomo complesso. Tutta la sua millanteria e la sua passione per il bere, le sua caccia alle donne  e il suo essere sempre in cerca di guai, sono in parte il risultato del suo tempo passato nella CIA. E’ provato e stanco, ha visto un sacco di cose che avrebbero fatto impazzire chiunque altro, così come tutti gli altri cerca di avere a che fare con i propri demoni nel modo migliore che può.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Non consapevolmente, no. Sono più propenso ad inserire i miei interessi personali (l’analisi comportamentale, Parigi, ecc.) E le mie esperienze di vita reale non sono così interessanti come quelle di Hugo o di Tom, quindi non sono sicuro che varrebbe la pena scriverle!

Immagina che Hollywood ti chiami, quali attori indicheresti per le parti di Hugo, Tom e Claudia?

Ooh, grande domanda. Per Hugo mi piace George Clooney. Lo so che non è una scelta molto originale ma realmente penso che Clooney sia adatto. Per Tom, qualcuno come Philip Seymour-Hoffman. Lui è un grande attore e perfetto per il ruolo. Per Claudia, mi piacerebbe una attrice francese, Marion Cotillard sarebbe l’ideale. Spero che uno o tutti loro leggano questa intervista …!

Il tuo secondo romanzo, The Crypt Thief, sarà pubblicato in maggio in America. Potresti parlarne? Quando uscirà in Italia?

Mi piacerebbe parlarne, infatti ecco il riassunto della trama:
E ‘estate a Parigi e due turisti vengono uccisi nel cimitero di Père Lachaise di fronte alla tomba di Jim Morrison. Il cimitero è bloccato e messo sotto sorveglianza, ma l’assassino ritorna, svolazza dentro come un fantasma, ed entra nella cripta di una ballerina del Moulin Rouge morta da tempo. Poi scompare con il favore della notte con una parte del suo scheletro. Uno dei turisti morti è un americano e l’altra è una donna legata ad un sospetto terrorista, così l’ambasciatore degli Stati Uniti manda il suo uomo migliore Hugo Marston – capo della sicurezza dell’ambasciata -per aiutare la polizia francese con le indagine. Quando il ladro irrompe in un’altra cripta in un cimitero diverso, rubando le ossa da una seconda famosa ballerina, Hugo è perplesso. Come agisce questo killer invisibile? E perché sta rubando le ossa di alcune famose ragazze del can can? Hugo indaga nei segreti dei cimiteri, ma presto si rende conto che le vecchie ossa non sono tutto quello che l’ assassino vuole. . .  Sono abbastanza contento perché ha già ottenuto alcune ottime recensioni, sono molto impaziente che esca sugli scaffali. E sì, sicuramente uscirà in Italia, ma ho paura di non sapere la data esatta (è ancora vaga). Non sono stato in stretto contatto con il mio editore per questo, probabilmente perché stanno lavorando con Il libraio di Parigi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certo, ce ne sono molti che amo. Uno è Alan Furst, che ambienta anche i suoi libri in Europa. Lui è un grande scrittore di spionaggio, e ha un dono incredibile, quando si tratta di fare sentire il lettore veramente come se stesse in qualunque città stia descrivendo. Ho sicuramente cercato di imparare da lui. Altri scrittori moderni, fammi pensare. Mi piace Fred Vargas, la giallista francese. Adoro gli elementi leggermente mistici che si insinuano nei suoi libri, e lei è brava a creare personaggi memorabili. Tana French è anche meravigliosa, un genio con il linguaggio e le immagini, e per il suo modo avvincente di raccontare amo molto William Landay.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo un romanzo ‘noir’ di James Crumley, si chiama The Last Good Kiss. Un amico della mia libreria locale me l’ha consigliato, e mi sto divertendo molto. Inoltre ho deciso che leggerò più libri noir.

Ti piace fare tour letterari ? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono molto le presentazioni. Mi piace parlare del mio viaggio verso la pubblicazione e mi piace condividere la mia esperienza con i lettori che sono anche scrittori che stanno cercando di farsi pubblicare. E mi piace incontrare le persone che hanno letto i miei libri e gli sono piaciuti, è un vero onore perché mi sento in debito con loro in qualche modo. A volte non riesco a credere di essere in questa posizione, uno scrittore pubblicato con i libri che vendono, per cui questi eventi sono un segno che sta succedendo davvero! Quindi, ecco una storia: in uno di questi eventi una donna si avvicinò al tavolo dove stavo firmando i libri e mi porse il libro che aveva comprato. A quel punto, mi aspettavo che mi dicesse il suo nome in modo da poter personalizzare la firma, ma lei mi fissò. Mi sorrise e disse: “Ciao, come stai?”  Ma lei non mi disse chi era, si limitò a fissarmi. Allora io dissi: “A chi devo dedicare questo libro?” Stavo cercando di essere gentile come potevo, perché, bene, non ero sicuro di quello che stava succedendo e se non altro questa donna aveva preso il tempo e la briga di venire all’ evento. Lei mi guarda e dice: “Per me.” E poi inizia a sillabare il suo nome. E ‘a metà strada mi rendo conto, Oh mio Dio, io la conosco! Beh, avevamo lavorato insieme per un anno ed eravamo stati amici, ma erano passati un paio di anni da quando l’avevo vista e lei aveva cambiato la sua acconciatura e cambiato completamente il colore dei capelli! Ero abbastanza imbarazzato, ma lei è una grande e ha semplicemente riso.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Amo stare in contatto con i miei lettori, davvero. Rispondo personalmente a tutti coloro che sono così gentili da scrivermi, e il modo migliore per contattarmi è tramite il modulo di contatto sul mio sito, che è http://www.markpryorbooks.com (non mi piace mettere il mio indirizzo di posta elettronica direttamente su Internet, dopo ti trovi sempre un sacco di spam.)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho ancora mai visitato l’Italia, ma mi piacerebbe. Infatti, dato che il mio editore mi ha dato il via libera per ambientare i futuri libri di Hugo Marston in diverse parti d’Europa, forse l’Italia è in cima alla lista. E dove va Hugo, devo andare prima anche io per fare ricerche!

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

In questo momento sto lavorando al terzo romanzo di Hugo. Si intitola The Blood Promise e sono letteralmente ad una settimana di distanza dal finire la prima stesura. Una volta finito, dovrò passare un mese a fare editing, che è sempre piuttosto faticoso. Ma poi spero di essere in grado di prendere un periodo di pausa (una settimana, due settimane …!) E poi iniziare a pensare al quarto della serie. Ho Londra e Barcellona, ​​in fila, ma ora sto pensando a Firenze? Roma? Qualche luogo in Italia dovrebbe essere il prossimo della lista, non pensi?

:: Un’intervista con Paul French, autore di Mezzanotte a Pechino a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2013

mezzanotte a PechinoSalve Mr French. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Paul French? Punti di forza e di debolezza.

Sono fondamentalmente, suppongo, quello che oggi viene chiamato un “Old China Hand”. Ho studiato la lingua, la storia e la società cinese all’ Università e ho vissuto e lavorato in Cina, soprattutto a Shanghai, per quasi 20 anni. Di giorno lavoro come Chief China Strategist per una grande azienda di ricerche di mercato, la Mintel, scrivendo emozionanti relazioni sulla vendita al dettaglio e il mercato dei consumatori cinesi. Di notte scrivo libri sulla storia moderna della Cina, sono specializzato nel periodo pre-1949, e mi occupo di quali erano il ruolo e la vita della popolazione straniera che visse a Pechino, a Shanghai e altrove.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono un londinese al 100% – nato e cresciuto – e nonostante quasi due decenni e mezzo di studio e lavoro in Cina, la mia storia d’amore più antica e più lunga rimane con Londra! Non c’era alcuna buona ragione per me di sviluppare un profondo interesse per la Cina – i miei genitori non hanno quasi mai lasciato l’Inghilterra e mai hanno viaggiato oltre la Francia o il Belgio, quindi non sono molto sicuro da dove sia nato questo amore per i viaggi in Estremo Oriente! Ma so che quando sono arrivato per la prima volta a Shanghai, e ho passeggiato lungo il magnifico lungo fiume del Bund e poi mi sono perso nei vicoli e nelle strade della Ex Concessione Francese, è scoccata la scintilla!

