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:: Il marchio dell’inquisitore, Marcello Simoni, (Einaudi, 2016), a cura di Elena Romanello

16 febbraio 2017
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La Roma seicentesca è un mondo pericoloso, dominato da vari poteri, non ultimo quello dell’Inquisizione, che non riesce a frenare fermenti e voglia di cambiare, grazie anche all’invenzione della stampa, una delle più trascinanti e per certi versi devastante per l’ordine costituito di tutti i tempi.
In un torchio tipografico viene ritrovato il cadavere di un uomo, un religioso, con in bocca un pezzo di carta con un brano di un libro libertino considerato eretico: su questo crimine, perpetrato alla vigilia dell’inizio del XIII giubileo indaga Girolamo Svampa, membro dell’Inquisizione ma anche scienziato, esperto di demonologia e stregoneria, in cerca sempre e comunque di una verità, anche misteriosa come il marchio che ha sul collo, un roveto ardente, testimonianza di un passato forse da dimenticare.
Con i fidi padre Francesco Capiferro e Cagnolo Alfieri, un bravo (sì proprio quelli di cui parlava anche Manzoni) che conosce tutti, Girolamo Svampa cerca di chiarire il come e il perché di questa morte truculenta e scomoda, partendo dalle sue doti investigative, che si basano sulla certezza di cosa è già accaduto. Ma presto Svampa e i suoi colleghi si troveranno in un mondo di bugie e di pericoli, di verità non dette e segreti che è meglio non svelare e il morto nel torchio non resterà solo man mano che ci si avvicina ad una verità che può essere davvero scomoda per molti.
Marcello Simoni torna in libreria con un nuovo libro pubblicato presso un altro editore dove parte a raccontare una nuova epoca, la Roma barocca di Caravaggio e Bernini, che mise al rogo Giordano Bruno e fece abiurare Galileo Galilei. Il risultato è di nuovo interessante, perché anche stavolta l’autore ci porta in un’epoca che solo all’apparenza è lontana e buia, perché sa renderla interessante e avvincente, raccontandone splendori e miserie, contraddizioni e grandezze, lati oscuri e quanto ha introdotto poi la modernità che è arrivata fino a noi, nelle vie di una città come la Roma barocca dove ancora in parte oggi ci si può immergere.
Un giallo storico, certo, ma anche il quadro di un mondo in profonda crisi e trasformazione, dove la possibilità di poter stampare i testi aveva aperto nuove possibilità anche di dissenso. Stavolta Marcello Simoni sceglie il registro di un giallo storico meno d’azione e più di deduzione, con un omaggio a Umberto Eco e a Il nome della rosa e un antieroe come investigatore che è inserito nel sistema religioso del tempo ma forse è anche pronto a scoprirne difetti e novità. Il tutto sperando, ma ci sono buone probabilità, che ritroveremo Girolamo Svampa, uomo forse in anticipo sui suoi tempi affascinanti, crudeli e corrotti, in nuove avventure.

Marcello Simoni (Comacchio, 1975) è un ex archeologo e bibliotecario. Con Il mercante di libri maledetti (2011), il suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il Sessantesimo Premio Bancarella. Un successo confermato da La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L’isola dei monaci senza nome, La cattedrale dei morti, L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni. Per Einaudi ha pubblicato Il marchio dell’inquisitore (2016). È tradotto in venti Paesi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: La donna che visse due volte, Pierre Boileau, Thomas Narcejac (Garzanti, 1967) a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2017
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La donna che visse due volte (D’entre les morts, 1954) è un noir francese della coppia BoileauNarcejac, dal quale Alfred Hitchcock trasse il celeberrimo Vertigo (Usa, 1958), per molti di gran lunga superiore al romanzo.
Se sia stato scritto da BoileauNarcejac su misura per piacere a Hitchcock, come una forma di compensazione per non aver potuto quest’ultimo girare I diabolici, soffiato, si fa per dire, da Henri-Georges Clouzot, è una questione dibattuta, e fa parte delle tante leggende che girano a Hollywood, molte volte create ad arte dagli Studios, anche se questa si basa su diversi reali fondamenti. Se vogliamo La donna che visse due volte è il compendio delle tematiche che ossessionarono il maestro del brivido inglese, riunite in un sol testo relativamente breve.
Io mi soffermerò più sul testo nella traduzione vintage di Roberto Ortolani, prima edizione ottobre 1967, Garzanti per tutti, e per praticità darò ai personaggi i loro nomi francesi, anche se Ortolani in questa versione, molti li italianizza, pur tuttavia è impossibile, anche solo a livello inconscio, non essere in qualche misura influenzata dal film, che a mio avviso ha il pregio di dare una forma concreta (grazie all’immagine, alla musica, ai colori, al carisma degli attori) a un testo che di per sé si nutre di immaterialità, privo pure, se vogliamo, di un vero stringente senso logico.
Che sia una storia di personaggi è indubbio, di doppi, riflessi, dal forte sapore psicanalitico. La donna che visse due volte è insomma uno di quei testi sui quali si potrebbero scrivere saggi tanto è denso di rimandi, riflessioni filosofiche, etiche e morali. Orientarsi non è affatto facile, e forse dare una spiegazione a ogni passaggio toglierebbe il fascino, anche ambiguo e morboso, di un romanzo fatto di ossessioni, paure, disperazione.
La trama se vogliamo è lineare: il protagonista Roger Flavières viene avvicinato da un vecchio compagno di università, Paul Gévigne, che gli chiede di seguire la moglie Madeleine, che teme soffra di impulsi suicidi, credendosi la reincarnazione della sua bisnonna, Pauline Lagerlac, morta suicida. Flavières la salva una volta dalla Senna, se ne innamora, e a causa della sua paura dell’altezza, non riesce a salvarla anche dalla caduta da un campanile. Nella seconda parte del romanzo, sono passati alcuni anni, Flavières incontra una donna che assomiglia paurosamente a Madeleine. Sogno, incubo, coincidenze, soprannaturale, follia?
La donna che visse due volte può senz’altro essere visto come la cronaca di una ossessione amorosa, di un pericoloso tentativo di far aderire la realtà al mondo interiore e disturbato del protagonista.
Se vogliamo Paul Gévigne andava sul sicuro scegliendo Roger Flavières come testimone. Ex poliziotto abile nei pedinamenti e nelle indagini, riformato, non è andato in guerra (la storia prende l’avvio a Parigi all’inizio della Seconda Guerra Mondiale) per una forma di pleurite, avvocato scalcinato, appassionato di essoterismo, proprio la sua vertigine per le altezze, (che causò, o per lo meno è forte il senso di colpa, la morte di un collega e la sua uscita dal corpo di polizia), tutto contribuisce a renderlo perfetto per il ruolo che il diabolico Paul Gévigne vuole che reciti. Un altro meno traumatizzato, meno schiavo dei sensi di colpa, meno romantico, meno naif avrebbe fatto in fretta a scoprire l’intrigo, bastava una semplice telefonata, che Madeleine gli prega di non fare.
Insomma col senno di poi la storia si regge su presupposti fragili come tele di ragno, che tuttavia avvolgono come una spirale il lettore. La folle è Madeleine? Che si crede una morta e tenta più volte il suicidio. O il folle è Roger? che sarà costretto a chiedere aiuto a uno psichiatra perché lo guarisca dalle sue nevrosi. C’ è una componente soprannaturale nell’ intreccio? Che poi la verità sia squallidamente prosaica, e la riproposizione di un cliché classico, per di più abusato, nulla toglie alla drammaticità del finale, alla decostruzione e dissoluzione del personaggio principale, che è stato ingannato, crudelmente, come sono stati ingannati con lui i lettori.

