Archivio dell'autore

:: Premio Nobel per la Letteratura 2020 – dite la vostra: Louise Glück

6 ottobre 2020

Giovedì 8 ottobre alle 13 sarà annunciato il Premio Nobel per la Letteratura 2020. Chi fareste vincere? quali sono i vostri candidati? Lo potete scrivere nei commenti a questo post poi scopriremo l’8 ottobre se qualcuno di noi c’è anche andato vicino. Io propongo Don DeLillo so che non vincerà ma ormai voto per lui da vent’anni. E proprio quest’anno di pandemia sarebbe una buona scelta. Ora dite la vostra.

:: Arrivano parole dal jazz di Nicola Vacca (Oltre Edizioni 2020) a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2020

Esce domani, 6 ottobre, Arrivano parole dal jazz raccolta poetica che l’autore Nicola Vacca dedica agli artisti che hanno fatto grande questa musica nata nei primi del Novecento come diramazione del Blues. Ma più che un mero omaggio in versi alle stelle più fulgenti di questa nobile arte è un viaggio come lo stesso jazz è, un viaggio nelle parole, nelle emozioni che il jazz suscita nell’autore, nel mondo che queste note sanno ricreare, un mondo malinconico, sporcato di pioggia e di screpolato spleen. Proprio la quarta parte della silloge “Perchè amo il jazz” ci porta nel cuore vero di questo volume e ci aiuta a dare una chiave di lettura per comprendere la profondità di questo amore per questa musica maudit, che trae le radici più profonde dai canti degli schiavi afroamericani d’America. Un dolore universale sembra sgorgare da questa musica senza tempo, che come tutte le arti eterne è stata amata e elaborata non solo da artisti afroamericani lasciando inciso nell’anima il senso vero di questa musica che travalica appunto le barriere etniche e sociali. Nicola Vacca trova le parole per esprimere tutto ciò e lo fa con semplicità e immediatezza, carismi della sua voce poetica autentica e sincera. Leggo tra le righe tanta sofferenza sublimata in bellezza, da vite molto spesso tormentate, precipitate negli inferni artificiali, o lasciate troppo presto alla deriva e condannate all’autodistruzione. E nonostante questi lati oscuri il jazz tocca le corde tese dell’anima, quasi non sporcandosi con le contingenze del mondo ma infondendo quel senso di meraviglioso che abbaglia e stordisce. Lasciarsi trasportare in questo mondo è appunto un viaggio nell’altrove, nel mitico e nel meraviglioso, nell’eternità rarefatta di un assolo, di un virtuosismo o di una voce sincopata e unica. Riuscire a trasmettere in parole cosa il jazz è, cosa rappresenta per tantissime persone nel mondo è la preziosa qualità di questo testo forse più destinato ad essere recitato in parole e musica che semplicemente letto. Ma anche nell’intimo di una lettura in solitudine trasmette quelle vibrazioni che scaldano il cuore e uniscono in una sorta di fratellanza universale le persone più diverse e complesse. Da segnalare la playlist finale a cura di Tommaso Tucci e le essenziali illustrazioni di Alfonso Avagliano che impreziosiscono il volume oggetto d’arte di per sè. Prefazione di Vittorino Curci.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog “Zona di disagio”. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa e l’autore.

:: Helgoland di Carlo Rovelli (Adelphi 2020) a cura di Nicola Vacca

5 ottobre 2020

La nascita della fisica quantistica e le conseguenze sul mondo di oggi, tutto raccontato come in un romanzo di formazione.
Un’ impresa degna della grande intelligenza di Carlo Rovelli che in Helgoland con la sua scrittura convincente e sobria ci conduce per mano in una avventura straordinaria che decifra le carte della realtà.
Un saggio in cui il noto fisico oltre a manifestare la sua passione per la fisica quantistica racconta la stagione irripetibile di una generazione di pensatori cresciuti nel mito di Albert Einstein.
Tutto ha inizio nel giugno 1925 quando un giovane fisico di nome Werner Heisenberg si ritira in un’isola nel Mare del Nord e in quel luogo ha trovato che ha permesso di rendere conto di tutti i fatti recalcitranti e di costruire la struttura materica della meccanica quantistica. In quei giorni nacque la più grande rivoluzione scientifica: la teoria dei quanti che permise di vedere la realtà dentro un interno di stana bellezza.
Rovelli inizia con lui il suo viaggio nel mondo della fisica quantistica, facendoci innamorare con le sue narrazioni contaminate di questo mondo affascinante che è alla base della vita, della realtà e delle nostre umane relazioni.

«Ho scritto queste pagine in primo luogo per chi non conosce la fisica quantistica ed è curioso di comprendere, cosa sia e cosa implichi».

Nel libro il fisico non si parla addosso ma viene incontro ai lettori con autentica chiarezza, essendo coinciso nella trattazione degli argomenti e con molta umiltà afferma: «Più che spiegare come capire la meccanica quantistica, forse spiego solo perché è così difficile capirla».
Carlo Rovelli accetta la sfida: tuffare lo sguardo nell’abisso della teoria dei quanti, senza temere di sprofondare nell’insondabile.
La meccanica quantistica è un’esperienza psichedelica e Rovelli con i suoi racconti ci porta nel cuore di questa vicenda dove la scienza incontra la conoscenza e dove l’esperienza va a braccetto con la filosofia.
Il compito della scienza è quello di non aver paura di ripensare il mondo. Tutto passa per il coraggio di reiventare in profondità il mondo, questo è il fascino sottile della scienza e Carlo Rovelli ritiene necessaria una conoscenza immanente sempre dedita al dubbio che sia sempre in grado di scavare nella realtà.

«La fisica mi sembrava il luogo dove l’intreccio fra la struttura della realtà e le strutture del pensiero fosse più stretto, il luogo dove questo intreccio fosse messo alla prova incandescente di un’evoluzione continua. Il viaggio intrapreso è stato più misterioso di quanto mi aspettassi».

Il viaggio di Helgoland ci conduce in un mondo ricco di relazioni che comprende la nostra mente, i nostri pensieri, tutta la nostra vita.

«Scoprire nuove mappe per pensare la realtà, che ci mostrano il mondo un poco meglio. Questa è la teoria dei quanti».

Grazie a Carlo Rovelli per questo nuovo e indimenticabile viaggio nella prospettiva stupefacente della meccanica quantistica che parla di noi.

