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:: Un’intervista con Fabio Mundadori

3 luglio 2013

occhi-violaGrazie Fabio per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Sei nato a Bologna nel 1966, e ora vivi a Latina. Sei uno scrittore. Ami la fantascienza. Parlaci di te descrivendoti come se fossi un personaggio di un tuo libro.

Grazie a te Giulia. Come prima domanda non c’è male! Provo.
Mundadori sta sulla sedia dietro al tavolo di metallo, la lampada puntata al volto gli permette d’intravedere appena la sagoma del poliziotto di fronte a lui che in piedi sfoglia un dossier Fabio Mondadori! Per questo le permettono di scrivere: è un raccomandato.
Mundadori, con la U.
Le chiedo scusa se mi sono permesso.
Ma le pare! Passo metà del mio tempo a correggere chi sbaglia il mio cognome.
Ovviamente non mi stavo scusando davvero.
Non avevo dubbi, potrebbe togliermi dalla faccia questa lampada?
Nemmeno a parlarne, che razza d’interrogatorio sarebbe.
Di cosa sono accusato?
Di esistere.
Nientemeno.
Vediamo che dice qui: ah perbacco è un informatico.
Non esattamente: violento server.
Non si allarghi troppo: problemi di linea vedo che ne ha già a sufficienza.
Se lo faccia dire: è proprio una sagoma. Sì, comunque: mi occupo di sicurezza informatica.
Sicurezza? Lei? Siamo in una botte di ferro!
Ma è sicuro di essere un poliziotto e non un cabarettista?
Commissario Sammarchi, per servirla.
Ora mi è chiaro perché se ne sta lì buio, pantaloni arancio o gialli oggi?
Non si permetta! Non è colpa mia se…
Lo so, lo so: una moglie dal sonno leggero.
Sa troppe cose.
Secondo lei come mai?
Le domande le faccio io. Forza, cos’è questa storia del morbo di Asimov che ha contratto nell’infanzia.
Nulla di contagioso.
Non le ho chiesto questo.
È un gioco di parole ovviamente: da Isaac Asimov compianto scrittore, di fantascienza ma non solo. Ho amato ogni suo romanzo o racconto, spero un giorno di poter acquisire un decimo della sua padronanza nel raccontare.
Una missione impossibile.
Ha qualcuno che le scrive le battute o è così al naturale?
Dovrebbe saperlo.
Questo interrogatorio è contro la legge!
Qui la legge sono io,
Spettacolare questa frase, vorrei averla scritta io!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho sempre amato la lettura e pur cercando di leggere di tutto ho comunque preferito la fantascienza, l’avventura e il giallo: il mio immaginario è stato formato da scrittori come Salgari, Verne, Doyle e Asimov ma anche Richard Matheson, Dan Simmons, Valerio Evangelisti, Robert E. Howard e William Gibson. Per me lettura ha significato anche fumetti partendo dagli immancabili eroi Disney passando da mostri sacri come Stan Lee, Jack Kirby, John Byrne, Neal Adams per arrivare ai tratti più maturi di Frank Miller, al cartooning esagerato di Todd McFarlane o al bonelliano Claudio Castellini. Gli stessi generi mi hanno appassionato anche nel cinema; registi come Tim Burton, Ridley Scott, George Lucas e Steven Spielberg mi hanno insegnato come  trasmettere emozioni, se con profitto o meno vedremo.
Malgrado tutto questo la mia è una formazione tecnica: sono diplomato in elettronica industriale anche se lettere è sempre stata la mia materia preferita.
La mia infanzia è stata tutto sommato felice, vissuta in una Bologna, ovviamente, molto diversa da quella di oggi, circondato da nonne e da una bisnonna sempre pronte a regalarmi il libro o il fumetto che attirava la mia attenzione.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?    

Per la letteratura (e la lettura) davvero non saprei, spesso mi diverto a dire che ho imparato prima a leggere che a parlare, è uno scherzo ovviamente ma ho un ricordo chiaro di me stesso in prima elementare che leggo Topolino seduto su un muretto, mentre i miei compagni giocano a calcio (sport in cui, non a caso, sono una schiappa). A guardare bene anche il piacere di scrivere è qualcosa che mi accompagna da molto tempo: se vado indietro nel tempo mi rendo conto che scrivere un tema è una cosa che mi ha sempre stimolato e difficilmente mi è capitato di non saper davvero cosa scrivere. Piuttosto c’è stato un momento chiaro in cui ho deciso di far leggere ciò che scrivevo e questo è accaduto grazie a un blog che avevo aperto sulla ormai defunta piattaforma Splinder., ma è stato più che altro un pretesto, per come la vedo io chi scrive ambisce a essere letto: quanti diari segreti sono mai rimasti davvero tali?

Hai iniziato scrivendo racconti, apparsi in diverse antologie e vincitori di premi. Poi nel 2010 è uscita la tua prima antologia Io sono Dorian Dum. Parlaci dei tuoi esordi

Ho accennato poco fa a Splinder: da quelle pagine virtuali ho cominciato a raccontare le mie prime storie (molte delle quali sono poi finite proprio in Io sono Dorian Dum) che riscuotevano sempre buoni giudizi dai frequentatori di blog, lettori che non si possono certo definire “teneri”, così ho cominciato a partecipare a vari premi letterari fino a vincere l’edizione del 2008 di Giallolatino. In quell’occasione ho conosciuto il mio attuale editore e autori della fama di Biagio Proietti (Lungo il fiume, Dov’è Anna, La mia vita con Daniela tra le sue più famose sceneggiature per la TV), Andrea G.Pinketts, Andrea Carlo Cappi, Enrico Luceri e Stefano Di Marino.

La struttura del racconto pretende uno stile molto definito, autonomo, personale. Quali sono i tuoi maestri? Quali sono i libri di racconti che hai amato di più?

È vero, scrivere un racconto spesso costringe a misurarsi con un limite di battute imposto e di conseguenza, soprattutto nel caso del giallo o del thriller, a scoprire le proprie carte solo al momento giusto. Per quanto mi riguarda queste sono condizioni molto stimolanti che mi fanno immaginare di condurre una vera e propria sfida con il lettore, spingendomi a trovare continui accorgimenti per tenere sempre alta la sua attenzione.
In questo senso veri maestri per me sono stati Isaac Asimov, Richard Matheson (che purtroppo ci ha lascato da pochissimo) Salgari e Dan Simmons, senza contare i vari Jack Kirby, Stan Lee, Frank Miller, John Byrne, Chris Claremont: dalle loro sceneggiature a fumetti ho imparato la scansione temporale della narrazione d’avventura. Tra i libri di racconti che ho preferito ci sono sicuramente Io Robot e Catastrofi a scelta di Asimov, I migliori racconti di Richard Matheson, Le avventure di Sherlock Holmes di A.C. Doyle e la serie di antologie edita da Mondadori delle storie di Conan il barbaro scritte da Robert E. Howard.

Dai racconti al romanzo. Occhi viola è stato definito un thriller dai risvolti horror. Viola, una misteriosa ragazza ritratta in un dipinto, morta cinque anni prima in circostanze mai chiarite, “sembra” tornata dall’oltretomba per vendicarsi. In che misura la paura, – generata, indotta, evocata -, e il soprannaturale sono presenti in questo romanzo?

Se fossero ingredienti di un dolce, nelle dosi ci sarebbe scritto Q.B. : una regola che uso per tutti i generi che di solito trovano spazio in ciò che scrivo. Personalmente non decido a priori di quale genere scrivere,  mi viene naturale contaminare tra loro più forme narrative, naturalmente compatibili. In questo senso in Occhi Viola la paura e il sovrannaturale, quest’ultimo tengo a precisare non come elemento fondante della trama gialla, sono funzionali alla costruzione del caso che il commissario Sammarchi deve  risolvere.

Raccontaci brevemente la trama e descrivici i personaggi principali.

C’è un ragazzino che in una notte di luna piena entra in una chiesa sconsacrata e vede qualcosa che non deve.
C’è una setta che si fa chiamare “I Legati di Satana” che lo teme tanto da volerlo uccidere.
Ci sono un dipinto e l’antica famiglia di possidenti terrieri che lo conserva.
Ci sono  un cadavere carbonizzato e una misteriosa ragazza di nome Viola che sembra tornata dall’aldilà per vendicare la propria morte.
Questi gli elementi in mano al commissario Sammarchi. Catapultato in un piccolo paese di campagna, per risolvere un apparentemente semplice caso di omicidio, il poliziotto si troverà invece a districare una matassa di eventi che si snoda lungo l’arco di molti anni.
Il tutto sotto l’onnipresente sguardo dei Palmieri: la ricca famiglia che, guidata dal vecchio Emiliano, da decenni esercita il proprio potere su tutto il territorio circostante.
Questi quindi i personaggi principali.
Ranieri: il bambino che di fatto innesca la sequenza di eventi che porterà alle indagini.
Viola: per certi versi la vera protagonista del romanzo, una ragazza che custodisce molti segreti, alcuni dei quali senza nemmeno saperlo.
Il tenente Musolesi: l’ufficiale a capo della locale caserma dei carabinieri e che avrà un ruolo determinante nella soluzione del caso.
E ovviamente il commissario Sammarchi.
Sfrutto questa domanda per parlare della parte artisitico/promozionale legata a Occhi Viola: per la copertina è stata utilizzato un’inquietante scatto delle rovine dell’abazia di S.Galgano della fotografa Cinzia Volpe. La colonna sonora del book trailer, visibile qui http://www.youtube.com/watch?v=oOVxLB-pQXY,  è il brano “Nel sole della notte” concessami da Erika Savastani e Danilo Pao. ovvero i Deserto Rosso.

Ambientato nella campagna emiliana, Occhi viola ha come protagonista il commissario Sammarchi. In cosa si differenzia questo personaggio dal clichè tipico del commissario del giallo italiano?

Prima di rispondere a questa domanda vorrei ringraziarti perché sottintende un complimento rispetto a qualcosa che nella mia scrittura ritengo fondamentale: l’originalità. A proposito di questo ciò che posso dire è che Sammarchi non l’ho costruito a tavolino: è venuto fuori immaginando una persona qualsiasi, non particolarmente simpatica anzi direi scorbutica, con un’intelligenza sopra la media che non si preoccupa di nascondere. Si capisce che ha alle spalle un passato piuttosto movimentato, ancora avvolto nella nebbia.
Dal punto di vista narrativo Sammarchi è funzionale alla storia e al ruolo che riveste, ma non è invadente, non cerca i riflettori come capita per molti dei suoi colleghi.

Parlando sempre dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

Narrazione e luoghi s’influenzano vicendevolmente: modificando anche solo in parte uno dei due elementi la storia cambierebbe radicalmente: nel caso di Occhi Viola la collocazione in un piccolo paese di campagna della provincia italiana mi ha permesso di avere a mia disposizione elementi che ad esempio in una grande metropoli sarebbero fuori luogo e che invece sono fondamentali nell’economia della storia.

Quale è la tua scena favorita del romanzo?

Senza fare troppe anticipazioni è una sequenza che rappresenta il mio personale, e indegno, tributo alla serie cinematografica Die Hard. Chi leggerà (tutto) il libro capirà 🙂

Il personaggio più facile da caratterizzare e quello che ti ha creato maggiori difficoltà.

Il più facile direi Musolesi, il più complesso forse Ranieri: un altro che rischiava di trasformarsi in un cliché.

La scelta degli aggettivi è fondamentale per personalizzare e arricchire un periodo, una frase. Lavori molto su questa parte della scrittura o sei più spontaneo e guidato dall’ inconscio?

Normalmente opero una sorta di mix tra le due cose: c’è una “prima scelta” spontanea e una successiva “rifinitura” più ragionata anche se molto spesso l’inconscio ha già lavorato nella direzione giusta.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Rispettivamente “Il passaggio” di Justin Cronin. “Buio come una cantina chiusa” di Enrico Luceri e “I Dodici” sempre di Justin Cronin, il sequel de “Il passaggio”.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?

Credo di averli citati più volte nell’intervista ma lo rifaccio volentieri per Dan Simmons un autore che definire poliedrico è riduttivo: come Asimov (quello che considero il mio punto di arrivo) e Matheson, ha scritto di tutto senza preoccuparsi troppo di giurare fedeltà a un genere in particolare.
Sono italiani, ma non posso non citare Alessandro Manzoni , Giacomo Leopardi e Emilio Salgari.

Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Certamente i dialoghi, anzi spesso sfrutto le parti di dialogo per far conoscere i personaggi al lettore: credo che per i personaggi di un libro valgano le stesse regole che si utilizzano per le persone reali: vanno conosciuti attraverso le loro azioni e le loro parole e non perché qualcuno ce li racconta. Alla descrizione dei luoghi mi dedico solo se è strettamente funzionale alla storia o se mi serve creare un’atmosfera particolare, come accade ad esempio per la Pieve Rossa nel primo capitolo di Occhi Viola.

Usi metafore o significati nascosti nei suoi libri?

Non esattamente: spesso inserisco delle citazioni a canzoni, film o fumetti, a volte sono nascoste altre nemmeno troppo; in ogni caso fanno sempre parte di quella sfida tra me e lettore, ovviamente a livello di gioco, senza nessuna pretesa di dimostrare o insegnare nulla. In Occhi Viola qualcosa c’è. 😉

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Sinceramente è un problema che non mi sono ancora posto, dici che sbaglio?
Scherzi a parte, credo che cercare di scrivere sempre qualcosa che mi piace sia un ottimo metodo per rimanere indipendenti. Convengo sul fatto che potrebbe non essere sempre possibile, ma mi riservo di affrontare il problema qualora dovesse presentarsi.

Quanto la musica incide sui tuoi testi? Se dovessi formulare una colonna sonora per Occhi viola, quali musiche sceglieresti?

La musica non incide in modo “attivo” sulla mia scrittura, funziona piuttosto da accompagnamento, come scrivi tu da colonna sonora. Per Occhi Viola c’è un pezzo che sembra tagliato apposta ed è Back in black degli AC/DC, insieme a Clubbed to death di Rob Dougan o ancora It’s no good dei Depeche Mode e perché no The final countdown degli Europe, anche se una lettrice ha avuto la pazienza di confezionare un CD contenente una compilation dedicata e devo dire che molti dei brani che ha scelto sono piuttosto azzeccati come Nothing else matters e Mama said dei Metallica, My Sacrifice dei Creed e Iris dei Goo Goo Dolls.

Quali sono i tuoi lettori preferiti? Come possono mettersi in contatto con te?

Oddio, parlare di lettori preferiti mi mette un po’ in imbarazzo. Diciamo che mi aspetto che chi mi legge sia chi cerca storie dove mistero, azione e avventura la facciano da padrone, senza preoccuparsi troppo del genere specifico al quale appartengono. Contattarmi è facilissimo, chi vuole può farlo alle mie presentazioni e attraverso l’ormai onnipresente Facebook: il mio profilo è http://www.facebook.com/doriandum, via twitter: http://www.twitter.com/fabiomundadori  o sul mio sito http://www.fabiomundadori.it, e già che ci siamo anche Google+ fabio.mundadori@gmail.com.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Ho appena terminato di scrivere una nuova storia del commissario Sammarchi che spero veda la luce presto. Alla voce “altri progetti” troviamo un libro su Bologna e un romanzo di “fantascienza” scritto a quattro mani con un collega rimandato per troppo tempo. Ovviamente sto già abbozzando l’idea per il terzo romanzo con il mio commissario.

:: Un’ intervista con Matti Rönkä a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2013

fratelloSalve Mr Rönkä. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matti Rönkä? Punti di forza e di debolezza.

Sono un uomo di mezza età che cerca di osservare e comprendere la vita di un uomo di mezza età. Sono nato in campagna, sono andato a scuola, ho fatto il servizio militare, mi sono trasferito a Helsinki per studiare all’università … Sono andato in una scuola di giornalismo molto famosa, e così ho lavorato per quasi 30 anni in un giornale, alla radio e alla televisione … poi ho deciso di fare qualcosa di più appagante, e ho scritto il mio primo libro … Potrei descrive me stesso come un uomo giovane, insicuro e coraggioso!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Beh, sono nato e cresciuto vicino al confine sovietico, e la guerra era ancora molto vicina – mio padre e tutti i miei zii hanno combattuto – qualcuno è morto, altri sono stati feriti e così via … Così sono stato allevato in modo che sapessi chi fosse il nemico. E allo stesso tempo abbiamo sempre cantato le melodie malinconiche russe, e l’Unione Sovietica era un paese così romantico durante la mia infanzia e la mia adolescenza. E da giovane studente ho viaggiato molto in URSS, e ho capito quanto il paese fosse pieno di contraddizioni. I servizi igienici sono sporchi, ma possono volare verso la luna, non funziona niente ma tutto può essere aggiustato, lo stato può essere molto crudele, ma gli abitanti sono molto amichevoli …

Sei un giornalista televisivo finlandese, sei stato anchorman dal 2003 su YLE del telegiornale quotidiano 8:30 National Report, e ora sei un romanziere. Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi polizieschi?

Quando ho creato Viktor, quando stavo progettando il mio primo romanzo, ho voluto creare un protagonista che fosse unico, diverso dagli altri. Non un poliziotto o un gruppo di poliziotti e poliziotte (normale struttura del poliziesco scandinavo …). E un detective privato nello stile americano non si adatta alla realtà finlandese. La questione delle persone che si spostavano in Finlandia dalla ex Unione Sovietica era un argomento molto discusso in quel periodo, e mi resi conto che avrei potuto usare una persona così. Dandogli un background da esule, capacità speciali e così via. E allo stesso tempo facendo osservazioni sulla società finlandese. E in realtà, lo ammetto, ho fatto un “ pastiche ” di un eroe chandleriano …

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ho sempre letto molto, così posso dire che ci sono molte opere classiche che hanno influenzato la mia idea di una buona trama o alcuni paragrafi e così via. Nei miei romanzi ho cercato di utilizzare alcuni elementi della tradizione del noir americano … Posso dire che ho provato a fare una pastiche del romanzo chandleriano (Raymond Chandler) e combinarlo con alcune caratteristiche del romanzo giallo scandinavo, e con alcuni elementi di umorismo finlandese.

Hyvä veli, paha veli, ora pubblicato in Italia con il titolo Fratello buono, fratello cattivo, è il secondo libro della serie di Viktor Kärppä, ora in Finlandia al sesto romanzo. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando stavo progettando il mio primo libro, ho voluto creare un tipo di eroe diverso, una location e una scena diverse …. e mi sono reso conto che questi argomenti erano molto dibattuti . Ho anche capito che dovevano essere cose che conoscevo (il mio interesse per la storia, la mia formazione, i miei studi, i miei viaggi in Unione Sovietica negli anni 80 ….)
E ho pensato di poter dare un’ immagine della gente e degli affari che la gente della classe media “normale” non vede.

