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:: Intervista con Pasquale Capraro, a cura di Diego Di Dio

26 settembre 2016

unnamedCiao Pasquale, come stai? Grazie per esserti reso disponibile a quest’intervista. Vorrei cominciare col parlare della scrittura. Cos’è per te la scrittura, in generale? E in particolare, tu come la vivi? Rappresenta un hobby, uno sfogo, un’aspirazione professionale?

Ciao, tutto procede bene, grazie. Provo a essere sintetico. La scrittura, per me, è una forma di espressione, un percorso da seguire. Dopo l’Accademia di Belle Arti, mi sono accorto che la tela non era il supporto adatto per esprimere le mie emozioni. Così ho scoperto il foglio, uno spazio più ampio. Dipingere significa illustrare la realtà o una sensazione con forme, tecniche e materiali. Scrivere è la stessa cosa: cambiano le tecniche, i materiali, ma il contenuto è uguale. Bisogna solo spostare l’attenzione su altri supporti e forme. Io vivo questa espressione come l’amore: appieno, gustandone tutti gli aspetti possibili, estraniandomi dalla realtà. L’amore è anche questo: un viaggio da percorrere fatto di dolori, sacrifici, rinunce, rispetto, dedizione, ma anche di soddisfazioni.

In che modo scrivi? Hai bisogno di musica e di distrazioni, oppure necessiti della solitudine e del silenzio?

Scrivo in silenzio, nella concentrazione più profonda immerso in una dimensione surreale, e se c’è musica nell’ambiente, non ci faccio caso. Non mi disturba, anzi, mi permette di approfondire la concentrazione.

Parlami dei tuoi autori preferiti, sia italiani che stranieri.

Ho cominciato ai miei tempi con Pasquale Festa Campanile e sono poi scivolato su Carlo Cassola e Alberto Bevilacqua, per approdare poi sulle pagine di Milan Kundera, Isabel Allende, Alessandro Baricco, Mauro Corona, James Ellroy, Carlos Ruiz Zafon e Jeffery Deaver per la narrativa. Ho studiato anche testi di scienze esoteriche di vari autori come Allan Kardec, Thorwald Dethlefsen, Rudiger Dahlke, Ciro Discepolo e altri ancora.

Quali sono gli autori che, secondo te, hanno influenzato di più la tua scrittura?

Tutti hanno lasciato un segno del loro insegnamento. Attraverso i loro scritti, sono giunto a creare un mio personale modo di scrivere.

Bene, veniamo al tuo ultimo romanzo, “Di fiato, d’amore e vento”. Parliamo di un thriller archeologico/artistico che, a tratti, ha i toni leggeri della commedia. Come ti è venuta l’idea per questo romanzo?

L’idea è nata grazie a un amico che mi chiedeva una recensione del suo primo cortometraggio e io ho pensato di rivolgermi a un blogger per segnalarlo. Da qui è nata l’idea di sviluppare il romanzo, scegliendo come protagonista lo stesso reale blogger: Ferruccio Gianola.

Immagino tu abbia dovuto fare ricerche, giusto? Parlaci, anzitutto, del tuo lavoro di documentazione; e dicci quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro.

Il tempo è relativo. A volte, ci si alza anche la notte in preda a un’ispirazione, come spesso succede a chi è colpito dalla fantasia e dall’immaginazione. La documentazione si è basata su testi di storia dell’arte, di ricerca astrologica e archeologica, sugli scritti di esperti nel campo del mistero e dell’egittologia come Graham Hancock e Robert Bauval e anche sul web, come riportato nelle fonti bibliografiche.

A bruciapelo: perché un lettore dovrebbe leggere “Di fiato, d’amore e vento”?

Perché è un nuovo modo di leggere un thriller. Nelle pagine si possono respirare più cose insieme: arte, storia, sentimento, mistero, dramma. Come scrive Elisa Costa: “Pasquale Capraro è stato capace di unire elementi tipici del thriller canonico a uno stile personalissimo, circostanza che rende “Di fiato, d’amore e vento” una commistione tre thriller moderno, giallo archeologico, mystery da tradizione letteraria.”

