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:: Un’intervista con Ben Kane autore della serie La legione dimenticata a cura di Giulietta Iannone

9 agosto 2012

Grazie Ben per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi Di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Kane? Punti di forza e di debolezza.

Ben Kane: sono un irlandese, un padre, un ex veterinario, e uno scrittore best-seller di romanzi storici. Punti di forza: Sono molto concentrato sulla mia scrittura. Non ho mai rinunciato. Punti di debolezza: posso farmi distrarre da cose come Twitter e Facebook. Non faccio abbastanza esercizio fisico.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Nairobi, in Kenya, dove ho vissuto fino all’età di sei anni. Il resto della mia infanzia l’ho trascorsa in Irlanda. Ho letto un gran numero di libri sin dalla più tenera età, soprattutto fantasy e romanzi storici. Quando ho lasciato le superiori, ho studiato medicina veterinaria, quello era tutto quello che avevo sempre voluto fare. Quella è stata la mia carriera per sedici anni, fino a quando sono diventato uno scrittore.

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Decisi di diventare scrittore una notte quando ero ancora in servizio come veterinario, ed ero così occupato che stavo ancora lavorando a mezzanotte. In precedenza avevo avuto idee di scrivere su Roma, ma quello è stato il momento in cui ho iniziato.
Seppi che si era trasformato in un vero e proprio lavoro quando ottenni il mio primo contratto editoriale, nel mese di agosto del 2007!

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Preferiti:
Rosemary Sutcliff, autrice di The Eagle of the Ninth, JRR Tolkien, Michael Scott Rohan, autore di The Winter of the World trilogy. Guy Gavriel Kay.
Influenze:
Bernard Cornwell, Wilbur Smith e altri.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie de La Legione dimenticata?

Il mio amore per Roma, il desiderio di raccontare la storia della battaglia di Carre del 53 aC in gran parte sconosciuta, e quello che è successo ai soldati romani che sono stati fatti prigionieri dopo.

Quanti libri comprende la serie Legione dimenticata?

Solo tre. Figli A Roma è il libro finale.

Perché hai ambientato la serie nell’Antica Roma? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Ho dovuto decidere tra vichinghi e Roma, e Roma ha vinto! Fin da quando ero ragazzo, ho amato tutte le cose che avevano a che fare con l’antica Roma.

Ho letto con molto piacere The Silver Eagle, pubblicato in Italia da Piemme. Puoi riassumerci la trama?

Si riprende la storia dei personaggi principali dopo la fine del primo libro, The Forgotten Legion. Tre di loro sono in Margiana (l’attuale Turkmenistan / Afghanistan), con migliaia di legionari che erano stati fatti prigionieri dopo la battaglia di Carre. Si trovano ad affrontare una lotta feroce per la sopravvivenza contro i nemici dal di fuori e dentro il campo. Fabiola, la sorella del protagonista, affronta la sua lotta per sopravvivere a Roma.

Quale è stata la tua scena preferita in The Silver Eagle?

La scena finale è la mia preferita, a causa di ciò che accade (non voglio dire niente, nel caso in cui i lettori non abbiano ancora letto il libro.)

In The Silver Eagle, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Tarquinio è stato il più difficile, perché volevo che avesse molte più difficoltà di quante ne aveva avute nel primo libro. Brenno è stato il più facile, perché è un uomo di gusti semplici, come me!

Parlaci un po’ dei personaggi.

Romolo è il personaggio principale. E’ qualcuno che ha un profondo senso del giusto e dello sbagliato, ma la vita lo ha reso uno schiavo, e qualcuno che subisce la vita, piuttosto che il contrario. Egli brucia dal desiderio di essere libero, e di ritornare a Roma.
Fabiola, sua sorella, è il personaggio più oscuro. Cosa le è successo (è stata venduta a un bordello), l’ha trasformata in una persona molto manipolativa e intrigante. Il suo intero scopo nella vita è quello di scoprire chi è suo padre, e ucciderlo.
Tarquinio, l’indovino, è il personaggio più enigmatico. E’ pieno di conoscenza, ma non sa veramente dove il futuro lo porterà. Odia Roma per quello che ha fatto al suo popolo, ma si assoggetta al suo potere.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Avrei voluto dire di sì, ma non al momento.

Raccontaci qualcosa di Hannibal : Enemy of Rome e Spartacus: The Gladiator.

Hannibal è il primo di quattro libri ambientati al tempo della seconda guerra punica. Ha sia personaggi romani che cartaginesi, e mostra come i due popoli erano sì molto simili, ma anche diversi. Comincia poco prima dell’inizio della guerra, e continua fino alla battaglia presso il fiume Trebbia.
Spartacus: Il Gladiatore è il primo di due libri sull’ uomo che ha guidato la rivolta degli schiavi più grande nella storia antica. Si ripercorre la sua storia dalla Tracia alla scuola dei gladiatori di Capua, e continua fino all’inizio della sua rivolta. Spartacus è il personaggio centrale, ma lo è anche sua moglie, e un giovane romano che diventa suo amico. Il sequel, Spartacus: Rebellion, esce nel Regno Unito il 16 agosto.

Com’ è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Molto molto buono. Mi piace sentire i miei lettori – da qualsiasi parte del mondo. Essi possono sempre mettersi in contatto con me tramite e-mail ben@benkane.net, su Twitter @ BenKaneAuthor o sulla mia pagina di Facebook: https://www.facebook.com/benkanebooks

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Wow, che domanda! Immagino che continuerò a scrivere per un tempo molto lungo. Speriamo che i miei libri diventino ancora più di successo, così sarò in grado di scrivere su qualsiasi periodo storico che voglio.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Qualche volta, ma molto meno di quanto facevo appena pubblicato. Per fortuna, ho così tante email e tweet da parte di persone che amano i miei libri che non soffro più molto quando vedo una recensione negativa.

Hai avuto un insegnante che ti è stato particolarmente di ispirazione?

Non di storia o di inglese, no.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Attualmente, sto scrivendo il secondo libro della serie di Hannibal. Saranno quattro libri alla fine. Presto inizierò pure a scrivere due libri sul disastro di Kalkriese in Germania nel 9 dC.

:: Un’intervista con Piergiorgio Pulixi a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2012

Benvenuto Piergiorgio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Nato a Cagliari nel 1982, vivi a Padova. Editor, scrittore. Chi è Piergiorgio Pulixi?

Grazie a voi. Chi sono… Essenzialmente sono un grande lettore, e un drogato di storie che assumo nelle più svariate forme: libri, graphic novel, cinema, serie tv, manga, etc. Un anno fa circa avevo più o meno una vita normale con tanto di un bel lavoro con contratto a tempo indeterminato, poi ho fatto la pazzia di mollare tutto, cambiare città e provare a puntare tutto sulla scrittura e sul mondo che le gira intorno. Inevitabilmente questo ti porta a dare il meglio di te e tirare fuori le più belle parole che hai… e anche le parolacce migliori.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho fatto studi classici e il mio approccio alle lezioni era abbastanza anarchico e intermittente, nel senso che prediligevo alcune materie – e nemmeno sempre – e altre le ignoravo quasi del tutto con grande gioia dei professori. Inoltre facevo altro mentre alcuni insegnanti spiegavano – altro come leggere e disegnare – però mi volevano bene perchè tutto sommato entravo in modalità ninja e risultavo quasi invisibile e li lasciavo in pace. La cosa curiosa è che una mia insegnante di lettere quando avevo più o meno quindici anni dopo l’ennesimo sei in un tema, mi disse che studiavo e avevo buone argomentazioni ma non andavo oltre al sei e non sarei andato oltre al sei perchè non avevo quella cosa in più che da spessore e profondità a uno scritto. Non mi offesi, però mi chiesi perchè e se aveva ragione. Iniziai a leggere Stephen King stando attento a come scriveva e come narrava. Feci lo stesso con Connelly ed Edgar Allan Poe… un paio di mesi dopo presi il primo dieci. Poi ne presi parecchi altri… La mia infanzia è stata interessante… nella mia mente! Fino ai nove anni non avevo molti amici, ma ne avevo parecchi nella mia testa non nel senso che sono uno schizofrenico paranoico (non allora perlomeno) ma perchè in quel periodo mi piaceva creare storie e mondi miei, popolati da personaggi alla Huckelberry Finn e Tom Sawyer. Poi iniziai a frequentare amici in carne e ossa ma  l’abitudine non l’ho mai persa, e questo  tende a farmi essere una persona apparentemente silenziosa e distaccata… in realtà quando sono così e perchè sono in un altro mondo, accidenti a me.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Da quali letture? Quali persone ti hanno incoraggiato, spronato, consigliato?

Ripeto: un po’ da quella “sfida” con la professoressa di Lettere, un po’ perchè leggevo già tanto. Prima di incontrare Massimo Carlotto e quella che poi sarebbe stata la mia agente, Colomba Rossi, mi hanno spronato e incoraggiato parecchie fidanzate, questo è un dato curioso. Poi dall’incontro con Massimo, la scoperta del noir e l’ingresso nel Collettivo Sabot tutto è cambiato e ha assunto contorni più professionali… Sulle letture: tutto Stephen King, fino ai vent’anni tutti i thriller su cui riuscivo a mettere le mani, in cima: Thomas Harris, Michael Connelly, Robert Crais. E poi tutti i grandi classici da Omero a Dickens, passando per Tolstoj e Alexander Dumas che rimane uno dei miei scrittori preferiti in assoluto.

Parlaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. C’è un consiglio che ti sentiresti di dare ai giovani esordienti che a te è stato utile, o che hai compreso grazie alla tua esperienza?

Guarda, se c’è una cosa che accomuna gli scrittori esordienti – da quello che ho vissuto personalmente, dalle esperienze che ho sentito in questi anni, e da quello che ho imparato lavorando sui libri degli altri – è la fretta e un bel po’ di ambizione che sfocia in presunzione. La seconda ci starebbe anche, se però non andasse a braccetto con la prima, la fretta, che invece rende il connubio fastidioso per gli editori, e odioso per i critici. La fretta per uno scrittore o uno che vorrebbe diventarlo è deleteria. La fretta ti spinge tra le braccia dell’editoria a pagamento che nel 99 % dei casi ti rovina, perchè ti porta a veder pubblicato “il più grande capolavoro del mondo” senza editing, senza revisioni, senza un minimo di critica costruttiva; e questo non serve a nulla. Chi crede che comunque un libro pubblicato anche solo da una casa editrice a pagamento faccia curriculum, si sbaglia; non sono quelle le cose che un editor e una casa editrice guardano. Il mio consiglio è aspettare, farsi leggere da più persone possibili che possano consigliare e indicare dove migliorare il proprio lavoro. Per fare seriamente questo lavoro bisogna avere solide basi di grammatica, sintassi e  un po’ di drammaturgia. Bisogna leggere tanto e ricacciare dentro la presunzione di essere migliori degli altri. Su nove casi su dieci non lo si è. Quindi: umiltà, pazienza, studio, preparazione e costanza. Queste credo che siano le strade che portano alla pubblicazione. Per lo meno per me e per parecchie persone che conosco sono state queste.

Fai parte del collettivo di scrittura Sabot, nato grazie a Massimo Carlotto. Parlaci di questa esperienza. Come sei stato “reclutato”? Come è strutturato?

Massimo stava lavorando a un grosso progetto – quello che sarebbe divenuto il romanzo Perdas de Fogu – che lo vedeva impegnato in un’indagine e in una raccolta di materiale davvero estenuante e pressochè infinita. Così decise di mettere insieme un gruppo di giovani autori che gravitavano intorno ai suoi lavori e che condividevano la sua “poetica” e si è fatto aiutare nell’indagine sul Poligono del Salto di Quirra. Ha sfruttato quest’occasione per insegnarci come svolgere un’inchiesta giornalistica e formarci dal punto di vista della letteratura noir. Abbiamo avuto un lungo periodo di formazione che prosegue tutt’ora e poi l’esperienza si è arricchita con altre pubblicazioni collettive e singole. La nostra formazione si concentra soprattutto sullo studio e l’elaborazione delle trame in una maniera quasi scientifica/cinematografica.

Hai esordito pubblicando insieme a Carlotto e ai Sabot il romanzo Perdas de Fogu (edizioni E/O 2008). Ce ne vuoi parlare?

E’ stato un romanzo molto importante che ha avuto qualche problemino perchè toccava  temi scottanti come quello delle servitù militari, delle società miste stato/multinazionali delle armi sulla sperimentazione di nuovi sistemi d’arma molto pericolose, e perchè abbiamo tirato in mezzo persone pericolose. Alla fine però la magistratura ci sta dando ragione perchè il poligono ora è sotto sequestro giudiziario e sta per partire un processo con indagati eccellenti.

Successivamente hai pubblicato Un amore sporco inserito nel trittico noir Donne a Perdere (edizioni E/O 2010). Raccontaci in breve la trama.

Anche se non sembra è una storia d’amore. Un ragazzo soccorre per strada una bellissima ragazza. Capisce subito che è una prostituta albanese. Stando con lei in ospedale scopre che in realtà il suo destino è ancora peggiore: è una schiava sessuale, costretta a prostituirsi contro la sua volontà per conto della mafia albanese che l’ha comprata come un sacco di grano. Il ragazzo scopre anche di essersi innamorato di Miriana, questo è il suo nome. Decide così di portarla via agli aguzzini e scappare in Australia. Ma quelli scoprono tutto e si vendicano uccidendo la ragazza. Credono di avere ucciso anche lui. Si sbagliano… da qui parte la storia.

Parliamo ora del romanzo Una brutta storia edito da E/O nella collana Sabotage diretta da Colomba Rossi. A cosa ti sei ispirato? Prevalentemente fatti di cronaca, o altri romanzi, film, telefilm, fumetti?

Il romanzo parte da uno spunto reale, quello dell’arresto di un’intera Sezione di Polizia, o quasi. Quello mi ha fatto scattare l’idea di una famiglia di poliziotti corrotti e delle dinamiche che si vengono a creare tra loro. Dopo la ricerca sulla corruzione delle forze di polizia in Italia e quindi fatti di cronaca realmente avvenuti, mi sono poi lasciato influenzare da tanto altro; in particolare scrittori come Piergiorgio Di Cara, Mauro Marcialis, De Cataldo, Angelo Petrella e Massimo Carlotto, le serie tv The Shield e Sons of Anarchy, tutti i libri di Ellroy e Don Winslow, film come Training Day e Il Padrino, e un fumetto italiano di grande spessore a mio avviso, una sorta di romanzo per immagini, chiamato Rusty Dogs, disponibile su Internet gratuitamente, che mi ha insegnato a osare.

Raccontaci in breve la trama.

Quella dell’ispettore Biagio Mazzeo non è una famiglia normale. E una famiglia composta solo da poliziotti. Un clan molto unito. Un branco dove si combatte insieme contro il crimine. Ma Mazzeo e i suoi ragazzi non sono poliziotti comuni: sono una banda di sbirri corrotti in seno alla Narcotici, che hanno preso il controllo delle strade col pugno di ferro. Mazzeo guida i suoi come se fosse un patriarca mafioso e farebbe qualsiasi cosa pur di salvaguardare l’integrità della sua famiglia: anche andare contro i suoi superiori o uccidere. Quando si presenta loro il colpo della vita, quello che potrebbe renderli tutti dei milionari, Mazzeo e la sua squadra non si tirano indietro. Ma il caso vuole che sulla loro strada spunti il cadavere di un criminale ceceno, non un delinquente qualsiasi, bensì il fratello di Sergej Ivankov, un potente mafioso ex leader della guerriglia di liberazione della Cecenia. Ivankov e il suo clan si recano in Italia in cerca di vendetta: quella che scateneranno contro Mazzeo e i suoi uomini sarà una guerra senza pietà che colpirà i poliziotti negli affetti più cari, e li costringerà a sfruttare fino all’ultima stilla il potere che un distintivo può dare.

