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:: Un’ intervista con Allan Leverone

27 febbraio 2012

Grazie Allan per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Allan Leverone? Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per avermi invitato! Sono un appassionato di sport che sta invecchiando troppo velocemente. Sono  sposato da quasi trent’anni, ho tre figli e una nipote, e sono uno scrittore di gialli, thriller e horror. I miei punti di forza sono pochi, ma tra loro vorrei citare questi: la possibilità occasionalmente di scrivere frasi che si legano assieme in modo piacevole, i miei tre figli di cui sono estremamente orgoglioso, e in qualche modo essere riuscito a sposare e a rendere felice una donna che è di gran lunga superiore a me da tutti i punti di vista. Sono anche un pilota abbastanza bravo. Ho un sacco di punti deboli, ma primo fra tutti potrebbe essere questo: sono spesso troppo preoccupato di ciò che pensano gli altri, poi spesso giudico troppo,  ho un temperamento impulsivo, e la mia mente vaga un sacco … qual era la domanda?

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto in una piccola città ed sono stato lo stereotipo del ragazzo di una piccola città. Pensavo di essere un ribelle quando ho provato a fumare sigarette, anche se non riuscivo a respirare senza tossire. Ho fatto sport quasi costantemente, baseball e hockey su ghiaccio ed ero sempre impegnato nella lettura di due o tre libri contemporaneamente. Ero un bravo studente, e anche se non avevo voglia di andare al college, l’ho fatto comunque, mi sono laureato all’Università di Notre Dame nel 1981 in Business Administration, laurea che non ho mai usato.

Che lavori hai svolto in passato?

Ho davvero avuto un solo lavoro a tempo pieno in tutta la mia vita. Sono stato assunto dalla Federal Aviation Administration come controllore del traffico aereo nel marzo 1982, e ho sempre fatto quello da allora. Negli Stati Uniti, i controllori del traffico aereo devono ritirarsi dal lavoro al 56 compleanno, e dato che mi sto rapidamente avvicinando  a quell’età, mi sto anche avvicinando rapidamente al pensionamento obbligatorio. Il mio obiettivo dopo sarebbe quello di scrivere a tempo pieno.

Quando hai capito che volevi diventare uno scrittore? Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Per tutto il tempo che mi ricordo sono stato affascinato da quelli con la capacità di tenere incantati gli altri  con la loro scrittura. E’ qualcosa che ho sempre voluto fare, ma non l’ho fatto fino a  quarantacinque anni, solo allora ho avuto il coraggio di provare. Senza avere alcuna idea di quello che stavo facendo, un giorno mi sono seduto e ho cominciato a scrivere un romanzo. Due mesi dopo la prima bozza di quel manoscritto era finita, e anche se quel particolare libro resta inedito, quell’esperienza di scrittura mi ha fatto capire  che la scrittura era qualcosa che potevo fare realmente. Si è trasformato in un vero e proprio lavoro quando ho fatto il passo successivo. Raccontare una buona storia è una cosa, ma fare tutto il lavoro che c’è dietro ad un libro e ti permette di essere un vero autore è un altro paio di maniche:  la riscrittura professionale,  fare le opportune modifiche, cercare agenti ed editori, occuparsi di marketing, di promozione, e scrivere la prossima buona storia segna la differenza tra farlo per divertimento e cercare di guadagnarsi da vivere con questo. Ci sono un sacco di autori eccellenti là fuori che stanno scrivendo un sacco di libri che rimarranno in sospeso. Lavorare per farsi notare non è facile, ma è parte del processo.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Mi piace questa domanda, perché la scrittura non è diversa da qualsiasi altra cosa: siamo tutti il prodotto di molteplici influenze. Ho scoperto Arthur Conan Doyle, e Sherlock Holmes quando ero un bambino, e quello fu un momento di svolta per me, l’ esempio del tipo di influenza che potrebbe avere un autore su un lettore. Lo stesso successe quando da adolescente lessi il mio primo libro di Stephen King. Se parliamo di dettagli, mi piace Lawrence Block, sia per la sua longevità, ha iniziato a guadagnarsi da vivere scrivendo romanzi sin dalla fine del 1950, e per il suo sapiente utilizzo del dialogo per far avanzare la trama dei suoi racconti. Tom Piccirilli è un autore che dovrebbe essere conosciuto molto di più, la sua scrittura è un rasoio tagliente. Sono anche stato influenzato in modi diversi da autori come Edgar Allan Poe, Mary Shelley, Shirley Jackson, Dean Koontz, Lee Child e probabilmente da mille altri autori che ammiro.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Si potrebbe riempire un libro di dimensioni ragguardevoli con i rifiuti che si sono accumulati negli anni. Se si sommano i rifiuti per tutti i miei romanzi così come per i miei racconti, il loro numero sarà ben oltre i 200. Ma nessuno di essi importa una volta  che hai trovato un editore per il tuo lavoro. Duecento rifiuti sono molto meno importanti di un’ accettazione, soprattutto quando l’accettazione di un editore conduce i lettori  a scoprire e godere del tuo lavoro.

Puoi dirci qualcosa dei tuoi libri?

La maggior parte dei miei lavori comporta un personaggio centrale, sia una lei o un lui, che è costretto ad affrontare una situazione che è impreparato a gestire. Spesso la situazione implica decisioni di vita o di morte e le loro conseguenze sono frequentemente di vasta portata. Come scrittore di genere mi piace mettere ostacoli nel percorso dei miei personaggi principali e scoprire come reagiranno a questi ostacoli.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Ho scritto romanzi di tutte le lunghezze, da racconti flash di qualche dozzina di parole, a romanzi di 85.000 parole. Non c’è sensazione migliore che scrivere The end, dopo 80.000 parole, scrivere un romanzo richiede un impegno di tempo notevole e fatica per mesi, mentre un racconto mi può permettere di sentirmi bene con me stesso, dopo anche solo alcuni giorni di sforzi.

A proposito di stile. Il tuo nasce spontaneamente o è frutto di duro lavoro?

Il mio stile è il risultato delle influenze di molti degli autori che ho citato in precedenza. Detto questo, credo che lo stile di un autore debba essere naturale e non artificioso o non servirà a far appassionare il lettore alla storia. Quando scrivo una prima bozza, non mi preoccupo troppo della struttura di una frase o del flusso della narrazione, la mia preoccupazione principale è quella di ottenere la storia sulla carta. Poi, nelle successive modifiche e riscritture, mi concentro su tutti gli altri fattori che fanno un libro leggibile. E ‘un processo laborioso, ma sembra funzionare per me.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Le cose stanno cambiando così velocemente nel mondo dell’editoria che a volte sembra impossibile tenere il passo. La crescita degli ebooks qui negli Stati Uniti ha segnato la fine di un ciclo, e il cambiamento sta arrivando anche in Europa. Credo che ci vorranno ancora anni perchè  l’ editoria  si adegui a questa nuova tendenza, ma nel frattempo,  la possibilità per gli autori di lasciare il segno non è mai stata così grande. La facilità di pubblicare ebooks è diventata una sorta di grande equalizzatore. Piccoli editori indipendenti stanno spuntando ovunque, facendo la differenza, concentrandosi su mercati di nicchia e sulla qualità del lavoro che non abbiamo mai avuto la possibilità di avere in passato. Questo non vuol dire che non ci siano lati negativi. Ci sono stati e continueranno ad esserci, il prezzo degli ebook per esempio è molto basso, e per questo gli ebooks sono dappertutto, ma le opportunità per gli autori non sono mai state più grandi di quanto non lo siano adesso.

Pensi che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film che hanno influenzato il tuo lavoro?

Questa è una domanda davvero interessante, che non ho mai considerato prima. Il mio lavoro potrebbe probabilmente essere considerato cinematografico, nel senso che ci sono sempre un sacco di cose che succedono, mi piace utilizzare l’azione per mantenere il lettore impegnato e per spingerlo a girare le pagine. Se il mio lettore si annoiasse, allora credo che lo perderei. Un thriller che non entusiasmi è un libro illeggibile, ma una buona storia è una bella storia, indipendentemente dal mezzo che si utilizza.

Ti capita mai di utilizzare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Assolutamente. Ogni autore che non facesse uso delle sue paure e  esperienze si priverebbe di un tesoro. Abbiamo tutti paura di cose diverse, ma il nocciolo della questione è che abbiamo tutti paura. Non c’è una persona là fuori che non abbia provato paure prive di senso una volta o l’ altra, spesso per un sacco di tempo, e questi sentimenti sono spesso le stesse motivazioni dei personaggi dei miei libri.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore e che cosa hai fatto quando ti è successo?

Non credo di aver mai provato il blocco dello scrittore. Ci sono momenti in cui la scrittura scorre molto più facilmente di quanto non faccia altre volte, ma è il fatto di sforzarsi per sedersi e scrivere sulla tastiera quando non si ha voglia di farlo  ciò che separa un professionista da un dilettante. Il dilettante scrive quando ha voglia, il professionista scrive non importa quando.

Infine, in conclusione l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena presentato questa mattina alla Delirium Books un racconto dell’orrore intitolato The Becoming. Hanno pubblicato i miei due romanzi precedenti, Darkness Falls e Heartless, e sto sperando che The Becoming gli piaccia abbastanza da farne la mia terza voce nella loro serie da collezione di racconti dell’ orrore. Sto anche lavorando alla riscrittura e modifica per il sequel del mio romanzo appena pubblicato, Paskagankee, intitolato Revenant, e sto lavorando alla prima stesura di un thriller più tradizionale, dal titolo Parallax View, che spero di avere pronto per la pubblicazione questo prossimo autunno. Mi piace tenermi occupato.

:: Intervista a Riikka Pulkkinen a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2012

Grazie Riikka di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Ringrazio anche la traduttrice Raffaella Marchese che rende possibile questa intervista. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Chi è Riikka Pulkkinen?

Mi chiamo Riikka, sono una donna. Ho 31 anni. Sono nata e vivo ad Helsinki. Ho condotto studi di filosofia all’Università di Helsinki che sicuramente hanno influenzato molto anche la mia scrittura. Le problematiche temporali sono presenti in tutti i miei libri.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ci sono tanti scrittori che amo forse il mio preferito è lo scrittore sudafricano John Maxwell Coetzee che vinse nel 2003 il Nobel per la letteratura. E Ian McEwan che tratta molti dei miei temi preferiti come le interferenze tema sempre presente nei miei libri come in Atonement (Espiazione) un testo che amo molto.

L’armadio dei vestiti dimenticati, uscito in Italia per Garzanti, è il tuo secondo romanzo. Il titolo originale è costituito da una sola parola  “verità”. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Ci sono voluti 4 anni per scriverlo. Non so perché ci ho messo così tanto, forse perché era il secondo libro e perché trattava temi importanti come l’amore, la morte, il significato della vita. Ho svolto un grande lavoro di ricerca e ho anche sperimentato nuove tecniche narrative come l’uso del presente in prima persona per tutta la parte che ha al centro Eeva come protagonista. Parla di dolore ma anche di speranza, soprattutto di speranza.

Parlaci un po’ di più delle tue donne protagoniste, quale è il personaggio che hai più amato?

Anna trova un oggetto, un vestito dimenticato in un armadio, un vestito di Eeva che le permetterà di indagare sulla vita di questa donna. Lo indossa e  indossando quest’abito assume l’identità di Eeva. Eeva è il personaggio principale, e sicuramente quello che mi è più caro. Ma c’è anche il personaggio di Elsa che amo molto, è pieno di speranza, anche se sta morendo, e grazie a lei che emergono i temi centrali del libro come il senso della vita e dell’amore.

Stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Sì, ho appena completato la prima fase di stesura del mio nuovo romanzo. Lo riscriverò parecchie volte. Ha per protagonista una donna prete che scappa dalla sua vita e va dall’altra parte del mondo.

Riikka Pulkkinen è nata nel 1980 a Tampere, Finlandia.
Il suo romanzo di debutto, Raja, inedito in Italia, è stato accolto come uno dei migliori romanzi finlandesi del 2006. Con L’armadio dei vestiti dimenticati ha raggiunto il grande successo, scalando le classifiche dei bestseller in patria e diventando un’autrice nota e pubblicata in tutto il mondo.

:: Un’ intervista con Danilo Arona a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2012

Benvenuto Danilo su Liberi di scrivere. E’ la prima volta che io ti intervisto ma non è la prima volta che sei ospite sulle nostre pagine: Valentino G. Colapinto ti ha già fatto alcune domande per noi a proposito di zombi. Parlaci un po’ di te, descriviti pensando di rivolgerti a un ipotetico lettore che non avesse mai sentito pronunciare il tuo nome.

Grazie prima di tutto per l’opportunità. Allora… in maggio andrò a compiere 62 anni e, restando confinati nel recinto della scrittura, ho cominciato a scrivere nel ’74, più che altro saggistica, e il mio primo libro per una casa editrice “vera” (Gammalibri, Guida al fantacinema) è del ’78. Andò molto bene, anche perché allora c’era pochissima concorrenza. Da quel momento a oggi, fra alti e bassi, fra assenze intenzionali anche prolungate e momenti di produzione sin troppo intensa, ho siglato una quarantina di titoli fra saggistica tout court, critica cinematografica e narrativa, lavorando per più editori, grandi e piccoli, direi quasi sempre con buone soddisfazioni reciproche. Scriverò sino a quando mi divertirà il farlo. Altrimenti, siccome i libri non mi danno affatto da vivere, si può tranquillamente appendere la tastiera al chiodo. Però al momento mi diverto ancora.

Giornalista, scrittore, musicista, critico, dee-jay, nella vita hai fatto davvero molte cose. Ti piace viaggiare? Sei un turista o un viaggiatore?

Viaggiare? E come se mi piace. Purtroppo il mio lavoro di pagnotta mi costringe a una coatta e pigra staticità. E oggi, con il momento storico in cui siamo immersi, c’è da poco sa scherzare e pure da viaggiare. In ogni caso sarei un viaggiatore. Perché sono un curioso, Gemelli con ascendente Scorpione, e questo spiega in parte le mie diverse facce professionali. In realtà non sopporto la noia. Alla fine della fiera, se e quando posso, viaggio. L’ultima volta che sono riuscito a farlo ho attraversato i fiordi norvegesi sino a Capo Nord.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali libri leggi?

