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:: Intervista ad Alessandro Manzetti a cura di Giulietta Iannone

27 luglio 2011

Alessandro ManzettiBenvenuto Alessandro su Liberidiscrivere. Iniziamo subito con le presentazioni. Ti chiami Alessandro Manzetti, classe 1968, romano, scrittore e web editor freelance. Sei il curatore di un sito bellissimo, vera chicca per gli amanti dell’ horror, del noir, del weird che si chiama Il posto nero. Parlaci un po’ di te descriviti anche fisicamente ai nostri lettori, non tralasciando studi, background, pregi e difetti.

Ti ringrazio per le belle parole sul mio blog. Parlare di se stessi è sempre difficile, ci provo: ho una antica passione per la letteratura e il cinema horror, per l’arte in genere, la mia formazione letteraria è classica e ho il rimorso di non aver completato il corso di laurea in Filosofia, mancava davvero poco. Sono un grande curioso e un buon lettore, a volte scrivo qualcosa, sono alto e bello, assai poco modesto, tante volte me la prendo per poco, ma poi passa subito. Amo il Web, la tecnologia e gli strumenti di comunicazione. Il Pinot Nero di Borgogna e il colore blu. Per ora può bastare.

Girando per il web un giorno mi sono imbattuta ne Il posto nero. Ho letto alcune tue interviste a tipi come Jack Ketchum, Jeff Strand, Jonathan Maberry, e Brian Keene, cioè Brian Keene dico uno che mi dicevano fa fare agli intervistatori la fine del tizio dei sondaggi che bussa alla porta di Hannibal Lecter e mi son detta cavoli questo sì che sa fare un’ intervista. Ci sarà qualcuno che non sei ancora riuscito ad intervistare e ti sei ripromesso di non lasciare impunito?

L’intervista a Brian Keene deriva da una “missione speciale” che mi ha affidato Horror magazine per il nuovo numero di H. Si è vero, Keene può essere definito un osso duro e ho dovuto usare una strategia “creativa” per ottenere l’intervista, ma non posso davvero rivelarti di più. Ringrazio Brian per avermi rilasciato alla fine una bellissima intervista, appassionata e senza peli sulla lingua. Per gli altri, sto corteggiando Peter Straub, mi piacerebbe molto chiacchierare di horror con Richard Matheson e George Romero, oltre Stephen King naturalmente. Ci vorrà creatività anche in questi casi, temo. Sono curiosissimo di scambiare qualche battuta anche con Ellen Datlow, Chuck Palahniuk e Joe Hill. Ma i nomi sono davvero tanti. Il rimpianto è non poter avvicinare lo scomparso Richard Laymon.

Gli amanti dell’ horror sono una nicchia di pubblico molto rigoroso ed esigente. Quale è il tuo segreto?

Non ci sono grandi segreti da rivelare, credo sia fondamentale riuscire a creare un contatto diretto con gli autori, spesso immaginati come icone irraggiungibili. Specie per letteratura horror, che ha il suo cuore pulsante, il suo ombelico, negli Stati Uniti. Ascoltare cosa hanno da dire, cosa pensano, come lavorano e quali sogni custodiscono. Spesso si scopre che sono grandi appassionati, proprio come noi. Insomma, Umanizzare e conoscere da vicino gli scrittori che leggiamo e amiamo, comunicare i nuovi autori di talento che stanno emergendo, riuscendo ad anticipare al massimo. Tutto questo con respiro internazionale, non solo legato al nostro mercato. Poi non bisogna avere timore di affrontate argomenti più difficili, che magari garantiscono meno traffico. Questo è quello che cerco di fare sul mio blog.

Incubi e inconscio. Di cosa si nutre il mondo immaginario onirico?

Come mi hanno raccontato spesso diversi autori che ho intervistato, sono le nostre esperienze a materializzare i tanti abitanti dell’inconscio. Prendo in prestito una definizione bellissima e illuminante proprio di Brian Keene: Ogni cuore spezzato, amore, risata, lacrima, parola detta con rabbia, sospiro, frustrazione, sono piccoli grani da macinare per la mia Musa. Credo anche io che funzioni così, sia per l’ispirazione di uno scrittore che per il combustibile del nostro mondo onirico.

Il racconto breve horror più sensazionale che hai letto. Chi l’ ha scritto? Quando? Cosa hai pensato una volta finito?

Faccio una scelta molto classica: The Outsider di Howard Phillips Lovecraft. Scritto nel lontano 1921 ma ancora modernissimo; mi è capitato in mano da adolescente e ancora oggi rimane vivo dentro di me. Una sensazionale realtà capovolta che ha capovolto anche le mie emozioni, indirizzandomi definitivamente verso la letteratura horror e nera.

Steven King o Clive Barker?  

Due pianeti molti diversi, scegliere è quasi impossibile. Per non essere antipatico una risposta te la devo: dico Stephen King per la sua capacità di recitare ad altissimo livello su scenari e generi diversi.

Parlando sempre di Steven King non posso non citare Shining. Che differenze hai notato tra il libro e la trasposizione cinematografica di Kubrick? Due geni a confronto.

Spesso sono dalla parte del libro, e le trasposizioni cinematografiche mi deludono. Certo, Kubrick è immenso, e la sua interpretazione è fantastica e ispirata anche in questo caso. Però forse manca la giusta luce alle doppie letture che si colgono nel libro di King. Shining, uno dei libri più belli che ho mai letto, è pieno di interessanti metafore, come l’alcolismo, che al cinema probabilmente possono sfuggire più facilmente. Dipende sempre da come leggiamo. Però ripeto, sono sempre di parte in questi casi.

Quale è il disegnatore di cover horror che ami di più?

Proprio un paio di giorni fa ero in chat con Alan M. Clark, stavo scrivendo un articolo su di lui per il mio blog e ho voluto rappresentargli personalmente tutta la mia ammirazione. Se parliamo di mondi onirici, Alan M. Clark può essere definito un viaggiatore eccezionale, una specie di Marco Polo del genere. Penso di averti risposto.

Quale è il segreto per una buona intervista?

Sarebbe banale risponderti con preparazione o approfondimento dell’autore, e infatti lo è. Un segreto non c’è, ma cercare e stimolare l’uomo dietro lo scrittore dovrebbe essere tra i principali obiettivi di una intervista. Ma è un mio parere.

Edgar Alan Poe. Quale è il suo racconto che preferisci?

Sono indeciso tra il Cuore Rivelatore e Il Barile di Amontillado. Forse preferisco il primo, visto che soffro di claustrofobia.

Frankestein di Mary Shilley o  Dracula di Bram Stoker?

Mi proponi sempre scelte difficilissime, mi costringi a cannibalizzare. Si tratta di due opere innovative, anzi rivoluzionarie, alle quali devono molto gran parte della letteratura horror e i nostri neri archetipi. Ma con Frankenstein o Il Moderno Prometeo di Mary Shelley mi tocchi sul vivo, devo dargli una leggera preferenza. Ho riletto il libro qualche mese fa, è straordinario, come la vita stessa dell’autrice che vale davvero la pena approfondire. Provo ogni volta grandi emozioni. Chi non l’ha letto troverà qualcosa di molto diverso, inaspettato e bellissimo, rispetto agli adattamenti cinematografici e all’immaginario creato e deformato dal tempo e dal business.

C’è un progetto che ti sta particolarmente a cuore, a cui vorresti dare maggiore visibilità?

Un progetto al quale tengo molto è un antologia di racconti horror che sto curando insieme a Daniele Bonfanti, il titolo è “Arkana-Racconti da Incubo”. Uscirà il prossimo Halloween e sarà scaricabile gratuitamente in formato ebook sul mio blog Il Posto Nero. Conterrà una introduzione di Rocky Wood, scrittore saggista e Presidente della Horror Writers Association, e racconti di grandi autori horror di livello internazionale come Jack Ketchum, Lisa Morton, Lisa Mannetti, John Everson, Michael Laimo, Daniel Keohane, James A. Moore. Molti di questi autori saranno pubblicati per la prima volta in Italia, grazie anche a uno staff di editing e traduzione di alto livello che io e Daniele Bonfanti siamo riusciti a mettere in piedi, tra i quali  Luigi Milani, Alberto Priora, Nicola Lombardi, Luigi Musolino, Alfredo Mogavero. Un progetto di diffusione culturale che nasce, a tutti i livelli, da grande passione. Penso proprio che sarà un bel regalo per tutti gli appassionati di horror.

Collabori con varie testate come La tela nera, Horror Magazine, Sugarpulp.  Come hai iniziato?

La prima collaborazione che ho portato avanti in ambito letterario è con il portale La Tela Nera dell’amico Alessio Valsecchi, E’ iniziata circa un anno fa scrivendo recensioni, articoli, qualche intervista. Oggi per la Tela Nera curo “Il Ragno”, una rubrica di approfondimento sulla letteratura horror. Poco dopo sono nate altre collaborazioni: con il movimento Sugarpulp, che negli ultimi tempi sto colpevolmente trascurando, e con Gargoyle Books. Più recentemente è iniziata la collaborazione con Horror Magazine per curare una nuova rubrica sull’Almanacco H, chiamata Il Corriere di Atlantide, anche questa dedicata ad approfondimenti sulla letteratura horror. Oggi sto dedicando molto tempo alle attività della Horror Writers Association, della quale sono da tempo membro associato e che mi ha recentemente nominato Coordinatore Italia. Tra le varie attività mi occupo di The Raven-News From Hell, il notiziario ufficiale italiano pubblicato sul mio blog, e della rubrica The Italian Horror Machine pubblicata sulla Newsletter mensile dell’HWA. Insomma, tanto da fare e tutto per passione. Forse dovrei rallentare un po’.

Scrivi racconti horror e noir pubblicati in antologie e sul web. Cos’è la paura? Come si esorcizza?

Mi piace caratterizzare le mie storie con una decisa venatura psicologica e onirica. La paura spesso coincide con l’ignoto, con la grande oscurità, si esorcizza con la curiosità di conoscere il diverso, l’altro. Spesso il “mostro” è una proiezione dei nostri limiti. Fare qualche passo in più in questo senso è un grande arricchimento. La paura letteraria, quella che incontriamo tra le pagine di un libro, quella che ci regala forti emozioni e ci fa divertire, va invece espansa più che esorcizzata. Lasciamola correre libera nel nostro stomaco.

Da quest’estate fai parte della redazione di Edizioni XII come Responsabile Marketing. Una passione che diventa un lavoro. Quali sono le tue aspirazioni? Che obbiettivi ti sei posto prima dei 50 anni?

Con Edizioni XII c’è un bellissimo rapporto, è un gruppo di persone fantastiche e talentuose che sta portando avanti progetti davvero interessanti. Ho collaborato per un certo periodo con la redazione e l’ufficio stampa, poi per “colpa” di un nero incantesimo dell’amico Daniele Bonfanti, di strane e insospettate alchimie, sono stato risucchiato sempre più in questa avventura. Insomma, una specie di Maelstrom. Una collaborazione a cui tengo molto, che mi offre molto, strettamente connessa ai rapporti personali. La mia aspirazione è far diventare la passione il mio lavoro principale, oggi non è ancora così. I progetti in cantiere sono molti, a breve e medio termine. Riguardano l’horror naturalmente, la letteratura e la comunicazione, l’Italia ma soprattutto gli Stati Uniti e la Horror Writers Association. Penso che a 50 anni sarò da quelle parti.

Quali sono i siti letterari che segui più spesso?

A parte i grandi portali di genere, esistono molte realtà interessanti sul web, nate da pura passione. Sono quelle che mi piace segnalare, come Malpertuis di Elvezio Sciallis, sono anni che fa un competente lavoro sulla letteratura horror internazionale, oppure Weirdletter di Andrea Bonazzi, che è uno dei pochi, insieme a me, a scrivere anche di arte dark. Per aggiornarmi spendo molto tempo a consultare diversi magazines online, gran parte USA. Shroud Magazine è uno dei miei preferiti.

Cosa ne pensi di Liberidiscrivere? Massima sincerità voglio sapere anche i difetti.

Fate un ottimo lavoro a livello di contenuti. I contributi sono davvero molti, e come dicevo prima è fondamentale il contatto con gli autori. Migliorerei la navigazione e l’interattività con gli utenti. Metterei mano alla grafica, sia in generale che come arricchimento dei singoli post, e creerei delle rubriche tematiche. Valuterei anche piattaforme alternative per il blog, più flessibili e che offrono strumenti forse più moderni. Insomma, interventi più tecnici che di sostanza, ma che oggi fanno la differenza.

Nel panorama dell’ horror, italiani e stranieri, quali sono i nomi da tenere d’occhio?

In questo caso ci vorrebbe molto più spazio e tempo per risponderti, posso fare giusto qualche cenno. Tra gli italiani, terrei d’occhio autori come Samuel Marolla, Cristiana Astori e Claudio Vergani, poi nomi blasonati come Danilo Arona, Alda Teodorani e Gianfranco Nerozzi che continuano a proporre interessantissimi lavori e prospettive. Ma la fusione di generi attuale ci fa sconfinare nel noir soprannaturale, nomi come Barbara Baraldi e Marilù Oliva sono caldissimi. Anche Eraldo Baldini a volte entra nel genere con molta originalità e territorialità. Uscendo dalla narrativa, è da seguire con attenzione Daniele Serra che con le sue magnifiche illustrazioni è già riuscito a conquistare il mercato internazionale dell’horror, quello che conta. Uscendo dall’Italia, evitando di citare i soliti nomi ridondanti,  ci sono grandissime prospettive per Sarah Langan e Lisa Morton. Mentre Hank Schwaeble, Norman Prentiss e Nate Kenyon stanno scrivendo cose molto stimolanti. Ma dimentico tantissimi altri nomi, sia in Italia che all’estero. Dovrai farmi un’altra intervista.

E ora parlami dei tuoi gusti letterari. Parlami dei tuoi autori preferiti, dei libri che ami di più, di quelli che proprio non ti sono piaciuti.

Rimango nel genere horror per non prenderti troppo spazio. Autori come Peter Straub,  Richard Matheson, Richard Laymon,  Thomas Ligotti, Chuck Palahniuk, Jack Ketchum , Ramsey Campbell sono tra i miei preferiti. Mi piacciono molto anche i lavori di Valerio Evangelisti e Tiziano Sclavi. Tra i libri che sono rimasti attaccati alle mie cellule più profonde cito la Casa dei Fantasmi di Peter Straub e Io Sono Leggenda di Richard Matheson. I libri che non mi piacciono sono quelli troppo attenti alle logiche di mercato e di vendita.

Cannibali, zombie, vampiri. Quale è il filone che ha ancora molto da dire?

Il filone zombie è oggi molto di moda, penso che avrà ancora parecchio da dire, le storie di vampiri sono un classico sempreverde, forse il cannibalismo è un tema che può offrire di più, ispirare storie e mitologie innovative, aspettiamo qualcuno che entri nel varco aperto da Jack Ketchum anni fa e ci regali nuove visioni e interpretazioni.

Una curiosità. Cosa stai leggendo in questo momento?

Hot & Ruin di Jonathan Maberry pubblicato da Delos Books. Finora ottime impressioni. Mentre è già pronto sul comodino Il Circo dei Vampiri di Richard Laymon, uscito recentemente per Gargoyle Books. Finalmente.

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Il posto nero.

La rubrica Horror Street sul mio blog, dedicata a interviste con autori horror USA, prevede due domande fisse, una delle quali chiede: Lasciamo immaginare al lettore di percorrere una strada oscura e solitaria per tornare a casa, e di dover girare l’angolo. Chi (o cosa) incontrerà?Eroal primo numero, mi aspettavo dall’autore la materializzazione di qualcosa di terrificante, di orribile, per chiudere il bellezza l’intervista. Invece la risposta è stata: Trova me sotto il portico che gli offro un bel piatto di pasta e fagioli. Tra le tante risposte che ho poi ricevuto, quella rimane indimenticabile. Non ti dico il nome dell’autore, se sei curiosa trovi tutto sul mio blog.

E quello più inquietante.

Un giovane regista straniero tempo fa mi ha mandato qualche mese fa un cortometraggio, davvero duro, anzi dovrei dire disgustoso. Parlavamo poco fa di cannibalismo, di nuove interpretazioni, tanto per farti capire. Io però intendevo altro. Mi chiedeva un parere, non sono ancora riuscito a trovare le parole.

E ora prima di lasciarci, ringraziandoti della tua disponibilità, parlaci dei tuoi progetti per il futuro e salutaci come farebbe Howard Phillips Lovecraft.

Dei progetti futuri te ne ho già parlato, mentre il solitario di Providence probabilmente vi saluterebbe così: Buona vita e buoni libri, con la consapevolezza di  non poter contare, quel giorno, sulla compassione degli Antichi.

:: Intervista con Sergio “Alan” D. Altieri a cura di Giulietta Iannone

20 giugno 2011

altieriBenvenuto Sergio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. È un grande onore averti sulle nostre pagine. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora ora ti dico tutto quello che so di te poi tu aggiungerai quello che manca. So innanzitutto che sei lombardo come me, nato a Milano nel 1952, ti sei laureato in ingegneria meccanica, hai vissuto negli Stati Uniti, oltre a fare il direttore editoriale sei uno scrittore, un traduttore e uno sceneggiatore. Ora a te la parola.

Anzitutto, un profondo ringraziamento per ospitarmi sulle vostre pagine, un doppio rigraziamento per lo spazio e l’interesse che dedicate agli Autori e alla scrittura. Non dimentichiamoci che la media della lettura in Italia è 0,75 libri all’anno pro-capite. Non esattamente incoraggiante. Per cui, chiunque decida d’interessarsi di autori narratori, libri, scrittura… well, gets my vote. Venendo al mio lavoro, la sintesi che ne fai è pienamente centrata. Posso aggiungere di essermi formato da ragazzino proprio sulle collane da edicola Mondadori — Giallo, Segretissimo, Urania — delle quali poi ho avuto il privilegio di diventare Editor. Quello che definisco “il demone di raccontare storie” mi ha posseduto fino dall’eta’ di circa quattordici anni. Piccoli racconti sostanzialmente di SF, molto derivati dal lavoro dei grandi maestri come Asimov, Clarke, Simak, Heinlein.