Quali generi di ricerche sono state necessarie?

Articoli giudiziari e di cronaca. Interviste e consulenze con persone del settore. Una buona serie di fonti interne. Questo per quanto riguarda le procedure poliziesche.

C’è stata una gestazione piuttosto impegnativa, hai impiegato tre anni per scriverlo. Quale è stata la parte più laboriosa durante il processo di scrittura?

L’elaborazione, il tratteggio e la profondità dei personaggi. Cioè, quello a cui tenevo di più.

Parliamo adesso del protagonista Biagio Mazzeo. Raccontaci come è nato questo personaggio e come si è evoluto durante i tre anni di scrittura.

Biagio è un personaggio complesso, contraddittorio, forte e sanguigno. Un giornalista l’ha definito “un Don Corleone con un distintivo” e onestamente ci ha preso abbastanza. E’ ispirato a una figura reale di un poliziotto che aveva costruito intorno a sé un clan, una famiglia composta solo da poliziotti, grazie al suo carisma e alla sua forza. Io lo vedo un po’ come un patriarca disposto a tutto pur di proteggere la sua famiglia.

Nel capitolo di apertura in cui avviene un fatto che darà il via a tutta la vicenda lo incontriamo alle prese con una scelta che necessita una rapida presa di posizione. Puoi raccontarci cosa succede?

Certo. Lui e la sua squadra negli anni hanno preso il controllo delle strade e del narcotraffico in città. Quando una piccola banda di ragazzini nigeriani mette in pericolo la sua sicurezza, li uccide e insabbia tutto, fabbricando prove false. Ma non basterà, perchè il destino si accanirà su lui e la sua squadra sotto le sembianza di Sergej Ivankov, padrino della mafia cecena.

Biagio Mazzeo è a capo di una squadra narcotici composta da poliziotti violenti e corrotti. Come hai gestito tanti personaggi? L’approccio corale era voluto, o è nato col tempo?

Era assolutamente voluto. Volevo una storia di ampio respiro, corale, epica e tragica in un certo senso, che avesse il ritmo e il respiro di una serie televisiva o di un romanzo ottocentesco con tanti intrighi, tanti segreti e tante scelte drammatiche. Per farlo era necessario avere tanti personaggi e portare ognuno di loro ai limiti.

Dove è ambientato? C’è una città del nord est in cui possiamo collocare la storia? Padova forse?

Ti direi sicuramente nel Nord, Nord-Est, ma non in una città particolare. La città che racconto in realtà è un concentrato di più città. Volevo che il lettore si immaginasse la sua città, che fosse lui a delineare i contorni di questa metropoli.

Il finale aperto fa presumere che ci sarà una continuazione. Puoi parlarcene? Hai in mente una trilogia o una serie più lunga?

Sì, Biagio e i suoi sono protagonisti di una lunga serie; per ora ho in mente altri due libri, ma  se avrò l’appoggio dei lettori e quello di un editore, ma soprattutto l’energia, vorrei continuare anche più a lungo perchè Una brutta storia in realtà getta le basi per delle storie più grandi e complesse dove i protagonisti sono tanti.

Dammi una tua personale definizione di noir. Come si colloca Una brutta storia in questo genere? Possiamo definirlo un poliziesco, una saga criminale?

Il noir a mio avviso racconta la discesa agli inferi di un personaggio che diventa paradigamtico di una società che genera mostri ed è incapace di rendersi conto che sta guidando bendata, con l’acceleratore schiacciato a tavoletta verso uno strapiombo. Racconta le storture e le distorsioni delle nostre città. Sono tragedie moderne, possiamo dire, dove i personaggi entrano in conflitto diretto con l’ambiente in cui vivono… E’ difficile definire a che genere appartiene “Una brutta storia” perchè la mia idea era proprio quella di contaminare più generi possibili: è sicuramente noir, così come è un poliziesco, ma ci sono venature di thriller, action, ed elementi derivanti dalle tragedie di autori come Euripide e Shakespeare.

Dimmi un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, James M Cain, Jean- Patrick Manchette,  Jean- Claude Izzo, Ross Macdonald, Massimo Carlotto, Giorgio Scerbanenco, Loriano Macchiavelli, Donald E Westlake.

James Ellroy: cazzuto. Cornell Woolrich: disturbante. James M Cain: tagliente. Jean- Patrick Manchette: cinico.  Jean- Claude Izzo: malinconico. Ross Macdonald: duro. Massimo Carlotto: sconvolgente. Giorgio Scerbanenco: magistrale. Loriano Macchiavelli: coraggioso. Donald E Westlake: folle.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Impossibile rispondere a questa domanda. Sono davvero troppi… Stephen King, Dumas, Dickens, Carlotto, Lansdale, Lucarelli, Simenon, James Lee Burke e Derek Raymond sono solo alcuni dei tanti.

Ci sono progetti cinematografici legati al tuo libro? Edizioni per l’estero?

Non lo so e non ho voluto chiedere niente. Preferisco concentrarmi sulla scrittura.

Quanto è importante un buon titolo?

Moltissimo. A volte i titoli sono propulsivi a livello commerciale. Pensa a “Va dove ti porta il cuore”, “La solitudine dei numeri primi” o “L’oscura immensità della morte”.

Cosa stai leggendo al momento?

“Dove tutto brucia” di Mauro Marcialis. Avevo letto tempo fa il suo romanzo d’esordio “La strada della violenza” e dopo poche pagine avevo capito che avevo davanti un autore dal talento naturale bruciante. Quest’ultimo lavoro è una conferma della sua scrittura corrosiva e sconvolgente. Negli Usa uno come lui verrebbe osannato.

Quale è il segreto di un buon racconto?

Se intendi per racconto una storia breve, direi l’incisività della scrittura e la capacità di entrare sotto la pelle del lettore con poche parole. Se invece alludi all’arte di narrare in generale allora direi l’assoluta mancanza di noia.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Sì, sto scrivendo al momento il seguito di “Una brutta storia” che spero uscirà presto, editore e tempi editoriali permettendo, e un romanzo collettivo con i Sabot su una storia molto bella e dura che parte dall’Italia per arrivare all’estero dov’è è totalmente ambientata. E’ un noir veloce e scattante per gli amanti di Don Winslow, Il Padrino e Scarface. Entrambe sono storie di perdizione e redenzione dove l’onore e l’amore sono armi a doppio taglio… Grazie a voi, è stato un grande piacere.

:: Un’intervista con Russel D. McLean a cura di Giulietta Iannone

12 giugno 2012

Ciao Russel. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Russel McLean? Punti di forza e di debolezza.

E ‘un piacere essere qui, e grazie per avermi invitato. Se volete scusarmi, mi limiterò a scivolare in terza persona per un momento:
Russel D McLean è uno scozzese di 31 anni con la barba e un amore sconfinato per la buona narrativa. Ama i libri, crede nel potere della parola scritta ed è assolutamente appassionato di buona narrativa convinto che possa cambiare il nostro modo di guardare il mondo. Sì, anche narrativa di genere. Ha una laurea specialistica in Filosofia, ha trascorso alcuni anni pensando che potrebbe essere un attore, e ha trascorso oltre un decennio nel settore del libro.
E’ appassionato, autoironico e orgoglioso della sua barba. Probabilmente rimugina troppo sulle cose come è un po’ troppo goloso di cibo. Condivide il suo appartamento con una maschera maledetta. Questa ultima parte è al cento per cento vera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia piuttosto comune per molti versi. Se stai cercando di chiedermi come sono diventato uno scrittore, mia madre e mio padre mi hanno incoraggiato nel mio amore per i libri e per la narrazione. Come hanno fatto i miei insegnanti. La mia scuola elementare forniva libri in estate permettendomi di leggere durante le vacanze, così ho letto molto velocemente e molto spesso. Mio padre ha scritto alcune storie per la BBC e fu allora che ho capito che si poteva essere pagati per scrivere storie. All’università ho studiato inglese, filosofia e psicologia per i primi anni. Il fattore principale nella scelta di questo è stato andare a vedere Iain Banks al Festival di Edimburgo. Sembrava una buona idea all’inizio, ma alla fine ho scartato inglese e psicologia. Ho trovato che  studiando inglese stavo distruggendo il mio apprezzamento per la narrativa. E la psicologia era molto più noiosa di quanto mi aspettassi (ho letto un sacco di statistiche). La filosofia era la cosa migliore che avrei potuto fare per la mia scrittura. Influenza una grande quantità di quello che faccio. E, naturalmente, Wittgenstein riteneva che ci fosse più filosofia in una rivista pulp che in volumi di discorso filosofico!

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime?

Come molti scrittori, mi raccontavano storie da quando ero molto piccolo. Alle elementari avremmo dovuto tenere un diario, annotare ogni mattina quello che avevamo fatto il giorno prima. Ho usato il mio diario per raccontare storie. Di solito queste storie sarebbero dovute continuare il giorno successivo. Dopo un po ‘il mio maestro ha smesso di cercare di farmi scrivere la verità e mi ha incoraggiato a scrivere queste storie strane. Ma ho iniziato davvero a scrivere in vista della pubblicazione circa intorno all’età di quattordici o quindici anni. Mio padre scriveva racconti per la radio e quindi sapevo che era possibile guadagnare una certa somma di denaro scrivendo. A circa quattordici anni, mi resi conto che avere qualche soldo in tasca era una cosa utile, mi misi di impegno e scrissi il mio primo romanzo per la pubblicazione. E ‘stato un tie-in per per la serie tv della BBC Doctor Who. La Virgin Publishing stava, a quel tempo, pubblicando romanzi che avevano come protagonista il personaggio base del programma e accettavano contributi da scrittori esordienti. Naturalmente per quando finalmente presentai il mio libro, persero la licenza. Ma era troppo tardi, ormai ero deciso a continuare a scrivere. Volevo essere uno scrittore di fantascienza, e per anni, e stato questo il genere su cui mi sono concentrato. Fu solo più tardi, dopo mio padre mi fece conoscere le gioie della letteratura crime grazie a scrittori come Elmore Leonard, che mi sono dedicato al  crime. Dopo poche false partenze, sono riuscito a pubblicare una storia breve nel Alfred Hitchcock Mystery Magazine e il resto, come si dice, è storia …

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

La strada per la pubblicazione è durata circa quindici anni da quel primo tentativo di scrivere un romanzo per un’ eventuale pubblicazione. Quegli anni sono stati riempiti con un sacco di rifiuti. Alcuni di loro davvero dolorosi. Il peggiore è stato quello per una sceneggiatura originale SF che avevo presentato ad un produttore. Ha chiesto di vederlo dopo la mia lettera di presentazione che avevo inviato. Lo script mi è tornato indietro strappato a brandelli, con strani disegnini a matita in tutto le pagine che sono stati lasciati. Ho cercato invano nella busta una parola di spiegazione e finalmente ho trovato una nota scarabocchiata in fretta in fondo alla prima pagina: ” Come potete vedere, neanche ai miei figli piace”. Forse quello era il momento in cui avrei dovuto rinunciare. Ma non l’ho fatto. Ho lavorato per ottenere un risultato migliore. Ho lavorato per mostrare a questo stronzo arrogante (che sono portato a credere ora non sia più nel business, che liberazione, finalmente!) che ero meglio di quello che lui poteva immaginare. Ho ancora avuto un sacco di rifiuti. Una volta mi fu respinto un libro per e-mail, in quindici minuti, da un agente. Ma ho continuato a lavorare e imparare. Il rifiuto è molto utile e istruttivo per uno scrittore. Non sarei lo scrittore che sono oggi senza di essi. È per questo che mi preoccupa la facilità con cui alcuni scrittori possono ora auto-pubblicare il proprio lavoro molto tempo prima di essere effettivamente pronti. Un bravo scrittore, come un buon whisky o un buon formaggio, ha bisogno di tempo per maturare. Anche dopo la mia pubblicazione su Hitchcock, ci sono voluti alcuni anni e due agenti per ottenere che i miei romanzi crime finissero nelle mani degli editori. Ma a quel punto, ero pronto. Devi soffrire un sacco di calci nel culo e imparare da loro. Un successo immediato nel business della scrittura, credo, non sia del tutto positivo. Devi lavorare e imparare e migliorare.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Questa è una di quelle domande che potrebbero andare avanti per ore! Tuttavia, cercherò di essere più rapido ecco i  primi tre:
1) James Ellroy
2) Elmore Leonard
3) Philip K. Dick
Ellroy mi stupisce per come ha preso il romanzo crime e ha fatto quello che fatto. La politica, la storia, l’economia di parole combinate con le trame che si snodano e che si uniscono in modi inaspettati … è vero, di tanto in tanto è anche scivolato (con THE COLD SIX THOUSAND, forse), ma mi piacerebbe riuscire a trovare quel livello di dettaglio, quella voce e quell’autenticità che trasuda da ogni suo libro.
Leonard è stato uno dei primi scrittori crime che abbia amato. Per i personaggi, i dialoghi, il narratore invisibile è lui il ragazzo giusto. Credo fermamente nelle sue dieci regole di scrittura, sono fondamentali.
Philip K. Dick era il mio idolo adolescenziale. Amavo i suoi libri. Ancora li amo. La prosa lascia un po’ a desiderare, questo è vero ma il gran numero di idee che gettava fuori, e il potere che aveva di farti rivedere il tuo modo di guardare il mondo, sono semplicemente incredibili.

Parlami del tuo processo di scrittura.

Come molti autori, ho anche un lavoro di giorno. Nel mio caso, io lavoro per una libreria. Così ho la tendenza a scrivere la sera, anche se grazie al mio fidato netbook posso scrivere anche in movimento. Le prime bozze possono essere scritto ovunque, in qualsiasi momento, anche se preferisco la comodità della mia scrivania per la riformulazione del lavoro.
In termini di processo per ogni libro è diverso l’approccio. Ho occasionalmente fatto scalette, altre volte ho fatto tutto di getto e ha usato il primo progetto come una guida estesa a quello che volevo fare (andando indietro e rimontando alcune parti finchè il tutto non si avvicinasse ad un romanzo leggibile). Dipende molto su ciò che ritieni giusto per la storia. Seguo una struttura a cinque atti, almeno nelle bozze iniziali. Proviene da una ossessione che ho avuto con la scrittura per la TV. Ed è stato utile per avermi aiutato a trovare il flusso di lavoro. Anche se salto alcune parti senza una vera pianificazione, in genere dopo aver scritto qualche migliaio di parole, annoto i cinque punti essenziali che voglio coprire dall’inizio alla fine. Il resto, naturalmente, è un mistero, e in generale l’atto finale (e il finale) tendono ad essere completamente diversi da quelli che mi inizialmente avevo previsto. Stranamente, ho ideato i romanzi McNee seguendo una sorta di struttura in cinque atti. Non dico che non ci saranno più libri della serie dopo il quinto volume, ma il quinto romanzo certamente segnerà una sorta di conclusione di una storia più grande che ho raccontato con questi libri.

L’Impiccato (The Good Son, 2008), ora edito in Italia da Revolver di Edizioni BD e tradotto da Matteo Strukul è il tuo romanzo d’esordio. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Quando un agricoltore locale, James Robertson, trova il cadavere di suo fratello che non vedeva da anni appeso ad un albero, assume il detective privato J. McNee – un uomo con i suoi propri problemi profondamente radicati – per indagare sulla vita del morto, per scoprire ciò che ha portato al suo suicidio . McNee durante le indagini scopre una connessione con il mondo sotterraneo di Londra e una connessione ancora più pericolosa nella sua città di Dundee. Attira l’attenzione di un paio di pericolosi gangster di Londra, e fin troppo consapevole del fatto che tutti stanno nascondendo la verità, McNee si ritrova attratto inevitabilmente verso uno scontro sanguinoso che minaccia di non lasciare nessuno in vita.

Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Come tutte le cose, è iniziato con un’immagine. Ero fuori per una passeggiata nei boschi di Tentsmuir – dove si trova il corpo di Daniel Robertson– e mi sono imbattuto in questo albero che è stato inaspettatamente imponente. Basta guardare quei rami spessi che mi hanno fatto pensare a cadaveri appesi (lo so che suona un po’ psicotico, ma questo è il modo in cui funziona il cervello di uno scrittore di crime) e improvvisamente ho avuto questa idea di un uomo che trovava un cadavere appeso. Più tardi, l’idea ha preso forma e sapevo che l’uomo aveva trovato suo fratello … da lì, beh, il romanzo ha iniziato a svilupparsi.

Può dirci un po’ di più sul protagonista, John “Steed” McNee ? Cosa lo rende diverso da gli altri investigatori privati?

Quello che è davvero affascinante nel processo di traduzione è che sembra che McNee abbia subito un leggero cambiamento di nome. Nella versione in lingua inglese, c’è una battuta circa il fatto che non abbia nome. Abbiamo sempre e solo visto un altro personaggio che inizia a chiamarlo “Ja-” prima di essere interrotto. Eppure, un certo numero di riviste italiane che ho visto si riferiscono a lui come “John”. Io non sono in realtà troppo preoccupato che lui venga chiamato “John” per il mercato italiano, ma è un po ‘strano. Comunque, per rispondere alla domanda, penso che McNee sia un personaggio incredibilmente tornito. Un sacco di PI hanno un “espediente” che li fa sembrare diversi dal branco, ma per McNee credo dipenda dal carattere, e dove McNee si distingue per me è che lui non è semplicemente una “cinepresa” utilizzata per visualizzare l’inchiesta. Il libro riguarda tanto il suo viaggio emotivo quanto le cose che scopre o il suo caso in esame. E ‘complesso, e ammetto che ho corso un rischio, rendendolo a volte difficile da piacere. Può essere molto testardo e talvolta frustrante, ma sotto tutto questo è qualcuno che cerca di dare un senso a un mondo che ha preso così tanto lontano da lui.

Raccontaci qualcosa degli altri personaggi.

Mi piace il cast di supporto. Susan era inizialmente ispirata a qualcuno che conoscevo, ed è cresciuta in questo carattere brillante che persino mi sono un po ‘innamorato. Sembra che tutti vogliano che lei e McNee si mettano insieme. Vedremo cosa succederà … Susan è incredibilmente equilibrata e una professionista assoluto. Lei non lascia che le sue emozioni abbiano la meglio su di lei cosa che invece succede a McNee stesso e fa di lui un personaggio un po’ pazzo. Ma credo che si preoccupi troppo per certi versi, soprattutto di McNee, e ho la sensazione che c’è una vulnerabilità che può funzionare contro di lei un giorno. Spero di no, però.
George Lindsay è il tipo burbero, un detective anziano che era iniziato come uno scherzo ed è diventato, durante la continuazione della serie, uno dei miei personaggi preferiti. E ‘un professionista che si nasconde dietro questo muro di profanità. Egli non vuole come chiunque, non si fida di nessuno. E ancora alla fine della giornata, si vede in alcuni squarci che fuori dal lavoro è un uomo molto diverso.

David Burns è un duro che sta invecchiando. Amo questo tipo di personaggio – il delinquente pericoloso. Ai suoi occhi ogni sua azione è giustificata, non riesce a vedere che è un truffatore. Invece si vede come un padre di famiglia che fa quello che deve fare. E ‘veramente pericoloso proprio perché pensa di essere uno dei buoni.

In L’impiccato, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

Penso che Susan sia stato un personaggio molto difficile da scrivere. Gli uomini hanno l’abitudine di scrivere personaggi femminili semplicemente come “interessi amorosi” in misura diversa, anche quando cercano di renderli qualcosa di più. Non volevo che Susan cadesse in questa trappola. Né volevo che diventasse un personaggio maschile vestito da donna. Un sacco di gente voleva che lei e McNee finissero a letto entro la fine del primo libro. Non potevo lasciare che questo accadesse, perché nella mia esperienza, una cosa del genere semplicemente non sarebbe successa soprattutto in considerazione delle situazioni che stanno dietro. Ma c’è speranza. E mai dire mai.

Quanti libri sono previsti per la serie?

Se riesco a farla franca, ci saranno cinque romanzi. Siamo di nuovo ad un atto definitivo di una struttura a cinque. So che più o meno è ciò che accade con ogni libro. E so quale sarà l’ ultima scena. Ma, naturalmente, tutto potrebbe cambiare radicalmente lungo la strada.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, Joseph Wambaugh, James Lee Burke, John Connolly, Tony Black, Ken Bruen, Allan Guthrie.

Si prega di tenere presente che sto descrivendo il loro lavoro e non necessariamente la persona:
James Ellroy: geniale. Cornell Woolrich: da leggere (una lacuna scioccante nella mia carriera di lettore, lo so). David Goodis: influente. James Crumley: insostituibile. Jim Thompson: psicotico. Charles Willeford: unico. Joseph Wambaugh:  vero. James Lee Burke: che toglie il respiro, John Connolly: nervoso, Tony Black: grintoso, Ken Bruen: poetico, Allan Guthrie: intenso.

Dammi la tua definizione di “tartan noir”. Quali sono i migliori esponenti di questa scuola?

Io non sono un grande fan della definizione “Tartan Noir”. Penso che in realtà suoni un po’ “troppo delicata”. E ‘la giustapposizione di un cliché l’essere scozzese contro questa idea di qualcosa di molto oscuro e imponente. Ma io credo che il romanzo poliziesco scozzese sia tra i migliori al mondo e spesso tra i più oscuri. Alcuni dei miei lavori preferiti di narrativa scozzese noir proviene da nuovi autori che stanno cominciando a prendere i loro spunti dal noir classico degli Stati Uniti con l’aggiunta di un taglio distintivo scozzese. Ragazzi come Tony Black, Allan Guthrie e Ray Bank sono davvero formidabili. Di recente ho scoperto Denise Mina e penso che sempre di più avrebbe potuto adattarsi alla descrizione di noir. Direi che mentre sono dannatamente bravi, gente come Stuart MacBride e Ian Rankin, in realtà non scrivono “noir” tanto quanto io non scrivo hardboiled. Ma fanno bene accidenti. E ‘una definizione molto sottile. Fondamentalmente, non è possibile definire per iscritto il crime scozzese. Penso che per definirlo in modo esauriente sia troppo poco il tempo che abbiamo qui.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Ho letto le recensioni. Ma sono selettivo in quello che prendo da loro. Non prendo le lodi troppo sul serio, e sto attento a non prendere il negativo troppo sul personale. Credo che a volte le recensioni di Amazon siano un buon barometro anche se mettere uno o cinque stelle penso che sia un po’ povero e che alcune recensioni siano inutili o iper-critiche con l’autore nella misura in cui ti chiedi se la persona ha davvero letto il libro. Si prende il buono e il cattivo. Uno o due recensioni mi hanno davvero ferito e alcune mi hanno esaltato. Ma una volta che il libro è là fuori, non c’è niente che tu possa fare. Ma le ho letto tutte perché a volte si può imparare qualcosa di utile e perché è sempre interessante vedere quello che i lettori e i critici hanno da dire.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

L’ultimo libro che ho finito è stato Getway l’ottimo secondo romanzo di Lisa Brackman –ambientato in un resort messicano, con protagonista una recente vedova coinvolta accidentalmente  con bande di droga e spie della CIA. Mi ha fatto pensare un po’ a Don Winslow in uno dei suoi momenti più d’evasione – vale a dire che si tratta di intrattenimento di altissimo livello con alcuni sprazzi reali sotto tutte le azioni. Ora sto cercando il suo primo romanzo… In questo momento, però, sto leggendo YOU CAN DIE TRYING di Gar Anthony Haywood. E ‘un libro brillante. Ho amato le cose di Haywood per anni. Se si riuscisse a ottenere una traduzione dei libri di Haywood, sarebbe consigliabile leggerli. Assolutamente fantastico. Il suo PI, Aaron Gunner merita di essere riconosciuto come uno dei grandi.

È molto importante vincere premi letterari? Aiuta a vendere?

Sono incerto su questo. In alcuni casi, forse. In altri casi, no. Penso che è più importante per i professionisti del settore che per i lettori. Ma non può far male vincerne alcuni. Tuttavia, sono sicuro che se non fossi mai stato nominato per il Booker, molti lettori non mi avrebbero conosciuto. L’impiccato è stato nominato per un PWA Shamus Award nel 2010. Questo è stato un piccolo e prezioso pezzo di “kudos”. Ma penso importi più alla gente del settore che ai lettori, anche se aiuta a far si che il tuo libro sia notato. Fondamentalmente, finchè la gente continua a leggere e godersi i miei libri, non mi interessa come abbiano scoperto la loro esistenza. Preferisco i miei lettori di vincere premi ogni giorno.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Penso di avere un rapporto abbastanza buono con i miei lettori. Io preferisco incontrarli in occasione di eventi e conventions e in libreria. Online, è tutto un po’ strano, anche se parlo un sacco con la gente su Twitter (@ russeldmclean) e su facebook (ho una fan page e una pagina personale – basta cercare Russel D McLean). Il mio sito web deve essere aggiornato, e una volta che trovo il mio webmaster lo sarà (sembra essere svanito dalla faccia del pianeta – se ci stai leggendo, basta che ti metti in contatto, uomo). Ho anche un blog http://www.dosomedamage.com e meno frequentemente sono raggiungibile sul mio blog theseayemeanstreets.blogspot.com

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe venire in Italia per promuovere i libri e incontrare i lettori. Chiunque legga questo dovrebbe bombardare Revolver con le richieste per farmi venire in tour. Adoro fare eventi e parlare con la gente sui libri e la letteratura crime in generale.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho un progetto top secret in lavorazione al momento. Ma a settembre, scatenerò il terzo romanzo McNee sul Regno Unito. Sono molto, molto eccitato al riguardo. Spero che i miei lettori in Italia si divertano a leggere L’Impiccato, e, se il libro si rivelerà essere popolare, mi piacerebbe che anche il 2 e il 3 della serie trovassero la loro strada e fossero anche tradotti.

:: Un’ intervista con Laura Liberale – Madreferro. Saga familiare minima a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2012

Grazie Laura per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Laura Liberale?

Sono nata a Torino il 15 maggio del 1969. Ho vissuto per trent’anni a Favria Canavese, il paese che nel romanzo è, mutatis mutandis, Fabrica. Da bambina, in un tripudio di tic nervosi, controllavo ossessivamente che le porte fossero chiuse e i quadri appesi dritti; ora l’ansia di controllo si manifesta principalmente nella revisione di quel che scrivo… E così abbiamo carinamente rotto il ghiaccio.

Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Prime poesie in terza, quarta elementare. Primo tentativo di scrivere un romanzo a dodici anni. La “chiamata” è stata nitida e precoce. Un bel po’ più tardivi i frutti.

Dai tuoi studi si deduce che nutri un grande interesse per l’Estremo Oriente e per l’India in particolare. In che misura le letterature di questi paesi hanno influenzato il tuo lavoro?

Hanno influenzato e influenzano continuamente la mia vita. Dalle semplici citazioni del libro tibetano dei morti in Tanatoparty sono passata a disseminare il testo di Madreferro di precisi riferimenti alla cultura indiana. Lo stesso rosario delle Madri che compare alla fine del racconto si ispira alle litanie indù dei nomi divini, un’espressione cultuale che per il mio percorso di studi ha avuto un’importanza primaria.

Il 6 giugno esce il tuo nuovo romanzo Madreferro. Saga familiare minimaedito da Perdisa. Un romanzo breve, o lungo racconto come l’hai definito in un’intervista. Come è nata l’idea di scriverlo? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Parecchi anni fa scrissi un raccontino davvero breve con cui vinsi un viaggio-premio nel Maine di Stephen King. Al viaggio in America dovetti rinunciare per causa di forza maggiore, ma quel raccontino a un certo punto ha chiesto a gran voce di essere ripreso.

Puoi riassumerci brevemente la trama?

Più che brevemente. È il ritorno, raccontato in 28 giorni (il numero non è casuale), di una donna al paese d’infanzia, per dare aria agli scheletri stipati negli armadi.

Parlami del titolo, l’hai scelto tu o è nato discutendone con l’editore?

I titoli papabili erano: “Ferro” e “L’età del ferro”. Poi il mio caro amico poeta Federico Scaramuccia, leggendo le bozze, ha coniato questo titolo bellissimo e pertinente, che naturalmente ha subito spazzato via gli altri due. Ecco, colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente.

Madreferro è un romanzo bellissimo ma anche molto personale e misterioso. Non hai paura che non sia compreso? Pensi che ogni lettore debba trovare una propria chiave di lettura nel decifrarlo?

Davvero grazie per l’apprezzamento. Paura no. Credo, anzi, che sia un testo semplice, dove con “semplicità” intendo una semplicità archetipale, e quindi universale. Spero piuttosto che, anche grazie alla sua brevità, “arrivi” intensamente al lettore.

In Tanatoparty la morte diventava una forma d’arte in Madreferro ritorna in modo meno paradossale. La morte comunque sembra un elemento centrale delle tue opere. Cosa ti affascina di più di questo tema che ai più ispira paura e repulsione?

Come disse Zolla: “Dovunque e sempre ogni individuo ha un suo particolare mito, una sua recita personale che lo mette in comunicazione estatica con l’archetipo che lo tormenta”.  Alla base c’è molto di “ossessivo”, quindi. Da bambina sognavo continuamente cimiteri ed esequie premature, e garantisco che non era un bel dormire. Crescendo ho fatto della morte, della mortalità, un oggetto di studio e riflessione costanti, alleggerendomi via via del fardello nevrotico. Visto che anche nel terzo romanzo bazzico sempre lì, direi che a tutti gli effetti posso meritarmi il titolo di “narratrice tanatologa”!

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata, da cui hai più imparato?

I poeti, anzitutto. Ancora e sempre loro.

Laura, la protagonista, ritorna nel paese che l’ha vista bambina, figlia felice di due genitori che ha profondamente amato. Il tema del ritorno alle origini è un tema letterario ricorrente in narrativa, in che misura si differenzia per originalità nel tuo romanzo?

Nessuna particolare originalità. Soltanto l’evidenza che nel mio romanzo il ritorno alle origini si configura nettamente come un viaggio ctonio, una discesa infera incontro ai trapassati e ai demoni familiari.

Il paragone più immediato che mi viene in mente è con il realismo magico sudamericano per il tuo coniugare mito e realtà. Pensi che questo paragone abbia ragione d’essere?

L’intenzione di coniugare mito e realtà c’era tutta. Sì, a livello d’intenti può starci il paragone. I risultati poi, si sa, sono tutt’altra faccenda!

Parlami del rapporto tra realtà e memoria nel tuo romanzo?

Com’è stato perfettamente osservato in una recensione, il romanzo mette in scena una sorta di “reminiscenza allucinata”. I piani sono quelli di realtà, memoria, immaginazione\allucinazione, e i confini di ciascun piano sono volutamente sfumati.

Parlami di Laura, voce narrante del romanzo. E’ parte di te, ti somiglia, o è una creatura letteraria autonoma e indipendente?

È sicuramente parte di me. L’ho “costruita” affibbiandole elementi fortemente autobiografici. È l’Ombra che  andava portata alla luce e pacificata, ma è anche il puro piacere dell’invenzione.

Un libro non si scrive in un giorno. Molto spesso le cesure sono evidenti, nel tuo caso il narrato sembra invece molto fluido come in un unicum. Come hai reso ciò possibile?

