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:: Un’ intervista con Fabio Gamberini

29 gennaio 2013

the prestigeCiao Fabio, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla terza edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di The prestige di Christopher Priest,  Miraviglia editore. Dopo tanti scrittori ho l’opportunità di intervistare un traduttore, e inizierei col parlare di te. Sei nato a Bologna nel 1979, sei traduttore di narrativa, fumetti e videogiochi. Vuoi descriverti ai nostri lettori?

Ciao e grazie per l’ospitalità e per la menzione per la mia traduzione di The prestige.
Sono un avido divoratore di tutto ciò che contenga un pizzico di magnifico, siano libri, fumetti, film o serie tv. La traduzione è la mia passione, il mio lavoro e il mio passatempo. Non saprei che altro fare nella vita! Faccio questo mestiere da diversi anni e arrivare a poter tradurre un titolo prestigioso (scusate il gioco di parole!) come il romanzo di Christopher Priest è stata una grande soddisfazione, tanto personale quanto professionale.

Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?

Che io sappia non esistono premi per traduttori, almeno niente di paragonabile ai più celebri riconoscimenti per scrittori. Scrivere un romanzo o un racconto è certamente più impegnativo che tradurne uno, perché il traduttore non deve compiere il processo creativo: la storia è già sulla pagina, con il suo inizio, sviluppo e finale, efficace o meno che sia. Al traduttore, però, spetta il compito di adattare il testo alla propria lingua e cultura. Pertanto, tradurre certi romanzi può essere molto impegnativo e il traduttore meriterebbe un riconoscimento maggiore, invece tende a restare nell’ombra e a non essere notato dal lettore.
Conosco molti lettori smaliziati che hanno iniziato a fare caso al nome del traduttore solo da quando faccio questo mestiere. Prima, il libro veniva letto senza porsi troppe domande sull’impianto professionale dietro la creazione del volume editoriale. Apprezzo molto quelle edizioni (purtroppo poche) che citano in copertina il nome del traduttore.

Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?

Se dico da sempre suono banale? Eppure è così. Credo che la scintilla sia nata leggendo uno dei primi fumetti Marvel: ho provato subito una grande ammirazione tanto per chi li scriveva quanto per chi mi dava la possibilità di leggerli nella mia lingua.

Ci sono qualità, caratteristiche psicologiche, doti necessarie per intraprendere questa professione?

Una profonda conoscenza della lingua source del testo ma, ancora di più, della lingua target. La prima cosa che insegnano o che si impara all’atto pratico è che è la resa finale quella importante, a costo di stravolgere l’originale. Per questo, condivido appieno il detto: “Traduttore traditore”.
Come doti particolari, è importante una marcata versatilità nell’adattare il proprio stile per riprodurre in modo efficace quello dell’autore, altrimenti si rischia di risultare monocordi, di rendere un italiano corretto ma privo di verve. Ah, e una buona dose di velocità nel tradurre è sempre apprezzata.

Che studi hai fatto? Quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono laureato in lingue e letterature straniere all’università di Bologna e ho frequentato un master in traduzione letteraria alla Sapienza di Roma. So che esistono numerosi corsi sulla traduzione ma non ne conosco molti direttamente: come in ogni cosa, ce ne saranno alcuni più validi di altri. Quelli che ho frequentato sono stati importanti, ma il “grosso” della formazione è avvenuto sul campo, dove è l’esperienza pratica a insegnare. Purtroppo, in questo settore più che in altri, è richiesta parecchia esperienza fin da subito e non è semplice trovare qualcuno disponibile a insegnarti, a metterti alla prova, ad accettare possibili errori dettati dall’inesperienza, nonostante tutta la buona volontà e il talento che ci puoi mettere.

Ci sono maestri, sulle cui traduzioni hai studiato, che ti hanno insegnato qualcosa? Da chi hai imparato di più?

In ambito di narrativa, sicuramente Roberta Rambelli, le cui traduzioni di fantasy e fantascienza mi hanno accompagnato fin dai tempi dell’adolescenza. Negli ultimi anni sono state preziose le lezioni di Alfredo Colitto, impareggiabile traduttore di thriller. In campo fumettistico, invece, gli albi tradotti da Pier Paolo Ronchetti e da Andrea Plazzi mi hanno insegnato ad affrontare quel tipo di testi, per cui è necessario un approccio diverso, più mirato alla sintesi a causa degli spazi ristretti imposti dai balloon e a un’efficacia “d’impatto”.

Hai tradotto più di venti romanzi per Fanucci, Miraviglia, Multiplayer Edizioni e Panini. Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.

Inviare curricula è sicuramente un buon modo, anche se nella maggior parte dei casi si ricevono risposte negative o non si riceve risposta alcuna (non per malafede dell’editore, ma perché i candidati che si propongono sono tantissimi). Credo che il segreto sia trovarsi al posto giusto nel momento giusto, proporsi a una casa editrice proprio mentre questa sta lanciando un progetto in linea con il proprio curriculum e per il quale sta cercando nuove risorse.
Per questo, credo sia importante non desistere e inviare regolarmente il proprio CV aggiornato. Nel mio caso, ho cominciato con Fanucci tramite lo stage del master a cui accennavo prima, dopodiché la collaborazione è continuata. Con Panini, invece, abbiamo iniziato con qualche volume saltuario, poi mi è stata affidata una nuova collana di classici e da lì le collaborazioni sono aumentate considerevolmente. In ogni modo, è sicuramente come dici tu: una volta avviata una collaborazione, se soddisfacente per entrambe le parti, è piuttosto normale che prosegua in modo continuativo.

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

Solitamente a occuparsi della scelta del libro da tradurre sono gli editor, non i traduttori. A me non è mai capitato di scegliere il libro su cui lavorare. Il committente mi fa una proposta e sta a me accettarla o meno. Naturalmente, di solito tale proposta è basata sul mio bagaglio d’esperienze o sull’attinenza ad altri progetti analoghi già svolti per quel committente. Per esempio, quando la Panini ha lanciato una nuova testata mutante (nello specifico, la bellissima “Wolverine e gli X-Men”), mi è stata affidata perché traducevo già gli altri mensili mutanti.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

Esatto, proprio così. Quando mi viene affidata una traduzione faccio un paio di giorni di “prova”, per calibrare la difficoltà del lavoro ai miei tempi. Dopodiché organizzo una scaletta nella quale assegno un determinato numero di pagine a ciascuno dei giorni che ho a disposizione, cercando sempre di stare largo e poter così gestire eventuali imprevisti o parti di lavoro particolarmente ostiche. Per fortuna, non mi è mai capitato di sforare una deadline.

Raccontaci una tua giornata tipo dedicata alla traduzione.

In realtà non è molto diversa da una normale giornata di lavoro, tranne per il fatto che non devo recarmi sul posto di lavoro e che posso organizzarmi liberamente gli orari. È una bella fortuna!
Cerco comunque di essere regolare nel rispettare la scaletta, in modo da non trovarmi con troppe pagine da tradurre a pochi giorni dalla data di consegna. Amo lavorare alle prime ore del mattino, mentre trovo faticosissimo mettermi al computer dopo cena. Ma ogni traduttore ha i propri ritmi: so di alcuni miei colleghi che lavorano solo di notte, come vampiri!

Vuoi svelarci qualche segreto del mestiere? Come si ricrea lo stile, il ritmo, la parlata magari gergale di un autore? Leggi altri testi tradotti di questo autore, quando ci sono? Ti immedesimi, respiri la sua aria?

Mi fai una domanda molto difficile, nel senso che non esistono regole fisse a cui attenersi.
Ricreare lo stile dell’autore è una sfida sempre nuova, e molto sta nel modo in cui è scritto il romanzo: a volte sembra di non lavorare nemmeno, tanto l’opera di adattamento risulta naturale, mentre altre è più impegnativo. Per quanto possibile cerco sempre di dare brio anche a quelle parti che in originale risultano – a mio parere – meno efficaci. Tutto questo senza mai stravolgere il testo, s’intende, ma tenendo a mente – come dicevo prima – che è il risultato finale a contare, quello che il lettore italiano si trova per le mani.
Quando possibile, leggere altri libri dello stesso autore può essere utile per verificare eventuali deviazioni da uno stile più o meno abituale, così come è consigliabile leggere traduzioni precedenti – se ce ne sono – di quell’autore, in modo da farsi un’idea di come il pubblico italiano è abituato a conoscerlo.

Consegnata una traduzione, viene revisionata dall’editore. Arrivati a questo punto che passaggi sono necessari prima che il testo sia pubblicato?

Sia che si parli di traduzioni di narrativa, di fumetti o di videogiochi, il testo tradotto passa sempre sotto le abili mani (o per meglio dire occhi) di revisori esperti con i quali il traduttore ha spesso un contatto diretto in caso di problemi o di scelte stilistiche da concordare. Superato questo passaggio, il testo viene controllato anche dai correttori di bozze, i quali si occupano di rimuovere i refusi e di controllare nuovamente il testo.

Parliamo  della traduzione di The prestige di Christopher Priest, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?

Conoscevo The Prestige grazie al film di Christopher Nolan, ma non il libro, che ho letto soltanto prima di iniziare la traduzione. Mi sono trovato davanti qualcosa di completamente diverso, a livello di approccio narrativo, benché la storia fosse la medesima. I diari di Rupert Angier e Alfred Borden mi hanno assorbito completamente. La parte più difficile sono state alcune pagine intorno alla metà del libro, nelle quali si “accenna” al segreto di Borden. Sapevo bene di cosa si stava parlando, ma dovevo fare attenzione a sciogliere quei passaggi senza rivelare troppo al lettore.

Collabori con Panini Comics, per cui curi la traduzione delle testate da edicola degli X-Men, degli Avengers e numerosi altri volumi. Fumetti, cinema, narrativa ti appassionano. Che differenza c’è tra tradurre un fumetto e un testo narrativo?

La differenza principale è data dalla ristrettezza degli spazi dei balloon. In un romanzo, un riferimento culturale o un gioco di parole possono essere sciolti o spiegati prendendosi la libertà di spendere qualche parola, a volte inserendo anche una battuta in più, mentre in un fumetto bisogna necessariamente essere concisi. È lo stesso problema che devono affrontare i traduttori per il cinema e per la tv, per intenderci. Nel loro caso il limite è la durata del labiale, nel mio la capienza dei balloon (a volte davvero minima!). Al tempo stesso, però, la traduzione di un fumetto è facilitata dalla presenza dei disegni, che forniscono contesto e spesso sono utili per sciogliere espressioni o riferimenti ostici. Personalmente, poi, mi sento più a mio agio nel tradurre i dialoghi, anche nei romanzi, e data la loro presenza massiccia all’interno dei fumetti, questa mia propensione si sposa bene con il genere dei comics.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Traduco i quattro mensili dedicati agli X-Men e a tutti i gruppi di contorno (Nuovi Mutanti, X-Factor e molti altri), e il mensile dedicato agli Avengers. Sto traducendo anche importanti novità per i lettori di comics Marvel in vista dell’evento Marvel NOW!, ma non mi è concesso svelare nulla! Oltre a questi, sono al lavoro su interessanti volumi Marvel e Image, tanto per appassionati di fumetto quanto per chi non ha familiarità con il genere.

Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.

Grazie a voi della menzione sul blog e dell’intervista. Un saluto a tutti!

:: Un’ intervista a Franco Forte a cura di Viviana Filippini

29 gennaio 2013

francoCiao Franco, piacere averti qui ospite a Liberi di Scrivere. Più che di un tuo romanzo parleremo in generale del tuo mestiere di scrittore, direttore editoriale delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, editor e consulente letterario.

Quale è la tua idea sull’editoria italiana?

Domanda complessa e difficile da contenere in poche righe. Diciamo che l’editoria, come tutti i settori che producono beni di consumo, in questi tempi di crisi sta soffrendo parecchio, anche se lo zoccolo duro di lettori italiani pare disposto a rinunciare a molte cose ma non al caro, vecchio libro. Per di più, la diffusione dei dispositivi elettronici capaci di gestire gli ebook (dagli smartphone ai reader passando per i tablet) sta facendo crescere il settore dell’editoria digitale, il che contribuisce a fare galleggiare tutto il comparto libri al di sopra della linea di annegamento, ma diciamo che la lotta è dura e senza soste. C’è una contrazione delle vendite, una contrazione dei titoli pubblicati, una contrazione degli investimenti e delle spese che gli editori possono sopportare, il che ha riflessi a catena su tutto il ciclo produttivo e di lavoro che sta alle spalle del prodotto libro (traduzioni, revisioni, lavori redazionali, contratti, diritti, stampa, ecc). La speranza è che la situazione economica generale migliori, e quindi il pubblico, tornando a respirare un po’ di più rispetto a oggi, torni a frequentare le librerie per alimentare la mente e lo spirito con qualche buon libro.

Da quello che noti nel tuo lavoro, cosa amano leggere gli italiani?

Un po’ di tutto, anche se abbiamo una pessima abitudine, in questo Paese: farci trascinare dai “fenomeni”, che siano televisivi o perché in qualche modo scalano le classifiche, magari per merito, magari (direi la maggior parte delle volte) per sapienti operazioni pubblicitarie e di marketing. Però per fortuna quel famoso zoccolo duro di lettori che non demorde sa cosa scegliere, e si rivolge a chi soddisfa il suo desiderio di approfondire un genere piuttosto che le opere di un autore. L’importante, per chi fa editoria oggi, oltre che seguire le mode, è saper riconoscere le istanze dei lettori più fedeli. Che sono anche i più esigenti.

Da direttore delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, in base a cosa scegli i libri da pubblicare?

Ovviamente in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze della materia, oltre che dopo attenta consultazione con il pool di esperti che ognuna di queste collane può mettere in campo. Ma diciamo che la mia sensibilità personale risulta poi prevalente, quando si tratta di puntare più su un autore piuttosto che su un altro, e per fortuna al momento i risultati mi stanno dando ragione, visto che il mercato delle vendite in edicola, per quanto tartassato dalla crisi quanto quelle delle librerie, sta facendo segnare, per le mie collane, un trend abbastanza positivo. Soprattutto per i Gialli Mondadori, una collana che ha fatto e che continua a fare la storia del mystery in questo Paese.

Prediligete autori italiani o stranieri?

Non siamo noi a “prediligere”, bensì i lettori. E purtroppo sappiamo che gli italiani sono esterofili per partito preso: fra un John Smith che non conoscono e un Mario Rossi, sceglieranno sempre e comunque Mister Smith. Quindi la lotta per imporre all’attenzione del pubblico qualche buon autore italiano è ardua, ma noi la conduciamo a piccoli e attenti passi, e questa strategia qualche frutto sta cominciando a darlo. I vincitori del Premio Tedeschi per il giallo e del Premio Urania per la fantascienza, per esempio, sono sempre fra i più venduti. E alcuni autori si stanno imponendo all’attenzione del pubblico per la qualità delle loro opere, come per esempio Marzia Musneci, Carlo Parri, Cristiana Astori e Annamaria Fassio nel giallo, oppure Stefano Di Marino (che firma con lo pseudonimo Stephen Gunn le avventure del Professionista), Andrea Carlo Cappi e Giancarlo Narciso per la spy story. Nella fantascienza è molto più difficile imporre qualche buona firma italiana, e per il momento è solo grazie al Premio Urania che riusciamo a far conoscere qualche ottimo autore, come Maico Morellini o Alessandro Forlani. Però di certo l’impegno per promuovere la narrativa nazionale è costante, e soprattutto grazie ad alcune iniziative, come l’antologia “Giallo 24” uscita a gennaio nei Gialli Mondadori, stiamo cominciando a raccogliere i primi frutti.