Raccontaci qualcosa in più del tuo protagonista, Viktor Kärppä?

Viktor è solo un uomo, che vuole vivere una vita normale e tranquilla. Ma ci sono molte cose che gli sono successe – cose che non ha effettivamente scelto che accadessero!
Ho descritto Viktor come un uomo, il cui cervello è fatto di acciaio inossidabile, e il cuore di puro ghiaccio …
Ha avuto un addestramento speciale nell’Armata Rossa, e forse avrebbe dovuto agire come un agente in futuro – per il KGB o il GRU (L’intelligence militare). Ma in realtà è solo un ragazzo normale, a cui è capitato di nascere in URSS, a cui è capitato di essere uno sportivo di talento e così via … e il suo paese natale è appena scomparso … tutte cose che non ha scelto. E le cose e le persone del suo passato, della sua storia, ritornano sempre nella sua vita. Puoi vendere o comprare o cambiare quasi tutto – ma non il tuo passato … Ogni persona ha le sue contraddizioni – e questo è quello che è interessante. Credo che, per me la cosa più importante sia, che Viktor è un outsider, o meglio non è completamente integrato nella società finlandese. Le cose si vedono sempre più chiaramente dal di fuori, quando non si è nel mezzo delle situazioni. Ha la sua chiara morale, e cerca di seguire il suo personale codice morale con la sua famiglia e le persone, ma quando le cose diventano più grandi di lui, oppure quando Viktor è trattato male, a volte passa dalla parte sbagliata. Lo seguo ormai da dieci anni, e cerca di muoversi in affari sempre più legali, ma … È possibile acquistare o vendere o dare via quasi tutto, ma non il passato. E questo è qualcosa che continua a tornare da Viktor. Le persone e le cose che ha fatto nella sua vita.

Fratello buono, fratello cattivo (Hyvä veli, paha veli, 2003) è una sorta di noir sociale – quasi un dramma realistico. Come è cambiata la Finlandia dai primi anni del 2000?

Alcune strutture della società sono cambiate. Per esempio molti luoghi in Carelia ora sono luoghi di villeggiatura per i ricchi di San Pietroburgo. Anche San Pietroburgo è molto cambiata – ora l’ élite politica (Putin-Medvedev, ecc) ha alcune cose in comune – il KGB e San Pietroburgo!
Si possono vedere un sacco di russi in Finlandia al giorno d’oggi, che spendono denaro per le loro vacanze nei centri benessere, negli alberghi e nei negozi di lusso. C’è sempre più traffico attraverso il confine!

Puoi parlarci un po’ del libro senza rivelarci il finale?

La cosa più difficile per me è quella di creare il “crimine” … Non mi interessa descrivere la criminalità e la violenza o qualche mistero da risolvere … I miei libri non sono il tipo di romanzi in cui è importante il “chi è stato”. Ho letto che Raymond Chandler scrive grande letteratura poliziesca in modo che puoi strappare via le ultime 20 pagine e apprezzare ancora il libro. Questo è quello che voglio fare anche io.
La trama è come una corda, e io appendo le mie piccole storie e gli episodi dei miei romanzi su di essa. Sto pubblicando il mio sesto romanzo qui in Finlandia, e le mie trame sono sempre più deboli e meno importanti rispetto al resto. Eppure, in questo genere di storie, si deve creare un po’ di tensione e di pericolo, ma per me questo non è il problema principale!

Perché hai ambientato la storia ad Helsinki? Come i luoghi hanno influenzato la tua scrittura?

Credo che sia una location unica – una società molto chiusa, l’impero, il crollo dell’ URSS e tutte le vecchie strutture che scompaiono. Ciò significa un nuovo inizio, ed è possibile vedere il rapido sviluppo di un capitalismo selvaggio … e si possono vedere i problemi legati all’ immigrazione, alla povertà, alla criminalità … Helsinki è come un laboratorio sociale!

Come è cambiata la tua vita dopo il successo?

Sembra che le persone amino veramente Viktor! Dopo aver vinto il Glass Key, un premio riservato ai migliori autori scandinavi di crime, tutto è cambiato. Da allora sono stato classificato tra i primi 10 o 15 scrittori in Finlandia e i diritti dei libri sono stati venduti in 15 paesi stranieri. E’ stato incredibile.

Verrai in Italia, di nuovo, per presentare i tuoi romanzi?

Sì, certo che verrò in Italia per presentare i miei nuovi romanzi e conoscere i lettori di italiani.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando su alcune cose, ma per ora è tutto top secret!

:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Viviana Filippini

21 Maggio 2013

stagnoCiao Ben piacere averti qui a Liberi di Scrivere e per aver risposto alle domande riguardanti Il cielo di stagno, il tuo ultimo romanzo edito da Sellerio con protagonista  Martin Bora.
Il “ciclo Bora” ricopre un arco temporale di otto anni, dal 1936 al 1944, oltre ad essere identificati come romanzi gialli e storici, queste opere possono essere viste come una sorta di romanzo di formazione a puntate?

Re:Ottima domanda. Tradizionalmente, il Bildungsroman è una storia di crescita e formazione. Ho avuto occasione di osservare che nel caso di Martin Bora si tratta in un certo senso di un romanzo di “deformazione” ideologica (la fascinazione di quella generazione per le dittature), che nel corso degli anni di guerra porta un uomo sensibile a ricredersi. Ed è vero che, mentre ogni romanzo è autonomo e può leggersi slegato da tutti gli altri, è pure parte di una progressione che vuole restituire un quadro completo sia delle vicende personali che di quelle storiche intorno al protagonista. In questo senso, serve anche da – spero piacevole – corso di aggiornamento nella storia di quegli anni.

Quanto tempo ci metti di solito a recuperare tutte le informazioni necessarie per la ricostruzione del contesto  storico di ambientazione?

Re:La seconda guerra mondiale ha avuto il privilegio di una forte copertura saggistica, nonché romanzata. Cercare le fonti per episodi meno noti ma coinvolgenti, da usare come contesto per le investigazioni di Bora, richiede pazienza e mesi di lavoro, quando non anche anni. Alcuni romanzi esigono una gestazione piuttosto lunga, al punto che a volte lavoro ad un dato romanzo mentre continuo a raccogliere fonti primarie e secondarie per un altro, che si svolge in un diverso luogo e momento del conflitto. L’apertura degli archivi russi, un nuovo interesse per gli ex-territori tedeschi e le biografie individuali dell’epoca permettono di spaziare attraverso utilissimi testi e immagini sul Web, e non solo.

Come mai hai scelto di ambientare il ciclo giallo con protagonista Martin Bora  proprio durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale?

Re: Studs Terkel ha definito il secondo conflitto mondiale “the Good War”. Con questo intende che da una parte e dall’altra ci fu generalmente consenso per gli interessi e idealità che scatenarono e portarono avanti l’immane disastro. Intervistando veterani alleati e tedeschi anni fa, mi sono resa conto di come per molti di loro, nonostante perdite e sacrifici, il periodo della guerra restasse importante, perfino esaltante. Mi è sembrato perciò una buona idea ambientare una serie di detection proprio in questo periodo tragico e appassionato. È un po’ la storia della Grande Balena, che – vedi Melville – permette e sottintende un ampio affresco narrativo.

La figura di Bora è parzialmente ispirata a quella reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, noto per aver organizzato il famoso attentato ad Hitler. Cosa hai messo in Bora del colonnello realmente vissuto?

Re: Stauffenberg, eroe del fronte e della resistenza antinazista all’interno dell’esercito tedesco, è tuttora un personaggio controverso in Germania. Ufficialmente gli si intitolano strade e monumenti, ma la questione dell’omicidio politico resta scomoda per molti. Come lui, Bora è aristocratico, cattolico, colto, valoroso. Però, diversamente da Stauffenberg, che lavorava per lo Stato Maggiore, Bora è un ufficiale del controspionaggio: ha conoscenze diverse e frequenta ambienti militari contigui ma non identici. La sua scelta di opporsi al Male prende una piega differente da quella degli attentatori del 20 luglio 1944: è meno eclatante ma altrettanto (se non più) efficace, estesa nel tempo, direi quotidiana. Non a caso Bora discende da una famiglia di diplomatici, e ha molto in comune con i Giusti, quali Schindler e Perlasca.

Il protagonista  non è un vero e proprio detective perché è un militare dell’esercito,  ma cosa determina in lui l’istinto dell’investigatore?

Re:  Anche se Heidegger (le cui lezioni Bora ascolta a Friburgo nel 1923) ha delle riserve sulla curiosità, che considera un’attitudine incapace di vero approfondimento, è proprio questo istinto avventuroso di ricerca ed esplorazione che guida il protagonista verso la detection. Sembrerebbe strano che un soldato in piena guerra voglia risolvere casi individuali di omicidio, eppure la giustizia non cessa di esistere sotto le bombe, e il sangue delle vittime chiede di essere ascoltato. Da ufficiale addestrato nello spionaggio militare, Bora ha la preparazione e il fiuto necessari all’investigazione, senza contare la spregiudicatezza che gli viene dall’ambito dei Servizi.

Cosa determinano le esperienze belliche vissute da Martin Bora sul suo essere uomo e soldato ?

Re: Chi ha conosciuto la generazione di quanti, come soldati, come civili e anche come vittime, hanno vissuto la guerra, sa che nulla per loro restò uguale a prima del conflitto. Dell’11 settembre gli americani dicono che “Nothing was the same anymore”. Immaginiamo quello che davvero significa avere perso tutto, dai propri cari agli oggetti quotidiani, dalla casa alla sicurezza lavorativa, dalla salute alla giovinezza. Immaginiamo di avere intorno solo rovine, o neanche quelle, e neanche una tomba su cui piangere. Pur nei suoi privilegi di famiglia e di grado, Martin Bora non è affatto risparmiato dalla guerra: ferite, la perdita dell’unico fratello, l’abbandono della moglie necessariamente ne intaccano le certezze e ne riplasmano profondamente il corpo e l’anima. Eppure il suo coraggio come soldato e la sua pietas come uomo non vengono mai meno: mi pare che sia questa la cifra del suo valore come individuo.

Le due vittime della storia appartengono all’Armata Rossa e le circostanze del loro decesso sono avvolte dal mistero, cosa spinge i superiori di Bora ad affidargli l’indagine per scoprire come  Platonov e Tibyetskji sono morti?

Re: Ne Il cielo di stagno le due vittime eccellenti sono alti ufficiali dell’Armata Rossa, quindi nemici giurati della Germania. Tuttavia, a parte l’imbarazzo di averli “perduti” mentre erano prigionieri di guerra, resta il dilemma di come ciò sia stato possibile. Chi meglio di un ufficiale dei Servizi, per di più provetto interrogatore e conoscitore del russo, per indagare sulla faccenda? Si potrebbe dire che in questo caso i comandanti di Bora preferiscono lavare i panni sporchi in casa propria, anche per l’annosa divergenza esistente tra l’Abwehr di Canaris (che fu impiccato in campo di concentramento nel 1945) e il servizio segreto delle SS.

Di solito in base a cosa scegli il titolo da dare al libro e che significato ha Il cielo di stagno del tuo ultimo romanzo?

Re: La faccenda dei titoli è interessante, perché in modo paradossale alcuni precedono la stesura dei romanzi. Sono un po’ come l’immagine fondativa di cui parlava Faulkner: un germe da cui poi sviluppare una serie di vicende. In altri casi, derivano “naturalmente” dagli eventi narrati, e molto spesso dalla metafora che sottintende il romanzo. Nel caso de Il cielo di stagno, avevo già in mente di usare questo titolo, per la valenza che ha un cielo del colore di un metallo, e soprattutto perché, dopo la vicenda terribile di Stalingrado, la “Città di Stalin (o dell’Acciaio)”, mi sembrava emblematico scegliere un metallo poco costoso come lo stagno, opaco, dal basso punto di fusione.

Questo libro è ambientato nel 1943 dopo la sconfitta di Stalingrado. Cosa ha incrementato questa drammatica disfatta nel morale dell’ufficiale dell’esercito tedesco?

Re:  Contrariamente a quanto si pensa, Stalingrado – città in cui gli assedianti tedeschi divennero assediati e furono poi quasi totalmente annichiliti – non fu il vero giro di boa del Fronte Orientale. Lo sarà sei mesi dopo, nell’estate del 1943, la battaglia di Kursk, in cui la superiorità numerica e tecnologica dei carri armati russi annienterà per sempre le ambizioni hitleriane nell’URSS. Tuttavia fu proprio Stalingrado ad affascinare in senso negativo l’opinione pubblica tedesca. Basti dire che, quando molti soldati stremati combattevano ancora a -30 gradi, la radio ne annunciò la morte eroica in battaglia. Ho conosciuto piloti tedeschi che, comandati di rifornire dall’aria le truppe assediate nella città sul Volga, non avevano altro da paracadutare se non caramelle digestive – a compagni che letteralmente morivano di fame. Rimando al mio racconto “Il giaciglio d’acciaio” (in Natale in Giallo, Sellerio 2011) per l’esperienza di Martin Bora a Stalingrado.

Ciò che colpisce nella narrazione non è solo la minuziosa ricostruzione del fronte bellico, ma anche  della vita nella società civile afflitta  dalla guerra. Perché ha i deciso di inserirla nella narrazione?

Re: Frequentemente i romanzi cosiddetti “di guerra” privilegiano dettagli di tattica, violenza legata ai combattimenti, e l’ambiente rude e spietato dei soldati. Nessuno di questi manca alla serie di Martin Bora, ma ho scelto di dare importanza a tutto quanto circondava le vite degli uomini in divisa: i civili in fuga, le città e i paesi distrutti, il raccolto fallito e il bestiame disperso, ma anche il tentativo di mantenere decenza e pudore nelle circostanze peggiori. In tempo di guerra bordelli, campi di detenzione, ospedali, fattorie, chiese furono sempre e soprattutto luoghi in cui l’umanità si ingegnava a non perdere la speranza. Bora è molto attento a ciò che gli è intorno, e non può non notare i civili cui la guerra è stata imposta: mi sembra importante ricordarlo.

Ne Il cielo di stagno, Martin interagisce con diversi personaggi. Quale è dei comprimari del protagonista quello che ti ha creato maggiori difficoltà durante la fase di scrittura?

Re: Il cielo di stagno vede Bora impegnato a confrontare tipi umani assai diversi. Dai generali nemici al suo giovane attendente ucraino, dai politici in uniforme all’antica amante di suo padre, dagli avversari della Gestapo al medico e al giudice militare che ne condividono la quotidianità. Ognuno di loro è un caso a parte, e la rilevanza che un personaggio ha nel romanzo non diminuisce necessariamente il tempo necessario a disegnarlo in modo credibile. Direi che Larissa Malinovskaya, ex-soprano e vecchia fiamma del padre naturale di Bora, ha richiesto molta attenzione, perché il suo mondo copre diversi decenni di vita russa, dallo zarismo allo stalinismo. Un po’ Mrs Habersham (Grandi speranze), un po’ Nora Desmond (Viale del tramonto), Larissa tiene testa a un ragazzo che potrebbe essere suo nipote, ma ha anche il potere di farla mettere a morte se volesse. Molto intrigante!

Bora è al fronte lontano dalla moglie Benedikta,  volendo potrebbe tradirla in qualsiasi momento, ma le rimane fedele dimostrando una solidità morale forte. Dikta invece è più sfuggente e ambigua,cosa gli nasconde e Bora come riesce ad amarla?

Re: La relazione tra Martin Bora e sua moglie Benedikta, nata fra giovani durante la permissiva Jazz Age, è forse destinata a fallire dall’inizio. Sono troppo diversi, e la passione fisica non può sopravvivere alla lontananza (sia geografica che esistenziale) fra loro. Attraenti, privilegiati, “perfetti”, si sposano immediatamente prima della guerra perché (come dirà Dikta a Roma anni dopo) “allora lo facevano tutti”. Sono e restano soprattutto amanti, ma Bora – cattolico, conservatore e idealista – resiste a ogni tentazione di infedeltà. Per quanto ne so, grazie anche all’occhiuto controllo del patrigno di Bora, il generale Sickingen, Dikta non può fare altro che annoiarsi in assenza del marito. Quello che gli nasconde per almeno tre anni – cosa gravissima ma perfino comprensibile date le circostanze – è che non è più innamorata di lui.

Il cielo di stagno è come permeato da un senso costante di stallo e di sospensione. Che valore ha questo senso di immobilità che mi ha ricordato lo stallo tipico della guerra di trincea del 1914-18?

Re: Ovviamente, ogni volta che un caso criminale deve essere risolto, l’investigatore necessita di un minimo di calma per elaborare le sue teorie. Questo risulta immancabilmente difficile per Martin Bora, dato il suo impegno quasi ininterrotto al fronte dal 1937 (in Spagna) al 1945. Però nei romanzi c’è sempre un momento di respiro, l’attesa di una battaglia importante (Il cielo di stagno) o addirittura del conflitto (Il Signore delle cento ossa), o lo stallo attonito in una “città aperta” come Roma (Kaputt Mundi). La seconda guerra mondiale non fu conflitto di trincea come la Grande Guerra, eppure vi furono periodi di stasi, come la cosiddetta “Phony War” (ottobre 1939-marzo 1940) dopo l’invasione della Polonia, e i quasi cinque mesi di preparazione prima della battaglia di Kursk in Ucraina. Sono spazi cronologici in cui un investigatore “per caso” come Martin Bora può portare a termine le sue indagini con successo.

Se si facesse un adattamento cinematografico con protagonista Martin Bora, quale attore vedresti bene  nei panni del tuo personaggio?

Re:Ah, come dare un volto e una voce a un personaggio letterario? Ognuno di noi ha  immaginato Anna Karenina o James Bond a modo suo, anche a dispetto delle descrizioni fornite dai loro creatori. Fa parte del godimento della lettura, quello di formarsi un’immagine interna tutta propria dei protagonisti. Basti dire che Ian Fleming aveva in mente Alec Guinness quando disegnò 007 – il contrario esatto di Sean Connery o Daniel Craig! Fatta salva la statura e il colore di occhi e capelli, Bora è un po’ come chi legge se lo vede davanti. Nei romanzi si osserva che somiglia ai fratelli Stauffenberg, che ha l’aspetto severo e alza raramente la voce: quanto al resto, è giusto che ognuno lo senta proprio, immaginandolo come il proprio beniamino cinematografico. Non ravvedo fra i famosi attori contemporanei alcuno che somigli all’idea che io ho di Bora. La sua è un’avvenenza maschile di altri tempi. Però nel booktrailer de Il cielo di stagno sul Web gli ho dato gli occhi di Montgomery Clift agli inizi della sua carriera: forse lo sguardo più profondo e sensibile che Hollywood avesse all’epoca….