Pierre Boileau (1906-1989) e Thomas Narcejac (1908-1998), entrambi vincitori del Prix du Roman d’Aventures, hanno cominciato a collaborare nel 1948. Frutto di questo sodalizio sono stati numerosi racconti e ben quaranta romanzi, da alcuni dei quali sono stati tratti film di successo come La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock o I diabolici di Henri-Georges Clouzot.

Source: acquisto personale.

Nota: i collezionisti certo non si faranno scappare l’edizione Garzanti del 1958, come numero 141 della “Serie Gialla“, o la prima ristampa del 1967 come la copia in mio possesso. Nel 1977 la stessa traduzione di Roberto Ortolani venne riproposta da Mondadori con “Giallo Cinema” n. 5, poi nel 2003 passò alla Sellerio “La Memoria” n. 580. Tutte edizioni ormai fuori commercio e reperibili nei marcatini dell’usato. Attualmente è disponibile in commercio dal settembre 2016, la nuova traduzione Adelphi, di Federica Di Lella (che la cura) e Giuseppe Girimonti Greco.

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:: La moglie perfetta, Roberto Costantini (Marsilio, 2016) a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2017
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Nel 2001 in una Roma assolata si intersecano le vicende di due coppie: da un lato il professore italoamericano di matematica Victor Bonocore, in Italia per impegni accademici, con la moglie Nicole Steele, dall’altra il pubblico ministero Bianca Benigni e il marito Nanni, psicoterapeuta. Due coppie che nascondono non pochi segreti, come le violenze di Victor su Nicole, che spinge la donna a chiedere l’aiuto di Nanni come terapeuta, attratto da lei ma anche dalla sua sorella sexy e pericolosa, Scarlett, che fa emergere i suoi mai sopiti problemi coniugali.
In parallelo compare il commissario Michele Balistreri, alle prese con il suo passato mai risolto legato anche ai legami poco chiari di suo padre con la mafia e ai suoi con l’eversione di estrema destra. Balistreri si trova a dover investigare sulla morte atroce di una ragazza, Donatella, che sembra risolta come un fatto di cronaca legato agli ultras fascisti e ad uno di loro particolarmente pericoloso. Il tutto sembra chiudersi con la morte del principale indiziato, ucciso dal padre di Donatella che poi si suicida, ma Balistreri sente che forse c’è dell’altro a cui non riesce ad arrivare.
Tutto viene sconvolto dalla morte di Victor Bonocore, dopo gli ennesimi maltrattamenti contro la moglie Nicole, che ha cercato protezione da Nanni: il commissario Balistreri indaga insieme a Bianca Benigni, credendo di aver trovato la colpevole in Scarlet Steele e coinvolgendo nell’arresto anche Nicole. Ma tutto precipita, Nicole sparisce, Scarlett si prende quattro anni per falsa testimonianza e quello che poteva nascere tra Bianca e Balestreri rimane in un limbo perché lei preferisce trasferirsi da Roma per amore del figlio leggermente autistico.
Passano dieci anni, a Balistreri capitano tante cose, compreso il ritrovare una figlia che non conosceva: un giornalista che indagava sul caso, ormai malato, lo contatta e gli dà nuove dritte. Per il commissario è giunto il momento della verità, oltre che di reincontrare Bianca Benigni, un quasi amore mai dimenticato, ormai separata dal marito e con il figlio grande e finalmente autonomo.
Dopo la trilogia del male Roberto Costantini ripropone il suo antieroe, in un intreccio parallelo ai fatti raccontati nei precedenti libri, ma alla fine godibile anche senza conoscerli. Anche questa volta si mescolano passato e presente, un cold case mai risolto e il desiderio di giustizia, le manipolazioni e le bugie che ci sono in tutti i matrimoni, forse anche solo per amore o per un significato sbagliato dato a questo, gli errori che si vorrebbero nascondere e un futuro che potrebbe essere diverso, ma forse tutto è già deciso e impossibile da cambiare. Un romanzo più psicologico che d’azione, che racconta anche di certe realtà nascoste italiane, dove Michele Balistreri si conferma un personaggio complesso, certo scomodo, ma alla fine con una sua umanità che non possono non farlo apprezzare, circondato alla fine da gente molto peggiore di lui. Sperando ovviamente che questa non sia la sua ultima indagine.

