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:: Un’intervista con Eugenio Di Rienzo a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2015

conflitto russo-ucrainoBenvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. È docente di Storia moderna alla “Sapienza” di Roma e direttore della Nuova Rivista Storica oltre che membro del comitato scientifico di Geopolitica. Ci parli del suo libro, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, un testo breve se vogliamo ma denso di concetti e riflessioni. Ha sentito la necessità di fare chiarezza su un conflitto ancora in atto, nonostante la tregua, alle porte dell’Europa. Pensa abbia similitudini con la Guerra civile nell’Ex Jugoslavia?

Ormai purtroppo le similitudini sono evidenti. Siamo di fronte ad un conflitto intestino che si sviluppa in una delle aree-chiave dell’Eurasia. Una guerra fratricida aggravata dall’ingerenza di altre Potenze: Federazione Russa, Usa, Canada, il fronte nord-est dei Paesi Nato (Polonia, Repubbliche Baltiche, Danimarca, Norvegia), Regno Unito, e ora anche, potenzialmente, Nazioni non integrate nell’Alleanza atlantica, come Svezia e Finlandia. Una guerra civile che ha visto il prepotente ritorno sulla scena del combattente irregolare: guerrigliero, foreign fighter, contractor, terrorista. Una guerra che, come tutte le guerre civili, si è trasformata in una “guerra ai civili”, nel silenzio del sistema dei media occidentali.

La rivoluzione di Majdan Nezaležnosti evidenzia senza mezzi termini il tentativo degli Stati Uniti di spingere l’Ucraina verso la Nato, questa è la tesi che sostiene nel suo saggio, pensa che questo modo di agire sia vitale per gli USA e soprattutto condiviso all’interno dell’establishment governativo statunitense?

Il comportamento di Washington, per parafrasare una famosa frase di Talleyrand, è “peggio di un crimine”, è un “errore” che sarà fatale soprattutto all’Europa. Il tentativo di erigere un ordine mondiale unipolare, sbarazzandosi di un potenziale antagonista, come la Russia, prima di arrivare alla resa dei conti finale con la Cina, sembra l’unica ratio che guida l’amministrazione Obama. Si è ottenuto però l’effetto contrario: costringere Mosca ad un’innaturale alleanza con Pechino.

La deposizione del presidente filorusso dell’Ucraina Victor Janukovyč viene considerata senza mezzi termini da Putin un colpo di stato. Insomma rientra in un più ampio atto di aggressione contro la Russia da parte europea e americana. Crede possibile un ripristinarsi delle condizioni che hanno dato origine alla Guerra Fredda? A chi converrebbe davvero che si ripresentassero?

Con il sempre più forte processo di riarmo portato avanti dalla Nato, ormai in gran parte succube della strategia aggressiva degli Usa, e dalla Federazione Russa siamo ritornati apparentemente a una nuova Guerra fredda. Dico apparentemente, perché ora, diversamente che nel passato, Stati Uniti e Nato sono all’attacco, mentre la Russia è in difesa.  L’ingerenza russa nei fatti ucraini, incluso l’invio di militari “senza stellette”,  per appoggiare le milizie del Donbass, è un fatto indiscutibile ma si è trattata comunque di una reazione comprensibile e legittima, direi. Un’offensiva tattica che nasconde una difesa strategica (pensiamo al peso geostrategico della Crimea). Perché la Russia, dal crollo dell’Urss, è indubbiamente sulla difensiva nella politica mondiale. Troppo facile è accusare il revanscismo di Putin o l’imperialismo russo. A innescare il circolo vizioso della crisi e precipitare l’Ucraina in un conflitto fratricida è stato l’espansionismo occidentale. Quest’espansionismo, ingiustificato e animato più da hybris che reali necessità strategiche, rischia di portare il mondo a uno scontro tra Potenze nucleari. Cui prodest tutto ciò? A nessuno direi, e neppure all’incontrollata volontà di potenza americana. Non certo all’Europa che pagherà l’isolamento economico e diplomatico dalla Russia a un prezzo altissimo.

Uno dei punti nodali del suo saggio è l’estrema debolezza della politica estera dell’Unione Europea, ancora troppo condizionata dagli interessi e dalle decisioni USA. Si arriverà mai a un totale affrancamento, e soprattutto alla creazione di una reale politica estera condivisa, (ora sembra che la cancelleria di Berlino sia l’unico portavoce) ci sono tentativi in merito?

Esiste un fronte dialogante con Mosca, all’interno dell’Unione Europea e della Nato, costituito da Francia, Germania e Italia, che potrebbe attirare nella sua orbita anche altri Paesi dell’Eurozona (Spagna, Grecia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca), se solo Berlino si decidesse a prendere, di fatto, la guida dell’Unione. C’è urgente bisogno di un nuovo Bismarck che dica, a voce alta: “Mai contro la Russia!”. Purtroppo il ricordo dell’avventura nazista pesa ancora troppo sulla coscienza tedesca perché questo avvenga, mentre Parigi e Roma possano aspirare solo a ricoprire il ruolo di junior partner di Berlino.

L’epigrafe del libro, la citazione all’inizio del saggio, riporta le parole di Vladimir Putin espresse il 18 marzo 2014 sulla necessità di “rifiutare la retorica della Guerra Fredda” e soprattutto di considerare che la Russia  “ha i suoi propri peculiari interessi che devono essere tenuti nel debito conto e rigorosamente rispettati”, lamentandosi del comportamento di Stati Uniti e l’Europa occidentale che costringono le organizzazioni internazionali (vedi ONU) a “emettere risoluzioni che ne giustifichino le azioni, ma se queste non agiscono in loro favore, essi semplicemente ignorano le decisioni”. Affermazioni abbastanza esplicite, secondo lei quanto c’è di verità, oltre la retorica politica?

Molta più verità che propaganda.

La politica delle sanzioni in che misura danneggia realmente la Russia, o sono più le ripercussioni negative sulla gia affaticata economia europea? Gli USA da questo, secondo lei, ne traggono vantaggio?

Il crollo dell’economia russa, a causa delle sanzioni, non è avvenuto e anzi queste e le ritorsioni economiche russe hanno gravemente danneggiato l’Europa (in particolare Italia e Germania). Ciò detto, bisogna aggiungere che l’economia russa, ancora troppo dipendente dalla vendita di gas e petrolio, arretrata e sofferente nel settore agricolo e in quello dei beni di consumo, resta fragile. Per tornare ai danni subiti dall’UE a causa della politica sanzionista, è evidente che un’Europa debole, messa in stato di scacco e ostacolata dallo sviluppare tutto il suo immenso potenziale economico, da Lisbona a Vladivostok,  non può che convenire a Washinton.

La crisi ucraina è divenuta ora anche la crisi del fronte euro-atlantico, della lunga entente cordiale tra Vecchio Continente e Stati Uniti” dice in una recente intervista, può esplicitare meglio questo concetto?

Credo che i più forti e autorevoli partner politici e militari degli Usa, con l’eccezione di Londra, non abbiano nessuna voglia di “morire per Kiev”, dopo aver visto i loro uomini morire invano per Bagdad e Kabul. In Francia e in Italia, l’insofferenza degli ambienti militari per l’avventurismo statunitense è ormai è palpabile.

Nel suo saggio cita spesso Kissinger e la sua visione pragmatica e realistica dei rapporti internazionali.  Secondo il suo pensiero l’avventata profezia della “morte della storia” formulata da Francis Fukuyama si è rivelata senza fondamento ovvero la nascita di un “nuovo ordine mondiale”, improntato ai principi di una governance planetaria, democratica e partecipativa”, non si è avverata. Anzi ci orientiamo verso “un’ evoluzione della carta politica del pianeta in ‘sfere d’influenza’ egemonizzate da Stati diversi e da diverse forme di governo, ai cui margini ciascuna sfera sarebbe tentata di testare la sua forza contro altri soggetti ritenuti illegittimi”. Concludendo che c’è una differenza insopprimibile tra un ordine mondiale ‘eversivo dello status quo internazionale’, promosso oggi dal Global Democratic Revolutionary Power statunitense, e uno ‘legittimo’ che trova la sua ragion d’essere nel ripudio dell’uso della forza e che agisce nello spazio e nel tempo del possibile segnato dalla realpolitik, in nome del rispetto degli obblighi condivisi. Pensa che il suo pensiero sia tenuto ancora in debita considerazione almeno in qualche frangia dell’amministrazione Obama?

Kissinger, purtroppo, è per l’amministrazione Obama solo una fastidiosa Cassandra. A Washington sembra prevalere la lezione dei Falchi neoconservatori, troskisti in gioventù, che ora hanno rimodulato il dogma della “rivoluzione permanente” sotto il segno dell’interventismo democratico. Nell’imbroglio ucraino, me lo lasci, dire, solo i conservatori, nel campo intellettuale, hanno conservato un minimo di lucidità… e penso alle posizioni di Franco Cardini e Sergio Romano. Su quello politico di grande ragionevolezza e coraggio sono state le posizioni di Berlusconi, Napolitano, Prodi. Onore al merito!

Nel 2016 terminerà l’amministrazione Obama, si affaccia l’ipotesi Hillay Clinton. Se vincesse le elezioni pensa ci sarebbero le premesse per un reale mutamento della politica estera? O gli interessi USA sono troppo legati a un indebolimento della Russia? Che prospettive per la risoluzione della crisi russo-ucraina?

La politica Usa, come quella di tutte le Potenze imperiali, è sempre eguale a se stessa, a prescindere dagli attori che si muovono sul palcoscenico della politica internazionale. Detto questo, io temo che l’ascesa della Clinton possa portare a una politica estera ancora più assertiva di quella di Obama. D’altra parte la politica estera democratica è solo un mito, uno specchietto per le allodole inventato dalla parte più forte.

Recensione a “Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale“, Eugenio Di Rienzo (Rubbettino, 2015) qui

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2015

lore1Benvenuto Lorenzo e grazie di questa nuova intervista. È appena uscito per Spartaco Edizioni il tuo nuovo romanzo “Quando le chitarre facevano l’amore” e come tradizione delle tue interviste su Liberi scegli una colonna sonora che ci accompagni.

Grazie a voi per l’ospitalità. Come colonna sonora scelgo l’album doppio “Khantharana Valley Experience” di The Love’s White Rabbits, mi sembra la musica più appropriata.

E di musica si parla molto nel tuo romanzo, già il titolo ci suggerisce il tema, per non parlare di un gruppo rock dal nome improbabile come The Love’s White Rabbits fino a un gruppo di strumenti musicali in cerca di libertà. Che ruolo ha la musica nel tuo romanzo?

Beh, improbabile non proprio. Il nome della band è ripreso da un brano dei Jefferson Airplane e da “Alice nel paese delle meraviglie”, inoltre negli anni ’60 andavano di gran moda i nomi lunghi e complessi nel movimento della musica psichedelica. La musica ha un ruolo fondamentale in questo romanzo. Oltre a portare il lettore dentro a quella che fu la scena garage di Austin, in primis The 13 Floor Elevators e The Golden Dawn, il libro dà spazio anche a Bob Dylan, agli MC5, a The Band, a The Grateful Dead, a The Beatles e, naturalmente, a The Love’s White Rabbits, band realmente esistita in un’altra epoca, di cui io ho fatto parte, e che ho proiettato in quel decennio straordinario. La musica è presente in ogni pagina. La musica delle cavalcate selvagge, quando, appunto, le chitarre facevano ancora l’amore.