Il tuo romanzo di esordio si intitolava Città Oscura un thriller d’azione molto adrenalinico, ambientato in una Los Angeles in bilico tra Fuga da Los Angeles di Carpenter e Sin City dei fumetti di Frank Miller. Che ricordi hai dei tuoi inizi, della tua strada verso la pubblicazione?

Ti ringrazio di avere citato “Citta’ Oscura”, il mio primo libro pubblicato che ancora oggi viene da molti considerato l’antesignano dei “thriller metropolitani”. Ecco pero’ un aneddoto forse poco conosciuto sui miei esordi. In realta’, iniziai il mio primo “libro grosso” nei primi anni ’70, e gia’ da allora ero affascinato da vicende catastrofiche. Quel libro NON ERA “Citta’ Oscura”. Al fulcro della storia — inevitabile effetto della dura situazione di scontro politico e sociale di quegli anni — c’era un colpo di stato militare in Italia, seguito da guerra civile da disgregazione su vasta scala, suggerita ma mai chiaramente definita. Era gia’ un testo di grossa lunghezza, superiore alle 700 cartelle dattiloscritte: considera che a quel tempo non esisteva ancora quel meraviglioso giocattolo oggi chiamato “personal computer”. Per quel primissimo lavoro — tralascio i dettagli della presentazione del lavoro medesimo sulla scena editoriale — riuscii addirittura a ottenere un contratto di pubblicazione con un valido editore. A cui segui’ un editing prolungato e approfondito. Quell’editing — a opera di uno straordinario uomo di libri di nome Vincenzo Accame — a tutt’oggi rimane per me tra le esperienze di apprendimento piu’ fondamentali in materia di scrittura e tecnica narrativa. Purtroppo, i tempi editoriali per la pubblicazione si dilatarono su un arco di anni. Fast-forward. Tra il 1978 e il 1980 avevo gia’ scritto il mio secondo romanzo: “Citta’ Oscura”. Un diverso editore — il grandissimo Andrea Dall’Oglio, che poi divenne il mio editore primario nel marchio Corbaccio — decise di pubblicare “Citta’ Oscura” in tre settimane dopo che glielo ebbi presentato. Questo porto’ a una situazione di conflitto quasi paradossale. La mia opera prima, ormai narrativamente e politicamente “datata”, sarebbe apparsa dopo “Citta’ Oscura” e con  un diverso editore. Un conflitto che mi costrinse a prendere la tutt’altro che facile decisione di NON pubblicare l’opera prima, rimanendo poi con l’editore Dall’Oglio. Ti posso garantire, fu un boccone all’acido cianidrico. Ma ancora oggi ritengo sia stata la cosa sensata da fare. Dopo “Citta’ Oscura”, pubblicato nel 1981, esattamente trent’anni da oggi, il demone della scrittura ormai era “al top”. In meno di due anni scrissi — prima a mano e poi con la macchina da scrivere — altri due libri: “Alla fine della notte”, thriller spionistico da Guerra Fredda, e “L’occhio sotterraneo”, il mio primo, vero thriller apocalittico. Nel 1983, ebbe poi inizio la mia esperienzza negli Stati Uniti, lavorando come “story-editor” — l’equivalente di editor per una compagnia di produzione cinematografica — per il leggendario, purtroppo compianto mega-produttore Dino De Laurentiis.

Negli anni ’80 hai lavorato molto nel cinema, faccio due nomi Velluto blu e L’anno del dragone. Raccontaci un episodio bizzarro, divertente, imbarazzante che ti è successo sul set di questi film.

La domanda e’ estremamente provocatoria e pertinente. Ed e’ proprio per questo che mi piace. Da “trentenne rampante immigrato” quale ero, lavorando per Dino De Laurentiis, mi ritrovai a contatto con registi del calibro di David Lynch, Micheal Cimino, David Cronenrberg, John Carpenter, solo per citare le “leggende”. Tutti questi grandi maestri furono con me di straordinaria umanita’ e gentilezza. In “Blue Velvet” — nella “location” Wilmington, North Carolina —  David Lynch mi permise di “guidare il taxi” nella scena in cui Kyle McLachlan scende di fronte alla casa di Isabella Rossellini. Sto ovviamente parlando dei personaggi del film. Ci vollero’ quattro “takes” perche’ riuscissi a fermare il taxi proprio nel punto giusto della ripresa. In quei quattro “takes” Kyle si rivelo’ uno dei esseri umani piu’ simpatici e inaspettati che abbia mai incontrato. Osando di tutto e di piu’ — nella lavorazione de “L’anno del dragone” — cenai con Michael Cimino in uno di quei ristoranti di New York dove servono bistecche alla brace alte due dita. Gli posi una domanda che mi stava sullo stomaco fin da quando avevo visto quello che ancora e’ considerato il suo capolavoro: “The Deer Hunter” (Il Cacciatore). Ecco la domanda: “Michael, ma perche’, alla fine di tutta quella tragedia, fai cantare ai tuoi personaggi l’inno americano?” La sua risposta, straordinariamente sincera e disarmante: “Perche’ non hanno trovato niente di meglio da cantare.” D’accordo, quella cena mi e’ costata centoventi dollari. Ma ne e’ valsa centoventi volte la pena.

Cambiando del tutto genere recentemente hai scritto una trilogia a sfondo storico Magdeburg composta da L’eretico, La furia e Il Demone. Vuoi parlarcene?

Ack! La classica domanda da un milione di dollari (credo il dollaro valga ancora qualcosa). Battute discutibili a parte, la “Trilogia di Magdeburg” e’ verosimilmente il “pezzo duro” del mio percorso di narratore. Parlarne per esteso richiederebbe uno spazio web che non mi sento di infliggere ne’ a te ne’ ai nostri lettori. Cercherò quindi di metterla in forma forse anche troppo sintetica:

— il mio primo concetto arriva dagli anni del liceo, in cui appresi che in Europa, tra il 1618 e il 1648, era stata combattuta una guerra chiamata “Guerra dei Trent’Anni”;

— domanda: come accidenti e’ possibile che una guerra possa andare avanti per trent’anni?;

— risposta: non avevo ancora il concetto di “guerra generazionale”, vale a dire un conflitto in cui il bastone del testimone viene passato senza soluzione di continuita’ da una generazione alla successiva…

… fino al paradosso che ci si dimentica del perche’ si combatte. L’esempio piu’ classico di “guerra generazionale” che abbiamo a tutt’oggi e’ il coflitto tra israeliani e palestinasi.

— anni dopo, era il 1974, vidi un film chiamato “The Last Valley” (L’Ultima Valle), un grandioso affresco proprio sulla Guerra dei Trent’anni scritto e diretto dal grande autore australiano James Clavell, il cui testo letterario piu’ celebre e’ “Sho-Gun”, la saga del navigatore britannica John Blackthorne nel Giappone imperiale del XVII Secolo;

— quel film e “Madre Coraggio e i suoi figli” il capolavoro teatrale di Berthold Brecht intitolato, sono le radici di “Magdeburg”;

— quasi trent’anni piu’ tardi — la sintesi dell’intera trilogia e’ del 1993 e i primi capitoli de “L’Eretico” vennero scritti nel 2000 — con sette anni di scrittura e duemila pagine di testo, ecco quindi la “Trilogia di Magdeburg”, il mio “pezzo duro” di narrativa storica;

— in questo trittico, con l’intrigo dei personaggi in rimo piano, sullo sfondo cerco di rappresentare l’equivalente di quell’epoca, la prima meta’ del XVII Secolo, di una guerra nucleare di oggi.

— se io sia riuscito o meno nell’intento, che siano i lettori a giudicarlo.

Ho letto una tua bella e divertente intervista di Marilù Oliva dove si accenna ad un tuo vago accento da Cowboy. Tutto vero?

Ho grande simpatia per Marilu, e grande stima per il suo lavoro di Autrice. Il suo “Tu la pagaras” e’ un vero gioiello del noir contemporaneo. Quanto al mio accento da “cowboy”, con quei vent’anni di Stati Uniti alle spalle, immerso nella lingua americana, well, I guess, it’s just about inevitable, to pick up some of that drawl… Ooops, mi e’ scappato di nuovo.

Come è la situazione editoriale in Italia rispetto alla tua esperienza negli Stati Uniti?

Direi che la differenza piu’ sostanziale sia la percentuale dei lettori. L’Italia rimane uno dei paesi al mondo nei quali si legge di meno: in media 0,75 libri all’anno pro-capite, ultimo posto in Europa per la lettura dei quotidiani. Il web, in tutte le sue forme sia d’informazione che di diffusione testi, ha un po’ alzato le percentuali, ma comunque non in modo significativo. Il “mostro con un occhio solo” — la televisione, per intenderci — e’ l’idrovora che continua a fagocitare tutto e tutti. Un unico esempio che trovo molto significativo: il quotidiano piu’ venduto in Italia, il Corriere della Sera con le sue ottocentomila copie (in una buona giornata), a confronto con il telegiornale meno visto in Italia, il TG4 con quasi 4 milioni di spettatori. Al contrario, il lettore medio americano legge da 3 a 5 libri all’anno. Inoltre, nelle grandi citta’ — dove si concentra la meta’ della popolazione degli Stati Uniti — i grossi quotidiani come NY Times, LA Times, Washington Post, Chicago Tribune, tra vendite dirette, abbonamenti cartacei e utenti web hanno percentuali di lettura nell’ordine dei milioni di copie. L’altra sostanziale differenza tra la situazione editoriale italiana e quella americana e’ il rapporto tra edizioni rilegate ed economiche. In Italia, il rilegato copre i quattro quinti delle vendite. Negli Stati Uniti, il tascabile copre i due terzi delle vendite. Infine, il mercato in ascesa degli e-book: Italia 2 percento, Stati Uniti, 15%. Solamente numeri, ma a non trattarli con il massimo rispetto tornano a vendicarsi.

Hai tradotto per i Meridiani di Mondadori Raymond Chandler e Dashiell Hammett due autori che adoro in assoluto, veri maestri del hard boiled, confrontami i loro stili, i loro punti deboli e quelli di forza.

Concordo appieno con l’adorazione verso questi due straordinari maestri. In particolare, nei due volumi del meridiano Chandler, ho avuto l’onore di lavorare al fianco con la grandissima Laura Grimaldi, che considero uno dei miei mentori sia per la narrativa che per l’editoria. Tornando all’opera di Hammett e Chandler, parlare di punti deboli e’ impossibile. Semplicemente non esistono punti deboli ne’ nella loro “filosofia letteraria” ne’ nei loro scritti. Al fulcro sia di Hammett che di Chandler, la figura del “cavaliere in armatura di flanella grigia”, il detective privato duro ma non necessariamente puro, comunque ancora dotato di etica in una societa’ gia’ corrotta, forse irrimediabilmente corrotta, nel profondo. Da traduttore — ma e’ molto piu’ corretto che vi rimandi agli eccezionali i saggi critici che accompagnano entrambi i Meridiani — direi che le differenze nel lavoro di questi straordinari maestri siano sostanzialmente due:

— l’approccio al protagonista: piu’ distaccato e cinico l’investigatore di Hammett, piu’ esistenziale e crepuscolare l’eroe di Chandler;

— gli stili: essenziale fino a diventare quasi barocca la scrittura di Hammett, di cartesiana eleganza e raffinatezza quella di Chandler.

Ancora oggi voglio ringraziare Renata Colorni ed Elisabetta Risari, le due golden ladies dei Meridiani Mondadori, per avermi dato la lusinghiera opportunita’ di rendere onore al lavoro degli autori che piu’ qualsiasi altro hanno influenzato il mio lavoro di narratore.

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito per coraggio, intraprendenza, spirito?

Dal mio personale punto di osservazione, negli ultimi anni il paesaggio narrativo italiano ha acquisito una fenomenale vitalita’. Molti nuovi autori, molti nuovi lavori, molte nuove sfide. In cima alla lista degli Autori italiani che piu’ rispetto e dei quali non mi perdo un solo libro si trovano, ex-aequo:  Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Raul Montanari, Danilo Arona, Franco Forte, Nicolo’ Ammanniti, Gianni Biondillo, Alessandro Defilippi, Mauro Marcialis, Alfredo Colitto, Giulio Leoni, Gianfranco Nerozzi, Stefano Di Marino, Bruno Arpaia, Claudia Salvatori, Elisabetta Bucciarelli, Nicoletta Vallorani.

In tutta onesta’, la parola “esordiente” non mi piace troppo. Un narratore resta comunque un narratore, sia che i suoi lavori appaiaono sul web che in rilegato da un grande editore.Sempre restando sugli italiani, ritengo che possiamo contare su almeno due nuove generazioni di talenti in rapida ascesa. Mi limito a citare solo i nomi a me piu’ vicini:

Roberto Riccardi, Piernicola Silvis, Stefano Pigozzi, Samuel Marolla, Barbara Baraldi, Adriano Barone, Vincenzo Spasaro, Simonetta Santamaria, Zarini & Novelli, le Sorelle Martignoni.

Diversissimi per tematiche e stili, ma uniti nella straordinaria voglia di narrare. Go for it, Kids!

Progetti per il futuro?

In questo scorcio pre-estivo 2011, assieme al grande maestro Gaetano Staffilato — uno tra i piu’ straordinari linguisti italiani — sono impegnato nella traduzione del nuovo, attesissimo volume della monumentale saga fantasy di George R.R. Martin “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”. A proposito: non perdete l’ottima serie televisiva prodotta dalla HBO del primo volume della saga, “Il Gioco del Trono” (A Game of Thrones). Per quanto riguarda la mia di scrittura, ho non meno di cinque libri gia’ completamente strutturati. Tra essi, i due volumi che dovrebbero concludere la “Pentalogia dello Sniper” Russell Kane, e quello che potrebbe essere il “pilot” di una nuova serie d’impianto decisamente futuristico. Al tempo stesso, il progetto al quale vorrei davvero dedicarmi nel 2012, well, okay, so be it: “Magdeburg 4: La Via della Spada”. E’ un testo che definirei un “prequel parallelo” al trittico di Magdeburg — ambientato quasi interamente nel Giappone imperiale successivo alla fine delle guerre feudali — in cui descrivo come Wulfgar e’ diventato Wulfgar. Potrei mettere altri “hamburgers on the grill” (tornando all’accento da cowboy che piace tanto a Marilu, ma credo possa bastare cosi’.  Un grande grazie a tutti per avermi seguito. E ricordate: leggere-leggere-leggere!

:: Intervista a Andrea Pelfini boss di Pegasus Descending

18 giugno 2011

Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere. Nei rapporti di buon vicinato tra blog letterari è d’obbligo segnalare gli amici e i colleghi di cui si segue assiduamente il lavoro. Dunque facciamo le presentazioni, ti chiami Andrea Pelfini sei il curatore poco convenzionale di Pegasus Descending. Parlaci un po’ di te, uomo per certi versi misterioso, descriviti anche fisicamente ai nostri lettori, non tralasciando studi, background, pregi e difetti.

Beh, prima di tutto grazie per il tuo essere una lettrice di Pegasus Descending. Sai, una delle tante balle che si raccontano nel mondo della letteratura – e di quello che intorno a questa arte ci gira intorno – da sedicenti intellettuali con in brandy in mano è che la gente scriva per se stessa. Cazzate. Tutti scrivono per gli altri, scrivono per essere letti da altre persone, alla ricerca di fama e immortalità o, più semplicemente, per sbarcare il lunario. Chi dice il contrario mente, perché esiste solo quello che si percepisce e uno scrittore o un blogger non letto non esiste. Quindi grazie per farmi esistere! Venendo alle presentazioni, bah, non è che ci sia molto da dire: sì, il nome è giusto, presente. Ho iniziato la mia carriera scolastica tre il 1985 e il 1986 in un asilo di suore – ho ancora gli incubi a pensarci – e non ho ancora finito. Ho studiato medicina e scienze politiche, ora mi sto specializzando in scienze cognitive. Non so se serva, ma studiare è una cosa che mi appaga e, nonostante tutto, a volte, riesce a sedare un poco la mia curiosità. Intanto lavoro in una casa editrice di enigmistica, dopo aver passato cinque anni in un Blockbuster a noleggiare film e vendere videogiochi e aver fatto due figli. Non al Blockbuster, quelli, ma a casa. Fisicamente credo di non essere particolarmente originale, qualche milione di anni di evoluzione mi hanno forgiato con due braccia, due gambe e un naso, oltre a tutto il solito corredo di attrezzi che ci portiamo addosso: milza, intestino, cervello, stomaco etc. Ah, se può interessare i tuoi lettori, e a differenza di alcuni di loro, non ho più l’appendice. Credo sia interessante saperlo.

Pegasus Descending un blog che segnalo tra i più interessanti in circolazione dedicato alla narrativa e al cinema di genere pulp, thriller, hard boiled, noir. Un blog tosto insomma. Come è nato?

È nato per caso. Prima di Pegasus Descending avevo fondato una piccola rivista online di cultura e politica, L’Idea, in cui cercavo di parlare di questi temi con ragione e pacatezza, non rinunciando alla dialettica, ma sempre mediata dall’argomentazione oltre gli steccati ideologici che incatenano le menti (cavolo, mi sembra di parlare come Vendola…). Voleva essere un punto di incontro collettivo per giovani e meno giovani che avessero voglia di scrivere e confrontarsi, condividendo quello che uno sa con il prossimo e garantendo, così, un giovamento reciproco. Beh, la cosa non ha funzionato, non aveva accessi e nessuno sembrava avere una gran voglia di scrivere, dovevo pregare le persone per un pezzo da dieci righe etc. Sono stato fermo per un po’, poi, però, la voglia di scrivere e parlare di quello che vedevo e leggevo era troppo forte. Collegato alla rivista avevo un blog, L’Ideablog, e un giorno in cui non ero particolarmente impegnato ho postato una recensione su un film di Fausto Brizzi, Ex, che avevo appena visto al cinema. Qualche tempo dopo ho comprato, ancora una volta per caso, Un sudario non ha tasche di Horace McCoy e ne ho scritto una recensione. È anche grazie a quel libro che ho conosciuto Luca Conti, leggendo una sua postfazione e poi cercando il suo blog su internet. Mi sono detto: perché non provare a tenere un blog sul thriller, noir, pulp e affini? Poi la cosa ha preso piede e da un post ogni tanto sono diventati due, poi tre, infine cinque alla settimana. Hanno cominciato a contattarmi autori più o meno noti e uffici stampa, ho iniziato a fare interviste a scrittori italiani e stranieri o ad andare a presentazioni di libri a Milano. Il nome del blog, ancora una volta, è nato per caso: stavo leggendo Prima che l’uragano arrivi di James Lee Burke, il cui titolo originale è proprio Pegasus Descending. Mi piacque subito e decisi di intitolare così il blog.