Roberto Costantini (Tripoli, 1952), è ingegnere, è stato consulente aziendale e oggi è dirigente della Luiss. È autore per Marsilio della Trilogia del Male con protagonista il commissario Michele Balistreri, composta da Tu sei il male, Il male non dimentica e Alle radici del male, bestseller in Italia, già pubblicata negli Stati Uniti e nei maggiori paesi europei, con cui ha vinto il premio speciale Giorgio Scerbanenco 2014 quale “migliore opera noir degli anni 2000”.

Source: acquisto del recensore.

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:: Addio a Jiro Taniguchi, a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2017

jiro-taniguchiA soli 69 anni se ne è andato Jiro Taniguchi, un mangaka che ha mostrato anche in Occidente le potenzialità autoriali del fumetto giapponese, molto popolare e amato dagli appassionati ma spesso, anche a torto, snobbato dalla critica come troppo seriale e commerciale.
Come altri suoi coetanei, Taniguchi è appassionato di manga fin da bambino, e iniziò la sua carriera come assistente di Kyota Ishikawa. Debuttò nel 1970 con Kurorohorumu (Cloroformio), e da allora si distinse per i temi insoliti che trattava nelle sue opere, a partire da Kareta heya (La stanza arida), storia breve incentrata su una stanza in cui l’autore aveva abitato e che era stata in precedenza una casa d’appuntamento. Nel 1971 vinse il premio Big Comics con Tōi koe (Voci lontane), mentre nel 1975 debutta con la sua prima serie, Namae no nai dobutsutachi (Animali senza nome), incentrata sugli animali appunto che saranno tra i suoi argomenti preferiti.
Nel corso degli anni Taniguchi collabora con lo scrittore Natsuo Sekikawa con cui realizza alcuni manga noir tra cui spicca la raccolta Tokyo killers e con Caribu Marley insieme al quale si occupa di raccontare storie ambientate nel mondo della boxe. Ma i suoi interessi sono vari, e vedono la nascita di opere diversissime, come Bocchan no jidai (Ai tempi di Bocchan), da un classico della letteratura giapponese, Bocchan di Soseki Natsume, ambientato nel periodo Meiji (1868-1912), il fantascientifico Blanca, le serie di racconti Genju jiten (Enciclopedia degli animali primordiali) e Aruku hito (L’uomo che cammina), il romanzo di formazione a fumetti Chichi no koyomi (Al tempo di papà), Ikaru (Icaro), frutto di una collaborazione con Moebius, il thriller Sōsakusha (La ragazza scomparsa), il western Ten no taka (Sky Hawk) .
Jiro Taniguchi ha vinto alcuni dei più importanti premi fumettistici giapponesi, come il premio Osamu Tezuka, è stato insignito in Francia della medaglia di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dallo Stato francese e del premio della fiera di Angouleme ed ha partecipato nel 2011 a Lucca Comics and Games.
Le sue opere, spesso autoconclusive e storie comunque brevi, si distinguono per uno stile di disegno limpido e maturo e per tematiche incentrate su riflessioni sulla vita, i sentimenti, la società. Lo stesso Taniguchi si è sempre sentito un outsider nel mondo dei manga.
In Italia le sue opere sono edite da Coconino, Planet Manga e Rizzoli e sono di abbastanza facile reperibilità, oltre che molto interessanti per chi cerca storie nuove, tra i manga e non, nell’opera di un autore che in molti hanno definito un vero e proprio poeta.

:: L’oratorio di Natale, Göran Tunström (Iperborea, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

14 febbraio 2017
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“Un mese di giugno, all’inizio degli anni Trenta, Solveig Nordensson è nel cortile di ghiaia davanti alla sua fattoria, nel Varmland, i piedi appoggiati ai pedali della bicicletta nuova che le ha regalato Aron, come appena innamorata, calda di felicità, le mani sul manubrio scintillante. Sta per andare a Sunne a parlare con il cantore Jancke del concerto d’autunno che finalmente, dopo dieci anni di preparativi, avrà luogo.
Dice a Sidner: «Mi devo essere dimenticata di spegnere il giradischi.»
Poi gli scompiglia i capelli, accarezza Eva-Liisa sulla guancia e guarda il lago e le lunghe ombre del pomeriggio sui campi.
«Lo spengo io mamma,» risponde Sidner ma, come avrebbe poi aggiunto molte volte: «Non lo feci.» Tutti e tre restano per un po’ in ascolto verso la finestra aperta, all’interno la puntina danza i suoi canti giubilo…

Lasset das Zagen, verbannet die Klage,
Stimmet voll Jauchzen und Fröhlichkeit an!
Dienet dem Höchsten mit herrlichen Chören,
Lasst uns den Namen des Herrschers verehren!

Ecco che come già tante altre volte si fa silenzio nel loro intimo, si sentono vicini, avvolti dalla musica di Natale di Bach.
«Prima però devi spingermi, Sidner.»
E lu iappoggia le mani sul portapacchi, punta i piedi nudi nella ghiaia e le dà una spinta. Solveig si siede sulla sella e si lascia trasportare dalla discesa, i raggi cantano, sabbia esasolini schizzano via e lei si riempie i polmoni di tuta l’estate che le viene incontro dagli alberi e dai fossi, respira i profumi delle regine dei prati, delle presuole gialle e delle margherite, e Sidner corre dall’altra parte della fattoria, si affaccia alla parete scoscesa, proprio sopra la curva e grida «Ciao…»” (1).