Potresti dirci  a cosa stai lavorando adesso?

Re:Fedele alla mia infedeltà alla progressione cronologica dei romanzi, sto lavorando al prossimo episodio nella saga di Bora, che tuttavia si svolge due anni esatti prima de Il cielo di stagno. Infatti siamo a Creta nella tarda primavera del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Bora, di servizio all’ambasciata del Reich a Mosca, vi capita con un compito apparentemente mondano (assicurare alcolici nientemeno per Lavrenty Beria, l’anima nera dietro le Grandi Purghe staliniane). Naturalmente, un crimine imprevisto ne prolungherà la presenza creando pericoli e complicazioni. E se Martin rivestirà il ruolo insolito di Teseo nel labirinto, resterà da vedere se avrà accanto un’Arianna disposta a cedergli il filo salvatore!

Ringraziandoti per la tua disponibilità, Ben ho ancora una curiosità. Quale è il libro che hai letto che ti ha più colpito e perché lo consiglieresti ai noi lettori?

Re: Se dovessi fare un elenco dei saggi e dei romanzi che mi hanno non solo colpito profondamente, ma anche aiutato a crescere come persona, la lista sarebbe molto lunga. Mi limito a citare un saggio e un romanzo, per i motivi che dirò. Tra i saggi, sicuramente il primo posto va a Walden, o Vita nei boschi, del trascendentalista americano Henry David Thoreau (1817-1862). Apparentemente, l’opera racconta la sua esperienza biennale in una piccola capanna sulle rive del lago Walden in Massachusetts, attraverso le stagioni e insieme agli amati Classici. In realtà è il manifesto fondativo dell’ecologia, della conservazione, della critica al capitalismo sfrenato. L’autore di Disobbedienza civile mi ha folgorato con due osservazioni: Semplifica! e Si è ricchi in misura delle cose di cui si può fare a meno. Rileggo Walden almeno una volta all’anno, e lo suggerisco caldamente.
Tra i molti, moltissimi romanzi di autori internazionali vecchi e nuovi che mi sono cari, devo dare precedenza a Moby Dick di Herman Melville (1819-1891). Ancora una volta, all’apparenza si tratta di un romanzo di avventure marinare, in cui il capitano Achab si ostina fino alla perdizione a inseguire la balena bianca che gli ha mutilato una gamba. La verità è che Moby Dick è una metafora di vita interiore, lucida follia, spietatezza eppure amore per la vita segreta di uomini incolti e taciturni, come pure delle creature del mare. Dal punto di vista narrativo e tecnico, poi, il romanzo non conosce quasi rivali, tranne forse Song of Solomon della grande Toni Morrison. Chiunque ami leggere o scrivere deve partire da qui!

:: Un’ intervista con Luigi Ricciardi, grazie alla gentile collaborazione di Maurizio de Giovanni

20 Maggio 2013

foto archivioLuigi Alfredo Ricciardi, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non senza una certa emozione la ospito su queste pagine e non mi interrogo più di tanto su come sia possibile questa intervista attraverso il tempo e lo spazio. Commissario della squadra mobile della Napoli degli anni Trenta, un poliziotto infondo, un poliziotto ostinato, umano, poco propenso ai compromessi. Un uomo all’antica, tutto di un pezzo. Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

R. Salve, signorina. Come sapete, io non sono uno che parla molto; mi scuserete quindi se sarò, come dire, un po’ sintetico nelle risposte. Io sono cresciuto in un paese del Cilento, nel palazzo della mia famiglia. Ci penso spesso, e ci tornerò, prima o poi. Magari qualcuno vi racconterà del mio ritorno. Ho studiato in collegio, dai gesuiti, ma temo che non siano riusciti a insegnarmi la fede; la logica sì, quella l’ho imparata. Poi ho studiato giurisprudenza, per poter fare il poliziotto: era… necessario, come potete immaginare. Pregi? Mi ritengo serio, e sincero, per quanto possibile. Difetti? Non sono molto incline alle amicizie, direi.

Non è solo un personaggio di un romanzo, per molti suoi lettori è un amico, un carissimo amico. Che rapporto la lega al suo creatore, Maurizio de Giovanni?

R. Abbiamo una buona conoscenza. Mi pare una persona onesta, che non cerca di abbellire o rendere più brutta la realtà che racconta. Una persona alla quale, avendo delle confidenze, si affida volentieri il proprio pensiero. Ma non è mio amico, e io non sono amico suo, né credo che potremo diventarlo. Apparteniamo a epoche troppo diverse, e troppo diversi sono i nostri valori.

Ci parli della sua Napoli: la Napoli dei vicoli dei Quartieri Spagnoli, del caffè Gambrinus, del lungomare di Chiaia. C’è tanta povertà, ma tanta umanità, tanto calore, tanta solidarietà.

R. Dovrei dirvi del dolore e della sofferenza. Del fatto che cinque bambini su dieci non arrivano a dieci anni, anche nelle famiglie ricche. Della difterite, della poliomielite, del tifo e del colera. E del valore profondo dell’amicizia, dell’amore che dura tutta la vita, dei figli che vengono prima di tutto. La mia città è così, e dal volto di chi mi racconta quando mi sente parlare intuisco che la vostra, nel vostro tempo, sia tanto diversa. Mi dispiace, che gli uomini non abbiano imparato dai propri errori. Ma forse non impareranno mai.

Luigi Ricciardi e la cucina. E’ in fondo un buongustaio, ama la cucina cilentana e i piatti che le prepara la tata Rosa, i dolci tipici di Napoli del caffè Gambrinus. Cosa ama di più mangiare?

R. Ah, la cucina della mia tata. In realtà non amo mangiare, tantomeno cose molto pesanti: mi infligge certe pietanze che ammazzerebbero un maiale. Però è un suo modo di amarmi, cucinare per me, e io non posso e non voglio deluderla. Io sono uno che si nutre, temo. Non sono molto incline ai piaceri della vita, come altri miei colleghi famosi.

Non ha un carattere facile, il rapporto con i suoi superiori, sebbene basato sul rispetto per il suo lavoro, è piuttosto teso. Vive in un periodo difficile, c’è il Fascismo, la gente scompare solo se pesta i piedi a qualcuno di importante, pensiamo al dottor Modo. Non ha paura di risultare sgradito al regime? Quale è il suo rapporto con il potere?

R. Stranamente posso rispondere con un motto caro, appunto, al regime: me ne frego. Non mi interessa la politica, che purtroppo non incide sulla natura umana tanto da eliminare o almeno attenuare le cose orribili che sentimenti e passioni riescono a produrre. Certo, non mi piace chi vuole imporre con la forza il proprio pensiero; e tantomeno chi parla di guerra con la frequenza con cui ne parlano questi signori col fiocco sul cappello e gli stivaloni. Ma almeno, come cerco di far capire a quel testone di Bruno, questi urlano. I più pericolosi, secondo me, sono quelli che sorridono e sussurrano. Ma è solo una mia idea.

Nella sua vita professionale ha seguito tante indagini, sempre con l’aiuto del brigadiere Raffaele Maione, un prezioso e insostituibile collaboratore, ma anche un amico. Ci parli di Maione, che persona è vista da vicino?

R. Maione, Maione. Maione è una persona meravigliosa; grossolano, goffo, un po’ manicheo, senza sfumature. Ma sincero, di grandi sentimenti, dotato di una bontà immensa. Ed è padre, soprattutto; non solo nei confronti dei figli, o della memoria di quello che ha perduto: è padre in tutto e per tutto, nei confronti di chiunque ami. So che mi è affezionato, e io sono affezionato a lui. Crede di proteggermi, ma in realtà sono io a vegliare su di lui conoscendo di più sulla realtà che ci circonda. Spero che la vita non gli dia altro dolore, e che si mantenga com’è a lungo.

Luigi Ricciardi e le donne. E’ un gentiluomo all’antica, molto corretto, rispettoso, educato. Fa l’inchino e il baciamano. Mai picchierebbe una donna. Seppure le ama le donne, il suo carattere riservato e il segreto che la tormenta la rendono difficilmente capace di aprirsi, di corteggiarle, di pensare a costruirsi una famiglia. Come è la sua donna ideale?

R. Per avere una donna ideale, signorina, bisogna credere che possa esistere una donna da tenere vicino. Io purtroppo credo di non potere. Vedete, signorina, io sono pazzo. Io vedo le immagini dei morti ammazzati che mi parlano, vomitando senza sosta, incessantemente, tutto il male e il dolore del distacco dall’esistenza. Credete che sarebbe possibile condividere una cosa del genere con una persona alla quale si voglia bene? Che sarebbe amore quello che si prova per qualcuno al quale si voglia buttare addosso questa sofferenza? Vorrei una vita normale, certo. E quindi vorrei una moglie, e dei figli, una casa calda in cui riposare, lasciando fuori il dolore del mondo. E vorrei non essere così come sono. Vorrei non essere pazzo. Ma lo sono, purtroppo. Quindi, come vedete, è inutile parlarne.

Livia e Enrica un bel dilemma. In cuor suo pensa che un giorno riuscirà a fare una scelta? O la farà per lei il suo autore?

R. Non credo che noi uomini abbiamo in realtà la facoltà di scegliere, sapete. Penso che siano sempre le donne, con la loro tenacia e la sensibilità, a fare una scelta. Livia ed Enrica sono persone a me care, per versi differenti. E non nego di sognare di essere un uomo diverso, in grado di far felice una donna. Ma la realtà è purtroppo quella che vi dicevo prima: sarei davvero sorpreso, molto sorpreso se la mia vita dovesse avere quello che voi chiamate un lieto fine.

Luigi Ricciardi e il Fatto, il segreto di cui parlavo. Forse dipende dalla sua sensibilità, dalla sua propensione ad entrare in comunione con gli altri, specie le vittime, i più deboli. Che rapporto ha con il soprannaturale? Crede in Dio?

R. No, signorina. Non credo in Dio. Non credo che sia possibile che un Essere soprannaturale, che ama i figli che ha creato, possa consentire una tale massa di sofferenza e dolore. Ho visto madri ammazzare i figli senza pietà, figli ammazzare padri, fratelli e sorelle scannarsi, vecchi percossi a morte. E ho sentito le parole del loro ultimo respiro, dell’ultimo dolore. Io non credo che Dio, se ci fosse, sarebbe sordo a quello che sento io. Perché vedo e sento? Perché questa terribile sorte è toccata proprio a me? Non saprei. Forse ho solo una vista migliore, un udito più fine. O forse, come credo, sono semplicemente pazzo.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? E’ già successo che l’abbia fatto?

R. E’ successo, sì. Non l’ho ancora raccontato a quello che voi chiamate il mio autore, e che per me è solo un confidente, ma è successo. Anche se le mie non sono propriamente amicizie, credo che se si prova un sentimento di quella forza sia giusto dare tutto di sé. Senza remore e senza esitazioni.

Luigi Ricciardi e la solitudine. C’è un’ombra scura nella sua vita, un umore nero, una certa tristezza. Un po’ dipende dal carattere, un po’ dal lavoro che fa, un po’ dal periodo storico. Per lei la solitudine è un rifugio, uno stato d’animo necessario, una strada che le permette di far chiarezza in se stesso?

R. Penso semplicemente che se si vuol bene a qualcuno, di questo qualcuno si vuole appunto il bene. E che se si è il male, non si può pretendere di imporsi a chi si vuol bene. Sembra uno scioglilingua, un gioco di parole, ma è così. La mia solitudine, di cui farei volentieri a meno, è purtroppo una condizione necessaria; non per la chiarezza, ma per l’oscurità che porto dentro di me. Che non mi abbandona mai.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

R. Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo. Io so bene che non è così, e questa finzione mi annoia. Mi piace la musica, però, e le canzoni. Ci sono canzoni delicate e struggenti che mi portano nel mondo che vorrei e che so non esistere. La signorina Gilda Mignonette, che talvolta canta alla radio, ha una voce che mi commuove. Avete mai sentito la canzone “Tutta pe’ mme”?

Luigi Ricciardi legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

R. Leggo, sì. Per lo più libri di legge, o di medicina. Qualche autore di romanzi, e vi sorprenderà sapere che la narrativa sentimentale mi attrae molto, forse per lo stesso spirito che ho quando guardo Enrica dalla finestra: per sognare la normalità che mi è preclusa.

Quando inizia un’indagine, quali sono i passi ricorrenti che compie, le piccole scaramanzie? Parte sempre dalla vittima per arrivare al colpevole? Il fatto l’aiuta poco, a volte la mette fuoristrada. Si fida del suo istinto, affinato da anni di esperienza? O la risoluzione dei casi è quasi un incidente, un accadimento inaspettato?

R. Accedo da solo sulla scena del delitto. Non per il Fatto, anche se a volte l’impatto, credetemi, è davvero terribile e temo sempre che l’espressione del mio viso tradisca l’emozione che mi viene riversata addosso. Respiro l’aria del delitto, immagino quello che è accaduto provando a rivedere le immagini del delitto. Non voglio essere distratto da nulla. Poi ripercorro la vita della vittima, cercando il punto in cui il flusso di un sentimento come l’amore, l’amicizia, sia stato deviato e abbia dato luogo a gelosia, ossessione, odio. Da quel punto in poi, risalire al colpevole è più facile. Non si può riparare al danno enorme che alla società fa il delitto, certo. Ma possiamo almeno mettere le cose in ordine, e impedire che una mano assassina possa ripetersi. Non è poco, d’altronde.

La sofferenza delle vittime, la sofferenza dei colpevoli. Il male rende tutti vittime. Come vive la sua condizione di mediatore tra queste due realtà contrapposte?

R. La sofferenza non è migliore o peggiore secondo chi la prova. Ho visto molti casi in cui la vittima era largamente più colpevole dell’assassino, secondo la giustizia naturale. Ma io amministro la giustizia degli uomini, e quella devo seguire. E l’assecondo, a meno che i suoi effetti non ricadano su teste innocenti, figli, mogli il cui destino diventa irreparabilmente compromesso dalla malvagità. A quel punto mi sento in dovere di cautelare coloro sulle cui teste ricade la colpa altrui.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine?

R. Si avvicina l’estate. Il caldo fa strane cose, sapete; ha effetti sulle menti, quello che sembra sopportabile in primavera non lo è più quando il caldo soffoca il respiro e rende un inferno i vicoli dove l’aria non si affaccia. Ecco un consiglio per voi, signorina: state attenta al caldo. E più in generale, abbiate cura di voi. Ora vi saluto.

:: Un’ intervista con Matt Bondurant a cura di Giulietta Iannone

16 Maggio 2013

Matt BondurantGrazie Matt per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matt Bondurant? Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Mount Vernon, all’estremità sud di Alexandria, a due passi dal fiume Potomac  e dalla casa di George Washington. La tipica vita di periferia degli anni Settanta: grandi cantieri, recinzioni, il fiume in fondo al quartiere. D’estate uscivo la mattina e non tornavo a casa fino all’ora di cena. Trascorrevo molto del mio tempo in piscina, nel fiume, o in uno qualsiasi dei numerosi torrenti, ruscelli e canali della zona. Tornavo a casa bagnato tutte le volte. Ricordo che quando ero alle elementari scrivevo delle storie e mi sembrava di avere una certa facilità a farlo. Certamente ammiravo e perfino adoravo gli scrittori e sin da quando ero al liceo e al college ho scritto un sacco di (cattiva) poesia, ma non mi sono mai considero seriamente uno scrittore – nel senso di una vocazione di una vita – almeno fino all’ultimo anno del mio programma MA.
Sin da quando ero molto giovane ho sviluppato un grande amore per la lettura, per lo più a causa del rapporto di mia madre con i libri. Andavamo in biblioteca ogni settimana, portando ogni volta a casa una bracciata di libri, molti di più di quelli che potevamo leggere. Devo ancora incontrare un libro scritto prima del 1950 che mia madre non abbia letto. Inoltre i miei genitori nei fine settimana tenevano una bancarella d’antiquariato, e in quei giorni (era il 1970) si poteva lasciare solo un ragazzo di 8 anni in una bancarella di libri usati per l’intero pomeriggio. Dalla 4 elementare al mio ultimo anno di liceo trascorsi la maggior parte del mio tempo a scuola cercando di nascondere i libri sotto il banco. Volevo averne diversi, così li cambiavo quando me li confiscavano. Ho sempre amato la tranquillità e la solitudine, e così trascorrevo intere giornate da solo. Ero presumibilmente un bambino normale: facevo sport, giocavo con gli amici, e tutto il resto. Solo leggevo un sacco di libri.

Sei attualmente docente di letteratura e scrittura creativa presso l’Università del Texas a Dallas. E’ iniziato così  il tuo interesse per la scrittura?

No, scrivevo già da circa dodici anni prima di iniziare a insegnare all’ UTD.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro? Perché hai scelto di scrivere fiction?

Ho scritto un paio di cose in un workshop che hanno funzionato bene. Così in qualche modo sono andato alla Florida State University e quando mi sono presentato a Tallahassee, in fondo gettato nella fossa dei leoni, il mio apprendistato è davvero iniziato. E ancora non è diventato un “un vero lavoro” – almeno non lo considero un lavoro. Finora.

Sei l’autore di tre libri: The Third Translation, The Wettest County in the World e The Night Swimmer. Come trovi di solito le idee per un libro?

Nascono da una combinazione tra le mie esperienze di vita, le storie che ho sentito da altre persone, le cose lette, e quasi nient’altro. Sono anche molto ispirato dai luoghi e dalle ambientazioni, e poi succede che un personaggio prenda vita e non posso lasciarlo andare via.

