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:: Lo sguardo avanti – La Somalia, l’Italia, la mia storia di Abdullahi Ahmed (Add Editore 2020)

21 gennaio 2021

“Sono Abdullahi Ahmed, sono nato a Mogadiscio, in Somalia. Voglio raccontarvi una parte della mia storia che a me piace definire “la ricerca della felicità”, perché non si può essere stranieri per sempre.”

Quando Abdullahi parte da Mogadiscio ha 19 anni. Alle spalle si lascia una nazione nel pieno di una guerra civile in cui è difficile capire le forze in campo e vedere una speranza oltre agli attentati e alla distruzione. La sua idea è raggiungere un posto in cui poter studiare e mettere da parte qualche soldo che serva a dare un futuro a lui e ai suoi fratelli. Il viaggio che affronta passa attraverso l’inferno del Sahara, la Libia e un attracco a Lampedusa dove verrà accolto e caricato su un aereo per la destinazione che qualcuno ha pensato per lui: la provincia di Torino. Comincia da qui la nuova vita di Abdullahi, a Settimo Torinese, dove diventa un cittadino attivo dedicandosi al lavoro di mediatore culturale e impegnandosi nelle scuole dove ha incontrato migliaia di studenti per parlare di migrazioni, accoglienza, culture, popoli, diritti. Nel 2016 diventa cittadino italiano.

Tra gli obiettivi più importanti raggiunti da Abdullahi, ci sono il Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene e l’associazione Generazione Ponte con la quale fa dialogare i ragazzi somali con quelli italiani, per scambiare punti di vista ed esperienze, guardando all’Europa come luogo del possibile. Dopo tredici anni, Abdullahi si sta preparando a tornare in Somalia con alcune borse di studio per i ragazzi di Mogadiscio che ancora devono costruire il proprio mondo.

Il libro è una storia e un punto di partenza, pensato anche come strumento didattico, che unisce il racconto di un viaggio e la bellezza di un approdo, la paura per un futuro difficile da immaginare e la gioia di lavorare per migliorare la vita degli altri.

Abdullahi Ahmed, nato a Mogadiscio nel 1988, è arrivato in Italia nel 2008. Oggi è cittadino italiano e ideatore del Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene, un racconto collettivo di pratiche vincenti per superare il razzismo e la discriminazione e promuovere una cultura europea fondata sui valori della pace e dell’accoglienza. Uno degli obiettivi del Festival è portare sull’isola la voce di rifugiati e richiedenti asilo.

:: Un’intervista con Barbara Panetta a cura di Giulietta Iannone

20 gennaio 2021

Benvenuta Barbara, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua famiglia.

Amo viaggiare e conoscere altre culture. I miei studi sono prettamente linguistici. Vivo con la mia famiglia a Londra, e le mie figlie sono cresciute trilingue. Prima che loro nascessero, lavoravo nel marketing internazionale, ora mi dedico alla scrittura.

Che tipo di capacità si sviluppano nelle persone che parlano contemporaneamente due o più lingue, magari apprese nella primissima infanzia?

Apprendere una lingua da piccoli è un processo spontaneo e naturale. Invece se si impara da grandi diventa un vero e proprio studio. Conoscere una o più lingue straniere significa aprire la propria mente in tutti i sensi, anche ad altre culture. Ricordo che, in un corso di linguistica, l’insegnante descrisse l’interno del cervello di chi conosce più lingue come un fuoco d’artificio, pieno di stimoli.

L’interesse per la psicoanalisi ti ha portata a dedicarti alla scrittura, è vero? Sei più freudiana o junghiana?

A livello culturale, il mio interesse per la psicologia e la psicanalisi ha influenzato senz’altro il mio modo di scrivere, con riferimento ai simbolismi e ai parallelismi quindi anche alla psicologia analitica. Diciamo che Freud e Jung sono due letture diverse della psicopatologia che mi hanno sempre molto affascinato.

Sei autrice di un libro illustrato per bambini dal titolo La Promessa di Chloe, in versione bilingue italiana e inglese. Come è nato il tuo interesse per la narrativa per l’infanzia?

Quando le miei figlie erano piccole, dedicavo tanto tempo alla lettura di storie per bambini e il più delle volte erano libri illustrati in inglese che traducevo per loro in italiano, per farle crescere bilingue. Alcune storie le inventavo, e una di queste è La Promessa di Chloe che, a suo tempo, non aveva un titolo. Alle mie figlie la storia era piaciuta molto, tanto da condividerla con le loro amichette e con le maestre dell’asilo, che mi chiesero in prestito il libro per leggerlo in classe, ma non era ancora un libro, era appunto, solo una storia inventata. Forse quella è stata una motivazione.

Come è nata la creazione e la storia del tuo libro, La Promessa di Chloe?

Ero in giardino, osservavo delle formichine lavorare duramente. Ho pensato: che bello sarebbe se potessero prendersi una pausa! Poi ho associato questo pensiero ai bimbi di oggi che crescono in un mondo competitivo e di corsa e, secondo me, dovrebbero essere più spensierati e più bambini. Così è nata la storia di Chloe e dei suoi fratellini.
La creazione del libro è nata invece dall’esigenza di aiutare i bambini bisognosi. Ho deciso di pubblicare la versione cartacea di La Promessa di Chloe durante il periodo del primo Lockdown e destinare il ricavato delle vendite a un’associazione di beneficienza britannica che supporta bambini molto malati, la Momentum Children’s Charity. Questo libro è anche il mio contributo a tutti i bambini del mondo. Per questo esiste un video libro gratuito sul canale YouTube di Ant Chloe con i sottotitoli in diverse lingue in modo che tutti i bambini possano vederlo.

Anche gli acquarelli sono tuoi?

I disegni sono miei, ho illustrato il libro ad acquarello, senza troppi interventi digitali, usando una prospettiva elementare e alla portata dei bambini per favorire una comunicazione immediata tra i piccoli e il mondo degli adulti. La scelta dell’acquarello non è casuale, l’acquarello riproduce dei colori tenui e piacevoli per i bambini.

Che storia racconta questo libro? C’è una morale sottesa?

Come dicevo prima, in un’era molto competitiva, dove si fa a gara per primeggiare, ho ritenuto di grande importanza trasmettere sia il valore della disciplina sia quello del rispetto e in un mondo che ci corre dietro e non si ferma mai, l’importanza di una pausa, quindi di un momento di riflessione è fondamentale. Mantenere una promessa e rispettare un impegno sono valori molto importanti che ogni bambino dovrebbe acquisire nella propria educazione. La morale di questa storia è stata studiata insieme alla psicologa infantile Dottoressa Giovanna Campolo, per assicurarmi che fosse idonea per i bambini.

I bambini imparano a leggere e scrivere in inglese sui libri come il tuo. Che sensazione ti dà questa consapevolezza?

Bellissima! L’iniziativa è partita dall’Istituto Comprensivo Alvaro Gebbione di Reggio Calabria e poi si è estesa ad altre scuole. Vorrei proporlo anche alle scuole di altre città in Italia.

I testi bilingue facilitano anche l’apprendimento dell’inglese, nelle scuole inglesi sono giustamente valorizzati?

Assolutamente. Soprattutto se la traduzione del testo è interlineare e accompagnata da un audio per ascoltare la pronuncia originale, come nel caso del mio libro. Come dicevo, sul canale YouTube di Ant Chloe si trova il video libro con sottotitoli in diverse lingue incluso italiano. La voce narrante è di Ben Shephard, un presentatore inglese molto noto scelto per la sua perfetta intonazione e pronuncia impeccabile.

Che responsabilità ha un autore di libri per l’infanzia? È necessaria una preparazione specifica? Si possono commettere errori?

Uno scrittore che decide di scrivere per un pubblico infantile certamente affronta problematiche diverse da quelle di un autore che scrive romanzi. Il linguaggio per i bambini deve essere semplice e con parole chiavi, le illustrazioni devono parlare prima ancora del testo che deve essere fedele alla pagina illustrata. I contenuti devono trasmettere una morale profonda e dei valori importanti e al contempo devono divertire. Credo siano proprio questi gli ostacoli che un autore e un illustratore incontrano e che devono superare. Errare è umano ma senz’altro bisogna stare attenti e usare un forte senso di responsabilità e sensibilità prima ancora di una preparazione specifica.