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Prima di tutto volevo solo trovare uno sbocco per le grandi storie che avevo scoperto quando avevo fatto ricerche sulla Cina del 1920 e del 1930. Ho scritto una biografia di un grande americano di nome Carl Crow che è venuto in Cina nel 1911 e l’ha lasciata nel 1937 – era un grande giornalista, avventuriero, commentatore di tutte le cose cinesi e ha aperto la prima agenzia di pubblicità in stile occidentale a Shanghai. Poi ho deciso di scrivere una storia sui corrispondenti esteri in Cina – chi erano, perché sono venuti, quello che hanno scritto e pensato sulla Cina. Ma poi mi sono imbattuto nella storia di Pamela Werner e lei è diventata la mia ossessione per circa 5 o 6 anni …

Midnight in Peking, ora pubblicato in Italia con il titolo Mezzanotte a PechinoOvvero il Torbido Omicidio della Torre della Volpe, è basato su una storia vera. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho letto una piccola nota in una biografia del famoso giornalista americano in Cina Edgar Snow, che ha scritto Red Star Over China nel 1936, il libro che in realtà ha introdotto il mondo al Presidente Mao. La nota diceva che Snow e sua moglie vivevano in un vicolo tradizionale (un hutong) a Pechino nel 1937, accanto ad un vecchio inglese, un ex diplomatico e a sua figlia adolescente. Nel gennaio del 1937 la figlia, Pamela, è stata orribilmente assassinata e si iniziò una indagine della polizia che fu un caso unico nella storia cinese – un detective cinese lavorò con un detective britannico addestrato a Scotland Yard. Questo era incredibile e, anche se non ha risolto l’omicidio, ha rivelato gli scandali e lo sporco della comunità straniera di Pechino in quel momento.

Parlaci di alcune delle fonti che hai scoperto durante la scrittura Mezzanotte a Pechino.

Le prime fonti più importanti sono state i giornali, che hanno seguito da vicino l’omicidio e la successiva indagine. Poi ci sono state le note della autopsia e alcune note ancora dei poliziotti. È importante sottolineare che, dopo il luglio 1937 (quando i giapponesi invasero Pechino e occuparono la città), l’inchiesta ufficiale è stata interrotta. Ma il padre di Pamela, un grande diplomatico britannico in Cina e un noto sinologo, ha continuato a dare la caccia agli assassini di sua figlia. Ha trovato un sacco di nuove prove e testimoni e ha inviato tutte le informazioni a Londra, sperando di riaprire il caso. Ma c’era la guerra, Pechino era stata occupata dal Giappone, Londra combatteva Hitler – nessuno era interessato a una ragazza che era morta nel 1937. Trovare queste carte è stato il mio momento “eureka” – quando una storia interessante è diventata una missione per portare giustizia a Pamela (dopo 76 anni!) E risolvere il suo omicidio.

Che cosa ti è piaciuto di più scrivendo il libro?

E’ stato il periodo, il tempo – la Cina nel 1937 era sull’orlo della guerra, sull’orlo del caos. Ciò che noi oggi chiamiamo “Vecchia Cina” stava per finire – questi fatti accaddero nelle ultime settimane e mesi di una vecchia Cina che avrebbe poi combattuto una guerra contro il Giappone fino al 1945 e poi avrebbe affrontato una rivoluzione e il maoismo e non sarebbe mai più stata la stessa. E ‘un momento incredibile nella storia della Cina.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

La prima metà del libro descrive realmente l’omicidio e l’inizio delle indagini della polizia. Anche se lavorarono duramente gli agenti di polizia cinesi e inglesi non furono in realtà in grado di risolvere il crimine – in effetti sia il governo britannico che quello cinese interferirono nelle indagini. Quello che è stato affascinante fu che l’inchiesta era incentrata su un territorio di Pechino denominato “Badlands” – questa era una piccola zona che è stata quasi del tutto dimenticata dal 1949 ed era il luogo dove andavano gli stranieri di Pechino, a consumare i loro vizi. Era un labirinto di bordelli, bar, fumerie d’oppio ed era in gran parte gestita da apolidi russi bianchi che erano fuggiti dalla rivoluzione bolscevica del 1917. Poi, nel luglio del 1937, i giapponesi invasero Pechino e l’inchiesta fu interrotta. La seconda metà del libro segue l’ indagine non ufficiale  del padre di Pamela attraverso le Badlands di Pechino. Poi ho cercato di ricostruire quello che è successo la notte di gennaio tra il 7 e l’8 del 1937, quando Pamela è stata uccisa.

Parlaci un po’dei tuoi protagonisti principali?

Beh, il padre di Pamela è un grande personaggio – un tipico inglese della classe superiore – freddo, apparentemente impassibile, ossessionato dal suo lavoro, non eccessivamente affettuoso con sua figlia. Eppure, mentre il libro si sviluppa diventa più simpatico, si vede in che modo ha sacrificato la sua salute, i suoi risparmi di tutta una vita e la sua sicurezza per cercare di trovare gli assassini di sua figlia. Entrambi i poliziotti principali sono interessanti – il Colonnello Han era il detective più alto in grado a Pechino, il capo degli investigatori e di grande esperienza. L’ispettore capo Richard Dennis era un eroe della Prima Guerra Mondiale che aveva poi servito nella polizia metropolitana di Londra e come detective di Scotland Yard, prima di diventare il capo della polizia britannica nel Concessione britannica di Tientsin (oggi Tianjin), una città, non lontano da Pechino. Ci sono una serie di sospetti – i possibili assassini – ma io non ho intenzione di parlarvi di loro e dirvi troppo della trama – non vi resta che comprare il libro! E, naturalmente, Pamela, la ragazza di 19 anni assassinata, è un personaggio importante nel libro, di fatto si aggira per tutta la storia e tutti i soggetti coinvolti cercano di scoprire chi l’abbia uccisa.

Pamela Werner era la figlia di un ex console britannico in Cina. Che impatto ha avuto l’omicidio di Pamela nella Pechino di fine anni Trenta?

Era una storia apparsa su tutti i giornali. Tutti erano molto spaventati. Nel gennaio 1937 i giapponesi avevano circondato Pechino – non era una questione di “se” avrebbero attaccato, ma di “quando”. Tutti in città, cinesi e stranieri, si interrogavano sul fatto che se una giovane, privilegiata, bella ragazza bianca poteva essere orribilmente uccisa e i suoi assassini sfuggire alla giustizia, allora qual era il destino di chiunque altro, di Pechino o, anzi della stessa Cina?

Pechino nel mese di gennaio del 1937, è un’ ambientazione straordinaria per un romanzo. Puoi descriverci questo scenario esotico?

Pechino era una città di 3 milioni di persone, con forse 3.000 stranieri. Non era la capitale della Cina, che era Nanchino nel 1937. Era circondata, gli abitanti erano spaventati, tutti sapevano che la guerra e la devastazione stavano arrivando. Ma era anche una bella città a quel tempo – una città di antiche mura e templi, la Città Proibita e il centro della storia della Cina imperiale. Era una città di tradizione e di cultura, ma era anche, purtroppo, nel posto sbagliato al momento sbagliato e proprio il luogo dove l’esercito giapponese era determinato ad entrare dalla Manciuria per invadere tutta la Cina.

E finalmente hai dato una soluzione al caso, una soluzione che era stata negata a suo tempo. Come hai fatto a scoprire la verità?

Ho preso i documenti che il padre di Pamela aveva inviato a Londra (documenti ora conservati negli Archivi Nazionali inglesi di Londra), li ho confrontati con il giornale della polizia, i referti medici e le altre carte al momento delle indagini della polizia ufficiale – I riferimenti incrociati mi hanno permesso di arrivare a quello che io credo sia la verità dell’omicidio di Pamela Werner. Sono anche, incredibilmente, riuscito a trovare circa 6 persone, ti parlo della fine degli anni ’80 e ’90, che sono andati a scuola con Pamela e che si ricordavano di lei quando era viva.