C’è qualcuna delle ultime pubblicazioni per le collane Mondadori che dirigi a cui tieni in modo particolare?

L’antologia di cui ho appena parlato, “Giallo 24”, che raccoglie 15 racconti selezionati questa estate, quando insieme a Radio 24 di Il Sole 24ore abbiamo dato vita all’omonima trasmissione, votata  a cercare buoni racconti gialli da leggere in radio, le cui versioni ampliate abbiamo poi raccolto nell’antologia cartacea. E poi la serie del Professionista Story per Segretissimo, cioè la raccolta di tutte le storie di Chance Renard, il personaggio cult della spy story italiana creato da Stefano Di Marino, giunto ormai al 35° romanzo.

Sei direttore della «Writer Magazine Italia». Spiegaci un po’ la funzione di questa rivista?

La WMI è un magazine per gli scrittori. Fornisce non solo nozioni tecniche, ma soprattutto un modo professionale e dinamico per rapportarsi con la scrittura e con il mondo editoriale. Pubblica ottima narrativa selezionata con cura, e fornisce una spinta promozionale non indifferente agli autori che ospita, perché è una rivista ben conosciuta dagli addetti al mondo editoriale. Oltre a questo, il magazine garantisce un luogo di incontro online (il forum dedicato) unico nel suo genere, in cui promuoviamo continuamente iniziative finalizzate a pubblicare racconti in antologie e presso case editrici di rilievo.

Tra le varie iniziative della rivista, c’è anche un concorso della WMI. Chi può partecipare e di solito quanti dattiloscritti vi arrivano nella redazione ?

Il Premio WMI è aperto a tutti, senza preclusioni. I primi tre classificati vengono pubblicati sulla rivista, e questo garantisce una promozione non indifferente nel mondo editoriale che conta. Il numero dei partecipanti varia moltissimo da edizione a edizione, però bisogna tenere presente che il premio è a cadenza trimestrale, cioè ogni tre mesi c’è un nuovo bando per partecipare.

Scrivono di più gli uomini o le donne?

Al momento direi le donne. Che sono anche coloro che più leggono e più spendono soldi per acquistare libri.

Passiamo al tuo ruolo di scrittore, cosa stai scrivendo ora?

Il seguito di “Il segno dell’untore”, con la seconda indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Il romanzo uscirà nel 2014 per gli Omnibus Mondadori. Ma ho poi altri progetti in cantiere, fra cui un film che sto scrivendo insieme al regista Donato Pisani e che dovrebbe avere come attore principale Stefano Chiodaroli, il comico di Zelig e Colorado Cafè che ha un’anima drammatica davvero notevole.

Quando cominci un romanzo c’è qualcosa in particolare da cui prendi l’ispirazione?

Dipende, ma ormai diciamo che devo seguire più che altro le richieste da parte dei miei lettori, che pretendono un certo tipo di narrativa da parte mia, soprattutto il romanzo storico. Anche se non mi dispiace, di tanto in tanto, fare delle puntatine in generi letterari differenti, come per esempio il fantasy, il thriller o la fantascienza.

Quando scrivi ascolti musica o ti isoli in modo completo?

Nessuna delle due cose. Sono un giornalista, per formazione, e sono abituato a lavorare e a scrivere nel casino di una redazione, quindi il rumore non mi spaventa. Però la musica mi deconcentrerebbe, quindi preferisco ascoltarla in relax, non mentre scrivo.

Tra la scrittura di un romanzo e quella di un sceneggiatura per il cinema e la televisione, qual è il processo creativo più impegnativo?

Un romanzo, senza dubbio. Le sceneggiature sono difficili se non si ha dimestichezza con i dialoghi e non si possiede il dono della sintesi, altrimenti scorrono via lisce che è una meraviglia. Il romanzo, invece, è una costruzione così complessa che può prosciugarti l’anima, se non si sta attenti.

Il tuo romanzo, La compagnia della morte, è stato pubblicato in Spagna e in America Latina. Come è il pubblico di lettori rispetto a quello italiano?

Sì, ha seguito il successo di “Carthago”, che è andato molto bene. Nei paesi di lingua spagnola il romanzo storico è fra i più apprezzati, e gli autori italiani sono tenuti in grande considerazione, diversamente da quanto accade nel mercato anglosassone. Certamente pretendono il massimo dell’accuratezza storica, oltre a una buona capacità di affabulazione, e credo che “Carthago” e “La compagnia della morte” siano piaciuti proprio per questo.

Quali sono il primo libro che hai letto e l’ultimo?

Il primo è stato “20.000 leghe sotto i mari”. L’ultimo, appena chiuso, è stata in realtà una rilettura: “La storia della colonna infame” del Manzoni.

 Perché ti son piaciuti?

Perché sono stati in grado entrambi, seppure in modi completamente diversi, di raccogliere tutta la mia attenzione e farmi estraniare dal mondo. E’ questo che chiedo a un buon libro. Ed è questa magia che cerco di innescare con i lettori dei miei romanzi.

Un’ultima domanda. Che consiglio daresti a chi ama scrivere e volesse proporre a un editore il proprio lavoro?

Di non lanciarsi allo sbaraglio. Prima meglio capire come funziona questo affascinante ma terribile mondo editoriale. Come? Per esempio facendo un salto sul forum della WMI (o leggendo la rivista) per capire molte cose e confrontarsi con i professionisti della scrittura e dell’editoria.

:: Un’intervista con Heike Koschyk a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2012

pergamena_maledettaGrazie Heike per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Sei nata a New York, ma ora vivi in Germania con la tua famiglia. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Heike Koschyk? Punti di forza e di debolezza.

Molte grazie per il tuo interesse!

Chi sono? Una persona con una passione incredibile per la storia e le storie. Mi piace ascoltare ed entrare in empatia con le persone, al fine di comprendere le loro motivazioni. Questa è anche una debolezza. Chi può comprendere tutti i punti di vista spesso ha problemi a vedere il proprio punto di vista.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho trascorso la maggior parte della mia infanzia a Travemünde, un villaggio costiero nel quale non succedeva niente tranne che nei mesi estivi. Così mi sono trasferita a Monaco di Baviera subito dopo essermi diplomata (“Abitur”), per studiare letteratura tedesca e la lingua cinese.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Volevo scrivere da quando ero bambina. Ma ci sono voluti anni per capire che questo avrebbe potuto essere il mio vero lavoro. Un giorno, quando ormai i miei libri erano già stati pubblicati regolarmente da noti editori, ho preso la decisione di seguire il mio cuore. Sapevo solo che non avrei voluto fare altro che scrivere.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

In quel periodo lavoravo come istruttore medico. I miei seminari prevedevano tali estese documentazioni, che decisi di pubblicarle in un libro. Questo fu l’inizio. Il libro successivo fu un thriller – un genere in cui mi sono sentita subito a casa.

Hai esordito in Italia, grazie alla Newton Compton, con La pergamena maledetta (Pergamentum, 2009). E’ il tuo primo romanzo? Hai scritto altri romanzi?

Ho già scritto due romanzi polizieschi e una biografia di Ildegarda di Bingen. “Pergamentum” è stato il mio primo romanzo storico, seguito da un altro: “Die Alchemie der Nacht” un thriller che si svolge nel 18 ° secolo e conduce il lettore agli inizi della medicina moderna, in un mondo tra superstizione e scienza.

La pergamena maledetta è un thriller storico ambientato nel Medioevo che si basa su una storia avventurosa e di investigazione. Tutto avviene tra le mura di un monastero in cui si nasconde un segreto che potrebbe mettere fine alla Cristianità. In una misteriosa pergamena, scritta in un codice da decifrare, è nascosta una profezia che lascia dietro di sé molte morti misteriose. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Durante le ricerche per la biografia di Ildegarda di Bingen ho notato che una parte molto importante del suo lavoro era stata quasi ignorata dagli storici: la Lingua Ignota. La Santa ha usato questo linguaggio segreto per comunicazioni confidenziali? E perché? Appena ebbi finito la biografia, scrissi la trama di Pergamentum  e immediatamente mi trovai nel bel mezzo della storia.

Ad indagare la giovane nobildonna Elysa da Begheim. Parlaci della tua protagonista.

Elysa è una donna molto volitiva, all’inizio forse un po’ superficiale. Grazie a suo zio, che è un insegnante presso la cattedrale di Mainz, ha ricevuto una eccellente educazione. Per questo motivo si ritrovata involontariamente nel ruolo di investigatrice. Nel corso della storia impara ad essere attenta e sviluppa una comprensione per le suore e la vita nel monastero. E solo grazie all’ intuizione che sarà in grado di scoprire il segreto della pergamena maledetta.

Raccontaci qualcosa anche degli altri personaggi del libro.

Oltre a Margherita, che è molto compassionevole, e Jutta, la suora del monastero versata nell’arte Medica, mi piace il personaggio di Ida – una suora che ci insegna che il primo parere non è sempre quello corretto.

Inoltre Clemente di Hagen è una persona molto importante. Egli è l’iniziatore delle indagini e prosegue la ricerca al di fuori delle mura del monastero. E’una persona che svolge un ruolo importante nella vita Elysa.

Forse il più famoso giallo storico ambientato nel Medioevo è Il nome della rosa di Umberto Eco. L’hai letto? Ti ha influenzato nella stesura de La pergamena maledetta?

Umberto Eco è uno dei miei autori preferiti. E, naturalmente, ho letto “Il nome della rosa.” Sono rimasta colpita da come intreccia magistralmente i simboli all’interno della trama. E mi ha ispirato soprattutto riguardo alla semiotica (la scienza dell’uso dei segni). Così ho esaminato l’ opera di Ildegarda di Bingen,  a proposito dei segni nascosti e li ho inseriti all’interno della storia di Pergamentum. Chi legge con attenzione noterà che le descrizioni, il ruolo degli elementi o il gioco di superstizione e di religiosità, fanno notare che i segni corrono come un filo conduttore attraverso il libro, ed infine conducono alla soluzione.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di La pergamena maledetta?

Incluso il lavoro di ricerca per la biografia, circa un anno.

La ricostruzione di eventi reali e storici nelle tue storie è prevalente, o preferisci utilizzare la fantasia?

Lo sfondo è autentico e storicamente corretto. Ma la storia stessa è nata dalla mia immaginazione, anche se comunque si basa su una supposizione, che fino ad ora nessuno aveva presentato in questo modo. Ma oltre  alla correttezza: io amo mostrare la storia – come avrebbe potuto essere – in un modo da intrattenere e pittoricamente.

La mistica Ildegarda di Bingen è un personaggio realmente esistito e fu una delle donne più importanti del Medioevo. Ho avuto modo di leggere La sognatrice di Anne Lise Marstrand- Jorgensen, ma so che anche tu hai scritto una sua biografia. Vuoi parlarci di questa affascinante e leggendaria donna.

Hildergard era una donna davvero notevole e moderna nel suo modo di pensare. In quei tempi, mentre tutti avevano paura dell’ inevitabile destino, e tutti pensavano, che non c’era nulla che rendesse la vita migliore se non pregare, chiese alla gente di agire in modo responsabile. Herefor la paragonò all’interazione tra uomo e natura come in un’orchestra in cui ogni suono –  distorto o armonioso – ha un effetto sulla composizione nel suo insieme. L’uomo al centro della creazione, con la libertà, ma anche la responsabilità, deve contribuire ad ottere una vita felice e soddisfacente per l’intera umanità. Questa affermazione è valida ancora oggi – la questione della sostenibilità è più attuale che mai.

Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo libro?

Ho avuto la fortuna di avere accesso diretto alla Biblioteca Universitaria di Amburgo. Negli archivi ci sono informazioni eccellenti sul Medioevo, come ho ben scoperto per le fonti su Ildegarda di Bingen. Ho lavorato molto con i vecchi libri e i documenti e non appena il romanzo fu quasi finito, visitai i siti storici per verificare le descrizioni.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ogni volta che scrivo, voglio che il lettore si crei un cinema mentale al fine di dargli anche una esperienza visiva. E sarebbe il mio più grande desiderio vedere le mie storie su uno schermo reale. Mi chiedo spesso per esempio come un regista o un produttore immaginerebbero la mia storia. Per Pergamentum una società cinematografica aveva già manifestato il suo interesse, ma non è riuscita a causa del costo.

Nel 2008 hai vinto l’Agatha Christie Krimipreis, il più importante riconoscimento tedesco per i racconti gialli. Che ricordi hai di questo premio?

E ‘stato quasi come un suggerimento del cielo, perché in quel momento mi trovavo di fronte alla decisione di accrescere la mia attività di naturopata e smettere di scrivere. Ho pregato per un segno – e c’è stato. Ora scrivo e ho abbandonato la pratica.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena iniziato il nuovo libro di Carlos Ruiz Zafon (“Il prigioniero del cielo”). Mi piace il suo stile di scrittura – una miscela di mistero, emozione e umorismo, e sono felice che Daniel Sempere e il suo amico Fermin siano ancora una volta presenti in questa storia.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Sì, certo. Solo allora so se ho raggiunto il lettore. Le critiche giustificate mi incoraggiano costantemente a migliorare il mio lavoro . Le recensioni entusiastiche mi rendono felice, perché scrivo per intrattenere i miei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Fino ad ora non ci sono piani.

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, vorrei concludere questa intervista chiedendoti a cosa stai lavorando ora, e quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Sto scrivendo un thriller storico ambientato in Italia alla fine del 19 esimo secolo. Ma in questo momento non posso darti ulteriori dettagli …

:: Un’intervista con Adrian McKinty a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2012

1704421_0Grazie Adrian per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Adrian McKinty? Punti di forza e di debolezza.

Sono tutte debolezze, ho paura. Sono distratto, disordinato, pigro con un’etica del lavoro molto povera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Carrickfergus, Irlanda del Nord, nel 1968 e sono andato alla scuola media locale. Sono cresciuto in un complesso residenziale pubblico durante il periodo della storia dell’Irlanda del Nord conosciuto come “The Troubles”: era un momento piuttosto interessante con un sacco di attentati, dirottamenti, sequestri di persona e omicidi a caso. Ho studiato giurisprudenza presso l’Università di Warwick in Inghilterra e poi, dopo sono andato a studiare filosofia presso l’Università di Oxford.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura poteva diventare un vero lavoro?

Si tratta di un vero e proprio lavoro? Non sono ancora convinto di questo.

Scrivi a tempo pieno? Oppure dividi il suo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Ho fatto vari lavori: insegnante, postino, camionista, barman ecc… Sono tra un lavoro e l’altro al momento.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

I demoni nella mia testa.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Oh merda si ‘. Molti, molti rifiuti. Solo la stupidità mi ha fatto andare avanti. Se fossi stato un individuo più centrato, con un miglior senso di prospettiva avrei smesso, ma io sono un pessimista ottimista così ho continuato a inviare il mio libro.

Hai scritto dodici libri, sei dei quali formano due trilogie. In Italia è uscito solo Ballata Irlandese con Rizzoli Editore. Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Penso che uscirà un libro l’anno prossimo. Una traduzione di The Cold Cold Ground (ma non sono sicuro di questo)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Amo l’Italia quindi mi piacerebbe tornare.

Parlami della tua routine di scrittura. Descrivimi una  tua tipica giornata di lavoro?

Purtroppo per me non è routine. Ho una grande ammirazione per quegli scrittori che scrivono 1000 parole prima di colazione ogni giorno, ma non sono mai stato uno di quelle persone. Scrivo quando posso, durante il giorno. Un’ora qui o là, talvolta nel mezzo della notte. Il mio non è il sistema migliore ad essere onesti.