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Photo Credit Francesco Montefusco

A che genere appartiene il romanzo, o è una contaminazione di generi dal noir, alla spystory, alla satira di costume?

Un po’ tutto. Noir, spy story, psychedelic book, road book, di avventura… è un grande zibaldone lisergico ricco di colpi di scena.

Come è nata l’ idea di scriverlo, quale è stato il punto di partenza?  

The Love’s White Rabbits. Fu un’esperienza umana e musicale totale, quando si era ancora un Noi e non degli Io. Eravamo cinque amici sempre insieme, disposti a sacrificare tutto per il Divertimento, il Viaggio e la Musica. Volevo parlare di questa esperienza, e ho pensato che associarla a un’altra mia grande passione, il decennio della guerra in Vietnam, della Summer of Love, della Rivoluzione, sarebbe stato più interessante che collocarla dove realmente questa esperienza si è consumata: l’emilia degli anni ’90.

La controcultura americana degli anni ’60 e ’70 fa da sfondo al romanzo. Come non pensare a gente come Allen Ginsberg, Jack Kerouac o William S. Burroughs, e il loro popolo gli hippie, i figli dei fiori, o il Festival di Woodstock, le proteste contro la guerra del Vietnam, le marce per la pace, l’LSD, la rivoluzione psichedelica. Perché hai scelto l’America come scenario, e come ti sei documentato per raccontarla?

L’America è il luogo dove nasce tutto quello che tu hai citato. Il lavoro di ricerca è stato lungo, divertente e complesso: libri, documentari, l’ascolto delle centinaia di vinili e CD che possiedo da prima dell’idea del libro, rilettura di saggi, traduzioni, giornali dell’epoca, film, la mia vecchia tesi di laurea, le mie esperienze sensoriali. È stato un lavoro di ricerca totale.

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Photo Credit Copyright 1997 by The Love’s White Rabbits

Che tu sia un autore anticonformista, non sono io la prima a dirlo, tu scegli un tipo di letteratura di liberazione, dai gioghi imposti, dai preconcetti, da tutte le sovrastrutture che la società odierna impone. Che senso di libertà vorresti che provassero i tuoi lettori una volta finito il romanzo? È davvero possibili essere liberi, anche solo intellettualmente, nella nostra società?

Voglio che si sentano liberi, ma non posso spiegare io a un’altra persona quale possa essere il suo senso di libertà, è troppo soggettivo. Te ne accorgi se sei libero o se sei evaso, con qualche sceriffo moralista alle calcagna. Io credo che sia possibile essere liberi in questa decadente società di mediocri al timone di comando. Un libro ti libera, un disco ti libera, la penna mi libera ogni volta che la prendo in mano.

La trama è complessa, di personaggi bizzarri al limite dell’assurdo ce ne sono tantissimi, alcuni reali altri frutto della tua fantasia, e pur tuttavia riesci a reggere le fila del tuo romanzo con grande naturalezza. Si parte dalla ricerca di un gerarca nazista, scappato presumibilmente in America, per parlare di vent’anni di storia americana e non solo. In che misura è presente il resto del mondo nel tuo romanzo?

È un romanzo dove, spero, si ride molto, si piange, si rimane con il fiato sospeso. È un romanzo totale. Ed essendo, appunto, totale, il mondo è presente per definizione. I personaggi vengono dai quattro angoli del globo: abbiamo un reduce del Vietnam (e quindi ecco il Vietnam), abbiamo Singapore, c’è un sosia presidenziale cieco guatemalteco, un triestino a caccia di nazisti, due israeliani.

Partirà un lungo tour promozionale per il romanzo, proprio come una tournée di una rock band. Quali città toccherai?

Sono già stato a Milano e Piacenza, ed è andata benissimo. La prossima tappa è Ferrara, poi il Salone del Libro a Torino, Roma, Lecco, Pavia, l’Isola d’Elba, Brescia, ancora Milano, diversi festival in giro per l’Italia. Sarò in tour fino a fine anno, voglio che le chitarre facciano l’amore ovunque.

E poi a settembre uscirà la settima indagine della saga di “Indagini di uno sbirro anarchico”. Ci puoi anticipare qualcosa?

Si intitolerà “Il giorno in cui la Spal vinceva a Renate” e, come già recita il titolo, sarà un Malatesta totalmente dedicato alla squadra di calcio di Ferrara, la mia città.

Altri progetti in mente?

Un libro su una mucca e uno su un aereo un po’ particolare.

Grazie della disponibilità, e in conclusione mi piacerebbe farti un’altra domanda legata alla tua esperienza di padre, avere un figlio ha cambiato qualcosa nel tuo essere scrittore, ti ha reso una persona più responsabile? Che futuro augureresti al piccolo Pietro?

Più responsabile credo sia d’obbligo, nei suoi confronti. Come scrittore ha ridotto i miei orari di lavoro, necessariamente. Dormo poco. Gli auguro la libertà di essere se stesso, la forza di non voler emulare nessuno. Grazie a voi.

The Magician – The Love’s White Rabbits – Khantharana Valley Experience

:: Un’ intervista con Homobruno, a cura di Diego Di Dio

30 aprile 2015

indexCiao Homobruno. Ho letto il tuo libro, “Basta poco”, e mi è piaciuto molto. Per questo ho deciso di farti qualche domanda. Iniziamo dal tuo pseudonimo: come mai Homobruno?

È un soprannome che mi hanno dato i miei amici: a volte sono molto istintivo.

Pubblichi sempre sotto pseudonimo o a volte usi il tuo nome vero?

No, solo pseudonimo. Credo nei nomi e nel loro valore. Ti ricordi Alinghi? Alinghi è il nome del canotto con cui Ernesto Bertarelli e sue sorella giocavano da piccoli al mare. Dopo quarant’anni hanno dato il nome alla barca che poi ha vinto la Coppa America. Spero di essere altrettanto fortunato.

Va bene, ora passiamo al tuo libro, “Basta poco” (Cavinato Editore, 2015). Dicci da cosa nasce l’idea di una storia così particolare.

Ci sono tante piccole cose che hanno contribuito a mettere su l’idea. Quella, forse, più importante è la strana circostanza che a volte, parlando con qualcuno, quando non riesce a dare spiegazione all’esito di quel colloquio, o di un rapporto uomo-donna, o di tante altre situazioni, allora queste vanno male. Invece noi sappiamo benissimo che ciò che serve affinché una situazione vada nel verso giusto, noi in fondo lo possediamo già. Basta poco.

E la struttura particolare del romanzo da cosa nasce? Si tratta, è vero, di un romanzo unitario, che però a tratti sembrerebbe dare l’idea di una raccolta di racconti…

Non credo dia l’idea di una raccolta di racconti. È un’unica storia vista da tre punti di vista differenti. Questi punti di vista a volte viaggiano paralleli, altre volte si intrecciano. La struttura serve a far luce su come le persone giudichino in maniera diversa quello che gli accade intorno.

Adesso parlaci un po’ della tua esperienza con la Cavinato Editore.

Mi sono rivolto a un editor, e insieme abbiamo corretto il libro. Alla fine lui lo ha proposto a varie case editrici e la Cavinato International ha deciso di pubblicarlo.

Cosa consigli a un autore esordiente per approdare a una pubblicazione seria e professionale?

Serve un’idea.

Dici che basta l’idea?

Quella deve esserci, e non parlo di vecchi ricordi che sono in soffitta o di storie personali condite da situazioni piccanti. Poi, certo, bisogna saper scrivere, ma lì ci si può lavorare, mentre se non hai un’idea…

Quali libri legge Homobruno e quali sono i suoi punti di riferimento letterari?

In questo momento sto leggendo tutti i libri che ha scritto Norman Mailer. Sono andato in fissa, e devo ammettere che questa full immersion non mi sta deludendo. Il mio podio aggiornati di libri è il seguente: al terzo posto Una cosa da nulla di Mark Haddon; secondo posto, L’informazione di Martin Amis; infine, al primo posto metto Gli inconsolabili di Ishiguro Kazuo. In generale, mi piacciono Proust, Balzac, Coupland, P.K. Dick, Roth, Auster e tanti altri.

Va bene, Bruno. Grazie mille per la chiacchierata e in bocca al lupo per “Basta poco”.

Grazie a te.

:: Un’intervista con Prof. Luigi Bonanate

18 aprile 2015

luigiBenvenuto professore Bonanate su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. È docente di Relazioni internazionali presso la Scuola di Studi Superiori dell’Università degli Studi di Torino Ferdinando Rossi e la Struttura Universitaria Interdipartimentale in Scienze Strategiche. L’ho invitata a parlare con noi della crisi russo – ucraina, in un quadro internazionale piuttosto instabile, che vede l’Europa da un lato minacciata dal terrorismo islamico dell’ ‘ISIS di al-Baghdadi e dall’altro da una crisi si potrebbe definire interna in Ucraina. La storia dell’integrazione europea non è mai stata facile, ma si aspettava minacce di tale portata?

Alla luce dei fatti attuali, più che vedere l’integrazione europea sotto minaccia, direi che il processo integrativo si è fermato da tempo, in termini ideali e politico-culturali, cosicché sembra che l’accento si sia spostato sull’Unione Europea in quanto soggetto politico-istituzionale che non ha di vista, in realtà, pace, ordine e armonia, ma piuttosto interessi: non che l’UE sia insensibile, non è capace — e questa è tutta un’altra cosa. Abbiamo confuso, negli ultimi anni, l’accrescimento quantitativo dell’Unione con una sua crescita culturale e politica, ma quantità e qualità non vanno sempre (o forse quasi mai) insieme. Ci sono dei movimenti storici che hanno bisogno dei loro tempi: l’opinione pubblica europea sa pochissimo di quel che succede al di fuori dei suoi confini, così come gli statunitensi sanno pochissimo di ciò che succede fuori del loro sub-continente. E così il gioco rimane sempre nelle mani dei politici, che sono ovviamente pochissimi, e perseguono i loro obiettivi, che non sempre sono quelli migliori.

La deposizione del presidente filorusso Victor Janukovyč ha innescato una crisi piuttosto seria alle porte dell’Europa. Che quasi inevitabilmente ricorda la guerra civile nell’ex Jugoslavia. È una crisi che si progettava da tempo, per certi versi inevitabile, un colpo di stato come afferma Putin, o la situazione è come sfuggita di mano?