Quale è la tua scena preferita in Mezzanotte a Pechino?

C’è una scena – nel capitolo intitolato L’Elemento del Fuoco – che mi piace molto. Si trova alla fine delle indagini ufficiali quando i poliziotti sono depressi per non aver ottenuto nulla e non essere riusciti a risolvere il crimine. Succede anche che fuori stiano avvenendo le celebrazioni cinesi per il Nuovo Anno. Credo che il contrasto della depressione del poliziotto, con l’ultima celebrazione del Capodanno cinese prima che la guerra scoppi in Cina, evoca bene la vecchia Pechino. E ‘quasi impossibile, credo, per uno scrittore essere sempre soddisfatto al 100% di tutto ciò che ha scritto, ma quel capitolo è quanto di più vicino a questo che abbia mai raggiunto!

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Mezzanotte a Pechino?

La scrittura vera e propria è stata veloce – 6 o 7 mesi. Tuttavia, c’erano anche i 5 o 6 anni di ricerca per arrivare al punto in cui ho potuto dare un senso alla storia e, infine, iniziare a scrivere!

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Abbiamo un accordo con la TV Kudos, la brillante compagnia televisiva britannica che ha fatto Spooks, Hustle, Life on Mars, e altri grandi spettacoli. C’è uno script in fase di scrittura al momento e penso che potrebbe essere davvero incredibile – sarà certamente sorprendente per me vedere ricreati sullo schermo la vecchia Pechino e tutti quei personaggi, e soprattutto Pamela.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Tendo a leggere i grandi scrittori inglesi degli anni Trenta – e poi li rileggo! George Orwell, Evelyn Waugh e soprattutto Graham Greene sono i miei favoriti. Meno noti, ma ora popolari sono gli scrittori modernisti degli anni Trenta come Patrick Hamilton e Henry Green. Sto cercando di capire meglio l’età del jazz e il 1920 per un libro sulla Shanghai degli anni Venti e Trenta, per un romanzo che ho intenzione di scrivere quindi sto leggendo i grandi di quel periodo – Djuna Barnes, Hemingway, Scott Fitzgerald. Sto anche leggendo i grandi scrittori cinesi, i modernisti tra le due guerre – Lao She, Mu Shiying e Eillen Chang (Zhang Ailing).

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto molto – fiction / non-fiction, classici. Di recente ho letto e amato Trilby di George Du Maurier (Bohemians a Parigi nel 1890) e The Heat of the Day di Elizabeth Bowen sulla Londra del tempo di guerra. Mi piacciono le biografie e recentemente mi è piaciuta la biografia La vita privata di Somerset Maughan di Selina Hastings, e Among the Bohemians di Virginia Nicholson. Tuttavia, se c’è uno scrittore che ammiro molto in questo momento e leggo avidamente e rileggo per le sue incredibili descrizioni dei luoghi e della storia, nonché per i personaggi e le trame: è lo scrittore di spy story Alan Furst. Sorprendentemente i suoi romanzi sono tutti impostati in Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale ma sono così preso dalla vita dei personaggi e dalle speranze per la pace, anche se so che la guerra verrà. Furst ha una capacità incredibile di evocare i luoghi e il tempo passato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piace visitare e incontrare i lettori. I Festival letterari sono i luoghi ideali per incontrare altri scrittori e le persone che amano i libri, mentre mi piace anche parlare in piccole librerie indipendenti, perché, spero, che durante le mie presentazioni possano vendere qualche libro in più e che ciò li aiuti a rimanere in attività. Sono egoista – Amo le belle librerie e non voglio che falliscano! Il problema più grande che provo quando vado in giro è che, per qualche motivo che non capisco, il personale di molte librerie e il pubblico si aspettano che io sia molto più vecchio. Io non sono giovane – ho 45 anni – ma molte persone sembrano pensare che stia scrivendo di un tempo che ho vissuto – il 1930! Mi credono di circa 90 anni! A volte sono un po ‘delusi perchè non sono vecchio! Tuttavia mi auguro che, quando avrò 90 potrò ancora scrivere un buon libro e andare in tour per Festival e librerie in tutto il mondo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori amano entrare in contatto con me – tramite e-mail, e lettere vecchio stile (che amo molto) e vengono e chiacchierano con me in occasione di eventi. Per lo più vogliono raccontarmi le loro teorie sull’omicidio di Pamela, che io sono sempre interessato a conoscere e mi sorprendo di vedere con quanto interesse abbiano letto il libro, tanto da conoscere tutte le informazioni ed essere diventati essi stessi “detective dilettanti”. Inoltre, ho incontrato persone che sono cresciute e vissute a Pechino nel 1930 – mi hanno mandato le foto, aneddoti e storie di quel tempo che hanno migliorato la mia conoscenza. Ho raccolto di recente il materiale in un piccolo e-book legato a Mezzanotte a Pechino che è in corso di pubblicazione intitolato Badlands: Decadent Playground of old Peking – le 8 storie raccolte in questo breve libro sono fondamentalmente le storie che mi sono state raccontate da persone con cui sono entrato in contatto a partire dalla pubblicazione in inglese di Mezzanotte a Pechino.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Se qualcuno in Italia mi invita a visitarla prometto di correre all’aeroporto e prendere il prossimo volo …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho finito le ricerche e ora sto scrivendo il prossimo libro – si tratta di una storia ambientata un paio di anni dopo Mezzanotte a Pechino e questa volta nelle Badlands di Shanghai del 1940/1941. Spero che si intitolerà City of Devils e seguirà le vite e le carriere di due stranieri – uno un ebreo viennese gestore di sale da ballo e casinò a Shanghai e l’altro un prigioniero americano appena sfuggito che gestiva una banda dedita al gioco d’azzardo a Shanghai – le due più grandi operazioni criminali straniere in Cina – ancora una volta sullo sfondo dell’attacco incombente di Pearl Harbour e la guerra totale in tutto il Pacifico tra la Cina e gli alleati e il Giappone. Spero che i lettori avranno tutti gli ingredienti che tutti si aspettano per un libro sulla Shanghai di quel periodo – jazz, oppio, belle ragazze, gangster, pistole, locali notturni …

:: Un’ intervista con Filippo Fornari a cura di Viviana Filippini

14 marzo 2013

FornariCiao Filippo, piacere conoscerti e ospitarti qui a Liberi di Scrivere per parlare del tuo romanzo intitolato La signora degli inferi, edito da Todaro. Prima di entrare nella storia tanto per cominciare raccontaci qualcosa di te e di quando è nata la tua passione per la scrittura.

Ho iniziato a scrivere nell’ambito professionale (sono un biochimico) e per hobby (sono appassionato di vela), quindi ho cominciato con materiale scientifico, riviste di nautica e giornali di bordo. I romanzi sono arrivati  perché mi affascinavano le analogie, storiche e culturali, che legano tra di loro avvenimenti e temi attuali con fatti e miti del passato. Ho provato a mettere le mie riflessioni su una pagina bianca, e poi a legarle tra loro con una trama.

La Signora degli inferi è stato ispirato più dalla letteratura o dalla realtà?

Direi da entrambe: il romanzo è nato da un altro mio hobby, la numismatica, ed è stato ispirato dai miti classici, greci e romani, che sono rappresentati sulle antiche monete.  La realtà è entrata di prepotenza, perché il mondo della numismatica, con la presenza di falsi e di contraffazioni  che ne inquinano il mercato milionario, è sovente teatro di vicende, ignote ai non addetti, che non hanno nulla da invidiare alle trame di un film o di un libro giallo.

Leggendo il tuo romanzo ho pensato ad autori come Dan Brown e Glenn Cooper. Quali sono gli scrittori che ti hanno influenzato?

Diciamo che mi sento più vicino alla sensibilità europea che non americana, e sono stato più influenzato dalla lettura degli autori dei classici “gialli” storici, tipo l’Umberto Eco de Il nome della rosa o l’Ellis Peters dei romanzi di Fratello Cadfael, anche se, degli autori che hai citato, apprezzo la scrittura agile e l’abilità con cui mescolano il presente con il passato. Come anch’io ho cercato di fare nel mio romanzo.