Ora parliamo di The Wettest County in the World, ambientato nella Virginia rurale, durante la Grande Depressione e l’era del proibizionismo, romanzo che  racconta la storia di tuo nonno, Jack Bondurant, e dei suoi fratelli. Ora pubblicato in Italia da Dalai Editore con il titolo La Contea Più fradicia del Mondo. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ero giovane, un paio di volte l’anno, la mia famiglia viaggiava in macchina fino a Snow Creek, quattro ore da Alexandria, per visitare i miei nonni. I fratelli e le sorelle di mio padre vivevano tutti nella zona, così che questi raduni di solito si trasformavano in vere riunioni di famiglia in vasta scala piene di Bondurant ogni volta che venivamo in visita; tutti gli zii, le zie, i cugini e altri affollavano la vecchia fattoria dei miei nonni per grandi e interminabili pranzi, e lunghe chiacchierate intorno alla stufa a legna in cui in realtà ben poco veniva effettivamente detto. Ho trascorso la maggior parte del tempo facendo la lotta nei fienili con i miei cugini più grandi, alla guida di trattori, al mattino presto, lungo le rive fangose del torrente, e afferrando a mani nude le recinzioni elettrificate del bestiame come prove di coraggio. Mio nonno è morto quasi a novant’anni, il giorno prima aveva appena acquistato un nuovo camion ed stava costruendo una nuova casa.
Ho molti ricordi di quel periodo, e di mio nonno, la sua tranquillità, la sua faccia simile ad un falco, le uscite all’alba con il pick-up per governare il bestiame, lo stoicismo impressionante di quest’ uomo. Ricordo anche il ripostiglio dove erano appesi al muro i suoi fucili. Questo non era così insolito, in quei giorni nella Contea di Franklin i fucili da caccia erano appesi su quasi tutte le superfici piane disponibili, e in molte case lo fanno ancora. Ciò che mi ha colpito di questa particolare rastrelliera  era la coppia di tirapugni arrugginiti appesi a un chiodo appena sotto la rastrelliera. Da ragazzo l’idea di un uomo che si mette quel pesante attrezzo metallico, unicamente progettato per devastare la faccia di un altro uomo, era una cosa entusiasmante e ho trascorso lunghi periodi di tempo guardando quei tirapugni. Per me hanno rappresentato qualcosa di straordinariamente primordiale, appeso sotto le armi, come a dire: se sei è ancora vivo quando avrò finito le cartucce, prenderò questo pezzo di metallo dal muro e ti prenderò a pugni fino a farti perdere i sensi. Tornavo a tavola, e il volto placido di mio nonno assumeva una luce completamente nuova. Ero terrorizzato di lui e nello stesso tempo affascinato dalla vita che aveva condotto.
Non seppi del suo vero passato e del suo coinvolgimento nelle vicende che caratterizzarono i primi anni Trenta fino a molto più tardi, solo pochi anni prima della sua morte. Mio padre non sapeva nemmeno che fosse stato ferito fino a pochi anni prima della morte di nonno Jack, quando durante alcune ricerche genealogiche si è imbattuto in una serie di articoli di giornale che documentavano gli eventi di Maggodee Creek, del dicembre del 1930. Interrogato sulla sparatoria mio nonno si limitò a dire: “Oh sì, mi hanno sparato proprio qui”, e ha sollevato la camicia per mostrare a mio padre la cicatrice sotto il braccio. Non aggiunse molto di più, ma nella mia famiglia a dire il vero non si parlava molto. Questo successe quasi venti anni fa, ed è giusto dire che ho lavorato sul romanzo da allora. Ho lottato molto chiedendomi se scrivere la storia della mia famiglia poteva in qualche modo offendere qualcuno. Ma alla fine ho dovuto chiudere l’argomento nella mia testa e ho cercato di scrivere la storia nel modo migliore possibile. Ho pensato che avrei ripulito e revisionato tutto, ed è così che ho fatto. In termini di verosimiglianza storica ci sono un sacco di lacune nella storia della mia famiglia. Queste persone non scrivevano diari, non scrivevano lettere, e a malapena scattarono qualche foto. La mia strategia di base è stata quella di basarmi su alcuni dati storici reali di cui ero a conoscenza, i fatti che sono state documentati nei giornali e nelle trascrizioni del tribunale, ad esempio, e poi li ho usati come una sorta di punti di una costellazione, collegando i puntini per gli altri eventi, cercando di tener conto dello spazio che passa tra il drammaticamente interessante, e lo  storicamente plausibile. Guarda, Faulkner ha detto che una buona storia vale un numero infinito di vecchie signore. (NdT Se uno scrittore deve rapinare sua madre non esiterà a farlo: Ode su unurna greca vale un numero infinito di vecchie signore- Paris Review interview, -1958. ) Questa era una buona storia.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro, senza rivelare il finale?

La trama di La contea più fradicia del mondo? Ok, tre fratelli, contrabbandieri d’alcool durante il proibizionismo, si scontrano con il racket, imposto da uomini di legge. Uno scrittore, un tempo famoso, indaga.

Quale è la tua scena preferita ne La contea più fradicia del mondo?

Amo molto alcune scene con Howard. Lui è forse il mio personaggio preferito. Mi piacciono anche le scene con Forrest e Maggie.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato il tuo stile?

Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. Uno dei libri più importanti della letteratura americana del 20 ° secolo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

In un certo senso ho lavorato su questa storia per la maggior parte della mia vita. Ho avuto la fortuna di trascorrere negli ultimi 35 anni o giù di lì un sacco di tempo nella Contea di Franklin, in Virginia, con i miei numerosi parenti, e così ho potuto conoscere di prima mano molte cose. La cosa grandiosa delle aree rurali è che cambiano ad un ritmo diverso, molte cose non sono cambiate molto negli ultimi 60 anni, a volte in modo allarmante. Almeno la gente, in genere. Ho preparato questo libro negli ultimi venti anni, e ho cercato di narrare le storie e gli aneddoti sulla mia famiglia che amici e la gente mi hanno raccontato ai cocktail party. Ci sono scrittori che non parlano molto del loro lavoro, di cosa stanno scrivendo, come se ciò fiaccasse la loro forza o togliesse qualcosa della freschezza della loro creazione. Cosa che ha senso, anche se a me piace provare il materiale sulle persone, mentre scrivo.
Detto questo ho investito un sacco di tempo nelle ricerche tradizionali, consultando libri, articoli e siti web per approfondire i dettagli. Non è troppo difficile scoprire cose come il prezzo del latte nel 1932, o come il tabacco viene raccolto e lavorato, o ciò che un ragazzo potrebbe mangiare per colazione. Ciò che è stato difficile è stato ricreare la miriade di pensieri interiori, desideri e sogni di questi personaggi. Che cosa fa un adolescente nel 1932, cosa pensa seduto sul bordo del letto durante la notte, o mentre va  in città? Mio padre si avvicinò con la risposta migliore: le stesse cose che fanno ora. Gli istinti fondamentali e i desideri delle persone non cambiano molto. Un diciottenne (in qualsiasi momento) vuole una ragazza / ragazzo, soldi, notorietà, la possibilità di dimostrare quanto vale, dare un senso alla sua vita. E una macchina. Mio padre ricorda che suo padre gli diceva che la cosa che voleva più di tutto nel 1930 era un paio di stivali (costavano $ 2 – lui non ce l’aveva). Voleva anche essere qualcuno che le persone notassero, qualcuno di valore.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, nostalgico, molto poetico. Quali poesie sono tornate più spesso nel corso della tua vita?

Sono molto affezionato al lavoro dei romantici del 19 ° secolo, da Whitman a Wordsworth, e mi piace molto anche la poesia di maestri contemporanei come Philip Levine, Larry Levis, Edward Hirsch, Jane Springer.

Puoi raccontarci un po ‘di tuo nonno, il protagonista, Jack Bondurant? Lo hai conosciuto? Quali ricordi hai di lui?

Purtroppo l’ho conosciuto solo quando io ero molto giovane e lui era molto vecchio. Era taciturno, tranquillo, e in generale molto spaventoso.

Il regista John Hillcoat ha girato un film basato sul romanzo La contea più fradicia nel Mondo dal titolo Lawless. Cosa ne pensi di questo film?

Sono contento che la gente sia così entusiasta del film, anche se penso che dipenda molto più  da alcuni attori, come Shia LaBeouf, Tom Hardy e Jessica Chastain, di quanto dipenda dal mio libro. Non penso che i cambiamenti siano stati importanti, ma ce ne sono alcuni significativi. Tutti gli eventi principali, le scene centrali, ci sono, e anche tutti i personaggi, salvo Anderson. Un sacco di dialoghi sono presi direttamente dal mio libro. Ma molti dei personaggi sono stati modificati, a volte in modo significativo, e un paio di scene sono state alterate, e alcune decisamente tolte. Fondamentalmente tutto è stato accorciato, amplificato, ed esagerato, e mi hanno detto che è una procedura standard per i film tratti da un libro. Naturalmente la maggior parte degli aspetti importanti sono sfumati, come ad esempio il rapporto tra i due fratelli, ma come potrebbe non esserlo? Si tratta di una variazione necessaria perché un film diventi un oggetto d’arte, per essere visualizzato di luce propria. Penso spesso che la relazione tra il film e il libro sia molto simile al rapporto che c’è tra il libro e la vera storia di mio nonno e dei suoi fratelli: un mix di realtà e finzione, cercando di rimanere fedele al contenuto originale, ma costretti ad alterare il materiale per rendere il lavoro una forma d’arte. Penso che il regista John Hillcoat e lo sceneggiatore Nick Cave (che ha composto anche la colonna sonora) abbiano fatto un tentativo nobile e sincero di rimanere fedeli al libro e alla storia, e di questo sono grato.

Quali libri ti hanno accompagnato nel corso della tua vita? Hai un autore contemporaneo preferito?

Sì, c’è un libro che mi ha accompagnato nella mia infanzia: The Children’s Anthology of Folktales, Myths, and Legends. Ho letto questo libro quasi ogni notte per un decennio, i racconti di Odino e Loki, Robin Hood, Jack the Giant Killer, li ho letti tutti più e più volte. Penso che questo libro abbia influenzato il mio modo di intendere una storia e gli aspetti elementari della narrazione. Ci sono solo, dopo tutto, una manciata di storie, e le grandi leggende e i miti sono i migliori archetipi della narrazione, distillate nel corso dei secoli.
Ma in tutto questo tempo non ero uno scrittore. Ero un lettore. Ancora non mi considero uno scrittore. John Updike è uno scrittore. Margaret Atwood è una scrittrice. Pynchon, McCarthy, Dellilo, quelli sono scrittori. Io sono solo un tizio che ha scritto un paio di cose. Cerco di scrivere. Tengo in grande stima il titolo di “scrittore”, e non credo che dovrebbe essere usato con tanta leggerezza. Mi piace molto anche il lavoro di Adam Johnson, Barry Hannah, Annie Proulx, Russell Banks, e Martin Amis.

Descrivici una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?

Beh abbiamo due bambini a casa al momento, uno di quattro e uno di due anni, per cui lavoro molto poco in questi giorni. Se non sto insegnando a scuola, cerco di barricarmi nel mio ufficio a casa, sperando che le mie piccole pesti non mi disturbino. Sono fortunato se riesco a scrivere un paio d’ ore al giorno. Non ho nessuno schema fisso, e la mia disciplina fa pietà. Nessuno dovrebbe imitare i miei metodi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono. Non succede molto spesso che ne faccia però. Oltre al tour per il film, ho fatto molte poche presentazioni per i libri. Non si fa molto di più di questi tempi, se non si è super-famosi.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Quand’e ‘che mi inviti? (E paghi il mio volo, il mio alloggio, ecc? Quindi non tanto presto, immagino)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un grande romanzo intitolato The Son di Phillip Meyer, una epopea del West americano.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori:

David Goodis – scusa, non ho mai sentito parlare di lui.
Flannery O’Connor – gloriosa
James Crumley – non so chi sia
Charles Willeford – neanche questo
Joseph Wambaugh – o questo
Joyce Carol Oates – prolifica
Nabokov – genio
Cormac McCarthy – ipnotizzante

Com’è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Penso sia buono. Mi possono scrivere una email, o su facebook, o su twitter, ecc non ricevo un sacco di richieste o di lettere,  a dire il vero. Mi piacciono i miei lettori in generale. Spero di piacere altrettanto io a loro.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì. Un romanziere è sempre al lavoro su un nuovo romanzo. Credo. Ora sto lavorando a un programma TV per la HBO, ma chissà come andrà a finire.

Liberi di scrivere recensisce La contea più fradicia del mondo: qui

:: Un’intervista con Giovanni D’Alessandro a cura di Giulietta Iannone

10 Maggio 2013

tanaOggi diamo il benvenuto su Liberi di Scrivere allo scrittore Giovanni D’Alessandro che ci parlerà del suo ultimo romanzo La tana dell’odio, edito poche settimane fa da San Paolo Edizioni. Prima di parlare del romanzo, Giovanni, mi piacerebbe parlare di te. Pescarese d’adozione, sei nato a Ravenna da famiglia abruzzese nel 1955. Laureato in legge, appassionato di letteratura anglosassone, oltre che romanziere collabori con il quotidiano abruzzese «il Centro». Presentati ai nostri lettori.

L’hai già fatto tu. Aggiungo solo che da due anni non scrivo più sul quotidiano abruzzese, col quale continuo ad avere un rapporto di amicizia. Ho collaborazioni con quotidiani nazionali che considero preziose, perché intercettano il pubblico nella vita di ogni giorno ed è una frequenza cui tengo molto. Un esempio: il recente, copiosissimo, appassionato ritorno, soprattutto da imprenditori del nord Italia, che ho avuto per la “Lettera a un aspirante suicida” ospitata su Avvenire qualche giorno fa mi ha lasciato senza parole. Ho sentito il polso, ferito e pulsante, robusto e combattivo, teso e pronto a captare nuovi segmenti di mercato, di una fascia sociale, oggi piegata, ch’è stata l’orgoglio dell’hand made italiano. Hanno chiesto i miei riferimenti alla redazione e mi hanno scritto o telefonato imprenditori che fino a ieri avevano 200 operai e oggi vivono in un miniappartamento in affitto. Ho parlato con loro, anzi stabilito rapporti già profondi anche se nati da poco, con loro. Ci incontreremo. Il giornalismo è una scrittura preziosa, è il vissuto reale e quando riesci a sollevarlo verso una dimensione di dialogo, ti accorgi, a volte il giorno stesso della pubblicazione di un pezzo, se hai fatto centro. La narrativa pratica altri pentagrammi. E’ astrazione dal reale, fascinazione, affabulazione, ciò che non esclude possa avere anche valenza di approccio più avanzato alla realtà stessa. Sono due forme di scrittura autonome e  molto importanti per ogni “scrittore”, termine che non dev’essere sinonimo, come avviene di solito, di narratore. Io mi sento scrittore di pezzi per giornali almeno quanto lo sono di romanzi.

Hai esordito nel 1996 con il romanzo Se un Dio pietoso, edito da Donzelli. Un debutto felice, caso letterario dell’anno, tradotto in diverse lingue, finalista al premio Viareggio. Come è nato il tuo amore per la letteratura, specialmente anglosassone, e poi per la scrittura?

E’ nato dal fascino per i libri, maturato fin da bambino. Vengo da una famiglia di lettori, poco intellettualoidi, molto “sostanziali”. Casa mia era una casa di porte che si chiudevano, con gente ritirata a leggere ognuno nella sua stanza. Una tacita tregua di non interruzione delle alchimie magiche che avvenivano dietro quelle porte chiuse era condivisa naturalmente, senza bisogno di essere ricordata o formalizzata: se vedevi  uno sui libri, dicevi a chi lo cercava per telefono: chiama dopo.  Poi – usciti dall’antro delle alchimie- rientravamo nella vita di ogni giorno, con una decisa ironia e con divertimento. Ma restare ognuno col suo libro in mano, nel proprio habitat mentale e spirituale, era una parte della nostra quotidianità: un atto naturale quanto il respirare. Penso avessimo una predisposizione genetica ad affrontare la vita così. Eravamo e siamo, anche quelli che non ci sono più, born reader, lettori nati; con la stessa fascinazione anche per altre forme d’arte come il cinema o la musica. Il lettore nato è come un violino Stradivari o un Guarnieri del Gesù che deve essere scaldato dalla pratica, affinato dalla disciplina, premuto e sollecitato sulle corde per cavare da sé le note, fonde e acute, del buon legno da cui viene; per farsi strumento cioè di veicolazione di armonia, melodia, ritmo. Il lettore nato è come una nave che solo andando per mare entra nel suo elemento naturale e impara a navigare. Noi eravamo maneggiatori di libri. Grandi navigatori di storie – con solido ancoraggio alla realtà, se posso aggiungere. Il mio esordio nella narrativa avvenne in modo casuale nel 1996, con la pubblicazione del romanzo ambientato nell’Abruzzo del 1708 Se un Dio pietoso, il quale prende le mosse dal rovinoso terremoto che aveva devastato la città di origine della mia famiglia, Sulmona (oggi in provincia dell’Aquila) nel 1706, causando mille morti. Prima ero stato solo un lettore, non avevo scritto neanche una lettera d’amore a una fidanzatina o una mezza poesia; soltanto pubblicazioni giuridiche, in cui alcuni rilevavano per la verità un certo gusto per la parola. Ma a parte questo, nulla. Ero preda della classica ritrosia a scrivere del forte lettore. Tuttavia dopo il Classico, nel ’96 erano vent’anni ormai che gli studi tecnici di legge e la mia attività mi avevano allontanato dalla letteratura classica… qualcosa mi spingeva a cimentarmi col rimettere i piedi sul mio terreno di formazione. Risposi alla sollecitazione di un editore che chiudeva un punto vendita in Abruzzo, lamentando l’assenza di proposte narrative da autori abruzzesi. Penso adesso che non si riferisse neppure agli esordienti, ma io lo intesi così e buttai  giù un plot come se fosse stata un’ipotesi di pubblicazione giuridica. Lo faxai a mezzogiorno a lui e un altro notissimo editore nazionale. Il secondo mi chiamò due ore dopo per dirmi che voleva assolutamente pubblicare un romanzo con quel soggetto. Lo scrissi e l’anno dopo, il 1997, prese molti premi, fu lodato dalla critica, popolò le pagine dei media,  venne tradotto dai più importanti editori europei, per essere recensito e premiato anche all’estero. Poi stop. Totale. Per 8 anni. Era stato troppo? Non lo so. Incise anche una fase personale un po’ travagliata, ad allontanarmi da un terreno di bellezza che mi sembrava di non poter o voler ripercorrere in quella fase. Dal punto di vista editoriale, un suicidio, comunque, dopo un esordio del genere.

In seguito sono venuti i grandi editori: nel 2004 hai pubblicato con Mondatori I fuochi di Kelt, vincitore dello Scanno 2005; due anni dopo con Rizzoli La puttana del tedesco, vincitore del premio Fenice Europa 2007. Una carriera costellata di premi e riconoscimenti. In che misura il talento e il duro lavoro incidono in un successo? Di quali autori, italiani e stranieri, ti senti debitore?