Nel tuo blog si danno appuntamento semplici lettori e traduttori, editori. Sei diventato una sorta di punto di riferimento. Come vivi questo ruolo di maestro di cerimonie?

La cosa mi fa piacere, soprattutto perché è un riconoscimento del mio lavoro, del fatto che qualcosa di buono c’è. Poi credo molto nel creare un punto di contatto tra lettori, editori e tutte quelle altre persone che lavorano nel mondo dell’editoria, traduttori in primis. Credo che, a maggior ragione in questo periodo non splendente per l’editoria, sia fondamentale per gli editori coltivare un proprio pubblico, prestare particolare attenzione alla sua voce e alle sue esigenze che, permettimi di dirlo, sono sempre e solo legate alla qualità del prodotto che viene messo in vendita. Puoi fare una megacampagna pubblicitaria, ma se il libro non è buono lo freghi solo una volta, il lettore. E alla fine io non cerco di fare altro che quello, dire: attenzione, quel libro è buono e quell’altro no, per questo motivo o per quello. Ovviamente sempre e solo secondo me, una recensione è per definizione soggettiva. Ho un gran rispetto per i soldi di chi legge Pegasus Descending – perché, già, i libri sono un prodotto che si paga – e analogamente a quanto detto per gli editori, li potrei fregare una volta sola. Perché tutto si gioca su sincerità e autorevolezza. Nient’altro.

Hai la fama di uno che non le manda a dire, di uno senza peli sulla lingua. Capacissimo di spaccare il culo ai passeri. Iniziamo quindi con le domande difficili. Sei un profondo conoscitore della materia quindi vado sul sicuro. Nel panorama odierno c’è per te un autore sottovalutato, italiano o straniero non importa, chessò perché gli editori non lo promuovono abbastanza, perché è troppo politicamente scorretto per calamitare il grande pubblico, che ti piacerebbe avesse più visibilità e che ne venissero finalmente riconosciuti i meriti?

Una premessa: sono un grande amante dei passeri e non potrei mai fare loro del male. Figurati che quando vivevo in Ossola avevo pure una mangiatoia tutta per loro in giardino, per l’inverno. Era una sorta di Caritas passeriforme. Detto questo veniamo a noi: i sottovalutati sono molti, anche se non sempre per colpa degli editori, a volte ci sono autori straordinari e ben sponsorizzati e promossi che, però, non trovano un analogo riscontro da parte del pubblico. La cosa mi dispiace molto. Se leggi Pegasus Descending sai già di chi parlo: Jim Nisbet, James Lee Burke, Dave Zeltserman sono tre grandi che temo avremo qualche difficoltà a leggere ancora in Italia. La Fanucci aveva fatto un buon lavoro su questi autori, ma evidentemente hanno venduto poco e la loro pubblicazione continua a essere rimandata. Figurati che un lavoro di Zeltserman, Pariah, se non ricordo male, è già anche stato tradotto, la sua pubblicazione era prevista per febbraio 2011 ma se ne sono perse le tracce. Invece si continuano a sfornare thriller nordici solo perché fanno figo, anche se la cosa che non smette di stupirmi è come questi libri vendano più della gente detta sopra. Proprio non capisco. Boh. Per questo, forse, faccio un altro lavoro, invece dell’editor! Eh eh.

Che cosa ti piace e non ti piace dell’editoria italiana?

Non mi piace che è paracula, cioè, va bene fare soldi e chiudere il bilancio in attivo, ci mancherebbe, e però si potrebbe anche fare, ogni tanto, un lavoro di tipo culturale, puntare su qualche autore e promuoverlo, sbattersi, investire su di lui anche se non vende 50.000 al primo romanzo, ma è in grado di reggere nel tempo e di lasciare qualcosa ai suoi lettori. Poi, sai, parlare di editoria, così, generalizzando, è anche profondamente sbagliato, perché ci sono realtà come la Meridiano Zero – guarda caso realtà medio-piccole – che invece cercano vie alternative, per sfangare il bilancio puntano sulle idee. La necessità, è proprio vero, aguzza l’ingegno. Mi piace che c’è gente come Fazi che ripubblica Caldwell. Comunque non è tutta e solo colpa dell’editoria, ma anche dei lettori. Siamo sempre lì, alle due curve: una della domanda e una dell’offerta.

Quale è la recensione più difficile che hai scritto? Ti è mai capitato di destreggiarti con uno scrittore scontento dopo una tua stroncatura?

Nessuna recensione è mai difficile o, all’opposto, lo sono tutte. Alla fine non sono un recensore o un critico, figuriamoci, sono solo uno a cui piace leggere e scrivere e, allo stesso tempo, discutere con altri appassionati delle cose che legge e scrive. Quindi prendo un libro e ne parlo, cercando di dire perché mi è piaciuto o perché no, motivando quello che dico. Poi, certo, ci sono libri più impegnativi e altri più da cazzeggio e, come forse ti sarai accorta, anche il mio tono, il mio stile – chiamiamolo così – si adegua alla lettura fatta, diventando più o meno seriosa, anche se il mio riferimento stilistico è e rimane Hunter S. Thompson e il suo gonzo journalism, un misto di narrativa, cronaca e impressioni personali. Per quel che riguarda la seconda parte della tua domanda: no, non è mai capitato o, almeno, non sono mai stato insultato. E questo è già un successo. Magari perché scrivo su Pegasus Descending e non sul Corriere della Sera, non sposto migliaia di copie e non decreto il successo o l’insuccesso di nessuno. A me, comunque, piace pensare che gli scrittori siano persone sufficientemente intelligenti da comprendere che le opinioni altrui, quando educate e motivate, anche se negative, sono pur sempre un arricchimento, un guardare la stessa cosa – il proprio lavoro – da un punto di vista diverso. Certo, alcuni autori, con cui sono stato più o meno critico, non mi hanno più chiesto di recensire i loro lavori o con Valerio Varesi  ho avuto uno scambio di mail dopo aver tacciato come “banalità” le sue idee sulla montagna e sul suo sviluppo. Sai, da montagnino mi sono sentito toccato nel vivo su un argomento in cui ho sentito, da ormai quasi trent’anni, una marea di puttanate. E le cose, poi, sono rimaste sempre le stesse e i problemi insoluti. Quindi, quando sento dire che la montagna dovrebbe rimanere territorio da solitudine new age per filosofi in pensione, beh, mi parte l’embolo!

Pensi ci sia in questo momento un serio tentativo di imbavagliare la stampa e limitare il potere di critica? Ti è mai capitato di ricevere pressioni?

No, non credo ci sia questo tentativo e ti spiego il perché: i giornali, anche quelli, sono pieni di paraculi, nani e ballerine che elogiano e stroncano per tutta una serie di motivi che esulano la critica e qualità letteraria. Le case editrici, magari, fanno pure pressione, ma sono i salotti il vero cancro della libertà di pensiero, le chiese e la teoria del partigiano. Il noi e il voi. L’ingroup e l’outgroup. Non c’è un elemento esterno, a mio avviso, che prema per imbavagliare qualcuno, ma sono gli stessi recensori, giornalisti e scrittori a imbavagliarsi da soli, per i motivi appena espressi. Però c’è la rete, ci sono i blog, quelli che non piacciono alla Mastrocola ma che sono la frontiera dell’impegno sociale e culturale del nostro Paese. io, per me, prendo spunto per le mie letture, ormai, solo dai blog e dai blogger di cui mi fido, che so dire pane al pane e vino al vino. Ecco, spero che anche in questa frontiera, però, non entrino i salottini, gli amichetti del quartierino, ma, all’opposto, che i blogger rimangano essenzialmente lettori che sanno anche scrivere e hanno voglia di far risparmiare soldi ad altri lettori o spendere tempo ed energie per invitare a leggere questo o quell’autore. Anche questo è impegno civico. Mi è capitato di ricevere pressioni, sì, anche se nella grande maggioranza dei casi, in questi due anni e più di attività, ho avuto la fortuna oltre che di incontrare scrittori in grado di accettare le critiche, anche uffici stampa e responsabili di case editrici consci che se un libro non piace non equivale a insultare la loro mamma. Però, certo, alcuni non mi hanno più invitato a leggere cose da loro edite. E vabbè, ce ne faremo una ragione, no?

Cosa ne pensi della critica letteraria italiana istituzionale e clandestina (per clandestina intendo quella fatta da noi umili blogger)?

In parte ho già risposto sopra: i blogger sono la frontiera della critica indipendente e credo che la gente, piano piano, se ne stia sempre più accorgendo. Forse non i lettori occasionali, quelli che andando a sbattere contro una pila alta due metri di copie di un romanzo lo comprano quasi per inerzia, ma i lettori forti, quelli che realmente mandano avanti l’industria libraria in Italia, sì. O, almeno, questa è la mia sensazione, anche dai commenti che vengono lasciati su Pegasus Descending o nelle mail che ricevo. L’importante, ribadisco, è che tutti noi blogger continuiamo a essere dei lettori, senza prenderci troppo sul serio ma lavorando seriamente.

Quali sono i siti letterari che segui più spesso?

Tutti quelli che sono nel blogroll di Pegasus Descending. Non sono uno smanettone, uno che passa ore e ore a leggere in mille siti ogni giorno. Ho pochissimo tempo e lo impiego per leggere – altrimenti di che scrivo? – e per scrivere, oltre che a rispondere a chi mi contatta, pubblicamente o in privato. Come potrai vedere scorrendo la breve lista, sono tutti blog o siti personali, di indipendenti, per il discorso fatto pocanzi.

Mi ha molto colpito la tua recensione di Così si muore a God’s Pocket di Pete Dexter. In poche parole cosa diresti per consigliarne la lettura?

Intanto ti ringrazio. Dexter era uno scrittore che non avevo mai letto, nonostante avessi già da anni suoi libri in casa. Come tutti i lettori forti compro dieci e leggo due. Ma se un libro non lo hai, come fai a leggerlo? Su Così si muore a God’s Pocket: beh, per una analisi un po’ più approfondita rimando alla mia recensione su Pegasus Descending. Pete Dexter è un po’ come James Lee Burke: uno che scrive talmente bene da farti venir voglia di piangere.

Un discorso a parte meritano i traduttori. Ancora molto sottovalutati, ma se ci si pensa bene molti autori stranieri sono amati solo grazie al lavoro di questi preziosi più che traduttori, interpreti del pensiero. Quali sono i tuoi traduttori preferiti? Quale è la traduzione più sensazionale che ti viene in mente?

Risposta facile: Luca Conti. E non solo perché con lui credo si sia consolidato un rapporto anche personale, seppur solo via blog. Ho letto decine di lavori da lui tradotti e la sua conoscenza della lingue inglese – e italiana – non ha, al momento, paragoni. Un fuoriclasse. Inoltre Conti traduce una materia, la letteratura di genere e non solo, che destreggia con una competenza eccezionale. Penso che sia realmente uno dei maggiori conoscitori di giallo e affini che abbiamo in Italia. E questa conoscenza si trasmette nelle sue traduzioni, nella voce che è capace di imprimere ai suoi lavori. Se autori di lingua anglosassone come Elmore Leonard – per me un Maestro – possono vantare una nuova giovinezza nel nostro Paese lo si deve anche all’eccezionale lavoro che sta facendo Conti. Basta prendere una vecchia edizione di Leonard e poi una tradotta da Conti per accorgersi della differenza. Ma finché non si fa questo sforzo, vincendo anche una naturale pigrizia, non si capirà mai fino in fondo l’importanza dei traduttori e della loro competenza. E citando Leonard credo anche di aver risposto alla seconda parte della tua domanda. Infine permettimi di citare Giuseppe Manuel Brescia, traduttore di Nic Pizzolatto.

Di’ una cattiveria terribile verso uno scrittore mediocre che si crede Dostoevsky. Puoi anche non fare nomi non vorrei che poi ti trovassi i cortei sottocasa.

Guarda, credo di essere una persona estremamente buona o, comunque, mi impegno ogni giorno per esserlo. Uno dei miei difetti, per esempio o tornando alla tua prima domanda, è che faccio molta fatica a dire “no”, magari caricando di troppo lavoro pur di non voltare le spalle a chi chiede una mano. Mi risulta difficile dire una cattiveria, a maggior ragione su uno scrittore, visto che interpreto la letteratura, lo ribadisco, in una maniera estremamente laica e non personalistica. Però… pensandoci… ihihihi… qualcosa mi sta venendo in mente… Ecco: Omar Di Monopoli assomiglia a Giuliano Ferrara. Tiè. Lo detta!

Secondo te gli scrittori italiani sono penalizzati nel nostro mercato, rispetto agli stranieri rispetto ai generi che segui più assiduamente. O il pulp, il thriller, l’ hard boiled, il noir sono generi poco adatti allo scrittore italico medio?

Bah, Giulia, la storia del fenomeno che viene rifiutato da mille case editrici è un po’ una leggenda metropolitana, secondo me. Se uno non riesce a pubblicare è perché, probabilmente, deve impegnarsi ancora di più, limare, modificare, scrivere e scrivere, riprovare. Invece di lamentarsi e ululare alla luna dovrebbe darsi da dare e giù d’impegno. L’ha detto lo stesso Victor Gischler in un recente incontro milanese: quando sei un esordiente la cosa più difficile è credere che ce la puoi fare, credere nel tuo lavoro. È una salita dietro l’altra. Uno può anche gettare la spugna, ma così non combinerà mai un cazzo nella vita e non solo nel mondo dell’editoria o della letteratura. I nostri scrittori pubblicano e pure tanto, anche se non so quanti hanno una statura internazionale, soprattutto perché vincolati a troppi clichè, troppe seghe mentali, lo scrittore italiano – ma anche il regista – non riesce mai a lavorare rilassato, a raccontare una storia e basta, no, deve sempre insegnarti qualcosa, fare politica, sbraitare contro Berlusconi o fare sociologismo da quattro soldi. E che palle! Per fortuna gente come Al Custerlina, Omar Di Monopoli, Gabriele Reggi, Michael Gregorio, Elisabetta Bucciarelli o Mauro Marcialis, tanto per fare qualche esempio, dimostrano che altre strade sono percorribili. Poi, personalmente, amo moltissimo gli americani, cinematografia compresa, credo che spesso abbiano una marcia in più, una freschezza che ti fa dire cose importanti e serie in modo piacevole, senza mai salire sulla cattedra. Ciò non toglie che pure loro, gli americani, le loro belle cagate le scrivono. Ma hanno pure gente come Elmore Leonard, Pete Dexter, il Premio Nobel in pectore Cormac McCarthy, Philip Roth, James Lee Burke. Poi, certo, purtroppo per loro hanno pure Jonathan Franzen. Ma noi abbiamo Alessandro Baricco. Insomma, non so chi se la passa meglio o peggio. Anzi, no. Lo so.

Un libro imprescindibile che consiglieresti di leggere a tutti non solo agli amanti del thriller?

I tre moschettieri di Alexandre Dumas. È diventato pure il motto di Pegasus Descending: beato colui che deve ancora leggere I tre moschettieri. Anche se forse non ho risposto alla tua domanda: tu mi chiedevi di un libro, io ti ho risposto con la Letteratura!

E ora parlami dei tuoi gusti letterari. Parlami dei tuoi autori preferiti, dei libri che ami di più, di quelli che proprio non ti sono piaciuti.

E già, così andiamo avanti per settimane! Su quelli che mi sono piaciuti ho già parlato a sufficienza, ma ti cito solo Cormac McCarthy, perché il Premio Nobel per la letteratura non avrà valore finchè non lo vincerà questo straordinario scrittore. Che non mi sono piaciuti, beh, ce ne sono centinaia. Te ne dico uno, anzi, tre, che mi attirerà gli strali di tutti gli appassionati di noir e affini: la Trilogia USA Underground di James Ellroy, anche se con vari gradi tra un e l’altro. Il peggiore è Sei pezzi da mille. Per quanto riguarda i gusti sono abbastanza onnivoro. Da quando curo Pegasus Descending, necessariamente, leggo quasi solo letteratura di genere, anche se con continue incursioni al di fuori di esso, vedi Erskine Caldwell, tanto per citare il primo che mi viene in mente. Poi leggo molta saggistica, in particolare afferente ai miei interessi culturali e accademici: scienze politiche, biologia, medicina, anche se ultimamente sono concentrato su lavori inerenti le scienze cognitive, la neurologia e la neurobiologia.

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Pegasus Descending.

Forse quella volta in cui una tizia, o un tizio, neanche mi ricordo più, mi scrisse una mail in cui mi proponeva un suo libro chiedendo la mia parcella per una recensione. Cioè, la recensione on demand! Ringraziai declinando la cosa. Però, ripensandoci, forse non è poi così divertente… per niente proprio… perché la cosa mi fa pensare… non trovi?

Quale è il segreto per una buona recensione alla Pegasus Descending?

Non fare recensioni on demand! Bisogna sempre scrivere quello che si pensa, avendo come principale cura i soldi di chi ti legge e che si spacca la schiena per guadagnarli. Poi non possiamo stare qui a lamentarci se la gente non legge! Se la si prende per il culo, se si spacciano mediocrità per capolavori perché l’ha scritto l’amico dell’amico o perché pubblica per Einaudi ed è andato da Alain Elkan, beh, la capisco. Bisogna leggere, tanto, non perché rende migliori o peggiori, ma perché è divertente ed essere umani significa riflettere, non sfuggire alla complessità del mondo ma cercare di capirla. Leggere significa fare questo. Fine della predica.

Progetti per il futuro?

Impegnarmi affinché i miei figli siano prima dei bambini, poi degli adolescenti e infine degli adulti curiosi e felici. E poi continuare a lavorare su una serie di miei progetti: dalla crescita del blog, ai miei tentativi di scrittura, fino al mio desiderio di poter fare ricerca nei campi di mia competenza. Insomma, continuare a farsi il culo senza mai mollare! Altrimenti, che gusto ci sarebbe?