Carlo Rovelli (1956), fisico italiano, si è laureato all’Università di Bologna ed ha poi svolto il dottorato all’Università di Padova. Ha lavorato nelle Università di Roma e di Pittsburgh, prima di rientrare in Europa presso il Centro di Fisica teorica dell’Università del Mediterraneo di Marsiglia. Insieme a Lee Smolin e Abhay Ashtekar ha introdotto la cosiddetta Teoria della gravitazione quantistica a loop. Lui e Smolin hanno successivamente perfezionato la teoria sulla base degli studi di Penrose. Attualmente la teoria della gravitazione quantistica a loop è considerata la teoria quantistica della gravità più accreditata e trova tentativi di applicazione nella cosmologia quantistica e nella fisica quantistica dei buchi neri. Rovelli ha inoltre sviluppato una formulazione della meccanica classica e quantistica che non fa riferimenti espliciti alla nozione di tempo. In collaborazione con Alain Connes, ha proposto l’ipotesi del tempo termico, nella quale il tempo emerge solo in un contesto termodinamico o statistico. Infine, ha introdotto una interpretazione relazionale della meccanica quantistica basata sull’idea che lo stato quantistico di un sistema deve sempre essere interpretato come relativo in un altro sistema fisico (ad es. la velocità di un oggetto è sempre relativa ad un altro oggetto). Rovelli si è dedicato anche alla storia e alla filosofia della scienza con un libro sul filosofo greco Anassimandro.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Review Party: La corona del potere di Matteo Strukul (Newton Compton 2020) a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2020

1494. L’ombra di Carlo VIII  si al­lunga come una maledizione sulla penisola italica. Intanto Ludovico il Moro ha da tempo usurpato il ducato di Milano. A Roma Ro­drigo Borgia, eletto papa, alimenta un nepotismo sfrenato e colleziona amanti. Venezia osserva tutto grazie a una fitta rete di informatori, magi­stralmente orchestrata da Antonio Condulmer, Maestro delle Spie del­la Serenissima, mentre il re francese valica le Alpi e, complice l’alleanza con Ludovico il Moro, giunge con l’esercito alle porte di Firenze. Piero de’ Medici, figlio del Magnifico, la­scia passare l’invasore, accettandone le condizioni umilianti e venendo in seguito bandito dalla città che si of­fre, ormai prostrata, ai sermoni apo­calittici di Girolamo Savonarola. Mentre il papa si rinchiude a Castel Sant’Angelo, Carlo marcia su Roma con l’intento di saccheggiarla, per poi mettere a ferro e fuoco Napoli e reclamare il regno nel nome del­la sua casata, gli Angiò. L’inesperto Ferrandino non ha alcuna possibi­lità di opporsi. In un’Italia sbranata dal “mal francese”, che dilaga come un’epidemia mortale, convivono lo splendore del Cenacolo di Leonardo da Vinci e l’orrore della battaglia di Fornovo; le passioni e la deprava­zione del papa più immorale della Storia e le prediche apocalittiche di un frate ferrarese che finirà bruciato sul rogo…

Matteo Strukul, dopo un esordio molto noir si è dedicato al romanzo storico con notevole successo, sua è infatti la saga bestseller I Medici, tetralogia di romanzi storici con protagonista la celebre dinastia fiorentina, il cui primo libro I Medici. Una dinastia al potere (Newton Compton) è risultato vincitore del Premio Bancarella 2017. Con La corona del potere, in uscita oggi 5 ottobre per Newton Compton, prosegue la saga inaugurata da Le sette dinastie e ci porta nell’Italia tragica e meravigliosa del Rinascimento in cui convissero il genio di Leonardo da Vinci, la tragica dinastia dei Borgia, gli eredi di Lorenzo il Magnifico, re, spie, papi e un umile predicatore domenicano Girolamo Savonarola, originario di Ferrara, impiccato e poi arso sul rogo a Firenze con l’accusa di eresia. Quello che abbiamo studiato sui banchi di scuola però acquista nei romanzi di Strukul una patina avventurosa e sanguigna che rende la storia, con spruzzate di sana fantasia, interessante, vivida e ricca di pathos. Strukul è riuscito a trovare una formula innovativa che ha reso il romanzo storico capace di attrarre i più variegati lettori, non solo gli amanti del romanzo storico classico molto fedele storiograficamente, ma anche coloro che non disdegnano tinte noir e thriller. Di omicidi, guerre, tradimenti, congiure il Rinascimento è ricco ed è diventato l’humus giusto per permettere a Strukul di sbizzarrire la sua fantasia molto cinematografica se vogliamo. I capitoli sono brevi quasi quadri allegorici, finestre che si aprono sul lontano passato e ci permettoto di sbirciare in castelli assediati, nelle alcove dei potenti, nelle stanze del potere dove si giocarono grandi fortune e grandi tragedie. L’animo di Strukul resta fondamentalmente noir, e forse proprio questo l’aiuta a vedere i lati oscuri delle luci del Rinascimento che non dimentichiamoci seppure diede vita a grandiose opere artistiche resta a tutti gli effetti un’epoca sanguinosa e ben poco tranquilla. La sua visione corale di quegli anni aggiunge un tocco personale a storie che bene o male conosciamo anche attraverso gli scritti di altri autori, ma leggendole in questo libro sembrano nuove e inattese. Colpi di scena compresi.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973.  È laure­ato in Giurisprudenza e dottore di ricerca in Diritto europeo. Le sue opere sono in corso di pubblicazio­ne in diciotto lingue, pubblicate in quaranta Paesi e opzionate per il ci­nema. Il primo romanzo della saga sui Medici, Una dinastia al potere, ha vinto il Premio Bancarella 2017. La serie (che comprende anche Un uomo al potere, Una regina al potere e Decadenza di una famiglia) è in corso di pubblicazione in dodici lingue e in più di venticinque Paesi. La Newton Compton ha pubblica­to anche Inquisizione Michelangelo e Le sette dinastie, il primo romanzo della nuova saga che continua con La corona del potere.

La casa sull’argine di Daniela Raimondi (Nord Editore, 2020) a cura di Eva Dei

3 ottobre 2020

All’inizio del XIX secolo a Stellata, paesino lungo il corso del Po vicino Ferrara, arriva una carovana di gitani. Le forti piogge e un’altra serie di eventi portano gli zingari a fermarsi più del dovuto nel borgo e se questo prima scombussola non poco la quotidianità dei suoi abitanti, non passa molto tempo prima che entrambi i gruppi si adattino.

Senza che gli abitanti quasi se ne rendessero conto, il loro astio verso i nuovi arrivati si trasformò in abitudine. I vecchi morivano, i bambini nascevano e i giovani s’innamoravano senza badare troppo alle differenze. Fatto sta che, in poche generazioni, un terzo degli abitanti di Stellata si ritrovò nelle vene sangue zingaro.