Il musicista Alessandro Viale ha composto una musica per Chloe, ci vuoi parlare della colonna sonora? È un’opera dunque multimediale: immagini, suoni, parole si uniscono per trasmettere un messaggio educativo ai giovani lettori, giusto?

Sono molte le arti raccolte in questo progetto educativo. La musica ha un valore importante soprattutto per un bambino che impara una lingua straniera. La realizzazione della musica è stata studiata per aiutare il bambino a memorizzare le frasi in inglese, oltre a essere un ascolto piacevole.
Questo è stato un processo lungo e impegnativo.

La Promessa di Chloe è il primo di una serie. Il secondo episodio arriverà a breve. Puoi dirci di più?

Il secondo uscirà a marzo, prima in versione inglese e poi in altre lingue, italiano compreso. La protagonista sarà sempre la formichina Chloe. Per rimanere aggiornati la cosa pmigliore è iscriversi al canale YouTube di Ant Chloe. Oltre al nuovo arrivo, ci saranno diverse sorprese!

Grazie della disponibilità, come ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro?

Ho tanti progetti in corso di realizzazione, ma di questi tempi, è meglio non pianificare troppo. Grazie a voi per l’opportunità.

:: Un’intervista con Mario Biondi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2021

Benvenuto Mario su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, per cui non ho potuto perdere questa sua nuova traduzione. Dopo quella del fiorentino Giulio de Angelis, da me amatissima, che uscì nel 1960, molto letteraria e forse “infedele” ma capace di farne un vero page turner, esistono le traduzioni  di Enrico Terrinoni (con Carlo Bigazzi) uscita per i tipi di Newton Compton nel 2012, e quella di Gianni Celati, apparsa nel 2013 per Einaudi. Più un’altra “maledetta” se vogliamo dire di Bona Flecchia che uscì nel 1995 per la Shakespeare and Company, ma venne ritirata quasi subito dal mercato per questioni legali di diritto d’autore. Ha consultato queste traduzioni mentre lavorava alla sua, o ha preferito non farsi influenzare? Come ha progettato il suo lavoro?

Io l’Ulisse ho sempre cercato di leggerlo in inglese. Come del resto faccio per tutti i testi in quella lingua, sia da tradurre, sia da recensire, commentare eccetera. Ho un passato più che trentennale di recensore e lettore di lingua inglese per diversi editori. Se leggessi i testi già tradotti, che traduttore sarei? Assoluto e totale rispetto per le altre traduzioni, ma io volevo fare la mia, ed ero già abbastanza occupato a leggere l’originale, che è notoriamente un testo di una certa complicazione. Come ho progettato il lavoro? Ho aspettato anzitutto di essere convinto della mia adeguatezza in quanto traduttore, e poi che la legislazione sul diritto d’autore rendesse possibile pubblicare una nuova traduzione — fino al 2011 non lo era —, dopo di che mi sono messo concretamente all’opera.

La sua nuova traduzione integrale, basata sull’edizione “1922” degli Oxford World Classics, viene dunque ad arricchire quell’apparato interpretativo in lingua italiana che ha fatto luce su quell’iceberg di giochi di parole, doppi sensi, allusioni che è il testo joyciano. Cosa ha fatto scattare nella sua mente il desiderio di iniziare questa, forse anche temeraria, impresa?

Lo spiego nella mia prefazione, che ho intitolato “Prolegomeni” e configurato in modo da richiamare scherzosamente uno dei maestri riconosciuti di Joyce, Sterne, con il suo Tristram Shandy gentiluomo. Sono arrivato all’Ulisse prima ancora che fosse pubblicato in italiano, tra il 1959 e il 1960, attraverso le poesie di Dylan Thomas (una vera passione), seguite dal Ritratto dell’artista da cucciolo (da giovane cane, traduco io) dello stesso Thomas, che mi ha automaticamente portato al Ritratto dell’artista da giovane (uomo) di Joyce e poi all’Ulisse. Ho cominciato allora a pensare che prima o poi avrei provato a tradurlo, ma c’è voluto il tempo necessario. Come si dice: “Con il tempo e con la paglia maturano le nespole”.

L’Ulisse si svolge nel giugno del 1904 e narra lo scorrere della vita di un uomo Leopold Bloom, di sua moglie Molly e del figlio ‘acquisito’ Stephen in una Dublino labirinto di inizio secolo scorso. Ogni capitolo ha la particolarità di seguire uno specifico genere narrativo e questa forse è la difficoltà maggiore e la sperimentazione più estrema. Conoscere l’Odissea aiuta?

L’Ulisse si svolge in un solo giorno, quello che poi è diventato il famoso “Bloom’s day”, il 16 giugno del 1904. Anche se mi sono permesso di far notare che in realtà si tratta di due giorni: la vicenda dura dal mattino del 16 all’alba del 17, ben dopo la mezzanotte. Nel contorto immaginario di Bloom, Stephen Dedalus non è un “figlio acquisito” ma caso mai un “figlio acquisendo”. E Bloom è a sua volta per Stephen una confusa sorta di “padre acquisendo”, o perlomeno un suo “doppio” adulto”. Ma a conti fatti il meccanismo non scatta, Stephen se ne va abbastanza infastidito: quello che sta davvero cercando non è un sostituto del suo complicato padre vero, ma se stesso, e l’idea che Bloom possa rappresentare un suo “doppio adulto” si rivela inconsistente. Per quanto riguarda Bloom, personalmente lo vedo tirare un gran respiro di sollievo. Tutto sommato quella veramente dispiaciuta è Molly, che nelle sue pasticciate proiezioni sentimental-erotiche già vedeva in Stephen un possibile amante giovane. Sempre nei “Prolegomeni” spiego che trovo molto labili i collegamenti tra l’Ulisse di Joyce e quello di Omero. Non ne ho tenuto nessun conto.

È riuscito a trovare il segreto della lingua joyciana? Capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo?

Ogni autore ha il suo “segreto della lingua”, e dovere del traduttore è proprio cercare di individuarlo e presentarlo al lettore. Io ho cercato di farlo, e per il mio orecchio credo di esserci riuscito. Sta poi al lettore, con il SUO orecchio, giudicare se questo è avvenuto o meno. Un lettore di lingua italiana che vive ad Aosta o Bolzano ha lo stesso “orecchio” linguistico di uno che vive a Venezia, a Bari, a Palermo?

Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena. Lo pensa anche lei?

Tanto per cominciare si può se non altro affrontarlo, ciascuno in base alle sue coordinate culturali e di gusto. Dopo di che, sempre in base a quelle coordinate, si può terminarlo o piantarlo in asso. Io ho più volte suggerito la possibilità di leggerlo “a tappe”, anche non continuative. Nel senso che ci sono parti che davvero sembrano gridare a gran voce “NON LEGGERMI! NON LEGGERMI!”. Si può tranquillamente saltarle, come quando guardando il dvd di un film che “sembra” noioso si può usare con maggiore o minore generosità il tasto di scorrimento veloce. È proprio quello che Joyce voleva: che sia il testo a suggerire — a imporre — di tornare indietro e leggere con  attenzione le parti saltate, che a quel punto si chiariranno in tutta la loro importanza. Soltanto allora si può cominciare a giudicarlo e a parlarne: a lettura avvenuta, anche con salti. C’è fin troppa gente che si spolmona a parlare dell’Ulisse senza essere mai andata oltre il titolo.

L’Ulisse fu accolto come un romanzo sperimentale, una vera e propria decostruzione del romanzo tradizionale, un atto di fede nella modernità, nella psicanalisi, nel futuro. È attuale ancora oggi? Cosa può trasmettere all’uomo del 2021?

L’Ulisse è stato accolto come tutto e come il contrario di tutto da parte di legioni di lettori-lettori, lettori-parziali e non-lettori. La psicoanalisi ce l’hanno ficcata dentro loro. Joyce aveva una singolare disistima degli psicoanalisti, in particolare di Jung. Secondo me l’Ulisse ha segnato il limite estremo del grande romanzo moderno. Sperimentale, senza dubbio, ma nell’ambito di quel genere. Più oltre viene Finnegans Wake, che temo non si sappia ancora bene che cosa (e se) abbia segnato e/o iniziato. L’Ulisse è un grandissimo libro, e ha senso discutere dell’attualità di un grande libro? Si può domandarsi se siano attuali, che so, l’Iliade, la Divina Commedia, Robinson Crusoe, Papà Goriot, Guerra e pace? La stessa Bibbia? Qualche tempo fa un tale che percepisce lo stipendio di direttore editoriale di un’importante casa editrice mi ha spiegato tutto compunto che non poteva pubblicare un mio romanzo perché gli aveva ricordato Quo vadis, mentre lui aveva bisogno di ROBETTA FACILE, da vendere. Robetta facile? È un modo per definire l’ “attualità”?