Alla prima domanda la risposta è sempre quella, documentata nel libro L’estate di Montebuio. Ovvero l’incontro all’età di 12 anni con una mastodontica macchina da scrivere di proprietà di un mio prozio parroco in un paesino di media montagna sull’Appennino Ligure, Montemaggio di Savignone. Era estate, quella del ’62, e quella cosa nera mi sembrò un bel giocattolo con cui misurarmi. E così iniziai a scrivere le mie prime sciocchezze. Non sono pochi, soprattutto tra coloro che hanno letto L’estate di Montebuio, a pensare che io mi sia inventato questa specie di iniziazione “alla King” giusto per scimmiottare l’omone del Maine. Non ho nulla da ribattere. Questa è la verità, e ne avrei di testimoni… Ma poi, che mi si creda  meno, non ha molta importanza. Le cose sono andate così. Per la seconda domanda posso dirti che leggo di tutto, evitando con cura alcune cose da alta classifica con cui non mi sento affatto in sintonia. Purtroppo non leggo tutto quello che vorrei, perché esce troppa roba interessante e posso dedicarmici solo a notte. Altrimenti, quando scrivo e lavoro? Non è il caso di sottolinearlo, ma la precedenza è sempre riservata ai libri degli amici. Che non sono pochi e che hanno una produzione forsennata (vedi il grande Stefano Di Marino…), ma l’amicizia per me è una cosa vera.

Ho letto da poco Rock. I delitti dell’uomo nero di cui avevo già sentito parlare come di una leggenda metropolitana. Il rock è più realtà o leggenda? Ha ancora il valore rivoluzionario della tua giovinezza, della fine degli anni 60? O si è ammorbidito, addomesticato, piegato alle regole dello showbiz? Ricchezza, potere, successo, invece di sesso, droga e rock ‘n’ roll?

Il rock, per quel che percepisco, continua a essere un astuto impasto di realtà e leggenda. Astuto perché oggi, a differenza dei miei anni giovanili “on the road”, è assai manipolabile e si gestisce in buona parte dall’alto.  Non vedo alcuna rivoluzione oggi che possa essere veicolata dal rock. Però i rischi di bruciarsi le penne con delle “vite spericolate” da rocker sono ancora alti. Ma questi alla fine sono i rischi del mestiere. Ricchezza, potere e successo? Ma, sai… quando sei “dentro”, c’è tutto un sistema che lavora con e per te. La vera sfida è non farsi contagiare mentalmente e continuare a fare il tuo lavoro in modo onesto, preparandoti al limite una “uscita” dignitosa. In questo il mondo musicale e quello editoriale dimostrano parecchie affinità. Droga e rock possono tranquillamente non convivere, anche se spesso capita. Il sesso andrebbe invece esteso per obbligo di legge a ogni dimensione artistica, anche non strettamente musicale. Insomma, viverlo il più possibile con serenità e intelligenza.

Sei un musicista, anzi un chitarrista. Con i Privilege  hai fatto tournée e con la famigerata Cobra Record hai inciso addirittura un 45 giri. Quanto c’è di autobiografico, di vita on the road in Rock?

Tutta la prima parte, per capirci quella intitolata Gli anni del Serpente, è assolutamente, visceralmente direi, autobiografica. Qualche tocco romanzesco, giusto, per incorniciare le vicende nel tema di fondo. Ma tutte le disavventure dei Privileges (con la “s”) di Rock sono sostanzialmente autentiche, dal feroce scherzo del carro agricolo fissato al terreno con dei ganci alla surreale serata all’aperto in Val d’Aosta in pieno ottobre. Poi ci sono i membri del gruppo, che non sono proprio “loro”, ma una sintesi dei vari “loro” con cui ho suonato. Io lavoro così, basandomi su cose, eventi, location e personaggi che conosco bene e che devono per forza provenire dalla mia vita. Quegli anni da musicista, il primo blocco quasi ininterrotto dal ’65 al ’74, sono ancora un deposito di storie da sfruttare.

Ma il liscio, la musica campagnola di cui parla Sam Hain, è davvero l’autentica musica del male? Penso ai balli a palchetto fatti per trovare ragazze, a quelle trasmissioni su Telesubalpina, con tanti simpatici vecchietti accaldati e un po’ brilli. Alle fiere paesane, retaggio di tradizioni contadine ancora vive almeno nel nostro Piemonte, con il vino quello buono, il fritto misto, il salame fatto in cascina.

Ma no, insomma… è un paradosso, uno scherzo, giusto per non dimenticare che qui, in Piemonte, ci troviamo e non a Nashville. Però è un dato di fatto: per tutta la seconda metà degli anni Sessanta, i posti che offrivano lavoro e possibilità di esibizione per un gruppo come i Privilege (quelli veri) erano autentiche “chiese” del liscio dove ti guardavano storto se cantavi in americano e se facevi distorcere le chitarre. Qualsiasi musicista di quell’epoca che abbia girato i balli a palchetto e le balere di paese può renderne testimonianza. La cosa difficile da trovare era il giusto mix tra trasgressione e tradizione. In molti posti all’inizio ti sopportavano, ma poi dovevi darci dentro – e tanto – con valzer, mazurche, tanghi e paso doble. Altrimenti rischiavi persino di non essere pagato. Però, siamo sinceri, esisteva un lato divertentissimo in questa sorta di disfida sottintesa. Da qui proviene l’idea del tutto ironica di equiparare il liscio italiano alla cultura reazionaria – si può ancora dire “reazionaria”? –  americana espressa dai Grandi Fustigatori.

Sam Hain bel personaggio, il personale babau di Jimi Hendrix bambino, una versione cattiva e distorta del grande mito del rock, un po’ un suo alter ego diabolico. Da musicista in cosa era grande Jimi Hendrix? C’è attualmente in circolazione in Italia o all’estero qualche musicista che gli somigli?

Nessuno assomiglia a Jimi Hendrix, neppure da lontano. Lui è stato unico. E l’ha pagata. Quell’unicità è veramente un dono diabolico per il quale devi pagar pegno, e piuttosto presto. Okay, è simbolismo, non prendermi alla lettera. Hendrix ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra con tutta una serie di componenti che potrei stare qui a elencare e analizzare, che so, la tecnica della mano destra (lui era mancino), gli effetti, il feedback degli altoparlanti, l’uso della leva del vibrato, i volumi e persino i testi, straordinari e fantascientifici, di cui spesso ci si dimentica. Ci sono stati e ci sono alcuni hendrixiani in giro molto bravi, ma penso che neppure costoro si siano mai sognati di “assomigliare” al nostro. E’ stato, è il numero 1, punto.

Funghi allucinogeni, peyote, acidi, lsd, eroina, ne circola davvero tanta di droga nel mondo del rock o è tutta propaganda di improvvisati Grandi Fustigatori, crociati della domenica che strillano di messaggi subliminali, contenuti satanici, e chi più ne ha ne metta? Perché il rock fa ancora paura?  

Oggi la droga, in qualsiasi forma, circola dappertutto. Il pianeta tutto è un’immensa riserva di consumo per coltivatori, spacciatori, cartelli e mafie, senza scomodare il rock. Che il rock faccia ancora paura,  mi pare solo più una tesi strumentale ai vari Padri Amorth per  tutte le volte che tirano in ballo Marilyn Manson e affini come gruppi demoniaci che favoriscono  la possessione o l’iniziazione al satanismo. Possiamo chiuderla velocemente con il solito e un po’ trito commento: non servono i demoni per praticare il male in terra… L’uomo ci riesce benissimo da solo. Per quanto sui demoni, a mio parere, quanto meno su quelle entità che potremmo scambiare per tali, servirebbe un approccio il più scientifico possibile. Perché sono realtà invisibili, ma realtà con cui ogni tanto qualcuno si connette e interagisce. Lo dice un laico.

Rock e horror un vero matrimonio d’amore. La storia del rock è costellata di tragedie, e c’è quasi un gusto macabro nel celebrarle, muore una star a 27 anni o meno, e subito dietrologie, mistero, eccessivo clamore specie da parte dei mass media più che dei fan. L’horror ama fare paura, indagare il lato oscuro, giocare con la morte. Da maestro dell’horror da dove nasce la paura?

In senso lato, la paura nasce proprio dal rapporto fantasmatico che l’uomo ha con la morte. E’ per questo che la paura è il sentimento che primeggia nella quotidianità, ancor più dell’amore (purtroppo, andrebbe rimarcato…). Paura che domina lo spazio dell’attesa, l’anticlimax della vita ancor prima degli scrittori. E’ questo vuoto pneumatico che, tanto nella vita reale che in letteratura, si riempie di “presenze”, non importa se endogene o esogene (per capirci). Il vero terrore – questo è il mio parere – nasce appunto in una regione della mente dove la morte incombente (perché incombe ogni giorno, ci piaccia o meno) è costantemente visualizzata e annunciata da “signs” alla Shyamalan. In gergo cinematografico e anche musicale è un “levare” continuo che potrebbe quasi persino fare a meno del “battere” – anche se il battere, poi, per una questione di simmetrie e di circolarità motivazionali deve arrivare perché così impongono i meccanismi. A dirla con sincerità, sogno da tempo di scrivere in tutta libertà un testo tutto “in levare” che possa continuare a far paura anche quando l’hai rimesso al suo posto, nello scaffale o sul comodino. Però prima devo conoscere l’editore che voglia occuparsene.

Si è discusso che l’horror senza soprannaturale non è horror. Tu che ne pensi?

Mah… sono discussioni accademiche fra addetti ai lavori e fan. Altrimenti staremmo qui ad        arrovellarci se Hannibal the Cannibal, il predicatore pazzo de La morte corre sul fiume o la      famiglia di Faccia di Cuoio siano o non siano horror. Wrong Turn, Le colline hanno gli     occhi, L’ultima casa a sinistra, i vari Hostel… come dovremmo chiamarli? Splatter, slasher,     blood and gore? Posso dichiarare un sincero chissenefrega di tutta questa voglia di     etichettare che poi ci ritroviamo per altri versi nelle altre varie declinazioni di quella     affollatissima narrativa simil-horror con vampiri adolescenti, licantrope lolite e guerriglie     urbane – edulcorate per ragazzine di buon famiglia – tra le varie creature della notte?     Paranormal romance, urban fantasy, young adults, new gothic, dark neo-romantic, miriadi di     etichette per una quantità inverosimile di libri tutti uguali che in libreria affollano, a torto,     scaffali sopra i quali zelanti commessi hanno appiccicato l’etichetta “horror”. E di horror,     quello quanto meno recensito da giornali come “Fangoria” o prodotto dai membri della     Horror Writers Association, neanche l’ombra. Questa narrativa parallela, partita  in serie     dopo     Twilight, toglie in verità spazio e ossigeno all’horror “vero”. Come il rock,  l’horror     non è un genere per anime sensibili. Anzi, come il rock, l’horror deve farti perdere la     verginità. Metafora sufficientemente comprensibile?

Se ti definissero lo Stephen King della bassa padana, sorridi o ti arrabbi? Quale libro di King ami di più? In cosa ti somiglia e in cosa no?

Siccome sono nato nella bassa padana e ancora ci vivo, so bene che quando si dice una cosa del genere, di reale c’è soltanto la presa per i fondelli. Quindi, essendo fatto in un certo modo, parteciperei allo scherzo con una sana e grassa risata. Poi ritengo che non sia affatto un bene tentare di assomigliare a King. E’ una sublime sciocchezza che penso di non dover spiegare. Purtroppo esistono territori narrativi che sono specifici di una generazione e della letteratura horror tout court, che so… gli adolescenti degli anni Sessanta alle prese con i mostri che simboleggiano le difficoltà di accesso all’età adulta. Questa non è un’esclusiva kinghiana, anche se King ne ha fatto arte imperitura e immortale. Siamo nel regno degli archetipi che, come tali, appartengono a tutti. E non si scimmiotta King se altri scrittori, tanto in America quanto in Italia, si cimentano con moduli narrativi che fanno un po’ Stand By Me, per capirci. E che tutti – quanto meno tutti quelli che scrivono horror – hanno da qualche parte, nella loro biografia giovanile, una “estate della paura”. Basta prendere in considerazione la produzione del nostro, straordinario Eraldo Baldini, che oggi è uno scrittore mainstream con un’anima profondamente gotica.

Cos’è Onryo? Ce ne vuoi parlare?

Un progetto un po’ folle e audace nato da una serie di scambi di opinione incrociati tra me, Alan Altieri e Massimo Soumaré. Ovvero, un’antologia di ghost stories che mettesse a confronto la “scuola” giapponese con la nostra. L’abbiamo intitolata Onryo – che è il nome nipponico degli spettri furiosi che non vogliono lasciare la nostra dimensione – per doveri di ospitalità. Ci sono sei autori, contattati e curati da Massimo, che sono fra i massimi esponenti della letteratura tout court nel Sol Levante, contro altrettanti che qui  però abbiamo dovuto “pescare” dalla narrativa di genere (e la differenza di status è evidente – in Giappone, se scrivi di fantasmi, nessuno ti confina in un ghetto…). Che posso dirti? Massimo e io ne siamo fieri. La risposta è stata buona e i racconti sono piaciuti. Dato che le antologie sono di per sé oggetti “difficili”, si può cantare vittoria. Resta il problema di fondo che caratterizza in negativo la narrativa di cui mi occupo assieme a tanti altri in Italia: siamo sempre un po’ figli di un dio minore e all’occhio attento non sfugge che Onryo è stata ospitata nella collana “Urania”, con qualche borborigmo di disappunto da parte dei puri della fantascienza. Costoro avranno anche ragione. L’antologia era stata pensata per EPIX, che purtroppo ha chiuso (secondo me prematuramente), lasciando sul terreno tanti altri, ottimi titoli “acquistati” e per i quali non s’intravede sbocco.  All’imprenditore che non sonnecchia  affatto dentro di me sembra una follia, ma da Segrate potrebbero pure rispondermi che la cosa non mi riguarda.