Al centro della storia c’è un lunga scia di omicidi sparsi in diverse località italiane ed europee. Perché la scelta di questa diffusione geografica di delitti diversi, ma allo stesso tempo simili vista la presenza di antiche monete sui cadaveri?

Perché, anche per la mia attività al di fuori della scrittura, sono abituato a considerare l’attualità con un approccio europeo. E poi, guardando al racconto con l’ottica di un viaggiatore o come se fosse la sceneggiatura di un film, ne ho immaginato l’ambientazione nelle città che più mi affascinano.

Nel libro sono presenti riproduzioni grafiche di monete antiche. Sono realmente esistite o sono riproduzioni ad hoc per il tuo romanzo?

Tutto quello che racconto sulle monete è assolutamente vero. Sono iscritto a un forum di appassionati di numismatica, lamoneta.it, e i miei “colleghi” non mi avrebbero perdonato, in un thriller in cui si racconta di antiche monete, inesattezze o imprecisioni.

Perché scegliere la città di Roma come luogo principale dove tutto deve accadere e manifestarsi?

Perché è un crogiolo ineguagliabile di antico e moderno, di sacro e profano. E poi ci ho vissuto per un certo periodo della mia vita.

Spesso nei romanzi dove ci sono reperti archeologici o reliquie di una certa valenza artistico-storica-sociale sono presenti delle sette o confraternite a caccia dell’oggetto. Secondo te questi gruppi segreti che agiscono nell’ombra non possono essere messi in relazione un po’ con le società massoniche?

L’idea di un gruppo ristretto o segreto di iniziati che operano all’interno della società in cui vivono perseguendo fini noti solo agli adepti è vecchia come l’uomo. La massoneria ne è un’espressione relativamente moderna.

Visconti è un ex soldato appena tornato dall’Afghanistan, come sarà per lui agire in un campo lavorativo del tutto nuovo e del quale non conosce quasi nulla?

Si sente sicuramente inadeguato e impreparato al suo nuovo ruolo di detective nel Reparto Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Tuttavia, per senso del dovere, e anche per la fiducia che nutre nelle proprie capacità, non ha esitazioni ad accettare il nuovo incarico.

Il protagonista maschile mi ha ricorda un po’ Indiana Jones, ma in questo caso è un esploratore in fase di formazione. Questa è un’associazione azzardata o fattibile?

Non mi ero mai soffermato su questa analogia. Se c’è, è del tutto involontaria, anche se plausibile.

Lavinia, l’esperta con la quale Visconti collabora è un donna forte, ma anche lei come lui ha un passato colmo di dolori esistenziali. Quanto questi traumi influenzano il loro agire nel presente?

Non credo che Marco abbia dolori esistenziali, piuttosto dei sensi di colpa. È un uomo pratico e, anche se soffre per la separazione e la lontananza dalla figlia, affronta comunque la vita di getto, senza remore o esitazioni. Lavinia, invece, è più cauta e diffidente nei rapporti umani, e sta ancora cercando di metabolizzare le esperienze negative che l’hanno segnata.

Il vicino di casa del protagonista è lo stereotipo del simpatico ficcanaso sempre a spasso con il proprio fido, chi ti ha ispirato questa figura?

Non è un personaggio che si ispiri a qualcuno in particolare, è stato inserito nel racconto per dare un senso di vissuto, di realtà quotidiana.  E per ironizzare e sdrammatizzare, come sanno fare i romani.

Ci sarà un seguito de La signora degli inferi?

Sicuramente sì. Anzi, la nuova indagine di Marco Visconti è già ben avviata.

Ora, parlando di libri, quale è stata la tua ultima lettura?

Gli ultimi due che ho letto, in contemporanea. Magellano, di Stefan Zweig: sarà per la passione per la vela, ma amo i libri sulle esplorazioni e i grandi navigatori. E Viaggio al termine della notte, di Celine, autore difficile e quasi odioso per certi versi, ma che a  mio parere scrive in un modo inarrivabile per noi comuni mortali.

Il libro più importante che hai letto?

I libri dei grandi sudamericani, Borges e Marquez. Immancabili, in ogni biblioteca e in ogni percorso di formazione culturale.

:: Un’ intervista con Antonella Boralevi a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2013

i baciGrazie Antonella per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Antonella Boralevi? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te! Credo molto nella Rete perché è un luogo di libertà e mi piace il tuo lavoro.
Punto di forza: la fiducia. Nella vita, nelle persone. E la tenacia. In generale, a chi lavora con me, dico sempre che la mia regola professionale è :”No, non è una risposta”. Credo che si possa ottenere quello in cui si crede, se si ha la tenacia di crederci.
Punto di debolezza: sono sensibile, troppo. E’ vero che è la radice e la ragione della mia scrittura ma… capita di rimanere ferita.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho cominciato a leggere a 5 anni, i libri dello scaffale più basso della biblioteca di casa. Da “8 giorni in una soffitta” a Jules Verne, Stevenson, Sir Walter Scott, Dickens. Ho letto, senza capirci nulla, credo a 8 anni “Il grande Gatsby” di Fitzgerald, che era stato riposto da mia madre nello scaffale sbagliato. Amo profondamente gli scrittori che sanno raccontare e che ti portano dentro te stesso. “Guerra e pace” di Tolstoj è il mio libro della vita. Poi Katharine Mansfield, Edith Wharton (“La casa della gioia”) , Henry James (“Daisy Miller” “Pupilla e tutore”), Scott Fitzgerald (“ Tenerta è la notte” “Di qua dal paradiso” e “Taccuini” ), Salinger (“Racconti” e “Franny e Zooey”)  Leggo l’Orlando Furioso da anni.

Sei un’autrice di romanzi, racconti, saggi, sceneggiature. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Mia nonna Ottavia mi raccontava ogni  sera una favola. Ero molto piccola ma adoravo la magia di quei momenti. E soprattutto, ero affascinata dalla storia, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Per questo scrivo storie che hanno sempre qualcosa da dire, e detesto gli scrittori contemporanei che scrivono romanzi sul loro ombelico. Io voglio raccontare la vita vera di personaggi che ti buchino il cuore.

Hai portato in televisione talk show di approfondimento. Ti piacerebbe curare una rubrica sui libri? Che idee originali apporteresti al programma? Perché è tanto difficile parlare di libri in tv?

Perché non si deve parlare di libri ma “con i libri”. Facendo vivere le storie e i personaggi mentre si parla di attualità. Che è quello che ho fatto io, da “Uomini” a “Linee d’ombra”, a “Capitani coraggiosi”.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo per Rizzoli, I baci di una notte. Mi piacerebbe parlarne con te. Innanzitutto, lo definiresti un romanzo d’amore?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile. Che invece accade. Scoppia nell’arco di una notte sola, ma cambia la vita per sempre.

Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

L’immagine forte di due vite destinate a non incontrasi mai. Perché su fronti opposti, come l’ ’Italia di adesso: da una parte i ricchi, dall’altra i poveri.

Perché secondo te è così difficile parlare di sentimenti, in un libro, come nella vita?

Nei miei romanzi, i sentimenti sono al centro.  Scrivo per aprire il cuore del mio lettore. Scrivo perché chi mi legge scopra nel mio romanzo una parte di sé, e trovi quello di cui ha bisogno.

Puoi riassumere il tuo libro, toccandone i temi principali?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile, ma reale, che scoppia nell’arco di una sola notte, la notte del Capodanno 2012, tra due ventenni che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, perché appartengono a due mondi opposti. Santina è la figlia di un cassaintegrato siciliano, è una anima bella, è coraggiosa e sa trovare la gioia in ogni cosa che fa. Sigieri è bello, ricco, marchese, annoiato, destinato alla finanza a Londra. Santina e Sigieri si incontrano la notte di Capodanno in un rifugio perso tra la neve a Cortina, per una serie di coincidenze del caso, e vivono una scena di erotismo assoluto che però diventa fusione dell’anima.
La notte che tutte le donne, credo, vorrebbero vivere.