In cosa secondo lei Joyce fu davvero rivoluzionario? E soprattutto è davvero necessario scardinare e smontare pezzo pezzo tutto quello che è stato fatto in passato per essere una voce autentica?

Joyce con l’Ulisse non ha scardinato e smontato proprio un bel niente. Ha caso mai messo in fila e cercato di illustrare al meglio quelli che secondo lui erano stati gli stilemi della letteratura in lingua inglese, dai remoti post-latini ai suoi quasi contemporanei. Finnegans Wake è tutta un’altra storia, ma non rientra nel nostro argomento.

Il monologo finale di Molly poi merita una lettura a parte, è un piccolo capolavoro nel capolavoro. Come è stato entrare nella mente femminile? È stata la parte più difficile da tradurre?

Nella mente femminile non sono dovuto entrare io, ci è entrato Joyce. E in maniera molto brillante, pare, se è vero che a sostenerlo più strenuamente sono state proprio le donne, da Sylvia Beach a Harriet Shaw Weaver eccetera. Persino Santa Nora Barnacle, maritata (tanto tardi!) Joyce. E zia Josephine Murray. Non so se il monologo sia stata la parte più difficile, a parte l’assenza di punteggiatura e i finti strafalcioni da individuare. Ma no, non lo è stata. Ben più difficile l’episodio della maternità.

Grazie del suo tempo, invitiamo i lettori a leggere il “suo” Ulisse, edito per La Nave di Teseo, traduzione ricca di note esplicative nel testo (non in un libro a parte), e concludendo, come è da tradizione del mio blog, le chiedo: quali sono i suoi progetti per il futuro?

Progetti? A 82 anni? Uhm…

:: Un’intervista con Nicoletta Sipos a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2021

Benvenuta Nicoletta, e grazie di avere accettato questa mia intervista. Giornalista e scrittrice, esperta di tematiche legate al benessere femminile. Sei nata a Békéscsaba in Ungheria nel 1941. Parlaci della tua infanzia, della tua famiglia, quando ti sei trasferita in Italia?

Cercherò di essere sintetica per non annoiare chi ci legge. Mio padre era un ebreo ungherese che ha studiato medicina a Torino e lì si è innamorato di una donna italiana che è letteralmente fuggita dall’Italia in Ungheria per sposarlo evitando i divieti posti dalle leggi razziali del 1938. Gli anni della mia  infanzia sono stati funestati da guerra e persecuzioni razziali. Mio padre è stato inviato a un campo di lavoro in Ungheria già nel 1943, ma proprio per questo è sfuggito alla deportazione nei lager stranieri organizzata dai tedeschi nell’estate del 1944. Mia madre ha avuto la forza  di trasformare questi drammi in una sorta di favola. Ricordo alcuni episodi tragici in cui ho rischiato di morire, ma ricordo pure di essermi sempre sentita protetta e invincibile. Mio padre è tornato a casa, ha ripreso la sua attività di medico nella nostra cittadina, ma è presto entrato in rotta di collisione con i comunisti al potere. Grazie alla famiglia di mia madre abbiamo ottenuto il passaporto che nel 1950 ha permesso a mia madre di tornare in Italia per quella che avrebbe dovuto essere una breve vacanza, portando anche me e mio fratello. Mio padre ci ha raggiunti dopo molte peripezie. Non è stato facile, né indolore: è la storia che ho raccontato – almeno in parte – nel mio romanzo La promessa del tramonto edito da Garzanti.

Come giornalista hai lavorato per diversi quotidiani italiani «Avvenire», «Il Giorno», e sei stata inviata speciale del settimanale «Gente» e, dal 1994 al 2009, redattore di «Chi», sulle cui pagine tieni ancora la rubrica dei libri. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? È stato difficile per una donna muovere i primi passi in questo mondo, che tipo di qualità servono per diventare buoni giornalisti?

Mi è sempre piaciuto scrivere non solo seguendo la fantasia. Ma seguendo gli eventi quotidiani. L’idea di collaborare a un giornale mi affascinava. Farmi assumere è stato più difficile, soprattutto quando mi chiedevano se avessi figli. Io dicevo sì, ne ho quattro. E a quel punto direttori e amministratori non sapevano come troncare il discorso con un minimo di garbo. Ogni donna ha avuto problemi nel mondo dei giornali. Anzi, i miei tempi erano ancora fortunati. Oggi tutto è diventato più difficile. Con la crisi che imperversa forse le qualità non bastano per restare in una redazione. Comunque in linea di massima bisogna lavorare molto, restare concentrati, avere fiuto per le notizie e saper scrivere. Aggiungo: scrivere velocemente, evitando strafalcioni.

Oltre che giornalista sei anche scrittrice di romanzi, saggi e racconti. Cito alcune tue opere: Cuori di pietra (2007), Facce di bronzo (2008) e Corpi (2009) per Mondadori e Alle signore piace il nero (2009) per Sperling & Kupfer e i più recenti con Piemme La ragazza col cappotto rosso (2020) e Lena e il Moro per edizioni Ares sempre l’anno scorso. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

In modo spontaneo, da ragazzina, prendevo nota di quello che succedeva vicino a me. Non pensavo a pubblicare. Scrivevo per me, e basta. Ho riempito fogli sparsi e quaderni. Ogni tanto buttavo le mie note perché i cassetti erano troppo pieni. Ho cominciato a pubblicare in Italia e anche in Germania già da “grande”, e ora sto correndo un poco per recuperare il tempo perduto.

Che libri leggevi da ragazzina? Immagino tu abbia letto I ragazzi della via Pál (in ungherese A Pál utcai fiúk) romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár, ci sono altri autori ungheresi di cui ci consiglieresti la lettura?

In Ungheria leggevo romanzi per ragazzi targati “realismo sovietico”. C’erano di mezzo bambini che morivano in fabbrica o nelle miniere per colpa dei capitalisti. Non ricordo i titoli, credo però che fossero molto emozionanti perché leggendo non riuscivo a stare ferma, continuavo a spostarmi dal divano alla poltrona e poi alla sedia. In Italia mi sono buttata su “Violetta la timida” di Giana Anguissola a “I cavalieri azzurri” di Olga Visentini. E naturalmente tutto Jack London e Mark Twain. Mi fermo: mia madre diceva che costava meno farmi un cappotto che soddisfare la mia voglia di libri. Per quanto riguarda gli scrittori ungheresi amo molto la Magda Szabó e Sándor Márai. Di Molnár consiglierei la commedia “Liliom”. Bisognerebbe vederla a teatro… ma chissà quando.

Non scrivi solo romanzi ma anche opere di saggistica legate alle tematiche femminili. Ti senti una scrittrice femminista? Che rapporto hai con questa visione dell’esistenza, credi ci sia una frattura insanabile tra mondo femminile e maschile, anche nell’editoria?

Sto dalla parte delle donne perché so che partiamo perennemente svantaggiate. Abbiamo meno frecce nelle nostre faretre di quante ne abbiano gli uomini. Quando presentavo Il buio oltre la porta  – una storia di violenza domestica – alcuni uomini si sono alzati a darmi della “femminista” – un’offesa sanguinosa secondo loro – sostenendo che le donne sono colpevoli di tutti i mali perché vanno a lavorare invece di stare a casa con i figli. Con questo tipo di uomini ho un rapporto difficile, ma nella media ho sempre lavorato in modo costruttivo con gli uomini. Non vedo fratture insanabili, semmai nodi da sciogliere. Dobbiamo procedere insieme. Questa è la verità alla quale mi aggrappo in tutti i campi. Ovviamente tutto dipende dai singoli individui.

Si sta avvicinando il giorno della Memoria, e sicuramente il tuo romanzo  La ragazza col cappotto rosso è una lettura consigliata. Quali altri libri leggerai legati al ricordo delle vittime della Shoa?