Succede così anche per la famiglia Casadio, che in quegli anni vive poco fuori dal paese, in una località chiamata “La Fossa”, a causa del canale che segna il confine tra le province di Ferrara e di Mantova.
Giacomo, uomo solitario e malinconico, inguaribile sognatore, sposa Viollca, zingara dal fare spavaldo. I due non potrebbero essere più diversi; Viollca non rinuncia alle sue gonne colorate, ad ornarsi i capelli corvini con piume di fagiano, né ad alcune credenze gitane, come per esempio quella di lasciare fuori dalla porta un po’ di latte per il serpente buono, dalla pancia bianca, che protegge gli abitanti della casa. Giacomo accetta tutto di buon grado, tranne il ricorso alle pratiche divinatorie, obbligandola a riporre i tarocchi in una scatola in fondo all’armadio. Ma la nascita di Dollaro, il loro unico figlio, da avvio a una mescolanza di geni e caratteristiche che nemmeno Giacomo può fermare. Un destino più forte si compirà in seno alla famiglia Casadio. Viollca ne coglierà i segni alcuni anni dopo, consultando i tarocchi abbandonati.

Sentì che il messaggio si faceva più chiaro…Un’unione sbagliata…un matrimonio in seno a quella famiglia di sognatori…e una sventura enorme, una morte tragica…forse più di una, e legate a un bambino, o a una gravidanza.

Daniela Raimondi ci racconta la storia dei Casadio nel suo romanzo La casa sull’argine.
Già dal primo impatto (la grafica della copertina) il libro ricorda senza dubbio I leoni di Sicilia di Stefania Auci. Si tratta in effetti di due cronache familiari inserite in una cornice storica, ma una volta immersi nella lettura saltano agli occhi le prime differenze. Se i Florio sono una famiglia nota e storicamente conosciuta, non si può dire lo stesso dei Casadio, creazione di fantasia dell’autrice che solo per alcuni spunti si è ispirata a fatti storici o alla propria biografia familiare.
Anche la ricostruzione storica non ha la stessa rilevanza: più particolareggiata e centrale quella della Auci, meno predominante quella della Raimondi.
Lo sviluppo totalmente creativo della storia dei Casadio permette una maggiore libertà narrativa, alla quale segue una maggiore scorrevolezza nella lettura. La Raimondi inizia la sua narrazione nell’800 fino ad arrivare ai giorni nostri. La profezia di Viollca serve a creare un legame, una continuità tra le varie generazioni della famiglia, ma a suscitare anche mistero e interesse nel lettore. I fatti storici raccontati si inseriscono quasi sempre come agenti che modificano la vita dei personaggi e servono a raccontarci in maniera più fedele le loro vicende. Sono sicuramente secondari rispetto ai personaggi. A questo si affianca poi una sorta di “realismo magico”, dato dalla profezia e dalla ripartizione della discendenza: uomini e donne dai capelli biondi, l’incarnato chiaro e i capelli azzurri, i sognatori, provenienti dal ramo di Giacomo Casadio, e uomini e donne dalla carnagione più scura, capelli e occhi neri, con le doti divinatorie del ramo gitano.
A chiudere il cerchio e la storia possono essere solo due cose: l’avverarsi della profezia o l’unione dei due rami della famiglia in un’unica persona.

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha trascorso la maggior parte della sua vita in Inghilterra. Ora si divide tra Londra e la Sardegna.
Ha pubblicato dieci libri di poesia che hanno ottenuto importanti riconoscimenti nazionali. Suoi racconti sono presenti in antologie e riviste letterarie. La casa sull’argine è il suo primo romanzo.

Source: richiesto dal recensore all’editore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio stampa Nord.

:: Segnalazione: Review Party di Matteo Strukul – 5 ottobre

25 settembre 2020

Liberi di scrivere partecipa al Review Party dedicato al libro La corona del poteredi Matteo Strukul in uscita per Newton Compton lunedì 5 ottobre, vi segnalo il banner dell’iniziativa che potete diffondere nei vostri canali:

:: Tre maestri di Goffredo Fofi (Marietti 1820, 2020) a cura di Nicola Vacca

25 settembre 2020

Goffredo Fofi, uno degli ultimi intellettuali liberi e veri, in un piccolo libro pubblicato in versione digitale da Marietti nella collana i Rèfoli, rende omaggio al Novecento ricordando quelli che per lui sono stati tre grandi maestri.
Tre maestri è l’omaggio a alcune grandi figure del Novecento italiano: Aldo Capitini, Renato Panzieri, Elsa Morante.
Aldo Capitini, filosofo e educatore sostenitore della nonviolenza, un pensatore che è stato un punto di riferimento per intere generazioni.

«Ho conosciuto molto da vicino Aldo Capitini, sono stato suo amico e a tratti collaboratore, e Capitini è stato indubbiamente una delle persone che più hanno influito sul mio modo di vivere e di ragionare. Non per questo mi sento in grado di poter offrire, sul suo pensiero, qualcosa di più che una testimonianza, e quel tanto di riflessione teorica cui ogni pratica sociale e ogni scelta individuale di intervento costringono. Non mi sono mai preoccupato di definire le mie posizioni rispetto a Capitini o alla nonviolenza, né credo di aver da dire molto in proposito. L’unico modo in cui ho creduto di poter render conto dell’insegnamento capitiniano è stato semplicemente quello di continuare ad agire culturalmente e politicamente, nella realtà italiana del nostro tempo, mettendo in pratica alcune delle cose apprese da Aldo».

Fofi con entusiasmo e tanta umiltà scrive del suo maestro e racconta in questo breve scritto la grandezza della sua umanità e l’attualità del suo pensiero.
Capitini insieme a Guido Calogero nel 1940 firma il Manifesto del liberal –socialismo, che influenzerà la nascita del Partito d’azione.
Fofi scrive che Aldo Capitini è stato l’unico personaggio di statura europea che abbia teorizzato la nonviolenza in anni in cui queste tematiche erano emarginate e soffocate.


«Quelli delle contrapposizioni tra democrazie borghesi, dittatura fascista e stalinismo, e poi quelli della polarizzazione post-bellica tra mondo borghese e mondo comunista, e in Italia tra mondo comunista e mondo cattolico negli anni in cui la situazione internazionale era di “guerra fredda”, lo scontro era tra un predominio democristiano ideologicamente molto duro e un partito sottoposto alle direttive staliniane».

L’utopia di Aldo Capitini non è stata compresa dalla cultura del suo tempo. Capita spesso ai grandi uomini abituati a ragionare con la propria testa e lottano sempre da uomini liberi contro le ortodossie del pensiero.
Raniero Panzieri, politico e scrittore, è considerato uno dei fonatori dell’operaismo.
Fofi lo incontra a metà degli anni cinquanta nella redazione di Mondo Operaio, la storica rivista socialista.

«Ma forse la “qualità” di Panzieri che più di tutte, nel tempo, mi ha affascinato era la sua ostinazione, la sua incrollabile e allo stesso tempo apparentemente svagata, non enfatica attenzione a mettere insieme, cucire e ricucire, aiutare a muovere, formare e riformare, in momenti non facili, gruppi che non scindessero mai tra loro teoria e pratica. Anche dopo le tante sconfitte di quel movimento operaio nel quale aveva così fortemente creduto, questo rimane il suo insegnamento fondamentale».