Solo da alcuni anni c’è stato una sorta di sdoganamento, almeno in Italia, dell’ horror, da fenomeno underground ha acquistato una sua dignità letteraria per molto tempo ignorata: scrittori interessanti lo frequentano, editori importanti lo pubblicano, lettori forti ne seguono le uscite con costanza e cercando qualità, idee nuove, contaminazioni anche con altri generi. Dal pulp americano anni 30 ne ha fatta di strada? Ottimista per il futuro?

Sì, lo sdoganamento c’è stato. Persino Einaudi ha pubblicato degli horror notevoli. E c’è stato il grande lavoro propedeutico di case come Gargoyle, con puntate niente affatto casuali di Fanucci, Perdisa, Newton Compton, Marsilio e altre ancora. Adesso però le cose mi paiono un po’ (troppo) in fase di stallo, come dimostra il recente cambiamento di linea editoriale proprio da parte di Gargoyle. In un mercato culturalmente colonizzato come il nostro,  dove si acquistano a carissimo prezzo altisonanti sconosciuti americani, gli autori italiani devono faticare il doppio per piazzare i loro prodotti. Un po’ per colpa di quella narrativa simil-horror di cui parlavamo prima che ha usurpato lo spazio in libreria. E un po’ perché da parte del grosso pubblico l’autore dal cognome italiano è giudicato privo di appeal e di credibilità.  Un pregiudizio vecchio e stantio che ci ributta in quel Medio Evo in cui Sergio Leone doveva firmarsi Bob Robertson, purtroppo equamente condiviso fra lettori, librai e distributori (non tutti, ovvio, ma la maggioranza sì…). Persino un autore americanissimo com Tom Piccirilli non trova quote nel nostro mercato a causa del suo cognome… Che è un paradosso demenziale se pensi a tutte le eccellenze italiche diffuse nel mondo. Pensa te che io tutti i giorni, nel mio lavoro imprenditoriale (mi occupo di prodotti biologici), ho a che fare con clienti che si mi dicono con fervore: “Mi raccomando, che sia italiano”, e hanno ragione visto che dall’America, dalla Cina o dall’Est adesso arrivano pure vino barbera e parmigiano… In editoria, per la nostra narrativa, le cose viaggiano agli antipodi. Un festival conclamato dell’ignoranza strettamente collegato a mio parere al fatto che in Europa, su quindici paesi, siamo scivolati al penultimo posto per acquisti in libreria.

Edizioni XII mi ha dato grandi soddisfazioni, tanti giovani talenti nostrani da tenere d’occhio. Tra le donne, forse ancora un po’ trascurate, che autrici italiane consiglieresti di leggere?

Mah, trascurate non direi. Lorenza Ghinelli è stata premiata dal pubblico. E giustamente, direi: Il divoratore è stupendo, un vero horror senza fronzoli che colpisce nelle parti molli. Ma le donne bisogna leggerle tutte perché, lo dico da sempre, avete una marcia in più, sin dai tempi di Daphne Du Maurier… Teodorani, Palazzolo, Santamaria, Manni, Baraldi, Astori, Salvatori… Mamma mia, odio gli elenchi perché ti dimentichi sempre di qualcuno, Comunque sì, sempre più spazio alle penne femminili. E sui XII è noto che il mio cuore batte per loro e li consideri degli ideali compagni di strada (tra le tenebre…).

Attualmente stai scrivendo ? Puoi anticiparci i tuoi progetti a breve e lungo termine?

Guarda, vorrei stupirti. Sto soltanto elaborando “progetti”. Corposi, quel che basta perché si capiscano, si apprezzino e spero “si vendano”. Dal 2012 lavoro così. Quindi, se mi vedrai in libreria, è perché li ho venduti oppure qualcuno mi ha telefonato per farmi lavorare su commissione. Non ho più voglia di scrivere al buio. Siccome gli anni che mi restano da vivere non sono tanti come quelli che andrò a compiere in maggio, voglio amministrare il mio tempo in maniera differente. Credo di potermelo concedere dopo quaranta titoli. Sul piano personale, quello creativo e autoriale, credo di non avere ancora espresso il mio meglio, soprattutto quello riferentesi a una parte qualitativa resa preziosa dalla maturità e da una vita intensamente vissuta e ricca di esperienze. Ma, senza presunzione, smetto di andare in giro a fare il rappresentante di me stesso. Chi mi vuole, sa dove e come trovarmi. Ciò detto, ho da scrivere quattro racconti per altrettanti lavori di gruppo. E questi sono lavori commissionati. Significa che da qualche parte, nella giungla editoriale, qualcuno mi ama, completamente ricambiato.

:: Intervista con Loren D. Estleman a cura di Giulietta Iannone

3 febbraio 2012

Benvenuto su Liberidiscrivere, Mr Estleman! Grazie per aver accettato di essere intervistato per il nostro Blog, e grazie a tua moglie, la scrittrice Deborah Morgan, per l’indispensabile aiuto. Quando hai capito per la prima volta che avresti voluto essere uno scrittore?

Per molto tempo, ho pensato che sarei voluto diventare un grafico, ma mentre stavo prendendo la specializzazione in Arte al College, ho visto i lavori di altri colleghi e ho capito che non avrei mai potuto competere con loro. Parallelamente non avevo mai smesso di scrivere e, fin dall’età di 15 anni (senza fortuna), avevo preso a inviare i miei racconti alle riviste; a quel punto ho spostato definitivamente la mia attenzione sulla scrittura, dove, con l’idea buona, sentivo che avrei potuto emergere.

Gargoyle ha da poco pubblicato Frames (Hollywood Detective, Gargoyle, novembre 2011), il primo romanzo della serie dell’investigatore Valentino. Valentino è un archivista dell’Università della California, che indaga su un caso legato al mondo di Hollywood. Cosa ti ha ispirato la creazione di un personaggio così particolare?

Sono da sempre un appassionato di cinema. Quando ero ragazzo, la televisione proponeva di continuo vecchi film, e la mia famiglia stava incollata allo schermo ogni volta che ne trasmettevano uno. Mi capita spesso di dire che sono stato io a inventare l’“home theater”, istallandone uno a  casa mia 25 anni fa, quando non c’era nemmeno un nome per definirlo. Valentino mi ha dato la possibilità di utilizzare tutte le conoscenze sul cinema acquisite nel corso della mia vita, e ciò ha portato un divertimento inedito nella stesura di Hollywood Detective. Inoltre, l’idea di un esperto che passa tutto il tempo a  rintracciare e a montare frammenti di film perduti applicando le stesse tecniche per risolvere misteriosi omicidi è stata così naturale che mi sono chiesto perché nessuno ci avesse mai pensato prima.

Perché hai scelto Los Angeles come sfondo per alcune delle tue storie gialle?

Hollywood è la capitale del cinema americano, era l’ambientazione naturale per casi legati al mondo della celluloide. Dal momento che sono di solito associato alla città di Detroit, questo ha rappresentato per me un gradito cambiamento di scenario per me.

Quali scrittori di polizieschi sei solito leggere? E a chi pensi di essere più vicino?

Tra gli scrittori contemporanei, apprezzo Elmore Leonard, Dennis Lehane e Laurie King. Tra i grandi di qualche tempo fa, non ne ho mai abbastanza di Raymond Chandler, Sax Rohmer, Sir Arthur Conan Doyle, Dorothy B. Hughes e Richard Stark, lo pseudonimo cui ricorreva il grande Donald Westlake per i suoi romanzi hardboiled. È difficile dire a chi mi senta maggiormente affine. Secondo me, per un autore parte del piacere e del divertimento della lettura risiede nel misurarsi con stili di scrittura diversi dai propri.

Hai un autore contemporaneo preferito?

Forse Elmore Leonard, maestro indiscusso per i dialoghi e creatore di trame sempre imprevedibili.

Com’è la tua tipica giornata di lavoro?

Non sono una persona mattiniera, mi alzo verso le 8:00/8:30, bevo un caffè e un succo d’arancia leggendo il giornale, e sono di solito alla scrivania per le 10:00. Lavoro di filato fino a mezzogiorno, pranzo e faccio una passeggiata, riprendendo attorno alle due. A seconda di quanto  sia vicino alla fine del libro, lavoro fino alle cinque del pomeriggio o anche fino a sera.

Quali sono i tuoi progetti attuali?

In questo momento sto iniziando un nuovo western, e mi sto occupando di un altro progetto abbastanza nuovo per me. Sono inoltre felicissimo per l’imminente pubblicazione di Burning Midnight, un romanzo della serie del detective Amos Walker (previsto per giugno 2012), e di The Confessions of Al Capone, un mastodontico romanzo storico sulla vita dei gangster in America  nella  prima era del Proibizionismo.

Un ringraziamento per il prezioso aiuto va al team di Gargoyle che ha revisionato la mia traduzione.

:: Intervista con Giuliano Pasini

29 gennaio 2012

Benvenuto Giuliano su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te, descriviti, anche fisicamente, non tralasciando pregi e difetti.

Accidenti, spiazzato alla prima domanda. Pensa che io descrivo pochissimo anche il mio protagonista, Roberto Serra, per lasciarlo immaginare ai lettori e fare in modo che ognuno ci possa trovare qulcosa di sé. Gli farei uno sgarbo descrivendo me stesso. Diciamo che c’è una bellissima foto sulla bandella di “Venti corpi nella neve”, posso rimandare a quella? Mi rende giustizia ben oltre i miei meriti oggettivi!

E’ una domanda che faccio spesso e sono sempre sorpresa dalle risposte che ricevo: come è nato il tuo amore per la scrittura?

Amore nato con me, direi. Ma la costanza per scrivere l’ho acquisita molto più tardi, solo quando ho conosciuto Sara, che poi è diventata mia moglie. Trovata l’altra metà della mela, mi sono sentito più completo come persona. In grado di affrontare una prova complessa come la scrittura di un romanzo.

E’ da poco uscito Venti corpi nella neve il tuo romanzo d’esordio un libro singolare per potere evocativo e struttura narrativa. La storia di una vendetta che si consuma in un borgo isolato dell’ Appennino tosco-emiliano tra Modena e Bologna e che trae le sue origini oscure in un passato lontano ma stranamente ancora vivo e doloroso. Ce ne vuoi parlare. Come è nata l’idea di scriverlo?

Io vengo da un paese dell’Appennino “sospeso” tra Modena e Bologna. Un paese che nell’ultimo inverno di guerra si trovò a essere sul fronte, quella Linea Gotica che costituiva l’ultimo baluardo del Feldmaresciallo Kesselring e delle truppe nazi-fasciste alla risalita degli alleati. Chi ha visto coi propri occhi quel che è accaduto in quel periodo ne parla malvolentieri ma non l’ha dimenticato. Impossibile dimenticarlo, proprio come per la gente di Case Rosse. E io ho voluto perpetrare questa memoria e con essa il dolore che si porta dietro.

E’ vero che Alfredo Lavarini direttore editoriale Fanucci ha chiesto di leggere il tuo manoscritto rispondendo a una tua semplice mail, come ho letto in una tua recente intervista sul blog  Sartoris di Omar di Monopoli. Senza agenti, senza un nome famoso conquistato frequentando talk show, un esordiente quasi assoluto in fondo. E’ proprio vero che quando una  storia deve essere raccontata trova le sue vie?  

E’ esattamente quel che mi è successo. Posso anche dirti che il mio… fondoschiena è proverbiale. E che nella mail c’era scritto che il romanzo era stato selezionato tra i trenta meritevoli di pubblicazione in ebook nella prima edizione del torneo Ioscrittore del gruppo GeMS, quindi c’era stata una sorta di prima scrematura. E questo è stato fondamentale. Ma fa bene al cuore che in una casa editrice di primo livello ci sia un direttore editoriale attento e scrupoloso che fa “cherry picking” tra le mail che arrivano. Uno degli innumerevoli meriti di Alfredo Lavarini.

Sempre in questa intervista citi i classici greci come maestri e ho subito pensato a Euripide, controcorrente, innovativo, radicale nel suo rifiuto della guerra e nella pietà per il nemico sconfitto. Sbaglio o anche per te le sue tragedie, su tutte Le troiane, sono estremamente moderne e rivoluzionarie?   

I classici greci sono stati la base su cui ho costruito tutta la mia formazione. Quando qualcuno sostiene che questa o quella trama non sia originale, spesso chiedo dopo Omero chi abbia saputo crearne. Venendo alle tragedie, Euripide (il più moderno, senza dubbio) fa vibrare le mie corde più profonde. Per “Venti corpi nella neve”, oltre  a lui ho avuto presente sia Eschilo che insegna che la conoscenza nasce dalla sofferenza, che – soprattutto – l’immanenza del fato di Sofocle. Roberto Serra scappa. Pensa di aver trovato un rifugio sicuro. Eppure, tutto gli torna addosso.

Uno scrittore porta con sé un bagaglio personale fatto di ricordi, sensazioni, insegnamenti. Cosa c’è di profondamente tuo in Venti corpi nella neve?

Il legame fortissimo con il mio Appennino. Una terra non facile, dove la gente ti accoglie con un sorriso ma prima te ne vai, meglio è. Dove ci sono bar di paese in cui, quando entra un estraneo (“un ed fòra” direbbero a Case Rosse) gli avventori abituali si fermano e lo fissano senza fiatare. Dove i ritmi sono scanditi dalla natura e dai suoi cicli.

E’ esistito un nonno, un vecchio zio, un amico di famiglia che ti ha tramandato vecchi ricordi della guerra, conservando così la memoria di fatti accaduti tanto tempo fa ma che costituiscono il nostro bagaglio morale e culturale permettendoti così di costruire il tuo forte senso civico e etico che rifugge da ogni violenza e vede nella pace il solo bene da difendere? Ho letto nei ringraziamenti che accenni a mamma Lina e alle zie, sono loro le depositarie di questa memoria?