Sto leggendo Ognuno accanto alla sua notte di Lia Levi (edizioni e/o), il bellissimo romanzo di una scrittrice ora novantenne che apprezzo molto. Però, vede, ho dei problemi con l’affollamento dei titoli in occasione del Giorno della Memoria. Vorrei che il ricordo della Shoah non fosse limitato a una giornata, con la gran cassa, ma ci accompagnasse più a lungo con una riflessione meditata su come siamo finiti in questa catastrofe. Io continuo a farmi questa domanda.   

Parliamo ora di Lena e il Moro, un romanzo molto bello che mi ha tenuto compagnia questo Natale. L’ho sentito definire un noir, ma è sicuramente anche molto divertente, pieno di sentimenti positivi, di amicizia e di speranza. Come sono nati i tuoi personaggi? Il personaggio di Lena un po’ ti somiglia?

Intanto grazie dei commenti e dell’attenzione. Certo, mi ritrovo molto in Lena. Le ho dato alcuni miei vezzi come la passione per i coltelli affilati – che nel romanzo fa pure gioco – ma anche la diffidenza che provo, a tratti – per i giovani che mi sembrano inesperti e sostanzialmente incapaci. Dall’altro canto vedo che pure i ragazzi diffidano dei vecchi considerandoli noiosi e in sostanza da rottamare. Il Moro è un’esponente di questa categoria. Quindi i personaggi sono nati in questa scia: due anziani che rovesciano gli schemi scoprendo di amarsi e due giovani che potrebbero, chissà, stare bene insieme. E poi ci sono i due importuni. Tutti da scoprire.

La saggezza del Moro, è legata alle massime di Lao Tze e Confucio. Che legame hai con il mondo cinese, ne apprezzi la letteratura, la filosofia, la poesia?

Apprezzo la filosofia orientale, la saggezza di certe massime, il tai-chi e l’operosità dei cinesi. Con mio marito abbiamo fatto un tour abbastanza lungo in Cina e siamo rimasti molto colpiti. Anche dalle case di contadini dove i proprietari vivono per tradizione assieme ai loro polli (a dispetto dell’aviaria…) mentre i ragazzini giocano con i loro computer. Avremmo voluto tornare per scoprire altri aspetti di questo immenso paese, ma il bis è rimasto un sogno.  

Nel ringraziarti della tua disponibilità e gentilezza ti faccio la mia ultima domanda: stai scrivendo attualmente? Quali tuoi libri usciranno in questo difficile 2021? E se puoi parlaci di qualche tuo buon proposito per il futuro. 

Sto scrivendo per l’editore Morellini una biografia-romanzata della scrittrice francese Colette che ha avuto una vita folle e rimane un’autrice di grandissima caratura. In primavera dovrebbe uscire per Giunti l’antologia Amiche Nemiche compilata con la formidabile squadra delle Donne di parola. Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2009 dedicando alle donne del Terzo Mondo quel poco che mettiamo insieme con la pubblicazione di questi libri comunitari aggiungendo come plusvalore la visibilità che diamo alle iniziative benefiche cui partecipiamo. Un solo esempio: grazie a Il bicchiere mezzo pieno (Piemme) abbiamo partecipato in Mozambico al progetto Ilumina della Cooperazione internazionale offrendo stufette a energia solare ad alcuni villaggi fuori dal mondo. Tieni presente che in quei paesi la più diffusa causa di morte è il cancro ai polmoni legato ai fumi nefasti delle stufe sulle quali le donne cucinano buttando sul fuoco le schifezze che trovano. Con il volume Mariti (sempre Piemme) abbiamo invece contribuito a una scuola di formazione creata dalla Fondazione Belladonna e altri a Varanasi (India) con l’intento di dare un lavoro alle ragazze povere per tradizione “vendute” come schiave ai mariti anche a dodici o tredici anni. Il mio buon proposito per il futuro? Vorrei poter riunire tutta la mia famiglia. Per stare sui milanesi siamo poco più di 20, non un esercito. Eppure da quasi un anno non riusciamo più a stare insieme. Mi mancano le nostre riunioni, le risate dei bambini e perfino i litigi. Sto contando i giorni…

:: Liberi di scrivere Award undicesima edizione: i vincitori

17 gennaio 2021

Vince la unicesima edizione del Liberi di scrivere Award:

“Centro” di Amalia Frontali e Rebecca Quasi

Secondo classificato:

“Ulisse” di James Joyce

“Blind Spot” di Novelli Zarini

Terzo classificato:

“Prima di noi”, di Giorgio Fontana

Menzione speciale per la migliore traduzione

Mario Biondi (Ulisse)

Menzione speciale per l’editore con più libri candidati

La nave di Teseo

Ink Edizioni

Sellerio

:: Mailèn – Una verità nascosta di Lorenzo Marotta (Vertigo Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 gennaio 2021

Sempre nei momenti di crisi, economica, politica, e sociale, le derive autoritarie fanno capolino come l’unica strada percorribile, pur senza riflettere su cosa realmente comportino, e quanto sia irreversibile il passo che porta alla soppressione della libertà, alla limitazione se non all’annientamento dei diritti umani, e alla violenza che tutto questo stato di cose determina. Ce lo ricorda Lorenzo Marotta, scrittore e critico siciliano, con il suo romanzo Mailèn – Una verità nascosta edito nel 2016 con Vertigo Edizioni, nella collana Approdi. Protagonista è uno scrittore italiano, un gentiluomo all’antica molto sensibile al fascino femminile, che si reca in viaggio a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Qui incontra una donna misteriosa che gli affida una storia da narrare. Una storia che affonda le sue origini nel passato più buio dell’Argentina, quella dittatura militare che ha insanguinato il paese dal 1976 al 1981. Storia recente, ma che forse molti non conoscono, caratterizzata da una sistematica e violenta soppressione dei dissidenti. La violenza inaudita che fu esercitata in quei anni da quel regime rimanda ad altri tipi di dittatura, e non è un caso che molti nazisti trovarono rifugio proprio in questo paese sudamericano e si può dire importarono, oltre che i loro capitali, anche le loro tecniche di tortura. L’Olocauso argentino, se mi permettete il termine forse improprio, non vide all’opera forni crematori per la dissoluzione dei corpi delle vittime, ma l’oceano diventò la loro tomba. I voli della morte portarono i tanti desaparecidos a scomparire per sempre nel mare, cancellando tracce e ricordi. Ed è la memoria di questi fatti che Marotta ci tramanda nel suo libro dedicato a un argentino illustre, Jorge Mario Bergoglio, che visse in prima persona gli effetti di quella barbarie. Marotta con stile poetico ci narra quindi una storia dolorosa ma necessaria, capace di suscitare commozione, ed empatia per i tanti fratelli argentini che soffrirono e morirono in quegli anni. E per tanti che sopravvissero e dovettero venire a patti con quella memoria, come i figli nati durante quei periodi di detenzione, sottratti ai genitori naturali e dati da crescere ad altri genitori legati in qualche modo al regime Videla, che una volta grandi fanno di tutto per fare luce sulle loro origini. Tanti drammi, tante vite spezzate, tante vite che si trovano ad avere a che fare con il perdono. Per cui ve ne consiglio la lettura, nella speranza che facciate tesoro dell’esperienza di chi visse quei fatti (sebbene i fatti trattati siano di fantasia, si ispirano a fatti documentati e reali) e si augura solo che non si ripetano.

Lorenzo Marotta vive e lavora ad Acireale. Collabora a quotidiani e riviste con studi e articoli. Ha pubblicato opere di narrativa e di poesia: Le ali del Vento, Vertigo 2012 Roma. Prove di poesia, Prova d’Autore 2013 Catania. Le ombre del male, Zona Contemporanea 2013 Arezzo. Il sogno di Chiara, Vertigo 2014 Roma. Notturni di luce, Algra 2014 Catania.

Source: libro inviato dall’autore.        