:: Intervista con Mykle Hansen a cura di Giulietta Iannone

15 giugno 2011

myCiao Mykle. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mykle Hansen? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia! Sono Mykle Hansen, qualcuno mi ritiene un bugiardo. Sono alto dodici metri e sono coperto interamente da gattini. Quando rido, le automobili esplodono. D’altra parte, sono anche allergico al denaro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia infanzia è stata una fregatura. I miei genitori si sono separati, così ho vissuto con mia madre in un posacenere di tre stanze. Mia mamma  fumava 1000 sigarette al giorno, ed era sempre preoccupata per i soldi. Ero uno studente terribile così ho abbandonato l’università per lavorare nel settore industriale. Tutto quello che so, l’ ho imparato da solo.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore?

Mia madre aveva una macchina da scrivere veramente bella, e quando avevo tre o quattro anni ho cominciato a scriverci su solo per sentire il ritmo del suono dei tasti.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

E’ importante non imitare troppo gli uni gli altri . Uno scrittore veramente bravo dovrebbe avere una serie di qualità completamente diverse  rispetto ad altri bravi scrittori. Prendete me per esempio: la mia pelle si illumina al buio, e sono coperto di vagine. Nessun altro scrittore vivente può dire questo. Inoltre uno scrittore per migliorare deve avere un forte ego e credere in se stesso, pur possedendo l’umiltà sufficiente per riconoscere i propri errori.

In poche parole: cos’è la Bizarro fiction? Puoi dirci i nomi di alcuni degli autori principali di questa corrente?

Bizarro è un genere di fiction per le persone che sono stanche della fiction tradizionale. L’obbiettivo dei Bizarro è quello di provocare una reazione, di evitare cliché, e di esplorare la follia. Molti considerano Carlton Mellick III  il padre del movimento, insieme a Jeremy Robert Johnson, Kevin Donihe, Gina Rinalli, e alcuni altri. Bizarro è una grande famiglia – si ricevono un sacco di regali a Natale. Oggi ci sono decine di autori interessanti. Caris O’Malley e Cameron Pierce, per esempio, sono giovani scrittori davvero impressionanti che sembra migliorino ad ogni nuova storia.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Bevo un bel caffè forte e scrivo tutta la mattina, poi la sera leggo fino a quando ho sonno. Cucino la cena per la mia famiglia alle sei. Il mercoledì pomeriggio lotto con alligatori vivi.

Missione in Alaska è un pazzo, pazzo libro. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Un grave mal di schiena. A quel tempo, non potevo nemmeno scrivere, perché non potevo sopportare di stare seduto su una sedia. Alla fine ho inventato una sorta di piano-scrivania, e ho cominciato a scrivere ogni mattina mentre stavo sdraiato sulla schiena. La storia di un uomo bloccato sotto la sua vettura è ovviamente correlata a questo, ma quel pensiero non mi è mai venuto in mente in quel momento. Stavo solo cercando di raccogliere tutte le frustrazioni della mia vita: la mia salute, il mio paese, lo stato del mio mondo. Ero arrabbiato, e avevo bisogno di ridere. Marv Pushkin ha risolto il mio problema.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Marv Pushkin, un vero bastardo e di come la storia ha inizio?

Marv è un pastiche di tutti i generi di persone che mi danno fastidio. Ma poiché sono una Bilancia, cerco sempre di vedere le cose dalla parte del mio avversario in ogni argomento. Quindi, in ogni capitolo ho cercato di simpatizzare con pareri o idee che normalmente mi offendono: il razzismo, il sessismo, l’industrialismo, l’avidità, l’egocentrismo, l’ arroganza, e così via.

La società americana è così negativa o Marv Pushkin è una sorta di assurda esagerazione. Sei ottimista?

Non c’è un solo giudizio sull’ America. Sarebbe come se un pesce desse lezioni sull’acqua. Il nostro governo è stato gravemente danneggiato da decenni di corruzione, e alcuni miliardari stanno lavorando duramente per erodere tutti i progressi sociali del secolo scorso. Ma l’America è ancora molto viva, vivace, piena di possibilità. Invito tutti i disperati, la gente oppressa del mondo a venire in America e ad aiutarci a risolvere il problema.

Ma il vero protagonista è l’orso. Qual è il suo ruolo nel libro?

E’un modo di vedere le cose: Mister Orso rappresenta  il mondo naturale, l’ambiente, e Marv Pushkin è il suo contraltare, rappresenta tutte le azioni umane distruttive che minacciano il mondo naturale: la deforestazione, l’inquinamento, lo sfruttamento e il sovraffollamento.

Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nella parte di Marv?

Morton Downey Jr., di sicuro. O Marcello Mastroianni, se solo fosse ancora vivo. John Goodman nella parte dell’orso.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

In realtà, Missione in Alaska è stato il libro più semplice che abbia mai scritto. Sono stato preso da un’ ondata di ispirazione e che mi ha trasportato a riva. Naturalmente le revisioni hanno preso tempo, ma mi sono goduto ogni singolo momento.

Quali sono i tuoi autori preferiti contemporanea? Parlami  delle tue influenze letterarie.

Ho appena scoperto Sam Lipsyte e sto leggendo tutto ciò che ha scritto. Mi piacciono gli scrittori, come lui, che capiscono la poesia e la usano per scrivere in prosa. Mi piace la sua bellissima lingua, ma non per se stessa. Joy Williams è un altro grande scrittore del genere. Sono anche molto appassionato della generazione appena precedente alla mia: Martin Amis, Jim Thompson, Raymond Chandler, Donald Barthelme… Sono piuttosto ignorante per quanto riguarda i classici, ma mi piace moltissimo Moby Dick.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

La “critica” nel senso accademico del termine non ha grande spazio nel mio paese. Ho letto un sacco di critica sociale in riviste come “N +1” o “The Baffler”, ma non voglio essere troppo analitico, o addirittura consapevole del modo in cui la mia scrittura funziona. Ho fiducia nell’istinto.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

I racconti sono la mia forma letteraria preferita! La mia prima collezione di racconti, Eyeheart everything,  è stata appena ripubblicata dopo dieci anni, e ho un’ altra raccolta di prossima uscita. E’ piena di storie divertenti sulla morte.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Party Like It’s 1984 è una interessante raccolta di racconti brevi in ​​inglese di scrittori della Cina contemporanea. Sono circa a metà. La prima storia, The Devoured Man di Josh Stenberg, è un vero gioiello.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Amo leggere ed esibirmi, e quando Missione in Alaska uscì per la prima volta ideai una performance promozionale in cui mi battevo con un orso vivo sul palco. L’orso suonò anche canzoni d’amore con la chitarra, mentre io davo corso ad una proiezione di diapositive su vari orsi reali e immaginari del Nord America. E’stato un grande successo, anche se girare gli USA con un orso nella mia macchina è stata un esperienza unica che non ripeterò.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Certamente l’Italia è un paese bellissimo! Ma non sono sicuro di come superare la barriera linguistica. Avrei bisogno di un traduttore, o forse potrei insegnare all’orso a fare il mimo.

Quando uscirà in Italia il tuo prossimo libro?

E ‘troppo presto per dirlo, dobbiamo vedere come va questo. Pubblicare un libro è un affare rischioso. Siete pregati di acquistare tutti i miei libri. Se li avete già comprati, siete pregati di acquistarli di nuovo. Acquistate molte copie. Spendete tutti i vostri soldi nel loro acquisto. Grazie.

A Marco Vicentini, il boss di Meridiano Zero, il tuo editore italiano, piace molto il tuo libro. Come vi siete conosciuti?

Non ci siamo ancora incontrati. Per quanto suoni poco affascinante, mi ha trovato su Facebook. Come ha trovato il mio primo libro è una domanda che devi fare a lui. Abbiamo solo avuto uno scambio di lettere finora. Ma penso che abbia fatto un ottimo lavoro con la progettazione del libro, e la traduzione sembra funzionare perché un sacco di fans italiani mi contattano online. (Fans Ciao!)

Parlaci del rapporto con i tuoi lettori?

C’è un piccolo campo di fronte a casa mia pieno di miei lettori. Aspettano fuori per giorni con le loro macchine fotografiche e i loro binocoli, sperando di intravedermi. Mia moglie gli porta tè e popcorn al mattino, ma ogni volta che provo a parlare con loro si comportano in modo così strano – si inginocchiano, mi baciano i piedi, mi porgono i loro bambini, piangono e così via – ed io non so cosa dire. Lo trovo molto imbarazzante. Così li saluto di tanto in tanto dalla finestra, o altrimenti provo ad ignorarli.

Come possono mettersi in contatto con te?

Online, tramite Facebook, o sul mio sito web mykle.com . (Per favore, andate via dal campo davanti al mio cortile).

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Troppi progetti, sempre. Sto scrivendo un romanzo su un unicorno gay, e sto finendo le modifiche ad una raccolta di racconti, poi sto scrivendo un insieme di saggi sui modi in cui i morti possano fornire un vantaggio economico a favore dei vivi. C’è anche una biografia che spero di iniziare presto, se riesco a ottenere l’accesso a determinati documenti, e alcuni progetti per Hollywood  e sono in pauroso ritardo. L’arte è bella, ma c’è dietro un sacco di lavoro da fare.

:: Intervista con James Rollins a cura di Giulietta Iannone

14 giugno 2011

L'altare dell'Eden di James RollinsCiao Jim. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è James Rollins pseudonimo di Jim Czajkowski? Punti di forza e di debolezza.

“James Rollins”, è uno scrittore di thriller, ma come lo pseudonimo implica, spesso indosso un paio di maschere. Sono anche “James Clemens,” scrittore di fantasy. E “James Czajkowski,” veterinario. Con tanti nomi, a volte mi è difficile tenere tutto sotto controllo.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Prima di tutto, do a mia madre la colpa per la mia carriera di scrittore. Ho sempre letto sin da quando ero ragazzo. E’ da questo tutta la follia ha avuto iniziato. Certo, ero anche interessato agli animali e alla scienza e sapevo che sarei diventato un veterinario – ma amavo anche leggere. E la lettura è stata come gettare benzina sul fuoco di una fervida immaginazione. Sono cresciuto con tre fratelli e tre sorelle,  e io ero il “narratore” della famiglia (quello che mia madre chiamava “The Liar”). Così la scrittura mi è entrata nel sangue, fin da molto giovane. Ma non ho mai considerato la scrittura come una vera carriera. Pensavo che per poterlo fare avrei dovuto essere figlio di un autore di successo, chessò di Hemingway o di Fitzgerald. Così, invece di fare lo scrittore mi sono occupato della mia altra passione: la medicina veterinaria. Ma fu un errore. Ho continuato a leggere e in qualche contorto angolo della mia immaginazione ha continuato ad albergare questo sogno e così intorno ai trent’anni ho cominciato a dilettarmi di nuovo con la scrittura. In primo luogo, ho scritto un mucchio di storie brevi, sepolte in qualche angolo del mio cortile, poi il mio primo romanzo, che effettivamente è stato un successo.

Che lavori hai svolto in passato?

Prima di diventare un veterinario ed un autore, ho fatto il cameriere, lanciato pizze in aria, e ho fatto il lavapiatti. Ho anche lavorato in un negozio di animali, in un grande magazzino, e in supermercato di alimentari. Ho anche insegnato chimica all’università.

Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Come hai scelto la fiction?

Come accennato in precedenza, ho sempre amato raccontare storie. Ma fu solo al liceo che ho realmente provato a scriverle. Al college poi ho messo tutto da parte per concentrarmi sui miei studi veterinari. Dopo il college, ho scritto alcuni articoli di saggistica di medicina veterinaria, che mi hanno fatto capire di voler scrivere narrativa. E così un giorno ho deciso di fare proprio questo.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Certo, ho avuto la mia parte di rifiuti: in primo luogo per tutti quei racconti, poi per il mio primo romanzo. Il manoscritto è stato respinto da 50 agenti diversi prima che uno ha finalmente accettato di rappresentarlo. Poi si è scatenata una guerra di offerte tra due editori e finalmente ne ho venduto i diritti. Ho anche venduto i diritti cinematografici. Sono contento che almeno ad un agente il libro sia piaciuto.

E’ vero che Clive Cussler, Robert Ludlum e Wilbur Smith ti hanno influenzato ?

Assolutamente. Leggo ancora Cussler e Smith, e mi manca Robert Ludlum. Ma devo anche dire che Michael Crichton mi ha influenzato moltissimo.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Adoro Stephen King, Dan Simmons, George RR Martin, Steve Berry, Nevada Barr … oh, l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Tu sei l’autore di numerosi bestseller sia thriller che fantasy ricchi di azione e di avventura. Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

E ‘difficile scegliere un preferito, ma il primo libro (quello che è stato respinto da così tanti agenti) occupa un posto speciale nel mio cuore. Questo libro è stato pubblicato negli Stati Uniti con il titolo Subterranean. Anche se è stato pubblicato come un thriller, alcuni personaggi sono creature marsupiali con poteri telepatici che vivono in Antartide … così anche nel mio thriller d’avventura, c’è un po ‘di fantasy. Tutto sommato, mi piace miscelare la scienza weird e i misteri storici tutti insieme.

Nel 2007, sei stato assunto per scrivere il romanzo tratto dalla sceneggiatura del film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Raccontaci qualcosa di questa esperienza.

Prima di tutto, sono un grande fan di Indy. In effetti, mi ricordo quando ho visto I predatori dell’arca perduta per la prima volta. Ci fu un anteprima di quel film, e volevo essere il primo a vederlo. Sono un fan di questo genere di film da geek (e ne sono fiero!). Ma avevo anche prenotato un viaggio in rafting per lo stesso giorno. Mi ricordo che pagaiai molto, molto velocemente per essere sicuro di essere fuori da quel fiume in tempo per vedere il film. Non feci molto in fretta. Così andai direttamente dal fiume al cinema e guardai il film con le scarpe da ginnastica bagnate e i vestiti umidi … e tutto sommato, non è un brutto modo di guardare I predatori dell’arca perduta, ha aggiunto un qualcosa in più alla visione. Per quanto riguarda la scrittura del romanzo, l’ho trovata una sfida interessante e affascinante. E ‘stato molto coinvolgente e liberatorio: decostruire la sceneggiatura, creare i monologhi interiori, espandere alcune scene, e accorciarne altre, e inventare alcune scene nuove di zecca. Lo Studio mi ha dato massima libertà. E tutto sommato, sono stato in grado di aggiungere una dozzina di scene completamente nuove che non sono nello script o nel film. Così mi sono immedesimato così tanto che ho indossato il cappello di Indy e la sua frusta (anche se solo nella mia immaginazione).

Raccontaci qualcosa a proposito della serie Sigma Force?

SIGMA Force è la mia serie attualmente in corso che ha per protagonisti un gruppo di ex soldati delle forze speciali che sono riqualificati in diverse discipline scientifiche e inviati nel mondo per indagare sulle minacce globali. Sono fondamentalmente “scienziati con la pistola”, che si trovano in ogni sorta di guai.

Perché hai deciso di scrivere L’altare dell’ Eden, il tuo ultimo libro pubblicato in Italia dalla  Nord Editore?

Ho sempre voluto unire il mio amore per gli animali con la mia passione per la scrittura. L’altare dell’ Eden mi ha offerto questa possibilità. E ‘quello che io chiamo il primo “thriller veterinario.”

Quanto è durato il processo di scrittura di L’altare dell’ Eden?

Come per la maggior parte dei miei romanzi, trascorro circa 3 mesi facendo ricerca e lavorando sulla trama in generale, poi ci vogliono circa 7 mesi a scrivere il libro e un altro mese per perfezionare il tutto.

Quali opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

La più grande ispirazione può essere trovata all’inizio di questo romanzo. Io uso una citazione tratta da  L’isola del dottor Moreau  di HG Wells.. L’altare dell’ Eden è il mio omaggio a quella grande storia.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Certo. Ha per protagonista una veterinaria, che si imbatte in un traffico di contrabbando di animali esotici, solo per scoprire che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato in questi animali, frutto di alcuni devastanti esperimenti a livello genetico. Deve scoprire perché questo è stato fatto e come fermare i responsabili prima che si scateni una calamità in grado di minacciare l’intera umanità.

Puoi dirci un po’ di più sui tuoi protagonisti?

La veterinaria è la dottoressa Lorna Polk. Lei lavora per un laboratorio di ricerca nei dintorni di New Orleans che sta tentando di salvare alcune specie in pericolo. Quando è chiamata dalla pattuglia di frontiera dopo il ritrovamento di un peschereccio naufragato, deve collaborare con Jack Menard, un agente di pattuglia di confine che condivide con lei un tragico passato. La storia è piena di avventura, suspense, ed esplora il potere di redenzione dell’amore.

Quando uscirà in Italia il tuo prossimo libro?

La mia prossima uscita appartiene alla serie per ragazzi (Jake Ransom and the Howling Sphinx) e uscirà nell’estate del 2012. E il prossimo libro Sigma (The Devil Colony) sarà pubblicato nello stesso periodo … se non prima. Non mi hanno ancora detto la data esatta di uscita.

Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro?

Diciamo che è praticamente la stessa di tutti i giorni: scrivo 4-5 pagine ogni mattina, pranzo, e scrivo  altre 1-2 pagine facendo modifiche nel pomeriggio. Il resto del tempo (1-2 ore al giorno) lo trascorro occupandomi del lato business della scrittura: rispondo alle mail, ecc… Ho di solito giornate molto piene. Lavoro dal Lunedi al Venerdì-e mi prendo il fine settimana libero.

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Sì, è molto emozionante. L’obiettivo di ogni autore è quello di far sì che i suoi libri siano letti da più gente possibile. Sapere che le mie storie sono ora lette in oltre trenta paesi ed è al tempo stesso gratificante e preoccupante.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Naturalmente. Penso che sia impossibile che un libro possa piacere a tutti i lettori. Ci saranno sempre i lettori a cui non piace. Il mio obiettivo è quello di scrivere un romanzo il più emozionante e sincero possibile. Ad alcuni piacerà, ad altri no.

Scrivi anche racconti o solo romanzi ?