Nei fatti, la crisi ukraina è venuta, tanto per cambiare, dal petrolio (e/o dal gas) e quindi dal prezzo che il fornitore di questo bene prezioso pensa di poter spuntare. L’Ukraina era un cliente già da molto tempo sotto ricatto da parte della Russia che continuava a minacciare/ricattare l’Ukraina con la politica dei prezzi. Quando si ventilò l’ingresso dell’Ukraina nell’Ue, me ne preoccupai pensando che la Russia di Putin non l’avrebbe accettato: è dai tempi dello “scudo spaziale” che la Russia protesta per il modo in cui USA e Nato la circondano. Figurarsi se uno degli ultimi stati-cuscinetto scomparisse per esser sostituito da una rappresentanza del “nemico” occidentale… E non dimentichiamo, per di più, che le risorse energetiche sono l’unica risorsa che ha oggi la Russia: non industria, non agricoltura, non commercio: e quando il prezzo del petrolio scende come è successo nei mesi scorsi…

L’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea, nella Nato, sarebbe vista dalla Russia come una vera e propria aggressione, tesa a minare i suoi interessi geostrategici. Ma ha un senso far nascere le premesse di una nuova Guerra Fredda? E’ indispensabile l’Ucraina all’Europa?

L’Ukraina non è indispensabile all’Europa così come non lo è alla Russia. A voler fare le cose per bene, bisognerebbe andare a vedere la storia, i rapporti passati, gli incontri tra culture, lingue, eccetera. Ma ormai sarebbe inutile, perché dovremmo capire che tra paesi in pace le forme identitarie (che poi diventano nazionalistiche) diventano ferri vecchi che non servono più a nulla. La “conquista” è un’idea del tutto superata che dovremmo convincerci a dimenticare. Il nazionalismo — tanto russo quanto ukraino — “nuoce gravemente alla salute”!

L’ eurasiatismo di Dugin, l’integrazione eurasiatica, è il cuore della politica estera di Putin. Questa sorta di rinascita della “Guerra Fredda” non porterà la Russia ad allontanarsi sempre più dall’Europa verso est, verso la Cina? Che idea si è fatto di Putin come statista?

Direi piuttosto (rispondendo così anche alla domanda successiva) che il mio giudizio su Putin è pessimo e la sua politica estera mi pare preoccupante. Ma è il regime putiniano in se stesso che disapprovo: i russi oggi non vivono gran che meglio che prima dell’89; le diseguaglianze sociali si sono addirittura acuite; la libertà non è cresciuta che di pochissimo; la democrazia non esiste: gli oppositori politici di Putin finiscono normalmente in galera e qualcuno invece è stato anche assassinato.

Molti nazionalisti ucraini sono simpatizzanti o dichiaratamente neonazisti, di per sé quindi antidemocratici. E nello steso tempo vengono dichiarati come paladini dell’autonomia e della democrazia in funzione antirussa. Come giustifica l’ Occidente questa sorta di paradosso?

La situazione ukraina è tutt’altro che idilliaca; ma non per questo sono giustificati gli scontri armati, le violenze, le separazioni violente anti-russe (così come quelle russe anti-ukraine). I paesi europei hanno commesso molti errori (probabilmente molto più per ignoranza che per malizia) nell’esasperare le contraddizioni tra Ukraina e Russia: invece di cercare di sopirle le abbiamo attizzate. E ora tutti ne pagano il prezzo.

L’Ucraina si sta avviando verso un default economico. Se accadesse che peso avrebbe negli equilibri geopolitici? L’idea di un’Unione eurasiatica è auspicabile?

Non so dire che cosa ci porterà il futuro prossimo; ma credo assolutamente che Putin – comunque vada la questione ukraina – continuerà la politica espansiva che ha in testa: ricostruire la grandezza territoriale dell’URSS. E quindi, la prossima “vittima” (che però mi sembra abbastanza disponibile a diventarlo senza protestare) è la Bielorussia. Speriamo che Putin non si attacchi mai alle Repubbliche baltiche, perché lì la musica sarebbe tutt’altra.

Concorda con Kissinger che l’auspicata “morte della storia” formulata da Francis Fukuyama, ovvero la nascita di un nuovo ordine mondiale improntato ai principi di una governance planetaria, democratica e partecipativa, non si sia realizzata?

La storia non è mai morta, anzi — subito dopo l’annuncio di Fukuyama — ha preso una velocità inusitata. E oggi continua ad andare tanto veloce che nessuna Cancelleria al mondo ci sa dire se le cose si stiano mettendo al meglio o al peggio. La mia personale sensazione — mi dispice dirlo — è comunque la seconda.

Nonostante la fragile tregua tra Russia e Ucraina, successiva agli accordi di Minsk-2, la situazione resta comunque incerta e aperta a ogni sviluppo. Nel 2016 terminerà l’amministrazione Obama, si affaccia l’incognita Hillary Clinton. Premesso che la Clinton fino al 2013 è stata segretario di Stato dell’amministrazione Obama, se vincesse le elezioni pensa che si manterrebbe nel solco della continuità con il precedente mandato o ci sono reali premesse per un mutamento della politica estera? Che prospettive per la risoluzione della crisi russo-ucraina?

La politica estera americana è molto meno incisiva di quanto pensiamo; l’opinione pubblica americana non si interessa che minimamente degli avvenimenti in Europa. Si preoccupa nel senso che i voti non si conquistano sul dibattito in politica estera, ma sui temi di politica interna.
Dubito fortemente che potrà fare qualche cosa di più il successore di Obama, sia se sarà Hillary, sia se dovesse diventarlo, – com’è tutt’altro che impossibile – Jeb Bush.

:: Un’ intervista con Anna Castelli, scrittrice, cosplayer e non solo, a cura di Elena Romanello

17 aprile 2015

Anna2Per chi frequenta il mondo di manga, cosplay, steampunk e simili, il nome di Anna Castelli torna periodicamente come quello di una personalità eclettica, cosplayer e scrittrice, organizzatrice di eventi e studiosa del Giappone, oltre che intrinsecamente veneziana fino al midollo. Liberi di scrivere ha incontrato Anna per parlare con lei delle sue molteplici e interessanti attività.

Ti sei laureata in lingue orientali con una tesi sul teatro kabuki e ti occupi, scrivendo anche libri in tema, di una delle espressioni moderne più amate della cultura giapponesi, il cosplay. Come nasce il tuo amore per il Giappone, Paese oggi di gran moda, e come hai messo insieme il passato e il presente di questo mondo?

Il mio amore per il Giappone nasce nell’estate del 1995 leggendo Tsugumi di Banana Yoshimoto. Al tempo dovevo decidere che tipo di università intraprendere e il romanzo mi fulminò per l’atmosfera che lo permeava. Decisi che dovevo saperne di più su quella cultura così differente dalla nostra, imperniata sul mono no aware, quel senso di tristezza meditativa causato dalla consapevolezza dell’impermanenza delle cose. Così ho deciso di iscrivermi a Lingue Orientali, ho studiato giapponese e sono diventata storica d’arte orientale.

Venezia è la tua città, che celebri in romanzi e racconti: cosa vuol dire per te essere nata e cresciuta in questo posto unico al mondo e cosa secondo te continua a farla amare così tanto?

Venezia ha una caratteristica peculiare: è una foresta di legni rovesciati. Le fondamenta delle maestose costruzioni di pietra che resistono da secoli sono migliaia di tronchi portati dalle montagne circostanti, fossilizzatisi nel fango. Poi c’è una quantità enorme di trachite euganea, la pietra di cui sono fatti i masegni che vengono calpestati ogni giorno da secoli; inoltre ci sono marmi e pietre lavorate finemente per creare capolavori circondati dall’acqua dei canali. Tutti elementi naturali che il sangue e la fatica di generazioni hanno plasmato per resistere ai secoli. Venezia racconta l’energia dell’essere umano creativo, non distruttivo: chiunque abbia la volontà di aprire la mente per ascoltare può sentire forte e chiaro questo concetto come in pochi altri luoghi al mondo.

Lo steampunk è un’altra delle tue passioni: cosa vuol dire per te e cosa pensi di come questa cultura è vissuta in Italia?

Mi piace lo steampunk perché deriva da una corrente letteraria che teorizza lo sviluppo della tecnologia a partire dal vapore invece che dall’elettricità, un concetto affascinante per una scrittrice quale io sono. Inoltre il fatto di poter vedere nella realtà i personaggi che si trovano nei libri è una cosa che mi regala sempre un sorriso di meraviglia. C’è anche da dire che gli abiti steampunk sono affascinanti perché partono da una base ottocentesca e vengono integrati con materiali “pesanti” come rame e ottone (o simulazioni di questi materiali). In Italia è una subcultura che sta prendendo piede ogni anno di più, a mio parere perché si circonda di un’aura elitaria e misteriosa, quando in realtà si tratta di persone molto amichevoli che hanno una gran passione per l’artigianato. Lo dico perché li conosco e partecipo ai loro raduni.

I romanzi che hai scritto, oltre che essere ambientati a Venezia, sono storie d’amore, più o meno paranormali: perché questa scelta e cosa pensi dello stato della narrativa rosa nel nostro Paese?

Per rispondere a questa domanda ho dovuto riflettere sulla mia vita. Ho scoperto che alla fine la scelta deriva sempre dall’amore per il Giappone: chi non conosce Miyazaki? Si resta sempre affascinati dal realismo magico delle sue storie, dai suoi incredibili personaggi (maghi, streghe, animali antropomorfi) che vivono in mezzo a noi interagendo con una società che li accetta come un qualcosa di quotidiano e comune. Anche i miei personaggi sono così: in Di acqua e di pietra un essere dall’aspetto bizzarro viene accettato dalla Serenissima, in cui si rifugia per trovare pace, mentre in Di Venezia. D’amore. Di magia è del tutto normale che una coppia si ritrovi a Venezia dopo trecento anni per risolvere finalmente una maledizione. Anche sotto pseudonimo il mio ultimo lavoro è orientato verso il realismo magico: una situazione surreale di disagio e un incantesimo finito male narrati in questa Venezia contemporanea fatta di antiche e decadenti nobiltà racchiuse nei palazzi. Per quanto riguarda la situazione della narrativa rosa nel nostro Paese, devo dire che recentemente mi sono unita a EWWA (European Women Writing Association – http://ewwa.org/ ), un’associazione senza fini di lucro volta a creare una rete di solidarietà professionale e creativa tra coloro che sono impegnate nell’editoria in Europa. Ho scoperto così che esistono cinque milioni di lettrici di “rosa”, che in questo termine racchiude un variegato panorama creativo: storico, contemporaneo, paranormale, erotico, spy… Un enorme bacino d’utenza che attende solo di essere stupito con nuove storie.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Attualmente ho programmati degli eventi per la promozione di tre libri: Di Venezia. D’amore. Di magia come romanzo rosa fantasy, Guida Cosplay – Vivere Venezia come guida turistica dedicata ai cosplayers (ma non solo) e parteciperò a uno spettacolo di teatro-danza tratto dal racconto Di acqua e di pietra, per cui devo preparare un duello all’arma bianca. Nel frattempo sto curando l’ultima revisione di due manoscritti che usciranno sotto pseudonimo nei prossimi mesi; devo dire che questi ultimi progetti mi danno molta soddisfazione perché intersecano la loro esistenza con quella di altri professionisti della scrittura e della fotografia, e io ADORO mettere in correlazione varie realtà artistiche, lo trovo un impulso culturale aggiuntivo sia per chi crea sia per chi legge!

Il sito ufficiale di Anna Castelli è www.annacastelli.com

:: Un’ intervista con Alice Ranucci, a cura di Elena Romanello

14 aprile 2015

diLa giovanissima Alice Ranucci è autrice del commosso e disincantato romanzo In silenzio nel tuo cuore, ritratto di un’adolescenza al femminile a Roma tra drammi, aspirazioni, sogni, scoperte. Le abbiamo chiesto qualcosa in più su se stessa, abbastanza diversa ma non del tutto dalla sua protagonista Claudia.