A Sunne, nel Varmland, un concerto vero e proprio, di quelli che si tengono nelle grandi città, non c’è mai stato. No, a Sunne c’è solo un piccolo coro senza pretese, e da anni ormai il direttore, il cantore Jancke, ha detto addio alle sue grandi ambizioni. Ma poi arriva Solveig, che ha vissuto in America e che è tornata piena di allegria, di gioia e di passione; Solveig che è forse l’unica al mondo in grado di convincere tutti – cantore e musicisti, a impegnarsi per ben 10 anni nella preparazione dell’“Oratorio di Natale” di Bach. Ma, per via di un tragico incidente, il concerto tanto atteso non si terrà. Non come previsto, comunque: a condurlo, mezzo secolo dopo quell’autunno degli anni trenta, ci penserà Victor Nordensson, nipote di Solveig e musicista di fama internazionale…
Partendo da un evento tragico, che fornisce l’abbrivio alla vicenda, ma in un certo senso ne indica anche l’unico approdo possibile, Tunström costruisce una saga di famiglia dall’andamento circolare che, spaziando tra Svezia, America e Nuova Zelanda(2) e dialogando con la grande letteratura del Novecento(3), si dipana lungo un arco di cinquant’anni in un vitalistico proliferare di storie grandi e piccole, portate avanti attraverso un incredibile campionario di punti di vista, di voci, di scelte verbali e narrative(4). E forse è anche grazie a questa sua varietà, a questa sua freschezza tecnica che, pur nascendo da una riflessione sul dolore, sulla perdita, e sui suoi effetti sulla vita di chi resta, L’oratorio di Natale non risulta né cupo né doloroso, ma si legge come un romanzo vivo e pieno di luce, tutto pervaso da un’inspiegabile (ma a ben vedere giustificata) leggerezza.
L’oratorio di Natale di Göran Tunström, che vi segnaliamo con colpevole ritardo ma non senza convinzione come una delle uscite più interessanti del 2016, è proposto ai lettori italiani da Iperborea nella splendida traduzione di Fulvio Ferrari.

Göran Tunström (1937-2000), è stato uno dei romanzieri svedesi più innovativi di fine secolo. La sua sensualità e l’estro visionario e fantastico sono espressi pienamente nel capolavoro L’Oratorio di Natale, con il quale ha raggiunto il successo. Lettera dal deserto è il suo settimo titolo pubblicato in Italia da Iperborea.

Source:  libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

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(1)Göran Tunström, L’oratorio di Natale, Iperborea, Milano 2016, pp. 23-24. Traduzione di Fulvio Ferrari.

(2)Ma il centro del racconto resta sempre Sunne; “è una limitazione che mi dà libertà”, ha infatti dichiarato l’autore (cfr. la breve ma illuminante postfazione di Ferrari, in Göran Tunström, L’oratorio di Natale, Iperborea, Milano 2016, pp. 435-445), che nel ridotto microcosmo della sua città natale ha saputo costruire un intero universo narrativo.

(3)Ma non solo: tra le pagine di L’oratorio di Natale, oltre alle eco da Musil e da Mann -l’autore dei Buddenbrook, ma anche il Mann musicofilo e teorico del Doctor Faustus e di certi saggi d’estetica musicale- si leggono anche rimandi ad Hamsun, ombre di Goethe, reminiscenze di Rilke, per tacere dell’ambigua (doppia?) presenza della scrittrice Selma Lagerlöf, del ruolo svolto dalla Commedia di Dante, da Huckelberry Finn, dalla letteratura esoterica ecc.

(4)Dalla narrazione in prima persona con focalizzazione interna a quella in terza persona con focalizzazione zero, dal presente in uso nella parte relativa agli anni ’30 al passato remoto dell’incipit ambientato negli anni ’80 (come a voler riflettere non solo le voci, ma anche i vari modi di raccontarsi propri dei personaggi), dai modi da realismo magico al “semplice” resoconto, dall’inserto epistolare e diaristico all’uso diretto delle citazioni letterarie (penso, per esempio all’uso fatto dei testi di Dante e di Mark Twain) e musicali per far procedere l’intreccio ecc.

:: Liberi Junior – Una cosa difficile, Silvia Vecchini, Sualzo, (BaBao, 2016) A cura di Viviana Filippini

13 febbraio 2017
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Una cosa difficile è il libro per bambini di Silvia Vecchini, con i disegni di Sualzo. La storia realizzata per i piccoli lettori che ancora non sanno leggere ha per protagonista un bambino con le sembianze di cane. Il bimbetto fa di tutto pur di recuperare una rotella. Lui poi, impavido, sfida le intemperie e la montagna per raggiungere la cima. Qui trova un altro personaggio, un bimbo pulcino, al quale dà la rotella e dice una sola parola “SCUSA”. I due, a pace fatta, partono sullo slittino a rotelle per nuove mirabolanti avventure. Una cosa difficile è un libro che riesce a dimostrare come con il solo uso di immagini disegnate, di pochi colori (bianco, azzurro e nero) si riesca a creata una narrazione curiosa e avvincente. Il piccolo lettore che non ha ancora imparato a leggere riesce a comprendere la trama grazie alle immagini. Inoltre è chiaro è netto il messaggio, sul fatto che a volte ci sono cose da fare e da dire che non sono facili da compiere. Basta una buona dose di coraggio e di maturità, proprio come fa il bambino cane, per fare il possibile per recuperare la rotella e chiedere poi scusa all’amico di sempre e compagno di giochi. Una cosa difficile è sì un libro per bambini, ma la purezza tramite la quale i due autori riescono a comunicare il messaggio è così forte che non solo smuove l’animo bambino, ma anche quello adulto. È vero chiedere scusa non è una cosa facile da fare, e noi adulti lo sappiamo meglio dei bambini, ma queste pagine ci insegnano che è possibile farcela perché, a volte, basta poco per sistemare le cose.

Silvia Vecchini, nata nel 1975 a Perugia, è laureata in Lettere, studia presso l’Istituto Teologico di Assisi, scrive libri per bambini, testi scolastici e progetta materiale didattico. Con suo marito, Antonio Vincenti, ha creato Il Gruppo Sicomoro per svolgere insieme una attività editoriale rivolta ai bambini e ai ragazzi come autori e illustratori, sia nell’ambito della catechesi che dell’insegnamento della religione cattolica e della narrativa. Con le Edizioni San Paolo ha pubblicato, oltre ai lavori con Il Gruppo Sicomoro, i romanzi per ragazzi Rabbunì (2009) e Myriam (2011).