Puoi dirci qualcosa della casa editrice che pubblica i tuoi libri?

Sono stato pubblicato da Scribner che è abbastanza famoso per aver pubblicato i primi libri di Hemingway e F. Scott Fitzgerald quindi sono molto onorato di essere pubblicato da loro.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Tanti. Cormac McCarthy, James Ellroy, Evelyn Waugh, JG Ballard, Angela Carter ecc ecc

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Molto spesso. Dead I Well May Be  era vero all’80%. The Cold Cold Ground una percentuale simile.

Sei un autore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Stai scherzando? Mi hanno gettato merda addosso per tutto il tempo. Se vuoi leggere alcune recensioni terribili puoi leggere quello che hanno detto del mio libro Deviant su Good Reads. Wow.

Parlami del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni  che il tuo stile sia cinematografico?

Sono stato influenzato molto dal cinema. Soprattutto dal cinema europeo d’essai. Mi piacciono le scene dei film che non hanno musica o dialogo. Alcuni film recenti che ho ammirato sono Fish Tank, Mulholland Drive, In The Mood For Love

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No.

Sei stato criticato per l’uso esplicito della violenza nei tuoi romanzi. Cosa rispondi a queste critiche?

La violenza fa parte della vita, in particolare la mia vita quindi se voglio dire la verità bisogna che ne parli.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Mi piace incontrare i miei lettori. Mi sento come se fossi in una cella di prigione quando sto scrivendo un romanzo quindi è fantastico per me uscire e incontrare qualcuno che abbia letto i miei libri. Non ho mai avuto una brutta esperienza con un fan. Ho fatto piuttosto poche letture pubbliche, alcune dove nessuno aveva voglia di vedermi. Questo mi rende triste.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo Zadie Smith che non è altro che brillante.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, George V. Higgins, Ross Mc Donald, Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Ken Bruen, Declan Hughes e John Connolly.

Ellroy: brillante; Woolrich: grande, Goodis: cool; Crumley: cinetico; Thompson: Il Maestro; Willeford: buono; Higgins: sottovalutato; McDonald: sopravvalutato; Chandler: Il Re; Dashiell Hammett: Dio; Bruen: il mio padrino; Dec Hughes: una cosa superba, John Connolly: in realtà non mi piace questa roba soprannaturale, ma apprezzo la sua abilità …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad una storia vera di un omicidio avvenuto tra un gruppo di nudisti tedeschi emigrati in un’isola in Nuova Guinea nel 1906, in modo da poter costruire una comune lì.

:: Un’intervista con Giuseppe Merico a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2012

Ciao Giuseppe e bentornato su Liberi di scrivere. Pugliese, classe 1974, scrittore e curatore della rivista Argo. Mancavi sul nostro blog dal 2009, data della nostra ultima intervista. Stilaci un bilancio. Cosa è cambiato da allora? Come si è evoluto il tuo stile di scrittura? Quali sono le conquiste più significative di questi anni?

Ciao e grazie per l’ospitalità. Ho iniziato a scrivere nel 2007 e dopo un approccio divertente e nemmeno tanto impegnativo che ha portato alla luce la raccolta di racconti Dita amputate con fedi nuziali (Giraldi), ho scritto il romanzo Io non sono esterno (Castelvecchi, 2011), durante la stesura di quest’ultimo non mi sono chiesto nulla, ho tirato dritto come un fuso, era ed è una storia molto sentita, scritta di getto in una manciata di mesi e presa in nemmeno dieci giorni dalla casa editrice romana, quest’anno è stato pubblicato Il guardiano dei morti (Perdisa Pop). Questa è una breve illustrazione del mio lavoro che chiarisce un po’ le idee innanzitutto a me in modo da rispondere alla tua domanda. Bilanci, non credo di volerne fare, nel senso che al di là dei lettori conquistati credo che la mia scrittura serva innanzitutto a me per sciogliere dei nodi che mi porto dentro, quindi non è il caso di usare strumenti di peso, al posto di questi preferisco le lenti di ingrandimento, diciamo che ho adottato una lente sempre più precisa che mi ha permesso di vedere meglio e di conoscere ciò che mi muove nelle relazioni e nel comportamento. Per quel che riguarda lo stile invece credo di esser passato da una forma “ingenua”, passami il termine, di narrazione, quella di Dita amputate con fedi nuziali a una forma più decisa, ben visibile in Io non sono esterno, dove le frasi sono brevi e anche i periodi lo sono, il tutto è stato funzionale alla durezza della storia e ancora a un’altra forma leggermente più complessa  dove alterno periodi di ampio respiro a tempi concitati soprattutto nelle scene pulp del Guardiano dei morti.

Sei nato a San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi. Ci hai vissuto? Che ricordi hai dei luoghi della tua infanzia?

Il mio paese non è solo il luogo dell’infanzia ma anche il posto dove trascorro quasi tutte le estati e ci torno spesso anche durante l’inverno, una parte della mia famiglia d’origine è ancora lì, dunque non rappresenta un ricordo ma una cosa viva che vedo mutare negli anni, è il posto delle radici ed è il posto che amo di più, nonostante le sue brutture ben identificabili nel Guardiano dei morti. I luoghi della mia giovinezza sono strade piene di polvere e vento o con l’asfalto che si scioglie sotto un sole fortissimo, pomeriggi sospesi a dormire anche quando non ne avevo voglia, spremute d’arancia alle sei del pomeriggio, odore di miscela del Mini Chic di mio padre, panni stesi su terrazze piatte, campi incolti e cani randagi, lo schianto del pallone Tango contro i garages usati come porte durante le partite di pallone, pistole o proiettili trovati per caso durante i giochi nei pressi della ferrovia e ancora chiodi messi sui binari ad aspettare che passassero i treni e ne ricavassimo poi delle piccole lance, quegli stessi treni sui quali ho viaggiato centinaia di volte e che mi hanno portato via dal mio sud per una scelta radicata fin da subito nella mia testa e poi quel mare e quel cielo che riconosco come miei. Quindi se dico di amare tanto la mia terra, perché ho deciso di lasciarla? Mi chiedo e credo che questa domanda nasca spontaneamente a chi legge quest’intervista. Una specie di disagio, come se sapessi che per realizzarmi in qualche modo sarei dovuto andar via, un posto più grande dove poter scomparire e riaffiorare a piacimento, la città dunque, Bologna, il posto in cui vivo da più di quindici anni.

Se ti va mi piacerebbe parlare con te del tuo ultimo romanzo appena edito da Perdisa, Il guardiano dei morti. Inizierei col chiederti come è nato. Quale è stato il punto di partenza del tuo processo creativo?

Il Guardiano è nato subito dopo aver saputo che Castelvecchi mi avrebbe pubblicato Io non sono esterno. Covavo dentro ancora molta rabbia e amarezza per come la vita finiva, uscivo da una situazione normalissima eppure drammatica, ovvero la malattia di mio padre e la sua conseguente morte. Decisi quindi di afferrare questa spinta intessuta di disagio e angoscia e mi chiesi come buttare tutto fuori. C’era un modo, violentare la morte, ucciderla. Così è nato il personaggio di Mimino che rappresenta una parte nera di me e del mio vissuto. Era lui che si sarebbe ribellato alla morte, che l’avrebbe sfidata, che si sarebbe ammalato per colpa di lei, che avrebbe giocato con lei  la sua partita a scacchi nel mio personalissimo e non tanto più privato Settimo Sigillo.

Quanto tempo hai impiegato per creare e ideare la trama, trasferirla sua carta, limare i dialoghi, correggere le imperfezioni? E’ stato nelle mani  di un editor?

Il romanzo pur essendo corposo, 380 pagine, è filato via bene, sapevo cosa stavo scrivendo e non ho tentennato mai, nel giro di quattro o cinque mesi l’ho terminato e sì, alla fine, prima della pubblicazione come tutti i libri è stato nelle mani del mio editor che si è limitato ad aggiungere qualche virgola e non perché non sappia fare il suo lavoro, anzi, ma proprio perché andava già bene così. Devo dire che in entrambi i romanzi, sia la Castelvecchi che la Perdisa Pop non hanno ritoccato il mio lavoro, né mi hanno chiesto di farlo.

Il guardiano dei morti ha per protagonista Mimino, Mimì, un giovane che lavora in un cimitero. Spoglia i cadaveri ed è l’ultimo a vederli prima che la bara sia chiusa. Vive ancora con la madre e il padre è appena morto lasciandolo ad affrontare questa assenza, questa privazione affettiva, che lui somatizza compiendo gesti estremi e ripugnanti. I suoi comportamenti sono una forma di ribellione contro la morte? Quale è l’interpretazione più autentica di questi atti?

Credo di averti risposto prima. Assolutamente sì, una forma di ribellione.

Mimino cerca nella famiglia e negli affetti l’unica via di salvezza. E’ dotato di grande umanità, è un uomo fondamentalmente buono anche se danneggiato. Ama Carmela, che non giudica e rispetta, vuole bene a Mirko non ostante sospetti (e poi ne ha la conferma dal prete) che abbia compiuto una cosa terribile, cura e accudisce la madre malata. La sua idea di famiglia non è proprio convenzionale, comunque. In che misura questa necessità, questa fame di sentimenti caratterizza il personaggio?

Direi che ne è intriso, Mimino è corda vibrante, tutti i suoi movimenti sono dettati da una grande emotività e fragilità e fame di affetto, è un perdente per nascita ed educazione ma cerca in tutti i modi di ribellarsi a questa sua condizione. Cerca il contatto con la madre, lo ha cercato con il padre e la negazione di questo senso di unione, proprio fisica col genitore ha creato in lui un vuoto, un pozzo dal quale a fatica cerca di emergere, lotta in tutti i modi per far capire alla madre che lui ce la può fare, è in grado, ha la capacità di dar vita a qualcosa di buono e vuole trasmettere questo messaggio anche al padre, figura dalla quale riesce a staccarsi con fatica tanto che in una parte del romanzo sente la voce del genitore che gli parla nella testa dal mondo dei morti, da qui la sua idea di costruzione di un tessuto familiare che lo liberi da quello malato nel quale è cresciuto e dal quale vuole scappare.

Carmela, la donna amata da Mimino, è una creatura ferita e vittima di abusi nell’infanzia; fa la prostituta ma in un certo senso ricorda quei personaggi felliniani, sognanti, ingenui e inconsapevolmente diventa lo strumento con cui Salvatore, un mafioso del luogo vuole dare una lezione a Mimino, per uno sgarbo, per una ragione non chiaramente identificabile. Parlami del personaggio di Carmela, delle sue luci, delle sue ombre.

Ci tengo a precisare che il signor Salvatore è innamorato di Carmela, per quanto il suo amore sia più un insieme di movimenti che lo portano a non renderle la vita facile, soprattutto dettati da una forma di brama, di sete di possesso, è un uomo abituato a prendersi ciò che vuole, non parlerei di ragione non chiaramente identificabile come suggerisci tu. Di lei posso dire che è una donna sostanzialmente forte e bella e che quando cede chiede aiuto a Mimino, riconosce in lui un’onestà che non riesce a trovare e che forse nemmeno cerca negli altri uomini. Serba dentro di sé il desiderio di trovare una via d’uscita dalla vita che conduce e Mimino questo sembra saperlo. Nel romanzo una scena chiave che indica la completa realizzazione di Carmela come donna è quando viene accettata dalla madre di Mimino che dapprima la rifiuta, ha la benedizione di questa donna e l’amore di Mimino e del piccolo Mirko.

Ambienti la storia in un piccolo paesino del Salento. Un luogo arretrato e degradato, in cui il tempo è cadenzato dalla festa del patrono, dal mercato coperto, dai morti per mafia che richiamano due poliziotti da Roma. Uno di essi ti permette di avere uno sguardo esterno. Cosa vede?

Il poliziotto che viene giù da Roma assieme al suo collega che ho chiamato “il malato” e che ho voluto fosse un po’ una spalla tragicomica del primo, mi ha permesso di utilizzare la terza persona che si addice, come suggerisci tu a uno sguardo un po’ più distaccato negli eventi laddove lo sguardo di Mimino è molto più addentro, con lui uso un Io narrante. Mimino e il poliziotto si assomigliano molto, entrambi inquieti e tutt’e due solcati da una sorta di malinconia che è proprio del Salento che ho voluto descrivere. Il poliziotto è anche il tentativo di descrivere l’avvicinamento a un luogo, il Salento appunto che a primo impatto trova ostile e che non capisce ma che impara ad amare e sono proprio i fatti che gli accadono che lo portano a questa scoperta o epifania.

Ritornando all’ambientazione: come hai deciso di ricrearla? Quali sono i particolari ai quali hai voluto dare maggiormente risalto?

Il romanzo è completamente intriso di sud, mentirei se dicessi che ho cercato di focalizzare l’attenzione su un particolare piuttosto che un altro. Quando ho iniziato il Guardiano venivo fuori da un’esperienza narrativa estremamente claustrofobica, il precedente romanzo, Io non sono esterno, nel quale togliendo le descrizioni della spiaggia nella parte finale e del posto desolato nei pressi della ferrovia dove viveva la famiglia del bambino protagonista della storia, mi riportava sempre in un luogo angusto, chiuso e dove c’era poca luce o nessuna luce, la cantina dove era tenuto prigioniero dal padre, avevo quindi bisogno di spazio, molta aria, libertà di descrizione di paesaggi che in qualche modo ho voluto riportare nelle pagine del Guardiano dei morti.

E’ un romanzo pulp, con venature horror, caratterizzato da una scrittura molto emozionale. Quali scrittori pensi abbiano influenzato il tuo stile?

Ti rispondo dicendo che non riesco a discernere, è un po’ come chiedere, quali alimenti tra quelli di cui ti sei nutrito hanno fatto di te quello che sei come persona. Ogni libro che ho letto ha lasciato un po’ di sé nel mio modo di scrivere, ci sono poi elementi che appaiono più evidenti e altri che rimangono “covert”. Da Bret Easton Ellis a Jonathan Coe a Cormac McCarthy a Raymond Carver e  non solo, una fonte di suggestione me la forniscono la musica e il cinema.

Alcune scene sono estreme, veramente disturbanti. Non hai mai avuto il dubbio di aver travalicato qualche limite, di aver infranto qualche tabù?

Guarda, non credo si possa come dici tu “travalicare limiti” nella fiction, ovvero nella narrazione tutto è possibile, non mi sono posto quasi nessun problema nello scrivere le scene di necrofagia o violazione dei corpi dei morti, tranne una che non dico e che ho tolto dalla versione che è stata pubblicata, non tanto perché ho immaginato o mi sono posto il problema di come avrebbero potuto reagire i lettori o la critica, ma proprio perché non mi “suonava” più, era una scena che nella prima stesura reggeva e nelle successive letture non più. Ne ho parlato anche con l’editor riguardo al possibile taglio di alcune scene cruente e entrambi siamo stati d’accordo che il romanzo andava bene così.

Ogni lettore leggendo un libro dà una propria personale interpretazione del narrato. Avendo l’occasione di parlare con lo scrittore del romanzo mi piacerebbe scoprire se le mie conclusioni sono corrette. E’ vero che, non ostante l’apparente sconfitta, Mimino incarna una speranza, una luce, un atto di amore per la vita?

Direi di sì, la tua lettura del personaggio finora è stata la più centrata. Invito quindi i lettori a leggere la recensione apparsa su Liberi di scrivere.