Come è nata l’idea del tuo romanzo?

Due anni fa ho cominciato a lavorare a un progetto di volontariato che si chiama Civico Zero. E’ un progetto di ‘Save the Children’, che tutela minori non accompagnati immigrati in Italia. Ho cominciato facendo interviste e riprese del posto, ma in realtà è stato come aprire uno squarcio su un altro mondo. Mi sono affacciata, all’inizio solo con la testa, forse un po’ spaventata, poi mi sono proprio tuffata in questo progetto, affezionandomi ai ragazzi, conoscendo le loro storie. Ciò che mi ha ispirato però, non è stato solo Civico, è stato il rientro a scuola, nel mio di mondo, il contrasto stridente. La critica costante a tutto quello che stava fuori da quel mondo, primi fra tutti quelli che venivano classificati generalmente come “immigrati”, ma con la consapevolezza che quelli che si permettevano di parlare non sapevano, non conoscevano. E allora questo romanzo è nato anche per fargli vedere, sentire. È nato come un parallelo tra due mondi che ho tentato di incrociare.

A leggere le tue note biografiche, sembra proprio che tra te e Claudia ci sia ben poco in comune. Cosa ti tende simile a lei e cosa ti rende diversa?

Claudia per me è stata una compagna, un’amica. Ma forse ancora di più è stato un filtro. All’inizio è estremamente diversa da me: forse ne ho fatto l’incarnazione dei valori che criticavo. E’ stata per me come uno sfogo, così è nata, dalla rabbia. La sua rabbia mi apparteneva. Poi, pian piano, è cresciuta insieme a me, e mentre la sua vita veniva sconvolta da traumi terribili, io mi affezionavo sempre di più a lei. Quindi un po’ mi assomiglia, è inevitabile. Molti dei suoi giudizi, delle sue opinioni e delle osservazioni sul mondo che la circonda, sono miei.

Quali sono i principali problemi, pregi e difetti dei giovani di oggi?

Penso che definire i “giovani” come un’unica categoria sia fondamentalmente sbagliato. È come dire, “quali sono i problemi degli adulti?”. Beh penso che ogni individuo abbia i propri problemi, i propri pregi e difetti. Ci sono tantissimi adolescenti con voglia di fare, intelligenti, colti, interessati. Con passioni e prospettive, con valori e motivazioni. Ma raramente se ne parla. Vengono sempre soppiantati nei discorsi dai giovani svogliati, delinquenti, violenti, con valori sbagliati. Esistono entrambi. Ma penso che di difetti naturali non ce ne siano, perché nessuno nasce sbagliato, e anche i comportamenti più estremi hanno spesso dietro delle motivazioni. Devono solo essere comprese. L’assenza di una famiglia, l’omologazione, certamente giocano un ruolo. La verità è che la nostra è un età molto difficile, perché tutto ci sembra infinitamente grande, e perché ci troviamo a prendere decisioni che influenzeranno totalmente il nostro futuro, le persone che saremo, a volte senza essere preparati a farlo.

Come vivi il tuo rapporto con la tua città, Roma, capitale d’Italia e simbolo di tante cose?

Roma è una città molto grande, bellissima, e non si finisce mai di scoprire cose meravigliose. Qualche volta mi capita di desiderare di vivere in una città più piccola, amo molto Firenze, ma per me Roma è casa. Credo che lo rimarrà per sempre, anche se l’anno prossimo andrò a studiare a Londra e poi chissà dove mi porteranno i miei studi.

Tu fai volontariato e questo traspare nel libro. Come pensi che ti abbia cambiata?

Mi ha cambiata moltissimo. E’ lo sguardo, la prospettiva quella che è cambiata. Come dicevo prima, conoscere un mondo tanto lontano dal mio mi ha dato anche l’opportunità di capire meglio me stessa, e quanto sono fortunata. Quante cose della mia vita ero abituata a dare per scontate, a confronto con ragazzi che, a dispetto di tutto, comunque sono riusciti a mantenere il sorriso.

I tuoi prossimi progetti?

Adesso sto preparando l’IB, l’esame di maturità inglese, e spero vada bene perché vorrei studiare Psicologia e Neuroscienze a Londra. Però ho già in testa l’idea del prossimo romanzo, ho buttato giù una scaletta e qualche pagina. Di una cosa sono certa: ovunque andrò, non smetterò mai di scrivere…

:: Incontri con i docenti: Prof. Dr. Hussein Hamouda Mahmoud, ‎ direttore del Dipartimento di Italianistica alla Helwan University (Il Cairo)

12 aprile 2015

07596eeProseguendo la serie di incontri con i docenti, abbiamo il piacere oggi di avere con noi il professor Hussein Hamouda Mahmoud, direttore del Dipartimento di Italianistica alla Helwan University del Cairo. Discuteremo della crisi dell’ editoria e del numero sempre maggiore di giovani che preferiscono alla lettura dei libri altre attività, problema presente anche in Egitto. Ecco l’intervista.

Buongiorno professor Hamouda, e grazie di aver accettato questa intervista. E’ direttore del dipartimento di Italianistica alla Helwan University. Ci parli del suo ciclo di studi, come si è avvicinato all’insegnamento?

Buongiorno a voi. Ho studiato italiano, lingua e letteratura, nella facoltà di Lingue, dell’ Università di Ain Shams, una delle maggiori del Cairo in Egitto, dove il Dipartimento d’italiano è stato inaugurato nel 1956. Ma la facoltà stessa era stata fondata già nell’ Ottocento, nell’epoca della Rinascita araba che vide la nascita della cultura araba moderna. Prima ho lavorato come traduttore, giornalista, poi, dal 1999 ho cominciato la mia carriera universitaria. Da giornalista avevo anche un lettore “ideale” a cui mi rivolgevo scrivendo gli articoli per il giornale, ma ad un certo punto ho avuto il desiderio di conoscere questo lettore, non più ideale, ma reale. I giovani interlocutori nelle aule universitarie mi sembrarono sin dal primo momento più vivi e concreti. In fine dei conti noi, tutti, insegniamo qualcosa a qualcuno nei diversi ruoli che assumiamo nella vita.

Mi innamorai della letteratura araba leggendo Le Mille e una notte. Come è nato il suo amore per la letteratura italiana?

Anche io mi innamorai della letteratura italiana leggendo le Mille e una notte italiane. Si tratta del Decameron di G. Boccaccio. Certo che erano solo dieci giornate ma sono state raccontate ben 100 novelle, mentre nelle Notti arabe sono narrate circa 250 novelle, ma alla fine si tratta di due raccolte di novelle che possono, teoricamente, durare infinitamente. Infatti la mia tesi di dottorato era una comparazione tra le Mille e una notte e il Decameron. Le posso descrivere, entrambe, come Umane Commedie, a differenza della Divina Commedia di Dante. Noi, popolazioni del bacino del Mediterraneo, siamo accomunate dalla stessa cultura.

Secondo i dati recenti forniti dalla Associazione Italiana Editori (AIE), che monitorano la quantità e la qualità di lettori in Italia, in quest’ultimo anno si sono persi 800.000 lettori. L’editoria Italiana è in crisi, le case editrici chiudono, le librerie anche storiche chiudono, mi diceva che è un problema sentito anche in Egitto.  

Le case editrici soffrono anche in Egitto, malgrado l’aumento numerico dei lettori, la crescita demografica e il basso prezzo dei libri. Ci sono 8 milioni i lettori in Egitto, in una popolazione di 90 milioni. I nuovi libri stampati sono diminuiti del 25% nel 2010. Di recente si è assistito a un nuovo fenomeno editoriale in Egitto, messo in luce nell’ultima edizione della Fiera internazionale del libro del Cairo, del gennaio 2015. Si tratta dell’editor/giovane/individuale. Hanno avuto grande successo i nuovi scrittori giovani che non sono legati a nessun editore, ma stampano i loro libri e li distribuiscono tramite una rete giovanile. Bisogna riconsiderare tutte le politiche e i dinamismi dell’editoria per poter rispondere alle nuove esigenze dei nuovi lettori.

Per la mia generazione i libri erano simbolo di libertà, di indipendenza critica, di confronto, di amore per mondi anche lontani e diversi dal nostro. Ci confrontavamo con la diversità e altre culture. Ci avventuriamo verso una società globalizzata sempre meno libera?

Sembra che ci siano novità nel contesto attuale rispetto al contesto in cui abbiamo avuto la nostra esperienza di vita. Si tratta della “rete” invece di librerie o biblioteche. I libri online e quelli elettronici sono in aumento. Il fatto, mi fa ricordare il discorso di Umberto Eco alla Fiera del libro di Torino nel 2009, quando parlava della memoria metallica invece di quella cartacea. Dal punto di vista quantitativo le informazioni delle nuove generazioni sono assai più abbondanti di quelle che potevamo avere al nostro tempo. Con l’immigrazione, la virtualità della cultura e i contatti mondiali sempre più ricchi assistiamo ora a una maggiore consapevolezza del mondo. I libri non perderanno il loro ruolo, anche se perderanno la forma tradizionale, grazie al progresso tecnologico. Gli autori di oggi dovranno trovare soluzioni innovative a questo problema. Malgrado questo bisogna adottare una nuova poetica. Una nuova educazione che riconosca l’altro e che sia più tollerante. La poetica della transculturazione. È compito anche dei formatori, dei docenti e professori, nelle scuole, non solo in Italia, ma in tutto il mondo: educare i giovani alla molteplicità dei mondi, tutti validi e riconoscibili.

Quali sono i principali nemici che allontanano i giovani dai libri?

La disperazione, la mancanza di libri che possano rispondere alle loro esigenze. Poi internet che diffonde una cultura mediocre, una sorta di fast food culturale. Internet crea una rete sociale efficace, ma è incapace di creare una comunità concreta, e quindi non riesce a sviluppare vere e proprie tendenze o filosofie. La rete viene dal vuoto e va nel vuoto.

La lettura dei libri offre in dono un grande regalo: il tempo. Il tempo per riflettere, assimilare i concetti, apprezzare la bellezza. Nell’era di internet, la velocità della circolazione delle informazioni è vertiginosa, si perde quasi il senso dell’analisi critica. Notizie, su notizie ci sovrastano in un brusio di fondo che sembra diventare più che fonte di conoscenza, fastidioso rumore. Come si fa ad opporsi a questo stato di cose?

Non mi sembra che sia da rifare tutto. Le informazioni sono importanti, come spunti per un sviluppo della coscienza. Ma attingere alle ricchezze del patrimonio umano è anche bello e formativo. Creare l’interesse, motivare, sensibilizzare i giovani è anche nostro compito. Noi siamo i responsabili delle nuove tecnologie che abbiamo creato senza sapere cosa farne di positivo, allora tocca a noi riorganizzare questo caos, forse tramite l’invenzione di nuove forme creative che possano attrarre o attirare l’attenzione dei giovani che sono, tecnologicamente parlando, più evoluti delle vecchie generazioni.