Ecco chi era il maestro Renato Panzieri per Goffredo Fofi, una delle intelligenze più vive della sua generazione, morto troppo giovane, a 43 anni, nel 1964. Come sempre accade, se ne vanno prima sempre i migliori.

«Elsa sapeva assai bene di essere uno «scrittore» e non uno «scrivente», un «poeta» e non un «letterato»; ma conosceva altrettanto bene i limiti della sua possibile azione quale scrittore e poeta – pure se quella era la «sua» vocazione, accettata e rivendicata, e considerata tra le altissime se non la più alta. La tensione che s’instaurava nelle sue idee – per esempio nei saggi fondamentali di quella raccolta – era quella tra un’analisi esigente e spietata, senza paraocchi di sorta, tutta verso l’estremo, l’essenza delle cose, e un progetto che non poteva che essere enorme, nella sua semplicità, conseguentemente all’importanza delle richieste che da quell’analisi scaturivano: la lotta contro il «sistema della disintegrazione», contro «l’irrealtà». Essere poeti non bastava. Bisognava fare di più, individuare altra presenza, altra azione nel mondo che non quella della parola. La poesia non era sufficiente a salvare gli Useppi e le Iduzze, a consolare i Davidi. Questa constatazione rende più alta la sua poesia, perché più grave ed esigente è la sua contraddizione».

Goffredo Fofi chiude il suo breve omaggio ai suoi maestri scrivendo di Elsa Morante e della sua lucidità nei confronti delle parole che metteva nei suoi grandi romanzi, diventati un pezzo importante della nostra coscienza di italiani.
La Storia, in quel dialogo straordinario con il suo tempo, la scrittrice cercava se stessa e la dimensione di un popolo e di una Nazione.
Fofi vede in Elsa Morante «una scrittrice più ricca, più densa, più originale di quella dei maggiori della letteratura italiana del secolo, si chiamino pure Verga, Svevo, Rebora o Pirandello o Gadda».
Una fuoriclasse con un grande fiuto sociologico, intelligenza politica e una franchezza crudele nel guadare attraverso i suoi libri in faccia la storia del nostro tempo.
Grazie a Goffredo Fofi per queste pagine sul Novecento che ci manca. Quello dei maestri la cui lezione non bisogna mai dimenticare.

Goffredo Fofi si è occupato di critica cinematografia e letteraria, ha diretto e fondato riviste di rilievo culturale e politico – da Linea d’ombra a Gli asini – e ha partecipato a molte esperienze di intervento sociale ed educativo dalla metà degli anni Cinquanta a oggi.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa.

:: Nives di Sacha Naspini (Edizioni E/O, 2020) a cura di Eva Dei

22 settembre 2020

Dopo la morte del marito Anteo, Nives si ritrova sola nella sua casa a poggio Corbello. La figlia Laura è ripartita per la Francia con la sua famiglia una settimana dopo il funerale; a nulla sono valsi i tentativi di convincere la madre a seguirla e trasferirsi con loro. Nives è stata irremovibile: dopo una vita intera passata in quella tenuta con le proprie abitudini, curando gli animali, sradicarsi dà lì per andare in Linguadoca sarebbe come trasferirsi tra i marziani.
Nives però non considerato la solitudine con cui deve fare i conti ogni giorno, in quella casa isolata di campagna, dove i ritmi sono scanditi soltanto dalle incombenze da sbrigare; non avere nessuno con cui scambiare una parola o condividere un pensiero non è una rinuncia di poco conto. La giornata procede a rallentatore, fino ad arrivare alla sera, senza dubbio il momento peggiore.

“Che, non mi basto?” si diceva. Scoprirlo in tarda età era una mazzata che prendeva malvolentieri. Ogni mansione si appesantiva di quell’accento: il fatto non condiviso andava perso. Soprattutto le cose piccole, da nulla, come bere un bicchiere d’acqua. Neanche un cane che dicesse: “E quest’arsura?”, così per scambiare una parola. Sottointendendo: ti vedo, esisti. Non essere guardata da anima viva la faceva sentire un fantasma.

Dormire diventa impossibile, con il calare della notte l’angoscia l’assale, il senso di abbandono è troppo forte per riuscire a chiudere occhio. Dopo vari giorni passati tra scombussolamenti e nostalgie, Nives ricorda una storia che le era stata raccontata da bambina e che l’aveva sempre divertita. Sua madre Fiammetta, poco dopo il matrimonio, era stata costretta a vivere da sola, con il marito al fronte e i bombardamenti sulla città vicina che si avvertivano fino al paese. In preda alla paura e all’angoscia la madre di Nives catturò un grillo e lo chiuse in una scatoletta che teneva sul comodino. L’insetto diventò così il suo compagno di quel periodo: ci parlava e le faceva compagnia. L’idea era sicuramente bizzarra, ma se aveva funzionato una volta, perché non provarci una seconda. Spinta da questa riflessione Nives decide quindi di portare in casa la sua gallina preferita, Giacomina. L’esperimento funziona, Nives torna a dormire placidamente e continua quindi quella strana convivenza. Tutto si complica quando una sera Giacomina resta come ipnotizzata davanti alla televisione. Niente sembra riportare l’animale alla normalità, quindi Nives decide di chiamare il veterinario del paese, Loriano Bottai.
Con questa telefonata inizia veramente l’ultimo romanzo di Sacha Naspini, uscito il 2 settembre in libreria ed edito da Edizioni E/O. Forse è più giusto parlare di racconto breve per Nives, 132 pagine che scorrono veloci, trattandosi di una storia che si svolge all’interno di un’unica chiamata telefonica. Un dialogo fatto di botta e risposta la fa da padrone, lasciando solo ogni tanto spazio a qualche momento di riflessione.
La conversazione tra Nives e Loriano inizia in maniera grottesca, a tratti comica, con il veterinario reduce da troppi bicchierini e la donna all’altro capo del filo che cerca di spiegargli che la gallina che ha come coinquilina è rimasta imbambolata davanti alla pubblicità del detersivo Dash. In seguito i due si fanno trascinare dai ricordi di gioventù, anche se in realtà a guidare e dirigere la conversazione è sempre Nives. Lentamente la nostalgia lascia il posto a confessioni e rancore, portando a galla segreti tenuti nascosti per troppo tempo. Con la morte del marito sembra che Nives non abbia più remore a portare a termine una resa dei conti che probabilmente covava da tempo dentro di sé, tanto che viene da chiedersi da quanto tempo aspettasse l’occasione per avere una scusa futile per potersi confrontare con Loriano.

Nives si accorse che stava facendo una cosa fuori dalla grazia di Dio: stava perdonando. Le veniva così, spontaneo. Lo capiva: era una galera nuova, cui non era per niente abituata. Un po’ la pacificava; d’altro canto la sconquassava: lei, senza la rabbia, era nulla.

