:: Il mondo secondo Susan Vreeland, a cura di Elena Romanello

la-lista-di-lisette-01Susan Vreeland, autrice californiana di svariati romanzi al femminile in cui ha esaminato il rapporto tra le donne e l’arte, da La passione di Artemisia a La vita moderna, è venuta in Italia, ospite della Neri Pozza per presentare la sua ultima fatica, La lista di Lisette, una storia ambientata in Provenza durante la Seconda guerra mondiale, incentrata sul personaggio inventato di Lisette, che entra in contatto con l’arte e la salvaguardia della medesima durante uno dei periodi più bui della Storia. A Torino Susan Vreeland è stata ospite del progetto LeggerMente, che coinvolge i gruppi di lettura delle Biblioteche civiche, e del Neri Pozza Book Club, su invito del Salone OFF 365, e ha raccontato varie cose a lettori e curiosi.

Di cosa parla La Lista di Lisette?

Questo mio nuovo libro è diverso dai precedenti, che partivano dalle biografie di artisti famosi, e che sentivo ormai essere un mondo un po’ troppo ristretto. Stavolta ho voluto scrivere un romanzo d’immaginazione, con personaggi inventati da me, ma sempre però con l’arte al centro, una storia nata anche dopo aver visitato il villaggio di Roussillon in Provenza. Nel mio libro trova spazio anche il furto delle opere d’arte da parte dei nazisti, una cosa terribile, e si parla poi di perdono, sacrificio, pietà, compassione, generosità e amore, perché l’ultimo punto della lista di Lisette è proprio amare di più e amare ancora.

Lisette ha una sua lista, alla quale lei dà un rilievo particolare. Cosa ha Susan Vreeland nella sua lista?

Nella mia lista c’è la promessa che la cultura e l’arte europea sarebbero state mie compagne e ispiratrici per tutta la vita. Condivido poi con Lisette l’ultimo punto, l’amore, che è anche il mio punto, ultimo ma più importante, amare.

La storia raccontata parla del valore salvifico dell’arte. Secondo lei questo può valere anche nella nostra quotidianità?

Sì, io penso che l’arte sia ottima come terapia, per alleviare il dolore e abbassare la pressione di una vita troppo veloce e stressante. Ho letto tempi fa che quando visitiamo una galleria d’arte dedichiamo in media pochi secondi ad ogni opera: dobbiamo soffermarci più a lungo, lasciare che l’arte lavori su di noi, entri in noi.

Sia La vita moderna che La lista di Lisette sono ambientati in Francia e entrambi parlano del periodo dell’Impressionismo. Che rapporto ha con questo Paese e questa corrente artistica?

Spesso la prima corrente pittorica che colpisce chi comincia ad interessarsi di arte è proprio l’Impressionismo, e poi da lì si spazia su altro. Anche a me è successo così, trovo che l’Impressionismo ha un fascino particolare che non riscontro per esempio nell’arte moderna. I miei quattro Paesi preferiti sono la Francia, l’Irlanda, l’Olanda e l’Italia. Ho studiato il francese e sono affezionata alla Francia e anche all’Italia, che mi stanno dando la possibilità di conoscerle meglio, e dove ho notato molto affetto per me e le mie opere.

Lisette cambia molto nel corso degli anni, dalla ragazza che arriva in Provenza alla donna che riparte per Parigi per poi tornare a Rousillon. Il suo è un romanzo di formazione?

Ho corso il rischio all’inizio di presentare Lisette come superficiale e egoista, perché è triste di lasciare Parigi, rinunciando alla possibilità di diventare gallerista. Ma poi a Rousillon cambia, capendo di avere un ruolo nella salvaguardia del patrimonio artistico, maturando e crescendo.

La figura maschile più interessante è Bernard, all’apparenza collaborazionista dei nazisti decisamente poco simpatico e poi ben diverso da come appare. Che ne pensa?