:: White Noise diventerà un film

15 gennaio 2021

Quando chiesi a Luigi Bernardi se mi consigliava di leggere Rumore Bianco di Don DeLillo mi disse sì, assolutamente, anzi si stupì che non l’avessi già letto. Così comprai l’edizione Einaudi tradotta da Mario Biondi e mi innamorai di quel libro, a prima vista si potrebbe dire. La notizia che il regista newyorkese Noah Baumbach lo adatterà per Netflix, con protagonisti Greta Gerwig (Babette) e Adam Driver (Jack Gladney) sulle prime mi ha incuriosito molto. Poi ho letto delle polemiche sul fatto che sia o meno un film filmabile e ho sorriso pensando alla faccia che avrebbe fatto Bernardi. Okey, Baumbach non ha mai tratto un film da un libro, e Rumore Bianco è un capolavoro proprio soprattutto per la scrittura molto entusiasta. Ma sì, penso in tutta onestà se ne possa fare un film, tutto è filmabile, se si ha un progetto in mente. Netflix sicuramente provvederà ai mezzi necessari per la realizzazione e noi spettatori non dovremo far altro che sederci in poltrona e guardare lo spettacolo. Le riprese inizieranno il prossimo giugno, la notizia sembra confermata, per cui polemiche o meno il film si farà. Vedremo chi scriverà la sceneggiatura, e se DeLillo sarà coinvolto, sempre che ne abbia voglia. Si sa scrivere una sceneggiatura è diverso che scrivere un romanzo, ma di precedenti illustri di grandi scrittori anche ottimi sceneggiatori ce ne sono, per cui stiamo a vedere.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke e Alessandra Ruspoli autrici de “L’enigma del Fante di Cuori” a cura di Giulietta Iannone

14 gennaio 2021

Benvenute Patrizia e Alessandra su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa doppia intervista. Una coppia di autrici che si cimenti nel romanzo storico non è una cosa troppo insolita, ma lo è nel vostro caso. È vero che siete madre e figlia?

Grazie a te. Madre e figlia? Si lo siamo, anche se non ci separano molti anni. Non ci somigliamo molto fisicamente, però abbiamo quasi la stessa voce… molto utile per depistaggi telefonici.

Conosco da anni Patrizia Debicke, autrice e critica per diverse riviste online, mentre conosco meno Alessandra, il cui cognome mette quasi soggezione. Di che ramo sei della famiglia Ruspoli?

Alessandra: Soggezione? Ah si, certo, infatti incuto un tremendo timore ai bambini per strada! Appartengo al Primo ramo, Principi Ruspoli e Principi di Cerveteri. Il mio bisnonno e quello di Alessandro (Dado) e Sforza Ruspoli erano fratelli.

Parliamo ora del libro che avete scritto: L’enigma del Fante di Cuori, è ambientato nell’Inghilterra del 1700. A che genere può essere accostato? È esatto definirlo un giallo storico, sebbene abbia anche contaminazioni da spy story, giusto?

È certamente un giallo storico, con i dovuti intrighi e cospirazioni. Per essere più esplicite si potrebbe azzardare “scopiazzando” un po’ tra Guerra e Pace e i Tre Moschettieri, ma con un tono decisamente più umoristico. E confermiamo la contaminazione con una buona dose di spionaggio, fortemente ispirato a un Follett prima maniera, sul genere de La Cruna dell’ago o a Frederick Forsyth  e  il suo l giorno dello sciacallo . Anche John Le Carrè è evidente!

La storia nasconde grandi misteri, indagarla è fonte di continue sorprese, chi delle due ama di più questo genere di indagini?

Passione indubbiamente tramandata da madre a figlia, è diventata una bella battaglia, difficile aggiudicare il titolo. Condivideremo la coppa e la doccia di champagne!

Come avete proceduto per la ricostruzione storica, avete consultato archivi, letto libri, guardato dipinti?

Tutto sommato è stata una buona collaborazione, tenendo conto di alcune competenze specifiche. Patrizia è soprattutto una ricercatrice, concentrata sul dettaglio storico e aiutata per tanti richiami visivi da una lunga frequentazione museale. Alessandra ha competenze artistiche e di storia del costume e dell’arredamento, è più dedicata a collegamenti iperbolici, ma anche revisioni e verifiche. Abbiamo consultato e scartabellato volumi di ogni tipo, cataloghi e libri d’arte, letto e riletto saggi e romanzi, fatto ricerche via internet, rivisto film e documentari.

É più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non si può parlare di difficoltà. É piuttosto una questione di tempistiche e consequenzialità. Si parte scegliendo un periodo storico, e un’ambientazione che lo rappresenti visivamente, in cui collocare la vicenda, e poi si comincia a sviluppare la trama. Dopo si inseriscono i personaggi, e logica conseguenza si passa  ai dialoghi.

Nel romanzo date molto risalto agli intrecci diplomatici, alle alleanze, alle congiure, alla parte più strettamente politica, perché questa scelta? Giudicate questo periodo storico poco trattato dal giallo storico, almeno in Italia?

Perché quando si parla di storia non si può prescindere dalla politica, che è fatta di tradimenti, cospirazioni, interessi nazionali… e personali. In Francia e in Inghilterra il 1700 è un’epoca che fa spesso da sfondo a gialli storici. In Italia è un periodo decisamente maltrattato, anzi praticamente ignorato, con la felice eccezione di alcuni bei gialli ambientati a Venezia.

Quali sono gli attuali libri sul vostro ipotetico comodino?

Alessandra: Il tempo della clemenza di John Grisham, Il Musulmano errante di Alberto Negri, Il Cavaliere di Harmental di Alexandre Dumas, Orizzonti selvaggi di Carlo Calenda, La vita davanti a sé di Romain Gary, Sans feu ni lieu di Fred Vargas, I lupi di Roma di Andrea Frediani, per esplorare un po’ i miei predecessori.

Patrizia: Svolazzo anche per lavoro per cui: Il Forse di Valerio Calzolaio, Un cuore sleale di De Cataldo, La modella di Klimt di Gabriella Dadati, Un crimine bellissimo di Chris Bollen, Fiori di de Giovanni, Le voci nel silenzio di Morchio e i due re di Roma nuova collana di Franco Forte, il figlio dei Numi e Tullo Ostilio.

Il romanzo storico avventuroso ha una nobile tradizione, ricordo che da ragazzina leggevo il ciclo di Angelica, dei coniugi Golon, il ciclo (forse meno conosciuto in Italia) di Catherine di Juliette Benzoni, poi Dumas, Hugo, Leroux, Walter Scott, e tanti altri. Erano anche le vostre letture?

Erano anche fra i nostri preferiti. Abbiamo letto tutti gli autori citati, di Juliette Benzoni anche i cicli di Marianne, di Fiora e di Le jeu de l’amour et de la mort, inoltre come dimenticare  Rocambole di Ponson du Terrail, Le Bossu di Féval, fra i francesi, poi Daphne du Maurier, ma anche Georgette Heyer…

Vi ritenete autrici femministe? Che tipo di personaggi femminili delineate nei vostri romanzi?  

Alessandra: Sono cresciuta credendo nell’intelligenza e nelle capacità personali, da alimentare con la curiosità e l’intraprendenza. Questo sia per uomini che per donne. Caratteristiche che andrebbero sicuramente meglio potenziate, valorizzate e stimolate in ambito femminile. Di conseguenza detesto gli stereotipi attribuiti per principio alle donne e sono felice di vivere in un’epoca in cui non essere destinata a qualche matrimonio politico o al convento.                                                                  

Patrizia: credo fermamente nella assoluta pari opportunità dei due sessi basata su effettiva possibilità e intelligenza. Rifiuto però le quote rosa e…prenderei sonoramente a calci le azzurre. I nostri personaggi femminili sono solitamente vivaci, acuti, molto aperti ma riflessivi, intraprendenti, e poco convenzionali, sia buoni che cattivi.

E ora una domanda a Patrizia, pensi che la letteratura, anche in questo periodo di pandemia che ci troviamo a vivere, abbia aiutato molta gente a conoscere meglio se stessa e il mondo?

Ma poi si è veramente letto di più o piuttosto privilegiato altri intrattenimenti più immediati vedi serial televisivi? Ma forse sono un po’ pessimista perché, ti confesso che  lo spero davvero, lo vorrei proprio. Sarebbe un grande e inatteso successo da tesaurizzare.

E ora ultima domanda, progetti per il futuro.    

Per ora… a breve L’enigma in cartaceo e…Un Menestrello!