Utilizzi uno stile particolare in cui il registro poetico si sovrappone a quello prosastico. Pensi che la poesia sia il modo migliore per parlare d’amore? Se non è una domanda troppo personale, quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

Cerco di scrivere per dare emozioni. Amo Wisława Szymborska.

Nei primi capitoli ci presenti i due protagonisti Santina e Sigieri. Due ragazzi che non potrebbero essere più diversi. Cosa li unisce?

Santina e Sigieri sono l’opposto. Persino i loro nomi rimarcano la loro distanza siderale. Eppure si uniscono. Una sola notte li cambierà per sempre. E nessuno dei due sarà mai più lo stesso.

Poi l’incontro, a cui segue una scena d’amore abbastanza forte. Perché hai scelto un’ambientazione così poco romantica come un bagno, e hai unito aggressività e tenerezza?

Perché la passione è questo. E’ forza assoluta. Inarrestabile.  E’ coraggio di darsi tutto all’altro. Ma ogni volta, come fa Sigieri, chiedendo. E ogni volta, come fa Santina, dicendo sì.

Parlaci dei personaggi secondari del libro: l’amica Gessica, Amerigo, Virginia, l’autista Condorelli, la proprietaria del rifugio. Un modo contrapposto: i ricchi da un lato, egoisti, crudeli, infelici e dall’altro la gente comune, più umana se vogliamo.

“I baci di una notte” racconta l’Italia di adesso. E’ indubbio che le persone semplici hanno più valori, e che i privilegiati sono viziati e cinici. In generale. Ma poi c’è il doppio finale, doppio colpo di scena.
Il romanzo, per me, deve raccontare vite. E i personaggi di contorno sono fondamentali. Ne “I baci di una notte” ciascuno ha un carattere e ciascuno, dall’inizio alla fine del romanzo, cambia. Gessica è realista, sa che “quelli come loro non guardano quelle come noi”, ma poi troverà anche lei una promessa d’amore. Condorelli, l’autista, è buono e triste, e sarà meno triste. La famiglia che prepara la festa per i clienti ricchi ha dentro le dinamiche di tante famiglie, e spesso ti fa sorridere.

Quale è o sono le tue scene preferite in I baci di una notte?

La scena in cui, al rifugio, Santina si perde nella contemplazione del gruppo dei belli e ricchi, e di colpo, al suo tavolo di fortuna accanto al gabinetto, si presenta Sigieri. E la scena d’amore. Tutta. Tutte le 30 pagine. E’ una scena in cui l’erotismo diventa passione.

Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Tutti i personaggi sono arrivati subito. Tutti completi e veri. Ho scritto “I baci di una notte” in 4 settimane, di fila, senza dormire e mangiare, quasi.

Perché hai ambientato la storia a Cortina? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Conosco Cortina da quando sono nata. E’un luogo a parte. A Cortina sei fuori da tutto e tutto può succedere.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Al lancio di “I baci di una notte”. La storia della passione di una sola notte tra Santina e Sigieri, che cambia la loro vita per sempre, urla dentro di me che vuole essere raccontata a più persone possibile!

:: Un’ intervista con Fabio Gamberini

29 gennaio 2013

the prestigeCiao Fabio, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla terza edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di The prestige di Christopher Priest,  Miraviglia editore. Dopo tanti scrittori ho l’opportunità di intervistare un traduttore, e inizierei col parlare di te. Sei nato a Bologna nel 1979, sei traduttore di narrativa, fumetti e videogiochi. Vuoi descriverti ai nostri lettori?

Ciao e grazie per l’ospitalità e per la menzione per la mia traduzione di The prestige.
Sono un avido divoratore di tutto ciò che contenga un pizzico di magnifico, siano libri, fumetti, film o serie tv. La traduzione è la mia passione, il mio lavoro e il mio passatempo. Non saprei che altro fare nella vita! Faccio questo mestiere da diversi anni e arrivare a poter tradurre un titolo prestigioso (scusate il gioco di parole!) come il romanzo di Christopher Priest è stata una grande soddisfazione, tanto personale quanto professionale.

Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?

Che io sappia non esistono premi per traduttori, almeno niente di paragonabile ai più celebri riconoscimenti per scrittori. Scrivere un romanzo o un racconto è certamente più impegnativo che tradurne uno, perché il traduttore non deve compiere il processo creativo: la storia è già sulla pagina, con il suo inizio, sviluppo e finale, efficace o meno che sia. Al traduttore, però, spetta il compito di adattare il testo alla propria lingua e cultura. Pertanto, tradurre certi romanzi può essere molto impegnativo e il traduttore meriterebbe un riconoscimento maggiore, invece tende a restare nell’ombra e a non essere notato dal lettore.
Conosco molti lettori smaliziati che hanno iniziato a fare caso al nome del traduttore solo da quando faccio questo mestiere. Prima, il libro veniva letto senza porsi troppe domande sull’impianto professionale dietro la creazione del volume editoriale. Apprezzo molto quelle edizioni (purtroppo poche) che citano in copertina il nome del traduttore.

Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?

Se dico da sempre suono banale? Eppure è così. Credo che la scintilla sia nata leggendo uno dei primi fumetti Marvel: ho provato subito una grande ammirazione tanto per chi li scriveva quanto per chi mi dava la possibilità di leggerli nella mia lingua.

Ci sono qualità, caratteristiche psicologiche, doti necessarie per intraprendere questa professione?

Una profonda conoscenza della lingua source del testo ma, ancora di più, della lingua target. La prima cosa che insegnano o che si impara all’atto pratico è che è la resa finale quella importante, a costo di stravolgere l’originale. Per questo, condivido appieno il detto: “Traduttore traditore”.
Come doti particolari, è importante una marcata versatilità nell’adattare il proprio stile per riprodurre in modo efficace quello dell’autore, altrimenti si rischia di risultare monocordi, di rendere un italiano corretto ma privo di verve. Ah, e una buona dose di velocità nel tradurre è sempre apprezzata.

Che studi hai fatto? Quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono laureato in lingue e letterature straniere all’università di Bologna e ho frequentato un master in traduzione letteraria alla Sapienza di Roma. So che esistono numerosi corsi sulla traduzione ma non ne conosco molti direttamente: come in ogni cosa, ce ne saranno alcuni più validi di altri. Quelli che ho frequentato sono stati importanti, ma il “grosso” della formazione è avvenuto sul campo, dove è l’esperienza pratica a insegnare. Purtroppo, in questo settore più che in altri, è richiesta parecchia esperienza fin da subito e non è semplice trovare qualcuno disponibile a insegnarti, a metterti alla prova, ad accettare possibili errori dettati dall’inesperienza, nonostante tutta la buona volontà e il talento che ci puoi mettere.

Ci sono maestri, sulle cui traduzioni hai studiato, che ti hanno insegnato qualcosa? Da chi hai imparato di più?

In ambito di narrativa, sicuramente Roberta Rambelli, le cui traduzioni di fantasy e fantascienza mi hanno accompagnato fin dai tempi dell’adolescenza. Negli ultimi anni sono state preziose le lezioni di Alfredo Colitto, impareggiabile traduttore di thriller. In campo fumettistico, invece, gli albi tradotti da Pier Paolo Ronchetti e da Andrea Plazzi mi hanno insegnato ad affrontare quel tipo di testi, per cui è necessario un approccio diverso, più mirato alla sintesi a causa degli spazi ristretti imposti dai balloon e a un’efficacia “d’impatto”.

Hai tradotto più di venti romanzi per Fanucci, Miraviglia, Multiplayer Edizioni e Panini. Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.

Inviare curricula è sicuramente un buon modo, anche se nella maggior parte dei casi si ricevono risposte negative o non si riceve risposta alcuna (non per malafede dell’editore, ma perché i candidati che si propongono sono tantissimi). Credo che il segreto sia trovarsi al posto giusto nel momento giusto, proporsi a una casa editrice proprio mentre questa sta lanciando un progetto in linea con il proprio curriculum e per il quale sta cercando nuove risorse.
Per questo, credo sia importante non desistere e inviare regolarmente il proprio CV aggiornato. Nel mio caso, ho cominciato con Fanucci tramite lo stage del master a cui accennavo prima, dopodiché la collaborazione è continuata. Con Panini, invece, abbiamo iniziato con qualche volume saltuario, poi mi è stata affidata una nuova collana di classici e da lì le collaborazioni sono aumentate considerevolmente. In ogni modo, è sicuramente come dici tu: una volta avviata una collaborazione, se soddisfacente per entrambe le parti, è piuttosto normale che prosegua in modo continuativo.