Non l’ho reso possibile. È semplicemente avvenuto. Forse perché in Madreferro c’è  una nudità, una sincerità pressoché totale, a prescindere da quanto ho dovuto architettare in termini di finzione narrativa.

E’ un romanzo molto “femminista”. I personaggi principali sono donne, esiste un vero e proprio matriarcato, gli uomini quasi sfumano sullo sfondo. E stata una scelta cosciente, voluta, o è nata scrivendo, durante il cammino narrativo?

Già in Tanatoparty erano protagoniste delle donne. Credo che tutto questo mio “femminile” narrativo faccia parte di una personale elaborazione del mito della Magna Mater, mito che studio ormai da anni, soprattutto per ciò che concerne le forme assunte nel contesto indiano. E poi la mia infanzia è stata segnata per davvero da una specie di “matriarcato”, malgrado la presenza molto forte e positiva di mio padre.

Georgina de Martignac e il suo album di disegni, hanno un ruolo centrale nel romanzo, di guida. Pensi che i morti influiscano sulla vita dei vivi? Pensi che coloro che ci hanno amati in vita continuino a farlo anche da spiriti, che l’amore in una qualche misteriosa maniera sia davvero eterno?

Dei cantori mistici indiani hanno detto: “Fra ciò che è e ciò che non è lo spazio è l’amore”.

Finisci il romanzo con le parole “il mundus si è di nuovo aperto”. Il mondo dei vivi e dei morti è ritualmente in comunione. La vita è la morte sono un tutt’uno? E’ questo il significato nascosto del tuo libro?

Che vita e morte siano un tutt’uno non è il significato nascosto di un piccolo libro come il mio, ma IL significato. Tentare invano di tenerle separate, concepirle dualisticamente nei termini di un’opposizione equivale a votarsi alla sofferenza.

Oltre che narratrice, scrivi anche poesie. Il processo creativo è lo stesso o utilizzi strumenti e mezzi differenti? Da cosa nasce l’ispirazione poetica?

Ti rispondo con le splendide parole di Cortázar, che, per me, valgono sia in poesia che in prosa: “Mi avvicino alle Madri, mi collego con il Centro – qualsiasi cosa esso sia. Scrivere è disegnare il mio mandala e nello steso tempo percorrerlo, inventare la purificazione purificandosi”. D’accordo, il pezzo di Cortázar finisce con: “Compito da povero sciamano bianco con mutande di nylon”…

Infine per concludere ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, intitolato Planctus, e a un progetto letterario “a due”, insieme alla bravissima amica Claudia Boscolo. Grazie di cuore a te per l’attenzione e lo spazio che hai voluto dedicarmi.

:: Un’ intervista con Jeffrey Moore a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2012

Ciao, Jeffrey. Grazie per aver accettato la mia intervista e bentornato su Liberi di scrivere. La società degli animali estinti è il tuo terzo romanzo, ora pubblicato in Italia da ISBN Edizioni, dopo Una catena di rose (2000) e Gli artisti della memoria(2004), entrambi pubblicati da Marcos y Marcos. Come comincia? Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Comincia con un uomo di città del New Jersey spettacolarmente incasinato, che sta cercando di sfuggire ai suoi problemi, problemi di droga e alcol, emotivi, romantici, finanziari e giuridici, e cerca di trovare un po’ di pace e tranquillità nella natura. Quindi, dopo aver scoperto in vendita su Internet una chiesa abbandonata nel Quebec, si dirige a nord, oltre il confine illegalmente, e arriva nelle Laurentian Mountains a mezzanotte. Lì scopre non la pace e la tranquillità, ma un corpo insanguinato in una palude, avvolto in un sacchetto di tela. All’interno c’è una ragazzina di quindici anni, la cui testimonianza potrebbe mettere dietro le sbarre il leader di una banda locale di bracconieri.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La società degli animali estinti ?

La morte di Huxley. Non l’autore britannico, ma il mio gatto che non c’è più. Non ho prove, ma ho il sospetto che la trappola d’acciaio di un cacciatore lo abbia ucciso. Ho trovato parecchie di queste trappole nelle Laurentians tutte illegali e tutte le ho smontate o almeno sabotate. E poi c’era il caso documentato in un noto film del 2004 chiamato Casuistry: the Art of Killing a Cat, in cui un gruppo di studenti di Toronto torturano e infine uccidono un gatto come un esperimento “artistico”. Questo ed altri eventi mi hanno spinto a esplorare il tema della crudeltà umana verso gli animali. Il maltrattamento del golden retriever in La società degli animali estinti, per esempio, può essere correlato a qualcosa che ho osservato nelle vicinanze. Un residente locale, era solito tenere un cane incatenato in una casa tutto l’anno, mai lasciandolo fuori e mai libero. Era la cosa più triste. Così ho lasciato un biglietto minaccioso, contro questo comportamento criminale, nella cassetta postale del proprietario. Il giorno dopo, e nei giorni successivi, ho notato che il cane era libero di vagare senza la sua catena fuori dalla sua prigione. Quindi suppongo che il romanzo sia un tentativo di fare qualcosa di simile, su scala più ampia.

Altri libri ti hanno ispirato a esplorare questo tema?

Sì, dopo aver deciso il tema generale, ho cominciato a leggere i mysteries di alcuni dei maestri del genere, un genere per cui avevo poco rispetto fino a quando non ho letto alcuni dei suoi migliori professionisti del settore, tra cui Elmore Leonard e PD James. E poi ho letto qualche eco-thriller di artisti del calibro di Carl Hiaasen e David Liss (The Ethical Assassin) e romanzi “ambientalistici”, tra cui due grandi: That Old Ace in the Hole di Annie Proulx e Libertàdi Jonathan Franzen.

Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?

Quattro lunghi agonizzanti anni.

Che tipo di ricerche hai svolto?

Ho studiato le attività di bracconaggio in Quebec e in Nord America, e ho letto testi sulle pratiche di caccia in generale e sul mercato illegale di bile dell’orso bruno in particolare. E rapidamente ho scoperto che le leggi sul bracconaggio in Quebec non sono applicate veramente. Che non ci sono abbastanza agenti che lavorano sul campo, né vi è un desiderio reale da parte del Ministero della Fauna Selvatica di contrastare i cacciatori, dato che sono la fonte di reddito maggiore. Dai turisti, da chi vende attrezzature, dalle guide, dai diritti di licenza, questo genere di cose. E c’è corruzione e collusione, naturalmente, quella che vi è in molti ministeri.

Quanto è importante un buon titolo?

Spero che ponendomi questa domanda, stai implicando che  il mio titolo è buono. Penso che i titoli siano estremamente importanti. Anche se molti scrittori li trascurano, o lasciano che sia il loro editore a decidere. Quanti libri hanno titoli atroci, o blandi, come Bob and Jane? Non l’ho mai capito.

Può dirci un po’ di più sui protagonisti, Nile e Celeste?

Celeste è l’eroina  precoce, orfana e che va ancora a scuola del libro e la co-narratrice. Nile è un uomo in fuga proveniente da una misteriosa scuola americana di medicina abbandonato da una ricca famiglia. Egli decide di salvare Céleste quasi morta, un atto che può a sua volta salvarlo.

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile è stato sicuramente Céleste. La cosa più difficile per la maggior parte degli scrittori è quella di creare un credibile personaggio in prima persona del sesso opposto. Il problema è stato aggravato in questo caso dal fatto che Celeste è un adolescente, una razza aliena per me. Non solo per me, ma per la maggior parte dei genitori. Così ho provato a fare Celeste un po’ stravagante, che non parla nel modo in cui parlano le altre ragazze della sua età, che non è stata plasmata dalla televisione o di Internet, dalla pubblicità ipersessualizzata, e così via. Il personaggio più semplice da scrivere è stato Nile, dal momento che io e lui abbiamo un paio di cose in comune. La misantropia, per esempio. Inoltre sono affascinato dai narratori inaffidabili nella finzione perché la maggior parte di noi siamo narratori inaffidabili nella vita reale. Con ogni storia che vi raccontano, dovete filtrare gli elementi soggettivi, le emozioni che la agitano, gli elementi personali, gli abbellimenti, le fioriture retoriche, e così via. Una volta che un lettore si rende conto che il narratore in un romanzo non è affidabile, allora come un autore sei introdotto in un regno di drammatica ironia. Un bel posto dove stare.

È per questo che il romanzo è così insolito, e utilizza una doppia voce in prima persona?

Bingo. Per drammatica ironia. Si vede una situazione in un modo, e l’altro la vede in un modo radicalmente diverso. Che cosa ne consegue è la commedia o l’ironia, almeno in teoria.

Da quello che hai detto a proposito di Nile, suppongo che ci siano elementi autobiografici in La società degli animali estinti?

E ‘difficile evitarli, anche se stai scrivendo fantascienza. Nel mio caso, come Nile, ho un grande amore per gli animali e una generale avversione per gli esseri umani. E come la quindicenne Céleste, sono un “evangelico ateo.”

Il tuo stile è molto particolare: un acuto senso del dettaglio, un amore per la semplicità, frasi poetiche, grande attenzione per le descrizioni. È uno stile naturale per te o nasce da numerose riscritture?

A me viene naturale, nel senso che è quello che ho subito ammirato in altri scrittori. Ma certamente non viene subito, completamente formato, la prima volta che scrivo. I miei testi sono rivisti, poi rivisti di nuovo, poi ancora e ancora … praticamente ad infinitum.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o uno in particolare che abbia influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Stranamente, ho spesso detto che il mio stile è cinematografico, ma non ho mai cercato coscientemente di fare così. Tutti e tre i miei romanzi sono stati opzionati per il cinema, quindi ci può essere qualcosa di vero in questo…

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro? Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nelle parti di Nile e Celeste?

Ebbene, “l’Hollywood del Nord” ha chiamato, nella forma di un triumvirato che include il primo produttore del Canada, l’uomo dietro a Chicago e altri mega-hits. Vediamo. Per Nile, forse Michael Fassbinder o Clive Owen e Johnny Depp (perché ha bisogno di lavoro). Per Céleste, forse Abigail Breslin (Little Miss Sunshine) e Chloe Moretz (Kick-Ass) e Dakota Fanning.

Come è nato lo stile “poema in prosa” che utilizzi in La società degli animali estinti?

La poesia è di gran lunga la più alta forma d’arte letteraria, per cui la tua domanda è per me un grande complimento, per il quale ti ringrazio. Leggo sempre i grandi poeti, soprattutto quando sono a corto di ispirazione, perché possono fare cose che nessun’altro può fare e non farà mai.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Close Range di Annie Proulx e Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov.

Dal punto di vista artistico, piuttosto che economico, quale libro vorresti aver scritto?

La lista è lunga. The Collected Stories di William Trevor o The Collected Stories di Annie Proulx e Humboldt’s Gift (Bellow) o Pale Fire (Nabokov) o If on a Winter’s Night a Traveler (Calvino) o Cousine Bette (Balzac) o Orgoglio e pregiudizio (Austen).

Quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza, come scrittore?

Punti di debolezza? Di che cosa stai parlando? Non ho punti deboli. Punti di forza? Un tocco comico, almeno mi piace pensare così.

Verrai in Italia ancora una volta per presentare i tuoi romanzi?

Lo farò certamente. Sarò a Torino per la Fiera del Libro 2012, il 12 e 13 maggio. Non vedo l’ora di visitare il mio paese preferito. E no, non dico questo di tutti i paesi.

:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

2 Maggio 2012

Grazie Giorgio per aver accettato questa mia nuova intervista e bentornato su Liberidiscrivere. E’ appena uscito per Hobby & Work il tuo nuovo romanzo Le rose di Axum. Nuovo editore, nuove prospettive. Come è andata? La Hobby & Work comprerà i diritti anche dei precedenti romanzi?

Grazie a te per lo spazio che mi concedi. E’ ancora presto per fare un bilancio, sto appena cominciando il giro delle presentazioni, fra un po’ ci sarà il Salone del Libro di Torino… Per ora l’impressione è che il romanzo stia andando bene, Hobby&Work ha un’ottima distribuzione nazionale e i risultati si vedono. Per quanto riguarda i precedenti romanzi, il nuovo editore ha manifestato interesse, ma è ancora prematuro parlarne.

Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Il maggiore Aldo Morosini, il maresciallo Barbagallo, lo scium-basci Tesfaghì, si trovano alle prese con il ritrovamento di un corpo nelle saline. Ci racconti cosa succede?

Posso raccontarlo fino a un certo punto, ovviamente. Diciamo che il cadavere martoriato di un indigeno sconosciuto si rivela il primo tassello di una storia piuttosto misteriosa che porterà il maggiore nell’antica città di Axum, in Etiopia, al seguito di una spedizione archeologica tedesca. E che l’indagine sull’uomo ucciso nelle saline si intreccia con la guerra in corso fra Italia e Abissinia e con un’oscura trama internazionale che coinvolge l’Europa e il mondo occidentale.

C’è stato un punto di origine che ti ha portato a sviluppare la trama in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Come sempre le idee per un nuovo romanzo prendono spunto da qualcosa che ho letto o visto, magari al cinema, poi però la fantasia va avanti da sola, sia pure sostenuta dalle inevitabili ricerche storiche che devo fare prima di partire con la scrittura. E molto spesso leggendo testi storici mi vengono in mente altre idee, che finiscono per stravolgere il progetto iniziale. Direi che anche in questo caso è stato un work in progress. Quanto alla seconda parte della domanda, direi di no. Anche se ogni volta che rileggo un capitolo, magari a distanza di mesi, mi verrebbe voglia di cambiare qualcosa, più che altro da un punto di vista stilistico.

Che libri o film ti hanno ispirato?

Nessuno in particolare, anche se alcune persone che hanno letto il manoscritto,  a cominciare dall’editor di Hobby&Work Luigi Sanvito, l’hanno subito definito “salgariano”. Anzi, per la precisione salgarian-prattiano, visti i riferimenti, anche diretti, all’opera e alla vita di Hugo Pratt.

Come si sta sviluppando il personaggio di Morosini?

Sta maturando, si sta “irrobustendo”. Pur mantenendo le caratteristiche umane e psicologiche che già erano emerse nel primo romanzo, Morire è un attimo, col passare del tempo mi rendo conto di riuscire a dargli più sfumature, così come agli altri personaggi fissi dei romanzi del ciclo coloniale, Barbagallo e Tesfaghì. E’ naturale, penso: ad ogni pagina si scopre qualcosa in più del passato di Morosini, del suo carattere.

Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Morosini? Massima libertà, anche registi e attori del passato.

Domanda difficile. Ho pensato tante volte a un’eventuale trasposizione cinematografica oppure a una fiction televisiva, ma non ho mai individuato un attore ideale per interpretare Morosini. Forse perché del maggiore ho ben presenti le caratteristiche psicologiche ma non le fattezze fisiche: del resto i romanzi sono scritti in prima persona, per cui il protagonista non si descrive mai… Fra gli attori contemporanei ho sempre pensato che potrebbero essere dei validi interpreti Pierfrancesco Favino e anche Beppe Fiorello, che ha già interpretato molto bene la figura del carabiniere ai tempi della guerra. Fra gli attori del passato, non mi sarebbe dispiaciuto Franco Nero, anche se forse ha un aspetto fin troppo nordico.

Morosini e le donne. Sembra che abbia l’abilità di innamorarsi sempre della donna sbagliata. Riuscirà a trovare quella giusta? O l’hai creato come un personaggio destinato a restare solo?

Nel genere giallo-noir la solitudine dell’investigatore fa un po’ parte del gioco. O quanto meno la sua eccentricità rispetto alla vita normale. Sarebbe strano vedere Marlowe alle prese con l’asilo dei figli o il commissario Montalbano che va a fare la spesa con la moglie il sabato mattina. Maigret ha una vita coniugale abbastanza normale (senza figli, però), ma solo perché può contare su quella santa donna della signora Maigret, che sopporta i suoi ritardi continui, le sue assenze, il suo essere sempre concentrato sulle indagini anziché sulla vita quotidiana. In linea di massima un’indagine avventurosa mal si concilia con un ménage familiare, e Morosini in questo non fa eccezione. Per ora… in futuro vedremo: mai dire mai!