:: In uscita – I capolavori di GEORGE ORWELL – a cura di Enrico Terrinoni

13 gennaio 2021

A settant’anni dalla morte di George Orwell, Newton Compton manda in libreria le opere del grande scrittore, tre volumi a cura dell’anglista e traduttore Enrico Terrinoni.  
Ne I capolavori (Newton Compton, I Mammut, pp. 960, euro 12,90) il lettore potrà leggere: La fattoria degli animali; 1984; Senza un soldo a Parigi e a Londra;  Giorni in Birmania e infine Omaggio alla Catalogna. 
Ma Newton Compton rende anche disponibili, ciascuno in un volume a sé stante, i romanzi più noti di Orwell: 1984  e La fattoria degli animali (Newton Compton, I Minimammut, pp. 164, euro 5,90).   Un’occasione imperdibile dunque per riscoprire il grande scrittore che ha saputo scorgere nelle parole, come sottolinea Enrico Terrinoni nella sua introduzione, “un legame strettissimo con la politica, mostrandosi preoccupato dal declino del linguaggio”: «L’inglese si sta abbrutendo, perché i nostri pensieri si stanno facendo brutti e futili», argomentava Orwell. «Muoiono le metafore, abbondano le immagini trite, manca la precisione nelle descrizioni… C’è bisogno allora di opere metaforiche e allegoriche.»  Quelle opere indimenticabili, ancora attuali, che George Orwell ci ha regalato.

La fattoria degli animali (1945) è una favola in cui gli animali soppiantano gli umani espropriando la fattoria in cui lavorano sotto continui maltrattamenti. Dopo aver cacciato gli uomini la gestiscono autonomamente, fino a quando lo spirito rivoluzionario non sarà tradito e verranno a imporsi altre forme di sfruttamento: un’allegoria delle rivoluzioni trasformatesi in autoritarismi, o anche un esempio di letteratura per l’infanzia in cui si legge in controluce la lotta eterna tra giustizia e ingiustizia.

1984 (pubblicato nel 1949) è l’ultima opera di Orwell e il suo classico per eccellenza. Romanzo distopico, vede la storia di una società futuristica e disumanizzata, rigidamente divisa in classi e dominata da un’ideologia perversa che sovverte i valori basilari della civilizzazione, come anche i cardini della comunicazione, primo tra tutti il linguaggio. È, paradossalmente, sia una visione apocalittica dell’evoluzione del socialismo agli occhi di un autore anarchico, sia una feroce critica di tutti i capitalismi, colpevoli di proporre propagandisticamente visioni distorte della realtà.  

Senza un soldo a Parigi e a Londra (1933), l’opera prima di George Orwell, è un prezioso scritto che contamina autobiografia, invenzione e reportage, una perla della letteratura della working-class.  

Ma il primo, vero romanzo è Giorni in Birmania (1934), in cui Orwell demistifica l’imperialismo inglese, denunciandone il razzismo e svelando la falsa coscienza degli europei. Omaggio alla Catalogna (1938) è un resoconto personale della Guerra Civile Spagnola, a cui Orwell partecipò; la sua è una testimonianza diretta e al contempo un’opera di grande interesse storico. È anche il racconto di un’utopia, di quel sogno interrotto che condusse l’autore alla stagione delle distopie che lo avrebbe reso immortale.

George Orwell è lo pseudonimo di Eric Arthur Blair, nato in India da una famiglia scozzese nel 1903 e morto a Londra nel 1950. Giornalista culturale, saggista, critico letterario, Orwell è oggi considerato uno dei maggiori autori di lingua inglese del Novecento. Partecipò alla guerra civile spagnola contro Franco; da posizioni socialiste, passò in seguito a una dura critica del regime staliniano. La Newton Compton ha pubblicato 1984, La fattoria degli animali e il volume unico I capolavori (La fattoria degli animali; 1984; Senza un soldo a Parigi.

Enrico Terrinoni è professore ordinario di Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia. È autore della monumentale traduzione dell’Ulisse di Joyce, pubblicata dalla Newton Compton con grande successo di critica. Ha tradotto, tra gli altri, Muriel Spark, Brendan Behan, G.M. Flynn, B.S. Johnson, John Burnside, Miguel Siyuco. Collabora con «Il Manifesto». È autore di Oltre abita il silenzio, saggio “eretico” di teoria della traduzione.

:: LA PROMESSA DI CHLOE – CHLOE’S PROMISE di Barbara Panetta, a cura di Paola Rambaldi

13 gennaio 2021

Barbara Panetta, nata a Reggio Calabria, vive a Londra col marito tedesco e le due figlie trilingue “Con Emily e Lucy parlo in italiano e loro si rivolgono a me a volte in italiano e a volte in inglese. Col padre si esprimono in tedesco e a scuola usano l’inglese”.

Dopo la laurea in lingue, Barbara, si e trasferita a Buenos Aires per completare un master in linguistica sperimentale, gli studi linguistici e l’interesse per la psicoanalisi l’hanno poi portata a dedicarsi alla scrittura. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo Ricordi in movimento e si è a lungo occupata di traduzioni, collaborando anche con musicisti di fama internazionale. Scrive storie, cura antologie di racconti, e ama leggere favole alle sue figlie, spesso inventandole.
La storia di Chloe infatti è molto piaciuta alle bambine, tanto da condividerla con gli amici, così durante il Lockdown, Barbara, si è decisa a illustrarla con gli acquerelli proponendola in pubblicazione e destinandone il ricavato in beneficenza.
La promessa di Chloe, tradotto in italiano e inglese, è un libro dove si racconta dell’esausta Chloe, una formichina operaia che lavora senza sosta per raccogliere cibo per l’inverno, che chiede una pausa ai genitori con la promessa di un maggior impegno nei giorni a venire.
I genitori valuteranno se concedere o meno l’agognata pausa e Chloe e i fratellini saranno tenuti a mantenere la loro promessa.
L’acquerello ha colori morbidi che piacciono ai bambini e il libro è correlato da una colonna sonora creata appositamente da un musicista. L’aspetto musicale non va sottovalutato. Agendo in maniera irrazionale genera sentimenti nell’ascoltatore. E Alessandro Viale ha composto una musica per Chloe adatta al testo affiancandola a pezzi conosciuti, associando a ogni frase e stato d’animo la giusta creazione musicale. Questo aiuta il bambino a ricordare meglio parole ed espressioni linguistiche e facilita l’apprendimento dell’inglese.
Per acquisire una buona pronuncia La promessa di Chloe può essere accompagnata dall’ascolto del video-libro Ant Chloe che trovate su YouTube
https://m.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=4PPKo_m54SA

Le lingue si apprendono attraverso molti stimoli, incluso un libro che può essere letto dal genitore ai bambini, o in maniera autonoma da un bambino più grande seguendo la traduzione. Se anche il neonato non è in grado di comprendere ciò che ascolta, sa distinguere la lingua familiare da un’altra e le ricerche dimostrano che essere esposti a due sistemi linguistici diversi favorisce da sempre una sensibilità maggiore verso le componenti del linguaggio.
Il bimbo bilingue apprende che per ogni oggetto ci può essere più di un’etichetta ed è in grado di gestire due lingue contemporaneamente.
In questo caso i bambini si identificano con la formichina Chloe e i suoi fratellini, perché sono piccoli come loro. E nel loro piccolo sono capaci di intraprendere grandi percorsi e comprendere che chi semina raccoglie. Attraverso l’uso di un linguaggio semplice Barbara trasmette questo messaggio ai bambini.

La Promessa di Chloe è il primo di una serie. Il secondo episodio arriverà a breve.

Io stessa, incuriosita, ne ho appena ordinato una copia da regalare a mia nipote Bianca di quattro anni.

:: La vibrante protesta di Faber il poeta – a cura di Nicola Vacca

11 gennaio 2021

Fabrizio De André è stato e resterà sempre uno dei nostri più grandi poeti. A ventidue anni dalla sua scomparsa (il cantautore è morto a Milano l’11 febbraio 1999), Faber continua a essere una presenza ingombrante e scomoda con le sue parole taglienti e anarchiche.
Leggere e ascoltare De André per molti di noi oggi è ancora una necessità, perché la sua poesia è ancora un’urgenza che suona l’allarme.
Le storie, i volti, i sentimenti cantati da Fabrizio non ci parlano solo di vite negate e di vite subite, ma anche di riscatto e resistenza.
Di questo nostro grande navigante che va in direzione ostinata e contraria, noi uomini liberi oggi abbiamo bisogno più che mai.
Abbiamo bisogno delle sue parole irriverenti perché oggi gli ultimi sono ancora qui, gli emarginati sono diventati un esercito, il potere è ancora quel sistema che ci prende per fame, la libertà è in pericolo e la guerra è una minaccia quotidiana.
Ci manca la sua voce ironica e dolente anche se ci resta la sua grande poesia che non smettiamo mai di ascoltare affinché il disastro che ci circonda non ci colga impreparati.