Durante la guerra in Francia ci sono stati molti modi di collaborare, di fronte al collaborazionismo noi oggi siamo portati a criticare negativamente, ma le motivazioni di Bernard sono spiegate alla fine del romanzo, lui riesce a salvare Rousillon dalla distruzione, mentre due paesi vicini sono distrutti perché ospitano partigiani. Bernard non riesce a far parlare il suo cuore, forzato dalla posizione in cui si trova, cambia anche lui e rimane ambiguo fino alla fine.

Nei suoi libri torna il rapporto tra donne e arte, spesso non detto nel corso della Storia. Inoltre, tra tutte le sue protagoniste, qual è la sua preferita?

Per molti secoli le donne nell’arte sono state viste solo come modelle per i quadri di nudo, nomi come Artemisia Gentileschi e Sofonisba Anguissola sono stati esempi di artiste, ma le donne sono apparse tardi nei libri di Storia delll’arte. Lisette rappresenta un altro rapporto tra la donna e l’arte, la consumatrice d’arte che poi diventa gallerista, e quindi nell’arte c’è la donna oggetto, la donna soggetto e la donna che condivide l’arte con gli altri, imparando ad apprezzarla anche senza aver avuto modo di studiare molto. La mia preferita, proprio per questo motivo, è Lisette.

Nel libro emerge il tema della materia che diventa forma e bellezza. La bellezza secondo lei si può scorgere in ogni cosa?

Se vogliamo vivere una vita migliore dobbiamo cercare la bellezza e anche la bontà. Dietro a La passeggiata di Chagall, il quadro che illustra la copertina del libro, c’è il fatto storico che fu dipinto dall’artista dopo che gli ebrei in Russia erano riusciti ad avere più diritti grazie alla rivoluzione, e si sentivano più felici, come Marc e Bella. Vivere senza l’oppressione ci rende migliori e l’arte ci rende consapevoli e quindi migliora la nostra vita.

Cosa fa secondo lei di un dipinto un capolavoro?

Non il fatto che sia tecnicamente perfetto, ma che deve colpire la nostra anima e darci sollievo. A questo proposito nel libro c’è l’episodio di Maxime, prigioniero in un campo di lavoro tedesco, che un giorno parlando con una guardia scopre che entrambi amano le cattedrali gotiche delle loro città, Parigi e Colonia, dove si sentono abbracciati da qualcosa di più grande. L’amore per l’arte rende quindi due nemici due fratelli.

Che idea si è fatta sul pubblico dei suoi libri e come è vissuto il rapporto con l’arte negli Stati Uniti?

Quando si fanno tagli alla nostra scuola i primi corsi che vengono tagliati sono quelli di arte, e penso che la gente dovrebbe lottare contro questo, e so che è un problema anche italiano. Nei miei libri parlo di arte cercando di portare i lettori verso i musei e viceversa. Il mio pubblico è formato per lo più da donne, dai 40 anni in su, e ci sono generi che vendono molto più dei miei libri, io cerco di parlare di qualcosa come arte e bellezza che per voi europei, che siete circondati da musei, è scontata ma per noi no.

A essere interessato a rubare i quadri non era tanto Hitler quanto Goring, che disse anche che quando sentiva parlare di cultura gli veniva voglia di tirare fuori la pistola. Cosa ci va secondo lei oltre la cultura, l’arte e la bellezza, che evidentemente non bastano?

Oltre alla bellezza dobbiamo lavorare su tolleranza e rispetto, per capire meglio gli altri e le altre culture. Le forze positive della nostra società sono tolleranza, giustizia, religione, che ci elevano spiritualmente. La seconda guerra mondiale fu combattuta da quella che noi oggi chiamiamo la finest generation, la meglio gioventù, che per un dovere più alto ha sacrificato se stessa. Oggi dobbiamo cercare la bellezza aiutati dall’arte senza dimenticare altri valori.

Che ruolo hanno oggi secondo lei l’Italia e l’Europa in un mondo sempre più omologato?

L’Europa ha portato alla luce cose fondamentali, come democrazia, arte e bellezza. Penso che debba condividere la cultura e i proventi dell’economia con chi è più bisognoso, e anche gli Stati Uniti dovrebbero fare questo, essere più generosi in nome della libertà. Lo so, sono ideali, ma se almeno ci provassimo!

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