Mia mamma aveva otto anni nel 1944, ultima figlia di una famiglia molto numerosa. Nell’ultimo inverno di guerra fu l’unica a restare con i genitori. Tutti gli altri fratelli e sorelle erano partiti per un qualche fronte, rapiti, improgionati, alla macchia. I ricordi sono i suoi, sono quelli di mio padre (classe 1927) che mi raccontò di un eccidio avvenuto a Boschi di Ciano (alle porte di Zocca) dove venti civili furono impiccati per ordine della “compagnia della morte” guidata da Enrico Zanarini. Lui aggiunse un particolare: i cappi sarebbero stati fabbricati con il fil di ferro che si usa per tenere assieme le balle di fieno. Non ho trovato riscontri nei testi, ma ho mantenuto quel particolare. Per chi viene da quella parte d’Italia, la memoria degli eccidi è davvero collettiva. O, almeno, lo sarà finchè ci sarà chi ha visto e vissuto e lo tramanda. Dopo, toccherà a noi fare in modo che non lo si dimentichi e che si pensi per qualche abominevole ragione che “la guerra è bella anche se fa male”.

Preferisci definirlo un noir o un thriller poliziesco e dimmi per te quale è la differenza principale tra questi due generi.

Nella mia testa era una sorta di ape: un giallo-nero. Noir per la centralità della psicologia di Roberto Serra e giallo che l’enigma di cui si cerca la soluzione. Lo vedevo meno thriller, visto che la parte di azione e “adrenalina” non mi sembrava così rilevante. E infatti timeCRIME lo ha indicato come thriller. Mai chiedere a un autore se ha capito cosa ha scritto…

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

Hai citato lo scrittore italiano che più amo. Come potrei non essere d’accordo con lui? Credo che il noir italiano abbia ancora ancora tantissimo da dire, partendo proprio dalla nostra terra. Io mi sono sforzato di scrivere un romanzo italiano ma non “all’italiana”. Senza concessioni al folclore, insomma.

I francesi hanno una grande tradizione di romanzi noir in cui parlano della guerra, della Resistenza, e delle sue ripercussioni nel periodo post bellico, penso a Simenon, Helena, Fajardie. Sei stato influenzato da questa letteratura nella creazione e costruzione del tuo romanzo?

L’atmosfera opprimente, quasi claustrofobica di Case Rosse vorrei tanto somigliasse a quella del villagio in cui Philippe Claudel ambienta lo splendido “Le anime grigie”.

Parlaci del tuo protagonista Roberto Serra e del suo “Appennino”. Uno straniero infondo, un estraneo che turba gli equilibri di una comunità in un certo chiusa, gelosa dei suoi segreti, dei vincoli che li lega. Un elemento in un certo senso disturbante. Era necessario nell’economia del racconto, il suo essere altro?

Lo straniero ha due funzioni: ha una visione imparziale ed è la variabile impazzita che sconvolge i sistemi chiusi. Roberto fa esattamente questo, anche se non ne avrebbe l’intenzione. Non dimentichiamo che lui a Case Rosse va per nascondersi.

Un alito di pietà soffia durante tutta la narrazione, per le vittime, per i colpevoli, per chi ha colpe da scontare, per chi fugge da se stesso e da un passato doloroso. Questa forse è la componente più struggente, sincera. La bambina spinge il protagonista ad andare in un terreno pericoloso come le sabbie mobili. A guardare prima dentro di sé poi nel buio più profondo. E’ stato difficile?

Molto.  Se chi scrive comunque filtra il mondo che crea con la propria visione delle cose, in questo romanzo c’è molto di me. Nel bene e nel male. Ho odiato, scrivendolo. Ho amato, ma meno intensamente. E dopo la prima stesura, in un punto preciso della storia di Sfregio ho anche pianto.

Ti piacerebbe scrivere per il teatro?

A chi devo mandare il curriculum? Scherzi a parte, mi piace scrivere. Scriverei per il teatro, per il cinema…

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa? 

Ho pronto un secondo romanzo con personaggi, ambientazione e trama completamente diversi. Sempre un thriller ma se in “Venti corpi nella neve” il sentimento forte di fondo è il desiderio di vendetta, in questo nuovo è la brama di potere. Molto probabilmente, però, non sarà il prossimo a vedere la luce… da alcune settimane ho iniziato a stendere la seconda avventura di Roberto Serra. Perché io non ho ancora chiuso i conti con le pagine più nere della nostra storia, e Roberto non li ha chiusi col proprio passato.

:: Intervista a Franco Forte a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2012

Bentornato Franco su Liberi di scrivere. Oggi 17 gennaio esce il tuo nuovo romanzo, un thriller storico decisamente degno di attenzione intitolato Il segno dell’untore, la prima indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Ce ne vuoi parlare? Come è nato il soggetto? C’è qualche personaggio storico realmente esistito che ti ha ispirato?

Il segno dell’untore” è una sorta di compendio di tutto ciò che ho imparato scrivendo prima thriller (come “China Killer” e “La stretta del Pitone”) e poi romanzi storici (da “I Bastioni del coraggio” a “Carthago” e “Roma in fiamme”). Niccolò Taverna è l’equivalente del 1576 di un moderno commissario di polizia, e i notai criminali erano i magistrati che a quel tempo, a Milano, indagavano sui casi di omicidio, sui casi criminali e sulle ruberie, e lo facevano adottando tecniche investigative sorprendentemente moderne, per quanto i loro strumenti più efficaci per trovare i colpevoli fossero l’intuito, l’istinto e l’esperienza. Ma tutto ciò che i miei personaggi fanno è rigorosamente documentato, e quindi sorprenderà vedere quali tecniche investigative possedevano.
Fra i personaggi storici reali del libro ci sono figure di prima grandezza come l’arcivescovo Carlo Borromeo (che poi diventerà San Carlo), il Governatore del Ducato e molte altre figure di prima grandezza. Sono inventati i personaggi funzionali alla trama, anche se costruiti con la massima verosimiglianza, facendo riferimento ai lasciti storici. Per ciò che riguarda Niccolò… può darsi che sia esistito realmente. O forse no…

La ricostruzione storica è sicuramente la parte più impegnativa che richiede mesi, se non anni di preparazione, di studi di documenti, di confronti, di approfondimenti. Come ti sei documento? C’è qualche testo particolare o qualche documentario che ti ha aiutato a ricostruire la Milano della seconda metà del 1500?

Studio Milano, soprattutto del periodo medievale e del 1500, da quasi trent’anni, e quindi sarebbe impossibile citare tutte le fonti da cui ho attinto. Merita però un posto particolare, fra i testi che più mi hanno aiutato nelle ricerche, una enciclopedia Treccani del 1948 interamente dedicata a Milano, con un volume di più di 1000 pagine tutto improntato sul 1500. Una raccolta di copie di documenti originali dell’epoca di inestimabile valore, da cui ho recuperato una mole enorme di materiale per i miei romanzi.

Ricostruire la vita di un uomo del 1500 è sempre una sfida. In cosa Niccolò Taverna, il tuo protagonista, si differenzia dagli uomini d’oggi per credenze, superstizioni, mentalità?

Niccolò è un uomo perfettamente integrato nella sua epoca, con le sue paure, le sue superstizioni, le sue conoscenze limitate. Ma ha una mente scaltra, una capacità deduttiva che va oltre la media, e che gli consente di sfruttare il raziocinio per osservare il mondo oltre le cortine della superstizione e delle credenze popolari. E per un magistrato in un periodo come il 1500, questa capacità è l’equivalente di possedere un moderno laboratorio di analisi scientifiche… sempre a portata di mano.

La parte investigativa sicuramente costituisce la struttura portante del romanzo, grazie al tuo libro ci si immerge nelle tecniche investigative di un’ epoca estranea e sconcertante. Ma il fiuto, quel sesto senso che caratterizza i bravi investigatori sembra senza tempo. E’ stato difficile mantenere un livello di verosimiglianza e obbiettività così elevato?

Niccolò ha avuto un ottimo maestro: suo padre Amerigo, che gli ha lasciato un patrimonio di consigli e spiegazioni tecniche sul mestiere dell’investigazione criminale abbastanza ampio da aiutarlo e sostenerlo nei momenti di difficoltà. E poi non dimentichiamo che può contare anche sull’aiuto di due assistenti particolarmente capaci e le cui caratteristiche si integrano perfettamente con le sue peculiarità: Rinaldo e Tadino. Considerato tutto questo, non mi è stato troppo difficile lasciare campo libero a Niccolò, in modo che se la cavasse da solo nelle sue indagini. E devo dire che non mi ha deluso…

La peste del Manzoni del 1630 fu soprannominata calamitatis calamitatum per la sua particolare virulenza. Il tuo libro è ambientato qualche anno prima nel 1576, durante la peste di San Carlo, un periodo per alcuni versi ancora più oscuro e violento. Sempre caratterizzato dalla dominazione spagnola, dalla presenza dei monatti, dalla superstizione, dall’influenza della Santa Inquisizione. Perché hai scelto proprio questo periodo storico?

La peste di cui scrivo è stata, come numero di vittime, ancora più forte di quella citata dal Manzoni. E ha beneficiato della figura potente e illuminata di Carlo Borromeo, un uomo straordinario di cui si è scritto troppo poco, a mio avviso. Mi piaceva l’idea di raccontare anche questo scenario, e calare il mio Niccolò Taverna in una specie di girone infernale in cui doversi muovere con cautela per svolgere le sue indagini. Il tutto con la pressione dei superiori che non lo mollano un istante. Elementi ideali per dare ritmo a un thriller, non ti pare?

Il personaggio di San Carlo Borromeo come l’hai caratterizzato?

Anche in questo caso ho attinto alle fonti storiche, non ho inventato nulla. Le cose che faceva il Borromeo, eclatanti o meno (come annullare interi ordini ecclesiastici o aiutare gli appestati a rischio della propria vita), non sono mai state accentuate dal cardinale o dall’arcivescovado, perché il Borromeo preferiva i fatti ai proclami, e non ha mai esitato ad aiutare il popolo quando ne aveva bisogno. E’ grazie a lui, poi, se il Duomo di Milano riprese a ergersi verso il cielo, nonostante la crisi economica portata dalla peste. Quello che ho cercato di fare è ritrarre il personaggio senza enfasi, per renderlo proprio come i documenti (non ecclesiastici ma secolari) ce l’hanno tramandato.

Il segno dell’untore sarà il primo di una serie o un romanzo standalone? Ritroveremo ancora Niccolò Taverna?

Il romanzo finisce, ma ha un epilogo aggiuntivo che segna l’inizio di un nuovo, difficile caso per Niccolò Taverna. Ovvero il prossimo romanzo, che mi auguro possa diventare il secondo di una lunga serie, perché ho ancora tantissimo da dire sui notai criminali e sulle loro straordinarie tecniche investigative.

Un buon antagonista è spesso il segreto per un buon thriller. Come hai costruito il personaggio del temibile inquisitore Guaraldo Giussani, già presente ne I bastioni del coraggio ?

L’inquisizione spagnola, in quel periodo, comincia a perdere colpi, proprio grazie alla crescita di personaggi di prima grandezza come Carlo Borromeo e al desiderio del papato di accogliere nel Sant’Uffizio i tribunali ufficiali della Santa Inquisizione. Giussani è il personaggio che mi serviva per raccontare questo “scontro” tra poteri forti: l’inquisizione spagnola legata alla Corona di Spagna e l’arcivescovo di Milano, che agisce per conto del Papa. Un magnifico scontro, che mi ha dato la possibilità di dipingere un antagonista a tutto tondo, terribile ed estremamente coerente, come Guaraldo Giussani.

Parlaci dei personaggi femminili. La condizione femminile dell’epoca è trattata nel tuo romanzo?

I personaggi femminili sono sempre fondamentali, nei miei libri. E anche qui non lesino certo, in fatto di eroine capaci di assestare colpi notevoli ai maschietti che – come succede di solito – si prendono tutto il palcoscenico. In questo caso la giovane e suadente Isabella Landolfi è un peperino che dimostra di avere una grande intelligenza e uno spirito deduttivo che molto si avvicina a quello di Niccolò, e quindi riesce a fare breccia nel suo cuore prima di quanto lo stesso Niccolò ritenga sia possibile, dopo che ha perduto la moglie a causa della peste. Ma la relazione fra i due non sarà facile, te lo posso garantire. E già dal secondo romanzo della serie si capirà ciò che intendo…

Tutto si svolge il 12 agosto del 1576, con l’epilogo quindici giorni dopo. Non è una scelta un po’ azzardata?

La storia della doppia indagine di Niccolò Taverna parte e finisce lo stesso giorno, con un ritmo incalzante e senza soste. La città sta morendo, i superiori lo incalzano: Niccolò non può fermarsi, deve risolvere il caso di omicidio il prima possibile… e ce la fa. Poi, quindici giorni dopo, nel famoso epilogo… ecco che accade qualcos’altro che trascina nuovamente Niccolò sui percorsi tortuosi delle sue indagini criminali. Ma cosa succederà lo vedremo nel prossimo romanzo.

La qualità della scrittura, la ricostruzione storica fedele e accurata, l’attenzione per tutti particolari dall’editing all’impaginazione alla copertina ne fa un prodotto di qualità ad un prezzo leggermente inferiore rispetto ai precedenti volumi Omnibus. E’ un’ eccezione o rientra in una precisa scelta editoriale per avvicinare più gente alla lettura?

Mondadori vuole iniziare il nuovo anno dando un segnale chiaro ai lettori di un grosso mutamento che ci sarà per i rilegati Mondadori. Il mio romanzo è il primo di un nuovo corso studiato con intelligenza, che vuole coniugare un prezzo più aggressivo e abbordabile dal pubblico rispetto al passato (15 euro anziché i soliti 20 euro), senza però svalutare i titoli che saranno presentati, puntando quindi alla massima qualità possibile dei testi da pubblicare. Sono felice di essere un po’ l’apripista di questo nuovo corso, e mi auguro che il mio notaio criminale riesca a farsi apprezzare dal pubblico per continuare a proporre le sue indagini mozzafiato.

Per quanto riguarda il romanzo storico siamo abituati ad apprezzare principalmente gli autori stranieri. Ma ci sono molti scrittori italiani davvero meritevoli. Per chi ama il genere storico che autori italiani consiglieresti?

Siamo tanti, una pattuglia formidabile che sta riuscendo a imporsi anche all’estero. Mi basta citare Danila Comastri Montanari, Alfredo Colitto, Valerio Massimo Manfredi, Carlo Martigli, Alan D. Altieri, Giulio Leoni… e molti altri ancora.