Quale è il personaggio che ti ha creato maggiori problemi nel delinearlo?

Forse Aldo, il poliziotto che entra nel romanzo nella parte finale o superata la metà della storia, dopo la morte del “malato”. Volevo intervenire con un personaggio che sostituisse la sua dipartita così ho pensato a una possibile altra spalla del poliziotto, Aldo rimane un personaggio non ben definito, dapprima sembra un tipo spavaldo che ci sa fare con le donne, si diverte e ci tiene a farlo sapere in giro, un po’ leggero quindi, poi però in lui si scopre un’anima più profonda ed estremamente altruista, infatti quando non lavora fa volontariato in una casa di riposo. Probabilmente con lui ho voluto suggerire al lettore l’ambivalenza caratteriale delle persone, cosa che faccio anche con Mimino, credo si possa essere in un modo ma contemporaneamente in molti altri e vivere in un mondo ma nello stesso tempo in molti altri. Tramite Aldo, il poliziotto entrerà in contatto con gli anziani della casa di riposo e troverà uno scopo inaspettato e che lo spingerà ad andare avanti nella sua permanenza in questo sud profondo.

Passi da un punto di vista esterno a quello interno, alternandoli in maniera funzionale e naturale. Parlaci di questa scelta.

Sì, credo di averti risposto prima quando ti ho parlato del poliziotto e del ruolo che gioca nella struttura del romanzo, attraverso lui e aggiungo anche con l’intervento di Carmela ho potuto diluire la storia, allungarla, volevo allontanarmi dalla prima persona molto presente nel precedente romanzo, dove la terza è stata funzionale soltanto a raccontare i ricordi del ragazzino quando viveva nel mondo di sopra, e volevo spingermi a scrivere molte più pagine delle 120 di Io non sono esterno. Nel Guardiano l’Io narrante di Mimino resta il punto di vista più vicino alla parte biografica e si presta a una lettura psicologica laddove il punto di vista esterno mi è servito per creare una sovrastruttura nella quale mescolo fiction e descrizione del paesaggio.

Grazie della disponibilità. Nel salutarti mi piacerebbe sapere se stai lavorando ad un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?     

Ho da poco iniziato a scrivere una nuova storia, in questi mesi ne ho provate almeno tre, ma il risultato non mi sembrava soddisfacente non tanto per la qualità della scrittura, rileggendo questi tentativi di storia lunga ho trovato parti buone in tutto quello che ho scritto, le storie tenevano e mi dispiace aver dovuto abbandonare il materiale buttato giù, ma mi son chiesto se ero veramente onesto, se quello a cui stavo lavorando era veramente ciò che volevo dire o che mi portavo dentro o mi tormentava. Ho questa spinta a partire da una base profonda, inconscia quasi, solitamente sono nodi irrisolti nella mia personalità e li uso per dare avvio alla narrazione e così è stato in questo nuovo tentativo di scrittura che ha già un titolo e ci tengo a precisare, provvisorio, che è Maternalia. A grandi linee e per quanto ne posso capire fin dove sono arrivato, tratta della parte nera, oscura del Femminile o delle interpretazioni che può fornire il protagonista, giuste o sbagliate non lo sappiamo, una sorta di nigredo che è costretto ad attraversare per realizzarsi come uomo nella sua interezza. Credo di aver in parte preso l’ispirazione dopo aver letto Madreferro, il bel romanzo che la narratrice e poetessa Laura Liberale ha pubblicato con Perdisa Pop nel 2012, poco prima dell’uscita del Guardiano dei Morti.

Grazie a te per queste domande attente che mi hanno permesso di confrontarmi ancora una volta con questa storia.

:: Un’ intervista con Serge Quadruppani a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2012

Serge QuadruppaniCiao Serge, bentornato su Liberi di Scrivere. Cosa sarebbe la tua vita senza letteratura?

Cosa sarebbe la mia vita senza la mia vita? Non riesco ad immaginarlo.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Un buon scrittore è un scrittore che scrive buoni libri: non riesco ad interessarmi alla personalità dello scrittore a prescindere dai suoi libri. Soltanto se sono catturato da una grande opera mi può capitare di pormi delle domande sull’autore.

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”? Puoi farmi un esempio.

“Cattivi maestri” è un’ espressione giornalistica strapiena di presupposti ideologici. E’ stata usata in un contesto molto particolare (i famosi anni 70) per attribuire a certe persone delle responsabilità che appartenevano ad una buona parte di un’ intera generazione. Tra i presupposti a cui alludevo, c’è l’idea che la gente abbia bisogno di maestri. Nella valle di Susa, mi sono comprato una maglietta: “Padrone di niente, servo di nessuno”.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Ormai, visto le scelte che ho fatto nella mia vita, le posizioni pubbliche che ho preso, il campo in cui mi sono fatto riconoscere, sono catalogato in un modo che fa si che mi danno lavoro, un certo tipo di lavoro, ma a nessuno verrà in mente di propormi una medaglia o di far parte della giuria di un premio, di una commissione che distribuisce sovvenzioni, di scrivere in un media dominante: non mi regaleranno mai l’occasione di rifiutarlo con disdegno!  Sono in un’ isola felice di non-potere, e mi ci trovo bene.

Viviamo in un periodo di crisi, anche in Francia penso l’editoria soffra di questa crisi. Quali sono i rimedi più efficaci che consiglieresti e quali i veri mali tanto da guardarli in faccia?

Il rimedio più efficace sarebbe di pubblicare sempre più libri di qualità: nei momenti di crisi, la cultura è uno dei settori che resiste meglio. Anche perché la cultura è un appoggio per la resistenza in generale.

Sei sempre alla ricerca di nuovi talenti per la collana delle Editions Métailié che curi. Cosa deve avere un libro per convincerti a pubblicarlo?

Uno stile, un punto di vista sul mondo, uno spessore del racconto.

Il più bel noir in assoluto che hai letto?

La posizione del tiratore scelto, di Jean-Patrick Manchette.

Ci sono autori francesi, non ancora conosciuti in Italia, che ti piacerebbe vedere tradotti?

Tanti. Per esempio Jérôme Leroy, che ha scritto un romanzo noir sull’arrivo al potere dei fascisti in Francia che ha avuto un bel successo oltralpi; Hannelaure Cayre una donna avvocato che ha scritto tre romanzi molto divertenti con un personaggio di avvocato corrotto ma simpaticissimo; Pascal Garnier, un grande.

Cosa pensi degli ebook? Il libro cartaceo resisterà all’attacco della tecnologia?

Penso che il libro cartaceo continuerà ad esistere accanto all’e-book. Quanto spazio per l’uno e per l’altro, per ora, nessuno lo può prevedere.

Saturne uscirà quest’anno per Einaudi Stile Libero? Ce ne vuoi parlare?

E un romanzo ambientato tra Francia e Italia che inizia con una strage nelle terme di Saturnia, in cui un gruppo di familiari delle vittime prova a capire cosa sia successo mentre la commissaria Tavianello, che avete conosciuto nella Rivoluzione delle Api, minaccia di dimettersi perché è stufa dei giochi dei poteri sporchi (in Madame Courage, il terzo della serie appena uscito in Francia, lei si dimette veramente), in cui il killer è molto più umano dei suoi mandanti, che sono tra l’altro all’origine della crisi dei subprimes… Se questo non ti ha ancora convinto di leggerlo, posso aggiungere che il Maestro Camilleri fa una apparizione breve ma decisiva…

Stai curando attualmente una traduzione? E quale autore, se c’è, avresti voluto tradurre ma per qualche ragione non l’hai fatto?

Sto traducendo I materiali del killer di Biondillo, dopo sarà il turno di Gioacchino Criaco, American Taste e Massimo Carlotto,  Respiro Corto. Mi sarebbe piaciuto tradurre tanti libri di Valerio Evangelisti che non abbiamo potuto comprare…

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Sono computerizzato da 20 anni.

Durante la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Non posso dire se preferisco una cosa o un’ altra, sono tutte in un rapporto organico.

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

I miei autori preferiti sono tanti, e le mie scelte non sono molto originali nella letteratura francese e mondiale. In questo momento sto leggendo Philip Roth, Pastorale americana, ma è un caso, perché sono in giro tra Francia e Italia e ho preso a casa di mio fratello quello che ho trovato tra le 8 e le 8 e cinque minuti, quando dovevo partire per l’aeroporto… Questo è il bello dei libri cartacei: un oggetto che senti nella mano e metti nella tasca, lo puoi fare mentre l’altra mano prende la maniglia della valigia… non è la stessa cosa che toccare uno schermo con l’indice.

A quarant’anni dalla morte di André Héléna l’editore italiano Aisara pubblicherà un’antologia di racconti ispirata ai suoi romanzi. Tu scriverai la prefazione. Ce ne vuoi parlare?

La prefazione è scritta. E anche tradotta da Maruzza Loria: “La poisse, « la sfiga », è il titolo di una collana creata negli anni Ottanta del secolo scorso per rieditare alcuni romanzi d’André Héléna caduti nell’oblio, ed è anche la materia con la quale egli trama i suoi racconti, il piombo del reale da cui estrae l’oro della sua arte.”: questo è l’inizio, per leggere il seguito, dovrai avere il libro!

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Per ora, sto traducendo. Progetti, tanti: un romanzo epistolare con Jérôme Leroy su due ex della lotta armata che, parlando parlando, si eccitano di nuovo contro l’epoca  e alla fine, si scrivono dalla galera. Un altro libro, testi di viaggio e non solo. Un altro di Simona Tavianello…

:: Un’ intervista con Anthony Riches a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012

Salve Anthony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anthony Riches? Punti di forza e di debolezza.

Ho cinquant’anni e sono un consulente di Project Management che è anche occasionalmente uno scrittore di romanzi storici. Sono sposato con tre figli, 25, 23 e 15 anni, e vivo nella periferia nord di Londra. Punti di forza? Non provo mai panico, non importa quanto la situazione si faccia brutta, sono molto razionale e ho una grande etica del lavoro. Punti di debolezza? Un debole per le auto sportive tedesche, le armi da fuoco ad alta potenza e gli orologi costosi!

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Derby (nelle Midlands inglesi) nel 1961, e mi sono trasferito a Worthing (sulla costa sud) con i miei genitori nel 1967, dove ho vissuto fino a quando sono andato all’università nel 1980. Ho avuto un’infanzia felice, nonostante l’assenza di fratelli e sorelle. Mio padre era un genitore anziano, aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, e fu grazie al fatto che parlai molto con lui della guerra che nacque il mio profondo interesse per la storia militare e la psicologia. Alcuni bambini ossessionano i genitori con i dinosauri in quegli anni di formazione (come ha fatto un mio figlio), o con i calciatori (come ha fatto il mio figlio più piccolo), io li ho ossessionati con le attrezzature militari di tutte le nazioni ed epoche.
Questo interesse è presto sbocciato in un profondo amore per la storia, e così andai a Manchester a studiare Studi Militari, dove frequentai il corso di Studi Russi e Americani, un corso orrendo in cui la facoltà di lettere puniva chi fosse abbastanza di destra da dimostrare interesse per l’esercito facendogli seguire il 50% in più dei corsi rispetto agli studenti normali. I docenti di Studi Russi erano persone normali, i docenti di Studi Americani erano profondamente di sinistra e ci vedevano con sospetto come un gruppo di babykillers (ricordate, questo era meno di 10 anni dopo la fine della guerra del Vietnam). Questo, naturalmente, è servito a unirci, e l’esperienza è stata utile per la vita futura.
Dopo aver cercato di scrivere un thriller tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, nel 1996, sono andato a Housesteads, dove ci sono i resti incredibili del forte di una coorte ausiliaria sul Vallo di Adriano, e sono stato colpito da quello che doveva essere la dura realtà della vita nel secondo secolo. Per un ragazzo romano inviato in Britannia, mi sono reso conto, questo sarebbe stato l’equivalente del fronte orientale! Sei mesi dopo la prima stesura di ‘L’impero, la spada, l’onore’ era completa, anche se probabilmente non era pronta per la pubblicazione. Era un testo troppo accademico, ho il sospetto con il vantaggio del senno di poi. Dal 1999 sono stato project manager a contratto, andavo dove c’era lavoro (e preferibilmente con buoni salari), e negli ultimi dieci anni ho gestito una serie di progetti in tutto il mondo, in Asia, America Latina, Australia, Africa ed Europa. Per un po’ ho lasciato da parte il mio bisogno di scrivere, fino ad un fatidico giorno alla fine del 2007. Lavoravo a Belfast, e mi è capitò di incontrare un uomo che aveva auto pubblicato diversi libri, e gli chiesi di leggere ‘L’impero, la spada, l’onore’, per vedere se riteneva fosse abbastanza buono da essere auto pubblicato. La volta seguente che lo incontrai mi disse di non auto pubblicarlo, ma di inviarlo ad alcuni agenti ed editori.
Scelsi sei agenti, sulla base dell’alto livello scientifico necessario per leggere  romanzi storici e ricevetti alcune proposte tramite e-mail, mi accordai con Robin Wade di RWLA – e poi accettai un’ offerta di Hodder and Stoughton. La serie dell’Impero ha avuto finalmente un editore …

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Non è proprio un lavoro per me, dato che lavoro ancora a tempo pieno, è più  un hobby. Quando mi sono reso conto che volevo scrivere? Alla fine del 1980, quando facevo diventare matta la mia giovane moglie ritirandomi a scrivere ogni sera una volta che i bambini erano stati sistemati per la notte. Quando mi sono reso conto che stava diventando una cosa seria? In piedi, in un campo di grano nel sud della Germania, in primo luogo, suppongo ascoltando il mio agente delineare i termini del mio contratto editoriale. Un momento incredibile per ogni autore, e anche un po’ surreale per il luogo (ero andato a fare una passeggiata sotto il sole d’autunno dal momento che era una bella serata).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Gli autori di cui aspetto sempre i nuovi lavori sono Iain M Banks (SF), Richard K Morgan (SF), Christian Cameron (romanzo storico), Joe Abercrombie (fantasy) e Lee Childs (thriller). Strani gusti per uno scrittore di romanzi storici? Mi piace solo quello che mi piace, credo! E l’autore che mi ha più influenzato? Un scrittore di thriller della seconda metà del 20 ° secolo di nome Adam Hall – essenziale, grintoso ed emozionante, il modo in cui spero di scrivere.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie di Marco Valerio Aquila?

Quel momento magico sul Vallo di Adriano mentre stavo congelando sotto la pioggia (nel mese di agosto!) Con i due bambini piccoli che mi fissavano increduli che li stessi sottoponendo a quella esperienza, credo. Successe all’improvviso, guardai il posto con gli occhi di un romano …

Quanti libri sono previsti per la serie di Marco Valerio Aquila?

Venticinque. Partendo dal 182 a.d. alla morte di Settimio Severo  nel 211 a.d., a York (Britannia settentrionale).

Perché hai ambientato la serie nell’Antica Roma? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Il ‘perché’ è abbastanza evidente, credo. E la ricerca? Beh, la mia laurea è stata in parte sulla guerra antica, e ho letto molto. E c’è tanta roba buona su internet, non sono mai a corto di dati.

Il tuo romanzo, L’impero, la spada, l’onore (Wounds of Honour), il primo della serie, è ora disponibile in Italia grazie alla Newton Compton Editore. Ci puoi parlare di questo romanzo?