Scrivo anche  qualche racconto. Alcune mie storie sono state pubblicate in alcune antologie a cura di James Patterson, George RR Martin, e RL Stine. E ho appena scritto una storia disponibile in formato e-book che leggerete nel prossimo romanzo Sigma. E’ per me un grande divertimento  poter scrivere una storia più breve di tanto in tanto.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sì, ultimamente il grande Dino De Laurentiis lesse i miei libri durante un viaggio in Italia. Li ha letti in italiano e li ha amati abbastanza da chiamarmi e invitarmi a casa sua a Hollywood. Dopo questo incontro, ho finito per vendere alla sua società i diritti cinematografici della serie Sigma.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In realtà sto leggendo i candidati all’Hugo (concorso che premia i migliori romanzi di fantascienza). Lo faccio ogni anno. Attualmente sto leggendo Cryoburn di Lois McMaster Bujold.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Certo. Ho anche fatto un tour in Italia un paio di anni fa. E naturalmente sono accaduti anche episodi divertenti: a volte ho incontrato persone in costume, un’altra volta un tizio mi si presentò davanti per far autografare un mio romanzo con un boa al collo … e una volta mi hanno anche fatto una proposta di matrimonio (che ho rifiutato in quanto non avevo mai incontrato questa persona prima).

Hai molti fan. Qual è rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Ho molti contatti online con i miei lettori. Il mio sito ha un pulsante  “contatta James” per l’invio di una email, ma sono molto attivo anche su Facebook e Twitter. Quindi, se volete sapere cosa sto facendo sono quasi tutti i giorni su Twitter o in alternativa potete trovarmi su Facebook.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto rifinendo il volume di prossima uscita della mia serie per ragazzi, che ha per protagonista il giovane archeologo, Jake Ransom, e sto lavorando alla prossima grande avventura Sigma. Sto anche lavorando ad un progetto segreto di cui non sono ancora autorizzato a parlare. Vorrai mica porre fine ad un mistero?

:: Intervista con Giuseppe Foderaro

13 giugno 2011

FoderaroBenvenuto Giuseppe su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Descriviti anche fisicamente ma non solo ai nostri lettori.

Ciao, grazie a voi per l’ospitalità. Andiamo per ordine… Fisicamente sono una figura mitologica: metà uomo e metà berretto, considerato che non me ne separo mai. Sono incastonato tra due basettoni da competizione, e porto gli occhiali per indicare qual è la mia facciata anteriore, visto che sono quasi un esaedro regolare. Per il resto mi piace definirmi un apostrofo rosa tra le parole t’ammazzo.

Un ragazzo del sud, sei nato nel 1973 a Catanzaro, nella frenetica e tentacolare Milano. Una scelta dettata da esigenze di lavoro o questa metropoli, la più internazionale forse delle città italiane, ti è entrata davvero nel sangue?

Sì, sono italo-calabrese, ma se c’è una cosa che proprio non mi appartiene, è il campanilismo. Nessuno di noi può decidere dove nascere, se avessi potuto farlo probabilmente avrei emesso il primo vagito nel West End di Londra. Bando alle ciance, c’è che sono un randagio, appartengo a uno Stato d’animo, e se ho scelto di vivere a Milano – dopo una parentesi capitolina – è perché è la città italiana che più assomiglia alle metropoli mitteleuropee, ci sto da dio.

Nel tuo sito ho letto che hai iniziato la tua carriera artistica come musicista, frequentando gli ambienti underground Londinesi e Newyorchesi. Raccontaci qualche aneddoto bizzarro legato a queste esperienze.

Fino a marzo 2003, prima che mi trasferissi definitivamente a Milano, suonavo le tastiere con una indie rock band. Poi ho appeso i sintetizzatori al muro e mi sono messo a fare “musica” con la biro. Crescendo sono diventato un po’ misantropo, e ho preferito affrontare il temibile foglio bianco piuttosto che i soliti turnisti ritardatari, i fonici fanatici, o i gestori dei locali che non ti pagano mai. Scrivere è un’arte solitaria, me la godo di più. Frequento Londra fin da quando ero ragazzino, è il mio rifugio, ci vado tutte le volte che ho bisogno di raccogliere le idee o di trovare l’ispirazione per un nuovo progetto. New York è diversa, una sorta di gruppo elettrogeno per il corpo e l’anima, è energia allo stato puro 24 ore su 24. Ho imparato molto nella Grande Mela, soprattutto grazie a Howard, il mio migliore amico manhattanite, scomparso improvvisamente lo scorso autunno. Il tempo trascorso Oltremanica e Oltreoceano è pieno zeppo di aneddoti bizzarri… ora su due piedi mi viene in mente quando lo scorso aprile, sul ponte di Brooklyn, una nutrita comitiva di ragazzi cinesi mi ha fermato convinta che fossi un famoso rapper in voga nell’Estremo Oriente. Faceva un caldo esagerato, e sono rimasto ostaggio di quei tipi per almeno un’ora, senza capire un’acca di cosa mi stessero dicendo. Quando sono andati via ho dovuto prendere d’urgenza una bustina di Polase nel bel mezzo del ponte perché ero sul punto di svenire.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Ho visto in rete delle tue bellissime foto molto hemingweiane con te seduto davanti ad una vecchia macchina da scrivere. La preferisci ancora al computer?

Ho imparato a scrivere molto prima di imparare a leggere; infatti scrivevo e mi chiedevo: chissà cosa ho scritto! Dico sul serio, scrivo più o meno da sempre – la scrittura è catartica per chiunque la pratichi, e a qualunque livello – anche se alla fin fine è da pochi anni che ho deciso di licenziare alla stampa una parte delle cose che riempiono i miei taccuini. Adoro le macchine da scrivere, ne sono feticista, sono dei marchingegni fatati… ma visto che scrivo soprattuto di notte, è opportuno che lo faccia con il Mac, più che altro per ragioni condominiali, ecco.

Stefano Di Marino chiama la sua Milano Gangland e la preferisce addirittura alle maggiori metropoli internazionali come luogo di elezione dei suoi romanzi. Anche tu pensi che Milano sia una città noir per eccellenza perfetta per ambientarci tesissime storie noir hard boiled?

Che a Milano si uccide bene, soprattutto al sabato, ce lo dice in primis l’immenso Scerbanenco. Nella Gangland dell’amico Di Marino mi ci ritrovo molto, Stefano dipinge egregiamente una realtà urbana dura, che esula da quei paradigmi di città glamour da rivista patinata, tutta moda e movida, che colgono solo gli aspetti estetici della meneghinità. La Milano che racconto nelle mie storie è una città oscura e tentacolare piena di gente, rifiuti e confusione, che tutto sa nascondere, persino i corpi.

Torre di controllo è il tuo romanzo di esordio. Riassumimi la trama in poche righe.

Il detective assicurativo Sauro Badalamenti indaga su una serie di omicidi commessi da qualcuno che, evidentemente protetto dal suo buon nome, uccide a colpi di spranga bellissime donne, dopo averle tenute segregate per mesi e fracassato loro le ossa una dopo l’altra per puro sadismo.

Come hai scelto il titolo? A che associazione mentale è dovuto?

Il titolo nasce dall’idea che probabilmente le nostre vite sono condotte e controllate da qualcosa che ci guarda dall’alto, e che noi siamo lo strumento per portare a compimento una sorta di disegno. Che c’è qualcosa, insomma, che decide per noi.

Di chi è l’inquietante foto di copertina del libro?

La foto è stata realizzata dal fotografo romagnolo Marco Giovannini, mentre la modella ritratta è la bella e brava Roberta “Alizee” Cusimano. È uno scatto fantastico, è proprio ciò che avevo in mente.

Raccontami come hai contattato Sangel Edizioni. In precedenza come da tradizione hai ricevuto numerose lettere di rifiuto da parte degli editori, o sei andato a colpo sicuro?

Ho conosciuto la Sangel per caso, sulla rete. Mi è subito sembrata una casa editrice coraggiosa e senza fronzoli, sicché l’ho contattata via e-mail, prima di inviare il manoscritto per posta prioritaria, come da copione. Dopo qualche tempo ho ricevuto una e-mail dall’oggetto “bellooo”, e così abbiamo formalizzato il contratto. In realtà dagli editori a cui avevo precedentemente mandato il lavoro non ho ottenuto risposte di alcun tipo (ma questo, come piace dire a me, non è un problema mio). Ho ricevuto un paio proposte editoriali “postume”, quando ormai era troppo tardi.

Chi è Sauro Badalamenti investigatore assicurativo detto il Dinosauro. A che figure di investigatori della letteratura può fare riferimento?

Sauro è un osso duro, uno che all’uso delle maniere forti preferisce sempre contrapporre il bene dell’intelletto, senza per questo evitare di menare le mani, quando è il caso. È un tipo assuefatto a ben altro tipo di vita: ha dei trascorsi oscuri nei bassifondi milanesi, con un passato da alcolista e da buttafuori nei locali più alternativi della città. È laureato in antropologia culturale, e lavora in stretta collaborazione con Miranda Venegoni, anatomopatologa e direttrice del Labanof. I casi che segue gli sono quasi sempre affidati dall’avvocato Domenico Costa, che in passato lo ha anche salvato da una condanna quasi certa per omicidio preterintenzionale. Mi sono ispirato a Philip Marlowe di Raymond Chandler nell’idearlo, e devo dire che ne è uscito un figo megagalattico, l’antitesi dei tanti Commissari Cliché che imperversano sulle pagine di molti dei gialli che si trovano in giro oggi.

Domanda quasi da criminologo ma in un certo senso legata al tuo romanzo. Sesso e violenza sono un binomio spesso legato indissolubilmente nella mente dei serial killer o dei semplici assassini anche non seriali. Pensi che uccidere sia una forma di possesso totale per chi è ossessionato dal desiderio di controllo e dalla volontà di “cannibalizzare” le proprie vittime?

La criminologia ci insegna che quasi sempre il serial killer è mosso da pulsioni sessuali, e da pulsioni verso l’esercizio del potere: il sesso non è altro che un modo per affermare la propria dominanza. In “Torre di controllo” c’è qualcuno per cui la dominazione non è solo un fattore di controllo cerebrale, ma anche un modo per esercitare un possesso assoluto. Togliere la vita a un’altra persona è la forma più assoluta di possesso: quando uccidi qualcuno ti appartiene per sempre, non sarà mai di nessun altro.

Come è stato accolto dal pubblico e dalla critica? Ti aspettavi di sentire tante voci concordi nel dire che con te è nata una nuova voce significativa del noir?

Il libro sta andando benissimo, ricevo ogni giorno pareri esaltanti dai lettori, e questo non può che farmi un enorme piacere. Ma non so dirti se me l’aspettavo o meno, di certo lo speravo, ovvio…

I tuoi racconti sono apparsi su Thriller Magazine, Sugarpulp, Borderfiction, Kult Underground. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto, per esprimersi al meglio nel formato breve?

Il segreto credo che stia sempre nella buona caratterizzazione dei personaggi, in fondo sono loro i protagonisti, sono loro che fanno e disfano. Noi scrittori siamo costretti ad assecondarli, una volta che prendono vita.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Non sono un tipico lettore di genere (né il genero di un lettore), i miei scrittori preferiti sono Fante, Salinger, Scerbanenco, Dostoevskij. Ma anche Tabucchi, Palahniuk, Tolstoj.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

Sono uno scrittore abbastanza indisciplinato. Stilo una scaletta, ma poi ci faccio su del “jazz modale”, spazio tra computer e Moleskine, scrivo un po’ seduto e un po’ disteso, mi alzo, bevo del caffè americano, mi circondo di Post-it… Ho bisogno di distrarmi per rimanere concentrato. Tutto questo, manco a dirlo, succede di notte, dalle 23 in poi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Indagine non autorizzata” di Carlo Lucarelli.

Raccontami adesso un aneddoto curioso, insolito, imbarazzante o divertente legato alle prime presentazioni di Torre di controllo.

Durante la prima presentazione del libro qui a Milano, con Andrea G. Pinketts e Andrea Carlo Cappi, quest’ultimo tira fuori dalla tasca un foglietto sul quale aveva annotato tutte le mie battute demenziali degli ultimi due anni, e si mette a leggerle ad alta voce. Volevo morire. È stato davvero esilarante. Ma io volevo morire.

Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Andrea G. Pinkettshanno speso parole davvero lusinghiere sul tuo lavoro. C’è qualcuno a cui ti senti in particolare debitore, che ti ha incoraggiato, consigliato, insegnato i trucchi del mestiere?

Non hai idea di quanto siano importanti per me i loro pareri. Sono tre professionisti che stimo tantissimo, oltre a essere dei grandi amici con cui mi diverto un sacco. Ho iniziato a scrivere narrativa di genere proprio dopo aver letto il saggio “Elementi di tenebra” di Andrea Carlo Cappi, ma gli insegnamenti, i trucchi per usare al meglio i ferri del mestiere, be’, quelli – soprattuto Cappi e Di Marino – li dispensano quotidianamente attraverso il confronto, la critica, lo scambio reciproco di storie e opinioni. Da questo punto di vista mi ritengo davvero fortunato.

Nel salutarci ringraziandoti per la disponibilità, l’ultima fatidica domanda, stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere sui tuoi progetti futuri?

Grazie a voi. Sto lavorando, già da qualche mese, al sequel di “Torre di controllo”. Il titolo provvisorio è “Rapporto in scala 1:1”. Tratterò altri temi scottanti, come, ad esempio, il terrorismo di matrice islamica. Stay tuned!

:: Intervista con Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2011

Novelli zarini

Benvenuti su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi l’uno l’altro anche fisicamente. Forse è un pettegolezzo smentitemi ma chi dei due assomiglia al Ridge di Beautiful?

Come prima domanda iniziamo male. Non per la domanda, ma per la descrizione! Diciamo solo che siamo lontani sia da Johnny Depp e Brad Pitt per rimanere ai mascelloni. Ma ben lontani… Purtroppo sia sul nostro sito che in rete girano nostre foto. Rimandiamo a quelle. Sopportare anche una descrizione oltre che la visione potrebbe nuocere gravemente alla salute…

Come è nata la vostra amicizia e come si è trasformata in una società a delinquere di stampo letterario? Ditemi il primo ricordo che avete l’uno dell’altro?

La società a delinquere si è formata sui campi da tennis dell’allora dopolavoro Italsider di Savona più di vent’anni fa. Entrambi con la passione per la scrittura e per il cinema, la prima volta invece che giocare abbiamo passato gran parte dell’ora seduti, tirando a giustificazione il caldo estivo, parlando di cinema e di libri. Magari è nata proprio da quella chiacchierata il proposito di scrivere qualcosa. Chissà… lasciamo il mistero!

Come vi dividete i compiti, scrivete un capitolo a testa, fate molte stesure dello stesso capitolo concordando poi ogni singolo paragrafo, chi è il più pignolo dei due?

Applichiamo una sorta di scaletta. Stabilita la storia che vogliamo scrivere, stiliamo un elenco di punti essenziali, fissati capitolo per capitolo che andranno a costituire l’ossatura della trama del libro. Una volta definito lo scheletro della storia, facciamo una verifica dal punto di vista cronologico, di costruzione, di tenuta della suspense capitolo per capitolo, andando a rinsaldare i punti più “deboli”. In seguito, iniziamo a sviluppare tutti questi punti-chiave, a definire le piccole parti di raccordo tra i diversi punti, fino ad ottenere la storia nel suo complesso. Quando la trama è completa, operiamo un nuovo controllo cronologico di tutti gli eventi. È a questo punto che avviene l’inserimento dei personaggi nel contesto. Personaggi, che in parallelo alla costruzione della trama, abbiamo strutturato a parte dal punto di vista psicologico, fisico e caratteriale. Andiamo a inserirli scena per scena, cercando per ognuno il rispetto del climax della storia. Chi è il più pignolo? Con questo metodo di lavoro non possiamo esimerci dall’esserlo entrambi. E quattro occhi sono più attenti di due!

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Z: Alla fine della notte di Sergio Altieri e l’Ombra di Cody McFadyen.

N: Il senso di Smilla di Peter Høeg e L’amico ritrovato di Fred Uhlman.

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti prima. Senza ridere.

Non ci riusciamo senza ridere e poi sarebbe irripetibile e con qualche bip. Una sfida all’ Ok Corral!

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

Sono tanti, troppi e per non far torto a nessuno dei viventi italiani – ce ne sono tantissimi di davvero bravi- citiamo due nomi “defunti”: Emilio Salgari e Giorgio Scerbanenco. Tra  gli stranieri: Preston&Child, McFadyen, Grangè, Chattam.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Si litiga certamente, ma si risolve sempre tutto con una risata o dimenticandosi il perché si è litigato. Per quanto concerne invece le dispute letterarie, ovvero quando abbiamo idee diverse su un qualche punto della trama, risolviamo con una partita a tennis. Chi vince ha diritto di vita e di morte sulla parte del testo. Ma capita raramente.

Raccontatemi l’aneddoto più curioso dei vostri esordi, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Sicuramente ne abbiamo uno, che raccontiamo spesso durante le presentazioni. Riguarda l’episodio che ci ha fatto arrivare a Firenze nel luglio del 2003 nella terna dei finalisti del Premio Internazionale “Palazzo al Bosco”. Eravamo stati avvertiti dall’organizzatrice e  presidentessa del premio di essere tra i tre candidati a vincere il Premio.
Noi avevamo cercato di sapere se avevamo vinto, ma lei, irreprensibile, ci disse che come in un giallo avremmo scoperto tutto a tempo debito.
Per farla breve, ci ritrovammo in giacca e cravatta sotto la canicola fiorentina prima, e a Palazzo Vecchio poi, con tanto di suonatori di chiarine in gran parata.
Il vincitore dell’edizione precedente si avvicinò a noi. E ci chiese: “Siete voi i vincitori di quest’anno?”
Noi a quella domanda ci guardammo perplessi, negando. Ma la sua faccia era altrettanto interrogativa, come se avesse appena parlato con dei marziani.
Prima dell’inizio della cerimonia ci furono le foto di rito dei finalisti con la presidentessa e in una di queste foto per il quotidiano La Nazione ci misero perfino il premio – una preziosa scultura in argento – tra le mani.
Chiunque avrebbe capito che eravamo noi i vincitori, tranne… noi.
Ci arrivammo solo a proclamazione ufficiale.
Ma la cosa divertente sta nel fatto che La Nazione aveva già pubblicato la mattina stessa i nomi dei vincitori! Tutti i presenti, oltre un centinaio di persone, lo sapevano! Ci sarebbe bastato leggere il quotidiano!
Ma arrivarci…
Forse è anche per questo che scriviamo in due. Almeno in due riusciamo a farne un chilo!