«Ieri cantavo i vinti, oggi canto i futuri vincitori: i nomadi, le infinite prinçese chiunque coltivi le proprie diversità con dignità e coraggio, attraversando i disagi dell’emarginazione con l’unico intento di rassomigliare a se stesso, è già di per sé un vincente».

Vibrano ancora le parole del grande Fabrizio su questa decadente domenica delle salme e su di noi anime morte che abbiamo il dovere civile di non rassegnarci e di svegliarci prima che tutta questa decadenza dell’effimero ci uccida e ci estingua.
De André ha sempre vissuto fuori dal gregge e lo ripeteva sempre con le sue parole nomadi libere di viaggiare.
In smisurata preghiera scrive:

«Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità, di verità».

Faber era convinto che le parole sonno affascinanti perché cambiano continuamente di significato. «Sono nomadi come sono gli uomini», disse durante un concerto.
In queste affermazioni c’è il grande poeta che insegue la lingua, cerca nella libertà delle parole quella contaminazione che apre il cuore degli uomini, abbatte i muri, e arricchisce il pensiero.
Faber crocifigge il mondo caduto in un inverno inesorabile, scopre la possibilità della rivolta, comincia a sognare con i piedi per terra e nel ballo mascherato della vita ci ricorda che Tutti morimmo a stento.
Oggi è andata male, bisogna inventarsi un domani. Il futuro passa per la «vibrante protesta» di Fabrizio De André, un uomo solo che ha avuto il coraggio di lottare con le maggioranze perverse di uomini organizzati.

«È che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita (ed è stata una vita, non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità, credo di averla vissuta), mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto paura, semplicemente questo. Poi si potrebbe parlare a lungo».

Davanti agli elementi del disastro le tue parole di lotta e di libertà sono la nostra eredità. Certo, stiamo ancora attendendo la buona novella e chissà se mai ci sarà un nuovo messia. Intanto noi in un libero andare abbiamo nel nostro zaino di viandanti le tue parole apocrife e nomadi di uomo in rivolta che ha avuto il coraggio di dire sempre no.
Anche se ci mancano i tuoi occhi vigili su tutta la bruttezza di questo mondo, da cui tu te ne sei andato in un freddo gennaio, lo stesso mese in cui si congedò dalla vita il tuo grande amico Luigi che è per sempre nei versi bellissimi di quella tua preghiera laica e blasfema, un tarlo nelle coscienze dei «Signori benpensanti».

:: Un’intervista con Qiu Xiaolong, su “Processo a Shanghai” (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2021

Benvenuto Xiaolong e grazie per avere accettato questa nuova intervista, e sempre un piacere leggere i tuoi libri e sei sempre molto disponibile quando ti chiedo un’intervista per cui cominciamo. Allora è da poco uscito in Italia Processo a Shanghai (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) il 12° romanzo della serie Chen Cao, edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella. La prima domanda quindi che ti faccio è: secondo te la Cina, attualmente, è uno stato di diritto? E soprattutto, anche in passato lo è stata mai veramente?

A: È sempre un piacere parlare con te. La tua domanda mi ricorda un dibattito in Cina non molto tempo fa. Qualcuno ha sollevato una domanda sui social media: cos’è più grande in Cina, la legge o il partito? In altre parole, è lo stato di diritto o lo stato del PCC che prevale in Cina? Alcuni intellettuali discutevano animatamente in un modo o nell’altro, ma praticamente tutti conoscono la vera risposta. Quindi, dopo un paio di settimane, il “People’s Daily”, il giornale controllato dal partito, ha chiuso il dibattito dichiarando che si tratta di una falsa questione. Le persone non possono parlare di diritto separatamente dal partito. Punto. E nella mia ricerca per Processo a Shanghai, sono arrivato a trovare qualcosa che non è mai stato discusso nei libri di testo di storia cinese: non esiste una magistratura indipendente in Cina, non ora, non in passato. Nessuna separazione di potere. Nessun controllo o limitazione. In effetti, quelle storie di giudici ben note nell’antica Cina non sono corrette: il giudice Dee o il giudice Bao non erano giudici, ma funzionari di alto rango che prestavano servizio negli interessi del governo.

Premetto che io personalmente ho una grande ammirazione per il mondo cinese, per la sua cultura, la sua filosofia, la sua poesia, la sua arte. La Cina è depositaria di una cultura millenaria che potrebbe solo avere un effetto virtuoso sulla società globale anche se attualmente il suo sistema politico, il cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi, è minato dal suo interno da derive autoritarie che se non arginate da una separazione dei poteri potrebbero portare a un serio conflitto di civiltà con il mondo occidentale. Nei tuoi libri ti fai mediatore di queste due culture, questo ruolo l’hai scelto o ti è capitato come per caso?

A: Questa è un’ottima domanda. È la tradizione culturale in cui sono cresciuto. A causa dei miei frequenti viaggi in Cina, alcuni dei miei amici hanno persino scherzato sul mio complesso cinese. Lo stesso si può dire dell’ispettore Chen con il suo attaccamento alla cultura antica, in particolare alla poesia e filosofia cinese classica. E hai ragione sull’ispettore Chen che media tra la vecchia cultura e il cosiddetto socialismo minato dall’interno da una deriva autoritaria, che ha già portato a un grave conflitto con il mondo occidentale. Come Chen, ho lavorato per anni in Cina, credendo che avrei potuto fare la differenza introducendo la letteratura modernista occidentale in Cina e traducendo la poesia cinese classica in inglese. Anch’io ho sognato la coesistenza complementare delle due culture. Ormai, tuttavia, Chen è un uomo molto disilluso, e lo sono anch’io. Detto questo, non siamo ancora pronti ad arrenderci.

C’è un bellissimo film di Zhang Yimou, The Story of Qiu Ju, in cui una intensa Gong Li si occupa in un certo senso del funzionamento della giustizia “cinese”. Pensi che attualmente ci siano scuole di pensiero in Cina, più propense ad un adattamento del sistema giudiziario cinese in chiave occidentale? O inclini a una maggiore autonomia dei poteri, e una minore subordinazione all’autorità del partito unico?

A: All’epoca in cui è stato realizzato The Story of Qiu Ju (1992), alcuni cinesi parlavano del funzionamento della giustizia “cinese”, qualunque cosa quel termine potesse significare per i cinesi. In un certo senso, ci sono così tante storie di incorruttibili giudici gongan nell’antica Cina perché non c’è giustizia nel senso occidentale del termine, quindi nell’inconscio collettivo, le storie di incorruttibili giudici/ufficiali sono emerse come una sorta di compensazione. Non molto tempo fa, l’attuale giudice supremo della Cina, Zhou Qiang, ha dichiarato apertamente che la Cina deve sfoderare la spada contro il sistema giudiziario occidentale. Quanto alla subordinazione all’autorità del partito unico, in realtà sta diventando sempre più presente. Solo un paio di giorni fa, una giornalista cinese indipendente è stata condannata a quattro anni di reclusione a causa delle sue notizie da Wuhan durante l’epidemia di coronavirus. È stata giudicata colpevole di “aver provocato disordini”, un reato comunemente usato dal governo del PCC per perseguitare le persone per aver denunciato o scritto sul lato oscuro della società.

Mi sono avvicinata al socialismo (forse utopico) all’università e lo preferisco di gran lunga al capitalismo esasperato, ma sono consapevole che il socialismo con caratteristiche cinesi è un’interpretazione e quasi una metabolizzazione di un sistema politico nato in Occidente. Quasi una forma di colonizzazione culturale, si potrebbe dire. Quale sistema politico autenticamente cinese sarebbe desiderabile in Cina oggi, secondo te?