Sotto alcuni aspetti ritroviamo lo scrittore di Ciò che Dio unisce (Piano B, 2014): una storia breve, asciutta, in cui i protagonisti sono una coppia. Nel precedente romanzo i due erano indotti a un faccia a faccia da una situazione di prigionia fisica, in questo caso invece basterebbe interrompere la telefonata, abbassare il ricevitore per mettere fine alla conversazione, ma seppur Loriano minacci e pensi più volte di farlo, qualcosa sembra impedirglielo.
Se l’intuizione della chiamata telefonica sembra veramente interessante, forse in Nives, viene a mancare un po’ di mordente. La trama si ramifica in modo da offrire spazio ad approfondimenti che però l’autore decide di non cogliere. Ritroviamo invece la scrittura di Naspini e quel suo passare dall’ironico al grottesco e conturbante, che è diventato ormai sua firma stilistica.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018) e Ossigeno (2019). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

Source: libro del recensore.

:: Sul riccio di Éric Chevillard (Prehistorica Editore 2020) a cura di Nicola Vacca

22 settembre 2020

Éric Chevillard è uno scrittore fuori dal comune e inventa storie straordinarie e surreali difficili da classificare ma che ai suoi lettori piacciono tantissimo.
Prendete per esempio Sul riccio, romanzo dell’autore francese arrivato da noi grazie alla traduzione di Gianmaria Finardi.
Chevillard è definito dalla critica francese «l’inclassificabile». Niente di più vero, basta addentrarsi nei labirinti di questo strano e appassionato romanzo.
Qui troviamo uno scrittore alle prese con la sua autobiografia (che ha per titolo Vacuum extractor), disposto a mettersi a nudo, a scrivere il suo libro più importante della sua vita, a strapparsi la maschera, a mettersi a nudo una volta per tutte.
Lo scrittore è pronto per questa impresa, sul tavolo è tutto pronto. C’è solo una cosa assurda che lo turba, la presenza di un riccio naïf e globuloso.
Il riccio ostacola il progetto autobiografico ambizioso dello scrittore.
Il sistema nervoso del romanziere è messo a dura prova, ma lui non si arrenda e affronta le sue paure intraprendendo con la piccola e ingombrante presenza una sfida a colpi di introspezione psicologica.
Come in un flusso di coscienza e con parole in libertà, lo scrittore incomincia a divagare e affida alla pagina bianca i lavori preparatori del suo libro autobiografico affrontando a colpi di parole quel piccolo mostro che lo guarda e gli impedisce di organizzare le idee per raccontare se stesso in maniera circostanziata nel libro più importante della sua vita.

«Vacuum extractor dovrà essere un’autobiografia notturna, con il rischio si assomigliare fastidiosamente a una monografia sul riccio naïf e globuloso dato che, simile in questo a quel piccolo mammifero irsuto, io comincio ad agitarmi per davvero a notte fatta».

Per oltre duecento pagine lo scrittore in preda alla collera si affida alla pagina bianca e esorcizza la presenza del riccio mettendo insieme un corpus di frammenti e divagazioni in cui le ansie introspettive lasciano spesso il posto a una narrazione nervosa dove le sue riflessioni amare sulla letteratura e la vita trovano sempre un posto.

«Questo mondo è brutale, imprevedibile, incomprensibile, terrificante. La comunicazione tra gli esseri è impossibile e la solitudine di ciascuno assoluta, definitiva: gli autistici hanno semplicemente ragione».

Sul riccio è un romanzo straordinario assurdo e folle, perché straordinario, assurdo e folle e anche il suo autore. Già con Sul soffitto, pubblicato da Del Vecchio editore nel 2015, ci eravamo accorti di avere di fronte uno scrittore geniale che sa pescare come pochi suoi contemporanei nell’assurdo.
E poi ecco Sul riccio, un libro senza una trama certa che sa scavare nei meccanismi più intimi della letteratura.
Alla fine lo scrittore disturbato dalla presenza del riccio riuscirà a portare a termine il suo progetto autobiografico oppure si perderà nel raccontare senza trascurare nessun dettaglio la disavventura esistenziale con il suo piccolo ospite che non ha nessuna intenzione di andare in letargo?
Sul riccio è un romanzo difficile e metaletterario che si fa leggere fino all’ultima parola, perché (ce lo dice lo stesso autore) ognuno di noi riuscirà a vedere se stesso. Proprio come ha fatto lo scrittore – protagonista che nel riccio naïf e globuloso ha trovato il suo alter ego.

Eric Chevillard, è nato nel 1964 a La Roche-sur-Yvon. Nella sua biografia scrive: “Eric Chevillard divide il suo tempo tra la Francia (trentanove anni) e il Mali (cinque settimane). Ancora ieri, uno dei suoi biografi è morto di noia”. E’ scrittore di racconti, romanzi e forme brevi e per la sua opera ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti tra cui il “Prix Fénéon pour la Literature”. Alcuni suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue tra cui inglese, tedesco, cinese, croato, spagnolo, russo e svedese.

Source: libro inviato al recensore dall’ufficio stampa.

:: Ultimo respiro di Robert Bryndza (Newton Compton 2020) a cura di Federica Belleri

2 agosto 2020

Ultimo respiroUltimo thriller di Robert Bryndza. Un nuovo caso che vede protagonista la detective Erika Foster. Un caso difficile, come sempre. Un caso che le toglierà l’appetito, il sonno e la farà scontrare con il suo privato e una possibile promozione in corso.
Ma i punti di forza di questo romanzo non sono solo questi. Sono legati a giovani vite che vengono interrotte brutalmente, all’orrore provocato dal ritrovamento dei loro corpi, alla solitudine e all’anaffettività. All’ambizione di crearsi un profilo social accettabile e, di contro, all’incapacità di ammettere le proprie debolezze. Facilmente, nascondendosi dietro a uno schermo, isolandosi dagli altri, sentendosi brutti o addirittura insignificanti.
Quante sfaccettature diverse per i principali protagonisti di questa storia … Quanto dolore zittito per anni, quanta ingenuità nelle vittime.
Credo che Ultimo respiro sia il miglior romanzo che ho letto di questo scrittore, per la sensibilità dimostrata nella scrittura, per la delicatezza nell’esporre le fragilità dei personaggi creati, per la simpatia di alcuni di loro. Per l’interpretazione della giustizia, non sempre leale. Per il potere dell’amore e per le decisioni che impone di prendere.
Leggetelo, ne vale la pena.

Robert Bryndza si è conquistato una fama incredibile con il suo thriller d’esordio, La donna di ghiaccio, che in pochi mesi ha scalato le classifiche ed è in corso di traduzione in 30 Paesi. I romanzi che hanno come protagonista Erika Foster sono bestseller internazionali che contano quasi 3 milioni di copie vendute. La Newton Compton ha pubblicato La donna di ghiaccio, La vittima perfetta, La ragazza nell’acqua, I cinque cadaveri e Ultimo respiro.