Sualzo è il vero nome di Antonio Vincenti. Sassofonista mancato, disegnatore autodidatta e interessato alle cose del mondo, inizia il suo percorso artistico negli anni Novanta collaborando con “Il corriere della sera”. Autore di libri per ragazzi, si ritrova ben presto a lavorare per le principali case editrici italiane. I suoi libri sono pubblicati in Francia, Portogallo, Croazia, Svizzera, Polonia, Nuova Zelanda, Malesia, Indonesia, Giappone, Cinea, Corea del Sud, USA. In Italia ha pubblicato L’improvvisatore (Rizzoli-Lizard, 2009), opera grazie alla quale ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al Festi’BD di Moulins. Nel 2013 pubblica Fermo, graphic novel edito da Bao Publishing con cui apre la collana “Le città viste dall’alto”. Nel 2014, sempre per Bao Publishing, illustra Gaetano e Zolletta, sui testi di Silvia Vecchini.

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:: Un’ intervista con Michele Arigano, a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2017

indexMichele Arigano, di Enna, è uno degli autori della Bonfirraro Press, con il romanzo La famiglia Pickard, inquietante horror con echi di molta narrativa fantastica. Liberi di scrivere, dopo aver recensito il libro, ha voluto sentire qualcosa di più dal suo autore.

Come è nata l’idea del romanzo?

Sono stato ispirato da quello che la mente umana può fare, l’idea del romanzo è nata dalla voglia di raccontare una storia colma di mistero, partire da un personaggio comune che pian piano scopre il suo lato oscuro, affascinato dai luoghi isolati e colmi di storia, da famiglie con segreti inconfessabili, il racconto è partito da un viaggio ma è a Woodcutterhill che la storia ha preso vita.

Come mai la scelta del genere horror?

Il mio interesse spazia dal genere horror, fantasy e al genere giallo/noir, ciò che preferisco è scrivere storie piene di mistero, per il mio primo romanzo il genere horror è quello che meglio si è sposato con quello che avevo in mente.

Chi sono i tuoi maestri?

Sicuramente Edgar Allan Poe è lo scrittore che più mi affascina, leggere i suoi racconti ti fa vivere quelle emozioni che vorrei trasmettere a chi legge i miei romanzi. inoltre aggiungo Stephen King il maestro del genere horror e non solo.

Come mai l’interesse per l’horror continua ad esserci?

Come ho già scritto sono affascinato da tutto ciò che è mistero, il mistero fa parte del genere horror, anche se altri miei romanzi saranno di altri generi, tornerò sicuramente al genere horror.

Cosa pensi della narrativa di genere in Italia?

In Italia poter apprezzare la narrativa di genere è complicato a causa delle poche opportunità che si danno hai giovani talentuosi di oggi.

Prossimi progetti?

Ho appena terminato di scrivere un romanzo giallo, ambientato nella mia città, Enna, per rendere più veritiero il mio racconto ho anche collaborato con il Commissario Mario Giannotta che mi ha aiutato a creare una storia coerente e colma di mistero.

:: La scelta decisiva, Charlotte Link, (Corbaccio, 2017) a cura di Giulietta Iannone

10 febbraio 2017
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Abbiamo da poco avuto il piacere di intervistare Charlotte Link, di passaggio a Milano, (chi è interessato alla trascrizione, può seguire questo link) per cui è ovvio che c’era un po’ di curiosità per il suo nuovo libro edito in Italia da Corbaccio, La scelta decisiva, (Die Entscheidung, 2016) un thriller psicologico teso e quanto mai attuale. La Link ha questo di bello ci parla del nostro mondo contemporaneo, e ci fa davvero venire paura di viverci, non certo per l’utilizzo di litri e litri di sangue, ma per il fatto che usa la realtà per catalizzare la paura, vera, che può toccare chiunque di noi, che fossimo poveri cristi che non possono più pagare bollette o riscaldamento, o un semplice caffè in quel di Sofia, o una ragazza in cerca di un futuro migliore per sé e la sua famiglia, pronta a partire per l’ignoto, col sogno di fare la fotomodella o l’attrice, o una ragazza con gravi problemi di anoressia, una madre alcolizzata e un fidanzato che sembra mandato dal cielo a salvarla e invece si rivela ciò che non è. Insomma non improbabili serial killer traumatizzati da piccoli sono al centro dei suoi romanzi e rappresentano il Male nei suoi libri, ma fatti concreti, associazioni a delinquere, che ne riflettono altre altrettanto criminali e soprattutto reali. Il tema del traffico di esseri umani è un tema terribile, il traffico è in mano alle organizzazioni criminali più spietate e genera indotti pazzeschi, quantità di denaro quasi senza fine. Giovani e bambini avviati alla prostituzione nei bordelli di mezz’Europa, del Sud America, dell’Asia, traffico d’organi, adozioni irregolari, quando va bene. E la materia prima è tanta, sempre fresca e incapace di difendersi. Si perdono le tracce di queste persone, i parenti non ne hanno più notizia, scompaiono letteralmente dalla faccia della terra, per una sorte che dallo schiavismo, e lo sfruttamento, porta inevitabilmente alla morte quando non servono più o tentano di ribellarsi e mettere in pericolo i grandi guadagni che ruotano intorno a questa tratta. La scelta decisiva parla di questo e lo fa da una prospettiva normale, quotidiana, attraverso personaggi simili a tante persone che potremmo davvero incontrare per strada. Protagonista di questo romanzo è un uomo imperfetto, più pieno di difetti che pregi, un traduttore freelance, insicuro, incapace di prendere posizione e di imporsi, di farsi rispettare dalla sua ex moglie, dai figli, dalla sua nuova compagna, dal padre che lo considera tutto per tutto un fallito. Ci sarà un’ evoluzione di questo personaggio, una crescita e tutto ha inizio con una scelta: un giorno incontra su una spiaggia deserta una ragazza dall’aspetto trasandato, magrissima, intenta a litigare con due uomini. Simon, questo è il nome del protagonista, ha davanti due alternative: tirare dritto, ignorare la tacita richiesta di aiuto della ragazza, farsi insomma i fatti propri non facendosi coinvolgere o al contrario avvicinarsi e aiutare la ragazza in difficoltà. Simon farà la seconda cosa, e già questa decisione è un primo passo, un passo decisivo che compie per non essere più il vecchio Simon, che anche i figli evitano, considerandolo noioso, e insopportabile. Nathalie, la ragazza, è accusata di essere entrata abusivamente in un appartamento, rovinandone la serratura. Simon paga i 50 euro per le riparazioni e si prende carico della ragazza portandola nella sua casa al mare. Sempre incerto se farsi coinvolgere o meno, l’ascolta e tra reticenze e silenzi Nathalie gli racconta una storia assurda, difficilmente credibile che la porta a temere di aver ucciso un uomo. Che fareste voi? Andreste alla polizia, nonostante la ragazza vi implori di non farlo? La caccereste, magari dandole un manciata di euro per tacitare la coscienza? O partireste per Lione, per vedere come sono andati davvero i fatti? Simon il vigliacco, il debole, l’uomo senza qualità, decide di partire e sarà l’inizio di una storia pazzesca, parallela alle vicissitudini di una famiglia bulgara che ha mandato la propria figlia maggiore all’ovest in cerca di un futuro migliore, e non ne ha più notizie. Raccontarvi altro della trama sarebbe sleale, ma vi assicuro che la scrittura è capace di prendervi, i capitoli sono brevi, repentini, si vuole davvero cercare di capire dove la storia porti, chi siano i cattivi, se Nathalie sia una vittima o un’ abile manipolatrice, se Simon riuscirà o no a diventare un uomo migliore. Davvero bello. Traduzione di Alessandra Petrelli.