Ci sveli la ricetta del Chai il tè eritreo?

Credo non esista una ricetta “ufficiale”, un amico poco fa mi parlava della variante somala che prevede anche l’uso di latte di cammella. Comunque si tratta di un thé speziato e molto zuccherato, assai diffuso nell’area del Mar Rosso e dell’Africa orientale: thé nero con infusione di zenzero, semi di cardamomo e cannella in stecche. Alcune ricette indicano anche l’uso di chiodi di garofano. Buonissimo!

Hugo Pratt compare in questa avventura. Ce ne vuoi parlare?

Come avverto nella nota finale, l’incontro fra il maggiore e il giovanissimo Hugo Pratt è una piccola forzatura storica, perché il futuro papà di Corto Maltese in effetti visse in Eritrea e poi in Etiopia per molti anni, al seguito della sua famiglia, ma vi arrivò soltanto nel 1937, un anno dopo lo svolgimento dei fatti di Le rose di Axum. Ma la tentazione di far ritrarre Morosini, Barbagallo e Tesfaghì dalla matita del giovanissimo Hugo era troppo forte…

Il colonialismo e gli Anni Trenta sono due argomenti ancora poco trattati dalla narrativa italiana. A cosa pensi sia dovuto?

In generale la nostra cultura pecca di amnesia e di provincialismo. Amnesia perché spesso ci dimentichiamo chi siamo e da dove veniamo, e se il passato non ci piace è meglio far finta che non esista piuttosto che tentare di capirlo e provare a farci i conti. Provincialismo perché abbiamo spesso l’idea che una storia raccontata da un autore straniero sia, a prescindere, migliore e più affascinante delle nostre. E questi limiti della nostra narrativa si sono riflessi anche nei due principali veicoli di cultura popolare della seconda metà del Novecento in poi: il cinema e la televisione. Per cui sappiamo tutto della conquista del Far West americano e dell’epopea della Frontiera, piuttosto che del colonialismo inglese in India o in Kenya; e molti neppure conoscono la storia della presenza italiana in Africa. Trascurando così uno straordinario scenario per raccontare storie, la “nostra” frontiera. Poi naturalmente non ci sono solo provincialismo e amnesia, c’è anche una sorta di autocensura, una damnatio memoriae che impone quasi di cancellare tutto ciò che è accaduto durante il ventennio fascista. Dimenticando, fra l’altro, che l’Italia andò in Africa (prima in Eritrea, poi in Libia) ben prima dei tempi di Mussolini.

Massaua aveva un cinema, un ospedale, una caserma, era in molte cose simile ad una tipica città italiana. Cosa abbiamo portato e cosa abbiamo preso a livello culturale, sociale, anche perché no architettonico?

Preso direi poco, a parte un generico “africanismo” (in particolare negli Anni Trenta, periodo di maggior impulso alle colonie) diffuso soprattutto a livello di cultura popolare: pubblicità, fumetti, romanzi, immagini fotografiche, taluni cibi. Tutto ciò che arrivava dalle colonie era esotico e, come si direbbe adesso, faceva tendenza. Portato molto, perché una delle caratteristiche del colonialismo italiano è sempre stata quella di voler riprodurre in Africa lo stile di vita italiano. Un fenomeno ancor più evidente con il fascismo, negli Anni Venti e soprattutto Trenta, quando si progetta di usare le colonie africane (in particolare la Libia) non solo come bacino di materie prime o scalo per gli scambi commerciali, ma come colonie di popolamento per emigranti italiani. Per cui i territori africani devono essere “italianizzati” e “civilizzati”, a partire dall’urbanistica, dalle infrastrutture, dai trasporti. Asmara, che fino agli anni Dieci del secolo scorso non era altro che un grosso villaggio di capanne, negli anni Venti e soprattutto negli Anni Trenta diventa una metropoli di centomila abitanti (molti per l’epoca) e la capitale africana più moderna e all’avanguardia. Ancor oggi l’architettura modernista di Asmara, rimasta pressoché intatta, è studiata dagli architetti di tutto il mondo.

Sacerdoti, artisti, militari, avventurieri. Quale era il volto degli italiani nelle colonie africane degli anni Trenta?

Come detto, se prima le colonie erano soprattutto basi commerciali, per cui vi trovavamo soprattutto militari, funzionari pubblici, commercianti e religiosi in missione; dagli Anni Venti in poi si popolano e dall’Italia arrivano un po’ tutte la categorie professionali, a maggior ragione in vista della guerra con l’Abissinia. Nel bene come nel male si riproduce in piccolo la società italiana, magari in modo meno formale e rigido rispetto alla Madrepatria: basti pensare al fenomeno diffuso del concubinaggio più o meno tollerato fra italiani e donne africane.

La musica delle colonie. Che canzoni si ascoltavano, quali erano i cantanti e le cantanti più in voga in quel periodo?

Più o meno la musica che andava in voga anche in Italia, magari con un ritardo di qualche mese. La classica canzone melodica, un po’ di swing italianizzato, molte canzonette patriottiche. Nei miei romanzi cerco sempre di inserire i richiami alle canzoni o ai film dell’epoca, per dare un’immagine di quotidianità che faccia da sfondo alle avventure, alle investigazioni e alle guerre.

Hai avuto modo di presentare all’estero la serie? In che paesi preferiresti che venisse tradotto e distribuito?

Mi è solo capitato di presentare il primo romanzo, Morire è un attimo, in una libreria italiana di Bruxelles. Non ho preferenze sulle eventuali traduzioni straniere, anche se è chiaro che una versione inglese darebbe accesso a un mercato enorme, a livello mondiale. Però so che i romanzi italiani, soprattutto del genere giallo-noir, vanno forte in Germania e Spagna, più che in altri Paesi.

Dopo Morire è un attimo e Una donna di troppo, dunque Le rose di Axum è la tua terza avventura di Morosini. Stai lavorando alla quarta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, sto scrivendo un quarto romanzo del ciclo coloniale. Non posso anticipare molto, sono ancora piuttosto lontano dalla conclusione. Sarà per certi versi un’indagine diversa, forse meno avventurosa e rocambolesca delle altre. Con un Morosini più malinconico e riflessivo.

Non sei solo l’autore della serie Morosini, hai scritto anche Il volo della cicala. Nella nostra precedente intervista mi avevi anticipato che stavi scrivendo la seconda storia con protagonista “lo strano detective privato italo-argentino” Hector Perazzo. Hai avuto modo di terminarla? La vedremo presto pubblicata?

Hector è vivo e lotta insieme a noi. E’ stato solo un attimo accantonato per motivi editoriali. Nel cassetto ci sono un paio di storie che spero di poter tirar fuori al momento opportuno.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Morosini e Perazzo?

Progetti veri e propri no, a parte un racconto che uscirà in autunno per una raccolta in e-book. Idee sì, non necessariamente legate al ciclo di Morosini. Ma ancora molto generiche, nulla di abbozzato.

:: Intervista a Massimo Carlotto a cura di Giulietta Iannone

30 aprile 2012

Bentornato Massimo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia nuova intervista. E’ appena uscito per Einaudi il tuo nuovo romanzo Respiro corto. Nella tua precedente intervista ci avevi anticipato che in questo romanzo, a cui tieni molto, avresti superato le frontiere geografiche e di genere e ci sarebbe stata una donna molto “intensa”. Dunque hai mantenuto le promesse?

Penso di sì. Anzi di donne intense ce ne sono almeno un paio e la storia viaggia in lungo e il largo per il mondo. E anche il genere, a mio avviso, travalica i confini del noir italiano.

Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?

Da un lato la consapevolezza che il “sapere” viene applicato all’agire criminale, dato che ora i mafiosi di tutto il mondo iniziano a concepire l’università come luogo di formazione. Dall’altro la percezione della velocità con cui gli affari criminali si innestano con le dinamiche dell’economia legale.

La Marsiglia di Jean Claude Izzo non c’è più. Com’è la nuova Marsiglia?

In mano agli immobiliaristi, infognata in una guerra di bande e saccheggiata da cordate politico-affaristiche con forti legami con il gangsterismo corso-marsigliese. Non a caso la situazione difficile, e per certi versi insostenibile, è diventata una delle bandiere agitate dalla destra  lepenista durante la campagna presidenziale. La Marsiglia di Izzo non esiste più. Purtroppo.

Anche la criminalità sta cambiando. La vecchia mala marsigliese, l’idea stessa di un potere gestito verticalmente con leggi d’onore fisse, ordine, disciplina, vive ancora solo nella mente di alcuni vecchi boss, incarni bene questo in Armand Grisoni. Ora non c’è più niente di romantico, sono solo numeri, conti svizzeri, asettiche transazioni finanziarie, speculazioni in borsa, affari edilizi, traffici illeciti di tutti i generi. I criminali vogliono diventare uomini d’affari a tutti gli effetti?

Esatto. La globalizzazione ha aperto nuovi mercati agli affari criminali ma ha determinato anche una sorta di rivoluzione necessaria nell’universo dell’illegalità che ha eliminato regole e modelli di comportamento.

Le nuove alleanze, le nuove associazioni criminali, si creano davvero a livello universitario? I nuovi protagonisti sono davvero i figli dei boss arrivati da ogni parte del mondo che studiano economia, vestono alla moda, disprezzano i loro padri e si sentono al di là di ogni legge?

Sì, la corsa al sapere è una necessità vitale perché il crimine è stratificato per livello culturale, appunto. Solo i più “ignoranti” si limitano a gestire solo i vecchi affari come droga e prostituzione  e soprattutto non hanno le conoscenze necessarie per riciclarli e investirli in modo vincente.

In Respiro corto tra tutti emerge il personaggio di Bernadette Bourdet. E’ lei la vera protagonista? Come è nato il suo personaggio?

Osservando il portone del comando della BAC a Marsiglia. Ho visto uscire una signora molto, molto simile, salutata con rispetto dal piantone e mi è scattata l’idea di B.B. Non è la vera protagonista anche se è fondamentale nella narrazione perché ho preferito costruire un intreccio complesso dove i personaggi entrano ed escono con grande velocità e …il respiro corto.

C’è un patto tra il commissario e i suoi superiori: conserva il distintivo solo se non tocca la “cricca Bremond”. Non approfondisci la cosa, lasci nel vago, ma la polizia è complice di questo asfissiante sistema di corruzione che impantana la società? E’ questo il messaggio che vuoi trasmettere? C’è un messaggio che vuoi trasmettere?

Non sono una novità, soprattutto in Francia, le inchieste insabbiate. Quando il paziente lavoro di un poliziotto rischia di mettere in crisi gli equilibri sociali, economici e politici su cui si regge una città dedita al malaffare, è molto facile che tutto finisca in una bolla di sapone. La storia, quella vera di Marsiglia, può contare su diversi esempi. Anche recenti.

A Marsiglia si combatte ogni giorno una guerra per i territori tra bande criminali. Ogni giorno si muore per le strade di Marsiglia, cadono i piccoli spacciatori, cadono i poliziotti, i giudici, i giornalisti. E’ una guerra silenziosa che si protrae all’infinito. Perché non se ne parla, perché questa situazione non scuote l’opinione pubblica, la cosiddetta gente per bene? Sì ha quasi paura di toccare l’argomento?

In Francia il silenzio è durato fino alla campagna elettorale, nel resto d’Europa continua. Il conflitto criminale di Marsiglia è un effetto collaterale della crisi economica. Parlarne significherebbe provocare allarme in un’opinione pubblica confusa e sempre più ostile alla politica. I governi non fanno altro che difendere se stessi.

E’ un romanzo ma parla di episodi reali, concreti, che presuppongono anche uno studio meno superficiale che il semplice elenco dei fatti. Come ti sei documentato per scrivere questo libro?

Viaggi, interviste, letture, internet. E fonti. Ormai sono indispensabili per raccogliere materiale utile a un plot complesso.

A un certo punto nel romanzo alcuni membri della Dromos gang vanno in un particolare locale dove le prostitute sono donne comuni, casalinghe, mogli di disoccupati, con a casa figli piccoli. Proprio l’altro giorno ho sentito per televisione che aumentano i furti e le rapine e si è diffuso il furto per necessità, se prima rubavano caviale e gioielli ora rubano scatole di fagioli. Quanto incide la crisi economica nella diffusione così capillare della corruzione, del crimine?

Certo. La corruzione sta dilagando grazie alla crisi e al timore di soffrirne le conseguenze. Siamo di fronte a una vera e propria modificazione antropologica sulla percezione sociale dei reati. Alcuni, come la corruzione appunto, sono stati “depenalizzati” nel sentire comune. La Grecia inoltre insegna che la necessità comporta spesso disperazione ma la microcriminalità non è pericolosa…

Respiro corto termina in modo piuttosto improvviso, il finale sembra quasi troncato, molti nodi rimangono irrisolti. Prevedi di scrivere una continuazione? Conosceremo come procede la lotta tra Bernadette Bourdet e la cricca Bremond?

I nodi rimangono apparentemente irrisolti ma non è detto che in futuro non ci sia BB alle prese con Bremond e magari la Dromos Gang…

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?   

Sí e uscirà tra un anno, ambientato a Roma e sarà una vera sorpresa… non vedo l’ora!

:: Un’intervista con Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2012

Bentornato Enrico su Liberidiscrivere è sempre un piacere ospitare il più francese dei noiristi italiani. Un autore ormai di culto, padre del mitico Mordenti, un Jean Paul Belmondo giovane oserei dire. Come ti senti da torinese schivo e riservato ad indossare i panni dello scrittore affermato?

Grazie a te per l’invito, mi piace infilarmi nei posti dove sono già stato. Non credo di essere troppo schivo, non avrei potuto inventare un tipo come Mordenti se lo fossi. Forse un po’ riservato, quello sì. E, più che affermato, come scrittore direi che mi sono consolidato. Affermato, d’altronde, è una parola impegnativa, che presuppone risultati che non credo di avere ancora raggiunto. Però è una bella avventura, sempre più coinvolgente e ricca di gratificazioni. I panni, poi, sono sempre gli stessi, siamo sempre les italiens e io. Continuiamo a raccontarci delle storie per viverle assieme divertendoci molto. Scrivere sapendo che molta gente ti leggerà è un’esperienza esaltante ma impegnativa. Sai che i tuoi lettori hanno delle aspettative e soddisfarle non è sufficiente, devi rinnovarti e lo stesso devono fare i tuoi personaggi. Di conseguenza sei sempre al lavoro e questo mi piace, è stimolante.

Da Instar a Rizzoli, ormai hai poche scuse, sei uno scrittore famoso, osannato dalla critica, amato dai lettori, corteggiato dalle fiere letterarie. Raccontaci come è andata veramente. Parlaci del dietro le quinte, delle segrete cose del mondo editoriale.

Essere cercati da un editore come Rizzoli è stato come per un delinquente finire nei Most Wanted dell’FBI; ti da un certo prestigio. Per me ha significato molto, qualcosa tipo la consapevolezza che stavo facendo un buon lavoro. In realtà dopo il primo contatto ci siamo visti parecchie volte, sia per definire il contratto, sia per decidere che tipo di storia pubblicare. Nel frattempo doveva uscire il terzo romanzo da Instar, Lezioni di tenebra, e questo mi ha lasciato il tempo di lavorare su Pessime scuse per un massacro per perfezionarlo. In realtà l’inquietudine era dovuta al dover lasciare un’intimità nella quale mi ero trovato molto bene, per entrare in un mondo più vasto del quale ignoravo regole e protocollo. In realtà sono stato accolto in modo molto cameratesco, abbiamo lavorato sul romanzo senza forzature e nel massimo rispetto dell’opera. Ognuno ha messo la sua esperienza e il risultato è stato il bellissimo volume che è uscito in libreria il 25 gennaio di quest’anno. Anche l’attenzione per la pubblicità e il supporto alle presentazioni è stata perfetta. Io sono un casinista, mi hanno evitato di ritrovarmi con tre eventi diversi lo stesso giorno, alla stessa ora e a cinquecento chilometri l’uno dall’altro.