La disciplina è il talento della costanza. Ripartire a scrivere dopo otto anni me l’ha insegnato. Una volta ripreso, non ho smesso più. O non entri in palestra o ti alleni costantemente. O non fai venir su i muscoli o li tempri, sennò si afflosciano. Gli autori italiani e stranieri di cui mi sento debitore? Tanti. Troppi per fare alcuni nomi, senza recar offesa agli omessi. Una certa predilezione c’è per i classici, perché nel classico c’è l’appeal universale, c’è la scintilla del genio nascosta in questa o quella pagina. Oggi si spacciano per classici dei non-scrittori che hanno pubblicato per contiguità e contatti, non sempre confessabili, con la grande editoria; non-scrittori che, dopo aver afflitto magari svariate generazioni di lettori, si autocelebrano in raccolte consuntive, postume o, com’è oggi invalso, in vita. Così la non-scrittura protratta per decenni si musealizza… in operazioni in “parallelo” (intelligenti pauca) e simili. E’ l’apoteosi del grottesco. Lo spaccio della bestia trionfante. Torno alla domanda: ho letto gli anglosassoni dal 1800 in poi. Ma anche i francesi. I tedeschi. I russi. Anzi no, non li ho letti. Li ho amati. Non importa quanto si legge, importa quanto si ama. Un rigo che da una pagina ti entra, e ti dilaga, nell’anima per accompagnarti tutta la vita, vale più di cento libri scorsi ma non posseduti, non fatti propri. Tra gli italiani come si fa a non amare Manzoni?  E’ così inquieto e inquietante. E la commossa profondità di Pomilio? La visionarietà di Bufalino? Il sognante desiderio di oblio di Tomasi di Lampedusa? L’incandescente distacco di Fenoglio, la panica magia di Buzzati, la lunare eleganza di Landolfi, l’appassionata asciuttezza di Magris… basta, ci fermiamo qui, sul limitare della selva selvaggia degli omessi in cui non dovevamo metter piede.

Quest’anno hai pubblicato La tana dell’odio, un romanzo doloroso su una ferita aperta dell’Europa, la guerra nell’ex Jugoslavia. Quando si parla di guerra la si immagina sempre lontana, in Iraq, in Afganistan, separata dalla nostra quotidianità. Invece Sarajevo è ad un passo da noi, solo varcato l’Adriatico, il suo lungo assedio, documentato dai mezzi di informazione ci ha presentato un dramma che avveniva nel cuore dell’Europa. Come hai trattato questo tema nel tuo romanzo?

Partendo proprio dalle tue parole, dalle interrogazioni sul mistero del male – centro di ogni teologia e  filosofia, inesausta domanda che l’uomo rivolge a se stesso dagli albori della storia, anche il più vulnerato agnostico, anche il più fervido credente – perché questa assurda guerra colma di atrocità ne è un simbolo. Si è svolta nel cuore dell’Europa pochi anni fa, dal ’92 al ’95, con uno dei suoi epicentri nel martirio della capitale della Bosnia-Erzegovina Sarajevo, città iconica di una secolare integrazione  multietnica, multiculturale, multireligiosa, sulle cui bellissime montagne solo otto anni prima, nell’84, tutto il mondo era convenuto per le olimpiadi invernali. La storia non è magistra vita, non ha insegnato niente, né quella remota né quella recente; è maestra di rimozione, semmai. Le tane dell’odio sono sempre attive, sono tra noi, ma noi disimpariamo di volta in volta a individuarle e cercarle. Disimpariamo a riconoscere l’odio al suo stanarsi e prendere a strisciare tra di noi  perché non ripete mai le forme assunte in passato, le diversifica. Diabolico, cangiante, il male assume forme sempre più avanzate di quelle che può cogliere la labile percezione prodotta in noi dalla rimozione, dall’abbassamento del livello di guardia e dalla colpevole ignoranza, mascherata da informazione, che caratterizza questa società.

Protagonista de La tana dell’odio è Giuseppe Vegagni, nato Jusuf Samirovic. Allo scoppio della guerra era solo un bambino, anni dopo lo troviamo in Italia, adottato da una famiglia italiana, diventato medico. Parlaci del tuo personaggio, si ispira ad una persona realmente esistita? Assistere alla distruzione della sua famiglia di origine incide dolorosamente nella sua coscienza. In che misura la vendetta e il perdono si fanno largo nella sua anima?

Non è un romanzo sulla vendetta e lo avrebbe ucciso essere un romanzo dal facile accesso al  perdono: sono dimensioni troppo intime perchè uno scrittore possa violarle trasferendole in una narrazione. La tana dell’odio è un romanzo-monito sulla reviviscenza del male, sulle mortali ferite che produce nell’anima e sulla esigenza di sopravvivere ad esse per tornare a vivere. E’ una storia  sulla difficile mediazione tra memoria e cancellazione, dinamiche entrambe vitali. E indomabili.

Alla ricerca di se stesso, di un equilibrio che sembra incerto, minato dall’assassinio dei suoi genitori, decide di ritornare nei luoghi della sua infanzia in cerca della verità. Cosa trova?

Trova il passato, destinato però a rovesciarsi nel suo presente in un modo particolarissimo e crudele, come se fosse sempre stato in agguato per lui. Un passato che il protagonista sperava sepolto coi suoi cari, sulle cui tombe torna per la prima volta dopo vent’anni, dopo avere assistito alla loro tragica uccisione; mente non era affatto seppellito con loro. Ciò rende per lui più drammatica la mediazione di cui parlavamo prima.

Rimozione e memoria, in che misura questo binomio influenza la vita del protagonista?

Totalmente; rimozione, immagino intenda tu, non nel senso di allontanamento della memoria, bensì di riemersione da essa: il protagonista Jusuf-Peppe, nelle mie pagine è animato, lacerato, mosso da questo binomio.

Ricordare è dolorosamente necessario, penso per esempio alla tragedia della Shoah. Che relazione c’è tra il bisogno di cancellare il male e il perdono?

Secondo me? Il perdono (che  – torno a  dire – non è tema di questo mio romanzo politematico) nasce dalla coscienza del male subito e quindi dalla memoria. Il vero perdono se è tale, vale a dire dimensione finale di un approdo spirituale trascendente, non giustificato da logiche umane, non può che nascere, umanamente, dal doloroso ricordare che tu dici. Di più: dal coltivare il ricordo.

Se dovessi pensare ad un adattamento cinematografico del tuo romanzo, che regista sceglieresti, quali attori?

Giacomo Battiatio, autore del bellissimo Résolution 519, film poco distribuito in Italia e molto lodato all’estero dov’è stato prodotto e realizzato, sulla tragedia della Bosnia-Erzegovina: prende  nome dalla risoluzione dell’ONU la cui inapplicazione portò all’eccidio di Srebrenica e alle altre centinaia di stragi ed  efferatezze di questa guerra.

Nel finale c’è spazio per la luce della speranza?

Sì. Thanatos  – odio violenza morte – non prevale su Eros, forza vitale

Parlaci del titolo: come l’hai scelto, nasce da un proverbio?

Nasce da un proverbio prodotto dalla dolorosa saggezza dei Balcani, che funge da leitmotiv del romanzo : “L’odio dorme in una tana di neve, temi ogni giorno che si leva il sole”. L’odio nella sua tana dorme un sonno leggero, sotto un esile strato di neve che il sole, ogni giorno senza colpa sorgendo, può sciogliere, ridestandolo.

Grazie della tua disponibilità, nel concludere questa intervista, permettimi un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

I muscoli vanno tenuti tonici! La palestra di cui parlavamo prima è aperta h24. E’ una dura palestra. Dopo la quale ci vorrà un po’ di riposo, dopo. Ma siamo già quasi a metà del nuovo romanzo che uscirà tra le strenne del ’14 e le prime settimane del ’15 con un nuovo editore. Sempre che l’editoria italiana sia ancora in piedi tra due anni.

:: Un’intervista con Massimo Gardella a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013

il male necessarioCiao Massimo, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Per prima cosa parliamo di te: sei nato a Milano nel 1973, ti sei laureato in letteratura anglo-americana, lettore per Piemme e poi per Rizzoli, traduttore, critico, scrittore. Parlaci un po’ di te, descriviti come se fossi un personaggio di un tuo romanzo.

R. Ciao, sì è tutto esatto tranne critico, una specializzazione che non mi appartiene. Amo cucinare, quindi mangiare, e mi piace la tranquillità. Sono una specie di fusione riuscita tra l’orso e l’uomo, sto volentieri in casa senza professare l’autoreclusione. Odio gli sport e convivo con una PS3 e una Xbox360, che ormai fanno parte della mia famiglia.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R. Preferisco non entrare nei dettagli, peraltro poco avvincenti, della mia vita privata, anche se la mia infanzia è stata bellissima (sugli studi basti la laurea). Per quanto riguarda il mio background, sono un musicofilo/musicista con un passato negli Yellow Capra, una band di musica strumentale composta da sette elementi. Essendo tutti patiti di cinema facevamo colonne sonore immaginarie, con proiezioni live di filmati montati (e spesso girati) da Gianandrea Tintori, che oltre a essere il batterista è anche montatore di cinema. Abbiamo inciso tre album (due e mezzo, diciamo, uno era un vinile bianco da collezione, in split con una band scozzese), lasciando il segno con una cover strumentale (e molto riarrangiata, devo dire) di A Forest dei Cure, scelta come musica per gli spot al cinema del Consorzio Prosciutto Crudo.

Come è nato il tuo amore per la letteratura anglo-americana? Quali libri e quali autori ti hanno maggiormente appassionato, incuriosito, influenzato?

R. Ho sempre amato la fantascienza, le antologie di racconti e i romanzi che leggevo da ragazzino erano tutti di autori americani e inglesi. Credo che sia un’influenza andata di pari passo con la fascinazione dello stile di vita e della cultura americani, più che anglosassoni in senso generale, trasmessa dai film e dalla musica che guardavo e ascoltavo. Più che influenzato, molti autori (diversissimi tra loro) hanno contribuito a fare nascere e crescere la voglia di scrivere, inventare e raccontare storie. Più o meno come per la musica, uno cerca di suonare quello che gli piace – o vorrebbe – ascoltare, una specie di amalgama di gusti e stili diversi che almeno all’inizio non prevede un ragionamento sulla struttura, ma forse solo la volontà di trovare la conferma – o la disdetta – di una vocazione. Fare nomi specifici sulle influenze significa per forza escludere qualcuno altrettanto importante che ti viene in mente un secondo dopo avere inviato la mail. Perciò dico solo mi sono laureato su Dick e Pynchon, ma in mezzo ci sono praticamente tutte le Norton Anthologies di letteratura americana e inglese…

La critica letteraria è una branca del sapere interessante e ancora poco conosciuta. Ci sono testi classici, fondamentali, che bisognerebbe leggere? Testi che tu consulti frequentemente?

R. Rimando alla prima risposta. Non sono un critico, se scrivo a proposito di libri lo faccio in modo colloquiale, senza addentrarmi in labirinti di cui non conosco la mappa. Quando leggo testi critici lo faccio per curiosità personale, per passione di un argomento, non per cercare di ordinare o scardinare o imbastire un percorso critico. Tra i saggi critici che ho letto e amato, City of Words dell’americanista (ma inglesissimo) Tony Tanner, sulla letteratura statunitense dal secondo dopoguerra agli anni Settanta (tra l’altro mai pubblicato in Italia), o le newsletter accademiche come Modern Fiction Studies, poi Leslie Fiedler e altri saggi sulla cultura americana che lambiscono anche la letteratura, come City of Quartz ed Ecology of Fear di Mike Davis.

Hai esordito con il romanzo di fantascienza Il Quadrato di Blaum edito da Cabila Edizioni di Milano, poi hai pubblicato più di recente con Guanda il romanzo noir Il male quotidiano. Entro l’estate dovrebbe uscire il tuo nuovo romanzo. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Hai seguito corsi di scrittura creativa? Reputi la lettura un’attività indispensabile per ogni scrittore?

R. Mi piacevano gli scrittori al cinema. Il primo in assoluto, quello della scintilla, è il Curt di American Graffiti, interpretato da Richard Dreyfuss, visto da bambino sulla scia dell’amore verso Lucas. Il primo vero romanzo “della vita”, divorato in tempo di record, è IT di Stephen King quando avevo quattordici anni, ma fino ai diciannove prendevo appunti, diciamo. Scribacchiavo sulla Olivetti di mio padre, con i computer il primo reperto di attività letteraria compiuta – un romanzo surreale ambientato a Parigi – risale al 1998. Non ho seguito corsi di scrittura creativa e personalmente credo che siano utili solo se posteriori o paralleli all’ambito universitario. Per ultimo, sono convito che se fai lo scrittore è perché ami leggere, quindi sì, è un’attività fondamentale.

Dalla fantascienza al noir. Ti reputi uno scrittore noir? O ami sperimentare, scegliere i generi secondo gli stati d’animo?

R. Non mi reputo uno scrittore noir, né di fantascienza. Sono entrambi generi piuttosto flessibili, capaci di rappresentare la realtà con allegorie potenti e attuali, al punto che a volte sono più efficaci della forma realista della narrazione. Per me prima di tutto viene la storia, è lo sviluppo dell’intreccio mentre procede la stesura che poi ne definisce l’eventuale genere.

Parlaci del tuo esordio. Come hai trovato il tuo primo agente? E’stato difficile giungere alla pubblicazione?

R. Ho pubblicato racconti online su BooksBrothers e Carmilla, poi su un’antologia di Coniglio nel 2007, e Il Quadrato di Blaum come primo romanzo due anni dopo. La mia agente, Silvia Meucci, l’ho conosciuta attraverso un’amica. Sì, pubblicare è difficile se cerchi un editore serio. È un lavoro molto solitario, sei davanti a uno schermo e prima o poi ti chiedi sempre che cosa stai facendo, perché lo stai facendo e a chi dovrebbe interessare quello che scrivi. A questo si aggiunga poi una bella sfilza di rifiuti, lapidari o no fanno male lo stesso.

Asimov, Philip K. Dick, John Wyndham, Ray Bradbury. Questi sono i miei. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

R. Be’ sono tutti dei giganti. Su Dick ormai abbiamo scoperto di condividerne la passione, il mio preferito di sempre è Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Quando l’ho finito ricordo di avere guardato mia madre e avere pensato che non fosse davvero mia madre. Per fortuna avevo torto. Altri autori di fantascienza che amo sono Fredric Brown (un maestro del racconto brevissimo, come La sentinella o La risposta), Heinlein, Sturgeon, Frank Herbert (non la saga di Dune proseguita dai figli), Lem, certe cose di Clarke (i racconti come Strada buia e I sette miliardi di nomi di Dio sono pazzeschi), Peter Hamilton e anche Jonathan Lethem (da sempre fan di Dick) che in Ragazza con paesaggio e poi Chronic City è riuscito finalmente a fondere la fantascienza al romanzo di formazione e letterario.

Il cinema influenza decisamente la tua scrittura. In che modo pensi queste due arti interagiscano tra loro?

R. Nei casi migliori di influenza del cinema sulla letteratura – e viceversa, ma è un rapporto d’amore-odio che si consuma dai Lumière – si tratta di cogliere atmosfere ottiche e cercare di trasportarle sulla pagina attraverso la lingua, che per quanto mi riguarda non significa scrivere con l’obiettivo e la speranza di ammiccare a un potenziale produttore cinetelevisivo. Molti romanzi, soprattutto quelli di azione, noir e affini, sembrano proprio scritti per ambire alla trasposizione in celluloide. Nella maggior parte dei casi condivido le parole di Hemingway per descrivere il suo rapporto con Hollywood: “Io e i produttori ci troviamo al confine, gli lancio la borsa con i libri, loro quella con i soldi, e poi ognuno va per la sua strada”. Ci sono registi “letterari” nel modo in cui filmano e montano il film, con uno sguardo sui personaggi e i paesaggi più simile all’approccio letterario che cinematografico (Ejzensŝtejn, Chabrol, Kubrick, Cronenberg, Visconti e Olmi solo per citarne alcuni, anche il talentuoso Wes Anderson, Paul Thomas Anderson o certe cose dei Coen per restare ai giorni nostri, Il grande Lebowski è il film su Vineland di Pynchon che nessuno girerà mai), autori che riescono a fondere l”efficacia espressiva del cinema con la suggestione più aperta e libera da vincoli visivi della letteratura. Faccio un esempio che conoscono tutti, guardi Shining senza avere letto il romanzo e poi quando ti butti su King per forza immagini il suo Jack Torrance con la faccia di Nicholson, anche se i personaggi del libro – oltre che l’intreccio e le complicazioni psicologiche – sono del tutto diversi. Continui a leggere e scopri che non ha importanza che Nicholson abbia invaso la tua libertà d’immaginazione, per l’intensità della recitazione nel film, perché si tratta comunque di una storia eccellente. È giusto e credo ormai naturale che cinema e letteratura si parlino, come è altrettanto naturale che restino due medium orgogliosi della loro indipendenza.

Parlami de Il male quotidiano. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

R. Ho studiato qualche anno a Pavia, ci andavo in macchina da Milano, la mia città. Attraversavo paesaggi rurali che a febbraio non hanno nulla da invidiare alle distese del Midwest, piatte e apparentemente immote. Poi c’è il fiume, e a un milanese l’acqua in città piace non fosse solo perché ci siamo ritrovati chiusi i navigli per ridicoli capricci di regime. La campagna fluviale nella zona del Ticino è molto suggestiva, poi credo sia una questione di indole. C’è chi attraversa il Ponte della Becca e rimane colpito dalla bellezza delle sponde, dal grande fiume che si snoda, e immagina quadretti romantici tra coppie che si giurano amore eterno; e c’è chi lo attraversa e immagina di vedere spuntare dal fiume la sagoma di un mostro che abita le sue acque. Non so da cosa dipenda, davvero. Ma il capitolo d’apertura è un innocente tributo a Lo squalo di Spielberg (il romanzo di Benchley, per esempio, non arriva ai vertici del film ma merita di essere letto).

Parlami del protagonista, Remo Jacobi. Come hai costruito il suo personaggio?

R. Jacobi è un signore di mezza età che ha sofferto molto. Vive con l’anziano padre Johan, vedovo, in una cascina fuori da Pavia. Remo è ispettore di polizia, senza né voglia né speranza di fare carriera, anzi non vede l’ora di andare in pensione. È convinto che un velo di male puro abbia ormai ammantato il mondo che lo circonda, e che sia imbattibile. L’unica soluzione è lasciarlo passare. È un pavido ma lo riconosce, si è costruito una muraglia intorno per paura dei rapporti umani, la sua misantropia non conosce né razze né religioni. Volevo raccontare un uomo che non ha vinto niente nella vita, la dignità di uno sconfitto. Remo non ha un hobby che lo salva, non cucina dopo il lavoro, non frequenta mostre d’arte o è un appassionato lettore, l’unica oasi che gli è rimasta è la silenziosa compagnia del padre.

La provincia italiana è un luogo ideale per parlare di noir. In quale misura i luoghi, l’ambientazione, influenzano la tua scrittura?

