:: Un’ intervista con Gaja Cenciarelli traduttrice di La casa della gioia di Edith Wharton (Neri Pozza, 2014)

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la_casa_della_gioia_02_2_Edith Wharton è da me una scrittrice molto amata. Da L’età dell’innocenza a I ragazzi, è stata capace di scrivere libri con al centro straordinari personaggi femminili, specchio di un’ epoca e di una classe sociale precisa certo, l’alta società di fine Ottocento, inizi Novecento, ma capaci di descrivere sentimenti e aspirazioni moderne e senza tempo. Oggi abbiamo il piacere di avere con noi Gaja Cenciarelli, che ha tradotto per Neri Pozza, La casa della gioia, (The House of Mirth, 1905), epopea di Lily Bart, bellissima e sfortunata eroina, nella New York dei primi del Novecento, e avremo l’occasione di conoscere un romanzo così celebre e amato da una prospettiva privilegiata.

Benvenuta Gaja, e grazie di aver accettato questa intervista. Parleremo de La casa della gioia di Edith Wharton e cercheremo di ricostruire il percorso che ti ha portato a tradurre questo libro, bellissimo e nello stesso tempo tragico. Come è andata, come ti hanno proposto di tradurlo?

È stata Monica Pareschi, la curatrice della collana, ad affidarmi la traduzione di questo titolo. Non finirò mai di ringraziarla, sia per l’opportunità che mi ha dato, sia per il certosino lavoro di supervisione della traduzione.

Conoscevi già il romanzo? Avevi avuto modo di leggerlo già negli anni passati?

Ho letto La casa della gioia forse qualche decennio fa. Troppo presto. Quando l’ho tradotto mi sono resa conto della stupefacente attualità di certi temi affrontati dalla Wharton e della sua prosa moderna, sferzante. Un libro che mi ha toccato corde profondissime, un personaggio tra i più luminosi della letteratura.

La scelta del linguaggio è sicuramente stata una parte importante nella traduzione. Come hai operato nella scelta dei vocaboli?

Cercando di rispettare – come accennavo poc’anzi – la modernità dello stile della Wharton senza tuttavia trascurare il contesto storico-letterario in cui il romanzo è stato scritto. È stato complicato.

Lily Bart e la New York dei primi del Novecento. Sono una lo specchio dell’altra? In un certo senso la parabola distruttiva dell’eroina si contrappone all’evoluzione e alla crescita di una città, in quel periodo nel suo massimo fulgore?

Non so, non credo si tratti esclusivamente di questo. La Wharton conosceva bene la crudeltà dell’alta società newyorchese, dato che ne faceva parte, e l’ha ritratta impietosamente. Lily Bart, che sembra il centro attorno al quale ruota l’ammirazione di tutti, di colpo diventa una reietta solo perché non ha accettato i compromessi e la doppia morale dei potenti. Credo che l’alta società di New York [non la città di New York] e le Lily Bart dell’epoca siano inversamente proporzionali: più la prima prospera, più le seconde soccombono. Anzi, Lily Bart è il terreno su cui l’alta società fonda il suo potere.

Lily Bart è più vittima innocente o causa dei suoi mali? In che misura la società secondo te la condiziona?

Posso solo descrivere la mia reazione via via che traducevo: ho detestato visceralmente Lily Bart per i tre quarti del romanzo. La sua frivolezza, l’ambizione a far parte di un mondo ottuso e insensibile, il desiderio di contrarre un matrimonio senza amore solo per acquisire stabilmente uno status mi facevano venir voglia di prenderla a schiaffi. È vero, sembrava volere far parte a tutti i costi di quell’odioso ambiente, eppure.
Eppure, leggendo con attenzione, si capiva che ogni volta che si trovava a un passo dalla realizzazione del suo sogno, Lily mandava all’aria tutto.
La società, la famiglia l’avevano condizionata a credere di desiderare certe cose, ma quando ha avuto l’opportunità di essere solo se stessa, è diventata gigantesca. Inarrivabile.

Il libro inizia con un incontro. Lily Bart e Lawrence Selden si sfiorano e da questo momento in poi inizieranno a inseguirsi e lasciarsi. Cosa li trattiene dal dare un calcio al tutte le convenzioni sociali, alle aspirazioni economiche e all’ipocrisia del loro ambiente e a scappare insieme?

Tutto quello che ho scritto prima: l’educazione, la tradizione, i vincoli sociali e familiari, la paura di perdere tutto. Non era così semplice allora, come non è semplice adesso.

La Wharton è abile nel descrivere questa tensione che avrà la sua massima risoluzione nel finale, carico di rimorsi e di occasioni perdute.

Senza timore di essere smentita, a mio avviso questo romanzo è uno dei più belli di tutti i tempi, finale compreso.

Lily Bart non è un’ immorale arrampicatrice sociale, ha un suo codice etico, che conserva pur in una società dove vige la corruzione e l’inseguimento della ricchezza come fonte unica di rispetto e identità; codice etico forse personale, che in un certo senso la porterà alla rovina. E’ il suo essere indipendente, incapace di compromessi, la causa di tutti si suoi mali? O si trova davvero in un vicolo cieco, senza possibili vie di uscita?

Lily è una donna che rifiuta i compromessi, e li rifiuta proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di accettarli. Le vie d’uscita c’erano e le sono state proposte anche con una certa insistenza, ma è precisamente il suo rifiuto a fare di Lily Bart una figura letteraria magnifica.

E’ secondo te una eroina moderna? Ancora oggi le donne si trovano a dovere fare le sue scelte?

Certamente. È una donna dei nostri tempi. La stupefacente modernità della Wharton consiste proprio in questo: i suoi romanzi sono estremamente attuali, anche a distanza di più di un secolo.

La Wharton operò nella sua vita scelte contrapposte, abbandonò il suo ambiente per rifugiarsi nel sud della Francia. Secondo te nel libro c’è una sottile critica alle scelte del suo personaggio o è più la tenerezza che traspare dalle pagine?

Non vedo critiche a Lily Bart nelle parole della Wharton. Al contrario, è evidente il disprezzo – che culmina in pagine di autentica, brillante ironia: altra caratteristica più unica che rara nelle scrittrici del passato – nei confronti dell’alta società.

Lawrence Selden, pur amando Lily, la sottovaluta e la giudica incapace di scelte morali, arrivando quasi a disprezzarla. È l’ orgoglio di Lily il primo ostacolo al loro amore, o c’è dell’altro?

A me pare che il comportamento di Lawrence Selden non fosse proprio cristallino. C’è un continuo, doloroso scambio di parole e silenzi tra loro, ed è un gioco alimentato anche dallo stesso Selden.

Parlaci dei personaggi minori, come li hai caratterizzati? Su di essi si posa un’ombra negativa? Quali conservano una certa moralità e forza?

Per caratterizzare un personaggio, che sia minore o di primo piano, basta un aggettivo, un avverbio [pochi], un gesto minimo: ricordo, per esempio, il racconto intitolato The Wife of Bath e contenuto nei “Canterbury Tales” di Geoffrey Chaucer. Ma questo è opera dello scrittore. Al traduttore spetta la – non meno impegnativa – scelta dei vocaboli. Spero che la Wharton sia soddisfatta.
Credo che i personaggi che, alla fine della storia, conservano ancora una certa dignità siano senz’altro Lawrence Selden e la cugina – cara amica di Lily – Gerty Farish.

Ti ringrazio della tua disponibilità.
Grazie a te, a voi, e buona lettura.

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