A che romanzo stai lavorando? Puoi farci qualche anticipazione?

Alla seconda indagine di Niccolò Taverna. Che racconterò in un romanzo dal titolo (provvisorio, ovviamente) di “Deus Irae”.

Ora è davvero tutto, grazie per la tua disponibilità.   

Grazie a te!

Il sito è qui: www.ilsegnodelluntore.it

:: Intervista con Umberto Lenzi

16 ottobre 2011

Umberto-LenziGrazie Maestro di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Umberto Lenzi non ha bisogno di presentazioni. Regista, sceneggiatore, scrittore, sei uno dei maestri del poliziesco all’italiana, autore di veri film di culto che hanno fatto la storia del cinema italiano e sono stati opere fondamentali che hanno ispirato molto cinema internazionale. Prima che scrittore sei stato regista. Come è nato il tuo amore per il cinema?

Il mio interesse per il cinema è iniziato nei primi anni ’50, a Massa Marittima, dove fondai un Circolo del Cinema con alcuni compagni di Liceo. Avevamo un professore di italiano, che era stato allievo di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ci insegnava con entusiasmo Eisenstein e John Ford anzichè Manzoni e Ariosto. Bellissimi ricordi!
All’ Università continuai ad appassionarmi alle teorie del montaggio cinematografico, della sceneggiatura, della direzione degli attori e dopo la laurea in legge, nel 1954, fui ammesso al CSC e partii per Roma con una valigia di cartone e molte speranze.

Trai tuoi maestri citi Raoul Walsh e Samuel Fuller. Tecnicamente parlando quali sono le lezioni di cinema che hai appreso da questi grandi registi?

I miei ideali maestri sono stati i grandi registi americani di genere di qul periodo, Raoul Walsh, Samuel Fuller, Henry Hathaway, Nicholas Ray, Robert Siodmak, Edgar Ulmer. Professionisti di grande valore, abilissimi nelle tacniche di ripresa, nel ritmo di montaggio, nelle soluzioni ardite di racconto. Ma sopratutto capaci di girare film eccellenti con budget limitati.

Hai iniziato girando film di avventura, che ricordi hai legati ai tuoi esordi, com’era la Roma di Cinecittà?

La mia carriera di regista è iniziata nei primi anni ’60 con film di avventura, tra i quali ricordo alcune gemme: LA MONTAGNA DI LUCE e L’ ULTIMO GLADIATORE. In seguito ho progredito professionalmente realizzando thriller interpretati dall’ attrice americana Carroll Baker, tra i quali emerge per efficacia e suspense ORGASMO (1969) .

Nel 1978 hai girato negli Stati Uniti Il grande attacco interpretato da Henry Fonda e John Huston. Ti piaceva l’America di quegli anni. In cosa differiva fare cinema in America rispetto all’Italia?

Tra gli anni ’60 e ’70 , diressi alcuni film di guerra con cast prestigiosi: Jack Palance, John Huston, Henry Fonda, Stacy Keach, George Peppard, Samantha Egger, Capucine e molti altri nomi famosi hollywoodiani. Nel 1978, girai uno di questi film in America, il primo di una serie di produzioni internazionali di budget notevole… Mi trovai immerso, a Los Angeles, Nex York, e Boston, in ambienti di grande professionalità con tecnici preparati e molto efficienti.

Non tutti sanno, mi riferisco alle giovani generazioni che oltre a girare film polizieschi di culto ne hai ideato anche una sottile parodia con il personaggio del Er Monnezza. Che ricordi hai legati a questo periodo?

Tralascio di parlare dei miei film di polizia degli anni ‘ 70, che mi hanno dato una grande notorietà e successo, in particolar modo quelli interpretati da Tomas Milian e Maurizio Merli. MILANO ODIA LA POLIZIA NON PUO’ SPARARE e NAPOLI VIOLENTA, tanto per citarne due, hanno trovato molti estimatori anche all’estero, tra cui registi come Quentin Taranrino, Joe Dante, Tim Burton.

E ora parliamo di libri tema caro al nostro blog. Nel 2008 hai debuttato come scrittore di noir con un buon successo di critica e di pubblico. Come hai scoperto la passione per la scrittura? Quali sono i tuo autori di riferimento?

Tre anni fa, dopo aver lasciato volontariamente il cinema poiché non sopportavo più per vari motivi il forte stress sul set, ho iniziato un’ attività di scrittore di romanzi gialli. Il primo, DELITTI A CINECITTA’, è uscito nel 2008 per i tipi della Coniglio editore ed ha ottenuto recensioni entusiastiche per la originale impostazione del racconro che si svolge nel 1940, in pieno periodo del cinema fascista dei cosiddetti telefoni bianchi.. E’ la storia di Bruno Astolfi, un investigatore privato senza clienti e pieno di debiti, che per un caso fortuito si trova a investigare sul set del film LA CORONA DI FERRO a Cinecittà, ingaggiato dalla protagosista del film , l’attrice Luisa Ferida, che riceve lettere anonime con minacce di morte, ed è già sfuggita per miracolo a un primo attentato. Bruno Astolfi , che è un toscano amante della donne, delle sigarette Macedonia Extra e dei liquori forti, nonché antifascista convinto, riesce a risolvere il caso e ad acciuffare il misterioso criminale, che nel frattempo ha eliminato altre due donne.
Mi ero proposto, con questo libro, di raccontare, attraverso una storia che rispettasse i canoni del giallo, il cinema italiano dei primi anni ’40. Scelsi di far interagire il protagonista con personaggi reali, attori, registi e nomi celebri dell’epoca, che vanno da Totò a De Sica, ad Amedeo Nazzari, a Giorgio Scerbanenco, ai registi Camerini e Blasetti.

Cito i titoli de i tuoi romanzi Delitti a Cinecittà (2008), Terrore ad Harlem (2009), ambientato sul set di Harlem di Carmine Gallone, e Morte al Cinevillaggio, ambientato a Venezia nella città del cinema voluta dalla Repubblica di Salò. Perché hai scelto questo periodo storico per ambientare i tuoi noir?

Il successo del romanzo e l’incitamento di lettori e critici a continuare le indagini dell’ originale protagonista, mi hanno indotto a proseguire con altri tre romanzi, sempre ambientati negli studi cinematografici durante gli anni di guerra, in cui ha luogo la dissoluzione del cinema dei telefoni bianchi e il crollo della dittatura.
Questi sequel che vedono Bruno Astolfi immerso in spericolate investigazioni tra divi dello schermo, giornalisti, nobili spiantati e belle donne, sono: TERRORE AD HARLEM (Coniglio editore, 2009), che si svolge nell’inverno del ’43 durante le riprese a Cinecittà del film HARLEM di Carmine Gallone; MORTE AL CINEVILLAGGIO (Coniglio editore. 2010) ambientato a Venezia; e infine SCALERA DI SANGUE, uscito alcuni mesi fa e in corso di presentazione in varie città d’Italia. In questo ultimo libro, il protagonista fa luce su una tremenda catena di delitti negli stabilimenti romani della Scalera film, incontrando personaggi reali come Fellini, Anna Magnani, Indro Montanelli, Clara Calamai..

Parlami di Bruno Astolfi, detective privato antifascista. Come nasce questo personaggio? Rispecchia parte del tuo spirito anarchico e anticonformista?

Sono molto affezionato al personaggio di Bruno Astolfi, che in parte riflette la mia personalità di toscano anticonformista e libertario. Come me, Astolfi è irruento, mordace, e talvolta cinico. Ma anche, lasciatemelo dire, dotato di un certo fascino e di notevole acume.

Per concludere vorrei esprimerti la mia riconoscenza per la tua disponibilità. Potresti fare qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri ? I tuoi noir diventeranno mai soggetti cinematografici?

Mi piacerebbe molto che qualche produttore intelligente si rendesse conto che la mia quadrilogia ha tutti i crismi per essere trasposta in una miniserie televisiva di successo. Di cui io non aspiro ad essere regista, ma solo collaboratore all’ adattamento dei testi.

:: Intervista con Craig Russell a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2011

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Salve Mr Russell. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Craig Russell. Punti di forza e di debolezza.

Mmm… Chi è Craig Russell? Lo stai chiedendo alla persona sbagliata. Penso che parte della ragione per cui sono scrittore è perché sto cercando di rispondere a questa domanda per me stesso. Potrei dirti, da scrittore, che cerco continuamente di offrire il migliore libro che posso ai miei lettori. Come persona, penso di essere un ragazzo normale che cerca di essere il migliore marito e padre che può. Miei punti di forza: sono molto determinato e concentrato e sto continuamente cercando di sforzarmi di migliorare. Miei punti di debolezza: sono molto determinato e concentrato e sto continuamente cercando di sforzarmi di migliorare.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Veramente non mi piace parlare della mia vita privata più di tanto. Penso che poi i lettori inizino a cercare di scoprire, lo scrittore, nei suoi libri. Io non sono lì. I protagonisti dei miei romanzi sono molto ma molto più interessanti di me! Penso basti dire che ho lavorato come poliziotto, ho fatto lo scrittore freelance e il direttore creativo.  Tutte cose che hanno contribuito alla mia identità di scrittore.

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Volevo fare lo scrittore da sempre, almeno da quando mi ricordo. E infatti sono uno scrittore professionista per la maggior parte della mia vita lavorativa: sono diventato romanziere a tempo pieno dieci anni fa e prima avevo lavorato come scrittore freelance per una decina di anni. Sono nato per questo.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

La cosa buffa è che io non mi vedo necessariamente come un autore di crime, ma come un autore a cui è capitato anche di scrivere romanzi crime. Considerato che ho servito come ufficiale di polizia, il poliziesco mi sembrava solo il genere più naturale per iniziare a scrivere. Mi piace pensare che i miei romanzi siano qualcosa di più del solito procedurals poiché cerco di scrivere qualcosa che abbia un contesto sociale e culturale: nei miei romanzi molto di ciò che sta accadendo è defilato nello sfondo. Detto questo, il romanzo giallo è un mezzo fantastico per la narrazione. Un buon romanzo giallo dovrebbe essere un percorso personale verso la scoperta e la rivelazione, e dovrebbe cercare di esplorare la complessità della psicologia umana. E devi fare tutto questo offrendo allo stesso tempo una vera e propria pagina ben scritta.

Hai il romanzo pianificato in mente prima di iniziare a scrivere?

Il modo migliore di descrivere il processo creativo è quello di dire che ogni romanzo è come un viaggio. Alcune persone programmano tutto il percorso. Io non lo faccio. So quale è la mia destinazione finale e i luoghi che voglio visitare lungo la strada, ma mi permetto la libertà di prendere deviazioni ed esplorare vie a cui non avevo pensato. L’altra cosa è che non ho il controllo completo sulla storia, so che suona strano. I personaggi nei romanzi hanno vita e personalità propria e, a volte, quando ho progettato per uno di loro di fare qualcosa o che succedesse loro qualcosa , si sono rifiutati di adattarsi, come per dire: ‘ Non avrei mai fatto / detto questo! ‘. Probabilmente ho bisogno di aiuto psichiatrico …

Brother Grimm, Eternal, Blood Eagle sono stati pubblicati in Italia poi ci sono The Carnival master, The Valkyrie song, A fear of Dark water  con il personaggio di Jan Fabel. Quale è il tuo preferito?

E’ come chiedere ad un padre qual è il suo figlio preferito! Al momento, A fear of Dark water  è un romanzo di cui sono particolarmente orgoglioso, ma anche di The Carnival master,  e di The Valkyrie song. Credo che la seconda trilogia di romanzi di Fabel abbia qualcosa in più.

Puoi parlarci un po ‘del tuo protagonista, Jan Fabel?

Jan Fabel è un uomo buono. Si sforza ogni volta di fare la cosa giusta. E per molti versi è un uomo molto ordinario – ma un uomo comune in una situazione straordinaria. Ha studiato storia all’università e si considera un poliziotto ‘per caso’ – la sua ragazza dell’ università è stata assassinata e  lo ha lasciato con una bruciante curiosità su ciò che spinge la gente ad uccidere. Il suo background e la conoscenza della storia, lo spinge ad assumere la prospettiva di uno storico sugli omicidi su cui indaga. Vi è l’evento (l’omicidio) e vi è la sequenza di eventi – la storia – che ha portato fino alla manifestazione, così come le storie personali delle persone coinvolte. E ‘compito di Fabel  fare luce su quelle storie e capire l’evento.

Lennox, è da poco uscito in Italia con il Giallo Mondadori,  poi The long Glasgow kiss, The Deep Dark Sleep  hanno per protagonista Lennox  e fanno parte della tua seconda serie. Quale è il tuo preferito?

La cosa divertente è (e penserai che sto cercando di schivare la domanda, ma non lo sto facendo) che non vedo la serie Lennox come tante storie diverse. Lennox sta realmente percorrendo un viaggio alla scoperta di se stesso e cercando redenzione. A differenza di Fabel, ha fatto molte cose cattive ed è particolarmente segnato dalle sue esperienze di guerra. Quindi, anche se ogni romanzo è uno stand-alone, vedo la storia Lennox come un continuum.

Cosa rende il protagonista Lennox, diverso dagli altri  investigatori privati?

Penso che la differenza principale è che Lennox è un personaggio moralmente ambiguo. Le persone per cui lavora sono molto spesso gangster e il suo atteggiamento verso le donne lascia molto a desiderare. Ci sono, naturalmente, gli echi dei detective dei noir classici, ma ho cercato di aggiungere una dimensione extra al suo carattere e al contesto dei romanzi. I romanzi con Lennox sono ambientati in un momento molto speciale nella storia britannica, quando il paese stava cambiando e soffriva di una vera crisi di identità.

Lennox è ambientato nella Glasgow del 1950. Perché hai scelto questo periodo? Che ricerche hai fatto?