R. Forse è un passaggio indiretto, ma l’ambientazione influisce prima sull’atmosfera con cui si vuole ammantare la storia più che sulla scrittura in sé. Non è detto che una descrizione analitica di un paesaggio riesca a comunicare l’atmosfera meglio di quattro parole ben calibrate, che condensano la sensazione, l’essenza dell’oggetto da descrivere. La provincia è una dimensione curiosa, molto e ingiustamente bistrattata dai cittadini, è uno stato mentale più che un luogo fisico. Forse viene più spesso associata della città al genere noir per il fatto che i crimini compiuti “fuori” dalle mura sicure della metropoli siano in qualche modo più morbosi, violenti. Ci sono ottimi noir ambientati in città che sfatano questo luogo comune, autori come Lehane, Pelecanos (basti guardare la serie televisiva The Wire) o Connelly. E anche Marlowe indagava a San Francisco (con frequenti gite fuoriporta, ma il suo iconico ufficio era in piena città). Il noir nasce prima al cinema che in letteratura, ed è la trasposizione fiction della cronaca nera, parte dalla periferia delle città in espansione (C’era una volta in America, i primi film di Samuel Fuller, come Underworld USA senza il quale credo non esisterebbe Goodfellas).

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

R. Concordo in parte. Ogni storia ha il suo contesto, sarebbe come dire che H.G. Wells non poteva scrivere La guerra dei mondi perché non aveva idea di come fosse fatto un tripode marziano. E cosa dire di Salgari che non s’è mai mosso dall’Italia?

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R. Sì abbastanza, ma purtroppo non ho aneddoti simpatici o divertenti da raccontare. Per questo consiglio la lettura di Lunar Park di Ellis, la prima parte è uno spassoso resoconto del suo tour promozionale per Glamorama. Ma certe cose, per fortuna in molti casi, capitano solo a lui.

Parlaci del tuo prossimo romanzo. Di che genere sarà? E’ una continuazione de Il mare quotidiano?

R. Sì è il secondo capitolo della trilogia che vede Jacobi protagonista, e uscirà ad agosto 2013 sempre per Guanda. Non è una serie concepita come tre casi da risolvere, ma tre momenti nella vita di Jacobi. Questo secondo è ambientato un paio d’anni dopo Il male quotidiano e non ci sono riferimenti obbligati o strizzatine d’occhio al libro precedente. Jacobi si occupa di una serie di suicidi di adolescenti, vagamente ispirati alla cosiddetta “epidemia” che tra 2007 e 2008 colpì la cittadina di Bridgend nel Galles, e il fulcro del romanzo è l’importanza che rivestono gli oggetti – anche i più stupidi – quando è assente la persona a cui erano associati. Direi che è “nero”, più che noir nel senso stretto del genere.

Grazie della tua disponibilità. Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

R. Ho finito la stesura di un romanzo su una coppia, non di genere e svincolato da Jacobi, e lavoro con Alessandro Bertante nella redazione di http://www.bookdetector.com, un portale solo di recensioni, oltre a tradurre romanzi e collaborare con diversi editori. I miei progetti per l’immediato futuro riguardano il ragù per le lasagne che ora mi accingo a togliere dal fuoco. Grazie a te, e un saluto a tutti i lettori!

Un’intervista con Dario Flaccovio a cura di Giulietta Iannone

4 Maggio 2013

dario-flaccovioBenvenuto Dario su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei. Chi è Dario Flaccovio?

Un editore innamoratissimo del suo lavoro, sin da prima di farlo.

Come è nata la Dario Flaccovio Editore? Chi sono i suoi fondatori? Quando tutto è iniziato?

Nasce come evoluzione maturata all’interno della mia iniziale attività di libraio: avevo infatti due librerie, aperte nel 1972 e nel 1976. Dal 1980, anno di apertura della casa editrice, è stato un continuo crescendo che mi ha convinto agli inizi del 2000 a cedere le due librerie per dedicarmi solo alla attività di editore. Le mie due ex librerie sono ancora in attività, con i nuovi proprietari. Le attività sono state intraprese sin dall’inizio con mia moglie, Marisa Dolcemascolo, perno amministrativo della struttura aziendale, e il futuro è rappresentato da mio figlio Enrico, che dopo anni di formazione a Milano, ha scelto il ritorno a Palermo e all’attività di famiglia.

Fare cultura a Palermo è una sfida coraggiosa, una sfida di civiltà, di amore per la condivisione del sapere, della bellezza. Ricevete aiuti statali? Ci sono enti che, non solo con sovvenzioni, supportano il vostro lavoro?

Fare cultura è una sfida coraggiosa dovunque, non solo a Palermo. Qui abbiamo a nostro carico qualcosa che si chiama “distanza fisica” dal continente e dai centri nevralgici delle principali attività industriali e commerciali, posizionati tutti nel centro/nord del Paese. E’ un costo oggettivo e notevole. Consideri che da sempre, quando devo incontrare un autore o un possibile autore per un approccio o una proposta, devo attraversare l’Italia in tutte le direzioni geografiche. Se vivessi a Roma o Milano i costi sarebbero men che dimezzati. Ma di bello c’è che da Palermo sono riuscito ad abbattere l’aspetto più negativo di questa “distanza”e sia i nostri autori che il nostro pubblico, grazie alla nostra presenza e continua proposizione, sentono che Palermo è più vicina di quanto si possa pensare.
Quanto a enti e possibili sovvenzioni, siamo notoriamente editori indipendenti e ci manteniamo rigorosamente al di fuori dell’ambiente politico e clientelare di cui le sovvenzioni (quando ci sono) sono sinonimo; abbiamo sempre preferito camminare con le nostre gambe e la nostra testa, che sinora non ci hanno mai tradito.

Molti giovani saranno curiosi di conoscere la parte più nascosta del suo lavoro. Può raccontarci una sua giornata tipo?

Oggi è una giornata abbastanza riposante. Potendo contare su uno staff super attivo, mi limito a un aggiornamento esasperante e alla continua ricerca di autori e argomenti nuovi validamente supportato da mio figlio Enrico che mostra di avere notevoli capacità e spesso mi surclassa.

Quali sono i pilastri su cui si regge la sua impresa? L’editore è ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

L’editore è l’industriale più artigiano che ci sia. Oggi come sempre le regole del business vanno rispettate, ma al primo posto c’è sempre la qualità della proposta: se non soddisfi la tua clientela, non avrai mai né durata né riconoscibilità.

L’editoria sta attraversando un momento di crisi, le librerie chiudono, anche molti editori anche medi chiudono. Certo non c’è una ricetta per curare tutti i mali ma seconda lei quali sono le cause reali inserite certo in una crisi globalizzata mondiale? Quali i rimedi più efficaci?

Bè, mi attribuisce una bella responsabilità nell’individuare cause e rimedi… Penso solo che stiamo vivendo un’epoca di grandissima trasformazione e riuscirà a superarla chi avrà capito qualcosa di quello che sta accadendo, adeguandosi alle nuove necessità che queste trasformazioni richiedono.

Recentemente avete pubblicato anche collane di gialli e narrativa e fantasy. Pensate che la diversificazione, sia un metodo efficace per crescere?

Certo, quanto meno ti mette a contatto con realtà diverse da quelle con le quali ti confronti usualmente e ti consente di esaminare più a fondo le tue capacità.

Il mercato editoriale sta attraversando una rivoluzione oserei dire copernicana. Voi siete diciamo un’eccellenza nel campo dell’editoria specializzata in letteratura tecnica e professionale. Ma l’ebook sostituirà davvero il libro di carta? Quali sono ancora i maggiori ostacoli verso questa trasformazione?

No, l’ebook non sostuirà il libro di carta. Il libro tradizionale e l’ebook sono due prodotti paralleli, che si integreranno e vivranno affiancati. L’avanzata dell’editoria elettronica apre nuove frontiere e vantaggi che certo la carta stampata non può offrire. La rivoluzione vera avverrà con la generazione che inizierà a studiare sin dalla prima elementare sul tablet. Si vedrà allora cosa può succedere. Oggi l’editoria tradizionale si sta ridimensionando, e ancor più si ridimensionerà, e credo proprio che non sia un male questo. E’ giusto che ogni anno si stampino milioni di copie tra libri e riviste e giornali che vanno a finire in gran parte al macero? Non è meglio, alla fine, che anche l’ambiente sia salvaguardato? I librai e gli editori che si rispettano dovranno adeguatamente riconvertirsi rendendosi conto che l’evoluzione tecnologica non è il diavolo, va seguita, assecondata. Arriveremo, se ci si saprà organizzare, anche ad acquistare ebook in libreria, insieme ai libri di carta. Si tratta di impegnarsi nella trasformazione, tutti. Quando arrivò la televisione, si disse che la radio era morta. Cosa vediamo oggi a distanza di sessant’anni? Che oggi la radio è più in voga che mai, ha sempre nuovi estimatori e si è enormemente avvantaggiata grazie anche ai canali satellitari e digitali.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

Possiamo fare abbastanza poco, in verità. L’avvicinamento alla lettura deve nascere dalla famiglia, dalla scuola, dal sistema…

Cosa ne pensa della critica letteraria italiana? E’ indipendente, corretta, professionale?

Penso semplicemente che i critici facciano il loro lavoro. Per come si fa oggi in Italia. Non è una cosa entusiasmante, ma è importante che ci sia, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo esercizio può offrire.

Accanto alla critica diciamo istituzionale  ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensa? Sono una valido strumento di promozione, specie per gli autori esordienti? Quali sono quelli che legge più spesso?

Forse sono un po’ troppi. Sta un po’ succedendo quello che accade con le proposte editoriali: tutti sono convinti di essere scrittori. Tutti fanno blog. Però è una nuova forma di comunicazione, alla fine ben venga: la pluralità è sempre un valore. Non sono assiduo nella lettura dei blog, mi dedico maggiormente all’area scientifica e tecnica, la mia passione.

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

I social, nuovi sistemi di comunicazione dai quali ormai non si può prescindere. I risultati sono decisamente interessanti.

Quali sono le novità maggiori per i prossimi mesi di Dario Flaccovio Editore?

Nel campo della varia abbiamo in uscita alcune ristampe tra cui Palermo al tempo del vinile un libro pubblicato a novembre e subito andato esaurito, Palermo è… il primo libro che Gaetano Basile pubblicò con noi e Via Libertà ieri e oggi un cult ormai passato in edizione economica che continua ad affascinare. Tra le novità, un importante libro sulle feste e sagre che si svolgono in Sicilia, dal titolo curioso Sagre Magìc che fa il verso all’Arbre magique, il deodorante per auto, essendo una guida da tenere in auto quando si decide di andare per sagre. Un libro che veramente mancava e sarà in libreria a giorni. Ancora, sarà a breve disponibile un interessantissimo saggio su Massoneria e Chiesa, che farà molto discutere. Nel campo tecnico, le cito solo qualcosa di siciliano, un testo indispensabile e unico per la sua qualità, l’ottava edizione di Edilizia privata in Sicilia di Giuseppe Monteleone, che non c’è professionista siciliano che non apprezzi e non possieda per la sua completezza.

:: Un’intervista con Mark Pryor

16 aprile 2013

il libraio di parigiCiao Mark. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mark Pryor? Punti di forza e di debolezza.

Chi sono io? Domanda complicata … ma prima di tutto penso a me stesso come un marito, e padre di tre bellissimi bambini. Sono una persona molto attiva. Gioco a calcio in un campionato competitivo, e mi piace viaggiare ogni volta che posso. I miei punti di forza sarebbero … beh, mi piace far ridere la gente. Non prendo me stesso o il mondo troppo sul serio, e penso che non ci sia mai abbastanza da ridere. Per quanto riguarda i punti deboli, penso che quello più grande sia la mia  totale incapacità di parlare delle mie debolezze. Cosa ne pensi del mio modo di glissare?!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una fattoria in Inghilterra e mi sono trasferito negli Stati Uniti quando avevo 25 anni. Devi sapere che mia madre è americana, e sono venuto in America solo in viaggio, ma mi sono innamorato del paese e ho deciso di trasferirmi. Sono stato molto fortunato, il posto in cui sono cresciuto aveva un parco giochi enorme per me e per il mio migliore amico e mi ha dato la capacità si apprezzare la natura e il paesaggio. Anche se vivo in una città ormai, ho sempre voglia di uscire in ampi spazi aperti e con la mia famiglia vado in campeggio ogni volta che posso. Per quanto riguarda i miei studi, beh, ho un diploma in giornalismo presso un college in Inghilterra, e un altro diploma conseguito in una università qui negli Stati Uniti. Ho anche una laurea americana in legge.

Che lavori hai svolto in passato? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

In Inghilterra ho studiato giornalismo e ho lavorato come giornalista a Colchester per tre anni. Mi occupavo di cronaca nera, ma devo dire che era un posto molto tranquillo – nulla di davvero violento, e niente di molto eccitante insomma! Era una città molto diversa dalla città in cui vivo ora, Austin, Texas. Poi, quando sono arrivato negli Stati Uniti, ho deciso di diventare avvocato e così ho studiato legge qui. Dopo di che, ho lavorato per un grande studio legale di Dallas prima di trasferirmi ad Austin e diventare un pubblico ministero presso l’ufficio del procuratore distrettuale. Lavoro qui da circa quattro anni, e gestisco i casi di omicidio, stupri, rapine … praticamente ogni tipo di grave procedimento penale che si possa pensare. E ‘un lavoro molto gratificante, mi sento davvero di stare facendo qualcosa di utile per rendere più sicura la mia comunità e aiutare le vittime dei reati.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

E ‘qualcosa che è sempre stato dentro di me. Sono sempre stato occupato a scarabocchiare idee per delle storie, a scrivere racconti. Così non è stato che improvvisamente sono diventato uno scrittore, ho solo deciso, circa dieci anni fa, di prendere tutto sul serio, e ho iniziato a cercare di scrivere un romanzo con l’obbiettivo di farlo pubblicare. Ho una fantasia molto attiva, quindi ho deciso che mi sarei allontano dal giornalismo e avrei provato con la fiction.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Beh, per darti un’idea, Il libraio di Parigi è stato il terzo romanzo che ho finito e ho cercato di vendere. Dei primi due non se ne è fatto niente, ho il sospetto che proprio non fossero molto buoni. E sì, attraverso questa esperienza ho imparato molto sui rifiuti, probabilmente ho contattato e sono stato respinto da più di 100 agenti per quei libri. Il libraio di Parigi ha riscosso più interesse da parte degli agenti letterari, e abbastanza rapidamente, quindi ho saputo di aver scritto qualcosa di buono. Ma anche così, è stato un processo lungo e talvolta faticoso.
Il libro mi ha richiesto circa sei mesi per scriverlo, e l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi con mia moglie. Ho afferrato una penna e un taccuino da un negozio nelle vicinanze e ci siamo seduti in un bar fino a quando ho avuto l’idea di base della storia. Poi, una volta scritto il romanzo, il mio agente mi ha preso sotto la sua ala e mi ha aiutato a migliorare il libro. Le è voluto circa un anno per trovare un editore, ma sono rimasto basito quando volevano offrirmi un contratto di tre libri per la serie. Avevo scritto il secondo, The Crypt Thief, ma nemmeno pensavo ad un terzo!

Il tuo primo romanzo, The Bookseller (2012), ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo Il Libraio di Parigi, è un romanzo fantastico per chi ami Parigi e i libri. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Cosa ti ha spinto a scriverlo? E ‘ispirato ad una storia vera?

Grazie. Come ho già detto, l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi. E’ quel tipo di posto, capace di ispirarti. Se ricordo bene, ho visto i librai della Senna e ho capito che dovevo scrivere una storia in cui non solo fossero presenti, ma avessero un ruolo fondamentale. Poi ho fatto una partita di  “E se?” Allora, che cosa sarebbe successo se un libraio fosse scomparso? E se fosse stato un amico del mio personaggio principale? Che cosa sarebbe successo se un altro libraio fosse scomparso … e così via, creando piccole risposte per ciascuna domanda. Volevo anche, come avrete notato, creare un romanzo in cui Parigi fosse la star. Volevo che il lettore che già conosceva la città desiderasse tornarci, e il lettore che non ci fosse mai stato, desiderasse visitarla per la prima volta. So che molti miei lettori l’hanno fatto​​, proprio questa settimana un mio collega mi ha detto che sua moglie ha letto il libro e gli ha ordinato di portarla a Parigi! Non è tratto da una storia vera, no, e infatti ho dovuto inventare alcuni elementi per rendere il complotto. Sono contento che sia finzione, però, odierei vedere quei meravigliosi librai scomparire!

Perché hai deciso di scrivere Il libraio di Parigi?

Oltre ad avere una idea solida per la storia, penso che fosse il momento giusto per me di impegnarmi per mettere insieme un romanzo completo. Mia moglie mi ha sostenuto, nel senso che mi a dato il tempo a casa per scriverlo, e il mio lavoro mi ha permesso di dedicare tempo ed energia mentale per il libro. E, onestamente, è bastato scrivere di Parigi per avere una fonte di ispirazione, era lei il carburante di quello che ho scritto.

Il primo capitolo presenta il protagonista, Hugo Marston. Potresti dire ai lettori che cosa succede?

Assolutamente. Hugo è il capo della sicurezza presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Il suo capo, l’ambasciatore, gli ha detto di prendersi una vacanza, anche se lui non ne ha alcuna voglia. La moglie di Hugo l’ ha appena lasciato e lui non sa dove andare in vacanza, e nessuno con cui andarci. Il libro inizia con lui che vaga lungo le rive della Senna. Si ferma a comprare un libro, o due, da un libraio di nome Max, un uomo più anziano che è diventato negli ultimi anni amico di Hugo. Vedete, Hugo è collezionista dilettante di libri. Mentre stanno accordandosi per l’acquisto di due libri, un uomo appare dal nulla e punta una pistola alla testa di Max. Lo trascina verso il fiume e lo costringe a salire su una barca, che si allontana. Hugo deve stare lì a guardare mentre il suo vecchio amico viene rapito, e quando la polizia mostra una strana mancanza di interesse,  decide che il tempo della sua vacanza può essere ben speso a caccia di Max, e di chi lo ha rapito.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Certamente. La trama ruota intorno a Hugo che cerca di ritrovare Max. Ma qualcuno lo aiuta nella nella sua ricerca, però. Il suo amico Tom Green, un ex agente della CIA, un amico di lunga data di Hugo, un po’ un ubriacone, con un debole per le donne e le parolacce. Hugo incontra anche Claudia, una giornalista francese, che gli offre il suo aiuto. Quando diversi librai cominciano a sparire, Hugo deve capire se Max sia stato coinvolto in qualcosa di illegale, o se ci fosse qualcosa nel suo passato che abbia iniziato a innescare questa catena di eventi. (Mi dispiace essere vago, ma non voglio svelare troppo!)

Puoi dirci un po’ di più del tuo protagonista, Hugo Marston?