Fonte: libro inviato dall’editore al recensore. ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Laura Costantini

2 agosto 2020

Ecco il resoconto dell’undicesimo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 30 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

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Benvenuta Laura ZG Costantini, e benvenuti a tutti i lettori.
Iniziamo con la prima domanda: E’ nato prima il tuo amore per il giornalismo, o per la narrativa?

Buonasera a tutti. Di sicuro è nato prima l’amore per la narrativa. Un colpo di fulmine, frutto della lettura. Nel momento in cui, in prima elementare, sono stata in grado di leggere è stato come scoprire un incantesimo. C’erano parole, una di seguito all’altra. E raccontavano storie, mondi, personaggi. Ho cominciato a leggere come una pazza e due anni dopo, a otto anni, ho deciso che volevo raccontare storie anch’io. Quindi alla lettura compulsiva e onnivora, si è unita la scrittura. Che esistesse il giornalismo, ovvero la narrazione dei fatti, l’ho scoperto intorno ai dieci anni e, non so perché, a undici ho deciso che da grande sarei stata una giornalista. Tutti lì a dirmi quanto sarebbe stato difficile. Oggi vorrei dire a quelle persone che le difficoltà per accedere alla professione sono state una passeggiata rispetto a quelle per farsi conoscere come autrice di narrativa.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei?

Questa è una domanda difficile perché ho letto e leggo moltissimo, cercando di spaziare nei generi, senza preclusioni di alcun genere. A parte per i russi. Non ho feeling con i russi e mi dispiace. Ho faticato con “Il maestro e Margherita”. Ho letto “Memorie del sottosuolo”, di Dostoievskji, mi sono arenata su “Guerra e pace”. Ho amato molto la narrativa d’avventura, Dumas, Verne, Salgari, Burroughs. Poi la fantascienza storica, quella di Asimov, di Fredrick Brown, di Ray Bradbury, Frank Herbert. Ho letto “Il signore degli anelli” e adoro Tolkien. Uno dei libri che ho riletto è stato “Furore” di Steinbeck. Non sono un’appassionata di Pavese, per esempio. Ho amato “Fontamara” di Silone, ma gli italiani li ho snobbati a lungo, letteralmente irretita dagli americani: Steinbeck, Trumbo, Chandler, ovviamente Stephen King. Ah, adoro i vampiri e quindi Stoker, Le Fanu, Ann Rice. Poi ho scoperto tantissime autrici italiane contemporanee (e maledettamente poco famose in proporzione alla loro bravura) e mi ci sono tuffata a pesce.

Quanto la musica incide sui tuoi testi?

Uh, la musica… Incide soprattutto se scrivo da sola. C’è un personaggio nel Diario vittoriano che è scaturito da una canzone che, in quel momento, andava dappertutto e che parlava direttamente al mio cuore: Lost on you di LP. Vorrei essere brava a crearmi delle playing list con tutte le canzoni, i brani, le romanze che mi danno emozione. Però, se lo facessi, le storie sarebbero tutte molto tristi. Mi lascio trascinare dalla malinconia della musica, da sempre.

In parte mi hai già risposto ma questa domanda si collega a questa Laura ZG Costantini: Come nascono i personaggi principali delle tue storie vittoriane?

Liberi di scrivere i due protagonisti del Diario vittoriano, Kiran e Robert, li ho incontrati che avevo quindici anni, sull’onda della passione tutta salgariana per le ambientazioni orientali. Volevo un rivoluzionario e un poeta. Il rivoluzionario era Kiran, un selvaggio con gli occhi da tigre. Il poeta era Robert, apparentemente fragile, biondo, romantico, ma pronto a lottare. Poi i comprimari sono arrivati. Sir William, l’uomo delle regole, ma anche dell’amore paterno. L’ispettore Cameron, il poliziotto che riesce a credere in una giustizia che va oltre la legge. Aldus Shelby, il tagliagole che si vota alla giusta causa. Il dottor Mallard. Li ho amati tutti, tantissimo. Ma sono loro che hanno trovato me.

Quale è il libro che ti è costato più fatica scrivere?

Abbiamo faticato parecchio per Il puzzle di Dio perché era un progetto molto complesso. Infatti… stiamo pensando al sequel.

Escludendo il tuo tandem letterario con la brava Loredana Falcone, un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Mi piacerebbe scrivere una storia di vampiri bellissimi e dannati con Lucia Guglielminetti. E uno steampunk cupissimo con Federica Soprani.

Cosa stai leggendo al momento?

Sto leggendo un sacco di roba. Sono alle prese con Tempo assassino di Michel Bussi, ho letto L’ombra di Caterina di Marina Marazza, Guardrail di Eva Clesis, Icaro di Deon Meyer, voglio portami in vacanza i due volumi di Victorian Solstice di Federica Soprani e Vittoria Corella.

L’ora è davvero volata, chiudo l’intervista con la mia ultima domanda: Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema. Quale tuo romanzo vedresti bene come soggetto per un film?

Ho dei colleghi in Rai che vorrebbero vedere sullo schermo la trilogia Noir a colori. Io vedrei benissimo per la tv Blu cobalto, per il cinema Il puzzle di Dio e per Netflix Il diario vittoriano in forma di serie.

Le domande dei lettori

Lucia Guglielminetti

Ciao Laura. Nel tuo Diario Vittoriano ci sono molti momenti drammatici, ma qual è quello che proprio ti ha strappato fiumi di lacrime a scriverlo?

Lucia Guglielminetti sono tre in realtà: (okkio allo spoiler per chi non avesse ancora letto) l’assassinio di F.C.; il tentato suicidio di K. e l’ultima telefonata tra K. e R.

Un lato del tuo carattere che senti di avere in comune con Robert e uno con Kiran.

Lucia Guglielminetti con Robert ho in comune un dannato senso del dovere che diventa senso di colpa se non riesco ad accontentare tutti. Con Kiran vorrei avere moltissimo in comune, ma credo che ci unisca il senso del melodramma e il non essere autoironici.

Amneris Di Cesare

Ciao Laura. Metti pure in fondo a tutte le altre domande questa mia, ma mi farebbe piacere che ci raccontassi a cosa stai/state lavorando tu e la tua socia ultimamente, perché immagino che non starai ferma a guardare drama come me, al momento, ma starai scrivendo come sempre…

Amneris Di Cesare io e la socia stiamo lavorando alacremente su parecchi fronti: abbiamo rieditato un romanzo storico che volevamo iscrivere al concorso di Amazon, ma abbiamo rinunciato visto che tutto si basa sulla quantità di recensioni che si ottengono; stiamo finendo un romanzo ambientato nel Montana nel 1960, una storia d’amore; dobbiamo editare insieme a goWare un romanzo inedito che si svolge tra il 1980 e il 90 tra Parigi e New York, nel mondo della moda e dell’arte, ci teniamo moltissimo; abbiamo messo in cantiere un intricatissimo giallo alla Agatha Christie ambientato in Italia nel 1905.