Dopo Les italiens, Troppo piombo e Lezioni di tenebra con Pessime scuse per un massacro siamo ormai alla quarta avventura di Les italiens. Nei romanzi seriali c’è il rischio di perdere in freschezza e in spontaneità, e accumulare una certa stanchezza man mano che passa il tempo, cosa che a te non è successa. Quale è il tuo segreto?

Guarda, non so se sia un segreto, è probabile di no. Quando un autore decide di scrivere una serie di romanzi con gli stessi protagonisti, per prima cosa dovrebbe porsi un paio di domande: questi personaggi invecchieranno? E se sì, come cambieranno le loro vite? Il tipo di relazione che si crea tra uno scrittore e i personaggi dei suoi romanzi è molto forte. Se decidi di farli invecchiare, corri il rischio, nel giro di qualche anno, di ritrovarti con un branco di sbirri anziani che vanno aiutati anche a traversare la strada. Magari si sono sposati, hanno una moglie che rompe, dei figli, il cane, il mutuo da pagare. Va tutto bene, naturalmente, ma è una strada senza ritorno, che con il tempo potrebbe annoiare pure chi la scrive. Io ho deciso che les italiens non invecchiano. O meglio, invecchiano come i cani, un anno ogni sette. Questo mi permette di averli sempre a disposizione, pronti a soddisfare il mio infantilismo facendo nei loro romanzi tutto ciò che io non potrei mai fare nella vita reale; però c’è un prezzo da pagare. Per non renderli noiosi mi devo occupare del loro carattere, delle loro manie e del loro umore. Ciò che rende piatto un personaggio è la mancanza di cambiamento, l’assenza di evoluzione. Io mi concentro molto su questo aspetto, nei miei romanzi i personaggi maturano, cambia il loro umore, la loro reattività, il loro modo di pensare. Credo sia questo a mantenerli vivi e interessanti. Del resto nemmeno io so per certo quale sarà il loro stato d’animo la prossima volta, quale aspetto del loro carattere emergerà di più e perchè. Dipende da quello che succederà, da chi incontreranno e da quel che si diranno.

Come è nato il titolo del tuo nuovo romanzo? Ho subito sentito echi scerbanenchiani, penso a I ragazzi del massacro. C’è in qualche modo un tentativo di lasciare la scuola francese del polar per una dimensione più italiana?

Il titolo è cambiato diverse volte. Durante la stesura del manoscritto io lo avevo già corretto perché non mi convinceva. Quando ci siamo messi a lavorare sul romanzo, anche gli amici di Rizzoli hanno cominciato a pensare quale potesse essere il titolo più adatto a questo tipo di storia. A un certo punto eravamo certi che il titolo sarebbe stato Questa notte che corre, poi tutto quanto è stato rimesso in discussione. Anche perché cambiavano pure le copertine. Alla fine è saltato fuori Pessime scuse per un massacro, titolo che ha messo d’accordo tutti quanti. Era abbastanza forte per essere una storia del commissario Mordenti, ma allo steso tempo dava la sensazione di non essere soltanto un romanzo poliziesco. In effetti la trama e i fatti di cui si parla si allontanano un poco dall’azione pirotecnica dei tre precedenti. Non credo ci fossero reminiscenze scerbanenchiane, il titolo tendeva piuttosto verso un’assonanza con Bagatelle per un massacro, il terribile pamphlet di Louis-Ferdinand Céline. Quindi, ammesso che di scuola francese si tratti, la risposta è no, non c’è un tentativo di lasciare il solco tracciato dai primi tre romanzi. C’è, piuttosto, una ricerca per esplorare le tante possibilità offerte da quel territorio mai uguale che è il romanzo di genere.

Tra gli amanti dell’ hardboiled ci sono due scuole di pensiero: quelli che amano più Raymond Chandler e quelli che amano più Dashiell Hammett. Come me immagino che anche tu prediliga Chandler. Cosa ami di più di quest’autore e in che misura ha influenzato il tuo modo di scrivere?

Sono così diversi, Chandler e Hammett, mi viene da pensare a una morbida cravatta di seta per il primo e una rigida striscia di carta vetrata per il secondo. Lo stesso vale per Marlowe e Spade, due duri ma con un ripieno molto differente. Letteratura e sentimentalismo per Marlowe, piombo e passione per Spade. Entrambi mi hanno dato tantissimo, sia nei romanzi, che ho letto e riletto dozzine di volte, sia negli indimenticabili film. Assurdo, per esempio, aver affidato entrambi i protagonisti allo stesso attore, Humprey Bogart, che interpreta nello stesso modo Marlowe in The big sleep e Spade in The Maltese falcon. C’è voluta la figura affaticata di Robert Mitchum, nel più tardo Farewell my lovely, per far percepire la malinconica umanità del detective di Chandler. Comunque è vero, preferisco lui al suo algido collega, sono del tutto chandleriano. Ma è a entrambi che devo dire grazie per avermi estasiato e, soprattutto, per aver sempre alimentato il mio desiderio di scrivere.

Ormai il libro è uscito a gennaio, sono passati alcuni mesi e puoi avere una visione di insieme più complessiva: che bilancio hai tratto? Deluso, entusiasta, ti aspettavi qualcosa di diverso?

Che ti posso dire, non credo che negli ultimi trent’anni ci sia stato un periodo più sfavorevole, come autore, per uscire in libreria con un editore di grosso calibro. Da voci di corridoio, in questi ultimi mesi l’editoria ha perso il 30% del proprio mercato. Questo, in un paese dove il sessanta per cento della gente non legge manco un libro all’anno, è di certo una bella botta. Immagino che tutto ciò si sia piuttosto riflesso sulle vendite di autori medio piccoli, quale sono io, che non sui mostri sacri o comunque su quegli scrittori che hanno consolidato il loro nome in anni più floridi. Comunque, anche per me tutto si è amplificato, la richiesta di presentazioni, la visibilità e, soprattutto, la risposta dei lettori e della stampa che hanno, a quanto pare, apprezzato il mio romanzo. Tutti speriamo di poter vendere di più, però la strada verso il paradiso è a volte più ripida e meno agevole di quanto ci si possa immaginare. Bisogna saperla affrontare senza perdersi d’animo. Io ho molte idee e la possibilità di pubblicare con un editore come Rizzoli; non penso di potermi lamentare.

Parliamo ora del libro, della trama. Come è nata? C’è stato un punto di origine che ti ha portato a svilupparla in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Se vogliamo fare un po’ di leggenda, ma nemmeno poi tanta, l’idea di Pessime scuse per un massacro ha cominciato a germogliare il giorno che ho ascoltato per la prima volta Dance me to the end of love, cantata da Madeleine Peyroux. Mi ha talmente stregato che a furia di sentirla si è andata formando l’idea di un romanzo nel quale il motivo della canzone fosse il filo conduttore della storia. La malinconia nostalgica del brano era la stessa che volevo nel romanzo, così hanno cominciato a confluirvi tutte le passioni della mia giovinezza, gli aeroplani della Seconda guerra mondiale, la resistenza, i fumetti e anche le vecchie armi. La canzone (è di Leonard Cohen ma io, contrariamente a molti, preferisco la versione Peyroux) mi ha molto ispirato durante la stesura del romanzo. Ogni volta che l’ascoltavo mi forniva nuovi spunti e mi suggeriva idee interessanti. In qualche modo continuava a parlarmi. In realtà ho avuto molto tempo per rimasticare la storia, per farla leggere alle persone del cui giudizio mi fidavo e per rinforzare la trama piuttosto complessa. Quindi sono molto soddisfatto del risultato finale. Anche se so bene quanto tutto sia perfettibile.

La provincia francese e la resistenza sono due temi al centro del libro. Ho letto un bel noir francese La teoria dell’1% di Frederic H. Fajardie, stesso humour, stessi temi. Che libri o film francesi ti hanno ispirato?

La resistenza francese mi ha sempre molto interessato, vuoi per il suo nome molto romantico, il Maquis, vuoi perchè lo zoccolo duro della liberazione in Europa è avvenuto proprio lì. Tuttavia non ne sapevo molto, le mie nozioni arrivavano da film straordinari del passato che avevo visto e apprezzato in cineteca. Les portes de la nuit di Carné, Jéricho di Calef, Le Train di Frankenheimer, L’Armée des ombres di Melville, Lacombe Lucien di Malle e tanti altri. Addirittura quel capolavoro della risata che è stato La Grande Vadrouille di Oury, del quale Louis de Funès e Bourvil sono diventati icone indimenticabili. Però tutto questo non bastava, si perdeva indietro nel tempo tra le nebbie della giovinezza. Di conseguenza mi sono letto alcuni grossi libri francesi sull’argomento che oltre a farmi capire il funzionamento della macchina partigiana francese, mi hanno dato delle bellissime idee per la storia. Per esempio Meurtres au maquis, di Pierre Broué et Raymond Vacheron, René, maquisard, di Dominique Poulachon o l’agghiacciante Livre noir du Vercors, di Albert Béguin. Man mano che notizie e informazioni si accumulavano, il fascino di questo periodo ancora controverso della Francia spingeva autonomamente per emergere dalla narrazione. Partigiani, nazisti, eroi, collaborazionisti, persone del passato che poco alla volta si mescolavano allo spirito contemporaneo dei miei personaggi. Farli convivere è stato molto divertente.

Sempre parlando di cinema. Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Mordenti? Massima libertà anche registi e attori del passato.

Sognare non costa nulla, no? Bene, alla regia vorrei Jean-Pierre Melville o Jean-Luc Godard, perché ai tempi della Nouvelle Vague il cinema lo sapevano fare. Per la parte di Mordenti la faccenda diventa più difficile. Dovrei averlo in mente in maniera più definita, invece lui è un tipo sfuggente, che non si lascia troppo inquadrare. Però, visto che siamo nell’ambito del sogno, potrei valutare Louis-Ronan Choisy o un Yves Montand giovane (l’ironia nello sguardo, lui l’aveva di brutto). A pensarci bene, anche Maurice Ronet sarebbe perfetto. Mentre Daniel Auteuil me lo terrei per fare Servandoni. Vedremo cosa ci riserverà il futuro, potrebbero esserci delle sorprese.

Mordenti e le sue donne. Ma ci sarà una donna capace di fargli mettere la testa a posto. Lo vedremo mai sposato, e magari padre?

Sarò breve; se quello che vogliono i lettori e vedere Mordenti che tutte le sere torna a casa distrutto,  si prende una scenata dalla moglie che gli trova del rossetto sul colletto della camicia, dà la pappa al pupo che gli vomita l’omogeneizzato sui pantaloni, porta a pisciare il cane a mezzanotte e, per finire si infila sotto le coperte mentre la signora Mordenti si gira dall’altra parte, be’, in questo caso farò il possibile per trovare una che se lo voglia sposare.

Parlami dell’elefantino Babar, è un tuo personale portafortuna? Cosa ci puoi dire del suo ruolo nel libro?

Da che mi ricordo, i libri di Babar sono sempre stati in famiglia. Era uno dei personaggi preferiti di noi bambini. Le storie dell’elefantino di Jean de Brunhoff sono senza tempo, divertivano noi allora come divertono oggi mio figlio. La delicatezza e la poesia, oltre al fatto che si tratta di un elefante, fanno di Babar un personaggio unico. Proprio perchè mi è sempre piaciuto, mi ero comprato un pupazzetto di resina in un negozietto di Parigi e lo tenevo sulla mia scrivania. Stava sempre lì a fissarmi, con il suo vestitino verde, il cravattino rosso e la coroncina gialla. Un giorno, mentre stavo lavorando alla trama di Pessime scuse per un massacro, l’ho guardato e mi sono chiesto: Chissà come starebbe la figurina di Babar sulla scatola dell’otturatore di una vecchia mitragliatrice pesante? Così è saltato fuori il cattivo del romanzo, che uccide abbandonando poi Babar a sorvegliare l’orrore che ogni volta lascia dietro di sé. Mi piace molto il contrasto tra il personaggio delicato dell’elefantino, l’immagine stessa dell’innocenza, e l’assassino crudele e determinato della storia, che non conosce pietà e rincorre una vendetta terribile che il tempo rischia di portargli via.

Le armi sono sempre al centro della scena, c’è una cura certosina nel descriverle, utilizzarle. Quali sono le armi di Pessime scuse per un massacro?

Te le elenco o preferisci una risposta generalista? Scherzi a parte, in questa vicenda le armi sono come i mobili nelle case anni ’50, danno l’immediata sensazione del periodo storico nel quale si svolge una delle due storie parallele del romanzo. Les italiens devono infatti lavorare nel presente, ma per scoprire cosa è successo, sono costretti a indagare in un passato lontano. Sono quindi le armi che trovano sulla loro strada a parlare di questo passato. La Browning, la Luger, lo Schmeisser, la Mauser, sono armi usate in battaglia durante la Seconda guerra mondiale. E sono anche la pista che Mordenti e i suoi devono seguire per arrivare alla soluzione. Tra l’altro facendo le mie brave ricerche su Internet e sui libri specializzati, ho scoperto particolari molto interessanti che mi hanno aiutato dandomi alcune ottime idee per lo svolgimento della narrazione. Per quanto possa sembrare assurdo o immorale, queste vecchie armi hanno un fascino molto particolare. Viene dal metallo logoro, dal legno consunto e da quella patina che tempi terribili hanno lasciato su di loro. La bellezza di questi oggetti parla di un epoca nella quale l’efficienza tollerava ancora una certa eleganza nella forma. Oggi non è più così.

Come procede la quinta avventura di Les italiens? Hai già scritto i primi capitoli?

La quinta avventura sta andando avanti, la trama è praticamente finita e mi piace molto. Ho già scritto alcune parti, qualche dialogo, ma ancora devo cominciare con la stesura vera e propria. Però ne ho una gran voglia perchè la storia mi intriga e ho dei bellissimi personaggi. Potrei dire che sarà una via di mezzo tra Les italiens, il primo romanzo della serie, e Pessime scuse per un massacro. Ci sarà una lunga parte parigina très noir e piena di movimento. Questa volta la squadra scende in campo al completo dall’inizio alla fine. L’ultimo terzo del romanzo sarà ambientato nel centro della Francia e anche lì se ne vedranno delle belle. In tutto questo ci sarà un colpo di scena del tutto inaspettato.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Mordenti?

Ho in cantiere un romanzo tutto torinese con nuovi personaggi, un noir un tantino più asciutto della serie degli italiens. Stò ancora lavorando su un’idea embrionale. Sarà naturalmente un’altra cosa rispetto alle storie di Mordenti, ma penso che Torino ne verrà fuori come un luogo concitato e cosmopolita dove cultura e bellezza, amore e odio, vita e morte si incrociano in un carosello mozzafiato. Esiste già una sorta di episodio pilota che ho scritto per una delle più antiche distillerie di grappa del Nord-Est. Un romanzo di 160 pagine che non uscirà in libreria. Per averlo, dalla settimana prossima, bisognerà andare nei negozi di liquori e nelle enoteche. A condurre il gioco, questa volta, è l’ispettore Bosdaves della Mobile. Ricordatevi questo nome.

:: Intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone

1 aprile 2012

Grazie Charlotte di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Sei nata a Francoforte nel 1963, sei una scrittrice tedesca tra le più amate, hai un cane, sei un membro attivo del PETA. Chi è Charlotte Link? Punti di forza e di debolezza.