Fisicamente, Hugo è un uomo imponente. Alto, bello, e ha un modo di fare affascinante e gentile con le persone. Lo descriverei più come un osservatore che non un giocatore, vale a dire che preferisce in un contesto di gruppo lasciare che gli altri prendano l’iniziativa fino a che non è certo di sapere che cosa stia succedendo. Parte di questo deriva dal suo lavoro passato come ex profiler comportamentale per l’FBI, è stato infatti ben addestrato nell’individuare i difetti e le motivazioni delle persone. Così, è tranquillo ma non introverso. E ‘un uomo molto sicuro di sé, ma non arrogante. Ama piuttosto leggere un libro che guardare la TV e ama vivere a Parigi. E’ di Austin, Texas, e per tutta la sua carriera ha indossato gli stivali da cowboy, e ne ha tre coppie tra cui scegliere: casual, funzionale per il lavoro, e formale.

Max è un vecchio bouquiniste con un passato come “cacciatore di nazisti”. Ci puoi parlare di lui?

Sì. In un primo momento e anche se sono amici, Hugo non sa molto di Max. Nemmeno il suo cognome. Lo conosce davvero solo dopo che è stato rapito, e una delle cose che scopre è che Max è un sopravvissuto all’Olocausto. Non solo, ma il vecchio ha trascorso diversi anni dando la caccia ai nazisti dopo la guerra, così Hugo deve indagare se forse quella parte della storia di Max è tornata a tormentarlo. Anche Max è un uomo divertente, leggermente amaro e sarcastico, ma in modo onesto, ed è molto affascinante. A volte penso a lui come ad una versione precedente di Tom, sono molto simili e ciò spiega perché Hugo e Max vanno così d’accordo.

Claudia è una giornalista, una tipica parigina. Il nuovo amore di Hugo. Potresti dirci qualcosa su di lei?

Claudia è un po ‘come Hugo. E’ molto indipendente, forte, fieramente leale con suo padre, e ha un po’ paura di impegnarsi. Inoltre, come Hugo era sposata con qualcuno che è morto tragicamente, in un certo senso indossano la stessa cicatrice, per così dire. E’ romantica, ma anche molto realista, quindi sarà interessante vedere come lei e Hugo continueranno a sviluppare la loro romantica amicizia.

Tom Green è un agente della CIA, ex agente dell’FBI come Hugo. Qual è il suo ruolo nel tuo libro?

Tom è il migliore amico di Hugo. E’ in un certo senso controbilancia il personaggio di Hugo,  può dire e fare tutto quello che è grossolano e pericoloso (e legalmente discutibile!) Cose che Hugo non fa. Da scrittore, il suo personaggio è un gioiello – Posso inserirlo in situazioni uscite fuori dal nulla e farlo attingere alle sue risorse nella CIA se c’è un problema che deve essere risolto, e risolto in fretta. Ma lui è un uomo complesso. Tutta la sua millanteria e la sua passione per il bere, le sua caccia alle donne  e il suo essere sempre in cerca di guai, sono in parte il risultato del suo tempo passato nella CIA. E’ provato e stanco, ha visto un sacco di cose che avrebbero fatto impazzire chiunque altro, così come tutti gli altri cerca di avere a che fare con i propri demoni nel modo migliore che può.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Non consapevolmente, no. Sono più propenso ad inserire i miei interessi personali (l’analisi comportamentale, Parigi, ecc.) E le mie esperienze di vita reale non sono così interessanti come quelle di Hugo o di Tom, quindi non sono sicuro che varrebbe la pena scriverle!

Immagina che Hollywood ti chiami, quali attori indicheresti per le parti di Hugo, Tom e Claudia?

Ooh, grande domanda. Per Hugo mi piace George Clooney. Lo so che non è una scelta molto originale ma realmente penso che Clooney sia adatto. Per Tom, qualcuno come Philip Seymour-Hoffman. Lui è un grande attore e perfetto per il ruolo. Per Claudia, mi piacerebbe una attrice francese, Marion Cotillard sarebbe l’ideale. Spero che uno o tutti loro leggano questa intervista …!

Il tuo secondo romanzo, The Crypt Thief, sarà pubblicato in maggio in America. Potresti parlarne? Quando uscirà in Italia?

Mi piacerebbe parlarne, infatti ecco il riassunto della trama:
E ‘estate a Parigi e due turisti vengono uccisi nel cimitero di Père Lachaise di fronte alla tomba di Jim Morrison. Il cimitero è bloccato e messo sotto sorveglianza, ma l’assassino ritorna, svolazza dentro come un fantasma, ed entra nella cripta di una ballerina del Moulin Rouge morta da tempo. Poi scompare con il favore della notte con una parte del suo scheletro. Uno dei turisti morti è un americano e l’altra è una donna legata ad un sospetto terrorista, così l’ambasciatore degli Stati Uniti manda il suo uomo migliore Hugo Marston – capo della sicurezza dell’ambasciata -per aiutare la polizia francese con le indagine. Quando il ladro irrompe in un’altra cripta in un cimitero diverso, rubando le ossa da una seconda famosa ballerina, Hugo è perplesso. Come agisce questo killer invisibile? E perché sta rubando le ossa di alcune famose ragazze del can can? Hugo indaga nei segreti dei cimiteri, ma presto si rende conto che le vecchie ossa non sono tutto quello che l’ assassino vuole. . .  Sono abbastanza contento perché ha già ottenuto alcune ottime recensioni, sono molto impaziente che esca sugli scaffali. E sì, sicuramente uscirà in Italia, ma ho paura di non sapere la data esatta (è ancora vaga). Non sono stato in stretto contatto con il mio editore per questo, probabilmente perché stanno lavorando con Il libraio di Parigi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certo, ce ne sono molti che amo. Uno è Alan Furst, che ambienta anche i suoi libri in Europa. Lui è un grande scrittore di spionaggio, e ha un dono incredibile, quando si tratta di fare sentire il lettore veramente come se stesse in qualunque città stia descrivendo. Ho sicuramente cercato di imparare da lui. Altri scrittori moderni, fammi pensare. Mi piace Fred Vargas, la giallista francese. Adoro gli elementi leggermente mistici che si insinuano nei suoi libri, e lei è brava a creare personaggi memorabili. Tana French è anche meravigliosa, un genio con il linguaggio e le immagini, e per il suo modo avvincente di raccontare amo molto William Landay.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo un romanzo ‘noir’ di James Crumley, si chiama The Last Good Kiss. Un amico della mia libreria locale me l’ha consigliato, e mi sto divertendo molto. Inoltre ho deciso che leggerò più libri noir.

Ti piace fare tour letterari ? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono molto le presentazioni. Mi piace parlare del mio viaggio verso la pubblicazione e mi piace condividere la mia esperienza con i lettori che sono anche scrittori che stanno cercando di farsi pubblicare. E mi piace incontrare le persone che hanno letto i miei libri e gli sono piaciuti, è un vero onore perché mi sento in debito con loro in qualche modo. A volte non riesco a credere di essere in questa posizione, uno scrittore pubblicato con i libri che vendono, per cui questi eventi sono un segno che sta succedendo davvero! Quindi, ecco una storia: in uno di questi eventi una donna si avvicinò al tavolo dove stavo firmando i libri e mi porse il libro che aveva comprato. A quel punto, mi aspettavo che mi dicesse il suo nome in modo da poter personalizzare la firma, ma lei mi fissò. Mi sorrise e disse: “Ciao, come stai?”  Ma lei non mi disse chi era, si limitò a fissarmi. Allora io dissi: “A chi devo dedicare questo libro?” Stavo cercando di essere gentile come potevo, perché, bene, non ero sicuro di quello che stava succedendo e se non altro questa donna aveva preso il tempo e la briga di venire all’ evento. Lei mi guarda e dice: “Per me.” E poi inizia a sillabare il suo nome. E ‘a metà strada mi rendo conto, Oh mio Dio, io la conosco! Beh, avevamo lavorato insieme per un anno ed eravamo stati amici, ma erano passati un paio di anni da quando l’avevo vista e lei aveva cambiato la sua acconciatura e cambiato completamente il colore dei capelli! Ero abbastanza imbarazzato, ma lei è una grande e ha semplicemente riso.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Amo stare in contatto con i miei lettori, davvero. Rispondo personalmente a tutti coloro che sono così gentili da scrivermi, e il modo migliore per contattarmi è tramite il modulo di contatto sul mio sito, che è http://www.markpryorbooks.com (non mi piace mettere il mio indirizzo di posta elettronica direttamente su Internet, dopo ti trovi sempre un sacco di spam.)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho ancora mai visitato l’Italia, ma mi piacerebbe. Infatti, dato che il mio editore mi ha dato il via libera per ambientare i futuri libri di Hugo Marston in diverse parti d’Europa, forse l’Italia è in cima alla lista. E dove va Hugo, devo andare prima anche io per fare ricerche!

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

In questo momento sto lavorando al terzo romanzo di Hugo. Si intitola The Blood Promise e sono letteralmente ad una settimana di distanza dal finire la prima stesura. Una volta finito, dovrò passare un mese a fare editing, che è sempre piuttosto faticoso. Ma poi spero di essere in grado di prendere un periodo di pausa (una settimana, due settimane …!) E poi iniziare a pensare al quarto della serie. Ho Londra e Barcellona, ​​in fila, ma ora sto pensando a Firenze? Roma? Qualche luogo in Italia dovrebbe essere il prossimo della lista, non pensi?

:: Un’intervista con Paul French, autore di Mezzanotte a Pechino a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2013

mezzanotte a PechinoSalve Mr French. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Paul French? Punti di forza e di debolezza.

Sono fondamentalmente, suppongo, quello che oggi viene chiamato un “Old China Hand”. Ho studiato la lingua, la storia e la società cinese all’ Università e ho vissuto e lavorato in Cina, soprattutto a Shanghai, per quasi 20 anni. Di giorno lavoro come Chief China Strategist per una grande azienda di ricerche di mercato, la Mintel, scrivendo emozionanti relazioni sulla vendita al dettaglio e il mercato dei consumatori cinesi. Di notte scrivo libri sulla storia moderna della Cina, sono specializzato nel periodo pre-1949, e mi occupo di quali erano il ruolo e la vita della popolazione straniera che visse a Pechino, a Shanghai e altrove.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono un londinese al 100% – nato e cresciuto – e nonostante quasi due decenni e mezzo di studio e lavoro in Cina, la mia storia d’amore più antica e più lunga rimane con Londra! Non c’era alcuna buona ragione per me di sviluppare un profondo interesse per la Cina – i miei genitori non hanno quasi mai lasciato l’Inghilterra e mai hanno viaggiato oltre la Francia o il Belgio, quindi non sono molto sicuro da dove sia nato questo amore per i viaggi in Estremo Oriente! Ma so che quando sono arrivato per la prima volta a Shanghai, e ho passeggiato lungo il magnifico lungo fiume del Bund e poi mi sono perso nei vicoli e nelle strade della Ex Concessione Francese, è scoccata la scintilla!

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Prima di tutto volevo solo trovare uno sbocco per le grandi storie che avevo scoperto quando avevo fatto ricerche sulla Cina del 1920 e del 1930. Ho scritto una biografia di un grande americano di nome Carl Crow che è venuto in Cina nel 1911 e l’ha lasciata nel 1937 – era un grande giornalista, avventuriero, commentatore di tutte le cose cinesi e ha aperto la prima agenzia di pubblicità in stile occidentale a Shanghai. Poi ho deciso di scrivere una storia sui corrispondenti esteri in Cina – chi erano, perché sono venuti, quello che hanno scritto e pensato sulla Cina. Ma poi mi sono imbattuto nella storia di Pamela Werner e lei è diventata la mia ossessione per circa 5 o 6 anni …

Midnight in Peking, ora pubblicato in Italia con il titolo Mezzanotte a PechinoOvvero il Torbido Omicidio della Torre della Volpe, è basato su una storia vera. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho letto una piccola nota in una biografia del famoso giornalista americano in Cina Edgar Snow, che ha scritto Red Star Over China nel 1936, il libro che in realtà ha introdotto il mondo al Presidente Mao. La nota diceva che Snow e sua moglie vivevano in un vicolo tradizionale (un hutong) a Pechino nel 1937, accanto ad un vecchio inglese, un ex diplomatico e a sua figlia adolescente. Nel gennaio del 1937 la figlia, Pamela, è stata orribilmente assassinata e si iniziò una indagine della polizia che fu un caso unico nella storia cinese – un detective cinese lavorò con un detective britannico addestrato a Scotland Yard. Questo era incredibile e, anche se non ha risolto l’omicidio, ha rivelato gli scandali e lo sporco della comunità straniera di Pechino in quel momento.

Parlaci di alcune delle fonti che hai scoperto durante la scrittura Mezzanotte a Pechino.

Le prime fonti più importanti sono state i giornali, che hanno seguito da vicino l’omicidio e la successiva indagine. Poi ci sono state le note della autopsia e alcune note ancora dei poliziotti. È importante sottolineare che, dopo il luglio 1937 (quando i giapponesi invasero Pechino e occuparono la città), l’inchiesta ufficiale è stata interrotta. Ma il padre di Pamela, un grande diplomatico britannico in Cina e un noto sinologo, ha continuato a dare la caccia agli assassini di sua figlia. Ha trovato un sacco di nuove prove e testimoni e ha inviato tutte le informazioni a Londra, sperando di riaprire il caso. Ma c’era la guerra, Pechino era stata occupata dal Giappone, Londra combatteva Hitler – nessuno era interessato a una ragazza che era morta nel 1937. Trovare queste carte è stato il mio momento “eureka” – quando una storia interessante è diventata una missione per portare giustizia a Pamela (dopo 76 anni!) E risolvere il suo omicidio.

Che cosa ti è piaciuto di più scrivendo il libro?

E’ stato il periodo, il tempo – la Cina nel 1937 era sull’orlo della guerra, sull’orlo del caos. Ciò che noi oggi chiamiamo “Vecchia Cina” stava per finire – questi fatti accaddero nelle ultime settimane e mesi di una vecchia Cina che avrebbe poi combattuto una guerra contro il Giappone fino al 1945 e poi avrebbe affrontato una rivoluzione e il maoismo e non sarebbe mai più stata la stessa. E ‘un momento incredibile nella storia della Cina.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

La prima metà del libro descrive realmente l’omicidio e l’inizio delle indagini della polizia. Anche se lavorarono duramente gli agenti di polizia cinesi e inglesi non furono in realtà in grado di risolvere il crimine – in effetti sia il governo britannico che quello cinese interferirono nelle indagini. Quello che è stato affascinante fu che l’inchiesta era incentrata su un territorio di Pechino denominato “Badlands” – questa era una piccola zona che è stata quasi del tutto dimenticata dal 1949 ed era il luogo dove andavano gli stranieri di Pechino, a consumare i loro vizi. Era un labirinto di bordelli, bar, fumerie d’oppio ed era in gran parte gestita da apolidi russi bianchi che erano fuggiti dalla rivoluzione bolscevica del 1917. Poi, nel luglio del 1937, i giapponesi invasero Pechino e l’inchiesta fu interrotta. La seconda metà del libro segue l’ indagine non ufficiale  del padre di Pamela attraverso le Badlands di Pechino. Poi ho cercato di ricostruire quello che è successo la notte di gennaio tra il 7 e l’8 del 1937, quando Pamela è stata uccisa.

Parlaci un po’dei tuoi protagonisti principali?

Beh, il padre di Pamela è un grande personaggio – un tipico inglese della classe superiore – freddo, apparentemente impassibile, ossessionato dal suo lavoro, non eccessivamente affettuoso con sua figlia. Eppure, mentre il libro si sviluppa diventa più simpatico, si vede in che modo ha sacrificato la sua salute, i suoi risparmi di tutta una vita e la sua sicurezza per cercare di trovare gli assassini di sua figlia. Entrambi i poliziotti principali sono interessanti – il Colonnello Han era il detective più alto in grado a Pechino, il capo degli investigatori e di grande esperienza. L’ispettore capo Richard Dennis era un eroe della Prima Guerra Mondiale che aveva poi servito nella polizia metropolitana di Londra e come detective di Scotland Yard, prima di diventare il capo della polizia britannica nel Concessione britannica di Tientsin (oggi Tianjin), una città, non lontano da Pechino. Ci sono una serie di sospetti – i possibili assassini – ma io non ho intenzione di parlarvi di loro e dirvi troppo della trama – non vi resta che comprare il libro! E, naturalmente, Pamela, la ragazza di 19 anni assassinata, è un personaggio importante nel libro, di fatto si aggira per tutta la storia e tutti i soggetti coinvolti cercano di scoprire chi l’abbia uccisa.

Pamela Werner era la figlia di un ex console britannico in Cina. Che impatto ha avuto l’omicidio di Pamela nella Pechino di fine anni Trenta?

Era una storia apparsa su tutti i giornali. Tutti erano molto spaventati. Nel gennaio 1937 i giapponesi avevano circondato Pechino – non era una questione di “se” avrebbero attaccato, ma di “quando”. Tutti in città, cinesi e stranieri, si interrogavano sul fatto che se una giovane, privilegiata, bella ragazza bianca poteva essere orribilmente uccisa e i suoi assassini sfuggire alla giustizia, allora qual era il destino di chiunque altro, di Pechino o, anzi della stessa Cina?

Pechino nel mese di gennaio del 1937, è un’ ambientazione straordinaria per un romanzo. Puoi descriverci questo scenario esotico?

Pechino era una città di 3 milioni di persone, con forse 3.000 stranieri. Non era la capitale della Cina, che era Nanchino nel 1937. Era circondata, gli abitanti erano spaventati, tutti sapevano che la guerra e la devastazione stavano arrivando. Ma era anche una bella città a quel tempo – una città di antiche mura e templi, la Città Proibita e il centro della storia della Cina imperiale. Era una città di tradizione e di cultura, ma era anche, purtroppo, nel posto sbagliato al momento sbagliato e proprio il luogo dove l’esercito giapponese era determinato ad entrare dalla Manciuria per invadere tutta la Cina.

E finalmente hai dato una soluzione al caso, una soluzione che era stata negata a suo tempo. Come hai fatto a scoprire la verità?

Ho preso i documenti che il padre di Pamela aveva inviato a Londra (documenti ora conservati negli Archivi Nazionali inglesi di Londra), li ho confrontati con il giornale della polizia, i referti medici e le altre carte al momento delle indagini della polizia ufficiale – I riferimenti incrociati mi hanno permesso di arrivare a quello che io credo sia la verità dell’omicidio di Pamela Werner. Sono anche, incredibilmente, riuscito a trovare circa 6 persone, ti parlo della fine degli anni ’80 e ’90, che sono andati a scuola con Pamela e che si ricordavano di lei quando era viva.

Quale è la tua scena preferita in Mezzanotte a Pechino?