Come è avvenuto il vostro incontro con Marsilio? Avete presentato il vostro romanzo  a molti editori prima di trovare quello giusto?

Questa domanda si ricollega in qualche maniera alla precedente, poiché il premio effettivo del concorso fiorentino era proprio la pubblicazione per Marsilio. Di fatto l’opera vincitrice del concorso veniva edita dalla prestigiosa casa veneziana. Certamente, prima di arrivare a questa svolta, abbiamo penato parecchio. Conserviamo ancora le trentatré lettere di rifiuto ricevute da diverse case editrici.

Avete esordito con il medical thriller Soluzione finale, libro che ha vinto anche alcuni premi. Come è stato accolto dalla critica e dal pubblico?

Favorevolmente. Inutile dire che per chi scrive ricevere complimenti per il proprio lavoro sia la cosa più gratificante. Siamo stati accusati di esterofilia, visto che la storia era ambientata a New York, ma lungi da noi un pensiero simile. È sempre la storia che determina le ambientazioni, gli argomenti e i temi che andiamo ad affrontare, non il contrario. Abbiamo in cantiere progetti che vedranno ambientazioni italiane, per cui…

Nel 2008 è uscito il vostro secondo romanzo Per esclusione. Ce ne volete parlare?

A differenza di “Soluzione finale”, che è un medical-thriller, “Per esclusione” è un serial killer-thriller. Ambientata come “Soluzione finale” a New York, vede come protagonista Salomone, un assassino seriale che rapisce una coppia di bambini e chiede poi ai genitori di scegliere quali dei due figli debba essere salvato, condannando automaticamente a morte l’altro. Inutile dire che su una scelta del genere, si innescano forti emotività e laceranti contrasti tra i genitori. È un thriller sì, a tinte molto forti, ma molto psicologico, che induce a farsi delle domande su ciò che realmente pensiamo e quello che crediamo di pensare.

E ora parliamo di Il paziente zero appena uscito sempre con Marsilio. Nel gergo medico il paziente zero è il primo paziente individuato nel campione della popolazione di un’indagine epidemiologica. Come avete scelto questo titolo?Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il titolo è stato scelto perché si adatta perfettamente a due interpretazioni. Quella che tu hai correttamente illustrato e anche ad un’altra. Ma se lo diciamo sveliamo parte della storia, quindi… No comment! L’idea è nata da un articolo molto interessante che avevamo letto un po’ di tempo fa, legato alla ricerca sulla squalamina, sostanza che deriva dagli squali  che si sostiene possa essere una valida cura contro forme tumorali. Questa è stata la scintilla, ma siccome vogliamo sempre complicarci le cose, abbiamo pensato bene di trattare anche l’argomento controverso dei diamanti. Come si combinano squali e diamanti? Lasciamo la risposta ai lettori.

Un thriller avventuroso lo si potrebbe definire. Era nelle vostre intenzioni più scrivere un thriller o un romanzo di avventura?

Era nostra intenzione scrivere una storia che mantenesse le cadenze del thriller pur nella concitazione dell’avventura.  Quindi molta azione sì, ma anche introspezione ed enigma. Speriamo di esserci riusciti. Sappiamo che non è semplice cambiare genere ogni volta, ma è una bella sfida che ci mette sempre in gioco.

Il protagonista Cristophe Douvier è un ragazzone a cui viene diagnosticato un tumore ai polmoni, ama il surf e lavora come corriere per una multinazionale di diamanti. Credendo che gli resti poco da vivere pensa di fare il colpo della vita per dare una sistemazione economica all’adorata sorella e così escogita di tenersi i diamanti che deve trasportare. E’ un personaggio piuttosto insolito rispetto al solito eroe tutto muscoli senza macchia e senza paura. Come avete costruito il suo personaggio?

Ci piace che i personaggi dei nostri libri siano prima di tutto persone. Ci piace costruirli a tutto tondo, caratterialmente, psicologicamente, fisicamente. Dobbiamo, mentre scriviamo, immedesimarci in loro, pensare come loro. A quel punto loro faranno il resto, scrivendosi quasi da soli. Douvier non è un superuomo, è una persona comune che si vede costretto ad affrontare qualcosa più grande di lui con le sole forze che un uomo normale può avere quando si sente sovrastato da qualcosa. Tenacia, volontà, voglia di raggiungere quello che si è promesso. A qualsiasi costo.

Il personaggio della sorella Isabeau in che modo influisce sulla trama?

Isabeau è fondamentale per lo svolgimento della trama. Condiziona tutta la dinamica del fratello, fino al finale. Se non ci fosse Isabeau, non ci sarebbe il Christophe Douvier che si legge nel romanzo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Come abbiamo spiegato prima, la parte laboriosa avviene prima della scrittura. Oltre al metodo, c’è anche tutta la raccolta e lettura del materiale per approfondire i vari argomenti. Quando ci è possibile, cerchiamo anche di avvalerci della consulenza di esperti del settore. Questo nel rispetto dei lettori, della loro voglia di capire e nella loro attenzione.
La scrittura è la parte più creativa. A quel punto ci divertiamo davvero, anche se purtroppo non ci gustiamo mai la storia fino in fondo perché sappiamo già come va a finire!

Vi piace fare tour promozionali? Come gestite i rapporto con i vostri lettori? Chi di voi è il più timido?

Fare presentazioni è stimolante ed è l’occasione per essere a contatto con i lettori, scambiare opinioni con loro, ascoltare le loro valutazioni. Tutto questo è sempre una bella sensazione. A noi piace stabilire contatti con i nostri lettori. Una volta che un libro è stato scritto, diventa di chi lo legge. Ognuno può dargli la propria interpretazione, il proprio giudizio. È magnifico!

Siete definiti i più americani degli autori italiani. Sono previste traduzioni all’estero dei vostri romanzi o tour promozionali? Vi piacerebbe presentare Il paziente zero in America?

Nonostante i nostri romanzi siano a respiro internazionale, finora non sono ancora stati tradotti. Ma mai dire mai! Speriamo anche che un domani qualcuno sia interessato a trasporli da carta a pellicola. Il paziente zero… magari in Sudafrica, sott’acqua dentro la gabbia metallica e gli squali intorno! Una marketta rischiosa!

L’intervista è quasi conclusa nel ringraziarvi per la vostra disponibilità e per il vostro grande senso dell’umorismo vi formulo l’ultima domanda. State attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Abbiamo una serie di racconti per diverse antologie che usciranno a breve e abbiamo da poco ultimato il nuovo romanzo che daremo a breve alla Marsilio.
La scrittura è un vero, piacevole, virus. Non ti abbandona mai. Ogni volta che terminiamo un libro ci diciamo: “Adesso ci riposiamo un po’?”.
Non accade mai, c’è sempre un’idea nuova che ti fa dire “Dai proviamoci, ancora!”
Un grazie a te Giulia e ai lettori di Liberidiscrivere per l’ospitalità e la simpatia!

:: Intervista con Patrick Fogli a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2011

Non voglio il silenzio di Patrick FogliBenvenuto Patrick su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Patrick Fogli? Punti di forza e di debolezza?

Se comincio ad andare in crisi con la prima domanda sono messo bene. Vediamo. Uno che cerca di raccontare storie meglio che può. E che non ti dirà mai quali pensa che siano i suoi punti di forza e di debolezza.

Hai esordito con il thriller Lentamente prima di morire. Per Piemme hai poi pubblicato anche L’ultima estate di innocenza e Il tempo infranto. Un ingegnere prestato alla letteratura o il contrario?

Il limite è difficile da cogliere. Dal mio punto di vista non c’è differenza, sono sempre la stessa persona. E cerco di fare i due lavori con la stessa serietà.

Con il giornalista investigativo Ferruccio Pinotti sei l’autore del romanzo Non voglio il silenzio. Il romanzo delle stragi. Edizioni Piemme. Come è nata l’idea di scrivere questo libro e perché avete scelto la struttura del thriller?

Conosco Ferruccio da parecchi anni. Un giorno c’è stato uno scambio di messaggi su una notizia di cronaca e, nello stesso momento, ci siamo scritti “bisognerebbe raccontarla”. A quel punto ci siamo presi in parola. Perché un thriller? Perché lo era la storia. Tutto il resto, è funzionale a quello che volevamo raccontare.

Raccontaci Ferruccio Pinotti come se fosse un personaggio di un tuo libro. Come vi siete conosciuti, come avete deciso di collaborare?

Ferruccio è uno che crede molto in quello che fa e che lo fa, malgrado tutto. L’ho contattato ai tempi delle ricerche per “Il tempo infranto” e abbiamo continuato a sentirci. La prima volta che l’ho sentito ero in un parcheggio, faceva un caldo infernale e c’era un cane che non la smetteva di abbaiare. Dopo è andata molto meglio.

Siete sempre stati concordi durante la stesura di Non voglio il silenzio, che metodo di scrittura avete utilizzato, la parte relativa alla documentazione chi l’ha svolta?

Sì. Abbiamo pensato e strutturato la storia insieme. Poi, dal momento che il romanzo è il racconto di una voce sola, il grosso del lavoro di scrittura è mio. Ma è a tutti gli effetti un romanzo a quattro mani. Anche il lavoro di ricerca è stato comune. Alcune cose le avevo io, altre lui.

Impegno civile, dovere morale, senso di dignità. Cosa ha prevalso?

Tutte e tre le cose. Fatico a pensare che possano essere separate. Ti dirò che non amo molto l’espressione “impegno civile”, presuppone che ce ne sia uno incivile. Un po’ come “scrittore impegnato”. Da cittadino, non da scrittore, sente la responsabilità di essere civile. Il resto è una conseguenza.

Sciascia scriveva “La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini.” Il potere più è arrogante più genera paura, incertezza, rassegnazione. Il mondo civile che armi ha per contenere questo arbitrio, perché di arbitrio si tratta, il mondo civile ha speranza di uscire vincitore?

Il dovere di tenersi informati. Il dovere di farsi domande su quello che viene raccontato, il che non significa diventare complottisti o dietrologi, ma – è solo un esempio – non pretendere la foto del cadavere di Bin Laden per credere alla sua morte e restare indifferenti di fronte a un Parlamento che vota la bugia che Ruby è la nipote di Mubarak. Farsi domande è anche il primo antidoto contro l’insicurezza, contro la paura che è sempre il sistema migliore per amministrare il potere. Essere cittadini, oltre che persone, per tornare alla risposta precedente.

Definiscimi il coraggio. Quali sono le doti che rendono un uomo coraggioso?

Fare quello che ritiene giusto. Non essere incosciente. Valutare i rischi, per affrontarli nel modo migliore. Resistere. Credere in quello che fa e continuare a mettersi in discussione.

Parlaci del tuo protagonista, un uomo senza nome, ex giornalista, scrittore di libri per bambini, figlio, marito, padre. Un uomo qualunque forse ma pronto a tutto per seguire una traccia, per capire, per scoprire la verità. Ti riconosci in questo personaggio?

Mi riconosco nell’importanza che dà alle persone che ama. Nella testardaggine e nella voglia di raccontare una storia che nessuno vuole sentire. Nella voglia di mettersi in discussione e – in qualche modo – di sfidare se stesso. A parte questo e tolti i mille particolari miei che sono sparsi nei personaggi del romanzo, siamo molto diversi. La sua, d’altra parte, è una storia molto più tragica della mia. E questo conta.

Quali sono i modelli a cui ti sei ispirato? C’è qualcuno che con il suo esempio, con i suoi consigli ti ha spinto ad andare oltre alla logica comune del qualunquismo ad esporti in prima persona?

No. Credo che sia una storia che andava raccontata. Lo abbiamo pensato subito, tutti e due. È stata l’unica molla e non sono per niente pentito.

Pensi che il tuo libro faccia paura? Hai ricevuto pressioni, minacce, solleciti consigli di occuparti d’altro? 

A me ne ha fatta. Cerco di spiegarmi. È stata la prima volta in cui, finendo di lavorare a tarda sera, ho avuto paura a pensare alla storia che stavo scrivendo. E non perché abbia ricevuto minacce o consigli, non è capitato. Ma perché quella storia, quei fatti, mi spaventavano. Se quella è una parte della nostra storia, quella che nei tempi più recenti ci ha accompagnati fin qui, non credi che dovrebbe spaventare?

Non è paradossale che proprio i giornalisti, alcuni giornalisti almeno, siano scesi in prima linea contro la Mafia, svolgano inchieste, stilino reportage a volte pagando un prezzo altissimo, fin anche la vita? Non è ingiusto che l’ultimo baluardo della civiltà sia costituito da uomini disarmati, o meglio armati solo di una tastiera di computer e magari di una macchina fotografica?

Raccontare storie è sempre stato pericoloso. E quello dovrebbe essere il lavoro dei giornalisti. Non lo è sempre, nel senso che non tutti lo intendono così. Ma se ti occupi di quelle storie, se vai a mettere il naso dove l’aria puzza, può capitare che qualcuno non sia contento. E non sono affatto sicuro che una pistola, un fucile, un cannone o del tritolo siano un’arma meno efficace di una storia. Una storia resta. Rimane anche dopo che chi l’ha raccontata non c’è più. E quello che non puoi far sparire, che devi nascondere, ma che non puoi cancellare, ha un potere infinitamente più grande di qualsiasi essere umano o qualsiasi proiettile.

Siamo sommersi da tante menzogne, tante false verità costruite a tavolino che intossicano l’opinione pubblica, a cui molti fingono di credere per calcolo, comodo, codardia. Il tuo romanzo può essere considerato un atto di accusa contro questo stato di cose?

Mi accontenterei che scatenasse delle domande, che fosse una fonte di curiosità, che aiutasse, in qualche modo a dubitare di quello che si racconta. Se è un atto di accusa contro qualcosa, lo è contro tutti quanti. Di certo è il romanzo di un protagonista arrabbiato. Non con la vita, ma con i suoi simili.

Stragi, attentati, strategia della tensione, sinceramente pensi che ci sia un regista occulto dietro a tutto questo? La Mafia è davvero vista da alcuni come un mezzo e non più un avversario?

Cosa Nostra e le mafie in generale sono sempre state viste come un’opportunità più che un avversario. Sono state usate – per lo sbarco in Sicilia, per esempio, nella seconda guerra mondiale o in funzione anitcomunista – e trasfromate in socio d’affari. Hanno molti soldi e grandi capacità di investimento. Hanno i mezzi che servono, i contatti, gli appoggi. È quasi naturale che sia andata così. Se la mafia, una parte della politica e dell’imprenditoria non avessero stretto legami molto stretti, la criminalità organizzata non sarebbe così forte. Proprio per questo non credo ai registi occulti. Credo agli interessi comuni. E quando l’interesse del sorvegliante e del sorvegliato coincidono, la sroveglianza va a farsi benedire.

Senza svelare troppo del libro Ignazio Solara o meglio ciò che lui rappresenta esiste davvero?

Ti rispondo così. Non credo che esistano i servizi segreti deviati. Credo che esistano i servizi segreti. Punto. E se non esistono i servizi segreti deviati, allora esiste Ignazio Solara.

Sei ottimista? Credi che i giovani siano stanchi di intrallazzi, malaffare, collusioni più o meno velate con i poteri “deviati” che sembrano governare occultamente il nostri paese?

Vorrei essere ottimista, ma temo di essere troppo razionale.  Molti, non solo i giovani, sono stanchi di quello che vedono, ma non sono sicuro che basti.

Chiudi il romanzo con la frase E se fosse tutto vero. Un monito, un avvertimento, uno spunto di riflessione?

Tutte e tre le cose.

Nel salutarci, ringraziandoti per la tua disponibilità, anticipaci i tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo un nuovo romanzo?

Proprio ora, mentre rispondo alle tue domande. L’unica cosa che posso fare, però, è darti due nomi. Alessia e Gabriele. Oltre a ringraziarti per le domande.

:: Intervista con John Harvey a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2011

John HarveySalve Mr Harvey. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore?

A parte alcune terribili poesie scritte quando ero adolescente e i primi tentativi di giornalismo, non ho mai avuto alcuna ambizione di diventare uno scrittore. Tutto è nato in gran parte per caso, e perché dopo aver insegnato nelle scuole per 12 anni ero alla ricerca di qualcos’altro da fare. Un amico, che, a quel tempo era uno scrittore di successo di pulp fiction, mi ha suggerito di provare a fare lo stesso e questo è quanto.

Leggi altri autori contemporanei?

Per tutto il tempo! Quest’anno ho letto James Salter, Tom Franklin, Maile Meloy, e Peter Temple per esempio, ed anche riletto altri scrittori del ventesimo secolo – Graham Greene, DH Lawrence e, naturalmente, Hemingway.

In alcune interviste hai detto che sei stato molto influenzato da Elmore Leonard. Corrisponde al vero quanto dico?

È vero, nel senso che stavo leggendo e mi divertiva parecchio Leonard alla fine degli anni ’80 cosa che mi ha fatto desiderare di fare un nuovo tentativo e scrivere un nuovo romanzo poliziesco,  avevo già provato in precedenza ma semplicemente non aveva funzionato. Non molto bene, comunque. Quello che mi piaceva di Leonard era come ideava i dialoghi, e anche il modo in cui sapeva ribaltare gli stati d’animo così del tutto all’improvviso. Oh, e c’erano sempre una buona quantità di donne che oltre ad essere attraenti erano anche molto capaci e volitive. In particolare sono stato influenzato da La Brava, dai capitoli iniziali di Bandits, e anche molto da Freaky deaky – le scene di dialogo tra Chris e Greta e Chris e suo padre sono semplicemente perfette credo, e anche adesso rileggendole di volta in volta sono una meraviglia. Ma chi mi ha influenzato di più senz’altro è stato Hemingway. E, tra gli autori di romanzi gialli, Peter Temple, KC Costantine e Brian Thompson.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Come ho anticipato sopra, ho cominciato facendo i primi passi nei panni di un altro. Laurence James aveva scritto una serie di libri sugli Hell’s Angels con lo pseudonimo di Mick Norman, il suo editore, New English Library, voleva un nuovo libro della serie e Laurence era impegnato altrove, così mi suggerì di scrivere un libro sugli Hell’s Angels sotto uno pseudonimo diverso – ho letto i suoi libri e l’idea mi è piaciuta, e così mentre ero alla ricerca di un lavoro come insegnante iniziai a scrivere, Laurence comunque mi ha aiutato con la trama e raccomandandomi al suo editor NEL. Hanno fatto alcuni suggerimenti per piccole modifiche, dopo di che hanno acquistato il libro, che è stato pubblicato come “Avenging Angel” di Thom Ryder. Dopo ho scritto un secondo libro di Thom Ryder e così è iniziata la mia strada, scrivevo una media di 12 romanzi pulp all’ anno per i primi quattro anni, molti dei quali western.