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

Solitamente a occuparsi della scelta del libro da tradurre sono gli editor, non i traduttori. A me non è mai capitato di scegliere il libro su cui lavorare. Il committente mi fa una proposta e sta a me accettarla o meno. Naturalmente, di solito tale proposta è basata sul mio bagaglio d’esperienze o sull’attinenza ad altri progetti analoghi già svolti per quel committente. Per esempio, quando la Panini ha lanciato una nuova testata mutante (nello specifico, la bellissima “Wolverine e gli X-Men”), mi è stata affidata perché traducevo già gli altri mensili mutanti.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

Esatto, proprio così. Quando mi viene affidata una traduzione faccio un paio di giorni di “prova”, per calibrare la difficoltà del lavoro ai miei tempi. Dopodiché organizzo una scaletta nella quale assegno un determinato numero di pagine a ciascuno dei giorni che ho a disposizione, cercando sempre di stare largo e poter così gestire eventuali imprevisti o parti di lavoro particolarmente ostiche. Per fortuna, non mi è mai capitato di sforare una deadline.

Raccontaci una tua giornata tipo dedicata alla traduzione.

In realtà non è molto diversa da una normale giornata di lavoro, tranne per il fatto che non devo recarmi sul posto di lavoro e che posso organizzarmi liberamente gli orari. È una bella fortuna!
Cerco comunque di essere regolare nel rispettare la scaletta, in modo da non trovarmi con troppe pagine da tradurre a pochi giorni dalla data di consegna. Amo lavorare alle prime ore del mattino, mentre trovo faticosissimo mettermi al computer dopo cena. Ma ogni traduttore ha i propri ritmi: so di alcuni miei colleghi che lavorano solo di notte, come vampiri!

Vuoi svelarci qualche segreto del mestiere? Come si ricrea lo stile, il ritmo, la parlata magari gergale di un autore? Leggi altri testi tradotti di questo autore, quando ci sono? Ti immedesimi, respiri la sua aria?

Mi fai una domanda molto difficile, nel senso che non esistono regole fisse a cui attenersi.
Ricreare lo stile dell’autore è una sfida sempre nuova, e molto sta nel modo in cui è scritto il romanzo: a volte sembra di non lavorare nemmeno, tanto l’opera di adattamento risulta naturale, mentre altre è più impegnativo. Per quanto possibile cerco sempre di dare brio anche a quelle parti che in originale risultano – a mio parere – meno efficaci. Tutto questo senza mai stravolgere il testo, s’intende, ma tenendo a mente – come dicevo prima – che è il risultato finale a contare, quello che il lettore italiano si trova per le mani.
Quando possibile, leggere altri libri dello stesso autore può essere utile per verificare eventuali deviazioni da uno stile più o meno abituale, così come è consigliabile leggere traduzioni precedenti – se ce ne sono – di quell’autore, in modo da farsi un’idea di come il pubblico italiano è abituato a conoscerlo.

Consegnata una traduzione, viene revisionata dall’editore. Arrivati a questo punto che passaggi sono necessari prima che il testo sia pubblicato?

Sia che si parli di traduzioni di narrativa, di fumetti o di videogiochi, il testo tradotto passa sempre sotto le abili mani (o per meglio dire occhi) di revisori esperti con i quali il traduttore ha spesso un contatto diretto in caso di problemi o di scelte stilistiche da concordare. Superato questo passaggio, il testo viene controllato anche dai correttori di bozze, i quali si occupano di rimuovere i refusi e di controllare nuovamente il testo.

Parliamo  della traduzione di The prestige di Christopher Priest, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?

Conoscevo The Prestige grazie al film di Christopher Nolan, ma non il libro, che ho letto soltanto prima di iniziare la traduzione. Mi sono trovato davanti qualcosa di completamente diverso, a livello di approccio narrativo, benché la storia fosse la medesima. I diari di Rupert Angier e Alfred Borden mi hanno assorbito completamente. La parte più difficile sono state alcune pagine intorno alla metà del libro, nelle quali si “accenna” al segreto di Borden. Sapevo bene di cosa si stava parlando, ma dovevo fare attenzione a sciogliere quei passaggi senza rivelare troppo al lettore.

Collabori con Panini Comics, per cui curi la traduzione delle testate da edicola degli X-Men, degli Avengers e numerosi altri volumi. Fumetti, cinema, narrativa ti appassionano. Che differenza c’è tra tradurre un fumetto e un testo narrativo?

La differenza principale è data dalla ristrettezza degli spazi dei balloon. In un romanzo, un riferimento culturale o un gioco di parole possono essere sciolti o spiegati prendendosi la libertà di spendere qualche parola, a volte inserendo anche una battuta in più, mentre in un fumetto bisogna necessariamente essere concisi. È lo stesso problema che devono affrontare i traduttori per il cinema e per la tv, per intenderci. Nel loro caso il limite è la durata del labiale, nel mio la capienza dei balloon (a volte davvero minima!). Al tempo stesso, però, la traduzione di un fumetto è facilitata dalla presenza dei disegni, che forniscono contesto e spesso sono utili per sciogliere espressioni o riferimenti ostici. Personalmente, poi, mi sento più a mio agio nel tradurre i dialoghi, anche nei romanzi, e data la loro presenza massiccia all’interno dei fumetti, questa mia propensione si sposa bene con il genere dei comics.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Traduco i quattro mensili dedicati agli X-Men e a tutti i gruppi di contorno (Nuovi Mutanti, X-Factor e molti altri), e il mensile dedicato agli Avengers. Sto traducendo anche importanti novità per i lettori di comics Marvel in vista dell’evento Marvel NOW!, ma non mi è concesso svelare nulla! Oltre a questi, sono al lavoro su interessanti volumi Marvel e Image, tanto per appassionati di fumetto quanto per chi non ha familiarità con il genere.

Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.

Grazie a voi della menzione sul blog e dell’intervista. Un saluto a tutti!

:: Un’ intervista a Franco Forte a cura di Viviana Filippini

29 gennaio 2013

francoCiao Franco, piacere averti qui ospite a Liberi di Scrivere. Più che di un tuo romanzo parleremo in generale del tuo mestiere di scrittore, direttore editoriale delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, editor e consulente letterario.

Quale è la tua idea sull’editoria italiana?

Domanda complessa e difficile da contenere in poche righe. Diciamo che l’editoria, come tutti i settori che producono beni di consumo, in questi tempi di crisi sta soffrendo parecchio, anche se lo zoccolo duro di lettori italiani pare disposto a rinunciare a molte cose ma non al caro, vecchio libro. Per di più, la diffusione dei dispositivi elettronici capaci di gestire gli ebook (dagli smartphone ai reader passando per i tablet) sta facendo crescere il settore dell’editoria digitale, il che contribuisce a fare galleggiare tutto il comparto libri al di sopra della linea di annegamento, ma diciamo che la lotta è dura e senza soste. C’è una contrazione delle vendite, una contrazione dei titoli pubblicati, una contrazione degli investimenti e delle spese che gli editori possono sopportare, il che ha riflessi a catena su tutto il ciclo produttivo e di lavoro che sta alle spalle del prodotto libro (traduzioni, revisioni, lavori redazionali, contratti, diritti, stampa, ecc). La speranza è che la situazione economica generale migliori, e quindi il pubblico, tornando a respirare un po’ di più rispetto a oggi, torni a frequentare le librerie per alimentare la mente e lo spirito con qualche buon libro.

Da quello che noti nel tuo lavoro, cosa amano leggere gli italiani?