Attualmente ci sono cinque libri della serie pubblicati nel Regno Unito. L’impero, la spada, l’onore è la storia del figlio di un senatore, il cui padre sa che sta per essere giustiziato con una falsa accusa di tradimento, e manda suo figlio, un centurione Pretorio, via in Britannia in modo che la sua stirpe continui. Marcus deve combattere, in primo luogo per trovare il suo posto nell’ ambiente ostile di una coorte ausiliaria, e poi per sopravvivere in una guerra feroce con i barbari alla frontiera settentrionale dell’impero di Roma.

Puoi dirci qualcosa in più della trama?

Un  figlio privilegiato costretto a combattere per sopravvivere nel bel mezzo di una rivolta tribale in Britannia, che per tutto il tempo sogna di vendicarsi degli assassini di suo padre.

Quale è la tua scena preferita in L’impero, la spada, l’onore?

Il momento in cui, avanti nel libro, i Tungri (la coorte di Marcus), vengono tratti in salvo dal resto della 6 ° legione (che è stata tradita e ha avuto la loro aquila catturata), e il tribuno al comando grida l’ordine in un momentaneo silenzio che attraversa il campo di battaglia ‘ Sesta legione! Per l’onore dei vostri caduti! Nessun prigioniero! “I peli sul mio collo erano ritti mentre scrivevo!

In L’impero, la spada, l’onore, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile? Marcus, perché dovevo farlo sia vulnerabile e nello stesso tempo abbastanza forte da sopravvivere alla sua situazione. Il personaggio più facile? Dubnus, perché è stato molto divertente da scrivere, dice quello che pensa e fa ciò che sa essere giusto. Anche se sono molto affezionato a Rufo, un cinico centurione in pensione.

C’è un’ opera  che ti ha ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Sì, principalmente ‘Gates of Fire’ di Stephen Pressfield. Geniale.

Parlaci del tuo protagonista.

E’ il  figlio di un senatore che viene strappato via dalla sua posizione e dai suoi agi  dopo l’assassinio del padre, e si trova catapultato in una coorte ausiliaria, costretto a combattere per la sua sopravvivenza. E ‘un dimacherius, mortale con le due spade, è intelligente e (questa è sia la sua forza che la sua debolezza), una volta provocato è capace di accettare i rischi più terribili sul campo di battaglia. Come si vede nel terzo libro quando… ah, ma questo non ve lo devo raccontare!

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

No. C’è troppa roba romana là fuori; il fatto è che i produttori tendono a scrivere i propri script per evitare di dover pagare i diritti. Un giorno forse …

Com’è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Parlo molto con i miei lettori. Il mio sito web ha una pagina di commenti e mi piace ricevere feedback, anche critiche. Se non ascolti le critiche, non potrai mai imparare!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Mi piacerebbe pensare che sarò in grado di diventare uno scrittore a tempo pieno a un certo momento nei prossimi anni, ma le mie vendite attuali non supportano ancora la mia passione per le auto sportive tedesche! Ho intenzione di continuare a scrivere fino a quando avrò 70-75, e ho altri 20 libri della serie  Impero che mi piacerebbe scrivere.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Purtroppo, sì lo faccio! A volte rispondo pure, soprattutto a quelle cattive, ma solo se sento che il recensore è stato ingiusto o non ha letto il libro in modo corretto. E bisogna ascoltare le critiche! Recentemente mi è stato detto che uso troppo nei libri le espressioni facciali (sopracciglia sollevate, per lo più), che è un’ osservazione vera.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di rileggere The Heroes  di Abercrombie, e ora sto aspettando con impazienza che Poseidon’s Spear di Christian Cameron arrivi sul mio Kindle.

C’è stato un insegnante che ti è stato particolarmente d’ ispirazione?

Non in termini di scrittura, no. Ho avuto diversi insegnanti però che mi hanno aiutato a capire il modo in cui un uomo dovrebbe scegliere di vivere.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho programmi di presentazioni attualmente, anche se amo il vostro paese e mia moglie ed io stiamo organizzando una settimana a Roma il prossimo anno, quindi chi lo sa? Ad essere onesti, non ho idea se L’impero, la spada, l’onore abbia avuto successo in Italia, ma spero di sì!

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì, sto lavorando sodo per completare il 6°  libro della serie Impero (The Eagle’s Vengeance), e dopo scriverò il 7° (The Emperor’s Knives), che vede il nostro eroe a Roma per vendicare l’assassinio del padre. E poi ho un’altra serie nella mia testa, ma è piuttosto diversa da Roma! Solo il tempo ci dirà se riuscirò a farla pubblicare.

:: Un’intervista con Andrea Frediani a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012

Benvenuto, Andrea, su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Presentati ai nostri lettori. Chi è Andrea Frediani?

Io mi definisco un “divulgatore storico”. Mi piace far sapere agli altri che la storia è bella e avvincente, e non è quella, fatta di date e dati, che si studia spesso a scuola. La storia è fatta di uomini e delle loro emozioni, e io cerco di farlo capire attraverso le mie quattro declinazioni di romanziere, saggista, consulente e articolista.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre, che era un militare, mi portava spesso al cinema a vedere film di guerra, da bambino. Inoltre, ai miei tempi non c’erano playstation, wii o cose del genere e i maschietti giocavano a soldatini. Ho finito quindi per visualizzare i contesti in cui ambientavo le mie battaglie e per sviluppare una passione per la storia, che poi ho concretizzato negli studi universitari.

Quando hai deciso per la prima volta di diventare uno scrittore?

A nove anni ho letto “La storia di Roma” di Indro Montanelli, e ho pensato che da grande avrei fatto la stessa cosa: avrei spiegato la storia agli altri attraverso i libri.

Come è nato il tuo amore per l’Antica Roma?

A me la storia piace tutta, senza grosse distinzioni. Mi interesso di più di antica Roma perché mi viene più richiesta.

Ho iniziato a conoscerti come autore leggendo Dictator: L’ombra di Cesare-Il nemico di Cesare-Il trionfo di Cesare, poi ho avuto modo di leggere La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori entrambi editi per Newton ComptonC’è una sorta di continuità tra i due libri, un progetto che ha accomunato la dinastia Giulio- Claudia. Ce ne vuoi parlare?

In realtà, sono nati ciascuno per conto suo, ma ora nuovi romanzi creeranno una linea narrativa comune. A suo tempo, mi è stato chiesto di scrivere una trilogia su Cesare, e in un primo momento avevo rifiutato, perché sembrava che su di lui fosse stato scritto di tutto. Poi mi è venuto in mente che della sua amicizia/rivalità con Tito Labieno non aveva mai parlato nessuno, e ho incentrato la trilogia su questo aspetto. La Dinastia è nata invece da una mia intuizione: adesso vanno molto le serie televisive sulle grandi famiglie storiche (I Tudor, I Borgia), ma mai nessuno aveva parlato della più importante di tutte, la Giulio-claudia. Così, ho pensato di scriverne un libro concepito come un serial Tv, strutturato attraverso 17 episodi pressoché autoconclusivi con personaggi di volta in volta diversi.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La dinastia? Quale stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Il potere. Non dovevano esistere personaggi del tutto positivi, perché il messaggio che volevo lanciare era che il potere corrompe e droga anche il più idealista degli uomini. Tutto, nel libro, ruota intorno a questo concetto.

Come hai fatto a gestire così tanti personaggi, dai protagonisti ai comprimari. Come sei riuscito a non farti sovrastare dalla complessità delle loro vicende?

Questo è stato infatti il motivo per cui avrei preferito farne una trilogia. I personaggi sono tanti, spesso con nomi uguali: ve ne sono ben 450, di cui solo 6 inventati, sebbene solo una trentina siano i veri protagonisti. Le vicende legate alle loro gesta sono infinite, naturalmente, e ho dovuto operare delle scelte, che tenessero conto dello scopo che mi prefiggevo, ovvero del messaggio che volevo lanciare. Ma non ho mai avuto dubbi che ciascun lettore avesse il proprio eroe e le proprie fissazioni, e che magari avrebbe preferito che sviluppassi una linea narrativa piuttosto che un’altra, un personaggio piuttosto che un altro…

Come ti sei documentato? Che testi hai consultato? Hai fatto ricerche in rete? Visto sceneggiati e film?

In rete è sempre meglio non attingere. Troppe bufale. Le fonti sono abbondanti, per quell’epoca: Cassio Dione, Svetonio, Tacito, o almeno quello che di loro sopravvive, ci forniscono molti spunti, che però vanno sviluppati perché permangono molte zone d’ombra. Ed è lì che entra in gioco la “immaginazione scientifica” di un romanziere, che deve rispettare i paletti posti dalle fonti e riempire i tanti vuoti con vicende verosimili, se non vere. E ho scelto di dare credito alle voci di pettegolezzo sulle nefandezze di imperatori come Caligola e Nerone; dove c’è fumo, come vediamo oggi con i nostri politici, spesso c’è anche arrosto…

La dinastia è un romanzo strutturato come un serial tv. Che tipo di strumenti tecnici hai mutuato dalla televisione e dal cinema?

Come in tutti i miei romanzi, non ho fatto uso della voce narrante. Ogni capitolo è una scena cinematografica, vissuta “in soggettiva” da uno dei personaggi. Il lettore vive la vicenda sempre attraverso gli occhi dei singoli protagonisti. Il linguaggio è semplice, essenziale, non descrittivo, proprio come una sceneggiatura. I capitoli sono strutturati sempre con montaggio parallelo tra le scene, secondo una tecnica cinematografica che assicura allo spettatore il ritmo e una cadenza serrata.

Quale è stata la parte più laboriosa durante la stesura del libro?

L’evitare la confusione tra personaggi e generazioni e che tutti somigliassero troppo l’uno all’altro. Evitare che il lettore si perdesse tra i tanti personaggi e gli infiniti gradi di parentela tra loro. Mi sono dovuto mettere in continuazione nei panni del lettore, per assicurarmi che fosse sempre tutto chiaro. Il rischio di ripetersi o di sovrapporre i protagonisti era sempre dietro l’angolo: una specie di incubo…

Quali sono i tuoi scrittori contemporanei preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Quando ho iniziato a scrivere romanzi, dopo tanti anni di saggi, mi sono posto il problema di come scrivere, e ho deciso di ispirarmi agli scrittori anglosassoni dai cui romanzi sono stati tratti film: gente che magari non ha un grande spessore letterario, ma che sa come farsi capire e come rendere avvincente un romanzo,. Sto parlando in special mondo di Ken Follett e Michael Chrichton.

Progetti di traduzioni per l’estero?

I miei libri sono già tradotti in diversi paesi. La Dinastia dovrebbe finalmente arrivare anche al mercato anglosassone, almeno in formato elettronico.

Cosa stai leggendo al momento?

Leggo sempre più cose contemporaneamente, tra saggi e romanzi. Soprattutto testi che mi servono per documentarmi sul mio romanzo in stesura. Per evadere, mi rilasso con qualche thriller o noir.

Sempre quest’anno è uscito Le grandi battaglie di Alessandro Magno. L’inarrestabile marcia del condottiero che non conobbe sconfitte. Ce ne vuoi parlare?

Alessandro Magno è una ristampa di un mio saggio uscito diversi anni fa. Molti dicono che sia stato il più grande condottiero della storia, ma forse è stato soprattutto il più fortunato, perché il padre gli ha messo a disposizione un regno coeso e una Grecia finalmente unita, e perché l’impero persiano era in decadenza, nonché retto da un re che scappava ad ogni battaglia. Se il valore di un condottiero lo si vede anche dalle condizioni in cui costretto a operare e dallo spessore degli avversari che incontra, allora quello di Alessandro va un po’ ridimensionato. Il che poco toglie all’enormità delle sue imprese, comunque…

Cosa pensi degli ebook?

Sono stato molto diffidente nei loro confronti, ma siccome non abito in un castello, mi sto decidendo a leggere almeno i romanzi in formato elettronico, perché ormai ho libri anche in bagno. Ho paura che in futuro prenderanno il sopravvento e il mestiere del libraio sarà destinato a sparire. Ovviamente, io appartengo a una generazione legata al libro-oggetto, e sono restio ad accoglierlo con entusiasmo. Ma se servono a indurre alla lettura gente che non legge o che ha avuto il suo imprinting con l’elettronica, ben venga…

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai scrivendo un nuovo libro. Altri progetti?

Ovviamente, non posso parlarne in dettaglio. Ma qualche indizio l’ho fornito nel corso dell’intervista. Intanto, comunque, a brevissimo uscirà un nuovo saggio cui tengo molto: “Le grandi battaglie tra greci e romani. Falange contro legione”, con 16 pagine di ricostruzioni a colori degli scontri, dei soldati e degli equipaggiamenti.

:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

29 agosto 2012

Benvenuta, Ben, su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Pastor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie dell’invito. Personalmente, parto dal principio che chi scrive è nel bene e nel male rappresentato dal proprio lavoro, e che le sue forze e debolezze si intuiscono nel lavoro stesso. Interessi, affetti, paure, preoccupazioni, desideri vengono metabolizzati o sublimati in questo modo: leggere un romanzo è conoscere chi l’ha ideato. Confronto alle storie dei miei personaggi, la mia vita è del tutto banale!

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dei luoghi in cui hai vissuto.

Come sopra. Un’infanzia tipica degli anni ’50 e ’60, in un’Italia che cambiava rapidamente. Padre medico, madre che era stata giornalista e scrittrice. Studi classici, che hanno continuato a formarmi ed affascinarmi, e di cui non sarò mai abbastanza grata ai miei genitori. Sono stata sposata per molti anni con un ufficiale dell’Aviazione americana e ho una figlia, Alexandra detta Alex. Ho vissuto in provincia di Roma, nel Friuli, e poi nell’Illinois, nel Texas, nell’Ohio e nel Vermont; risiedo parte dell’anno negli USA e parte nell’Oltrepo pavese. Per me l’importante, psicologicamente è avere un confine vicino.

Scrittrice italiana naturalizzata statunitense. Perché questa scelta? È stata una scelta d’amore?

Mi sembra che tutte le vere scelte volontarie siano nel nocciolo scelte d’amore per qualcosa o qualcuno, dalla fuga romantica all’emigrazione al tranquillo e cortese passo avanti che fece il conte Beauharnais (“Perdonatemi, madame, è la prima volta che vi passo avanti”) quando si offrì alla ghigliottina per salvare l’ex-moglie, poi imperatrice di Francia, Giuseppina. Senza essere così drammatici, sono andata negli Stati Uniti sia perché ero sposata con un americano, sia perché a ventiquattro anni l’avventura sembrava stupenda.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Direi che sono prima di tutto una lettrice. Proprio la passione per la lettura, insieme all’esempio materno, mi ha portato a scrivere. Ho cominciato a scrivere quel che mi sarebbe interessato leggere, e che non trovavo necessariamente in libreria o in biblioteca.

Quali sono stati gli scrittori che hai più amato durante i tuoi anni formativi e che inevitabilmente poi dopo hanno influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Fortunatamente a casa c’era una vasta biblioteca (mia sorella e io facevamo il picnic in cima a uno degli scaffali). Le mie prime letture sono state quelle dei ragazzi della mia generazione, dal Corriere dei Piccoli (Mino Milani illustrato da Uggeri e Sergio Toppi!) a Calvino e ai classici della letteratura giovanile della generazione prima della nostra (De Amicis, Wamba, i Grimm, tutta la Alcott, Walter Scott, Stevenson, Salgari, Andersen, Twain…). Ben presto ho cominciato a leggere anche romanzi per adulti — i grandi italiani, i francesi, i russi, gli spagnoli, gli anglosassoni: da Verga a Pirandello alla Serao e alla Deledda, da Bassani a Pasolini; da Balzac e Zola a Mallarmé e de Maupassant; da Cechov e Tolstoj a Lermontov, Gorky e Dostoyevsky; da Cervantes a Lorca a Blasco Ibanez; da Dickens a Melville a Emily Dickinson, da Caldwell ed Heminway a Stephen Crane. Non sempre le traduzioni erano all’altezza dell’originale, come poi ho scoperto, ma la formazione è stata ampia e utilissima. Non posso raccomandare abbastanza la frequentazione di questi autori!