Perché gli stati, o meglio gli enti preposti all’educazione non sostengono progetti culturali di più ampio respiro? Non so in Egitto ma qui in Italia la scuola è un po’ il fanalino di coda, i docenti vivono quasi tutta la loro carriera lavorativa da precari, di corsa a tenere lezioni in posti lontani anche disagevoli, non avendo mai la certezza l’anno successivo di essere confermati. I giovani ricercatori universitari vanno all’estero. Sono sempre meno coloro che scelgono di lottare contro la burocrazia, l’ignoranza, la mancanza di fondi. Da docente, avendo un fondo da destinare a incrementare la lettura, cosa farebbe?

Gli Stati ora non sostengono nessuno. L’economia di mercato mette tutti in una situazione di precariato. Anche la cultura. La situazione è la stessa in tutto il mondo. Non ci sono più fondi, né in Europa né nel resto del mondo. I fondi vengono sprecati nel mondo politico e imprenditoriale. I fondi che ho per i libri sono diminuiti tanto da arrivare a solo 250 euro per anno con cui devo provvedere all’ acquisto di libri in un Dipartimento di italianistica che serve 300 studenti, 15 docenti e ricercatori.

Quali sono i libri che considera indispensabili, quelli fondanti, per un giovane egiziano che volesse avvicinarsi alla letteratura italiana?

Tanti. Le tre corone della letteratura e padri della lingua italiana: Dante, Petrarca e Boccaccio. Ariosto. Tasso. Alfieri. Goldoni. Manzoni. I veristi. Pirandello. I neorealisti. I moderni. Gli italo-egiziani Marinetti, Ungaretti e Pea. Leopardi e Carducci. Il teatro italiano fino a Dario Fo e oltre. Vittorini, Pavese, Calvino, Buzzati. Moravia. Tabucchi, Eco e Baricco. Saviano e Camilleri. Sciascia e Consolo.

Per favorire l’analisi comparativa tra letteratura araba e italiana, che soluzioni auspicherebbe?

Per favorire il confronto tra le letterature mediterranee bisogna dare una maggior spinta alla traduzione tra le diverse lingue, che sono il ponte essenziale per la comunicazione letteraria. Le soluzioni dovrebbero, poi, avvalersi delle teorie della ricezione, dell’ ermeneutica, dell’  imagologia, e della transculturazione. Queste tendenze di interpretazione e di critica letteraria ci aiuteranno a vedere in modo più chiaro le nostri radici comuni. Bisogna affermare, comunque, che ci accumunano tante cose, più di quelle che ci separano. Le teorie, gli studi e le poetiche del grande comparatista italiano, di fama mondiale, Armando Gnisci sono sicuramente utilissime a questo riguardo.

Imparare una lingua diversa da quella materna, anche in età adulta, è una sfida affascinante. Penso ai tanti giovani che attraversano il Mediterraneo per approdare in Europa. La letteratura delle migrazioni è una delle più ricche e profonde letterature contemporanee. Inviterebbe questi giovani a scrivere, raccontando le loro esperienze?

Scrivere la propria esperienza è un atto di generosità. Significa che mi doni una parte di te, della tua vita. Invito tutti, giovani e non, a scrivere, a comunicare agli altri le proprie vite cosa che arricchisce anche le nostre vite. La letteratura della migrazione è, invece, essenziale per dare una nuova linfa alle letterature invecchiate. Per la seconda generazione degli immigranti il problema della lingua non rappresenta nessun ostacolo, dato che i giovani saranno formati nella società di destinazione. La prima generazione, invece, impara la lingua facilmente, perché è una lingua di vita, che si usa nel quotidiano. Poi si scrive in un italiano compromesso, o si scrive a quattro mani, ma arriverà il momento in cui scatterà automaticamente il modulo linguistico che trasforma la lingua acquisita in quella cognitiva, cioè in una lingua meticcia o creola, un miscuglio di due lingue madri o quasi.

Sono cristiana, ma ho avuto modo di leggere il Corano, anzi lo rileggo spesso, e mi trasmette sempre un grande senso di pace. Ripensando a fenomeni come il terrorismo islamico che sembrano dare ai popoli di fede musulmana, almeno in Occidente, un’ aura negativa, non pensa che una maggiore diffusione dei libri diminuirebbe anche il grado di aggressività e violenza diffusa?

Il terrorismo non è un fenomeno islamico, ma universale, legato più alla politica che alla religione. La religione viene abusata o strumentalizzata nei conflitti politici. Separare la religione e la politica è un compito dell’ Occidente, accusato di sostenere tanti movimenti fanatici nel mondo islamico, che inseminano il terrore con le armi occidentali. L’Occidente deve promuovere una cultura di pace e di tolleranza, non solo nei propri paesi, ma in tutto il mondo. Il libro, certamente, è molto utile a combattere tutte le forme di fanatismo e estremismo, che nascono dall’ignoranza. Il libro è contro il terrorismo perché è contro l’ignoranza. Perché illumina d’immenso.

Il progresso tecnologico, più che un ostacolo può essere un alleato. Oltre ai libri cartacei, stanno diffondendosi i libri digitali, aperti a numerosi contenuti interattivi. Immagini, suoni, link possono rendere la lettura dell’Odissea altrettanto appassionante che un video gioco (se non di più). Cosa ne pensa? Preferisce il libro tradizionale, o è favorevole anche agli ebook? Gli studenti con meno possibilità economiche come possono accostarsi a questi mezzi tecnologici?

Temo che nel prossimo futuro non sarà una questione di preferenza, ma di obbligo. Da ora bisogna investire di più nella creazione di nuove biblioteche virtuali e elettroniche sostenute dagli stati e disponibili, specialmente per le classi più povere. Bisogna riconoscere il diritto alla cultura come un fondamentale diritto umano garantito ai bambini, ai diversamente abili, ai poveri, senza nessuna forma di discriminazione.

Per concludere, cosa si auspica per il futuro?

Più cultura e più felicità; meno politica, meno consumismo, meno abuso, meno violenza, meno armi, meno disagio per tutta la terra.

:: Un’ intervista con Richard Godwin

30 marzo 2015

indexBentornato, Richard, su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato la mia nuova intervista. “Paranoia And The Destiny Programme” è il tuo nuovo romanzo, pubblicato in Inghilterra con Black Jackal Books, e ancora inedito in Italia. Si tratta di un romanzo distopico sul totalitarismo, sulle orme del 1984 di Orwell?

Grazie Giulia, è bello essere tornato. Sì, può essere considerato sulle orme del romanzo politico seminale 1984 di Orwell, in quanto trattano entrambi il totalitarismo. Penso che possa avere parallelismi anche con Il processo di Kafka, dal momento che esplora l’oggettivazione dell’individuo in una struttura di potere autoritario. Ma è proprio un romanzo, uno sguardo ravvicinato sull’ era della sorveglianza in cui viviamo.

I ragazzi venuti dal Brasile è un famoso film thriller diretto da Franklin J. Schaffner, su un ipotetico piano nazista per clonare il DNA di Hitler, condotto dal dottor Josef Mengele. Nel suo libro c’è una storia simile. Vuoi parlarcene? I piani nazisti sono stati di ispirazione?

La differenza tra Paranoia And The Destiny Programme e I ragazzi venuti dal Brasile è che quest’ultimo esamina il nazismo, mentre in Paranoia la struttura totalitaria è più indefinita. Dale Helix, il protagonista, crede di essere stato rapito da un oscuro gruppo di governanti chiamato L’Assemblea, crede che lo stiano progammando per uccidere. Egli sostiene di essere parte di un programma volto a creare un nuovo genere. Può essere paranoico, certo, o può dire la verità. L’idea del romanzo è quella di analizzare i legami tra serial killer e dittatori in un futuro regime totalitario in cui cerchino di creare il dittatore perfetto, possibile da controllare. Sarebbe un nuovo volto dell’autoritarismo, governato da un gruppo di governanti, una eminenza grigia. Ci sono paralleli con le moderne strutture politiche qui. Sono interessato alle connessioni genetiche e psicologiche tra serial killer e dittatori. Penso che un serial killer può essere un politico fallito o il dittatore un serial killer politicamente di successo, che trova altri che uccidano per lui.

La paranoia è un altro tema presente nel tuo libro. Rivela la malattia mentale presente nella nostra società? Era questo l’obiettivo del tuo romanzo?

Sì, lo era, l’origine greca del termine paranoia significa accanto alla mente. Dale Helix è combattuto, credo che molte persone oggi siano frammentati tra i programmi di sorveglianza e il sovraccarico di informazioni. Leggendo il romanzo non è certo se sia tutto frutto dell’immaginazione di Dale Helix o no, dal momento che nessuno gli crede e crede che tutti vivano in una utopia. Verso la fine del romanzo il lettore avrà un’ idea più chiara sul fatto che Dale Helix sia realmente utilizzato come parte del programma, o meno.

C’è mai stato un dittatore donna? In passato, come nel presente, le donne preferiscono governare in modo indiretto. Sei d’accordo? Se Hillay Clinton diventasse il prossimo presidente degli Stati Uniti, che tipo di accoglienza avrebbe, secondo te?

Sollevi una questione interessante. Boudica, Caterina la Grande, tra le altre. Penso che ce ne siano state meno a causa del predominio storico di strutture di potere patriarcali, ma credo che ce ne saranno ancora. Credo che la natura della dittatura femminile differisca poco da quella maschile, dato che non è orientata per genere, ma penso che sia determinata dalle azioni. Mi piacerebbe vedere più romanzi con dittatori femminili. Non me ne viene in mente uno. Se la società è strutturata attorno a un programma di potere, non riesco a pensare ad un modello sociale in cui non sia presente un dittatore donna, in una società basata sulla parità di genere vedremmo sicuramente la nascita di dittatori femminili. La mancanza di dittatori femminili potrebbe essere la prova di una mancanza di parità di genere, quella che sovverte la menzogna utopica circolante di un’avvenuta uguaglianza. Nel mio romanzo il programma è la creazione di un nuovo genere. Immaginate un genere nella società con una serie di esigenze. Quanto è facile controllare chi è al potere? Penso che Hilary Clinton riceverà un accoglienza molto ambivalente. Mi sono fatto una domanda quando Obama rappresentava le forze di opposizione e tra Obama e Hillary Clinton ci si chiedeva se fossero stati più pesantemente condizionati dal razzismo o dalla misoginia. Penso che potrebbe essere il prossimo candidato per un un omicidio dal momento che la sua semplice presenza alla Casa Bianca verrebbe considerata un affronto a vari fattori che puntellano una diminuzione di scelta all’interno di una macchina politica sempre più mediatica, tesa alla manipolazione di una costituzione di per sè solida e praticabile.

Il Gruppo Bilderberg è simile alla tua Assemblea? Il tuo libro prende spunto dalla realtà?

E’ simile al gruppo? Sì e no, poiché l’ Assemblea opera sì nell’ombra ma è indefinita e solo Dale Helix sa della sua esistenza. Il Gruppo Bilderberg è stato definito ‘un governo ombra mondiale,’ dai teorici della cospirazione (The Telegraph, Matthew Holehouse, 6 giugno 2013) ma è abbastanza conosciuto. Dale Helix invece conosce poco l’Assemblea. Non mi baso su eventuali organizzazioni note o reali, ma è un paradigma di ciò che potrebbe accadere.