Charlotte Link, nata nel 1963, è una delle scrittrici tedesche contemporanee più affermate. Deve la sua fama soprattutto alla sua versatilità: conosciuta inizialmente per i romanzi a sfondo storico, ha avuto molto successo anche con i thriller psicologici, tanto che ogni suo nuovo libro occupa per mesi i primi posti delle classifiche tedesche. In Italia Corbaccio ha pubblicato «La casa delle sorelle»; «La donna delle rose»; «Alla fine del silenzio»; «L’uomo che amava troppo»; «La doppia vita»; «L’ospite sconosciuto»; «Nemico senza volto»; la trilogia «Venti di tempesta», «Profumi perduti», «Una difficile eredità»; «L’isola»; «L’ultima traccia»; «Nobody»; «Quando l’amore non finisce»; «Il peccato dell’angelo»; «Oltre le apparenze»; «L’ultima volta che l’ho vista»; «Giochi d’ombra» (tutti anche in edizione TEA); «L’inganno» e il memoir «Sei nelle mie parole».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Altrisogni vol. 3 – Antologia di narrativa fantastica (dbooks.it, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

10 febbraio 2017

dbA qualche lettore appassionato di Lovecraft o di horror, fantascienza e fantasy classico americano potrà suonare già familiare il progetto della rivista Altrisogni: creare uno spazio per quelli che sono stati a lungo dei generi molto apprezzati dal pubblico, ma anche molto ignorati dalla critica. Un percorso già intrapreso dalla storica Weird Tales, la rivista pulp statunitense di racconti horror e fantastici nata nel 1923, che ha avuto tra i suoi più assidui collaboratori proprio il suddetto H.P. Lovecraft.
All’horror, alla fantascienza e al weird si aggiunge in questo terzo volume della rivista italiana anche il fantasy, arrivando a coprire praticamente ogni sfumatura dell’immaginario fantastico, di quei mondi “diversi dal nostro ma specchio del nostro”.
I sette racconti dell’antologia oscillano tra il mondo post-apocalittico della La lunga notte del ladro di ricordi, in cui un’eterna notte avvolge il mondo e esseri umani de-evolutisi in bestie cannibali vanno a caccia degli ultimi sopravvissuti, alla distopia classica di Furore, in cui l’umanità ormai del tutto apatica viene rifornita di emozioni in pillole da sette multinazionali, ognuna delle quali sintetizza un’emozione.
Il fantasy si divide tra il brevissimo Mordred, quasi un esercizio di stile sulla mitologia del ciclo arturiano che attraversa i pensieri e le tappe salienti della vendetta del giovane sul proprio padre (e per il quale per completezza consiglio anche l’omonima canzone Mordred dei Blind Guardian da ascoltare) e il più lungo Figlio di canti. Quest’ultimo, oltre ad essere un fantasy molto più classico e tradizionale, con abbondanza di magia e battaglie nonché con protagonisti di razze differenti, è stato anche uno dei racconti che ho più apprezzato per il sottotesto: in un mondo morente, reso sterile dalla contro-magia salmodiante degli Scribi, l’unica speranza è rappresentata da un bambino, l’ultimo Cantore, l’ultimo bardo, che dovrà continuare a narrare la storia di quel mondo per ridargli vita. Il tema è un classico nello studio delle “lettere” dalla Bibbia, a Platone, al filosofo francese Derrida: la lettera scritta, la ripetizione senza la comprensione, è sterile, è morte; solo la parola viva ha valore.
E infine “L’Orrore! L’Orrore!”, come dicevano Conrad e Dylan Dog. Un horror comico-grottesco in Hell Express – Consegna per l’Inferno, in cui lo sboccato e cinico protagonista, per evitare la dannazione, accetta di diventare l’autista di uno dei camion che portano ogni giorno le anime all’Inferno. Più classici invece Dietro il frigorifero, con la lenta, soprannaturale e spaventosa consunzione che colpisce la compagna della protagonista, e Veduta di Carcosa, che con un colpo di genio fantastico, che coinvolge anche il pittore Giorgio De Chirico, ambienta la mitologia lovecraftiana dei Grandi Antichi nelle nebbie della campagna padana.
Entrambi i racconti hanno, infatti, proprio il merito di saper rendere sottilmente inquietante anche qualcosa di vicino e conosciuto: in questo tipo di narrativa di solito, anche se è di un autore italiano, si tende a dare un’ambientazione americana, o perlomeno “straniera”, sia perché quella è l’ambientazione più diffusa, sia perché sembra più semplice e meno inverosimile credere a qualcosa di spaventoso se si trova in un luogo che non ci è familiare. Ma non è assolutamente questo il caso (le protagoniste di Dietro il frigorifero potrebbero essere le vostre vicine, i casolari sperduti della Bassa potrebbero essere quelli davanti a cui passate per andare al lavoro) e il risultato è davvero godibile.