Gli anni ‘50 sono un decennio fondamentale per noir. E ‘anche il decennio in cui sono nato e penso che si sia sempre affascinati dal periodo in cui  è avvenuta la propria formazione. In Gran Bretagna, è stato un periodo di trasformazione e, come ho già detto, anche un periodo in cui la Gran Bretagna ha subito una profonda crisi di identità. L’impero britannico si stava sgretolando, la Gran Bretagna era schiacciata dal costo della seconda guerra mondiale e cercava di uscire fuori dall’orbita dagli Stati Uniti e la nazione si è trovata ad essere non è più la potenza mondiale che era stata una volta. Glasgow era il cuore industriale dell’Impero Britannico – seconda città dell’Impero – e sentiva questi cambiamenti più acutamente di qualsiasi altra città del paese. Dal punto di vista del thriller, è stato anche un periodo in cui le strade erano piene di uomini danneggiati dalla guerra e c’era un proliferare di armi detenute illegalmente, le reliquie della guerra, erano in circolazione. Un sacco di persone avevano perso la loro bussola morale (Lennox incluso) ed bastava un’attimo per mettersi nei guai. Per quanto riguarda la ricerca … La verità è che faccio ricerche costantemente. E, per qualche ragione, devo toccare il materiale di ricerca, letteralmente, per ottenere al tatto informazioni sul periodo. Ecco perché il mio studio è pieno di giornali e riviste degli anni ’50. Ho anche utilizzato un telefono in bachelite degli anni ‘50! Inoltre, tutto ciò che sto scrivendo tende ad avere una colonna sonora. Quando sto lavorando ad un romanzo Lennox, ascolto musica del 1950: Mel Tormé, Victor Silvestro, Edmundo Ros, Julie London … Al contrario, quando sto lavorando ad un romanzo Fabel, tendo ad ascoltare la ‘sua’ musica: jazz scandinavo, Herbert Groenemeyer, ecc

Qual è o sono le tue scene preferite in Lennox?

Difficile – anzi probabilmente impossibile – risponderti. Probabilmente molte scene e momenti nei romanzi Lennox lasciano una traccia sul lettore . I romanzi sono pieni di azione e suspense, ma io tendo a preferire i momenti più tranquilli quelli introspettivi focalizzati sul carattere di Lennox e sulla sua lotta interna morale.

Il primo romanzo della serie Lennox è stato serializzato dalla BBC Radio 4 Extra. L’hai ascoltato?

Ho sentito alcuni episodi, sì. E, naturalmente, uno dei romanzi Fabel è diventato un film e di altri due stanno per iniziare le riprese. Vedere o sentire il proprio lavoro trasformato in un altro mezzo artistico è un’esperienza strana e inquietante.

I tuoi libri sono stati tradotti per la pubblicazione in vari paesi. È eccitante?

Personalmente, per me, questo è l’aspetto più gratificante di quello che faccio.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Sono stato fortunato ad aver avuto critiche costantemente abbastanza buone, ed è sempre bello riceverle. Ma la risposta, in generale, dovrebbe essere no: io scrivo ciò che scrivo ed è il mio modo di scrivere. Mi sforzo sempre di diventare uno scrittore migliore e lo scopo che perseguo con ogni libro è quello di renderlo ancora migliore di quello precedente. Che, almeno per me, è una sfida e che l’autore e solo l’autore deve risolvere da solo.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

Probabilmente Gunther Grass, William Trevor e William Kennedy.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Che tu ci creda o no, sto rileggendo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente successo durante questi incontri.

Mi piace davvero incontrare e parlare con i lettori, che per me sono le persone più importanti, viaggiare invece non mi piace particolarmente. Ho avuto molte, ma molte esperienze strane durante i miei tour. Durante uno dei quali, era per il lancio di un romanzo Fabel, stavo parlando con i  giornalisti in una presentazione nel municipio di Amburgo (la città Parlamento). Un gruppo di turisti giapponesi ha iniziato a seguirmi, ovviamente pensando che fossi una guida ufficiale. Fu solo quando ci seguirono nel ristorante sotto il Municipio che il mio editore gli ha detto, il più delicatamente possibile, che il nostro era un gruppo privato.

Che ruolo ha Internet nel tuo lavoro? Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Io in realtà non faccio un grande uso di Internet per le mie ricerche, a meno che non sia assolutamente sicuro circa l’attendibilità della fonte. Preferisco le fonti cartacee, soprattutto. Penso che l’e-publishing diventerà un’importante forma di pubblicazione in futuro, ma non la forma dominante. La stampa su carta di un libro è una tecnologia che è difficile da battere.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

In Gran Bretagna, a causa del contratto che fissa il prezzo dei libri, ho assistito alla morte del libraio indipendente. Il più grande libraio in Gran Bretagna oggi è una catena di supermercati: si acquista la letteratura insieme a lattine di fagioli al forno.

Parlami del rapporto con i tuoi lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace pensare di avere un rapporto stretto con i miei lettori. Ho una Fan Page su Facebook all’indirizzo: http://www.facebook.com/pages/Craig-Russell-Books/107123892662851 dove faccio del mio meglio per rispondere a più domande possibili.

Infine, siamo giunti all’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

A qualcosa di nuovo – segreto, molto grande, molto diverso! Ma c’è anche il quarto Lennox e lo inizierò il mese prossimo.

:: Un’intervista a Pino Scaccia

17 agosto 2011
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Benvenuto Pino su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Inviato, blogger, autore di libri. Chi è Pino Scaccia?

Uno che non ha voglia di star fermo. Guai a fermarsi. Poi tutto quello che ho fatto, e che faccio, ha un unico denominatore: il reporter. In quest’epoca multimediale non c’è differenza. Se vado, che so, in Libia per la Rai (inviato) posso anche scrivere dei post (blogger) e poi tirarne giù un libro (scrittore). Sono sempre io che racconto quello che vedo.

Inviato storico del TG1 Rai. Attualmente sei capo redattore dei servizi speciali del TG1. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? Come hai iniziato? Racconta ai nostri giovani lettori che volessero intraprendere la carriera di giornalista la tua esperienza.

I tempi sono cambiati, non c’erano le scuole. Esistevano soltanto le “botteghe”. Anch’io, come tutti quelli della mia generazione, ho cominciato a collaborare con un giornale (“Momento sera”) naturalmente gratis, per molti anni. Finchè non sono riuscito a strappare un contratto da praticante, ma sono dovuto andare ad Ancona (“Corriere Adriatico”). Da lì, la Rai con la nascita della terza rete. Dopo sedici anni marchigiani, sono tornato a Roma, al Tg1, a forza di lavorare come una furia, neanche un giorno di riposo in sei mesi. Altri tempi.

Quali sono le qualità del buon giornalista?

Montanelli diceva che la bravura si misura dalla suola delle scarpe. In realtà, se dovessi dirlo in percentuale, per il 10% è tecnica (che s’impara), il 10% è talento (naturale), il resto – cioè l’80% – è fatica.

Quali sono stati i tuoi maestri? C’è un giornalista che con il suo esempio, la sua onestà, il suo coraggio, ti è stato d’esempio?

Ho avuto la fortuna di approdare al Tg1 quando c’erano ancora grandi maestri: il capocronista Morrione per esempio, il vicedirettore Di Lorenzo già inviato in Vietnam, direttori come Longhi e Fava, e tanti altri maestri: da Frajese a Catucci, ho imparato un po’ da tutti loro.

Molti giornalisti sono accusati di raccontare le proprie opinioni invece dei fatti. Cosa replichi?

Un inviato è il tramite fra un evento e la gente a casa. E’ chiaro che qualsiasi racconto è filtrato dal suo occhio e dalla sua anima, sarebbe assurdo pensare all’oggettività assoluta, l’importante è mantenere una buona coscienza, diciamo pure l’onestà.

Hai seguito i più importanti avvenimenti degli ultimi vent’anni dalla Prima Guerra del Golfo al conflitto in Libia ancora in corso. Secondo te la pace è solo una parola o c’è gente che lotta davvero con mezzi non violenti per perseguirla? Gino Strada, i medici di Medici senza frontiere?

Non confondiamo l’opera meritoria dei volontari con la pace. Loro aiutano le vittime, ma non possono decidere la fine di un conflitto. Purtroppo le guerre le dichiarano i governi e sempre per interesse. Non c’è via d’uscita.

Sei stato compagno di viaggio di Enzo Baldoni. Parlami di lui; che persona era? Raccontami un episodio che riassuma la sua persona.

Avrei tanto da dire di Enzo, per esempio delle nostre lunghissime litigate. Eravamo molto diversi, per questo ci siamo così attaccati. Invidiavo la sua pulizia interiore e quell’ironia imbattibile. Credo che il suo spirito possa essere riassunto nel famoso testamento per un funerale. Dove bisognava ridere, ballare e fare l’amore. Non prendeva niente sul serio, neppure la morte.

Hai scoperto per primo i resti di Che Guevara in Bolivia. Parlaci di quel giorno. Cosa hai provato? Era una giornata di sole?  

Sole e vento. Il vento sollevava la sabbia. Ricordo tutto, a cominciare dal viaggio dentro la Sierra. Quel che mi resta dentro è soprattutto il racconto dell’infermiera che ha lavato il corpo del Che. Il suo racconto, proprio davanti alla lavanderia dov’è stato deposto il corpo, è stato emozionante, pieno di dettagli minimi, come il fatto che gli ha trovato tre calzini. Quella donna adesso è vecchia ma la ricordo bellissima, con due occhi fulminanti.

Sei molto attivo sul web con il tuo blog La Torre di Babele. http://pinoscaccia.wordpress.com/ Titolo emblematico. Ma di tutte le parole che circolano sul web qualcosa resterà?

Credo di sì e fido nei blog, massacrati dai social network. Nei blog si discute, negli anni mi sono creato una piccola comunità che io chiamo tribù. Qualcosa sicuramente resterà.

Domenica 19 giugno è andato in onda su RaiUno il documentario  “Vita da inviato” di Pino Scaccia, un ritratto di vent’anni da inviato, una vita sul campo, se dovessi fare un bilancio della tua “carriera” c’è qualcosa che rimpiangi, qualcosa che non è andato come volevi?

Fra le qualità primarie di un giornalista c’è quella di non essere mai completamente soddisfatto. Ma devo essere onesto, proprio mettendo insieme, di seguito tutto quello che ho fatto in questi vent’anni (nello speciale c’era solo l’uno per cento) non posso che sentirmi un privilegiato, davvero ho attraversato la storia.

Sei stato il primo giornalista occidentale ad entrare nella centrale di Chernobyl dopo il disastro. Ricordo che in un primo tempo le autorità russe negavano, ridimensionavano il fenomeno. Il potere spesso combatte la verità. Cosa ne pensi?

E’ la prima cosa che mi hanno raccontato gli abitanti di Chernobyl, anche gli stessi tecnici della centrale. L’allarme è stato dato tre giorni dopo. E non dalle autorità sovietiche, ma da quelle scandinave. Altrimenti nessuno avrebbe saputo di quel disastro, come non si è saputo di altri. E’ da criminali, semplicemente.

Dal 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle di New York e la lotta contro il terrorismo anche il giornalismo è cambiato, i toni sono diventati più amari, se vogliamo più critici, meno paludati. Ci voleva un avvenimento così drammatico per cambiare il giornalismo?

Il giornalismo è lo specchio della società. Se il giornalismo è cambiato, significa che quell’evento ha cambiato la società. Ma credo che in realtà molto dipenda dalla tecnologia: in questi dieci anni gli strumenti hanno fatto passi da gigante.

Nella tua vita hai incontrato grandi personaggi. In assoluto qual è l’incontro più significativo, insolito o divertente?

Ci sono incontri che ti segnano come quelli con Falcone o Lech Walesa. Ci sono quelli che ti aiutano a capire come gli incontri con Graziano Mesina o Enrico Nicoletti della banda della Magliana. Ma io ricordo soprattutto il periodo passato con padre Bossi, il frate rapito nelle Filippine. Una persona fantastica, mi ha insegnato molte cose.

Il giornalismo d’inchiesta in Italia esiste? Quali sono i giornalisti più coraggiosi al giorno d’oggi, mi vengono in mente Toni Capuozzo, Gabriella Simoni, o tragicamente scomparsi come Ilaria Alpi.

Non parlo mai dei colleghi. Ma credo che ce ne siano molti altri, cioè tutti quelli che vanno per posti difficili. Per andare comunque ci vuole coraggio perché i rischi sono alti.

Quale è il reportage al quale sei più legato, di cui sei più fiero, che solo tu avresti potuto fare in quella determinata maniera? 

Credo Farouk. Ho svolto un vero lavoro di investigazione, da cronista mi sono ritrovato addirittura dentro il sequestro. Uno scoop vero, insomma.

Quale è il limite tra informazione e manipolazione?

Se è informazione vera, non c’è spazio per la manipolazione. Se manipoli significa che non informi, ma sei solo il megafono di qualche interesse.

Credi nella verità?

In maniera provocatoria ripeto spesso che la verità assoluta non esiste. Esistono i fatti. I fatti sono indiscutibili, intorno ci possono essere almeno due verità. Cioè le verità di parte.

Hai mai subito pressioni, minacce? La tua libertà di parola è mai stata messa in pericolo?

Una volta a San Giuseppe Jato, in Sicilia. E anche a Quindici, in Campania, durante la frana: avevo gruppi di camorristi dietro le spalle durante i collegamenti. Ma mi sono fatto proteggere dai carabinieri e ho comunque potuto dire quello che dovevo dire.

Di giornalismo si muore. Non sono solo numeri in una statistica, ma sono persone che perdono la vita semplicemente per aver fatto il loro dovere, raggiunti anche sotto casa da killer senza volto come Anna Politkovskaja. Tu hai ammesso che il giornalista non è nato per far l’eroe o il martire. Da dove nasce il coraggio?

I numeri sono importanti perché testimoniano un’autentica strage: ogni anno muoiono almeno cento reporter nel mondo con la sola colpa di raccontare. Certo, il giornalista non è un eroe né vuole diventarlo. Fa semplicemente il suo mestiere. Il coraggio nasce dalla passione. Se c’è un evento niente e nessuno potrà mai fermarmi.

Qualcuno disse: “C’era una volta il Giornalismo con la “g” maiuscola”. Il giornalismo sta davvero morendo? E’ tempo per il pessimismo o c’è ancora margine di lotta?

Non muore il giornalismo, diciamo che si sta trasformando. Casomai sta morendo il ruolo di inviato, si lavora sempre più al desk. Un lavoro più da impiegati della notizia che di testimoni. Alla base c’è l’alibi economico: gli inviati costano troppo. Invece è una maniera per omologare tutto.