Hai pubblicato oltre 90 libri con nomi diversi, e hai lavorato su sceneggiature per la tv e per la radio. Quale è il tuo lavoro preferito?

O mi sono divertito a scrivere in tutte le forme, anche se il numero di riscritture necessarie per un’ opera per la TV è molto più faticosa! Scrivere per la radio è molto divertente siccome lo scrittore può stare vicino agli attori in un modo che non è possibile in TV – è anche bello lavorare in modo collaborativo con altre persone invece che da soli. Idealmente, mi piacerebbe fare una combinazione tra scrittura narrativa e scrittura per drammi radiofonici, ma non è questo il modo in cui le cose funzionano e così non ho più scritto per la radio per quattro o cinque anni.

John sei famoso per la serie di romanzi con protagonista l’appassionato di jazz Charlie Resnick, ambientati nella città di Nottingham. Puoi dirci qualcosa su Charlie?

Charlie è un uomo di mezza età, un po’ sovrappeso, un uomo serio e compassionevole, che prende molto sul serio il suo lavoro come ufficiale di polizia, di solito mostra anche una grande comprensione  verso le persone che fanno le cose che fanno. Gli piace ascoltare musica jazz, soprattutto quelle che è stata registrata tra il 1940 e il 1970 o giù di lì. Gli piacciono le donne, sebbene la sua storia di relazioni non sia in realtà molto felice e il suo unico matrimonio è finito senza figli e con un divorzio.

Perché hai deciso di scrivere il primo romanzo Resnick, Lonely Hearts?

Avevo scritto 4 romanzi Private Eye – la serie di Scott Mitchell – in precedenza, e, purtroppo, anche se sono stati pubblicati, non penso che fossero molto buoni. Forse erano la cosa migliore che potessi fare in quel momento. Ma circa 10 anni più tardi, dopo aver letto e apprezzato Elmore Leonard, ho pensato che avrei potuto provare a scriverne un altro – e così è nato “Lonely Hearts“.

Quanto è durato il processo di scrittura di Lonely Hearts ?

Un paio di mesi di preparazione, per parlare con gli agenti di polizia a Nottingham, dove è ambientato il libro, e per raccogliere le idee sul personaggio principale con un amico scrittore, il più anziano dei Dulan Barber, dopo di che ho scritto le prime 10.000 parole e una bozza, che il mio agente ha inviato a tutti i principali editori britannici, l’unico interessato fu Viking/Penguin  e così ho scritto un altro capitolo, dopo il quale mi ha commissionato il romanzo. Quindi, suppongo, il tempo di scrittura per il primo progetto è stato di circa 6 mesi, seguito da un altro mese di riscrittura.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Sedimentavano molti altri romanzi police procedural sul retro della mia mente, che mi dimostravano la possibilità di scrivere un buon romanzo crime con ambientazione urbana e  con un forte senso sociale e politico – “Laidlaw” di William McIlvanney, la serie Martin Beck dalla coppia svedese Sjöwall e Wahlöö e il film di Harold Becker di Joseph Wambaugh “The Black Marble“.

Raccontaci qualcosa sulla nuova serie di Frank Elder.

Volevo scrivere un libro o dei libri che fossero più thriller che police procedural – anche per allontanarmi da Nottingham e per farlo volevo scrivere qualcosa appunto ambientato in un luogo diverso e forse anche con una trama più complessa.

Il primo romanzo di questa serie, è Flesh and Blood. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

L’idea per i personaggi principali mi è venuta da un mio racconto, “Drive North“, in cui Frank Elder, la moglie e la figlia adolescente appaiono per la prima volta. Ciò che ho voluto fare nei tre libri che compongono la trilogia è stato di concentrarmi sul rapporto tra Frank Elder e sua figlia.

Qual è il tuo romanzo standalone preferito ?

Sono molto affezionato a In a True Light in quanto, benché forse le cose non si amalgamano bene come dovrebbero, mi ha permesso di scrivere a lungo di pittura e pittori e anche di arte, di poesia e della scena jazz della New York del 1950.

Dimmi un verso o due della tua poesia preferita.

“Chet Baker” ( di John Harvey)

si affaccia dalla sua stanza d’albergo
attraverso l’Amstel verso la ragazza
in bicicletta lungo il canale che alza
la sua mano e la muove in un saluto quando
lei sorride lui è tornato ai tempi
in cui ogni produttore di Hollywood
voleva trasformare la sua vita
in quella storia dolce amara
dove le cose vanno male, ma solo
in amore con Pier Angeli,
Carol Lynley, Natalie Wood;
quel giorno arrivò in studio,
nell’autunno del cinquantadue, e suonò
con nitidezza perfetta
gli accordi di ‘My Funny Valentine’ –
e adesso quando alza gli occhi dalla
sua finestra e vede il suo sorriso che passa
nel blu di un cielo perfetto
sa che questo è uno di quei
rari giorni in cui lui può davvero volare.

Ecco l’intera poesia.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Ha! Tutto dipende se mi inviteranno e, in caso affermativo, se non starò lavorando ad un nuovo libro. Oh, e se potessi fare il viaggio in treno, piuttosto che in aereo sarebbe perfetto.

Descrivici una tua tipica giornata di lavoro ?

Mi alzo intorno 6.00/6.30 – a volte faccio una passeggiata di 50/60 minuti, a volte no – doccia, un caffè, mi siedo al mio computer, e poi, faccio un break con un caffè a metà mattina, poi lavoro per circa 4 ore. Tutto qui.

I tuoi libri sono stati tradotti in diversi paesi. È eccitante?

E ‘sempre emozionante vedere i libri, quando arrivano da un editore di in un paese diverso, naturalmente, e, più tardi, se vendono (!) ci si rende conto che ci sono persone in questo paese che hanno amato le storie che ho raccontato.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?

Una o due, e di solito, meritatamente, quando il libro in particolare, non era buono come avrebbe dovuto essere. Questo può essere molto utile è una sorta di campanello d’allarme. Ma penso di essere stato molto fortunato, i miei libri hanno avuto sempre una buona accoglienza  – in America e in Francia in particolare.

Cosa stai leggendo in questo momento?

O ho appena finito di leggere un libro destinato principalmente ai bambini di David Almond intitolato “Il mio nome è Mina“, e prima  un meraviglioso libro di racconti, “Last Night” di James Salter. I libri precedenti che ho letto sono stati “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi e (per la terza volta), “Tears of Autumn” di Charles McCarry.

Hai una base di fan molto affezionata. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Spesso faccio molte letture pubbliche qui nel Regno Unito o anche in Francia, e  sono sempre sorpreso e contento di come alcune persone accolgono bene i miei libri e di quanto li amino – e molti si identificano anche con alcuni dei personaggi, Charlie Resnick in particolare. Ricevo molte email, e anche lettere, dai lettori di volta in volta, di solito positive, e cerco sempre di rispondere. Posso essere contattato via e-mail all’indirizzo info@mellotone.co.uk

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento?

In questo momento, sto riscrivendo un romanzo intitolato ‘Good Bait‘ che ha per protagonista l’ufficiale di polizia nero, Karen Shields, già apparsa in “Cold in Hand” e “Ash & Bone“.

:: Intervista con Douglas Preston e Lincoln Child a cura di Giulietta Iannone

3 giugno 2011

Douglas Preston e Lincoln ChildSalve Mr Preston e Mr Child. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuti su Liberidiscrivere. Raccontateci qualcosa di voi. Punti di forza e di debolezza.

Doug: Faccio la maggior parte del lavoro e Linc siede tranquillo occupato a dare consigli.
Linc: Non è vero! In realtà, ci dividono 300 miglia di distanza per cui scriviamo i nostri libri insieme usando per lo più il telefono e, ovviamente, Internet.
Doug: Ognuno di noi ha le sue aree di competenza. Io mi occupo di archeologia, storia, matematica e fisica, mentre Linc è l’esperto di computer, decodifica, cibo, vino, e delle cose belle della vita.

Raccontateci qualcosa del vostro background, i vostri studi, la vostra infanzia.

Doug: Sono cresciuto nel sobborgo mortalmente noioso di Wellesley, alla periferia di Boston.
Linc: E io sono cresciuto nel sobborgo mortalmente noioso di Westport, Connecticut. Cosa che abbiamo in comune. Doug, crescendo è stato quasi un criminale, in difficoltà per tutto il tempo, mentre io ho sempre obbedito alla legge.
Doug: Siamo ancora così. Linc è l’ onesto cittadino rispettoso della legge, mentre io sono un po’ un fuorilegge.

Quando avete capito che avreste voluto diventare scrittori?

Doug: Quando avevo otto anni, ho scritto un libro con un amico che si intitolava Animal Valley.
Linc:  Anche io ho iniziato a scrivere seriamente circa alla stessa età.

Leggete altri autori contemporanei?

Doug: Adoro i libri di Michael Crichton, Nelson DeMille, Ruth Rendell, così come molti classici inglesi del 19 ° secolo come Arthur Conan Doyle, Wilkie Collins e Charles Dickens.
Linc: Aggiungi Dennis Lehane a quella lista, insieme con HP Lovecraft e M. R. James.

Raccontateci qualcosa del vostro debutto. La vostra strada verso la pubblicazione. Avete ricevuto molti rifiuti?

Il nostro primo romanzo, Relic, è stato rifiutato da cinque o sei case editrici. Poi ci ha dato grandi soddisfazioni quando è diventato un bestseller enorme, e poi la Paramount ne ha fatto un film.

Avete scritto molti romanzi gialli e una serie di altri romanzi. Quale è il vostro preferito?

Penso che siamo entrambi d’accordo che The Cabinet of Curiosities potrebbe essere il nostro miglior romanzo.

I vostri romanzi polizieschi con protagonista l’ agente speciale Pendergast sono stati tradotti in molte lingue. È stato eccitante?

Proprio così. In realtà riceviamo molte, molte e-mail dai nostri lettori italiani, che amano Pendergast. Dal momento che Doug legge e scrive in italiano risponde a tutte le email. Gli serve per fare pratica linguistica.

Potete dirci qualcosa in più sul vostro protagonista principale, Aloysius XL Pendergast?

Lui è unico, un gentiluomo del 19 ° secolo intrappolato nel mondo corrotto del 21 ° secolo. Ma i suoi principi sono inflessibili, la sua mente è brillante come una fiamma. Si rende conto che la gente lo vede come una figura piuttosto eccentrica, ma non se ne cura. Lui è molto impaziente con la gente, ma l’unica cosa che davvero non può sopportare è la stupida e inflessibile burocrazia.

Perché avete deciso di scrivere Relic?

La maggior parte dei nostri romanzi sono in parte o prevalentemente ambientati a New York City, e spesso in giro per il Museo Americano di Storia Naturale. La storia di come siamo arrivati ​​a scrivere sul Museo è curiosa. Avevo scritto una colonna della rivista Storia Naturale, pubblicato dal Museo, dove ho lavorato. Un editor della St. Martin’s Press, che aveva letto i miei pezzi, mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo scrivere una storia ambientata nel Museo. Ho detto di sì – e ciò divenne il mio primo libro, Dinosaurs in the Attic. Dopo che il libro è stato pubblicato, assieme all’editor abbiamo fatto un giro del Museo a mezzanotte. Gli ho mostrato tutti i posti migliori nel Museo a cui ho avuto accesso – le ossa di dinosauro nella sala di stoccaggio, la raccolta di 30.000 ratti in vasi di alcool, il bulbo oculare raccolto da una balena, lo stomaco di un mastodonte conservato con il suo ultimo pasto, ed molte altre cose insolite. Siamo finiti nella Sala dei Dinosauri intorno alle 2.00, con solo le luci di emergenza accese, e gli scheletri nel buio più completo intorno a noi – e l’editor si rivolse a me e mi disse: “Doug, questa è il palazzo più spaventoso e maledetto di tutto il mondo. Scriviamo un thriller ambientato qui “. E questa fu la nascita di Relic, che poi divenne un grande best-seller e, infine, sbancò il botteghino del cinema. Questo editor era Lincoln Child. Entrambi abbiamo scoperto che condividevamo la stessa visione distorta e malata del mondo. Fu così che iniziò la nostra lunga e proficua collaborazione.

Quanto è durato il processo di scrittura di Relic?

Circa due o tre anni. Stavamo entrambi lavorando su altri libri.

Cemetery Dance è un altro dei vostri libri tradotti in italiano. Potete dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Un giornalista di New York City è selvaggiamente aggredito nel suo appartamento da un killer che i testimoni oculari giurano sia morto due settimane prima … La moglie non si fermerà davanti a nulla per conoscere la verità. Gli elementi di prova riportano ad un culto solitario e ad un rituale oscuro, a sacrifici di animali e ad una pratica per rianimare i morti. Ma più scopre indizi e più cresce il pericolo, finché la sua vita sarà minacciata in un modo impensabile … Quali segreti sono sepolti nelle profondità della antica chiesa all’interno del Inwood Hill Park di Manhattan?

Ci descrivete una vostra tipica giornata di lavoro?

Io lavoro come chiunque altro, circa otto ore al giorno.
Io vado al lavoro verso le otto e stacco circa alle quattro o alle cinque. Lavoro spesso troppo anche il Sabato mattina presto.

Progetti di film tratti dai vostri libri?

Un bel po ‘. Da Gideon’s Sword è stata fatta tutta una serie di film dalla Paramount. Da Il Mostro di Firenze è stato tratto un film interpretato da George Clooney. Da Riptide è stato fatto un film per la 20th Century Fox. E abbiamo altri libri in opzione.

Chi sono i vostri autori viventi preferiti?

David Morrell, Steve Berry, James Rollins, Lynds Gayle, Mario Spezi.

Cosa state leggendo in questo momento?

Life on the Mississippi di Mark Twain (Doug)
Au rebours da Huysmans Joris-Karl (Linc, in francese)

Vi divertite a fare tour promozionali? Raccontateci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Ci divertiamo moltissimo a fare tour insieme. Abbiamo spesso discussioni molto animate su chi deve scrivere le scene di sesso nei nostri libri. Ognuno di noi pensa che le scene di sesso degli altri  siano patetiche e ci sentiamo entrambi dispiaciuti l’uno per la moglie dell’altro.

Qual è il ruolo di Internet nella ricerca e nel marketing dei vostri libri? Che ne pensate della editoria elettronica?

Internet per noi è fondamentale, dal momento che viviamo così lontani. Fare ricerche è molto più facile. Ora, invece di passare una settimana ricercando un fatto, siamo in grado di ottenere le stesse informazioni in dieci minuti. Google Street View ci dice persino l’aspetto di posti specifici. Per quanto riguarda gli ebooks, c’è un grande cambiamento in atto. Anche se siamo entrambi legati ai libri di carta vecchio stile, accogliamo con favore il cambiamento.

Quali cambiamenti avete notato nel mondo della fiction dal momento in cui avete iniziato a scrivere?

Naturalmente molti autori sono andati e venuti, e i gusti sono cambiati. Troppi giovani non leggono e passano la maggior parte del loro tempo al computer. Ma ci sarà sempre spazio per i buoni libri, e ci saranno sempre i lettori. Di questo ne siamo entrambi convinti.

Qual è il vostro rapporto come con i lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ci piace interagire con i nostri lettori. Ognuno di noi ha la sua pagina personale su Facebook, oltre ad una pagina per i fan, che abbiamo creato assieme. I lettori italiani sono invitati a inviare i loro messaggi in italiano – abbiamo molti amici italiani. Doug risponde ai loro messaggi in italiano. Venite a trovarci al http://www.facebook.com/PrestonandChild.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa state lavorando in questo momento?

Il nostro prossimo romanzo con Pendergast, si intitolerà Cold Vengeance, e sarà pubblicato negli Stati Uniti nel mese di agosto. E Doug sta lavorando sul mostro di Firenze, che diventerà un film interpretato da George Clooney.

:: Intervista con Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2011

800px-Gunnar.StaalesenSalve signor Staalesen. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Gunnar Staalesen? Punti di forza e di debolezza.

Non ho molto da raccontare della mia vita quotidiana. Ho 63 anni e ho pubblicato il mio primo libro a 22 anni nel 1966. Sono conosciuto principalmente come scrittore di romanzi polizieschi, per la maggior parte grazie alla lunga serie sul detective privato di Bergen chiamato Varg Veum. Per 13 anni ho lavorato come addetto stampa presso il Teatro Nazionale di Bergen, ma dopo il 1987 ho vissuto dalla mia “penna”, cioè voglio dire del mio p.c. Ho scritto qualcosa tra i 30 ei 40 libri, romanzi polizieschi per la maggior parte, e tra 10 e 20 drammi per il teatro o per gruppi teatrali gratuiti.  Non so davvero cosa dirti su eventuali punti di forza o di debolezza. Qualcuno potrebbe dire che la mia lista piuttosto prolifica di pubblicazioni mostra sia forza che debolezza …

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Bergen nel 1947. Mio padre era un professore di liceo, mia madre un’ infermiera. Ho avuto un’infanzia felice nella zona di Bergen, pesantemente distrutta durante la seconda guerra mondiale. Da adulto ho studiato presso l’Università di Bergen: inglese, francese e letteratura.

Quando hai capito che saresti voluto diventare uno scrittore?

Ho cominciato a scrivere quando avevo 12-13 anni, all’inizio solo per divertimento e perché ero un appassionato lettore sin dall’età di 7 anni. Quando andavo al liceo, diciamo tra i  16-17 anni, ho deciso che avrei cercato di diventare uno scrittore. Ma in un piccolo paese come la Norvegia, è difficile vivere di scrittura, così ho dovuto prima completare la mia istruzione.

Leggi altri autori contemporanei?