Intanto i cani sono tre! Per quanto riguarda i miei studi, ho cominciato legge per diventare avvocato, perché mio padre era un giudice. Mi ci è voluto molto tempo prima di diventare una scrittrice professionista. Ma la giurisprudenza è sempre stata fra i miei interessi, tant’è che poi ho scritto dei thriller, perché con un padre giudice avevo accesso a tante informazioni. Per quanto riguarda la mia infanzia leggevo tantissimo, quindi se in genere ai bimbi si dice “dai forza, leggi”, a me i miei dicevano: “fa’ qualcos’altro, smetti di leggere”. Forse quello è stato il primo passo verso il mio futuro mestiere.

Sei tra le scrittrici di maggior successo oggi in Germania. Ci parli della situazione letteraria tedesca contemporanea. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio?

Negli ultimi anni leggo soprattutto letteratura scandinava e inglese.

Lo psicothriller sembra un genere molto congeniale tra gli scrittori tedeschi, pensiamo a Sebastian Fitzek, Wulf Dorn. In cosa pensi risieda il vostro punto di forza. Cosa vi differenzia dalla detective novel psicologica più di stampo anglosassone?

Credo che gli autori di thriller tedeschi scrivano buoni romanzi quando li scrivono esattamente come gli inglesi.

E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo Oltre le apparenze. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea iniziale nasce da un articolo comparso su un importante giornale tedesco che trattava la questione di Second life, vale a dire che esistono delle persone che, insoddisfatte della propria esistenza, cercano la rivincita in rete, costituendosi lì una sorta di nuova vita. Questo articolo è stato per me la scintilla che ha fatto scattare l’idea di questa storia.

Oltre alle apparenze è un thriller davvero agghiacciante per la tua capacità di descrivere la vita consueta di tutti i giorni e nello stesso tempo delineare scenari di disagio e vero proprio orrore. E’ questo il tuo segreto?

Una parte del segreto è che i protagonisti dei miei romanzi sono persone  assolutamente normali, con vite assolutamente normali. Il lettore è quindi portato ad identificarsi facilmente con questi personaggi, ed è in questa normalità che all’improvviso s’innesca l’orrore, ed è questo che desta paura e timore, la sensazione cioè che una cosa simile potrebbe realmente accadere.

Il personaggio di Samson mi è piaciuto particolarmente, è un osservatore abusivo delle vite degli altri, certo a livelli patologici, ma anche gli scrittori non sono un po’ osservatori delle vite degli altri?

Sì, è vero. E forse anche loro lo sono in maniera patologica. Ma poi, per poter essere costruttivi, questa osservazione non porta agli stessi esiti di Samson.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo tanti autori gialli inglesi e direi che gli influssi su di me sono costituiti dal loro insieme e non da uno in particolare. Inoltre le mie preferenze cambiano in continuazione.

Per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Effettivamente ho appena finito di scrivere un nuovo romanzo e sto facendo progetti per il prossimo. Però di concreto non ho ancora niente, quindi non posso ancora parlarne. Grazie anche a lei per l’intervista.

Traduzione a cura di Francesca Ilardi

:: Un’intervista con Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2012

Bentornato Remo su Liberi di scrivere. Da pochi mesi è uscito per Perdisa il tuo nuovo libro Vicolo del Precipizio, un libro scomodo se vogliamo, che mette a nudo molti mali dell’editoria italiana, ma penso che all’estero le cose non siano più rosee, mali che si vorrebbe nascondere, scopare sotto il tappeto, perché tolgono nobiltà alla professione di scrivere. Il personaggio di Giovanni esprime bene questo malessere. Ce ne vuoi parlare?

Da anni vado dicendo una cosa, che per me è importantissima ma che passa inosservata. Vado dicendo che per chi scrive il momento più importante, più bello, più intimo è quello della scrittura. I ricordi più belli che ho io li ho descritti nel primo capitolo di Vicolo del precipizio: gli attimi che precedono la scrittura e poi la scrittura, per ore, magari bevendo caffè e fumando sigari o pipa, come faccio io, con il gatto che mi si strofina ai piedi. Giovanni è lo scrittore che ha perso la passione per la scrittura. Lui fa parte del meccanismo: pubblica libri, si affida agli editor, frequenta altri scrittori, usa la maschera dello scrittore per abbordare donne, chiede anticipi eccetera. Ma non si sente più affascinato dalla scrittura. Giovanni, insomma, è come una malattia: da cui stare in guardia.

Tiziano il doppio protagonista, voce narrante e autore del libro nel libro intitolato guarda caso Vicolo del precipizio è un editor speciale, un ghostwriter, che riscrive a volte di sana pianta testi scritti da altri che sarebbero oggettivamente impubblicabili, e ci mette il “veleno” che il personaggio giudica il suo unico talento. Il mondo delle italiche lettere è davvero così diviso, frantumato tra apparenza e sostanza, tra chi lavora nell’ombra e chi recita pirandellianamente la parte dello scrittore di successo?

Credo che col passare del tempo sia sempre più apparenza, ma in tutto, e non solo nel settore editoriale. Tempo fa un editore (che stimo, perché pubblica libri di qualità) su facebook ha scritto che uno scrittore, se vuole sfondare, deve essere sfacciato. Un po’ rompicoglioni, insomma. Invadente. Questo vuol dire che uno scrittore timido, o anche solo non invadente, e corretto, che non fa operazioni di lecchinaggio frequentando scrittori ed editor, rischia di rimanere tagliato fuori dal mercato editoriale? Lascio il quesito così, senza proseguire…

Tiziano non fa sconti con nessuno né con il mondo editoriale, che in un certo senso disprezza perché penalizza libri che a suo modo andrebbero pubblicati, prendo ad esempio quello della scrittrice veneta, e esalta e idolatra magari altri scritti a tavolino solo per fare cassetta, né con se stesso, giudicandosi marcio, arrivando fino a meditare il suicidio. E’ un personaggio ambiguo, che suscita simpatia e nello stesso repulsione, penso all’eccitazione che prova verso Cristina durante i suoi attacchi epilettici, alle voci che mette in giro sul conto del padre roso dalla gelosia verso Mariano, alla crudeltà quando consegna il manoscritto ad Alice chiaramente innamorata di lui. Costruendo questo personaggio gli hai dato qualcosa di te o è solo una creazione letteraria?

Flaubert diceva che bisogna pensare come dei pazzi e io, quando scrivo, lo faccio. A Tiziano io ho prestato solo i miei ricordi, le mie turbe no. Proprio oggi ho scoperto, leggendo una recensione su Vicolo del precipizio, che Tiziano è il mio alter ego. Allora, a me sta bene tutto: lettori e critici possono dire qualsiasi cosa dei libri in generale e quindi anche dei miei, ci mancherebbe. Ma quando mi vengono a dire che io sono coma Anna Antichi, protagonista de La donna che parlava con i morti, o come Tiziano, di Vicolo del precipizio, dico di no, che potrebbe essere ma non è così.

A capitoli alternati osserviamo Tiziano dall’esterno, e dall’interno come voce narrante del libro che sta scrivendo. Nel cinema penso a Effetto notte di  François Truffaut, amano fare film nel film. E’ un gioco di specchi, in cui la membrana che separa la realtà dalla creazione letteraria si fa sempre più sottile, ci si confonde, si ha la sensazione di leggere un diario. Come hai creato questa sensazione di vertigine?

Il libro è un metalibro. Nei capitoli intitolati Torino, Luglio (e poi Torino, agosto, nel finale) c’è, in terza persona, il presente di Tiziano. Nei capitoli intitolati Vicolo del precipizio c’è invece il passato, ma fino a un certo punto: a un certo punto arriva il precipizio. Tiziano precipita nella sua stessa mente. Al posto del passato arrivano le fantasie e i ripensamenti sulla propria vita. Da qui il senso di vertigine.

Ho amato molto il personaggio di Mimma, generosa, materna, allegra, depositaria di una saggezza contadina che va scomparendo, che consegna i suoi quaderni, lei quasi analfabeta, lontana da ogni gioco editoriale, per dare a Tiziano la materia grezza dei suoi libri I racconti della vecchia osteria prima e Vicolo del precipizio poi. Che il giorno di una presentazione se ne sta in disparte, quasi vergognosa, e arrossisce quando la madre di Tiziano con uno sguardo segnala a tutti i partecipanti che è lei la donna che lui ringrazia. Esiste davvero a Cortona, una Mimma con un altro nome, un altro volto, o nasce come mille facce di altri che ti hanno ispirato?

Mimma è stato il personaggio più facile da creare. Mimma, che nel libro è l’amica di famiglia ed è la madrina di Tiziano, esiste davvero, ed è mia madre. Tiziano, a un certo punto, riceve un regalo dalla Mimma, un quaderno. Dove lei ha scritto storie, anche boccaccesche, dove lei ha trascritto le canzoni dei cantastorie. E’ successo anche a me, nella vita reale: un giorno mia madre mi ha regalato un bloc notes con storie e ballate. Mimma è una contadina sensibile, forse troppo, anche mia madre è così. Piangeva quando ammazzavano il maiale che lei aveva nutrito. Mimma, che ha fatto solo la terza elementare, ha letto solo due libri: La storia dei fratelli Cervi e I promessi sposi. Allora, mia madre ha letto La storia dei fratelli Cervi, I promessi sposi, Il vangelo e i libri che ho scritto io.

I luoghi: Cortona e Torino. Cortona la tua Toscana dell’infanzia: “Cortona è un libro che qui posso raccontare” ha pensato Tiziano guardando le ultime finestre illuminate dei palazzi severi di Torino. Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro di vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto”. Torino la grande città dove fuggire dove costruirsi una carriera. Parlami di questi luoghi. Come hanno influito sulla narrazione?

Cortona è il ricordo delle mie estati spensierate, dei miei primi amori, è il ricordo dei racconti, spesso fantasiosi, che ascoltavo, con attenzione. Cortona, oggi, è il luogo degli infiniti ritorni: appena posso ci vado, Ogni capodanno ci vado, ci andrò tra pochi giorni, spesso vado lì a scrivere. A Cortona incontro il ragazzo che ero, rivedo i suoi sogni. E poi c’è Torino che ha lo stesso valore di Cortona: nel 1982 cominciai ad andarci, tutti i giorni, per frequentare l’università. Lavoravo in fabbrica allora. Prendevo il treno da Vercelli tutte le mattine all’alba per arrivare a Torino. Un’ora all’andata e una al ritorno. All’inizio era la grande città che mi frastornava: troppo grigia, incasinata. Troppa gente. Piano piano, invece, ho cominciato ad apprezzarla. Torino è bella. E poi: se vuoi nasconderti, se non vuoi vedere nessuno non c’è nulla di meglio che una città grande. E la mia mente oscilla, come quella di Tiziano (qui sì che gli somiglio): certi giorni vorrei essere a Torino, e camminare camminare, ascoltando solo il rumore dei miei passi e del traffico, altri giorni vorrei essere a Cortona, magari in piazza, che di sera si riempie di gente e di voci.

C’è molto Buzzati, Chiara, Fenoglio, Calvino che mi pare aver letto che non ti piace molto. Che libri leggevi durante la stesura di Vicolo del precipizio? Quali autori ti hanno ispirato?

Quando scrivo o riscrivo non leggo mai un libro intero. Magari leggo qualche pagina di qualche autore che, a mio avviso, ha una scrittura musicale. Mi sembra di ricordare che tra la prima stesura di Vicolo del precipizio e la seconda ci fu una pausa in cui lessi i racconti di Yates, ma non ne sono certo.

Per concludere, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità vorrei chiederti se attualmente stai scrivendo. Progetti per il futuro? 

Sto rivedendo tre racconti neri, che ho scritto qualche mese fa. Li sto anche spedendo a qualche editore. Poi spero di continuare a scrivere, perché io se scrivo vivo meglio, vivo due volte, vivo la mia vita e quella dei miei libri.

:: Un’intervista con Derek Nikitas a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2012

Ciao Derek. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Derek Nikitas? Punti di forza e di debolezza.

Vivo la letteratura e il cinema come, professionista, insegnante, consumatore e tossicodipendente. Sono uno scrittore che letteralmente si dedica completamente alla propria attività, ma scrivo troppo lentamente, e revisiono troppo, così impiego un sacco di tempo per completare un progetto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nel New Hampshire e a New York, sono andato al New York State College alle superiori, e poi all’ University of North Carolina a Wilmington per la mia formazione universitaria. Wilmington è stato il momento migliore. E ‘una cittadina turistica sull’oceano, ma ha anche un’ industria cinematografica piccola ma fiorente. Blue Velvet, Firestarter e The Crow sono stati girati lì,  fatto che sempre amo ricordare. Dopo la scuola, ho trascorso qualche tempo a Praga (tipico), e poi sono tornato a New York per alcuni anni. Ora vivo in Kentucky, e dirigo un programma MFA della mia città (The Bluegrass Writers Studio presso la Eastern Kentucky University).

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho cominciato a scrivere quando avevo circa sette anni. Ecco il motivo: i miei genitori erano divorziati, e mia madre era piuttosto severa su quali film potevo vedere in TV. Mio padre era permissivo, così mi lasciò vedere un sacco di film horror e simili, ma io lo potevo vedere solo una volta ogni paio di mesi. Così potevo vedere questi film con lui che facevano volare la mia immaginazione, ma poi dovevo aspettare settimane senza un’ altra “dose”. Così ho iniziato a scrivere le mie personali bizzarre storie dell’orrore. Così è davvero come è cominciata. Ricordo di essere stato particolarmente influenzato da Red Dawn, e continuavo a scrivere varie versioni di storie in cui i terroristi assaltavano la mia scuola elementare. Sono sempre stato attratto dalle storie di suspense, sebbene l’ horror e il dark fantasy siano stati i miei generi preferiti mentre crescevo. Mi sono interessato alla crime fiction all’università tramite un corso sulle crime stories classiche, ma in un primo momento stavo veramente solo cercando di scrivere storie letterarie interessanti. Non mi sono reso conto di scrivere crime fiction fino a quando i miei racconti non hanno iniziato ad essere accettati  nell’ Ellery Queen Mystery Magazine, e non l’ho realmente accettato fino a quando non sono stato nominato per un Edgar Award. Allora ho capito, “okay, sono uno scrittore di genere”.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato molto fortunato con Pyres. Un editor di Minotaur Books (l’editore americano originale) ha visto una storia che avevo pubblicato e mi chiese se avevo pronto un romanzo. Ero appena a metà, ma a lui è piaciuto, così quando ho finito il suo editore mi ha fatto un’offerta. Quindi non ho mai dovuto affrontare rifiuti con Pyres. Detto questo, ho centinaia e centinaia di rifiuti accumulati scrivendo racconti. Ho usato i racconti per sviluppare la mia tecnica, e ci sono voluti anni. Col senno di poi, probabilmente stavo presentando i racconti alle riviste sbagliate, perché non scrivevo esattamente narrativa tradizionale e mainstream o narrativa sperimentale, ma c’è anche da dire che non ci sono troppi spazi per gli scrittori di racconti.

Hai conseguito un MFA alla UNC di Wilmington e stai ottenendo un dottorato di ricerca presso la Georgia State. Hai avuto un insegnante che ti sia stato di particolare ispirazione?