E com’è nata l’idea di Blu Cobalto, l’ultimo bellissimo romanzo che hai scritto con la Socia Loredana?

Amneris Di Cesare volevamo affrontare un argomento paranormal/fantasy. Io ho una passione per i vampiri, ma la socia non condivide. Ci siamo guardate intorno e abbiamo puntato al mare, tirando fuori un thriller moooolto particolare. Pare stia piacendo, anche se poco alla volta.

Michele Di Marco

Ciao Laura, tu, da sola o con Loredana, hai scritto storie ambientate in tanti periodi storici e in tanti luoghi diversi, anche lontani (persino nel futuro). Quanto ti diverte far spaziare la fantasia, e quanto però ti “costringi” a vincolarla in base alle ricerche, o alla conoscenza diretta che hai degli ambienti in cui fai vivere i tuoi personaggi?

Michele Di Marco se si fa un buon lavoro di ricerca, nulla è impossibile quindi cerco di non porre limite alcuno alla fantasia, sia a due che a quattro mani. Il solo limite può essere la capacità di realizzare ciò che voglio/vogliamo da una storia. Abbiamo molti progetti rimasti lettera morta perché non siamo, o non sono, riuscite a trovare il modo giusto di raccontarli.

Laura, con Loredana darete un seguito anche alla serie dei “colori”? Torneranno Ian, Ashley e Valerio?

Michele Di Marco un’idea ci sarebbe. E anche un nuovo colore, ma adesso abbiamo troppa carne al fuoco. C’è chi pensa che scriviamo fin troppo. Se diventassimo famose, direbbero senz’altro che abbiamo schiere di ghost writer.

Prima hai scritto che è stato difficile farti conoscere come scrittrice di narrativa, e ogni tanto è capitato che tu condividessi qualche riflessione un po’ sconfortata sul tema. E’ un problema risolto?

Michele Di Marco nuuuuu, affatto. Però ho imparato a essere felice dei lettori che ho, che sono ormai numerosi abbastanza da stupirmi. Non vivo di narrativa, ma sono soddisfatta dei messaggi, dei feedback e delle recensioni che ricevo.

Ivo Tiberio Ginevra

Ciao Laura, innanzitutto come stai? Ti sei ripresa dall’infortunio alla gamba? E poi, la domanda: scrivi in coppia con Loredana da tantissimo tempo. Mi dai la ricetta per scrivere un romanzo a quattro mani?

Ivo Tiberio Ginevra ciao. La caviglia sta bene. Riguardo alla ricetta… non credo ne esista una. Per scrivere insieme a un’altra persona deve crearsi un’alchimia molto simile a quella di un innamoramento. Ci si deve sentire affini, ci si deve reciprocamente fidare, aprirsi, non celare i più riposti movimenti dell’animo. Soprattutto se non si utilizza il sistema della divisione dei capitoli o dei personaggi. Io e Loredana scriviamo insieme da quando eravamo bambine, quindi ci siamo affinate reciprocamente e la nostra scrittura a quattro mani è cresciuta con noi, fino a diventare un terzo autore. C’è Laura, c’è Loredana e c’è Lauraetlory.

Anna Gargiulo

Ciao! Con quali dei tuoi personaggi ti senti più a tuo agio, nel senso di riuscire a seguirli nella loro strada, accettando le ‘loro’ decisioni?

Anna Gargiulo direi con tutti. Sono sempre i personaggi a decidere la loro strada e io li seguo, o noi li seguiamo, quando scrivo con Loredana. Va detto che la simbiosi totale l’ho vissuta con Kiran, il protagonista del Diario vittoriano.

Olimpia Petruzzella

Ciao! Cosa ti affascina di più nella scrittura? Qual è il tuo aspetto preferito? E hai una routine di scrittura?

Olimpia E. Petruzzella mi affascina il “facciamo che io ero…” perché alle volte la scrittura, la creazione, è il corrispettivo di un gioco di ruolo. Mi piace calarmi nei panni dei personaggi e “viverli” da dentro. Mi piace dare un senso alla storia, alla loro vita, giocare a essere una specie di dio. Riguardo la routine di scrittura, io e Loredana scriviamo insieme, davanti allo stesso computer, nella sua cucina, condividendo idee, parole, sentimenti, caffè, tè, crostate fatte in casa.

Fernanda Romani

Ciao, Laura☺Riusciresti a scrivere su commissione, cioè saresti in grado di incanalare la tua creatività su una storia decisa da altri

Fernanda Romani poiché il mio lavoro è scrivere, nel giornalismo, sono in grado di scrivere di qualunque cosa. Però nella narrativa io cerco, prima di tutto, la mia passione. Dovendo, potrei scrivere su commissione. L’ho anche fatto in un paio di occasioni. Ma non è una cosa che amo. Proprio no. E il discorso ghost writer non mi va giù, perché propugno il diritto/dovere di scrivere le proprie storie. Non quelle degli altri.

Ivo tiberio Ginevra

Laura, dai un consiglio dettato dalla tua esperienza a chi vuole presentare il proprio manoscritto a un editore affinché possa essere esaminato con la giusta attenzione.

Ivo Tiberio Ginevra ahahahha, mi vuoi prendere in castagna, vero? Guarda, il solo consiglio che mi sento di dare è di non provarci neanche se non si ha in mano qualcosa di valido. Ma di valido veramente. E sì, lo so che ogni autore pensa che il proprio lavoro sia un capolavoro. Ma non è così, purtroppo, o per fortuna. In ogni caso cercare editori interessati al genere che si è scritto, presentare un testo corretto, una sinossi intrigante, una biografia stringata e non pretenziosa. Quindi armarsi di moltissima pazienza e attendere una risposta. Ah, non fidarsi di tutti quelli che si spacciano per agenti letterari e poi chiedono soldi per leggere i testi. Gli agenti letterari veri non sono quelli che si fanno pagare per dirti che devi farti fare un editing da migliaia di euro da un editor che, guarda la coincidenza, lavora nella loro prestigiosa agenzia.

E invece, a chi vuole dedicarsi alla scrittura che consiglio formativo daresti?