Oh sì, leggo tutto il tempo. Metà crime fiction e metà  fiction normale. Ho letto un sacco di scrittori scandinavi, ma anche scrittori di altri paesi. Uno dei miei preferiti è Gabriel Garcia Marquez.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Prima di essere pubblicato per la prima volta, avevo scritto una raccolta di poesie e un romanzo breve che era stati rifiutati. Al mio terzo tentativo, proposi un romanzo intitolato Uskyldstider (Times of Innocence) che fu pubblicato da un editore, dopo essere stato rifiutato da due . Dopo di che ho pubblicato un (breve) romanzo. Poi mi rifiutarono una raccolta di racconti e un romanzo, prima del mio “secondo esordio” con il mio primo romanzo poliziesco, Rygg i rand, to i spann (impossibile da tradurre) nel 1975.

Hai scritto oltre venti romanzi polizieschi e una serie di altri romanzi. Quale è il tuo preferito?

Il mio preferito tra i miei romanzi – e tra i miei lavori principale – è la trilogia scritta tra il 1997 e il 2000,  una storia sia poliziesca che un romanzo epico sulla storia di Bergen, della Norvegia e dell’ Europa del 20 ° secolo. Della serie Varg Veum il mio preferito è Engler Falne (Fallen Angels) del 1989, ma sono anche molto affezionato a Drabanter Dødens ( Satelliti della morte), 2006.

I tuoi romanzi polizieschi su il detective privato Varg Veum sono stati tradotti in 12 lingue. È eccitante? –

Beh, oggi penso che siano 18 lingue, e, naturalmente, è eccitante che i lettori in paesi lontani dalla Norvegia come Italia, Grecia e Spagna stiano leggendo i miei romanzi.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista principale, Varg Veum?

L’ho  creato sul modello di Philip Marlowe e Lew Archer, i detectives di Raymond Chandler e Ross Macdonald, ma gli ho dato come personale background la Novergia  degli anni 70. Ha lavorato presso il Department for Care of Children (o qualcosa del genere), prima di aprire  il suo ufficio di investigatore privato. E ‘un lupo solitario, ma con una coscienza sociale che gli permette di andare fino in fondo ai casi che ideo per lui.

Perché hai deciso di scrivere Dødens Drabanter ( Satelliti della morte)?

Ho voluto seguire il destino di un bambino sfortunato attraverso tutta la sua vita, e ho voluto mostrare cosa era andato storto con lui – e perché. Ma naturalmente, come sempre ho voluto anche scrivere un buon e serio romanzo crime per dare al lettore qualcosa su cui riflettere.

Quanto è durato il processo di scrittura di Satelliti della morte?

Ci ho messo quanto impiego di solito, dai 9 ai 12 mesi.

Doden Din til (Tuo Fino Alla Morte) è un altro dei tuoi libri tradotti in italiano. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Ho cercato di scrivere un romanzo poliziesco al contrario, ed è difficile da raccontare senza rivelare la fine del libro. Ma questo è anche un romanzo sull’amore, il matrimonio e infedeltà, che solo per caso è capitato che sia anche un romanzo giallo. Questo perché penso che un romanzo giallo è un ottimo modo per raccontare i conflitti e problemi, nella vita privata delle persone così come nelle grandi società.

Kvinnen i kjøleskapet (La donna nel frigo) è l’ultimo tuo libro edito in Italia. Una sorta di noir sociale – quasi un dramma realistico. Fantasia o realtà? 

Tutti i miei romanzi sono di fantasia, ma basati sulla realtà. Una volta ho detto a un giornalista che stavo scrivendo “realismo poetico”. Quello che ho voluto fare in questo romanzo è stato quello di mostrare quali cambiamenti ha portato nella società norvegese la scoperta del petrolio nel Mare del Nord. Stavanger, la capitale del business del petrolio nei primi anni, fu trasformata da una tranquilla e religiosa cittadina in un melting pot internazionale del gioco d’azzardo illegale, della prostituzione e dei reati finanziari. Per questo motivo la maggior parte delle azioni in questo libro si svolgono a Stavanger e non a Bergen, come succede di solito.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Una mia giornata tipica di scrittura allora, dopo aver fatto colazione e una breve passeggiata all’aria aperta, faccio ogni giorno una passeggiata nel centro della città per fare shopping, ritorno a casa tra le 10 e le 11 del mattino, prendo una tazza di caffè, e con alcune brevi interruzioni (una telefonata, un pranzo breve), scrivo dalle 10/11 fino alle 16, quando ceno (questo è il modo norvegese di prendere i pasti, ovviamente, molto diverso da quello che si è abituati in Italia). Succede che io scriva anche la sera, in giorni di grande lavoro, ma soprattutto cerco di tenere la serata libera per altri tipi di attività, faccio una passeggiata nel centro di Bergen, vado al cinema, a teatro, ai concerti jazz, o sto con i miei figli o nipoti – guardando una partita di calcio in televisione, faccio una vita ordinaria, come si può capire.

I progetti di film dei tuoi libri?

Sono appena iniziate le riprese del 12° film ispirato ai miei libri, ma basato molto liberamente. La serie di film di Varg Veum, sia al cinema che in televisione, è stata un grande successo, almeno in Norvegia.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Ho già citato Gabriel Garcia Marquez. Tra gli autori di romanzi gialli mi piacciono James Lee Burke e Ian Rankin, e molti altri.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo alcuni scrittori norvegesi che ho paura tu non conosca. Alcuni di loro sono candidati femminili ad un premio letterario, dove sono in giuria, e alcuni altri sono autori di romanzi gialli norvegesi,  cerco di rimanere informato.

Ti piace fare tour promozionali? Dì qualcosa ai tuoi lettori italiani di divertente su questi incontri.

Personalmente, preferisco stare a casa, vivere la mia vita e scrivere. Ma quando faccio un tour o una visita ad un festival letterario, è sempre un piacere visitare  posti nuovi e incontrare i lettori di nuovi paesi – e naturalmente gli scrittori provenienti da altre parti del mondo. Mi è piaciuto molto il mio viaggio in Italia nel 2010, sono stato in città come Milano, Torino, Firenze, al festival del giallo di Brescia, e (in visita privata a) Venezia.

Qual è il ruolo di Internet nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri? Che ne pensi dell’ editoria elettronica?

Uso Internet, naturalmente, per me stesso, e per raccogliere informazioni sugli sfondi per i miei libri – la versione moderna del lavoro di ricerca. Io non lo uso per il marketing, ma spero che i miei editori lo facciano! Non sono sicuro di sapere dove il mondo dei libri stia andando, probabilmente verso gli e-book e altre (oggi sconosciute) forme di pubblicazione. Spero solo che i libri scritti sopravvivano, in futuro così come sono oggi.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction dal momento in cui hai iniziato a scrivere? 

Per me è chiaro che oggi la letteratura poliziesca è stata finalmente presa sul serio, molto di più sicuramente rispetto a quando ho iniziato a scrivere romanzi gialli negli anni 70, sia in Scandinavia che nel resto del mondo. Questo è il cambiamento più grande che posso rilevare.

Qual è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Mi capita di incontrare i lettori durante le letture pubbliche, quando firmo i libri in una libreria e – di volta in volta – anche solo camminando per le strade di Bergen (o in un’altra città). E ‘sempre bello incontrarli, perché i lettori che desiderano parlare con me sono per lo più molto entusiasti dei miei libri. Io non incoraggiano i lettori a prendere contatto direttamente con me, ma possono trovare il mio numero di telefono nella rubrica, e non è difficile trovare il mio indirizzo di posta elettronica.  E ho una pagina Facebook … E un sito web: www.vargveum.no.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Proprio ora sto scrivendo una commedia per il teatro (un musical) che non è prevista prima del 2014. Nel mese di agosto inizierò a scrivere un nuovo romanzo Varg Veum, che spero sarà pubblicato (in Norvegia) nell’autunno del 2012. Questo sarà il 16° romanzo della serie il18 libro a dire il vero, dato che ci sono anche due raccolte di racconti brevi.

Grazie per le domande e il mio più caloroso saluto ai lettori italiani!

Credit photo : Nina Aldin Thune

:: Intervista con Dan Vyleta a cura di Giulietta Iannone

27 aprile 2011

L'uomo di BerlinoSalve Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Figlio di rifugiati cechi emigrati in Germania alla fine del 1960, romanziere e storico canadese. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Vyleta? Punti di forza e di debolezza.

Punti di forza: mi piace stare sveglio tutta la notte a parlare con gli amici di libri, film, politica, bere (troppo) caffè e (troppo) vino, e camminare per la città sentendomi un tutt’uno con la città e con un gran senso di fratellanza per gli altri uomini …
Punti di debolezza: ho difficoltà a scendere dal letto il giorno dopo. E generalmente, la mattina non è il mio momento della giornata.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto in una zona industriale della Germania settentrionale. I miei genitori erano rifugiati politici provenienti dalla Cecoslovacchia ed è qui dove avevano trovato lavoro. In seguito sono andato in Inghilterra, a Cambridge, per studiare, e mi sono innamorato della lingua inglese (e anche di mia moglie!). Poi mi sono trasferito in Canada dopo anni di vita a Istanbul, Vienna, Berlino …

Quando hai capito che volevi essere uno scrittore?

Ho amato i libri sin da molto giovane. Mi ricordo che li razionavo così per non leggerli troppo in fretta: cercavo di leggere non più di cinquanta, ottanta pagine al giorno… E suppongo di aver sempre sognato di raccontare me stesso. Ma una cosa è sognare, un’ altra è sedersi al computer e trovare le parole per iniziare il primo capitolo. Una volta fatto questo, sono rimasto agganciato. Scrivere è come cucinare o fare musica. Tutti dovrebbero farlo.

Leggi altri autori contemporanei?

Sì. Ho letto un sacco di cose. Narrativa, romanzi gialli, racconti, fantascienza … Ma ho un amore speciale per la letteratura del XIX secolo: Dickens, Cechov, Tolstoj, Dumas, Conrad, Dostoevskij, Hugo, le sorelle Bronte. Penso che sia allora che il romanzo ha trovato la sua forma.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato fortunato a trovare un agente molto velocemente. Gli ho solo mandato il mio manoscritto per posta elettronica. Il suo assistente lo lesse e lo passò al suo capo… Ma c’era ancora un lungo cammino prima della pubblicazione. Si trattò di un lungo processo di nervo-demolizione. L’ultima settimana, quando ero in attesa che l’editore facesse un’offerta per il libro, ho preso un sacco di caffè corretti con brandy per tutto il pomeriggio…

Il tuo romanzo d’esordio L’uomo di Berlino (Pavel & I)  è ora tradotto in Italia da Paola Merla per Longanesi. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

E ‘una storia post-bellica, ambientata in quello che fu l’inverno più freddo che Berlino abbia conosciuto a memoria d’uomo. Il fatto è che tutti si aspettavano che il primo inverno dopo la guerra si trasformasse in una catastrofe umanitaria. Non c’era carbone per il riscaldamento. Ma l’inverno del ’45 fu relativamente mite. Così la gente pensò di avere un anno intero per ricostruire, sperando che il prossimo inverno non fosse così male. Ma poi l’inverno del ’46 iniziò, e Berlino era ancora in rovina. Le storia ruota attorno a tre personaggi principali: Pavel, un dimesso soldato americano che si rifiuta di tornare a casa; Anders, un giovane scugnizzo che ruba le cose e le vende al mercato nero, e Sonia, una donna tedesca che vive con un corrotto ufficiale inglese. Un uomo che stava cercando di vendere segreti ai russi viene ucciso. E così il trio di personaggi viene risucchiato in un vero e proprio complotto da Guerra Fredda …

Pensi che Il terzo uomo di Graham Greene abbia influenzato il tuo lavoro?

Amo molto la versione cinematografica de Il terzo uomo che  avevo visto tanti anni fa, ma in realtà il libro non mi ha influenzato molto finchè il mio editore non mi ha fatto notare le rassomiglianze – a questo punto ho letto il romanzo di Graham Greene. Amo il lavoro di Greene, in particolare il cuore della questione e il fattore umano, c’è qualcosa di incredibilmente sicuro nella sua prosa, e ha un orecchio meraviglioso per il dialogo.

Che tipo di film hanno influenzato il tuo lavoro. Germania Anno Zero di Rossellini?

Ho cercato di non guardare troppi film sul periodo che stavo descrivendo. Non volevo che la creatività di altri mi influenzasse troppo. Fu solo alla fine del processo di scrittura che ho cercato attivamente film sul periodo postbellico. Germania Anno zero di Rossellini ha lasciato una profonda impressione su di me, ed è stato gratificante vedere nella sua strada un lontano eco della mia stessa banda di ladri adolescenti.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Pavel Richter?

Tutti nel romanzo si innamorano di Pavel, a volte per motivi sorprendentemente insignificanti. Io personalmente amo Pavel moltissimo, e molti dei miei lettori mi hanno scritto per dirmi quanto anche loro si sentissero legati a lui. C’è qualcosa di delicato e nobile in lui: egli è un uomo giusto in un tempo corrotto. Mi piaceva l’idea di un uomo che apparisse inadatto alla sua età – un eroe di un romanzo ottocentesco incappato in una situazione del XX secolo.

Dimmi qualcosa del tuo personaggio femminile. Sonia è una sorta di dark lady? O è più simile a Ilsa Lund Laszlo di Casablanca?

Più che Ilsa, Sonia è una sopravvissuta. Per sopravvivere, ha dovuto cancellare le proprie emozioni e i propri ricordi. Tutto ciò che rimane in Sonia del periodo  pre-guerra è il suo amore per il pianoforte, è come se suonando Beethoven ciò le ricordi che, una volta, c’era una cosa chiamata civiltà. Quando incontra Pavel, si risveglia qualcosa in lei di cui diffida; lei lo percepisce come una minaccia.

Perché hai deciso di scrivere L’uomo di Berlino?

Non ho davvero deciso di scriverlo – in nessun momento mi sono seduto a pensare coscientemente, ‘Sai cosa, sarebbe una bella idea scrivere un romanzo post bellico ‘. Le prime pagine semplicemente si sono rovesciate su di me, e daallora  ho seguito la corrente ovunque mi stesse portando. Non mi piace l’idea di scrivere con la testa, si scrive con la pancia e si vede dove ciò ti porta. Se si è fortunati si finisce per scrivere un libro.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’uomo di Berlino?

Un anno e mezzo o giù di lì. Ma ci sono momenti, frasi, emozioni nel romanzo, che sono più vecchi del libro anche di cinque o dieci anni. Gli scrittori sono accaparratori. Ogni giorno,  si raccolgono detriti, sperando che un giorno si rivelino utili.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Dipende dai periodi. Al momento, posso solo scrivere grazie ai caffè. Così mi alzo, faccio colazione, raggiungo a piedi uno dei caffè che mi piacciono, trovo un tavolo, mi prendo una tazza grande di qualcosa di caldo, metto le mie cuffie su (ho ascoltato Beethoven per tutto  il periodo di scrittura di Pavel, e al momento ascolto Brahms) , e inizio a scrivere. Ho anche sempre con me un notebook e la mia penna preferita. Ogni volta che ho un’idea, la butto giù. Ho scritto un sacco di quaderni durante questi anni.

Ci sono attualmente progetti cinematografici legati al tuo libro? Dimmi il tuo cast ipotetico.

Ancora niente, anche se penso che si potrebbe fare un grande film. Avremmo bisogno di qualcuno tenebrosamente affascinante e intenso per il ruolo di Pavel, qualcuno come un giovanissimo Al Pacino. Non so: Cillian Murphy forse? E Marion Cotillard per Sonia? Philip Seymour Hoffman potrebbe fare un buon Fosko – se si radesse la testa!

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Günter Grass, Cormac McCarthy, Hilary Mantel, Pete Dexter, Julia Franck, Josef Skvorecky, Philip Pullman, William Gibson, Simon Armitage – l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Patrick Hamilton, Twenty Thousand Streets under the Sky del 1935. E ‘meraviglioso, un ritratto di una specie molto inglese di disperazione, triste e divertente allo stesso tempo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa  di divertente accaduto durante questi incontri.

Beh, è ​​lusinghiero essere al centro di tanta attenzione, e anche leggermente imbarazzante. Credo che molti scrittori siano persone molto riservate. Mi piace leggere in pubblico però: è bello incontrare i propri lettori. A volte sento che gli scrittori e gli editori – o gli scrittori e gli uomini di marketing – non capisco l’ un l’ altro. A volte vado a una festa in un luogo molto spettacolare – un bar alla moda, o un museo che è stato affittato per la serata – e tutte le persone del settore sono molto glamour e nel loro elemento – mentre gli scrittori invece se ne stanno rannicchiati in uno angolo, a bere drink e fare conversazioni tranquille l’uno con l’ altro. Comunque sono serate a volte anche molto divertenti.

Qual è il ruolo di Internet, nel tuo processo di scrittura, nella ricerca delle fonti  e nel marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Amo internet per diversi tipi di ragione, ma, per me, in realtà il processo di scrittura non cambia molto. Certo uso internet per cercare le cose, ma se proprio lo vuoi sapere  utilizzo ancora la biblioteca – o l’archivio. E ‘diverso per quanto riguarda il marketing. Qui Internet ha cambiato davvero le regole del gioco. Per quanto riguarda gli e-books penso che siano molto leggeri, maneggevoli, cool – ma  preferisco ancora i libri di carta. Io sono una persona tattile, mi piace la sensazione di una pagina stampata, e l’odore della carta e dell’inchiostro.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Ci sono tendenze, sensazioni, bestseller in più. Tutti gli editori sono alla ricerca dei prossimi Stieg Larsson: un libro che sarà un bestseller il  n. 1 in tutto il mondo. Ma per noi scrittori credo che non sia cambiato nulla. Dobbiamo ancora cercare di plasmare i sentimenti, le esperienze in parole, e scrivere il libro migliore che possiamo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ho un sito web www.danvyleta.com con notizie, pezzi di blog, copertine, recensioni ecc e i lettori possono scrivermi a danvyleta.website @ gmail.com

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio secondo romanzo, The Quiet Twin, è recentemente uscito in Canada, Regno Unito, e ora in Germania, e sono stato impegnato con i tour promozionali ma ogni volta che posso prendo un po’ di respiro, e  ora sto lavorando al follow-up!