Grazie della tua disponibilità. Nel salutarti ti chiedo se attualmente stai scrivendo un nuovo libro? Progetti per il futuro?

Ne ho appena scritti due, “Lettere dal Don” sui dispersi in Russia e “Shabab – la rivolta in Libia vista da vicino”. Ma già penso al prossimo che poi sarebbe il settimo. Titolo provvisorio: “La fine dell’impero”. L’impero naturalmente è quello occidentale.

:: Un’intervista con Andrew Grant a cura di Giulietta Iannone

16 agosto 2011

Andrew Grant

Ciao Andrew, racconta ai nostri lettori qualcosa di te.

Ciao Giulia! Beh, sono nato a Birmingham, Inghilterra – la città gemellata con Milano – nel maggio del 1968. La mia famiglia si trasferì nella periferia di Londra quando avevo sei anni, e sono rimasto lì fino a quando sono andato all’ Università di Sheffield. Mentre ero studente ho iniziato ad innamorarmi del teatro, così dopo che mi sono laureato ho creato e gestito una piccola compagnia teatrale con cinque amici. Abbiamo tenuto duro per quasi due anni, ma poi, con bollette da pagare e senza soldi in banca, era tempo per un lavoro “vero”. Così, ho fatto una mossa “temporanea” nel settore delle telecomunicazioni – e mi ci sono voluti quindici anni per fuggire di nuovo! Tuttavia, finalmente ne sono uscito fuori, e il mio primo libro, Even, è nato … Sono sposato con Tasha Alexander, che ha scritto una serie di romanzi storici di suspense, e divido il mio tempo tra Chicago negli Stati Uniti e Sheffield nel Regno Unito.

E’ stato l’inizio del tuo interesse per la scrittura?

Non proprio! Penso che il mio interesse per la scrittura sia iniziato dal mio amore per raccontare storie,  amore che dura da tutta la mia vita. Di solito per tirarmi fuori dai guai. Perché non avevo fatto i miei compiti, perché ero tornato a casa tardi, perché non avevo lasciato il cioccolato, perché tutto era andato orribilmente sbagliato al lavoro …

Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

Dopo che ho lasciato il mio lavoro ho passato circa dodici mesi a lavorare sul manoscritto di Even. Quando finalmente fu pronto ho iniziato la ricerca di un agente, e la mia più grande fortuna è stata di incontrare la straordinaria Janet Reid di FinePrint Lit a New York che ha predisposto il mio primo contratto con la St Martin ’s Press.

Hai studiato letteratura inglese e teatro. Raccontaci qualcosa della tua tesi.

La mai tesi deriva dai miei due amori gemelli la lettura e la produzione di spettacoli teatrali, diciamo che ho esaminato l’effetto che la scelta di un medium ha sul trattamento del materiale di un autore. In particolare mi sono concentrato su Samuel Beckett, come avrai sentito ci sono alcune analogie molto interessanti e anche alcuni contrasti tra le sue opere teatrali e i romanzi.

Raccontaci qualcosa del tuo romanzo d’esordio.

Il mio romanzo d’esordio comincia con l’eroe – David Trevellyan, un ufficiale inglese della Naval Intelligence – che fa una passeggiata a tarda notte a New York City. Vede una forma familiare che giace in un vicolo – un corpo morto – e subito viene arrestato e incastrato per l’omicidio. Ben presto il caso passa al FBI. I suoi capi a Londra si rifiutano di aiutarlo, così Trevellyan è costretto a prendere in mano la situazione. Mentre lotta per discolparsi e ristabilire il suo nome, è risucchiato in profondità in un complotto internazionale. La ricompensa per il successo è la redenzione – per se stesso e il cadavere nel vicolo. Il prezzo del fallimento è la morte. E la sua motivazione è il credere nella vita e non diventare pazzo, così si ottiene Even.

Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo primo libro?

Direi che c’erano tre tipi principali di ricerca: fisica, per trovare i luoghi adatti per le diverse fasi della storia e cercare di catturare l’atmosfera di ciascuna di esse; teorica, per capire esattamente come i vari crimini, come il furto di identità che è presente nel libro, in realtà avvengano davvero; e tecnica, per assicurarmi che tutte le descrizioni delle armi da fuoco e delle auto ecc fossero corrette.

Chi ti ha influenzato?

E’ una lunga lista! Da bambino divoravo le storie di azione e avventura con artisti del calibro di Alistair MacLean e Douglas Reeman. In seguito mi sono interessato alla guerra fredda e alle storie di spie di autori come Len Deighton e John leCarré, passando attraverso i serial killer di Thomas Harris, e più recentemente mi sono avvicinato ad autori come Michael Connelly, Sandra Brown, Thomas Perry, John Sandford, Nelson DeMille, Jeffery Deaver, Dennis Lehane, Vince Flynn, Lisa Gardner, Harlan Coben, Tess Gerritsen, Mark Billingham e Ridley Pearson.

Raccontaci qualcosa del tuo eroe l’ufficiale della marina britannica David Trevellyan. È simile a Jack Ryan di Tom Clancy o James Bond di Ian Fleming?

Probabilmente ha elementi di entrambi, ma Trevellyan è stato talvolta descritto come un “James Bond per il ventunesimo secolo”, così avrei dovuto appoggiarmi un po’ più verso Ian Fleming. In particolare ho voluto creare un personaggio motivato dal suo senso interiore di moralità – la determinazione di fare ciò che crede sia giusto a prescindere da quanto rischi di persona – piuttosto che uno guidato da circostanze esterne.

Quale attore potrebbe essere adatto al ruolo di Trevellyan?

Questa è una domanda molto buona! Mi dispiace non me ne viene in mente nessuno…

Jeffery Deaver ha detto parlando dei tuoi libri ” il noir moderno al suo meglio”. Come ti sei sentito?

Se qualcuno mi avesse detto quando ero seduto a scrivere Even che avrei ricevere tale lode da uno dei maestri del genere non ci avrei mai creduto! E ‘stato un onore inimmaginabile.

Preferisci  in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o il dialogo?

Probabilmente a causa della mia esperienza in teatro, la cosa che preferisco è la scrittura del dialogo.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sono al lavoro sul quarto romanzo di David Trevellyan.

Ti piace Nelson DeMille?

Sì! Ho recentemente letto Cathedral, e come sempre mi è piaciuto.

Hai mai avuto la tentazione di scrivere una sceneggiatura?

Questa è una mia precisa ambizione.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di un editore?

Sarà un cammino lungo e difficile ma non bisogna mollare mai, o cercare di seguire l’ultima tendenza o mania. Racconta la storia che vuoi raccontare a modo tuo, ecco il segreto.

Even uscirà presto in Italia?

Sì! E ‘in corso di traduzione in italiano, ma temo di non avere ancora una data precisa di uscita.

Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?

Sono entrambi  brillanti fuori classe , ma molto diversi, quindi ho paura di non potere scegliere tra i due. Spiacente!

Sei il fratello minore di Lee Child. Raccontami qualcosa di divertente su di lui.

Humm. Nell’interesse del buon andamento dell’armonia famigliare, passiamo alla prossima domanda.

Qual è il futuro della spy story?

Penso che, data l’attuale situazione economica e il cupo senso di sfiducia politica, i thriller con eroi che sono pronti a risollevarsi e a non cedere alle figure di autorità – continueranno ad essere popolari.

Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Penso che l’e-publishing è un’innovazione fantastica, perché offre agli autori un ulteriore metodo di portare il loro lavoro al pubblico, e offre ai lettori un altro modo di godere dei loro libri preferiti e per scoprirne di nuovi.

Cos’è la “libertà” per te?

Essere in grado di scrivere quello che voglio, dove voglio, quando voglio.

Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Mi piace leggere la posta dei lettori, e il mio indirizzo email è andrew@andrewgrantbooks.com.

Grazie Andrew

Grazie, Giulia!

:: Un’intervista a Massimo Carlotto a cura di Giulietta Iannone

6 agosto 2011

Massimo Carlotto

Benvenuto Massimo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Scrittore, drammaturgo, sceneggiatore. Nato a Padova nel 56, un figlio della Bassa. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Massimo Carlotto? Pregi e difetti.

Domanda alla quale non so sinceramente rispondere. Mi e’ stata fatta diverse volte e ho (Foto di Daniela Zedda) sempre risposto allo stesso modo: passiamo alla successiva.

Nel 1994 decidi di scrivere Il fuggiasco, un romanzo autobiografico sul periodo di latitanza. I fatti. Il processo, la condanna, la fuga, tre anni di latitanza, la cattura da parte della polizia messicana,  la detenzione, la grazia. Oggi dopo tanti anni cosa ti è rimasto di quel periodo, a che conclusioni sei giunto?

Che si tratta di una vicenda figlia di quegli anni e come tale e’ memoria. Dopo Il fuggiasco ho chiuso i ponti con il passato, troppe cose da fare e da scrivere per perdere tempo a guardarmi indietro.

Hai vissuto sulla tua pelle i più deleteri risvolti del sistema giudiziario italiano. Cosa ne pensi del carcere ostativo a vita, dei suicidi di detenuti in carceri sovraffollate, dei poliziotti che picchiano a morte persone come Stefano Cucchi? La giustizia è davvero uguale per tutti?

Ovviamente no e nei miei romanzi ho sempre preso posizioni molto nette a proposito. Ne L’oscura immensità della morte, credo di aver raccontato l’ergastolo e molto altro.

Massimo Carlotto e il noir. “La letteratura ha preso il posto del giornalismo d’inchiesta. Tocca ai romanzi garantire le verità che non si leggono altrove.” Il ruolo sociale del noir è ancora così forte?

Penso di si’ ma penso che si stia creando un nuovo territorio narrativo, di contenuti e non di generi, dove gli autori raccontano le storie negate, nascoste di quest’Italia, certamente una novità in grado di soddisfare un pubblico trasversale.

Quali sono i tuoi maestri letterari? I libri che leggi e rileggi costantemente?

Questa e’ una domanda complessa perché altre volte ho risposto in determinato modo e poi ho citato altri maestri. Io credo che esistano maestri in ogni fase della propria vita. La ricerca del maestro che lascia un segno profondo nella tua esistenza e nella tua scrittura non può mai interrompersi perché il nuovo supera il precedente. In questi giorni sto rileggendo Gadda perché la sua lingua mi meraviglia sempre e il Pasticciaccio e’ il noir più bello che abbia mai letto “prima di iniziare a scrivere”…. Ma dubito che rileggerò in futuro La cognizione del dolore, proprio perché sono alla ricerca continua di nuovi modelli.

Il noir sociale, il noir mediterraneo, il neo polar francese degli anni 70, ci sono tante sfumature di noir, il tuo noir in che categoria rientra, ammesso che le categorie abbiano un senso?

Senza dubbio nel Noir Mediterraneo e cioè in quella formula letteraria che concepisce la narrazione di una storia criminale come scusa per raccontare un luogo, un tempo e una realtà sociale. Ma Alla fine di un giorno noioso chiude un ciclo e dal prossimo romanzo supererò frontiere geografiche e di genere.

Il tuo noir è fortemente radicato nel territorio, rispecchia un preciso periodo storico, parla di gente comune. Quali altri elementi distintive lo caratterizzano?

Un’indagine lunga e approfondita, verificata come nel miglior giornalismo d’inchiesta e usata come base per una trama di un romanzo e non di un’inchiesta travestita.

Padova cuore del nord est italiano, vero e proprio crocevia geografico, così ricco da risentire meno di altre regioni  della crisi economica e sociale ma tuttavia lacerato da profonde contraddizioni e intaccato nel profondo da larghe crepe in cui la criminalità si insinua  senza opposizioni, vuoi con il volto apparentemente rassicurante di imprenditori rampanti e senza scrupoli, di faccendieri vincenti e griffatissimi, di politici intrallazzatori, fino ai semplici delinquenti comuni. Si riuscirà mai a debellare questa cancrena a fermare questo circolo vizioso?  

Esiste una relazione precisa tra aumento della corruzione e radicamento delle culture criminali mafiose. Se riuscissimo a limitare (magari a debellare) la corruzione potremmo davvero sognare un Paese diverso. Il nord est e’ un esempio vincente del sistema Italia. Sta alla società civile ricordarsi di esserlo e cambiare rotta.

Marco Buratti, l’Alligatore, detective privato senza licenza amante del blues e del Calvados, è un personaggio costante nei tuoi romanzi, compare in La verità dell’alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Nessuna cortesia all’uscita, Il corriere colombiano, Il maestro di nodi, Dimmi che non vuoi morire, L’amore del bandito. Come si è evoluto negli anni? E’ invecchiato, è diventato più saggio, più deluso?  

L’ amore del bandito e’ uscito ben 7 anni dopo l’ultimo romanzo dell’Alligatore perché avevo bisogno di maturare la sua trasformazione dovuta al trascorrere del tempo e all’accumularsi delle esperienze. Da tempo credo nella necessità di evitare di continuare a percorrere la strada americana dei personaggi perennemente uguali a se stessi. Marco Buratti beve meno Calvados, forse per questo e’ più malinconico.

Giorgio Pellegrini, da Arrivederci amore ciao, a Alla fine di un giorno noioso una bella parabola discendente, ex terrorista, cinico, violento, sfruttatore, lontano da ogni ideologia,  rispecchia bene la mentalità della nuova criminalità dove ciò che conta è essere vincenti, diventare ricchi e in fretta, corrompendo, usando la politica come punto di appoggio e copertura per i propri traffici illeciti, e se una tangente è accompagnata dal sorriso di una bella escort magari dell’est ancora meglio. Un desolante scenario di corrotti e corruttori. Ma davvero questo è il vero volto dell’Italia?

Purtroppo sì. Giorgio Pellegrini nasce dalla necessità di raccontare una realtà che non abbiamo mai voluto riconoscere fino in fondo. Il cattivo vincente però fa parte del nostro quotidiano. Ormai non si nasconde nemmeno troppo, si e’ convinto di essere un modello.