Parlaci un po’ della stesura del libro. Qual è stata la parte più complicata durante la scrittura?

Una volta che ho avuto l’idea è stata abbastanza facile da scrivere. Ho avuto chiara la voce di Dale Helix e ho raccontato la sua storia.

Verrà presto tradotto in Italia?

Sì, lo spero.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe venire in Italia per parlare dei miei romanzi. Io adoro il vostro paese, e ho già pubblicato due romanzi lì, Apostolo con Edizioni Lite, e Confessoni di un Sicario con MeMe. Ho anche pubblicato varie storie, come L’Ora Segreta e Il Confini del Desiderio con Edizioni Lite, e MeMe sta traducendo quest’anno in italiano il mio secondo romanzo Mr. Glamour. Qualsiasi scusa è buona per andare in Italia.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Un altro mio romanzo verrà pubblicato entro la fine dell’anno da Down And Books, Wrong Crowd, su un ladro d’arte che si innamora di una bella e misteriosa donna e viene coinvolto con la Mafia Russa da un ‘villain’ del East End che esce dal suo passato. Attualmente sto lavorando a una lunga crime novel commerciale. Il mio agente sta discutendo con alcune grandi case editrici, e sto cercando di mettermi a scrivere altri due romanzi, un romanzo di fantascienza e un romanzo noir.

:: Revisione traduzione italiano – inglese a cura di Davide Mana

:: Un’intervista con Guillaume Zeller, autore di “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945”

24 marzo 2015

9Guillaume Zeller, giornalista e caporedattore di DirectMatin.fr, è l’autore di “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945“, di Éditions Tallandier, ancora inedito in Italia (N.d.i. nel 2016 è stato pubblicato in Italia da Piemme con il titolo di Block 262830, tradotto da Maria Moresco).
Ha gentilmente accettato la nostra intervsita e ci parlerà del suo libro. “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945” racconta una storia forse sconosciuta a molti, perduta tra le migliaia di storie di deportazione successe durante il corso della Seconda Guerra Mondiale. I 579 preti, religiosi e seminaristi cattolici, alla venuta del Reich e nell’Europa occupata, furono incarcerati dai nazisti nel campo di concentramento di Dachau (vicino Monaco) tra il 1938 e il 1945. Alcuni sono sopravvissuti, altri sono morti, tanto che il campo di concentramento di Dachau può essere considerato il più grande cimitero di preti cattolici del mondo. Le loro storie di sofferenza, di fede, d’eroismo sono contenute in queste pagine, che spero siano molto presto pubblicate anche in Italia, per i lettori che non leggono in francese.

Buongiorno, Guillaume, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accetatto questa intervista. E’ l’ autore di “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945“. Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Era da qualche anno che lavoravo per una rete televisiva francese e stavo preparando una trasmissione sulla Chiesa Cattolica durante il nazismo. Fu allora che scoprii il personaggio di Mgr von Galen, vescovo di Mïunster, in Germania, che aveva pronunciato un sermone contro i piani di eutanasia di Hitler (il piano T4) dalla sua cattedrale nell’agosto del 1941. Mgr von Galen riuscì a fare indietreggaire Hitler: questo fu eccezionale! E se il vescovo non andò a Dachau, ho scoperto che molti sacerdoti tedeschi ci furono condotti per aver ristampato il sermone di Mgr von Galen. Ed è così che ho scoperto che in totale circa 2700 sacerdoti, soprattutto cattolici, furono deporatti a Dachau. E’ stata questa storia sconosciuta ad avermi appassionato.

Dove e come si è docuementato? Qualcuno l’ha aiutata nelle ricerche?

Ho lavorato in maniera molto classica cercando negli archivi, le bibliografie e le testimonianze. Così, indagando, ho potuto raccogliere una serie di documenti originali, come testimonianze personali dattiloscritte e mai pubblicate, la corrispondenza, alcuni documenti amministrativi. Ho anche raccolto numerosi libri di memorie in francese, inglese, e tedesco. Ci sono anche molti libri in polacco, ma sfortunatamente non ho potuto tradurli tutti. Infine, ho avuto la possibilità di incontrare due superstiti francesi: il gesuita, come il Papa Francesco, padre Gérard Pierre, e Peter Metzger, che è stato seminarista al campo dove è arrivato all’età di 18 anni.

Raggruppati nei “blocchi” speciali che conservavano il nome di “baracche dei preti”, 1034 di loro persero la vita. Ci racconti la storia che l’ha più impressionata.

Senza alcun dubbio, quei momenti eroici, quando i sacerdoti esausti si proposero volontari per lavare, curare, confortare, sostenere i loro compagni laici che stavano morendo in condizioni spaventose, durante la grande epidemia di tifo che colpì il campo a partire dalla fine del 1944. Mentre i malati erano abbandonati da tutti, i sacerdoti si offrirono volontari, con il permesso del loro superiore ecclesiastico. Molti di questi sacerdoti sono morti con i malati dopo aver contratto il tifo, ma hanno dimostrato che i nazisti non avrebbero potuto cancellare la loro umanità. Questi sacerdoti sono dei vincitori, e degli esempi per tutti credenti e non.

Quali furono le ragioni della loro deportazione?

I sacerdoti non sono stati perseguiti perché erano cattolici, ma piuttosto per ragioni politiche. Così, numerosi sacerdoti tedeschi e austriaci sono stati arrestati per la loro opposizione alla politica hitleriana: alcuni ritengono per la loro “resistenza spirituale”. Altri sacerdoti cattolici sono stati espulsi per aver preso parte alla resistenza, sia direttamente con i partigiani nella boscaglia, o perché hanno contribuito a salvare gli ebrei. Questo è il caso di un grande domenicano: padre Giuseppe Girotti, morto a Dachau. Ci fu una importante eccezione: i sacerdoti polacchi. Erano i più numerosi a Dachau e sono loro che hanno sofferto di più. Ora, questi sacerdoti polacchi furono perseguitati dai nazisti proprio perché erano sacerdoti. La SS credevano che essi fossero l’elite, giocando un ruolo molto importante nella società polacca, e quindi dovevano essere eliminati. Si può dire in questo caso che fu una persecuzione antireligiosa.

Quali furono le condizioni di vita di questi sacerdoti nel campo?

Erano atroci quanto quelle dei loro compagni laici: soffrivano la fame, il freddo, le percosse, le epidemie. Avevano paura per tutto il tempo. Eppure i sacerdoti avevano due grandi vantaggi: erano stati raggruppati insieme, permettendo loro di sostenersi a vicenda, e per di più, poterono erigere una cappella che diede loro grande conforto (ma i sacerdoti polacchi non ebbero il diritto di andarci per lungo tempo). Ma se beneficiarono di questi due privilegi, soffrirono anche di persecuzioni particolari: la SS e i Kapos si divertivano a deriderli e bestemmiavano, ma soprattutto furono gli obiettivi specifici di esperimenti medici e di eutanasia.

Come è continuata la loro pratica di fede, la loro vita spirituale, in detenzione?

Malgrado queste condizioni terribili è sorprendente constatare come questi preti siano riusciti a mantenere intatta la loro fede, a praticare i sacramenti, a mantenere la disciplina della Chiesa. Così, i sacerdoti di Dachau celebrarono l’Eucaristia (spesso in clandestinità), confessarono e spesso diedero l’estrema unzione. Ci fu anche un seminarista tedesco Karl Leisner, ordinato da un vescovo francese Gabriel Piguet. Quando possibile, i sacerdoti partecipavano anche a delle conferenze, tenevano lezioni, e prendevano appunti su piccoli notebook vietati dalla SS. Sembra incredibile oggi, ma è anche ciò che gli ha permesso di resistere psicologicamente e non crollare.

Il Vaticano non riuscì a impedire la loro deportazione. La Santa Sede riuscì solo a farli raggruppare a Dachau, ha detto in un’intervista. Come se l’è spiegato?

Questo dimostra che il Vaticano era lontano dall’influenza che ha oggi. Fallirono in effetti settimane di negoziazioni tra il nunzio apostolico a Berlino e le autorità naziste per cercare di raggiungere un accordo. Roma aveva anche chiesto che i religiosi non fossero bruciati nel crematorio, ma questa richiesta fu rifiuatata. Bisogna tornare nel contesto del tempo. Quando è stato firmato l’accordo nel dicembre 1940 la Germania era onnipotente: stava vincendo su molti campi di battaglia e non provava alcuno scrupolo a guardare dall’alto in basso il Papa.

Su decisione di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di Francesco, 56 sacerdoti morti a Dachau sono stati beatificati. Perché pensa che le loro storie siano ancora sconosciute?

La loro storia è sconosciuta per diverse ragioni. Se si può dire, infatti, che Dachau è “il più grande cimitero di sacerdoti cattolici del mondo”, queste morti furono assorbite nello spaventoso bilancio complessivo di milioni di uomini e donne uccisi nei campi nazisti. Inoltre, le grandi figure religiose morirono nei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, come Padre Massimiliano Kolbe, o la carmelitana Edith Stein. Infine, alcuni potrebbero non voler ascoltare le storie dei sacerdoti di Dachau, che non sempre corrispondono a ciò che viene ancora detto circa il comportamento della Chiesa durante la guerra. Si dice spesso che la Chiesa fosse passiva o complice dei regimi totalitari. I sacerdoti di Dachau dimostrano, in modo tragico, che questo non è vero.

:: Incontri con i docenti: prof. ssa Carla Magnani, docente di lettere nella Scuola Secondaria di Primo Grado Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano.

14 marzo 2015

scuola secondariaLa gente non legge, i giovani preferiscono passare il loro tempo utilizzando smartphone, videogiochi, ascoltando musica, andando al cinema, che leggendo libri. L’editoria è in crisi. Stavo pensando: perchè oltre a scrittori, editori, traduttori, editor, non intervistare docenti di lettere? Sono o non sono il tassello fondamentale su cui costruire, sul quale si poggia l’educazione dei lettori di oggi e di domani? La prima docente di lettere che ha aderito a questa mia richiesta è la professoressa Carla Magnani, docente di lettere, nella Scuola Secondaria di Primo Grado Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano (Brescia). Ecco l’intervista:

Buongiorno professoressa Magnani, e grazie di aver accettato questa intervista. E’ docente di lettere nella Scuola Secondaria di Primo Grado (la vecchia scuola media) Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano. Ci parli del suo ciclo di studi, come si è avvicinata all’insegnamento?

Ho alle spalle un percorso anomalo, avendo esercitato per molti anni la libera professione in altro settore. Ho iniziato a insegnare quando mi sono trasferita in Lombardia (25 anni fa), in istituti tecnici e professionali per poi passare, nel 2000, alla Secondaria di primo grado. Questa scelta è nata dal bisogno di avvicinarmi al mondo giovanile, avendo allora una figlia di nove anni e reputandolo uno strumento efficace per seguire le varie dinamiche che caratterizzano la pre-adolescenza.

Come nasce secondo lei l’amore per i libri? Come è nato il suo?