Ivo Tiberio Ginevra leggere tantissimo, di tutto. Un corso di scrittura creativa può essere utile più avanti. Per iniziare vale il vecchio metodo del rubare con gli occhi, ho scoperto di aver appreso per osmosi la maggior parte della tecnica narrativa. E poi, importante, avere veramente qualcosa da dire. Non nel senso di una narrativa impegnata, ma nel senso di una storia che ti sgorga da dentro. Non c’è niente di più coinvolgente della narrativa di intrattenimento. Ed è da lì che scaturisce una vera analisi della realtà che ci circonda. Anche ambientando le storie nel passato, nel futuro o in mondi di fantasia.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2020

Ciao Lorenzo, ben tornato sulle pagine di Liberi di scrivere. È appena uscito Nero ferrarese (Pessime idee), nuovo episodio della serie Malatesta, ce ne vuoi parlare? Come si inserisce questo episodio nell’epopea malatestiana?

Ben trovati. In realtà Nero ferrarese si colloca come primo episodio di un Malatesta totalmente nuovo, e per questo devo ringraziare Loris Dall’Acqua e Sara Del Sordo di Pessime idee che hanno creduto nel progetto, incitandomi e affiancandomi nello sviluppo di un Malatesta più strutturato. Con Pessime idee si apre una strada inedita per lo “sbirro anarchico”. Tutto riparte da dove era nata la suggestione, tanti anni fa: l’omicidio di Federico Aldrovandi. Il romanzo si colloca lì, anche se la trama non passa necessariamente su quel grave e doloroso fatto di cronaca e di “mala-giustizia”, ma ne prende linfa per spiegare chi è Pietro Malatesta e che tipo di mondo vorrebbe.

Malatesta e Ferrara sono due punti fermi della tua narrativa. Raccontaci come sono legati.

Malatesta vede in Ferrara un posto nella mente. È la sua città, sente l’appartenenza. La vive nel bene e nel male, trasuda ferraresità ogni volta che apre bocca. In questo ci assomigliamo molto. Le suggestioni della Ferrara borderline di Malatesta sono anche le mie: stessi bar, stessa curva, stessi percorsi in bicicletta.

È cambiata Ferrara dall’inizio della tua serie?

Per certi aspetti, no. In certe cose Ferrara è immutabile. Il lamento, caratteristica essenziale per essere definito ferrarese, persiste. Però la S.P.A.L., elemento importante per Malatesta, rispetto ai tempi raccontati in Nero ferrarese (il 2005-2006 circa), vive tempi migliori. In compenso la politica è peggiorata, ed era molto difficile fare peggio di chi governava prima di questo contemporaneo carrozzone di improvvisati. Buffo perché in Malatesta molte cose che stanno accadendo sono state scimmiottate in un processo di verosimiglianza letteraria. Forse porto sfortuna alla parte intelligente della città.

Surreale, anarchico, imprevedibile, rivoluzionario Malatesta è un personaggio molto peculiare che si discosta molto dai vari investigatori del noir italiano. Per il tipo di scrittura funambolica che utilizzi c’è forse una piccola fratellanza con il noir francese alla Dard per intenderci. Hai dei modelli, o Malatesta è nato dalla tua penna in modo autonomo?

Non avevo mai pensato a Dard, ma ti ringrazio per il parallelo. Un unico modello: Héctor Belascoarán Shayne, il detective privato di Città del Messico creato da Paco Ignacio Taibo II. I romanzi della serie sono costruiti da capitoli veloci e Belascoarán è anarchicheggiante, sfigato, fuori dagli schemi, un po’ come Malatesta. PIT II rimane per me un punto di riferimento.

Parlaci della trama di Nero Ferrarese, come l’hai sviluppata?

All’epoca stavo a Sana’a, nello Yemen. Con me avevo Qualche nuvola, di Paco Ignacio Taibo II. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere un noir con la stessa struttura. Ho sostituito la corruzione dilagante della società messicana con un gruppo eversivo che si rifà ai NAR. Siamo a Ferrara. Un ragazzino appartenente a un gruppo dell’estrema destra viene freddato da due uomini vestiti di nero mentre sta amoreggiando con la sua fidanzata in macchina. L’omicidio viene firmato dai sedicenti Spontaneisti Armati Combattenti. Da qui parte l’indagine. Chi sono gli Spontaneisti? Perché iniziano a creare il caos a Ferrara?

Ti senti apprezzato dalla critica letteraria italiana? Ho letto una recensione molto positiva di Nicola Vacca, critico e poeta, su Gli Amanti dei Libri. Ti definisce addirittura “uno dei più brillanti e originali scrittori del noir italiano”.

Nicola Vacca mi ha fatto un grande regalo: è uno dei più attenti e preparati critici letterari che abbiamo in Italia, le sue parole mi hanno fatto molto piacere. Devo ringraziare anche Enrico Pandiani e Enrico Remmert che nella cover del libro hanno speso parole di elogio nei miei confronti. Non saprei che dire su un apprezzamento generale. Di solito piaccio agli indipendenti, e questo mi sta bene. Non sono nato per seguire il giudizio commerciale, non mi interessa.

Io seguo la tua serie malatestiana praticamente dall’inizio, ho letto anche altri tuoi libri originali, bizzarri, psichedelici, se vogliamo. In che misura la tua scrittura si inserisce nel panorama letterario italiano? C’è qualche altro nuovo scrittore che si inserisce nella tua diciamo “corrente”?

Io cerco di scrivere ciò che vorrei trovare in libreria, se poi non è commerciale, pazienza. Se deve diventare un obbligo scrivere su argomenti che vanno per la maggiore, tanto vale spararsi. So di amare argomenti spesso marginali, underground. La mia scrittura è stata definita “realismo psichedelico”, già questo mi distingue da molti. Non so chi possa annoverare nella mia “corrente”, ci sono nomi di autori che sento molto vicini emotivamente e culturalmente, Enrico Pandiani, Alessandro Zannoni, Enrico Remmert, Carlo Bertocchi, ma scrivono storie molto diverse dalle mie.

E all’estero? Ci sono progetti di traduzione in Europa e nel resto del mondo della serie malatestiana?

Malatesta ancora no. È in via di traduzione per il mercato sudamericano Un tango per Victor (Edicola).

Anche per lavoro leggi molto. Cosa stai leggendo al momento? E quali sono i libri più interessanti che hai letto in questo periodo pandemico?

Ho appena terminato Odiando Olivia, di Mark Safranko. Per quello che riguarda il periodo pandemico, ho trovato molto interessanti: Ingegneri di anime, di Frank Westerman, La civetta cieca, di Ṣādiq Hidāyat, Da qui all’eternità, di James Jones e Odissea americana, di A. G. Lombardo.

Progetti per il futuro, non solo letterari.

Conto di sposarmi prima della prossima pandemia, di trascorrere la luna di miele in qualche bloc della periferia di Sofia, magari a Vardar (se si potesse opteremmo per l’Abcasia). Riguardo alla scrittura, ci sto dando dentro con un lavoro molto complesso e onesto, un tributo d’amore, che sarà, con ogni probabilità, l’ennesimo mio libro underground. Ma io sono questo. E voglio continuare a essere così.