Certamente. Ho dedicato il mio secondo romanzo all’ insegnante di scrittura creativa più incoraggiante e di sostegno che abbia mai avuto, Wendy Brenner. Anche lei è una scrittrice di racconti, e mi ha insegnato ad amare la scrittura a livello di frase, come delineare realmente l’immagine fisica, come realmente abitare la psiche del personaggio, come evitare i cliché. Ho avuto altri insegnanti, come Bob Reiss e Clyde Edgerton, che mi hanno insegnato la struttura e gli elementi fondamentali della scrittura dei romanzi, e tutto ciò che eventualmente viene dopo.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Immagino che ben poche persone possano rispondere a questa domanda in modo molto eccitante. Sono diventato molto più disciplinato negli ultimi due anni, però. Scrivo la mattina, di solito per circa tre o quattro ore, nel tentativo a volte vano di evitare di controllare la mia posta elettronica e di navigare in internet. Sono diventato sempre più un pianificatore, così ora mi prendo mesi per delineare un racconto o romanzo prima di iniziare a scrivere.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

L’unica qualità che cito sempre ai miei studenti è l’empatia. Se non è possibile autenticamente entrare nella psiche di un’altra persona, anche se fittizia, allora finirete per creare una cosa che è morta fin dall’inizio. Troppa scrittura amatoriale è auto-espressiva: questi sono i miei intensi sentimenti, o questa è la mia filosofia sul mondo. La scrittura è in parte espressione di sé, ma molto di più dovrebbe essere esplorazione, un tentativo di sfuggire alla propria visione miope e vivere altro.

Sei un autore amato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?

Oh, sì. Ho ricevuto una recensione particolarmente caustica su Pyres nel quotidiano della città in cui vivevo all’epoca, Atlanta. Ora mi è quasi cara perché in realtà ha colto nel segno quello che stavo facendo male in Pyres (troppo prolisso), e credo di aver davvero imparato da essa. Altre recensioni negative tendono a dire che sono troppo “letterario” per essere uno scrittore di crime o viceversa, a quelle non penso molto.

Il tuo primo romanzo Pyres, ora edito in Italia con il titolo I fuochi del nord, nominato per un premio Edgar per il miglior romanzo d’esordio è un libro formidabile. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

I miei romanzi tendono a iniziare con una mezza dozzina di idee diverse che alla fine confluiscono in una narrazione organicamente organizzata. Volevo scrivere delle mie esperienze essendo stato un “dark” quando ero adolescente, ma non volevo scrivere di me, così ho inventato questo personaggio femminile, Luc. Volevo scrivere delle mie origini svedesi e del mio interesse per la mitologia norrena. Allo stesso tempo, rimasi affascinato da alcune storie vere di crimini che lessi sui giornali o vidi in uno di quelle trasmissioni giornalistiche televisive. Ed ero allo stesso tempo interessato al comportamento criminale di alcuni dei gruppi più duri di biker nell’ area di Rochester e pian piano tutti questi elementi hanno cominciato a unirsi.

 Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

Una ragazza adolescente ribelle scopre una cospirazione dietro l’omicidio di suo padre e diventa il bersaglio della gang di motociclisti fuorilegge che lo ha ucciso.

Il primo capitolo presenta la protagonista. Potresti raccontarci cosa succede?

Lucia “Luc” Moberg è un adolescente un po ‘ribelle ma in fondo tenera che sta per compiere 16 anni. Sono i primi anni ‘90. Un pomeriggio chiede al padre, professore universitario, di portarla al centro commerciale e, mentre lui è in una libreria, ruba un CD da un negozio di musica ed è inseguita dagli agenti di sicurezza del centro commerciale. Luc trova il padre e lo convince ad andare via. Proprio mentre stanno per allontanarsi dal parcheggio, un uomo misterioso appare a fianco della macchina e spara al padre uccidendolo, di punto in bianco, con Lucia che guarda con orrore dal sedile posteriore.

Parlaci dei personaggi principali del libro?

Tema centrale del libro è il rapporto spezzato tra genitori e figli. La storia di Luc ruota intorno al raggiungimento della sua maggiore età colpita da un profondo dolore e minacciata da un concreto pericolo. Lei deve cavarsela prendendosi cura della madre devastata e suicida, grazie anche all’ “intervento” degli esseri magici del folklore svedese, che sono o il frutto della sua immaginazione o gli emissari di suo padre morto.
Greta Hurd è l’investigatore della polizia assegnata al caso di omicidio del padre di Luc. E’ una poliziotta indurita che ha dato la sua vita alla carriera, anche a scapito della sua famiglia. Ma questo caso, e le sue interazioni con Luc, cominciano a riaccendere qualcosa nel suo cuore. Ha una figlia che è in procinto di sposarsi, ormai un’ estranea, così lei afferra la possibilità di riscattarsi con la sua famiglia.
Tanya Yasbeck è una ragazza di diciannove anni, ex-tossica che ha vissuto una vita dura, ed è ora incinta di nove mesi del figlio di un biker fuorilegge. Lei vuole disperatamente vivere una vita normale e credere che il suo ragazzo gliela possa dare, anche se le sue attività criminali sono sempre più disperate e pericolose.

Il personaggio di Mason è molto negativo. Ci puoi parlare di lui?

All’inizio della mia ricerca, ho appreso che i bikers fuorilegge commettono alcuni dei peggiori e  più barbari atti criminali relativi a gang che si possa immaginare. Gran parte di Mason (e della sua cultura) proviene da precisi racconti di bikers fuorilegge (anche se il 99% dei bikers  sono bravi ragazzi, e rispettosi della legge!). Non volevo rivestire di zucchero la sua brutalità, la sua misoginia, il suo razzismo, la sua insensibilità. D’altra parte, egli è un padre in attesa molto ansioso, pieno di speranze e di sogni, deciso a crescere il “suo ragazzo” in base al codice d’onore in cui crede. Non credo nel male astratto, così ho voluto far si che tutti i comportamenti di Mason nascessero dalla sua capacità di valutare ciò che è giusto.

Quale è o sono le tue scene preferite in Pyres?

Immagino le principali scene che narrano punti di svolta perché quelle scene sono la ragione principale per cui si scrive il romanzo. Così la scena del parcheggio nel primo capitolo, certamente, e quando Luc trova i soldi sotto la lavatrice, o la scena in camera di Quinn e il ritorno a casa dopo, e naturalmente il finale, a cominciare dall’ ultima conversazione risolutiva tra Luc e Tanya, forse la scena di dialogo che ho preferito scrivere. Queste sono le scene che ho rivisto di più, anche solo per assicurarmi che il tono fosse proprio quello giusto.

In Pyres quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Non posso parlare troppo del personaggio più difficile, senza regalare troppi colpi di scena, ma diciamo che la doppiezza è una motivazione molto difficile da rendere. Luc è stata un personaggio anche difficile per molti versi, soprattutto perché il suo carattere è così simile al mio, quando avevo la sua età. E ‘pericoloso scrivere di “se stessi” perché si vuole dare al personaggio una vitalità sua, e non si vuole diventare troppo auto-indulgenti ampliando la propria interiorità, solo per dar voce al proprio punto di vista. Al contrario, Tanya è stato stranamente il personaggio più facile da scrivere perché la sua prospettiva era così diversa dalla mia. Volevo continuamente tornare da lei per esplorare le sue motivazioni e reazioni perché ero davvero curioso di vedere come avrebbe reagito, basandomi sulla dissonanza cognitiva estrema della sua situazione.

Perché hai ambientato la storia a Rochester? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Rochester, New York e soprattutto le piccole città che la circondano, è dove sono cresciuto e dove ho ambientato la maggior parte dei miei racconti pubblicati finora. Essere intimamente legato alla zona mi ha aiutato a scrivere, ma Rochester ha anche l’atmosfera perfetta per il romanzo poliziesco hardboiled. E’ un posto ghiaioso, freddo, sterile, arrugginito, nevoso, grigio, ruvido, una sorta di distopia. Questa zona di New York è anche chiamata il “Rust Belt”, perché è essenzialmente un deserto economico di fabbriche chiuse e industrie obsolete. Ovunque si guardi, ci sono metafore ricche e suggestive per rispecchiare il tumulto interiore dei personaggi.

Il tuo libro è caratterizzato da un forte realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, molto poetico. Quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

In questo momento, sto scrivendo un romanzo in cui W.B. Yeats appare come personaggio, così la sua poesia è sempre al centro della mia mente, in particolare le poesie che alludono alla sua visione occulta. I miei preferiti in assoluto sono John Berryman, Philip Larkin (“Aubade”, soprattutto), e Thomas Hardy, anche se mi ricordo di essere stato ossessionato da Whitman durante la scrittura di Pyres, quindi probabilmente ci sono elementi del suo verso libero. Lo staccato di Gerard Manley Hopkins lo stile “sprung verse ” ha preso il potere sulla mia immaginazione nel secondo libro, The  Long Division.

Parlaci del tuo secondo libro, The  Long Division.

E’ ancora narrativa d’ “ensemble” che segue diversi personaggi, ma l’evento principale riguarda una cameriera che ruba una macchina e cinquemila dollari ad un cliente, con l’intenzione di attraversare i confini di stato e ricongiungersi con il figlio adolescente che ha dato in adozione quando è nato .

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy (paranoico), Cornell Woolrich (carico di tensione), David Goodis (malinconico), Flannery O’Connor (ironico), James Crumley (pesante), Jim Thompson (grintoso), Charles Willeford (tragicomico), Joseph Wambaugh (autentico), Ross McDonald (non ho mai letto il suo lavoro!), Dashiell Hammett (tagliente), Joyce Carol Oates (lussureggiante), Nabokov (labirintico), Cormac McCarthy (profetico).

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?

Assolutamente. Sono ossessionato dall’immagine visiva, dal mostrare e non dire, e sono sempre alla ricerca di quel dettaglio interessante che funzioni essenzialmente come una fotografia o un film. Tendo a scrivere in scene, e ho imparato molto sulla costruzione delle trame dai manuali di sceneggiatura (stranamente, molto più che dai manuali per scrittura per i romanzieri). E ‘per questo tendo a scrivere in terza persona, che sento più come “una cinepresa” che in prima persona. Non mi sorprende, che molti film svedesi abbiano influenzato lo stile grandioso e magico di Pyres (Ingmar Bergman, Lasse Hallstrom, Bille August). Lo stile del mio secondo romanzo ha lo scopo di imitare, il più fedelmente possibile, la “Nouvelle Vague francese” lo stile visivo di Goddard e Truffaut. Eppure, c’è l’interiorità del personaggio che non può essere resa così tanto in un film, questa è la grande gioia del romanzo, la vita interiore.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

L’ elenco di nomi da te forniti sopra è un ottimo inizio. Il mio preferito è Nabokov a causa del suo gioco continuo con il linguaggio e la struttura, anche se non posso pretendere di essere stato influenzato da lui. E ‘troppo grande da raggiungere. Joyce Carol Oates, Denis Johnson, James Ellroy, Thomas Hardy  tutti hanno influenzato il mio scrivere in grande misura. Più di recente ho scoperto Daniel Woodrell, uno spirito affine, credo. E siccome la mia scrittura si evolve nel territorio dell’ horror e del fantasy, sono sempre più affascinato da gente come George RR Martin (il più grande narratore di storie che ho letto da Ellroy).

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe visitare l’Italia (non ci sono mai stato prima). Vedremo cosa succede.

Infine per concludere: a cosa stai lavorando ora?

Il mio progetto attuale su cui sto lavorando è un lungo romanzo su un devoto professore cattolico che scopre che una setta omicida sta prendendo di mira la figlia autistica perché credono che la bambina sia una messia, con enormi poteri soprannaturali che vogliono sfruttare. Sto ampliando il mio campo di riferimento includendo più elementi horror e fantasy, e voglio approfondire periodi e luoghi diversi (tra cui alcuni italiani che coinvolgono collegamenti con l’abbazia di Aleister Crowley a Thelema in Sicilia e i resti mancanti di Cagliostro per esempio). The Historian di Kostova è probabilmente un buon analogo del tuo connazionale Umberto Eco, anche se io non sono nemmeno lontanamente paragonabile a lui!

:: Un’ intervista con Julia Madeleine

28 febbraio 2012

Ciao Julia. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Julia Madeleine? Punti di forza e di debolezza.

Julia Madeleine è una scrittrice di thriller e  un’ artista del tatuaggio che vive alla periferia di Toronto. Direi che la mia forza è la passione. Le mie debolezze: dormo fino a tardi, gusto del buon vino e cioccolato fondente … un po ‘troppo spesso.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuta come la tipica bambina viziata in una famiglia con due fratelli maggiori e una sorella. Ho studiato scrittura per mass media al College e già da allora sognavo di diventare una scrittrice.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice?

Il mio amore per i libri. Questo, e la lettura di un romanzo scritto davvero male mi hanno convinto che avrei potuto scrivere meglio.

Scrivi a tempo pieno? Oppure dividi il suo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Il mio tempo è diviso tra la gestione di un negozio di tatuaggi con mio marito e la scrittura. Quindi, in sostanza è come se avessi due carriere.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

Mary Gaitskill, Evelyn Lau e Janet Fitch sono alcuni dei miei scrittori preferiti.

Descrivici una tua tipica giornata di lavoro?

Trascorro la mia mattina tra social network: scrivo e leggo email, mi connetto con gli amici su Facebook e Twitter, quindi di solito faccio un po’ di allenamento. Il mio pomeriggio lo trascorro tatuando e la sera, dalle 19:00 circa alle 02:00 circa, è dedicata alla scrittura e alle attività connesse con la scrittura.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Assolutamente. Ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni grandi editori nel corso degli anni che sono anche stati i miei migliori insegnanti. E sto spingendo sempre i miei amici e la mia famiglia a leggere i miei libri e  a dirmi come posso migliorare.

Parlaci del tuo stile. Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho letto un sacco di romanzi letterari al college che penso abbiano influenzato la mia scrittura.

Sei femminista? Qual è il ruolo della donna nella letteratura contemporanea?

Assolutamente. Sono cresciuta in una casa che era molto pro potere femminile. Mio padre era un femminista prima ancora che il movimento delle donne nascesse. Da bambina mi ha comprato un set Meccano e lo ricordo che mi incoraggiava a credere che avrei potuto essere quello che volevo, il sesso a cui uno appartiene non era importante a suo parere. Mia sorella maggiore era molto coinvolta con il movimento delle donne, quando ero una bambina ebbe una grande influenza su di me. Penso che le donne scrittrici siano sempre state prolifiche e influenti.

Cosa pensi delle eroine nei romanzi polizieschi contemporanei? La donna è ancora relegata a ruoli di femme fatale o vittima?

Penso che in realtà dipenda da chi scrive. E ‘difficile dire, in termini generali, quale è l’opinione generale. Ho letto più libri con personaggi femminili forti che no, o personaggi femminili in cui ho trovato una grande forza interiore, che è fantastico da vedere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Tumblin’ Dice di John McFetridge e The Damage Done di Hillary Davidson

Ti piacciono i romanzi gialli americani degli Anni Trenta?

Non ne ho letti molti, ma mi piacciono i libri d’epoca.

Ti capita mai di utilizzare una qualsiasi delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

La maggior parte del tempo sicuramente. Due dei miei romanzi si basano sugli incubi che ho avuto.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore e che cosa hai fatto quando ciò è accaduto?

Non ho idea di cosa sia il blocco dello scrittore. Non l’ho mai provato. Ho sperimentato molto con la scrittura, ma non mi è mai successo di non essere stata in grado di scrivere. Ho il sospetto che se qualcuno ha il flusso di creatività bloccato al suo interno, è un segno che potrebbe essere necessario risolvere alcuni problemi emotivi che potrebbero esserne la causa . La fonte di creatività viene da dentro, così è lì che dovete andare. Mi piace meditare e fare ciò mi ha aiutato molto a risolvere i miei problemi di scrittura. E ‘uno strumento potente.

Infine, per concludere: a cosa stai lavorando ora?

Sto facendo le modifiche ad un nuovo thriller intitolato The Refrigerator Girls, che uscirà questa estate. E ‘la storia di una liceale testimone di un rapimento, ma non può andare alla polizia perché anche lei stava commettendo un reato, così si mette sulle tracce del sequestratore da sola.