Una componente che reputo essenziale è il contatto anche fisico che il bambino dovrebbe avere con i libri fin dai primi anni di vita. Toccarli, manipolarli, li rendono familiari e diventano utili a fornire risposte ai mille perché tipici di quell’età. Riguardo al mio amore per i libri non so dire quando sia iniziato, certo molto presto, ed è cresciuto con me.

Nella fascia di età dei suoi studenti (1114 anni), quali sono i libri che considera indispensabili, quelli fondanti?

Quelli che non si limitano a divertire, a far sognare, ma hanno anche il pregio di far riflettere.

Quali sono i principali nemici che allontanano i giovani dai libri?

Crescere in un ambiente dove la lettura è bandita, l’imposizione di alcuni titoli che sono lontani agli interessi dei ragazzi e una certa loro pigrizia ad avvicinarsi ad un mondo che sentono distante.

Durante le sue lezioni, leggete ad alta voce testi classici?

Sì, naturalmente solo delle parti. Impossibile dedicarsi totalmente a un’opera; cerco di dare una visione globale della storia della letteratura attraverso i suoi autori più significativi.

La gente non legge, l’editoria è in crisi. Oltre a lamentarsi e strapparsi le vesti, non vedo grandi iniziative. Tutto ciò è quasi considerato un male inevitabile, un segno dei tempi. Perché non sostenere la scuola, l’educazione? Da docente, avendo un fondo da destinare a incrementare la lettura, cosa farebbe?

La mia scuola, nelle classi prime, è da anni che promuove un torneo di lettura con lo scopo di avvicinare anche gli studenti più restii a leggere. Sotto forma di gara, tutti si sentono più motivati e, devo dire, che per alcuni, otteniamo risultati soddisfacenti.

Che consigli darebbe ai suoi colleghi, che volessero avere un approccio meno istituzionale, e più teso a dare una sorta di autonomia agli studenti? Per esperienza i libri imposti dai programmi di studio, li ho sempre letti quasi con disagio, mentre se scelti da me acquistavano molto più interesse.

Personalmente tengo conto degli interessi degli alunni e li oriento solo verso il genere letterario che preferiscono. Lascio a loro la libertà di scelta del titolo, aiutata anche dall’ottimo servizio fatto dalla Biblioteca Comunale, nell’indirizzarli.

Il progresso tecnologico, più che un ostacolo può essere un alleato. Oltre ai libri cartacei, stanno diffondendosi i libri digitali, aperti a numerosi contenuti interattivi. Immagini, suoni, link possono rendere la lettura dell’Odissea altrettanto appassionante che un video gioco (se non di più). Cosa ne pensa? preferisce il libro tradizionale, o è favorevole anche agli ebook? Gli studenti con meno possibilità economiche come possono accostarsi a questi mezzi tecnologici?

Pur avendo il lettore di ebook continuo a comprare e leggere libri cartacei. La mia esperienza mi porta a ritenere che gli alunni, ad un ebook, preferiscano ancora il libro tradizionale, magari sostituito da un DVD.

Per concludere, cosa si auspica per il futuro?

Qualunque sia il supporto su cui leggere, l’importante è farlo fino ad arrivare a scoprirne la magia.

Grazie della disponibilità.

:: La lettrice di mezzanotte, Alice Ozma, (Sperling & Kupfer, 2015) a cura di Giulietta Iannone + intervista a Gea Polonio

9 marzo 2015
Oz

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C’erano alcune cose che la lettura e la Serie non potevano risolvere. Nonostante lo stupore di mio padre, Billy Whiskers non era la risposta alle paure che mi angosciavano. Anche dopo essermene sbarazzata pensai che JFK avrebbe sentito l’odore dell’inchiostro sulle mie mani, e quella sera mi lavai nella vasca con lo stesso zelo di Lady Macbeth. Corsi in camera mia a tutta velocità, e feci del mio meglio per passare oltre il letto di sotto senza guardarlo, tenendo gli occhi socchiusi per evitare anche solo di sbirciare quell’angolo. Saltai e, al sicuro sul mio trespolo, mi sporsi per guardare. Niente. Lessi per una o due ore, costringendomi a prendere sonno, finchè non ebbi la sensazione che le palpebre stessero scivolando verso il naso. Dopo mezzanotte papà mi gridò di spegnere la luce che riusciva a vedere dalla sua stanza, o almeno di chiudere la porta. Naturalmente non potevo, perché sarei dovuta scendere dal letto. E se l’avessi fatto avrei dovuto ricominciare la trafila da capo. Così diedi un’ occhiata dal lato del letto ancora una volta prima di spegnere la lampada, di tirarmi le coperte fin sopra la testa, e di piegare le gambe per non fare penzolare giù i piedi.
Al tempo non ero in grado di capirlo, ma occorreva una certa dose di creatività per restare sdraiati tremanti nel proprio letto, chiedendosi se i tuoi gatti sapranno come difenderti; e non dai fantasmi o dall’uomo nero, bensì dal cadavere immobile di uno dei più famosi e amati ex presidenti degli Stati Uniti. Grazie alla serie e a mio padre, l’immaginazione non mi mancava affatto.

L’importanza di leggere ad alta voce ai bambini è stata ampiamente sostenuta (esistono numerosi studi scientifici che lo testimoniano) da esperti di letteratura infantile, insegnanti, pedagogisti, pediatri e se vogliamo anche da semplici genitori. I bambini a cui si leggono storie sono più intelligenti, hanno più fantasia, hanno un vocabolario più ricco, una volta a scuola avranno risultati migliori, una maggiore attenzione, una maggiore capacità di analisi.
Se pensiamo anche nei tempi passati la lettura delle favole creava un legame anche affettivo più forte tra adulti e bambini e il suono stesso della voce serviva a rasserenare, confortare (un bambino malato), incuriosire, divertire, insegnare. Noi che amiamo i libri, anche da adulti, non abbiamo difficoltà a crederlo, ma sembra che soprattutto per la crisi e i tagli al budget di scuole e biblioteche, molte difficoltà stiano affrontando coloro che difendono la libertà di lettura.
I dati sconfortanti riguardanti il calo dei lettori dovrebbe far riflettere e stimolarci tutti a rivalutare questa pratica così semplice e relativamente poco costosa. Grazie alle biblioteche i libri sono a disposizione di tutti, è più che altro il tempo, il tempo di qualità che passiamo con i nostri figli la vera discriminante, la vera cosa capace di fare la differenza. I bambini a cui sono lette storie, infondo saranno i lettori di domani, e nei paesi più civilizzati questo semplice parallelismo è preso in seria considerazione.
Per esperienza personale ho svolto l’attività di lettrice ad alta voce prevalentemente per anziani e persone non vedenti, e non sono una lettrice particolarmente brillante né ho una voce molto gradevole, pur tuttavia l’esperienza è stata felice e la consiglio a tutti.
Questa breve introduzione per parlare del libro che ho appena letto, La lettrice di mezzanotte (The Reading Promise, 2011) di Alice Ozma, edito in Italia da Sperling & Kupfer e tradotto dall’inglese da Chiara Brovelli. Sono stata invitata a leggerlo in anteprima dall’editore (sarà in libreria da domani) e in tutta sincerità mi aspettavo un libro piuttosto convenzionale, che sì parlasse di libri come molti altri, ma senza coinvolgere davvero il lettore.
Devo dire invece che a parte il fatto che è scritto bene e ben tradotto, e pur narrando una storia semplice, una storia d’amore tra un padre e una figlia, e di come i libri che il padre ha letto alla figlia, ininterrottamente, per più di 3000 giorni, (fino a che lei non è partita per il college), abbiano rinsaldato il loro legame, li abbiano aiutati ad affrontare le difficoltà più o meno gravi della vita, abbiano infine trasformato in meglio le loro vite, rendendoli più felici, è davvero originale e simpatico.
Leggendo questo libro si prova una sincera invidia, almeno la provano tutti coloro che l’amore dei libri l’hanno faticosamente conquistato da soli, soprattutto perché la lettura non dovrebbe mai essere un’esperienza solitaria, ma sempre condivisa, e il proliferare dei tanti blog letterari sembra dimostrarlo. Non basta leggere, è bello parlare dei libri che si sono letti e si sono amati, è bella questa esperienza di comunione con altri lettori con gusti e esperienze anche molto diverse dalle nostre. E forse questo è il senso ultimo della lettura, oltre ai benefici che ho già citato.
La lettrice di mezzanotte è un libro davvero delizioso, il talento naturale nel narrare dell’autrice è davvero grande (per essere così giovane), è capace di rendere interessante una sosta per mangiare un sandwich, una gita al parco, il semplice guardare alcuni trapezisti nelle loro funamboliche esibizioni, dettagli minimi della vita di tutti i giorni, che le sue parole rendono speciali.
E’ un memoir, un romanzo di formazione, un romanzo per adulti e ragazzi, infondo non mi sento una chiaroveggente, se prevedo che otterrà la stessa accoglienza che ha ricevuto in America. E lo spero davvero soprattutto per il messaggio che trasmette, senza leziosità, né melensaggine, anzi a tratti con disarmante sincerità, raccontando parti della sua vita anche molto private legate soprattutto alla madre.
Ogni capitolo, precedeuto da una breve citazione presa da uno dei classici della letteratura per ragazzi, (che anticipa in un certo senso l’argomento che si tratterà) è come un racconto a parte e ce ne sono di bizzarri, da quello dedicato ai trapezisti,  a quello dedicato a JFK, e per coprenderli bisogna immergersi nello spirito del libro, considerare un mondo in cui ci sia l’immaginazione al potere.
Dalla prefazione di Jim Brozina, padre di Alice (il vero eroe del romanzo, se vogliamo) si apprende che negli Stati Uniti, la Commissione per la Lettura, fondata dal Dipartimento dell’Istruzione, esiste dal 1985, con lo scopo di promuovere la lettura, indicando che il modo migliore per farlo è leggere ad alta voce ai bambini. Mi informerò se anche in Italia esiste una commissione del genere.
Sono stata invitata a consigliare un libro da leggere ad alta voce (esattamente come l’autrice fa sul suo sito http://www.makeareadingpromise.com/streak.html ) Io consiglio: La fiera della vanità: romanzo senza eroe di William M. Thackeray. Ce ne sono diverse edizioni con numerosi traduttori. Io ho letto quella del 1967, Giulio Einaudi Editore, traduzione di Jole Pinna Pintor.

Alice Ozma, nata e cresciuta a Millville, New Jersey, si è laureata all’Università di Rowan. Vive circondata da librerie e biblioteche a Philadelphia, Pennsylvania. È appassionata di letteratura e di pedagogia. Dopo il grande successo di questo suo primo libro, è stata invitata a tenere conferenze e lezioni sul tema della lettura nell’infanzia. Alice legge a voce alta per i bambini.
twitter.com/aliceozma
www.facebook.com/AliceOzma

Per concludere lascio la parola a Gea Polonio che ci parlerà della sua esperienza di lettrice. Le ho fatto alcune domande.

Vuoi parlarci della tua esperienza?

Ho sempre adorato leggere ad alta voce, ai bambini in modo particolare.  Ai figli miei ho letto per una mezz’ora ogni sera per più di dieci anni, anche dopo che lo sapevano fare da soli.