Hai esordito scrivendo racconti per le principali riviste americane di letteratura poliziesca tra cui Alfred Hitchcock’s Magazine, The Strand Magazine e Ellery Queen’s Mystery Magazine. Il racconto è un genere difficilissimo da scrivere, e anche un po’ sottovalutato. Come nascono i tuoi racconti? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo.

È vero, il racconto sembra passato di moda in Italia, chissà perché. Per fortuna nei Paesi anglosassoni è ancora un genere rispettato e seguito, tanto che lo ospitano riviste di ogni tipo; inoltre, l’esistenza di riviste accademiche e letterarie di grande circolazione favorisce la coltivazione della storia breve come esercizio di inventiva e di stile. Ho spesso partecipato e sono stata pubblicata anche nell’ambito di concorsi stilistici sulla scrittura “minima”: un racconto in cento parole, per esempio. Quello sì che costituisce una prova di disciplina e stringatezza! Non so se sia più difficile scrivere un racconto o un romanzo: richiedono un lavoro diverso, ecco tutto. I pericoli insiti nei due generi sono pure diversi e speculari: nel caso del racconto, si può cadere nella banalità compiaciuta (ciò che gli americani definiscono “Who cares?”), mentre un romanzo rischia di venire abbondantemente annacquato da ripetizioni o elementi estranei per aumentarne la foliazione. In entrambi i casi, poi, il pericolo maggiore è, secondo me, l’autobiografismo — peggio se di tipo terapeutico.
Per quel che mi riguarda, il racconto deve avere un’idea forte e un perché. Spesso nasce da un’immagine che implica un significato (le strade diritte della Prussia Orientale ne Il giaciglio d’acciaio, per esempio, o la teiera vittoriana a forma di scimmietta in uno dei racconti per lo Strand). Per il resto, il suo andamento deve essere proporzionale alla lunghezza, dato che può variare da quattro-cinque pagine a trenta e più. Nel dubbio, tagliare piuttosto che aggiungere, raffinare verbi e sostantivi per ridurre al minimo gli avverbi (specie in italiano, dove i “-mente” moltiplicati appesantiscono il testo). The proof is in the pudding, dicono gli inglesi: la validità del racconto, come quella di un buon budino, è nel risultato stesso. Dopo un racconto chi legge dovrebbe sentirsi cambiato un po’ dalla lettura stessa: il divertimento o la commozione, il coinvolgimento nei confronti dei personaggi e dell’ambiente dovrebbero arricchirne il bagaglio emotivo.

Alcune scrittrici si lamentano che l’editoria sia in mani maschili, che se sei donna è più difficile pubblicare e farsi conoscere, devi insomma essere brava il doppio di un uomo per avere metà della sua considerazione. Ti riconosci in questa affermazione o pensi che finalmente uomini e donne abbiano le stesse possibilità, sia in Italia che negli Stati Uniti dal tuo punto privilegiato di osservazione, conoscendo entrambe le realtà?

Posso solo parlare della mia esperienza. Il tempo che mi è stato necessario per pubblicare e farmi conoscere non mi sembra essere stato legato al fatto di essere donna. Non credo peraltro che una scrittrice debba essere più capace di un uomo per essere apprezzata. Forse in Italia quel che fa la differenza sono le aderenze politiche, le presenze televisive e mediatiche come sportivi/e o intrattenitori/intrattenitrici… tutte cose che non hanno niente a che vedere con la creatività e che esulano totalmente dall’appartenenza all’uno o all’altro sesso. Da una parte e dall’altra dell’oceano vedo donne che scrivono thrillers e gialli di successo, che vincono prestigiosi premi fino al Nobel. Certo negli USA la grande tradizione femminista ha spianato la via per tre generazioni di donne: in Italia non vedo femminismo, e anzi mi cruccia che tante ragazze sembrino fare a gara per rinforzare gli stereotipi maschilisti. È forse anche la mancanza di un pensiero e di una sorellanza femminista che fa sentire sole tante scrittrici italiane!

Nel 2000 hai pubblicato negli USA Lumen, il primo romanzo della serie poliziesca di Martin Bora, che comprende anche: Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora e Il signore delle cento ossa. L’ordine cronologico di pubblicazione non corrisponde all’ordine cronologico delle storie. Perché questa scelta così peculiare?

Mi è sempre piaciuto cominciare in medias res, nel mezzo. Una volta che “vedo” un personaggio nel suo mondo, alle prese con la sua vita, ne posso ricostruire il passato: è una specie di chiromanzia al contrario, una lettura di ciò che è stato e che ha formato il protagonista. Il romanzo di formazione implica uno sviluppo della personalità descritta. Nel caso di Martin Bora, che per ragioni storiche si trova a vivere in un mondo dove tutto è in deformazione a causa della guerra, ho la possibilità di sviluppare la personalità del personaggio, che al contrario di quanto accade in molti romanzi di detection non è mai uguale, né si comporta nell’identico modo; ma ho pure l’opportunità di mostrarne il graduale disfacimento delle illusioni (non degli ideali). Poiché ciò che Martin Bora è non è prescindibile dal suo passato e dalla sua educazione, ecco che per “spiegarlo” è utile e necessario fare occasionali passi indietro, presentandolo a chi legge come era qualche anno prima di una data esperienza. Ogni romanzo è indipendente, e – per così dire – gli album di famiglia di Bora possono essere sfogliati indipendentemente, anche in presenza di incidenti irrimediabili come le ferite o la separazione dalla moglie Benedikta.

Seguendo il tuo consiglio, ho seguito l’ordine storico e l’impressione generale è che attraverso gli occhi del protagonista tu voglia delineare un accurato affresco storico molto personale. La parte di detection quanto è complementare? In che misura incide sull’economia dei romanzi?

È vero, insieme all’archeologia, la storia è un mio antico amore. Per quanto possibile, mi interessa raccontare un periodo storico attraverso gli occhi di chi lo vive ed esperisce. Spero che l’aggettivo “personale” sia più giustamente ascrivibile alla visione individuale che ha Martin Bora dei suoi tempi che alla mia: i fatti storici sono e restano tali, anche se ognuno di noi li carica di valenze diverse. Quanto al fattore detection all’interno dei romanzi, costituisce un’utile disciplina formale, ma non cambia il significato che cerco di dare a ogni romanzo; la risoluzione del crimine mi interessa soprattutto in funzione dell’effetto che ha sul protagonista stesso. Ovviamente in un giallo che vuole essere letterario, gli elementi tipici della detection non possono mancare, e occupano spazio: questo deve essere garantito tutto, ma la forma che tale spazio ha può e deve servire anche le esigenze stilistiche della narrazione.

Nell’epigrafe di Il signore delle cento ossa citi Junichiro Tanizaki: Ci rassegniamo all’ombra, invero, e /senza disgusto. E’ la luce fievole? / Lasciamo che il buio ci ingoi e scopriamo in esso la bellezza.  In che misura il buio e la bellezza ti hanno influenzato nella stesura di questo libro?

Ho letto molta poesia, specialmente in passato. Nella buona poesia mi piacciono non solo le immagini, ma anche la concisione estrema e l’eleganza formale con cui sono espresse. Un’enorme lezione per chi scrive romanzi. Gli haiku giapponesi, nella loro brevità, sono esemplari. La bellezza, sia pure intesa in modo quanto mai idiosincratico e individuale (Beauty is in the eye of the beholder, “La bellezza risiede nell’occhio di chi vede…” o, in parole povere, è bello ciò che piace), è necessaria al mondo. La mancanza di bellezza, l’abitudine al brutto, possono uccidere. Quanto al buio, lo apprezzo ma non lo amo particolarmente: amo invece molto la penombra, confine fra luce e buio, in cui scopro la bellezza più prontamente che nell’oscurità completa. Spesso i miei personaggi si muovono nella penombra del dubbio e delle difficili decisioni morali. Nel caso de Il signore delle cento ossa, il giovane Bora crede di muoversi nella luce delle certezze, mentre è già assediato dalla notte della sua scelta politica.

Come sono nate le trame? Quali sono stati i punti di partenza narrativi?

Ogni trama è naturalmente un caso a sé. Di rado mi ispiro a fatti realmente accaduti, tanto più che l’ambiente della Seconda guerra mondiale è di per sé realistico. Spesso, per quel che mi riguarda, la trama nasce da un dialogo (Lumen), da un proverbio (Luna bugiarda), a volte addirittura da un quadro (La Venere di Salò) o da una fotografia (I misteri di Praga) che fungono da metafora: in nuce, la storia vi è contenuta per ragioni di associazione mentale, e poi si tratta di svilupparla in modo credibile, popolandola di personaggi ed episodi. Faulkner parlava dell’immagine a volte apparentemente fuori contesto che lo ispirava a creare: senza paragonarmi a lui, mi riconosco nel fenomeno.

La ricostruzione storica molto accurata è sicuramente la parte che ti ha richiesto più tempo per il reperimento e la selezione delle fonti. Hai proceduto metodologicamente come per la scrittura di un saggio? Puoi raccontarci a quali fonti hai fatto riferimento?

La storiografia sul Secondo conflitto mondiale (come sulla romanità e la Mitteleuropa) è sconfinata. Preferisco le fonti primarie a quelle secondarie, resoconti e diari ai saggi a posteriori; se conosco il linguaggio, scelgo le fonti nell’originale. E poi viaggi, sopralluoghi, cartine, foto, letteratura, musica e arte d’epoca, meglio se originali, e naturalmente i siti internet di buona reputazione. Il bagaglio accademico mi aiuta nella selezione dei testi, anche se fatalmente si finisce col partire per questa o quella tangente a seconda di dove porta la propria curiosità: da questo punto di vista le ricerche per il prossimo romanzo di Elio Sparziano (La traccia del vento, in uscita in Italia a fine ottobre 2012) e di Martin Bora (Il cielo di stagno, in uscita a maggio 2013) sono emblematiche: per il Bora “russo” (che si svolge a Kharkov nel 1943), oltre alle fonti citate sopra mi sono anche affidata a scrittori come Isaak Babel (Armata a cavallo), un ebreo di Odessa che fu intellettuale, rivoluzionario, epurato e fucilato nel giro di ventun anni; per La traccia del vento, che ha come setting la Britannia del Tardo Impero, ho errato dalla Historia Augusta ai diari di viaggiatori nel nord dell’Inghilterra edoardiana…

Sei stata influenzata anche da film, sceneggiati, canzoni d’epoca?

Senza dubbio. Sono un’amante dell’opera e dell’operetta, e in generale della musica, sia classica che popolare. Come il 1914 non è immaginabile senza Strauss, Schoenberg e Stravinsky, così gli anni Quaranta italiani non sono tali se si ignorano film come Giarabub o Ossessione. A volte ci sono citazioni specifiche nel romanzo, da Zarah Leander in Lumen a La strada nel bosco in Luna Bugiarda. D’altra parte, come scrittrice non posso prescindere da film moderni come Apocalypse Now di Coppola, Sentieri Selvaggi (The Searchers) di Ford, e L’ultimo treno di Alexei German. È un patrimonio ricchissimo!

La figura di Martin Bora è liberamente ispirata a Claus von Stauffenberg, il colonnello della Wehrmacht che attentò alla vita di Hitler, e a Oskar Schindler, come citi nella nota finale a Lumen. Come hai costruito il suo personaggio? Che tipo di maturazione e presa di coscienza lo caratterizzano?

Mi faccio scrupolo di usare come protagonisti personaggi realmente vissuti. Se necessario, li faccio apparire come comprimari o comparse. Detto questo, la costruzione del personaggio di Martin Bora deve molto al conte Stauffenberg, come pure a diversi altri ufficiali del circolo degli attentatori. La loro cultura classica e internazionale, le loro idee religiose (protestanti o cattoliche), il milieu sociale da cui provenivano mi hanno dato ampio materiale da cui creare un personaggio composito eppure a se stante, complesso e piuttosto originale. Una volta disegnato il tipo fisico e morale, gli ho attribuito educazione, talento, interessi, esperienze di viaggio. La personalità di Bora è quella di un giovane colto dei suoi tempi, nel quale istinto e repressione, coscienza di classe e pietà umana convivono con molta difficoltà.

La sua anima sarà mai salva?

La questione posta nel poscritto di Lumen è ancora valida: si può salvare l’anima di chi, come Bora, appartiene, sia pure come militare, al mondo del Terzo Reich? Mi sembra che negli otto titoli finora portati a termine Bora abbia dato prova della sua tenuta etica e mentale, anche in circostanze terribili come la guerra civile spagnola o l’assedio di Stalingrado. Ho buone speranze che continuerà, peraltro a suo rischio e pericolo, a percorrere la via retta nonostante gli ostacoli che incontra sul cammino.

Vedremo mai Martin Bora al cinema o alla tv?

Mi farebbe piacere… anche se mi pare di capire che poi si ponga il problema di come il personaggio viene modificato per il grande o piccolo schermo, dalla scelta dell’attore che lo interpreti alle variazioni operate in sceneggiatura. Ci siamo tutti detti spesso: “Bello, ma non somiglia affatto al romanzo…”

Oltre alla serie dedicata a Martin Bora ha avuto grande successo anche la tua serie ambientata nel IV secolo d.C., dedicata al soldato dioclezianeo Elio Spaziano, che comprende: Il ladro d’acqua, La Voce del fuoco e Le Vergini di Pietra. Dalla Germania nazista all’Antica Roma, quali sono state le difficoltà maggiori nel reperire le fonti?

Certo è meno complicato (quantitativamente, non qualitativamente) reperire fonti affidabili per gli anni 40 del Novecento che non per il IV secolo dopo Cristo. In realtà però esiste un’ottima saggistica sul Tardo Impero – o Dominato, come lo definiscono gli studiosi anglosassoni – da cui trarre informazioni. Da esperta di archeologia in diversi contesti di scavo ho il grande vantaggio di poter letteralmente toccare con mano siti e reperti tardoantichi. A volte la difficoltà è legata alla lingua dei testi di ricerca: le mie scarsissime conoscenze di russo e ucraino non mi permettono per esempio di fruire della saggistica di Mosca o Kiev, che devo leggere in traduzione. Fortunatamente me la cavo in quattro altre lingue moderne, più due antiche…

I misteri di Praga e La camera dello scirocco sono un omaggio alla Praga della vigilia della Prima Guerra Mondiale. Cosa ti ha affascinato maggiormente di questo luogo e di questo periodo storico?

Credo di avere essenzialmente un’anima mitteleuropea. Dopo aver vissuto in Friuli, ho cominciato a interessarmi di cultura, arte e letteratura austroungarica: da quello al subire il fascino di Praga, dell’ebraismo dell’Est e della ricca tradizione folkloristica che va da Vienna a Varna, il passo è stato breve. Praga magica di Angelo Maria Ripellino, e poi le opere di Kafka, Meyrink, Jan Neruda, Hrabal, Hacek, Capek, le poesie di Nezval, hanno fatto il resto. I miei viaggi a Praga e in Boemia sono stati compiuti quando già sapevo di dover cercare il Golem nella soffitta della Sinagoga Vecchio-Nuova, e i lacerti della Belle Epoque a Karlovy Vary/Karlsbad. Un’epoca creativa, fragile, appassionata, per sempre stroncata dalle trincee della Grande Guerra.