Massimo Carlotto e il cinema. Da Il fuggiasco nel 2004 è stato tratto un film diretto da Andrea Manni, con Daniele Liotti di cui hai curato la sceneggiatura. Da Arrivederci amore ciao, nel 2005 il film diretto da Michele Soavi. Da Jimmy della collina il film di Enrico Pau. Sei soddisfatto? In che misura cinema e letteratura si nutrono a vicenda? Vedremo mai l’Alligatore sul grande schermo?

I diritti dell’Alligatore sono stati opzionali per un progetto televisivo da una giovane produttrice coraggiosa. Speriamo bene… Per quanta riguarda i film tratti dai miei romanzi sono sempre stato soddisfatto. Non sono un autore geloso della propria visione della storia che ha scritto. Anzi credo che contaminarla con altri punti di vista sia una grande ricchezza.

Massimo Carlotto e il teatro.  Cosa ami e cosa odi del teatro italiano?

Amo il teatro e la scrittura teatrale perché mi permettono di giocare su un piano emozionale unico nel suo genere. Ogni volta e’ una sfida dura ma di grande fascino. Il problema italiano e’ quello di un teatro in grande difficoltà e abbandono, nonostante l’altissima qualita’ e professionalita’. Poi ci sono i soliti carrozzoni ma quelli fanno parte del sistema Italia…

Massimo Carlotto e i premi. Premio Scerbanenco nel 2002 per Il maestro di nodi. Secondo posto al Grand prix de littérature policière in Francia 2003 per Arrivederci amore, ciao Premio Letterario Noir Ecologista Jean Claude Izzo 2009 per Perdas de Fogu. Che effetto ti ha fatto riceverli?

Un grande piacere. Il riconoscimento pubblico del proprio lavoro ti aiuta a continuare con quel pizzico di umilta’, necessaria per continuare a confrontarsi con un pubblico che merita solo rispetto.

Massimo Carlotto e l’amore. Che ruolo hanno le donne nei tuoi libri?

Non lo so, dipende dalle storie. Nei miei romanzi e’ la storia che comanda, i personaggi sono solo strumenti utili a raccontarla. Poi e’ evidente che nello sviluppo del romanzo, il personaggio cresce e ha delle peculiarità che ne accrescono lo spessore. In genere racconto storie di una criminalità dove la figura femminile e’ perdente, mi e’ capitato con Le Irregolari di scrivere di donne straordinarie. Anche nel prossimo romanzo ci sara’ una donna molto “intensa”…

Nel panorama italiano c’è qualche giovane da tenere d’occhio, qualche esordiente di cui sentiremo presto parlare?

Assolutamente si’. Sto curando una collana, SABOT/AGE, delle edizioni E/O che debutterà il prossimo 24 agosto con due romanzi di due esordienti, Matteo Strukul e Carlo Mazza che col pulp e il poliziesco classico raccontano due storie, molto ben scritte, ambientate nella mafia cinese e negli scandali della sanità.

L’intervista è finita. Nel salutarti, ringraziandoti della tua disponibilità, permettimi un ultima domanda. Progetti per il futuro?

Un romanzo a cui tengo molto, completamente ambientato all’estero. Uscirà a marzo…

:: Un’intervista a Franck Thilliez a cura di Giulietta Iannone

5 agosto 2011

Franck Thilliez

Grazie Monsieur Thilliez di avere accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Se ti fa piacere parlaci un po’ di te. Chi è Franck Thilliez? Vorrei conoscere i tuoi punti di forza e di debolezza.

Ho una buona trentina d’anni. Sono ingegnere informatico. Ho lavorato in azienda per una decina d’anni e ho smesso definitivamente da 5. Abito a le Pas de Calais. Oggi vivo di scrittura e ho scritto 9 romanzi tutti thrillers. Punti di forza, diciamo che amo il lavoro ben fatto e bisogna che questo si senta nei miei romanzi. La mia più grande debolezza: troppo lavoro, forse?

Sei originario della regione di Nord Pas de Calais. Sei nato nel 1973 ad Annecy. Parlaci della tua infanzia e delle tue radici.

Sono nato lontano dal centro della letteratura, i miei nonni erano operai e minatori. Sono cresciuto al Nord dove vivevano i miei genitori. Oggi vi abito ancora perchè ci sono le mie radici, i miei amici, e le persone qui sono estremamente accoglienti e aperte agli altri.

Come hai scoperto la passione per la scrittura e per il polar?

Ho iniziato a scrivere all’inizio del 2000 e quindi molto recentemente. La scrittura mi ha sicuramente appassionato per un bisogno di far tornare tutte quelle immagini di film di genere che avevo accomulato durante l’adolescenza. Verso i 27-28 anni si sono iniziati a formare nella mia testa delle sceneggiature cone dei personaggi, una trama. Mi sono detto: ” Ecco questa storia costituirebbe un film interessante, un film che a me piacerebbe”. Sono entrato nella vita professionale qualche anno più tardi, lavoravo come informatico, ma quello che volevo davvero era raccontare delle storie. allora mi sono detto: queste storie le posso scrivere nel mio tempo libero. Mi sono seduto davanti al mio computer e ho iniziato. Le mie storie contengono sempre una parte scientifica o medica, semplicemnete perchè adoro la scienza, amo i documentari e mi piace insegnare delle cose ai miei lettori, cerco di costruire storie che arricchiscano!

Quali sono le principali qualità richieste ad uno scrittore di romanzi?

Bisogna avere prima di tutto qualcosa da raccontare. La cosa più importante è la storia. Deve essere appassionante e partire da un’idea forte. Personalmente io impiego a volte parecchi mesi prima di trovare queste famose idee. Dopo durante la stesura ci vuole molto accanimento e rigore. Il genere thriller è un genere che non perdona: i lettori sono esigenti e si aspettano che un thriller sia perfetto dall’inizio alla fine! Altra qualità importante: pensare costantementea tuoi lettori, mettersi al loro posto, e tentare di sentire ciò che proveranno durante la lettura di questo o quel capitolo.

Nel 2004 hai pubblicato il tuo primo romanzo Train d’enfer pour Ange rouge, nominato al Premio SNCF del polar francese. Come è stato accolto prima dagli editori e inseguito dalla stampa?

Il solo fatto di sapere che il proprio libro è stato selezionato per un premio, quale che sia, è emozionante; ci si dice: Wow, faccio parte di quelle persone! Il mio romanzo gareggiava con i più grandi. Train d’enfer era tra i primi dieci polar nominati al premio SNCF ( poi La stanza dei morti ha avuto il premio l’anno seguente!) e ciò mi aveva incoraggiato mostrandomi che ero capace di scrivere storie che piacessero! Un autore debuttante vende in generale pochi libri: come fa a sapere se ciò che ha scritto piace? Se la gente l’ha apprezzato? Figurare nella selezione dei premi da buone indicazioni. Ricevere un premio non cambia la vita, ma rimane un momento forte, indimenticabile e soprattutto si è spinti a fare sempre meglio.

Il successo avuto con La stanza dei morti ti ha permesso di smettere il tuo lavoro di informatico a sollac Dunkerque per dedicarti completamente al tuo lavoro di scrittore. Parlaci di questa esperienza.

Ho scritto La memoire fantôme, il mio quarto romanzo, e tutti i libri precedenti avendo un’attività stipendiata. Scrivevo dunque la sera, durante il week-end, qualche volta durante la pausa del mezzogiorno, sul mio portatile, quando avevo un po’ di tempo! Ma questo diventava insopportabile… Scrivere la sera dopo una giornata di lavoro poi partire per il fine settimana per i saloni e le presentazioni, era veramente faticoso. Così mi sono deciso a prendere un anno di congedo, per l’adattamento cinematografico di La stanza dei morti. L’anno è passato bene, i miei libri vendevano bene, e dunque non ho più ripreso la mia attività professionale, per dedicarmi a tempo pieno alla scrittura.

In Italia sono stati pubblicati La stanza dei morti, Foresta nera, La macchina del peccato, con la Nord Editore.Come vorresti presentare questi libri ad un lettore che non li conoscesse?

Scrivo dei thriller che come indica il nome sono destinati a provocare dei brividi. Sono storie molto cupe che ruotano intorno a temi come il male, la malattia mentale. Non c’è mai violenza gratuita, e tutto si spiega. Le storie sono sempre dotate da numerose ricerche scientifiche, cercando di rispecchiare il funzionamento della polizia francese. Alterno spesso dei passaggi cupi con dei tratti di vita molto realistici e toccanti.

A settembre sarà pubblicato in Italia L’osservatore con l’editore Nord. Verrai in Italia per presentare il libro?

Si, verrò a Milano, intorno al 27 settembre!

Ci puoi parlare del romanzo?

Mentre scrivevo il mio romanzo precedente Fractures, facevo delle ricerche sulla storia della psichiatria e sono capitato su un fatto sociale che è accaduto negli anni ’40 in Canada. L’ho trovato talmente doloroso e incredibile che mi sono detto: un giorno ci scriverò una storia. In parallelo a questo fatto, ho condotto delle ricerche sul cervello e l’impatto delle immagini sullo spirito umano. Questo romanzo è dunque un miscuglio di scienza, di fatti sociali e di intrighi polizieschi che condurrà il lettore all’origine della violenza. E’ da notare che la maggior parte delle informazioni fornite nel mio romanzo sono veritiere, ciò che rende la storia ancora più emozionante e quando ci si dice: ” Tutto ciò è successo davvero”.

Quali sono gli autori contemporanei che hanno maggiormente influenzato il tuo lavoro?

Già da molto giovane ero attratto dalle storie ad enigmi ( è la mia parte scientifica che si manifestava). Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, era un autore che mi piaceva moto. Amavo anche molto Gaston Leroux, Maurice Leblanc, che erano degli autori brillanti della stessa epoca. Poi c’è stato il periodo Stephen King, nell’adolescenza, che per me resta il maestro assoluto. Ha la capacità di di lasciare delle immagini molto precise vent’anni dopo aver letto i suoi romanzi. Più recentemente leggo molto gli autori francesi, penso che il monopolio del romanzo poliziesco e thriller non è più solo anglosassone o nordico. Per l’Italia ho molto apprezzato il romanzo di Donato Carrisi Il suggeritore.
Al cinema adoro tutti i film di genere noir ( film horror, di serie B, thrillers,…) Nella categoria thrillers, citerei Seven, Il silenzio degli innocenti, e ultimamnete l’adattamento cinematografico di Shutter Island, di cui il romanzo resta uno dei miei punti di riferimento.

Descrivici una tua giornata dedicata alla scrittura.

Scrivo tutti i giorni dalle 8 alle 17. Una delle parti più importanti per me e certamente la più angosciante è la ricerca delle idee per il prossimo romanzo. E’ una fase che può durare due mesi e che è molto spirituale. In questo stadio le domande che mi attraversano la testa sono numerose: Quale sarà il tema del romanzo? I personaggi, il luogo, l’intrigo? Sarà un’ inchiesta poliziesca? etc, etc. Durante questo periodo leggo molto, cerco su Internet senza uno scopo preciso, quardo i reportage, le informazioni. diciamo che divento una spugna che assorbe tutto ciò che può contenere! Il 99.9% delle idee che mi attraversano la testa le escludo, ( sono troppo semplici, già viste ) poi arriva questa piccola percentuale dove si ha l’impressione di avere una pista interessante. Allora mi metto a battere questa pista e se dura più di una quindicina di giorni si tratta dell’idea buona.  In seguito giunge la fase di elaborazione dell’intrigo che dura 3 o 4 mesi. Per me questo avviene nel medesimo tempo. La docuemntazione porta degli elementi alla mia storia e gli elementi della mia storia richiedono nuova docuemntazione! Una volta che avendo messo in scena tutto ciò, diciamo in 6 mesi, il romanzo è pronto, non resta altro che scriverlo! Inizio la redazione senza più fermarmi. So perfettamente dove vado, mi viene di aver ancora bisogno di documentazione per dei passaggi, allora lo faccio contemporaneamente. Dunque mi servano pressapoco 4 lunghi mesi per scrivere e altri due mesi sono consacrati alle correzioni e al lavoro di cesello, consistente nel proporre al lettore una storia esemplare senza mbiguità. bisogna che tutte le porte aperte si chiudano alla perfezione. Cosa che non è la più facile in un thriller complesso!

La stanza dei morti è stato adattato al cienema nel 2007 da Alfred Lot. Foresta nera è stato adattato da Julien Leclercq. Sei soddisfatto di questi adattamenti cinematografici? Ci sono attualmente nuovi progetti cimnematografici tratti dai tuoi polar?

Solo La stanza dei morti è stata adattata per il cinema. Il progetto per Foresta nera è ancora in corso di lavorazione. Il film non sarà disponibile subito. Per La Chambre non ho partecipato alla scrittura della sceneggiatura, ma sono stato sempre vicino all’equipe di produzione. Insieme ci siamo recati nei luoghi del romanzo, mi hanno chiesto come vedevo il film, mi hanno fatto leggere le diverse stesure della sceneggiatura e sono stati sempre molto rispettosi della mia posizione di autore. Ho la fortuna di amare molto il film! L’ho trovato fedele al mio universo, vicino alla storia che avevo creato malgrado gli adattamenti necessari per il cinema. In breve è stata un’ esperienza molto positiva., dove ho imparato molto sul modo in cui gli scritti possono essere trasformati in immagini.
L’osservatore interessa ad alcuni produttori, ma i negoziati sono ancora molto lunghi!

Parlaci della tua relazione con i lettori. Come possono entrare in contatto cone te?

Sono sempre molto vicino ai mei lettori è per loro che scrivo le mie storie! Ogni volta che esce un mio romanzo, vado in libreria, nelle biblioteche per poter discutere con loro. Sono presente su Internet, possono trovarmi principalmente su Facebook.

Per concludere vorrei esprimerti la mia riconoscenza per la tua disponibilità. Potresti fare qualche anticipazione sui tuoi progetti?

Non c’è di che! Per i prossimi progetti  in Francia sta per uscire un” huis clos” dove tre persone si ritrovano chiuse in fondo ad un abisso e devono sopravvivere. Adesso sto scrivendo una nuova avventura con Lucie Henebelle e Franck Sharko, i protagonisti de L’ osservatore!

Sito dell’autore: http://www.franckthilliez.com/