Parlaci della reazione e dell’accoglienza che hai notato nei bambini?

Dipende molto da come sono abituati.  Però se lo fai con amore e allegria, pian pianino anche molti tra i più refrattari si avvicinano, conquistati dal tono di voce e dalle storie.

E’ difficile, impegnativo? Che difficoltà attendono coloro che vogliono leggere ai bimbi?

I bimbi sono esigenti, non sopportano condiscendenza e leziosità.  I bimbi interagiscono, ed è giusto che lo facciano. I bimbi hanno i loro tempi, che sono anche di ripetizione e rielaborazione.
Poi, più sono piccoli (si può iniziare dai sei mesi, eh) più chiaramente devi trovare la chiave della loro attenzione.

Hai notato sensibilità verso l’importanza della lettura ad alta voce ai bambini?

Con il progetto “nati per leggere“, di cui sono volontaria, stiamo cercando di sensibilizzare le famiglie, proponendo la lettura anche come momento di condivisione e intimità tra genitori e figli.

Comuni, biblioteche, scuole, organizzano incontri o è un’ attività più orientata al volontariato?

Dipende da quali comuni, scuole e biblioteche.  Queste ultime fanno spesso più del dovuto istituzionale, ma capita che possano contare solo su singoli insegnanti più che sulla scuola come istituzione. E i singoli insegnanti talvolta sono sono lasciati soli se cercano di andare oltre gli schemi strettamente didattici.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Arianna dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Un’ intervista con Antonio Paolacci

25 febbraio 2015

san

Ciao Antonio, bentornato su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Già nel 2010, quanto tempo, Giulia Guida ti ha intervistato (chi vuole leggere l’intervista) e da allora molte cose sono cambiate. Innanzitutto presentati, parlaci di te, e della tua professione di editor e di scrittore.

In quell’intervista Giulia mi incontrava in veste di autore, e rileggerla mi aiuta a risponderti. Penso che, se ho realizzato cose di valore in questi anni, è anche perché ho sempre lavorato con lo spirito di uno scrittore, invece che con quello di un dipendente. E dopo anni di battaglie, di scontri con menti ottuse, di progetti naufragati e andati in porto, posso dire che oggi sono fiero di tutte le mie scelte, sia personali che lavorative. Il fatto che sto ancora combattendo ne è la prova più concreta.

Lo scorso autunno ha preso il via Progetto Santiago, (ha un sito, invito i lettori a visitarlo, http://www.progettosantiago.it/) un’associazione culturale, ma forse qualcosa di più, una cooperativa di scrittori, giornalisti, sceneggiatori, editor, con a cuore (sembra così retrò dirlo) l’editoria e la letteratura nel nostro paese. Ce ne vuoi parlare?

La prima cosa che chiedo ai lettori è di fare attenzione: Progetto Santiago va osservato con attenzione perché è qualcosa di nuovo e, come tale, non può essere inquadrato se viene associato mentalmente a realtà già esistenti. Per esempio alcuni hanno voluto capire che siamo un gruppo di scrittori intenzionati a combattere contro i grandi editori, mentre per certi aspetti è l’esatto contrario: basta scorrere i nomi per vedere che tra noi ci sono autori Mondadori, Einaudi, Bompiani, ed è quindi ovvio che ci stia a cuore la grande editoria italiana. Il fatto è che il discorso andrebbe proprio ribaltato, perché vedi, in questo momento storico è l’editoria ad aver bisogno di scrittori, molto più del contrario. Si è cercato di renderla un’industria dai grandi fatturati mettendo da parte gli scrittori veri, ma come si vede l’impresa era fallimentare. Diciamola così: è la letteratura a fare l’editoria, quindi è chi si intende di letteratura che dovrebbe occuparsene.

In un mondo editoriale dove il mugugno sembra lo sport nazionale, voi offrite un progetto concreto, dettato dal classico ma ormai minoritario, “rimbocchiamoci le maniche”. La crisi è globalizzata, nessuno l’ignora, ma c’è una specie di frenesia in cui i pochi che agiscono tentano strade politiche, culturali, economiche quasi procedendo a tentoni nel buio. Sono sicura che il vostro progetto sia nato da lunghe riflessioni condivise. Fatte da gente che lavora all’interno del sistema editoria. C’è ottimismo, una luce in fondo al classico e abusato tunnel?

Non per tutti. Per giocare con la tua metafora, diciamo che lo si può definire tunnel solo se appunto si viaggia verso una luce, altrimenti si chiama buco. E per molti l’editoria italiana è un buco. Molti se ne stanno lì, nel buco, a dire che sono in un buco e ad aspettare che magari qualcuno li tiri fuori non si sa come. Si scrivono articoli sul disastro dell’editoria, anche ottimi articoli. Belle parole che in genere supportano ragionamenti teorici, incentrati sul tema “Come si starebbe bene fuori dal buco”. C’è la tendenza a credere che per cavarsi dal buco si debba piacere a qualcuno che conta nell’ambiente. Solo che nell’ambiante editoriale, al momento, anche chi conta è incastrato nel buco. Progetto Santiago è nato anche per questo: invece di parlare del buco, noi abbiamo cercato una luce e ci siamo incamminati in quella direzione.

Per alcuni, si dice così quando non si vuole fare nomi e cognomi, la crisi editoriale è iniziata quando si sono affidate le scelte editoriali agli addetti marketing, sottraendole a chi avrebbe dovuto invece occuparsene, per i più ottimisti gente come Cesare Pavese, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, gente che intendeva il lavoro culturale come artigianato. Naturalmente sto estremizzando, tu cosa ne pensi?

Il problema delle case editrici affidate agli esperti di marketing è uno di quelli che abbiamo posto tra le premesse della nascita di Progetto Santiago. È un problema gravissimo, enorme davvero. Ma occorre anche capire che insultare gli editori che hanno fatto questa scelta non porta a niente. Più utile è lasciare a loro i fallimenti finanziari e noi occuparci di libri altrove. Perché il nostro mestiere è proprio artigianato, non si scappa: se Calvino intendeva il lavoro culturale come artigianato non lo faceva perché i tempi erano altri, lo faceva perché il lavoro culturale è quello, può essere solo quello. Se non è quello, non è culturale. La cultura e l’alta finanza non possono stare sullo stesso campo da gioco: se fai marketing non fai cultura, e se fai cultura non puoi tollerare il marketing. Il che non nega la possibilità di fare soldi con la cultura. La cultura ha un suo mercato da sempre, e lo avrà sempre. Solo, non funziona come quello delle saponette.

Un progetto editoriale ha anche una dimensione economica o è destinato al fallimento e a smarrirsi nelle nebbie dell’utopia. Voi che scelte avete fatto? Finanziamenti pubblici, sponsor privati, autotassazione, condivisone delle entrate comuni, un po’ come nelle comunità cenobitiche?

La prima scelta è stata quella di non rischiare il fallimento. Non siamo imprenditori: facciamo altri mestieri. Vogliamo che sia il nostro lavoro a portarci il guadagno, non che i nostri soldi finanzino un sogno. Per cui Progetto Santiago non ha scopo di lucro: nelle casse dell’associazione culturale non resta un centesimo. Tutto ciò che incassa serve a pagare i singoli che con il loro lavoro hanno permesso quel guadagno specifico. Poi, sì: esiste anche un sistema di autotassazione, così come cerchiamo sponsor, pubblici e privati, e chiunque può finanziare il progetto con una semplice donazione… Diciamo che il sistema è abbastanza complesso, però è giusto, equo, e permette a ognuno di restare autonomo e di lavorare anche altrove. Ma la cosa più importante di questo sistema è che quanto più il singolo lavora, tanto più viene retribuito.

Il monopolio dei grossi gruppi editoriali sembra una realtà quasi riscoperta in questi giorni (la possibile fusione Mondadori / Rcs, ha scatenato dibattiti e tavole rotonde) quando appunto non è una “nuova” realtà con cui i piccoli e gli indipendenti devono avere a che fare. Parlare è facile, agire un po’ meno. Servono scelte politiche, prima che dibattiti? In Germania si investe in cultura. Da noi?

Da noi no. Ma parliamoci chiaro: a me questo dibattito non interessa più. Mi spiace davvero per le persone che adesso rischiano di finire in mezzo a una strada, ma negli ultimi dieci anni ci sono state molte altre persone che meritavano successo e hanno invece perso il lavoro. Guardiamo la realtà: se l’unione tra due soli gruppi crea un monopolio in un Paese dove gli editori sono centinaia, vuol dire che l’editoria era già monopolizzata da quelle due sole aziende. Il monopolio è una realtà da anni: ha già fatto fallire molti piccoli editori, ha già fatto sparire scrittori meritevoli, ha già ucciso un sacco di ottimi libri. L’intervento dell’Antitrust andava chiesto anni fa, quando la distribuzione è stata assorbita da quelle aziende monopolizzando di fatto tutta la filiera. Se l’Antitrust interverrà solo ora, e solo sul caso Mondadori-Rcs, sarà l’ennesima beffa. Così come a me sembra una beffa che solo ora alcuni autori di Mondadori e Rcs firmino petizioni dicendosi preoccupati per l’editoria indipendente. È divertente che si facciano paladini dei piccoli editori giusto adesso, dopo che per anni il monopolio li ha avvantaggiati proprio a spese di quei piccoli editori, mentre ora sembra minacciare anche loro.

Il lettore è in fondo l’ago della bilancia del mercato, e non so a te, a me fa venire in mente scuola, educazione, capacità critica. “Educare” il gusto del lettore, senza snobismo, ma proprio perché lo si rispetta e lo si vuole considerare al centro del sistema, non importante solo quando va in libreria e apre il portafoglio, non sarebbe la strada da percorrere? Voi cosa fate in questo senso?

Noi lavoriamo proprio in questo senso. Siamo partiti da qui: dall’intenzione di incontrare i lettori, formarli e informarli. Tutti i nostri primi sforzi si sono concentrati sulla creazione di corsi, seminari, eventi e occasioni di incontro. I lettori cosiddetti forti in Italia sono assetati di libri che non trovano. Ciò che vogliono sono informazioni e stimoli. Lo scambio è molto produttivo: noi abbiamo tante cose da dire e loro vogliono sapere, vogliono consigli di lettura, libri diversi, idee nuove e informazioni su come funzionano davvero l’editoria e la scrittura.

Non vi proponete come concorrenti, rispetto alle realtà editoriali già esistenti, ma proponete un progetto comune di collaborazione. Cosa fate perché sia percepito?

Quando paliamo di collaborazioni, parliamo di lavori precisi: su singoli libri, su eventi letterari o artistici, su futuri progetti editoriali e quant’altro. Il tutto, per i lettori o spettatori (presto apriremo anche una sezione dedicata al teatro), deve tradursi nel semplice fatto che Progetto Santiago propone cose meritevoli di attenzione. Per cui con gli editori (così come con gli autori) dialoghiamo nella misura in cui la loro proposta ci interessi e la loro etica sia ineccepibile.

Grazie Antonio, della disponibilità. Nel salutarti ci diamo appuntamento fra qualche mese per scoprire come saranno andate le cose, i vostri progressi. Prometti che ci sarai?

Grazie a te, Giulietta. Sì, certo, quando vuoi…