Altrisogni è una rivista digitale nata nel 2010 per creare uno spazio per gli scrittori italiani di horror, fantascienza e weird e per i lettori appassionati del genere fantastico, con l’obbiettivo di fornire racconti appassionanti e curati, notizie sul fantastico e consigli per cimentarsi nella scrittura, senza mai soffocare la voce del singolo autore all’interno della collettività, tanto che all’interno dei numeri dell’antologia è possibile trovare un’ampia sezione finale dedicata alla presentazione degli scrittori ed alle loro biografie.

Source: gentilmente inviato dall’ufficio stampa di dbooks.it.

:: La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk, (Einaudi, 2017) a cura di Lucilla Parisi

10 febbraio 2017
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Chi decideva di farsi rossa, lo faceva perché sceglieva quel tipo di personalità. E io, dopo essermeli tinti, avevo lottato una vita intera per restare fedele alla mia scelta.

Una favola antica dal ritmo incalzante, personaggi che tornano per farsi reali, intrecci dettati dal fato, incontri presenti che sono già l’ombra di fughe passate. Il futuro è scritto nelle ossa, nello sguardo, nei gesti di ognuno e, per alcuni, anche nel colore dei capelli.
Così Orhan Pamuk racconta la sua favola dentro la favola. Le pagine si susseguono in un circolo tumultuoso e la sensazione è quella di percorrere strade già battute e di rileggere storie mai concluse.
Cem è solo un adolescente quando lascia Istanbul per raggiungere il villaggio di Ongoren, a trenta chilometri dalla città, oltre il Bosforo: lì affiancherà come apprendista Mahmut Usta per costruire un pozzo artesiano per conto di un imprenditore in cerca d’acqua. Per Cem è il primo, per Mahmut è l’ennesimo scavo: è bravo ed è uno stimato mastro cavapozzi.
Per Cem, con velleità da scrittore, è l’occasione per guadagnare dei soldi e iscriversi alla scuola preparatoria in vista del test d’ammissione all’Università, ora che il padre se ne è andato e sua madre non può aiutarlo.
Mahmut Usta è più di un mastro, è il padre che Cem non ha più. Tra loro, giorno dopo giorno, scavo dopo scavo, si rafforza un legame sempre più profondo e reso più forte dalla naturale ritrosia di Mahmut che parla al ragazzo solo attraverso le sue storie, quelle che gli racconta sotto il cielo silenzioso e senza luci di Ongoren, dove il tempo sembra essersi fermato. Sono tratte dal Corano, alcune, altre prendono vita dalla terra che Mahmut scava ogni giorno alla ricerca dell’acqua.

Mio padre non mi aveva mai raccontato una fiaba o una storia. Mahmut Usta, invece, notte dopo notte se ne inventava una, partendo dall’immagine sfocata e confusa del televisore, da un problema che aveva incontrato nell’arco della giornata. I suoi racconti non avevano un inizio, né una fine. Quanto erano veri, e quanto frutto della sua fantasia? Ad ogni modo, adoravo lasciarmene conquistare, e ascoltare la lezione che ne traeva.

 Poi un giorno, qualcosa si insinua nella loro quotidianità: un germe, un indizio, un presagio.
Cem incontra Gulcihan, la donna dai capelli rossi. E’ un’attrice e ha un marito. Cem ne rimane impressionato: è annientato dalla bellezza di questa donna matura e seducente, dal sorriso che gli rivolge al primo incontro, dalle allusioni del suoi sguardo. C’è qualcosa nella sconosciuta che gli toglie il sonno e che lo spinge, sera dopo sera, a raggiungere il centro di Ongoren per vederla o aspettarla, inutilmente, sotto la sua casa. Sotto il tendone del teatro è lei la madre di Sohrab ucciso in scena dal padre Rostam, protagonisti del Libro dei re, un poema epico scritto in Persia mille anni prima, “una sorta di enciclopedia delle storie dimenticate dei grandi eroi, dei sultani e degli scià del passato.” La scena riaccende in Cem il ricordo di Edipo e del padre Laio, della relazione incestuosa con la madre Giocasta e della tragedia che si consuma all’insaputa dei suoi protagonisti.

La sera mi immergevo così tanto nella lettura di quel libro che mi rendevo conto che non l’avrei mai più scordato, come le favole che sentivo da bambino, un sogno inquietante o un’esperienza personale indimenticabile.

Così la storia del pozzo, di Cem e della donna dai Capelli Rossi, prende una direzione inevitabile: questo entrare e uscire dalle fiabe, dai poemi epici e dalle parabole di Mahmut Usta dettano il flusso degli eventi, che si susseguono impetuose nella vita di ciascuno di loro, come una promessa mantenuta: tradimenti, fughe, sogni, successi, sensi di colpa, ritorni e presagi che prendono forma, pagina dopo pagina, in una continua sovrapposizione di piani.
La sensazione è quella di assistere alla catastrofe imminente, alla rivelazione divina, alla conclusione inevitabile della storia, come spettatori di una tragedia da consumarsi.

Perché le antiche fiabe e leggende alla fine capitano sul serio. Più uno legge e crede in quelle vecchie storie, più certe cose avvengono. E poi si chiamano leggende popolari proprio perché sono storie che possono capitare a tutti.