C’è una scena – nel capitolo intitolato L’Elemento del Fuoco – che mi piace molto. Si trova alla fine delle indagini ufficiali quando i poliziotti sono depressi per non aver ottenuto nulla e non essere riusciti a risolvere il crimine. Succede anche che fuori stiano avvenendo le celebrazioni cinesi per il Nuovo Anno. Credo che il contrasto della depressione del poliziotto, con l’ultima celebrazione del Capodanno cinese prima che la guerra scoppi in Cina, evoca bene la vecchia Pechino. E ‘quasi impossibile, credo, per uno scrittore essere sempre soddisfatto al 100% di tutto ciò che ha scritto, ma quel capitolo è quanto di più vicino a questo che abbia mai raggiunto!

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Mezzanotte a Pechino?

La scrittura vera e propria è stata veloce – 6 o 7 mesi. Tuttavia, c’erano anche i 5 o 6 anni di ricerca per arrivare al punto in cui ho potuto dare un senso alla storia e, infine, iniziare a scrivere!

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Abbiamo un accordo con la TV Kudos, la brillante compagnia televisiva britannica che ha fatto Spooks, Hustle, Life on Mars, e altri grandi spettacoli. C’è uno script in fase di scrittura al momento e penso che potrebbe essere davvero incredibile – sarà certamente sorprendente per me vedere ricreati sullo schermo la vecchia Pechino e tutti quei personaggi, e soprattutto Pamela.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Tendo a leggere i grandi scrittori inglesi degli anni Trenta – e poi li rileggo! George Orwell, Evelyn Waugh e soprattutto Graham Greene sono i miei favoriti. Meno noti, ma ora popolari sono gli scrittori modernisti degli anni Trenta come Patrick Hamilton e Henry Green. Sto cercando di capire meglio l’età del jazz e il 1920 per un libro sulla Shanghai degli anni Venti e Trenta, per un romanzo che ho intenzione di scrivere quindi sto leggendo i grandi di quel periodo – Djuna Barnes, Hemingway, Scott Fitzgerald. Sto anche leggendo i grandi scrittori cinesi, i modernisti tra le due guerre – Lao She, Mu Shiying e Eillen Chang (Zhang Ailing).

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto molto – fiction / non-fiction, classici. Di recente ho letto e amato Trilby di George Du Maurier (Bohemians a Parigi nel 1890) e The Heat of the Day di Elizabeth Bowen sulla Londra del tempo di guerra. Mi piacciono le biografie e recentemente mi è piaciuta la biografia La vita privata di Somerset Maughan di Selina Hastings, e Among the Bohemians di Virginia Nicholson. Tuttavia, se c’è uno scrittore che ammiro molto in questo momento e leggo avidamente e rileggo per le sue incredibili descrizioni dei luoghi e della storia, nonché per i personaggi e le trame: è lo scrittore di spy story Alan Furst. Sorprendentemente i suoi romanzi sono tutti impostati in Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale ma sono così preso dalla vita dei personaggi e dalle speranze per la pace, anche se so che la guerra verrà. Furst ha una capacità incredibile di evocare i luoghi e il tempo passato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piace visitare e incontrare i lettori. I Festival letterari sono i luoghi ideali per incontrare altri scrittori e le persone che amano i libri, mentre mi piace anche parlare in piccole librerie indipendenti, perché, spero, che durante le mie presentazioni possano vendere qualche libro in più e che ciò li aiuti a rimanere in attività. Sono egoista – Amo le belle librerie e non voglio che falliscano! Il problema più grande che provo quando vado in giro è che, per qualche motivo che non capisco, il personale di molte librerie e il pubblico si aspettano che io sia molto più vecchio. Io non sono giovane – ho 45 anni – ma molte persone sembrano pensare che stia scrivendo di un tempo che ho vissuto – il 1930! Mi credono di circa 90 anni! A volte sono un po ‘delusi perchè non sono vecchio! Tuttavia mi auguro che, quando avrò 90 potrò ancora scrivere un buon libro e andare in tour per Festival e librerie in tutto il mondo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori amano entrare in contatto con me – tramite e-mail, e lettere vecchio stile (che amo molto) e vengono e chiacchierano con me in occasione di eventi. Per lo più vogliono raccontarmi le loro teorie sull’omicidio di Pamela, che io sono sempre interessato a conoscere e mi sorprendo di vedere con quanto interesse abbiano letto il libro, tanto da conoscere tutte le informazioni ed essere diventati essi stessi “detective dilettanti”. Inoltre, ho incontrato persone che sono cresciute e vissute a Pechino nel 1930 – mi hanno mandato le foto, aneddoti e storie di quel tempo che hanno migliorato la mia conoscenza. Ho raccolto di recente il materiale in un piccolo e-book legato a Mezzanotte a Pechino che è in corso di pubblicazione intitolato Badlands: Decadent Playground of old Peking – le 8 storie raccolte in questo breve libro sono fondamentalmente le storie che mi sono state raccontate da persone con cui sono entrato in contatto a partire dalla pubblicazione in inglese di Mezzanotte a Pechino.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Se qualcuno in Italia mi invita a visitarla prometto di correre all’aeroporto e prendere il prossimo volo …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho finito le ricerche e ora sto scrivendo il prossimo libro – si tratta di una storia ambientata un paio di anni dopo Mezzanotte a Pechino e questa volta nelle Badlands di Shanghai del 1940/1941. Spero che si intitolerà City of Devils e seguirà le vite e le carriere di due stranieri – uno un ebreo viennese gestore di sale da ballo e casinò a Shanghai e l’altro un prigioniero americano appena sfuggito che gestiva una banda dedita al gioco d’azzardo a Shanghai – le due più grandi operazioni criminali straniere in Cina – ancora una volta sullo sfondo dell’attacco incombente di Pearl Harbour e la guerra totale in tutto il Pacifico tra la Cina e gli alleati e il Giappone. Spero che i lettori avranno tutti gli ingredienti che tutti si aspettano per un libro sulla Shanghai di quel periodo – jazz, oppio, belle ragazze, gangster, pistole, locali notturni …

:: Un’ intervista con Filippo Fornari a cura di Viviana Filippini

14 marzo 2013

FornariCiao Filippo, piacere conoscerti e ospitarti qui a Liberi di Scrivere per parlare del tuo romanzo intitolato La signora degli inferi, edito da Todaro. Prima di entrare nella storia tanto per cominciare raccontaci qualcosa di te e di quando è nata la tua passione per la scrittura.

Ho iniziato a scrivere nell’ambito professionale (sono un biochimico) e per hobby (sono appassionato di vela), quindi ho cominciato con materiale scientifico, riviste di nautica e giornali di bordo. I romanzi sono arrivati  perché mi affascinavano le analogie, storiche e culturali, che legano tra di loro avvenimenti e temi attuali con fatti e miti del passato. Ho provato a mettere le mie riflessioni su una pagina bianca, e poi a legarle tra loro con una trama.

La Signora degli inferi è stato ispirato più dalla letteratura o dalla realtà?

Direi da entrambe: il romanzo è nato da un altro mio hobby, la numismatica, ed è stato ispirato dai miti classici, greci e romani, che sono rappresentati sulle antiche monete.  La realtà è entrata di prepotenza, perché il mondo della numismatica, con la presenza di falsi e di contraffazioni  che ne inquinano il mercato milionario, è sovente teatro di vicende, ignote ai non addetti, che non hanno nulla da invidiare alle trame di un film o di un libro giallo.

Leggendo il tuo romanzo ho pensato ad autori come Dan Brown e Glenn Cooper. Quali sono gli scrittori che ti hanno influenzato?

Diciamo che mi sento più vicino alla sensibilità europea che non americana, e sono stato più influenzato dalla lettura degli autori dei classici “gialli” storici, tipo l’Umberto Eco de Il nome della rosa o l’Ellis Peters dei romanzi di Fratello Cadfael, anche se, degli autori che hai citato, apprezzo la scrittura agile e l’abilità con cui mescolano il presente con il passato. Come anch’io ho cercato di fare nel mio romanzo.

Al centro della storia c’è un lunga scia di omicidi sparsi in diverse località italiane ed europee. Perché la scelta di questa diffusione geografica di delitti diversi, ma allo stesso tempo simili vista la presenza di antiche monete sui cadaveri?

Perché, anche per la mia attività al di fuori della scrittura, sono abituato a considerare l’attualità con un approccio europeo. E poi, guardando al racconto con l’ottica di un viaggiatore o come se fosse la sceneggiatura di un film, ne ho immaginato l’ambientazione nelle città che più mi affascinano.

Nel libro sono presenti riproduzioni grafiche di monete antiche. Sono realmente esistite o sono riproduzioni ad hoc per il tuo romanzo?

Tutto quello che racconto sulle monete è assolutamente vero. Sono iscritto a un forum di appassionati di numismatica, lamoneta.it, e i miei “colleghi” non mi avrebbero perdonato, in un thriller in cui si racconta di antiche monete, inesattezze o imprecisioni.

Perché scegliere la città di Roma come luogo principale dove tutto deve accadere e manifestarsi?

Perché è un crogiolo ineguagliabile di antico e moderno, di sacro e profano. E poi ci ho vissuto per un certo periodo della mia vita.

Spesso nei romanzi dove ci sono reperti archeologici o reliquie di una certa valenza artistico-storica-sociale sono presenti delle sette o confraternite a caccia dell’oggetto. Secondo te questi gruppi segreti che agiscono nell’ombra non possono essere messi in relazione un po’ con le società massoniche?

L’idea di un gruppo ristretto o segreto di iniziati che operano all’interno della società in cui vivono perseguendo fini noti solo agli adepti è vecchia come l’uomo. La massoneria ne è un’espressione relativamente moderna.

Visconti è un ex soldato appena tornato dall’Afghanistan, come sarà per lui agire in un campo lavorativo del tutto nuovo e del quale non conosce quasi nulla?

Si sente sicuramente inadeguato e impreparato al suo nuovo ruolo di detective nel Reparto Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Tuttavia, per senso del dovere, e anche per la fiducia che nutre nelle proprie capacità, non ha esitazioni ad accettare il nuovo incarico.

Il protagonista maschile mi ha ricorda un po’ Indiana Jones, ma in questo caso è un esploratore in fase di formazione. Questa è un’associazione azzardata o fattibile?

Non mi ero mai soffermato su questa analogia. Se c’è, è del tutto involontaria, anche se plausibile.

Lavinia, l’esperta con la quale Visconti collabora è un donna forte, ma anche lei come lui ha un passato colmo di dolori esistenziali. Quanto questi traumi influenzano il loro agire nel presente?

Non credo che Marco abbia dolori esistenziali, piuttosto dei sensi di colpa. È un uomo pratico e, anche se soffre per la separazione e la lontananza dalla figlia, affronta comunque la vita di getto, senza remore o esitazioni. Lavinia, invece, è più cauta e diffidente nei rapporti umani, e sta ancora cercando di metabolizzare le esperienze negative che l’hanno segnata.

Il vicino di casa del protagonista è lo stereotipo del simpatico ficcanaso sempre a spasso con il proprio fido, chi ti ha ispirato questa figura?

Non è un personaggio che si ispiri a qualcuno in particolare, è stato inserito nel racconto per dare un senso di vissuto, di realtà quotidiana.  E per ironizzare e sdrammatizzare, come sanno fare i romani.

Ci sarà un seguito de La signora degli inferi?

Sicuramente sì. Anzi, la nuova indagine di Marco Visconti è già ben avviata.

Ora, parlando di libri, quale è stata la tua ultima lettura?

Gli ultimi due che ho letto, in contemporanea. Magellano, di Stefan Zweig: sarà per la passione per la vela, ma amo i libri sulle esplorazioni e i grandi navigatori. E Viaggio al termine della notte, di Celine, autore difficile e quasi odioso per certi versi, ma che a  mio parere scrive in un modo inarrivabile per noi comuni mortali.

Il libro più importante che hai letto?

I libri dei grandi sudamericani, Borges e Marquez. Immancabili, in ogni biblioteca e in ogni percorso di formazione culturale.

:: Un’ intervista con Antonella Boralevi a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2013

i baciGrazie Antonella per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Antonella Boralevi? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te! Credo molto nella Rete perché è un luogo di libertà e mi piace il tuo lavoro.
Punto di forza: la fiducia. Nella vita, nelle persone. E la tenacia. In generale, a chi lavora con me, dico sempre che la mia regola professionale è :”No, non è una risposta”. Credo che si possa ottenere quello in cui si crede, se si ha la tenacia di crederci.
Punto di debolezza: sono sensibile, troppo. E’ vero che è la radice e la ragione della mia scrittura ma… capita di rimanere ferita.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho cominciato a leggere a 5 anni, i libri dello scaffale più basso della biblioteca di casa. Da “8 giorni in una soffitta” a Jules Verne, Stevenson, Sir Walter Scott, Dickens. Ho letto, senza capirci nulla, credo a 8 anni “Il grande Gatsby” di Fitzgerald, che era stato riposto da mia madre nello scaffale sbagliato. Amo profondamente gli scrittori che sanno raccontare e che ti portano dentro te stesso. “Guerra e pace” di Tolstoj è il mio libro della vita. Poi Katharine Mansfield, Edith Wharton (“La casa della gioia”) , Henry James (“Daisy Miller” “Pupilla e tutore”), Scott Fitzgerald (“ Tenerta è la notte” “Di qua dal paradiso” e “Taccuini” ), Salinger (“Racconti” e “Franny e Zooey”)  Leggo l’Orlando Furioso da anni.

Sei un’autrice di romanzi, racconti, saggi, sceneggiature. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Mia nonna Ottavia mi raccontava ogni  sera una favola. Ero molto piccola ma adoravo la magia di quei momenti. E soprattutto, ero affascinata dalla storia, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Per questo scrivo storie che hanno sempre qualcosa da dire, e detesto gli scrittori contemporanei che scrivono romanzi sul loro ombelico. Io voglio raccontare la vita vera di personaggi che ti buchino il cuore.

Hai portato in televisione talk show di approfondimento. Ti piacerebbe curare una rubrica sui libri? Che idee originali apporteresti al programma? Perché è tanto difficile parlare di libri in tv?

Perché non si deve parlare di libri ma “con i libri”. Facendo vivere le storie e i personaggi mentre si parla di attualità. Che è quello che ho fatto io, da “Uomini” a “Linee d’ombra”, a “Capitani coraggiosi”.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo per Rizzoli, I baci di una notte. Mi piacerebbe parlarne con te. Innanzitutto, lo definiresti un romanzo d’amore?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile. Che invece accade. Scoppia nell’arco di una notte sola, ma cambia la vita per sempre.

Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

L’immagine forte di due vite destinate a non incontrasi mai. Perché su fronti opposti, come l’ ’Italia di adesso: da una parte i ricchi, dall’altra i poveri.

Perché secondo te è così difficile parlare di sentimenti, in un libro, come nella vita?

Nei miei romanzi, i sentimenti sono al centro.  Scrivo per aprire il cuore del mio lettore. Scrivo perché chi mi legge scopra nel mio romanzo una parte di sé, e trovi quello di cui ha bisogno.

Puoi riassumere il tuo libro, toccandone i temi principali?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile, ma reale, che scoppia nell’arco di una sola notte, la notte del Capodanno 2012, tra due ventenni che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, perché appartengono a due mondi opposti. Santina è la figlia di un cassaintegrato siciliano, è una anima bella, è coraggiosa e sa trovare la gioia in ogni cosa che fa. Sigieri è bello, ricco, marchese, annoiato, destinato alla finanza a Londra. Santina e Sigieri si incontrano la notte di Capodanno in un rifugio perso tra la neve a Cortina, per una serie di coincidenze del caso, e vivono una scena di erotismo assoluto che però diventa fusione dell’anima.
La notte che tutte le donne, credo, vorrebbero vivere.

Utilizzi uno stile particolare in cui il registro poetico si sovrappone a quello prosastico. Pensi che la poesia sia il modo migliore per parlare d’amore? Se non è una domanda troppo personale, quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

Cerco di scrivere per dare emozioni. Amo Wisława Szymborska.

Nei primi capitoli ci presenti i due protagonisti Santina e Sigieri. Due ragazzi che non potrebbero essere più diversi. Cosa li unisce?

Santina e Sigieri sono l’opposto. Persino i loro nomi rimarcano la loro distanza siderale. Eppure si uniscono. Una sola notte li cambierà per sempre. E nessuno dei due sarà mai più lo stesso.

Poi l’incontro, a cui segue una scena d’amore abbastanza forte. Perché hai scelto un’ambientazione così poco romantica come un bagno, e hai unito aggressività e tenerezza?

Perché la passione è questo. E’ forza assoluta. Inarrestabile.  E’ coraggio di darsi tutto all’altro. Ma ogni volta, come fa Sigieri, chiedendo. E ogni volta, come fa Santina, dicendo sì.

Parlaci dei personaggi secondari del libro: l’amica Gessica, Amerigo, Virginia, l’autista Condorelli, la proprietaria del rifugio. Un modo contrapposto: i ricchi da un lato, egoisti, crudeli, infelici e dall’altro la gente comune, più umana se vogliamo.

“I baci di una notte” racconta l’Italia di adesso. E’ indubbio che le persone semplici hanno più valori, e che i privilegiati sono viziati e cinici. In generale. Ma poi c’è il doppio finale, doppio colpo di scena.
Il romanzo, per me, deve raccontare vite. E i personaggi di contorno sono fondamentali. Ne “I baci di una notte” ciascuno ha un carattere e ciascuno, dall’inizio alla fine del romanzo, cambia. Gessica è realista, sa che “quelli come loro non guardano quelle come noi”, ma poi troverà anche lei una promessa d’amore. Condorelli, l’autista, è buono e triste, e sarà meno triste. La famiglia che prepara la festa per i clienti ricchi ha dentro le dinamiche di tante famiglie, e spesso ti fa sorridere.

Quale è o sono le tue scene preferite in I baci di una notte?

La scena in cui, al rifugio, Santina si perde nella contemplazione del gruppo dei belli e ricchi, e di colpo, al suo tavolo di fortuna accanto al gabinetto, si presenta Sigieri. E la scena d’amore. Tutta. Tutte le 30 pagine. E’ una scena in cui l’erotismo diventa passione.

Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Tutti i personaggi sono arrivati subito. Tutti completi e veri. Ho scritto “I baci di una notte” in 4 settimane, di fila, senza dormire e mangiare, quasi.

Perché hai ambientato la storia a Cortina? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Conosco Cortina da quando sono nata. E’un luogo a parte. A Cortina sei fuori da tutto e tutto può succedere.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Al lancio di “I baci di una notte”. La storia della passione di una sola notte tra Santina e Sigieri, che cambia la loro vita per sempre, urla dentro di me che vuole essere raccontata a più persone possibile!