La tua lingua letteraria è l’inglese, e tua traduttrice ufficiale è Paola Bonini. Hai avuto modo di rileggere le avventure di Martin Bora in italiano? Che sensazioni hai provato?

Paola e io siamo in grande sintonia; la sua sensibilità e cultura sono squisite. Leggere le sue traduzioni dei romanzi di Bora è un piacere e allo stesso tempo una scoperta: rendere immagini, sentimenti, espressioni idiomatiche in una lingua del tutto diversa dall’inglese è un’impresa in cui lei eccelle. Ho il vantaggio naturalmente di parlare italiano, e di poter giudicare da lettrice la qualità della sua traduzione. Questo non è necessariamente vero per le altre lingue in cui sono tradotti i miei romanzi: devo fidarmi ciecamente di chi mi traduce in polacco o ungherese, per esempio!

Hanno annunciato la pubblicazione di The Tin Sky, per il 2013. Ce ne vuoi parlare?

È da parecchio tempo che pianificavo di scrivere dell’esperienza di Bora sul fronte sovietico. Ho cercato di dare un assaggio ai lettori sia attraverso i ricordi del protagonista descritti in altri titoli che nel racconto “Il giaciglio d’acciaio” per l’antologia natalizia di Sellerio Natale in giallo. Il cielo di stagno, ambientato nell’estate del ‘43, intende dare un’immagine del fronte russo piuttosto diversa da quella che conosciamo attraverso la memorialistica (Il sergente nella neve, L’armata tradita, Centomila gavette di ghiaccio). Bora è, sì, reduce da Stalingrado, ed è circondato dalla follia della guerra. Ma si trova nell’assolata Ucraina dove, tanto per cambiare, niente è come sembra, la morte è letteralmente in agguato e il passato è legato al presente in modo imprevedibile. Le ricerche sono state lunghe e complesse, non ultimo perché la storia della “Piccola Russia” negli ultimi quattrocento anni è intrisa di dramma, sangue e leggenda.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Ad ottobre uscirà il nuovo titolo di Sparziano, La traccia del vento (in cui il Vallo di Adriano è più simile a un forte del Far West o ad una guarnigione in Iraq che al tipico castrum romano, e a volte Elio ed il suo amico-nemico Baruch ben Matthias somigliano alla “Strana Coppia” dell’omonimo film). Seguirà per Sellerio Il cielo di stagno nel 2013. Mi sto preparando al prossimo romanzo di ambiente romano, probabilmente ancora più eterodosso dell’ultimo, e non mi dispiacerebbe ritagliarmi un po’ di tempo libero per un viaggio attraverso la Moravia e la Slovacchia: la Mitteleuropa continua a mandare il suo richiamo!

:: Un’ intervista con Giampaolo Simi

28 agosto 2012

Benvenuto Giampaolo su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni e con la domanda più odiata dai miei intervistati: chi è Giampaolo Simi?

Uno che sembrava destinato ad altro, nella vita, tipo andare per mare, stare alla reception di un albergo o piantare ombrelloni sulla spiaggia. E invece gli si è piantato in testa un chiodo fisso: narrare storie.

Credi fermamente che per essere un buon scrittore per prima cosa bisogna essere un lettore?

Sì. Leggere con passione insegna a non fare agli altri, da scrittore, quello che non vorresti fosse fatto a te da lettore.

Quale è il libro più bello che hai letto, quello che ti ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Sono più d’uno, per fortuna. Li ho messi quasi tutti sull’immagine principale del mio profilo di Facebook.

E quale è il più sopravvalutato?

Oggi ogni titolo che va in classifica è sopravvalutato. Questo non significa che non possa essere un buon libro, ma ormai una deriva isterica fa strillare ogni tre giorni al “caso editoriale dell’anno”. Ci sono libri che escono già con la fascetta “un successo del passaparola”, lo trovo geniale. Il punto è che si deve vendere sempre di più, in un tempo sempre minore. La strategia è allora costringerci tutti a farci un’idea di quel libro, altrimenti in pizzeria non sappiamo di cosa parlare. Quasi mai il libro può essere all’altezza di tanto scalpore, ma a quel punto ormai l’abbiamo comprato. Magari ci vendicheremo snobbando il libro seguente, ma saranno problemi dell’autore. Gli editori lo sanno e si regoleranno.

So che tieni corsi di scrittura creativa. Ritieni davvero che l’arte di scrivere si possa insegnare, o meglio tramandare? In che misura è fondamentale il talento e in che misura la tecnica?

Non saprei. So che il talento è un dono distribuito in maniera assai antidemocratica. La tecnica invece la si può diffondere e condividere.

Nel 1996 hai esordito con il romanzo Il buio sotto la candela, poi hai pubblicato nell’ordine: Direttissimi altrove, Figli del tramonto, L’occhio del rospo, Il corpo dell’inglese, Rosa elettrica. C’è un particolare, una caratteristica che accomuna questi tuoi libri?

Li definirei tappe molto diverse dello stesso viaggio.

Hai da poco pubblicato per E/O La notte alle mie spalle. Lo definiresti un noir? Quale è la tua personale definizione di noir? Ti faccio questa domanda perché spesso vengono definiti noir anche romanzi che poco hanno a che fare con il genere.

Il noir non possiede elementi strutturali precisi, come la detective story. Il noir è quel cinismo malinconico, quell’eleganza ribelle, quella sobrietà sporca che alcuni scrittori posseggono. Hammett, Izzo, Manchette, Scerbanenco ce l’hanno nel DNA, per esempio. Ma talvolta anche – vado a caso – Simenon e Capote, Joseph O’Connor, Patrick McGrath o Philippe Djian. È un’opinione mia. Per il grande pubblico italiano noir significa invece un “giallo” con qualche ammazzamento in più. E allora dico che no, La notte alle mie spalle non è un noir. È un romanzo, punto.

Parlami del protagonista. Come è nato il personaggio di Furio Guerri? Come hai costruito il suo aspetto fisico e psicologico?

Del suo aspetto fisico in effetti non sappiamo quasi niente. Furio racconta se stesso attraverso ciò che indossa e ciò che possiede. La sua psicologia mi ha affascinato il giorno in cui me lo sono visto alla guida del suo Duetto del 1970. Fa il rappresentante, pensa solo al fatturato ma poi viaggia sempre e solo su un’auto d’epoca. Rinuncia ai comfort e brucia una fortuna in benzina per amore verso un’idea di bellezza. Uno così ha dentro una contraddizione che ti viene voglia di raccontare.

Perché hai scelto di raccontare la dissoluzione di una famiglia? I rapporti umani sono una ragnatela così fragile da rischiare di essere spezzati in modo anche irreversibile?

L’evoluzione della società occidentale prevede solo individui oppure famiglie liquide, cioè dinamiche, allargate, pronte a rimodellarsi. Furio è invece schiavo della famiglia patriarcale, indissolubile, un’impronta vaticana che dal fascismo è passata alla retorica elettorale democristiana, che è poi al tempo stesso giustificazione comoda per il nepotismo dilagante e concetto fondante delle organizzazioni mafiose. Un modello puramente ideologico che uno come Furio si ritrova ad aver assimilato come unico possibile. Ma la realtà è un’altra.

Il punto di non ritorno di Guerri è il non sentirsi più necessario?

Sì. È non sentirsi più al centro di questa famiglia e non contemplare un’altra fisionomia possibile di famiglia.

C’è speranza di redenzione per questo personaggio? Credi che il dolore sia in un certo senso terapeutico o renda solo più cattivi?

Non credo che il dolore sia un valore a prescindere. Furio non lo sperimenta come punizione, incontra il vero dolore quando meno se lo aspetta. Non so se quel dolore lo redime. Di certo lo fa cambiare in maniera imprevedibile.

Cosa rappresenta il personaggio di Caterina?
Il futuro.

Parlami dei luoghi dove è ambientato La notte alle mie spalle.

È la Toscana, dalla Versilia alle Colline Metallifere, dalla Valdera alla Maremma.

Che tipo di linguaggio hai preferito utilizzare: funzionale alla storia, colloquiale, semplice , ricercato, volgare, duro, violento?

Un linguaggio diretto e asciutto. La parola che scegli stimola la fantasia del lettore, tutte quelle che elimini danno a questa fantasia il suo spazio vitale.

Hai collaborato come sceneggiatore e soggettista per varie trasmissioni tv. Vuoi parlarci di questo tuo lavoro, si può dire complementare a quello di scrittore di romanzi?

È stato complementare e prezioso. Mi ha insegnato un nuovo linguaggio e mi ha impedito di scrivere un romanzo all’anno su commissione.

Cosa pensi di Internet: social network, blog etc…?

Penso che ogni lettore oggi può aprire Facebook appena finito il tuo libro, trovarti in mezzo minuto e scriverti quello che pensa. È bello.

Che romanzo stai leggendo attualmente?

Don De Lillo, Underworld.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Una dozzina di copie vendute durante una cena a base di cacciucco, senza che io avessi pronunciato una sola parola sul libro. Va bene che il cacciucco era fenomenale, ma la cosa mi ha fatto comunque riflettere.

Cosa pensi dell’editoria e della critica letteraria nel nostro paese?

I grandi gruppi, ormai solo in parte editoriali, stanno lavorando ferocemente per sostituire i critici con giornalisti fidati e piazzare dei commessi al posto dei librai. E almeno di questi ultimi sentiremo, credo, la mancanza.

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Ho diversi progetti in cantiere per quanto riguarda la fiction. Per il nuovo romanzo sono ai primi passi. L’ho detto, non credo sia sano e necessario pubblicare un libro all’anno.

:: Un’intervista con Robert Littell a cura di Giulietta Iannone

11 agosto 2012

Grazie Robert per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Robert Littell? Punti di forza e debolezza.

Robert Littell vive alla fine di una trafficata stradina in una vecchia casa su una collina che domina il fiume Dordogne in Francia. Trascorre le sue ore leggendo e scrivendo, anche se non necessariamente in questo ordine. Quando era più giovane ha studiato chitarra classica e, per sport, ha fatto  alpinismo. La cosa grandiosa di arrampicarsi sulle Alpi, vicino al Monte Bianco, è che ti dimentichi di leggere e scrivere, pensi solo a dove potrai mettere la punta delle dita o la punta dei tuoi piedi. In breve, l’alpinismo concentra la mente verso la cosa più essenziale: la sopravvivenza. Con l’età si è rassegnato a fare lunghe passeggiate in montagna ed a guardare le cime delle montagne che una volta saliva.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato, cresciuto e diseducato a Brooklyn, New York, nello stesso quartiere (e più o meno anche nello stesso periodo) di Woody Allen. Ho studiato letteratura alla New York University e ho trascorso quattro anni nella Marina degli Stati Uniti, la maggior parte del tempo a bordo di un cacciatorpediniere. All’età di 21-25 ho avuto così tante responsabilità (da ufficiale di plancia come navigatore della nave) che sogno ancora una nave incagliata a causa di un errore che ho fatto. L’esperienza in marina è stata molto difficile, sul momento – ero solito contare il numero di giorni che mi mancavano prima del congedo – ma guardando indietro, fù un periodo molto formativo. Ho anche scritto un romanzo (Sweet Reason) ambientato a bordo di un cacciatorpediniere. Dopo la Marina sono tornato all’ Università e, infine, ho fatto il giornalista, lavorando come scrittore per Newsweek. Nel 1970 ho lasciato il mio lavoro per trasferirmi in Francia e scrivere il mio primo romanzo. Grazie ad una grande fortuna ho potuto fare lo scrittore fino da allora.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

Pensa che quando ero molto giovane – avevo qualcosa come dieci anni – una volta ho aperto un quaderno e ho deciso di scrivere un romanzo (in inchiostro). Ricordo di aver pensato che se avessi potuto solo immaginare una prima frase, il resto sarebbe venuto. Non ho mai scritto quella prima frase, così il notebook è rimasto vuoto – fino a quando ho smesso per Newsweek e in qualche modo sono riuscito a scrivere quel romanzo.

Raccontaci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei preferiti sono Mother Russia (ambientato a Mosca), The October Circle (ambientato in Bulgaria, in cui sono stato molte volte) e, più recentemente, The Stalin Epigram [L’epigramma a Stalin, Fanucci, 2010] (la storia del grande poeta russo Osip Mandel’stam, che disse la verità su Stalin e alla fine pagò per questo con la vita). Il mio libro attuale, Young Philby, [Il giovane Philby, Fanucci, 2012] vorrei metterlo proprio lì con questi altri. Amo molto ambientare romanzi in altri paesi e in altre epoche e ricreare quei luoghi e quei tempi – in Young Philby, ho ricreato la Vienna dei primi anni Trenta, la Spagna durante la guerra civile, l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Suppongo che il motivo del mio particolare interesse per gli anni Trenta sia che oggi siamo ossessionati dalla crisi economica mondiale, ma le preoccupazioni e i pericoli di oggi sono nulla in confronto a ciò che la gente, specialmente gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali – hanno dovuto affrontate durante il periodo in cui Hitler e il fascismo stavano per sorgere.

Sei stato ispirato da eventi reali nella creazione delle trame?

Sì, certo. Ma se un romanzo si basa in particolare su un particolare periodo storico o su un evento, tutti i romanzi – i personaggi, l’interazione dei personaggi, gli eventi – hanno le loro radici nella vita dello scrittore. Consciamente o inconsciamente. Sono sempre sorpreso di trovarmi a scrivere un dialogo che mi sembra in qualche modo familiare, quando ci penso mi rendo conto che era un frammento di conversazione che ho sentito quando ero bambino o adolescente o adulto. Forse è giusto dire che, in definitiva, uno scrittore è qualcuno che scava nella sua propria vita.

Ora parliamo del tuo nuovo romanzo Young Philby da poco distribuito in Italia da Fanucci con il titolo Il Giovane Philby e tradotto da Olivia Crosio. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La miccia che mi diede l’idea di scrivere un romanzo su Kim Philby, chiaramente la più grande spia del suo secolo, fù una conversazione che ebbi a Gerusalemme alcuni anni fa con il sindaco emerito di quella città, Teddy Kollek. Racconto questa conversazione nell’epilogo di Il Giovane Philby. Kollek, un giovane austriaco socialista, era a Vienna quando Kim Philby,  giovane laureato di Cambridge, vi giunse nel 1933 – Kollek conosceva Philby di vista, e conosceva Litzi Friedman una radicale, che divenne l’ amante di Philby e più tardi la sua prima moglie. C’è un segreto sepolto in questa storia mi disse Kollek – un dettaglio su Philby che non avevo mai conosciuto prima e che ha gettato una nuova luce sull’intera storia di questo doppio agente britannico. Ma certamente non voglio svelarvi tutto!

Puoi raccontarci qualcosa della trama di questo libro?