Progetti futuri? Su cosa stai lavorando?

Prossimamente dovrebbero iniziare le prove sceniche di una riduzione del mio testo Garden Village che sarà presentato e prodotto dalla Cooperativa 29nove di Cutrofiano, un bel progetto che verrà realizzato in teatro prossimamente. Inoltre sono alle prese con la stesura di un romanzo sentimentale ambientato nella Parigi di fine Ottocento, durante il periodo del simbolismo e dei Nabis, e ispirato anche all’Académie Vitti, una scuola privata di pittura, aperta alle donne nel 1890, ora museo presso Atina (FR) da qualche anno.

Grazie Pasquale, in bocca al lupo per tutto e a presto risentirci.

Grazie a voi.

:: Un’ intervista con Homobruno, a cura di Diego Di Dio

30 aprile 2015

indexCiao Homobruno. Ho letto il tuo libro, “Basta poco”, e mi è piaciuto molto. Per questo ho deciso di farti qualche domanda. Iniziamo dal tuo pseudonimo: come mai Homobruno?

È un soprannome che mi hanno dato i miei amici: a volte sono molto istintivo.

Pubblichi sempre sotto pseudonimo o a volte usi il tuo nome vero?

No, solo pseudonimo. Credo nei nomi e nel loro valore. Ti ricordi Alinghi? Alinghi è il nome del canotto con cui Ernesto Bertarelli e sue sorella giocavano da piccoli al mare. Dopo quarant’anni hanno dato il nome alla barca che poi ha vinto la Coppa America. Spero di essere altrettanto fortunato.

Va bene, ora passiamo al tuo libro, “Basta poco” (Cavinato Editore, 2015). Dicci da cosa nasce l’idea di una storia così particolare.

Ci sono tante piccole cose che hanno contribuito a mettere su l’idea. Quella, forse, più importante è la strana circostanza che a volte, parlando con qualcuno, quando non riesce a dare spiegazione all’esito di quel colloquio, o di un rapporto uomo-donna, o di tante altre situazioni, allora queste vanno male. Invece noi sappiamo benissimo che ciò che serve affinché una situazione vada nel verso giusto, noi in fondo lo possediamo già. Basta poco.

E la struttura particolare del romanzo da cosa nasce? Si tratta, è vero, di un romanzo unitario, che però a tratti sembrerebbe dare l’idea di una raccolta di racconti…

Non credo dia l’idea di una raccolta di racconti. È un’unica storia vista da tre punti di vista differenti. Questi punti di vista a volte viaggiano paralleli, altre volte si intrecciano. La struttura serve a far luce su come le persone giudichino in maniera diversa quello che gli accade intorno.

Adesso parlaci un po’ della tua esperienza con la Cavinato Editore.

Mi sono rivolto a un editor, e insieme abbiamo corretto il libro. Alla fine lui lo ha proposto a varie case editrici e la Cavinato International ha deciso di pubblicarlo.

Cosa consigli a un autore esordiente per approdare a una pubblicazione seria e professionale?

Serve un’idea.

Dici che basta l’idea?

Quella deve esserci, e non parlo di vecchi ricordi che sono in soffitta o di storie personali condite da situazioni piccanti. Poi, certo, bisogna saper scrivere, ma lì ci si può lavorare, mentre se non hai un’idea…

Quali libri legge Homobruno e quali sono i suoi punti di riferimento letterari?

In questo momento sto leggendo tutti i libri che ha scritto Norman Mailer. Sono andato in fissa, e devo ammettere che questa full immersion non mi sta deludendo. Il mio podio aggiornati di libri è il seguente: al terzo posto Una cosa da nulla di Mark Haddon; secondo posto, L’informazione di Martin Amis; infine, al primo posto metto Gli inconsolabili di Ishiguro Kazuo. In generale, mi piacciono Proust, Balzac, Coupland, P.K. Dick, Roth, Auster e tanti altri.

Va bene, Bruno. Grazie mille per la chiacchierata e in bocca al lupo per “Basta poco”.

Grazie a te.