Orhan Pamuk è nato nel 1952 a Istanbul. Nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato Il castello bianco, La nuova vita, Il mio nome è rosso, Neve, La casa del silenzio, Istanbul, Il libro nero, La valigia di mio padre, Il Museo dell’innocenza, Altri colori, Il Signor Cevdet e i suoi figli, Romanzieri ingenui e sentimentali, L’innocenza degli oggetti, La stranezza che ho nella testa e La donna dai capelli rossi.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: La classe dei misteri, Joanne Harris (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

10 febbraio 2017
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Torna in libreria Joanne Harris, una delle autrici contemporanee più poliedriche e prolifiche, con La classe dei misteri, seguito non ufficiale de La scuola dei desideri, viaggio nei meandri dei collegi inglesi tra passato e presente, con toni thriller ma non solo.
Un nuovo anno è iniziato al St. Oswald, collegio antico dalle grandi tradizioni e dall’aspetto suggestivo, minato negli anni da alcuni fatti non proprio edificanti. Alla riunione di inizio anno l’anziano professore di lettere classiche Roy Straitley scopre con i suoi colleghi che si è deciso di scegliere un nuovo rettore, per dare nuovo lustro ad un’istituzione non cristallina e comunque legata ad una visione ormai forse superata di istruzione.
Il problema è che il nuovo rettore è Johnny Harrington, già studente di Roy, legato ad una brutta storia di decenni prima, tra bullismo, pedofilia, disagio giovanile, che il docente conosce e ricorda fin troppo bene. Tutto il corpo docente è entusiasta di questo nuovo arrivo che secondo loro non può portare che bene, ma Roy ricorda troppo bene un passato di anni prima e soprattutto non capisce come mai Johnny è tornato in un luogo da cui avrebbe dovuto voler stare alla larga. Man mano che l’anno procede ritornano fuori le violenze, le sopraffazioni e i problemi di un tempo, e il professor Straitley si trova di fronte ad un dilemma, tra denunciare il tutto e mettere fine a quella che sembra una maledizione che porta solo sofferenza ai ragazzi o chiudere gli occhi e salvare la scuola a cui ha dedicato tutta la sua vita.
La classe dei misteri è un libro complesso e avvincente, sospeso tra vari piani temporali, tra l’oggi e due passati, per raccontare le storie spesso tragiche di ragazzi e insegnanti, in un microcosmo che può segnare la vita e che è l’altro grande protagonista della storia, tra aule, dormitori, corridoi, anfratti nascosti. Un thriller per molti versi, ma anche un romanzo di formazione su modello vittoriano, oltre che un viaggio negli abissi dell’animo umano, con una denuncia non moralistica di gravi problemi come il bullismo, le violenze scolastiche, il disagio giovanile che può portare a comportamenti deviati come le crudeltà contro gli animali. Un romanzo intrigante, che può anche essere letto in maniera indipendente da La scuola dei desideri, capace di parlare di un microcosmo allucinante e di sicura presa, da cui resta difficile poi staccarsi, basato alla fine su un dilemma eterno, quello di voler cambiare, costi quello che costi, sperando che le cose migliorino, e il voler rimanere ancorati ad un passato come unico rifiugio della vita, tra il desiderio di giustizia e il voler dimenticare per un quieto vivere non sempre proponibile e sostenibile. Tutto questo in attesa della prossima sperimentazione di Joanne Harris, autrice che ha sempre e comunque qualcosa da dire.

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove attualmente vive. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno, e ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds.
I suoi libri sono tutti editi in Italia da Garzanti. Dopo Chocolat, il suo romanzo d’esordio apparso nel 1998, tradotto in tutto il mondo, da cui nel 2001 è stato tratto l’omonimo film, ha pubblicato Vino, patate e mele rosse (1999), Cinque quarti d’arancia (2000), La spiaggia rubata (2002), La donna alata (2003), Profumi, giochi e cuori infranti (2004), Il fante di cuori e la dama di picche (2005), La scuola dei desideri (2006), Le scarpe rosse (2007), Le parole segrete (2008), Il seme del male (2009), Il ragazzo con gli occhi blu (2010), Il giardino delle pesche e delle rose (2012), Le parole di luce (2013) e Un gatto, un cappello e un nastro (2014).
È anche autrice, con Fran Warde, di Il libro di cucina di Joanne Harris (2003), Al mercato con Joanne Harris. Nuove ricette dalla cucina di «Chocolat» (2007) e Il piccolo libro di «Chocolat» (2014).

Source: omaggio al recensore della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: C’era una svolta – 18 favole con un finale diverso, Autori Vari, (Quelli del Sabato, 2017)

9 febbraio 2017

nmOggi vi parlerò di un libro molto speciale, perchè speciali sono gli autori, i curatori, i disegnatori, e anche i lettori che lo leggeranno. E’ un libro di favole, forse le più famose della storia della letteratura, ma molto diverse da come noi tutti le abbiamo conosciute. Favole reinventate da 18 ragazzi ugualmente abili, dell’Associazione Quelli del Sabato, accompagnati da 18 autori professionisti, persone che han fatto della scrittura il loro mestiere. Ma chi sono Quelli del Sabato? Sono un gruppo di volontari e ragazzi speciali di Bellinzago Novarese, che si riuniscono il sabato, dal 1992, per attività ludiche e ricreative, e per sviluppare progetti come questo, questo bellissimo libro fatto di parole e immagini. Tutti conoscono le favole di Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Il Gatto con gli Stivali. Ecco gli autori sono partiti da queste favole e le hanno modificate, ampliate, abbellite con la loro creatività. Scrittori come Christian Mascheroni, Luigi Romolo Carrino, Fulvio Ervas, Eduardo Savarese, a coppie con ragazzi come Gabriella, Antonio, Renata, Eva, hanno unito la loro fantasia per far nascere questo libro magico e coloratissimo. Se avrete la fortuna anche solo di sfogliarlo vedrete oltre alle storie, anche le immagini incredibili di Hikimi (Roberto Blefari), e una cura per i dettagli e i particolari davvero professionale.

Credo che tutti gli autori vadano citati (in ordine di apparizione):

Ester Armanino e Gabriella, Biagio Autieri e Manuela, Christian Mascheroni e Tiziana, Luigi Romolo Carrino e Dalila, Lella Costa e Antonio, Barbara Di Gregorio e Cosimo, Emiliano Poddi e Nicoletta, Eleonora Sottili e Andrea, Linda Griva e Massimo, Fulvio Ervas e Mauro, Ivano Porpora e Luigi, Maria Paola Colombo e Renata, Raffaele Riba e Roberta, Cristina Di Canio e Isabella, Eduardo Savarese e Ilaria, Errico Buonanno e Ylenia, Isabella Dilavello e Fabio, Martino Gozzi e Eva.

Source: libro inviato da Ilaria, volontaria dell’Associazione “Quelli del Sabato”, che ringrazio.