Un po’ di tutto, anche se abbiamo una pessima abitudine, in questo Paese: farci trascinare dai “fenomeni”, che siano televisivi o perché in qualche modo scalano le classifiche, magari per merito, magari (direi la maggior parte delle volte) per sapienti operazioni pubblicitarie e di marketing. Però per fortuna quel famoso zoccolo duro di lettori che non demorde sa cosa scegliere, e si rivolge a chi soddisfa il suo desiderio di approfondire un genere piuttosto che le opere di un autore. L’importante, per chi fa editoria oggi, oltre che seguire le mode, è saper riconoscere le istanze dei lettori più fedeli. Che sono anche i più esigenti.

Da direttore delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, in base a cosa scegli i libri da pubblicare?

Ovviamente in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze della materia, oltre che dopo attenta consultazione con il pool di esperti che ognuna di queste collane può mettere in campo. Ma diciamo che la mia sensibilità personale risulta poi prevalente, quando si tratta di puntare più su un autore piuttosto che su un altro, e per fortuna al momento i risultati mi stanno dando ragione, visto che il mercato delle vendite in edicola, per quanto tartassato dalla crisi quanto quelle delle librerie, sta facendo segnare, per le mie collane, un trend abbastanza positivo. Soprattutto per i Gialli Mondadori, una collana che ha fatto e che continua a fare la storia del mystery in questo Paese.

Prediligete autori italiani o stranieri?

Non siamo noi a “prediligere”, bensì i lettori. E purtroppo sappiamo che gli italiani sono esterofili per partito preso: fra un John Smith che non conoscono e un Mario Rossi, sceglieranno sempre e comunque Mister Smith. Quindi la lotta per imporre all’attenzione del pubblico qualche buon autore italiano è ardua, ma noi la conduciamo a piccoli e attenti passi, e questa strategia qualche frutto sta cominciando a darlo. I vincitori del Premio Tedeschi per il giallo e del Premio Urania per la fantascienza, per esempio, sono sempre fra i più venduti. E alcuni autori si stanno imponendo all’attenzione del pubblico per la qualità delle loro opere, come per esempio Marzia Musneci, Carlo Parri, Cristiana Astori e Annamaria Fassio nel giallo, oppure Stefano Di Marino (che firma con lo pseudonimo Stephen Gunn le avventure del Professionista), Andrea Carlo Cappi e Giancarlo Narciso per la spy story. Nella fantascienza è molto più difficile imporre qualche buona firma italiana, e per il momento è solo grazie al Premio Urania che riusciamo a far conoscere qualche ottimo autore, come Maico Morellini o Alessandro Forlani. Però di certo l’impegno per promuovere la narrativa nazionale è costante, e soprattutto grazie ad alcune iniziative, come l’antologia “Giallo 24” uscita a gennaio nei Gialli Mondadori, stiamo cominciando a raccogliere i primi frutti.

C’è qualcuna delle ultime pubblicazioni per le collane Mondadori che dirigi a cui tieni in modo particolare?

L’antologia di cui ho appena parlato, “Giallo 24”, che raccoglie 15 racconti selezionati questa estate, quando insieme a Radio 24 di Il Sole 24ore abbiamo dato vita all’omonima trasmissione, votata  a cercare buoni racconti gialli da leggere in radio, le cui versioni ampliate abbiamo poi raccolto nell’antologia cartacea. E poi la serie del Professionista Story per Segretissimo, cioè la raccolta di tutte le storie di Chance Renard, il personaggio cult della spy story italiana creato da Stefano Di Marino, giunto ormai al 35° romanzo.

Sei direttore della «Writer Magazine Italia». Spiegaci un po’ la funzione di questa rivista?

La WMI è un magazine per gli scrittori. Fornisce non solo nozioni tecniche, ma soprattutto un modo professionale e dinamico per rapportarsi con la scrittura e con il mondo editoriale. Pubblica ottima narrativa selezionata con cura, e fornisce una spinta promozionale non indifferente agli autori che ospita, perché è una rivista ben conosciuta dagli addetti al mondo editoriale. Oltre a questo, il magazine garantisce un luogo di incontro online (il forum dedicato) unico nel suo genere, in cui promuoviamo continuamente iniziative finalizzate a pubblicare racconti in antologie e presso case editrici di rilievo.

Tra le varie iniziative della rivista, c’è anche un concorso della WMI. Chi può partecipare e di solito quanti dattiloscritti vi arrivano nella redazione ?

Il Premio WMI è aperto a tutti, senza preclusioni. I primi tre classificati vengono pubblicati sulla rivista, e questo garantisce una promozione non indifferente nel mondo editoriale che conta. Il numero dei partecipanti varia moltissimo da edizione a edizione, però bisogna tenere presente che il premio è a cadenza trimestrale, cioè ogni tre mesi c’è un nuovo bando per partecipare.

Scrivono di più gli uomini o le donne?

Al momento direi le donne. Che sono anche coloro che più leggono e più spendono soldi per acquistare libri.

Passiamo al tuo ruolo di scrittore, cosa stai scrivendo ora?

Il seguito di “Il segno dell’untore”, con la seconda indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Il romanzo uscirà nel 2014 per gli Omnibus Mondadori. Ma ho poi altri progetti in cantiere, fra cui un film che sto scrivendo insieme al regista Donato Pisani e che dovrebbe avere come attore principale Stefano Chiodaroli, il comico di Zelig e Colorado Cafè che ha un’anima drammatica davvero notevole.

Quando cominci un romanzo c’è qualcosa in particolare da cui prendi l’ispirazione?

Dipende, ma ormai diciamo che devo seguire più che altro le richieste da parte dei miei lettori, che pretendono un certo tipo di narrativa da parte mia, soprattutto il romanzo storico. Anche se non mi dispiace, di tanto in tanto, fare delle puntatine in generi letterari differenti, come per esempio il fantasy, il thriller o la fantascienza.

Quando scrivi ascolti musica o ti isoli in modo completo?

Nessuna delle due cose. Sono un giornalista, per formazione, e sono abituato a lavorare e a scrivere nel casino di una redazione, quindi il rumore non mi spaventa. Però la musica mi deconcentrerebbe, quindi preferisco ascoltarla in relax, non mentre scrivo.

Tra la scrittura di un romanzo e quella di un sceneggiatura per il cinema e la televisione, qual è il processo creativo più impegnativo?

Un romanzo, senza dubbio. Le sceneggiature sono difficili se non si ha dimestichezza con i dialoghi e non si possiede il dono della sintesi, altrimenti scorrono via lisce che è una meraviglia. Il romanzo, invece, è una costruzione così complessa che può prosciugarti l’anima, se non si sta attenti.

Il tuo romanzo, La compagnia della morte, è stato pubblicato in Spagna e in America Latina. Come è il pubblico di lettori rispetto a quello italiano?

Sì, ha seguito il successo di “Carthago”, che è andato molto bene. Nei paesi di lingua spagnola il romanzo storico è fra i più apprezzati, e gli autori italiani sono tenuti in grande considerazione, diversamente da quanto accade nel mercato anglosassone. Certamente pretendono il massimo dell’accuratezza storica, oltre a una buona capacità di affabulazione, e credo che “Carthago” e “La compagnia della morte” siano piaciuti proprio per questo.

Quali sono il primo libro che hai letto e l’ultimo?

Il primo è stato “20.000 leghe sotto i mari”. L’ultimo, appena chiuso, è stata in realtà una rilettura: “La storia della colonna infame” del Manzoni.

 Perché ti son piaciuti?

Perché sono stati in grado entrambi, seppure in modi completamente diversi, di raccogliere tutta la mia attenzione e farmi estraniare dal mondo. E’ questo che chiedo a un buon libro. Ed è questa magia che cerco di innescare con i lettori dei miei romanzi.

Un’ultima domanda. Che consiglio daresti a chi ama scrivere e volesse proporre a un editore il proprio lavoro?

Di non lanciarsi allo sbaraglio. Prima meglio capire come funziona questo affascinante ma terribile mondo editoriale. Come? Per esempio facendo un salto sul forum della WMI (o leggendo la rivista) per capire molte cose e confrontarsi con i professionisti della scrittura e dell’editoria.

:: Un’intervista con Heike Koschyk a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2012

pergamena_maledettaGrazie Heike per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Sei nata a New York, ma ora vivi in Germania con la tua famiglia. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Heike Koschyk? Punti di forza e di debolezza.