Philby era un personaggio incredibilmente affascinante – insieme ai suoi compagni di classe provenienti da Cambridge, tutti molto di sinistra, tutti molto idealisti, tesserati comunisti- decise di cambiare il mondo, o almeno di aiutarlo a muoversi in una certa direzione. Il problema – il dilemma! – per Philby e per i suoi amici del college , negli anni Trenta, era se schierarsi dalla parte di Stalin al fine di lottare contro la marea fascista che minacciava di travolgere l’Europa. Ci deve essere stata certamente una grande quantità di sofferenza in questa scelta – già negli anni Trenta il mondo era a conoscenza del programma di collettivizzazione di Stalin che aveva provocato la morte di milioni di contadini (la prima fame “organizzata”al mondo fu opera di Stalin), sapevano anche che aveva eliminato molti avversari potenziali (Trotsky, Bucharin, Zinoviev, Kamenev, etc) nelle purghe e tramite esecuzioni. Era, sicuramente, per Philby e la sua generazione, il classico caso di sentirsi presi tra Scilla e Cariddi. È opera del romanziere quella di immaginare come navigarono tra i due(italiani!) pericoli per la navigazione. (Quando ero in Marina a bordo del mio destroyer, mi ricordo che stavo navigando attraverso lo stretto di Messina e passai quello che la carta di navigazione aveva etichettato come Scilla.) Forse tutta la vita è un problema di navigazione tra Scilla e Cariddi.

Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Un grande lavoro. Ho trascorso qualcosa come un anno leggendo quasi tutto ciò che è stato scritto su Philby (incluse le sue proprie “memorie”, pubblicate dopo che aveva cercato asilo in Unione Sovietica e quindi sospette dal momento che il manoscritto avrebbe dovuto essere approvato da parte della polizia segreta), e tanto materiale sugli anni Trenta e Quaranta e Cinquanta. Se si inizia a leggere di un soggetto, è difficile poi fermarsi. Ma ad un certo punto al ricercatore deve subentrare il romanziere e dire “Stop. E’ ora di scrivere “.

Quali sono le tue influenze?

Le mie influenze letterarie? In termini di fiction sono stato e rimarrò un grande ammiratore di F. Scott Fitzgerald – sia per la sua scrittura, la sua riscrittura, il suo perfezionismo, le sue trame intricate. Quello che ammiro – arrivando a riverire! – a proposito di Fitzgerald è che egli era sia un artista e che un artigiano. Troppi artisti non sono artigiani, troppi artigiani non sono artisti. La parte difficile è quella di essere entrambe le cose. Ho letto una grande quantità di libri di storia e biografie. Per la sezione che tratta della guerra civile spagnola in Il giovane Philby, per esempio, ho fatto affidamento su un libro magistrale dello storico inglese Antony Beevor, dal titolo The Battle for Spain. Per le sezioni del mio romanzo che riguardano  Stalin mi sono basato sulle più recenti biografie di Stalin (Stalin: The Court of the Red Tsar e Young Stalin) dello storico inglese Simon Sebag Montefiore.

Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?

Le Carre, certamente. Non perché scrive romanzi di spionaggio. Ma perché è uno scrittore raffinato e un romanziere meraviglioso. E’ una coincidenza che l’oggetto dei suoi romanzi sia molto spesso lo spionaggio. Ma io odio quando lo definiscono uno scrittore settoriale, cioè quando lo definiscono diversamente da un romanziere compiuto.

Pensi che ci sia una rinascita della spy story? Qual è il futuro della spy story?

Non ne ho idea. A mio modo di pensare Il giovane Philby è più di un romanzo storico (circa una figura centrale che è una spia) è un romanzo di spionaggio. Ma ancora una volta, perché limitare la definizione di qualsiasi romanzo …

Ci sono film in programma tratti dal tuo libro?

No.

Definiresti il terrorismo la contemporanea “Guerra fredda”? Sei d’accordo?

No. La guerra fredda era molto più semplice – e, finora, molto più pericolosa. Più semplice perché sapevamo chi fosse il nemico e dove il nemico fosse e più o meno quello che voleva. Più pericolosa perché ogni lato avrebbe potuto distruggere l’altro, insieme con la vita come la conosciamo sul Pianeta Terra. Oggi abbiamo solo una vaga idea di chi sia il nemico, non abbiamo idea di dove  sia – e abbiamo solo le nozioni più primitive di ciò che il nemico (per nemico mi riferisco all’Islam radicale) vuole. Ma questo nemico radicale, finora, ha mostrato solo la capacità di distruggere le Torri Gemelle, al contrario di distruggere l’America e le sue infrastrutture. Questo potrebbe cambiare se l’Islam radicale ottenesse, diciamo, le armi nucleari dal Pakistan.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo tradizionale è quello di scrivere lettere indirizzate a me tramite il mio editore. Ho sempre risposto alle lettere dei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

No.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo. A cosa stai lavorando in questo momento?

Mi dispiace. Sono superstizioso e non parlo mai di ciò che sto scrivendo. Ho paura che se ne parlo, possa sparire.

:: Un’intervista con Brian McGilloway autore di Terra di confine (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

10 agosto 2012

Ciao Brian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Brian McGilloway? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per avermi invitato. Sono un padre di 38 anni di quattro ragazzi che lavora a tempo pieno come insegnante di inglese. Il mio primo romanzo crime, Borderlands, è uscito nel 2007 e  da allora ho pubblicato un libro all’anno.

Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho sempre amato la scrittura. La cosa che mi ha spinto a scrivere Borderlands, che è il mio primo romanzo, è stato il fatto che molte delle serie che mi piaceva leggere, Rebus, Robicheaux, e Morse per esempio, sembrava stessero volgendo al termine, con gli investigatori che o morivano o erano vicini alla morte o erano in via di pensionamento. Ho deciso di scrivere il libro che mi sarei divertito a leggere se avessi perso quegli amici immaginari. Borderlands è stato scritto come il tipo di romanzo crime che avrei voluto leggere.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Penso che i buoni scrittori dovrebbero portarti in luoghi in cui non sei mai stato prima, dovrebbero far si che nuovi luoghi e personaggi prendano vita, conservando sempre una voce autentica.

Parlami del tuo processo di scrittura?

Quando sto fisicamente scrivendo un libro, cerco di scrivere 1000 parole al giorno. Scrivo per circa due ore e, in una buona giornata, supero questo obiettivo. In una brutta giornata potrei scrivere 200 parole. Tendo a scrivere ogni libro un terzo alla volta. Ideato il primo terzo della trama inizio a scrivere. Poi mi fermo, torno su quello che ho già fatto e pianifico la sezione successiva. Questa è spesso la parte più lenta da scrivere perché devo far sì che tutti i fili si tendano intorno alla vicenda. La terza parte finale tende ad essere molto veloce da scrivere, perché a quel punto so dove tutto sta andando.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho scritto Borderlands nel 2003/2004. L’ho presentato ad un certo numero di editori e agenti e ho sì avuto qualche feedback positivo, ma niente di fatto. Infine, l’ho presentato a Macmillan come parte della loro New Writing Imprint. Circa quattro mesi dopo la presentazione, ho saputo che lo volevano pubblicare. Era il 2006 e il libro è uscito nel 2007, circa tre anni dopo aver finito la prima bozza.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Sono un grande lettore di crime ed amo il lavoro di James Lee Burke, Ian Rankin, John Connolly, Michael Connelly, Dennis Lehane … Inoltre c’è un intero gruppo di grandi scrittori irlandesi – Adrian McKinty, Declan Burke, Tana French, Declan Hughes, Stuart Neville, Arlene Hunt e William Ryan per citarne alcuni. Suppongo come un sacco di autori di crime, che i luoghi siano una parte vitale della storia, al punto che un detective diventa strettamente connesso con il suo ambiente. Certo che hanno influenzato la mia scrittura.

Ti capita mai di utilizzare una qualsiasi delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Tutto il tempo. Ho descritto Devlin come un uomo sposato e padre di famiglia perché al momento della scrittura, ero sposato e mia moglie aveva il nostro primo figlio. Ciò ha fatto sì che il mio personaggio mi permettesse di riflettere ed esplorare le questioni che mi riguardavano. Cosa che ho continuato a fare per tutta la serie.

Ora, parlaci di Borderlands da poco pubblicato in Italia da Revolver BD con il titolo Terra di confine e tradotto da Marco Piva Dittrich. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Come ho già detto, ho voluto scrivere un romanzo poliziesco che prendesse il posto di tutti quei romanzi delle serie che sembravano essere finite. L’idea originale è nata effettivamente mentre stavo camminando con il mio cane lungo il confine. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se avessi trovato un corpo. Poi ho lavorato a ritroso – come mai il corpo si trovava li, il suo posizionamento era intenzionale o accidentale, come la persona era morta, perché? La storia è cresciuta da questo. Ho cambiato molto nella scrittura e riscrittura, ma l’ idea originale, di un corpo sul confine, è restata l’apertura del libro.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Il libro parla del ritrovamento di un corpo sul confine e di come è collegato con la scomparsa di una donna nel 1970. Suppongo che ciò sia per l’impatto del passato sul presente, che è qualcosa di cui siamo acutamente consapevoli nell’Irlanda del Nord.

Il primo capitolo presenta la scoperta del corpo di Angela Cashell. Potresti dire ai nostri lettori cosa succede?

Questa scena è stata volutamente scritta per fare due cose – in primo luogo introdurre Ben Devlin il detective della Garda. Il suo primo pensiero quando vede il corpo nudo della vittima è quello di coprirlo con il suo cappotto. Volevo questo per delineare il personaggio come un uomo ricco di bontà e di empatia – è spinto anche  a rendere sicuri i confini, non solo per la sua famiglia, ma perché è moralmente la cosa giusta da fare. Il secondo scopo in quella scena è stato quello di presentare al lettore il territorio e il fatto che è sorvegliato da due diverse forze di polizia su entrambi i lati del confine. Queste due forze stanno lavorando insieme dopo anni in cui tradizionalmente non sempre furono cooperative l’una con l’ altra. E ‘stato un modo per me di esaminare la natura mutevole della vita in Irlanda del Nord attraverso il microcosmo della natura mutevole della polizia della frontiera.

Puoi dirci qualcosa in più sul protagonista, Ben Devlin?

Ben è un padre di due bambini abbastanza felicemente sposato. E ‘un ispettore dell’ An Garda della Repubblica d’Irlanda, con sede a Lifford sul confine irlandese. E’ un cattolico, frequenta regolarmente la messa e deve equilibrare la vista delle scene del crimine con la lettura di fiabe della buonanotte ai suoi figli. Deliberatamente non è il tipico anticonformista alcolizzato e divorziato che è un classico della letteratura poliziesca. Sono più interessato a come un uomo normale bilanci tutti i diversi aspetti della sua vita.

Raccontaci gli altri personaggi del libro.

In aggiunta alla sua famiglia, il personaggio principale di questo libro, che caratterizza tutta la serie è la controparte di Devlin nel PSNI, Jim Hendry. Jim è un personaggio più divertente di Devlin e più incline a piegare le regole un po’ per soddisfare se stesso. Il loro rapporto di lavoro è quello che mi interessa maggiormente. Il libro parla anche di una coppia di sposi Johnnie e Sadie Cashell la cui figlia è la vittima ritrovata sul confine. Johnnie è un delinquente, ma Devlin sente una grande pietà per la moglie, Sadie, che sembra non avere altra scelta che subire la vita che non ha scelto.

Quale è la tua scena preferita in Borderlands?

Sono passati alcuni anni da quando l’ho riletto, ma mi piaceva l’apertura. C’è anche una bella scena con Devlin e Sadie durante la veglia funebre per la figlia. E c’è una scena che coinvolge una caccia ad un gatto selvatico, che mi è piaciuto molto scrivere.

In Borderlands quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Ad essere onesti, mi è piaciuto scrivere tutti i personaggi – nessuno è stato particolarmente difficile da delineare. Detto questo, sto trovando sempre più difficile scrivere ogni libro successivo, ma penso che sia un’ esperienza abbastanza comune. In ogni libro, si vuole migliorare e costruire su quello che si è fatto prima, e dare ai lettori qualcosa di diverso.

Perché hai raccontato una storia di confine? Come il posto ha influenzato la tua scrittura?

I libri esplorano il fatto che non c’è mai niente di bianco o di nero – tutto è sempre fatto di varie tonalità di grigio, sia se sei un eroe o un cattivo. Le terre di confine rappresentano questo. Inoltre, la zona dà la sensazione del selvaggio West e questo tema attraversa tutti i miei libri – il terzo libro tratta proprio di una miniera d’oro al confine.

Raccontaci qualcosa del noir irlandese. Chi sono i migliori esponenti di questa scuola?

C’è stata di recente un’esplosione della letteratura crime irlandese. Oltre agli scrittori che ho citato sopra, ci sono Alan Glynn, Jane Casey, Gene Kerrigan, Gerard O’Donovan e Alex Barclay, che hanno goduto di grande successo. Conor Fitzgerald è uno scrittore irlandese, i cui libri davvero superbi sono ambientati in Italia. C’è anche un piccolo, ma laborioso movimento irlandese di crime comici, oltre a Declan Burke, c’è Colin Bateman, Ruth Dudley Edwards e Garbhan Downey come esempi indiscussi. Nuovi nomi si aggiungono quasi ogni settimana, in questo momento si è aggiunto al gruppo dei crime irlandesi il nuovo libro di Claire McGowan, The Fall, che ha avuto un feedback fantastico e Louise Phillips ha un nuovo romanzo in uscita a settembre, Red Ribbons, che sembra davvero interessante.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

In realtà ero in Italia a luglio in vacanza con la mia famiglia ma non ho partecipato a nessun evento promozionale, temo.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sia la serie di Devlin e una seconda serie di libri basati su un personaggio chiamato Lucy Black sono stati opzionati per la TV qui in Irlanda. Sono a diversi stadi di produzione e sono fiducioso, almeno uno di loro ce la farà ad arrivare sullo schermo. Detto questo, ci crederò solo quando vedrò scorrere i titoli di coda dopo il primo episodio.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un libro intitolato Eye Contact di uno scrittore che si chiama Fergus McNeill. Dopo di che ho intenzione di leggere Belle Creole di James Lee Burke.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Ross Mc Donald, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, James Joyce, John Connelly, Tony Black, Ken Bruen.

Potrei diventare molto ripetitivo. Stai elencando un sacco di maestri. Connelly e Bruen sono due grandi scrittori che sono stati molto generosi con quelli di noi che sono venuti dopo di loro, e sono stati ispirati dalla loro scrittura.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

La scrittura è un lavoro solitario, ma la promozione è completamente l’opposto. Può essere un po’ deprimente quando nessuno si presenta per un evento. Una delle mie presentazioni più recenti è stata organizzata la notte stessa della partita dell’Irlanda durante i campionati europei. Sono rimasto scioccato che ci fosse qualcuno. Tendo a non vedere questi eventi come promozione ma semplicemente come un modo per parlare dei miei libri con i lettori ringraziandoli per il sostegno.

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Hai ricevuto recensioni negative? Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Tendo a leggere sia le recensioni buone che quelle cattive. Penso che se una critica è stata fatta più e più volte, potrebbe essere necessario considerarne la sua validità. In ogni caso, sia nel bene che nel male, si deve ricordare che è la considerazione di una singola persona. Intendiamoci, è più facile a dirsi che a farsi e si tende a fissarsi sulle recensioni negative a discapito di quelle eventualmente positive. I propri libri sono come figli – si è orgogliosi di ciascuno, e si è profondamente consapevoli dei punti di forza e di debolezza di ciascuno. Quando qualcun altro mette in luce i punti deboli può essere difficile a volte!

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace sentire i miei lettori e sono sempre incredibilmente grato che qualcuno possa passare il suo tempo, non solo a leggere i miei libri, ma anche a volere entrare in contatto con me. Posso essere contattato attraverso il mio sito www.brianmcgilloway.com

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Il quinto romanzo Devlin, The Nameless Dead è uscito qui in Irlanda pochi mesi fa. Sto lavorando ora ad un secondo romanzo con Lucy Black, che è il seguito di Little Girl Lost.