A: Nel termine “socialismo con caratteristiche cinesi”, la modifica delle “caratteristiche cinesi” parla di tutto questo; in altre parole, è un cosiddetto socialismo o sistema politico che non puoi trovare da nessun’altra parte se non in Cina. È una combinazione di dittatura proletaria comunista (un termine positivo molto propagandato nella mia giovinezza) con il capitalismo clientelare (intrecciato con la gigantesca e onnipresente ragnatela del potere autoritario del PCC). E oggi è ulteriormente trincerato da un implacabile controllo ideologico e da una rete di sorveglianza onnipotente. Come l’ispettore Chen, ero piuttosto idealista riguardo al socialismo in gioventù, ma una volta modificato con “caratteristiche cinesi”, è una storia completamente diversa.

Nel tuo romanzo fai cenno ai droni che sorvegliano le persone, della videosorveglianza si può fare un uso virtuoso, per il controllo della criminalità e il mantenimento della sicurezza, come un uso nefasto se porta alla soppressione dei più fondamentali diritti umani e alla persecuzione dei dissidenti. Insomma le tecnologie non son un male in sé ma bisogna vedere l’uso che se ne fa. Cosa ne pensi?

A: Sono totalmente d’accordo con te sul fatto che le tecnologie non sono cattive di per sé, ma devi vedere come vengono utilizzate. Posso darti un altro esempio che io stesso ho sperimentato. WeChat è una piattaforma di social media che offre molte comode funzioni ai cinesi. Nei treni della metropolitana, puoi vedere la maggior parte dei giovani che tengono i cellulari in mano, impegnati a mandare messaggi, leggere e parlare attraverso WeChat, e troppo spesso uso WeChat per chiamare i miei amici cinesi sul web. D’altra parte, WeChat è una piattaforma seguita da vicino e sorvegliata dai webcop ventiquattr’ore su ventiquattro. Se dici o pubblichi qualsiasi cosa considerata potenzialmente contro il PCC, sarai immediatamente scovato per essere punito e il tuo messaggio scomparirà con un segno di avvertimento per violazione dei regolamenti governativi, anche se quali regolamenti, i webcops non li specificheranno. Un paio di anni fa, ho scritto un articolo in memoria di Yang Xianyi, un noto studioso cinese, che fu espulso dal PCC dopo la sua denuncia della sanguinosa repressione di Tian’anmen nel 1989. Il mio articolo non diceva nulla sulla repressione, ma lo stesso giorno in cui l’ho pubblicato su WeChat, è stato rimosso con un segnale di avvertimento rosso. Quello che è successo a me non è stato così disastroso. Il dottor Li Wenliang, che ha menzionato su WeCaht un’epidemia simile alla SARCE scoppiata a Wuhan quando il PCC stava ancora disperatamente coprendola, è stato convocato all’ufficio di polizia dove ha dovuto firmare una dichiarazione di colpevolezza per aver detto cose non approvate dal governo. E il dottor Li è morto di coronavirus poco dopo.

Nel tuo romanzo accenni a un tipo di reclusione senza processo, un tempo utilizzata per combattere la corruzione da parte dei politici, ora estesa a tutti i settori della società. Perché è accettata dall’opinione pubblica cinese? Si riferisce a qualche forma di tradizione culturale?

A: Si chiama Shuanggui in cinese. Shuang significa doppio, gui significa specifico. Quindi significa detenzione o reclusione per un periodo di tempo specifico e in un luogo specifico. A differenza della normale detenzione con un determinato periodo di tempo, può durare indefinitamente e, per quanto riguarda il luogo, può essere ovunque, in segreto. In altre parole, il PCC ha il potere di mettere le persone in detenzione senza mandato e processo aperto. Inizialmente, è stata presentata sui giornali ufficiali come una pratica speciale per trattare con funzionari del Partito corrotti che potrebbero avere connivenze attraverso i loro contatti, sebbene fosse così progettata per controllare i danni, poiché durante lo Shuanggui vengono “messi a posto” tutti i dettagli più sordidi. Al giorno d’oggi, Shuanggui è esteso a tutti i settori della società, alla gente comune. Ovviamente è un tema controverso nell’opinione pubblica cinese, ma “accettato” perché le persone potrebbero mettersi nei guai se esprimono le loro vere opinioni. Per quanto riguarda ogni possibile relazione con la tradizione culturale, potresti aver sentito di un vecchio detto cinese: quando l’imperatore vuole che un uomo muoia, non ha altra scelta che morire. È anche conforme al sistema etico Confusion (n.d.t gioco di parole tra Confuciano e confusione).

C’è molta amarezza, molto disincanto nel tuo romanzo e allo stesso tempo un debole filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati. Ti fidi dei giovani? Pensi che i giovani cinesi saranno in grado di portare una nuova ondata di cambiamento?

A: L’ispettore Chen è un uomo molto disincantato e disilluso che non può non provare amarezza per come stanno andando le cose nella Cina di oggi. Lo sono anch’io. Tanto più amareggiato perché ama davvero il paese, per il quale una volta aveva speranze e sogni idealistici. Di recente, ho riletto “1984”. Il controllo ideologico del PCC e la configurazione supportata da tutte le tecnologie di sorveglianza hanno messo i giovani cinesi in una situazione difficile, anche peggio che in “1984”. La propaganda spudorata del Partito sembra funzionare per lo meno fino a un certo punto. Per non parlare del materialismo incoraggiato dal PCC che continua a erodere l’idealismo politico tra di loro. Detto questo, ho ancora un filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati e che i giovani cinesi possano essere in grado di portare una nuova ondata di cambiamento.

Chen Cao, il tuo personaggio legge con interesse “Poeti e omicidi” del sinologo olandese van Gulik sulle gesta del giudice Dee, uno Sherlock Holmes cinese della dinastia Tang. E si impegna a scrivere un racconto con il giudice Dee, questa volta autenticamente cinese. Hai mai provato a fare lo stesso?

A: Sì, o io o Chen Cao l’abbiamo fatto. In origine, la novella interpretata dal giudice Dee era stato progettato come parte del romanzo dell’ispettore Chen. Poiché non gode più della fiducia del PCC, Chen deve indagare in segreto su un caso estremamente delicato mentre sta leggendo “Poeti e omicidi” di Gulik sugli exploit del giudice Dee. Così viene colpito dall’idea di scrivere una novella del giudice Dee come copertura per le sue indagini. Nella sua ricerca per il romanzo, si rende conto che le indagini criminali in Cina devono sempre essere al servizio della politica – attualmente nell’interesse del PCC e in passato nell’interesse degli imperatori. Così le due indagini si commentano a vicenda. Su suggerimento del mio editor di Marsilio, le due parti escono come due libri separati. Quindi leggerai presto il libro del giudice in modo indipendente. E potrebbe essere divertente leggerli fianco a fianco.

E poi non posso fare a meno di chiederti di Jin, l’assistente di Chen Cao. Ha finalmente trovato una compagna?

A: In “Processo a Shanghai”, Chen si rende conto che potrebbe esserci un futuro, una lunga strada per Jin e lui per andare insieme, mano nella mano. Nel prossimo romanzo dell’ispettore Chen, “Murder in the Days of Coronavirus”, Jin lavora ancora a stretto contatto, incrollabilmente al fianco di Chen. Chen si sente però sempre più turbato al pensiero che al giorno d’oggi lui, in quanto bersaglio inconfondibile sotto l’onnipresente sorveglianza governativa, non può che mettere a repentaglio la vita e la carriera di una ragazza come lei – a causa della sua compagnia. Nel frattempo, non può non sentirsi sempre più attratto da lei come sua vera compagna.

E infine, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità, come ultima domanda ti chiedo se puoi raccontarci qualcosa sulla trama del tuo prossimo romanzo.  

A: Dal titolo, “Murder in the Days of Coronavirus”, puoi più o meno indovinare di cosa tratti il romanzo. È ambientato nei giorni in cui il governo del PCC vede i primi segni di gestione dell’epidemia, iniziando a fare propaganda spudoratamente sul lavoro del regime autoritario, ma con qualcosa di simile a un caso di omicidio seriale che accade in un ospedale affollato di pazienti Covid-19, il caso è visto come politico, per cui il governo chiede l’aiuto di Chen per arrivare a una rapida soluzione. Nel frattempo, Chen sta lavorando in segreto a un progetto completamente diverso: la traduzione in inglese di un diario di un’epidemia a Wuhan scritto da un suo amico che vive lì. È un libro che non sarebbe mai stato pubblicato in Cina e, con l’aiuto di Jin, Chen riesce a portare avanti sia l’indagine che la traduzione nonostante tutti i rischi …