Molte grazie per il tuo interesse!

Chi sono? Una persona con una passione incredibile per la storia e le storie. Mi piace ascoltare ed entrare in empatia con le persone, al fine di comprendere le loro motivazioni. Questa è anche una debolezza. Chi può comprendere tutti i punti di vista spesso ha problemi a vedere il proprio punto di vista.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho trascorso la maggior parte della mia infanzia a Travemünde, un villaggio costiero nel quale non succedeva niente tranne che nei mesi estivi. Così mi sono trasferita a Monaco di Baviera subito dopo essermi diplomata (“Abitur”), per studiare letteratura tedesca e la lingua cinese.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Volevo scrivere da quando ero bambina. Ma ci sono voluti anni per capire che questo avrebbe potuto essere il mio vero lavoro. Un giorno, quando ormai i miei libri erano già stati pubblicati regolarmente da noti editori, ho preso la decisione di seguire il mio cuore. Sapevo solo che non avrei voluto fare altro che scrivere.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

In quel periodo lavoravo come istruttore medico. I miei seminari prevedevano tali estese documentazioni, che decisi di pubblicarle in un libro. Questo fu l’inizio. Il libro successivo fu un thriller – un genere in cui mi sono sentita subito a casa.

Hai esordito in Italia, grazie alla Newton Compton, con La pergamena maledetta (Pergamentum, 2009). E’ il tuo primo romanzo? Hai scritto altri romanzi?

Ho già scritto due romanzi polizieschi e una biografia di Ildegarda di Bingen. “Pergamentum” è stato il mio primo romanzo storico, seguito da un altro: “Die Alchemie der Nacht” un thriller che si svolge nel 18 ° secolo e conduce il lettore agli inizi della medicina moderna, in un mondo tra superstizione e scienza.

La pergamena maledetta è un thriller storico ambientato nel Medioevo che si basa su una storia avventurosa e di investigazione. Tutto avviene tra le mura di un monastero in cui si nasconde un segreto che potrebbe mettere fine alla Cristianità. In una misteriosa pergamena, scritta in un codice da decifrare, è nascosta una profezia che lascia dietro di sé molte morti misteriose. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Durante le ricerche per la biografia di Ildegarda di Bingen ho notato che una parte molto importante del suo lavoro era stata quasi ignorata dagli storici: la Lingua Ignota. La Santa ha usato questo linguaggio segreto per comunicazioni confidenziali? E perché? Appena ebbi finito la biografia, scrissi la trama di Pergamentum  e immediatamente mi trovai nel bel mezzo della storia.

Ad indagare la giovane nobildonna Elysa da Begheim. Parlaci della tua protagonista.

Elysa è una donna molto volitiva, all’inizio forse un po’ superficiale. Grazie a suo zio, che è un insegnante presso la cattedrale di Mainz, ha ricevuto una eccellente educazione. Per questo motivo si ritrovata involontariamente nel ruolo di investigatrice. Nel corso della storia impara ad essere attenta e sviluppa una comprensione per le suore e la vita nel monastero. E solo grazie all’ intuizione che sarà in grado di scoprire il segreto della pergamena maledetta.

Raccontaci qualcosa anche degli altri personaggi del libro.

Oltre a Margherita, che è molto compassionevole, e Jutta, la suora del monastero versata nell’arte Medica, mi piace il personaggio di Ida – una suora che ci insegna che il primo parere non è sempre quello corretto.

Inoltre Clemente di Hagen è una persona molto importante. Egli è l’iniziatore delle indagini e prosegue la ricerca al di fuori delle mura del monastero. E’una persona che svolge un ruolo importante nella vita Elysa.

Forse il più famoso giallo storico ambientato nel Medioevo è Il nome della rosa di Umberto Eco. L’hai letto? Ti ha influenzato nella stesura de La pergamena maledetta?

Umberto Eco è uno dei miei autori preferiti. E, naturalmente, ho letto “Il nome della rosa.” Sono rimasta colpita da come intreccia magistralmente i simboli all’interno della trama. E mi ha ispirato soprattutto riguardo alla semiotica (la scienza dell’uso dei segni). Così ho esaminato l’ opera di Ildegarda di Bingen,  a proposito dei segni nascosti e li ho inseriti all’interno della storia di Pergamentum. Chi legge con attenzione noterà che le descrizioni, il ruolo degli elementi o il gioco di superstizione e di religiosità, fanno notare che i segni corrono come un filo conduttore attraverso il libro, ed infine conducono alla soluzione.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di La pergamena maledetta?

Incluso il lavoro di ricerca per la biografia, circa un anno.

La ricostruzione di eventi reali e storici nelle tue storie è prevalente, o preferisci utilizzare la fantasia?

Lo sfondo è autentico e storicamente corretto. Ma la storia stessa è nata dalla mia immaginazione, anche se comunque si basa su una supposizione, che fino ad ora nessuno aveva presentato in questo modo. Ma oltre  alla correttezza: io amo mostrare la storia – come avrebbe potuto essere – in un modo da intrattenere e pittoricamente.

La mistica Ildegarda di Bingen è un personaggio realmente esistito e fu una delle donne più importanti del Medioevo. Ho avuto modo di leggere La sognatrice di Anne Lise Marstrand- Jorgensen, ma so che anche tu hai scritto una sua biografia. Vuoi parlarci di questa affascinante e leggendaria donna.

Hildergard era una donna davvero notevole e moderna nel suo modo di pensare. In quei tempi, mentre tutti avevano paura dell’ inevitabile destino, e tutti pensavano, che non c’era nulla che rendesse la vita migliore se non pregare, chiese alla gente di agire in modo responsabile. Herefor la paragonò all’interazione tra uomo e natura come in un’orchestra in cui ogni suono –  distorto o armonioso – ha un effetto sulla composizione nel suo insieme. L’uomo al centro della creazione, con la libertà, ma anche la responsabilità, deve contribuire ad ottere una vita felice e soddisfacente per l’intera umanità. Questa affermazione è valida ancora oggi – la questione della sostenibilità è più attuale che mai.

Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo libro?

Ho avuto la fortuna di avere accesso diretto alla Biblioteca Universitaria di Amburgo. Negli archivi ci sono informazioni eccellenti sul Medioevo, come ho ben scoperto per le fonti su Ildegarda di Bingen. Ho lavorato molto con i vecchi libri e i documenti e non appena il romanzo fu quasi finito, visitai i siti storici per verificare le descrizioni.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ogni volta che scrivo, voglio che il lettore si crei un cinema mentale al fine di dargli anche una esperienza visiva. E sarebbe il mio più grande desiderio vedere le mie storie su uno schermo reale. Mi chiedo spesso per esempio come un regista o un produttore immaginerebbero la mia storia. Per Pergamentum una società cinematografica aveva già manifestato il suo interesse, ma non è riuscita a causa del costo.

Nel 2008 hai vinto l’Agatha Christie Krimipreis, il più importante riconoscimento tedesco per i racconti gialli. Che ricordi hai di questo premio?

E ‘stato quasi come un suggerimento del cielo, perché in quel momento mi trovavo di fronte alla decisione di accrescere la mia attività di naturopata e smettere di scrivere. Ho pregato per un segno – e c’è stato. Ora scrivo e ho abbandonato la pratica.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena iniziato il nuovo libro di Carlos Ruiz Zafon (“Il prigioniero del cielo”). Mi piace il suo stile di scrittura – una miscela di mistero, emozione e umorismo, e sono felice che Daniel Sempere e il suo amico Fermin siano ancora una volta presenti in questa storia.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Sì, certo. Solo allora so se ho raggiunto il lettore. Le critiche giustificate mi incoraggiano costantemente a migliorare il mio lavoro . Le recensioni entusiastiche mi rendono felice, perché scrivo per intrattenere i miei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Fino ad ora non ci sono piani.

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, vorrei concludere questa intervista chiedendoti a cosa stai lavorando ora, e quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Sto scrivendo un thriller storico ambientato in Italia alla fine del 19 esimo secolo. Ma in questo momento non posso darti ulteriori dettagli …